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David Gemmell - Drenai 04 - La Leggenda di Druss

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Published by Simone Tuco Errico, 2023-03-12 12:45:51

David Gemmell - Drenai 04 - La Leggenda di Druss

David Gemmell - Drenai 04 - La Leggenda di Druss

David Gemmell LA LEGGENDA DI DRUSS Romanzo


1991-1994 by David A. Gemmell Titoli originali: The First Chronicles of Druss the Legend - Birth of a Legend (1993) - The Demon in the Axe (1993) - The Chaos Warrior (1993) - Druss the Legend (1991) Traduzione di Annarita Guarnieri


Questo libro è dedicato con grande attaccamento ed affetto a Mick Jeffrey, un pacato Cristiano di infinita pazienza e gentilezza. Quanti hanno avuto il privilegio di conoscerlo sono stati davvero benedetti. Buona notte, Mick, e che Dio ti benedica! La mia gratitudine va al mio curatore, John Jarrold, alla correttrice di bozze Jean Maund, ed ai lettori campione Val Gemmell, Stella Graham, Edith Graham, Tom Taylor e Vikki Lee France. Ringrazio anche Stan Nicholls e Chris Backer per aver dato la vita a Druss in un modo nuovo.


LIBRO PRIMO Nascita di una Leggenda


PROLOGO Inginocchiato al riparo del sottobosco, l’uomo stava scrutando con i suoi occhi scuri i massi che si allargavano più avanti e gli alberi al di là di essi; vestita di una casacca di pelle di daino frangiata e di stivali e calzoni di cuoio, la sua alta figura era virtualmente invisibile nell’ombra degli alberi. La traccia, nitida sotto il sole che brillava alto nel sereno cielo estivo, non poteva risalire a più di tre ore prima perché, anche se gli insetti avevano leggermente alterato le impronte degli zoccoli nel passarvi sopra strisciando, i contorni erano ancora ben definiti. Quaranta cavalieri, carichi di bottino... Shadak indietreggiò nel sottobosco, dove era legata la sua cavalcatura, e indugiò per un momento ad accarezzare il lungo collo dell’animale prima di prendere la cintura posata sulla parte posteriore della sella; affibbiatasela intorno alla vita estrasse le due corte spade che pendevano da essa, fatte del miglior acciaio vagriano e affilate su entrambi i lati. Dopo un momento di riflessione ripose le lame nel fodero e si protese a sfilare dal pomo della sella l’arco e la faretra di frecce che vi erano appesi. L’arco era di corno vagriano, un’arma da caccia capace di scagliare con letale precisione frecce lunghe mezzo metro a sessanta passi di distanza; quanto alla faretra di pelle di daino, Shadak l’aveva fabbricata di persona e conteneva venti frecce con le piume di penne d’oca tinte di rosso e di giallo e con la punta di ferro, priva di uncini e facile da recuperare dal corpo delle vittime. In fretta tese l’arco e incoccò una freccia, poi si mise in spalla la faretra e si avviò con cautela verso la pista. Avevano lasciato una retroguardia? Era improbabile, perché non c’erano soldati drenai nel raggio di un’ottantina di chilometri. Shadak era però un uomo cauto e conosceva Collan, per cui si sentì assalire dalla tensione nell’immaginare il suo volto sorridente e crudele, i suoi occhi beffardi. – Niente ira – si autoammonì. Però era difficile, amaramente difficile, anche se ricordò a se stesso che gli uomini in preda all’ira commettevano errori e che il cacciatore doveva essere freddo come il ferro. In silenzio continuò ad avanzare. Più avanti, sulla sua sinistra, un masso torreggiante sporgeva dal terreno a circa una ventina di passi di distanza, mentre sulla destra c’era un agglomerato di rocce più piccole, alte poco più di un metro. Tratto un profondo respiro, Shadak si alzò in piedi e lasciò il proprio nascondiglio. Un uomo entrò nel suo campo visivo sbucando da dietro il masso più grosso e subito lui si lasciò cadere su un ginocchio, con il risultato che la freccia dell’assalitore trapassò soltanto l’aria sopra la sua testa. L’arciere cercò di tornare con un balzo al riparo del masso ma nel momento stesso in cui si abbassava Shadak aveva già lasciato partire a sua volta un dardo, che si andò a piantare nella gola dell’uomo, fuoriuscendo dalla parte posteriore del collo. Un altro assalitore si lancio in avanti, questa volta da destra. Non avendo il


tempo di incoccare una seconda freccia, Shadak vibrò un colpo con l’arco calandolo come un randello di traverso sulla faccia dell’avversario. Questi incespicò e Shadak ne approfittò per lasciar cadere l’arco ed estrarre le due corte spade, trapassando con un ampio fendente il collo dell’uomo. Altri due guerrieri entrarono correndo nel suo campo visivo e lui balzò loro incontro; entrambi avevano indosso una corazza di ferro, avevano il collo e la testa protetti da cotta di maglia e impugnavano una sciabola. – Non morirai facilmente, bastardo! – gridò il primo, un uomo alto dalle spalle ampie, poi socchiuse gli occhi nel riconoscere lo spadaccino che aveva davanti e nel suo sguardo la paura venne a sostituire la bramosia della battaglia... ma ormai era troppo vicino a Shadak per potersi ritirare e tentò lo stesso un goffo affondo con la sciabola. Shadak parò con facilità e al tempo stesso la sua seconda spada penetrò nella bocca dell’assalitore, fuoriuscendo attraverso le ossa del collo. Il guerriero si accasciò al suolo morto e il suo compagno cominciò a indietreggiare. – Non sapevamo che si trattava di te, lo giuro! – implorò, con le mani che tremavano. – Adesso lo sapete – ribatté Shadak, in tono sommesso. Senza dire una parola l’uomo si volse e spiccò la corsa verso gli alberi mentre Shadak riponeva le spade nel fodero e andava a recuperare l’arco abbandonato a terra: incoccata una freccia trasse indietro la corda e il dardo saettò attraverso l’aria, andando a trapassare la coscia dell’uomo in corsa che crollò al suolo con un urlo. Quando Shadak raggiunse il punto in cui giaceva, il ferito rotolò sulla schiena e lasciò cadere la spada. – Per pietà, non mi uccidere – supplicò. – Voi non avete avuto pietà a Corialis – replicò Shadak, – ma se mi dirai dove è diretto Collan ti lascerò in vita. In lontananza un lupo lanciò il suo solitario ululato, a cui ne rispose un altro e un altro ancora. – C’è un villaggio... trenta chilometri a sudest di qui – disse l’uomo, con lo sguardo fisso sulla corta spada che Shadak aveva di nuovo in pugno. – Lo abbiamo esplorato e abbiamo visto che ci sono giovani donne in abbondanza. Collan e Harib Ka hanno intenzione di saccheggiarlo per procurarsi delle schiave da portare a Mashrapur. – Ti credo – annuì Shadak, dopo un momento. – Mi lascerai vivere, vero? Lo hai promesso – gemette il ferito. – Mantengo sempre le mie promesse – precisò Shadak, disgustato dalla debolezza di quell’uomo. Abbassandosi, gli estrasse con un secco strattone la freccia dalla gamba; un fiotto di sangue scaturì dalla lacerazione e il guerriero ferito gemette mentre Shadak puliva la freccia sul suo mantello prima di raddrizzarsi e di dirigersi verso il primo nemico che aveva abbattuto. Inginocchiatosi accanto al corpo recuperò l’altra freccia e infine raggiunse a grandi passi il punto in cui i razziatori avevano impastoiato i loro cavalli. Montato in sella al primo, lo condusse insieme agli altri


verso il tratto di sottobosco a valle della pista dove aveva lasciato il proprio castrato, avviandosi quindi lungo il sentiero con tutti gli animali. – Che ne sarà di me? – gridò il ferito. – Cerca di fare del tuo meglio per tenere lontani i lupi – consigliò Shadak, girandosi sulla sella. – Entro il tramonto avranno già avvertito l’odore del tuo sangue. – Lasciami un cavallo! Nel nome della Misericordia! – Non sono un uomo misericordioso – ribatté Shadak. E si allontanò verso sudest e le lontane montagne.


CAPITOLO PRIMO L’ascia era lunga un metro e venti, con la testa che pesava cinque chili e la lama affilata quanto quella di una spada che si allargava a ventaglio; l’impugnatura di legno d’olmo, splendidamente incurvata, era vecchia di oltre quarant’anni. Per la maggior parte degli uomini quello era un attrezzo pesante, goffo e impreciso, ma nelle mani del giovane bruno fermo davanti alla torreggiante betulla essa cantava nel solcare l’aria, apparentemente leggera come una sciabola, ed ogni fluido colpo portava la lama ad affondare esattamente dove il boscaiolo voleva che andasse, scavando sempre più in profondità nel legno dell’albero. Druss si trasse indietro e sollevò lo sguardo, notando parecchi rami massicci che sporgevano verso nord; descritto un giro intorno all’albero per valutare la traiettoria che avrebbe seguito nel cadere si rimise quindi al lavoro. Quello era il terzo albero che abbatteva dall’inizio della giornata e cominciava ad avere i muscoli indolenziti; il sudore gli velava la schiena nuda e gli inzuppava i corti capelli neri, colandogli sulla fronte e bruciando negli occhi azzurri come il ghiaccio, ma nonostante questo e la bocca arida era deciso a finire quel compito prima di concedersi la ricompensa di un rinfrescante sorso d’acqua. Ad una certa distanza sulla sinistra i fratelli Pilan e Yorath erano seduti su un tronco abbattuto, intenti a ridere e a chiacchierare con l’accetta posata accanto, per terra. Il loro compito era quello di sfrondare i tronchi, staccando i rami più piccoli che potevano essere usati d’inverno come legna da ardere, ma si interrompevano spesso e Druss li sentiva discutere dei pregi e dei supposti difetti delle ragazze del villaggio. Entrambi erano giovani avvenenti, alti e biondi, figli del fabbro Tetrin; entrambi erano arguti e intelligenti, ed erano popolari fra le ragazze. Druss li detestava. Alla sua destra parecchi fra i ragazzi più grandi erano impegnati a segare i rami del primo albero che lui aveva abbattuto, e altrove le ragazze si stavano occupando di raccogliere la legna secca da usare come esca per i fuochi invernali, caricandola sui carretti che sarebbero stati poi spinti fino al villaggio. Impastoiati e intenti a brucare i quattro cavalli da traino aspettavano al limitare della nuova radura che gli alberi ormai ripuliti venissero attaccati alle catene per essere trascinati fino alla valle. L’autunno stava finendo in fretta e gli anziani del villaggio erano decisi a ultimare i lavori del nuovo muro perimetrale prima che arrivasse l’inverno. Le montagne della zona di frontiera di Skoda possedevano soltanto uno squadrone di cavalleria drenai che doveva pattugliare un’area di millecinquecento chilometri quadrati, con il risultato che razziatori, ladri di bestiame, schiavisti, predoni e fuorilegge vagavano liberi per le montagne... anche perché il nuovo consiglio che governava i Drenai aveva messo bene in chiaro di non voler accettare nessuna responsabilità per la sicurezza degli insediamenti sorti sul confine vagriano. Il pensiero dei pericoli di una vita di frontiera non aveva però scoraggiato gli


uomini e le donne che si erano recati fra i monti di Skoda alla ricerca di una nuova vita, lontano dal sud e dall’est più civilizzati, e che si erano costruiti una dimora in quella terra ancora libera e selvaggia, dove gli uomini forti non avevano bisogno di inchinarsi al passaggio dei nobili. Libertà era la parola chiave, e nessun discorso sui razziatori poteva agire da deterrente contro di essa. Druss sollevò l’ascia e tornò a piantarne la lama nella tacca sempre più ampia. Vibrò altri dieci colpi pieni di vigore, penetrando in profondità nella base del tronco, poi altri dieci, sempre con gesti fluidi e possenti. Ancora tre colpi e l’albero avrebbe cominciato a scricchiolare e a cedere, sussultando e lacerandosi nel precipitare a terra. Indietreggiando, Druss esaminò il terreno lungo la linea di caduta della betulla e un movimento attirò la sua attenzione, permettendogli di notare una bambinetta dai capelli dorati che sedeva sotto un cespuglio con in mano una bambola di stracci. – Kiris! – tuonò Druss. – Se non sarai andata via di lì nel tempo che impiegherò a contare fino a tre verrò a strapparti una gamba per poi usarla per bastonarti a morte! Uno… La bambina spalancò la bocca e sgranò gli occhi, poi lasciò cadere la bambola e si affrettò a uscire da sotto il cespuglio per correre via in pianto dalla foresta. Scuotendo il capo, Druss andò a recuperare la bambola e la infilò nella propria ampia cintura, avvertendo su di sé lo sguardo degli altri e sapendo benissimo cosa stavano pensando: Druss il Bruto, Druss il Crudele... era così che lo vedevano. E forse avevano ragione. Ignorandoli, tornò vicino all’albero e impugnò di nuovo l’ascia. Appena due settimane prima era impegnato a tagliare un’altra betulla ed era stato chiamato altrove prima di aver ultimato il lavoro; al ritorno aveva trovato Kiris seduta sui rami più alti, come sempre con la bambola accanto. – Vieni giù – l’aveva esortata con gentilezza. – Quell’albero sta per cadere. – Non cadrà – aveva risposto la bambina. – Ci piace stare qui. Vediamo dappertutto. Druss si era guardato intorno nella speranza di scorgere nelle vicinanze qualcuna delle ragazze del villaggio, ma non ne aveva trovata nessuna. Aveva allora esaminato l’ampio taglio nella base del tronco dell’albero e si era reso conto che un’improvvisa folata di vento avrebbe potuto gettare a terra la pianta. – Vieni giù, da brava bambina. Se l’albero dovesse cadere ti farai male. – Perché dovrebbe cadere? – Perché l’ho colpito con la mia ascia. Adesso scendi. – D’accordo – si era arresa Kiris, e aveva cominciato a scendere, ma in quel momento l’albero si era inclinato e lei aveva urlato, aggrappandosi ad un ramo, mentre Druss assisteva alla scena con la bocca arida per il timore. – Spicciati – aveva ingiunto. Kiris però non aveva replicato e non si era mossa; imprecando, Druss si era allora deciso a puntellare il piede su un nodo del legno e a issarsi fino al primo


ramo. Lentamente e con estrema cautela si era arrampicato sull’albero pericolante, salendo sempre più in alto verso la bambina. Alla fine l’aveva raggiunta. – Mettimi le braccia intorno al collo – le aveva ordinato, e non appena Kiris aveva obbedito aveva cominciato a scendere. A metà strada dal suolo aveva sentito l’albero tremare... e spezzarsi. Balzando lontano da esso aveva stretto a sé la piccola ed era atterrato goffamente sulla spalla sinistra, sbattendo contro il terriccio morbido. Protetta dal suo corpo massiccio Kiris era rimasta illesa, ma nel rialzarsi in piedi lui si era lasciato sfuggire un gemito. – Ti sei fatto male? – aveva chiesto Kiris. Druss l’aveva fissata con i suoi occhi chiari. – Se dovessi trovati di nuovo vicino ad uno dei miei alberi ti darò in pasto ai lupi! – aveva ruggito. – Ora vattene! La bambina era fuggita via come se avesse avuto il vestito in fiamme. Adesso Druss ridacchiò al ricordo nel sollevare l’ascia per piantarne nuovamente la lama nella betulla, che emise un profondo gemito, un suono lacerante che soffocò il vicino rumore delle accette e delle seghe. Poi la pianta cadde al suolo con una torsione e Druss si girò verso l’otre d’acqua che pendeva da un ramo vicino: l’abbattimento dell’albero segnalò il momento della sosta per il pasto di mezzogiorno e i giovani del villaggio si raccolsero in gruppo, ridendo e scherzando; nessuno però si avvicinò a Druss perché erano ancora sconvolti dal suo recente combattimento con l’ex-soldato Alarin, scontro che li aveva indotti a guardarlo con maggiore diffidenza di quanto avessero già fatto prima. Lui sedette in disparte da solo, mangiando pane e formaggio accompagnati da lunghi sorsi di acqua fresca. Pilan e Yorath erano adesso seduti con Berys e Tailia, le figlie del mugnaio, due ragazze dal sorriso grazioso che tenevano il capo inclinato con civetteria e mostravano di gradire le loro attenzioni; Yorath si protese verso Tailia per baciarle un orecchio e lei si ritrasse con finta indignazione. Quei giochi cessarono quando nella radura giunse un uomo dalla barba scura, arto, con le spalle massicce e gli occhi del colore delle nubi in tempesta. Nel veder avvicinarsi suo padre, Druss si alzò in piedi. – Vestiti e vieni con me – ordinò Bress, avviandosi a grandi passi verso i boschi. Druss si infilò la camicia e seguì suo padre fuori della portata di udito degli altri, sedendo con lui sulla riva di un rapido torrente. – Devi imparare a controllare il tuo carattere, figlio mio – esordì Bress. – Per poco non hai ucciso quell’uomo. – L’ho soltanto colpito... una volta. – Quell’unico colpo gli ha rotto la mascella e gli è costato la perdita di tre denti. – Gli Anziani hanno deciso la pena da infliggere? – Sì. Dovrò sostentare Alarin e la sua famiglia per tutto l’inverno. È un onere che non mi posso permettere, ragazzo. – Ha parlato in maniera offensiva di Rowena, e questa è una cosa che non


intendo tollerare. Mai. Bress trasse un profondo respiro e prima di parlare si concesse il tempo di raccogliere un ciottolo per scagliarlo nel torrente. – Qui non siamo conosciuti, Druss... tranne che come buoni lavoratori e vicini di casa – sospirò quindi. –Abbiamo fatto molta strada per liberarci della macchia che mio padre ha gettato sulla nostra famiglia, ma bada di ricordare le lezioni costituite dalla sua vita. Lui non è riuscito a controllare il suo carattere... ed è diventato un fuoricasta e un rinnegato, un sanguinario macellaio. Dicono che certe cose siano radicate nel sangue di una famiglia, ma nel nostro caso spero che non sia vero. – Io non sono un assassino – obiettò Druss. – Se avessi voluto ucciderlo avrei potuto spezzargli il collo con un solo pugno. – Lo so. Sei forte... in questo hai ereditato da me. E sei orgoglioso, caratteristica che penso ti derivi da tua madre, possa la sua anima conoscere la pace. Gli dèi soltanto sanno quante volte io sia stato costretto a inghiottire il mio orgoglio – ribatté Bress, tormentandosi la barba nel volgersi a fronteggiare il figlio. – Adesso viviamo in un piccolo insediamento e non possiamo agire con violenza fra noi... non sopravviveremmo come comunità. Riesci a capirlo? – Cosa ti hanno chiesto di dirmi? – Devi fare la pace con Alarin – sospirò Bress. – E sappi che se dovessi aggredire un altro uomo del villaggio verrai scacciato. – Lavoro duramente quanto chiunque altro – protestò Druss, incupendosi in viso. – Non infastidisco nessuno, non mi ubriaco come Pilan e Yorath, non cerco di trasformare le ragazze del villaggio in prostitute come fa il loro padre. Non rubo, non mento... e tuttavia vogliono scacciare me? – Tu li spaventi, Druss, e spaventi anche me. – Non sono mio nonno, non sono un assassino. – Avevo sperato che Rowena, con la sua gentilezza, sarebbe riuscita a calmare il tuo carattere, ma il mattino successivo al tuo matrimonio hai quasi ucciso un altro uomo dell’insediamento, e per cosa? Non mi dire che ha parlato in maniera offensiva. Ha detto soltanto che eri un uomo fortunato e che gli sarebbe piaciuto poter avere lui stesso Rowena nel suo letto. Per tutti gli dèi, figlio! Se ti senti indotto a spezzare la mascella ad ogni uomo che rivolge un complimento a tua moglie presto in questo villaggio non resterà più nessuno in grado di lavorare! – Non lo ha detto come un complimento ed io sono capace di controllarmi. Però Alarin è uno spaccone che parla troppo... e ha ricevuto esattamente quello che si meritava. – Spero che tu abbia assimilato quello che ti ho detto, figlio – concluse Bress, alzandosi. – So che hai poco rispetto per me, ma spero che ti soffermerai a pensare a quello che ne sarebbe di Rowena se doveste essere scacciati entrambi. Druss sollevò lo sguardo su suo padre e si costrinse a soffocare la propria delusione: fisicamente Bress era un gigante, più forte di qualsiasi uomo lui avesse mai conosciuto, ma portava indosso la sconfitta come un mantello. Alla fine si alzò in piedi.


– Ti darò ascolto – promise. – Ora devo tornare al muro – replicò Bress, con uno stanco sorriso. – Dovrebbe essere finito entro altri tre giorni, e dopo di allora potremo dormire sonni più tranquilli. – Avrete il legname – promise Druss. – Sei abile con l’ascia, devo riconoscerlo – commentò Bress, poi si allontanò di parecchi passi prima di voltarsi e di aggiungere: – Se dovessero scacciarti, figlio, sappi che non te ne andrai solo. Io verrò con te. – Non si arriverà a questo – garantì Druss. – Ho già promesso a Rowena di correggermi. – Scommetto che si è infuriata – sorrise Bress. – Peggio. Era delusa di me – ridacchiò Druss. – E la delusione di una sposa novella ferisce più dei denti di un serpente. – Dovresti ridere più spesso, ragazzo mio. Ti si addice. Non appena Bress si fu allontanato il sorriso però scomparve dal volto del giovane, che abbassò lo sguardo sulle nocche escoriate nel ricordare le emozioni che lo avevano pervaso mentre colpiva Alarin. Aveva provato ira, e un selvaggio bisogno di combattere, ma quando il suo pugno aveva raggiunto il bersaglio ed Alarin era crollato al suolo in lui era rimasta una sola sensazione, breve e indescrivibilmente potente. Gioia. Puro piacere, di un tipo e di un’intensità che non aveva mai sperimentato prima. Chiuse gli occhi, costringendosi ad allontanare la scena dalla mente. – Non sono come mio nonno – si disse. – Io non sono pazzo. Quella notte ripeté le stesse parole a Rowena mentre giacevano insieme nell’ampio letto che Bress aveva costruito come dono di nozze per loro. Lei rotolò prona e si appoggiò sul petto del marito, con i lunghi capelli che gli ricadevano come seta sulle spalle massicce. – Certo che non sei pazzo, amore mio – garantì. – Sei uno degli uomini più gentili che abbia mai conosciuto. – Non è come mi vedono gli altri – ribatté Druss, protendendosi ad accarezzarle i capelli. – Lo so. Hai sbagliato a fratturare la mascella di Alarin. Le sue non erano che parole... e non ha importanza se fossero intese in senso sgradevole: erano soltanto rumori che si sarebbero persi nell’aria. Ritraendosi da lei, Druss si sollevò a sedere. – Non è tanto facile, Rowena. Quell’uomo mi stava provocando da settimane e voleva la lite... perché mi voleva umiliare. Però non c’è riuscito e nessun uomo ci riuscirà mai. Hai freddo? – chiese quindi, vedendo Rowena rabbrividire, e la strinse fra le proprie braccia. – Morte che Cammina – sussurrò lei. – Cosa? Cos’hai detto? Le palpebre di Rowena ebbero un tremito, poi lei sorrise e gli baciò una guancia. – Non ha importanza. Dimentichiamoci di Alarin e godiamo uno della


compagnia dell’altra. – Io gradirò sempre la tua compagnia, perché ti amo – rispose Druss. Quella notte i sogni di Rowena furono cupi e opprimenti, e il giorno successivo mentre lavava al fiume lei non riuscì ad allontanare quelle immagini dalla mente. In essi Druss, vestito di nero e d’argento, con in pugno un’ascia possente, era fermo su una collina e dalla lama dell’ascia usciva un grande esercito di anime che aleggiavano come fumo intorno a quel cupo uccisore di uomini. Morte che Cammina! La visione era stata potente. Strizzata via l’acqua dalla camicia che stava lavando, la depose su una roccia piatta accanto alle coperte che si stavano asciugando e al vestito di lana già lavato, poi stiracchiò la schiena e si alzò dalla riva del fiume per raggiungere il limitare degli alberi, dove sedette con la destra stretta intorno alla spilla che Druss aveva modellato per lei nella bottega di suo padre... morbidi fili di rame intrecciati intorno ad una pietra di luna, nebbiosa e trasparente. Nel momento in cui le sue dita toccarono la pietra chiuse gli occhi e la mente le si schiarì. Vide Druss sedere solo vicino al ruscello montano. – Sono con te – sussurrò, e sospirò quando lui non riuscì a sentirla. Al villaggio nessuno sapeva del suo Talento, perché suo padre Voren aveva radicato in lei la convinzione che era necessario mantenerlo segreto. Soltanto nell’ultimo anno a Drenan quattro donne erano state riconosciute colpevoli si stregoneria e bruciate vive per ordine dei preti di Missael. Essendo un uomo cauto, Voren aveva portato Rowena in questo remoto villaggio molto lontano da Drenan perché, come le aveva detto, «i segreti non possono vivere tranquilli in mezzo alle moltitudini. Le città sono piene di occhi curiosi e di orecchi attenti, di menti vendicative e di pensieri malevoli. Sarai più al sicuro fra le montagne.» E le aveva fatto promettere di non parlare a nessuno delle sue capacità, neppure a Druss. Nel guardare suo marito con gli occhi dello Spirito, Rowena provò rincrescimento per la promessa fatta. Lei non vedeva traccia di asprezza nei lineamenti duri e piatti, non vedeva nubi di tempesta in quegli occhi fra il grigio e l’azzurro né accenni di scontrosità nelle linee decise della bocca. Quello era Druss... e lei lo amava, con la certezza che le derivava dal suo Talento sapeva che non avrebbe mai amato nessun altro uomo come amava lui. E ne sapeva anche il perché... e cioè che Druss aveva bisogno di averla accanto. Rowena aveva guardato oltre la finestra della sua anima e vi aveva trovato calore e purezza, un’isola di tranquillità in mezzo ad un ruggente mare di violente emozioni. Quando erano insieme, Druss si mostrava tenero e il suo spirito turbolento era in pace; in sua compagnia sorrideva. Forse, pensò, aiutandolo riuscirò a mantenerlo sereno e quel cupo uccisore non conoscerà mai la vita. – Stai sognando ancora, Ro – avvertì Mari, venendo a sedersi accanto a lei. Rowena aprì gli occhi e sorrise all’amica, una ragazza bassa e in carne con capelli del colore del miele e un sorriso aperto e luminoso.


– Stavo pensando a Druss – le disse. Quando Mari annuì, distogliendo lo sguardo, Rowena poté avvertire la sua preoccupazione. Per settimane la sua amica aveva tentato di dissuaderla dallo sposare Druss, aggiungendo le proprie argomentazioni a quelle di Voren e degli altri. – Pilan sarà il tuo compagno alla Danza del Solstizio? – le chiese, per cambiare argomento. Mari ridacchiò, cambiando immediatamente umore. – Sì – rispose, – però lui ancora non lo sa. – Quando lo scoprirà? – Stanotte – rispose Mari, abbassando la voce, anche se non c’era nessuno a portata di udito. – Ci incontreremo sul pascolo basso. – Sta’ attenta – avvertì Rowena. – È il consiglio di una matura donna sposata? Tu e Druss non vi siete mai amati prima di sposarvi? – Sì, lo abbiamo fatto – ammise Rowena, – ma Druss aveva già preso il suo impegno davanti alla Quercia, mentre Pilan non lo ha fatto. – Sono soltanto parole, Ro, ed io non ne ho bisogno. Oh, so che Pilan sta flirtando con Tailia, ma lei non fa per lui. Non ha passione, capisci, riesce a pensare soltanto alle ricchezze e non vuole rimanere in queste terre selvagge, desidera andare a Drenan. Non vorrà tenere caldo di notte un uomo delle montagne, e neppure rotolarsi con lui su un prato umido, con l’erba che le solletica il... – Mari! Sei già stata fin troppo chiara! – l’ammonì Rowena. – Druss è un buon amante? – rise Mari, protendendosi verso di lei. Rowena sospirò, e sentì evaporare tensione e tristezza. – Oh, Mari! Com’è che riesci a parlare degli argomenti più proibiti e farli apparire così... così meravigliosamente ordinari? Sei come il sole che rispunta dopo la pioggia. – Non sono proibiti qui, Ro. – È questo il problema delle ragazze che sono nate nelle città, circondate da mura di pietra, di marmo e di granito. Perché sei venuta qui? – Sai il perché – replicò Rowena, a disagio. – Mio padre voleva vivere sulle montagne. – So che è quello che dici sempre... ma non ci ho mai creduto. Sei poco abile a mentire... arrossisci e distogli sempre lo sguardo. – Io... non te lo posso dire. Ho fatto una promessa. – Splendido! – esclamò Mari. – Io adoro i misteri. Tuo padre è un criminale? Era un contabile, non è così? Ha forse rubato i soldi di un uomo ricco? – No! Non ha nulla a che fare con lui. Si è trattato di me. Non mi chiedere altro, ti prego! – Credevo che fossimo amiche e che ci potessimo fidare una dell’altra ribatté Mari. – Possiamo. Davvero! – Non lo direi a nessuno.


– Lo so – mormorò Rowena, con tristezza, – ma rovinerebbe la nostra amicizia. – Nulla potrebbe farlo. Da quanto tempo vivi qui... da due stagioni? Abbiamo mai litigato? Suvvia, Ro. Che male c’è? Dimmi il tuo segreto ed io ti dirò il mio. – Conosco già il tuo segreto – sussurrò Rowena. – Ti sei data al capitano drenai quando lui e i suoi uomini sono passati di qui di pattuglia la scorsa estate. Lo hai portato al pascolo basso. – Come lo hai scoperto? – Non l’ho fatto. Era nella tua mente quando hai detto che avresti condiviso un segreto con me. – Non capisco. – Io posso vedere quello che la gente sta pensando, e a volte anche quello che sta per succedere. Questo è il mio segreto. – Hai il Talento? Non riesco a crederci! A cosa sto pensando adesso? – A un cavallo bianco e a una ghirlanda di fiori rossi. – Oh, Ro! È meraviglioso. Predicimi la sorte – implorò Mari, prendendole la mano. – Non lo rivelerai a nessun altro? – Ho promesso, giusto? – A volte non funziona. – Prova lo stesso – la incitò Mari, protendendo la mano grassoccia. Rowena la strinse nella sua, chiudendo le dita sottili intorno al palmo di Mari, ma improvvisamente fu scossa da un brivido e ogni traccia di colore le defluì dal volto. – Cosa c’è? Rowena cominciò a tremare. – Io... io devo trovare Druss – balbettò. – Non posso... parlare... E si alzò in piedi, allontanandosi con passo incespicante, del tutto dimentica degli abiti che stava lavando. – Ro! Rowena, torna indietro! Sulla collina sovrastante un cavaliere si soffermò a osservare le donne vicino al fiume, poi fece girare la cavalcatura e si allontanò rapido verso nord. Bress chiuse la porta della capanna e passò nella stanza in cui lavorava, prelevando da una piccola scatola un guanto di pizzo vecchio e ingiallito, ormai privo di buona parte delle perle che un tempo lo avevano decorato; accarezzando con le grosse dita quelle che ancora rimanevano, sedette su una panca fissando il guanto. – Sono un uomo sperduto – sussurrò, chiudendo gli occhi e immaginando il dolce volto di Arithae. – Lui mi disprezza. Dèi, mi disprezzo io stesso. Appoggiandosi allo schienale della panca lasciò vagare pigramente lo sguardo sulle pareti e sui numerosi scaffali su cui erano disposti fili di rame e d’ottone, attrezzi da lavoro, vasetti di tintura, scatole di perline. Ormai capitava di rado che Bress trovasse il tempo per creare gioielli perché fra le montagne c’era ben poca


richiesta di quegli articoli di lusso e la sua abilità come carpentiere era ritenuta molto più preziosa; adesso era diventato soltanto un fabbricante di porte e di tavoli, di sedie e di letti. Continuando a tenere in mano il guanto si spostò nella stanza centrale. – Credo che siamo nati sotto stelle sfortunate – disse alla morta Arithae. – O forse la malvagità di Bardan ha macchiato la nostra vita. Druss è come lui, sai, lo vedo nei suoi occhi e nelle sue improvvise crisi d’ira. Non so cosa fare: non sono mai riuscito a influenzare mio padre e non riesco a raggiungere Druss. I suoi pensieri fluttuarono indietro nel tempo... ricordi cupi e dolorosi gli si riversarono nella mente. Rivide Bardan nel suo ultimo giorno di vita, coperto di sangue e circondato dai nemici. Sei uomini erano già morti e quella terribile ascia stava ancora vibrando colpi a destra e a sinistra... poi una lancia gli aveva trapassato la gola, ma anche se il sangue stava già uscendo gorgogliante dalla ferita Bardan aveva comunque abbattuto il lanciere prima di accasciarsi in ginocchio. Un uomo gli si era avvicinato di corsa da dietro e gli aveva inferto un terribile colpo al collo. Dal suo nascondiglio fra gli alti rami di una quercia il quattordicenne Bress aveva visto suo padre morire. – Il vecchio lupo è morto... ma dov’è il cucciolo? – aveva poi sentito dire ad uno dei suoi uccisori. Era rimasto per tutta la notte sull’albero, al di sopra del corpo decapitato di Bardan, e soltanto con il freddo sopraggiungere dell’alba si era deciso a scendere e a soffermarsi vicino al cadavere. Non aveva provato tristezza, nulla tranne un terribile senso di sollievo unito a colpa. Bardan era morto: Bardan il Macellaio, Bardan l’Uccisore. Bardan il Demone. Aveva percorso a piedi novanta chilometri per arrivare fino ad un insediamento dove aveva trovato lavoro come apprendista di un carpentiere, ma proprio quando cominciava ad inserirsi il passato era tornato a tormentarlo, nei panni di un arrotino girovago che lo aveva riconosciuto: era il figlio del Demone! Una folla irosa, armata di randelli e di pietre, si era raccolta davanti al negozio del carpentiere. Bress aveva scavalcato la finestra sul retro ed era fuggito dall’insediamento, cosa che era stato poi costretto a fare altre tre volte nei cinque anni successivi. Infine aveva incontrato Arithae. La fortuna gli aveva sorriso in quel periodo, e ricordava ancora il padre di Arithae che nel giorno del loro matrimonio gli si era avvicinato per offrirgli un bicchiere di vino. – So che hai sofferto, ragazzo – gli aveva detto, – ma io non sono fra quelli che ritengono che la malvagità dei padri vada fatta scontare ai figli. Io ti conosco, Bress, e so che sei un brav’uomo. Sì, pensò ora Bress, seduto vicino al focolare. Un brav’uomo. Sollevando il guanto vi depose sopra un bacio leggero. Arithae lo aveva avuto indosso quel giorno in cui i tre uomini provenienti dal sud erano giunti nell’insediamento dove Bress, sua moglie e il figlio avuto da poco si erano andati a stabilire. Bress vi aveva avviato una piccola ma fiorente attività, creando spille,


anelli e bracciali per i ricchi. Quel giorno era uscito a passeggio, affiancato da Arithae che aveva in braccio il bambino. – È il figlio di Bardan! – aveva sentito gridare a qualcuno, e si era guardato intorno. I tre cavalieri avevano fermato i cavalli e uno di essi lo stava indicando... poi tutti e tre avevano dato di sprone e si erano diretti verso di lui. Colpita da una cavalcatura lanciata alla carica Arithae era caduta pesantemente a terra e Bress si era lanciato contro il cavaliere, trascinandolo giù di sella. Gli altri due gli si erano scagliati addosso e lui aveva seminato colpi a destra e a sinistra, gettandoli a terra con i suoi enormi pugni. Quando la polvere si era depositata si era girato verso Arithae... Soltanto per scoprire che era morta, con il bambino che piangeva accanto a lei. Da quel momento aveva vissuto come un uomo privo di speranza. Sorrideva di rado e non rideva mai. Lo spettro di Bardan aveva continuato a incombere su di lui, costringendolo a viaggiare, a spostarsi attraverso le terre dei Drenai insieme a suo figlio e ad accettare qualsiasi lavoro gli riusciva di trovare: operaio a Drenan, carpentiere a Delnoch, costruttore di ponti a Mashrapur, stalliere a Corteswain. Cinque anni prima aveva sposato Patica, la figlia di un contadino... una ragazza semplice dal volto insignificante e non troppo intelligente. Bress le era affezionato, ma nel suo cuore non c’era semplicemente più posto per l’amore, perché Arithae morendo lo aveva portato via tutto con sé. Aveva sposato Patica soltanto per dare una madre a Druss, ma il ragazzo non le si era mai affezionato. Due anni prima... quando Druss aveva ormai quindici anni... erano venuti sui monti di Skoda ma lo spettro aveva continuato a perseguitarlo perfino qui, dando l’impressione di essere rinato nel ragazzo. – Cosa posso fare, Arithae? – sussurrò. In quel momento Patica entrò nella capanna portando fra le braccia tre pagnotte fresche. Era una donna robusta con un volto rotondo e piacevole incorniciato da capelli dorati. Nel vedere il guanto cercò di nascondere il dolore che esso le causava. – Hai parlato con Druss? – domandò. – Sì, gli ho parlato e ha promesso che cercherà di controllarsi. – Dagli tempo. Rowena lo calmerà. Sentendo all’esterno un martellare di zoccoli Bress posò il guanto sul tavolo e si diresse alla porta: un gruppo di uomini armati stava entrando al galoppo nel villaggio con la spada in pugno. Bress vide Rowena arrivare di corsa dall’estremità opposta dell’abitato: non appena si accorse dei razziatori cercò di allontanarsi ma uno dei cavalieri si diresse verso di lei. Precipitandosi all’aperto Bress si lanciò contro l’uomo e lo tirò giù di sella; nel colpire con violenza il terreno il cavaliere perse la presa intorno all’impugnatura della spada e Bress si affrettò a impossessarsene. In quel momento una lancia gli trapassò una spalla e lui si girò di scatto con un ruggito di furore, spezzandone l’asta e vibrando con la spada un fendente che abbatté il cavaliere e


indusse la sua cavalcatura ad impennarsi. Gli altri razziatori lo circondarono con le lance spianate. In quell’istante Bress comprese che stava per morire e gli parve che il tempo si arrestasse. Vide il cielo, pieno di nubi incombenti e avvertì sui prati l’odore dell’erba appena tagliata, mentre dal resto del villaggio gli giungevano le grida degli abitanti incalzati e abbattuti da altri razziatori. Tutto ciò che aveva costruito era stato vano... quella consapevolezza alimentò dentro di lui un’ira spaventosa che lo indusse a stringere più saldamente la spada e a lanciare il grido di guerra di Bardan. – Sangue e morte! – tuonò. E si scagliò in avanti. Nel profondo della foresta Druss si appoggiò alla sua ascia con un raro sorriso sul volto solitamente cupo. Sopra di lui il sole splendeva a intervalli fra le nubi e un’aquila si stava librando nel cielo, con le ali dorate che sembravano bruciare. Druss si tolse la fascia di lino intrisa di sudore che gli cingeva la fronte e la depose su una pietra ad asciugare, poi sollevò l’otre dell’acqua e bevve un lungo sorso. Poco lontano Pilan e Yorath posarono da un lato le loro accette. Presto Tailia e Berys sarebbero arrivate con i cavalli da traino e il lavoro avrebbe avuto nuovamente inizio, perché avrebbero dovuto agganciare le catene e trascinare i tronchi fino al villaggio, ma per ora c’era poco da fare tranne sedere e aspettare. Druss aprì il pacchetto avvolto in una pezza di lino che Rowena gli aveva dato quella mattina e trovò all’interno una fetta di pasticcio di carne insieme ad una fetta ancora più grossa di torta al miele. – Ah, le gioie della vita coniugale! – esclamò Pilan. – Avresti dovuto impegnarti di più a corteggiarla – rise Druss. – Adesso è troppo tardi per essere geloso. – Non ha voluto saperne di me, Druss – ribatté Pilan. – Ha detto che era in attesa di un uomo il cui volto riuscisse a far cagliare il latte e che se mi avesse sposato avrebbe passato il resto della vita a chiedersi quale delle sue graziose amiche mi avrebbe rubato a lei. Pare che il suo sogno fosse quello di trovare l’uomo più brutto del mondo. Il suo sorriso svanì quando vide l’espressione apparsa sul volto di Druss e il freddo bagliore negli occhi chiari. – Stavo soltanto scherzando – si affrettò a precisare, impallidendo vistosamente. Druss trasse un profondo respiro e lottò per controllare la propria ira, ricordando l’ammonimento di suo padre. Non... me la cavo bene con gli scherzi – replicò, e quelle parole gli lasciarono in bocca il sapore della bile. – Non importa – intervenne il fratello di Pilan, spostandosi in modo da sedersi accanto al gigante. – Se però mi permetti di dirlo, Druss, hai bisogno di sviluppare il senso dell’umorismo. Noi tutti scherziamo a spese dei nostri... amici. Sono parole senza importanza. Druss si limitò ad annuire e riportò la propria attenzione sul pasticcio di carne. Yorath aveva ragione, quelle erano le stesse parole che aveva usato Rowena, ma quando si trattava di lei gli riusciva facile accettare le critiche perché in sua


compagnia aveva l’impressione che il mondo si rivestisse di colore e di gioia. Finì di mangiare e si alzò. – Ormai le ragazze dovrebbero essere quasi qui – osservò. – Sento arrivare dei cavalli – replicò Pilan. – E arrivano in fretta – aggiunse Yorath. Tailia e Berys irruppero di corsa nella radura con il volto pieno di paura e la testa che continuava a girarsi in direzione degli invisibili cavalieri. Druss afferrò l’ascia posata su un ceppo e andò incontro alle ragazze nel momento in cui Tailia, che si stava guardando alle spalle, incespicò e cadde. Nella radura apparvero sei cavalieri la cui armatura scintillava sotto la luce del sole. Druss vide elmi adorni di ali di corvo, lance e spade. I cavalli erano coperti di schiuma ma nel vedere i tre giovani i cavalieri li spronarono nuovamente e si scagliarono verso di loro lanciando grida di guerra. Pilan e Yorath spiccarono la corsa verso destra e tre cavalieri cambiarono direzione per inseguirli, mentre gli altri tre continuarono a puntare su Druss. Calmo, il giovane rimase fermo dove si trovava con l’ascia bilanciata di traverso davanti al petto nudo; direttamente davanti a lui c’era un albero abbattuto e il primo dei tre cavalieri, un lanciere, fu costretto a chinarsi in avanti sulla sella quando il suo castrato spiccò il salto per superare la betulla. Druss si mosse in quel momento, scattando in avanti e ruotando l’ascia in un arco letale: nel momento in cui il cavallo toccò terra la lama dell’ascia passò sibilando sopra la sua testa e si andò a piantare nel petto del lanciere, fracassando la corazza e riducendo in schegge le costole sottostanti. Il colpo fece crollare l’uomo di sella, ma allorché cercò di liberare l’ascia Druss scoprì che si era incastrata nell’armatura. Una spada calò verso la sua testa e lui si tuffò a terra, rotolando da un lato, poi si sollevò di scatto da terra quando un secondo avversario tentò di avvicinarsi maggiormente e afferrò la zampa anteriore destra dello stallone che questi montava, imprimendo uno strattone spaventoso che fece perdere l’equilibrio a cavallo e cavaliere. Superato d’un balzo l’albero caduto spiccò quindi la corsa verso il punto in cui i suoi compagni avevano lasciato le accette e impugnò la prima, girandosi nel momento stesso in cui un altro assalitore galoppava verso di lui. Tratto indietro il braccio, lo abbassò di scatto e mandò l’accetta a frantumare con la testa di ferro i denti dell’uomo, e non appena questi barcollò sulla sella si proiettò in avanti per trascinarlo a terra; dal momento che la lancia gli era sfuggita di mano il guerriero cercò di estrarre la daga, ma Druss gliela fece cadere con un colpo sul polso a cui seguì un pugno devastante che colse in pieno l’uomo sul mento. Afferrata la daga, Druss gliela piantò quindi nella gola indifesa. – Druss, attento! – urlò Tailia. Druss si girò di scatto nel momento stesso in cui una spada saettava sibilando verso il suo ventre. Parato il colpo con l’avambraccio vibrò un destro che prese in pieno l’assalitore alla mascella e lo scagliò al suolo, poi gli si gettò sopra e gli serrò il mento in una mano enorme, la sommità della testa nell’altra, imprimendo una torsione selvaggia in reazione alla quale il collo dello spadaccino crepitò come un bastone secco.


Tornato in fretta vicino al primo uomo che aveva abbattuto, Druss riuscì infine a liberare l’ascia dalla corazza,proprio mentre Tailia lasciava di corsa il suo nascondiglio fra i cespugli. – Stanno attaccando il villaggio – gli disse, con gli occhi pieni di lacrime. In quel momento Pilan rientrò di corsa nella radura, incalzato da un lanciere. – Buttati di lato! – tuonò Druss, ma Pilan era troppo terrorizzato per obbedire e continuò a correre in linea retta... fino a quando la lancia gli trapassò la schiena, fuoriuscendogli dal petto con uno spruzzo di sangue. Il giovane lanciò un rido e si accasciò sull’erba. Ruggendo per l’ira Druss si precipitò verso il lanciere che stava cercando freneticamente di liberare l’arma dal corpo del ragazzo morente, e vibrò con l’ascia un selvaggio fendente che raggiunse di striscio la spalla dell’uomo e mandò la lama a piantarsi nella groppa del cavallo. L’animale s’impennò con un nitrito di dolore, poi crollò al suolo scalciando e il suo cavaliere si gettò di sella con la spalla che perdeva sangue a fiotti, cercando di fuggire. Il colpo successivo di Druss lo decapitò però di netto. Sentendo un urlo, Druss si girò verso la fonte del suono e vide Yorath impegnato a lottare contro un uomo che era inginocchiato a terra e stava perdendo sangue da una ferita alla testa. Il corpo di Berys gli giaceva accanto, con una pietra ancora sporca di sangue stretta in pugno. Nel lottare con Yorath lo spadaccino gli assestò una testata improvvisa che lo fece indietreggiare di parecchi passi. Poi la spada del razziatore si sollevò. Druss ridò, cercando di distrarre il guerriero, ma inutilmente: l’arma trapassò il fianco di Yorath, quindi lo spadaccino estrasse la lama dalla ferita e si girò verso Druss. – Adesso è arrivato il tuo momento di morire, ragazzo di campagna! – ringhiò. – Nei tuoi sogni! – sibilò Druss, di rimando, e si lanciò alla carica roteando l’ascia sopra la testa. Lo spadaccino si spostò verso destra... ma quella era proprio la mossa che Druss stava aspettando, e con tutta la potenza delle sue ampie spalle frenò il movimento dell’ascia, cambiandone la direzione in modo da far calare la lama sulla clavicola dell’avversario, frantumandola e penetrando fino ai polmoni. Liberata l’ascia dalla ferita Druss volse le spalle al corpo e nel vedere che il primo guerriero ferito stava lottando per rialzarsi gli fu subito addosso, finendolo con un letale colpo al collo. – Aiutami! – ridò Yorath. – Ti manderò Tailia! – ribatté Druss, e si allontanò di corsa fra gli alberi. Raggiunta la cresta della collina abbassò lo sguardo sul villaggio: da lassù poteva vedere alcuni corpi sparsi qua e là ma nessuna traccia dei razziatori, e per un momento pensò che fossero stati respinti... ma per le strade non c’era traccia di movimento. – Rowena! – urlò. – Rowena! * * *


Nello scendere di corsa il pendio Druss cadde e rotolò, perdendo la stretta sull’impugnatura dell’ascia, ma subito si risollevò e riprese a correre... lungo il pascolo, attraverso la spianata e oltre le porte non ancora finite. C’erano cadaveri dappertutto. Il padre di Rowena, l’ex-contabile Voren, aveva avuto la gola trapassata e adesso la terra era sporca di sangue tutt’intorno a lui. Con il respiro affannoso Druss si fermò e si guardò intorno nella piazza dell’insediamento. Vecchie, bambini piccoli e uomini erano tutti morti. Nell’avanzare incespicando vide il corpo della bionda e piccola Kiris, la beniamina dell’intero villaggio, accasciato accanto alla sua bambola di stracci; il cadavere di un neonato giaceva a ridosso di un edificio e una chiazza sulla parete sovrastante indicava in che modo era stato ucciso. Trovò suo padre all’aperto, circondato dai corpi di quattro razziatori; Patica era accanto a lui con un martello stretto in una mano e il semplice vestito di lana marrone intriso di sangue. Druss si lasciò cadere in ginocchio accanto al corpo del padre: il ventre e il petto erano segnati da ferite spaventose e il braccio sinistro era quasi stato reciso all’altezza del polso. Poi Bress gemette e aprì gli occhi. – Druss... – Sono qui, padre. – Hanno preso le donne giovani... Rowena... era fra loro. – La troverò. Il morente lanciò un’occhiata alla propria destra, in direzione della donna morta che gli giaceva accanto. – Era una ragazza coraggiosa, e ha cercato di aiutarmi. Avrei dovuto... amarla di più – sospirò, poi tossì quando il sangue gli fluì in gola e sputò per liberarsene. – C’è... un’arma. In casa... parete più lontana, sotto le travi. Ha una storia terribile, ma... ma ti servirà. Druss incontrò lo sguardo del morente, e quando questi sollevò la mano destra la strinse nella propria. – Ho fatto del mio meglio, ragazzo – disse suo padre. – Lo so. Bress si stava avvicinando in fretta alla fine e Druss non era un uomo di molte parole; invece sollevò suo padre fra le braccia e gli baciò la fronte, tenendolo stretto a sé finché l’ultimo alito di vita non ebbe lasciato il suo corpo infranto. Poi si issò in piedi ed entrò nella casa paterna, scoprendo che era stata saccheggiata... le credenze erano aperte, i cassetti sfilati dalle guide, le stuoie strappate dalle pareti. Però lo scomparto segreto non era stato scoperto: staccate le travi del pavimento, Druss tirò fuori la cassapanca che si trovava in mezzo alla polvere sottostante, scoprendo che era chiusa a chiave. Passato nella bottega paterna s’impadronì di un grosso martello e di un cesello, di cui si servì per forzare i cardini; a quel punto afferrò il coperchio della cassapanca e lo staccò con uno strattone che torse e ruppe il lucchetto d’ottone. Dentro c’era un’ascia, avvolta in un pezzo di pelle oleata. E che ascia! Druss la liberò dall’involucro con gesti pieni di reverenza. L’impugnatura di metallo nero era lunga quanto il braccio di un uomo, le due lame erano modellate come le ali di una farfalla, e quando ne provò il filo con il pollice scoprì che erano affilate quanto il rasoio di suo padre. Sull’impugnatura erano incise alcune rune d’argento, e pur


non sapendo leggere Druss conosceva le parole che esse componevano, perché sapeva che quella era la spaventosa ascia di Bardan, l’arma che aveva ucciso uomini, donne e perfino bambini durante il regno del terrore. Le parole incise su di essa facevano parte del folclore dei Drenai. Snaga, Colei che Invia, le Lame del Non Ritorno. Sollevò l’ascia dalla cassapanca e rimase sorpreso da quanto risultasse leggera e perfettamente bilanciata fra le sue mani. Sotto di essa nella cassapanca c’erano un giustacuore di cuoio nero con le spalle rinforzate da strisce di acciaio argentato, guanti di cuoio nero anch’essi protetti da paranocche di metallo e un paio di stivali neri alti fino al ginocchio. Quegli indumenti nascondevano una piccola sacca nella quale Druss trovò diciotto monete d’argento. Liberatosi delle morbide scarpe di cuoio si infilò gli stivali, poi indossò il giustacuore; in fondo al tutto trovò allora un elmo di metallo nero bordato d’argento e decorato sulla fronte da una piccola ascia d’argento fiancheggiata da teschi dello stesso metallo. Infilatosi l’elmo, tornò a sollevare l’ascia e contemplò la propria immagine riflessa nelle lame lucenti, vedendo un paio di freddi occhi azzurri vuoti di qualsiasi sentimento. Snaga, forgiata nei giorni Antichi, e dalla mano di un maestro. Quella lama non aveva mai avuto bisogno di essere affilata perché non aveva mai perso il filo nonostante le molte battaglie e gli scontri a cui aveva partecipato durante la vita di Bardan, e prima ancora, allorché era stata usata in passato. Bardan era entrato in possesso di quell’ascia da battaglia durante la Seconda Guerra Vagriana, quando l’aveva trovata nel saccheggiare un vecchio tumulo in cui si diceva che giacessero le ossa di un antico re guerriero, un mostro della Leggenda, Caras il Re con l’Ascia. – Era un’arma malvagia – gli aveva detto una volta Bress. – Tutti gli uomini che l’hanno usata sono diventati assassini privi di anima. – Allora perché la conservi? – aveva domandato suo figlio, allora tredicenne. – Perché non può uccidere là dove si trova – era stata la risposta di Bress. – Adesso puoi uccidere di nuovo – sussurrò Druss, fissando la lama. In quel momento sentì il rumore di un cavallo che procedeva al passo, e si alzò lentamente in piedi.


CAPITOLO SECONDO I cavalli di Shadak erano recalcitranti, perché l’odore di morte presente nell’aria li innervosiva. Il suo castrato, che aveva comprato tre anni prima da un contadino, non era stato addestrato per la guerra mentre le quattro cavalcature che aveva sottratto ai razziatori erano meno nervose ma pur sempre con gli orecchi appiattiti all’indietro e le narici dilatate. Nell’addentrarsi nel villaggio Shadak prese a parlare loro in tono sommesso per tranquillizzarle. Essendo stato un soldato per la maggior parte della sua vita di adulto, Shadak aveva visto spesso la morte... e ringraziava gli dèi per il fatto che essa avesse ancora il potere di destare le sue emozioni; dolore e ira lottarono per il possesso del suo cuore quando il suo sguardo si poso sui corpi immoti, notando i bambini e le vecchie presenti fra essi. Nessuna delle case era stata data alle fiamme perché il fumo sarebbe stato avvistato a chilometri di distanza e avrebbe potuto attirare uno squadrone di lancieri. Nel tirare le redini Shadak notò il corpo di una bambina dai capelli biondi che giaceva contro la parete di un edificio, con accanto una bambola... ma del resto gli schiavisti non avevano tempo da perdere con i bambini, per i quali a Mashrapur non c’era mercato. Le giovani donne drenai fra i quattordici e i venticinque anni erano invece ancora popolari nei regni orientali di Ventria, di Sherak, di Sodpilis e di Naashan. Shadak pungolò di nuovo il castrato con i talloni: era inutile restare ancora in quel posto, e del resto la pista conduceva verso sud. In quel momento un giovane guerriero uscì da uno degli edifici, spaventando il suo cavallo che nitrì e s’impenno. Mentre calmava l’animale Shadak esaminò l’uomo: anche se di statura inedia aveva una corporatura massiccia, con spalle enormi e braccia possenti che lo facevano sembrare un gigante; indossava un giustacuore di cuoio nero e un elmo, e impugnava un’ascia dall’aspetto spaventoso. Shadak si guardò rapidamente intorno nell’insediamento cosparso di cadaveri, ma non scorse traccia di un cavallo. Passando una gamba oltre il pomo della sella, si lasciò scivolare a terra. – I tuoi amici ti hanno lasciato indietro, ragazzo? – chiese all’uomo armato d’ascia. Invece di rispondere il giovane uscì allo scoperto, e nel guardare nei suoi occhi chiari Shadak avvertì un insolito brivido di timore. Il volto sotto l’elmo era piatto e privo di espressione, ma dal giovane guerriero emanava un senso di potere che indusse Shadak a spostarsi cautamente sulla destra, posando le mani sulle impugnature delle sue corte spade. – Sei orgoglioso del tuo operato, vero? – commentò, cercando di costringere quell’uomo a parlare. – Hai ucciso parecchi bambini, oggi? – Questa era... la mia casa – replicò il giovane con voce profonda, aggrottando la fronte. – Non sei uno dei razziatori? – Sto dando loro la caccia – replicò Shadak, sorpreso dal senso di sollievo che


lo stava pervadendo. – Hanno attaccato Corialis in cerca di schiavi ma le giovani donne sono loro sfuggite. Gli abitanti del villaggio hanno combattuto duramente e hanno perso diciassette uomini, ma l’attacco è stato respinto. Io mi chiamo Shadak. Tu chi sei? – Il mio nome è Druss. Hanno preso mia moglie e intendo trovarli. – Si sta facendo buio – osservò Shadak, guardando verso il cielo. – Sarà meglio partire domattina, perché durante la notte potremmo perdere la pista. – Non intendo aspettare – ribatté il giovane. – Mi serve uno di quei cavalli. – È difficile opporre un rifiuto ad una richiesta così cortese – commentò Shadak, con una smorfia. – Credo però che dovremmo parlare prima che tu te ne vada. – Perché? – Perché loro sono in molti, ragazzo, e hanno la tendenza a lasciarsi alle spalle una retroguardia che sorvegli la strada. Quattro sono rimasti ad aspettare me – rispose il cacciatore, accennando ai cavalli. – Ucciderò tutti quelli che troverò. – Dal momento che non vedo qui i loro corpi devo dedurre che hanno preso tutte le giovani donne. – Sì. Shadak legò i cavalli ad una rastrelliera e oltrepassò il giovane, entrando nella casa di Bress. – Non perderai nulla ascoltandomi per qualche minuto. Entrato nell’edificio raddrizzò le sedie, poi si fermò a guardare un vecchio guanto fatto di pizzo bordato di perle che giaceva sul tavolo. – Cos’è questo? – chiese al giovane dagli occhi freddi. – Apparteneva a mia madre. Mio padre era solito tirarlo fuori di tanto in tanto e sedere davanti al fuoco tenendolo in mano. Di cosa volevi parlare? – I razziatori sono guidati da due uomini – cominciò Shadak, sedendosi al tavolo. – Collan, un ufficiale drenai rinnegato, e Harib Ka, un Ventriano. Devono essere diretti verso i mercati di schiavi di Mashrapur, ma con tutte le prigioniere che hanno con loro non si potranno muovere in fretta e non dovremmo quindi avere difficoltà a raggiungerli. Se però li inseguiamo adesso li coglieremo allo scoperto e saremo due contro quaranta... proporzioni che non ispirano sicurezza. Continueranno la marcia per la maggior parte della notte, attraversando la pianura e raggiungendo domani le lunghe piste di fondovalle che conducono a Mashrapur. A quel punto si rilasseranno. – Hanno preso mia moglie – insistette il giovane. – Non permetterò loro di tenerla per un istante più del necessario. Shadak scosse il capo e sospirò. – Non lo farei neppure io, ragazzo, ma conosci anche tu il territorio a sud di qui: quali possibilità avremmo di salvarla, sulla pianura? Ci vedrebbero arrivare a un chilometro di distanza. Per la prima volta il giovane mostrò una sfumatura d’incertezza, poi scrollò le spalle e si mise a sedere, posando la grande ascia sul piano del tavolo, sopra il minuscolo guanto.


– Sei un soldato? – domandò. – Lo ero. Adesso sono un cacciatore... un cacciatore di uomini. Fidati di me. Quante donne hanno preso? – Circa una trentina – rispose il giovane, dopo un momento di riflessione. – Hanno ucciso Berys nel bosco e Tailia è sfuggita loro. Però non ho visto tutti i corpi e potrebbero averne uccise altre. – Supponiamo che siano trenta... liberarle non sarà facile. Un rumore proveniente dall’esterno indusse entrambi a girarsi in tempo per vedere una giovane donna entrare nella stanza: era bionda e graziosa, ma la sua gonna di lana azzurra e la camicia di lino bianco erano sporche di sangue. – Yorath è morto – disse al giovane. – Sono tutti morti, Druss. Gli occhi le si colmarono di lacrime e si fermò sulla soglia con aria sperduta e desolata. Druss non si mosse, ma Shadak scattò in piedi e si affrettò a raggiungere la ragazza, prendendola fra le braccia e accarezzandole la schiena; dopo un momento la condusse nella stanza e la fece sedere al tavolo. – C’è del cibo qui? – domandò a Druss. Il giovane annuì e passò nella stanza sul retro, tornando di lì a poco con una caraffa d’acqua e un po’ di pane; Shadak riempì un boccale d’acqua e ordinò alla ragazza di bere. – Sei ferita? – le chiese. – Il sangue è di Yorath – sussurrò lei, scuotendo il capo. Shadak le sedette accanto e Tailia gli si accasciò contro, esausta. – Hai bisogno di riposo – mormorò lui, in tono gentile, aiutandola ad alzarsi e accompagnandola attraverso la stanza, fino ad una piccola camera da letto. Obbediente, la ragazza si sdraiò e si lasciò stendere addosso una spessa coperta. – Dormi, bambina. Io sarò qui. – Non mi lasciare – implorò Tailia. – Sei al sicuro... Tailia. Dormi – la rassicurò Shadak, prendendole la mano. La ragazza chiuse gli occhi ma continuò ad aggrapparsi a lui, e Shadak le rimase seduto accanto fino a quando la sua stretta si allentò e il respiro le si fece più profondo. Alla fine si alzò in piedi e tornò nella stanza principale. – Avevi intenzione di lasciarla qui? – chiese al giovane. – Lei non è niente per me – ribatté lui, freddo. – Rowena è tutto. – Capisco. Allora pensa a questo, amico mio: supponi che tu fossi morto e che Rowena fosse sopravvissuta nascondendosi nei boschi. Come si sarebbe sentito il tuo spirito se mi avesse visto andare via e abbandonarla in mezzo a questa desolazione? – Io non sono morto – obiettò Druss. – No – convenne Shadak, – non sei morto. Porteremo la ragazza con noi. – No! – La porteremo con noi oppure camminerai per la tua strada da solo, ragazzo. E intendo proprio camminare. – Ho ucciso alcuni uomini, oggi – osservò il giovane, fissandolo con un bagliore nello sguardo, – e non intendo lasciarmi minacciare da te o da chiunque


altro. Mai più. Se sceglierò di andare via di qui su uno dei cavalli che tu hai rubato lo farò, e saresti saggio a non tentare di fermarmi. – Non tenterei, ragazzo, lo farei – precisò Shadak, in tono sommesso e con pacata sicurezza, ma nel profondo del suo intimo rimase sorpreso di scoprire che si trattava di una sicurezza che non provava davvero. Poi vide la mano del giovane scattare in avanti come un serpente e chiudersi intorno all’impugnatura dell’ascia. – So che sei furente, ragazzo, e che sei preoccupato per la sicurezza di... di Rowena, però non puoi fare nulla da solo, a meno di essere un cercatore di tracce e un esperto cavaliere. Potresti partire alla loro ricerca con il buio e perdere la pista, oppure imbatterti nei razziatori e cercare di uccidere quaranta guerrieri. A quel punto non resterebbe più nessuno per salvare Rowena, o le altre. Lentamente le dita del gigante si rilassarono, la sua mano si ritrasse dall’impugnatura dell’ascia e il bagliore minaccioso gli svanì dallo sguardo. – Mi fa soffrire restare qui seduto mentre la portano sempre più lontano – obiettò. – Lo capisco, ma li prenderemo. E comunque non faranno del male alle donne, perché per loro sono preziose. – Hai un piano? – Sì. Conosco il territorio e posso immaginare dove si accamperanno domani. Li raggiungeremo di notte, elimineremo le sentinelle e libereremo le prigioniere. – E dopo? – annuì Druss. – Ci daranno la caccia. Come faremo a fuggire avendo con noi trenta donne? – I loro capi saranno morti – spiegò Shadak, in tono sommesso. – Ci penserò io. – Altri assumeranno il comando e ci verranno dietro. – In quel caso ne uccideremo quanti più ci sarà possibile – ribatté il cacciatore, scrollando le spalle. – Mi piace questa parte del piano – approvò il giovane, cupo. Seduto sul portico della casa di legno, sotto il chiarore delle stelle, Shadak stava osservando il giovane Druss intento a vegliare i corpi dei suoi genitori. – Stai diventando vecchio – si disse, con lo sguardo fisso su di lui, poi sicorresse e sussurrò: – È quel ragazzo che ti fa sentire vecchio. Erano più di vent’anni che non incontrava un uomo capace di ispirargli un simile timore. Ricordava bene quel momento... opera di un Sathuli di nome Jonacin, un uomo dagli occhi di ghiaccio e di fuoco che era una leggenda presso il suo popolo. Campione del suo signore, aveva ucciso in duello diciassette uomini, fra cui anche il campione di Vagria, Vearl. Shadak aveva conosciuto il Vagriano... un uomo alto e snello, rapido come il lampo e con un’eccellente tattica... e tuttavia si diceva che il Sathuli gli avesse fatto fare la figura del novellino, staccandogli di netto l’orecchio destro prima di finirlo con un affondo al cuore. Shadak sorrise nel ricordare come avesse a quel tempo sperato con tutto il suo cuore di non dover mai combattere contro quell’uomo; speranze del genere erano


però simili alla magia, adesso lo sapeva, e prima o poi tutti gli uomini si trovavano a dover fronteggiare i loro più cupi timori. In una dorata mattina di sole, sui monti Delnoch, i Drenai erano impegnati a trattare con un signore sathuli e Shadak era presente soltanto in qualità di una delle guardie dell’inviato. La sera precedente, durante la cena, Jonacin era stato vagamente offensivo e aveva parlato in tono sarcastico dell’abilità dei Drenai con la spada, ma Shadak aveva ricevuto l’ordine di ignorare il suo comportamento. Il mattino successivo, però, il Sathuli vestito di bianco ili si era parato davanti mentre lui percorreva il sentiero che portava alla Sala Lunga. – Dicono che tu sia un combattente – aveva commentato, con voce sogghignante che implicava incredulità. Shadak era rimasto imperturbato sotto lo sguardo ardente del Sathuli. – Fatti da parte, per favore. Mi aspettano alla riunione. – Mi farò da parte... non appena mi avrai baciato i piedi. A quell’epoca Shadak aveva ventidue anni ed era nel fiore degli anni. Nel guardare Jonacin negli occhi aveva compreso che non era possibile evitare il confronto, anche perché intanto altri guerrieri sathuli si erano raccolti intorno a loro, quindi si era costretto a sorridere. – Baciarti i piedi? Non credo . Bacia questo, invece! Il suo pugno destro era andato a collidere con il mento del Sathuli, scagliandolo al suolo, poi Shadak aveva continuato per la sua strada ed era andato a prendere il suo posto al tavolo dei negoziati. Nel sedersi aveva lanciato un’occhiata in direzione del signore sathuli, un uomo alto con crudeli occhi scuri, e quando i loro sguardi si erano incontrati gli era parso di scorgere in quello del Sathuli un lieve divertimento e perfino una sfumatura di trionfo. Poi un messaggero aveva sussurrato qualcosa nell’orecchio del signore, che si era alzato in piedi. – Si è abusato dell’ospitalità della mia casa – aveva detto all’inviato. – Uno dei tuoi uomini ha colpito il mio campione, Jonacin... un attacco ingiustificato per il quale Jonacin richiede soddisfazione. Vedendo che l’inviato era rimasto senza parole, Shadak si era alzato in piedi a sua volta. – Potrà averla, mio signore, però combatteremo nel cimitero. Se non altro non sarà necessario trasportare il suo corpo troppo lontano! Il verso di un gufo riportò Shadak al presente, e vide Druss che stava venendo verso di lui a grandi passi; il giovane pareva intenzionato a oltrepassarlo senza dire nulla, ma poi gli si fermò accanto. – Non avevo parole – confessò. – Non sono riuscito a pensare a nulla da dire. – Siedi per un momento e parleremo di loro – suggerì Shadak. – Si sostiene che le nostre lodi seguono i morti nel loro posto di riposo, e forse è vero. – Non c’è molto da dire – affermò Druss, prendendo posto accanto allo spadaccino. – Lui era un carpentiere e un gioielliere. Lei era una moglie comprata. – Ti hanno allevato e aiutato a divenire forte.


– Non ho avuto bisogno di aiuto in questo. – Ti sbagli, Druss. Se fosse stato un uomo debole o vendicativo, tuo padre ti avrebbe picchiato quando eri bambino e ti avrebbe privato del tuo spirito. La mia esperienza è che ci vuole un uomo forte per allevare uomini forti. Quest’ascia apparteneva a lui? – No, era di mio nonno. – Bardan il Guerriero con l’Ascia – mormorò Shadak. – Come fai a saperlo? – È un’arma di cattiva fama, quest’ascia chiamata Snaga. Tuo padre ha avuto una vita dura, cercando di sopravvivere ad una bestia come Bardan. Che ne è stato di tua madre? – È morta in un incidente quando ero un neonato – spiegò Druss, scrollando le spalle. – Ah, sì, ricordo la storia – replicò Shadak. – Tre uomini attaccarono tuo padre, che ne uccise due a mani nude e per poco non storpio il terzo. Tua madre venne colpita da un cavallo lanciato alla carica. – Ha ucciso due uomini? – esclamò Druss, stupefatto. – Ne sei certo? – Così narra la storia. – Non ci posso credere. Si è sempre ritratto da qualsiasi discussione, non si è mai difeso. Era debole... senza spina dorsale. – Io non lo credo. – Tu non lo hai conosciuto. – Ho visto dove giace il suo corpo e ho visto i morti che lo circondano... e conosco molte storie riguardanti il figlio di Bardan, nessuna delle quali parla della sua codardia. Dopo che suo padre è stato ucciso ha cercato di stabilirsi in diverse città, sotto molti nomi, ma è sempre stato scoperto e costretto a fuggire. In almeno tre occasioni è stato seguito e attaccato. Appena fuori Drenan è stato raggiunto da cinque soldati, uno dei quali gli ha piantato una freccia in una spalla. Tuo padre aveva con sé un neonato, e secondo i soldati lo ha deposto su un masso e si è scagliato contro di loro. Era disarmato, mentre loro avevano tutti la spada, ma ha strappato un ramo da un albero e lo ha usato per colpirli. Due sono stati abbattuti subito, gli altri si sono girati e sono fuggiti. So che questa storia è vera, Druss, perché mio fratello era uno di quei soldati; è successo un anno prima che rimanesse ucciso nella campagna contro i Sathuli. Lui diceva che il figlio di Bardan era un gigante dalla barba nera, forte quanto sei uomini. – Non sapevo nulla di tutto questo – affermò Druss. – Perché non me ne ha mai parlato? – Perché avrebbe dovuto farlo? Forse non traeva piacere dal fatto di essere il figlio di un mostro, o forse non gli andava di parlare del fatto di aver ucciso degli uomini con le sue mani o di averli presi a randellate con un ramo d’albero. – Non lo conoscevo affatto – sussurrò Druss. – Affatto. – Immagino che neppure lui ti conoscesse – commentò Shadak, con un sospiro. – È la maledizione propria di genitori e figli. – Hai dei figli? – Ne avevo uno, ma è morto la settimana scorsa a Corialis. Credeva di essere


immortale. – Cosa è successo? – Ha affrontato Collan, e lui lo ha fatto a pezzi – spiegò Shadak, poi si schiarì lagola e si alzò in piedi. – È ora di dormire un poco. Presto sarà l’alba, e io non sono più giovane come un tempo. – Dormi bene – augurò Druss. – Lo farò, ragazzo, lo faccio sempre. I orna dai tuoi genitori e trova qualcosa da dire. – Aspetta! – chiamò Druss. – Sì? – replicò lo spadaccino, soffermandosi sulla soglia. – Quello che hai affermato prima era giusto: non avrei voluto che Rowena fosse stata lasciata sulle montagne da sola. Ho parlato sulla spinta del... dell’ira. – Un uomo è forte soltanto quanto ciò che desta la sua ira – annuì Shadak. – Ricordalo, ragazzo. Shadak non riusciva a dormire. Seduto nell’ampia poltrona di cuoio accanto al focolare, con le gambe stese davanti a sé e la testa appoggiata su un cuscino, era fisicamente rilassato ma la sua mente era in tumulto... immagini e ricordi gli affioravano nella mente. Si trovò a rivedere il cimitero sathuli e Jonacin nudo fino alla cintola, con un tulwar a lama larga stretto in pugno e un piccola scudo di ferro affibbiato al braccio sinistro. – Hai paura, Drenai? – gli aveva chiesto. Senza rispondere, Shadak aveva lentamente slacciato il proprio balteo e si era sfilato la pesante camicia di lana, avvertendo il calore del sole sulla schiena e la fresca aria montana nei polmoni. Oggi morirai, gli aveva detto la voce della sua anima. Poi il duello aveva avuto inizio e Jonacin aveva sparso sangue per primo, tracciando una ferita superficiale sul petto di Shadak. Oltre mille spettatori sathuli accalcati intorno al perimetro del cimitero avevano applaudito quando il sangue aveva cominciato a scorrere. Shadak si era ritratto d’un balzo. – Non vuoi provare con un orecchio? – aveva chiesto, in tono discorsivo. Con un ringhio rabbioso Jonacin si era lanciato in un nuovo attacco e Shadak aveva bloccato un affondo per poi sferrare un pugno in faccia al Sathuli. Il colpo lo aveva raggiunto di striscio allo zigomo ma era bastato perché Jonacin barcollasse e subito Shadak lo aveva incalzato con un affondo al ventre, costringendolo a schivare sulla destra e lacerandogli la pelle all’altezza della cintura. Questa volta era stato Jonacin a ritrarsi di scatto con il sangue che sgorgava da una ferita poco profonda al fianco. Si era toccato la lacerazione e aveva fissato con stupore le proprie dita insanguinate. – Sì – aveva commentato Shadak. – Anche tu puoi sanguinare. Vieni da me e sanguina ancora un poco. Con un urlo Jonacin gli si era precipitato contro, ma Shadak si era spostato di


lato e aveva trapassato con la sciabola la nuca del Sathuli. Nel momento in cui il morente si era accasciato al suolo lui aveva avvertito uno spaventoso senso di sollievo ed era stato pervaso dalla gioiosa consapevolezza di essere ancora vivo. La sua carriera ne era però uscita rovinata. Le trattative non erano andate in porto e la sua commissione era stata revocata non appena era tornato a Drenan. Era stato allora che Shadak aveva trovato la sua vera vocazione: Shadak il Cacciatore, Shadak il Cercatore di Tracce. Fuorilegge, assassini, rinnegati... lui dava la caccia a tutti, seguendo la loro pista come un lupo. Negli anni trascorsi da quel combattimento con Jonacin non aveva mai più conosciuto un simile timore, fino a quel giorno, quando il giovane armato d’ascia era uscito sotto la luce del sole. È giovane e privo di addestramento, avrei potuto ucciderlo, disse a se stesso. Ma di nuovo gli affiorò nella mente l’immagine di quegli occhi azzurri come il ghiaccio e di quell’ascia lucente. Seduto sotto le stelle, Druss si sentiva stanco ma incapace di dormire. Una volpe sbucò allo scoperto e si diresse con cautela verso un cadavere, poi si ritrasse quando lui le scagliò contro un sasso... ma non si allontanò di molto. Entro l’indomani i corvi avrebbero cominciato a banchettare e le altre bestie che si nutrivano di cadaveri sarebbero venute a lacerare la carne dei morti. Appena poche ore prima quella era stata una comunità piena di vita, popolata da gente che aveva sogni e speranze. Alzatosi in piedi Druss si incamminò lungo la strada principale dell’insediamento, oltrepassando la casa del fornaio il cui corpo giaceva sulla soglia insieme a quello della moglie; la fucina del fabbro era ancora aperta, con i fuochi che conservavano un tenue bagliore, e all’interno c’erano tre cadaveri: Tetrin il fabbro era riuscito ad uccidere due razziatori servendosi del suo maglio, ma adesso giaceva di traverso sull’incudine con la gola tagliata. Druss si allontanò dalla scena. A che scopo tutto questo? Per ottenere schiave e oro. Ai razziatori non importava nulla dei sogni degli altri uomini. – Ve la farò pagare – sussurrò, lanciando un’occhiata al corpo del fabbro. – Ti vendicherò, e anche i tuoi figli. Vi vendicherò tutti – promise. Poi pensò a Rowena e sentì la gola che gli si inaridiva, il cuore che accelerava il battito. Costringendosi a reprimere le proprie paure tornò a guardarsi intorno. Sotto la luce della luna il villaggio appariva stranamente vivo con i suoi edifici intatti, e Druss si trovò a chiedersi come mai i razziatori non avessero incendiato tutto... nelle storie che aveva sentito raccontare in merito ad attacchi del genere di solito i saccheggiatori bruciavano gli edifici. Poi si ricordò dello squadrone di cavalleria drenai che pattugliava l’area e si rese conto che una colonna di fumo l’avrebbe messo in sospetto, se si fosse trovato nelle vicinanze. Fu allora che comprese cosa doveva fare. Avvicinatosi al corpo di Tetrin lo trascinò attraverso la strada e nella casa delle riunioni, aprendo la porta con un calcio e portando dentro il cadavere, che depose al centro della sala. Poi tornò in


strada e cominciò a raccogliere ad uno ad uno tutti i morti della comunità. Era già stanco quando cominciò quel lavoro e alla sua conclusione si ritrovò spossato, ma adesso quarantadue corpi erano disposti nella lunga casa delle riunioni e nel farlo si era accertato che i mariti fossero vicini alle mogli, con i loro bambini intorno. Non sapeva perché avesse curato quel particolare, ma gli era sembrato giusto così. Infine trasportò nell’edificio anche il corpo di Bress e lo depose accanto a quello di Patica, inginocchiandosi quindi vicino alla donna e prendendo la sua mano inerte nella propria. – Ti ringrazio – mormorò, a capo chino. – Ti ringrazio per quattro anni di cure, e per l’amore che hai dato a mio padre. Meritavi qualcosa di meglio di questo, Patica. Dopo aver provveduto a tutti i corpi andò a prendere delle fascine di legna dalle scorte per l’inverno e le ammucchiò a ridosso delle pareti e sui corpi; una volta che ebbe finito prelevò un grosso barilotto di olio per lanterne dal magazzino principale e ne rovesciò il contenuto sulle fascine, bagnando anche le pareti di legno secco. L’alba cominciava a striare il cielo verso oriente quando infine diede fuoco a quel rogo funebre comune. La brezza del mattino venne a lambire le fiamme che ardevano sulla soglia, le spinse verso l’esca accumulata all’interno e subito ruggenti lingue di fiamma si levarono lungo la prima parete. Druss indietreggiò al centro della strada. In un primo momento l’incendio produsse poco fumo, ma a mano a mano che il fuoco andò aumentando d’intensità una nera colonna di fumo oleoso si levò nel cielo del mattino, rimanendo sospesa sulle ali del vento per poi appiattirsi e allargarsi come una nube temporalesca generata dalla terra. – Hai lavorato duramente – commentò Shadak, che si era venuto ad affiancare con passo silenzioso al giovane guerriero. – Non c’era tempo per seppellirli – annuì Druss. – Adesso forse i soldati avvisteranno il fumo. – Forse – convenne il cacciatore, – però avresti dovuto riposare perché stanotte avremo bisogno della tua forza. Druss lo osservò allontanarsi, notando i suoi movimenti fluidi e sicuri, forti e decisi. Essi destarono la sua ammirazione... come aveva ammirato il modo in cui Shadak aveva saputo consolare Tailia, quasi fosse stato un padre o un fratello. Druss si era reso conto che lei aveva bisogno di essere consolata, ma era stato incapace di provvedere perché non aveva mai posseduto la disinvoltura di Pilan o di Yorath e si era sempre sentito a disagio in compagnia di donne o ragazze. Ma non di Rowena. Ricordava ancora quando lei e suo padre erano arrivati al villaggio, in un giorno di primavera di tre stagioni prima. Erano giunti insieme a parecchie altre famiglie e lui aveva visto Rowena in piedi accanto ad un carro, intenta ad aiutare a scaricarne del mobilio. Sembrava così fragile che Druss, allora quindicenne, si era sentito spinto ad avvicinarsi al carro. – Se vuoi ti posso aiutare – aveva suggerito, in tono più brusco di quanto fosse stata sua intenzione, ma lei si era girata e gli aveva rivolto un sorriso raggiante e amichevole.


Druss si era allora impadronito della sedia che il padre di Rowena stava calando dal carro e l’aveva trasportata nella dimora costruita solo in parte; dopo averli aiutati a scaricare e a disporre il mobilio aveva accennato ad andarsene, ma Rowena gli aveva portato un boccale d’acqua. – Sei stato gentile ad aiutarci – aveva osservato. – Sei molto forte. Lui aveva mormorato qualche parola senza senso, aveva ascoltato mentre Rowena gli diceva il proprio nome e se ne era andato senza dirle il suo. Quella sera lei lo aveva visto seduto vicino al ruscello meridionale e gli si era venuta a sistemare accanto, così vicina da metterlo notevolmente a disagio. – È una terra splendida, vero? – aveva commentato. In effetti lo era. Le montagne erano enormi, come giganti dai capelli di neve, sotto il cielo tinto del colore del rame fuso dal sole che nel tramontare sulle colline tempestate di fiori si era mutato in un disco d’oro. Druss non aveva visto quella bellezza fino a quando lei non gliel’aveva fatta notare, e adesso stava avvertendo anche un senso di pace e di calma che scendeva ad avviluppare come una coperta il suo spirito turbolento. – Mi chiamo Druss. – Lo so. Ho chiesto a tua madre dov’eri. – Perché? – Sei il mio primo amico qui. – Come possiamo essere amici? Tu non mi conosci. – Certo che ti conosco. Sei Druss, il figlio di Bress. – Questo non è conoscermi. Io... io non sono molto popolare qui – aveva ammesso, senza sapere perché si sentiva spinto a confessarlo così prontamente. – Non piaccio alla gente. – Perché non piaci agli altri? La domanda era stata posta con assoluta innocenza, e quando si era girato a guardare verso Rowena lui aveva scoperto il suo volto così vicino al proprio che era arrossito e si era spostato per mettere un po’ di distanza fra loro. – Suppongo che sia perché i miei modi sono rozzi. Non... non parlo con facilità, e a volte... mi infurio. Non capisco i loro scherzi e il loro umorismo. Mi piace stare... solo. – Vuoi che me ne vada? – No! È che... non so cosa sto dicendo – aveva concluso, scrollando le spalle e arrossendo ancora di più. – Allora vogliamo essere amici? – aveva insistito lei, offrendo la mano. – Non ho mai avuto un amico. – Prendi la mia mano e cominciamo adesso – aveva suggerito, e nel protendersi Druss aveva avvertito il calore delle sue dita contro il proprio palmo coperto di calli. – Amici? – aveva chiesto ancora Rowena, con un sorriso. – Amici – aveva acconsentito lui, e quando Rowena aveva accennato a ritrarre la mano l’aveva trattenuta ancora per un momento. – Grazie – aveva mormorato, nel lasciare la presa. A quel punto lei era scoppiata a ridere.


– Perché mi stai ringraziando? – aveva chiesto. – Non lo so – aveva ammesso Druss, scrollando le spalle. – È solo che... mi hai fatto un dono che nessuno mi aveva mai offerto, e che non accetterò alla leggera. Sarò tuo amico, Rowena, fino a quando le stelle si consumeranno e moriranno. – Guardati da promesse del genere, Druss. Non sai dove ti potrebbero portare. Una delle travi del tetto crepitò e precipitò nell’inferno sottostante. – Farai meglio a sceglierti un cavallo, ragazzo – chiamò Shadak. – È ora di andare. Raccolta l’ascia, Druss rivolse lo sguardo verso il sud: Rowena era laggiù, da qualche parte. – Sto arrivando – sussurrò. E lei lo sentì.


CAPITOLO TERZO I carri continuarono a viaggiare durante il pomeriggio e con il sopraggiungere della notte. In un primo tempo le donne catturate erano rimaste in silenzio, stordite e incredule, poi il dolore aveva sostituito lo shock ed erano giunte le lacrime. Gli uomini che cavalcavano accanto ai carri erano allora intervenuti aspramente, ordinando di mantenere il silenzio, e quando non lo avevano ottenuto erano smontati di sella e balzati a bordo, distribuendo colpi e schiaffi brutali, accompagnati dalla minaccia di ricorrere alla frusta. Con le mani legate davanti a sé, Rowena sedeva accanto a Mari che era a sua volta legata e aveva gli occhi gonfi, sia per il pianto che per un colpo che l’aveva raggiunta sul naso. – Come ti senti, adesso? – sussurrò Rowena. – Tutti morti – fu la risposta. – Sono tutti morti. Opaco e spento, lo sguardo di Mari era fisso sul lato opposto del carro, dove erano sedute altre giovani donne. – Ma noi siamo vive – continuò Rowena, con voce sommessa e gentile. – Non rinunciare alla speranza, Mari, perché anche Druss è vivo e con lui c’è un altro uomo... un grande cacciatore. Ci stanno seguendo. – Tutti morti – ripeté l’altra ragazza. – Sono tutti morti. – Oh, Mari! – sussurrò Rowena, e protese le mani legate, ma Mari si ritrasse con un urlo. – Non mi toccare! – stridette, girandosi a fronteggiare Rowena con occhi intensi e roventi. – Questa è stata una punizione inflittaci per causa tua, perché seiuna strega! È colpa tua! – No, non ho fatto nulla. – È una strega! – gridò Mari, mentre le altre donne le fissavano. – Ha il potere della Seconda Vista, sapeva che stava per esserci la scorreria ma non ci ha avvertiti. – Perché non ce lo hai detto? – urlò un’altra donna, e Rowena vide che si trattava della figlia di Jarin, il fornaio. – Mio padre è morto, e anche i miei fratelli. Perché non ci hai avvertiti? – Non lo sapevo! L’ho visto all’ultimo momento! – Strega! – inveì Mari. – Sporca strega! E vibrò un colpo con le mani legate, raggiungendo Rowena alla tempia e facendola barcollare verso sinistra, addosso ad un’altra donna. I pugni presero a piovere tutt’intorno a lei quando le altre donne del carro le si lanciarono contro, tempestandola con le mani e con i piedi, poi alcuni cavalieri si affiancarono galoppando al carro e Rowena si sentì sollevare e gettare a terra con una forza tale che l’impatto le fece sfuggire l’aria dai polmoni. – Cosa succede qui? – sentì gridare a qualcuno. – Strega! Strega! Strega! – cantilenarono le donne. Rowena fu issata in piedi e una mano sporca l’afferrò per i capelli. Aprendo gli occhi si trovò a fissare un volto magro e sfregiato.


– Così saresti una strega, vero? – grugnì l’uomo. – Ora vedremo! – aggiunse, estraendo un coltello e tenendolo davanti a lei, con la punta appoggiata alla sua casacca di lana. – Si dice che le streghe abbiano tre capezzoli. – Lasciala in pace! – ingiunse un’altra voce, e un cavaliere si venne ad affiancare a loro. – Non intendevo ferirla, Harib – garantì il primo uomo, riponendo il coltello. – Che sia o meno una strega ci frutterà una bella sommetta. – Di più se è davvero una strega – ribatté il cavaliere. – Lasciala cavalcare dietro di te. Rowena sollevò lo sguardo verso di lui, scorgendo un viso bruno dagli occhi scuri e dalla bocca in parte nascosta dai paraorecchi dell’elmo da battaglia. Poi il cavaliere spronò la cavalcatura e si allontanò mentre l’uomo che la stava trattenendo rimontava in sella e la issava dietro di sé. Il razziatore puzzava di polvere e di sudore, ma Rowena quasi non se ne accorse, perché nel guardare verso il carro, nel quale quelle che erano state le sue amiche sedevano ora in silenzio, si sentì nuovamente assalire da un terribile senso di perdita. Ieri il mondo era pieno di speranza: la loro casa era quasi ultimata, suo marito stava venendo a patti con il proprio spirito inquieto, suo padre era rilassato e tranquillo, Mari si stava preparando ad una notte di passione con Pilan. Nell’arco di poche ore tutto era cambiato. Sollevando le mani legate toccò la spilla che portava sul seno.... E vide il Guerriero con l’Ascia che suo marito stava per diventare. La Morte che Cammina! Le lacrime presero a scorrerle lungo le guance. Shadak si avviò per primo lungo la pista seguito da Druss e da Tailia che cavalcavano fianco a fianco, la ragazza su una giumenta baia e il giovane su un sauro castrato. Durante la prima ora Tailia parlò ben poco, cosa che andava benissimo a Druss, ma quando arrivarono in cima ad un’altura che dominava una lunga vallata lei si protese a toccargli un braccio. – Che intenzioni hai? – domandò. – Perché li stiamo seguendo? – Cosa vuoi dire? – ribatté Druss, sconcertato. – Ecco, è ovvio che non li potete affrontare tutti da soli in quanto sareste uccisi. Perché non ci limitiamo a dirigere verso la guarnigione di Padia e chiediamo di mandare delle truppe? Druss si girò di scatto a fissarla negli occhi azzurri ora arrossati dal pianto. – A piedi sono quattro giorni e non so quanti ce ne vorrebbero a cavallo... almeno due, credo. A quel punto, se trovassimo là le truppe... e non è detto che ci siano... i soldati impiegherebbero almeno tre giorni a trovare i razziatori, che per allora sarebbero già in territorio vagriano e vicini ai confini di Mashrapur. I soldati drenai non hanno nessuna giurisdizione laggiù. – Ma voi non potete fare nulla. Questo inseguimento è inutile. – Hanno preso Rowena – spiegò Druss, traendo un profondo respiro. – E


Shadak ha un piano. – Ah, un piano – commentò Tailia in tono di derisione, contorcendo in un sogghigno le labbra piene. – Due uomini con un piano. Allora devo supporre di essere al sicuro? – Sei viva... e libera – ritorse Druss. – Se vuoi andare a Padia puoi benissimo farlo. L’espressione di Tailia si addolcì e lei si protese a posare una mano sul braccio di Druss. – So che sei coraggioso, Druss, ti ho visto uccidere quei razziatori e sei stato magnifico... però non ti voglio veder morire in una battaglia priva di significato e non lo vorrebbe neppure Rowena. Loro sono in molti, e sono tutti pronti ad uccidere. – Lo sono anch’io... e sono meno numerosi di quanto fossero prima. – E cosa ne sarà di me se voi doveste essere abbattuti? – scattò Tailia. – Che possibilità avrei? Per un momento Druss la fissò con espressione fredda. – Nessuna – ammise poi. – Non ti sono mai piaciuta, vero? – sussurrò Tailia, sgranando gli occhi. – Nessuno di noi ti è mai piaciuto. – Non ho tempo per queste assurdità – dichiarò lui, spronando il castrato in modo da portarsi più avanti. Non si guardò indietro e non rimase sorpreso quando sentì il rumore degli zoccoli del cavallo di Tailia che si allontanava verso nord. Qualche minuto più tardi Shadak tornò indietro da sud. – Lei dov’è? – domandò, lasciando andare le redini dei due cavalli che aveva con sé in modo da permettere loro di vagare nelle vicinanze per pascolare. – Si sta dirigendo a Padia – rispose Druss. Per un momento il cacciatore non disse nulla, ma rivolse lo sguardo verso nord, dove Tailia era ancora visibile come una figura minuscola in lontananza. – Non riuscirai a dissuaderla – aggiunse Druss. – L’hai mandata via tu? – No. Pensa che siamo entrambi condannati a morire e non vuole correre il rischio di essere catturata dagli schiavisti. – Una posizione difficile da controbattere – convenne Shadak, poi scrollò le spalle e concluse: – Ah, bene, ha scelto la sua strada. Speriamo soltanto che sia stata una decisione saggia. – Cosa mi dici dei razziatori? – chiese Druss, che aveva già allontanato dalla mente il pensiero di Tailia. – Hanno continuato a marciare per tutta la notte e sono diretti a sud. Credo che si accamperanno vicino al Tigren, a una cinquantina di chilometri da qui, dove una stretta vallata si apre su una gola a forma di conca. Quel posto viene usato da annidagli schiavisti.. e anche da ladri di cavalli, razziatori di bestiame e rinnegati. È facile da difendere. Quanto tempo impiegheremo a raggiungerli? – Ci riusciremo poco prima di mezzanotte. Proseguiremo per altre due ore, poi


riposeremo e mangeremo prima di cambiare cavalli. – Io non ho bisogno di riposare. – I cavalli sì – gli ricordò Shadak. – E anch’io. Sii paziente. Sarà una lunga notte, densa di pericoli, e ti devo avvertire che le nostre probabilità di riuscita non sono molto buone. Tailia aveva ragione ad essere preoccupata per la sua sicurezza, perché avremo bisogno di più fortuna di quanta due uomini abbiano diritto di chiederne. – Perché stai facendo questo? – volle sapere Druss. – Quelle donne non sono nulla per te. Shadak non rispose e i due continuarono a cavalcare in silenzio fino a quando il sole fu quasi al tramonto; poi il cacciatore avvistò un boschetto verso est e vi diresse il cavallo. I due smontarono all’ombra di parecchi ampi olmi che crescevano accanto ad una polla racchiusa nella roccia. – Quanti uomini hai ucciso, laggiù? – chiese Shadak a Druss, mentre sedevano all’ombra. – Sei – rispose, prelevando una striscia di carne secca dalla sacca che portava al fianco e staccandone un pezzo. – Avevi mai ucciso prima? – No. – Sei uomini... impressionante. Che cosa hai usato? Druss masticò per un momento e inghiottì prima di rispondere. – Un’ascia da taglialegna e un’accetta. Ah... e una delle loro daghe disse infine. – E le mie mani. – E non sei mai stato addestrato al combattimento? – No. – Raccontami come si è svolto lo scontro... con tutti i particolari che riesci a ricordare – insistette Shadak, scuotendo il capo. Quando Druss obbedì lo ascoltò in silenzio fino alla fine, poi commentò con un sorriso: – Sei una rarità, mio giovane amico. Hai scelto una buona posizione mettendoti davanti a quell’albero abbattuto, è stata una buona mossa... la prima di molte, a quanto sembra. La più impressionante però è l’ultima. Come hai fatto a sapere che lo spadaccino si sarebbe gettato sulla tua sinistra? – Lui ha visto che avevo un’ascia e che non ero mancino, per cui in circostanze normali avrei dovuto sollevare l’ascia verso la spalla sinistra e calarla verso la mia destra. Di conseguenza lui si è mosso verso la sua destra... cioè la mia sinistra. – È un modo di ragionare molto calmo per un uomo che si trovi in mezzo ad un combattimento. Credo che in te ci sia molto di tuo nonno. – Non lo dire! – ringhiò Druss. – Lui era un pazzo. – Ma era anche un brillante combattente. Si, era malvagio, ma questo non sminuisce il suo coraggio e la sua abilità. – Io sono me stesso – insistette Druss. – Ciò che posseggo è soltanto mio. – Non ne dubito, ma hai una forza notevole, un buon tempismo e la mente di un guerriero, tutti doni che vengono trasmessi di padre in figlio di generazione in


generazione. Sappi però, ragazzo, che ci sono delle responsabilità che devi accettare. – Di che tipo? – Fardelli che separano gli eroi dai furfanti. – Non capisco cosa intendi dire. – Risale tutto alla domanda che mi hai posto prima riguardo alle donne. Il vero guerriero vive secondo un suo codice, deve farlo, e anche se per ogni uomo esiste una prospettiva diversa il nucleo di quel codice è sempre lo stesso: non violare mai una donna, non fare del male a un bambino, non mentire, imbrogliare o rubare, perché queste sono cose per uomini da poco. Proteggi i deboli quando il male è forte, e non permettere mai a pensieri di guadagno di spingerti a perseguire il male. – Questo è il tuo codice? – domandò Druss. – Infatti. C’è dell’altro, ma non ti voglio annoiare recitandotelo. – Non sono annoiato. Perché ti serve un simile codice secondo cui vivere? – Lo capirai con il passare degli anni, Druss – rise Shadak. – Voglio capirlo ora – protestò il giovane. – È ovvio, perché la maledizione dei giovani è quella di volere tutto subito. Adesso concediti un po’ di sonno, perché perfino la tua forza prodigiosa verrà meno se non dormi un poco, e svegliati riposato. Quella che ci aspetta sarà una notte lunga... e sanguinosa. La luna era alta all’orizzonte e piena per un quarto nel cielo sereno, la sua luce argentea rivestiva le montagne e tremolava sul fiume sottostante facendolo apparire come una striscia di metallo fuso. Sulle sue rive ardevano tre fuochi da campo il cui chiarore incerto permise a Druss di intravedere degli uomini che andavano e venivano. Le donne erano ammucchiate fra i due carri e non c’erano fuochi nelle loro immediate vicinanze, ma quel vantaggio era annullato dalla presenza delle guardie che le tenevano sotto controllo. A nord dei carri e a circa trenta passi dalle donne si scorgeva una grande tenda che brillava di un giallo dorato, come un’enorme lanterna, con il lato interno delle pareti solcato da ombre oscillanti che dovevano essere proiettate da un braciere e da parecchie lampade. Shadak si portò in silenzio accanto al compagno e gli segnalò di indietreggiare. Druss si ritrasse dalla sommità del pendio e insieme i due tornarono alla radura dove erano impastoiati i cavalli. – Quanti ne hai contati? – domandò Shadak, badando a tenere bassa la voce. – Trentaquattro, esclusi quelli nella tenda. – Là dentro ci sono soltanto due uomini, Harib Ka e Collan, ma fuori ne ho contati trentasei. Hanno piazzato due sentinelle sulla riva del fiume per impedire alle donne di cercare di fuggire nuotando. – Quando ci muoviamo? – volle sapere Druss. – Sei molto ansioso di combattere, ragazzo, però ho bisogno che tu vada laggiù con la mente fredda e razionale, non di avere di colpo fra le mani un baresark.


– Non ti preoccupare per me, cacciatore. Io voglio soltanto riavere mia moglie. – Questo lo capisco – annuì Shadak, – ma ritengo che tu debba riflettere su qualcosa. Come reagirai se dovessi scoprire che l’hanno violentata? Negli occhi di Druss apparve un bagliore e le sue mani si serrarono sull’impugnatura dell’ascia. – Perché me lo chiedi proprio adesso? – Senza dubbio alcune di quelle donne saranno state violate, perché è proprio di uomini del genere prendere i loro piaceri quando e dove vogliono. Quanto è fredda adesso la tua mente? – Abbastanza – garantì Druss, costringendosi a ricacciare indietro l’ira insorgente. – Non sono un baresark, Shadak, lo so con certezza e ti posso garantire che seguirò il tuo piano fino all’ultimo dettaglio, che si viva o che si muoia, che si vinca o che si perda. – Bene. Ci muoveremo due ore prima dell’alba, quando la maggior parte di loro sarà profondamente addormentata. Credi negli dèi? – Non ne ho mai visto uno... quindi non ci credo. – Neppure io – sorrise Shadak. – Ritengo che questo escluda la possibilità di pregare per avere l’aiuto divino. Druss rimase in silenzio per un lungo momento. – Adesso dimmi perché ci vuole un codice secondo cui vivere – osservò infine. Il volto di Shadak, che appariva spettrale sotto la luce lunare, assunse di colpo un’espressione severa e impenetrabile, poi lui si costrinse a rilassarsi e spostò lo sguardo sul campo dei razziatori. – Quegli uomini che vedi laggiù hanno soltanto un codice, molto semplice: la sola legge consiste nel fare quello che si vuole. Riesci a capire? – No – ammise Druss. – Significa che ritengono di potersi appropriare di diritto di qualsiasi cosa possano prendere con la forza. Se un altro uomo ha qualcosa che loro desiderano lo uccidono e nella loro mente questo è giusto: è la legge che il mondo ti offre... la legge del lupo. Tu e io non siamo però diversi da loro, Druss: abbiamo gli stessi desideri, percepiamo gli stessi bisogni. Se ci sentiamo attratti da una donna, perché non dovremmo averla, indipendentemente da ciò che lei pensa? Se un altro uomo possiede delle ricchezze, perché non dovremmo sottrargliele, dal momento che siamo più forti e letali di lui? È una trappola in cui è facile cadere, come dimostra la storia di Collan. Essendo di buona famiglia, un tempo lui era un ufficiale dei lancieri drenai, ha pronunciato il Giuramento come tutti noi... e probabilmente quando ne ha recitato le parole credeva in esse. Poi però ha conosciuto a Drenan una donna e ha desiderato disperatamente di averla, un sentimento che lei ricambiava. La donna però era sposata, e alla fine Collan ha assassinato suo marito. Quello è stato per lui il primo passo sulla strada della Perdizione, dopo il quale gli altri sono stati sempre più facili. A corto di denaro, è diventato un mercenario... combattendo in cambio di oro per qualsiasi causa, buona o cattiva che fosse, perché ormai vedeva soltanto quello che era buono per Collan e ai suoi occhi i villaggi esistevano soltanto per essere razziati. Quanto ad Harib Ka, è un nobile ventriano lontanamente imparentato con la casa reale, e la sua storia è simile a


quella di Collan. Ad entrambi mancava il Codice di Ferro. Io non sono un brav’uomo, Druss, ma il Codice mi mantiene sulla Strada del Guerriero. – Posso capire che un uomo cerchi di proteggere ciò che è suo, di non rubare e di non uccidere per guadagno – obiettò Druss, – ma questo non spiega perché stanotte tu stia rischiando la tua vita per donne che neppure conosci. – Non ci si ritrae mai davanti ad un nemico, Druss: lo si combatte o ci si arrende. Non è sufficiente dire che io non sarò malvagio, bisogna combattere il male dovunque lo si trovi. Sto dando la caccia a Collan, non soltanto perché ha ucciso mio figlio ma perché è ciò che è, però se sarà necessario interromperò la caccia stanotte per liberare quelle ragazze. Loro sono più importanti. – Forse – replicò Druss, poco convinto. – Per quanto mi riguarda, le sole cose che voglio sono Rowena e una casa fra le montagne. Non m’interessa di combattere il male. – Spero che impari a interessartene – ribatté Shadak. Harib Ka non riusciva a dormire. Il terreno era duro sotto il tappeto che faceva da pavimento alla tenda e nonostante il calore del braciere lui sentiva il freddo che gli si insinuava nelle ossa. E il volto della ragazza continuava a tormentarlo. Sollevandosi a sedere protese la mano verso una caraffa, e anche se era consapevole che ultimamente stava bevendo troppo si versò un boccale colmo di vino rosso, svuotandolo in due sorsi. Poi spinse indietro le coltri e si alzò in piedi, con la testa dolente, sedendo su uno sgabello di tela e tornando a riempire il boccale. Cosa sei diventato? sussurrò una voce nella sua mente, e lui si massaggiò gli occhi nel tornare con il pensiero ai tempi dell’accademia e alle giornate trascorse con Bodasen e con il giovane principe. – Cambieremo il mondo – aveva detto il principe. – Nutriremo i poveri e garantiremo un impiego a tutti. E poi scacceremo i razziatori da Ventria e creeremo un regno di pace e di prosperità. Harib Ka scoppiò in una secca risata nel sorseggiare il vino. Quelli erano stati giorni inebrianti, un tempo di giovinezza e di ottimismo con i suoi discorsi di cavalieri e di azioni coraggiose, di grandi vittorie e del trionfo della Luce sull’Oscurità. – Non esistono Luce e Oscurità – disse ad alta voce. Esiste soltanto il Potere. Ripensò allora alla prima ragazza... qual era il suo nome, Mari? Sì. Mari si era mostrata cedevole, pronta ad obbedire ai suoi desideri, calda e soffice; aveva gridato di piacere sotto il suo tocco... no, aveva finto di godere del suo rozzo modo di amarla. – Ti darò tutto quello che vorrai... ma non mi fare del male. Non mi fare del male. Il vento gelido dell’autunno agitò le pareti della tenda. Due ore dopo aver goduto di Mari lui aveva sentito il bisogno di un’altra donna, e aveva scelto quella


strega dagli occhi nocciola, ma si era rivelato un errore fin dal primo momento in cui lei era entrata nella tenda, massaggiandosi i polsi arrossati e fissandolo con occhi grandi e dolenti. – Hai intenzione di violentarmi? – aveva chiesto in tono pacato. – Non necessariamente – aveva sorriso Harib Ka. – La scelta spetta a te. Come ti chiami? – Rowena. Come può la scelta essere mia? – Puoi darti a me oppure tentare di opporti, ma in ogni caso il risultato sarà lo stesso... quindi perché non godere di un amore condiviso? – Perché parli di amore? – Cosa? – Non c’è amore in questo. Hai assassinato coloro che mi erano cari e adesso cerchi il tuo piacere a danno della poca dignità che mi rimane. Harib Ka le si era avvicinato a grandi passi e l’aveva afferrata per le braccia. – Non sei qui per discutere con me, sgualdrina! Sei qui per fare ciò che io ti dirò. – Perché mi definisci una sgualdrina? Questo rende forse più semplici le tue azioni? Oh, Harib Ka, in che modo apparirebbero esse agli occhi di Rajica? – Cosa sai tu di Rajica? – aveva domandato Harib Ka, indietreggiando di scatto come se fosse stato colpito in pieno volto. – Soltanto che l’amavi... e che è morta fra le tue braccia. – Sei una strega! – E tu sei un uomo sperduto, Harib Ka. Tutto ciò che un tempo ti era caro è stato venduto... il tuo orgoglio, il tuo onore, il tuo amore per la vita. – Non intendo essere giudicato da te – aveva protestato, ma non aveva fatto nulla per zittirla. – Non ti sto giudicando. Io ti compatisco, e ti voglio dare un avvertimento: a meno che non liberi subito me e le altre donne, morirai. – Sei anche una veggente? – aveva domandato, cercando di deriderla. – La cavalleria drenai è forse vicina, strega? C’è un esercito che sta aspettando di piombare su di me e sui miei uomini? No, quindi non cercare di minacciarmi, ragazza. Qualsiasi altra cosa possa aver perduto, io sono ancora un guerriero e il miglior spadaccino che potrai mai vedere... forse con la sola eccezione di Collan, e non temo la morte. No, a volte la desidero addirittura – aveva aggiunto, sentendo il suo fervore dissiparsi. – Allora dimmi, strega, qual è questo pericolo che ho davanti a me? – Il suo nome è Druss. È mio marito. – Abbiamo ucciso tutti gli uomini del villaggio. – No. Lui era nel bosco, impegnato ad abbattere alberi per la palizzata. – Ho mandato là sei uomini. – Che non sono tornati – gli aveva fatto notare Rowena. – Stai dicendo che li ha uccisi tutti? – Lo ha fatto, e adesso sta venendo da te. – Da come ne parli sembra un guerriero uscito dalla leggenda – aveva osservato


Harib, a disagio. – Potrei mandare altri uomini ad ucciderlo. – Spero che non lo farai. – Hai paura per la sua vita? – No, piangerei la loro morte – aveva sospirato la ragazza. – Parlami di lui. È uno spadaccino? È un soldato? – No, è il figlio di un carpentiere. Ho però fatto un sogno in cui l’ho visto sul fianco di una montagna. Aveva la barba nera e la sua ascia era sporca di sangue, e davanti a lui si accalcavano centinaia di anime che piangevano la loro vita perduta. Altre anime continuavano a fluire dalla sua ascia e gemevano, uomini di molte nazioni il cui spirito si agitava irrequieto fino ad essere disperso dalla brezza. E tutti erano stati uccisi da Druss, Druss il Possente, il Capitano dell’Ascia, Morte che Cammina. – E questo è tuo marito? – No, non ancora. Questo è l’uomo che lui diventerà se tu non mi libererai, è l’uomo che tu hai creato uccidendo suo padre e prendendomi prigioniera. Non lo fermerai, Harib Ka. A quel punto l’aveva mandata via e aveva ordinato alle guardie di badare che nessuno la molestasse. Poi Collan era venuto da lui e aveva riso della sua depressione. – Per Missael, Harib, non è che una ragazza di villaggio e adesso è anche una schiava. È solo una proprietà, una nostra proprietà, e il suo dono significa che ci frutterà dieci volte il prezzo che potremo ottenere da una qualsiasi delle altre. È attraente e giovane... direi che valga un migliaio di pezzi d’oro. C’è quel mercante ventriano, Kabuchek, che è sempre alla ricerca di veggenti e di indovini, e scommetto che sarà disposto a pagare quelle mille monete. – Hai ragione, amico mio – aveva sospirato Harib. – Quando arriveremo avremo bisogno di denaro, quindi prendila pure. Bada però di non toccarla, Collan – aveva avvertito, – perché lei ha davvero il Talento e vedrà nella tua anima. – Non c’è nulla da vedere – aveva risposto Collan, con un sorriso aspro e forzato. Druss si spostò lungo la riva del fiume, tenendosi a ridosso del sottobosco e soffermandosi spesso per ascoltare senza però cogliere altri suoni che non fossero il frusciare delle foglie autunnali fra i rami sovrastanti e senza cogliere tracce di movimento tranne l’occasionale battito d’ali di un pipistrello o di un gufo. Si sentiva la bocca arida, ma non provava paura. Dall’altra parte del piccolo fiume poteva vedere un masso bianco sporgente, crepato nel centro, e sapeva che secondo Shadak la prima delle sentinelle si trovava di fronte a quel masso. Muovendosi con cautela strisciò nel bosco e avanzò in direzione della riva, spostandosi contemporaneamente alle folate di vento che facevano stormire le foglie sovrastanti e creavano così un rumore tale da mascherare quello prodotto dai suoi movimenti. La sentinella era seduta su una roccia con una gamba stesa dinanzi a sé e non si


trovava a più di tre metri di distanza sulla destra di Druss, che passò Snaga nella sinistra e si pulì sui calzoni il palmo sudato dell’altra mano, scrutando al tempo stesso il sottobosco alla ricerca della seconda sentinella senza però riuscire a vedere nessuno. Druss rimase in attesa, con la schiena addossata all’ampio tronco di un albero, poi da un punto sulla sinistra giunse un suono gorgogliante che indusse la sentinella davanti a lui ad alzarsi in piedi. – Bushin! Cosa stai facendo, razza di idiota? – Sta morendo – sibilò Druss, uscendo allo scoperto alle spalle dell’uomo. La sentinella si girò di scatto e abbassò la mano verso la spada che portava al fianco, ma Snaga si mosse lucente verso l’alto e di traverso, e la sua lama argentea si conficcò nel collo dell’uomo, trapassando tendini e ossa. La testa rotolò sulla destra e il corpo si accasciò a sinistra. – Ben fatto – sussurrò Shadak, emergendo dal sottobosco. – Ora ti manderò le donne e tu dovrai farle passare a guado fino a quel masso per poi condurle a nord nel canyon e dentro la grotta. – Abbiamo già ripassato il piano molte volte – gli fece notare Druss. Ignorando il commento, Shadak gli posò una mano sulla spalla. – Qualunque cosa succeda, non tornare nel campo e resta con le donne. C’è un solo sentiero che porti alla grotta ma parecchi che da essa conducono al nord. Scegline uno che segua un percorso verso nordovest e attieniti ad esso. Con quelle parole svanì nel sottobosco, e Druss si dispose ad attendere. Shadak si portò con cautela al limitare del campo. La maggior parte delle donne stava dormendo e una guardia era seduta poco lontano da loro, ma dal momento che aveva la testa appoggiata alla ruota di un carro Shadak suppose che stesse sonnecchiando. Slacciata la cintura con le spade strisciò in avanti sul ventre fino a raggiungere il carro, poi sfilò il coltello da caccia dal fodero che portava al fianco e si sollevò alle spalle della guardia, protendendo la mano sinistra fra i raggi della ruota a serrarle la gola. Contemporaneamente conficcò il coltello nella schiena dell’uomo, che ebbe una singola convulsione e giacque immobile. Sgusciando fuori da sotto il carro Shadak si accostò alla prima ragazza, che stava dormendo accanto ad altre donne, strette tutte le une alle altre per cercare di scaldarsi. Serrandole una mano sulla bocca la scosse per svegliarla e lei prese a lottare in preda al panico. – Sono qui per salvarvi! – sibilò Shadak. – Uno degli uomini del vostro villaggio è vicino alla riva del fiume e vi porterà al sicuro. Hai capito? Quando ti lascerò sveglia le altre senza far rumore,poi andate a sud verso il fiume, dove vi aspetta Druss, figlio di Bress. Se hai capito fai cenno di sì. – Sentì la testa di lei muoversi contro la sua mano e continuò: – Brava ragazza. Accertati che nessuna delle altre faccia il minimo rumore e ricorda che dovete muovervi lentamente. Chi di voi è Rowena? – Non è con noi – sussurrò la ragazza. – L’hanno portata via.


– Dove? – Uno dei capi, un uomo con una guancia sfregiata, è partito con lei appena dopo il crepuscolo. Shadak imprecò sommessamente, perché non c’era il tempo di elaborare un secondo piano. – Come ti chiami? – chiese quindi. – Mari. – Bene, Mari, fa’ muovere le altre... e avverti Druss di attenersi al piano originale. Shadak si allontanò dalla ragazza, recuperando le spade e affibbiandosele alla cintura, poi uscì allo scoperto e si diresse con noncuranza verso la tenda. Pochi uomini erano ancora svegli, e quei pochi non badarono alla figura che si muoveva nel buio con tanta sicurezza. Sollevato il telo della tenda si affrettò ad entrare e al tempo stesso estrasse la spada di destra. Harib Ka era seduto su una sedia di tela e aveva un boccale di vino nella mano sinistra, mentre nella destra stringeva una spada. – Benvenuto al mio focolare, uomo-lupo – salutò con un sorriso, poi vuotò il boccale e si alzò in piedi; il vino gli chiazzava la barba scura e biforcuta facendola brillare alla luce delle lanterne come se fosse stata unta. – Posso offrirti da bere? – Perché no? – rispose Shadak, consapevole che se avessero cominciato a combattere troppo presto il rumore dell’acciaio che cozzava avrebbe attratto altri razziatori, portando alla scoperta delle donne in fuga. – Sei lontano da casa – osservò ancora Harib Ka. – Ultimamente non ho casa – ribatté Shadak. – Sei qui per uccidermi? – domandò il Ventriano, riempiendo un secondo boccale e porgendolo al cacciatore. – Sono venuto per Collan, ma a quanto ho capito è andato via. – Perché Collan? – volle sapere Harib Ka, i cui occhi scuri scintillavano alla luce dorata delle lanterne. – Ha ucciso mio figlio a Corialis. – Ah, il ragazzo biondo. Un ottimo spadaccino, ma troppo impetuoso. – Un vizio dei giovani – commentò Shadak, sorseggiando il vino, mentre la sua ira ardeva come il fuoco della fucina di un armaiolo, rovente ma contenuta. – Quel vizio gli è costato la vita – osservò intanto Harib Ka, – perché Collan è molto abile con la spada. Dove hai lasciato il giovane proveniente dal villaggio, quello armato d’ascia? – Sei bene informato. – Appena poche ore fa sua moglie era ferma dove ora ti trovi tu e mi ha dettoche lui sarebbe arrivato. È una strega... lo sapevi? – No. Adesso dov’è? – In viaggio alla volta di Mashrapur insieme a Collan. Quando vuoi che cominciamo a combattere? – Non appena... – iniziò a rispondere Shadak, ma stava ancora parlando che Harib si lanciò all’attacco con un fendente diretto alla sua gola. Il cacciatore schivò


il colpo e si gettò verso sinistra, sferrando un calcio al ginocchio dell’avversario, che crollò al suolo e si trovò con la punta della spada di Shadak contro la gola. – Non combattere mai da ubriaco – ammonì questi, in tono sommesso. – Lo ricorderò. Ora che succederà? – Voglio sapere dove risiede Collan a Mashrapur. – Alla Locanda dell’Orso Bianco, nel quartiere occidentale. – So dove si trova. Ora dimmi, Harib Ka, quanto vale la tua vita? – Per le autorità drenai? Circa mille pezzi d’oro. Per ine? Non ho nulla da offrire... finché non avrò venduto le schiave. – Non hai più schiave. – Posso ritrovarle. Trenta donne appiedate sulle montagne non costituiscono un problema. – Non è facile cacciare con la gola tagliata – sottolineò Shadak, accentuando la pressione sulla lama della spada fino a perforare leggermente la pelle della gola di Harib. – È vero – ammise il Ventriano, sollevando lo sguardo. – Tu cosa suggerisci? Shadak stava per ribattere quando un bagliore apparso negli occhi di Harib lo indusse a girarsi di scatto... ma ormai era toppo tardi. Qualcosa di duro, freddo e metallico, gli calò con violenza sul cranio. E il mondo scivolò vorticando nel buio. Shadak tornò in sé a causa del dolore prodotto da violenti schiaffi che gli stavano facendo tremare i denti, e nell’aprire gli occhi scoprì di essere trattenuto per le braccia da due uomini che lo avevano sollevato in ginocchio, e che Harib Ka era accoccolato davanti a lui. – Mi credevi tanto stupido da permettere ad un assassino di entrare nella mia tenda senza essere visto? Sapevo che qualcuno ci stava seguendo e quando i quattro uomini che avevo lasciato al passo non sono tornati ho dedotto che si doveva trattare di te. Adesso ho alcune domande da farti, Shadak. In primo luogo voglio sapere dov’è quel giovane contadino armato d’ascia, e in secondo luogo dove sono le mie donne. Shadak non rispose. Uno degli uomini che lo trattenevano gli sferrò un pugno sull’orecchio con tanta forza da appannargli lo sguardo per un momento e da farlo accasciare verso destra. Poi Harib Ka si alzò in piedi e si accostò al braciere. – Portatelo fuori, vicino ad un fuoco – ordinò, e subito Shadak venne issato in piedi e trascinato fuori, dove la maggior parte dei razziatori stava ancora dormendo. I suoi catturatori lo spinsero in ginocchio accanto ad un fuoco da campo e Harib Ka estrasse la propria daga, conficcandone la lama fra i carboni ardenti. – Mi dirai quello che voglio sapere – affermò, – altrimenti ti brucerò gli occhi e ti lascerò libero fra le montagne. Shadak avvertì il sapore del sangue sulla lingua e una contrazione di paura allo stomaco, ma rimase ancora in silenzio.


In quel momento un urlo irreale lacerò il silenzio della notte, seguito da un tuonare di zoccoli, e nel girarsi di scatto Harib vide una quarantina di cavalli terrorizzati che galoppavano verso il campo. Uno degli uomini che trattenevano il cacciatore si girò a sua volta, allentando la presa, e Shadak ne approfittò per scattare in piedi e sferrare una testata al razziatore, che barcollò all’indietro; vedendo i cavalli imbizzarriti che si avvicinavano sempre più in fretta, l’altro uomo abbandonò la presa e si precipitò verso la sicurezza offerta da un carro. Estratta la sciabola Harib Ka balzò invece verso Shadak, ma i primi cavalli gli arrivarono addosso e lo gettarono a terra; restando dove si trovava, Shadak si girò verso gli animali impazziti di terrore e prese ad agitare le braccia con vigore, inducendo i cavalli spaventati ad aggirarlo nel continuare la loro galoppata attraverso il campo. Alcuni razziatori ancora intrappolati nelle coperte finirono calpestati, altri cercarono di arrestare le bestie lanciate alla carica. Shadak spiccò invece la corsa verso la tenda di Harib dove recuperò le sue spade, poi tornò ad uscire nella notte, trovandosi in mezzo al caos. I fuochi erano stati sparpagliati dagli zoccoli al galoppo e adesso parecchi cadaveri giacevano sparsi un po’ dappertutto; una ventina di cavalli erano intanto stati fermati e calmati ma gli altri stavano proseguendo la corsa alla volta del bosco, inseguiti da parecchi razziatori. Poi echeggiò un secondo urlo, e nonostante gli anni di esperienza in fatto di guerra e di battaglie, Shadak rimase stupefatto da quello che seguì. Il giovane armato d’ascia aveva attaccato il campo da solo e adesso la sua arma spaventosa scintillava argentea alla luce della luna, seminando distruzione fra i sorpresi guerrieri. Parecchi afferrarono la spada per lanciarsi contro il giovane, ma morirono entro pochi momenti. Druss non aveva però speranza di sopravvivere. Shadak vide i razziatori raccogliersi un gruppo compatto formato da una dozzina di uomini, fra cui lo stesso Harib Ka, e allargarsi a semicerchio intorno al gigante vestito di nero. Estratte le due spade il cacciatore si scagliò verso di loro urlando il grido di guerra dei lancieri, ma proprio allora alcune frecce cominciarono a piovere dal bosco. Una di esse raggiunse un guerriero alla gola, un’altra rimbalzò contro un elmo per andare a conficcarsi in una spalla priva di protezione... un attacco che unito all’improvviso grido di battaglia ebbe l’effetto di indurre i razziatori ad arrestarsi e di spingere parecchi di essi a indietreggiare scrutando la linea degli alberi. Druss scelse quel momento per lanciarsi alla carica contro il centro dello schieramento nemico, vibrando colpi a destra e a sinistra. Gli avversari indietreggiarono davanti a lui e parecchi di essi caddero a terra, facendo inciampare gli altri. La possente ascia insanguinata seminò strage in mezzo a loro, alzandosi e abbassandosi con un ritmo spietato. Shadak arrivò sulla scena nell’istante stesso in cui i razziatori cedevano e si davano alla fuga, seguiti da altre frecce. Harib Ka spiccò la corsa verso uno dei cavalli, afferrandolo per la criniera e balzando sulla sua groppa nuda. L’animale si impennò ma il razziatore riuscì a non farsi disarcionare... fino a quando la corta spada scagliata da Shadak non gli si


andò a piantare in una spalla. Il Ventriano si accasciò e cadde al suolo mentre il cavallo si allontanava al galoppo. – Druss! – gridò Shadak. – Druss! Il giovane si era lanciato all’inseguimento dei razziatori in fuga ma si arrestò al limitare degli alberi e tornò indietro, oltrepassando Harib Ka che era adesso in ginocchio e stava cercando di estrarsi dal corpo la spada dall’impugnatura d’ottone. A grandi passi il giovane raggiunse il punto in cui Shadak era in attesa e lo fissò con occhi roventi. – Lei dov’è? – domandò. – Collan l’ha portata a Mashrapur. Sono partiti al tramonto. Proprio allora due donne armate di arco e frecce sbucarono dal bosco e vennero verso di loro. – Chi sono? – volle sapere Shadak. – Le figlie del conciatore di pelli. Cacciavano spesso per il villaggio, quindi ho dato loro gli archi delle sentinelle. – Stanno fuggendo nella notte e non credo che torneranno subito indietro – disse la più alta delle due donne, avvicinandosi a Druss. – Vuoi che li inseguiamo? – No. Andate a chiamare le altre e radunate i cavalli – ordinò il giovane, quindi si girò verso la figura inginocchiata di Harib Ka e aggiunse, rivolto a Shadak: – Lui chi è? – Uno dei capi. Senza una parola Druss calò l’ascia sul collo di Harib. – Ora non più – commentò poi. – Infatti – convenne Shadak, accostandosi al corpo ancora sussultante per recuperare la propria spada; nel raddrizzarsi lasciò vagare lo sguardo sulla spianata e contò i cadaveri. – Diciannove. Per tutti gli dèi, Druss, non riesco a crederci! – Alcuni sono stati calpestati dai cavalli che ho messo in fuga e altri sono stati uccisi dalle ragazze – precisò Druss, girandosi a ispezionare a sua volta l’accampamento. Da qualche parte sulla sua destra un uomo gemette, e la più alta delle due ragazze scattò verso di lui, piantandogli una daga nella gola. Druss intanto tornò a girarsi verso Shadak, domandando: – Provvederai perché le donne arrivino sane e salve a Padia? – Intendi andare a Mashrapur? – Intendo trovarla. – Spero che tu ci riesca, Druss – augurò il cacciatore, posandogli una mano sulla spalla. – Cerca la Locanda dell’Orso Bianco.... è dove andrà a stare Collan. Bada però, amico mio, che a Mashrapur Rowena sarà una sua proprietà. Questa è la loro legge. – E questa è la mia – ribatté Druss, sollevando l’ascia. Shadak lo prese per un braccio e lo guidò nella tenda di Harib, dove si verso un boccale di vino e lo svuotò in un sorso. Una delle tuniche di lino di Harib era drappeggiata su una piccola cassapanca, e Shadak la prese, gettandola a Druss. – Pulisciti da quel sangue, sembri un demone. Druss accettò l’indumento con un cupo sorriso e lo usò per pulirsi la faccia e le


braccia, passando poi la stoffa anche sulla doppia lama dell’ascia. – Cosa sai di Mashrapur? – domandò intanto Shadak. – Soltanto che è uno stato indipendente, governato da un principe ventriano in esilio – replicò il giovane, scrollando le spalle. – È un paradiso per ladri e schiavisti – spiegò Shadak. – Le leggi sono semplici: coloro che dispongono di oro per corrompere i governanti sono considerati ottimi cittadini, e non importa da dove provengano le loro ricchezze. Di conseguenza Collan là è rispettato, ha molte proprietà e cena spesso con l’emiro. – E allora? – Allora se dovessi semplicemente entrare a Mashrapur e ucciderlo verrai catturato e giustiziato. – Tu cosa suggerisci? – A circa trenta chilometri da qui, verso sud, c’è una piccola città dove vive unmio amico. Va’ da lui e digli che sono stato io a mandarti. È giovane e in gamba ma so che a te non piacerà, Druss, perché è un damerino sempre a caccia di piaceri e non ha regole morali. Però ti sarà preziosissimo a Mashrapur. – Chi è quest’uomo? – Si chiama Sieben, è un poeta e un maestro di saghe che si esibisce nei palazzi... in effetti devo ammettere che è molto bravo e sarebbe potuto diventare ricco se non passasse la maggior parte del suo tempo cercando di attirare nel suo letto ogni donna giovane e graziosa che entra nel suo campo visivo. Non gli interessa se siano donne sposate o libere... e questo gli ha procurato molti nemici. – Da come me ne parli già non mi piace. – Ha delle buone qualità – ridacchiò Shadak. – È un amico leale ed è assurdamente impavido, è abile con il coltello e conosce Mashrapur. Fidati di lui. – Perché mi dovrebbe aiutare? – Mi deve un favore – spiegò Shadak, versando un secondo boccale di vino e passandolo al giovane. Druss bevve un sorso, poi svuotò l’intero boccale. – È buono... cos’è? – Rosso di Lentria, vecchio di almeno cinque anni. Non il migliore, ma abbastanza gradevole in una notte come questa. – Non ho difficoltà a capire come un uomo possa sviluppare una passione per questo vino – convenne Druss.


CAPITOLO QUARTO Sieben si stava divertendo. Una piccola folla si era raccolta intorno alla botte e tre uomini avevano già perso una somma notevole scommettendo su quale dei gusci di noce nascondesse il piccolo cristallo verde che s’insinuava alla perfezione sotto ciascuno dei tre. – Mi muoverò un po’ più lentamente – disse il giovane poeta all’alto guerriero barbuto che aveva appena perso quattro monete d’argento,poi le sue mani snelle spostarono i gusci sulla superficie della botte e tornarono a disporli in linea retta. – Quale dei tre? Rifletti con calma, amico mio, perché quello smeraldo vale venti raq d’oro. L’uomo sbuffò sonoramente e si grattò la barba con un dito. – Questo – disse infine, indicando il guscio centrale. Sieben lo rovesciò in modo da dimostrare che sotto non c’era nulla, poi spostò la mano sulla destra e rovesciò l’altro guscio, insinuandovi sotto con abilità la pietra in modo da poterla esibire al pubblico. – Ci sei andato così vicino – commentò, con un luminoso sorriso. Il guerriero imprecò e si allontanò fra la folla per essere sostituito da un uomo basso e bruno di carnagione, che esalava un puzzo tale da abbattere un bue. Sieben fu quasi tentato di lasciarlo vincere, considerato che lo smeraldo valeva in effetti un decimo di quello che aveva già sottratto ai suoi clienti, ma si stava divertendo troppo e quindi l’uomo bruno perse tre monete d’argento. Poi la folla si aprì per lasciar passare un giovane guerriero che si venne a fermare davanti a Sieben. Nel sollevare lo sguardo il poeta vide davanti a sé un individuo vestito di nero, con protezioni per le spalle in lucido acciaio argentato; l’uomo portava sul capo un elmo decorato da due teschi ai lati di un’ascia d’argento e stringeva in pugno un’ascia a lama doppia. – Vuoi tentare la sorte? – gli chiese, fissandolo negli occhi di un azzurro gelido. – Perché no? – rispose il guerriero, con voce profonda e fredda, poi posò una moneta d’argento sulla botte e le mani del poeta si mossero con rapidità incredibile, facendo descrivere ai tre gusci elaborate figure ad otto. Infine il movimento cessò. – Spero che tu abbia un occhio acuto, amico mio – commentò Sieben. – Abbastanza – replicò il guerriero armato d’ascia, quindi si protese in avanti eposò un grosso dito sul guscio centrale. – È qui – disse. – Vediamo – ribatté il poeta, protendendo la mano, ma il guerriero gliela allontanò dal guscio. – In effetti ora vedremo – affermò, rovesciando lentamente i due gusci a destra e a sinistra, in modo da rivelare che erano vuoti. – Devo aver indovinato – aggiunse, fissando Sieben con i suoi occhi chiarissimi, poi lasciò andare il poeta e gli rivolse un cenno d’invito. – Ora ci puoi far vedere. Sieben si costrinse a sorridere e insinuò il cristallo sotto il guscio nel rovesciarlo.


– Ben fatto, amico mio. Hai davvero occhi d’aquila. La folla applaudì e si disperse. – Grazie per non avermi denunciato – mormorò allora Sieben, alzandosi per raccogliere le proprie vincite. – Gli stolti e il loro denaro sono come il ghiaccio e il fuoco – replicò il giovane, citando un vecchio proverbio, – non possono vivere insieme. Sei tu Sieben? – Potrei esserlo – rispose l’altro, cauto. – Chi vuole saperlo? – Mi manda Shadak. – A che scopo? – Per via di un favore che gli devi. – È una cosa fra me e lui. Cosa c’entri tu? – Nulla – ribatté il guerriero, incupendosi in viso, poi si volse e si allontanò a grandi passi verso una taverna dalla parte opposta della strada. Sieben indugiò ad osservarlo e in quel momento una giovane donna emerse dall’ombra, avvicinandoglisi. – Hai guadagnato abbastanza da comprarmi una bella collana? – gli chiese. Lui si girò con un sorriso. La donna era alta e ben modellata, con capelli corvini e labbra piene; i suoi occhi erano di un castano dorato e il suo sorriso incantava. Quando gli si insinuò fra le braccia, lei però si ritrasse leggermente con un sussulto. – Devi per forza tenere addosso tanti coltelli? – domandò, allontanandosi da lui e battendo un colpetto sul balteo di cuoio marrone da cui pendevano quattro lame da lancio a forma di diamante. – Un’affettazione, amore mio, ma non li avrò indosso stanotte. E quanto alla tua collana... l’avrò con me – promise, prendendole la mano e baciandola. – Attualmente, tuttavia, il dovere mi chiama. – Il dovere, mio poeta? Cosa ne puoi sapere tu del dovere? – Molto poco – ridacchiò lui, – ma ripago sempre i miei debiti perché questo è l’ultimo brandello di rispettabilità che mi rimane. Ci vediamo più tardi – salutò quindi, con un inchino, e si avviò attraverso la strada. La taverna era un vecchio edificio a tre piani, al secondo dei quali c’era un’ampia galleria che si affacciava su una lunga sala comune dotata di focolari alle due estremità. Nella sala c’erano una ventina di tavoli e di panche, e da un lato si vedeva un bancone decorato in ottone e lungo una ventina di metri; dietro di esso sei cameriere erano impegnate a servire birra, sidro e vino speziato, e la taverna era insolitamente affollata perché quello era un giorno di mercato e quindi contadini e allevatori di bestiame provenienti da tutta la regione si erano raccolti al villaggio per le aste. Sieben si accostò al bancone e subito una giovane cameriera dai capelli color miele gli si avvicinò con un sorriso sulle labbra. – Finalmente mi vieni a trovare – disse. – Chi potrebbe rimanere a lungo lontano da te, cuore mio? – ribatté il giovane, con un sorriso, lottando per ricordare il suo nome. – Finirò di lavorare intorno al secondo cambio della guardia – suggerì lei. – Dov’è la mia birra? – gridò un massiccio contadino che si trovava a qualche


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