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Published by info, 2018-05-16 03:55:56

Rovigno d'Istria

Rovigno d'Istria

I ruderi di questa chiesetta romanica si trovano ai mar- Dalmazia a Venezia nel 1177 avesse celebrato messa 249
gini di Paloù. La tradizione ecclesiastica locale vuole
che Papa Alessandro III, perseguito da Federico Bar- anche in questa chiesetta.
barossa, durante il suo viaggio di trasferimento dalla Essa era molto bassa e la sua pala mostrava S. Damia-
no, S. Eufemia, S. Fosca e S. Maria Egiziana. È andato

SANTA EUFEMIA
particolare dell’affresco allegorico

(ROVIGNO, Palazzo Comunale)
(foto V. Giuricin)

Luisa Crusvar

IL TESORO Rovigno in particolare Venezia e Padova, e i connotati
DELLA CHIESA DI S. EUFEMIA di scuole e botteghe locali nelle regioni culturalmente
dipendenti dalla Serenissima (1). Gli argenti religiosi e
ASPETTI, PROBLEMI, OPERE. gli ornamenta ecclesiae confermano il forte influsso
della capitale lagunare che per secoli, fino alla caduta
250 Il tesoro della Repubblica, ha protetto, razionalizzato, incenti-
vato l’attività e la produzione orafa, suddivisa in una
Nel novero dei tesori ecclesiastici della costa altoadria- grande varietà di specializzazioni e indirizzata al
tica gli argenti sacri della parrocchiale di Rovigno duplice registro delle commissioni sacre e profane.
costituiscono ancora oggi una raccolta di notevole L’assunto vale anche per Rovigno dove il marchio
interesse. Suddivisi nelle consuete categorie del “mini- veneto è inequivocabile dal tardo Medioevo fino agli
sterium” e dell’“ornamentum”, che ne indicano l’im- ultimi decenni del Settecento.
piego per la celebrazione del culto o per l’ornamento Gli argenti di S. Eufemia non sono una novità né una
solenne della chiesa, sono oggetti e arredi di vario uso scoperta, eppure molti pezzi risultano quasi inediti, o
e funzione connessi a manifestazioni di pietà o perché poco considerati e valutati, oppure perché
momenti decisivi della vita religiosa rovignese, legati situati in modo sbrigativo e privi di una adeguata con-
al culto delle reliquie o alla particolare devozione per testualizzazione. Qualcosa sappiamo a partire dalla
alcuni santi, commissionati ad esaltare la scenografia pionieristica, seppure accurata, catalogazione del San-
interna dell’edificio o i singoli altari delle confraterni- tangelo e da accenni e riferimenti di vario indice e
te, pervenuti da precedenti luoghi di culto o giunti alla misura, ma l’indagine non è stata approfondita (2). La
collegiata dedicata ai santi Giorgio ed Eufemia tramite raccolta continua ad essere mal nota: citata più spesso
acquisti, lasciti, doni di privati e religiosi, notabili sullo sfondo del grande complesso barocco e assom-
locali e veneti, fedeli e gastaldi delle confraternite. mata al resto dell’arredo fastoso, manca di una disami-
Una prassi abituale nella formazione dei tesori eccle- na peculiare.
siastici. Ricerche più recenti hanno individuato il contributo di
La raccolta include preziosi corredi d’altare (un paliot- alcuni orafi prominenti all’arredo prezioso della colle-
to del XVIII secolo, candelabri, carteglorie, croci, giata rovignese (3). Si tratta di nomi rintracciabili dalla
vasi), oggetti per la custodia eucaristica (tabernacoli seconda metà del Seicento al pieno Settecento, nel
con sportelli argentei), reliquiari e vasi sacri (calici, periodo che coincide con una fase di grande progettua-
ostensori, pissidi), suppellettile liturgica di vario tipo lità e messa in opera culminante nella fabbrica della
(candelieri da parete, lampade pensili, leggii, paci), nuova chiesa di S. Eufemia, avviata nel 1725 e com-
oggetti processionali e insegne ecclesiastiche (baldac- pletata per la gran parte degli arredi e dei decori interni
chini con aste in argento, croci, un fermaglio da pivia- oltre la metà del secolo (4). Il maestro Johan Adolf
le), oggetti devozionali e ornamenti delle immagini Gaap o Gaab, orafo tedesco originario di Augusta,
sacre. L’assieme appare notevole non tanto per la operoso tra XVII e XVIII secolo a Venezia, a Padova e
quantità o l’eccezionalità, e in effetti molti tesori si nell’entroterra veneto, e il maestro Angelo Scarabello
rivelano più cospicui per numero, pregio e varietà d’Este, attivo nel Settecento con bottega a Padova,
d’oggetti, quanto per una certa omogeneità dei nuclei siglano alcuni ornamenti sacri in argento suddivisi tra
fondamentali, leggibile innanzitutto negli argenti del progettazione seriale, i candelieri con il marchio di
XVIII secolo, e per lo spicco di alcuni pezzi come il Gaap, e ideazione artistica con forti suggestioni plasti-
pregevole frontale argenteo dell’altare del SS. Sacra- che e cromatiche, il paliotto di Scarabello (5). E in
mento. Ma non solo. La suppellettile rovignese assume effetti gli argenti eseguiti tra il tardo Seicento e il corso
un indubbio valore nell’ambito della ricostruzione e dell’intero Settecento costituiscono il nucleo più rile-
dell’inquadramento storico dell’oreficeria religiosa vante del tesoro di S. Eufemia. Tuttavia, come vedre-
provinciale di impronta veneziana, ancora in attesa di
studi circostanziati e di un’indagine complessiva volta
a scandagliare e chiarire rapporti e riflessi, modelli e
imitazione, circolazione e diffusione dei manufatti pre-
ziosi, nonché il ruolo di alcuni centri-guida, nel caso di

mo, la presenza del marchio di Gaap su candelieri CALICE TARDOGOTICO 251
datati 1679 solleva un interessante problema di attribu- XV sec. (Venezia)
zione e sistemazione cronologica. ROVIGNO, Tesoro di S. Eufemia
Ma la raccolta di Rovigno non si limita ai secoli della (foto V. Giuricin)
grande riedificazione barocca. Include pure alcuni
pezzi antecedenti: un reliquiario e un calice, assegna-
bili entrambi alla fase tardogotica della produzione
orafa veneziana, e una croce astile con l’effigie di S.
Michele arcangelo al centro del verso, che per stilemi
e iconografia suggerisce un’esecuzione di ambito
veneziano sull’avvio del XVII secolo (6).
Accanto alle stoffe, alle vesti liturgiche, ai paramenti
preziosi, e la chiesa di S. Eufemia conserva pregevoli
pianete e un piviale del XVIII secolo, gli argenti sacri
scandiscono le tappe significative di una lunga storia,
dal primo Quattrocento fino agli ultimi decenni del
Settecento, quando le vicende puntiformi del piccolo
approdo costiero dell’Istria, dominato dal colle su cui
si erge il tempio di S. Eufemia, si intrecciano con gli
interessi, le industrie e il governo della Serenissima. E
non a caso i manufatti dell’Ottocento tendono a repli-
care e riproporre i modelli dei secoli antecedenti allor-
ché contenitore e contenuto formano tutt’uno e, tra
XVII e XVIII secolo, si fondono in un grandioso assie-
me scenografico, dove l’esuberanza decorativa e strut-
turale degli argenti, tipica delle opere provenienti da
Venezia e Padova, accentua il fuoco visivo degli altari
e accende di luce e movimento il composto spazio
basilicale della collegiata rovignese, improntata al
classicismo veneto della cerchia massariana.
Così ripercorrere la storia degli oggetti, l’evoluzione
delle tecniche, l’uso dei materiali, e, nel contempo,
cogliere gli aspetti e i mutamenti di una cultura artisti-
ca, la tipologia, le forme, i decori, le esigenze di rap-
presentazione e di funzione, sollecita confronti e riferi-
menti più ampi, atti non solo a individuare artefici e
laboratori, aree di produzione e di fruizione, ma anche
connotati di antropologia religiosa, scopi celebrativi,
identità di committenti e donatori. Una storia dalle
molteplici angolature, quindi, che richiede un metodo
“combinatorio”, interdisciplinare, e, quando sussiste,
annovera tra i suoi strumenti conoscitivi il legame tra
testo e oggetto, l’inserimento di iscrizioni incise sul
corpo degli oggetti, oppure, più frequente negli argenti

252 tardomedievali, legge l’evidenza memorativa di scudi e dalle indicazioni d’archivio. Un contributo essenziale
è derivato dal fondo Caenazzo presso la Biblioteca del
ed emblemi araldici. Nel primo caso i nomi di commit- Seminario Vescovile di Trieste ma alcune precisazioni
tenti o donatori si rendono subito espliciti e la scritta sono desunte dall’antica e cospicua raccolta dell’Ar-
esposta, che solennizza l’oggetto, contribuisce a perpe- chivio capitolare presso la parrocchia di Rovigno, che
tuare il ricordo degli uomini. In tale chiave la raccolta ho avuto la possibilità di visionare per intero nella sua
di Rovigno propone qualche esemplare indicativo. ricca articolazione di 654 libri e 192 fascicoli di atti e
Alcuni dei pezzi più importanti e significativi del teso- documenti vari (10).
ro recano iscrizioni che precisano i nomi degli offeren- I dati ci conducono ad un’altra questione di sicuro
ti, in particolare nobili e gastaldi delle confraternite. Se interesse. Perlomeno nei secoli dell’età moderna, nella
sul piede del tardogotico reliquiario di S. Eufemia fase postridentina, è documentato l’apporto delle con-
compaiono degli scudi con gli stemmi gentilizi delle fraternite alla dotazione di argenterie della collegiata
famiglie Loredan e Steno, sul nodo architettonico del di Rovigno. Le fonti ricordano il prezioso addobbo
calice quattrocentesco scorre il nome di Daniele Mali- degli altari maggiori e la ricca ostensione di argenti
piero. Nel corso del Settecento risaltano invece i nomi sugli altari di alcune scuole laiche durante le festività e
di due gastaldi della Confraternita del SS. Sacramento: le occasioni solenni (11): la Confraternita di S. Pietro,
Zuane Cibibin e Michiel Suffichi o Suffici che, in fasi o “dei Pescatori”, fondata nel 1566, deteneva copiosi
diverse, evidenziano il loro ruolo nell’accrescimento arredi d’argento, lampade, carteglorie, grandi candela-
del patrimonio prezioso della comunità religiosa rovi- bri e un crocifisso, “acquistati cogli utili del dazio sul
gnese. Di conseguenza possiamo individuare un pesce” (12); peculiare argenteria possedeva la Confra-
“nucleo Cibibin” nella prima metà del secolo e un ternita delle Sacre Stimmate di S. Francesco, detta
“nucleo Suffici” tra il 1757 ed il 1787, alimentati da anche “dei Battuti” per la primigenia consuetudine alla
contributi ed elemosine di confratelli e benefattori (7). flagellazione dei confratelli, fondata nel 1612 e in
Zuane Cibibin e Michiel Suffici ci riportano ai pezzi seguito, nel 1777, abbinata alla cessata Confraternita
più considerevoli dell’incremento settecentesco al di S. Tommaso (13); splendevano di propri argenti l’al-
tesoro di S. Eufemia: oltre agli oggetti seriali, carteglo- tar maggiore, l’altare di S. Eufemia e quello della
rie o candelieri, i nomi dei gastaldi della Confraternita Madonna del Rosario (14).
del SS. Sacramento si legano ad argenti da parata, Ma tutti i documenti e le note d’archivio concordano
opere spettacolari, oggetti di maggiore pregio e impe- su un punto. Tra i gruppi delle sacre argenterie spicca
gno, quali il paliotto uscito dalla bottega di Angelo per spettacolarità e consistenza l’arredo dell’altare
Scarabello e l’ostensorio raggiato eseguito dall’orefice della Confraternita del SS. Sacramento, uno dei tre
veneziano Andrea Zambelli sull’avvio degli anni Set- altari maggiori a giorno sul presbiterio della chiesa di
tanta (8). I documenti enumerano ulteriori manufatti in S. Eufemia, che ancora oggi chiude prospetticamente
argento commissionati e acquistati sotto le loro gastal- la navata laterale sinistra con l’architettonica esaltazio-
die: lampade, mazze per il baldacchino, vasi per le ne del mistero eucaristico su disegno dell’altarista e
palme che, come le carteglorie e i candelieri, si inseri- scultore Girolamo Laureato, “tagliapietra in Venetia a
scono nel novero delle acquisizioni di ordinaria ammi- S. Leonardo” (15). Istituita nel 1542 con bolla di
nistrazione ed esemplificano una produzione medio, approvazione del pontefice Paolo III, nel XVIII secolo
medio-bassa, improntata ad una maggiore semplicità e la venerabile Scuola del Santissimo Sacramento o del
ripetitività (9). Corpus Domini presenta un patrimonio ragguardevole
In tali nuclei le relazioni tra oggetti e documenti rag- e si avvale di valenti artefici, attivi nell’area veneta,
giungono un notevole equilibrio. In alcuni casi l’anali- per innalzare e apparecchiare il proprio monumentale
si formale e stilistica degli oggetti, che ha permesso altare (16): oltre alle personalità già menzionate, il
attribuzioni e sistemazioni cronologiche, è stata coa- tagliapietra Girolamo Laureato, gli orafi Angelo Sca-
diuvata e chiarita dalla ricerca documentaria, dai fondi

rabello da Este e Andrea Zambelli da Venezia, vi lavo- zioso del Santissimo, elenca le argenterie dei restanti 253
rano numerosi indoratori, intagliatori, tagliapietra,
quasi tutti originari di Venezia, affiancati e coadiuvati altari maggiori, innalzati anch’essi su disegno di Gero-
da maestranze locali, e argentieri come Biasio Taraba- lamo Laureato, gli addobbi dell’altare della B. V. della
ra, “orefice a Venezia all’insegna del Redentore”, che i Salute, i reliquiari, gli ornamenti di immagini devozio-
libri manoscritti dell’Amministrazione del Santissimo nali e la varia suppellettile sacra in gran parte pervenu-
Sacramento menzionano e registrano nelle cronache, ta fino ai nostri giorni (20).
tra gli avvenimenti, le disposizioni, i contratti, oppure Durante l’Ottocento le acquisizioni si riducono. Si
nelle evidenze dei conti, tra i pagamenti e le note di guarda ancora a Venezia ma si acquista pure a Milano,
spesa (17). presso ditte specializzate nelle forniture ecclesiastiche.
Tuttavia non si deve disconoscere un fattore importan- La ripristinata Confraternita del Santissimo si distin-
te. Gli argenti dell’altare del SS. Sacramento sono gue di nuovo e compera a proprie spese alcuni oggetti
sfuggiti alla confisca operata nel 1806 per decreto del in argento dalla ditta Giussani di Milano: nel 1866 una
governo francese che ha sottratto e disperso la quasi pisside “grande e magnifica”; nel 1867 due croci d’ar-
totalità delle argenterie pertinenti alle confraternite gento, l’una per la bandiera e l’altra per la tribuna del-
(18). Il Caenazzo riporta la specifica di tali oggetti: l’altare; nel 1874 un “nuovo e bell’ostensorio d’argen-
due lampade d’argento, due candelieri d’argento e una to e fregi dorati per l’esposizione del SS.mo nelle
croce “con anima di legno” della scuola di S. Nicolò in domeniche” (21). E nel tardo Ottocento, quando ormai
Squero; due candelieri d’argento, un calice con patena, l’eclettismo stilistico pervade una produzione seriale,
una corona e una croce con fusto di legno della Scuola si esaurisce la vicenda del tesoro della chiesa di S.
della B. V. della Concezione; un calice con patena, due Eufemia a Rovigno che nella sua composizione sem-
candelieri, una lampada e una croce d’argento della bra racchiudere e seguire le alterne fortune del piccolo
Scuola della B. V. della Torre; un calice con patena, centro sulla costa occidentale dell’Istria, passato dalla
due candelieri, due lampade, un crocifisso, due marche signoria di Venezia al dominio asburgico.
d’argento “pei Stoloni” e un ostensorio piccolo d’ar- Ma per scoprire l’entità del tesoro rovignese è utile
gento della Scuola di S. Francesco e S. Tommaso; passare alla lettura di alcuni degli argenti più rappre-
quattro candelieri, due lampade, una croce, otto vasi, sentativi, ripartiti per epoche e assommati in gruppi
tre carteglorie d’argento della Scuola di S. Pietro; stilistici.
quattro candelieri, una croce, due lampade in argento,
un filo di “perle buone”, due orecchini d’oro della Argenti tardogotici
Scuola del Carmine; un crocifisso e un calice d’argen-
to della Scuola di S. Antonio Abate (19). Ad eccezione Tra le opere più antiche conservate nella parrocchiale
dei calici e patene, tutti gli argenti risultano “liquidati” di Rovigno si annoverano due argenti tardogotici di
in data 23 novembre 1806. impronta veneziana: un calice con nodo architettonico
Dopo la sottrazione del periodo francese è ovvio che e il reliquiario detto “di S. Eufemia” (22). Entrambi
gli argenti del SS. Sacramento assumano un’evidenza dichiarano subito la matrice veneta nella tipologia,
assoluta nel contesto del tesoro rimasto a tutt’oggi nelle soluzioni decorative e soprattutto nell’equilibrio
nella chiesa parrocchiale di Rovigno e costituiscano il tra gli elementi architettonici, come il caratteristico
nucleo centrale del nostro discorso. Lo conferma un nodo “a castelletto”, i particolari figurativi e gli accenti
inventario del 1884 che enumera per primo il frontale cromatici resi da tecniche razionali di lavorazione. Ma
in argento per l’altare del SS. Sacramento, opera del- altrettanto esplicite sono le diversità di mano e idea-
l’orafo Angelo Scarabello, (“Parapetto per l’altare del zione dei due oggetti.
SS.mo tutto coperto d’argento arabescato con figure La garanzia dello Stato veneziano, il rotondo bollo di
dorate oncie 800 fiorini 1680”), e, oltre al corredo pre- S. Marco con il leone alato “in moleca”, compare sul
calice, impressa sul bordo del piede. È il suggello uffi-

254 ciale della provenienza lagunare (23). Se il tipo del potrebbe rivelarsi come una rozza immagine di S.
Eufemia. Ad un’attenta disamina affiora una constata-
vaso sacro risale al Trecento, le singole forme si ricol- zione. I medaglioni si ripartiscono in due gruppi ben
legano ai lavori veneziani del XV secolo, pur perduran- distinti, diversi per modello, concezione, fattura: il
do nelle zone periferiche fino al primo Cinquecento. primo, di maggiore precisione e raffinatezza, include
Smontabile in quattro parti, il calice tardogotico pre- le formelle con il Cristo, S. Giovanni, la Madonna e il
senta una coppa liscia, dorata, allargata verso l’alto e santo barbuto, incornicia le immagini con quadrilobi
raccordata al fusto con nodo architettonico a due ordi- interni ed espone figure più piccole e armoniose nelle
ni mediante lamelle fitomorfe che, battute e disposte a proporzioni, eleganti nel tratto e nei dettagli; il secon-
corolla, costituiscono una variante delle ampie, sfatte do, di tono alquanto ingenuo e sbrigativo, quasi popo-
foglie arrovesciate tanto consuete nel repertorio orna- laresco nella sua grossa vena descrittiva, comprende il
mentale naturalistico del gotico fiorito di Venezia. S. Giorgio e l’icona martiriale, figure dilatate, espanse,
Anche il nodo “a castelletto” obbedisce a criteri propri che campeggiano su un fondo a rete di losanghe. Gli
dell’area veneta che coniuga la tradizione locale con spazi intermedi, alla base dei medaglioni e in corri-
gli influssi dello stile internazionale e certo gusto tran- spondenza delle terminazioni archiacute, sono decorati
salpino, assimilato dalla fertile bottega dei da Sesto, da sbalzi vegetali, rilevati sul fondo fittamente punti-
orafi e coniatori di monete, e diffuso dai numerosi ore- nato, che delineano stilizzate, rigide piante con ramifi-
fici alemanni che durante il secolo esercitano a Vene- cazioni e infiorescenze erte verso l’alto di vago sapore
zia o nelle città della Serenissima (24). Divise da pin- lombardo (27). Sulla veretta esagonale sotto il nodo
nacoli, le finestrature binate poggiano su una piastra scorre un’iscrizione in lettere gotiche con il nome del
polilobata che crea su ogni lato un effetto convesso, a donatore, membro di una nobile famiglia veneziana, i
balconcino, simile a quello riscontrabile in altri argenti Malipiero, di ampio, e insistente, rilievo anche in pro-
veneti del Quattrocento, come il celebre calice del vincia: + DNÕ DANIELI MALIPETRO I TEN-
tesoro di S. Marco (25). Archi a tre centri, decorati da PORE SV°.
trafori quadrilobi a rosetta, ritmano ogni faccia del Rimanda ad un dono gentilizio pure il reliquiario di S.
microedificio esagonale di rimando profano. In gran Eufemia, offerta solenne e preziosa per custodire alcu-
voga dalla prima metà del secolo è l’abbinamento tra il ne reliquie della martire, patrona e contitolare della
nodo architettonico e il sottostante tamburo esagonale chiesa rovignese (28). Sul dorso del piede a sei lobi,
a trafori gotici (in questo caso ruote alternate a quadri- tra i medaglioni con le abituali immagini sacre del Cri-
lobi entro losanghe), molto evidenziato, rimarcato dai sto, della Madonna e di S. Giovanni, risaltano due
sottili pilastrini sugli spigoli e modellato a simulare la scudi smaltati con gli stemmi delle famiglie Loredan e
ringhiera di un’ipotetica balaustra (26). L’elemento di Steno (29). L’evidenza della simbologia araldica defi-
raccordo si innesta sul piede conico esalobato con orlo nisce il pregio e il tono elevato, di sicuro pubblico e
mistilineo e gradino traforato tipo ringhiera con moti- ufficiale, del dono, enfatizzato dalla placchetta con un
vo a quadrifoglio eseguito a giorno. Sui lobi del piede leone di S. Marco dal muso antropomorfo, nimbato,
spiccano sei medaglioni in argento inciso, un tempo alato e accosciato con una zampa sul libro chiuso,
probabilmente rivestiti di smalti traslucidi. Le plac- indice inequivocabile non solo della tutela lagunare su
chette riportano immagini sacre a mezza figura: il Cri- Rovigno ma anche dell’origine veneziana dell’oggetto.
sto con nimbo crociato e libro, benedicente e frontale, A confronto del calice l’esecuzione è certo più aulica
affiancato dai tondi con un giovanile S. Giovanni e una ed elaborata nel complesso della costruzione, in gran
matura Madonna, velata e dolente; le effigi di un santo parte dorata, e nei più minuti particolari. Qui trionfa
barbuto, che non è stato identificato, di S. Giorgio, pienamente lo stile architettonico del tardo gotico di
compatrono della chiesa rovignese, provvisto degli Venezia che, nell’amalgama tra le tecniche suntuarie e
attributi della lancia e dello scudo crociato, e di una i nuovi procedimenti di montaggio dei pezzi finiti sul
martire che, per logica connessione con Giorgio, forse

corpo dei manufatti, traduce in microdimensioni il 255
vasto repertorio delle arti monumentali, le progettazio-
ni d’architettura, le suggestioni della plastica, gli orna-
menti dei palazzi e delle chiese, e lo integra ad un
gusto decorativo di spiccata sensibilità materica e cro-
matica.
Il grande nodo architettonico a più ordini è tutto un
gioco ad incastro di nicchie e torricelle, archi flam-
boyant e cupoline lobate, pinnacoli e contrafforti,
guarnizioni, pilastrini, colonnette, guglie e coronamen-
ti, gigli e fioroni rampanti, insomma un’impaginazione
tratta dal catalogo ultimo del gotico. Da una balaustra-
ta esagonale alla base del fusto si erge un dado con sei
finestre cieche ad arco fiammeggiante; ambedue gli
elementi, in ordine inverso, si replicano all’estremità
superiore dello stelo. Al centro è la parte più ricca e
massiccia del nodo, microesempio di edificio immagi-
nario, affittito di elementi architettonici, profuso di
particolari figurativi e ornamentali, abitato da perso-
naggi sacri, santi e martiri, che l’usura o la perdita
degli attributi rende difficili da identificare. Le statue
in miniatura sono collocate in sei ristrette nicchie a
baldacchino, sorrette da colonnine tortili e sovrastate
da torricelle con cupoline trilobate percorse da un
motivo a squame. Una copertura esagonale a tronco di
piramide chiude l’insieme, inserendosi sulla finestratu-
ra superiore con loggetta, che ripete la soluzione all’e-
stremo opposto.
Il ricettacolo con la teca tubolare ci riporta al tipo del
reliquiario ad ostensorio, in auge dal tardo Medioevo.
La montatura in argento replica l’oltremontana struttu-
ra a torretta: contrafforti a forma di torre con alti pin-
nacoli a guglia appuntita rinsaldano lateralmente il
cilindro di vetro trattenuto da corone gigliate, già viste
sul reliquiario del Preziosissimo Sangue a Caorle, e
concluso da una guglia a sei facce leggermente flesse,
punzonata e cesellata con girali floreali, culminante in
un lanternino a loggetta sovrastato da una piccola

RELIQUIARIO DI S. EUFEMIA
XV sec. (Venezia)

ROVIGNO, Tesoro di S. Eufemia
(foto V. Giuricin)

256 croce a terminazioni trilobate con la microstatua del vanni dolenti. Ma il fattore distintivo è dato dal decoro
vegetale. Realizzati a parte e poi applicati sul dorso del
Cristo su entrambi i lati (30). La struttura e gli stilemi piedistallo, i tralci lamellari di fiori e foglie, le sferule
del microedificio ricordano quelli del “castelletto” e le gonfie rosette in argento dorato creano un mosso
sulla Croce in cristallo della chiesa del Carmine a Ber- effetto di sovrapposizione: avviluppano il piede, dispo-
gamo che Hans R. Hahnloser assegnava, per taglio e nendosi a ghirlanda intorno alle formelle figurate e
montatura, a bottega veneziana del 1420-30, molto percorrendo i lobi, segnati ai lati pure da foglie d’acan-
vicina all’arte dei da Sesto (31). to linguiformi. Sorge immediato il parallelo con l’or-
Morfologia, lessico, combinazioni appartengono alla nato sulla base di un gruppo di argenti sacri che Stein-
cultura estetica dell’oreficeria veneziana: il ritmo verti- gräber ha datato tra 1420 e 1430, attribuendoli all’offi-
cale e lo slancio ascensionale del reliquiario, le colon- cina dei da Sesto o, in termini più generici, a coeva
ne tortili del nodo e le cupoline squamate, la teca a bottega veneziana (35). Il calice d’argento dorato e il
tempietto, i pinnacoli che affiancano la cuspide, indi- reliquiario del pollice di S. Marco, entrambi del tesoro
cano una trasfusione continua tra le opere in metallo e marciano, il reliquiario di S. Andrea, già nella chiesa
i lavori di grandi dimensioni, altari, tabernacoli, tombe dei Servi a Venezia, e un reliquiario con Santi Martiri,
e lastre monumentali, teorie o gruppi plastici e sculture un tempo nella menzionata chiesa dei Servi, illustrato
ornamentali (32). Anche le statuette nelle nicchie del in un acquerello di Jan Grevembroch, dimostrano affi-
nodo richiamano prototipi veneti, oscillanti tra il natu- nità con il reliquiario rovignese nei tralci argentei di
ralismo decorativo dei Dalle Masegne nelle due icono- foglie e fiori, rigonfi e frastagliati, lavorati e apposti
stasi marciane, i modi dei Buon e certi atteggiamenti sopra il piede a fornirgli maggiore rigoglio ornamenta-
delle statue sull’altare della Cappella dei Mascoli (33). le. Ma tale naturalistica applicazione decorativa è ben
L’intensità del volgersi, accentuata dal drappeggio, con presente in argenti religiosi della seconda metà del
tutto il peso su una gamba, mentre l’altra risulta un po’ Trecento, in particolare oggetti assegnati alla fase ter-
alzata e il fianco abbassato, è resa tuttavia con nette e minale del secolo.
secche angolature derivate forse più che dal gusto “ale- Un primo indice cronologico ci dirige quindi intorno
manno”, ben presente, come abbiamo visto, nell’orefi- alla fine del Trecento e agli inizi del Quattrocento, tut-
ceria veneta del XV secolo, dalle peculiari esigenze tavia altri elementi dell’esecuzione ci porterebbero più
della lavorazione su metallo. D’altra parte il richiamo avanti, nell’inoltrato Quattrocento. È il caso delle
alla lezione dei Dalle Masegne non è estraneo agli cupolette a squame che si ritrovano sì nel reliquiario
studi sulla chiesa di Rovigno. Il Wolters lo ha sollevato del pollice di S. Marco, nel reliquiario di S. Andrea e
a proposito della statua di S. Eufemia sull’altare omo- nel nodo del bacolo pastorale del tesoro marciano,
nimo, che Santangelo definiva “mediocre lavoro loca- datati al 1420-30, ma ritornano, con maggiore elegan-
le, della fine del Cinquecento”, e Wolters retrodata al za e flessione gotica, a ornare le nicchie a baldacchino
primo Quattrocento, derivando il probabile modello sul nodo centrale degli elaboratissimi candelabri del
tipologico dalla seconda santa da sinistra sull’iconosta- doge Cristoforo Moro (36). Inoltre lo stilema è assunto
si della cappella di S. Clemente in S. Marco (34). da numerosi reliquiari ed ostensori dell’Istria veneta
Un altro elemento eloquente è il piede esalobato e gra- (37). In questa fase si predilige anche la forma del
dinato con un fregio ad archi fiammeggianti, scandito piede con l’orlo lobato rotondeggiante e l’alto gradino
da torrette con merlatura guelfa e sottolineato da bor- modanato (38). Per il momento, tuttavia, appare abba-
dure a perline e cordoncino. Ogni lobo incorpora un stanza plausibile, e prudente, una datazione nell’ambi-
medaglione, anch’esso esalobato, con figure incise sul- to del primo Quattrocento, sebbene lo scudo con lo
l’argento, in origine tutte smaltate: oltre ai due stemmi stemma gentilizio della famiglia veneziana degli
e al leone marciano, si riconosce la triade religiosa Steno, inciso e smaltato in una delle placchette esalo-
costituita dalle mezze figure del Cristo passo, con le bate del piede (“spaccato d’oro e di azzurro alla stella
mani incrociate sul ventre, della Madonna e il S. Gio-

di otto raggi dell’uno nell’altro”), faccia inclinare 257
verso l’avvio del secolo, in relazione al dogado di
Michele Steno (1400-1413), ultimo esponente della I. A. Gaap, CANDELIERE
casata. da una serie con la data del 1679
Un ulteriore contributo alla precisazione cronologica, ROVIGNO, Tesoro di S. Eufemia
ancora da approfondire, potrebbe derivare dalla storia (foto L. Crusvar)
locale e dall’indagine sulle pratiche devozionali con-
nesse al culto di S. Eufemia. Trafugato a Rovigno dai
genovesi, assieme al tesoro sacro e alla suppellettile
preziosa, recuperato dai veneziani, secondo le crona-
che, e una prassi non estranea ad altre, consimili,
vicende, il corpo di S. Eufemia è restituito alla cittadi-
na istriana nel maggio del 1401, via mare, con grande
pompa e qualche incidente di percorso (39). È ovvio
che dopo tale evento, memorabile per la comunità
locale, sorgesse il desiderio di onorare la santa prae-
sentia con opere monumentali o ricettacoli preziosi per
custodire schegge di ossa, sfuggite a un corpo notevole
per la sua integrità, oppure per conservare qualche reli-
quia “di contatto”, oggetti che la tradizione in qualche
modo riteneva fossero stati usati dall’eroe religioso o
ne avessero toccato il corpo (40). Un apparato ricco e
solenne dimostrava il rilievo del santo e, di conseguen-
za, arrecava prestigio alla comunità sotto il suo alto
patronato. Un anello d’oro impreziosito da un calcedo-
nio e una cintura d’argento dorato sono tra le reliquie
di contatto riferite a S. Eufemia. Ad esse le memorie
locali collegano il reliquiario esaminato: “si custodi-
scono in apposito reliquiere d’argento dorato di stile
gotico pregevolissimo”, afferma un Commentario del
1891; l’inventario del 1884 registra un “Reliquiario
dorato dell’anello e della cintura di S. Euf.a” con la
definizione alquanto generica di “lavoro bizantino”
(41). Gli scarni riferimenti suggeriscono proprio il
nostro reliquiario ma non si accordano al frammento
osseo ora appeso nella teca tubolare.
Al di là delle ipotesi, resta l’evidenza di un oggetto di
pregio, di un dono eccellente che nel XV secolo, dopo
la restituzione del corpo della presunta S. Eufemia alla
città e alla chiesa di Rovigno, esalta il legame tra
Venezia e il centro istriano a lei sottoposto. Permango-
no alcuni quesiti. Chi sono i membri delle nobili fami-
glie ricordati dagli stemmi? Per quale scopo e occasio-
ne offrirono il prezioso reliquiario? Sono interrogativi

258 alle arti e agli studi, signore della Repubblica nel

primo scorcio del Quattrocento, si distinse pure per
sfarzo, interventi monumentali e donativi preziosi.
Un’ulteriore prova di tale associazione deriva da un
affresco del 1584 al primo piano del Palazzo Comuna-
le di Rovigno, riportato in una monografia di Pauletich
e Radossi: vi campeggia lo stesso, identico stemma
apposto sulla base del reliquiario tardogotico di S.
Eufemia e l’iscrizione sottostante declama la pertinen-
za dell’arme a Michele Steno, qui ricordato per la con-
cessione di un titolo di nobiltà nell’anno 1407.

Argenti sacri tra XVII e XVIII secolo

DUE CANDELIERI DA UNA SERIE DI SEI Al rinnovamento della chiesa di Rovigno tra XVII e
con base a sezione triangolare XVIII secolo si lega il folto assieme degli argenti
su zampe leonine barocchi. Tralasciando l’analisi della croce astile con
1736 (Venezia) il Crocifisso sul recto e l’effigie di S. Michele arcange-
lo sul verso che, nell’ossequio delle forme tradizionali,
ROVIGNO, Tesoro di S. Eufemia dovrebbe esemplificare uno stile di transizione fra
(foto V. Giuricin) tardo Cinquecento e primo Seicento (42), l’attenzione
converge sul ricco, spesso seriale, addobbo commis-
che attendono una risposta e forse la risoluzione per- sionato ed eseguito tra la seconda metà del Seicento e
metterà una datazione precisa dell’oggetto l’intero Settecento. È senz’altro, come consuetudine, il
Una pista sembra interessante. Assodata l’attribuzione nucleo più ingente per quantità e varietà d’oggetti, il
degli stemmi alle famiglie veneziane dei Loredan e meglio conservato e documentato. Al suo interno biso-
degli Steno, pare assai plausibile il richiamo a un gna distinguere due gruppi di argenti: l’uno illustra
dono, una celebrazione, un omaggio o un evento una produzione veneta orientata a coniugare commer-
memorabile connesso in qualche modo con il già men- cialità e qualità; l’altro testimonia presenze orafe di
zionato doge Michele Steno, il dux stellifer, morto “di notevole spicco e fama.
mal di pietra” il 26 dicembre 1413. Uomo sensibile Candelieri e carteglorie sono i manufatti più rappre-
sentati del primo gruppo, arredi connessi all’azione
liturgica sugli altari delle chiese di rito cattolico roma-
no. Ed è proprio la loro natura di servizio, che confor-
ma più oggetti allo stesso tipo e stile, a determinarne la
serialità. Nel nostro, necessario, procedere per exem-
pla abbiamo individuato alcune serie di un certo inte-
resse che costituiscono l’arredo soprattutto dei tre alta-
ri maggiori, i perni attorno ai quali ruotano la liturgia e
la celebrazione eucaristica. Allineati alle norme rituali,
sono servizi costituiti da sei esemplari per i candelieri,
numero stabilito dal Caeremoniale Episcoporum del
1600 per la messa cantata, e da tre tabelle per le carte-

glorie, una centrale di maggiori dimensioni e due late- è ovvio, interessa indagare i quattro candelieri del 259
rali più piccole, composizione divenuta di uso comune
nel XVII secolo (43). secondo Seicento. La pertinenza si desume dall’imma-
All’altare di S. Eufemia dovrebbero appartenere i sei gine di S. Eufemia sbalzata e incisa sul fondo lucente
candelieri che in origine furono eseguiti, o donati, nel dello scudo, al centro di un elegante e rifinito cartoccio
1679, come informa la data in caratteri romani incisa a volute fitomorfiche, speculare ai cartigli che sulle
su uno dei tre cartigli di base, ma in seguito, depaupe- altre due facce riportano l_a∩_data, MDCLXXIX, e la
rati per dispersione, usura, o altra causa, furono resti- scritta abbreviata ANNO DNI: il patetismo barocco si
tuiti alla primigenia unità mediante reintegrazioni di stempera nella classicheggiante, nitida figurina della
più recente fattura. Così nella serie notiamo quattro fanciulla eretta, disegnata in torsione verso destra ma
candelabri riconducibili al 1679, una copia del 1838 e in fermo atteggiamento nell’affrontare la prova del
un manufatto che risulta un assemblaggio di parti ori- martirio; rivestita di una lunga tunica, che le lascia
ginali (il nodo) e di repliche ottocentesche (44). A noi, scoperte le braccia e gran parte del busto, si erge con
le mani giunte in preghiera tra due leoni in postura

CARTEGLORIE PICCOLE
per l’altare di S. Eufemia
1743 (Venezia)
ROVIGNO, Tesoro di S. Eufemia
(foto L. Crusvar)

260 quasi araldica, simmetrici, affrontati, rampanti. la città imperiale sveva, polo dello scambio commer-
ciale tra la Germania del Nord e l’Italia, che fin dalla
La struttura degli argenti, che per comodità denomi- seconda metà del XVI secolo si era imposta come uno
niamo candelieri di S. Eufemia, appare chiara e netta, dei centri orafi più importanti dell’intera Europa, diret-
pienamente ancorata a un composto linguaggio baroc- to all’esportazione di prodotti rinomati per il disegno
co, lontano dalle esuberanze fitomorfiche e dagli illu- armonioso e la cura dell’esecuzione. Tale base non può
sionismi mimetici e spettacolari che tracimano dalla che incidere sulla formazione di Gaap che tuttavia
fine del secolo e permeano l’oreficeria veneziana del tende a trasporre nelle opere italiane una “ricerca con-
Settecento. Qui tutto è leggibile, reso con perizia di tinua di nuovi effetti tecnici e stilistici” (46). Secondo
linea e disegno sebbene con una certa durezza, eviden- la ricostruzione del Bulgari, il Gaap documentato esor-
te nel rilievo molto appiattito e piuttosto rigido. Per disce a Roma tra il 1691 ed il 1702, in qualità di lavo-
dimensioni più candelabri che candelieri, gli oggetti rante nella bottega di Giovanni Antonio Vincenti, ese-
esibiscono una forma consolidatasi proprio nel XVII gue un calice conservato nel duomo di Tivoli e argenti
secolo. La base a sezione triangolare, sagomata a volu- per la basilica di S. Francesco ad Assisi, laddove, in un
te, rigonfia in basso e schiacciata verso il centro, pog- calice con nodo ad oliva da lui firmato, Liscia Bempo-
gia su piedi a piccole zampe leonine e presenta su ogni rad notava una “forma purissima e priva delle sovrab-
specchiatura, a contorno dei cartocci centrali, un deco- bondanze decorative proprie del barocco romano, una
ro di riccioli e foglie d’acanto, ordinato sul fondo poli- certa durezza nel cesellare le scene, l’assenza quasi
to e brillante, che produce effetti di vibrazione lumino- totale di rilievi, sia nelle parti figurate che in quelle
sa, giochi di lucido e opaco, liscio e granulato, ornamentali” che trovano riscontro anche nei candelie-
mediante le tecniche combinate dello sbalzo, del cesel- ri rovignesi (47). Nel 1702 si sposta a Foligno dove
lo, della punzonatura. Controllo e misura della decora- fonde la sedia per la statua in argento di S. Feliciano,
zione si ribadiscono nel fusto slanciato e modanato tuttora nella cattedrale; in seguito lavora nel Veneto, a
che, come elemento distintivo, propone una variante Verona, Venezia e Padova. E nell’ultima città lo atten-
ingrandita del tardorinascimentale nodo ad oliva, qui de un compito impegnativo. Come da contratto, nel
in versione appena schiacciata, liscia la parte centrale 1715 si trasferisce da Venezia a Padova per sovrinten-
e ornate le estremità delle solite foglie d’acanto sbalza- dere gli altri artefici ed eseguire con “maggiore com-
te a trattenuto rilievo. modo e sicurezza” le decorazioni argentee delle impo-
La lavorazione suggerisce quindi una bottega adusa a ste nella nicchia centrale della Cappella del Tesoro
lavorare in ambito veneto ma dotata di inflessioni non nella basilica del Santo (48). L’incarico gli viene rin-
propriamente veneziane. I marchi avvalorano l’ipotesi. novato per le imposte delle nicchie laterali ma ad inter-
Due bolli affiancano il leone di S. Marco “in moleca”, rompere i lavori interviene la morte del Gaap, avvenu-
immancabile garanzia della Repubblica sugli argenti ta a Padova il 20 novembre 1724. Il documento del-
del territorio veneziano: una riserva sagomata a con- l’Ufficio di Sanità della città lo registra come uomo
tornare le iniziali M e P suddivise da un tondino, pro- “d’anni 56 in circa, ammalato molto tempo per un
babile contrassegno del controllore o assaggiatore di tumore nel ventre maturato internamente” (49). E a
Zecca; entro campo rettangolare le iniziali JAG, bollo questo punto sorgono i problemi. Il marchio di Gaap,
punzonato sugli argenti del bavarese Johan Adolf rilevato a Padova, è lo stesso impresso sui candelieri di
Gaap, maestro orefice e fonditore (45). La traccia è Rovigno datati 1679. Tutti i documenti stesi al
rilevante. Il Gaap è una delle personalità orafe più inte- momento della morte attribuiscono all’orefice un’età
ressanti e feconde presenti in Italia tra la fine del Sei- di 56 anni. La nascita dovrebbe dunque collocarsi ad
cento e il primo Settecento, dal centro al nord orientale Augsburg intorno al 1668. Come conciliare l’esecuzio-
della penisola, eppure la sua attività è ancora da sonda- ne rovignese con un computo d’anni che ci conduce ad
re e, in gran parte, da sistemare. Si sa che Johan Adolf assegnare i candelieri di S. Eufemia a un bambino che
Gaap, figlio di un altro Adolfo, proveniva da Augusta,

ha da poco superato i dieci anni? Se l’attività in Italia 261
del Gaap è documentata con sicurezza dal 1691 al
1724, alcuni studiosi parlano di un’operosità tra il
1665 e il 1718 (Pazzi, Ganzer), senza tuttavia precisare
le indicazioni cronologiche (50). Forse a Rovigno dob-
biamo riconoscere un altro orafo, membro della fami-
glia Gaap (il padre omonimo?), oppure un lavoro di
riaggiustamento. Forse le date sono da risistemare.
Restano comunque molte zone d’ombra che lasciano
aperto il gioco delle ipotesi. Ma un ulteriore filo sem-
bra legare Gaap a Rovigno. Il continuatore dell’impre-
sa dell’orefice augustano a Padova è Angelo Scarabel-
lo, l’orafo che firma con il proprio marchio l’opera più
impegnativa e grandiosa della chiesa di S. Eufemia, il
paliotto argenteo dell’altare del SS. Sacramento (51).
All’altare del SS. Sacramento rimanda un’altra serie di
sei candelieri (52). Ancora una volta l’iconografia
esplicita la destinazione. Su due dei cartigli sbalzati a
cuore, leggermente bombati, al centro delle specchia-
ture congiunte a formare la base a sezione triangolare
su zampe leonine, campeggia l’immagine del calice
per l’ostia consacrata, eretto tra nubi a vortice e cir-
confuso dall’alone luminoso dell’ostia, simbolo facil-
mente decrittabile del mistero eucaristico e del trionfo
del SS. Sacramento. Il terzo cartiglio riporta la scritta
con l’anno, l’indicazione del committente e il richiamo
alla pietà e alla generosità dei_f∩e_deli: FV FATO SOTO
/ LA GASTALDIA DE / PAR ZVANE CIBIBIN /
CON ELEMOSINE / DE BENEFAT. / 1736.
I candelabri del SS. Sacramento appartengono dunque
al “nucleo Cibibin”, gli argenti commissionati, acqui-
stati ed eseguiti su sollecitazione di Zuane (Giovanni)
Cibibin, gastaldo della Confraternita del SS. Sacra-
mento per ventidue anni consecutivi, dal 1734 al 1756,
data della morte (53). È lo stesso personaggio che già
dai primi tempi del suo incarico sollecita grandi lavori
e rinnovamenti, caldeggia l’altare monumentale del
Santissimo su disegno di Gerolamo Laureato “taglia-

SPORTELLO DI TABERNACOLO
con l’Ascensione di Cristo

seconda metà del XVIII sec. (Venezia)
ROVIGNO, Tesoro di S. Eufemia
(foto V. Giuricin)

262 pietra a S. Leonardo in Venezia”, inaugurato nel 1737 vaporoso, morbido, addensato dei tonalismi e dei tra-
passi chiaroscurali tipici del tardo barocco veneto. Il
e pagato fino al 1741, e provvede ad aggiornare e nodo, assai schiacciato, ha pienamente assunto la
incrementare parte della suppellettile preziosa e del forma triangolare del XVIII secolo grazie all’aggettare
fastoso addobbo della Scuola e dell’altare (54). delle tre testine fuse di cherubino. Sui candelieri com-
Durante l’amministrazione di Giovanni Cibibin muta paiono due marchi diversi, punzonati varie volte: il
l’apparato di rappresentanza della chiesa tutta e, in par- primo è la garanzia di Stato, l’inconfondibile bollo
ticolare, della Confraternita del SS. Sacramento, reso rotondo di Venezia con il leone di S. Marco “in mole-
più imponente e sontuoso per volontà del gastaldo e ca”; il secondo risulta il marchio del controllore di
adeguato ai canoni estetici della scenografia religiosa Zecca (tocador o sazador) contraddistinto dalle iniziali
del Settecento veneziano. Il compito sarà poi raccolto, Z e C divise da una torretta araldica entro riserva sago-
e perfezionato, dal successore di Cibibin, Michele Suf- mata a quadrilobo. A conferma della data inscritta sul
fici. Nel corso della gastaldia del primo si affoltiscono corpo dei candelieri, tale contrassegno appare di fre-
nomi, contratti, pagamenti di artefici e artigiani, indi- quente su oggetti in argento della prima metà del
spensabili al nuovo, teatrale allestimento del tempio di XVIII secolo, a Venezia (ad esempio nel tesoro di S.
S. Eufemia. Tra loro compaiono numerosi orefici, Marco, nelle chiese di S. Salvatore, S. Canciano, SS.
soprattutto veneziani: nel 1739 l’amministrazione della Apostoli), a Trieste, nel novero degli ornamenti sina-
Confraternita salda a Zuane Marchiori in Venezia la gogali della comunità ebraica e degli arredi del mona-
nota per la fattura di una cartagloria forse lignea, il stero benedettino di S. Cipriano, nelle località costiere
Sacro Convivio, destinata al nuovo altare del Santissi- dell’Adriatico prossime a Venezia, come nei tesori
mo; nel medesimo anno paga cinque lire all’orefice delle chiese di Caorle e Grado, e in gran parte delle
Valentino Ferro “per una chiave di argento per il taber- terre un tempo sotto la signoria di S. Marco (58). Il
nacolo del Sant.o Sacramento” (55). Ricorre più volte il ricco campionario dimostra una larga capacità di
nome del Tarabara, Biasio e poi Antonio, “orefice in esportazione.
Venezia all’insegna del Redentor”. Nel 1736 Biasio Di nuovo, come per i candelieri, l’iconografia “parlan-
Tarabara completa una lampada in argento che testimo- te” e l’iscrizione con la data in caratteri romani contri-
nia il riutilizzo del prezioso metallo, tratto da argenti buiscono a definire il completo di tre carteglorie in
vecchi e rovinati (in questo caso tre lampade), per lamina d’argento sbalzata e cesellata per l’altare di S.
acquisire a minor costo pezzi nuovi e moderni (56). Nel Eufemia (59). Tuttavia l’iscrizione sullo scudo bomba-
1759, quando ormai è gastaldo Michele Suffici, Anto- to e lucente del cartoccio, che segnala l’anno 1743
nio Tarabara consegna quattro mazze d’argento per il (ANNO MDCCXLIII), e il cartiglio con la figurina
Baldacchino nuovo della Confraternita (57). frontale della martire, nimbata, tutta vestita con tunica
I documenti non ci trasmettono il nome dell’autore dei e mantello, eretta con i lunghi capelli sciolti e la palma
sei candelabri del Santissimo ma tecnica e stile decla- in mano tra due leoni che, ammansiti, le stanno acco-
mano la provenienza da una bottega lagunare della sciati ai piedi, si stagliano rispettivamente sulla fascia
prima metà del Settecento. Pur vincolati dalla struttura inferiore e superiore della cornice di un’unica carta-
verticale e dall’esigenza di sostenere il cero, gli oggetti gloria, la maggiore e centrale, il Sacro Convivio. Tutte
espongono alcuni modi e caratteri specifici dell’orefi- e tre appartengono alla categoria delle carteglorie
ceria veneziana del tempo che primeggia nella tecnica mistilinee del tipo a cartella. Le cornici sono delineate
mista dello sbalzo e cesello: sono le foglie d’acanto da morbide volute a doppia mossa che, nella cartaglo-
sfatte, ampie, carnose, le larghe volute, i riccioli e i ria grande, si dilatano in due lobi laterali dai quali pen-
fiori ben rilevati su fondo lucido, gli effetti di simme- dono festoni che includono uno sbalzo vorticoso e
tria e contrasto, la variegata opposizione di luce ed allungato a forma di cornucopia, replicato pure sulle
ombra, gli stilemi lussureggianti, mossi e rigonfi, il tabelle minori. Ognuna si restringe in alto a creare un
modo di rendere l’argento bombato e vegetale eppure

fastigio a timpano spezzato, e poggia su peducci a rientranze e delle sporgenze, tipico della forma rocaille 263
volute arricciate e modanate. Le esuberanti inflessioni
del rococò veneziano ci portano verso la metà del seco- lagunare nel suo periodo più vivace, tra 1740 e 1750,
lo, nella bottega di un orefice lagunare che rimarca solo connota l’esecuzione e accosta le cornici ad altri
la cartagloria principale con le iniziali V P entro ovale. argenti contrassegnati dal marchio dello stesso control-
Gli altri due bolli siglano tutta la triade. Si riconoscono lore; cartigli bombati ed espansi in orizzontale si alter-
l’onnipresente bollo di Stato con il leone di S. Marco e nano alle concavità accentuate dalle infiorescenze e
il contrassegno di un controllore di Zecca: entro riserva dai grumi materici, larghe volute vegetali, ghirlande o
sagomata a quadrilobo le iniziali Z P separate da un penduli festoncini di fiori. Corrosione ed espansione
uccello acquatico erto di profilo. L’ultimo marchio è della materia, effetti chiaroscurali di lucido, opaco e
frequente tra 1712 e 1749, e avvalora la data incisa satinato, simmetria, ridondanza e rigonfiamento dei
sulla cornice del Sacro Convivio (60). Il gioco delle decori, continuo trasmutare delle forme, combinazione
di elementi ornamentali e simbolico-figurativi, produ-

LEGGIO DELL’ALTARE DEL SS. SACRAMENTO
seconda metà del XVIII sec. (Venezia)
ROVIGNO, Tesoro di S. Eufemia
(foto L. Crusvar)

264 del Lavabo (63).
La consimile cartagloria piccola in cornu Evangelii,
BORSA PASTORALE CON CALICE EUCARISTICO che riporta l’inizio del Vangelo secondo Giovanni,
seconda metà del XVIII sec. (Venezia) sembra completare l’iscrizione cronologica della
ROVIGNO Tesoro di S. Eufemia gemella con una scritta che perpetua il ricordo del
(foto V. Giuricin) committente: FU FATTA / SOTTO IL SIG. /
MICHIEL SUFFICHI / GUARDIANO. Ma la vera
cono un senso di crescita organica e fitomorfa della cifra stilistica degli oggetti è data dalle eleganti, slan-
materia, tesa ad un suo autonomo sviluppo. ciate statuine a figura intera di angeli che, con sensuale
Al “nucleo Suffici” della seconda metà del secolo e teatrale levità, svettano in alto, sulle volute laterali: si
introducono le tre carteglorie mistilinee dell’altare del collocano con enfatica e contrapposta gestualità sui
SS. Sacramento (61). Sagomate a ricco, mosso, dina- lobi assai allungati ed esasperati ai lati della cimasa
mico cartiglio rocaille, addensate di volute, foglie d’a- del Sacro Convivio; seggono con grazia aerea sulle
canto, conchiglie, grappoli d’uva sui profili e quadret- volute più modeste alle estremità del frontone spezzato
tature sul fondo, motivi decorativi consueti negli e sghimbescio sulle carteglorie piccole. Come vedre-
argenti veneziani del secondo Settecento, riportano il mo più avanti, alcuni aspetti e motivi sembrano avvici-
bollo di S. Marco e le iniziali ZP e G divise dal giglio narsi molto allo specifico culturale ed esecutivo del
araldico, bollo di assaggio e controllo usato dalla metà maestro Angelo Scarabello, autore di quel paliotto
del secolo fino ai primi anni dell’Ottocento, rintraccia- argenteo per lo stesso altare, tante volte menzionato ed
bile in innumerevoli argenti veneziani della seconda eseguito qualche anno dopo.
parte del secolo (62). Il contrassegno conferma la data, Nei decenni del governo di Michele Suffici, gastaldo
ANNO 1764, incisa sul cartiglio racchiuso dalle della Scuola del SS. Sacramento dal 1757 al 1787, la
sghembe, asimmetriche volute che formano il timpano Confraternita acquisisce numerosi argenti contrasse-
spezzato della cartagloria in cornu Epistulae, gemella gnati dal marchio ZP e G con il giglio araldico, appena
speculare dell’altra ma destinata a contenere il testo rilevato sulle carteglorie del suo altare. Pur tra dislivel-
li e differenze di tipo, funzione, uso, tali oggetti sem-
brano possedere una certa “aria di famiglia”, determi-
nata in parte dagli imperativi delle mode e dal reperto-
rio del tardo rococò riattato al gusto veneto. Sono
pezzi singoli, come lo sportello di tabernacolo raffigu-
rante l’Ascensione di Cristo, oppure argenti improntati
a maggiore serialità, come la coppia di leggii che sulla
parte mobile, sagomata, frastagliata, mistilinea, rap-
presentano due angeli a figura intera, assisi e affrontati
su nubi a vortice, in adorazione del mysterium
magnum eucaristico, simboleggiato dal calice con l’o-
stia raggiata del SS. Sacramento (64). Gli schemi
decorativi a conchiglie e volute, il dinamismo pittorico
dell’iconografia, le quadrettature del fondo, rapportano
i due leggii alla temperie artistica che ha prodotto le
carteglorie del Santissimo. Ma non basta. Il contrasse-
gno rimarca pure le aste per il baldacchino processio-
nale, i vasi per gli altari, i due bracciali per candele
per l’altare del SS. Sacramento, le “lastre pavimentali

della canonica”, forse le lampade pensili appese doratura, l’oggetto assume una certa compostezza 265
davanti agli altari, mentre la borsa per corporale con il
calice eucaristico presenta un bollo diverso, accompa- monumentale alla quale forse non sono estranei
gnato al consueto leone marciano: entro riserva sago- modelli e influssi romani. Appartengono al XVIII
mata a quadrilobo stanno le iniziali G e P, divise da un secolo gli spunti simbolici e la predilezione per il tema
quadrupede rampante erto di profilo, marchio di con- delle Virtù che, nella versione teologale e in personifi-
trollo in uso negli anni Settanta del XVIII secolo (65). cazione scultorea, troviamo sul piede di numerosi cali-
Il marchio di controllo più ricorrente sugli argenti di ci ed ostensori veneziani, dai Penitenti a S. Maria For-
Rovigno ritorna sul grande ostensorio a raggiera, par- mosa: la Fede in veste di donna velata con gli emblemi
zialmente dorato, che Michele Suffici commissiona e della croce e del calice; la Speranza con l’attributo del-
l’orefice Andrea Zambelli di Venezia completa nei l’ancora; la Carità con uno dei suoi vari simboli (67).
primi anni Settanta (66). L’iscrizione di base compen- Il tema, che con la sua vasta portata religiosa esclude i
dia i dati: MICHELE SUFFICHI: GUARDIAN: regionalismi, pervade la cultura cattolica romana e
FECE: ANNO 1772. Si tratta senza dubbio di un’ope- molti vasi sacri dell’Italia centrale lo incorporano.
ra elaborata, di pregevole ed esperta fattura. Spettaco- Valga un esempio: il celebre ostensorio raggiato ese-
lare nella concezione e nella decorazione, condotta a guito nel 1773 da Giuseppe Valadier e accluso al teso-
sbalzo e cesello, accurato nelle rifiniture e nei dettagli, ro della cattedrale di S. Zeno a Pistoia. Ma, senza
addensato di figurazioni religiose e di spunti simbolici, andare troppo lontano, si conoscono due ostensori
l’oggetto liturgico contamina il fare peculiare dell’ore- molto vicini all’esemplare di Rovigno, quasi ne fosse-
ficeria con il virtuosismo plastico e le tecniche della ro repliche o modelli. Sono l’ostensorio della chiesa di
fusione, alla ricerca di un effetto di marcata e vibrante S. Bartolomeo a Venezia (1767) e, tanto analogo da far
evidenza scultorea nelle due microstatue risplendenti sospettare una produzione in serie, l’ostensorio rag-
di indoratura che, applicate sulle nervature a voluta del giato del duomo di Tolmezzo, pressoché gemello del-
piede mistilineo e modanato, a pianta ovoidale, perso- l’argento di Rovigno. La stretta rassomiglianza è giu-
nificano la Fede e la Speranza, due delle Virtù Teolo- stificata dalla comune paternità: ambedue, l’ostensorio
gali. Manca la terza, la Carità; al suo posto un fascio di tolmezzino nel 1769 e il rovignese nel 1772, escono
spighe dorate è disteso in diagonale sui larghi cartigli dall’officina dell’orefice Andrea Zambelli, attivo a
rococò che suddividono in settori la base. Le lucenti Venezia nella bottega contraddistinta dall’insegna
nervature si conchiudono a conchiglia ma le ondula- “All’Onestà” (68).
zioni trapassano sul fusto elegante e slanciato, del tutto
sagomato da mosse volute, nel quale si inserisce un Il paliotto argenteo di Angelo Scarabello
nodo a sezione triangolare dalla vaga forma ad anfora.
Sulle sommità laterali del nodo poggiano, genuflessi, Quasi una summa di quanto evidenziato a proposito
due puttini alati reggenti l’uno spighe di grano e l’altro dell’oreficeria veneta del secondo Settecento si dispo-
grappoli d’uva. Gli elementi di carattere simbolico e ne nel lavoro di maggiore grandiosità e impegno a
allegorico trionfano nella raggiera che dardeggia intor- tutt’oggi conservato nel tesoro di S. Eufemia. Ci rife-
no alla teca circolare del ricettacolo: da un giro di nubi riamo al paliotto mobile dell’altare del SS. Sacramen-
con testine angeliche abbinate dipartono fasci di raggi to, in argento sbalzato e cesellato, parzialmente fuso e
lanceolati di varia lunghezza, alternativamente dorati e dorato, consegnato nel 1777 alla chiesa di Rovigno per
argentati. volontà di Michele Suffici, come precisa la scritta
Sebbene ancora esemplato su un coerente stile rococò, dedicatoria nel piccolo, bombato, capriccioso cartiglio
decrittabile nella cifra ornamentale della conchiglia rocaille che trasborda sulla fascia inferiore della corni-
ondulata, nella commistione tra plasticità e pittorici- ce esterna posta a sottolineare la forma rettangolare
smo, lucido e opaco, brillante e satinato, argentatura e dell’antependio: SUB DIGNIS:MO GUARDIANATU

266 D. MICHAELIS SUFFICHI ANNO MDCCLXXVII (75). Chiamato nel 1744 a completare l’opera lasciata
interrotta dal Gaap nella Cappella del Tesoro all’inter-
(69). no della Basilica del Santo, le ante scorrevoli del San-
Dunque, ancora si impone il nome di Michele Suffici tuario, presto affiancate da altri argenti (vasi, carteglo-
e, assieme alla garanzia di Stato, ricompare il marchio rie, candelieri, braccialetti per lampade, “abbellimenti”
di controllo che qualifica tanti argenti settecenteschi di e una lampada offerta dal cardinale Rezzonico, vesco-
Rovigno: le lettere ZP e G divise dal giglio araldico vo di Padova), acquista una fama a vasto, durevole rag-
(70). Ma non sono gli unici bolli punzonati sul sontuo- gio e riceve continue commissioni dall’area veneta:
so frontale, che stranamente nessun libro o documento lavora a Padova, dove esercita, nella natia Este, per
dell’Archivio capitolare sembra menzionare, ad esclu- l’abbazia di Praglia e, appunto, per la rinnovata chiesa
sione di un breve cenno indiretto ricordato dal Caenaz- di S. Eufemia a Rovigno (76). Diventa un artefice di
zo (71). Le lastre del pannello riportano più volte due tale spicco e prestigio che il Mariacher non esita a
marchi che possiamo leggere con una certa facilità: definirlo “la personalità più interessante e feconda nel
l’uno è il bollo personale del maestro orefice Angelo campo della oreficeria veneta settecentesca” (77).
Scarabello da Este, attivo a Padova sin dagli anni Tren- La maestria di Scarabello si rivela appieno nel paliotto
ta del Settecento: entro riserva sagomata le iniziali A S dell’altare del SS. Sacramento. Opera matura di squi-
divise, in alto, da una piccola stella; il secondo identi- sita sensibilità tecnica e materica, tutta improntata a
fica il contrassegno di Marc’Antonio Bellotto “che il 7 riflettere e animare il trasmutare vibrante della luce in
agosto 1776 ricopre la carica di massaro della fraglia un trionfo di variabili e vitalistici effetti chiaroscurali,
degli orefici a Padova, e il 30 agosto dello stesso anno plastici, cromatici, esprime nei vezzi e motivi cari
viene eletto ‘Pubblico toccadore’ per la tocca delle all’autore i caratteri ultimi del rococò veneto: i morbi-
manifatture d’argento”: entro riserva sagomata le ini- di virtuosismi luministici e la lussureggiante ondula-
ziali M e B separate dalla figura di S. Antonio nimbato zione fitomorfica degli sbalzi, affastellata di turbinose
che tiene con la mano sinistra un libro e con la destra arricciature e di sinuose increspature, di fioriture reifi-
un cero o una croce stilizzata (72). L’abbinamento è cate e di curvature seducenti e irregolari, introducono
importante poiché smentisce l’insistita datazione del un senso di gioco raffinato ed estremo nelle varianti
frontale al 1767 ribadita da molti che hanno seguito la conclusive dello stile “a conchiglia”, combinazione
traccia del Santangelo, equivoco forse sorto per una visiva tra onda e vortice, voluta e cartoccio, dopo il
cattiva trascrizione dei caratteri romani della data (73). quale subentra il declino e necessita il mutamento. Nei
Il secondo marchio indica nel 1776 il termine post lavori degli anni Settanta Gambarin ha riconosciuto
quem dell’esecuzione, e trova piena rispondenza con l’influsso stilistico e ornamentale dei modelli asimme-
l’anno, il 1777, inciso sul cartiglio di base dell’ante- trici e capricciosi del franco-torinese Meissonier,
pendio. architetto e decoratore, orafo e incisore a Parigi, diffu-
La personalità di Angelo Scarabello, già svelata da si a livello internazionale dal Livre d’ornementes di un
Sartori e Mariacher per la qualificante attività al Santo Juste-Aurèle Meissonier divenuto Architecte, Orfèvre
e nell’area di Padova, è stata chiarita dalle documenta- du Roi e Dessinateur de la Chambre du Roi (78). Tra
te ricerche di Felice Gambarin che hanno precisato i gli argenti di Rovigno i più vicini alla sensibilità e ai
termini anagrafici e individuato una serie più ampia di modelli di Scarabello sembrano le carteglorie del SS.
opere (74). Il paliotto argenteo di Rovigno arricchisce Sacramento, già documentate e descritte, antecedenti
quindi, con indice assai elevato, un corpus già copioso di una decina d’anni al frontale per fattura e acquisi-
e importante. zione. Suggeriscono consonanze l’animazione irrego-
Nato ad Este nel 1712 e morto a Padova nel 1795, lare del rilievo e della linea, l’uso sistematico dei pro-
Angelo Scarabello, “Orefice, ed eccellente Cesellato- fili frastagliati e asimmetrici, l’ondeggiamento delle
re”, esercita a Padova dal quarto decennio del secolo nervature sulle volute acantiformi, la plastica levità
con bottega all’insegna dell’“Angelo inginocchiato”

Andrea Zambelli, OSTENSORIO A RAGGIERA Andrea Zambelli, OSTENSORIO A RAGGIERA 267
1769 (Venezia) 1772 (Venezia)
ROVIGNO, Tesoro di S. Eufemia
TOLMEZZO, Tesoro del Duomo (foto V. Giuricin)
(dal catalogo Ori e Tesori d’Europa, 1992)

268 delle statuette e il capriccioso disegno degli sbalzi con figure in primo piano allo stiacciato dello sfondo, ani-
mato da un certo gusto descrittivo e da alcuni dettagli
improvvise impennate e insistiti ripiegamenti. Per tali pittoreschi, da scorci di paesaggio e da figurine di
aspetti riteniamo utile il confronto con il fastoso Appa- maniera (un uomo sulla porta d’ingresso, un servitore
rato per le Quarantore in legno scolpito e intagliato, che si affaccia da una porta interna, un cane da caccia
un’altra opera connessa all’adorazione del Sacramen- che spunta sotto la tavola), che forniscono un timbro
to, contraddistinta dai due grandi angeli laterali in quotidiano all’evento prodigioso. La figurazione si
devota postura, conservato nella chiesa di S. Tommaso integra perfettamente nella concezione ornamentale
Cantuariense a Padova e attribuito alla fase estrema del dossale, e sembra quasi che alla narrazione dell’e-
dell’attività dello Scarabello, intorno al 1795 (79). vento si sovrapponga in stessa misura una regola deco-
Qualche affinità, tuttavia meno persuasiva, si coglie rativa alla quale tutto l’insieme obbedisce. Lo stesso
con l’elegante concezione plastica e il decorativo, edo- discorso vale per gli orecchioni laterali: due corni
nistico, ma di nuovo vorremmo dire sensuale, pathos argentei aggettanti, quasi fossero “estratti” a forte rilie-
espressivo dell’insegna processionale della Confrater- vo dalla base rettangolare, e delineati da una arriccio-
nita del SS. Sacramento a Rovigno, in legno scolpito e lata doppia curva su cui, tra morbidi e capricciosi
dorato, con due angeli laterali genuflessi, agitati e motivi rococò, si collocano due allegoriche sculture in
quasi sopraffatti dalla sfolgorante potenza dell’osten- argento fuso e dorato, le personificazioni della Fede, a
sorio a sole del Santissimo, innalzato al centro su teste sinistra, e della Carità, a destra, assieme alle conchi-
cherubiche, altro simbolo, dopo il calice con l’ostia glie scanalate a seguire il sinuoso, spiraliforme anda-
luminosa, del mistero eucaristico (80). Ma il discorso mento degli orecchioni. Si riconoscono subito dagli
sulle pregevoli insegne processionali di Rovigno, emblemi: secondo un’iconografia tradizionale, la
ancora tutto da fare, ci condurrebbe fuori argomento. Fede, velata, trattiene con una mano la croce, appog-
Anche il paliotto si adatta con estrema efficacia al giata sul braccio sinistro, e con l’altra impugna il cali-
tema del SS. Sacramento, concepito ad esaltarlo nel ce; la Carità a capo scoperto, i capelli raccolti a croc-
programma iconografico e nel vibrante sfolgorio degli chia, tiene in mano il cuore infiammato, simbolo del-
sbalzi. La sontuosa decorazione, sovrabbondante e ite- l’amore divino. Già notate in diversa combinazione sul
rativa ma fluida e piacevole come l’andamento di un piede dell’ostensorio di Andrea Zambelli, le immagini
rondò veneziano, segue un chiaro schema a pannello, delle Virtù Teologali ribadiscono la fortuna del tema
riquadrato su traccia rettangolare con specchiature pro- nell’oreficeria del XVIII secolo e propongono un
filate da cornici rocaille e una mostra centrale mistili- modellato a tutto tondo che ha qualche debito con la
nea entro rigoglioso cartoccio, espanso in orizzontale. scultura veneziana settecentesca dei Bonazza e del
Ad imitazione dei dossali marmorei fissi degli altari Morlaiter.
monumentali, due elementi lo qualificano, focalizzati Sebbene provvisorie, le conclusioni ribadiscono l’as-
dalle indorature solo qui utilizzate: al centro, un rilievo sunto. Nel paliotto dell’altare del Sacramento le for-
figurato con un celebre episodio evangelico; ai lati, mule stilistiche e ornamentali proprie di Angelo Scara-
due esuberanti orecchioni a doppia mossa, stratificati, bello trovano compiuto risalto, provocando l’illusione
innervati, spezzati da riccioli e ghiribizzi floreali. di un vitalistico e incessante movimento della superfi-
Sulla mostra centrale campeggia la scena figurata, cie: un incresparsi, un volgersi e dipanarsi di linee e
sbalzata, cesellata e tutta dorata, con la Cena di sbalzi concavi e convessi, di vaporosi turgori e mossi
Emmaus (Luca, 24, 13-32) che, dentro l’inquadramen- ornati, di asimmetrici cartigli e fiammeggianti floreali,
to prospettico di una sala con pavimento a losanghe, agita il piano liscio e brillante delle lastre metalliche,
inserisce i termini di un racconto con i commensali e quasi fosse suscitato da un vento marino che spira
le comparse della sacra rappresentazione, ottenendo un sulle acque e le compone in onde, vortici, risacche
senso atmosferico e una certa vastità d’ambientazione schiumate e avvoltolate d’alghe. E in tale prospettiva,
mediante il digradare del rilievo, più accentuato, delle

269

Angelo Scarabello, PALIOTTO MOBILE PARTICOLARE
dell’altare del SS. Sacramento, 1777 (Padova) della mostra centrale
con la scena figurata della Cena di Emmaus
ROVIGNO, Tesoro di S. Eufemia (foto V. Giuricin)

270 e a pieno titolo, l’opera rovignese dello Scarabello si volumi connessi alla manifestazione Ori e Tesori d’Europa (da ora
Ori e Tesori), il catalogo della mostra e gli atti del convegno inter-
colloca ad esaltare il tema dell’altare, la claritas glo- nazionale: Ori e Tesori d’Europa, cat. della mostra a cura di G.
riae del Santissimo, il trionfo solare dell’Eucarestia, e, BERGAMINI, Milano 1992; Ori e Tesori, Atti, cit., 1992 (in parti-
quando usata, disposta sopra la lastra marmorea accen- colare: GAMBARIN, cit., pp. 299-308; G.M. PILO, Oggetti vene-
de di un punto luce particolare, dotato di forte sugge- ziani di oreficeria sacra dal XIV al XVI secolo, pp. 59-70). Sugge-
stione e riverbero, la scenografia interna della chiesa di rimenti sono anche in L. CRUSVAR, Il tesoro del Duomo di Caor-
S. Eufemia, manifestazione di un teatro religioso che le dal basso Medioevo al XIX secolo, in “Antichità Altoadriatiche”
al Secolo dei Lumi deve la sua importante sistemazio- (da ora “AAAD”), vol. XXXIII (1988), pp. 133-164, e in Ead. Una
ne barocca, frutto del lavoro, singolo e nel contempo produzione orafa tra Venezia e territorio asburgico: botteghe,
collettivo, di artefici e maestranze di origine o forma- “arzentieri”e “oresi” a Trieste, in Oro di Venezia, IV, a cura della
zione veneta. Società Orafa Veneziana, Venezia 1980, s. i. p.

NOTE (2) A. SANTANGELO, Inventario degli Oggetti d’Arte d’Italia. V.
Provincia di Pola, Roma 1935, pp. 181-185. Una presentazione
Ringrazio tutti coloro che mi hanno coadiuvato e agevolato nelle complessiva, essenzialmente per immagini, degli argenti è in M.
ricerche: in primis il dott. Franco Stener, prezioso coordinatore di MILOVAN, Œupa Rovinj-La parrocchia di Rovigno, Zagreb 1977,
questo volume, il sig. Pietro Devescovi, presidente della “Famia pp. 50, 52-53, 62, 104, 120-123, 124-125, 129.
Ruvignisa” di Trieste, il prof. Marino Budicin del Centro di Ricer-
che Storiche di Rovigno, don Ivan Milovan, parroco di Rovigno, e (3) Si vedano, ad esempio, i seguenti saggi che tuttavia hanno con-
don Roberto Gherbaz, che mi ha concesso di consultare tutti i siderato la questione con una certa genericità e qualche incertezza
numerosi fascicoli del Fondo Caenazzo. documentaria: M. PERÆIfi, Djela obradjenog metala u sakralnim
objektima Istre, in “Godiænjak zaætite spomenika Kulture u Hrvat-
(1) A livello propedeutico resta fondamentale il volume con vari skoj”, 4-5 (1982), pp. 303-317; R. MATEJÅIfi, L’architettura e
interventi dedicati al tesoro di S. Marco: Il Tesoro di S. Marco. l’arredo barocchi del Duomo di S. Eufemia di Rovigno (comunica-
Tesoro e Museo, a cura di H.R. HAHNLOSER, Firenze 1971. In zione al simposio scientifico dedicato al 250° anniversario della
senso generale, per l’età medievale, rimandiamo agli interventi e costruzione della Chiesa di S. Eufemia), 1987, dt. in corso di pub-
alle schede di W.D. WIXOM e D. GABORIT-CHOPIN nella blicazione, per gentile concessione del Centro di Ricerche Storiche
sezione Arte occidentale di Il Tesoro di San Marco, Milano 1986, di Rovigno, p. 13.
pp. 239-319. Per la specifica questione soprattutto nell’età moder-
na permangono basilari gli scritti di Giovanni Mariacher. Contri- (4) Cfr. Trieste, Biblioteca del Seminario Vescovile, Settori Fondi
buti più recenti affrontano marginalmente il problema. Sul tema Archivistici, Fondo Archivistico Caenazzo (da ora Trieste, BSV,
della punzonatura veneziana, che abbraccia anche l’Istria, intervie- SFA, Caenazzo), 1/ I-XIII (contiene manoscritti, alcune mariegole,
ne con ricerca attenta e documentata FELICE GAMBARIN: La testi manoscritti e opuscoli a stampa relativi alla storia e alla chiesa
Magnifica Comunità di Este nella dialettica religiosa e civile, Este di Rovigno); B. BENUSSI, Storia documentata di Rovigno (1888),
1981; Il Tesoro del Duomo di Este, Padova 1988; Bolli e punzoni a cura del Centro di Ricerche Storiche-Rovigno, con saggio intro-
sugli argenti a Venezia e in Terraferma nel ‘600 e ‘700. Testimo- duttivo di G. Cervani, rist. Trieste 19772, pp. 241-277 (per le con-
nianze archivistiche, in Ori e Tesori d’Europa. Atti del Convegno fraternite si veda alle pp. 167-173); M. TAMARO, Le città e le
di Studio, a cura di G. Bergamini e P. Goi, Udine 1992, pp. 299- castella dell’Istria, II, Parenzo 1893, pp. 217-228; G. RADOSSI-
308. Sul medesimo argomento, tuttavia senza indicazioni precise A. PAULETICH, Un gruppo di otto manoscritti di Antonio Angeli-
delle fonti, ritorna in modo complessivo P. PAZZI: I punzoni del- ni da Rovigno, in “Atti del Centro di Ricerche Storiche-Rovigno”
l’oreficeria e argenteria veneziana, Venezia 1990; I punzoni del- (da ora “ACRSR”), vol. VI ,1975-1976, pp. 308-332; R.
l’oreficeria e argenteria veneziana e della Terra Ferma veneta, MATEJÅIfi, Le caratteristiche fondamentali dell’architettura del-
Venezia 1992; Repertorio iconografico di argenteria civile veneta l’Istria nei secoli XVII e XVIII, in “ACRSR”, vol. X, 1979-1980,
dal sec. XV al sec. XVIII, Venezia 1992. Utili sono i primi due pp. 248-250; Ead., 1986, dt., pp. 1-20.

(5) Cfr. note 69-80.

(6) È la datazione proposta da SANTANGELO, 1935, p. 183.

(7) Per i due gastaldi cfr. i seguenti manoscritti: Rovigno, Archivio
Capitolare (da ora Rovigno, AC), in particolare Amministrazione
del Sant. Sacramento (1739-1806), aa. 1739-1787, e Libro Ammi-
nistrazione della Chiesa di S. Eufemia (1766-1787); Trieste, BSV,
SFA, CAENAZZO, 1/IX-9, Confraternita del SS.mo Sacramento o
del Corpus Domini. Cronache, pp. 17-24, 32-33, ed Elenco Gastal-
di, cc. 33r, 35r.

(8) Il nome di Andrea Zambelli è in ms. Rovigno, AC, Amm. SS.,
a. 1772. La nota di spesa è riportata anche nel ms. Trieste, BSV,
SFA, CAENAZZO, 1/IX-9, SS. Sacramento. Cronache, p. 22.

(9) Cfr. l’utile compendio dei documenti dell’Archivio Capitolare 271bordo del piede, il bollo rotondo con il leone di S. Marco frontale,
relativi all’argenteria nei manoscritti del Fondo Caenazzo: Trieste,
BSV, SFA, CAENAZZO, 1/I, Memorie cronologiche-sacre-profa- le ali spiegate e ben rilevate. Cfr. SANTANGELO 1935, p. 181.
ne di Rovigno, pp. 9-10; Ibid., 1/IX-9, SS. Sacramento. Cronache,
pp. 17-20, 22, 23. (24) Cfr. E. STEINGRÄBER, Opere occidentali dei secoli XV e
XVI, in Tesoro S. Marco, 1971, pp. 177-178.
(10) Cfr. ms Trieste, BSV, SFA, CAENAZZO, 1/XII, Raccolta di
prime copie di Vacchette, Regesti ed Atti. Per una sintesi sui fondi (25) Per il calice si veda STEINGRÄBER, 1971, p. 181, cat. 173.
dell’Archivio Capitolare si veda J. JELINÅIfi, L’Archivio Capito-
lare di Rovigno (comunicazione al simposio scientifico dedicato al (26) Si veda ad es. STEINGRÄBER 1971, pp. 181 (cat. 173), 183
250° anniversario della costruzione della Chiesa di S. Eufemia), (cat. 176), e confronti tav. CLXXIII. Inoltre cfr. alcuni esemplari
1987, dt. in corso di pubblicazione, per gentile concessione del pervenuti nell’Istria veneta in SANTANGELO 1935, pp. 53-54
Centro di Ricerche Storiche di Rovigno, pp. 1-17. (Capodistria, Chiesa concattedrale dell’Assunta, Croce astile), pp.
171-172 (Vermo, Chiesa di S. Martino, Ostensorio). In Dalmazia,
(11) Cfr. ms. Rovigno, AC, Confraternite, in particolare Confra- I. PETRICIOLI, Mostra permanente dell’arte sacra Zadar, Zadar
ternita del SS. Sacramento di Rovigno, 14 libri (1543-1970). Pre- (Zara) 1980, p. 100, n. 85 (Zara, Cattedrale, Bacolo pastorale del-
ziosi sono i documenti, le trascrizioni e i testi manoscritti in Trie- l’arcivescovo M. Vallaresso, datato 1460). A Muggia, in provincia
ste, BSV, SFA, CAENAZZO, 1/IX, 1-25, Confraternite Rovignesi. di Trieste, G. CUSCITO, Argenteria liturgica in diocesi di Trieste,
Cfr. anche BENUSSI, pp. 167-173, e RADOSSI-PAULETICH, in Ori e Tesori. Atti, 1992, pp. 137 (figg.), 138-139, al quale si
1975-1976, pp. 314-318. rimanda per la bibliografia relativa (Muggia, Parrocchiale, Osten-
sorio a campanile).
(12) BENUSSI, p. 171, nota 41.
(27) Varianti di tale schema ornamentale, che prende spunto da
(13) BENUSSI, p. 171; RADOSSI-PAULETICH, 1975-1976, p. certa decorazione sui piedi di calici o reliquiari del tardo Trecento,
318. si rintraccia dal XV secolo fino ai primi anni del secolo successivo
pure in oggetti di metallo meno nobile. È il caso della pisside in
(14) RADOSSI-PAULETICH, 1975-1976, pp. 310, 318-319. rame dorato, datata tra XV e XVI secolo, nella chiesa di S. Maria
Maggiore a Trieste. Per tale oggetto liturgico si veda CUSCITO,
(15) Rovigno, AC, Amm. SS. (1739-1806), ad es. a. 1741, 1 feb- Argenteria liturgica, 1992, pp. 138 (figg.), 141.
braio. Cfr. anche Trieste, BSV, SFA, Caenazzo, 1/IX-9, pp. 17-18.
(28) Rovigno, Chiesa di S. Eufemia, Reliquiario di S. Eufemia,
(16) Rovigno, AC, Amm. SS. (1739-1806), aa. 1739-1741, 1748, argento sbalzato, cesellato, inciso, punzonato, dorato, parzialmente
1765, 1771, 1772; Trieste, BSV, SFA, CAENAZZO, 1/IX-9, pp. fuso, con smalti. Teca tubolare in vetro. Alt. cm 53,5; diam. base
17-23. cm 13,5. Cfr. SANTANGELO, 1935, p. 181.

(17) Cfr. Rovigno, AC, Amm. SS. (Per Tarabara si veda 1736, 28 (29) Il primo è spaccato d’oro e d’azzurro con la parte superiore
gennaio; 1736, 14 marzo). In riferimento all’argentiere, si veda carica di tre rose azzurre con bottone d’oro, allineate in orizzonta-
anche il regesto ms. compilato da Caenazzo in Trieste, BSV, SFA, le, e l’inferiore cosparsa di tre rose d’oro con bottone azzurro,
CAENAZZO, 1/IX-9, p. 18. disposte ad angolo acuto (cfr. L. TETTONI-F. SALADINI, Teatro
Araldico ovvero Raccolta Generale delle Armi ed Insegne Gentili-
(18) Ms. Trieste, BSV, SFA, CAENAZZO, 1/II, pp. 136, 138-139, zie delle più illustri e nobili casate che esisterono un tempo e che
e Ibid., 1/I, Specifica delle argenterie avocate al Demanio, Capo- tuttora fioriscono in tutta l’Italia, Lodi 1841, vol. I, sub voce Lore-
distria 6.11.1806 (allegato). dani di Venezia; F. SCHRÖDER, Repertorio genealogico delle
famiglie confermate nobili e dei titolati nobili esistenti nelle pro-
(19) Ibid., 1/I, Specifica argenterie 6.11.1806, e copia ms. 1/II, pp. vincie venete, vol. I, Venezia 1830, rist. an. Bologna 1988, pp.
138-139. 447-448; G. DOLCETTI, Il libro d’argento delle famiglie venete
nobili, cittadine e popolari, vol. V, Venezia 1928, p. 115). Tra i
(20) Ibid., 1/II, pp. 136-138. Loredan podestà veneti di Rovigno si annoverano un Marco Lore-
dan nel 1340, un Antonio Loredan nel 1497, un Marc’Antonio
(21) Ibid., 1/IX-9, pp. 25-26. Loredan nel 1541-1542 e, nel XVIII secolo, Francesco Loredan
Nell’Ottocento si compiono soprattutto riparazioni e restauri. Cfr., (BENUSSI, pp. 331-337). Lo stemma della famiglia Steno qui
ad es., alcuni pagamenti registrati nell’“Indicazione dell’incasso e compare spaccato d’oro e d’azzurro con stella a otto punte spacca-
pagamento”, ms. Rovigno, AC, Giornale generale e libro cassa ta d’azzurro nella parte superiore e d’oro nella parte inferiore. Per
1837-1845: 1837, 28 gennaio (all’orefice Melchiorre Beratoner per lo stemma Steno si vedano i seguenti testi: Rovigno, Centro di
la riparazione del “cordon d’oro di S. Eufemia”); 1837, 2 agosto Ricerche Storiche (CRS), ms del sec. XVIII, 2A 14 (7066/2); Cro-
(allo stesso Beratoner per “politura, e governatura dell’argentaria nica della origine delle casade di tutti i nobili venetiani che sono
della Chiesa”); 1837, 30 ottobre (all’orefice Lorenzo Gianelli per state e sono, sub voce STENO, p. 23; A. DA MOSTO, I dogi di
la riparazione dei “braccialetti d’argento del SS.mo Sacramento”); Venezia nella vita pubblica e privata, Milano 1967, sub voce
1844, 4 ottobre (a Lorenzo Gianelli per “ristauro dell’argenteria MICHELE STENO, pp. 185-192; A. PAULETICH-G. RADOSSI,
della Chiesa”). Stemmi dei podestà e di famiglie notabili di Rovigno, in Terzo con-
corso d’arte e di cultura Istria nobilissima. Antologia delle opere
(22) Cfr. SANTANGELO, 1935, p. 181.

(23) Rovigno, Chiesa di S. Eufemia, Calice, argento sbalzato,
cesellato, inciso, punzonato, fuso e dorato, in origine con smalti.
Alt. cm 24; diam. base cm 15; diam. coppa cm 10,7. Marchio: sul

272 premiate, Trieste 1970, p. 139. (42) Rovigno, Chiesa di S. Eufemia, Croce astile, argento e rame
lavorati a sbalzo, incisi, punzonati, cm 66x34 ca. Cfr. SANTAN-
(30) Per il Reliquiario del Preziosissimo Sangue del Duomo di GELO, 1935, p. 183.
Caorle, CRUSVAR, 1988, pp. 152-153, fig. 10.
(43) Cfr. sub voce in B. MONTEVECCHI-S. VASCO ROCCA, 4.
(31) H. R. HAHNLOSER-S. BRUGGER-KOCH, Corpus der Dizionari terminologici. Suppellettile ecclesiastica I, Firenze 1987,
Hartsteinschliffe des 12.- 15. Jahrhunderts, Berlin 1985, p. 120, n. pp. 60-62, 63.
121.
(44) Rovigno, Chiesa di S. Eufemia, Serie di candelieri (1679,
(32) W. WOLTERS, La scultura veneziana gotica 1300/1460, 2 1838), argento sbalzato, cesellato, inciso, punzonato e, in parte,
voll., Venezia 1976, pp. 228-230, cat. 155 (figg. 525-527), 247, fuso. Alt. cm 60-64 ca.; base cm 20x25 ca. Marchi: leone di S.
cat. 175 (figg. 635-636), 253-254, cat. 189 (fig. 715), 258-259, cat. Marco; le iniziali M e P divise da un tondino; marchio JAG del-
201 (fig. 716), 259, cat. 202 (fig. 714), 276 (I tabernacoli), 277- l’orefice J.A. Gaap (solo sui candelieri del 1679).
278, cat. 235 (figg. 782, 785-786, 795), 281-283, cat. 240 (figg. Cfr. SANTANGELO, 1935, p. 184.
834-837).
(45) Il marchio è riportato da PAZZI, 1990, p. 78, n. 133.
(33) Cfr. WOLTERS, 1976 pp. 222-224 (cat. 146), pp. 277-278
(cat. 235), pp. 281-284 (cat. 240). (46) D. LISCIA BEMPORAD, Oreficerie e avori, in Il Tesoro
della Basilica di San Francesco ad Assisi, a cura di M.G. Ciardi
(34) Id., p. 231, cat. 159 (fig. 528). Duprè Dal Poggetto, Assisi 1980, p. 138.

(35) STEINGRÄBER, 1971, pp. 181182 (cat. 173174), tavv. (47) Cfr. sub voce Gaap: C.G. BULGARI, Argentieri, gemmari e
CLXXIII, CLXXIV, CLXXV. orafi d’Italia. I. Roma, Roma 1958, p. 477; A. BULGARI CALIS-
SONI, Maestri argentieri, gemmari e orafi di Roma, Roma 1987,
(36) Id., pp. 185186, cat. 181-182. Mostra inoltre consonanze con p. 215; D. LISCIA BEMPORAD 1980, p. 136.
l’ostensorio tardogotico della chiesa concattedrale dell’Assunta a
Capodistria (Cfr. SANTANGELO, 1935, pp. 54-56; CUSCITO, (48) A. SARTORI, Guida storico-artistica della basilica del
[scheda], cat. Ori e Tesori, 1992, p. 179, VI. 11). Santo, Padova 1947, p. 62; Id., Documenti per la Storia dell’Arte a
Padova, a cura di C. Fillarini con un saggio di F. Barbieri (IV.
(37) Cfr., ad es., SANTANGELO, 1935, pp. 54-56, 171; CRU- Fonti e Studi per la Storia del Santo a Padova. Fonti 3), Vicenza
SVAR (scheda), in Tesori delle Comunità Religiose di Trieste, cat. 1976, pp. 102-109, Id., Archivio Sartori. Documenti di Storia e
della mostra, 1978, p. 55, n. 42; CUSCITO, (scheda), in Ori e Arte francescana. I. Basilica e Convento del Santo, a cura di G.
Tesori, cat. della mostra, pp. 177-178, VI. 9. Luisetto, Padova 1983, pp. 517-524. Cfr. anche G. GANZER, L’o-
reficeria nel Settecento, in Ori e Tesori, cat. della mostra, 1992, p.
(38) Così nell’Ostensorio di Capodistria (SANTANGELO, 1935, 297. Lo studioso riferisce che Adolf Gaap ha eseguito per i Savor-
pp. 54-56; CUSCITO, 1992, p. 179, VI. 11), nel Calice di Capodi- gnan di Brazzà un “prestigioso servizio di posate da tavola con il
stria (SANTANGELO, p. 54; STEINGRÄBER, 1971, tav. contrassegno marciano e l’insegna dell’orafo bavarese Adolf
CLXXXVIII; CUSCITO, 1992, p. 178, VI. 10) e nei monumentali Gaap”.
candelabri, dono del doge Cristoforo Moro (STEINGRÄBER,
1971, pp. 185-186, cat. 181-182). (49) Padova, Archivio di Stato, Ufficio di Sanità di Padova, reg.
491, alla data 20 novembre 1724. Il documento è riportato dal
(39) Intorno la vita, il martirio ed il culto della vergine Calcedone- SARTORI, 1976, p. 109, e Id., 1983, p. 524.
se Santa Eufemia della quale il sacro corpo si conserva e si venera
nella insigne Collegiata di Rovigno (Istria), Commentario edito (50) PAZZI, 1980, p. 78; GANZER, 1992, p. 297.
per cura di un religioso dei Minori Riformati della stessa città,
Rovigno 1891, pp. 67-71. (51) Cfr. SARTORI, 1947, pp. 62-63; Id., sub voce Scarabello
Angelo, 1976, pp. 369-371; Id., 1983, pp. 527-528
(40) Si veda il repertorio delle reliquie in J. A. S. COLLIN DE
PLANCY, Dictionnaire critique des reliques et des images mira- (52) Rovigno, Chiesa di S. Eufemia, Serie di sei candelabri
culeuses, Paris 1821-1822, e inoltre le voci “reliquie” e “reliquiari” (1736), argento sbalzato, cesellato, inciso. Alt. cm 71; base cm
nei seguenti testi: P. SEJOURNÉ, Reliques, in Dictionnaire de 29x27. Marchi: leone di S. Marco; le iniziali Z e C divise da una
Théologie Catholique, Paris 1936, vol. XIII, 2, coll. 2312-2376; H. torretta.
LECLERCQ, Reliques et Reliquaires, in Dictionnaire d’archéolo- Cfr. SANTANGELO, 1935, p. 184.
gie chrétienne et de liturgie, Paris 1948, vol. XIV, 2, coll. 2294-
2359; Reliquiario, Reliquie, in Enciclopedia Cattolica, Città del (53) Rovigno, AC, Vacchetta Ferrarese, 1756, 11 settembre. Cfr.
Vaticano 1953, vol. X, coll. 746-751; Reliquien, in Lexikon für anche Trieste, BSV, SFA, CAENAZZO, 1/IX-9, Elenco Gastaldi,
Theologie und Kirche, Freiburg i. B., 1963, vol. VIII, coll. 1216- c. 33r, e ms Cronache, pp. 17 -20, 32-33.
1221; A.M. DI NOLA, Reliquie, in Enciclopedia delle Religioni,
Firenze 1970, vol. V, coll. 304-314. (54) Trieste, BSV, SFA, CAENAZZO, 1/IX-9, Cronache, pp. 17-
Per il culto e l’iconografia di S. Eufemia di Calcedonia si veda sub 18; Rovigno, AC, Amm. SS. (1739-1806), 1740, 31 gennaio, e
voce in G. LUCCHESI-A.M. RAGGI-G. IMBRIGHI, Bibliotheca 1741, 1 febbraio.
Sanctorum, vol. V, Roma 1964, pp. 154-162.
(55) Rovigno, AC, Amm. SS., 1739, 15 novembre. Zuanne Mar-
(41) Intorno la vita, cit., 1891, pp. 80-81. chiori potrebbe identificarsi con lo scultore Giovanni Marchiori
(Caviola d’Agordo 1696- Treviso 1778), discepolo dell’intagliato-

re Brustolon e personalità importante nell’ambito della cultura arti- 273Andrea Zambelli, 1772, argento sbalzato, cesellato, fuso e dorato,
stica del Settecento veneziano.
paste vitree. Alt. cm 68, largh. cm 39; base cm 24x20. Marchi: il
(56) Cfr. Trieste, BSV, SFA, CAENAZZO, 1/IX - 9, Cronache, leone di S. Marco; le iniziali ZP e G divise dal giglio araldico.
pp. 18, 20. Rovigno, AC, Amm. SS., a. 1772, 10 novembre e 21 novembre.
Cfr. anche Trieste, BSV, SFA, CAENAZZO, 1/IX-9, Cronache, p.
(57) Ibid., p. 20. 22; SANTANGELO, 1935, p. 181.

(58) Per la frequenza di tale marchio rimando a G. MARIACHER, (67) MARIACHER, 1971, p. 207.
L’oreficeria sacra veneziana dal XVII al XIX secolo, in Tesoro S.
Marco, 1971, p. 209, n. 15; CRUSVAR, 1988, pp. 160-162; Ead., (68) Per il primo cfr. MARIACHER, 1971, tav. CCXXIII (in basso
Argenti e arredi sinagogali della comunità ebraica di Trieste, a sinistra).
XVI-XIX secolo, in Ori e Tesori, cat. della mostra, 1992, pp. 230- Per il secondo GANZER, 1992, pp. 308-309, XI. 12.
231, IX 4.
(69) Rovigno, Chiesa di S. Eufemia, Paliotto dell’altare del SS.
(59) Serie di carteglorie per l’altare di S. Eufemia (1743), argento Sacramento (1777), orefice Angelo Scarabello, argento sbalzato,
sbalzato, cesellato, inciso, su anima lignea; cm 45 x 60 (Sacro cesellato, punzonato, parzialmente fuso e dorato, cm 103 x 262.
Convivio); cm 35 x 28,5 (carteglorie piccole). Marchi: leone di S. Marchi: leone di S. Marco; le iniziali ZP e G divise dal giglio aral-
Marco; le iniziali Z e P divise dall’uccello acquatico; le iniziali V dico; le iniziali di Angelo Scarabello, A e S divise da una piccola
P. Cfr. SANTANGELO, 1935, p. 184. stella; le iniziali del controllore di Zecca dal 1776 a Padova,
Marc’Antonio Bellotto, le lettere M e B divise dalla figura erta,
(60) Per tale marchio cfr. G. MARIACHER, 1971, p. 209, n. 14; frontale di S. Antonio con attributi in mano.
CRUSVAR, 1988, p. 162; D. LISCIA BEMPORAD, L’arte ceri- Cfr. SANTANGELO, 1935, pp. 181-183; R. MATEJÅIfl, 1987,
moniale ebraica nell’epoca del ghetto, in I Tal Ya’. Duemila anni dt., p. 13.
di arte e vita ebraica in Italia, cat. della mostra a cura di V.B.
Mann, Milano 1990, pp. 230-231; PAZZI, 1990, p. 115, n. 245; (70) Cfr. note 62 e 64.
CRUSVAR, Argenti e arredi sinagogali, 1992, pp. 234-235 (IX.8),
238 (IX.11). (71) Trieste, BSV, SFA, CAENAZZO, 1/IX-9, Cronache, p. 23.

(61) Serie di carteglorie per l’altare del SS. Sacramento (1764), (72) Per tali punzoni si veda GAMBARIN, 1988, pp. 54-57, 59-63;
argento sbalzato, cesellato, inciso, parzialmente fuso. Cm 75x67 Id., 1992, pp. 306-308.
(Sacro Convivio); cm 51x48 (carteglorie piccole). Marchi: leone di
S. Marco; le iniziali ZP e G divise dal giglio araldico. Cfr. SAN- (73) SANTANGELO, 1935, p. 182. Così MILOVAN, 1977, pp.
TANGELO, 1935, pp. 184-185. 120-121.

(62) Per il marchio cfr. G. MARIACHER, 1971, p. 210, n. 17; (74) GAMBARIN, 1988, pp. 54-65.
CRUSVAR, 1988, p. 162; D. LISCIA BEMPORAD, 1990, p. 227,
n. 170; PAZZI, 1990, p. 116, n. 247; GANZER, 1992, p. 313, XI. (75) G.B. ROSSETTI, Descrizione delle pitture, sculture ed archi-
17; CRUSVAR, 1992, pp. 233 (IX. 6), 234-235 (IX. 7, IX 8), 236 tetture di Padova, Padova 1775, p. 47.
(IX 9), 237 (IX. 10); Ead., I tesori delle comunità ortodosse di
Trieste, in Ori e Tesori, cat. della mostra, 1992, pp. 278-279 (X. 7-8). (76) G. NUVOLATO, Storia di Este e del suo territorio, Este
1851-1853, p.562; SARTORI, 1947, pp. 62-63; Id., 1976, pp. 369-
(63) Per la tipologia e l’uso delle carteglorie si veda B. MONTE- 371; Id., 1983, pp. 527-528; G. MARIACHER, Angelo Scarabello
VECCHI-S. VASCO ROCCA, 1987, p. 63. orefice estense a Padova, in Studi di storia dell’arte in memoria di
Mario Rotili, Napoli 1984; GAMBARIN, 1988, pp. 54 e segg.:
(64) Rovigno, Chiesa di S. Eufemia, Sportello di tabernacolo, MARIACHER, Introduzione a Gambarin, 1988, p. 12; GAMBA-
argento sbalzato, inciso, punzonato, cornice dorata, cm 72x35. RIN, 1992, p. 307.
Marchi: il leone di S. Marco; le iniziali ZP e G divise dal giglio
araldico. Cfr. SANTANGELO, 1935, pp. 182-183. (77) MARIACHER, 1988, p. 12.
Rovigno, Chiesa di S. Eufemia, Coppia di leggii per l’altare del
SS. Sacramento, argento sbalzato, cesellato, punzonato, traforato. (78) GAMBARIN, 1988, p. 61.
Alt. cm 10; base cm 31,5x26; leggio cm 36x46 ca. Marchi: il leone
marciano; le iniziali ZP e G divise dal giglio araldico. Cfr. SAN- (79) Si veda la riproduzione in B. MONTEVECCHI-S. VASCO
TANGELO, pp. 182-193. ROCCA, 1987, p. 92.
La MATEJÅIfi, dt., 1987, p. 13, rileva la frequenza del marchio
sugli argenti di Rovigno. (80) Cfr. l’immagine in MILOVAN, 1977, p. 123.

(65) Rovigno, Chiesa di S. Eufemia, Borsa per il corporale con il
calice eucaristico, argento sbalzato, cesellato, inciso, con tracce di
doratura, cm 29,2x29,7. Marchi: il leone di S. Marco “in moleca”;
le iniziali G e P divise da un quadrupede rampante erto di profilo.
Cfr. SANTANGELO, 1935, p. 183.

(66) Rovigno, Chiesa di S. Eufemia, Ostensorio raggiato, orefice

Franco Stener

LE CAMPANE

274 L’Impero austro-ungarico, impossibilitato a procurarsi descritte (Kg 220,30), non si avvicina ai 26 quintali,
che rappresenterebbero, secondo la statistica del l919,
le materie prime necessarie a sostenere un impegno il totale in peso dei sacri bronzi asportati da Rovigno.
militare come fu quello della prima Guerra mondiale, L’ipotesi che il numero delle campane asportate dai
fu costretto a requisire gran parte delle campane delle campanili istriani e rovignesi in particolare sia stato
chiese dei suoi territori. Esse costituivano una ricca superiore a quello fissato dal Gnirs, avvalorando quin-
fonte di importanti metalli tra i quali il rame. Grazie di i dati della pubblicazione edita dall’Opera di soc-
alla sensibilità del dott. Anton Gnirs, soprintendente ai corso (...) ha preso consistenza dopo il rinvenimento di
Beni artistici del litorale, e dei suoi collaboratori, le una fotografia in cui appaiono quattro campane aspor-
campane asportate vennero inventariate (in parte foto- tate dalla chiesa dei francescani di Rovigno e non
grafate o fissati graficamente alcuni particolari per menzionate dal Gnirs appoggiate su di un carro attor-
quelle ritenute artisticamente più interessanti) (Gnirs niato da frati e militari austriaci.
A., 1917). Anche Rovigno (Diocesi di Parenzo e Pola) Un altro documento di fondamentale importanza è rap-
dovette dare il suo contributo in sacri bronzi. Essa presentato dalla foto-cartolina inviata da Rovigno da
figura infatti al primo posto con 17 campane (seguita don Giuseppe Quarantotto in data 16/10/1916 ad
da Montona con 15) mentre si colloca al terzo posto Antonio Benussi Moro, allora giovane studente allog-
per i quintali complessivi (26) di bronzo dietro a giato nel seminario arcivescovile di Graz assieme ad
Dignano (32) e Montona (28), secondo la Statistica altri coetanei profughi dall’Istria e dal Friuli. Questo il
delle campane asportate dalle provincie venete dai testo: Alla tua cara cartolina ti contraccambio con la
germanici e dagli Austro-Ungarici o distrutte nella presente portante il gruppo del clero rimasto in tempo
zona di guerra (a cura dell’Opera di soccorso per le dell’evacuazione della città fotografato ai 5 settembre
chiese rovinate dalla guerra - Venezia, 1919). Interes- a. c. ai piedi del campanile accanto alla due campane
sante segnalare alcune diversità nei dati riguardanti requisite, che ora si trovano a Vienna nell’arsenale di
Rovigno, che emergono dal confronto tra quelli editi guerra nel X distretto.
nel catalogo del Gnirs e quelli presenti nella statistica Da questa brevissima comunicazione si ha un’ulteriore
postbellica. Secondo la pubblicazione del 1919 figura- conferma che due (su tre) furono le campane prelevate
no asportate da Rovigno 17 campane, mentre nel cata- dal campanile e, particolare ben più importante, il
logo del 1917 ne vengono descritte solamente dieci luogo (o uno dei luoghi) dove vennero portate e
(forse perché le rimanenti erano di scarso valore arti- distrutte assieme alle altre della regione. Posso quindi
stico o perché vennero prelevate in una fase precedente collegare a questi nostri sacri bronzi le fotografie
e quindi non più disponibili per l’inventario storico- mostratemi nel 1991 a Vienna dall’ing. Martin Pfund-
artistico). Ben sei di queste, seguendo progressivamen- ner curatore della Glockensammlung Pfundner in cui si
te gli anni di fusione, possono essere collocate nel vedono, sui prati dell’arsenale, lunghe file di campane
XVIII sec., momento di grande splendore per la citta- ben allineate. In altre si poteva osservare come esse
dina istriana. Per otto pezzi si specifica solo approssi- furono ridotte a pezzi con il minimo dispendio di ener-
mativamente la provenienza: da una cappella (a. 1718, gie. Dopo averle girate con la base verso l’alto e riem-
Kg 14 - a. 1738, Kg 19,50 - a. 1825, Kg 17,50) e da pite di acqua, veniva attivata la piccola carica di esplo-
una cappella (di pertinenza parrocchiale) (a. 1657, Kg sivo posta sul fondo; così esse si frantumavano per la
31,50 - a. 1711, Kg 23,50 - a. 1719, Kg 37 - a. 1782, semplice pressione laterale esercitata dall’acqua
Kg 8 - “XIX sec.”, Kg 9,80). Per la campana più antica durante lo scoppio.
(a. 1440, Kg 59,50) si indica: cappella Beata Vergine Da antiche cronache (Radossi-Pauletich, 1976/’77)
delle Grazie. Un discorso a parte va fatto per la chiesa veniamo a sapere che le tre campane del Duomo, di
parrocchiale di S. Eufemia della quale si menziona un foggia e iscrizione eguale (grande - mezzana - picco-
unico pezzo (a. 1794) del peso di Kg 735 che, pur la), dedicate come le precedenti rispettivamente a
sommato con quello totale delle altre nove campane

Santa Eufemia, Beata Vergine Maria e San Giorgio, 275
vennero benedette la mattina del 24 marzo 1794 dal
vescovo di Parenzo, marchese Francesco Polesini e UNA DELLE TRE CAMPANE
collocate nel campanile al pomeriggio dello stesso fuse a Venezia, oggi conservata nel Duomo.
giorno. Le tre precedenti, che risalivano agli anni 1478 Due vennero asportate durante la prima Guerra Mondiale
(grande), 1735 (mezzana) e 1705 (piccola) vennero (archivio Cherinfoto)
tolte dalla cella campanaria il 15 dicembre 1793 per
essere portate a Venezia, dove vennero rifuse nella bot-
tega dell’artigiano Canciani. Nel campanile del duomo
di Rovigno si trova una sola campana identificabile
con una delle tre fuse nel 1794. Essa si presenta parti-
colarmente ricca di fregi (per gran parte ghirlande e
motivi floreali), che delimitano varie fasce orizzontali.
In quella centrale, idealmente suddivisibile in quattro
quadranti, troviamo verso nord l’immagine di Santa
Eufemia a tutta figura con un leone in basso alla sua
destra; a sud quella di San Giorgio nell’atto di trafig-
gere il drago; a est il Cristo in croce con sotto varie
persone in piedi; a ovest la Madonna a mezzo busto
con Gesù bambino in braccio. Queste immagini, alte
una ventina di centimetri, sono racchiuse rispettiva-
mente da una cornice lineare a rilievo rinforzata all’e-
sterno da un’altra formata da motivi floreali. Parte per
parte ad ognuna sta un vaso di fiori classicheggiante
dal quale escono foglie di palma stilizzate. Verso il
basso, su tre righe, la storia della campana, in caratteri

PARTICOLARE DELLA CAMPANA DEL 1440
data e marchio di fonderia
(GNIRS, 1917)

276 a stampatello, così come è stata sviluppata dal Gnirs, Nel 1922 due nuove campane rimpiazzarono nella
cella campanaria quelle asportate qualche anno prima.
al cui testo ho portato alcune piccole modifiche dopo Esse però vennero tolte durante la seconda Guerra
mondiale per uso bellico. Nel dicembre del 1994 sono
una verifica di persona nella cella campanaria: arrivate a Rovigno le tre nuove campane ordinate per il
duomo alla fonderia Guss Grass Mayr di Innsbruck.
- REFU.(sa) EST PECU.(nia) A POPU.(li) PIET.(ate) La grande (kg. 730 - h 107 cm. - Fa diesis) porta l’im-
magine di S. Eufemia e la scritta: S. EUPHEMIA
COLLATA AN.(no) MARTYR PATRONA RUBINI.
La mezzana (kg. 440 - h 90 cm. - La minore) porta
DO.(mini) MDCCXCIV CURANTIBUS un’immagine di S. Giorgio a cavallo e la scritta: S.
GEORGIUS DEFENSOR AB INIMICO.
HONO.(rabile) V.(iro) CAP.(itano) La piccola (kg. 300 - h 80 cm. - Si minore) porta l’im-
magine della Madonna con il bambino in braccio e la
JOAN.(ne) COSTANTINI, NICO.(lo) VENIER scritta: MARIA REGINA PACIS ORA PRO NOBIS.
Sarà necessario approfondire in futuro la storia dei
- PRAESIDIBUS, VENERIO SPONGIA sacri bronzi rovignesi con una ulteriore ricerca presso
gli archivi parrocchiali e diocesani in modo da far luce
FRANC.(isco) ROCCO PROVISIO NARYS su quelle problematiche che sono emerse in questa
prima analisi confrontando i dati sinora editi.
AEDIFIC.(i) ECCLE.(siae) D.(ivae) EUPHE.(miae)

RUBIN.(ensis)

NECNON J.(llustrissimis) V.(iris) D.(ominis)

DOMI.(nico) SPONGIA CARO

- BASILISCO ET BLAS.(io) COSTANTINI

DEPUT.(atis) CAETERISQUE

PRAEFECTIS ECCLE.(siae) EJUSDEM MERI-

TISS.(imis)

In una cornice lungo il bordo inferiore: Cancia-

ni/Veneti/Fusoris/Opus.

MILITARI AUSTROUNGARICI E FRATI FRANCESCANI
posano a fianco di alcune campane asportate da Rovigno

durante la prima Guerra mondiale
(ROVIGNO, archivio Convento Francescano)

277

IL MERCATO DELLA PIAZZA DEL PONTE
SOTTOLATINA quasi completamente senza banchina
le case arrivavano al limite della battigia
(foto scattata prima del 1868)

Giovanni Radossi

GLI STEMMI DI ROVIGNO
E DELLE SUE FAMIGLIE

278 La popolazione di Rovigno era divisa, sin dal secolo La storia dell’araldica rovignese è, evidentemente,
legata a queste vicende; essa, come altrove, trae origi-
XII, in cittadini e popolani; tale divisione si mantenne ne dalla consuetudine delle famiglie patrizie o notabili,
anche nei secoli seguenti e diede origine al Consiglio di affiggere i blasoni gentilizi sulle facciate dei palazzi
dei cittadini, quale rappresentante la Comunità, ed aviti, su architravi, cisterne, pietre tombali, lapidi com-
all’Arengo, quale rappresentante l’Università, ossia il memorative, mura, torri e porte cittadine, tombe di
Corpo dei popolani. Diritto di sedere in Consiglio aveva famiglia accolte nell’ambito delle chiese, al di sopra
ogni cittadino che avesse oltrepassata l’età di 20 anni e delle pale d’altare, ecc..
provasse esservi appartenuto il padre, l’avo e il bisavo. Le prime testimonianze araldiche rovignesi si possono
Le più antiche famiglie “cittadine” furono: Basilisco, far risalire, in effetti, alla descrizione, all’evoluzione
Sponza, Segalla, Bevilacqua, Belli, Tagliapiera, e, suc- ed alla storia dello stemma comunale. Infatti, come
cessivamente, Brivonese, Burla, Caenazzo, Calucci, afferma Bernardo Benussi, sino alla metà del secolo
Giotta, Leonardis, Pesce, Quarantotto e Vescovi. XIII “esso consisteva in un melogranato semiaperto,
A partire dal sec. XVI, il Consiglio ebbe la facoltà di forse a spiegare il suo nome di Rubinum; nel sec. XV
accorpare a questa categoria pure singoli e famiglie troviamo, in quella vece una croce rossa in campo
popolane che avessero conseguito particolari meriti nei bianco”. Tuttavia, anche se lo stemma fu mutato in
confronti di Rovigno o della Serenissima, anche soste- quell’epoca, il primo durava ancora in uso, almeno
nendo con contributi finanziari il Comune in difficoltà; sino alla metà del sec. XVII, se il vescovo cittanovese
il loro nome, come del resto quello di tutti i Consiglie- Tommasini poteva scrivere: “La Comunità porta per
ri, veniva inserito in apposito libro detto Libro dei arma un pomo granato mezzo aperto per dinotar il suo
nobili. Vennero in tal modo aggiunti al Corpo dei citta- popolo, dicendo in lingua latina Rubinoni”. Tale parti-
dini i Bichiacchi (1515), i Costantini (1654), i Beroal- colare veniva riconfermato pochi decenni più tardi
do (1764), i Piccoli (1765), i Biondi (1772). (1681) da Prospero Petronio al quale dobbiamo in
Le famiglie cittadine, sia a seguito di morti naturali, effetti anche la prima rappresentazione figurata del-
sia per la partecipazione alle numerose guerre della l’impresa. Nella seconda metà dell’Ottocento, il cano-
Repubblica, furono ridotte all’inizio del secolo XVIII nico rovignese Caenazzo affermava: “Nel sec. XIV si
a sole quindici unità, per cui “forti dei sacrifici di san- adottò uno scudo ovale pure senza corona ornato all’e-
gue e di danaro fatti nelle guerre di Candia e di sterno ed avente il campo bianco interno diviso con
Morea”, supplicarono nel 1708 la Dominante “di non fascia rossa orizzontale. Nel seguente secolo si trova lo
essere più per l’avvenire né costretti ad alcuna funzio- stesso stemma, ma aggiuntavi altra fascia rossa per-
ne militare, né arruolati in verun modo nelle cernide”; pendicolare alla metà in guisa da formare con l’altra
e il doge acconsentì. Tuttavia, l’incremento delle fami- orizzontale una croce che divide lo scudo in quattro
glie non fu particolare, mentre invece si registrò un parti uguali. Questi due stemmi si vedono bellamente
considerevole aumento degli “individui atti al Consi- miniati in altro codice membranaceo del sec. XV del
glio”: nel 1703 c’erano 199 “uomini da Consiglio”; nel nostro Archivio capitolare; quest’ultimo poi, cioè quel-
1755 si ebbero 13 famiglie con 361 individui; nel 1756 lo colla croce, si vede scolpito su vari antichi fabbricati
il numero saliva addirittura a 400 unità; infine nel del Comune, sulla parte laterale (porta piccola) della
1780 si ebbero ben 50 “famiglie civili”, contro 3000 Chiesa collegiata rifabbricata dal 1725-36 laonde si
“ordinarie”. Questo stato di cose rimase pressocché deve arguire che questo e non altro fosse in quell’epo-
invariato sino al tramonto della Serenissima. ca lo stemma di Rovigno. Con croce rossa in campo
La comparsa di nuove famiglie, notabili e non, a Rovi- bianco stava anche dipinto nel soffitto di vari locali del
gno, nel corso dei secoli XIX e XX fu determinata dal- palazzo pretorio”. Ed il Kandler narrava di aver avuto
l’affermarsi di nuovi valori sociali, spirituali e materia- tra le mani un Codice membranaceo dell’Archivio
li che accompagnarono in quell’arco di tempo la vita capitolare, con il “prospetto di Rovigno dove vedesi
politica, economica e nazionale cittadina.

STEMMA DI CRISTOFORO SPONGIA 279
dipinto sul suo diploma di laurea in fisica e medicina

(PADOVA, 27 agosto 1653)
(ROVIGNO, Archivio Parrocchiale)

miniato uno stemma senza corona; e tagliato a diago-
nale in due campi, l’uno dei quali celeste, l’altro
aureo”. Infine il dott. Felice Glezer afferma che “Rovi-
gno cambiò di stemma per voler assumere l’impresa
dello scudo di S. Giorgio cavaliere di Cristo, primo
titolare di questa chiesa e primo protettore di Rovi-
gno”. La curva della croce dovrebbe dipendere dall’a-
verla riportata quale appare nella bandiera (di S. Gior-
gio) gonfiata dal vento, dall’apparenza che avea sopra
lo scudo rigonfio in cui fu prima dipinta. Ultimo, in
ordine di tempo, Antonio Angelini asseriva che Rovi-
gno: “avea per istemma anticamente e sino eziandio il
1650 un Pomo granato semiaperto, onde dinotare il
suo popolo e la derivazione a monte rubeo; poichè
vien detto, che il monte, ora chiamato di S. Eufemia,
fosse l’antico monte rosso, cui accennano gli Atti dei
martiri, sia quello tra la Val Saline e la Punta Confini
presso Leme”.
Oggi lo stemma cittadino è costituito dalla croce di S.
Giorgio (rossa) in campo bianco (di solito con la sbar-
ra leggermente curvata dal cantone sinistro del capo, al
cantone destro della punta), anche se nella tradizione
preponderavano altre soluzioni, come risulta dai nove
esemplari in pietra e due su affresco esistenti in città.
Intanto, nel 1851, Gaetano Natorre stendeva una Rac-
colta di tutte le antichità, stemmi ed iscrizioni che
“esistevano a che tutt’ora esistono nella mia Patria
Rovigno”. Questa diligentissima raccolta è la prima
opera figurata di araldica rovignese degna di tale
nome. Ad essa hanno attinto abbondantemente, con le
dovute scelte ed esclusioni, tutti i cultori di araldica

VARIANTI DELLO STEMMA CITTADINO
riportate ca G. G. Natorre, 1851 (op. cit.)
(TRIESTE, Biblioteca Civica)

280 rovignese ed istriana in genere. L’ultima parte dell’o- gnesi grazie alla pubblicazione del “Libro d’Oro” del
Baxa, alle indicazioni del maestro G. Rischner ed alle
pera, poi, offre molti spunti rispettabili di figurazione segnalazioni di Camillo de Franceschi.
di stemmi inesistenti o non più reperibili, e di “traspa- Ultimo in ordine di tempo, il contributo di Antonio
rente” attribuzione a famiglie rovignesi estinte o allora Pauletich - Giovanni Radossi “Stemmi dei podestà e di
ancora fiorenti (ad es. Angelini, Bevilacqua, Delloste, famiglie notabili di Rovigno” (1970) che gli autori
Devescovi, Fabretti, Manzoni, Pesce, Pergolis, Pelle- hanno potuto compilare grazie soprattutto ai mano-
grini, Tromba, ecc.). scritti di D. Petronio. Il saggio, in effetti, è il primo
Ma già tra il 1858 ed il 1862, Antonio Angelini, dili- tentativo di studio organico del blasonario rovignese,
gentissimo cultore e curatore di cose patrie, compilava pur mancando gli stemmi della necessaria descrizione
il suo “Repertorio alfabetico delle cronache di Rovi- araldica; G. Radossi ha provveduto alla revisione,
gno”, prezioso manoscritto per i dati che offriva su sin- interpretazione e completamento della ricerca araldica
goli argomenti, ottimo per la consultazione proprio in un recentissimo saggio (1993/94) incentrato unica-
perché le materie sono disposte per ordine alfabetico. mente sulle famiglie locali.
Sotto la voce Stemmi, l’Angelini azzarda un primo Il corpus araldico locale di Rovigno d’Istria (in questa
inventario (probabilmente non gli era nota nei partico- sede, infatti, escludiamo gli stemmi dei podestà veneti)
lari l’opera del Natorre) offrendo i dati topografici è certamente uno dei più interessanti, in particolare per
degli stemmi, pur trascurando del tutto la descrizione la doviziosa presenza di famiglie cittadinesche e popo-
araldica. Tra i “podestà Veneti” sono a luogo i seguenti lari a scapito di quelle patrizie o nobili; la nostra città,
stemmi: Balbi, Benzono, Zorzi, Contarini, Baffo e infatti, non ha avuto una sua nobiltà autoctona residen-
Dolfin; mentre “si conservano eziandio dal Comune te, ciò che le ha procurato appunto l’appellativo di
nel Cortile della Chiesa di S. Martino” o altrove, gli “popolana del mare”, contrariamente a quanto era
stemmi dei Podestà: Zen, Balbi, Contarini, Benzono, avvenuto ad esempio, nella vicina Parenzo, dove i
Gradenigo, Lauro, Cicogna, Pisani e Balbi. “Dalle nobili si segnalarono molto presto nel corso della
famiglie del luogo si conservano esposti in tavolette di dominazione veneta.
pietra gli Stemmi: Tamburin, Calucci, Califfi, e Le armi gentilizie rovignesi sono particolari anche per
Costantini”. talune curiosità e varietà “scultoree”, in ispecie per
Presumibilmente, tra il 1910 ed il 1924, Domenico l’alta percentuale di stemmi “parlanti”, in buona parte
Petronio, “barbiere e parrucchiere” rovignese, disegna- riportati nel manoscritto del Natorre.
va il suo manoscritto “Repertorio di alcuni stemmi di I numerosi e talvolta drastici rivolgimenti politici che
Famiglie Rovignesi”. In esso egli ha attribuito 19 hanno interessato quest’area dopo la caduta della
stemmi di podestà veneti e 39 di famiglie rovignesi Serenissima, hanno arrecato non lieve offesa a questa
(non tutti azzeccati); di altri 17 blasoni ci ha lasciato parte del patrimonio scultoreo erratico all’aperto di
soltanto la figurazione, senza indicarne l’appartenenza; Rovigno.
per quasi tutti riporta gli elementi topografici, ovvero Nel corso dell’Ottocento e del primo Novecento, essen-
annota “questo non esiste”. dosi verificate a Rovigno le prime demolizioni di edifi-
Nei primi decenni del ’900, il triestino Carlo Baxa ci pubblici e privati, specie chiesastici, del Porton
attendeva con lena ad importanti studi araldici sull’I- (Torre) del Ponte e di qualche tratto di mura, varie scul-
stria. Stese, nel 1920, una raccolta di stemmi istriani ture araldiche e non, evitarono di essere disperse grazie
che intitolò “Libro d’Oro dell’Istria o Blasonario all’iniziativa della municipalità rovignese di raccoglier-
istriano” nel quale ha incluso un certo numero di le, per custodirle nel “deposito” comunale nel cortile
armeggi istriani. della chiesetta urbana di S. Martino, dal quale, succes-
Intanto, ad iniziare in particolare dal 1935, lo studioso sivamente, trovarono in massima parte sistemazione
istriano Andrea Benedetti è andato pubblicando saggi sulla facciata dell’edificio comunale, ovvero all’interno
e ricerche araldiche comprendenti anche famiglie rovi-

del suo atrio. Questa seconda iniziativa faceva parte di starili; nel 1907 fu murato sulla Torre dell’Orologio, 281
quella presa di coscienza che il patrimonio civile e cul-
turale cittadino aveva bisogno di una globale salvaguar- dove si trova tutt’oggi.
dia, possibilmente in loco; gli stemmi, come le vere di Il Leone (in altorilievo) racchiuso in cornice saltellata,
pozzo, diventarono da allora oggetto della tutela “lega- è alato nimbato e con la zampa anteriore destra pog-
le” pubblica, contro le alienazioni da parte dei privati, giante sul fianco sinistro (anzichè sulla parte superio-
accentuandone l’intima connessione con l’ambiente. re!) del libro aperto. Ciò che ha di strano è la testa,
Tuttavia il logorio del tempo, l’incuria e l’opera demo- simile piuttosto a quella di un vitello che a quella di un
litrice dell’uomo (particolarmente sentiti con l’esodo di leone”.
gran parte della popolazione dopo la seconda guerra La scultura è stata rifatta in parte (bordo superiore ed
mondiale) hanno ulteriormente depauperato il corpus inferiore), mentre presenta segni di logorio generalizzati.
di queste sculture in situ, cancellando dalla memoria Il secondo esemplare di Leone marciano è sul sette-
materiale taluni pezzi araldici. centesco Arco della Pescheria, detto anche dei Balbi,
Dei 63 stemmi gentilizi rovignesi (42 i casati), 38 sono costruito nel 1678/79. La scultura, opera del secolo
ancora esistenti e visibili, mentre i disegni di 22 sono XVII, è a mezzotondo.
stati ricavati da illustrazioni provenienti dai manoscrit- Il Leone è nimbato ed andante a sinistra, con il libro
ti Natorre, Petronio e altri, poichè non più reperibili; aperto, sul quale si legge il motto augurale VICTORIA
altri ancora provengono da sigilli di notai rovignesi TIBI MARCE EVANGELISTA MEVS, particolarità,
(6), ovvero da medaglia commemorativa (1); 3 sono questa, piuttosto insolita e rara.
gli stemmi ecclesiastici. L’ultimo esemplare è stato apposto al sommo del por-
Buona parte delle imprese si trova in posizione origi- tale di entrata del municipio rovignese, nel 1935, e
nale: esse appartengono principalmente ai secoli XVI - proviene dall’edificio (in Piassa Granda) che nel pas-
XVII; le famiglie numericamente più rappresentate sato aveva ospitato il Fondaco ed il Monte di Pietà. Il
sono: Bevilacqua (3), Caenazzo (3), Califfi (3), Caluc- Leone è qui stilizzato con la testa nimbata, le ali tese e
ci (6), Costantini (4), Hütterott (6); venti blasoni sono le zampe anteriori reggenti il vangelo, per cui è detto
stati individuati o scoperti recentemente (Battistella, in moleca. In verità, Rovigno ha avuto ancora uno stu-
Bevilacqua, Calucci, Benussi (2), Bichiacchi, Biondo, pendo leone marciano (andante a sinistra); esso era
Calò, Della Pietra, Fabretti, Fioravante, Godena, sulla sommità di una colonna (con base e capitello)
Lorenzetto, Manincor, Maraspin, Quarantotto, Santin, che si trovava al lato sinistro (su quello destro ce n’era
Tamburin, Venerandi, Volpi). un’altra con la statua di S. Eufemia!) dell’antenna
Dispongono, inoltre, di propria insegna ancora le dello stendardo in Piazza della Riva; la scultura a tutto
seguenti famiglie esistenti o estinte: Angelini, Basili- tondo (documentata da disegni del secolo XVIII) è
sco, Borghi, Cherin, Devescovi, Lanzi, Malusà, andata probabilmente distrutta all’atto della venuta dei
Marangon, Masato, Milewski, Milossa, Mismas, francesi o degli austriaci, dopo la fine della Serenissi-
Natorre, Perini, Piccoli, Rocco, Sbisà, Segalla e ma, e sostituita con una statua di S. Giorgio (?); le due
Sponza. colonne, successivamente usate per apporvi quattro
Un cenno a parte meritano i tre Leoni marciani presen- lampioni su ciascuna, furono abbattute nel 1904.
ti in città. Sembra inoltre, quasi certamente, che altri due esem-
Il più antico è quello che un tempo faceva bella mostra plari di leone marciano fossero murati rispettivamente
di sè sulla Torre del Ponte (costruita nel 1563), il sulla facciata dell’edificio della Sanità (in Riva accanto
quale, dopo la demolizione del “bel Arco toscano” al molo), riadattato più volte nel secolo XVIII e abbat-
(1843) fu conservato nel deposito comunale di “anti- tuto nel 1859, coinvolgendo nella “rovina” anche la
chità nel cortile della chiesetta di S. Martino, assieme scultura, e sopra il portale dell’antico Fondaco di piaz-
a numerosi altri stemmi di famiglie rovignesi e pode- za S. Damiano (piazza Matteotti), andato perduto dopo
il restauro del 1841.

Libero Benussi

LA “TURO”

282 L’antico edificio fortificato, oggi in rovina, che il l’integrità, probabilmente grazie alla massiccia struttu-
ra dei muri (1,5 m di spessore) e alla particolare dislo-
popolo ha sempre chiamato “La Tùro” o “Li moûre de cazione degli ambienti, porte e scale, che la resero fun-
la Tùro” (la Torre, le mura della Torre), è ubicato sulla zionale anche senza tale vano. Difatti, l’edificio era
cima del colle omonimo (107 m di altezza sopra il ancora agibile nel 1332 quando il suo possesso diven-
livello del mare) a 4 km circa in direzione Est-Nord- ne fonte di lite tra Venezia ed il Patriarcato di Aqui-
Est da Rovigno. Dalla sommità del colle si dominano leia, nonché nel 1336 allorquando venne per metà
le vie d’accesso alla città, l’altopiano fertile verso l’en- riconfermato alla famiglia dei Castropola. Succes-
troterra e tutta la costa da Val Saline, a Nord-Ovest, a sivamente passò in possesso del comune di Rovigno
Colonne, a Sud, isole comprese. Sotto il colle si esten- che lo fece presidiare da un capitano e da alcuni mili-
de per decine di ettari la piana del Campo di Torre e tari.
proprio alle pendici del colle medesimo si trovano Da quanto esposto, si può desumere che anche durante
quattro pozzi carsici molto antichi. tutto il Medioevo la Torre avesse quell’importanza
La costruzione sorge su un terrapieno livellato, eretto a strategica, che secoli prima ne aveva determinato l’ere-
secco, di forma irregolare che, a sua volta, si tova zione, quale struttura di difesa e di vedetta, special-
entro un recinto più ampio che delimitava l’antico mente all’epoca delle invasioni barbariche. Difatti,
castelliere. La muratura è in pietra rozzamente squa- caduto l’impero romano, le continue incursioni aveva-
drata, cementata con malta composta da ciottoli, terra- no costretto gli abitanti dell’agro rovignese a trovare
cotta tritata, sabbia calcarea, sabbia marina e calce, dapprima rifugio e poi dimora stabile sull’isola di
tipica del periodo dei primi secoli dell’era cristiana. La Rovigno. Il colle di S. Pietro, di fronte all’abitato insu-
pianta dell’edificio può essere concepita idealmente lare, precludeva e preclude ancor oggi gran parte della
come se fosse composta da un corpo centrale di forma visibilità verso l’entroterra, comprese le vie d’accesso
quadrata di 16,7 m di lato con annesso sul lato Ovest alla città. Due erano le soluzioni possibili: o costruire
un corpo sporgente 5,1 m, largo 11,5 m, allineato con una vedetta in un posto ideale come quello dove si
il lato Sud. Il pianoterra in origine contava quattro trova la Torre, o costruire un campanile molto alto
vani, disposti lungo l’asse Est-Ovest (e non tre come (almeno quanto quello odierno - che misura 57 m di
nelle descrizioni ottocentesche di Pietro Kandler e di altezza - circa 90 m sopra il livello del mare), il che
Gaetano Natorre), ma già nel 1540 il vano Sud era “a per la nascente comunità di Rovigno nei secoli V e VI
posta ruinato antiquamente” come riporta Pietro era un’utopia.
Coppo (nel “De Situ Histriae”). L’edificio original- Per quanto concerne l’origine de1 nome “Torre di
mente aveva un’altezza di circa 16 m e constava di Boraso” va detto che il Kandler lo riteneva derivato da
quattro piani. Le nove finestre del II piano, a 10 m dal un nome gentilizio romano (Burro/Burrius,/Burria, poi
suolo, le cui dimensioni erano 0,8 x 1,5 m, e le feritoie Burrasia-Turris), mentre per il Benussi si tratta della
del I e III piano, stanno a testimoniare che la costru- voce latina “vorago” pronunciata alla rovignese. Il
zione aveva funzioni difensive e abitative. Kandler, inoltre, ritiene che la Torre facesse parte del
La Torre, eretta come lo ritengono il Kandler ed il possedimento romano di “Poiacellum”. Se il Benussi
Benussi, probabilmente in epoca romana sull’area di rileva che nei secoli XIV e XV la Torre era chiamata
un castelliere preistorico, servì dapprima quale resi- “Turri Borraginis”, “Turris Borrasei” e “Turris Bor-
denza di qualche funzionario-magistrato della provin- rai”, il Coppo (sec. XVI) la chiama “Arupino castello”,
cia e successivamente fu presidiata da un ufficiale del- annotandola però sulla carta geografica dell’Istria
l’esercito bizantino (forse dal Magister militum). come “Rouigno u(echio)”, nome ripetuto anche in
La storiografia ottocentesca vuole che la Torre fosse carte successive attribuite ad altri autori. In una carta
stata espugnata e in parte smantellala all’epoca della di Francesco Camocio del 1569 viene identificata
conquista franca dell’Istria (fine secolo VIII). È evi- come “Arupino”.
dente, però, che i danni arrecati non ne compromisero

In quest’ultimo secolo le imponenti e maestose mura che avevano i loro poderi nelle vicinanze, ai piedi del- 283
sono state meta di comitive e scolaresche e il loro
austero aspetto ha spesso alimentato la fantasia, specie l’edificio fu scoperto un buco quadrilatero, apparso di
dei bambini che le identificavano con i fantastici punto in bianco come se qualcuno avesse rimosso not-
castelli delle favole. La tradizione popolare vuole che tetempo la lastra di sasso che l’aveva celato. Nel buco,
vi fosse un passaggio sotterraneo fino al colle di S. a quanto consta, non c’erano resti alcuni.
Tommaso distante tre km dalla Torre (verso Nord), Oggi della Torre resta ben poco. Il vano nord, e quanto
mentre nei manoscritti degli Angelini vengono annota- era rimasto della muratura esterna, furono abbattuti a
te le dicerie della gente che “di notte sentivano strani colpi di cannone nel 1944 dalle truppe d’occupazione
rumori dentro al colle”. tedesche. Si sono miracolosamente salvati due vani del
Nel 1930, come raccontano alcuni anziani contadini pianoterra e una parte di un vano del primo piano, il
tutto semisepolto dalle macerie e dalla vegetazione.

ROVINE DELLA “TURO”
così fino alla metà del sec. XX
(archivio Cherinfoto)

Antonio Miculian

STATUTO E CENNI
SULLO SVILUPPO AMMINISTRATIVO

284 Il territorio di Rovigno in epoca antica e tardoantica re dalla metà del secolo XII si intravvidero i segni di
un qual sviluppo comunale contrastato nel secolo XIII
faceva parte dell’agro giurisdizionale polese. Durante dall’egemonia del gastaldo patriarchino. Durante la
il successivo dominio bizantino, il “castello”, meglio seconda metà del Duecento appare in piena luce il
popolato che nei secoli precedenti, ebbe propria ammi- comune di Rovigno con il Consiglio Maggiore e l’A-
nistrazione municipale con magistrature elette dall’a- rengo del popolo, quale potere legislativo; con i conso-
dunanza popolare, quali furono i tribuni e i giudici. In li e con il sindaco, quale autorità esecutiva.
seguito all’introduzione in Istria del sistema feudale Venezia, divenuta padrona delle terre istriane grazie
franco ed alla concentrazione del potere nelle mani del all’istituto delle “fidelitas” e delle dedizioni (Rovigno
duca Giovanni, esso perdette gran parte della propria nel 1283), nelle città soggette mantenne l’autonomia
autonomia e cadde sotto l’autorità dei centarchi fran- del governo municipale, ma attraverso l’elezione dei
chi. podestà iniziò gradualmente a limitarla, avocando a sè
Se nei secoli IX-XI anche a Rovigno (il cui territorio il governo giudiziario ed amministrativo.
dal punto di vista ecclesiastico era passato sotto la giu- In età comunale e durante i primi secoli di epoca vene-
risdizione del vescovo parentino), al pari delle altre ta l’ordinamento giuridico-amministrativo si basava su
castella dell’Istria, il governo era nelle mani del norme e tradizioni attinte, per lo più, al diritto romano-
gastaldo coadiuvato dagli scabini (giudici), già a parti- bizantino e che in seguito costituirono il fondamento
per i futuri statuti rovignesi.
INTESTAZIONE DEL MAGISTRATO CIVICO L’epoca nella quale sarebbe stato compilato il primo
tratta da un documento del 1882 codice statutario municipale di Rovigno, nella sua
(ROVIGNO, Centro di Ricerche Storiche) forma primitiva, è tutt’ora incerta; comunque, da vari
indizi, siamo propensi a credere che agli inizi del seco-
lo XV e forse anche nel secolo precedente, come asse-
riscono le fonti storiche, la città sarebbe stata governa-
ta da speciali leggi scritte pubbliche (consuetudini o
constituti) che avrebbero tutelato la tranquillità pubbli-
ca, garantito l’ordinamento sociale e determinato i
diritti ed i doveri dei cittadini.
Agli inizi del secolo XVI, tuttavia, andato perduto o
distrutto il volume originario, il comune, dalle copie
esistenti nella Cancelleria e sul parere dei più “vecchi
e assennati cittadini” ne compilò uno nuovo, identico,
che, dopo essere stato approvato dall’Assemblea del
popolo, veniva presentato al doge Andrea Gritti per la
legale sanzione, accordata con ducale 30 luglio 1531.
Va rilevato che le disposizioni previste nello statuto
rovignese, vergato in età rinascimentale non erano del
tutto identiche a quelle precedenti; a parere dello stori-
co Bernardo Benussi sarebbe rimasta inalterata la
parte civile, mentre avrebbe subito delle modifiche
quella penale. È ragionevole quindi affermare che
anche gli statuti di Rovigno ebbero a subire dei cam-
biamenti con il mutare delle condizioni sia pubbliche
che sociali.

Siccome anche questo secondo codice manoscritto con il Fontaco), ai Doi Avvocati (XVI, tutelavano “in giu- 285
l’andare del tempo divenne logoro, il comune chiese al
podestà e capitanio di Capodistria il permesso (1714) dizio” quelli che ne facevano richiesta), al Sindaco
di stamparne uno nuovo; tuttavia, terminata una parte (XVII, aveva cura degli interessi del comune, del fon-
del I libro, il Comune sospendeva la pubblicazione, taco e delle chiese), al Masser (XVIII, sopraintendeva
visto, verosimilmente, il parere contrario del Magistra- alle artiglierie), all’Appontador (XVIII, appuntava
to di Capodistria che nel contempo, con una serie di coloro che non venivano in Consiglio), alle norme per
terminazioni comuni a tutte le “terre istriane” intende- gli eletti nei singoli uffici (XX-XXII), al Soprastante
va raggiungere una maggiore uniformità e ordine nel al Torchio (XXIII), agli Ambasciatori (XXIV, rappre-
suo reggimento. sentavano il comune presso le altre podesterie istriane
Il testo dello statuto del 1531, che conobbe in seguito ed a Venezia).
varie trascrizioni, nel 1851 venne pubblicato sulla rivi- La seconda parte del “Primo Libro” è, invece, dedicata a
sta “L’Istria” da Pietro Kandler, il quale si servì del quella che si può definire la gestione economica del
manoscritto originale, in pergamena, che si trovava comune ed alle sue principali fonti di rendita, in partico-
depositato nell’archivio comunale della città. lare ai diritti di dazi (della “beccaria”, del vino, della
Come gli statuti di Isola (1360) e di Parenzo (1363), pietra, del pesce, della “panataria”, “dazio minuto”), e
anche quello di Rovigno era suddiviso in tre “Libri”, ai di fisco ed ai proventi dai terreni del comune. Altre
quali era congiunta la cosiddetta “confirmatio” o norme regolavano la conduzione in città di animali
approvazione ducale del Gritti del 1531, preceduta da (XXVII), l’importazione di vini forestieri (XXXI), la
un atto del cancelliere del podestà rovignese Diedo che conduzione di osterie da parte dei forestieri (XXXII), i
autenticava la trascrizione della suddetta ducale. danni (XXXVII-XXXIX) e la loro denuncia da parte dei
I primi due libri, che trattano la materia civile, portano Saltari (XXXX, vigilavano le possessioni, in particolare
su ogni foglio l’intitolazione “Statutorum Civilium”. quelle agricole), la possessione di non più d’una “stan-
Il “Primo Libro” che comprende 46 capitoli e presenta zia” sopra il territorio (XLI), l’alienazione di beni del
due parti ben distinte, si apre con l’importante ed inte- comune (XLII), l’accettazione di “vicini” per la durata
ressante giuramento “eorum qui ingredientur consilii” di cinque anni (XLIV), la respinta di famiglie con ani-
(di coloro che entrano in consiglio). Da esso si deduce mali (XLV), l’affitto di terreni a forestieri (XLVI), ed
che i consiglieri dovevano essere cittadini e abitanti di altre norme della vasta materia amministrativa.
Rovigno. Essi si impegnavano, inoltre, a conservare e Il “Secondo Libro” era in pratica il “codice civile”
a difendere l’onore e la gloria del Doge, della Serenis- della popolazione rovignese. Anche nello statuto di
sima, a partecipare alle sedute del consiglio e a non Rovigno le norme di diritto privato occupano la mag-
cospirare contro il podestà e le autorità venete. gior parte del testo; esse stabiliscono precisi modelli di
Con il secondo capitolo, riservato al salario del Pode- condotta, presentano carattere e contenuti originali che
stà, iniziava praticamente la prima parte del “Primo non si ritrovano altrove, cosicchè, nello stesso tempo,
Libro”, la più semplice e snella di tutto il codice, quel- offrono importanti parametri di confronto con altri sta-
la cioè riservata al diritto amministrativo ed in partico- tuti d’epoca veneta.
lare agli uffici pubblici. Accanto alle norme di proce- La materia compulsata in questi 96 capitoli è molto
dura, sparse qua e là, si trovano anche quelle relative al vasta ed estremamente interessante per una disamina
Cancellier (III), al Consiglio ed al suo funzionamento settoriale giuridica. Sebbene le norme di questo
(IV-VIII), ai Tre Zùdesi (IX, assistevano il Podestà), al “Secondo Libro” non seguano una successione logica
Camerlengo (X, doveva curare l’”intrada” del comu- rigida e non sempre risultino esaurienti per certi parti-
ne), ai Doi Cattaveri (XI, addetti ai pesi ed alle misu- colari diritti, esse illustrano molto bene i vari aspetti
re), ai Tre Sacrestani (XII, deputati alla Sacrestia della del diritto civile, di quello privato e, in parte, della loro
chiesa parrocchiale), al Fontegher (XIV, che governava relativa procedura: le citazioni (I); i beni immobili,
mobili e stabili (III, XV, XVII, XVIII); i testimoni

286 FRONTESPIZIO DEL BOLLETTINO (VI); le vedove (VII), le procure (VIII); i debiti e i
DELLE LEGGI ED ORDINANZE PER IL LITORALE debitori (XIII, XV, XXIII, XXIV, XXXI), le sentenze
AUSTRO-ILLIRICO (1870) (XIV); i pegni (XIX, XXII); i legati (XXI, LV, LXIV);
nel quale venne pubblicato lo i creditori (XXIV); i famegli (XXVI, XXVII); i com-
STATUTO PER LA CITTÀ ED IL COMUNE CENSUARIO DI ROVIGNO promessi (XXVIII); le appellazioni (XXIX); le caparre
(ROVIGNO, Centro di Ricerche Storiche) (XXX); le sociede (XXXI-XXXV); gli affitti di case
(XXXVII-XLI); i livelli (XLIV); le locazioni (XLVI);
le ferie in honorem dei (XLVIII), di S. Giorgio, di S.
Eufemia (XLIX), di S. Vito (L); i pupilli e i tutori (LI-
LIII); gli eredi e i testamenti (LIV, LVII-LXI, LXV); la
dote (LXII); i figli (LXVI-LXVII, LXXI, LXXIII,
LXXIV); i matrimoni (LXXV - LXXVII); le aliena-
zioni, le vendite e le permutazioni (LXXIX); i notai
(LXXXIII, LXXXIV, XC); il pagamento dei lavoratori
(XCI); il prezzo dei formaggi, delle ricotte e delle lane
(XCII-XCIV); il pagamento dei “pestrini” (XCV), e
tantissime altre norme ancora.
Il “Terzo Libro”, intitolato “De Maleficis”, tratta il
diritto e la procedura penale, benchè vi siano inserite
anche disposizioni di procedura civile. Nei suoi 68
capitoli sono contemplate norme e pene severe per
coloro che lavorano nei giorni festivi (I), bestemmia-
vano (II), ferivano altre persone (IX), andavano sorpra
i muri (XI), giocavano a carte e a dadi (XII), buttava-
no immondizie sopra le vie pubbliche (XV), conduce-
vano biade fuori Rovigno senza licenza (XVI), tene-
vano banditi in casa (XVII), vendevano con misure
ingiuste e scarse (XXV, XXVII, XXVIII), appiccava-
no fuoco nelle contrade (XXXII), tagliavano olivi
(XXXV), viti (XXXVI), alberi fruttiferi (XXXVII),
boschi (XXXVIII), facevano oglio abusivamente con
torcoli (XLIV), comperavano cose rubate (LI); tene-
vano la concubina assieme alla moglie (LVI), nonché
per quelli che erano obbligati a far la guardia (LXII).
Particolari norme regolavano il porto d’armi (V, VIII,
IX), l’attività dei tavernieri (XVIII-XXI), degli arti-
giani (XXVI), dei chirurghi e dei barbieri (XXXI), le
condanne (XLVIII), le usure (XLIX), la pesca
(LXIII). Di particolare interesse sono, poi, i capitoli
riguardanti coloro che ammazzavano o ferivano ani-
mali (XXXIX, XL), i ladri (L), gli omicidi (LII), gli
assassini (LIII), le fatture (LIV), le false testimonian-
ze (LV), le meretrici (LVIII) e le maritate che com-
mettevano adulteri (LVII).

Chiudevano il libro dei crimini i capitoli sulla tariffa 287
della Cancelleria di Rovigno (LXVI, LXVII) e sui
pagamenti dell’Official del comune (LXVIII). FRONTESPIZIO DELLA RISTAMPA
La maggior parte delle sanzioni previste dai singoli DELLO STATUTO DI ROVIGNO
paragrafi dello statuto rovignese consistevano in pene
pecuniarie. I reati e i crimini più gravi erano puniti con fatto pubblicare a Venezia nel 1720
“pene corporali” (per i bestemmiatori), la restituzione dal podestà Giovanni Premarin
dei danari (per i giocatori falsi), la distruzione delle (TRIESTE, Biblioteca Civica)
misure (per coloro che usavano misure ingiuste e scar-
se), la berlina (per coloro che vendevano frutta pur non
essendo possessori agricoli), la perdita delle cose com-
perate (per coloro che comperavano cose rubate), la
corona infame e diabolica (per i falsi testimoni che
potevano anche venir espulsi), le frustate (per i mariti
che prendevano altra moglie fuori Rovigno; in casi
gravi erano condannati all’esilio perpetuo, mentre i
loro beni erano lasciati alla moglie), l’espulsione della
“terra” (per le concubine). Per i furti erano previste
pene pecuniarie, la restituzione del doppio del furto, la
berlina, l’appiccamento per le canne della gola; per gli
omicidi la galera, il bando e perfino la decapitazione
sopra la riva; per gli assassini, infine, la pena di morte.
Una parte della pena pecuniaria andava al comune e
l’altra all’accusatore. A proposito va rilevato che a
Rovigno, come nelle altre città venete, erano permesse
le denunce segrete che in forma scritta venivano di
nascosto depositate nella cosidetta Bocca della Can-
celleria (una lapide con scolpita una testa umana con
un foro per bocca).
Una seconda Bocca esisteva a Rovigno ed era murata
sull’edificio del Casello di Sanità in Piazza della Riva
e serviva per le denunce di coloro che commettevano
infrazioni nel settore della difesa sanitaria.
Gli statuti di Rovigno con le norme civili, penali, di
polizia, di annona, finanziarie ed economiche ci danno
un eccellente immagine dello scorrere della vita citta-
dina nel periodo veneto e nello stesso tempo rappre-
sentano il maggior veicolo di trasmissione delle tradi-
zioni e consuetudini popolari specifiche della città e
permettono di conoscere più da vicino il diritto vigente
in questa “terra” dall’età comunale alla fine dell’epo-
ca veneta.
Gli statuti rovignesi rimasero in vigore fino al 1806
allorquando furono abrogati dal codice napoleonico.

288 Allorchè nel 1813 anch’esso venne abolito, la commis- dopo il 1849 in qualità di Capitanato distrettuale Rovi-
gno, riconfermata città nel 1821, fece parte del Circolo
sione provinciale dell’Istria richiamava in vita, limita- di Pisino. Con il diploma del 1860 e con la patente di
tamente al diritto civile ed all’ordinamento municipale, febbraio 1861 l’Istria divenne provincia a sè stante con
gli antichi statuti veneti che rimasero in vigore per propria Dieta e fu divisa in capitanati distrettuali.
circa due anni, sostituiti definitivamente nel 1815 dal Rovigno divenne sede di uno dei distretti giudiziari,
Codice generale civile austriaco. del Capitanato distrettuale di Pola, con i comuni di
Nel frattempo, nella democratizzazione formale e Canfanaro e Valle.
fugace delle cittadine istriane, sull’esempio di Venezia, Con la legge provinciale 30 dicembre 1869 e in armo-
il 3 giugno 1797 venne approvata la costituzione del nia con quella imperiale del 5 marzo 1862, che regola-
cosidetto “Democratico governo” di Rovigno in cui va l’ordinamento comunale e che per le città più
“18 municipalisti” vennero nominati l’11 giugno nella importanti prevedeva particolari statuti, Rovigno
chiesa di S. Eufemia alla presenza di tutti i capi fami- divenne territorio amministrativo autonomo con pro-
glia della città. prio statuto municipale, approvato il 10 marzo 1870,
La successiva venuta in Istria delle truppe austriache che poneva fine al Municipio formato da una Rappre-
segnò anche per Rovigno l’inizio della graduale incor- sentanza di 30 membri, dal podestà e dai 5 consiglieri
porazione nel sistema amministrativo giuridico e che formavano la Deputazione comunale.
socio-politico austriaco. A capo del comune fu posta Data da allora l’istituzione del Magistrato civico con a
una Direzione politico-economica affiancata da un Tri- capo il podestà eletto dal Consiglio fra i suoi membri e
bunale di prima istanza. Nel frattempo il Commissario coadiuvato da un segretario e da due delegati nell’am-
plenipotenziario austriaco conte Thurn con decreto 6 ministrazione del comune. Oltre alle solite attribuzioni
luglio le conferiva, per la prima volta, il titolo di città. amministrative al Magistrato rovignese spettavano
Agli inizi del 1800 Rovigno divenne sede di uno dei 7 anche le competenze dell’autorità politica di primo
dipartimenti dell’Istria ex-veneta, con i comuni di S. grado ovvero dei Capitanati distrettuali: la pubblica
Lorenzo, Geroldia, Canfanaro, S. Vincenti e Valle. Nel sicurezza, la polizia dell’industria e del commercio e
1804, poi, assieme alle altre cittadine e borgate di que- l’applicazione dei rispettivi regolamenti, la polizia
sta parte dell’Istria fu incorporata nel nuovo Capitana- sulle riunioni, associazioni, spettacoli, stampa, sui pas-
to provinciale, assieme alla provincia di Trieste. saporti, la sorveglianza sui forestieri, le attribuzioni in
Nel maggio del 1805 i francesi annessero l’Istria al materia di leva militare e perfino in materia di mobili-
VII Dipartimento del regno d’Italia e vi costituirono i tazione. Il Consiglio cittadino quale rappresentanza
distretti di Capodistria e Rovigno, che divenne sede comunale era composto da 30 membri ed aveva potere
della Vice-prefettura di seconda classe. A capo della decisionale.
città fu posto il “maire” (podestà) coadiuvato dal Con- Un siffatto assetto amministrativo-municipale rimase
siglio municipale. in vita fino all’inizio della prima Guerra mondiale,
Nel 1809 nacquero le Provincie Illiriche, il cui assetto anche se nel frattempo il governo austriaco inviò a
venne definito nel 1811: l’Istria, a cui faceva capo l’In- Rovigno un commissario di polizia dipendente dal
tendenza provinciale di Trieste, costituiva una delle Capitano di Pola onde sottrarre alcune competenze al
sette province, mentre Rovigno (che formava uno dei Magistrato civico, controllato allora dai circoli liberali
suoi 4 distretti con i cantoni Dignano ed Albona) italiani di tendenze antiaustriache.
divenne sede di un Suddelegato dell’Intendenza e di un Dopo la prima guerra mondiale, nel 1923 venne estesa
Tribunale di prima istanza. anche alle “nuove provincie” la legge comunale-pro-
Il ritorno all’assetto amministrativo del 1805 costituì il vinciale che abrogava in pratica la legge austriaca del
primo atto della restaurazione austriaca in Istria. Nel 1862 e, tra gli altri istituti, anche lo statuto del 1870.
1814 tra i distretti del nuovo Circolo d’Istria, figurava Nell’ambito del Regno d’Italia Rovigno era uno dei
anche quello rovignese; dal 1825 quale distretto e

comuni della Provincia dell’Istria. Il governo della dal 1961 in qualità di comune cui vennero accorpate 289
città, sede di pretura e di Tribunale penale e civile, era
affidato al podestà-sindaco e al Consiglio cittadino. anche le località di Valle, Canfanaro e Gimino. In
Nel breve periodo tra la Capitolazione dell’Italia (8 seguito ai rivolgimenti politici a cavallo degli anni
settembre) e l’occupazione tedesca (inizi ottobre) il Novanta ed al riassetto amministrativo-territoriale del
potere in città venne preso da un Comitato di salute nuovo stato della Repubblica di Croazia a Rovigno nel
pubblica sostituito poi dal Comitato del fronte parti- 1993 è stato riconosciuto nuovamente il rango di città,
giano (in pratica organo del movimento popolare di il cui territorio abbraccia anche quello della Villa di
liberazione jugoslavo-croato). Rovigno.
Alla fine della seconda guerra mondiale Rovigno ed il Nel nuovo statuto cittadino, approvato nel suddetto
suo territorio, assieme all’intera penisola istriana, anno, il Titolo III è interamente dedicato alla “tutela
venne incorporato nella struttura giuridica ed ammini- della specificità all’autoctonia etnica e culturale della
strativa della Jugoslavia: dapprima quale Comitato comunità nazionale italiana e dei suoi appartenenti”,
Popolare Cittadino facente parte del distretto di Pola e migliorando qualitativamente, per quanto attiene que-
sta materia, lo statuto precedente.

GIURAMENTO DEI CITTADINI DI ROVIGNO
AL LORO PRIMO INGRESSO IN CONSIGLIO

pagina 5 dello Statuto pubblicato nel 1720
(TRIESTE, Biblioteca Civica)

Antonio Miculian

RIFORMA E CONTRORIFORMA
RELIGIOSA

290 La Riforma religiosa, propagata dagli innovatori tede- aveva esortato però Venezia ad intervenire affinchè i
colpevoli venissero castigati e tolti gli scandali.
schi nella prima metà del secolo XVI, ben presto, vali- Sebbene la Riforma non avesse avuto alcun effetto
cando le Alpi, aveva invaso l’Italia settentrionale e positivo nella diocesi di Parenzo il fenomeno delle
conseguentemente anche la penisola istriana. L’Istria, chiese in rovina e la corruzione ecclesiastica si erano
governata in gran parte dalla Repubblica di Venezia e manifestate anche a Rovigno a tal punto che il vescovo
parzialmente dagli Arciducali d’Asburgo, aveva subito Giovan Battista Del Giudice nel 1656 aveva proposto
l’influsso del protestantesimo dalle correnti diffusesi che le chiese di S. Rocco, posta nell’antico cimitero, e
da queste due aree opposte ed è forse perciò che la quella di S. Tomaso (in città) venissero quanto prima
penisola istriana, relativamente al numero degli abitan- consacrate.
ti, dette un numero cospicuo di protestanti, quanti In tali condizioni di miseria economica e di incertezza
forse non ne ebbe alcuna altra regione. politica, appare ovvio e giustificato il ricorso della
Nella diocesi di Parenzo, di cui Rovigno era parte inte- popolazione locale al sovrannaturale, unico momento
grante, il protestantesimo invece non diede molto lavo- di certezza in tanta precaria esistenza.
ro al Tribunale inquisitoriale e tanto meno alla S. Giova notare, ancora, che a quel tempo nei processi
Inquisizione; infatti, complessivamente 9 sono stati i contro istriani sospetti d’eresia, tratti dall’Archivio del
processi nella diocesi; di questi 4 avviati dal 1548 al S. Ufficio di Venezia, troviamo implicati pure due
1599, gli altri 5 appartengono al secolo XVII. rovignesi e precisamente Fra Lodovico (1636) per stre-
Rovigno si mantenne sempre città molto religiosa e gherie, e Don Domenico Ferrarese (1699) per seduzio-
devota; ciononostante, nella prima metà del secolo ne.
XVI una certa reazione contro la vita scorretta del Il primo, Fra Lodovico, sacerdote dei Minori Osser-
clero si era manifestata anche nella nostra cittadina. vanti di S. Francesco, veniva accusato di aver distribui-
Infatti, alcuni avvenimenti accaduti tra il 1535 e il to certe “aue” autentiche della madre Alvisa di Spa-
1541 avevano offeso e irritato notevolmente la suscet- gna, le quali, come disse ai giudici, essa le avrebbe
tibilità popolare rovignese: la Cresima veniva ammini- ricevute dal cielo mediante l’Angelo custode.
strata dal vescovo di Pedena e poi da quello di Pola, Il secondo, Don Domenico Ferrarese “curato di S.
mentre l’Ordinario De Nores passava in visita canoni- Eufemia, nepote del Piouan di d.ta Chiesa”, il 1 dicem-
ca appena nel 1541, mettendo al bando dal luogo natio bre 1699 veniva accusato da una certa Hieronima q.
il canonico Matteo Devescovi. La popolazione locale Simonis Cassanovichio, moglie di Domenico Medun,
aveva pubblicamente manifestato contro il vescovo per per certe licenze. Quest’ultima aveva raccontato ai giu-
cui nel 1552 il podestà Francesco Bembo, su suggeri- dici del tribunale inquisitoriale di aver frequentato più
mento della Curia vescovile, aveva istituito un proces- volte il Ferrarese in quanto le aveva affidato “due suoi
so contro coloro che avevano affisso alla porta del fantoleni à spese”. Ogni qualvolta si recava a visitare i
Duomo alcuni “libelli famosi pieni di poltronerie e suoi figli il curato cominciava a “praticarla molto
all’orto di pre’ Zuanne un priapo chè vilipendio della domesticamente...la baciava, toccava il seno e le parti
chiesa e dell’ordine sacerdotale”. Il medesimo vescovo anco da basso a carne nuda.”; comunque, il Ferrarese,
nel 1586 aveva scagliato l’interdetto proprio nel giorno in confessione si era giustificato asserendo che tali atti
festivo di S. Eufemia, 16 settembre, provocando una non rappresentavano nessun peccato in quanto l’aveva
certa reazione tra la popolazione per il solo fatto che lo praticata con tutta sincerità come fosse stata sua sorel-
stesso giorno “dopo vespero giusto l’ordinario di que- la.
sta terra si ha fatto festa et ballado”. Più tardi il vesco- In base a questa deposizione, il S. Ufficio non credette
vo parentino, nel suo rapporto ai sacri Limini, faceva opportuno procedere né contro Don D. Ferrarese né
menzione di alcuni delitti commessi dai Frati Minori contro Fra Lodovico.
di S. Andrea e rimasti impuniti, a causa di una certa L’esame, comunque, degli atti processuali contro Fra
collisione sorta fra il Nunzio apostolico ed il Senato;

Lodovico e Don Domenico Ferrarese è quanto mai PROCESSO CONTRO FRA LODOVICO 291
significativa per comprendere sino a che punto potesse ROVIGNO, 1636
arrivare l’ignoranza, l’ingenuità e la superstizione
negli uni, la scaltrezza negli altri. Visis tleitntoerriessRt .tmaliisPVr.isMI.nr qBu.isPirt_eo_rVisicaVre_ino_ePti.asri.
Quanto diffusa fosse a Rovigno, ed in genere in tutta la quar.
diocesi parentina, nei secoli XVII e XVIII la paura
della stregoneria che aveva scatenato ovunque una ha negl’atti. Sub datis die 6 9bris 1635 cm sub-
ossessiva caccia alle streghe e agli stregoni, veri o pre-
sunti che fossero, ce lo dimostra la lettera del vescovo stOecrfrfgi.poot,iodanli emCF.acrpoaoBC.dlP’e.Imsiletlrn.imtaeo. dDial iPcIsrt_eeu_osViIacndaq.rumiiosiRdtoe.srlesP..tAr_o.
di Parenzo, monsignor Vaira, scritta nel 1716, con la
quale aveva ordinato alla popolazione di
“desistere dal sacrilego ardire di porre
sopra gli altari e sotto le tovaglie fattuc-
chiere di qualunque sorta per i suoi
pravi disegni malefici, e che non fossero
somministrati i sacramenti ai colpevoli”,
invitando, nello stesso tempo tutti colo-
ro che li avessero individuati a denun-
ciarli immediatamente affinché venisse-
ro castigati dalle autorità competenti.
Certamente, se si trovavano delle perso-
ne che credevano davvero di compiere
atti diabolici, esse venivano immediata-
mente inquisite per eresia, ma le autorità
ecclesiastiche si dimostrarono in princi-
pio scettiche sulla realtà dei racconti che
si facevano intorno agli stregoni, giudi-
cati semplicemente superstizioni popo-
lari. A tale riguardo, nel corso dei secoli
successivi anche la Chiesa aveva ormai
accolto tutte le credenze in fatto di stre-
goneria presenti nelle nostre regioni: il
patto col diavolo, la celebrazione di riti
notturni che prendevano in nome di
sabba, l’incontro fra stregoni e diavoli
per celebrare delle messe nere che pre-
vedevano il sacrificio cruento di un neo-
nato, ed altre ancora.

LA TERRA-PODESTERIA
di Rovigno (ARUPINUM) nella veduta

di Prospero Petronio (1681)
(VENEZIA, Archivio di Stato,
Miscellanea Codici, s. II, N. 40, c. 247)

__ Sola àadP.miraPnor_i_VPorcoa_ira_iluis Sanc_t_i detta _R_eligiosa dal suo Angelo Custode.
292 magr Nicolaus Ran. Proiae R.t Pre no’ non so’ altro se non che il
Offitij Istriae, Pr_e_ mi

Istriae Ord. Fratum Min. de Obseruantia, ordi- disse, che erano dell’autentiche, et che se ne

nauit et mandauit, ut debere facere comparere potea trovare dell_’a_ltre con quelle.
coram item Lodouicus à Rubino, alios France- Dito se detto Pre constituito dispensato ad

eset ,ceaiuussids,emut_oi_nrdd. ipctriosfeliststeursissaRc.emridoPtreim_s ,Incqauuissai-, altri.
toris Venetiar. ad quos_et quare die 9 mensis R.t Io ne ho dispensata una al Pre Fra Rai-
Ianuarij 1636, dictus P_r_. Lodouicus uenit Pira- smondo del nostro ordine Venetiano, che con
num, et coram dicto Pre Vicario se presentauit, gran istanza me la ricercò, quale all’hora staua
qui monitus, et Iuratus tactis saceris Litteris, à S.to Giobe_i_n Venetia, et ne ho destribuita
Asistente Ill.mo Dno Io Francisc_o_ Pasqualico un’altra al Pre Fra Leonoro da Lunigo lettore
pro Serenissimo Principe Venetiar. Rectore, e_t_ teologo in Mantoa, pare del nostro Ordine,
Pretore huius Pirani terrae fuit a dicto Pre qu_a_le fu presente quando h_e_bbi dette Aue dal
Pre Sacret.o d’Ordine del Pre R.mo.

Vicario. (...omissis...)
Int.s Come si chiama Io Fra Lodouico da Rouigno affermo ut supra.
R.t Fra Lodouico. Concordat cu suo originale de uerbo ad uer-
Int.s Di che loco. bium.
R.t de Rouigno. (...omissis...)
Int.s Di che Religione.
R.t de Min. Osseruanti. R.mo pre sig.r et padron mio coll.mo
Int.s Se sappia la causa per la quale è stato

chiamato al S. Offo, o’ uero se se la potesse Essendo comparso quì da me in Pirano Fra

immaginare. Lodouico Francese da Rouigno ho preso il suo
hhRao.tuhemareu’itmdoamdtaaalguinnnaoosgtrcrohanePars_eib_aeRns.emtdaoetotGtacn_haa_ilaue,nmcaPitor_oeè_pcdheaerl constituto come sua p. R.ma mi scrisse li mesi
passati, che ho qui ocluso gli lo mando, et se in
altro posso seruirla, in queste parti si vogli di

suo Sacretario. me, che sempre mi ritrovarà pronto a servirla,

Int.o che grane foss.o queste. con che facendo fine gli bacio riverentemente le

R.t erano grane, ch’una Religiosa di Spagna le mani con pregarli dal sig.re ogni consenso.
distribuiua per deuotione.

Int.o Che religiosa era questa. R.t la madre Pirano li 12 gienaro 1636
Aloisa di Spagna, non so’ se sia Abatessa, o’

che cosa sia.

Int.o Se sappia di che luoco sia detta madre. D. S. P. R.

R.t non so’ di che luoco sia, lo sappeua bene, Deuotiss.mo
ma hora non ’ho in memoria, pero’ mi pare sia Fra Nicolò Sola da Pirano
da Charione. Vic.o del Sant’Off.o pell’Istria
Int.o Se sappia chi habbia dato dette Aue à Al R.mo pre sig.r, et padre Coll.mo
questa__Religiosa. Il padre Inquisitor di Venezia san Demerego.
R.t Pre non lo so’, ma per quanto mi disse il

Sacretario di Spagna erano dell’autentiche, che

erano state in cielo. (VENEZIA, Archivio di Stato, S. Uffizio, busta

Int.o Se sappia, che dette Aue siano state date à N. 92)

Egidio Ivetic

IL MOVIMENTO
DELLA POPOLAZIONE ROVIGNESE

Rimangono tuttora sconosciute eventuali notizie duri della storia istriana. Osservando la media dei 293
riguardanti la popolazione di Rovigno durante l'età
medievale. Sino alla seconda metà del Quattrocento si matrimoni registrati nei decenni 1570-79 e 1610-19 si
possono fare solo delle congetture su quella che poteva può notare una lieve flessione: si era passato infatti dai
essere la consistenza demografica della cittadina. 22,5 ai 19,8 matrimoni annui. Ma durante il decennio
Per avere un primo dato numerico, seppure approssi- 1628-37, che comprendeva gli anni in cui aveva imper-
mativo, bisogna attendere il 1477: risale a quell'anno versato la famosa peste di manzoniana memoria (1629
un'iniziativa veneta volta a sistemare la valle del fiume -158 morti, 1630-108 morti a confronto con i 69 morti
Quieto per la quale ciascun comune istriano doveva registrati nel 1628) ci fu, malgrado tutto, una certa
fornire la quantità di lavoratori corrispondente al dinamica evolutiva che rilevava una media di matrimo-
numero dei fuochi censiti (... pro numero Larium qui ni celebrati pari a 26,3 per anno. Una crescita costante,
in singulis locis proedictus esse reperiuntur ...). Rovi- in quei decenni, può essere spiegata, per ora, solamen-
gno inviò 288 uomini, ossia l’equivalente delle fami- te con una fortissima immigrazione di gente che pro-
glie che lì risiedevano. Ipotizzando una media di 5 babilmente non riusciva ad ambientarsi negli altri cen-
membri per “fuoco” ne deriverebbe un totale di 1440 tri costieri, dove spesso le condizioni igienico-sanitarie
abitanti. Questa “stima” quattrocentesca colloca, per erano intollerabili.
grandezza a livello istriano, il centro urbano di Rovi- Nel quinto decennio del Seicento il vescovo Tommasi-
gno alle spalle di Parenzo, Pirano, Capodistria e Pola. ni annotava che Rovigno contava circa 4000 abitanti;
Le difficili congiunture economiche succedutesi in un aumento, invece, venne riscontrato nel 1653 dal
Istria a cavallo tra il XV ed il XVI secolo, la guerra vescovo parentino Del Giudice che durante una sua
della Lega di Cambrai (1508-1510), le diffuse e ripetu- visita pastorale ebbe modo di constatare una popola-
te pestilenze non sembra abbiano inciso in maniera zione di 5000 abitanti.
determinante sul complesso della popolazione rovi- La svolta del secondo Seicento, periodo che fece da
gnese o, almeno, non come negli altri centri della peni- base al progresso generale settecentesco, non ebbe dal
sola. Nel 1554, anno in cui si colloca la prima stima punto di vista evolutivo-demografico una ripercussione
ufficiale, Rovigno contava 1789 anime. Isolata da tangibile in quanto risulta che il totale della popolazio-
parte della terraferma, la cittadina insulare stava ne era rimasto invariato per un quarantennio, indice
mostrando, però, una tendenza evolutiva nettamente in sicuro di una fase di stabilizzazione, durata come
ascesa. Risparmiata dalla malaria, rinpinguata da un minimo fino al 1687, quando in città le anime in tutto
costante flusso migratorio di cui rimanevano testimoni erano circa 4000.
i nuovi cognomi rovignesi, la cittadina nel secondo Un vero salto quantitativo, il primo grande decollo
Cinquecento aveva registrato una decisiva crescita, demografico della sua storia, Rovigno lo conobbe tra il
arrivando nel 1595 come si rileva da uno “stato d’ani- 1710 (5643 ab.) ed il 1750 (8782 ab.), quando la città
me” a circa 2800 abitanti. registrò sotto questo profilo, un aumento pari al 64%,
Le zone da cui erano originari i nuovi abitanti rovigne- che trova pochissimi riscontri anche a livello istriano.
si comprendevano una vasta area che includeva le In quel periodo Rovigno divenne la città più popolosa
coste istriane, quelle dalmate, l’Italia settentrionale e dell’Istria: in una stima abbastanza attendibile, del
in parte la costa adriatica italiana centrale. 1741, essa primeggiava con 7966 abitanti precedendo
Nel contesto demografico istriano addentratosi allora Capodistria (4808 ab.), Pirano (3747), Albona (2871),
nella più dura fase recessiva, il raddoppiamento della Parenzo (2216 ab.), Dignano (1981 ab.), Isola (1895),
popolazione rovignese, nell’arco di neanche un secolo Muggia (1149) e tutte le altre cittadine e borgate. La
e mezzo, rappresenta un fatto assolutamente anomalo tendenza suddetta non si arrestò alla metà del secolo,
ed unico. Tale tendenza continuò anche durante la ma continuò anche nei decenni successivi allorquando
prima metà del XVII secolo, che fu uno dei periodi più la crescita demografica raggiunse il suo apice (con un
aumento complessivo superiore al 70% rispetto al

294 1741), che verrà sorpassato solamente nel 1910 e, castella e ville istriane territorialmente distinte da
Rovigno. Un’altra fonte significativa è rappresentata
recentemente, nel 1991. Questa considerevole crescita dalle Terminazioni, ducali e lettere, raccolte sul finire
demografica fu accompagnata e, ovviamente, determi- del Settecento da Antonio Angelini che vi trascrisse un
nata anche dallo sviluppo economico cittadino durante documento nel quale il sagrestano capitolare Simon
il Settecento e portò, nello stesso tempo, ad un’espan- Basilisco affermava di aver personalmente ricopiato, il
sione notevole del nucleo urbano medievale-rinasci- giorno 16 agosto 1780, dai libri canonici e dalle
mentale. Descrizione delle anime, la cifra relativa al totale della
A proposito della seconda metà del Settecento va rile- popolazione rovignese che ammontava a circa 16.000
vato che le fonti demografiche, più o meno dirette, che anime.
abbiamo a disposizione presentano non solo dati Sostanzialmente differenti appaiono i dati delle Ana-
discordanti ma alle volte dei totali alquanto gonfiati, grafi Venete; al primo censimento ufficiale della
dai quali vanno sottratti i dati di quegli abitati che per Repubblica di San Marco, nel quinquennio 1766-70,
particolari motivi amministrativo-territoriali erano stati vennero registrati a Rovigno 12.232 abitanti, raggrup-
inseriti nella “podesteria” di Rovigno. pati all’interno di 1277 famiglie (densità media 9,57);
Le Cronache di Rovigno di Antonio Angelini per l’an- nel periodo seguente, 1771-75, 13.788 e 1353 famiglie
no 1775 riportano la cifra di 15.000 abitanti; per il (densità 10,19). L’Anagrafe, del 1790, rileva 9.608
1780, invece, 17.260 anime; con molta probabilità residenti nella parrocchia di S. Giorgio e S. Eufemia e
queste cifre si riferiscono al totale dell’intera Podeste- ben 2.177 famiglie. Le posteriori stime del 1803
ria rovignese di allora che comprendeva anche alcune

SCORCIO DI SANTA CROCE
( Disegno di Francesco Dessanti, 1985)

(9.834 abitanti) e del 1811 (9.538 abitanti), conferme- 295
rebbero una tendenza al calo, verificatasi probabilmen-
te a partire dall’ultimo quindicennio del Settecento, in PROFILO STORICO
particolare dopo le difficili annate del 1782-83 e 1786- DELL’EVOLUZIONE DEMOGRAFICA
88, in seguito forse al propagarsi di epidemie di vaiolo DELLA POPOLAZIONE DI ROVIGNO
che falcidiarono intere generazioni di fanciulli. Sebbe-
ne le cifre non siano assolutamente da prendere come ANNO ABITANTI FONTE
riferimento statistico preciso, sembra comunque evi-
dente che anche la famiglia nella sua dimensione si sia 1477 1440 J. JELINÅIfi, 1985
trasformata nel corso della seconda metà del XVIII M. BERTOÆA,1972; I. ERCEG, 1980
secolo e in particolare a cavallo del XIX secolo, pas- 1554 1789
sando da una media di riferimento del 9,5 ad una di B. BENUSSI, 1888
4,4 membri. La diminuzione degli abitanti ed il conco- 1595 2800 G. F. TOMMASINI, 1837
mitante aumento del numero delle famiglie è indice G. B. DEL GIUDICE, visita
abbastanza sicuro di una ristrutturazione e di un cam- METÀ SEC. XVII 4000
biamento dei nuclei famigliari, diventati strutturalmen- P. PETRONIO, 1968
te più semplici, basati sulle sole componenti dei geni- 1653 5000 B. BENUSSI, 1888
tori e dei figli. Ibidem
Il secolo XIX, dal punto di vista demografico passò 1681 3000 Ibidem
sotto il segno della stabilità: nel 1857 erano presenti in I. ERCEG, 1980
città 9.401 abitanti. L’evoluzione veniva ancora cicli- 1687 4008 B. BENUSSI, 1888
camente interrotta da crisi di mortalità come avvenne
nel 1817, anno di grande carestia, alla quale si aggiun- 1710 5643 A. ANGELINI, 1976-77
se una grave epidemia di tifo petecchiale (dal maggio Ibidem
1817 al gennaio 1818 si ebbero 521 decessi); nel 1836, 1740 7357
invece, di colera morirono 90 persone, nel 1855 i B. BENUSSI, 1888
decessi furono addirittura 228. Per quanto fosse in atto 1741 7966 I. ERCEG, 1983
un graduale sviluppo economico (accanto alla tradizio- Ibidem
nale attività della pesca si erano affiancati l’industria e 1750 8782 Ibidem
diversi servizi) si dovette attendere l’inizio del nostro P. KANDLER
secolo per vedere superare nuovamente la cifra dei 1755 14000
10.000 abitanti (censimento 1869, 9.564 abitanti; M. KORENÅIfi, 1979; G. PERSELLI, 1993
1880, 9.522; 1890, 9.662; 1900, 10.302; 1910, 12.323 1775 13788 Ibidem
residenti). Tutto il periodo ottocentesco fu contrasse- Ibidem
gnato da una predominanza della popolazione femmi- 1788 8782 Ibidem
nile, fenomeno che, in genere, sottointende una forte Ibidem
emigrazione economica delle forze lavoro. La struttura 1803 9834 Ibidem
nazionale della popolazione era rimasta nella quasi Ibidem
assoluta totalità prettamente italiana. 1806 9665
Forse mai, come nel corso del XX secolo, le vicende CASASTRE,1945
politiche influirono in maniera così incisiva sull’evolu- 1811 9538 M. KORENÅIfi, 1979
zione demografica della popolazione rovignese. Già
con il censimento del 1921 si avvertì un calo della 1850 10950 Ibidem
popolazione del 18,7% (10.022 ab. contro i 12.323 ab. Ibidem
1869 9564 Comune di Rovigno

1890 9662

1900 10302

1910 12323

1921 10022

1931 10170

1936 10028

1945* 8871

1948* 7863

1953* 5712

1961 7155

1991 12601

* periodo dell’esodo e di contemporanea immigrazione slava

del 1910) dovuto alle conseguenze della Grande guerra
(sfollamento, crisi economica, nuova mobilità istria-
na). La situazione rimase più o meno invariata nel
corso degli anni Trenta (1936 - 10.028 ab.) sino allo
scoppio della seconda Guerra mondiale ed all’armisti-

296 zio dell’8 settembre 1943. Ma gli stessi avvenimenti 1570 - 1640
NUZIALITÀ A ROVIGNO
bellici non segnarono una flessione tanto importante
quanto il cambiamento dell’amministrazione sull’I- ANNO MATRIMONI ANNO MATRIMONI ANNO MATRIMONI
stria, l’arrivo delle autorità militari e civili jugoslave e
la conseguente difficile situazione politica che provocò 1570 16 1610 22 1628 24
un massiccio esodo della popolazione autoctona rovi- 1571 19 1611 12 1629 23
gnese. Ancora nel 1945 il totale degli abitanti, in lar- 1572 16 1612 21 1630 15
ghissima parte di nazionalità italiana (85% in base al 1573 22 1613 9 1631 30
censimento jugoslavo), era di 8.871 residenti, pari ad 1574 21 1614 13 1632 21
una decrescita nei confronti dei dati precedenti del 1575 31 1615 30 1633 29
11,6%; dopo una caduta repentina, avvenuta in un arco 1576 34 1616 12 1634 26
di tempo limitatissimo, nel 1948 erano presenti 7.846 1577 22 1617 24 1635 41
abitanti e nel 1953 solo 5.712 (flessione del 35,7%), 1578 24 1618 35 1636 29
dati che pongono in evidenza tutta la drammaticità del- 1579 20 1619 20 1637 25
l’avvenimento, in particolare se si considera che all’in-
domani delle prime partenze la città fu ripopolata con TOTALE 225 198 263
genti nuove provenienti dall’entroterra istriano e da
una più vasta area jugoslava. ANAGRAFI DELLO STATO VENETO - 1790
La ripresa, lunga e faticosa, sostenuta in massima parte PODESTERIA DI ROVIGNO E SUO TERRITORIO
da una costante immigrazione di abitanti originari da
tutte le regioni della Jugoslavia, di svariate etnie e reli- ROVIGNO VILLA TOTALE
gioni, ha segnato un graduale ritorno ai valori quantita-
tivi storici. Tra il 1961 ed il 1971 si può osservare un ANNO 1790 SS.Zorzi ed Eufemia S.Antonio PODESTERIA
rialzo del 19,4% (da 7.155 ab. a 8.871 ab.) che si può
mettere in relazione con la rinascita delle attività eco- FAMIGLIE CIVILI 73 1 87
nomiche tradizionali come la pesca, l’industria e, FAMIGLIE POPOLARI 2104 89 2800
soprattutto, con l’avvio nel campo del turismo alber- TOTALE DELLE FAMIGLIE 2177 90 2887
ghiero.
Ciò ha influito positivamente sull’indice di crescita 1487RAGAZZI MASCHI DALLA PRIMA ETÀ 53 2217
demografica rimasto sempre attorno il valore del 20%
per decennio (da 8.871 ab. nel 1971 agli 11.060 nel SINO AGLI ANNI 14 142 4124
1981). Nel 1991 si è raggiunto un nuovo tetto storico
(12.601 ab.), ma l’espansione negli anni Ottanta è UOMINI DAGLI ANNI 14 2934 9 439
risultata meno accentuata che nel decennio precedente. SINO ALLI 60
Gli ultimi avvenimenti storici, dalla formazione dello 150 6650
stato croato alla profonda crisi economica provocata VECCHI DALLI ANNI 60 308 354 13429
dalla difficile situazione politico-militare nell’area ex- SINO ALL’ETÀ PRESENTE
jugoslava, inevitabilmente hanno portato ad una fase di 1 33
ristagno sia economico-sociale che demografico con RAGAZZE E DONNE 4879
conseguente diffusa sfiducia nei confronti del futuro. DI QUALUNQUE ETÀ 9608 - 23
Ed il futuro dovrebbe ridare a Rovigno un ulteriore - 14
rilancio e crescita come centro turistico e del terziario TOTALE DELLE ANIME
avanzato, mantenendo un grado di quell’alta vivibilità - 21
che ha contrassegnato la sua storia fino ad oggi. PRETI PROVVISTI DI BENEFICIO 19
O CAPPELLANIE --
-1
PRETI NON PROVVISTI 21
DI BENEFICIO ALCUNO 12

CHIERICI

MONACI, FRATI 21
ED ALTRI REGOLARI

MONACHE CON CLAUSURA -
E SENZA 1

OSPITALI

LA PODESTERIA DI ROVIGNO COMPRENDEVA ANCHE LE GIURISDIZIONI DI MOMIA-
NO, BERDA, PIEMONTE, CASTELLO, CASTAGNA, MARCHESATO DI PIETRA PELOSA,
SDREGNA, PREGARA, SALIZE, MUNE, CEPICH, GRIMALDA E MARCENIGLA.

(ARCHIVIO DI STATO VENEZIA: ANAGRAFI DELLO STATO VENETO, 1790)

297

POPOLAZIONE DI ROVIGNO

ANNO TOTALE SUDDIVISIONE SECONDO LA LINGUA PARLATA D’USO
CENSIMENTO
(DAL 1945 SECONDO LA NAZIONALITÀ)

ITALIANA SERBO-CROATA SLOVENA TEDESCA ALTRE

DAL 1945 CROATA

1869 9.564 - - - --
1880 9.522 9.136 87 10 13 276
1890 9.622 9.207 22 9 124 300
1900 10.302 9.716 41 16 201 328
1910 12.323 10.859 57 63 320 1024*
1921 10.022 9.482 27 472 - 41
1931 10.170
1936 9.723 - - - --
1945 8.871 - - - --
1948 9.134 7.555 1.306 1 -9
1953 6.885 5.782 3.120 183 3 46
1961 8.871 2.199 4.313 200 6 167**
1991 12.910 1.652 5.935 192 16 1.076***
1.761 7.136 140 16 3.857****

* - dei quali 1.015 stranieri
** - dei quali 104 serbi e 16 yugoslavi
*** - dei quali 438 serbi e 293 yugoslavi
**** - dei quali 698 serbi, 371 yugoslavi e 1335 di appartenenza “regionale”

(n.d.r. - Evidente il periodo dell’esodo degli italiani, 1945-1955 circa)

Con legge provinciale del 30.12.1869 Rovigno è dichiarata città con proprio statuto comunale. Il comune non ha un territorio
suddiviso in frazioni, quindi i dati indicati comprendono tutto il comune. Nel censimento del 1900 viene segnalato per Rovigno
quanto segue: Consolato italiano, Cassa distrettuale per ammalati, Ufficio catasto dell’imposta fondiaria, Ufficio delle imposte,
Ufficio di dogana II, distaccamento guardie di finanza, Imperiale fabbrica di tabacchi, Capitanato di porto e sanità marittima,
Camera di commercio e industria, Ufficio Saggio, Stazione sperimentale agricola-chimica, Giudizio circolare, Giudizio distret-
tuale, camera dei notai, 2 notai, 4 avvocati, Magistrato civico, fisicato di città, Decanato, prevostura, capitolo collegiale, 2 cappel-
lanie, 34 chiese filiali, convento dei francescani, 2 istituti delle suore di S.Gaetano, figlie del Divino Salvatore, scuola industriale
di perfezionamento, 3 scuole popolari con 18 classi, 8 asili infantili, ospedale marino pubblico (S.Pelagio), casa di ricovero, 2 far-
macie, 6 medici, 4 levatrici, 2 istituti pompieri, stazione di sfratto, 5 gendarmi, 3 consorzi di risparmio e prestiti, Ufficio erariale
di posta e telegrafo, stazione ferroviaria, porto commerciale, 2 porti (S.Andrea e Vestre), approdo per vapori, faro (S.Giovanni in
Pelagio), rovina di castello romano (Monte della Torre).
(da “I Censimenti della Popolazione dell’Istria”, Guerrino Perselli, ROVIGNO,Centro di Ricerche Storiche)

Marino Bonifacio

I COGNOMI

298 Tra le opere e le fonti storiografiche sull’onomastica no d’Istria: i Malusà” (1990) con un nuovo ed interes-
sante approccio metodologico agli studi settoriali ono-
rovignese, specie sui cognomi, ad iniziare da quelli più mastici sulle antiche famiglie dell’Istria in genere ed in
antichi, vanno innanzi tutto citati due interessanti e particolare di Rovigno.
significativi studi e saggi di Bernardo Benussi, editi I dati attinti agli studi finora pubblicati e ovviamente
ancora alla fine del secolo XIX: “Abitanti animali e alle fonti onomastiche in essi pubblicate, documentano
pascoli in Rovigno e suo territorio nel secolo XVI” la comparsa nelle fonti scritte, tra il ’300 ed il ’500,
(1886), con l’elenco delle “Famiglie di Rovigno nel dei più antichi casati indigeni di Rovigno:
1595”, attinto alle anagrafi dell’allora Archivio muni- Barzelogna (1510 - dall’antica voce rovignese barsa-
cipale e “Storia documentata di Rovigno” (1888) con luogna “uomo furbo”, avente quindi lo stesso signifi-
un’appendice dedicata alle “Famiglie di Rovigno coi cato dell’italiano antico bargello, a meno che si tratti
loro capostipiti”, tratta dai manoscritti del canonico di un’antica versione rovignese del noto toponimo spa-
rovignese don Tomaso Caenazzo. gnolo ma anche siciliano Barcellona); Benussi (1368 -
Nel “Gruppo di 8 manoscritti di Antonio Angelini da dall’antico personale rovignese Benusso cioè Benuc-
Rovigno” (pubblicato da Giovanni Radossi e Antonio cio, diminutivo affettivo del nome gratulatorio e augu-
Pauletich nel 1977-78) figurano pure due scritti di rale Bene, fissatosi come cognome nel genitivo Benus-
notevole rilevanza per la nostra trattazione: il primo si); Bernardis (1482 - dal nome Bernardo al genitivo);
intitolato “Dell’origine, e cognomi di alcune famiglie Bichiacchi (1479 - oggi Biciacci; la base effettiva del
di Rovigno secondo gli alberi genealogici del canonico cognome è il soprannome Bichiacchi, appellativo di
Oliviero Dott. Costantini con alcune mie annotazioni”; origine espressiva o imitativa, come le voci italiane
il secondo, invece, tratta di “Alcune famiglie estinte ed bichiacchia “discorso sciocco” e bislacco “stravagan-
alcuni cenni sopra le famiglie Masato, Cavalieri, te”); Bodi (1450 - forma contratta di Bonaiudi, così
Costantini, Biondo, Sbisà, Milossa”. come l’italiano Buti o Buto è contrazione di Bonaiuti o
D’importanza fondamentale, per il contributo che dà Bonaiuto, tutti cognomi risalenti al nome augurale e
all’onomastica cognominale rovignese, risulta, poi, lo gratulatorio medioevale Bonaiuto, dato a un figlio
studio di Antonio Pauletich su “I soprannomi di Rovi- molto atteso che rappresentava un aiuto per i genitori;
gno d’Istria” (1971), dal quale si apprende che i primi nell’altro cognome rovignese Budicin-un tempo Bodi-
studi sulle famiglie rovignesi e sui loro capostipiti ven- cin-è sottinteso un diminutivo di Bodi); Bronzin (1530
nero compiuti dal canonico Oliviero Costantini (morto - ramo dei Barzelogna, ossia da Bortolo Barzelogna
nel 1784), che stese gli alberi genealogici delle casate detto Bronzolin o Bronzin, in quanto lavorava oggetti
di Rovigno fino al 1745. Doveroso è rilevare che, in bronzo e in particolare fabbricava i brunzeîni “pen-
come si annota in diverse fonti ed autori, nel naufragio tole di ghisa”); Cabrin (1598 - estinti); Cavrin (1468 -
avvenuto il 30 novembre 1568 della barca che portava estinti; pur risalendo a due capostipiti diversi, i casati e
a Venezia il canonico rovignese Domenico Devescovi, cognomi Cabrin e Cavrin equivalgono entrambi a
andarono perdute tutte le carte capitolari precedenti al Caprin o Caprino diminutivo di Capra, ossia hanno per
1400, per cui oggi è difficile risalire a notizie sulle più base il nome Capra, attraverso un originario sopranno-
antiche famiglie rovignesi prima del 1300. me di mestiere collegato alla capra); Cherin (1300 -
Nel saggio di Giovanni Radossi - Antonio Pauletich, cognome risalente al personale rovignese e istrioto
“Stemmi e podestà e di famiglie notabili di Rovigno” Chireîn, adattato nella forma veneto istriana Querin e
(1970), accanto ai contenuti araldici vengono presenta- Cherin, versione dialettale istriana dell’italiano Quiri-
ti numerosi dati anche sulle famiglie rovignesi, in par- no o Querino, che continua il tardo personale latino
ticolare su quelle che potevano vantarsi di avere un Quirinus, di origine però sabina); Damiani (1453 - dal
proprio stemma. nome Damiano al genitivo); Devescovi (1340 - dal
Recentemente è uscito, invece, uno studio di Marino nome Vescovo derivato da un originario soprannome e
Bonifacio sugli “Antichi Casati di Rovigno e di Digna-


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