del mondo. – Non lo è più – ridacchiò Eskodas, – però sono d’accordo nel convenire che è un uomo davvero imponente. L’imperatore indossava un semplice mantello nero sopra una corazza priva di ornamenti, e tuttavia attirava comunque l’attenzione, come un eroe leggendario. Al suo avvicinarsi gli uomini smisero di lavorare e Bodasen scese a terra d’un balzo ancora prima che fossero stati fissati gli ancoraggi, atterrando con leggerezza e avanzando per abbracciare l’alto nobile. L’imperatore gli assestò una pacca sulla schiena e lo baciò su entrambe le guance. – Sembrerebbe che siano amici – commentò Eskodas, in tono asciutto. – In terre straniere hanno davvero usanze bizzarre – aggiunse Sieben, con un sogghigno. Intanto venne calata la passerella e una squadra di soldati salì a bordo, scomparendo nel frapponte per ricomparire poco dopo trasportando una pesante cassa di legno di quercia rinforzata in ottone. – Direi che si tratta di oro – sussurrò Eskodas, e Sieben annuì. Altre venti casse come quella vennero prelevate dalla stiva prima che ai guerrieri drenai venisse permesso di sbarcare. Non appena scese la passerella Sieben, che seguiva da presso l’arciere, sentì il terreno muoversi sotto i suoi piedi e quasi incespicò, riprendendosi all’ultimo momento. – C’è un terremoto? – chiese ad Eskodas. – No, amico mio, è solo che ti sei abituato al beccheggiare e al rollare della nave a tal punto che le tue gambe non sanno più come comportarsi sulla solida pietra. Passerà molto in fretta. Intanto Druss venne a raggiungerli e contemporaneamente Bodasen si diresse verso di loro insieme all’imperatore. – Questo, mio signore, è il guerriero di cui ti ho parlato... Druss dell’Ascia. Ha distrutto quasi da solo tutti i corsari. – Mi sarebbe piaciuto essere presente per assistere – affermò Gorben, ma avrò ancora tempo per ammirare il tuo coraggio e il tuo valore. Il nemico è accampato intorno alla città e gli attacchi hanno già avuto inizio. Druss non replicò, ma la cosa non parve preoccupare l’imperatore. – Posso vedere la tua ascia? – chiese; quando Druss gliela porse con un cenno di assenso, l’accettò e si accostò le lame al volto. – Un’arma di fattura davvero notevole. Non presenta nessuna scheggiatura né tracce di ruggine... la superficie è assolutamente perfetta, segno che si tratta di una rara qualità di acciaio. – Esaminò quindi l’impugnatura di metallo nero e le rune d’argento, e aggiunse: – È un’arma antica, che ha visto molta morte. – Ne vedrà ancora – replicò Druss, con voce così sommessa e profonda da strappare un brivido a Sieben. Gorben gli restituì l’ascia con un sorriso e si girò verso Bodasen. – Quando avrai trovato un alloggio per i miei uomini raggiungimi nella Sala dei Magistrati – disse, e si allontanò a grandi passi senza un’altra parola. – Quando siete alla presenza dell’imperatore vi dovreste inchinare
profondamente – esplose allora Bodasen, bianco in volto per l’ira. – È un uomo a cui si deve rispetto. – Noi Drenai non siamo molto portati per un comportamento servile – sottolineò Sieben. – Qui in Ventria una simile mancanza di rispetto è punibile con lo sventramento – ribatté il nobile. – Allora credo che possiamo imparare – garantì allegramente il poeta. – Provvedete a farlo, amici miei – sorrise Bodasen. – Queste non sono le terre dei Drenai e qui ci sono usanze diverse. L’imperatore è un brav’uomo, anzi un uomo eccellente, ma deve mantenere la disciplina e non tollererà ancora modi così scortesi. I guerrieri drenai furono alloggiati nel centro della città, tutti tranne Druss e Sieben che non avevano firmato l’impegno a combattere per i Ventriani. Bodasen li accompagnò in una locanda deserta e li invitò a scegliersi un paio di stanze di loro gradimento, avvertendoli che era possibile trovare da mangiare in uno dei due alloggiamenti principali, anche se nel centro cittadino c’erano alcuni negozi e qualche bancarella che erano ancora aperti. – Vuoi dare un’occhiata alla città? – chiese Sieben, dopo che il generale ventriano li ebbe lasciati soli. Seduto su uno stretto giaciglio con lo sguardo fisso sulle proprie mani, Druss non parve neppure sentire la domanda, e il poeta gli si andò a sedere accanto, aggiungendo in tono sommesso: – Come ti senti? – Vuoto. – Tutti muoiono, Druss, succederà anche a me e a te. Non è stata colpa tua. – Non m’importa della colpa. Continuo a pensare al tempo che abbiamo vissuto insieme sulle montagne, posso ancora avvertire... il tocco della sua mano. Posso sentire... – S’interruppe, tingendosi di rossore, e serrò la mascella in una linea dura. – Cosa stavi dicendo a proposito della città? – ringhiò. – Pensavo che saremmo potuti andare a dare un’occhiata in giro. – Bene, andiamo – decise Druss, alzandosi e prendendo con sé l’ascia per poi avviarsi a grandi passi verso la porta. La locanda era situata sulla Via del Vino, e Bodasen aveva fornito loro le indicazioni necessarie a girare per la città, decisamente facili da seguire dal momento che le strade erano ampie e segnalate da cartelli scritti in parecchie lingue, inclusa quella delle terre occidentali. Gli edifici di pietra bianca e grigia arrivavano anche a quattro piani di altezza, e fra essi si scorgevano torri lucenti e palazzi dal tetto a cupola intervallati da giardini e da viali fiancheggiati da alberi. Dovunque l’aria era permeata dal profumo di rose, di gelsomini e di altri fiori. – È tutto molto bello – osservò Sieben. Quando però oltrepassarono un alloggiamento quasi deserto, diretti verso il muro orientale, poterono sentire da lontano un cozzare di spade misto alle grida dei feriti. – Ho visto quanto basta – annunciò Sieben, fermandosi.
– Come preferisci – ribatté Druss, con un freddo sorriso. – Da quella parte c’è un tempio che mi interessa decisamente di più... sai, quello con i cavalli bianchi. – L’ho notato – confermò Druss. Insieme tornarono sui loro passi fino ad arrivare ad un’ampia piazza dominata dal tempio dalla volta a cupola, circondato da dodici statue di squisita fattura che rappresentavano cavalli rampanti, di dimensioni tre volte più grandi di quelle naturali. La vasta porta ad arco dai battenti di lucido bronzo e d’argento era spalancata e pareva invitare ad accedere al tempio; all’interno, il soffitto a cupola presentava sette finestre di vetro colorato dalle quali trapelavano raggi di luce che scendevano a incrociarsi sull’altare, circondato da un numero di panche tale da poter ospitare quasi mille persone. Sull’altare c’era un tavolo, e su di esso era deposto un corno d’oro decorato da gemme la cui vista indusse il poeta a percorrere la navata e a salire i gradini dell’altare. – Deve valere una fortuna – commentò. – Al contrario... non ha prezzo – replicò una voce sommessa. Girandosi, Sieben si trovò davanti un alto prete vestito di una tunica di lana grigia ricamata con filo argentato; la testa rasata e il naso adunco conferivano all’uomo un aspetto simile a quello di un uccello. – Benvenuto ai santuario di Pashtar Sen – aggiunse il religioso. – I cittadini di Capalis devono essere degni di grande fiducia – commentò Sieben. – Un oggetto del genere potrebbe procurare ad un uomo una ricchezza enorme. – In realtà no – lo contraddisse il prete, con un sottile sorriso. – Prova a sollevarlo. Sieben protese una mano, ma le sue dita si chiusero intorno ad una manciata d’aria: il corno d’oro, che ad occhio nudo appariva così concreto, era soltanto un’immagine. – Incredibile! – sussurrò il poeta. – Come è possibile? Il prete scrollò le spalle e allargò le braccia magre. – Pashtar Sen ha operato questo miracolo mille anni fa. Era un poeta e uno studioso, ma era anche un uomo di guerra; secondo il mito, avrebbe incontrato la dea Ciris che gli avrebbe donato questo corno da caccia come ricompensa per il suo valore. Lui lo ha deposto qui, e nel momento in cui ha lasciato la sua mano è diventato come lo vedi ora. – A cosa serve? – chiese ancora Sieben. – Ha proprietà risananti. Si dice che le donne sterili possano divenire fertili se si sdraiano sull’altare e coprono il corno con il loro corpo, e ci sono alcune prove che questo sia vero. Inoltre si narra che una volta ogni dieci anni il corno torni ad essere solido e che allora possa riportare indietro un uomo dalle sale della morte o trasportare il suo spirito fra le stelle. – Lo hai mai visto diventare solido? – No, e servo in questo tempio da trentasette anni. – Affascinante. Che ne è stato di Pashtar Sen?
– Rifiutò di combattere per l’imperatore e venne impalato su un’asta di ferro. – Non è stata una bella fine. – Infatti, però lui era un uomo di principio ed era convinto che l’imperatore stesse sbagliando. Siete qui a combattere per Ventria? – No, siamo due visitatori. Il prete annuì e si girò verso Druss. – La tua mente è molto lontana, figlio mio – osservò. – Sei turbato? – Ha sofferto una grave perdita – si affrettò a intervenire Sieben. – Una persona amata? Ah, capisco. Vorresti comunicare con lei, figlio mio? – Cosa intendi dire? – ringhiò Druss. – Potrei evocare il suo spirito e forse questo ti darebbe pace. – Potresti farlo? – incalzò Druss, avanzando di un passo. – Ci posso provare. Vieni con me – invitò il prete, e li precedette negli ombrosi recessi sul retro deI tempio, imboccando uno stretto corridoio che portava ad una piccola stanza priva di finestre. – Dovete lasciare fuori le armi – avvertì, sulla soglia. Druss depose Snaga contro la parete e Sieben appese all’impugnatura dell’ascia il proprio balteo con i coltelli, poi i due uomini entrarono nella stanzetta, in cui c’erano due sedie sistemate una di fronte all’altra; il prete ne occupò una e segnalò a Druss di prendere posto sull’altra. – Questa stanza è un luogo di armonia, dove non è mai echeggiato linguaggioprofano – ammonì. – È un ambiente votato da mille anni alla preghiera e a pensieri miti, una cosa che vi prego di ricordare qualsiasi cosa accada. Ora dammi la mano. Druss protese il braccio e il prete si impadronì della sua mano, chiedendogli il nome della persona che desiderava evocare. – E tu come ti chiami, figlio mio? – domandò, dopo che Druss gli ebbe fornito l’informazione richiesta. – Druss. Il prete si umettò le labbra e sedette per parecchi minuti con gli occhi chiusi, poi cominciò a parlare. – Io ti chiamo, Rowena, figlia delle montagne. Ti chiamo per conto di Druss, ti invoco attraverso le pianure del Cielo, ti parlo attraverso le valli della Terra. Io mi protendo verso di te nei luoghi oscuri al di là degli oceani del mondo e oltre gli aridi deserti dell’Inferno. Per un momento non accadde nulla, poi il prete s’irrigidì sulla sedia e lanciò un grido, accasciandosi in avanti con la testa abbandonata sul petto. Un momento dopo la sua bocca si aprì e ne uscì una sola parola. – Druss! – gridò... ma con voce di donna. Sieben sussultò e lanciò un’occhiata a Druss, scoprendo che dal suo volto era scomparsa ogni traccia di colore. – Rowena! – Ti amo, Druss. Dove sei? – In Ventria. Sono venuto a cercarti. – Sono qui ad aspettarti. Druss! Oh no, sta svanendo tutto. Druss, riesci a sentirmi...?
– Rowena! – gridò Druss, balzando in piedi. In quel momento il prete si riscosse con un sussulto e si svegliò. – Mi dispiace, non l’ho trovata – disse. – Le ho parlato – ribatté Druss, issandolo in piedi. – Richiamala! – Non posso. Non c’era nessuno, non è accaduto nulla! – Druss! Lascialo andare! – gridò Sieben, afferrando per un braccio il guerriero che dopo un momento lasciò andare l’abito del prete e uscì a grandi passi dalla stanza. – Non capisco – sussurrò il religioso. – Non c’era nulla! – Hai parlato con una voce di donna... una voce che Druss ha riconosciuto – spiegò Sieben. – È davvero strano, figlio mio. Quando entro in comunione con i morti ricordo le loro parole, ma questa volta è stato come se mi fossi addormentato. – Non ti preoccupare oltre – consigliò Sieben, prelevando dalla sacca una moneta d’argento. – Non accetto denaro – lo fermò il prete, con un timido sorriso. – Però sono perplesso e intendo riflettere su quanto è accaduto. – Sono certo che lo farà anche lui – garantì Sieben. Il poeta trovò Druss in piedi accanto all’altare, con la mano protesa verso il corno scintillante: le sue grandi dita cercavano di chiudersi intorno ad esso e il suo volto era talmente teso per la concentrazione che i muscoli della mascella erano visibili attraverso la barba scura. – Cosa stai facendo? – domandò Sieben, in tono gentile. – Il prete ha detto che quel corno può richiamare in vita i morti. – No, amico mio, ha detto che è una leggenda, il che è diverso. Vieni via, troveremo una taverna da qualche parte in questa città e berremo qualcosa. Druss calò con violenza il pugno sull’altare, e il corno dorato parve per un momento scaturire direttamente dalla sua pelle. – Non ho bisogno di bere! Per gli dèi, ho bisogno di combattere! – esclamò, poi afferrò l’ascia e uscì a grandi passi dal tempio. In quel momento il prete venne a raggiungere Sieben. – Temo che nonostante le mie buone intenzioni ciò che ho fatto non abbia avuto il risultato sperato – osservò. – Lui sopravviverà, padre – replicò il poeta, voltandosi verso il religioso. – Dimmi, cosa sai nel campo della possessione demoniaca? – Troppo... e troppo poco. Ritieni di essere posseduto? – No, non io. Druss. – Se fosse stato soggetto ad una simile... afflizione... lo avrei percepito nel toccargli la mano – obiettò il prete, scuotendo il capo. No, il tuo amico è padrone di se stesso. ‘Sieben sedette allora su una panca del tempio e riferì ciò che aveva visto sul ponte della trireme pirata. – Come è entrato in possesso dell’ascia? – domandò il religioso, dopo aver
ascoltato in silenzio il suo racconto. – A quanto ho capito si tratta di un’eredità di famiglia. – Se c’è davvero una presenza demoniaca, figlio mio, credo che la troverai annidata nell’arma. Molte lame antiche sono state forgiate mediante incantesimi per dare maggiore potere o astuzia a chi le usava. Si dice che alcune avessero addirittura la capacità di risanare le ferite. Tieni d’occhio quell’ascia. – E se la cosa fosse limitata all’ascia? Di certo essa gli potrà essere soltanto d’aiuto durante i combattimenti. – Vorrei che fosse vero – ribatté il prete, scuotendo il capo. – Però il male non esiste al fine di servire, bensì di dominare. Se è davvero posseduta, quell’ascia deve avere una storia... una storia oscura. Chiedigli del passato dell’arma, e quando saprai tutto su di essa e sugli uomini che l’hanno impugnata, capirai le mie parole. Sieben ringraziò il prete e lasciò il tempio. Fuori non c’era traccia di Druss, e dal momento che non aveva nessun desiderio di avventurarsi nelle vicinanze delle mura il poeta s’incamminò con passo tranquillo attraverso la città quasi deserta fino a quando udì una musica dolce giungere da un vicino cortile. Allorché si avvicinò al cancello di ferro battuto scorse al di là di esso tre donne sedute in un giardino, una intenta a suonare la lira e le altre due a cantare una gentile canzone d’amore. – Buon giorno, mie signore – le salutò, con il suo sorriso più smagliante, oltrepassando il cancello. La musica cessò immediatamente e tutte e tre le donne sollevarono lo sguardo su di lui. Erano giovani e graziose, e Sieben calcolò che la più matura dovesse avere al massimo diciassette anni, una ragazza dai capelli scuri e dagli occhi neri, con le labbra piene e il corpo snello. Le altre due erano più minute, bionde di capelli e con gli occhi azzurri. I loro abiti erano di lucido satin, azzurro quello della bellezza bruna, bianco quello delle sue compagne. – Sei venuto per vedere nostro fratello, signore? – domandò la ragazza bruna, alzandosi dal suo sedile e deponendo la lira su di esso. – No, sono stato attirato qui dalla dolcezza della tua musica e dalla grazia delle voci che l’accompagnavano. Sono uno straniero in questa città e sono anche un amante di tutte le cose belle, quindi posso soltanto ringraziare il fato per la visione che ho trovato qui. Le ragazze più giovani ridacchiarono, ma la sorella maggiore si limitò a sorridere. – Parole gradevoli, signore, ben formulate e... non ne dubito... spesso ripetute. Sono lisce e arrotondate come il filo di un’arma che sia stata molto usata. – In vero, mia signora – ribatté il poeta, con un inchino, – è mio piacere e mio privilegio osservare la bellezza dovunque la posso trovare, renderle omaggio e piegare il ginocchio dinanzi ad essa. Ciò però non rende meno sincere le mie parole. La ragazza sorrise con maggiore calore, poi scoppiò a ridere. – Credo che tu sia un furfante, signore, ed un libertino... e in tempi più interessanti avrei convocato un servitore per farti scacciare dalla casa. Dal
momento che siamo in guerra e che gli intrattenimenti scarseggiano, sei però il benvenuto... ma soltanto finché continuerai ad essere divertente. – Dolce signora, credo di poterti promettere intrattenimenti in abbondanza, sia con le parole che con i fatti – ritorse Sieben, e rimase deliziato quando lei non arrossì della sua audacia, contrariamente alle sorelle più giovani. – Belle promesse, signore, ma forse ti sentiresti meno sicuro delle tue vanterie se fossi consapevole della qualità dei divertimenti di cui ho potuto godere in passato. Questa volta fu Sieben a scoppiare a ridere. – Se dovessi dirmi che Azhral, il Principe del Cielo, è venuto nelle tue camere e ti ha trasportata nel Palazzo dell’Infinita Varietà potrei essere vagamente preoccupato – commentò. – Un libro del genere non dovrebbe essere menzionato in gentile compagnia – lo rimproverò la ragazza. Sieben le si avvicinò maggiormente e le prese la mano, portandosela alle labbra e girandola in modo da baciarla sul palmo. – Affatto – sussurrò. – Quel libro ha grandi meriti, perché splende come una lanterna in luoghi nascosti, apre i veli e ci guida sulle vie del piacere. Consiglio il sedicesimo capitolo a tutti gli amanti novelli. – Mi chiamo Asha – ribatté la ragazza, – e mi auguro che le tue azioni siano all’altezza delle tue belle parole, perché reagisco male quando resto delusa. – Stavi sognando, Pahtai – disse Pudri, quando Rowena riaprì gli occhi e si trovò seduta sotto il sole, sulla riva del lago. – Non so cosa sia successo – rispose lei. – È stato come se la mia anima fosse stata trascinata via dal corpo. Ero in una stanza, e c’era Druss seduto di fronte a me. – La tristezza genera molte visioni di speranza – citò l’eunuco. – No, era una cosa reale, ma poi la presa si è allentata e sono tornata indietro prima di potergli dire dove mi trovavo. – Forse succederà di nuovo – la rassicurò Pudri, battendole un colpetto sulla mano, – ma adesso devi ricomporti perché il padrone sta intrattenendo il grande Satrapo Shabag: è stato mandato a comandare le forze che circondano Capalis, ed è molto importante che tu gli dia buoni presagi. – Io posso offrire soltanto la verità. – Ci sono molte verità, Pahtai. Un uomo può avere soltanto pochi giorni da vivere e tuttavia trovare in quell’arco di tempo un grande amore. La veggente che gli dicesse che è vicino alla morte gli causerebbe un grande dolore... e sarebbe sincera. Nello stesso modo il profeta che gli garantisse di essere prossimo a trovare l’amore direbbe a sua volta la verità, ma creerebbe una grande gioia in quell’uomo condannato. – Sei molto saggio, Pudri – sorrise Rowena. – Sono vecchio, Rowena – rispose l’eunuco, scrollando le spalle.
– È la prima volta che mi chiami con il mio vero nome. – È un bel nome – ridacchiò lui, – ma lo è anche Pahtai, che significa gentile colomba. Adesso però dobbiamo andare al tempio. Vuoi che ti fornisca qualche informazione sul conto di Shabag? Questo potrebbe aiutare il tuo talento? – No, non mi dire nulla – sospirò lei. – Vedrò quello che ci sarà da vedere.... e ricorderò il tuo consiglio. Tenendosi sotto braccio entrarono nel palazzo e percorsero i corridoi coperti da ricchi tappeti, oltrepassando la scalinata splendidamente intagliata che conduceva agli appartamenti superiori; statue e busti di marmo erano inseriti in nicchie presenti ogni dieci passi su entrambi i lati del corridoio e il soffitto sovrastante era abbellito da immagini tratte dalla letteratura ventriana, mentre gli architravi erano rivestiti di lamina dorata. Quando si avvicinarono al tempio un alto guerriero emerse da una porta laterale e nel vederlo Rowena ebbe un sussulto perché in un primo istante le parve che si trattasse di Druss. L’uomo aveva infatti le stesse spalle ampie e la stessa mascella marcata, e gli occhi sotto le spesse sopracciglia erano di un azzurro intenso. Quando la vide il guerriero sorrise e s’inchinò. – Questo è Michanek, Pahtai: è il campione dell’imperatore naashanita... un grande spadaccino e un ufficiale degno di rispetto – presentò Pudri, inchinandosi al guerriero. – Questa dama è Rowena, un’ospite del mio signore, Kabuchek. – Ho sentito parlare di te, signora – replicò Michanek, con voce sommessa e vibrante, prendendole la mano e portandosela alle labbra. – Hai salvato il mercante dagli squali, impresa non da poco. Adesso che ti ho vista posso però comprendere come perfino uno squalo abbia voluto evitare di fare qualcosa che potesse alterare la tua bellezza. Senza lasciarle andare la mano incurvò le labbra in un sorriso e si fece più vicino, aggiungendo: – Mi puoi predire la sorte, signora? Rowena si sentiva la gola arida, ma si costrinse a incontrare il suo sguardo. – Tu... tu conseguirai la tua più grande ambizione e realizzerai la tua più grande speranza. – Tutto qui, signora? – commentò Michanek, con un evidente cinismo nello sguardo. – Di certo qualsiasi ciarlatano di strada saprebbe dire le stesse cose. Come morirò? – A meno di quindici metri da dove ci troviamo, fuori nel cortile. Vedo dei soldati con il mantello e l’elmo nero che superano le mura. Tu radunerai i tuoi uomini per un’ultima difesa davanti alle porte di questa casa. Al tuo fianco ci saranno... il tuo fratello più giovane e un secondo cugino. – E quando succederà? – Un anno esatto dopo il tuo matrimonio. – E qual è il nome della dama che sposerò? – Non intendo dirtelo – replicò Rowena. – Ora dobbiamo andare, signore – intervenne Pudri. – I signori Kabuchek e Shabag ci stanno aspettando. – Ma certo. È stato un piacere conoscerti, Rowena, e spero che ci incontreremo ancora.
Rowena non rispose e seguì Pudri all’interno del tempio. Quando giunse il crepuscolo e il nemico si ritirò Druss rimase sorpreso nel vedere i guerrieri ventriani lasciare le mura e incamminarsi lungo le strade cittadine. – Dove stanno andando tutti? – chiese al guerriero seduto accanto a lui, che si era tolto l’elmo e si stava asciugando con un panno il volto striato di sudore. – A mangiare e a riposare – rispose l’uomo. Druss scrutò le mura, notando che su di esse era rimasta soltanto una manciata di uomini, per lo più seduti con le spalle rivolte ai bastioni. – E se ci fosse un altro attacco? – domandò. – Non ci sarà. Questo appena finito era il quarto. – Il quarto? – ripeté Druss, sorpreso. Il guerriero, un uomo di mezz’età con il volto rotondo e acuti occhi azzurri, si girò a guardarlo con un sorriso. – Devo dedurre che non sei uno studioso di strategia. Questo è il tuo primo assedio, vero? – chiese, e quando Druss annuì proseguì: – Dunque, le regole di un assedio sono precise e prevedono un massimo di quattro attacchi nell’arco di un periodo di ventiquattro ore. – Perché soltanto quattro? – È passato molto tempo dall’ultima volta che ho studiato il manuale rispose l’uomo, scrollando le spalle, – ma se ben ricordo si tratta di una questione di morale. Quando ha scritto L’Arte della Guerra, Zhan Tsu ha spiegato che dopo quattro attacchi lo spirito degli assalitori tende a cedere alla disperazione. – Fra loro non ci sarebbe molta disperazione se ci attaccassero adesso... o dopo il calare della notte – sottolineò Druss. – Non lo faranno – replicò lentamente il suo compagno, esprimendosi come se stesse parlando con un bambino. – Se avessero progettato un attacco notturno, durante il giorno avremmo sostenuto soltanto tre assalti. – E queste regole sono contenute in un libro? – insistette Druss, sconcertato. – Sì, un’opera eccellente scritta da un generale chiatze. – E a causa di un libro lascerete queste mura praticamente indifese per tutta la notte? – Non di un libro, ma delle regole d’assedio – rise l’uomo. – Vieni con me agli alloggiamenti e ti fornirò una spiegazione più chiara. Mentre s’incamminavano Druss apprese che il guerriero, Oliquar, prestava servizio nell’esercito ventriano da oltre vent’anni. – Un tempo sono stato perfino ufficiale, durante la Campagna di Opal. Ci hanno quasi spazzati via, ed è stato così che ho ottenuto il comando di una compagnia di quaranta uomini, però la cosa non è durata. Il generale mi ha offerto una commissione, ma non mi potevo permettere un’armatura e quindi sono dovuto tornare fra i ranghi. Comunque non è una brutta vita, hai buoni compagni e due pasti garantiti ogni giorno.
– Perché non potevi permetterti l’armatura? Gli ufficiali non vengono forse pagati? – Certamente, ma soltanto un disha al giorno, il che è la metà di quello che guadagno adesso. – Gli ufficiali ricevono una paga che è la metà di quella dei soldati semplici? È una cosa stupida. – Invece non lo è – ribatté Oliquar, scuotendo il capo. – In questo modo i ricchi sono gli unici che si possano permettere di rivestire la carica di ufficiali, il che significa che soltanto i nobili... o i figli dei mercanti, che desiderano diventare nobili... possono comandare e il potere rimane in mano alle famiglie nobiliari. Da dove arrivi, ragazzo? – Sono un Drenai. – Ah, sì. Non sono mai stato nella tua terra, ma da quanto mi hanno detto le montagne di Skeln sono di una bellezza eccezionale, verdi e lussureggianti come le Saurab. Mi mancano le mie montagne. Druss sedette con Oliquar negli Alloggiamenti Occidentali e consumò in sua compagnia un pasto a base di cipolle selvatiche e di carne di manzo prima di avviarsi per tornare alla taverna deserta. Era una notte tranquilla, senza nubi, e la luna tingeva di argento le pareti bianche e spettrali degli edifici. Non trovando Sieben nella stanza che avevano requisito, Druss sedette alla finestra e lasciò vagare lo sguardo sul porto, osservando le creste delle onde che spiccavano illuminate dalla luna sulla vasta distesa d’acqua simile a ferro fuso. Aveva combattuto nel corso di tre dei quattro attacchi nei quali gli avversari dal mantello rosso e dall’elmo adorno di crini di cavallo erano venuti avanti di corsa muniti di scale da appoggiare alle mura. Dall’alto erano piovute rocce e frecce, ma essi avevano continuato ad avanzare. I primi a raggiungere la sommità delle mura erano caduti sotto le lance e le spade, ma alcuni combattenti migliori degli altri erano riusciti ad arrivare sui bastioni dove erano infine stati abbattuti dai difensori. A metà del secondo attacco nell’aria era echeggiato un rumore sordo e ritmato, simile a una serie di controllati scoppi di tuono. – Stanno usando un ariete – aveva spiegato un soldato, accanto a Druss. – Non avranno molta fortuna, perché quelle porte sono rinforzate con ferro e ottone. Adesso Druss si appoggiò all’indietro sulla sedia e abbassò lo sguardo su Snaga. Per lo più si era servito dell’ascia per spingere indietro le scalette, facendole scivolare lungo le mura in modo che gli assalitori precipitassero sul terreno roccioso sottostante, e soltanto due volte l’arma aveva versato sangue. Druss protese una mano ad accarezzarne l’impugnatura, ricordando le vittime... un alto guerriero privo di barba e un uomo bruno e grasso che portava un elmo di ferro. Il primo era morto quando Snaga gli aveva trapassato la corazza di legno, il secondo aveva avuto l’elmo spaccato in due dalle lame argentee dell’ascia. Druss passò un pollice su di esse senza trovarvi il minimo segno o la minima scheggiatura. Sieben arrivò nella stanza appena prima di mezzanotte.
– Cosa ti è successo? – domandò Druss, vedendo che il poeta aveva gli occhi arrossati e sbadigliava costantemente. – Ho trovato delle nuove amiche – sorrise Sieben, sfilandosi gli stivali e adagiandosi su uno degli stretti giacigli. – Dall’odore si direbbe che ti sia rotolato in un aiuola piena di fiori – osservò Druss, annusando l’aria. – In un letto di fiori – precisò Sieben, con un sorriso. – Sì, è proprio la descrizione che fornirei io. – Lascia perdere e dimmi piuttosto cosa sai delle regole che si applicano in uno scontro militare o in un assedio – disse Druss, accigliandosi. – So tutto riguardo alle mie regole personali di assedio, ma deduco che tu ti stia riferendo all’arte della guerra ventriana – replicò il poeta, sollevandosi a sedere sul letto. – Sono stanco, Druss, quindi cerchiamo di rendere breve questa conversazione. Domattina ho un appuntamento e devo rimettermi in forze. – Oggi ho visto morire decine di uomini e altre centinaia restare feriti – ribatté Druss, ignorando l’esagerato sbadiglio con cui Sieben accompagnò le proprie parole. – E tuttavia adesso sulle mura c’è soltanto una manciata di soldati e il nemico attende passivo il sorgere del sole. Perché? Nessuna delle due parti vuole vincere? – Qualcuno vincerà – rispose Sieben, – ma questa è quella che si definisce una terra civile, e i suoi abitanti praticano l’arte della guerra da migliaia di anni. L’assedio si protrarrà per alcune settimane o anche per alcuni mesi, e ogni giorno i combattenti conteranno le perdite riportate. Se non ci sarà qualche evento determinante, ad un certo punto una delle due fazioni offrirà di venire a patti con il nemico. – Cosa intendi per venire a patti? – Se decideranno di non poter vincere gli assedianti si ritireranno, e se gli uomini rinchiusi in città riterranno che sia tutto perduto diserteranno a favore del nemico. – E che ne sarà di Gorben? – Le sue truppe lo uccideranno oppure lo consegneranno ai Naashaniti spiegò Sieben, scrollando le spalle. – Dèi, ma i Ventriani non hanno onore? – Certo che ne hanno, ma la maggior parte di questi uomini è costituita da mercenari provenienti da numerose tribù orientali, che sono fedeli soltanto a chi li paga di più. – Se le regole della guerra sono così civili – obiettò Druss, – perché gli abitanti della città sono fuggiti? Perché non hanno soltanto aspettato la fine dei combattimenti per mettersi al servizio del vincitore, chiunque fosse? – Nel migliore dei casi sarebbero stati resi schiavi e nel peggiore sarebbero stati massacrati. Questa può essere una terra civile, Druss, ma è anche aspra. – Gorben è in grado di vincere? – Non come si sono messe le cose, ma potrebbe essere fortunato. In Ventria spesso gli assedi vengono risolti mediante un combattimento fra campioni, anche
se un evento del genere potrebbe avere luogo soltanto nel caso che le due fazioni fossero a parità di forze e ritenessero entrambe di disporre di un campione considerato invincibile. Non succederà qui perché Gorben è decisamente inferiore numericamente. Adesso che dispone dell’oro che Bodasen gli ha procurato potrà però mandare delle spie nel campo nemico e corrompere i soldati perché disertino a suo favore. È improbabile che la cosa funzioni, ma non è da escludere. Chi può dirlo? – Dove hai imparato tutte queste cose? – volle sapere Druss. – Ho appena passato un pomeriggio molto istruttivo in compagnia della Principessa Asha... la sorella di Gorben. – Cosa? – tempestò Druss. – Sei impazzito? Non hai imparato nulla da quello che ti è successo a Mashrapur? Siamo qui da un solo giorno e sei già in calore! – Io non sono in calore – lo corresse Sieben, in tono secco. Io amo... e quello che faccio non ti riguarda. – È vero – ammise Druss, – e te lo ricorderò quando ti verranno a prendere per sventrarti o per impalarti. – Ah, Druss! – esclamò Sieben, riadagiandosi sul letto. – Ci sono cose per cui vale la pena di morire, e lei è molto bella. Per gli dèi, un uomo potrebbe fare di peggio che sposarla. Druss gli volse le spalle, tornando a guardare verso la finestra, e subito Sieben si pentì delle proprie parole. – Mi dispiace, amico mio, non stavo riflettendo – si scusò, avvicinandosi a Druss e posandogli una mano sulla spalla. – E mi dispiace anche per quello che è successo con il prete. – Era la sua voce – mormorò Druss, deglutendo a fatica nello sforzo di mantenere le proprie emozioni sotto controllo. – Ha detto che mi stava spettando, quindi ho pensato che se fossi andato sulle mura sarei potuto morire e andare da lei. Però non è arrivato nessun nemico che avesse il coraggio o l’abilità per abbattermi, non ne arriverà mai nessuno... e io non ho il coraggio di togliermi la vita. – Quello non sarebbe un atto di coraggio, Druss, e Rowena stessa non vorrebbe una cosa del genere. Lei sarebbe felice di saperti risposato. – Mai! – Non hai ancora vent’anni, amico mio. Ci sono altre donne. – Ma nessuna come lei. Adesso però Rowena non c’è più e non intendo parlarne ancora. La terrò qui dentro – disse, toccandosi il petto, – e non la dimenticherò. Ora torniamo a quello che mi stavi dicendo riguardo alle tecniche militari degli orientali. Sieben prelevò un boccale d’argilla da uno scaffale vicino alla finestra, ne soffiò via la polvere e lo riempì d’acqua, trangugiandola in un solo sorso. – Per gli dèi, che sapore orrendo! D’accordo... la tecnica militare degli orientali. Cosa vuoi sapere? – Dunque – rispose lentamente Druss, – mi hanno già detto che il nemico può attaccare soltanto quattro volte al giorno, ma perché assalire un muro soltanto?
Sono così numerosi che potrebbero circondare la città e attaccare molti punti contemporaneamente. – Lo faranno, Druss, ma non durante il primo mese. Questo è il momento della valutazione, nel quale le nuove reclute vengono messe alla prova per qualche settimana per valutarne il coraggio. Poi ricorreranno alle macchine da assedio, che dovrebbero essere impiegate per tutto il secondo mese, e dopo forse useranno le catapulte per scagliare grossi massi oltre le mura. Se alla fine del terzo mese nulla avrà avuto successo chiameranno i genieri e scaveranno sotto le mura nel tentativo di farle crollare. – E quali sono le regole degli assediati? – volle sapere Druss. – Non capisco. – Ecco, supponiamo che fossimo noi ad attaccare loro. Potremmo farlo per quattro volte? O attaccare di notte? A quali regole ci si deve attenere? – Non è una questione di regole, Druss, ma piuttosto di buon senso. Gorben è numericamente inferiore nella misura di circa venti contro uno, e se andasse all’attacco verrebbe spazzato via. Druss annuì e scivolò nel silenzio per un lungo momento. – Chiederò ad Oliquar di prestarmi il suo libro – disse infine. – Tu me lo leggerai, cosi capirò. – Adesso possiamo dormire? – chiese Sieben. Druss annuì e raccolse l’ascia da terra: senza togliersi né gli stivali né il giustacuore si distese sul secondo letto deponendo Snaga al proprio fianco. – Per dormire non hai bisogno di avere un’ascia nel letto. – Mi dà conforto – rispose Druss, chiudendo gli occhi. – Dove l’hai presa? – Apparteneva a mio nonno. – Era un grande eroe? – domandò Sieben, speranzoso. – No, era un folle e un terribile assassino. – Una bella cosa – commentò Sieben, adagiandosi a sua volta sul letto. – È piacevole sapere di avere un mestiere di famiglia a cui ricorrere quando i tempi si fanno duri.
CAPITOLO SESTO Appoggiato allo schienale della sedia, Gorben attese che il suo servitore, Mushran, finisse di radergli con cura il velo di barba che gli ombrava il mento. – Perché mi stai fissando così? – domandò, sollevando lo sguardo sul vecchio. – Sei stanco, ragazzo mio, hai gli occhi arrossati e segnati da occhiaie purpuree. – Un giorno mi chiamerai “grande signore” o “mio imperatore” – sorrise Gorben, – ed io vivo in attesa che questo accada, Mushran. – Altri uomini ti possono elargire questi titoli – ridacchiò il vecchio, – altri si possono gettare a terra davanti a te e battere la fronte sulla pietra. Quando ti guardo, ragazzo mio, io vedo però il bambino che c’era prima dell’uomo e il neonato che c’era prima del bambino. Ti ho preparato da mangiare e ti ho pulito il posteriore, e sono troppo vecchio per picchiare la mia povera testa sulle pietre ogni volta che tu entri in una stanza. Inoltre, stai cambiando argomento. Devi riposare maggiormente. – Forse non ti sei accorto che siamo sotto assedio da un mese? Mi devo mostrare agli uomini, mi devono veder combattere altrimenti perderanno il coraggio. Inoltre ci sono le scorte di viveri da organizzare, le razioni da stabilire... un centinaio di diversi doveri. Trovami altre ore nell’arco di una giornata e ti prometto che le userò per riposare. – Non hai bisogno di altre ore – scattò il vecchio, ritraendo il rasoio e ripulendo la lama dall’olio e dai peli di barba che la ricoprivano, – hai bisogno di uomini migliori. Nebuchad è un bravo ragazzo... ma è lento di mente, e quando a Jasua... – Mushran fece una pausa e levò gli occhi al soffitto. – È un assassino eccellente, ma ha il cervello collocato appena sopra il suo... – Ora basta! – esclamò Gorben, in tono peraltro amabile. – Se sapessero in che modo parli di loro i miei ufficiali ti farebbero assalire in un vicolo e percuotere a morte. In ogni caso, che ne pensi di Bodasen? – È il migliore di tutti... ma ad essere onesti questo non vuol dire molto. La risposta di Gorben venne troncata dal discendere del rasoio verso la sua gola, e lui sentì la lama affilata che gli seguiva la linea della mascella e i contorni della bocca. – Ecco fatto! – dichiarò con orgoglio Mushran. – Adesso hai almeno l’aspetto di un imperatore. Gorben si alzò in piedi e si accostò alla finestra. Fuori era in corso il quarto attacco, ma pur sapendo che sarebbe stato respinto lui non poteva fare a meno di notare le enormi torri da assedio che stavano già venendo messe in posizione in previsione dell’indomani. Nel guardarle immaginò centinaia di uomini impegnati a trascinarle in avanti, vide con l’occhio della mente le massicce rampe d’attacco che si abbattevano sui bastioni e sentì le grida di guerra dei Naashaniti che si arrampicavano su per i gradini, percorrevano la rampa e si scagliavano contro i difensori. Naashaniti? Scoppiò in un’amara risata dovuta alla consapevolezza che due terzi dei soldati nemici erano guerrieri ventriani, seguaci di Shabag, uno dei
satrapi rinnegati. Ventriani che uccidevano Ventriani! Era una cosa oscena... e che scopo aveva? Quanto più ricco poteva diventare Shabag? Quanti palazzi poteva occupare nello stesso momento? Il padre di Gorben era stato un uomo debole e un cattivo giudice del carattere degli uomini, ma nonostante questo era stato un imperatore che aveva a cuore il proprio popolo. Ogni città aveva un’università costruita con fondi forniti dalla tesoreria imperiale, c’erano collegi in cui gli studenti più brillanti potevano imparare l’arte della medicina e assistere a conferenze tenute dai migliori erboristi di Ventria, c’erano scuole, ospedali e un sistema di strade che non era secondo a nessun altro in tutto il continente... ma la conquista maggiore era stata la formazione dei Corrieri Reali, che potevano portare un messaggio da un capo all’altro dell’impero in meno di dodici settimane. Mezzi di comunicazione così rapidi significavano che se una qualsiasi satrapia avesse subito un disastro naturale... una pestilenza, una carestia o un’inondazione... sarebbe stato possibile mandare aiuti quasi immediatamente. Adesso però le città erano state conquistate oppure erano sotto assedio, il conto dei morti stava raggiungendo un totale spaventoso, le università erano chiuse, il caos della guerra stava distruggendo tutto quello che suo padre aveva costruito. Con un grande sforzo Gorben si costrinse a soffocare la propria ira e si concentrò freddamente sul problema a cui si trovava di fronte a Capalis. La giornata dell’indomani sarebbe stata determinante per l’andamento dell’assedio, perché se i suoi guerrieri avessero retto fra i nemici si sarebbe diffuso lo sgomento mentre in caso contrario... In caso contrario per noi sarà la fine, pensò con un cupo sorriso, consapevole che se fosse stato sconfitto Shabag lo avrebbe fatto trascinare al cospetto dell’imperatore naashanita. Un sospiro gli sfuggì dalle labbra. – Non lasciare mai che la disperazione entri nella tua mente – suggerì Mushran. – In essa non c’è nessun profitto. – Leggi nella mente meglio di qualsiasi veggente. – Non nella mente, sui volti, quindi libera i tuoi lineamenti da quell’espressione e io lascerò passare Bodasen. – Quando è arrivato? – Un’ora fa. Gli ho detto di aspettare, che avevi bisogno di raderti... e di riposare. – In una vita passata devi essere stato una madre perfetta – ribatté Gorben. Mushran scoppiò a ridere e lasciò la stanza, tornando di lì a poco insieme a Bodasen, che fece entrare con un inchino. – Il Generale Bodasen, grande signore e mio imperatore – disse, poi indietreggiò e si chiuse la porta alle spalle. – Non so perché tolleri quell’uomo, mio signore! – scattò Bodasen. – E sempre insolente. – Mi volevi vedere, generale? – Sì, signore – rispose Bodasen, mettendosi sull’attenti. – Druss dell’Ascia è venuto a cercarmi la scorsa notte e mi ha esposto un piano relativo alle torri
d’assedio. – Continua. – Le vuole attaccare – spiegò Bodasen, schiarendosi la gola. Gorben fissò con attenzione il generale e vide un profondo rossore diffondersi sulle sue guance. – Attaccare? – ripeté. – Sì, signore. Stanotte, con la protezione del buio, propone... di assalire il campo nemico e di appiccare il fuoco alle torri. – La ritieni una cosa possibile? – No, signore... ecco... forse. Ho visto quell’uomo lanciarsi su una trireme corsara e costringere cinquanta pirati a gettare le armi. Non so se potrebbe avere successo anche questa volta, ma... – Ti sto ascoltando. – Non abbiamo scelta. Ci sono trenta torri da assedio, mio signore. Prenderanno il muro e noi non riusciremo a difenderlo. – Come intende appiccare il fuoco? – domandò Gorben, sedendo su un divano. – E cosa pensa che starà facendo nel frattempo il nemico? Quel legno è vecchio, stagionato e massiccio, quindi ci vorrà un fuoco molto grosso perché attecchisca. – Ne sono consapevole, mio signore, ma Druss afferma che i Naashaniti saranno troppo occupati per pensare alle torri – rispose Bodasen, poi si schiarìancora la gola e proseguì: – È intenzionato ad attaccare il centro del campo, uccidere Shabag e gli altri generali e causare una tale quantità di danni da permettere ad un gruppo di uomini di uscire di soppiatto da Capalis per appiccare il fuoco sotto le torri. – E quanti guerrieri ha richiesto? – Duecento. Afferma di averli già scelti. – Lui li avrebbe già scelti? – È un uomo molto... popolare, mio signore – confessò Bodasen, abbassando lo sguardo verso il pavimento. – Ha combattuto ogni giorno e conosce bene gran parte dei nostri guerrieri, che lo rispettano. – Ha scelto qualche ufficiale? – Soltanto uno... mio signore. – Lasciami indovinare. Ha scelto te. – Sì, mio signore. – E sei disposto a guidare questa... questa pazzesca avventura? – Sì, mio signore. – Lo proibisco, però puoi riferire a Druss che acconsento al suo piano e che sceglierò di persona l’ufficiale che lo accompagnerà. Bodasen parve sul punto di protestare, ma poi si trattenne ed eseguì un profondo inchino, indietreggiando verso la porta. – Generale! – chiamò ancora Gorben. – Sì, mio signore? – Sono molto contento di te – affermò Gorben, senza guardarlo in volto, poi uscì sulla balconata e trasse una profonda boccata di aria notturna, fredda e pervasa
del profumo del mare. Shabag osservò il sole al tramonto ammantare di fuoco le montagne e incendiare il cielo come se fosse stato la volta dell’Inferno, tingendolo di un cupo carminio e di un arancione violento, poi rabbrividì. I tramonti non gli erano mai piaciuti perche parlavano di fine, di incostanza... della morte del giorno. Le torri d’assedio erano schierate in una cupa linea davanti alle mura di Capalis, mostruosi giganti che promettevano la vittoria, e lui indugiò a contemplare la prima di esse: l’indomani sarebbero state trascinate fino alle mura, le bocche di quei giganti si sarebbero aperte, le rampe di attacco sarebbero calate sui bastioni come rigide lingue protese... Shabag fece una pausa, chiedendosi come portare avanti l’analogia, poi immaginò i guerrieri che s’inerpicavano su per il ventre di quelle bestie di legno e si scagliavano contro il nemico, e ridacchiò. Poteva paragonare la cosa all’alito della morte, al respiro di un drago? No, era più simile all’acido emesso da un demone. Sì, questa è un’immagine che mi piace, pensò. Le torri erano state smontate, portate fino a Capalis su grandi carri provenienti da Resha, nel nord, e rimontate sul posto. Il loro impiego era costato ventiquattromila monete d’oro, e Shabag era ancora furente per il fatto di aver dovuto sostenere lui solo quella spesa. L’imperatore naashanita era un uomo parsimonioso. – Domani metteremo le mani su di lui, signore? – domandò uno dei suoi aiutanti. Shabag riportò la mente al presente e si girò verso l’uomo che aveva parlato, consapevole che con quel lui l’ufficiale aveva inteso riferirsi a Gorben. – Lo voglio vivo – rispose, umettandosi le labbra e cercando di impedire all’odio di trasparirgli dalla voce. Quanto detestava Gorben! Quanto aveva disprezzato sia lui che la sua sgomentante presunzione. Uno scherzo del destino gli aveva lasciato nelle mani un trono che sarebbe spettato di diritto a lui, Shabag, perché entrambi avevano in comune gli stessi antenati... i re gloriosi che avevano creato un impero che non aveva pari nella storia. Il nonno di Shabag aveva occupato il trono di quell’impero, ma poi era morto in battaglia lasciandosi alle spalle soltanto delle figlie, ed era stato in questo modo che il padre di Gorben aveva salito i gradini dorati e si era posato sul capo la corona di rubini. E che ne era stato dell’impero? Aveva ristagnato. Invece di eserciti, di conquiste e di gloria erano state costruite scuole, belle strade e ospedali. E a che scopo? In questo modo i deboli venivano tenuti in vita per generare altri esseri deboli, i contadini imparavano a scrivere e finivano per essere ossessionati dal pensiero di migliorare la loro condizione. Interrogativi che non avrebbero mai dovuto essere posti venivano apertamente discussi nelle piazze cittadine: In base a quale diritto le famiglie nobili governano la nostra vita? Non siamo forse uomini
liberi? In base a quale diritto? In base al diritto di nascita, pensò Shabag, il diritto del sangue, del fuoco e dell’acciaio! Ripensò con piacere al giorno in cui aveva fatto circondare dalle sue truppe l’università di Resha, dopo che gli studenti in essa raccolta avevano protestato contro la guerra. Aveva fatto chiamare il loro capo, che era venuto armato non di una spada ma di una pergamena... un’opera antica scritta da Pashtar Sen, che il ragazzo aveva letto ad alta voce. Aveva posseduto una bella voce, e il pezzo da lui letto era ben scritto, pieno di pensieri di onore, di patriottismo e di fratellanza, ma del resto quando Pashtar Sen lo aveva scritto i servi erano stati consapevoli del loro posto nel mondo e i contadini avevano vissuto nel reverenziale timore di chi era migliore di loro, sentimenti che adesso stavano scomparendo. Aveva lasciato che il ragazzo finisse la lettura, perché qualsiasi altro comportamento sarebbe stato scortese e indegno di un nobile, poi lo aveva sventrato come un pesce. Oh, com’erano fuggiti a quel punto i coraggiosi studenti! Soltanto che non avevano avuto dove rifugiarsi ed erano morti a centinaia, come larve che scaturissero da una piaga piena di pus. Sotto il vecchio imperatore l’Impero Ventriano aveva cominciato a decadere, e la sola possibilità di farlo risorgere risiedeva nella guerra. Sì, pensò Shabag, i Naashaniti riterranno di avere vinto e in effetti io sarò un re vassallo. Ma non per molto. Non per molto... – Chiedo scusa, signore – chiamò un ufficiale, e Shabag si girò verso di lui. – Sì? – Una nave ha lasciato Capalis e si è diretta a nord lungo la costa. A bordo c’erano parecchi uomini. – Gorben è fuggito – esclamò Shabag, con un’imprecazione. – Ha visto i nostri giganti e si è reso conto di non poter vincere. Quella consapevolezza lo riempì di un nauseante senso di delusione derivante dal fatto che aveva atteso l’indomani con estrema impazienza, e lo indusse a girarsi verso le lontane mura della città quasi aspettandosi di vederne uscire l’Araldo della Resa. – Sarò nella mia tenda – disse infine. – Svegliatemi quando manderanno i termini di resa. – Sì, signore. Si allontanò quindi attraversò il campo in preda ad un’ira crescente: adesso qualche corsaro di infima nascita avrebbe catturato Gorben e forse lo avrebbe anche ucciso. – Darei la mia anima, pur di avere Gorben davanti a me! – ringhiò, sollevando lo sguardo sul cielo sempre più scuro. Il sonno rifiutò di venire e Shabag di trovò a desiderare di aver portato con sé la schiava datiana: giovane, innocente e di una remissività squisita, lei avrebbe saputo
procurargli il sonno e sogni piacevoli. Alzatosi dal letto accese un paio di lanterne. La fuga di Gorben... sempre che fosse riuscito ad evitare i corsari... avrebbe provocato un prolungarsi della guerra, ma soltanto di pochi mesi: Capalis sarebbe stata sua entro l’indomani e dopo di essa sarebbe caduta anche Ectanis. Allora Gorben sarebbe stato costretto a ritirarsi fra le montagne e a gettarsi alla mercé delle tribù selvagge che vi abitavano. Riuscire a braccarlo avrebbe richiesto del tempo, ma non troppo, e la caccia avrebbe potuto costituire un diversivo durante i cupi mesi invernali. Shabag ripensò quindi al proprio palazzo di Resha, e decise che dopo aver organizzato la resa di Capalis sarebbe tornato a casa per riposare, immaginando le comodità che quella città aveva da offrire, i teatri. l’arena e i giardini. Ormai i ciliegi dovevano essere in fiore intorno al lago, lasciando cadere i loro petali sulle acque cristalline e pervadendo l’aria di un dolce profumo. Era trascorso appena un mese da quando aveva sostato vicino al lago insieme a Darishan, i cui capelli intrecciati avevano brillato come argento sotto il sole? – Perché indossi quei guanti, cugino? – chiese Darishan, gettando un ciottolo nell’acqua. Un grosso pesce dorato agitò la coda in segno di protesta per l’improvviso smuoversi della superficie e scomparve in profondità. – Mi piace la sensazione che danno – rispose Shabag, irritato. – Però non sono venuto qui per discutere questioni di vestiario. – Sei sempre così serio? – ridacchiò Darishan. – La vittoria è ormai prossima. – Lo hai già detto un anno fa – sottolineò Shabag. – E avevo ragione anche allora. Questa guerra è come una caccia al leone, cugino: finché si trova nel fitto del sottobosco la belva ha una possibilità di farcela, ma una volta che la si spinge sul terreno scoperto e la si fa correre verso le montagne e solo questione di tempo prima che le forze le vengano meno. Gorben sta esaurendo le forze e l’oro. – Ha ancora tre eserciti. – All’inizio ne aveva sette, e adesso due sono sotto il mio comando, uno sotto il tuo e un altro è stato distrutto. Suvvia, cugino, perché sei tanto tetro? – Voglio vedere la fine di questa guerra in modo che io possa cominciare la ricostruzione – dichiarò Shabag, scrollando le spalle. – Io? Di certo intendevi dire noi. – Una svista, cugino – si affrettò a correggersi Shabag, costringendosi a sorridere. Darishan si appoggiò allo schienale di marmo della panca e prese a giocherellare distrattamente con una delle sue trecce; anche se non aveva ancora quarant’anni i suoi capelli erano incredibilmente chiari, argentei e bianchi, e lui li portava intrecciati con fili d’oro e di rame. – Non mi tradire, Shabag – avvertì. – Da solo non saresti in grado di sconfiggere i Naashaniti. – Un pensiero ridicolo, Darishan. Siamo consanguinei... e siamo amici.
Gli occhi freddi di Darishan incontrarono lo sguardo di quelli di Shabag, poi lui sorrise a sua volta. – Sì – sussurrò, – amici e cugini. Mi chiedo dove si stia nascondendo oggi l’altro nostro cugino... ed ex-amico... Gorben. – Lui non è mai stato mio amico – protestò Shabag, arrossendo. – Io non tradisco gli amici... un simile pensiero è indegno di te. – Senza dubbio hai ragione – convenne Darishan, alzandosi in piedi. – Adesso devo partire alla volta di Ectanis. Vogliamo fare una piccola scommessa su chi di noi due conquisterà per primo la sua preda? – Perché no? Scommetto mille monete d’oro che Capalis cadrà prima di Ectanis. – Mille monete... più la schiava datiana? – D’accordo – assentì Shabag, nascondendo la propria irritazione. – Abbi cura di te, cugino – aggiunse, mentre si stringevano la mano. – Lo farò – garantì Darishan, accennando ad avviarsi, poi si guardò indietro da sopra la spalla e chiese: – A proposito, hai visto quella ragazza? – Sì, ma mi ha detto ben poco. Credo che Kabuchek sia stato imbrogliato. – È possibile, ma lo ha salvato dagli squali e ha predetto che sarebbe arrivata una nave a soccorrerli. A me ha anche rivelato dove si trovava la spilla con l’opale che avevo perduto tre anni fa. Cosa ti ha detto? – Ha parlato del mio passato, il che è stato interessante, anche se avrebbe potuto essere facilmente stata ragguagliata da Kabuchek al riguardo – replicò Shabag, scrollando le spalle. – Quando le ho chiesto qualche predizione sull’imminente campagna ha chiuso gli occhi e mi ha preso la mano, trattenendola per circa tre battiti del cuore prima di lasciarla andare sostenendo di non potermi dire nulla. – Proprio nulla? – Nulla che avesse senso. Ha esclamato qualcosa come “Lui sta arrivando!” ed è parsa molto eccitata, ma pochi istanti dopo si è mostrata terrorizzata e alla fine mi ha consigliato di non andare a Capalis. Tutto qui. Darishan annuì e parve sul punto di parlare, ma alla fine si limitò a sorridere e ad allontanarsi. Accantonando i pensieri relativi a Darishan dalla mente Shabag si accostò alla soglia della tenda, osservando il campo tranquillo. Lentamente si sfilò il guanto dalla mano sinistra, che prudeva e era coperta dalle piaghe arrossate che ne tormentavano la pelle fin da quando era un adolescente. C’erano unguenti di erbe ed emollienti che davano un certo sollievo ma nulla era mai riuscito a risanare quella malattia della pelle e neppure a rimuovere del tutto le altre piaghe che gli segnavano la schiena, il petto, le cosce e i polpacci. Si tolse quindi il guanto destro, rivelando una mano dalla pelle liscia e intatta... la mano che quella donna aveva tenuto nelle proprie. Aveva offerto a Kabuchek sessantamila pezzi d’oro in cambio della ragazza,
ma il mercante gli aveva opposto un cortese rifiuto. Una volta concluso l’assedio, Shabag era però deciso a portargliela via comunque. Proprio mentre stava per girarsi e rientrare nella tenda, vide una fila di soldati che stavano marciando lentamente verso il campo, con l’armatura che scintillava sotto la luce della luna; gli uomini procedevano in colonna per due, preceduti da un ufficiale che aveva un aspetto familiare ma che indossava un elmo piumato con una spessa protezione per il naso che gli copriva in parte la faccia. Massaggiandosi gli occhi stanchi Shabag cercò di mettere meglio a fuoco quell’uomo, giungendo alla conclusione che ciò che aveva attirato la sua attenzione non era tanto il volto dell’ufficiale quando il modo in cui camminava... possibile che fosse uno degli uomini di Darishan? Dove lo aveva già visto? Dicendosi che dopo tutto non aveva nessuna importanza, riabbassò il telo di chiusura della tenda; aveva appena spento una delle due lanterne quando un urlo lacerò l’aria, seguito subito dopo da un altro. Shabag si precipitò all’ingresso, spingendo violentemente di lato il telo che lo copriva. Fuori c’erano guerrieri che correvano per tutto il campo, ferendo e uccidendo, e qualcuno aveva raccolto un ramo acceso, scagliandolo contro una fila di tende, per cui adesso le fiamme avevano attecchito sul tessuto completamente secco e il vento stava estendendo l’incendio alle altre tende. Al centro della mischia Shabag scorse un massiccio guerriero vestito di nero che brandiva un’ascia a lama doppia. Tre uomini si lanciarono contro di lui e il guerriero li uccise in pochi istanti. Poi Shabag scorse di nuovo l’ufficiale di prima... e il ricordo di dove lo avesse già visto gli affiorò nitido come un fulmine nelle sale della memoria. I soldati di Gorben circondarono la tenda di Shabag, che era posta al centro del campo con trenta passi di terreno sgombro tutt’intorno al fine di garantire al Satrapo una certa dose di intimità. Quello spazio era ora occupato da un cerchio di uomini armati. Shabag era sconcertato dalla rapidità con cui il nemico aveva colpito, ma si disse che di certo non gli sarebbe servito a nulla perché intorno alla città portuale assediata erano accampati venticinquemila uomini. Quanti guerrieri nemici c’erano adesso nel campo? Duecento? Trecento? Cosa potevano sperare di ottenere, tranne che uccidere lo stesso Shabag? E a cosa sarebbe loro servito, se non a morire nel togliergli la vita? Sconcertato, rimase spettatore silenzioso e immobile della battaglia mentre lo scontro si allargava e l’incendio dilagava dovunque. Non riusciva a distogliere lo sguardo dal cupo guerriero armato d’ascia, che uccideva con tanta efficienza e con così poca fatica e che era coperto dal sangue degli uomini abbattuti. Poi un corno lanciò una serie di note acute che fluttuarono al di sopra del clamore del combattimento e che strapparono un sussulto a Shabag. Il trombettiere stava suonando il segnale di tregua, in reazione al quale gli uomini si trassero indietro, momentaneamente sconcertati. Shabag avrebbe voluto gridare loro di continuare a
combattere ma non riuscì a parlare perché era paralizzato dalla paura: i soldati silenziosi che lo accerchiavano erano pronti ad agire, le loro spade scintillavano sotto la luce della luna e lui aveva la sensazione che se soltanto avesse accennato una mossa gli sarebbero piombati addosso come mastini su un cervo. La bocca gli si inaridì e le mani cominciarono a tremargli. Due uomini spinsero nel suo campo visivo una botte, la raddrizzarono e provarono la resistenza della sua sommità, poi l’ufficiale nemico venne avanti e salì sulla botte in modo da essere rivolto verso le file ammassate dei guerrieri di Shabag, che sentì la bile salirgli in gola. L’ufficiale gettò quindi indietro il mantello a rivelare l’armatura dorata che gli copriva il petto e si tolse l’elmo. – Voi mi conoscete – tuonò, con voce ricca e risonante, che imponeva di essere ascoltata. – Io sono Gorben, figlio del Dio Re, erede del Dio Re. Nelle mie vene scorre il sangue di Pashtar Sen e di Cyrios il Signore delle Battaglie, e di Meshan Sen, che ha percorso il Ponte della Morte. Io sono Gorben! Quel nome echeggiò per il campo e gli uomini schierati tutt’intorno rimasero in silenzio, come incantati. Perfino Shabag senti i peli chegli si rizzavano sulla pelle malata. Druss indietreggiò fino ad entrare nel cerchio dei guerrieri di Gorben e si girò in direzione delle file ammassate degli avversari. In quella scena c’era una sorta di divina follia che lo divertiva immensamente... anche se si era infuriato quando Gorben stesso si era presentato al porto per prendere il comando delle truppe e aveva sentito raddoppiare la propria ira allorché l’imperatore lo aveva informato con noncuranza che ci sarebbe stato un cambiamento nei piani. – Cosa c’è che non va nel nostro piano? – aveva domandato. Ridacchiando, Gorben lo aveva preso per un braccio e lo aveva sospinto fuori della portata di udito degli uomini in attesa. – In esso non c’è nulla che non vada... tranne l’obiettivo. Tu intendi distruggere le torri, il che è ammirevole, ma non sono le torri ciò che determinerà il successo o il fallimento di questo assedio, sono gli uomini. Quindi stanotte non cercheremo di creare loro degli ostacoli ma di sconfiggerli. – In duecento contro venticinquemila? – aveva riso Druss. – No, uno contro uno – aveva ribattuto Gorben, e aveva esposto la propria strategia mentre Druss lo ascoltava immerso in un reverenziale silenzio. Quel piano era audace e pieno di pericoli, e lui lo aveva subito apprezzato. La prima fase era stata ora completata: Shabag era circondato e il nemico stava ascoltando il discorso di Gorben, ma adesso sarebbe venuto il vero momento della prova. Sarebbero andati incontro al successo e alla gloria, oppure al fallimento e alla morte? Druss non lo sapeva, ma percepiva che la riuscita del loro piano era in equilibrio sulla lama di un rasoio. Sarebbe bastata una sola parola sbagliata da parte di Gorben e quelle orde sarebbero calate su di loro. – Io sono Gorben! – ruggì di nuovo l’imperatore. – E ognuno di voi è stato spinto al tradimento da questo... da questo essere miserabile che vedete alle mie
spalle – continuò, accennando con un gesto pieno di disprezzo in direzione di Shabag. – Guardatelo! Ha l’aria di un coniglio spaventato... ed è questo l’uomo che vorreste mettere sul trono? Non sarà una cosa facile per lui, sapete, perché dovrà salire i gradini reali... e come potrà farlo con le labbra incollate agli stivali di un Naashanita? Dalla massa di guerrieri si levò qualche risata piena di nervosismo. – Sì, è un pensiero divertente – convenne Gorben, – o almeno lo sarebbe se non fosse tanto tragico. Guardatelo! Come possono dei veri guerrieri seguire una simile creatura? È stato elevato ad una posizione di rango da mio padre, era considerato una persona fidata e ha tradito l’uomo che lo aveva aiutato, che lo aveva amato come un figlio. Non contento di aver causato la morte di mio padre ha anche fatto tutto ciò che era in suo potere per devastare Ventria. Le nostre città bruciano, la nostra gente è ridotta in schiavitù... e perché? In modo che questo tremante roditore possa fingere di essere re, in modo che possa strisciare a quattro zampe e sdraiarsi ai piedi di un allevatore di capre naashanita. Gorben fece una pausa e lasciò vagare lo sguardo sui soldati ammassati davanti a lui. – Dove sono i Naashaniti? – chiese, e quando dal fondo delle file di guerrieri si levò un ruggito continuò: – Ah, certo, sono alta retroguardia, come sempre. I Naashaniti cominciarono a lanciare grida di protesta che furono però sommerse dalle risa dei Ventriani di Shabag; poi Gorben sollevò le braccia per imporre il silenzio. – No! – tuonò. – Lasciate che parlino, è scortese deridere gli altri perché non posseggono le vostre capacità, la vostra comprensione dell’onore, il vostro senso della storia. Una volta avevo uno schiavo naashanita... che è scappato con una delle capre di mio padre. A suo credito devo comunque riconoscere che ne ha scelta una graziosa! Le risa dei soldati ventriani si levarono in un muro di suono e Gorben attese che fosse tornato il silenzio. – Ah, ragazzi miei – riprese infine, – cosa stiamo facendo a questa terra che amiamo? Perché permettiamo ai Naashaniti di violentare le nostre sorelle e le nostre figlie? Ve lo dico io – continuò, mentre un silenzio irreale scendeva sul campo. – Perché uomini come Shabag hanno aperto loro le porte, li hanno invitati ad entrare e a fare quello che volevano, promettendo di servirli a patto di poter avere per loro le briciole che essi avessero lasciato cadere dalla tavola, che fosse stato loro permesso di leccare i resti dai piatti! – Estratta la spada, Gorben la levò in alto ed esclamò, con voce tonante: – Ebbene, io non intendo accettarlo! Io sono l’imperatore, unto dagli dèi, e combatterò fino alla morte per salvare il mio popolo! – E noi saremo al tuo fianco! – gridò una voce proveniente da destra. Druss la riconobbe per quella di Bodasen, che era arrivato sul posto insieme ai cinquemila difensori di Capalis. I guerrieri avevano marciato in silenzio oltre le torri da assedio mentre ancora infuriava la mischia e avevano raggiunto le file nemiche quando queste erano già intente ad ascoltare la voce di Gorben. I soldati ventriani di Shabag cominciarono ad agitarsi nervosamente, e Gorben
scelse quel momento per riprendere a parlare. – Ogni uomo presente... tranne i Naashaniti... sarà perdonato per aver servito Shabag, e soprattutto avrà il permesso di seguirmi e di purgarsi dei propri crimini combattendo per liberare Ventria. In aggiunta a questo, elargirò a ognuno di voi la paga che gli è dovuta... oltre a dieci monete d’oro per ogni uomo che giurerà di combattere per la sua terra, la sua gente e il suo imperatore. Alla retroguardia i nervosi Naashaniti cominciarono ad allontanarsi dalle masse dei Ventriani e a formare un po’ più lontano un quadrato difensivo. – Guardate come tremano! – gridò Gorben. – È arrivato il momento di guadagnarvi il vostro oro! Portatemi la testa del nemico! – Seguitemi! – tuonò Bodasen, facendosi largo con la forza fra la ressa di soldati. – Morte ai Naashaniti! Quel grido venne raccolto da altri e quasi trentamila uomini si lanciarono sulle poche centinaia di guerrieri naashaniti. Gorben balzò giù dalla botte e si diresse a grandi passi verso il punto in cui era in attesa Shabag. – Allora, cugino – disse, con voce sommessa e tuttavia sfumata di acredine, – ti è piaciuto il mio discorso? – Hai sempre saputo parlare bene – ribatté Shabag, con un’aspra risata. – Sì, e so anche cantare, suonare l’arpa e leggere le opere dei nostri migliori studiosi. Queste cose mi sono care... come di certo lo sono anche a te, cugino. Ah, che fato spaventoso deve essere nascere ciechi o perdere l’uso della parola, il senso del tatto. – Io sono nobile – esclamò Shabag, con il volto ora lucido di sudore. Non mi puoi mutilare. – Ed io sono l’imperatore – sibilò Gorben. – La mia volontà è legge! – Uccidimi in maniera pulita, cugino... te ne prego – implorò Shabag, cadendo in ginocchio. Gorben estrasse la daga dal fodero adorno di gemme che portava al fianco e gettò a terra l’arma davanti al satrapo, che deglutì a fatica e la raccolse da terra, fissando il suo tormentatore con cupa malevolenza. – Puoi scegliere da solo in che modo porre fine alla tua vita – disse Gorben. Shabag si umettò le labbra e si accostò al torace la punta della daga. – Io ti maledico, Gorben! – urlò, quindi afferrò l’elsa dell’arma con entrambe le mani e si piantò la lama nel petto. Con un gemito si accasciò all’indietro e il suo corpo ebbe una convulsione accompagnata dal cedimento degli intestini. – Rimuovete... quella cosa – ordinò Gorben, ai soldati che si trovavano nelle vicinanze. – Trovate un fosso e seppellitela. Allora, Drenai – proseguì con un’allegra risata, girandosi verso Druss, – a quanto pare l’impresa è conclusa. – In effetti è così, mio signore – rispose il giovane guerriero. – Mio signore? Questa è davvero una notte di miracoli! Al limitare del campo gli ultimi Naashaniti morirono implorando misericordia, poi intorno calò una cupa quiete; poco dopo Bodasen si avvicinò all’imperatore. – I tuoi ordini sono stati obbediti, maestà – riferì, con un profondo inchino.
– Sì, Bodasen, hai agito bene – annuì Gorben. – Ora prendi con te Jasua e Nebuchad, radunate gli ufficiali di Shabag e trovate il modo di condurli in città... promettete loro quello che volete ma allontanateli dai loro uomini, interrogateli e uccidete quelli che non vi ispirano fiducia. – Sarà fatto come tu ordini – replicò Bodasen. Quando Michanek prelevò Rowena dalla carrozza la testa di lei gli ricadde sulla spalla e il suo profumo dolce gli arrivò alle narici; legate le redini alla sbarra del freno, Pudri si affrettò a scendere a terra e fissò con apprensione la donna addormentata. – Sta bene – lo rassicurò Michanek. – Mentre la porto nella sua stanza, tu provvedi intanto a chiamare i servitori perché scarichino i bagagli. Con Rowena fra le braccia, l’alto guerriero si avviò quindi verso la casa; una schiava gli tenne aperta la porta d’ingresso e lui oltrepassò la soglia, salendo le scale fino ad una camera soleggiata dell’ala orientale, dove depose con gentilezza sul letto il suo fardello, avvolgendo il fragile corpo in un lenzuolo di satin e in una sottile coperta di lana d’agnello. Sedutosi accanto al letto prese quindi fra le proprie la mano della donna, che risultò calda e febbrile al tatto. Rowena gemette ma non si riscosse. Un’altra schiava entrò nella stanza e salutò con una riverenza il guerriero. – Resta con lei – ordinò questi, alzandosi in piedi. Trovò Pudri fermo vicino alla porta principale della casa, con l’aria triste e sconsolata e con un espressione spaventata negli occhi scuri; Michanek lo invitò a seguirlo nella grande biblioteca ovale e gli indicò di sedere su un divano, sul quale Pudri si lasciò cadere torcendosi le mani. – Adesso spiegami ogni cosa dall’inizio – ordinò Michanek. – Non trascurare nulla. – Non so di cosa si tratti, signore – replicò l’eunuco, sollevando lo sguardo sul possente soldato. – In un primo tempo è parso semplicemente che si rinchiudesse in se stessa, ma quanto più il signore Kabuchek le ordinava di predire la sorte e tanto più lei diventava strana. Io le tenevo compagnia, e un giorno mi ha confidato che il suo Talento stava crescendo. All’inizio aveva avuto bisogno di concentrare la mente sul soggetto per ottenere le visioni... immagini brevi e scollegate... ma con il tempo la concentrazione non era più stata necessaria e adesso le visioni non cessavano neppure dopo che lei lasciava andare la mano degli... ospiti del signore Kabuchek. Poi hanno avuto inizio i sogni, nei quali lei parlava come una vecchia o con voci diverse dalla sua. Allora ha smesso di mangiare e ha cominciato a muoversi come in trance. Tre giorni fa ha avuto un collasso e i medici da noi chiamati le hanno praticato dei salassi, ma inutilmente. – Pudri s’interruppe, con le labbra che tremavano e le guance magre solcate di lacrime. – Sta morendo, signore? – Non lo so, Pudri – sospirò Michanek. – C’è un dottore di cui stimo molto il parere perché si dice che sia un guaritore mistico, e sarà qui entro un’ora. – Il
guerriero sedette di fronte al magro eunuco e nel notare il timore che gli si poteva leggere nello sguardo ritenne di poterne intuire la natura e di poterlo placare. – Qualsiasi cosa succeda, Pudri, tu avrai comunque un posto nella mia casa. Non ti ho comprato da Kabuchek soltanto perché Rowena ti era affezionata, e non ti accantonerò se... se lei non si dovesse riprendere. Pudri annuì, ma la sua espressione non cambiò e Michanek ne rimase sorpreso. – Ah – mormorò, – allora anche tu l’ami quanto me. – Ma non come te, signore. Per me lei è una figlia, perché è dolce e non ha un grammo di malizia in tutto il suo corpo. Però un Talento come il suo non avrebbe dovuto essere utilizzato in maniera così superficiale. Lei non era pronta, non era stata preparata – replicò l’eunuco, poi si alzò in piedi e domando: – Posso restarle accanto, signore? – Certamente. Pudri si affrettò a lasciare la stanza e Michanek si alzò a sua volta, aprendo le porte che davano sul giardino e uscendo sotto il sole. Alberi in fiore costeggiavano i sentieri e l’aria era piena del profumo del gelsomino, della lavanda e della rosa; tre giardinieri erano impegnati a lavorare per bagnare il terreno e pulire le aiuole dalle erbacce, ma all’apparire di Michanek sospesero il lavoro e si gettarono in ginocchio, con la fronte premuta contro il terreno. – Continuate quello che stavate facendo – disse loro il guerriero, proseguendo oltre ed entrando nel labirinto, che attraversò in fretta fino alla panca di marmo posta al suo centro, là dove una statua della dea era stata posta in una polla circolare. Di marmo bianco, la statua rappresentava una splendida giovane donna nuda, con le braccia sollevate e la testa piegata all’indietro a fissare il cielo. Fra le mani teneva un aquila con le ali allargate nell’atto di spiccare il volo. Michanek si sedette e stese davanti a sé le lunghe gambe. Presto tutta la città avrebbe saputo che il campione dell’imperatore aveva pagato duemila monete d’argento per una veggente in punto di morte... una vera follia, e tuttavia non era riuscito ad allontanare quella donna dalla mente fin dal primo giorno in cui l’aveva vista. Aveva continuato a pensare a lei perfino nel corso della campagna, mentre era impegnato a combattere contro le truppe di Gorben; a venticinque anni di età, aveva conosciuto molte splendide donne, ma non aveva mai incontrato nessuna con cui desiderasse dividere la propria vita... fino a questo momento. All’idea che Rowena potesse essere prossima a morire fu assalito da un tremito, poi si trovò a ricordare il loro primo incontro e come lei gli avesse predetto che sarebbe morto in questa città, opponendo un estrema resistenza contro truppe dal mantello nero. Gli Immortali di Gorben. L’imperatore ventriano aveva riformato il famoso reggimento, costituendolo con le sue truppe migliori e adesso gli Immortali avevano riconquistato sette città, due di esse dopo un duello fra il nuovo campione di Gorben, un guerriero drenai armato d’ascia che veniva chiamato Morte che Cammina, e due guerrieri naashaniti, entrambi noti a Michanek. Si era trattato di uomini forti e coraggiosi, abili al di là dei sogni della maggior parte dei soldati... e tuttavia erano morti. Michanek aveva chiesto di potersi unire all’esercito per sfidare quel guerriero
armato d’ascia, ma l’imperatore gli aveva opposto un rifiuto. – Per me tu hai un valore troppo alto – aveva replicato. – Ma, signore, non è questo il mio ruolo? Non sono forse il tuo campione? – I miei veggenti mi hanno detto che quest’uomo non può essere ucciso da te, Michanek, e hanno affermato che la sua ascia è benedetta da un demone. Di conseguenza non ci saranno altri duelli: schiacceremo Gorben con la potenza dei nostri eserciti. Gorben non intendeva però lasciarsi schiacciare, e l’ultima battaglia si era risolta in una sorta di sanguinoso pareggio, nel corso del quale migliaia di uomini erano rimasti uccisi da entrambe le parti. Michanek aveva guidato una carica che aveva quasi cambiato le sorti dello scontro, ma dopo che aveva ucciso due suoi generali Gorben si era ritirato sulle montagne. Nebuchad e Jasua. Il primo aveva posseduto ben poca abilità: in sella al suo cavallo bianco si era lanciato alla carica contro il campione naashanita ed era morto con la gola trafitta dalla lancia di Michanek. Il secondo generale si era rivelato un abile combattente, rapido e impavido... ma non era stato abbastanza rapido ed era stato toppo impavido per accettare il fatto di aver incontrato uno spadaccino migliore di lui. Era morto con un’imprecazione sulle labbra. – Non stiamo vincendo la guerra disse Michanek alla dea di marmo. – La stiamo perdendo... lentamente, giorno dopo giorno. Tre dei satrapi rinnegati ventriani erano già stati uccisi da Gorben: Shabag era morto a Capalis, Berish, quel grasso e avido leccapiedi, era stato impiccato ad Ectanis e Ashac, il satrapo del sudovest, era stato impalato dopo la sconfitta di Gurunur. Adesso restava soltanto Darishan, la volpe del nord dai capelli argentei, un uomo per cui Michanek provava simpatia. Nei confronti degli altri aveva nutrito soltanto un disprezzo a stento mascherato, ma Darishan era un guerriero nato... privo di principi, amorale, ma pieno di coraggio. Il corso dei suoi pensieri fu interrotto dai rumori prodotti da un uomo che si muoveva nel labirinto. – Dove ti sei cacciato, ragazzo? – chiamò una voce profonda. – Credevo che fossi un mistico, Shalatar – gridò di rimando Michanek. La risposta che ottenne conteneva istruzioni alquanto oscene. – Se fossi in grado di farlo potrei guadagnare una fortuna esibendomi in pubblico – ridacchiò Michanek. Un uomo calvo e corpulento che indossava una lunga tunica bianca sbucò infine dal labirinto e si venne a sedere accanto a lui; il suo volto era rosso e tondo, e gli orecchi sporgevano da esso come le ali di un pipistrello. – Detesto i labirinti – dichiarò il nuovo venuto. – Si può sapere a cosa servono? Un uomo percorre il triplo di strada per giungere a destinazione e quando arrivanon ci trova nulla. È una cosa inutile! – L’hai vista? – chiese Michanek. L’espressione di Shalatar cambiò e lui distolse lo sguardo da quello del guerriero.
– Sì, ed è un caso interessante. Perché l’hai comprata? – Questo non ha importanza. Qual è la tua prognosi? – È la veggente più dotata che abbia mai incontrato... ma il suo Talento l’ha sopraffatta. Riesci a immaginare cosa si debba provare a sapere tutto di ogni persona che si incontra? Conoscerne il passato e il futuro? Vedersi passare un’intera vita e una morte nella mente ad ogni mano che si stringe? L’afflusso di queste conoscenze... accumulate tanto in fretta... ha avuto un effetto catastrofico su di lei. Adesso non si limita a vedere la vita delle altre persone, la sperimenta di persona, la vive. Non è più soltanto Rowena ma cento diversi individui... te compreso, potrei aggiungere. – Me? – Sì. Ho toccato la sua mente soltanto in maniera fugace, ma in essa c’era la tua immagine. – Vivrà? – Sono un mistico, amico mio, non un profeta – replicò Shalatar, scuotendo il capo. – A mio parere ha una sola possibilità di salvezza: deve chiudere le porte del suo Talento. – Puoi fare una cosa del genere? – Non da solo, ma radunerò quelli fra i miei colleghi che hanno esperienza in cose del genere. Non è una procedura molto diversa dall’esorcizzare un demone: dobbiamo chiudere i corridoi della sua mente che portano alla fonte del suo potere. Ti avverto che sarà una cosa costosa, Michanek. – Sono un uomo ricco. – Avrai bisogno di esserlo. Uno degli uomini di cui avrò bisogno è un ex-prete della Fonte che chiederà almeno diecimila monete d’argento in cambio dei suoi servigi. – Le avrà. – L’ami così tanto? – chiese Shalatar, posando una mano sulla spalla dell’amico. – Più della mia vita. – E lei condivide i tuoi sentimenti? – No. – Allora avrai una possibilità di ricominciare daccapo, perché quando avremo finito la nostra opera lei non avrà più nessun ricordo. Cosa le dirai? – Non lo so, ma le darò il mio amore. – Hai intenzione di sposarla? – No, amico mio – rispose Michanek, pensando alla profezia di Rowena. Ho deciso di non sposarmi mai. Di umore inquieto e con la testa che gli doleva, Druss stava girovagando per le strade buie della città da poco catturata. La battaglia era stata sanguinosa e fin troppo breve, e adesso lui si sentiva pervaso da uno strano senso di delusione. Poteva avvertire un cambiamento dentro di sé, sgradito e tuttavia imperioso: un
bisogno di combattere, di sentire la sua ascia che fracassava la carne e le ossa, di vedere la luce della vita scomparire dagli occhi di un nemico. Adesso le montagne della sua terra gli sembravano lontane un’eternità, perse in un altro tempo. Quanti uomini aveva ucciso da quando aveva iniziato la ricerca di Rowena? Non lo sapeva più e neppure gli importava; sapeva soltanto che l’ascia risultava leggera nella sua mano, calda e amichevole, e che aveva bisogno di bere un po’ d’acqua fresca perché aveva la bocca arida. Sollevando Io sguardo vide un cartello che recava la scritta «Via delle Spezie»: in tempi più pacifici, i mercanti avevano consegnato in quella strada le loro erbe e spezie perché venissero imballate ed esportate nell’occidente, e ancora adesso si avvertiva un aroma di pepe nell’aria. All’estremità della strada, dove essa attraversava la piazza del mercato, c’era una fontana affiancata da una pompa d’ottone con un lungo manico ricurvo da cui pendeva una coppa di rame appesa ad una sottile catena. Druss riempì la coppa e appoggiò l’ascia al lato della fontana, sedendosi per bere in tranquillità; di tanto in tanto, però, la sua mano continuò ad abbassarsi per toccare la nera impugnatura di Snaga. Quando Gorben aveva ordinato l’ultimo attacco contro i condannati Naashaniti, Druss aveva desiderato gettarsi nella mischia, aveva avvertito il richiamo del sangue e il bisogno di uccidere, e aveva dovuto fare appello a tutta la sua forza di volontà per resistere alle esigenze del suo spirito turbolento. Si era trattenuto perché il nemico asserragliato nella rocca aveva implorato di potersi arrendere e quindi lui sapeva con assoluta certezza che quella strage era sbagliata. Le parole di Shadak gli affiorarono nella mente. – Il vero guerriero vive secondo un codice, e anche se per ogni uomo esiste una prospettiva diversa, il nucleo di quel codice è sempre lo stesso: non violare mai una donna, non fare del male a un bambino, non mentire, imbrogliare o rubare, perché queste sono cose per uomini da poco. Proteggi i deboli quando il male è forte e non permettere mai a pensieri di guadagno di spingerti a perseguire il male. Ridotti a poche centinaia, i Naashaniti non avevano avuto nessuna possibilità di salvezza, ma Druss si sentiva comunque in qualche modo defraudato, soprattutto nei momenti in cui come adesso gli capitava di ricordare la calda, soddisfacente, trionfante esaltazione che aveva provato nel corso dello scontro nel campo di Harib Ka, oppure lo spargimento di sangue quando era balzato sul ponte della trireme corsara. Sfilatosi l’elmo immerse la testa nella fontana e infine si alzò in piedi, liberandosi del giustacuore per lavarsi la parte superiore del corpo. Un movimento sulla sinistra attrasse la sua attenzione e subito dopo un uomo alto e calvo che portava una tunica di lana grigia entrò nel suo campo visivo. – Buona sera, figlio mio – salutò il prete che aveva conosciuto nel tempio di Capalis. Druss rispose con un secco cenno del capo, poi si infilò di nuovo il giustacuore e si rimise a sedere; il prete però non accennò a proseguire per la sua strada e rimase invece fermo a fissarlo.
– Ti ho cercato durante tutti questi mesi – affermò infine. – Adesso mi hai trovato – replicò Druss, con voce piana. – Posso sederti accanto per qualche momento? – Perché no? – rispose Druss, spostandosi sul sedile in modo da permettere al prete di prendervi posto al suo fianco. – Il nostro ultimo incontro mi ha turbato, figlio mio, e da allora ho trascorso molte sere in meditazione e in preghiera; infine ho percorso la Via della Nebbia per cercare l’anima della tua amata, Rowena. Quando questo è risultato infruttuoso mi sono addentrato nel Vuoto, percorrendo strade troppo oscure per poterne parlare, ma lei non c’era e non ho trovato nessuna anima che sapesse della sua morte. Poi ho incontrato uno spirito, una creatura profondamente malvagia che in vita portava il nome di Earin Shad. Era l’anima di un capitano corsaro noto anche come Bojeeba, lo Squalo, e aveva conosciuto tua moglie perché era stata la sua nave a saccheggiare il vascello su cui lei stava viaggiando. Quell’anima mi ha detto che quando i suoi corsari hanno abbordato la nave un mercante di nome Kabuchek, un altro uomo e una giovane donna si sono gettati in mare. C’erano squali dappertutto e l’acqua era coperta di sangue a causa della strage in corso sul ponte della nave. – Non ho bisogno di sapere come è morta! – scattò Druss. – Ah, ma è questo il punto – ribatté il prete. – Earin Shad era convinto che la donna e Kabuchek fossero stati uccisi, ma non è così. – Cosa? – Kabuchek è a Resha, dove sta accumulando altre ricchezze. Pare che abbia con sé una veggente che viene chiamata Pahtai, la piccola colomba. L’ho vista con gli occhi dello spirito e ho letto i suoi pensieri: è Rowena, la tua Rowena. – È viva? – Sì – confermò il prete, in tono sommesso. – Santo Cielo! – esclamò Druss, scoppiando a ridere e circondando con le braccia le spalle magre del religioso. – Per gli dèi, mi hai reso un grande servigio e non lo dimenticherò. Se mai avrai bisogno di qualcosa da me dovrai soltanto chiederlo. – Ti ringrazio, figlio mio, e ti auguro buona fortuna nella tua ricerca. C’è però un’altra questione di cui dobbiamo discutere: la tua ascia. – Cosa c’entra l’ascia? – ribatté Druss, improvvisamente guardingo, protendendo le mani a stringere l’impugnatura di Snaga. – E un’arma molto antica e credo che siano stati gettati degli incantesimi sulle sue lame. In un lontano passato qualcuno dotato di grande potere ha usato la magia per rendere quest’ascia più letale. – E allora? – Esistono molti metodi per fare una cosa del genere. A volte un incantesimo richiede soltanto che l’armaiolo bagni la lama con il proprio sangue, mentre in altri casi si usa un incantesimo di vincolo, che serve a mantenere il filo sempre tagliente e a dare all’arma un maggiore potere di penetrazione. Si tratta di piccoli incantesimi, Druss. Talvolta però un maestro delle arti arcane può decidere di applicare le sue capacità su un’arma, di solito una destinata ad un re o ad un grande
signore. Alcune di queste lame possono risanare le ferite, altre trapassare anche le armature più robuste. – Come in effetti può fare Snaga – confermò Druss, sollevando l’ascia. Le due lame scintillarono sotto la luce della luna e il prete si ritrasse davanti ad esse. – Non avere paura – lo rassicurò Druss, – non ti farò del male. – Non è te che temo, figlio mio – replicò il religioso. – Temo ciò che vive in quelle lame. – Quindi qualcuno avrebbe gettato un incantesimo un migliaio di anni fa? – rise Druss. – Comunque questa è pur sempre un’ascia. – Sì, un’ascia, ma essa è intrisa del più grande degli incantesimi, su di essa è stata usata la magia più colossale che si possa immaginare. Il tuo amico Sieben mi ha raccontato che mentre stavi attaccando i corsari un mago ti ha scagliato contro un incantesimo di fuoco. Quando hai sollevato l’ascia Sieben ha visto apparire un demone cornuto e coperto di scaglie, ed è stata questa creatura a respingere il fuoco magico. – Sciocchezze – ribatté Druss, – quel fuoco è stato parato dalle lame. Sai, padre, non dovresti badare troppo a quello che dice Sieben perché quell’uomo è un poeta: costruisce bene le sue storie ma tende ad abbellirle e ad aggiungere piccoli tocchi di fantasia. Un demone, come no! – Sieben non ha avuto bisogno di aggiungere nulla, Druss, perché io so di Snaga, Colei che Invia. Nel trovare tua moglie ho infatti appreso anche qualcosa su di te e sull’arma che usi: l’arma di Bardan l’Uccisore, il massacratore di neonati, il violentatore, l’assassino. Una volta era un eroe, vero? Ma è stato corrotto, il male si è insinuato nella sua anima,proveniente da quell’ascia! – esclamò il religioso, indicando l’arma. – Non ti credo. Io non sono malvagio, e ormai ho con me quest’arma da quasi un anno. – E non hai notato in te stesso nessun cambiamento? Non hai avvertito un desiderio di sangue e di morte? Non hai sentito il bisogno di impugnare quell’ascia anche quando non era prossima una battaglia? Non hai dormito tenendola accanto? – Non sono posseduto! – ruggì Druss. – Questa è un’arma eccellente, è la mia... – S’interruppe, scivolando in un imbarazzato silenzio. – La mia amica? È questo ciò che stavi per dire? – E se fosse? Io sono un guerriero, e in guerra quest’ascia è la sola cosa che miterrà in vita. È migliore di qualsiasi amico, giusto? Nel parlare sollevò l’arma... ed essa sfuggì alla sua presa. Il prete alzò le mani nel vedere Snaga che calava verso la sua gola, ma la sinistra di Druss si chiuse intorno all’impugnatura nel momento stesso in cui il prete respingeva le lame lucenti. L’ascia cadde rumorosamente sulle pietre della pavimentazione, emettendo una pioggia di scintille quando la lama si piantò in un lastrone. – Per gli dèi, mi dispiace. Mi è scivolata! – esclamò Druss. – Sei ferito? – No, non mi ha ferito – replicò il prete, alzandosi. – E tu ti sbagli, giovane guerriero. L’ascia non ti è sfuggita di mano, mi voleva morto... e sarei morto, se non fosse stato per la rapidità della tua reazione.
– È stato un incidente, padre, te lo garantisco. – Mi hai visto respingere la lama con la mano? – domandò il prete, con un triste sorriso. – Sì... e allora? – replicò Druss, sconcertato. – Allora guarda – ribatté il religioso, sollevando la mano con il palmo rivolto verso l’alto a rivelare la carne bruciata e annerita da cui fuoriuscivano sangue e siero. – Attento, Druss, la bestia che c’è in quell’ascia cercherà di uccidere chiunque la minacci. Druss raccolse l’arma e indietreggiò davanti al prete. – Cura quella ferita – disse, poi si girò e si allontanò a grandi passi. Era sconvolto da quello che aveva appena visto. Sapeva poco di demoni e di incantesimi, tranne quello che avevano narrato i cantastorie capitati nel suo villaggio, ma conosceva il valore di un’arma come Snaga... soprattutto in una terra sconosciuta e devastata dalla guerra. Arrestandosi sollevò l’ascia e fissò la propria immagine riflessa nella doppia lama. – Ho bisogno di te – mormorò, – se voglio trovare Rowena e riportarla a casa. – L’impugnatura era calda, l’arma era leggera nel suo pugno. – Non rinuncerò a te, non posso farlo – sospirò Druss. – E comunque, dannazione a tutto, tu sei mia! E tu sei mio! ripeté un’eco profonda nella sua mente. Tu sei mio!
LIBRO TERZO Il Guerriero del Caos
CAPITOLO PRIMO Varsava si stava godendo il suo secondo boccale di vino quando il corpo piombò sul tavolo, rovinando su di esso a piedi in avanti e fracassando l’asse centrale per poi investire un vassoio pieno di carne e scivolare verso di lui. Con grande presenza di spirito lo spadaccino sollevò in alto il boccale e si protese all’indietro in modo che il corpo saettasse oltre per andare a sbattere con la testa contro la parete... con un impatto tale che nel rivestimento di intonaco apparve una crepa irregolare; l’uomo che l’aveva causata non emise però il minimo suono nello scivolare dal tavolo per finire al suolo con un tonfo soffocato. Guardando verso destra Varsava vide che sebbene la locanda fosse affollata gli avventori erano indietreggiati in modo da formare un semicerchio intorno ad un piccolo gruppo che stava lottando per sopraffare un gigante dalla barba nera. Uno degli uomini coinvolti nella rissa... nel quale Varsava riconobbe un ladro e tagliaborse da quattro soldi... era appeso alle spalle del gigante con le braccia strette intorno alla sua gola, un altro gli stava tempestando di pugni il ventre e un terzo si stava lanciando alla carica con in pugno un coltello. Varsava sorseggiò il proprio vino: di buona annata, era vecchio di almeno dieci anni, secco e tuttavia pieno di corposità. Il gigante protese una mano sopra la spalla ad afferrare per il giubbotto l’uomo che gli si teneva aggrappato alla schiena, poi si girò di scatto e lo scagliò addosso all’avversario armato di coltello, che incespicò e cadde incontro allo stivale del gigante che si stava intanto sollevando per colpire. Si udì uno schiocco nauseante e l’uomo con il coltello si accasciò al suolo, con il collo o la mandibola fratturati. L’ultimo avversario del gigante sferrò un pugno disperato contro il mento barbuto e riuscì a mettere a segno il colpo... ma senza effetto: il gigante protese una mano ad afferrarlo e lo trascinò verso di sé per poi scattare in avanti con una testata, producendo un suono che strappò un sussulto a Varsava. L’assalitore mosse due incespicanti passi all’indietro e crollò di lato in una perfetta imitazione di un albero abbattuto. – C’è qualcun altro? – domandò allora il gigante, con voce fredda e profonda. Per tutta risposta la folla si disperse e lui attraversò a grandi passi la locanda, fermandosi accanto al tavolo di Varsava. – Questo posto è libero? – domandò, lasciandosi cadere sul sedile di fronte a quello occupato dallo spadaccino. – Ora non più – replicò Varsava. Sollevata una mano la agitò fino ad attirare l’attenzione di una cameriera e indicò quindi il proprio boccale. La ragazza sorrise e si affrettò a portare una nuova caraffa di vino, che troneggiò inclinata fra i due uomini a causa del danno riportato nel centro dal tavolo. – Ti posso offrire da bere? – suggerì quindi Varsava. – Perché no? – ribatté il gigante, riempiendosi un boccale d’argilla; da oltre il tavolo giunse un flebile lamento. – Deve avere la testa dura – osservò Varsava. – Credevo che fosse morto.
– Lo sarà se mi dovesse venire ancora vicino – promise lo sconosciuto Come si chiama questo posto? – Il suo nome è Tutti Meno Uno – rispose Varsava. – Non ti pare uno strano nome per una locanda? – In realtà no – spiegò lo spadaccino, incontrando lo sguardo degli occhi chiarissimi del suo interlocutore. – Deriva da un vecchio brindisi ventriano: Possano tutti i tuoi sogni realizzarsi... meno uno. – Cosa vuol dire? – Semplicemente che un uomo deve sempre avere almeno un sogno che non venga realizzato. Cosa potrebbe essere peggiore dell’ottenere tutto quello che si è mai sognato? Cosa si farebbe a quel punto? – Si troverebbe un altro sogno – dichiarò il gigante. – Parli come un uomo che non ne capisce nulla di sogni – obiettò lo spadaccino. – È un insulto? – chiese il gigante, socchiudendo gli occhi. – No, soltanto un’osservazione. Cosa ti conduce a Lania? – Sono di passaggio – affermò lo straniero. Alle sue spalle due degli uomini che aveva messo fuori combattimento si erano rimessi in piedi; entrambi estrassero la daga, avanzando verso di lui, ma Varsava tirò fuori la mano da sotto il tavolo stringendo in pugno un grosso e scintillante coltello da caccia che piantò sulla superficie del tavolo, lasciandolo vibrare in piena vista. – Adesso basta – ingiunse agli aspiranti assalitori, in tono pacato e con un sorriso sule labbra. – Raccogliete il vostro amico e andate a bere da un’altra parte. – Non possiamo permettergli di cavarsela in questo modo! – protestò uno degli uomini, che aveva un occhio nero e tanto gonfio da essere quasi chiuso. – Se l’è già cavata, amici miei, e se doveste persistere in quest’assurdità credo che vi ucciderà. Adesso andate via, perché sto cercando di portare avanti una conversazione. Brontolando gli uomini riposero le armi e si allontanarono fra la folla. – Sei di passaggio per andare dove? – domandò allora Varsava al gigante, che pareva divertito. – Li hai affrontati bene. Sono tuoi amici? – Mi conoscono – rispose lo spadaccino, protendendo la mano. – Mi chiamo Varsava. – Io sono Druss. – Ho già sentito questo nome... è quello di un guerriero armato d’ascia che ha preso parte all’assedio di Capalis. Se non sbaglio circola una canzone sul tuo conto. – Una canzone! – sbuffò Druss. – Sì, c’è... ma io non ho contribuito minimamente a crearla. L’ha inventata quel dannato idiota di un poeta con cui stavo viaggiando. Sono tutte assurdità. – In sommessi sussurri si parla di Druss e della sua ascia, perfino i demoni si ritraggono dalla scia di morte che quest’uomo lascia – recitò Varsava, con un
sorriso. – Per Asta! – esclamò Druss, arrossendo. – Sai che ci sono altri cento versi su questo tono? Incredibile! – commentò, scuotendo il capo. – Nella vita esistono cose peggiori che essere immortalato in un canto. In esso non c e anche una parte che parla di una moglie perduta? Anche quella è un’invenzione? – No, quella parte è fin troppo vera – ammise Druss, cambiando espressione nel vuotare il vino nel boccale per poi tornare a riempirlo. Nel silenzio che seguì Varsava si appoggiò all’indietro e indugiò ad esaminare il suo compagno di tavolo. Le spalle di quell’uomo erano veramente immense e aveva il collo di un toro, ma nel guardarlo si rese conto che non erano le sue dimensioni a farlo apparire un gigante, bensì una sorta di potere che emanava da lui. Durante la lotta era parso alto due metri e gli altri guerrieri erano risultati minuscoli al confronto, ma adesso che era tranquillamente seduto a bere Druss non appariva più grosso di qualsiasi altro giovane dalla muscolatura massiccia... una cosa che incuriosì Varsava. – Se ben ricordo, hai fatto parte del contingente andato in soccorso di Ectanis e di quattro altre città meridionali, giusto? – chiese, per sondare il terreno. Druss annuì senza però aggiungere nulla e Varsava ordinò una terza caraffa di vino cercando al tempo stesso di ricordare tutto quello che aveva sentito dire sul conto di quel giovane guerriero. Correva voce che ad Ectanis avesse affrontato il campione naashanita Cuerl e che fosse stato uno dei primi a scalare le mura della città, così come si narrava che due anni più tardi avesse difeso con soli cinquanta uomini il passo di Kishtay, impedendo il passaggio ad un intero contingente di naashaniti fino a quando era arrivato Gorben con i rinforzi. – Che ne è stato di quel poeta? – domandò, alla ricerca di una via poco pericolosa tramite la quale soddisfare la sua curiosità. – Ha incontrato una donna... parecchie donne, in effetti – ridacchiò Druss. – L’ultima volta che ho avuto sue notizie stava vivendo a Pusha insieme alla vedova di un giovane ufficiale. – Rise ancora, poi scosse il capo e aggiunse: – Sento la sua mancanza, perché era un allegro compagno. Sai che fai un sacco di domande? – osservò quindi, mentre il suo sorriso svaniva. – Sei un uomo interessante, e ultimamente a Lania non ci sono molte cose degne di interesse – ribatté Varsava, scrollando le spalle. – La guerra ha reso tutto noioso. Hai mai trovato tua moglie? – No, ma lo farò. Cosa mi dici di te? Perché sei qui? – Sono pagato per essere qui – rispose Varsava. – Un’altra caraffa? – Sì, ma sarò io a pagarla – replicò Druss, poi si protese ad afferrare il grosso coltello piantato nel tavolo e lo estrasse dal legno. – Una bella arma, pesante ma ben bilanciata. E di buon acciaio. – È acciaio di Lentria. Ho commissionato questo coltello dieci anni fa, e mai ho speso meglio il mio denaro. Tu invece usi un’ascia, vero? – Una volta ne avevo una, ma l’ho persa – replicò Druss, scuotendo il capo.
– Come si fa a perdere un’ascia? – Si salta da un’altura dentro un torrente in piena – sorrise Druss. – Sì, posso immaginare che si finisca per perderla – convenne Varsava. – Che arma usi adesso? – Nessuna. – Nessuna? Hai attraversato disarmato le montagne fino a Lania? – Ho camminato. – E non sei stato attaccato dai banditi? Hai viaggiato con un gruppo numeroso? – Ho già risposto ad un numero sufficiente di domande, ed ora tocca a te. Chi ti paga per startene qui seduto a bere? – Un nobile di Resha che possiede una tenuta nelle vicinanze. Mentre era lontano a combattere al fianco di Gorben alcuni razziatori sono scesi dalle montagne e hanno saccheggiato il suo palazzo: la moglie e il figlio del nobile sono stati rapiti, i servitori sono stati uccisi... o sono fuggiti. Adesso lui mi ha assoldato perché rintracci suo figlio... se è ancora vivo. – Soltanto il figlio? – Ecco, non ha motivo di farsi restituire anche la moglie, non ti ?are? – Ne avrebbe... se l’amasse – sottolineò Druss, incupendosi in volto. – Naturalmente, tu sei un Drenai – commentò Varsava, annuendo. – Qui i ricchi non si sposano per amore, Druss, lo fanno per stringere un’alleanza o per ottenere ricchezze o per tramandare il nome della famiglia. Non è raro che un uomo scopra di amare la donna che gli è stato ordinato di sposare, ma non è neppure una cosa comune, e comunque un nobile ventriano si troverebbe ad essere oggetto di derisione se riprendesse con sé una moglie che e stata... ecco, vogliamo usare il termine maltrattata? No, ha già divorziato da lei e la sola cosa che gli sta a cuore è suo figlio. Se riuscirò a trovarlo riceverò cento monete d’oro, e se potrò salvarlo la cifra salirà a mille monete. Arrivò un’altra caraffa di vino e Druss tornò a riempirsi il bicchiere, offrendo poi il vino a Varsava che però lo rifiutò. – La testa comincia già a girarmi, amico mio. Devi avere le gambe cave, per riuscire a bere tanto. – Di quanti uomini disponi? – chiese Druss. – Di nessuno. Io lavoro da solo. – E sai dove si trova il ragazzo? – Sì. Nel cuore delle montagne c’è una fortezza chiamata Valia, un posto occupato da ladri, assassini, fuorilegge e rinnegati, e dominato da Cajivak... hai mai sentito parlare di lui? – domandò Varsava, e quando Druss scosse il capo proseguì: – Quell’uomo è un mostro sotto ogni aspetto. È più grosso di te e in battaglia è spaventoso. Anche lui usa un’ascia... ed è pazzo. Druss trangugiò il vino, ruttò e si protese in avanti. – Molti eccellenti guerrieri sono considerati pazzi – obiettò. – Lo so, ma Cajivak è diverso. Nel corso dell’ultimo anno ha guidato scorrerie nel corso delle quali a perpetrato stragi insensate a cui stenteresti a credere, facendo impalare o scuoiare vive le sue vittime. Ho incontrato un uomo che era
rimasto ai suoi ordini per quasi cinque anni, ed è stato grazie a lui che ho scoperto dove si trovasse il bambino. Quell’uomo mi ha detto che a volte Cajivak parla con una voce diversa, sommessa e raggelante, e che quando lo fa negli occhi gli brilla una luce strana... e in questi momenti di follia finisce sempre per uccidere qualcuno. Si può trattare di un servitore o di una ragazza di taverna o di un uomo che per puro caso solleva lo sguardo e incontra il suo. No, Druss, abbiamo a che fare con un pazzo... o con un uomo posseduto da un demone. – Come intendi salvare il bambino? – Ci stavo riflettendo sopra quando sei arrivato tu – ammise Varsava, allargando le mani, – ma non ho ancora trovato una risposta. – Ti aiuterò io – si offrì Druss. – Quanto vuoi? – domandò subito lo spadaccino, socchiudendo gli occhi. – Ti puoi tenere il denaro. – Allora perché lo fai? – chiese Varsava, sconcertato. Druss però si limitò a sorridere e tornò a riempirsi il boccale. Druss trovò in Varsava un compagno di suo gradimento, perché l’alto spadaccino parlò ben poco nel corso del viaggio attraverso le montagne e le alte vallate che dominavano la pianura su cui sorgeva Lania. Entrambi gli uomini avevano uno zaino sulla schiena e Varsava sfoggiava un cappello di cuoio marrone a tesa larga con una piuma d’aquila appuntata su di essa. Il copricapo era vecchio e deformato, con la piuma malconcia e ormai opaca, e nel guardarlo Druss non riuscì a trattenere una risata, perché Varsava era un uomo avvenente che vestiva in maniera elegante con abiti di lana verde di ottima qualità e stivali di morbida pelle e di fine fattura. – Hai perso una scommessa? – domandò. – Una scommessa? – ripeté Varsava. – Sì. Altrimenti per quale motivo porteresti un cappello del genere? – Ah! – commentò lo spadaccino. – Suppongo che fra voi barbari questo vengaconsiderato umorismo. È bene che tu sappia che questo cappello apparteneva a mio padre – aggiunse quindi con un sorriso, – che è magico e che mi ha salvato la vita più di una volta. – Credevo che i Ventriani non mentissero mai – ribatté Druss. – Soltanto i nobili – precisò Varsava. – In questo caso sto però dicendo la verità, in quanto questo cappello mi ha aiutato a fuggire da una prigione – proseguì, togliendosi il copricapo e gettandolo a Druss. – Da’ un’occhiata sotto la banda. Druss obbedì e trovò un coltello a lama sottile annidato sul lato destro, mentre sul sinistro c’era uno spillone ricurvo d’acciaio; sul davanti sentì al tatto la forma di tre monete e ne tirò fuori una, scoprendo che era d’oro. – Ritiro quello che ho detto – dichiarò. – Questo è un cappello eccellente. Lassù l’aria era fresca e limpida, e Druss si sentiva libero. Erano trascorsi quasi quattro anni da quando aveva lasciato Sieben ad Ectanis e aveva viaggiato solo
fino alla città occupata di Resha per cercare il mercante Kabuchek e, tramite lui, Rowena. Aveva trovato la casa, ma soltanto per apprendere che Kabuchek era partito il mese precedente per andare a far visita ad alcuni amici nelle terre di Naashan; lo aveva allora seguito fino alla città naashanita di Pieropolis e là ne aveva perso le tracce. Tornato a Resha aveva scoperto che Kabuchek aveva venduto il palazzo che possedeva là e che non si sapeva dove fosse andato a finire. A corto di denaro e di viveri, Druss aveva accettato un lavoro presso un costruttore della capitale che si era assunto l’incarico di ricostruire le mura della città che erano state in parte abbattute. Per quattro mesi aveva faticato ogni giorno fino ad accumulare una quantità di oro sufficiente a rimettersi in viaggio verso il sud. Nei cinque anni seguiti alle vittorie di Capalis e di Ectanis l’imperatore ventriano Gorben aveva combattuto otto principali battaglie contro i Naashaniti e i loro alleati ventriani; di quelle battaglie le prime due e l’ultima erano state nette vittorie ma le altre si erano concluse con una situazione di stallo ed entrambe le parti vi avevano riportato pesanti perdite. Cinque anni di guerra sanguinosa e finora nessuno dei due contendenti poteva affermare di essere vicina alla vittoria. – Vieni da questa parte – disse d’un tratto Varsava. – C’è una cosa che voglio farti vedere. Lasciato il sentiero, si arrampicò su per un breve pendio fino ad un punto in cui era stata piazzata una gabbia di ferro dalla sommità a cupola, nella quale c’era un mucchio di ossa ammuffite, sovrastate da un teschio al quale erano ancora attaccati brandelli di pelle e qualche ciuffo di capelli. – Questo era Vashad... il pacificatore – spiegò Varsava, inginocchiandosiaccanto alla gabbia. – È stato accecato e privato della lingua, poi lo hanno incatenato qui a morire di fame. – Quale crimine aveva commesso? – chiese Druss. – Te l’ho già detto, era un pacificatore. In questo mondo di guerra e di violenza non c’è posto per uomini come Vashad – replicò Varsava, sedendosi e togliendosi il cappello a tesa larga. Druss si sfilò lo zaino dalle spalle e sedette accanto allo spadaccino. – Ma perché lo hanno ucciso in questo modo? – Hai visto tante cose e tuttavia sai così poco, Druss? – sorrise Varsava, senza però traccia di umorismo nello sguardo. – Un guerriero vive per la gloria e per la battaglia, per mettere se stesso alla prova contro gli altri uomini, per seminare morte. Gli piace vedersi come un essere nobile, e noi gli concediamo una simile vanità perché lo ammiriamo, componiamo canzoni sulle sue gesta, raccontiamo le sue imprese. Pensa a tutte le leggende drenai: quante di esse riguardano pacificatori e poeti? Sono tutte storie che parlano di eroi... uomini che spargevano sangue e commettevano carneficine. Vashad era un filosofo, credeva in qualcosa che lui definiva la nobiltà dell’uomo. Era uno specchio e quando guardavano nei suoi occhi i sostenitori della guerra vi vedevano riflessi loro stessi... il loro vero io. Vedevano l’oscurità, la violenza, la bramosia e l’enorme stupidità della loro vita, e per questo non hanno potuto resistere all’impulso di ucciderlo, di infrangere lo
specchio; di conseguenza gli hanno accecato gli occhi e strappato la lingua, poi lo hanno lasciato qui... dove ancora giace. – Se vuoi seppellirlo ti aiuterò a scavare una fossa. – No – rifiutò Varsava, in tono triste, – non voglio seppellirlo. Lascia che altri lo vedano e sappiano quanta follia c’è nel voler cambiare il mondo. – Sono stati i Naashaniti ad ucciderlo? – domandò Druss. – No, è stato ucciso molto prima della guerra. – Era tuo padre? Varsava scosse il capo e la sua espressione si fece più dura. – L’ho conosciuto soltanto per il tempo necessario a strappargli gli occhi – ribatté, fissando Druss in volto nel tentativo di valutare la sua reazione, poi proseguì: – A quell’epoca ero un soldato. Aveva degli occhi incredibili, Druss... grandi e splendenti, azzurri come il cielo estivo, e l’ultima cosa che hanno visto è stata la mia faccia, seguita dal ferro rovente che li ha fusi. – E il suo ricordo adesso ti perseguita? – Sì, mi perseguita – ammise Varsava, alzandosi. – È stata un’azione malvagia, Druss, ma quelli erano i miei ordini ed io li ho eseguiti come doveva fare un Ventriano. Subito dopo ho presentato le dimissioni e ho lasciato l’esercito. Tu cosa avresti fatto, al mio posto? – chiese, scrutando il giovane guerriero. – Non mi sono trovato al tuo posto – tergiversò Druss, rimettendosi in spalla lo zaino. – Immagina di esserci stato. Dimmelo! – Avrei rifiutato. – Vorrei averlo fatto – ammise Varsava. I due uomini tornarono sulla pista e camminarono in silenzio per circa un chilometro, poi Varsava sedette accanto al sentiero; adesso le montagne incombevano intorno a loro enormi e torreggianti, e un vento acuto sibilava fra i picchi. In alto nel cielo un paio di aquile volavano in lenti cerchi concentrici. – Mi disprezzi, Druss? – domandò lo spadaccino. – Sì – ammise il giovane, – ma mi sei anche simpatico. – Ammiro chi parla con franchezza – replicò Varsava, scrollando le spalle. – A volte mi disprezzo io stesso. Hai mai fatto qualcosa di cui ti sei vergognato? – Non ancora, ma ci sono arrivato molto vicino ad Ectanis. – Cosa è successo? – volle sapere Varsava. – La città era assediata già da parecchie settimane, e quando l’esercito vi è arrivato nelle mura era già stata aperta una breccia. Io sono entrato con il primo assalto, ho ucciso molti avversari e ancora in preda alla sete di sangue mi sono aperto a forza il varco verso gli alloggiamenti principali. Un bambino si è lanciato verso di me stringendo in mano una lancia e prima che avessi il tempo di pensare a quello che stavo facendo ho calato la mia ascia su di lui. Per fortuna l’arma mi è scivolata fra le mani e lo ha raggiunto di piatto, limitandosi a stordirlo, però avevo cercato di ucciderlo.... e se ci fossi riuscito non me lo sarei potuto perdonare. – È tutto qui? – È abbastanza – ribatté Druss.
– Non hai mai violentato una donna? O ucciso un uomo disarmato? O rubato? – No, e non lo farò mai. – Sei un uomo insolito, Druss – dichiarò lo spadaccino, alzandosi. – Credo che questo mondo imparerà a riverirti oppure ti odierà. – Non m’importa molto dell’una o dell’altra cosa – controbatté Druss. – Quanto dista questa città montana? – Altri due giorni di cammino. Ci accamperemo in alto fra i pini, dove fa freddo ma l’aria è meravigliosamente frizzante. A proposito, non mi hai ancora detto perché ti sei offerto di aiutarmi. – È vero – sorrise Druss. – Ora cerchiamo dove accamparci. Continuarono a camminare, attraversando un passo che si apriva su una macchia di pini e su un’ampia valle oblunga al di là di essa; il fondovalle era punteggiato di case raccolte intorno alle due rive di uno stretto fiume. – Laggiù ci devono essere almeno cinquanta costruzioni – osservò Druss, scrutando la vallata. – Sì – confermò Varsava. – Per lo più si tratta di contadini e Cajivak li lascia in pace perché lo riforniscono di grano e di carne durante i mesi invernali. Sarà però meglio accamparci senza fuoco fra gli alberi, perché Cajivak avrà di certo delle spie al villaggio e non vogliamo annunciare la nostra presenza. Usciti dal passo, i due raggiunsero il riparo offerto dagli alberi, dove il vento era meno violento, e continuarono il cammino alla ricerca di un punto dove accamparsi. Il panorama circostante era molto simile a quello delle montagne di Skoda, e Druss si trovò a ripensare ancora una volta ai suoi giorni di felicità con Rowena. Quando era partito alla sua ricerca insieme a Shadak lo aveva fatto con la convinzione che si sarebbero ricongiunti entro pochi giorni, e anche a bordo della nave si era sentito certo che la sua ricerca stesse volgendo al termine. Adesso però i mesi e gli anni di inseguimento stavano cominciando a rodere la sua sicurezza, e pur sapendo che non avrebbe mai rinunciato alla ricerca iniziava a interrogarsi sul suo scopo. E se Rowena si fosse sposata o avesse avuto dei figli? E se avesse trovato la felicità senza di lui? Che sarebbe accaduto in quel caso quando fosse riapparso nella sua vita? Il filo dei suoi pensieri fu interrotto da una risata che echeggiò fra gli alberi. Varsava si arrestò, poi lasciò silenziosamente la pista e Druss lo seguì: più avanti sulla sinistra c’era una depressione attraversata da un ruscello, e nel centro di quella valletta un gruppo di uomini era intento a lanciare coltelli contro un tronco d’albero a cui un vecchio era legato con le braccia allargate ai lati del corpo. Una lama gli aveva lacerato la pelle del volto, altre ferite erano visibili su entrambe le braccia e un coltello gli sporgeva da una coscia. Per Druss fu subito evidente che quegli uomini si stavano divertendo a spese del vecchio, cercando di stabilire quanto riuscivano ad arrivare vicini a colpirlo con i loro pugnali; sulla sinistra intanto altri tre uomini stavano lottando con una ragazzina, strappandole il vestito e spingendola a terra mentre lei si dibatteva urlando. Vedendo Druss liberarsi dello zaino e accennare ad avviarsi lungo il pendio, Varsava lo afferrò per un braccio. – Cosa intendi fare? Loro sono in dieci!
Druss si liberò con una scrollata dalla sua presa e si incamminò a grandi passi fra gli alberi. Sopraggiungendo alle spalle dei sette lanciatori di coltelli, che non si accorsero di lui perché erano troppo intenti a tormentare la loro vittima, si protese ad afferrare per la testa i due più vicini e li spinse con violenza uno contro l’altro: si udì un nauseante rumore di ossa e i due scivolarono al suolo senza emettere un solo verso. Un terzo uomo si girò di scatto nel sentire il suono ma non ebbe neppure il tempo di esprimere la propria sorpresa che un guanto rivestito d’argento gli calò sulla bocca, fracassandogli i denti e scagliandolo svenuto all’indietro, contro un compagno. Un altro guerriero si lanciò contro Druss tentando di colpirlo al ventre con il coltello ma lui spinse di lato la lama e rispose con un sinistro al mento. I guerrieri rimasti lo attaccarono allora tutti insieme e una lama di coltello gli attraversò il giustacuore, tracciandogli un solco sottile lungo il fianco. Druss afferrò il guerriero più vicino, trascinandolo verso di sé e stordendolo con una testata, poi ruotò su se stesso e sferrò un manrovescio ad un altro assalitore che rotolò dalla parte opposta della depressione, lottò per rialzarsi e si accasciò seduto contro un tronco d’albero, incapace di partecipare oltre allo scontro. Druss stava lottando contro due avversari quando nell’aria echeggiò un urlo agghiacciante che raggelò per un momento i suoi avversari e di cui lui approfittò per liberare un braccio e vibrare al primo dei due uomini uno spaventoso colpo al collo; rimasto solo, l’altro abbandonò la presa e spiccò la corsa attraverso la depressione. Gli occhi chiarissimi di Druss scrutarono allora l’area circostante alla ricerca di nuovi avversari, ma individuarono soltanto Varsava che era fermo da un lato con in pugno il grosso coltello da caccia grondante sangue e con accanto due cadaveri. Altri tre uomini che Druss aveva colpito giacevano dove erano caduti e il guerriero a cui aveva sferrato un manrovescio era ancora seduto sotto l’albero. Druss lo raggiunse e lo issò in piedi. – È ora di andare, ragazzo – gli disse. – Non mi uccidere! – implorò l’uomo. – E chi ha parlato di uccidere? Vattene! L’uomo si allontanò barcollando con passo incerto e Druss si avvicinò al vecchio legato all’albero, verificando che soltanto una delle sue ferite era profonda. Dopo averlo slegato lo adagiò al suolo e si affrettò ad estrargli il coltello dalla coscia. – Quella ferita deve essere suturata – osservò intanto Varsava, che si era accostato a sua volta. – Vado a prendere il mio bagaglio. – Vi ringrazio, amici miei – mormorò il vecchio, con un sorriso forzato. – Temevo che mi avrebbero ucciso. Dov’è Dulina? Druss si guardò intorno, ma la ragazza non si scorgeva da nessuna parte. – Non le hanno fatto del male – replicò quindi. – Credo che sia fuggita quando è cominciato lo scontro. Applicato un laccio emostatico alla ferita si alzò in piedi e andò a controllare i corpi: i due uomini che avevano attaccato Varsava erano morti, e così anche un terzo che aveva il collo spezzato. Appurato che gli altri due erano soltanto svenuti, Druss li girò supini e li scosse fino a svegliarli, poi li issò in piedi ma uno di essi
tornò immediatamente ad accasciarsi al suolo. – Chi sei? – domandò il suo compagno. – Mi chiamo Druss. – Cajivak ti ucciderà per questo. Se fossi in te lascerei le montagne. – Ma non sei me, ragazzo, e io vado dove voglio. Ora raccogli il tuo amico e portalo a casa. Nel parlare Druss tornò a issare n piedi il guerriero stordito e rimase quindi ad osservare i due uomini lasciare la depressione; di li a poco Varsava fu di ritorno munito del suo zaino e accompagnato dalla ragazza, che gli camminava accanto trattenendo con le mani il vestito rovinato. – Guarda cosa ho scovato – commentò lo spadaccino. – Era nascosta sotto un cespuglio. Ignorando la ragazza Druss rispose con un grugnito e scese fino al ruscello, inginocchiandosi per bere. Seduto accanto al corso d’acqua, intento a fissarne la mutevole superficie, pensò che se Snaga fosse stata con lui adesso la depressione sarebbe stata cosparsa di sangue e di cadaveri. Quando aveva perso l’ascia aveva avuto l’impressione che gli fosse stato tolto un peso dal cuore e si era reso conto che il prete di Capalis aveva avuto ragione: quella era un’arma demoniaca. Ne aveva sentito crescere il potere nell’infuriare della battaglia, aveva goduto dell’incontrollabile bramosia di sangue che si riversava su di lui come un’onda di marea, ma dopo ogni scontro aveva sempre provato un senso di vuoto e di avvilimento.... perfino i cibi più speziati gli erano sembrati insapori e anche le più belle giornate estive erano apparse grigie e incolori ai suoi occhi. Poi c’era stato quel giorno sulle montagne, quando i Naashaniti lo avevano sorpreso da solo. Ne aveva uccisi cinque, ma oltre cinquanta nemici gli avevano dato la caccia fra gli alberi; lui aveva cercato di attraversare la sommità di un’altura, ma l’ascia gli aveva ostacolato i movimenti e ad un certo punto il costone aveva ceduto sotto i suoi piedi, facendolo precipitare nel vuoto. Nel cadere aveva scagliato l’ascia lontano da sé e aveva cercato di girarsi in modo da trasformare la caduta in un tuffo, ma aveva sbagliato i tempi e aveva colpito l’acqua di schiena, sollevando un enorme schizzo e sentendo l’aria che gli sfuggiva con violenza dai polmoni. Il fiume era stato in piena e la corrente lo aveva trascinato per oltre tre chilometri prima che gli riuscisse di aggrapparsi ad una radice che sporgeva dalla riva. Issatosi sula sponda si era seduto a fissare la superficie dell’acqua, proprio come stava facendo ora. E nel rendersi conto di aver perso Snaga si era sentito libero. – Ti ringrazio per aver aiutato mio nonno – disse una voce dolce, che lo indusse a voltarsi con un sorriso. – Ti hanno fatto del male? – Soltanto un poco – rispose Dulina. – Mi hanno colpita alla faccia. – Quanti anni hai? – Dodici... quasi tredici – rispose la ragazzina... una creatura graziosa dai
grandi occhi nocciola e dai capelli castano chiaro. – Adesso se ne sono andati. Abitate nel villaggio? – No. Mio nonno è un arrotino e viaggiamo di villaggio in villaggio. Lui affila i coltelli e ripara le cose.. è molto abile. – Dove sono i tuoi genitori? – Non ne ho mai avuti, c’è sempre stato solo il nonno – replicò lei, scrollando le spalle. – Sei molto forte... ma stai sanguinando. – Guarisco in fretta, piccola – ridacchiò Druss, poi si liberò del giustacuore ed esaminò la ferita al fianco: la pelle era stata lacerata, ma il taglio non era profondo. – Anche quella ferita dovrebbe essere suturata, grande eroe – commentò Varsava, in tono irritato, venendo a raggiungerli. Dal momento che il sangue scorreva ancora abbondante dallo squarcio, Druss si sdraiò e rimase immobile mentre Varsava ricongiungeva con scarsa delicatezza i lembi di pelle e procedeva a suturarli con un ago ricurvo. Quando ebbe finito, lo spadaccino si rialzò in piedi. – Suggerisco di lasciare questo posto e di tornare a Lania, perché credo che i nostri amici saranno presto di ritorno. – E cosa mi dici della città e delle mille monete d’oro? – replicò Druss, rimettendosi il giustacuore. – Questa tua... bravata... ha reso vani tutti i miei piani – affermò Varsava, scuotendo il capo per l’incredulità. – Tornerò a Lania e chiederò le cento monete d’oro previste come ricompensa per aver localizzato il bambino. Quanto a te... vai pure dove preferisci. – Ti arrendi molto facilmente, spadaccino. Abbiamo rotto qualche testa, e allora? Che differenza può fare? Cajivak ha centinaia di uomini, e di certo non si interesserà ad ogni scaramuccia. – Non è Cajivak a preoccuparmi, Druss, ma tu. Non sono qui per salvare damigelle e uccidere draghi... o per compiere qualsiasi altra impresa attribuita agli eroi nei miti. Cosa succederà quando entreremo nella città e tu vedrai qualche... qualche vittima impotente? Riuscirai a passare oltre con indifferenza? Riuscirai ad attenerti ad un piano d’azione che ci vedrà portare a termine con successo la nostra missione? – No – ammise Druss, dopo un momento di riflessione, – non potrei mai passare oltre con indifferenza. – È quello che pensavo, dannazione a te! Cosa stai cercando di dimostrare, Druss? Vuoi che si compongano altre canzoni sul tuo conto? O stai soltanto cercando di morire giovane? – Non ho nulla da dimostrare, Varsava, e può darsi che io muoia giovane, ma non mi guarderò mai nello specchio sentendomi pieno di vergogna per aver lasciato che un vecchio soffrisse o che una bambina venisse violentata. E non sarò neppure tormentato dal ricordo di un pacificatore morto ingiustamente. Va’ dove preferisci, Varsava, riporta pure a Lania queste persone. Io raggiungerò la città. – Ti uccideranno. – Tutti gli uomini muoiono – ribatté Druss, scrollando le spalle. – Non sono
immortale. – No, sei soltanto stupido – scattò lo spadaccino, poi girò sui tacchi e si allontanò a grandi passi. Michanek depose la spada insanguinata sui bastioni e sciolse i lacci che trattenevano sotto il mento l’elmo di bronzo, sfilandoselo e assaporando il soffio fresco dell’aria sulla testa intrisa di sudore. L’esercito ventriano si stava ritirando con un certo disordine dopo aver abbandonato l’immenso ariete che giaceva fuori dalle porte, circondato di cadaveri. Michanek si spostò sulla parte posteriore dei bastioni e impartì alcuni ordini ad una squadra di uomini che si trovava sotto di essi.. – Aprite le porte e trascinate dentro quel dannato ariete! – gridò, poi prese uno straccio che teneva infilato nella cintura e se ne servì per ripulire la spada dal sangue prima di riporla nel fodero. Avevano respinto il quarto attacco della giornata, quindi per oggi non ci sarebbero stati altri combattimenti. Pochi uomini sembravano però ansiosi di lasciare le mura perché in città c’era una pestilenza che stava decimando la popolazione civile. No, pensò, è peggio di una decimazione, perché più di una persona su dieci sta subendo gli effetti del male. Gorben non aveva ostruito il fiume ma lo aveva invece riempito di ogni sorta di cose che ne potevano corrompere le acque... animali morti, gonfi e pieni di larve, cibo marcio e gli escrementi umani di un esercito forte di undicimila uomini. Non c’era da meravigliarsi quindi che la malattia si fosse diffusa fra gli assediati. Adesso l’acqua veniva fornita dai pozzi artesiani, ma nessuno sapeva quanto fossero profondi né per quanto tempo sarebbe durata la scorta di acqua fresca da essi fornita. Michanek sollevò lo sguardo sul limpido cielo azzurro: in esso non si scorgeva una sola nuvola ed era ormai quasi un mese che non cadeva una goccia di pioggia. – Ci sono duecento uomini con ferite superficiali – venne a riferire un giovane ufficiale. – I morti sono sessanta e altri trentatré soldati non potranno continuare a combattere. Michanek annuì, ma i suoi pensieri erano altrove. – Che notizie ci sono dalla città interna, fratello? – domandò. – La pestilenza comincia a scemare. Ieri i morti sono stati soltanto settanta, per lo più vecchi e bambini. Michanek si alzò in piedi e sorrise al giovane. – Oggi la tua sezione ha combattuto bene – si complimentò, battendo un colpetto sulla spalla del fratello minore. – Non appena torneremo nel Naashan provvederò a presentare in merito un rapporto all’imperatore. Il giovane ufficiale non replicò, ma quando i loro sguardi s’incontrarono fra i due passò un pensiero inespresso: se mai fossero tornati a Naashan. – Ora va’ a riposare un poco, Narin – aggiunse quindi Michanek. – Hai l’aria esausta.
– Anche tu sei sfinito, Michi, ed io ho preso parte soltanto agli ultimi due attacchi... mentre tu stai combattendo da prima dell’alba. – Sì, sono stanco, ma Pahtai mi rimetterà in forze. Lo fa sempre. – Non mi sarei mai aspettato che ne restassi innamorato così a lungo ridacchiò Narin. – Perché non sposi quella ragazza? Non troverai mai una moglie migliore e lei è rispettata in tutta la città. Ieri ha fatto il giro del quartiere più povero, risanando i malati. È stupefacente... è più abile di qualsiasi dottore, pare che debba soltanto posare le mani sui morenti perché le piaghe scompaiano. – Sembra che tu stesso sia innamorato di lei – osservò Michanek. – Credo di esserlo... un poco – ammise Narin, arrossendo. – Fa ancora quei sogni? – No – mentì Michanek. – Ci vediamo questa sera. E scese i gradini dei bastioni, avviandosi a grandi passi lungo la strada che portava alla sua casa, notando che quasi ogni edificio pareva essere segnato dalla grande croce bianca che indicava la presenza della peste. Il mercato era deserto, con le bancarelle vuote, e adesso tutto veniva razionato, le scorte di cibo costituite da due etti di farina e da mezzo chilo di frutta secca venivano distribuite quotidianamente dai magazzini nella parte est e in quella ovest della città. Perché non la sposi? Non lo faceva per due motivi che non avrebbe mai potuto condividere con nessuno: il primo era che lei aveva già un marito, anche se non lo sapeva, e il secondo era che sposarsi sarebbe equivalso a firmare una condanna a morte. Rowena gli aveva infatti predetto che sarebbe morto in quella città, con Narin accanto, un anno esatto dopo essersi sposato. Rowena non ricordava però più la sua predizione, perché i maghi avevano svolto bene il loro lavoro e lei aveva perso il suo Talento, insieme ad ogni ricordo della sua giovinezza nelle terre dei Drenai. Michanek non provava nessun senso di colpa per questo, perché il Talento di cui era dotata stava lacerando Rowena mentre ora se non altro lei era felice e sorridente. Soltanto Pudri conosceva tutta la verità, ma era tanto saggio da tacere. Michanek imboccò il Viale dei Lauri e aprì il cancello della sua casa. Adesso non c’erano più giardinieri e le aiuole erano soffocate dalle erbacce, la fontana aveva cessato di funzionare e la vasca dei pesci era secca e crepata. Stava entrando in casa quando Pudri ne uscì e gli venne incontro di corsa. – Padrone vieni, presto, si tratta della Pahtai! – Cosa è successo? – gridò Michanek, afferrando l’ometto per la tunica. – La peste, padrone – sussurrò l’eunuco, con le lacrime agli occhi. – ha contratto la peste. Varsava trovò una grotta annidata contro una parete di roccia rivolta a nord, una rientranza profonda e stretta a forma di sei, e accese un piccolo fuoco a ridosso della parete di fondo, sotto una spaccatura che creava un camino naturale. Il vecchio, che Druss aveva trasportato fino alla grotta, era scivolato in un profondo
sonno ristoratore e la bambina gli stava dormendo accanto. Dopo essere uscito per controllare se dall’esterno era possibile scorgere il chiarore del fuoco, Varsava si era invece seduto sulla soglia del rifugio e stava ora fissando i boschi avvolti nel buio. – Perché sei così furente, spadaccino? – domandò Druss, venendo a raggiungerlo. – Non provi nessuna soddisfazione per averli salvati? – No – replicò Varsava, – ma del resto nessuno ha mai composto una canzone su di me. Io bado a me stesso. – Questo non spiega la tua ira. – Né potrei spiegarla in un qualsiasi modo comprensibile per la tua mente ingenua. Per il Sangue di Borza! – esclamò lo spadaccino, girandosi di scatto verso Druss. – Per te il mondo è un posto di una semplicità spaventosa, nel quale esistono soltanto il bene e il male. Non ti è mai venuto in mente che nel mezzo potrebbe esistere una vasta area che non è caratterizzata né da purezza assoluta né da completa malvagità? Certo che non ci hai mai pensato! La giornata di oggi ne è un esempio! Quel vecchio avrebbe potuto essere un mago malvagio abituato a bere il sangue di neonati innocenti, e gli uomini che lo stavano punendo avrebbero potuto essere i padri di quei neonati. Tu non lo sapevi, ti sei semplicemente scagliato loro addosso e li hai atterrati. Varsava s’interruppe, traendo un profondo respiro e scuotendo il capo. – Ti sbagli – replicò Druss, in tono sommesso. – Ho già sentito argomentazioni del genere, da parte di Sieben e di Bodasen... e di altri. Sono d’accordo sul fatto di essere un uomo semplice: sono a stento in grado di leggere poco più del mio nome e non capisco i ragionamenti complicati, ma non sono cieco. Il vecchio legato all’albero portava logori abiti fatti in casa, e la bambina era vestita nello stesso modo... il loro non era il genere di vestiario che avrebbe avuto indosso un mago. E ti sei soffermato ad ascoltare la risata di quegli uomini che stavano lanciando i coltelli? Era aspra, crudele, indicava che non si trattava di contadini, come dimostravano i loro abiti di buona fattura e le calzature di cuoio pregiato. Erano furfanti. – È possibile che lo fossero – ammise Varsava, – ma a te cosa importava? Intendi forse girovagare per il mondo per raddrizzare torti e proteggere gliinnocenti? È questa la tua ambizione nella vita? – No – replicò Druss, – anche se non sarebbe una brutta ambizione. Rimase quindi in silenzio per parecchi minuti, perso nei suoi pensieri. Shadak gli aveva fornito un codice di comportamento e gli aveva fatto comprendere che senza una simile disciplina ferrea sarebbe presto diventato malvagio quanto qualsiasi saccheggiatore. In aggiunta a questo c’era il ricordo di Bress, suo padre, che per tutta la vita era stato oppresso dal terribile peso di essere il figlio di Bardan. In ultimo c’era lo stesso Bardan, spinto da un demone a diventare una delle canaglie più odiate e detestate della storia. La vita, le parole e le azioni di questi tre uomini avevano creato il guerriero che adesso sedeva accanto a Varsava, ma Druss non sapeva trovare il modo di spiegarlo e rimase sorpreso dal fatto di desiderare di farlo, perché non aveva mai provato il bisogno di fornire una spiegazione a Sieben
o a Bodasen. – Non avevo scelta – affermò infine. – Non avevi scelta? – ripeté Varsava. – Perché? – Perché ero presente, e non c’era nessun altro. Avvertendo su di sé lo sguardo dello spadaccino e intuendo l’espressione di assoluto sconcerto che vi era su di esso, Druss distolse il volto e prese a contemplare il cielo notturno. Sapeva di aver agito in maniera insensata, ma sapeva anche che aver salvato il vecchio e la ragazza gli dava un senso di benessere. Poteva apparire insensato, ma era una cosa giusta. Dopo un po’ Varsava si alzò e si spostò in fondo alla grotta, lasciando Druss solo; un vento freddo soffiava sul pendio montano, portando con sé l’odore della pioggia imminente che fece riaffiorare nella sua mente il ricordo di un’altra fredda notte di molti anni prima, quando lui e Bress si erano accampati fra le montagne di Lentria. A quel tempo Druss era molto giovane, aveva setto o otto anni, ed era infelice: alcuni uomini avevano gridato insulti a suo padre, raccogliendosi fuori dalla bottega che Bress aveva avviato in un piccolo villaggio, e Druss si era aspettato che lui uscisse per affrontarli, ma al cader della notte aveva invece raccolto pochi averi e aveva condotto il figlio sulle montagne. – Perché stiamo fuggendo? – aveva chiesto Druss. – Perché quegli uomini parleranno parecchio, poi torneranno per bruciare la nostra casa. – Avresti dovuto ucciderli – aveva dichiarato il bambino. – Non sarebbe stata una risposta – aveva ribattuto Bress, secco. – Per lo più sono persone per bene, ma sono spaventate. Troveremo un posto dove nessuno abbia sentito parlare di Bardan. – Io non fuggirò mai – aveva asserito il bambino, e suo padre aveva reagito con un sospiro. In quel momento un uomo si era avvicinato al loro fuoco da campo, un vecchio calvo e dagli abiti laceri, ma dallo sguardo limpido e acuto. – Posso dividere il vostro fuoco? – aveva chiesto, e quando Bress lo aveva invitato ad accettare anche un po’ di carne secca e una tisana di erbe lui aveva accolto l’offerta con gratitudine. Druss si era addormentato mentre i due uomini erano ancora intenti a parlare, ma parecchie ore più tardi si era svegliato, scoprendo che Bress stava riposando e che il vecchio era ancora seduto accanto al fuoco, intento ad alimentarne le fiamme con dei ramoscelli. Alzatosi dalle coperte, il bambino gli si era andato a sedere accanto. – Hai paura del buio, ragazzo? – Non ho paura di nulla – aveva replicato Druss. – È una buona cosa. Io invece ho paura del buio, della fame e di morire. Per tutta la vita ho avuto paura di questo o di quello. – Perché? – aveva chiesto il bambino, incuriosito. – Questa sì che è una domanda difficile! – aveva riso il vecchio. – Vorrei saperti rispondere. Poi aveva afferrato una manciata di ramoscelli e quando si era proteso per
gettarli sulle fiamme morenti Druss aveva visto che il suo braccio destro era segnato di cicatrici. – Come te le sei procurate? – aveva domandato. – Sono stato un soldato per la maggior parte della mia vita, figliolo. Ho combattuto contro i Nadir, i Vagriani, i Sathuli, i corsari e i briganti. Ho incrociato la spada con qualsiasi nemico ti possa venire in mente. – Ma hai detto di essere un vigliacco. – Non ho detto nulla del genere, ragazzo. Ho affermato di aver avuto paura, il che è diverso. Un vigliacco è un uomo che sa cosa è giusto ma ha paura di farlo... e in giro ce ne sono parecchi. I peggiori però sono facili da individuare, perché parlano ad alta voce, non fanno che vantarsi e se ne hanno 1 occasione sono crudeli quanto il peccato. – Mio padre è un vigliacco – aveva affermato il bambino, con voce triste. – Se lo è, ragazzo, è anche il primo che da molto, molto tempo sia riusciti a trarmi in inganno – aveva ribattuto il vecchio, scrollando le spalle – E se stai pensando al fatto che è fuggito dal villaggio, lascia che ti dica che ci sono occasioni in cui fuggire è la cosa più coraggiosa che un uomo possa fare. Una volta ho conosciuto un soldato che beveva come un pesce, andava a donne come un gatto di strada e combatteva contro qualsiasi cosa nuotasse, camminasse o strisciasse. Poi però si è convertito alla religione ed è diventato un prete della Fonte. Un giorno un uomo con cui lui aveva avuto a che fare e che aveva sconfitto in uno scontro a mani nude lo ha visto in una strada di Drenan e gli si è avvicinato, sferrandogli un pugno in piena faccia e gettandolo a terra. Io ero presente. Il prete si è rialzato di scatto, ma poi si è bloccato: voleva combattere, era evidente in tutto il suo atteggiamento, ma poi ha ricordato chi era e si è trattenuto. Il suo tumulto interiore però era tale che nell’allontanarsi è scoppiato in pianto. Per gli dèi, ragazzo, quella è stata una cosa che ha richiesto un grande coraggio. – Io non penso che sia stato un atto di coraggio – aveva osservato Druss. – Nessun altro fra quanti hanno assistito alla scena lo ha pensato, ma spero che un giorno imparerai che una cosa stupida continua ad essere tale anche se un milione di persone crede nella sua validità. La mente di Druss ritornò di colpo al presente. Non sapeva perché avesse ricordato quell’incontro, ma rammentarlo lo aveva lasciato in uno stato d’animo triste e depresso.
CAPITOLO SECONDO La tempesta scoppiò sulle montagne con grandi scariche di tuono che fecero vibrare le pareti della grotta e con cortine di pioggia che ne sferzarono la soglia e costrinsero Druss a ripararsi all’interno. Il terreno sottostante era adesso rischiarato dai bagliori irregolari dei lampi che parevano alterare la natura stessa della vallata, mutando i sereni boschi di pini e di olmi in covi infestati di ombre e le amichevoli sagome delle case in lapidi tombali sparse lungo la volta dell’Inferno. Un vento violento prese a sferzare gli alberi e Druss vide una mandria di daini uscire al galoppo dalla foresta con movimenti che risultavano slegati e poco armoniosi sotto le improvvise vampate di luce dei lampi. Un albero colpito dal fulmine parve esplodere dall’interno e si divise in due metà, avvolto per pochi istanti da lingue di fiamma che subito si estinsero sotto la pioggia battente. Dulina si avvicinò strisciando per stringersi contro di lui, e pur avvertendo la sutura al fianco che si tendeva a causa del movimento Druss le passò un braccio intorno alle spalle. – È soltanto una tempesta, bambina – la rassicurò. – Non ci può fare del male. Lei non replicò e dopo un momento Druss se la tirò in grembo, tenendola contro di sé e notando come la fronte risultasse tanto calda al tatto da sembrare febbricitante. Il guerriero sospirò, oppresso di nuovo dal peso della propria perdita, e si chiese dove fosse Rowena in quella notte di tempesta. La bufera imperversava in pari misura dove lei si trovava? Oppure là regnava la quiete? Avvertiva anche lei un senso di perdita o Druss era diventato soltanto un vago ricordo di un’altra vita fra le montagne? Abbassando lo sguardo si accorse che la bambina si era addormentata con la testa abbandonata contro la sua spalla. Reggendola fra le braccia con gentile fermezza si alzò e la riportò accanto al fuoco, adagiandola sulla sua coperta e aggiungendo al fuoco le ultime scorte di legna. – Sei un brav’uomo – mormorò una voce commossa, e nel sollevare lo sguardo Druss vide che il vecchio arrotino si era svegliato. – Come va la gamba? – Fa male, ma guarirà. Sei triste, amico mio. – Questi sono tempi tristi – replicò Druss, scrollando le spalle. – Ti ho sentito parlare con il tuo compagno, e mi dispiace che nell’aiutare me tu abbia perso l’opportunità di aiutare altri – proseguì il vecchio, con un sorriso. – Non che voglia cambiare il modo in cui sono andate le cose, bada bene. – Non lo vorrei neppure io – ridacchiò Druss. – Sono Ruwaq l’Arrotino – si presentò il vecchio, offrendo una mano ossuta. – Da dove vieni? – domandò Druss, stringendo la mano protesa e sedendo accanto al vecchio. – In origine? Dalle terre di Matapech, un luogo lontano ad est del Naashan e a nord delle Giungle di Opale, però sono sempre stato un uomo che aveva bisogno di