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Published by info, 2018-05-16 03:55:56

Rovigno d'Istria

Rovigno d'Istria

150 Qua e là qualche distinzione viene rilevata per divenire Trieste, con le sue Zone A e B.
Fin dal 1945 la Iugoslavia considera l’Istria non già in
commento o valutazione delle popolazioni più o meno amministrazione fiduciaria ma annessa di fatto. Sono
vicine. emanate, in una fase successiva, disposizioni diverse
Rovigno, ad esempio, centro di innegabile impronta fra i territori a nord e quelli a sud del fiume Quieto,
veneta, ha una sua particolare indole popolare e di che diviene una linea di demarcazione fittizia o provvi-
contrarietà al decaduto regime, per cui si adopera con soria della cosiddetta Zona B del dichiarato Territorio
entusiamo ad aiutare i numerosi soldati italiani che, Libero di Trieste dal resto dei territori occupati dalle
sbandati, transitano in Istria diretti alle loro lontane truppe iugoslave.
residenze, e a costituire le prime formazioni di parti- L’amministrazione locale è basata su un sistema di
giani italiani che daranno il loro contributo di sangue comitati popolari distrettuali, circondariali e regionali.
nella guerra divenuta ormai pressochè esclusiva contro Condizione indispensabile per ricoprire delle cariche
le ultime formazioni dell’esercito germanico. pubbliche è l’appartenenza all’U.A.I.S. (Unione
A nord del canale di Leme, la “signorile” Parenzo non Antifascista Italo-Slava ), il cui programma è basato
verrà meno ai principi ideali e agli impegni nazionali sull’inscindibilità della Venezia Giulia e la sua annes-
della sua gente. sione alla Iugoslavia.
Nel mese di maggio del 1945 i reparti partigiani di L’amministrazione della giustizia ha una funzione
Tito invadono, con Fiume, tutta l’Istria: il fenomeno rigorosamente politica. Nei primi 16 mesi dalla fine
dell’abbandono delle città occupate si intensifica. Non della guerra non si tengono processi ad elementi slavi,
sono più singoli individui a partire, ma intere famiglie per cui le sentenze di condanna colpiscono quasi
costrette a trovare rifugio nelle città di Pola e di esclusivamente i cittadini italiani. Non esistono codici
Trieste, presidiate dagli anglo-americani. La fiumana penali nè civili, perchè i codici italiani sono stati sop-
di gente che corre a mettersi in salvo andrà rafforzan- pressi e sono sconosciuti i codici iugoslavi. Soppressi i
dosi dappertutto fino all’esaurimento della popolazio- tribunali normali, funzionano solo quelli popolari
ne italiana, fatta eccezione per quel minuto residuo di subordinati ai giudici popolari strettamente collegati
istriani italiani, fedeli all’ideologia, che asseconda il con l’OZNA, la polizia politica segreta. È sconosciuta
regime di occupazione e per quella esigua parte inca- la funzione dell’avvocato difensore, come del resto la
pace di staccarsi dalla terra degli avi per singole cause, facoltà di appello.
l’età avanzata, l’impreparazione per il diverso o il In merito all’amministrazione scolastica va rilevato
timore dell’ignoto destino. che se le scuole italiane non sono eliminate sono forte-
Le percentuali degli esuli si aggireranno, alla fine, mente ridotte. Il personale insegnante italiano è
dall’80 al 90-95 per cento della popolazione d’ogni costretto a fuggire se non viene licenziato. Tutti i pro-
singola località italiana, e ciò nonostante le difficoltà grammi di studio sono epurati, mentre i pochi libri di
opposte agli aspiranti all’esodo dai poteri popolari testo sono inservibili a causa dei frequenti errori e
locali, che avvertono il pericolo di una troppo massic- delle falsificazioni.
cia riduzione degli abitanti autoctoni - la maggioranza L’organizzazione sindacale e previdenziale è pratica-
- che saranno sostituiti ben presto dall’opera di colo- mente inesistente: le strutture sostitutive create ex
nizzazione slava messa in atto in tempi rapidi. Le novo sono emanazioni dell’UAIS. Non esiste diritto di
alterne fasi d’apertura regolamentare delle opzioni sciopero, gli assegni familiari sono aboliti e i familiari
per i richiedenti la conservazione della cittadinanza dei lavoratori non hanno diritto a prestazioni sanitarie.
italiana non incideranno in misura esorbitante nell’a- L’organizzazione economica è caratterizzata dalla cir-
zione di freno dell’esodo, che parificherà i conti colazione di una moneta priva di valore e da un siste-
anche nei centri al nord del fiume Quieto dopo il ma fiscale che presenta aspetti di furto legale. Le tasse
memorandum d’intesa di Londra del 1954, che darà sono aumentate in misura insostenibile e vengono nor-
un colpo di spugna al progettato Territorio Libero di

malmente sabotate le iniziative degli operatori italiani, 151
che devono subire ogni forma di persecuzione.
L’agricoltura è in piena crisi anche per la mancanza di
prodotti fertilizzanti e per l’inesistenza di mercati di
sbocco.
L’industria è paralizzata. Le miniere di carbone
dell’Arsia dispongono di un personale molto ridotto;
lo stesso dicasi per le miniere di Sicciole danneggia-
te dall’incapacità professionale della nuova classe
dirigente.
Anche il commercio è paralizzato a causa soprattutto
della moneta d’occupazione priva di valore fuori zona.
Articoli e merci di prima necessità con provenienza
dall’estero non sono facilmente reperibili.
Vige un regime di razionamento irregolare e saltuario.
Le condizioni alimentari molto povere vengono transi-
toriamente migliorate nel caso di previste visite di
commissioni alleate, come nel caso dell’arrivo di quel-
la d’inchiesta sulla situazione etnica della regione.
Vige, infine, nell’Istria l’obbligo del lavoro obbligato-
rio detto “volontario” per i giovani che sono inviati a
compiere opere di ricostruzione di strade e ferrovie
nell’interno della Iugoslavia.
Ogni nuovo metodo o sitema introdotto risponde all’u-
nico scopo di cambiare il volto italiano dell’Istria age-
volando all’uopo, in forma clandestina, l’allontana-
mento della popolazione italiana.
La prima fase di soppressione degli italiani viene
attuata in settori differenziati durante la prima occupa-
zione slava del settembre 1943, allorchè vengono mas-
sacrate e infoibate diverse centinaia di italiani. Si cal-
cola, inoltre, che dopo il 1°maggio 1945 siano scom-
parsi circa 5000 italiani, scaraventati in parte nelle
foibe, altri gettati in mare con grosse pietre legate al
collo e non pochi deportati in Iugoslavia. A puro titolo
di esemplificazione è possibile dare notizia che nelle
acque di Albona vengono annegati 64 italiani, come
risulta testimoniato da dichiarazioni scritte di persone
sfuggite al massacro.
A Visignano nel maggio 1945 vengono gettati nella

SCALETTA E VOLTO
del campiello al Monte di S. Tommaso

(foto V. Giuricin, 1993)

152 foiba presso San Giovanni della Cisterna otto cittadini. L’intera legislazione italiana e le norme amministrati-
ve, scolastiche, finanziarie vengono abolite e sostituite
Delle salme vengono reperite nella zona di Umago, a da improvvisati provvedimenti dell’autorità iugoslava.
Villa Cecchi, presso Pisino, nelle vicinanze di Orsera Spoliazione delle proprietà italiane, accuse di “nemico
(dicembre 1945), a Levade (Montona), ancora ad del popolo”, persecuzione del clero italiano, rappre-
Albona nel settembre 1946 e in numerose altre loca- sentano avvenimenti che si verificano con crescente
lità. continuità.
Non si contano gli arresti politici effettuati nel primo Tutte le libertà sono soppresse: non esiste libertà di
biennio di occupazione slava; si segnalano in partico- riunione, di associazione (neppure al partito comunista
lare quelli avvenuti a Buie, Lussinpiccolo, Valdarsa, italiano), di associazioni cattoliche e sportive. Vige la
Momiano, Rovigno, Umago, Parenzo, Capodistria, censura più rigida sulla corrispondenza in arrivo e in
Pisino, ... In alcuni casi l’arresto non viene seguito partenza; anche le persone in partenza e in arrivo sono
dalla deportazione; in questo caso la detenzione si pro- minuziosamente controllate.
lunga nel tempo, a completa discrezione dell’Ozna. Come primo provvedimento d’occupazione è il cambio
Nel complesso il numero degli arresti supera il in senso slavo del nome delle località, città e frazioni
migliaio. dell’Istria, senza tener conto della consistenza della
Il personale italiano delle preture, dei tribunali, degli popolazione di lingua italiana. Vengono deformati
uffici finanzari, gli insegnanti delle scuole d’ogni ordi- anche i cognomi italiani con l’aggiunta di suffissi slavi.
ne e grado, gli impiegati dell’amminitrazione statale e
parastatale vengono licenziati e costretti a riparare L’Italia in ginocchio, distrutta dalla guerra, priva di
nelle zone amministrate dagli anglo-americani. Ma tutto, non è nelle condizioni materiali, quelle economi-
una sorte non diversa viene riservata anche a molti che, di accogliere con una certa decenza i connazionali
operai di Rovigno, Arsia, Pirano, Isola, Capodistria ... esuli dalla Venezia Giulia che si espandono dappertut-
I provvedimenti di licenziamento prescindono dai pre- to. È la fase politica dei primi passi incerti verso una
cedenti politici, anche se antifascisti, di chi viene con- democrazia pluralistica resa problematica da un partito
siderato ostile o non favorevole alle mire iugoslave di comunista fra i più forti del mondo.
annessione dell’intera Venezia Giulia. Proprio nell’epoca in cui finisce per l’umanità l’incubo
In base all’esodo di un sempre crescente numero di della guerra ha inizio per i giuliani l’occupazione stra-
cittadini istriani autoctoni, si intensifica il processo di niera, non di tipo occidentale come quella che presidia
immigrazione di popolazione slava, in particolare slo- temporaneamente quasi l’intero Paese, ma di conio
veni e croati. nazionalcomunista, un regime, anche se esaltato da
In numerose località, specie nell’Istria meridionale e minuti strati di un’opinione pubblica italiana ignara,
centrale, vengono manomessi gli uffici anagrafici con che fa precipitare le popolazioni del confine orientale
l’asportazione dei registri della popolazione e di quelli dalla padella nella brace.
catastali. Molti parroci vengono costretti a consegnare La prima ragione dell’esodo è la paura, una paura
i registri parrocchiali, anche se risalenti a diversi secoli senza limiti, onnipresente: paura del cambio di sovra-
addietro nel tempo. nità e di venir governati da gente sconosciuta, paura di
Vengono distrutti monumenti, epigrafi, lapidi che vendette di cruda ferocia, paura di perdere il patrimo-
ricordino il carattere italiano dell’Istria e i suoi uomini nio culturale, le tradizioni, la parlata, in un momento
illustri. È distrutto ad Orsera persino il leone di San in cui i popoli inneggiano alla libertà dalle sponde
Marco, a Buie il monumento ai Caduti della guerra francesi sull’Atlantico alle isole del Giappone sul
1915-18, a Cherso i segni della presenza veneta, a Pacifico, paura del partito unico, onnipresente, di un
Capodistria l’erma di Gambini, caduto sul Podgora, a comunismo aggravato - come se già di per sè non
Pirano la lapide dell’arrivo della torpediniera di bastasse - da un nazionalismo brutale, paura di non
Nazario Sauro.

poter essere più quel che si è stati, paura d’un ignoto 153
gravido di intimidazioni premonitrici.
“Bisognava indurre gli italiani ad andare via, con pres-
sioni d’ogni tipo. Così fu fatto.” sono le parole di
Milovan Gilas, che ha ricordato di recente l’incomben-
za da lui condivisa con Edward Kardelj di andare in
Istria, nel 1946, ad organizzare la propaganda (termine
meramente eufemistico) anti-italiana.
L’esule lascia tutto ciò che la vita può offrire in cam-
bio di un pagliericcio nel nidore d’un campo profughi
e di un piatto di minestra. Conserva i soli ricordi, unica
proprietà inalienabile d’ogni essere umano.
Anche se non è facile intenerire un cuore indurito dai
gravi torti subiti, l’esule non odia nessuno: ha cono-
sciuto l’altrui odio a sue spese. Non gli si può chiedere
di dimenticare quanto gli è accaduto. Non l’avrebbe
dimenticato il cittadino di Lubiana se, nell’ipotetico
caso di vittoria dell’asse Roma-Berlino, la sua città
fosse divenuta davvero provincia italiana. Non ha finito
anzi ancor oggi di rinfacciarci quella vana intenzione
senza tollerare il nostro lamento per la realtà istriana.
Non si possono esaltare i principi ideali di una
lotta sacrosanta contro gli usurpatori del proprio
suolo ripromettendosi, nel contempo, di usurpare
il suolo altrui.
A mezzo secolo dalla fine del secondo conflitto
mondiale e dall’assegnazione delle terre giuliane
abitate da italiani alla Iugoslavia, l’ordinaria vicenda
di una qualsiasi famiglia istriana può rendere mani-
feste, ai non giuliani soprattutto, le ragioni che li
costrinsero in trecentocinquantamila ad abbandonare
tutto nella completa indifferenza di chi non era col-
pito da uguale tragedia.
Troppo numerose e contrastanti sono le versioni che si
ascoltano o si leggono di questi tempi, ad oltre cin-
quant’anni dalla fine della guerra, sull’esodo, sulle
cause che hanno provocato l’eccezionale dispersione
della stragrande maggioranza della popolazione dei
territori giuliani passati a sovranità iugoslava.
A chiedersi il perchè dell’esodo non sono i soli cittadi-

SCORCIO DI VIA SANVINCENTI
(foto V. Giuricin, 1993)

154 ni di Bitonto, di Chiavari, di Aosta o di Bolzano, e dell’esodo può essere considerata proprio la cono-
scenza, derivata da esperienza diretta, del nuovo
neppure i triestini “patochi”, più vicini alle terre del- sistema di vita, se così si può dire, instaurato in
l’esodo, ma istriani autentici, esuli da una quarantina Istria, tanto da riconoscere che, se invece di un paese
d’anni e più, ai quali dovrebb’essere nota - almeno a a regime totalitario, le nostre terre fossero state
loro - la causa prima, quella determinante, in base alla occupate da un paese retto con metodi democratici di
quale hanno preso la insolita decisione, all’inizio del tipo occidentale (Austria, Svizzera, Francia,
dopoguerra, di lasciare casa, lavoro, amici, parenti, Germania Federale, per citare i più vicini) l’eventua-
cimitero, clima, usi e costumi, in una sola parola la le aspirante all’esodo sarebbe stato affidato alle cure
propria terra, per affrontare un incerto avvenire in un di un istituto psichiatrico.
Paese stremato, vinto e distrutto dalla guerra, povero, Nessun fondamento può avere quindi la tesi secondo la
stracolmo di disoccupati, per iniziare in molti casi un quale l’esodo sarebbe il risultato di “una scarsa cono-
processo di emigrazione senza ritorno. scenza dei parlanti la lingua italiana in Istria del
Un primo giudizio, che fa impallidire, è contenuto mondo che li circondava”, che, tradotto in un concetto
nelle dichiarazioni che l’esodo proviene soprattutto elementare, terra terra, vorrebbe significare che se
da una scarsa conoscenza italiana dei problemi del avessimo conosciuto meglio il mondo circostante
confine d’ltalia, dove l’esule ha tracorso una vita o saremmo rimasti a casa nostra.
una parte della sua vita. Ci sarebbe stata una scarsa Gli aspetti balordi di una simile asserzione non lascia-
conoscenza nei parlanti la lingua italiana, in Istria, no margine ad ulteriori contestazioni.
del mondo che li circondava, per cui l’esodo sarebbe Esaminiamo piuttosto il fondamento di una seconda
scaturito dallo spirito di vendetta per questa incom- tesi, che giustificherebbe l’esodo con le ragioni econo-
prensione. miche, che avrebbero spinto la grande maggioranza
Dovrebbe ricredersi quindi, secondo simili giudizi, chi dei giuliani dei territori assegnati alla Iugoslavia a
ha ritenuto fino ad oggi che l’esodo sia stato la conse- lasciare “ogni cosa diletta più caramente” per miglio-
guenza diretta della disfatta militare dell’Italia, del- rare la condizione economica.
l’occupazione straniera e della ben nota diversità fra il Questo argomento è il rifugio dei “contrabbandieri di
mondo slavo, in funzione di invasore, e il mondo latino idee” più abili e spregiudicati. Alcuni chiamano in
e veneto invaso. causa con nome e cognome le ragioni economiche,
Dovrebbe ricredersi del pari chi ha pensato fino ad altri, più accorti, lasciano intendere che non vi possono
oggi che ad affrontare la scelta dell’esodo siano stati i essere altre cause, altri ancora che vi hanno concorso
cittadini dei paesi retti dallo stalinismo e successiva- delle ragioni economiche, senza precisare a quali altre
mente dal comunismo cosiddetto reale come la dovrebbero essere aggiunte.
Iugoslavia, l’Ungheria, la Romania, la Cecoslovacchia, Prendiamo in considerazione un fondamento reale:
la Bulgaria, la Germania Orientale, la Polonia, Cuba, il l’Italia, negli anni Quaranta, e senza forse anche nei
Vietnam... successivi, è distrutta dalla guerra, è militarmente ed
Dovrebbe ricredersi, infine, chi ha ritenuto finora, economicamente in ginocchio, il boom è di là da veni-
anche se confortato da dati di fatto, che fra gli esuli si re, i disoccupati e i sotto-occupati non si contano. Per
contino non pochi iugoslavi, ai quali dovevano essere chi se ne viene in Italia, che si trova in condizioni
fin troppo noti i problemi del mondo che li circondava, tanto critiche, ci sono le sole prospettive di un piatto di
quelli dei loro connazionali e quindi dei propri. minestra dell’assistenza postbellica e di un paglione in
Non conta che i tedeschi della Germania Orientale una baracca, in una ex caserma o in un campo di rac-
abbiano lasciato un mondo conosciuto - anzi troppo colta profughi.
ben conosciuto - per rifugiarsi in quello meno noto Ciò non pertanto, le località dei territori occupati
della Germania Occidentale, che conosce molto bene i
problemi alla consorella.
Sarebbe il caso di far osservare che una delle ragioni

(foto V. Giuricin)



156 dalla Iugoslavia si svuotano della gran parte degli alla Iugoslavia, veniva incolpato apertamente di fasci-
smo, nel più attenuato dei casi di reazione e di nazio-
abitanti:uomini, donne, giovani e non più giovani. La nalismo italiano. È, questo, un metodo di marchio sta-
maggioranza dei giuliani, oltre che di un’abitazione, linista, collaudato e consolidato da Giuseppe Stalin,
disponeva nella propria città di un’occupazione in che ancor oggi si dimostra duro a morire e sorretto
gran parte stabile, in un ente pubblico o privato, molti dalla diffusa morale traducibile nel concetto del chi
gli operai, gli artigiani, i pescatori, gli impiegati, gli non è con noi è contro di noi.
agricoltori. Salariati e salariate di manifattura tabac- Nei territori giuliani occupati a guerra finita veniva
chi, dove la stabilità era garantita, sacrificavano la classificato fascista anche chi avesse osato auspicare la
loro posizione “economica” per un piatto di minestra sovranità italiana in una repubblica diretta da Pietro
del campo profughi? Lo stesso dicasi per il contadi- Nenni o da Palmiro Togliatti, il quale - sia detto tra
no, piccolo proprietario, così per il pescatore e per parentesi - pur conoscendo alla perfezione la situazio-
tutti gli altri... ne politica di quei territori si era guardato bene dall’in-
Ma queste sono da intendersi ragioni economiche alla tervenire per tentare di ristabilire il prevalere della
rovescia, nel senso che la ragione economica avrebbe ragione e della verità.
imposto caso mai un secco rifiuto all’esodo. Detto fra Noti esponenti comunisti, giudicati dal tribunale spe-
parentesi, anche chi scrive avrebbe lasciato casa e ciale perchè sovversivi antifascisti, venivano condan-
insegnamento o comodo impiego in un ufficio, a sua nati, se esenti da morte presunta, ai lavori forzati dal
scelta, per affrontare anni di disoccupazione e la tribunale del popolo, altri antifascisti e comunisti
mensa della pubblica assistenza in Italia, il tutto per erano costretti ad imboccare la via dell’esodo, valorosi
ragioni economiche? partigiani già inquadrati nelle brigate iugoslave prefe-
L’esule prima d’essere esule, non era un senzatetto rivano il campo raccolta profughi al potere popolare, le
disoccupato: possedeva un’abitazione, nella gran parte città venivano abbandonate dalla maggioranza della
dei casi di sua proprietà, ed un lavoro. popolazione, che non poteva essere tacciata in blocco
Il giuliano per affrontare l’esodo è divenuto un senza- di fascismo.
tetto disoccupato. Il pescatore istriano non poteva Nella realtà veniva accusato di fascismo e di nazionali-
lasciare di buon grado il suo mare anche nel caso che smo chi col suo comportamento neutro o imparziale
avesse voluto fare il pescatore altrove, su un tratto di lasciava argomentare d’essere favorevole ai principi
mare ignoto, che non si può cominciare a conoscere a occidentali dell’autodeterminazione, nel senso che il
cinquant’anni o sessanta compiuti. In breve, le ragioni destino di quelle terre venisse decretato dall’esito della
economiche non potevano essere in alcun caso favore- consultazione delle popolazioni interessate.
voli all’esodo. Non potevano essere incolpati di nazionalismo o di
A parte la stravagante trovata che le ragioni dell’esodo una forma di esaltazione patriottica pericolosa gli esuli
fossero da attribuirsi all’ignoranza dei cittadini dei ter- che lasciavano nei fatti ogni bene terreno per rifugiarsi
ritori italiani di confine circa l’ambiente circostante ed in cospicua quantità non in Italia, all’ombra del trico-
a quella non meno balzana attribuita a ragioni economi- lore, ma in Australia, nel Canada, negli Stati Uniti
che del tutto controproducenti, nella realtà dei fatti sia d’America o nelle malferme repubbliche dell’America
la prima che la seconda sono l’esatto contrario della Latina. Perchè non rimanere piuttosto nella
realtà, è il caso di considerare una terza causa, che crea Iugoslavia? Estero per estero, non avrebbero perduto
uno stato psicologico di pressione intimidatoria senza tutto ciò che la vita aveva loro offerto senza dover
giustificazione, ma d’un certo effetto in qualsiasi regi- incominciare tutto, ma proprio tutto, daccapo.
me dittatoriale di rito comunista: l’accusa di fascismo. Un’altra ragione da prendere in esame può essere quel-
Chiunque venisse accusato di non gradire i nuovi pote- la attribuita al governo italiano e ai partiti governativi
ri popolari, il clima di una fratellanza predicata come dell’Italia democratica d’avere stimolato e sorretto
slogan, l’annessione dei territori giuliani di confine

finanziariamente l’esodo, che veniva considerato dai 157
poteri popolari un fenomeno contenibile.
Il partito di Palmiro Togliatti mal tollerava che intere
popolazioni fuggissero - come sono fuggite - da una
regione retta dallo stalinismo come la Iugoslavia del-
l’epoca.
“Condividerei pienamente il tuo desiderio che avesse
fine l’afflusso di profughi dalla Venezia Giulia se avessi
fiducia che la mia parola e la mia azione fossero suffi-
cienti a reprimere un esodo che avviene contrariamente
alla mia volontà e a quella dei miei collaboratori ... È
stato fatto tutto il possibile non solo per sedare il panico
ed evitare le esaltazioni collettive, ma anche per persua-
dere gli istriani a non abbandonare le loro sedi.” Così
aveva scritto Alcide De Gasperi al ministro comunista
Sereni, cui sarebbe riuscito di frenare l’esodo solo se
fosse stato ministro di un governo a partito unico, il suo,
col ricorso all’espediente di restituire gli istriani esuli
alle autorità iugoslave dei luoghi dai quali provenivano.
Chi scrive partecipò nel 1946 ad un incontro di istriani
del C.L.N. dell’Istria con il presidente del Consiglio
dei Ministri Alcide De Gasperi e fece proprio il sugge-
rimento dell’eminente uomo di stato di invitare gli
istriani a fare il possibile per restare nella propria terra.
Il sottoscritto, predisposto un appello ai suoi concitta-
dini, lo fece trasmettere dall’emittente radiofonica
“Venezia Giulia”. Qualche giorno dopo la trasmissio-
ne, dal battello attraccato a Trieste, colmo di nuovi
profughi istriani, scesero molti suoi concittadini che
non esitarono a chiedere se il sottoscritto era divenuto
sostenitore delle tesi dei cosiddetti poteri popolari pro
Iugoslavia.
Il consiglio di De Gasperi di rimanere in Istria accet-
tando la nuova realtà al fine di difendere così la pre-
senza italiana storica in quelle terre non venne accetta-
to perchè non poteva essere accettato in virtù del pri-
mum vivere.
I profughi, cittadini benestanti o nullatenenti, non
potevano venire persuasi da nessuno a continuare a
vivere in un regime stalinista iugoslavo. L’avrebbe

LA GRISIA
(foto V. Giuricin, 1993)

158 fatto una piccola parte dei comunisti decisi a non fare vescovo Antonio Santin a Capodistria e con la morte
del sacerdote Miro Bulesich a Lanischie, se non basta-
marce ideologiche all’indietro, anche se più tardi no quelle contro noti antifascisti di primo piano fatti
sarebbe giunto Kruscev a spiegare come avevano paga- scomparire o condannati ai lavori forzati). Una pagina
to persino con la vita non pochi comunisti, anche stali- a parte dovrebbe essere riservata alle morti per foiba,
nisti, la loro fedeltà ai vecchi ideali. un massacro inumano molto diffuso, che non poteva
dar pace ai sopravvissuti;
Quali sono, allora, le reali autentiche motivazioni di un c) il regime dispotico viene aggravato nei territori giu-
esodo che ha visto le popolazioni dei centri abitati dei liani dalla prospettiva di dover abbandonare il sistema
territori passati a sovranità iugoslava lasciare, per sem- di vita italiano e occidentale con i suoi valori, positivi
pre, nella misura del 90 o del 95 per cento la terra e negativi, non ultimi quelli culturali intesi in senso
dov’erano nate e cresciute, per affrontare l’ignoto di lato, per vivere il resto della vita nel mondo slavo e
un Paese in miseria, distrutto dalla guerra o le terre orientale con i suoi valori diversi, positivi e negativi;
lontane di altri continenti? d) il nuovo occupatore non fa nulla per invogliare la
Questo argomento non può essere affrontato da chi popolazione a restare. È più giusto sostenere che ha
possiede la sola presunzione di parlare con cognizione assistito impassibile all’instaurarsi e all’espandersi del
di causa pur non avendo vissuto nella Venezia Giulia clima di terrore nel quale operavano anche i pochi ita-
occupata dopo la fine del secondo conflitto mondiale. liani votati alla causa iugoslava. Lo sfollamento degli
Non hanno alcun senso le fantasticherie fasulle sulla italiani dai territori annessi alla Iugoslavia rientrava
scarsa conoscenza del mondo circostante, sulle conve- nel programma di una politica di vedute lungimiranti:
nienze economiche, che avrebbero consigliato casomai eliminare l’esistenza di forti sacche di italiani nei
di restarsene a casa propria, sulla facile accusa di nuovi territori di confine della Federativa.
fascismo, come espediente intimidatorio e psicologico A cinquant’anni e più dalla fine della guerra, va detto
di marchio moscovita, o sulla propaganda dei gover- con estrema franchezza tutto quello che dev’essere
nanti italiani dell’epoca, i quali, con i comunisti in detto sui perchè dell’esodo, e ciò per amore della
prima fila, avevano stimolato gli istriani a restare. verità, se pure senza odio o senso di rivalsa, con spirito
Si può concludere, perciò, che a monte dell’esodo di amore per la pace e per un’autentica solidarietà fra
stanno le seguenti ragioni, sempre valide anche per chi tutti i popoli.
era animato da ideali internazionalistici e da sentimen- Ci saranno sempre degli esquimesi pronti a dettare le
ti di vera fratellanza fra i popoli: norme di comportamento agli abitanti del Congo
a) sconfitto un regime totalitario, se ne è instaurato nei durante la calura estiva. M’è accaduto di pensare a
territori occupati dagli iugoslavi uno più duramente questa riflessione del polacco Stanislaw Jerzy Lec
totalitario e dispotico, sorretto da polizie segrete, udendo ripetere una delle solite logore argomentazioni
tant’è che numerosi furono i profughi di lingua e di (alle quali non prestava fede neppure chi le esponeva)
etnia slave. Ciò corrisponde a quanto si è verificato, sulle cause dell’esodo giuliano.
anche se in forma percentuale minore, negli Stati Per quanto mi riguarda, ho deciso un bel giorno (bello,
dell’Europa orientale governati dai comunisti; si fa per dire) della fine del 1945, sulla base di non
b) il biglietto da visita dei nuovi arrivati in Istria non poche precise valutazioni a lungo meditate ed
era tale da lasciare tranquilla la gente del posto: clima approfondite, di lasciare per sempre la mia città, la
di paura, di persecuzione, nazionalismo spinto e terra dove avevano vissuto, con e senza Austria-
minaccioso, violenze d’ogni genere (erano d’insegna- Ungheria, con o senza Italia, tutti i miei avi, ed oggi, a
mento gli episodi di aggressione contro i religiosi, fra distanza di mezzo secolo (due generazioni) dovrei
cui gli assassinii di don Angelo Tarticchio, parroco di lasciarmi spiegare, persino da chi dell’esodo ha sentito
Villa di Rovigno e don Francesco Bonifacio, parroco qualche notizia o ha adocchiato qualche trafiletto sulle
di Villa Gardossi e altri, e culminate con le violenze al

stitiche cronache di un giornale (interessato magari ad ti a sovranità iugoslava, aveva dominato l’Austria- 159
esaltare o molto più spesso a disprezzare lo strano
fenomeno dell’esodo generalizzato), le vere ragioni Ungheria. Il suo imperatore più longevo era stato defi-
della mia decisione, del perchè sono venuto via, quasi nito l’impiccatore. Orbene non si era verificato in
si fosse trattato di un colpo di testa momentaneo e quell’epoca alcun esodo di italiani.Erano rimasti a casa
privo di conseguenze le più serie. loro, a lavorare una terra avara ed un mare periglioso.
Si trova persino chi osserva che la buona Storia, con la Non è un’opinione nè un’interpretazione interessata. È
esse maiuscola, non dev’essere scritta o interpretata la semplice verità, valida per tutti.
con immediatezza, e ciò per lasciare decantare gli La gente del mondo, in Europa, in Asia, in Africa,
avvenimenti che devono essere interpretati più tardi, nelle Americhe, indifferente la parlata, italiana o slava,
secondo l’andazzo dei tempi, ad opera dello storico di tedesca o indocinese, ungherese o cubana, a prescinde-
professione, che non li ha vissuti, ma che ne sa di sto- re quindi dalla lingua e dalla etnia o razza, ha abban-
ria. Sarebbe come dire che non dev’essere Bruto, nè donato i Paesi retti da regimi stalinisti per rifugiarsi in
tanto meno Cassio a spiegare come qualmente venne quelli democratici di tipo occidentale. Emblematico è
pugnalato Cesare. Bruto può avere svolto un certo stato l’esempio delle due Germanie: l’esodo ha avuto
ruolo in quella occasione, ma è preferibile lasciar giu- sempre una sola direzione, da est ad ovest, mai in dire-
dicare due millenni più tardi, magari secondo le regole zione opposta, singole spie escluse.
del materialismo storico. I cosiddetti rifugiati dei centri di raccolta del mondo
Sia detto tra parentesi: come giudicare chi sostiene sono provenuti dai regimi totalitari d’Ungheria,
che allorchè si tratta di storia antica è arduo fare sto- Romania, Cecoslovacchia, Cuba, Bulgaria, Cambogia,
ria perchè mancano i
documenti; mentre se si
tratta di storia recente
non si può fare storia
perchè trabocchiamo di
documenti?
Nel caso della storia del-
l’esodo si assiste ad una
vera gara, esuli a parte,
fra coloro che hanno lo
scopo di cambiare le
carte in tavola.
Ma può essere utile fissa-
re un punto ben fermo,
che non può essere aggi-
rato o smentito da nessu-
no: prima del periodo ita-
liano nella Venezia
Giulia, nei territori passa-

EL BALADUR DA SA’ PAVANA
(foto V. Giuricin, 1993)

160 Iugoslavia. Non è stata la moda del tempo. Si è lasciato patria e della libertà: per difendere la propria identità
ha corso il rischio, nei primi anni dell’esodo, d’essere
il regime stalinista con il rischio della vita o della galera. restituito al mittente, senza evitare peraltro, nel chiede-
Dalla Iugoslavia non se ne sono venuti via solo gli ita- re asilo, ingiurie e villanie della peggior risma nei cen-
liani; secondo fonti interessate a dare versioni partigia- tri civili d’Italia, quelli più avanzati in senso europeo.
ne, l’esodo di cittadini iugoslavi, di lingua slava, Ha sbagliato a credere che sarebbe stato rispettato nei
sarebbe stato addirittura più forte di quello massiccio suoi sentimenti patrii e nei suoi diritti umani, e che
degli italiani. Ma il calcolo delle percentuali smentisce sarebbe stato preferito rispetto ai nuovi padroni della
questa asserzione. sua terra e, in tal caso, meritevole di cure e di attenzio-
È utile affermare inoltre che nessuno può sostenere ni pari a quelle che un padre dabbene riserva ai figli
che degli americani lascino il loro paese per trovare dabbene.
rifugio in Bulgaria o gli svizzeri a Cuba o i greci nel Ha sbagliato a credersi degno d’essere menzionato
Vietnam. dalla grossa stampa, di meritare un minimo d’attenzio-
Nel giro di pochi lustri si spegneranno i protagonisti ne al pari degli esuli dalla Grecia dei colonnelli, dalla
dell’evento straordinario che va sotto il nome di esodo, Palestina, dal Cile, esuli con la e iniziale al maiuscolo.
che non andrà a far parte della storia del nostro Paese È giusto concludere, alla fine, che ha sbagliato a rite-
semplicemente perchè di esso non si è voluto prendere nere la classe dirigente e gli esponenti politici del suo
nota nei testi che contano, i soli che possono sfidare il Paese fieri della scelta dei giuliani e che nei loro con-
logorio del tempo e la memoria dei posteri. fronti non avrebbero provato come un senso di vergo-
gna da coprire col silenzio, perchè la fuga dal comuni-
A quasi mezzo secolo da quell’epoca, l’esule può esse- smo non poteva essere valutata una scelta di sinistra.
re indotto a fare il bilancio dei pro e dei contro l’esodo. Un esempio emblematico? Si è letto su un organo di
Si renderà ragione così d’avere sbagliato ad alimentare stampa, nel 1947, che il sindaco di Cremona, il quale
negli anni giovanili l’amore per la sua terra, per l’ine- alcuni giorni prima aveva dichiarato ad un gruppo di
guagliabile ambiente naturale racchiuso nella splendi- esuli da Pola che per lui essi erano degli stranieri, li
da penisola dell’Alto Adriatico. aveva sconsigliati di gettarsi per disperazione nel Po,
Ha sbagliato a credere d’essere un nazionalista, aven- perchè in tal caso il Comune avrebbe dovuto sobbar-
do esperimentato ben presto a sue spese d’essere stato, carsi le spese per il recupero delle salme.
in quanto a nazionalismo, un inesperto, un principian- Gli esuli se ne sono venuti via, in 350 mila, muti e
te, un ultimo della classe, e che la tragedia della fratel- spauriti, sebbene fossero stati maggioranza della popo-
lanza italo-slava altro non era che la maschera di un lazione nelle loro terre: un esodo, in rapporto alla
nazionalismo slavo esasperato. popolazione delle terre perdute, che si colloca in testa
Ha sbagliato a non dare alla Carta Atlantica il solo nella graduatoria degli esodi dell’ultimo dopoguerra. Il
significato che aveva, quello di un pezzo di carta. Maresciallo Tito per suo conto aveva reso noto che il
Ha sbagliato del pari a credere nella liberazione anche numero degli esuli dai nuovi territori giuliani si aggira-
per sè, nei diritti umani, in quelli di una società giusta, va intorno ai 300 mila.
nel diritto delle genti e non nel suo rovescio. Una gente cancellata, che ha pagato la guerra perduta
In ordine al diktat del 10 febbraio 1947, ha sbagliato a dall’intero Paese, non dai soli istriani, fiumani e zaratini.
credere che il comportamento dei reggitori del suo Sono ricordati nell’insieme solo alcuni degli sbagli
Paese sarebbe stato pari a quello dei rappresentanti dell’esule, e ciò dopo oltre 45 anni dalla veloce firma
della Germania e del Giappone, i quali per quattro del trattato di pace e dalla ratifica del Parlamento ita-
scogli gelidi e semidisabitati delle Curili avevano liano, con l’aggiunta, trent’anni più tardi, del colpo di
negato e continuano a negare la firma del trattato di grazia costituito dall’affare Osimo.
pace con l’U.R.S.S. Ciò non pertanto gli esuli giuliani, pur avendo ben
Ha sbagliato a credere in ideali astratti come l’amor di

appreso la lezione, se venissero a trovarsi nelle condi- l’olocausto. 161
zioni dell’immediato dopoguerra, di dover decidere
pro o contro l’esodo, ripeterebbero la scelta già fatta. Quanto precede avrebbe potuto essere così compendiato:
Prima di concludere vale ricordare che, nella pratica, non si può dire quel che si pensa, non ci si può fidare
l’esodo dalle numerose località istriane, oltre che da di nessuno, non si distinguono volti amici, si ha paura
Fiume e Zara, si era compiuto in una forma mista di di tutto e di tutti, si deve ammettere che “Tito è
evidenza, anche se forzata, e di clandestinità. La prima nostro”, che “Tito è tutti noi”, che “la nostra casa
era la conseguenza, non sempre agevole, dell’avvenuta vuole Tito”, si è costretti a ripudiare il proprio Paese, a
presentazione dell’atto di opzione dell’interessato al invocare una sovranità diversa, a considerare fascista
mantenimento della cittadinanza italiana, mentre quel- tutto ciò ch’è italiano, non si può parlare ad alta voce,
la clandestina si attuava con l’allontanamento occulto si continua a vivere nel timore del peggio, si devono
e non poco rischioso. cambiare usi e costumi millenari, passato, storia, cultu-
L’abbandono di Pola venne organizzato per tempo da ra, non si può vivere con la propria gente, si è costretti
appositi comitati polesi, che rappresentavano quasi ad abbandonare tutto, si cancella l’identità con la
l’intera cittadinanza, che avevano la facoltà di rivolger- dispersione nel mondo.
si per loro necessità non solo al Governo Militare Questo, in breve, l’esodo avvenuto a cavallo degli anni
anglo-americano, ma anche agli esponenti del governo Cinquanta, mezzo secolo fa. Il tempo trascorso ha
italiano designati da Roma, tant’è che vennero messi a svolto ormai in pieno una delle sue funzioni più effica-
disposizione degli “esodanti” i mezzi di trasporto ci, quella terapeutica. Tanto che oggi, a comunismo
marittimo occorrenti, e in primo luogo il piroscafo cancellato anche dalle coscienze, accade d’udir ripete-
Toscana, che dovette compiere numerosi viaggi da re di frequente o di leggere sui media persino delle
Pola fino ai porti italiani dell’alto Adriatico,come congetture, nel passato impensabili, di possibili ritorni
Ancona e Venezia. degli esuli a casa, per ricominciare a vivere nelle città
Dell’esodo di Pola quindi venne data l’informazione abbandonate.
dovuta da organi di stampa, mentre il silenzio assoluto Non può essere questo il momento e il luogo adatti per
venne osservato sul continuo strisciante allontanamento affrontare l’analisi attenta e minuta di una prospettiva
degli esuli dai territori occupati dalle truppe iugoslave. consimile, che - allo stato - chi scrive si limiterebbe a
Nel mese di luglio del 1946, allorchè apparve chiaro a definire illusoria, anche se virtuale dato che potrebbe
tutti che l’Istria centro-meridionale sarebbe stata asse- divenire di attualità o una possibile realtà, pur con
gnata alla Iugoslavia dalle grandi potenze vincitrici, a talune limitazioni, soltanto ad unione europea effettiva
Pola 9.496 capifamiglia avevano già sottoscritto l’im- realizzata, con gli stati aderenti in funzione di vasi
pegno a lasciare la città insieme ai propri familiari. comunicanti sforniti tra di loro dei tradizionali muri
Quei 9.496 capifamiglia impegnarono un numero com- confinari.
plessivo di 28.058 polesi in un momento in cui la città
istriana contava un totale di circa 35.000 abitanti. Ma
il numero esatto di esuli da Pola aumentò di altri 4.000
cittadini, ai quali negli anni Cinquanta venne ricono-
sciuta la facoltà di optare per la cittadinanza italiana
per andare così ad aggiungersi ai 28.000 partiti nel
1947. L’esodo da Pola si tradusse così in oltre 32.000
sul totale di 35.000 abitanti. Un fenomeno non riscon-
trabile in altri territori soggetti al potere popolare dei
comunisti, che non avrebbe avuto, come i tremila pro-
fughi di Parga, un altro Giovanni Berchet a ricordarne

162

FINESTRA DI MONTALBANO SUL MARE
disegno di Egidio Budicin

163

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PARTE SECONDA 171

174 Luciano Lago
184 La cartografia antica della penisola istriana
190
204 Maria Rosaria Cerasuolo Pertusi
250 Colpo d’occhio sulla toponomastica rovignese
274
278 Marino Budicin
282 Sviluppo urbano
284
290 Marino Budicin
293 Itinerari storico-artistici
298
304 Luisa Crusvar
310 Il tesoro della chiesa di S. Eufemia
312
314 Franco Stener
316 Le campane
318
322 Giovanni Radossi
326 Gli stemmi di Rovigno e delle sue famiglie
334
338 Libero Benussi
La “Turo”

Antonio Miculian
Statuto e cenni sullo sviluppo amministrativo

Antonio Miculian
Riforma e controriforma religiosa

Egidio Ivetic
Il movimento della popolazione rovignese

Marino Bonifacio
I cognomi

Andrea Benedetti
Rovignesi che si sono particolarmente distinti

Biagio Marin
Una realtà umana e storica

Ettore Malnati
Monsignor Antonio Santin Arcivescovo

Giacomo Bologna
Gianni Bartoli - Il profilo di un patriota

Pietro Covre
La fantasiosa avventura di Nicolò Caluzzi

Rita Moretti
Sulla presenza ebraica a Rovigno

Lodovico Tomaseo
Massoni a Rovigno

Antonio Miculian
Le scuole

Marisa Ferrara
La Stancovichiana e le altre biblioteche

Mirella Malusà
Produzione letteraria

172 358 Marcello Bogneri-Marino Budicin
370 La tipografia Coana e la stampa periodica
374
382 Antonio Pellizzer
392 Lineamenti di un idioma
400
414 Roberto Starec
460 Aspetti etnografici: fonti e ricerche
464
468 Giuseppe Radole
474 La musica a Rovigno
478
484 Libero Benussi
488 La musica popolare e popolareggiante
492
498 Antonio Giuricin
502 “Zùta la nàpa del fugulièr”
506
516 Marino Budicin
520 Profilo storico delle attività economiche
526
528 Mario Bussani
532 Quando la pesca era mestiere ed arte

Libero Benussi
La “batàna”

Giustino Poli
Linee di navigazione marittima

Mario Rossi
Le vie di comunicazione terrestri ed i trasporti autoveicolari

Dario Macovaz
La ferrovia Canfanaro-Rovigno

Mario Rossi
Gli Hütterott: una notabile famiglia a Trieste ed a Rovigno

Mirella Malusà
L’Ospizio Marino

Mario Rossi
I Salesiani

Mario Rossi
I vigili del fuoco

Antonio Benussi Moro
L’Aquario

Selina Sella Marsoni
Massimo Sella, uno scienziato umanista

Antonio Benussi Moro
L’Appassionata

Marino Budicin
Il calcio e gli altri sport

Franco Stener
Gli olimpionici

Franco Stener
Per una storia del canottaggio a Rovigno

Mario Rossi
La nautica da diporto negli anni Venti e Trenta

534 Pier Antonio Quarantotti Gambini 173
538 Piloti d’Istria
544
546 Vittorio Godena
548 Rovigno con amore si affidava all’Italia
550
552 Bepi Nider
554 Giornate memorabili dopo la lunga Grande Guerra
556
602 Bepi Nider
604 In Piassa Granda
608
610 Mario Rossi
612 Ma racuordo... Cerimonie
614
627 Mario Rossi
635 Il circo Zavatta
638
640 Miro Angelo Simetti
650 Ma racuordo... Spigolature quotidiane
652
652 Pasqua Pavan Luttmann
653 L’ufficio telefonico interurbano TELVE
661
Garibaldino Fabretto
L’ultima Rovigno

Miro Angelo Simetti
Settembre del 1943

Gianni Signori
Un silenzio profondo

Giovanni Quarantotti
Rovigno, piccola patria

Biagio Marin
Ritorno a Rovigno

Gianni Giuricin
La mia città

Giuseppe Basilisco
Tre generazioni attraverso due guerre mondiali

Francesco Zuliani
Isola Calva - Intervista ad un sopravvissuto

Bruno Carra Nascimbeni
Mario, uno dei dimenticati

Gianni Giuricin
Un caso di coscienza - Le dimissioni da vicesindaco

Mario Rossi
Rovignesi nel mondo

Gianni Giuricin
Pierin Sciolis: Scaraba - Miami, andata e ritorno

Mario Davanzo
Cossa me fa sofrir

Domenico Venier
Xe una terra...

Bibliografia

Indice dei nomi

Luciano Lago

LA CARTOGRAFIA ANTICA
DELLA PENISOLA ISTRIANA

174 Lo scienziato d’oggi, quando si volge al passato è del passato che organicamente vive nel presente, con
la conoscenza del territorio adeguata alla sistematicità
quasi sempre indotto ad apprezzare, e troppo spesso degli eventuali interventi finalizzati allo “sviluppo” e
anche a sopravvalutare, soltanto quanto gli appare con- alla conservazione.
corde con le conoscenze attuali: l’errore non lo interes- Non è senza significato, ci pare, quanto possiamo
sa, né lo interessa il fatto che, con l’andar del tempo, ricavare nel caso di nostro interesse da un breve
esso si attenui e, progressivamente, con paziente ela- esame sulla cartografia antica della penisola istriana.
borazione, si avvicini alla verità. Molto di rado, invero, Così, anche per questa terra, queste antiche carte geo-
consideriamo, col dovuto rispetto, la lunga e sofferta grafiche parlano il loro linguaggio fluente, evocando
strada di ricerca che separa dalla conquistata ricchezza un mondo prevalentemente carsico, abbarbicato al
dell’oggi, né ci interessano i mille errori in cui cadde mare, e ricordando sedi scomparse o toponimi oblite-
la scienza di un tempo e i mille tentativi che essa rati, saline bonificate ed approdi declassati, ruderi
dovette ripetere per procedere anche d’un solo passo, romani, vecchie sedi fortificate, antiche chiesuole e
per raggiungere anche uno solo dei molti fini che si ville morlacche.
proponeva.
Così, avviene anche quando ci capita di adoperare uno Le prime immagini cartografiche delle terre che con-
di quei minutissimi ed esatti documenti, che la carto- tornano l’alto Adriatico si possono dedurre soltanto da
grafia moderna sa produrre: la nostra mente, tutta una serie di documenti di interesse generale, che le
intenta agli scopi per i quali se ne serve, assai di rado includono talora marginalmente o schematicamente.
si dà la pena di stabilire un parallelo tra l’oggetto che Tra questi, i più importanti per noi sono la Tabula Peu-
le sta dinanzi e le carte geografiche dei tempi passati tingeriana, le carte nautiche e le tavole tolemaiche.
o, se il parallelo lo fa, esso risale solo a pochi anni Come è ben noto, la Tabula, che si è ormai concordi
addietro e si riferisce, quindi, a modelli di poco diversi nel ritenere copia medioevale di una carta originale
dall’attuale. Se, invece, questo parallelo volessimo dell’età romana imperiale, si propone come scopo pre-
estenderlo a spazi temporali molto più lontani, esso cipuo quello di presentare gli elementi itinerari, di
sarebbe, per tutti noi, fonte di assai utili ammaestra- descrivere cioè il cursus publicus dei Romani, stretta-
menti. A ben considerare, infatti, anche nel passato la mente collegato all’efficienza e all’organizzazione del-
cartografia era un normale e indispensabile strumento l’intero sistema stradale che era considerato parte inte-
di attività, tanto che essa assume un significato molto grante della concezione organizzativa ed amministrati-
rilevante nella storia della conoscenza. va dello Stato. Comunque, pur nella sua irrealistica
Una folla di cognizioni, acquisite ab antiquo in rela- deformazione e nella sua schematicità, che derivano da
zione alle innumerevoli necessità della vita, magari in questo interesse, è questo il documento che, fra tutte le
maniera del tutto empirica e casuale, si confondono fonti antiche, ci ha lasciato la più ampia ed efficace
prima e si trasformano, poi, in risultati squisitamente rappresentazione. La penisola istriana si pone distinta-
scientifici. Le antiche carte geografiche infatti non mente individuata nelle sue linee generali (e ciò non
sono semplici curiosità del passato, ma dei veri e pro- sarà consueto neppure nelle carte del Cinquecento) e il
pri documenti, cioè testimonianza viva di epoche, di compilatore ha tentato, sia pure in modo del tutto indi-
tecniche, di culture, di uomini. Alla stregua di tutti gli cativo, di evidenziare alcuni dei principali lineamenti
altri documenti, cartacei o membranacei che siano, orografici ed idrografici. Così, da un complesso mon-
possono essere meravigliosamente conservate o quasi tuoso, che delimita l’Istria verso l’interno e che potre-
illegibili, preziose o di scarsissimo valore, talora frutto mo inviduare nei Monti della Vena, nasce il Fl. Arsia
di momenti storici diversi, ma eccezionali per i tempi. (Fiume Arsa), ecc. Una grande scritta in rosso, ISTE-
E come tutti i documenti, si possano criticare o lodare, RIA, definisce il territorio regionale, con una variante
ma non rifiutare o ignorare perché esse assumono
grande valore nel ricostruire il paesaggio e l’ambiente

175

PORTO E ISOLA DI S. CATERINA
sec. XVIII

(VENEZIA, Archivio di Stato, Camera confini, busta 338, dis. 16)

fonetica non comune e sembra, così com’è collocata, carte, così precise di fronte alle coeve cervellotiche
corrispondere, sul lato orientale, al confine già fissato rappresentazioni dei mappamondi medioevali, dove la
dall’Italia augustea. realtà geografica era stata del tutto dimenticata, costi-
Ma, come si è detto, lo scopo precipuo che la Tabula si tuisce già un problema complesso e difficile da risol-
propone è quello itinerario. Con una serie di rossi seg- vere. Certo l’origine va ricercata nell’esperienza seco-
menti sono riportati i principali percorsi e sono annota- lare della navigazione lungo le coste del mare interno e
te le località più importanti ad essi collegate. Così, nella buona conoscenza delle distanze costiere da
eccezionale è il contributo che questa carta reca alla porto a porto, da promontorio a promontorio. L’altro
nostra conoscenza dell’antica geografia e del materia- dato sicuro ed evidente per chiunque le esamini è il
le, che, in questo campo, è giunto fino a noi. loro legame con l’impiego della bussola, il quale per-
Anche le carte nautiche sono dei documenti di caratte- mise nuove e sicure determinazioni di rotta. Il loro
re essenzialmente pratico, tramandatici, per lo più, in metodo di costruzione che si serviva della rosa dei
copie manoscritte a partire dalla seconda metà del venti durò sino al secolo XVII, quando furono sostitui-
secolo XIII. Il comparire quasi improvviso di queste te da quelle in proiezione di Mercatore, ed è quindi

176 logico che abbiano lasciato ampia traccia. Per le loro mente interpretato dall’autore della carta Pisana, al
posto di un ipotetico rouino.
specifiche finalità, queste carte presentano il caratteri- Circa i documenti tolemaici, essi comprendono anzi-
stico fitto reticolo di linee di rotta, irradiate da diverse tutto le carte d’Italia annesse ai codici greci della Geo-
“rose dei venti”, ed una nomenclatura costiera partico- grafia, già in circolazione molto prima che fosse ese-
larmente ricca, mentre sono del tutto trascurati i parti- guita la traduzione latina del testo, opera, com’è noto,
colari dell’interno. Lungo la costa dell’alto Adriatico, di Jacopo d’Agnolo della Scarperia (1409). Ma dob-
ad esempio, da occidente ad oriente, nella cosiddetta biamo dare maggiore importanza alle tipiche tavole
“Carta pisana”, che è la più antica da noi posseduta vecchie che, derivate dai codici latini, appaiono poi
(seconda metà del sec. XIII), troviamo riportati i nomi riportate dalle prime edizioni a stampa (ben sei nel
di: Caorle, r(?) o(?) lo o g (che forse con le lettere pre- secolo XV) e soprattutto alle cosiddette tavole nuove
cedenti sta per Grado) XVIII, Golfo triest, san zoan de nei loro diversi rifacimenti. Le prime forniscono
latiniba (forse S. Giovanni in Tuba, oggi S. Giovanni un’immagine del tutto errata, tanto per la situazione
del Timavo), triest, ciuitate de mugla, cauo de astronomica quanto per la raffigurazione topografica
stria,parensa, orsiro, ianino (per Rovigno?), tarsa, (rilievo, idrografia, situazione e nomenclatura delle
bocery, Seigna, ..., serra brfone, nido palomentore, sedi umane). L’Istria si può soltanto individuare, e con
caua, sausigo, ...; nel modello che potremmo chiamare un po’ di fantasia, in un aggetto peninsulare appena
Vesconte-Sanudo: Gulfo de XVIII (sic), gulfo de trie- accennato. Ora, i difetti dell’immagine dell’Italia,
sti, trieste, cauo d’ istria, isola, sabluda?, quieto, paren, quale si poteva comporre su questi dati, dovevano ben
orsata, roino, sco andrea, sanioa (?), fasana, veruda, presto necessariamente rivelarsi anche agli studiosi
promen- tor, punta de giraflor, c. de larsa, coneta, tar- della fine del Quattrocento, onde apparve immediata la
cia ul. flume, bocori, ...; nel cosiddetto Atlante Tam- necessità di integrare tale raffigurazione con carte che
mar-Luxoro, che oggi si conserva presso la Civica ne rispecchiassero meglio le condizioni, cioè con le
Biblioteca Berio di Genova e che si vuole assegnare tavole nuove. Esse risultano notevolmente più corrette
addirittura alla prima decade del secolo XIV, e forse di nella figura e nei contorni, perché derivate per questa
mano dello stesso Vesconte: liuenza, santa margarita, parte da carte nautiche ed arricchite di molti elementi
cnuorle, baxelca, taiamento, lugnam, grado, aquileia, nuovi per le ragioni interne. Tra le prime di queste
belforte (il piccolo banco di Belforte, poco oltre la tavole nuove, è la carta della “Novella Italia” inserita
foce del Timavo, dove nel 1234 i Veneziani eressero nella celebre Geographia di Francesco Berlinghieri del
un castello), monfalcon, trieste., g. de trieste, mugla, 1482. Il disegno della linea di costa e la collocazione
istria, ixola, piran, umago, citanoua, quieto, parenco, dei toponimi in questa area sono, nel complesso, abba-
orxara, roigno, pola, flime, bocari., bocarizi ..., g. stanza buoni e rivelano una sicura derivazione da carte
dequarner, ..., e tra le isole: uescoueli, san nicolo, nia, nautiche, così che sono riportate tutte le maggiori sedi
sansego ... Una presenza dunque notevole, se pensia- umane da Grado a Bocari. Il solo errore grave è quello
mo al piccolo atto costiero della regione, rispetto al di aver posto Istria (Capodistria) tra Hvmago e Citta
perimetro mediterraneo. Dobbiamo aggiungere che ne Nova. Frequenti sono però le storpiature dei toponimi,
raffigurano i contorni con un tracciato sostanzialmente come Triesti per Trieste, Piramo per Pirano, Rovgno
conforme alla realtà.
Troviamo, quindi, in questi documenti anche le prime PORTO DI S. CATERINA, PIAZZA DELLA RIVA
annotazioni cartografiche di Rovigno e delle isole vici- a volo d’uccello, 1752 (dis. di Giuseppe Marangon)
ne. In particolare, se una interpretazione che crediamo (VENEZIA, Archivio di Stato, Rason Vecchie, busta 196, dis. 835)
possibile del toponimo ianino per Rovigno fosse cor-
retta, le conseguenze per l’argomento che indaghiamo
sarebbero assai importanti, perché potremmo afferma-
re l’esistenza di un documento ancora anteriore, mala-

177

178 per Rovigno. Come nelle carte nautiche i toponimi reale. Nell’orientamento, nel disegno delle coste e
dell’idrografia, nella raffigurazione plastica, nella
sono tutti collocati lungo la fascia costiera. collocazione delle sedi, si registrano, ovviamente, dei
È resa particolarmente bene la forma della penisola difetti, talora anche grossi, ma nessun’altra rappre-
istriana. Soltanto le isole che la fronteggiano sono mal sentazione cartografica, almeno allo stato attuale
disegnate e talora irriconoscibili. Quelle della costa delle nostre conoscenze, potrebbe proporsi con una
occidentale risultano infatti esageratamente grandi e tale ricchezza di preziose particolarità. Il disegno si
spostate verso il nord, per cui S. Nicola (scoglio di S. segnala subito per l’originalità della sua composizio-
Nicolò), anzichè di fronte a Parenzo, sta a nord-ovest ne. Esso rappresenta le coste adriatiche settentrionali
di Citta Nova (Cittanova d’Istria). Nel Quarnaro poi, dal porto de grado sino oltre la dalmata segna e inclu-
ad est di Mia (Unie) e di Sisego (Sansego), compare de tutta l’Istria, con piccoli lembi del Friuli, del
con il nome di Dagosta una sola e grande isola là dove Carso e della Dalmazia. La penisola si allunga, mala-
dovrebbero trovarsi quelle di Veglia, Cherso e Lussino, mente orientata, lungo un’asse che va, all’incirca, da
i cui nomi (Qverse, Vegia e Oserocavo) sono scritti NNO a SSE, ma presenta evidenti rispondenze con la
invece lungo la costa dalmata settentrionale. realtà nella forma, ben affusolata, e nei singoli tratti
Manca ogni rappresentazione dei rilievi non alpini e costieri. Solo il Canale di Leme, troppo prolungato
l’idrografia pullula di omissioni, errori e storpiature verso l’interno ed orientato in modo errato, l’apice
dei toponimi. Così de Lisontio Fi[ume] manca il trac- meridionale e l’area del Quarnaro, caratterizzata
ciato e molto probabilmente Arsia Fi[ume] sta per Tar- dalle solite falcature dei documenti tolemaici o nauti-
sia, perché l’idronimo non indica l’Arsa, ma l’odierno ci, lasciano a desiderare.
Récina o Eneo, il corso d’acqua che bagna Fiume. La raffigurazione del rilievo presenta aspetti contra-
La penisola istriana e i territori vicini non sono dunque stanti: ad una eccezionale compatezza di alte monta-
assenti nella cartografia di interesse generale, però tutti gne nel retroterra fiumano, che manca di ogni aderenza
i documenti ricordati - e altri ancora - appaiono in un con le reali forme del terreno, o, meglio, con le forme
inquadramento troppo vasto per poterci fornire di dettaglio, fanno riscontro il corretto andamento
un’immàgine sufficientemente dettagliata per fissare lo della catena dei Vena, che culmina nel monte mazor
status delle conoscenze. Ciò sarà possibile soltanto con (Monte Maggiore, m 1396), il buon tentativo di rende-
le carte regionali che, a partire dal secolo XVI, segne- re la movimentata morfologia della cosiddetta Istria
ranno gli inizi di una nuova cartografia, la quale attin- Gialla tra Capodistria e il corso della Dragogna e la
gerà alla esperienza diretta per creare del materiale preziosa rappresentazione, eccezionalmente chiara,
nuovo. È logico, pertanto, che sia questa nuova carto- della continuità morfologica del Canale di Leme con la
grafia a meritare, piuttosto, tutta la nostra attenzione. valle secca di Canfanaro. Colpisce, inoltre, la singolare
presenza di una valle, priva di simboli rivelatori di
Lo storico cammino di questa vicenda di effigiate carte corsi d’acqua, che si allunga con un ampio arco, dalle
comincia qui con le carte di Pietro Coppo del 1525, falde del Monte Maggiore sin là dove compare la paro-
1528 e 1540 cui possono rivelarsi debitori, come la uipao (Vipacco). Questa valle potrebbe forse identi-
importante scoperta, due preziosi documenti dell’Ar- ficarsi con quella depressione carsica, scientificamente
chivio di Stato di Venezia, anonimi e non datati, ed i nota con il nome di Solco di Castelnuovo, lungo la
loro rifacimenti, che tirano in campo i maggiori nomi quale corre la strada che da Trieste porta a Fiume.
degli stampatori, commercianti e incisori del secolo Certo è che essa si allunga troppo in quanto compren-
XVI operanti soprattutto a Venezia. de la valle del Vipacco.
Così, alla raffigurazione del Coppo del 1525 dobbiamo Particolare attenzione è dedicata, poi, al reticolo idro-
subito attribuire il merito di offrire una configurazione grafico, che non presenta omissioni di rilievo. Vi sono
della penisola istriana sostanzialmente assai vicina alla delineati il Timavo inferiore, la Rosandra, il Risano,

179

CARTA DELL’ISTRIA di Cepich d’Arsa, che oggi è bonificato), e che, presso
che accompagna l’opera: Pisino, nella nota fovea (la foiba) si inabissa un corso
Lo stato presente di tutti i paesi e popoli del mondo d’acqua, cioè il torrente Foiba.
di Giovanni Salamon, 1753 Ma il maggior pregio di questo documento sta nella
(ROVIGNO, Centro di Ricerche Storiche) straordinaria ricchezza che presenta il quadro dell’in-
sediamento umano. Il Coppo ha registrato un grande
quel breve che esce in mare a Strugnano, la Dragogna, numero di toponimi, per lo più corretti ed ha reso rico-
il Quieto, l’Arsa, l’Eneo o Récina, nonché, nell’inter- noscibili i diversi tipi di sedi umane, riportando addi-
no, dei brevi corsi d’acqua, uno dei quali dovrebbe rittura i molini, le chiese isolate, le osterie e così via.
essere il Foiba. Gli errori, come quelli di assegnare al Le città, cioè quei centri che erano sedi vescovili, e le
torrentello di Strugnano un corso troppo lungo, al
Quieto un’eccessiva ampiezza e un’inspiegabile inter-
ruzione, all’Eneo un errato tracciato (determinato,
forse, dall’impreciso disegno di tutta la costa liburni-
ca), si fanno dimenticare quando notiamo che il fiume
Arsa nasce correttamente dal lago de Cosliach (il lago

180 terre, cioè quelle cittadine cinte di mura, che nell’Istria penisola di Promontore (promonto/re) a nord-est di
Pola, ma presenta una diversa figura generale dell’I-
veneta erano rette da un Podestà, sono facilmente indi- stria, caratterizzata da un accentuato restringimento
viduabili perché i toponimi appaiono scritti in stampa- tra Capodistria e Fiume, una più infelice rappresenta-
tello maiuscolo. Una c minuscola accompagna i castel- zione orografica e notevoli divergenze nel mondo
li, mentre una v minuscola, con due punti ai lati, iden- delle acque. Così, per esempio, sono scomparsi il
tifica le ville, cioè quelle sedi rurali più grandi e anti- tracciato dell’Arsa, catturato dall’omonimo Canale e
che che godevano di una certa personalità giuridica. l’indicazione, tanto importante e preziosa, della Foiba
Più difffcile è stabilire lo status di quelle sedi sempli- di Pisino.
cemente indicate dalla sillaba co, chiusa tra due punti, Come riflesso di quanto affermato nel testo corografi-
che compaiono abbastanza numerose nel Carso di co appare su questo documento per la prima volta
Parenzo, di Rovigno e di Pola. Potrebbe essere l’ab- accanto al toponimo di rovigno quello di rouigno
breviazione della parola cortina, termine derivato da u[echio]: “Rouigno e edificato sopra vn Isola alta di
curtis, che designava piccole sedi rurali, quelle, cioè, crota. In cima e la Chiesia sua Catedral di Santa
che non erano ville. Euphemia circonda Lisola vno miglio disiunta co(n)
Per quanto ci riguarda sono riportate le isole di figaro- vn ponte de pietra et fosso da terra ferma circunflua da
la .i. (sulla costa), .s. catharina, .s. andrea, .s. zuane e mare. anticame(n)te fo nominato Arupino Castello
lungo la fascia costiera da nord a sud le località di .por. sopra vn monte de rupe ouer crote quattro miglia
saline, f garola .por., ROVIGNO, zuane, .por. polari, distante da questo Rouigno e quel castello Arupino di
uestre, .s. polo, ... Rovigno è finalmente in modo cor- quadrata forma le mure molto alte di forte muraglia
retto delineata sull’isola che ospitò il nucleo origina- con gran volti dentro de soto. da vna parte de vn qua-
rio. La posizione geografica di tutte le sedi risulta di dro a posta ruinato antiquamente. demostra esser stato
norma corretta nella fascia costiera, mentre appare vn forte et bel edifitio antiquo. cosi ruinato da Romani
errata e, in molti casi, quasi capricciosa nelle aree come hauemo ditto. e circundato da vn reuelino.
interne ed in particolare in quella parte dell’Istria che de(n)tro vi e vn receptacolo ouer cisterna da tenir
apparteneva all’austriaca Contea di Pisino. acqua. Imperho che tutto el territorio de Rouigno non
Questa carta, infine, è una vera miniera anche per altri ha acque saluo che piovane. che si spargono in fosse
motivi: indica infatti le saline, le fontane presenti retinente di acqua fatte a mano. e territorio molto siti-
lungo la costa, alcune fornaci, alcuni ponti, addirittura bundo per manchamento di acque. ha doi Porti ouer
una spelu[n]ca (è la nota grotta di San Servolo presso Reduti da legni grandi: vno chiamano Porto’ de val de
Trieste, che fu a lungo meta di pellegrinaggi), e dei Bora. Ialtro in Ostro et Sirocho che fa Lisola de Santa
sepulchri presso Parenzo, evidentemente quelli di Vil- Catharina cerca mezo mio a largo. laltra de Santo
purga e Azzica, che soltanto poche altre fonti ricorda- Andrea distante da Rouigno mia doi et San Zuan in
no. Nel complesso, dunque, è una raffigurazione assai pelago doi miglia da questa. et tutte queste tre Isole
preziosa, che rivela un’eccellente, quasi eccezionale co(n) li soi monasterii sopra. neanche qui e bon aria.
conoscenza della penisola istriana. ma mancho molesto cha neli altri lochi dela predita
Di certo, la carta vanta pregi che non ritroviamo nel ripa. da Rouigno a Pola miglia XXVII. da Santo
più tardo scritto corografico Del sito de Listria ( 1540), Andrea a do Seror doi Isole cosi chiamate miglia cin-
né nella raffigurazione che vi è annessa, nonostante que et de qui in Collone miglia tre.”.
queste siano frutto - come sembra - di un’apposita A questi documenti di Pietro Coppo si rifanno poi più
campagna topografica, condotta nel 1529 per la durata o meno direttamente le carte più note della seconda
di due mesi. Dal disegno del 1525 questa nuova carta metà del Cinquecento, come la raffigurazione dell’I-
del Coppo ripete alcuni dei tipici errori, come la posi- stria stampata da Ferrando Bertelli, con dedica ad
zione relativa degli abitati di Rovigno, Valle e Digna- Aldo Manuzio (1569), l’Istria stampata da Giovanni
no, e la collocazione di Medolin (Medolino) e della

181

ROVIGNO
nella veduta dell’Isolario di Vincenzo Maria Coronelli (1696)

(ROVIGNO, Centro di Ricerche Storiche)

Francesco Camocio nel 1569, la tavola dell’Istria del interessa in questo contesto assai da vicino, perché vi
medesimo Camocio annessa al celebre ISOLARIO del registriamo collocate lungo la costa, tra Ponta grossa e
1571, l’Istria stampata da Simone Pinargenti (1573?), S. Nicolo d’oltra, le sedi di Medolin, Nexancio e Aru-
la “Descrittione dell’Istria” contenuta nell’Isolario di pin, la cui presenza andrebbe ricercata nella parte
Tommaso Porcacchi (1572 e succ.). Tra queste la più meridionale dell’Istria. E, infatti, Medolin ricompare
significativa è di certo quella del Camocio del 1569, nella solita errata collocazione a nord di Pola, e Aru-
perché appare nel complesso assai trasformata rispetto pin, che rieccheggia l’Arupino Castello, ricordato
al modello principale: più ricca di particolari, ma nello scritto corografico del Coppo nelle vicinanze di
anche assai più scorretta. Uno degli errori più gravi ci Rovigno, figura anche presso questo centro. Nexancio,

182 poi, non può identificarsi altro che con l’antica sede di ro, si collocano esattamente quasi alla stessa latitudine
di Cittanova; che le longitudini sono spostate ancora
Nesazio. Altre sensibili innovazioni sono rappresentate leggermente ad est, ma con differenze insignificanti
da vistosi orti o giardini, che occupano vasti spazi dal momento che soltanto 11’ in eccesso intercorrono
presso Capodistria, Umago e Rovigno. Certamente per tra Trieste e Pola, quando il Gastaldi si avvicinavano ai
questa carta fu ancora più ampiamente utilizzato lo 35’. Ormai, dunque, la situazione e le proporzioni
scritto del Coppo, oppure la Descrittione di tutta l’Ita- generali della penisola risultano abbastanza prossime
lia di fra’ Leandro Alberti (1550) che vi si ispira, per- al vero.
ché accanto all’Arupino castello figurano anche ripor- L’accennato perfezionamento degli elementi astrono-
tati il Porto de ual de bora e la Hostaria sulle coste del mici risulta, quindi, determinante nel miglioramento
Canale di Leme. del disegno generale dei contorni, ma se passiamo ad
L’altro gonfio filone italiano, o piuttosto veneto cin- esaminarlo nei suoi particolari, notiamo che il tracciato
quecentesco, scorre dal “gran cartografo pedemonta- rivela ancora alcuni errori tipici di molti prodotti ante-
no” in Venezia Giacomo Gastaldi, che però non rivela riori. Alcuni esempi: la caratteristica raffigurazione
per noi alcun nuovo particolare interessante se non lenticolare dell’isola di Cherso, staccata mediante un
quello di riportare nella carta anonima dell’Adriatico canale inesistente dalla sua parte settentrionale che
per la prima volta l’abitato di Villa noua, cioè di Villa porta il nome di Perosina Isola, rivela strette somi-
di Rovigno, fondata dai Morlacchi nel 1526. Lo stesso glianze con il documento che il Mercatore ci ha lascia-
si può dire per il gran filone anche per l’Italia dei più to nel suo noto Atlante; l’errato allineamento della
classici cartografi tedeschi, o più oltre fiamminghi e costiera triestina e di parte della costa liburnica, l’esa-
olandesi: dal Munster, dall’Ortelio, dal de Jode, dal gerata prominenza degli apparati peninsulari della
Mercatore, ai quali bisogna riconoscere non solo il costa nord-occidentale, l’irreale andamento del Canale
merito di aver fatto sopravvivere, attraverso le tante di Leme, l’inesatta configurazione dell’apice meridio-
edizioni, antiche figurazioni, che diversamente sareb- nale non mancano di analogie con i materiali prodotti
bero andate perdute, ma anche quello di averci tra- dal Coppo. Rispetto a quelli, però, mostra anche note-
smesso degli stupendi saggi d’arte cartografica. Allo voli divergenze: nella raffigurazione dell’imbocco del
stesso modo, l’“Italia” del Magini, pubblicata nel Canale dell’Arsa, situato comunque troppo a sud, nel
1620, che anche per l’Istria apre il secolo successivo, disegno più corretto delle isole Brioni, nella giusta col-
riveste, per noi, un’importanza straordinaria. locazione, all’estremo punto meridionale, della Punta
È questa dell’Istria una pregevolissima e nitida incisio- de Promontore (capo Promontore). Per quanto ci
ne che, per quanto non manchi di difetti è, tuttavia, da riguarda scompare l’indicazione coppiana di Rovigno
considerare una rappresentazione nuova, rispetto al vecchio per lasciare il posto a quella di Villa nuoua e
modello che aveva dominato il secolo precedente ispi- si afferma per la prima volta l’oronimo Monte auro.
rato al capolavoro di Pietro Coppo. Non ci si deve però meravigliare di queste modeste
Uno dei pregi fondamentali di quest’opera originale annotazioni complessive finora rilevate perché fino
del Magini consiste nell’adattamento delle figurazioni alla metà del secolo XVII tutta la popolazione risiede-
desunte da altre carte entro una rete geodetica molto va entro il perimetro insulare. La vicina fascia costiera
diversa e assai più esatta, il che certamente richiese un e il colle di S. Pietro di fronte a quello insulare, che
lungo e faticoso lavoro. Noi non sappiamo quali fonti per primi vennero coinvolti dal successivo processo di
furono utilizzate, ma possiamo affermare che questa urbanizzazione, erano compresi nella cosiddetta finida
carta s’impone subito all’attenzione per la bella figura piccola, una delle tre zone in cui, per motivi di tutela
generale della penisola, dalla quale sono scomparse, dell’agricoltura era stato diviso il territorio rovignese
quasi del tutto, le tracce del precedente e caratteristico che a sud confinava con quello di Valle e ad ovest con
cattivo orientamento. È sufficiente osservare che la giurisdizione di Due Castelli. Vi sorgevano assai
Fiume e, con essa, il limite settentrionale del Quarna-

numerose chiesette campestri, oggi quasi tutte perdute accompagnano l’opera di Prospero Petronio e l’ISO- 183
(come, per esempio, quelle di S. Giovanni Battista,
dello Spirito Santo, di S. Antonio Abbate, di S. Marti- LARIO del Padre Vincenzo Maria Coronelli (1696-
no Vescovo, della B.V. della Neve, di S. Giacomo, di 97), ma soprattutto quelle carte assai preziose conser-
S. Pietro, che diede il nome al colle, di S. Lorenzo, dei vate nell’Archivio di Stato di Venezia che documenta-
SS. Vito e Modesto), mentre dell’entroterra gli unici no e illustrano lo sviluppo edilizio dell’abitato nei
insediamenti contavano soltanto la Villa di Rovigno e secoli XVII e XVIII, dalla Terra antica ospitata sull’i-
alcuni isolati casolari di campagna. sola al borgo di Terra ferma e la progressiva urbanizza-
Ci si aspetterebbe almeno in seguito un’illustrazione zione della Punta di S. Nicolò, della zona retrostante
più ricca ma le vicende cartografiche successive saran- tra il mare, Carera e il Laco, nonché del tratto di costa
no invece sostanzialmente contrassegnate dalla noto- tra il Laco e la chiesa di S. Lorenzo. Per finire, ancora,
rietà del documento maginiano. Le sue caratteristiche con le descrizioni di Giovanni Floriancich (1744 e
si troveranno infatti senza modifiche, per citare solo 1799), dove il Vallone di Canfanaro è dal punto di
alcuni esempi, nella bella carta manoscritta di Luca vista morfologico correttamente delineato assieme ad
Holstenio; si ripetono sostanzialmente identiche nell’I- un nutrito numero delle piccole sedi che ne contraddi-
talia del Greuter e nei rifacimenti di Giovanni Blavio, stinguono i ripiani carsici laterali, o con i progressi
e combinate con i prodotti mercatoriani nel modello legati a quel modello che vedremo trasparire, per la
proposto dal geografo francese Nicola Sanson il Gio- prima volta, nei documenti del Salmon (1753) e di
vane, nelle raffigurazioni di Giacomo Cantelli da Simone Vidali, connessi con la veneziana editoria del
Vignola, di Vincenzo Coronelli, nei prodotti dei de Santini, con le ultime e assai note tavole del Valle
Witt, in quelli dell’officina degli Homann, e chiara- (1784 e 1792) e del goriziano Capellaris (1797, 1803);
mente ispirerà infine quel modello settecentesco della carte tutte che ci permetteranno di documentare, in
penisola istriana che avrà il suo prototipo nel disegno modo superiore a qualsiasi altra carta precedente, il
di Giovanni Salmon. quadro dell’insediamento umano. Le sedi saranno
L’apporto di più originale incremento spetta invece infatti numerosissime tanto che verranno registrati abi-
ovviamente ai numerosi disegni manoscritti, tra i quali, tati insignificanti e piccole frazioni, le chiesuole e tan-
in particolare, la magnifica carta correriana del Dal- tissimi particolari, che solo una moderna carta topo-
l’Oca-Bernardin Mantuano del 1563, cui dobbiamo grafica riporterebbe. Si aprirà con queste opere la stra-
anche una bella veduta prospettica di Rovigno, cui da al grande risveglio e al deciso interessamento scien-
s’aggiunge, nel suo dibattito di appartenenza tra il Cin- tifico verso questa “mirabile creazione dell’umana
quecento e il Seicento, la carta del noto Atlantino del intelligenza, ch’è la carta geografica”.
Seminario Vescovile di Padova, e più altre ancora suc-
cessive, per più circoscritte corografie di possessi, o di
giurisdizioni feudali, o di documenti territoriali relativi
ai confini.
Oppure si potrebbe forse assai meglio estendere con
più motivata coerenza di indagine le attenzioni a talu-
ne altre plantografie d’Istria non prive di complicanze
corografiche ai loro contorni. Così, per ricordare alcu-
ne delle più importanti, la vedutina contenuta nel
VIAGGIO DE LE PROUINCIE DI MARE del pado-
vano Angelo degli Oddi (1583), quella che appare
nella carta dell’Adriatico di Willem Barentsz (1595),
nella ristampa di Giovanni Jansonio, quelle che

Maria Rosaria Cerasuolo Pertusi

COLPO D’OCCHIO
SULLA TOPONOMASTICA ROVIGNESE

184 Non è facile illustrare in maniera esaustiva e nello come Valdabòra, (anche Maldabòra), S. Pì(i)ro / S.
Fransìsco, Cadièmia, Maduòna de li Gràsie, Pònta da
stesso tempo sintetica le caratteristiche con cui si pre- S. Niculuò, Dasièrto, Làco, Funtàna, e più recente-
senta la toponomastica di un territorio, sia pur d’ambi- mente con nomi di località come S. Gutàrdo, Purtisòl,
to piuttosto ristretto, in tutti i casi denso di storia, Cunsièta, Làco Sìrcio, Lamanùva, Valbroûna, S. Veîn
come quello di Rovigno. (“San Vito”), Vanièsia, Santanièr, S. Lurènso, Mònto
Questo perché, in primo luogo, l’assetto - potremmo Muleîni.
dire il paesaggio - toponimico varia a seconda delle Legate al centro, quasi a costituirne ormai un’ampia
epoche che prendiamo come punto di riferimento, ma periferia (o continuazione di essa) vanno considerate
varia, soprattutto, a seconda dei gruppi di parlanti ad anche località poste a settentrione dell’abitato verso il
esso interessati: la nostra toponomastica vista da uno Canàl da Lìmo: Li Làste, Purtòn da Biòndi, S. Palàio
che parla il vecchio dialetto rovignese non coincide (“San Pelagio”), L’Uspeîsio, La Moûcia, Val da Lìso
sempre con quella con cui è avvezzo un parlante vene- (ossia “del leccio”), Barabeîga. Spingendosi ancora
to. Naturalmente rimane sempre qualcosa di fonda- più a nord, oramai nel contado, troveremo località dai
mentalmente identico in tutti questi “registri” toponi- nomi altrettanto caratteristici: Mundalàco, Munsèna,
mici, per lo meno per quanto riguarda le denominazio- Val de li Sàvie, S. Ufièmia, Valmunìda, Baseîlica, S.
ni degli oggetti geografici più importanti, nel nostro Tumà(n), S. Cristuòfo(lo), S. Prùti, S. Bartolumeîo (S.
caso i centri abitati (però poco numerosi) che hanno Burtulo), Muntèro, S. Zuàne, S. Fìli, Valàlta, Fratoûsa,
avuto una più lunga storia insediativa. È ovvio poi, Valfrìda, i Piài. Ma ormai ci troviamo all’imboccatura
che, una volta delineata questa struttura-base, risulterà del Canàl da Lìmo, ai limiti del territorio preso in
più facile procedere ad un’analisi approfondita e glo- esame. Rammentiamo che detto canale a guisa di fior-
bale di tutto il materiale toponimico a disposizione, do si addentra per una dozzina di chilometri verso l’in-
qualunque sia il registro entro il quale detto materiale terno dell’Istria (sulla sponda rovignese ricorderemo
via via si inserisce. Un tanto, naturalmente, non presu- La Sfeîlsa, i Lasteîni, Val de i Cunfeîni, Zutacastièlo,
mo farlo subito: mi accontento per il momento - e in El Peîn, Pònta Binoûsi, La Culuòna), fino alla località
questa sede - di tratteggiare alcune delle caratteristiche chiamata assai significativamente Coûl da Lìmo, con
più salienti del solo registro rovignese e di far riferi- un coûl che rientra in altri nomi di insenature della
mento agli altri registri solamente in caso di assoluta costa rovignese, come Coûl da Lòne e Coûl da Vìstro.
necessità. Per quanto riguarda la zona del contado verso Villa di
Incominciamo intanto col chiederci quali sono i nomi Rovigno segnaleremo alcuni interessanti nomi di loca-
che possono definirsi fondamentali: innanzitutto il lità: Stànga, Greîpule, Campolòngo, S. Sipriàn, Cal-
nome del capoluogo, Rovigno con la variante istriota chièra (lett. “fornace per la calce, calcara”), Valdinàda,
Ruveîgno. L’altro centro abitato importante è Villa di Marbuòi, Varàva, Pùso Nùvo, Càmpi de la Tùro, Vulti-
Rovigno (rov. Veîla da Ruveîgno), chiamata un tempo gnàna, S. Siseîlia, Canal Scoûro, Maduòna da Càmpo.
Villa Nuova, in quanto fondata da immigrati “morlac- Nomi sufficientemente significativi si riscontrano
chi” richiamati da Venezia per il ripopolamento dell’I- anche nella zona a sud di Rovigno quali Lòne, Muntrà-
stria nel 1525-26. La forma del registro croato, Rovinj- vo, Munveî, Scaràba, Coûvi, nonché nell’ampio terri-
sko Selo, è, qui, una semplice traduzione. torio tra Rovigno e Valle: S. Preîta, Pulisuòi, Stagnèra,
La città vecchia di Rovigno - di antiche origini come
vedremo - era concentrata, originariamente, su un’iso- PIANTA
la, il cosiddetto Mònto, collegato alla terraferma con del Comune censuario di Rovigno con tojotesia di contrade
un terrapieno alla fine del sec. XVIII. Già dalla metà
del secolo precedente cominciò, però, dapprima lenta e e località, Chiese, luoghi, ecc. di Pietro Benussi, 1907
poi inarrestabile, l’espansione del nucleo abitativo (ROVIGNO, Museo Civico)
sulla terraferma, con toponimi tutti molto caratteristici



186 Valtìda, Pulàri, Ruòco Biànco, Stànsia Angileîni, più interna (fino ai confini del territorio catastale di
Rovigno): Mumaiùr, Mon Tuncàs, Muntèro, Mon-
Cucalìto (nome piuttosto recente, di un laco, il quale grapùs, Mongusteîn (“Monte Agostino”), Mònto
deriva da un soprannome di un proprietario terriero del Reîco, Mon Butàso, Mònto dei Curgnài, Mònto da S.
luogo, letter. “piccolo gabbiano”; il nome si è inserito Tumà(n), Mundalàco, Mònto de li Cavàle, Mun da
molto bene nel sistema toponimico locale di ambito Pùso, Mònto de la Tùro, Munfiurènso, Mònto Vulti-
istrioto), Pusièsa (lett. “possesso”), Sarisòl, Càrma, gnàna, Muntagiàr, Valtìda (Peîcia e Grànda), Mònti
Galàfia, Spaneîdago (lett. “località piena di rovi”, lat. dei Lònghi, Mu(n)cuduògno (lett. “Monte dei coto-
spineticum), Val Calàndra, Val Calònaga (lett. “cano- gni”), Mu(n)zogo (lett. “Monte giogo”), Mun dei
nica”), Ièra (lett. “aia”), Fiureîna, Zustièrna (lett. Càrpi, Mu(n)spùrco, Munbarleîn, Mundalàrche,
“cisterna”), Gusteîgna, S. Damiàn, S. Puòlo (lett. “San Mònto Murignàn.
Polo”). Tra i “làchi” della campagna rovignese (alcuni non più
Numerose sono poi le punte e le insenature: Val de S. esistenti) ricorderemo: L. Briseîn, L. dei Luransìto, L.
Fìli, Valàlta, Val Saleîne, Val Fabùrso(a), Pònta de la da Marbuòi, L. D’Aràn, L. Nùvo (La Rùia), L. de i
Crùs, Val del Catalàn, Pònta del Saniciareîn, Pònta Sièri, La(na)madapìli, L. de i Vigiàn, L. de i Cavòni, L.
Figaròla, Val da Lìso, Pònta de la Moûcia, Valdabòra, de i Coûrto, L. de i Viduòto, L. de la Furtoûna, L. de i
Pònta da S. Ufièmia, Val da Lòne, Pònta da Muntràvo, Malusà, L. Sìrcio, Lamanùva, L. da Cucalìto, L. de i
Val e Pònta de la Curènta, Val de i Fràti, Val e Pònta Càrsi, L. da Spaneîdago, L. de i Speîni.
da Scaràba, Val e Pònta da Coûvi, Pònta Tamaroûcio, Abbiamo lasciato indietro, per esigenze di carattere
Val da Pulàri, Pònta de i Muòri, Pònta del Bàbo, Val espositivo, gli odonimi (ossia i nomi di vie) del centro
da Zustièrna, Val e Pònta da Gusteîgna, Val de S. storico di Rovigno, altrettanto caratteristici quanto la
Puòlo. toponomastica esterna or ora descritta, in forza della
Caratteristici anche certi nomi di isole (in verità isolot- veste dialettale con cui si presentano basterà citarne
ti o scogli, “scùi”) che accompagnano la costa: Figarò- alcuni: La Greîsia (ven. La Grisa, strada originaria-
la (Grànda e Peîcia), Bagnòle, Scuìto da Muntràvo, mente acciottolata), Dreîocastiel (lett. “Dietro il
Samièr, Mas’ceîn, Sturàgo, Pirusi (Gràndo e Peîcio). Castello”), Dreîovier (anticam. Drio Viero, cioè da
Alcuni di essi appartengono alla categoria degli agio- vie(a)ro = via), S. Tumà(n), Li Casàle, S. Crùs, Cal-
toponimi (ossia ricalcano nomi di santi) e come tali sànta, Zutamoûr (lett. “sotto il muro”), Trevisòl,
sono meno peculiari, in quanto li troviamo tali e quali Pumièr, Muntalbàn, Garsuòto, Li Cruònache, L’Ar-
nei pressi di altre città costiere dell’Istria, Parenzo e sanàl, Dreîo la Casièrma, Piassa Grànda, Cal de i
Pola: tali ad esempio S. Catareîna, S. Andrìa e S. Foûlmini, La Veîla, Arno da S. Ufièmia, Cùrto del
Zuàne in Pìlago. Più a sud incontriamo, invece, nuova- Creîsto (lett. “corte del Crocefisso”), Speîrito Sànto, El
mente denominazioni svincolate da questi agionimi: i Nuòno, S. Zuàne, Carèra (anche Carièra, lett. “car-
Scùi da Pulàri, da Vìstro, del Pisùio, da Gusteîgna, da raia”), I Squièri (lett. “gli squeri”), Zutalateîna (lett.
Culuòne, del Purièr, Du Surièle (o Du Suroûre). “sotto la tina”), La Mùsa, Bitalième (lett. “Betlemme”)
La fascia costiera del rovignese si presenta contornata e poi un’infinità di “andruòne”, “cùrti”, “càli” dai
da una serie di modeste alture (colline) chiamate tutte nomi legati alla tradizione storico-sociale, agiografica,
localmente col nome pomposo di “mònte”, “mun(t)”, onomastica e urbanistica locale.
“mont(o)”. Non solo il Mònto su cui sorge, come si è Sono nomi che nessuno dei vecchi rovignesi, né esuli né
visto, Rovigno e i già citati Mònto Muleîni, Munveî, rimasti in loco, ha ancora dimenticato e che si spera che
Munsèna, Muntràvo, ma anche (nominandoli da nord a anche le nuove generazioni continuino ad adoperare!
sud) Munbreîla, Munbrènta, Mònto de la Croûs, Mun Vista sotto questa angolatura la toponomastica della
Palùs, Mònto Saltareîa, Mun Zanistùs (lett. “Monte nostra zona può dirsi ben caratterizzata per più di un
delle Ginestre”), Mu(n)sìpa, Mun Ruvìnal, Mon dei motivo: innanzitutto per il frequente comparire, oltre
Arni, Mun Paradeîs, Mon Lìso, Munbrù. Nella zona

187

MAPPA CATASTALE DI ROVIGNO
(aggiornata al 1873)

parte del foglio N. 2 con le località Saline e Valalta
e l’ubicazione delle chiesette di S. Giovanni e S. Felice

(ROVIGNO, Centro di Ricerche Storiche)

che di denominazioni tratte da appellativi dialettali ruòco “ronco, terreno dissodato”, nonché il già ricor-
preveneti, anche per la presenza di terminologia geo- dato coûl “insenatura profonda”.
grafica (legata al terreno) tipica alle volte anche di Una caratteristica della nostra toponomastica è anche
altre zone dell’Istria ma solo qui particolarmente con- l’inconsistente percentuale di slavismi che essa com-
centrata e miscelata: mi riferisco ai toponimi conte- porta. Piuttosto prevalgono gli antroponimi “italiani”,
nenti i termini làma “acquitrino, palude”, làco “sta- tipo Angelini, Malusà, Fachinetti, Lorenzetto, Curto,
gno”, àrno o àrnu “anfratto di costa rocciosa” (vi cor- Quarantotto, Biondi, Cherin (Quirino), Mauro.
risponde altrove in Istria il termine “grotta”), val Ci domandiamo ora come mai si sia giunti ad un “pae-
(dimin. valistreîn) “insenatura della costa”, rùco o saggio” toponimico così articolato. Non c’è dubbio

188 che la sua fisionomia dipenda dal modo in cui si sono nimi comportanti tratti fonetici locali, come San Fìli
(lat. FELIX), ma Sànta Preîta “Santa Brigida” e San
sovrapposti i vari strati etno-linguistici nella zona, a Veîn “San Vito” (l’epentesi di -n è un tratto squisita-
partire dalla più alta antichità. mente veneto) sono, nonostante le dittongazioni (in
Ad epoca preromana risalgono senz’altro toponimi questo caso fenomeno puramente meccanico), indub-
come Vìstro da indoeuropeo - WIDU - “legno, bosco”, biamente recenti.
elemento lessicale veicolato certamente dagli Istri. Tra gli agiotoponimi tratti da nomi di santi della prima
Preromano anche il secondo elemento di Muntràvo, da cristianità e da nomi di santi guerrieri dell’epoca lon-
Monte Tauro, dove Monte ridetermina il prelatino, gobarda, citeremo San Pì(i)ro, S. Marteîn (via e chie-
forse preindeuropeo, - TAURO - “monte” (ci troviamo setta), S. Micièl (a cui era intitolata una chiesetta,
nell’ambito dei toponimi “bilingui” tipo Mongibello o abbattuta agli inizi del sec. XVIII per far posto al
Linguaglossa). Anche Muntalbàn potrebbe nascondere nuovo Duomo) e S. Zuòrsi a cui era intitolata la prima
un ALB o ALP (cfr. Alpes) “altura”, addirittura prein- chiesa di Rovigno.
deuropeo, a meno che non si voglia partire da indeuro- Potrebbero poi essere abbastanza antichi (periodo della
peo (ma sempre prelatino) ALBH - “bianco”, con fone- tarda latinità, periodo delle “origini romanze”) tutti
tismo, allora, “illirico”. quei toponimi che si riallacciano ad appellativi del dia-
I Romani lasciarono tracce dirette della loro presenza letto locale preveneto desueti o da tempo scomparsi. A
attraverso i cosiddetti nomi prediali; tali solo certa- detta categoria appartengono quasi certamente Bara-
mente Murignàn o Morgnàn (lat. MAURINIUS), e beîga (lat. VALLIS APRICA), Munboràso (lat.
Laco d’Aran (lat. ARRIUS) caratterizzati dal suffisso VORAGINEM), Caruòiba o Caruòbia (lat. QUA-
-ANUM, Sturago (o Astorga<Asturius) caratterizzata DRUVIUM), La Moûcia (da LAMUCULA “piccola
dal suffisso -ACUM. palude”, cfr. Muggia, anticamente MUGLA, presso
Direttamente dall’antroponimo senza suffisso Rovigno Trieste); il già citato Spaneîdago (SPINETICUM) e
(lat. RUFINIUS), come ha intuito felicemente Mario qualche altro. Piuttosto antichi, quindi significativi,
Doria, al pari del non lontano Gimino (lat. GEMI- anche Mon Lìso e Val da Lìso (lat. ILICIUM “leccio”),
NIUS, tale e quale); cfr. eventualmente anche Gusteî- Carpanì (‘Carpino’), Trevisòl (oggi ormai odonimo),
gna, se direttamente dall’aggett. lat. AUGUSTINEUS. da voce istriota desueta tervìs o trevìs “stalla” (lat.
Alludono all’epoca romana anche Bagnòle (se diretta- PRAESEPE), nonché Muntèro (non da mònto “monte”
mente da BA(L)NEOLI, nel significato di “acquitri- bensì forma dissimilata di MORTER, lett. “mortaio”,
no”) e Munpadièrno (PATERNUM “predio lasciato in lat. MORTARIUM).
eredità dal padre”). La densità di tali toponimi, data la Significativo anche Saniciareîn (da un appellativo
ristrettezza del territorio, è da considerarsi senz’altro locale, affermatosi non prima del’500, un prestito dal
buona. francese antico chanteclaire “usignolo”, significante
Il greco non ha lasciato tracce toponimiche se non indi- “passero”).
rettamente attraverso l’impiego delle denominazioni Al soprastrato venezianeggiante appartengono quasi
locali di appellativi d’etimo greco (e questi, a loro tutti i toponimi che non comportano tratti fonetici (o
volta, d’epoca d’accatto piuttosto bizantina che classi- lessicali) istrioti, tali ad es. Stagnèra (con -e- da -ai-
ca), tipo Làco (gr. làkkos “cisterna”), come in Mun- non dittongato successivamente in ie), Monte Sùca
delàco e Làco d’Aran. D’altra parte, sembra alquanto (con u non dittongato, e affricata passata a sibillante),
dubbio che il nome dell’isola di Serra (nome antico Valmunìda (lett. “bonificata”, cfr. venez. imunir, imbu-
dell’isola di S. Andrìa) effettivamente risalga al gr. nir “insabbiare”) e Finìda (lett. “segno di confine”)
xeròs “asciutto” (event. in opposizione a Bagnòle o ambedue con i non dittongato e qualche altro. Qualche
perché anticamente collegata alla terraferma) e Sturàgo singolo toponimo risale all’italiano letterario, così
(Astorga) dal gr. àstorgos “inospitale, brutto”. Monto de la Crùs o anche Pònta de la Curènta o Val-
Ad una certa antichità potrebbero risalire gli agiotopo-

189

MAPPA CATASTALE DI ROVIGNO meraviglierà di non trovar menzionati, nonostante la
(aggiornata al 1873) loro notorietà, toponimi abbastanza noti, come Lìmo
(it. Leme), Munsèna, Coûvi (it. Cuvi) e Faburso. Preci-
parte del foglio N. 20 con le località di Moncodogno so che, fino a che non si sarà stabilito per essi un etimo
e Madonna dei Campi sufficientemente sicuro, è del tutto controproducente ai
nostri fini inserirli in un contesto cronologico che non
(ROVIGNO, Centro di Ricerche Storiche) sia quello fissato dalla loro prima testimonianza scritta.

broûna (gli eventuali tratti istrioti che vi si riscontrano,
es. dittongazione in Valbroûna, sono certo secondari:
l’aggettivo ital. bruno non trova posto né in istrioto né
in veneziano). Probabilmente sono toponimi che
hanno sostituito altri più antichi, di cui si è completa-
mente persa la traccia. Mancano del tutto toponimi di
origine tedesca e slava.
In questo prospetto stratigrafico qualcuno certo si

Marino Budicin

SVILUPPO URBANO

190 DALLA NASCITA DELL’ABITATO AL SECOLO XII condotto, dalla parte della Grisia, all’unica entrata
nel forte.
La nascita e lo sviluppo dell’abitato di Rovigno sul Completamente all’oscuro sono i secoli VI-VIII, né
colle insulare Mons Albanus (da alcuni autori denomi- particolari notizie e cenni si possono attingere agli
nato Mons Rubeus o semplicemente Monte, Monto) autori che per primi nominarono Rovigno (l’Anonimo
nel corso dei secoli III-V furono contraddistinti e nel Ravennate, sec. VII, Andrea Agnello, sec. IX), alle
contempo favoriti dall’innalzamento del castrum tar- prime cronache veneziane (secoli X-XI) e alla redazio-
doantico, le cui mura circondavano, lungo lo spazio ne tardomedievale del codice della Translatio corporis
che viene oggi segnato dal muro di sostegno del sagra- beate Euphemie (XIV-XV secolo).
to del Duomo (compreso il tratto sopra la struttura I saccheggi subiti nel corso dei secoli IX-X, le continue
cimiteriale) e dalla strada ad esso retrostante che porta interruzioni e rinvii della costruzione della nuova chie-
in località S. Tomaso, l’apice del “monte” con la chie- sa a tre navate fanno pensare che l’abitato non avesse,
sa primitiva dedicata a S. Giorgio, mentre lungo i suoi tranne il forte, altre strutture difensive di una certa rile-
brevi e, in alcuni tratti, ripidi pendii andarono svilup- vanza. Probabilmente già allora i rovignesi avvertirono
pandosi le prime strutture abitative. Purtroppo, l’inten- la necessità di difendere meglio l’intero abitato.
sa urbanizzazione medievale, rinascimentale e baroc- La protezione veneziana sul mare e l’incremento delle
ca, nonché la ricostruzione dell’imponente Duomo e attività marittimo-commerciali, la crescita demografica
del suo sagrato (secolo XVIII) ha cancellato ogni trac- della città, attestata anche dal geografo arabo Al-Idrisi
cia della fase tardoantica-paleocristiana, come pure di (sec. XII) che nel suo Libro del re Ruggero la descrive
quella successiva altomedievale. Verso la metà dell’Ot- “molto popolata”, determinarono nei secoli X-XII un
tocento, comunque, erano ancora visibili dietro il ampliamento costante della struttura urbana in partico-
Duomo gli ultimi esigui resti di quella prima cinta lare sui versanti nord-est e sud-est del colle insulare e
muraria difensiva. Se presso la chiesa si potevano favorirono il completamento del nuovo Duomo a tre
ammirare anche due colonne di marmo antico e se navate e con tre cupole sovrapposte ai tre altari, l’ere-
frammenti d’epoca paleocristiana-romanica sono zione di alcune cappelle in città e della chiesetta si S.
immurati quali spolia nel muro meridionale del Pietro Apostolo (X-XI secolo) sul colle omonimo
Duomo, il toponimo dialettale pumièr, dall’etimologia dirimpetto l’abitato insulare.
molto chiara (“post murum”), individuava ancora agli
inizi del nostro secolo una ristretta area ai piedi del I SECOLI XII-XVII. L’ABITATO INSULARE
Duomo tra gli sbocchi delle contrade Trevisol e Mon-
talbano, risparmiata in parte fino ad oggi dall’urbaniz- La struttura dei tratti delle mura ancor oggi visibili, da
zazione abitativa e che in origine si trovava a ridosso una parte tra le contrade Dietrocastello, S. Tomaso
della cinta muraria del forte. A Rovigno, il cui svilup- (Salita al Monte), Garibaldi e Pian di Pozzo e dall’altra
po storico-urbano fu fortemente condizionato dalla tra S. Croce, la Villa, Trevisol, S. Benedetto (via R.
peculiare conformazione geomorfologica insulare, il Devescovi e Sotti i Volti) e Sottomuro (Riva P. Budi-
pomerium, di chiara origine tardoantica, non indicava, cin), ci riportano verosimilmente al secolo XII. Diffici-
a differenza di altrove, l’area tra la città fortificata ed il le asserire, però, se allora venne innalzata una nuova
suo circondario, ma il terreno tra il castrum e l’abitato cinta cittadina o se si fosse trattato di radicali restauri e
sviluppatosi attorno ad esso che con l’andar del tempo sensibili ampliamenti di strutture murarie e difensive
perse la sua funzione originaria prettamente difensiva. precedenti, risalenti forse al tempo delle incursioni
Da verificare sono inoltre i cenni circa l’esistenza di saracene e slave. Questa seconda cinta abbracciava
un solo passaggio o sottoportico che partendo dalla l’intero abitato, completamente racchiuso in essa fino
corte degli Zaratini nella via Sanvincenti e attraver- alla metà del secolo XVII; le strutture abitative si
sando l’area del summenzionato pomerium avrebbe

191

VAL DEL LACO E PUNTA S. LORENZO
nel disegno di Zuanne De Carli, 1755

(VENEZIA, Archivio di Stato, Rason Vecchie, busta 197, dis. 837)

estendevano in particolare sul versante più ampio del tardoantico. Ciò in parte spiegherebbe il fatto che sul
colle insulare, quello tra il castrum e il canale che lo versante occidentale non si siano trovate tracce delle
divideva dalla terraferma. Le mura cittadine collegava- mura medievali in quanto la rovina e lo smantellamen-
no i bastioni e le torrette di difesa, nonché le porte di to del castrum che allora aveva oramai perduto la sua
S. Croce, di S. Benedetto e di Sottomuro (Portizza) funzione originaria, lasciò scoperto proprio quel tratto
verso sud-est, quella della Pescheria vecchia-S. che però era difeso dalla natura del terreno che scende-
Damiano verso est, nonché quelle di Valdibora e della va ripido sul mare.
gradinata che mette in comunicazione le contrade S. Fonti indirette del secolo XVIII segnalano l’esistenza
Tomaso e Dietrocastello verso nord-est. Nell’Ottocen- di una “torre di ragione del comune posta nel cimitero
to si riteneva che anche il passaggio coperto allora esi- di Monte” che già nel 1705 andava “restaurata oppure
stente nei pressi dell’antico Ospedale, oggi compreso demolita fino al volto”. Né Antonio Angelini né il
nelle strutture dell’Oratorio, fosse stato nei secoli pre- canonico Tomaso Caenazzo, che tanta attenzione pre-
cedenti una porta cittadina. starono nell’Ottocento a questi argomenti con accenni
Nella parte più alta dell’abitato, sia verso nord che alle “torrette di monte” demolite in epoche precedenti,
verso sud, questa seconda cinta si ricongiungeva, nei sono riusciti ad individuarla entro il perimetro del
primi tempi della sua erezione, a quella del castrum cimitero settecentesco sotto il sagrato della chiesa. Lo

192 Senza l’apporto di sondaggi archeologici e di fonti sto-
riche è, inoltre, difficile tracciare la linea originaria
VEDUTA DI ROVIGNO delle mura nel tratto verso l’ex canale in quanto esso
tratta dal portolano manoscritto intitolato Deñiz Kitâby, nei primi tempi di sviluppo dell’abitato era sicuramen-
Atlante marittimo di Sejjid Nüh, navigatore turco del XVII secolo te molto più ampio rispetto a quello dei secoli XII-
(BOLOGNA, Biblioteca Universitaria) XVIII. È da supporre che con il suo parziale interra-
mento vennero spostate verso est sia le mura che le
stemma del podestà Condulmier (datato 1537) sulla porte cittadine in quel tratto. Non a caso su quell’area
facciata verso S. Croce (sopra il n. 53) del n. 76 di Tre- sorsero nel 1308 le prime strutture del nuovo Palazzo
visòl, ai margini tra l’abitato ed il suddetto cimitero, pretorio.
lascia supporre l’esistenza in quel sito di una struttura Nel corso dei secoli XII-XVII ci fu un graduale ma
architettonica pubblica (non comunque le semplici costante ampliamento del fondo abitativo, delle strut-
mura), quale potrebbe rivelarsi per l’appunto la sud- ture pubbliche (palazzo pretorio, fondaco, ospedale,
detta “torre del cimitero”. Ciò avvalorerebbe l’ipotesi torchi, forni, uffici delle magistrature comunali ed
che in quel punto le mura girassero verso il monte per altro), nonché di quelle sacre, tanto che quasi tutta l’a-
congiungersi a quelle del forte. rea entro le mura venne urbanizzata.
La scogliera fuori le mura era rimasta tutta libera tran-
ne la parte verso nord-est, tra l’insenatura di Valdibora
ed il porto di S. Caterina, dove con l’innalzamento di
una muraglia lungo il canale (forse già con il secolo
XII), munita di un torrione centrale (la “Torre del
ponte”) e di due torrette laterali, era andato formandosi
il cosiddetto “borgo”, una autentica piazza d’armi che
costituiva il primo dispositivo difensivo della città, col-
legato alla terraferma tramite un ponte dapprima in
legno, poi in pietra, poggiante su tre archi.
Ancor prima della metà del secolo XVII, comunque,
anche lungo il perimetro del “borgo” vennero eretti
edifici di carattere pubblico ed abitativo.
Nei primi secoli di governo veneto non poca attenzio-
ne venne prestata alla riparazione ed al completamento
delle strutture difensive, in particolare nella seconda
metà del secolo XVI quando il pericolo uscocco solle-
citò le autorità provinciali e comunali ad intraprendere
una vasta opera di rafforzamento delle mura, delle
porte di accesso e dell’antemurale sul canale.
L’incursione del 1599 e la “guerra uscocca” del 1615-
18 misero a nudo alcune lacune del sistema difensivo
delle cittadine costiere istriane, Rovigno compresa. Per
questo motivo il Provveditor sopra le ordinanze di Ter-
raferma e Istria, Barbaro, ordinò nel 1619 agli inge-
gneri Candido e Tensini la stesura di un progetto di
rafforzamento delle strutture di difesa della città. Il
progetto riguardava proprio lo spazio tra il canale e le

mura che risultava indifeso nei lati verso Valdibora e 193
verso il porto di S. Caterina. Per la chiusura completa
di questo quadrilatero venne proposta l’erezione di due IL BORGO (poi Piazza della Riva)
muraglie che, come appare nei disegni eseguiti allora con le strutture difensive
dai suddetti ingegneri (che rappresentano l’abitato con
la linea delle mura e con il tracciato del previsto il canale ed il ponte, 1619 (dis. di Antonio Tensini)
ampliamento), avrebbero dovuto collegare le torrette (VENEZIA, Archivio di Stato, Provv. da Terra e da Mar, filza 340 bis, dis. 3)
laterali dell’antemurale alla cerchia di mura della città,
rispettivamente una in prossimità della porta di Valdi- vincia dell’Istria, metà secolo XVII) contribuiscono ad
bora e l’altra nella zona del torrione, che verso il mare illustrare il graduale e costante sviluppo della città. Se
fiancheggiava il Palazzo pretorio. Queste muraglie il primo la descriveva “ben popolata” e con “bei casa-
laterali non vennero però mai realizzate in quanto il menti e buonissimi porti” il vescovo cittanovese rimar-
Senato, visti i miglioramenti della situazione politico- cava, invece, che l’abitato insulare “gira tutto un
militare, abbandonò il progetto che gli sarebbe costato miglio, ma non è fabbricato se non la metà, evvi un
ben 1000 scudi. Qualche decennio più tardi, i progetti borgo detto la Riva Grande molto spazioso e passato il
strategico-difensivi lasciarono il posto ad un intenso ponte ne princia un altro. Le contrade e strade della
sviluppo urbano-edilizio. terra sono strette e le case alte abitate all’estremo”,
Le raffigurazioni più antiche dell’abitato che oggi si segnalando per primo l’espansione sulla terraferma.
conoscono sono, comunque, anteriori al 1619. La La nascita dell’abitato e lo sviluppo della rete urbana
prima potrebbe risultare quella che si ammira nel codi- ci riporta chiaramente ad un modello radiale concentri-
ce già citato della Translatio (sec. XIV-XV) che si co di abitato tipico dell’età tardoantica-medievale per
custodisce presso la Biblioteca scientifica di Pola. La la fascia costiera occidentale istriana, tanto più caratte-
veduta “immaginaria” che raffigura l’abitato fortificato ristico per un colle insulare dalla peculiare conforma-
con il torrione d’entrata adorno di uno stemma non è zione geomorfologica e per un tessuto sociale singola-
coeva al codice in quanto vi venne aggiunta posterior- re e dinamico come quello rovignese. Infatti, nel lungo
mente, prima comunque del 1640, quando il mano- tratto verso nord le mura non correvano parallele alla
scritto venne rilegato. Molto più reale risulta il disegno linea della costa ma rientravano notevolmente in quan-
dell’abitato nella veduta di Angelo Degli Oddi pubbli- to seguivano per motivi strategici l’orlo delle scarpate
cata nel suo Viaggio delle Provincie di mare della esistenti in quei luoghi. Cinque arterie longitudinali
Signoria di Venezia (1584). Vi sono delineati l’ante-
murale sul canale, l’abitato fortificato e perfino l’area
vacua tra esso e la chiesa, disegnata molto approssima-
tivamente. Gli stessi contenuti vengono riproposti
anche nella figurazione di Giuseppe Rosaccio nel
Viaggio da Venezia a Costantinopoli del 1595. La
caratteristica topografia di Rovigno si distingue bene
pure nella vedutina prospettica di Willelm Barentz del
1595 ed in quelle disegnate nelle carte dell’Istria di
Pietro Coppo (1525), di Giovanni Antonio Locha
(1563), di Giovanni Francesco Camocio (1569) e di
Giovanni Antonio Magini (1620).
I cenni orografici di Nicolò Manzuoli (Nuova descrit-
tione dell’Istria, 1611) e del vescovo Giacomo Filippo
Tomasini (Commentari storico-geografici della Pro-

194 partendo dall’asse Porta S. Damiano-Piazza Grande lungo un po’ tutte le contrade, cosicché il podestà e
capitanio di Capodistria Polcenigo nel 1701 poteva
portavano direttamente nella zona circostante il relazionare che “la terra di Rovigno non ha altre mura-
Duomo. La comunicazione tra esse era agevolata da glie che quelle delle abitazioni”.
una serie di calli trasversali e gradinate molto pittore- A nord e a sud, lungo i tratti di scogliera sorse una
sche e con una gran varietà di soluzioni urbanistiche linea continua di caseggiati che portò alla nascita delle
ed architettoniche. nuove contrade di Dietrocastello e S. Croce. Nel con-
Sebbene lo slancio edilizio e le interpolazioni baroc- tempo il “borgo” venne trasformato in due piazze: una
che del Settecento abbiano modificato notevolmente verso Valdibora di forma più regolare; l’altra che dava
l’aspetto architettonico del nucleo entro le mura, lungo sul porto di S. Caterina, più ampia e a forma d’imbuto.
tutte le sue contrade si possono ammirare molti tratti Lungo i perimetri vennero innalzate sia strutture abita-
ed elementi del sostrato medievale (romanico ed in tive (in particolare il palazzo barocco dei Califfi che
particolare gotico) e rinascimentale, con tutta una serie oggi ospita il Museo Civico) che d’interesse pubblico:
di caseggiati e blocchi di elevato valore ambientale, il Palazzo pretorio, ingrandito e rialzato sopra la Log-
mentre non mancano quelli catalogati nella categoria gia grande che dava sulla piazza, l’Arco dei Balbi al
dei monumenti. posto del Portone della Pescheria vecchia (1678-79), il
Granaio pubblico (1680), il casello di Sanità ai piedi
LA LUNGA FASE BAROCCA del Molo piccolo, un forno comunale, le beccarie, gli
E L’ESPANSIONE DELL’ABITATO OLTRE IL CANALE stendardi pubblici.
Altrettanto intenso fu il fervore edilizio nella ristretta
Il miglioramento delle condizioni di vita a seguito zona costiera e sul colle di S. Pietro oltre il canale,
della fine della terribile epidemia di peste del 1630-32 compresi nella cosiddetta “finida piccola”, dove fino
e delle operazioni militari della guerra uscocca, la agli anni Cinquanta esistevano solamente alcune chie-
notevole crescita demografica, favorita sia dall’incre- sette “campestri” (e ovviamente le strade che ad esse
mento del movimento naturale che del flusso migrato- conducevano e che proseguivano verso la campagna):
rio, e lo sviluppo economico, che proiettò in primo S. Giovanni Battista, Spirito Santo, S. Antonio Abbate,
piano la borghesia “cittadina” (intellettuali, avvocati, S. Martino Vescovo, B. V. della Neve, S. Giacomo
farmacisti, armatori, commercianti, ecc.) particolar- Apostolo, S.ma Trinità, B. V. delle Grazie, S. Nicolò
mente interessata al settore edilizio-urbano, determinò da Bari e più oltre S. Gottardo Vescovo, B. V. della
a partire dalla metà del Seicento una considerevole Concezione, S. Pietro Apostolo, SS. Vito e Modesto e
dilatazione dell’abitato (sia nella sua parte insulare che S. Lorenzo Martire.
soprattutto sulla terraferma) che nel giro di un secolo e L’erezione delle nuove chiesette di S. Antonio da
mezzo (praticamente fino alla caduta della Repubblica Padova (1654) e di S. Carlo Borromeo (1668) non
di Venezia), attraverso una breve fase tardosecentesca significò solamente l’avvento di tempi più sicuri, ma
e una lunga seconda fase settecentesca delineò e com- avviò pure il processo di urbanizzazione di quell’area.
pletò gran parte di quello che ancor oggi è ritenuto il I primi edifici vennero eretti ai piedi del colle di S.
nucleo storico di Rovigno. Pietro proprio attorno alle suddette chiese e lungo la
principale “strada per carri” (Carera) che passando
La seconda metà del secolo XVII appresso il “laco” portava verso la campagna a sud-est.
Ce lo conferma anche il notaio rovignese Antonio
Durante la seconda metà del secolo XVII numerosi Costantini nelle sue memorie redatte nel 1708 con
edifici vennero addossati alle mura (sia dalla loro parte accenni al tempo della sua fanciullezza (nacque attor-
interna che esterna) altri, invece, eretti o ricostruiti no al 1650) quando “non v’erano fuori del ponte altre
case che tre nel borgo di Carera dalla parte del fosso e

la chiesa di S. Carlo era principiata solamente”. 195
Nel giro di qualche anno sorsero le prime linee di
caseggiati che dallo spiazzo antistante il ponte, costeg- SCORCIO DEL PONTO (inizio sec. XX)
giando il canale, partivano in direzione di Valdibora dove un tempo s’innalzava l’omonima torre
(per alcuni anni il tratto finale di Driovier venne sfrut-
tato quale deposito di immondizie, poi trasferito in con l’adiacente chiesetta di S. Salvatore
Calfondosa, dietro Carera) e del porto di S. Caterina (archivio Cherinfoto)
fino quasi la punta di S. Nicolò. Contemporaneamente
si cominciò a salire a raggiera su per il suddetto colle più importante dello sviluppo dell’abitato sulla terra-
verso più direzioni. Ne sono una testimonianza l’iscri- ferma che coincise con la massima espansione demo-
zione scolpita nel 1699 sull’architrave del portale della grafica e con l’apice dello sviluppo economico della
casa n. 16 della via De Amicis per ricordare l’erezione Terra e della Podesteria di Rovigno. L’estensione rag-
di un ospizio dei Servi di Maria del convento dell’isola giunta allora, tranne alcuni modesti allargamenti a
di S. Caterina, e la relazione del suddetto conte Polce- nord e a sud, rimase in seguito invariata per lunghissi-
nigo che registrava “fuori del ponte un gran borgo, sot- mo tempo.
toposto alle vicine colline che comandano tanto detto Per quanto riguarda la parte di terraferma l’inizio di
borgo come la terra” ed i cenni del Costantini circa questa fase coincise con l’erezione della chiesa e del
l’avvenuta fabbricazione di “tutti li borghi” in partico- Convento dei padri francescani, iniziati nel 1702. In
lare di quello di “Dietrocastello e fatte le porte nelle armonia con l’età barocca essi sorsero in una zona
mura, ed anco il borgo di Driovier”. disabitata e lasciarono libero, di fronte alla chiesa un
Le belle figurazioni di Prospero Petronio (1681) e del ampio spiazzo. L’erezione e la vita di questo comples-
frate Vincenzo Maria Coronelli (1696), che hanno so costituì un fattore specifico nell’urbanizzazione del
verosimilmente attinto a modelli anteriori, non docu- colle di S. Pietro, il cui nome venne gradualmente
mentano purtroppo questa fase iniziale oltre il ponte, sostituito da quello di S. Francesco. Quando successi-
accennata però, nei testi che le accompagnano. Il vamente i caseggiati arrivarono fino al perimetro del
Petronio, infatti, ricordava che “è cresciuto questo convento, esso chiudeva l’abitato verso est.
luogo notabilmente da un secolo in quà”, mentre il Lo sviluppo urbano interessò maggiormente il pendio
Coronelli annotava che “il castello di Rovigno coi suoi
borghi può avere circa un miglio di circonferenza”.
Cominciarono a delinearsi così le principali arterie del
nuovo agglomerato oltre il canale: le contrade Drio-
vier, Carera e Sottolatina (via J. Rakovac), che corre-
vano parallele al canale, rispettivamente alla costa fino
alla punta di S. Nicolò; le vie Spirito Santo (A. Ferri),
S. Zuane (De Amicis) e S. Martino che salivano o fian-
cheggiavano il colle di S. Pietro.

Il fervore edilizio settecentesco e l’interramento
del canale

Con il Settecento si registrò un ulteriore completamen-
to e soprattutto ristrutturazione dell’antico nucleo insu-
lare di chiara impronta barocca e prese avvio la fase

196 del colle di S. Pietro verso il porto di S. Caterina e po urbano-edilizio del prolungamento oltre Spirito
Santo, che portò alla nascita della nuova contrada del
verso la Punta di S. Nicolò, che declina più dolcemen- Nonno.
te e che è più soleggiato e riparato dai venti di nord- Nei decenni centrali del Settecento, pertanto, lo svilup-
est. Le strutture abitative ed economiche di quest’area po edilizio registrò la sua massima intensità sia per
ricevettero poi un impulso considerevole nel secolo quanto concerne la validità dell’espressione artistico-
XVIII in seguito allo sviluppo del commercio, delle architettonica che per il ritmo e il gran numero di
attività marinare confluenti quasi tutte nel porto di S. nuove costruzioni.
Caterina e degli squeri di Sottolatina-S. Nicolò fiorenti Nel 1776 quando venne lastricata la via Carera erano
soprattutto nel Settecento. ormai delineate le principali arterie longitudinali Drio-
Riscontri cronologici molto indicativi per questa area vier, Spirito Santo-Contrada del Nonno, S. Zuane-S.
sono la datazione dei caseggiati n. 6 di Carera (1724) e Francesco-strada verso S. Pietro, S. Martino, Carera,
n. 22 della via De Amicis (1738), la cui comparazione Sottolatina-Squeri, e le calli trasversali Scaletta Drio-
con le case n.ri 31, 33 e 47 della prima e 20 e 24 della vier, la Mussa (via Pisino), del Tintore (Calletta inter-
seconda, con elementi tipici della decorazione plastica na), del Forno, Betlemme (via Dignano) e S. Giacomo.
del barocco istriano, colloca nel ventennio 1720-40 la Tra il convento e le contrada del Nonno, tra Carera e S.
formazione dei nuclei attorno allo spiazzo centrale Martino e nella zona dietro gli squeri rimasero intatte
della via S. Zuane ed il tratto di Carera fino al piazzale alcune piccole aree verdi, per lo più orti che si sono
Milossa. Le suddette vie per la loro posizione predo- conservate fino ai nostri giorni.
minante, nonché per i contenuti artistico-architettonici, Nella zona a sud-est del convento (tra S. Pietro e S.
costituivano le vie più rappresentative. Martino) sorse il nucleo di stalle più consistente dei
Nel contempo sulla punta di S. Nicolò, dietro gli sque- contadini rovignesi che non risiedendo nei propri
ri, sorsero gli edifici che diedero vita all’omonima poderi erano costretti a tenere gli animali da lavoro, i
contrada e assunsero sempre maggior rilevanza i rac- carri e gli attrezzi in città.
cordi con Carera attraverso Sottolatina e S. Giacomo e L’espansione dell’abitato lungo la costa di terraferma e
con il piazzale del Laco. Alcuni disegni del fondo del- sul colle di S. Pietro, la necessità di agevolare la
l’Archivio di stato di Venezia illustrano molto bene, “a comunicazione tra il nucleo insulare e la parte nuova,
volo di uccello”, non solamente i contenuti urbanistici nonché questioni di igiene pubblica fecero sì che nel
della piazza della Riva (splendido il disegno del 1756), 1763 il Capitanio e Podestà di Capodistria ordinò l’in-
ma altresì il progredire dell’urbanizzazione verso la terramento del canale che cambiò completamente l’a-
Punta di S. Nicolò nella zona retrostante fino al Laco spetto di quel tratto. Alcune splendide vedute aeree
negli anni quaranta e cinquanta, quando il fervore edi- dell’abitato mettono in particolare risalto questa area
lizio fece insorgere numerose vertenze circa l’aliena- di raccordo e, nello stesso tempo, di impatto urbanisti-
zione di opere pubbliche. co tra l’ex nucleo insulare, le cui arterie in armonia
Data a questo periodo anche il disegno fantasioso di con il suo asse disposto in direzione nord/ovest-sud/est
Rovigno del milanese Lonati (1752) che inspiegabil- non confluiscono nella zona dell’ex ponte, e la parte
mente al posto dei nuovi borghi di terraferma, allora nuova con le contrade che a raggio si aprono verso est
già molto cresciuti, vi disegna un ampio “castello”. proprio da questo piazzale.
Nel 1800 per agevolare la comunicazione in questa A partire dalla metà del secolo, quale conseguenza
zona venne tracciata la nuova via Calnova che mise in dell’espansione dell’abitato e della mancanza di aree
contatto diretto le vie S. Giacomo (R. Daveggia) e Sot-
tolatina. VECCHIA MAPPA CATASTALE
L’erezione di alcuni torchi nella prima metà del secolo BEYMAPPE ZUR GEMEINDE ROVIGNO (1820)
e la loro intensa crescita tra gli anni Sessanta ed Ottan-
ta rappresentarono un notevole incentivo per lo svilup- (ROVIGNO, Centro di Ricerche Storiche)

197

198 libere entro il suo perimetro iniziò l’opera di interra- più antico. Ciò costituì un depauperamento, purtroppo
oggi quasi del tutto irrecuperabile, del patrimonio storico
mento in due importanti zone: in Valdibora nell’inse- urbano e artistico-architettonico della città.
natura tra Dietrocastello e Driovier; in Val del Laco tra L’urbanizzazione del colle di S. Pietro-S. Francesco e
la Cavana dei frati (un capannone sul mare dove i fran- della punta di S. Nicolò non è stato dettato da alcun
cescani tenevano propria imbarcazione) e la chiesetta piano urbanistico né ha copiato un modello ben preci-
di S. Lorenzo. so. Esso è stato condizionato principalmente dal fatto
Dall’abitato di allora si usciva a sud-est per le tre stra- che si doveva urbanizzare un colle con determinati
de che dal Laco portavano verso le campagne situate a punti di riferimento: le strade antiche che portavano
levante e meridione; oltre il colle di S. Pietro per la alle chiesette summenzionate. Ovviamente sotto que-
strada dietro S. Francesco e per il tratto in continuazio- sto profilo la sua disposizione con cinque arterie prin-
ne di S. Martino; a nord per la strada a mare di Valdi- cipali longitudinali ed una serie di calli trasversali ci
bora e per la Calvecchia (Dietro la Grotta) che ricon- riporta alla struttura urbana del colle insulare. Natural-
giungendosi in località S. Gottardo proseguivano verso mente maggiori disponibilità di spazio, situazioni sani-
le zone campestri a nord. tarie e militari meno precarie e l’influsso dell’epoca
La comunità rovignese pur non disponendo di un barocca hanno dettato edifici, vie e piazze più ampie,
piano urbanistico cercò di controllare e di disciplinare in particolare lo spazio davanti alla chiesa francescana,
alcuni aspetti della vasta problematica urbanistica. quello centrale di S. Zuane, i caseggiati a semicerchio
Grazie ad alcune delibere comunali vennero salvaguar- attorno alla chiesa di S. Antonio da Padova e la stessa
date alcune aree di pubblica ragione quali il terreno via Carera.
attorno allo squero di Valdibora (1702 e 1722), i picco- D’altro canto anche sotto il profilo artistico-architetto-
li spiazzi ai piedi delle contrade di Spirito Santo e di S. nico le nuove piazze della Riva e Valdibora, i nuovi
Martino (dove erano situati i “rastrelli” di sanità), la borghi di Dietrocastello e S. Croce, nonché quelli sorti
punta di S. Nicolò davanti l’omonima chiesetta (1749) sulla terraferma presentano gli stessi elementi e
e la Val del Laco tra la Cavana dei frati e la chiesa di modelli delle costruzioni dell’abitato entro le mura in
S. Lorenzo (1756). quanto anch’esso, pur conservando intatti la disposi-
Nell’arco, poi, di un quadriennio il Consiglio cittadino zione ed il sostrato medievale-rinascimentale, fu coin-
decretò l’istituzione di tre importanti magistrature pub- volto in quell’epoca da ristrutturazioni e interpolazioni
bliche: nel 1717 i quattro Provveditori alle strade (due barocche.
per la città e due per la campagna); nel 1718 i due Prov- L’abitato nella veduta d’insieme del suo nucleo storico
veditori alle fabbriche; nel 1720, infine, i due Provvedi- sviluppatosi fino agli inizi del secolo XIX rivela una
tori alla fossa che dovevano pulire il canale. chiara matrice storico-sociale “popolana” in funzione
Nel 1723 venne deciso, inoltre, che ogni istanza per con- prettamente abitativa. Ne sono una diretta conferma lo
cessione di fondi dovesse essere deliberata alla presenza sfruttamento quasi esasperato dello spazio urbano,
di almeno 100 consiglieri e con i due terzi dei voti. Si l’onnipresente tendenza verticale dei caseggiati, che
cercò così di frenare i continui abusi “non essendo più con i dislivelli singolari e armoniosi dei loro tetti
loco, né angolo per così dire ove si possa più camminare hanno modellato un panorama particolarmente sugge-
per essere ristrette tutte le strade, et altri luochi che in stivo, nonché la disposizione interna degli edifici abi-
passato erano ampli”. tativi dove di regola ogni piano costituiva un apparta-
Nelle epoche successive ci fu quasi un’inversione di ten- mento e tre erano le strutture predominanti: la cantina
denza che a causa di varie contingenze portò alla rovina o il magazzino al pianterreno, la cucina col fugulier e
di numerose cappelle sia urbane che campestri, all’ab- la camera, ai piani superiori. La densità abitativa ha
battimento di importanti strutture pubbliche e difensive trovato, poi, sotto il profilo architettonico ambientale
(in particolare la Torre del ponte e le strutture annesse), una manifestazione quanto mai espressiva nella gran
nonché al degrado del fondo abitativo del centro storico


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