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David Gemmell - Drenai 04 - La Leggenda di Druss

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Published by Simone Tuco Errico, 2023-03-12 12:45:51

David Gemmell - Drenai 04 - La Leggenda di Druss

David Gemmell - Drenai 04 - La Leggenda di Druss

metro di distanza, sulla sinistra. – Io c’ero prima di te, faccia di caprone! – esclamò un’altra voce. La ragazza indirizzò a Sieben un timido sorriso e si spostò per andare a sedare il litigio. – Adesso sono qui, signori, ed ho un solo paio di mani, quindi datemi un momento di tempo, d’accordo? Sieben si mosse lentamente fra la folla alla ricerca del guerriero con l’ascia, che trovò infine seduto da solo ad un tavolo vicino ad una stretta finestra aperta. – Potrebbe essere una buona idea ricominciare tutto da capo – suggerì, scivolando a sedere sulla panca accanto a lui. – Lascia che ti offra un boccale di birra. – Compro da me la mia birra – grugnì il guerriero. – E non mi sedere così vicino. Sieben si alzò e si spostò verso l’estremità opposta del tavolo, sedendo di fronte al giovane. – Così è più di tuo gradimento? – domandò, in tono pervaso di sarcasmo. – Sì. Hai addosso del profumo? – Olio profumato per i capelli. Ti piace? Il guerriero scosse il capo ma si trattenne dal fare commenti e si schiarì invece la gola. – Mia moglie è stata catturata dagli schiavisti, ed è a Mashrapur – disse invece. – Devo dedurre che tu non fossi a casa quando è successo – osservò Sieben, appoggiandosi allo schienale e scrutando il giovane. – No. Hanno preso tutte le donne. Io le ho liberate, ma Rowena non era con loro, era stata portata via da un uomo chiamato Collan prima che raggiungessi gli altri razziatori. – Prima che tu raggiungessi i razziatori? – ripeté Sieben. – Sei certo che non ci sia qualche altra cosa da aggiungere? – Da aggiungere a cosa? – Come hai liberato le altre donne? – Nel nome dell’Inferno, cosa t’importa saperlo? Ho ucciso qualcuno di quei razziatori e gli altri sono fuggiti.. ma non è questo il punto. Ciò che conta è che Rowena non era più là, e che adesso è a Mashrapur. – Cerca di procedere con più calma, da bravo – consigliò Sieben, sollevando una mano. – In primo luogo spiegami in che modo Shadak figura in questa faccenda, e in secondo luogo... mi vuoi dire che hai attaccato da solo Harib Ka e i suoi sgherri? – Non da solo. Shadak era là, e stavano per torturarlo. Avevo con me anche due ragazze che sono buoni arcieri. In ogni caso questo appartiene al passato. Shadak mi ha detto che mi avresti aiutato a trovare Rowena e a elaborare un piano per salvarla. – Da Collan? – Sì, da Collan – tempestò il guerriero. – Sei sordo oppure stupido? Sieben socchiuse gli occhi scuri e si protese in avanti. – Hai un modo incantevole di chiedere aiuto al prossimo, mio grosso e brutto


amico. Buona fortuna per la tua ricerca! – esclamò, poi si alzò e si allontanò fra la folla, uscendo all’esterno nel chiarore del tardo pomeriggio. Due uomini stavano oziando vicino alla soglia della locanda e un terzo era intento a intagliare un pezzo di legno con un coltello da caccia affilato come un rasoio. Uno dei tre si parò davanti al poeta, che riconobbe in lui il primo guerriero che aveva perso del denaro scommettendo al suo gioco. – Hai riavuto il tuo smeraldo? – chiese. – No – ribatté Sieben, che era ancora infuriato. – È davvero un cafone presuntuoso e maleducato! – Non è un tuo amico, allora? – Direi proprio di no. Non conosco neppure il suo nome e non lo voglio sapere. – Dicono che tu sia abile con quei coltelli – osservò ancora il guerriero, indicando le lame da lancio. – È vero? – Perché me lo chiedi? – Se lo sei potresti riavere il tuo smeraldo. – Avete intenzione di attaccarlo? Perché? Da quel che ho potuto vedere non ha ricchezze con sé. – Non vogliamo le sue ricchezze! – scattò il secondo guerriero, dal cui corpoesalava un odore tale che Sieben si sentì indotto a ritrarsi. – È un folle. Due giorni fa ha attaccato il nostro campo e ha messo in fuga i nostri cavalli... non sono più riuscito a trovare il mio stallone grigio. E ha anche ucciso Harib. Per Asta! Deve aver abbattuto una dozzina di uomini con quella sua dannata ascia! – Se ne ha ucciso una dozzina, cosa vi fa pensare che voi tre possiate eliminarlo da soli? – Il fattore sorpresa – spiegò il guerriero dall’odore sgradevole, battendosi un colpetto sul naso. – Quando uscirà, Rafin gli chiederà qualcosa e non appena si girerà Zhak ed io lo assaliremo e lo sventreremo. Tu però ci potresti aiutare, perché un coltello in un occhio gli rallenterebbe alquanto i movimenti... non trovi anche tu? – È probabile – ammise Sieben, spostandosi di parecchi passi e andandosi a sedere su una ringhiera per legare i cavalli, quindi estrasse un coltello dal suo fodero e cominciò a pulirsi le unghie. – Sei con noi? – sibilò il primo uomo. – Vedremo – replicò Sieben. Seduto al tavolo, Druss stava fissando le lame lucenti dell’ascia, nelle quali poteva vedere riflessa la propria immagine cupa e fredda. I lineamenti erano piatti e tetri, la bocca era tesa in una linea rabbiosa. Sfilandosi l’elmo nero lo posò sulle lame in modo da coprirle. – Ogni volta che parli qualcuno s’infuria – mormorò la voce di suo padre, emergendo dalle sale della memoria. Ed era vero. Alcuni uomini avevano la dote di saper stringere amicizie con chiacchiere spontanee e semplici scherzi, e Druss li invidiava profondamente. Fino a quando Rowena era entrata nella sua vita aveva


creduto di essere del tutto privo di simili qualità, ma con lei aveva scoperto di sentirsi a proprio agio, di riuscire a ridere e a scherzare... e per un momento aveva visto se stesso come lo vedevano gli altri, un uomo grosso come un orso e altrettanto irritabile e spaventoso. – È colpa della tua infanzia, Druss – gli aveva detto Rowena, una mattina, mentre sedevano sul pendio della collina che sovrastava il villaggio. – Tuo padre si è sempre spostato da un luogo all’altro e non si è mai concesso di diventare parte integrante di una comunità. Per lui è stato più facile, perché era un uomo adulto, ma deve essere stato duro per un bambino che non ha mai imparato come fare per stringere delle amicizie. – Non ho bisogno di amici – aveva ribattuto Druss. – Io ho bisogno di te. Il ricordo di quelle parole pronunciate con voce sommessa gli fece sussultare il cuore, e quando una cameriera della taverna gli passò accanto si protese ad afferrarla per un braccio. – Avete del Rosso di Lentria? – domandò. – Te ne porterò un boccale, signore. – Portane una caraffa. Druss bevve fino a sentire i sensi che gli si appannavano e i pensieri che si facevano confusi e indistinti. Ricordò Alarin, e il pugno con cui gli aveva rotto la mascella, e subito dopo rivide se stesso nell’atto di trascinare il corpo di Alarin nella casa comune. Il giovane era stato trafitto alle spalle da una lancia che gli si era spezzata nel corpo e i suoi occhi aperti e ormai spenti lo avevano fissato pieni di accusa. Così tanti fra i morti avevano avuto gli occhi aperti... e tutti lo avevano accusato. – Perché tu sei vivo e noi siamo morti? – erano parsi chiedergli. – Avevamo una famiglia, sogni, speranze... perché tu hai dovuto sopravviverci? – Altro vino! – tuonò, e una ragazza dai capelli biondo miele si avvicinò al suo tavolo. – Credo che tu abbia avuto vino a sufficienza, signore, ne hai già bevuto un intero quarto. – Avevano tutti gli occhi aperti – disse Druss. – Vecchie, bambini... i bambini sono stati la cosa peggiore. Che genere di uomo è quello che può uccidere un bambino? – Penso che dovresti andare a casa, signore, e dormire un poco. – A casa? – ripeté lui, con una risata aspra e amara. – A casa dai morti? E cosa potrei dire loro? La fucina è fredda, non c’è profumo di pane cotto di fresco, non ci sono risa di bambini. Soltanto occhi... no, neppure gli occhi, soltanto ceneri. – Abbiamo sentito dire che c’è stata una scorreria nel nord – osservò la ragazza. – Si è trattato del tuo villaggio? – Portami altro vino, ragazza. Mi è d’aiuto. – Il vino è un falso amico, signore – sussurrò lei. – È il solo che io abbia. Un uomo barbuto e massiccio che aveva indosso un grembiule di cuoio si avvicinò al tavolo.


– Cosa vuole? – chiese alla ragazza. – Altri vino, signore. – Allora portaglielo... se può pagarlo. Druss infilò una mano nella sacca che portava al fianco e tirò fuori una delle sei monete d’argento che Shadak gli aveva dato, gettandola la locandiere. – Allora, cosa aspetti a servirlo? – ordinò questi alla cameriera. La seconda caraffa fece la stessa fine della prima, e quando l’ebbe finita Druss si alzò pesantemente in piedi, cercando di infilarsi l’elmo che però gli sfuggì di mano e rotolò per terra. Nel chinarsi per recuperarlo picchiò la fronte contro il bordo del tavolo, e in quel momento la cameriera bionda apparve al suo fianco. – Lascia che ti aiuti, signore – si offrì, raccogliendo l’elmo e mettendoglielo in mano. – Ti ringrazio – replicò Druss, parlando lentamente, poi armeggiò con la sacca da cintura e le diede una moneta d’argento. – Per... la tua... gentilezza – le disse, scandendo le parole con cura. – Ho una piccola stanza sul retro, signore, due porte oltre le stalle. Non è chiusa a chiave e puoi dormire là, se lo desideri. Druss raccolse l’ascia ma anch’essa gli sfuggì di mano e la lama si andò a conficcare in una trave del pavimento. – Va’ sul retro e cerca di dormire, signore. Ti porterò io... la tua arma, più tardi. Lui annuì e si diresse barcollando verso la soglia. Aperta la porta, Druss uscì nel chiarore del tramonto ormai prossimo e sentì lo stomaco che gli sussultava. Sulla sua sinistra qualcuno gli rivolse la parola, chiedendogli qualcosa, ma quando cercò di girarsi inciampò nell’uomo ed entrambi caddero contro il muro. Mentre cercava di raddrizzarsi, afferrandosi alla spalla dello sconosciuto e issandosi in piedi, Druss sentì attraverso la nebbia che gli offuscava la mente i passi in corsa di alcuni uomini che si avvicinavano. Uno di essi lanciò poi un urlo e nell’indietreggiare barcollando Druss vide una daga a lama lunga cadere al suolo: l’uomo che poco prima la impugnava era in piedi accanto a lui, con il braccio destro sollevato in una posizione innaturale. Sbattendo le palpebre per schiarirsi la vista, Druss si accorse che il polso dell’uomo era inchiodato al battente della porta da un coltello da lancio. In quel momento sentì l’aspro stridio di una spada che usciva dal fodero. – Difenditi, razza di stolto! – gli gridò una voce. Un uomo armato di spada si lanciò in avanti per assalirlo e lui gli andò incontro, parando l’affondo della lama con l’avambraccio e sferrando un destro al mento del guerriero che crollò al suolo svenuto. Girandosi di scatto per affrontare il secondo aggressore Druss perse l’equilibrio e cadde pesantemente al suolo, ma il suo avversario barcollò a sua volta nel vibrare il fendente e lui ne approfittò per scalciare con un piede, raggiungendo l’uomo ad un tallone e catapultandolo a terra. Rotolando su se stesso, si sollevò quindi in ginocchio e afferrò il guerriero per i capelli, tirandoselo vicino e vibrandogli deliberatamente una devastante testata sul


naso. L’uomo si accasciò in avanti, privo di sensi, e Druss lo lasciò andare. In quel momento qualcun altro gli si venne a fermare accanto e Druss riconobbe nell’alta figura il giovane e avvenente poeta. – Per gli dèi, puzzi di vino da quattro soldi – commentò Sieben. – Chi... chi sono? – borbottò Druss, cercando di mettere a fuoco l’uomo con il braccio inchiodato alla porta. – Furfanti – spiegò Sieben, accostandosi al guerriero ferito per recuperare il coltello. L’uomo emise un urlo di dolore ma il poeta lo ignorò e tornò sulla strada, aggiungendo: – Credo che farai meglio a venire con me, vecchio mio. In seguito Druss ricordò ben poco di quella camminata attraverso le strade della città, tranne il fatto che si fermò due volte per vomitare e che la testa prese a dolergli in maniera spaventosa. Si svegliò verso mezzanotte, trovandosi disteso su un portico, sotto le stelle, con accanto un secchio. Si sollevò a sedere... e gemette quando la testa cominciò a pulsargli terribilmente, tanto da dare l’impressione che gli fosse stata inchiodata una striscia di ferro intorno alla fronte. Sentendo delle voci provenire dall’interno della casa si alzò e si avvicinò alla porta, ma poi si arrestò nel riconoscere l’inconfondibile natura di quei suoni. – Oh, Sieben... oh... oh...! Imprecando, tornò al limitare del portico e in quel momento un alito di vento gli portò alle narici un odore sgradevole, inducendolo ad abbassare lo sguardo sulla propria persona: aveva il giustacuore sporco di vomito e tutta la sua persona puzzava di sudore a causa del viaggio. Scorgendo un pozzo alla propria sinistra si costrinse ad alzarsi e a raggiungerlo, tirando lentamente su il secchio. Da qualche parte nella sua testa un demone cominciò a colpirgli il cranio con un martello arroventato ma lui ignorò il dolore e si spogliò fino alla cintura, lavandosi con l’acqua fredda. Era ancora intento a lavarsi quando sentì la porta che si apriva e si girò in tempo per veder uscire di casa una giovane donna bruna che lo guardò, gli sorrise e si allontanò di corsa fra le strade strette. Disinteressandosi di lei, Druss sollevò il secchio e si rovesciò sulla testa l’acqua residua. – A rischio di sembrare offensivo, vorrei suggerirti l’uso di un po’ di sapone – osservò Sieben, dalla soglia. – Vieni dentro, c’è un fuoco che arde nel focolare e ho scaldato un po’ d’acqua. Per gli dèi, qui fuori si gela. Raccolti i propri vestiti Druss seguì il poeta all’interno. La casa era piccola, composta di appena tre stanze tutte al pianterreno... una cucina con una stufa di ferro, una camera da letto e una camera principale a pianta quadrata con un focolare di pietra in cui ardeva un fuoco vivace; un tavolo e quattro sedie erano disposti davanti al focolare, e ai suoi lati c’erano un paio di sedili di cuoio imbottiti di crine di cavallo. Sieben condusse Druss in cucina e riempì una bacinella di acqua calda, vi aggiunse un pezzo di sapone e un asciugamano, e infine aprì una credenza da cui prelevò un piatto di carne fredda e una pagnotta. – Quando sarai pronto vieni a mangiare – disse, e tornò nella stanza principale.


Druss si lavò con il sapone, che odorava di lavanda, poi pulì anche il giustacuore e si rivestì; trovò il poeta seduto accanto al fuoco con le lunghe gambe stese davanti a sé e un boccale di vino in una mano mentre con l’altra era impegnato a spingere indietro i capelli biondi lunghi fino alle spalle. Trattenendoli in quella posizione, Sieben si sistemò sulla fronte una fascia di cuoio nero al cui centro spiccava un opale scintillante, poi sollevò un piccolo specchio e studiò la propria immagine. – Ah, che maledizione essere tanto avvenenti – commentò, posando lo specchio. – Mangia, mio grosso amico. Può darsi che il tuo stomaco dia l’impressione di ribellarsi, ma mangiare è la cosa migliore che puoi fare. Fidati di me. Druss staccò un pezzo di pane e si sedette, masticando lentamente. Gli sembrava che il pane sapesse di cenere e di bile ma lo finì con coraggio e scoprì che il poeta aveva avuto ragione... lo stomaco gli si stava assestando. La carne di manzo salata fu più difficile da inghiottire ma ci riuscì con l’aiuto di un po d’acqua fresca e ben presto cominciò a sentire le forze che gli tornavano. – Ho bevuto troppo – disse. – Davvero? Due interi quarti, a quanto ho saputo. – Non ricordo quanto. C’è stato uno scontro? – Niente di rilevante, per i tuoi standard. – Chi erano? – Alcuni dei razziatori che tu avevi assalito. – Allora avrei dovuto ucciderli. – Forse... ma nello stato in cui eri dovresti considerarti fortunato di essere vivo tu stesso. – Mi hai aiutato, questo lo rammento. Perché? – domandò Druss, riempiendo d’acqua una coppa d’argilla e bevendola in un sorso. – Un capriccio passeggero, non lasciare che la cosa ti preoccupi. Ora parlami ancora di tua moglie e della scorreria. – A che scopo? È tutto passato e la sola cosa che ora mi importi è trovare Rowena. – Però avrai bisogno del mio aiuto... altrimenti Shadak non ti avrebbe mandato da me... ed io preferisco sapere con che genere di uomo mi devo mettere in viaggio. Hai capito? Quindi raccontami tutto. – Non c’è molto da dire. I razziatori... – Quanti erano? – Una quarantina. Hanno attaccato il nostro villaggio, ucciso tutti gli uomini, le vecchie e i bambini, e catturato le donne giovani. Io ero nei boschi a tagliare legname, e quando alcuni di quegli assassini sono venuti a cercarmi li ho abbattuti. Poi ho incontrato Shadak, che stava a sua volta inseguendo i razziatori... avevano assalito una città e ucciso suo figlio. Insieme abbiamo liberato le donne ma Shadak è stato catturato, così io ho fatto fuggire attraverso il campo i cavalli dei razziatorie li ho messi in fuga. È tutto. – Credo che potresti raccontare l’intera storia dei Drenai in un tempo minore di


quello che ci vorrebbe per bollire un uovo – sorrise Sieben, scuotendo il capo. – Non sei proprio un maestro di saghe, amico mio... il che è un bene dal momento che questa è la mia principale fonte di guadagno e che detesto la competizione. Druss si massaggiò gli occhi e si appoggiò allo schienale della sedia, adagiando la testa contro il cuscino di cuoio imbottito. Il calore del fuoco lo stava rilassando e si sentiva il corpo più stanco di quanto lo fosse mai stato in tutta la sua vita perché cominciava a risentire della fatica dei giorni d’inseguimento. Si sentì andare alla deriva in un mare caldo e le parole del poeta si fecero gradualmente sempre più indistinte. Si svegliò all’alba, scoprendo che il fuoco si era ridotto a pochi carboni ardenti e che la casa era vuota. Sbadigliando, si stiracchiò e passò in cucina, servendosi una porzione di pane ora stantio e di formaggio; stava bevendo un po’ d’acqua quando sentì lo scricchiolio della porta che si apriva e tornò nella stanza principale, trovandovi Sieben e una giovane donna bionda. Il poeta aveva in mano la sua ascia e i suoi guanti. – C’è qualcuno che ti cerca, vecchio mio – disse, posando l’ascia vicino alla soglia e gettando i guanti su una sedia, poi sorrise e tornò fuori sotto il sole. La donna bionda si avvicinò a Druss con un timido sorriso sulle labbra. – Non sapevo dove fossi finito e ho custodito la tua ascia – disse. – Ti ringrazio... sei la ragazza della locanda. Adesso la cameriera indossava un abito di lana di scarsa qualità, che un tempo era stato azzurro ma che ora appariva di un grigio sbiadito; la sua figura era ben modellata, il volto gentile e grazioso era illuminato da occhi scuri e pieni di calore. – Sì. Ci siamo parlati ieri – confermò, avvicinandosi ad una sedia e prendendo posto su di essa con le mani sulle ginocchia. – Sembravi... molto triste. – Adesso sono... sono di nuovo me stesso – garanti lui, in tono gentile. – Sieben mi ha spiegato che tua moglie è stata catturata dagli schiavisti. – La troverò. – Quando avevo sedici anni i razziatori hanno assalito il nostro villaggio, uccidendo mio padre e ferendo mio marito. Io sono stata catturata insieme ad altre sette ragazze e venduta a Mashrapur dove sono rimasta per due anni. Una notte sono riuscita a scappare insieme ad una compagna, ma durante quella fuga attraverso territori disabitati lei è stata uccisa da un orso. Quando ormai ero quasi morta di fame sono stata trovata da un gruppo di pellegrini diretti a Lentria che mi hanno aiutata, e così sono riuscita ad arrivare a casa. – Perché mi stai dicendo questo? – chiese Druss in tono sommesso, notando la tristezza negli occhi di lei. – Mio marito si era risposato con Un’altra e mio fratello Loric, che aveva perso un braccio durante la scorreria mi ha detto che non ero più la benvenuta, ha detto che ero una donna disonorata e che se avessi avuto un po’ di orgoglio mi sarei dovuta uccidere. Così me ne sono andata. – Tuo marito era un pezzo di sterco privo di valore, e così anche tuo fratello – dichiarò Druss, protendendosi a stringerle la mano. – Però te lo chiedo di nuovo... perché mi stai dicendo queste cose?


– Sieben mi ha raccontato che sei alla ricerca di tua moglie... e mi è tornato tutto in mente. Ero solita sognare che Karak sarebbe venuto a salvarmi, ma a Mashrapur le schiave non hanno nessun diritto e un signore può avere tutto quello che desidera, è impossibile opporre un rifiuto. Potresti scoprire che la tua... signora... ha subito un rude trattamento – replicò la ragazza, poi scivolò nel silenzio per un lungo momento, e infine riprese: – Non so come spiegarmi... nel periodo in cui ero una schiava sono stata percossa e umiliata, violentata e abusata, ma nulla di tutto questo è stato duro da sopportare quanto l’espressione sul volto di mio marito allorché mi ha rivista, o quanto il disgusto nella voce di mio fratello quando mi ha scacciata. – Come ti chiami? – domandò Druss, protendendosi verso di lei e continuando a tenerle la mano nella propria. – Sashan. – Se fossi stato io tuo marito, Sashan, ti avrei seguita e ti avrei trovata, e quando lo avessi fatto ti avrei presa fra le braccia e portata a casa. Come farò con Rowena. – Non la giudicherai? – Non più di quanto giudichi te, e tutto quello che posso dire sul tuo conto è che sei una donna coraggiosa che qualsiasi uomo... qualsiasi vero uomo... sarebbe orgoglioso di avere al proprio fianco – sorrise Druss. Sashan arrossì in volto e si alzò in piedi. – Se i desideri fossero cavalli anche i mendicanti potrebbero cavalcare – commentò, poi gli volse le spalle e si avviò verso la porta. Soffermandosi sulla soglia si guardò alle spalle una volta ma non aggiunse altro e infine uscì dalla casa. – Hai parlato bene, vecchio mio, molto bene – approvò Sieben, rientrando. – Sai, nonostante i tuoi modi spaventosi e la tua scarsa propensione a conversare credo di trovarti di mio gusto. Andiamo a Mashrapur a cercare la tua dama. Druss fissò con durezza lo snello e giovane poeta. Sieben era di un paio di centimetri più alto di lui, i suoi abiti erano di fine qualità e i suoi capelli erano stati regolati dal barbiere, non tranciati con un coltello o tagliati con un paio di forbici seguendo i contorni di una scodella come guida. Druss spostò quindi lo sguardo sulle mani del giovane e vide che la loro pelle era morbida come quella di un bambino. Soltanto il balteo con i coltelli indicava in qualche modo che Sieben fosse un combattente. – Allora? Ho superato il tuo esame, vecchio mio? – Una volta mio padre mi ha detto che la sorte crea strani compagni di letto – replicò Druss. – Dovresti vedere il problema dal mio punto di vista – ribatté Sieben. – Tu viaggerai con un uomo portato per la letteratura e la poesia, un maestro di saghe senza pari, mentre io d’altro canto mi troverò a cavalcare accanto ad un contadino con il giustacuore sporco di vomito. Con suo stupore, Druss non avvertì nessuna traccia d’ira insorgente, nessun desiderio di colpire. Invece scoppiò a ridere, avvertendo la tensione che defluiva dal suo animo.


– Mi piaci, ometto – dichiarò. Entro il primo giorno di viaggio i due si lasciarono alle spalle le montagne e si trovarono attraverso una successione di valli più o meno grandi e pianure erbose punteggiate di colline e di corsi d’acqua. Accanto alla strada sorgevano numerosi paesi e villaggi, tutti con gli edifici di pietra imbiancata a calce e con i tetti di legno o di ardesia. Sieben montava con grazia, tenendo la schiena eretta e sedendo in sella con disinvoltura; la luce del sole si rifletteva sulla sua tunica di seta azzurro chiaro e sulla bordura argentea degli stivali da equitazione alti fino al ginocchio, i lunghi capelli erano legati in una coda sulla nuca e lui sfoggiava inoltre una fascia d’argento intorno alla fronte. – Quante fasce per i capelli possiedi? – domandò Druss. – Un numero miseramente scarso, però questa è graziosa, vero? L’ho comprata a Drenan lo scorso anno perché l’argento mi piace molto. – Sembri un damerino. – Proprio quello di cui ho bisogno questa mattina – commentò Sieben, con un sorriso, – consigli sull’eleganza maschile da parte di un uomo i cui capelli sembrano essere stati tagliati con una sega arrugginita, la cui camicia è macchiata di vino e di... no, non mi dire cosa ha lasciato le altre macchie. – È sangue secco – spiegò Druss, abbassando lo sguardo. – Però non è il mio. – Questo è un sollievo. Sapendolo, stanotte dormirò sonni più tranquilli. Durante la prima ora di viaggio, il poeta cercò quindi di impartire utili consigli al giovane guerriero. – Non serrare i fianchi del cavallo con i polpacci ma soltanto con le cosce... e raddrizza la schiena – ripete più volte, ma alla fine dovette arrendersi e concluse: – Mio caro Druss, alcuni uomini sono nati per cavalcare ma tu non hai la minima propensione per questa attività. Ho visto sacchi di carote che avevano piu grazia di te. La risposta del guerriero fu concisa e di un’oscenità brutale, ma Sieben si limitò a ridacchiare e sollevò lo sguardo sul cielo sereno e tinto di un azzurro intenso. – Davvero una giornata splendida per partire alla ricerca di una principessa rapita – dichiarò. – Lei non è una principessa. – Tutte le donne rapite lo sono – ribatté Sieben. – Non hai mai ascoltato le antiche storie? Gli eroi sono alti, biondi e avvenenti, mentre le principesse sono modeste e bellissime, e trascorrono la vita in attesa dell’affascinante principe che verrà a salvarle. Per gli dèi, Druss, nessuno vuole sentire una storia che racconti la pura e semplice verità! Riesci a immaginarti una narrazione in cui il giovane eroe è incapace di cavalcare alla ricerca della sua donna perché una grossa vescica sul posteriore gli impedisce di sedere in sella? – domandò, scoppiando a ridere. La sua risata era talmente contagiosa che perfino Druss, solitamente cupo, si trovò a sorridere.


– Capisci, quello che conta è l’elemento romantico – proseguì intanto Sieben. – Nelle storie una donna è una dea o una prostituta e le principesse, essendo splendide e virginali, ricadono nella prima categoria. Anche l’eroe deve essere puro e aspettare il momento in cui il suo destino si compirà fra le braccia della virginale principessa. È meravigliosamente assurdo... e naturalmente è del tutto ridicolo. L’arte dell’amore, come quella di suonare la lira, richiede una pratica enorme, e per fortuna le storie di questi tipo finiscono sempre prima che si sia costretti a vedere la giovane coppia cercare per tentativi il modo di coronare debitamente la sua notte di nozze. – Parli come un uomo che non è mai stato innamorato – osservò Druss. – Sciocchezze. Lo sono stato decine di volte – scattò il poeta. – Se fosse vero – obiettò Druss, scuotendo il capo, – sapresti quanto può essere meraviglioso quel... quel cercare per tentativi.. Quanto dista Mashrapur? – Due giorni di viaggio, però iI mercato degli schiavi ha sempre luogo nel giorno di Missael o in quello di Manien, quindi abbiamo tempo. Parlami di lei. – No. – No? Non ti piace parlare di tua moglie? – Non agli sconosciuti. Sei mai stato sposato? – No... né ho mai desiderato di esserlo. Guardati intorno, Druss, vedi tutti quei fiori sulle colline? Perché un uomo si dovrebbe limitare ad un solo bocciolo, ad un solo profumo? Un tempo avevo un cavallo, Shadira, una splendida bestia più veloce del vento del nord e capace di saltare con comodità una staccionata di quattro sbarre. Quando mio padre me l’ha donata, io avevo dieci anni e Shadira ne aveva quindici. Allorché ho compiuto vent’anni lei non era più in grado di correre in fretta e aveva smesso di saltare, quindi mi sono procurato un nuovo cavallo. Capisci cosa sto cercando di dirti? – Non capisco una sola parola – grugnì Druss. – Le donne non sono cavalli. – Questo è vero – convenne Sieben. – Nel caso dei cavalli, in genere si desidera montarli più di una volta soltanto. – Non so cosa sia ciò che tu chiami amore – dichiarò Druss, scuotendo il capo, – e non voglio neppure saperlo. A mano a mano che la pista si snodava verso sud le colline si fecero più gentili e le montagne si allontanarono sempre più alle loro spalle. Più avanti lungo la strada i due avvistarono un vecchio che avanzava verso di loro con passo strascicato; l’uomo indossava una lunga veste di un azzurro sbiadito e si appoggiava pesantemente ad un lungo bastone. Allorché furono più vicini, Sieben si accorse che era cieco. Quando s’incrociarono, il vecchio si fermò. – Ti possiamo essere d’aiuto, vecchio? – domandò Sieben. – Non ho bisogno di aiuto – rispose l’uomo, con voce sorprendentemente forte e risonante. – Sono diretto a Drenan. – È un lungo viaggio – osservò Sieben. – Non ho fretta. Se però avete del cibo e siete disposti ad accettare un ospite durante il vostro pasto di mezzogiorno, sarei lieto di unirmi a voi. – Perché no? – replicò Sieben. – A poca distanza da qui, sulla tua destra, c’è un


corso d’acqua; ti aspetteremo lì. E fece deviare la propria cavalcatura, spingendola al trotto sull’erba e balzando agilmente di sella per poi passare le redini sopra la testa del cavallo. – Perché lo hai invitato ad unirsi a noi? – domandò Druss, raggiungendolo e smontando a sua volta. Sieben si guardò alle spalle, verificando che il vecchio si stava avvicinando lentamente ed era ancora fuori portata di udito. – È un Cercatore, Druss, un mistico. Non hai mai sentito parlare di loro? – No. – Sono preti della Fonte che si privano della vista al fine di potenziare le loro capacità profetiche. Alcuni di essi sono decisamente straordinari, e loro talento vale un po’ di cibo. Il poeta preparò quindi in fretta un fuoco sul quale pose una pentola di rame piena d’acqua, aggiungendovi dell’avena e un pizzico di sale mentre il vecchio sedeva poco lontano a gambe incrociate e Druss si liberava dell’elmo e del giustacuore per stendersi sotto il sole. Quando infine il porridge fu pronto Sieben riempì una ciotola e la porse al prete. – Avete dello zucchero? – domandò il Cercatore. – No, ma abbiamo un po’ di miele. Vado a prenderlo. Una volta concluso il pasto il vecchio andò al ruscello per lavare la ciotola e la restituì a Sieben. – Adesso volete conoscere il futuro? – domandò poi, con un sorriso in tralice. – Sarebbe una cosa piacevole – assentì Sieben. – Non necessariamente. Vorresti forse conoscere il giorno della tua morte? – Ho afferrato il punto, vecchio. Parlami soltanto della prossima splendida donna che dividerà il mio letto. – Un talento tanto vasto, e tuttavia gli uomini ne richiedono soltanto esempi così infinitesimali – ridacchiò il vecchio. – Ti potrei parlare dei tuoi figli e dei momenti di pericolo, ma no... tu preferisci apprendere cose prive di importanza. Molto bene, dammi la mano. Sieben gli sedette di fronte e protese la mano destra; il vecchio la prese nelle sue e sedette in silenzio per parecchi minuti. – Ho percorso i sentieri del tuo futuro, Sieben il Poeta, Sieben il Maestro di Saghe – sospirò infine. – La strada è lunga. Vuoi sapere della prossima donna? Una prostituta di Mashrapur che ti chiederà sette monete d’argento e che tu pagherai. – Lasciò quindi andare la mano di Sieben e volse gli occhi ciechi verso Druss, chiedendo: – Desideri sapere il tuo futuro? – Creerò io il mio futuro – rispose Druss. – Ah, un uomo forte dalla volontà indipendente. Avanti, lasciami almeno vedere, per mia curiosità, ciò che il domani ha in serbo per te. – Suvvia, ragazzo – lo incoraggiò Sieben, – dagli la mano. Druss si alzò in piedi e raggiunse il punto in cui era seduto il vecchio, accoccolandosi davanti a lui e protendendo la mano. Le dita del prete si chiusero intorno alle sue. – Una mano grande – disse, – e forte... molto forte. – Improvvisamente sussultò


e il suo corpo si irrigidì. – Sei ancora giovane, Druss la Leggenda? Non hai ancora difeso il passo. – Quale passo? – Quanti anni hai? – Diciassette. – Ma certo, diciassette anni. E stai cercando Rowena. Sì... Mashrapur. Adesso vedo tutto. Non sei ancora Morte che Cammina, l’Uccisore d’Argento, il Capitano dell’Ascia, ma sei comunque possente – sospirò il vecchio, allentando la presa. – Hai ragione, Druss, sarai tu a forgiare il tuo futuro, e non hai bisogno delle mie parole – aggiunse, alzandosi e prendendo il proprio bastone. Vi ringrazio per l’ospitalità. – Almeno dicci cosa ci aspetta a Mashrapur – chiese Sieben, alzandosi a sua volta. – Una prostituta e sette monete d’argento – rispose il prete, con un asciutto sorriso, poi volse gli occhi ciechi verso Druss e proseguì: – Sii forte, guerriero con l’ascia, perché la tua strada e lunga e ci sono leggende da creare. La Morte però attende, ed è paziente: la vedrai quando combatterai sotto le porte, nel quarto Anno del Leopardo. Poi si allontanò a passo lento. – Incredibile – sussurrò Sieben. – Perché? – replicò Druss. – Anch’io avrei potuto predire che la prossima donna che incontrerai sarà una prostituta. – Conosceva i nostri nomi, Druss, sapeva tutto. Dunque, quando sarà il quarto Anno del Leopardo? – Non ci ha detto nulla di sensato. Riprendiamo il cammino. – Come puoi sostenere che non era nulla di sensato? Ti ha definito Druss la Leggenda. Quale leggenda? E come la creerai? Ignorando il poeta, Druss raggiunse la propria cavalcatura e montò in sella. – Non mi piacciono i cavalli – dichiarò. – Una volta a Mashrapur venderò questa bestia. Io e Rowena torneremo indietro a piedi. – Non significava nulla per te, vero? – gli domandò Sieben, fissando i suoi occhi chiari. – La profezia, intendo. – Erano soltanto parole, poeta, rumori nell’aria. Muoviamoci. – L’Anno del Leopardo dista quarantatre anni – osservò però Sieben, dopo un po’. – Per gli dèi, Druss, vivrai fino a diventare vecchio. Mi chiedo soltanto a quali porte si riferisse. Druss lo ignorò e continuò a cavalcare.


CAPITOLO QUINTO Bodasen si fece largo fra la massa ribollente di gente che affollava il molo, oltrepassando le donne dai vestiti sgargianti e dal volto dipinto atteggiato ad un sorriso insincero, ignorando i venditori ambulanti che propagandavano a gran voce la loro merce e i mendicanti dagli arti deformi e dagli occhi imploranti. Bodasen odiava Mashrapur, detestava l’odore di quelle moltitudini che vi affluivano alla ricerca di una ricchezza immediata e le strade strette, soffocate da quei detriti di umanità; le case erano alte... di tre, quattro e perfino cinque piani... e tutte collegate da vicoli, gallerie e passaggi ombrosi dove i tagliagole potevano piantare una lama nel corpo delle loro vittime e fuggire indisturbati attraverso quel labirinto di strade secondarie prima che le poche guardie cittadine riuscissero a catturarli. Che razza di città, pensò. Un posto fatto di sporcizia e di donne dipinte, un paradiso per i ladri, i contrabbandieri, gli schiavisti e i rinnegati. – Sembri solo, tesoro mio – mormorò una donna, sfoggiando alcuni denti d’oro in un ampio sorriso. Sotto lo sguardo di Bodasen il sorriso però svanì subito e la donna si affrettò a ritrarsi mentre lui proseguiva per la sua strada. Arrivato ad uno stretto vicolo si arrestò per il tempo necessario a spingere indietro il mantello dalla spalla sinistra in modo da far scintillare l’elsa della sciabola sotto gli ultimi raggi del sole; quando si avviò lungo il vicolo tre uomini apparvero nell’ombra ma si affrettarono a distogliere lo sguardo non appena lui si volse a fissarli con aria di sfida. Più avanti il vicolo si allargò in una piccola piazza con una fontana al suo centro, costruita intorno ad una statua di bronzo rappresentante un ragazzo che cavalcava un delfino; intorno alla fontana sedevano parecchie prostitute, che non appena si accorsero di lui smisero di chiacchierare per appoggiarsi all’indietro e assumere un atteggiamento provocante accompagnato dal consueto sorriso. Allorché Bodasen passò oltre senza, degnarle di un’occhiata, le donne ripresero a chiacchierare. La locanda era quasi vuota, a parte un vecchio che sedeva al bancone intento a centellinare un boccale di birra, due cameriere impegnate a pulire i tavoli e una terza che stava preparando il fuoco per la notte nel focolare di pietra. Bodasen raggiunse un tavolo vicino ad una finestra e sedette rivolto verso la porta; subito una cameriera gli si avvicinò. – Buona sera, mio signore. Sei pronto per la tua solita cena? – No. Portami un boccale di buon vino rosso e una caraffa di acqua fresca. – Sì, mio signore – assentì la cameriera, con una graziosa riverenza, e si allontanò. Il suo saluto ebbe l’effetto di placare l’irritazione di Bodasen: perfino in quella disgustosa città c’erano ancora persone capaci di riconoscere un nobile. Il vino risultò essere di qualità appena mediocre, vecchio di soli quattro anni e con un retrogusto aspro, e lui ne bevve soltanto qualche sorso. Poi la porta della locanda si aprì ed entrarono due uomini, che Bodasen guardò


avvicinarsi standosene appoggiato allo schienale della sedia. Il primo individuo era avvenente, alto e ampio di spalle, con una sciabola al fianco e vestito con un mantello rosso sopra una tunica scarlatta; il secondo era un enorme guerriero calvo, con i muscoli massicci e i lineamenti cupi. Il primo uomo sedette di fronte a Bodasen e l’altro rimase in piedi accanto al tavolo. – Dov’è Harib Ka? – chiese subito Bodasen. – Il tuo connazionale non ci raggiungerà – replicò Collan. – Ha detto che sarebbe stato qui, il che costituisce il solo motivo per cui ho acconsentito a questo incontro. – Aveva un appuntamento urgente altrove – ribatté Collan, scrollando le spalle. – A me non ha detto nulla. – Credo che sia stata una cosa inaspettata. Desideri concludere l’affare oppure no? – Io non concludo affari, Collan, sto cercando di negoziare un trattato con... con i liberi commercianti del Mare di Ventria. A quanto mi è dato di capire tu hai... ecco, vogliamo dire che hai dei contatti con loro? – Interessante – ridacchiò Collan. – Non riesci a indurti ad usare la parola pirati, vero? No, questo sarebbe troppo per un nobile di Ventria. Allora, esaminiamo a fondo la situazione: la flotta ventriana è stata dispersa o affondata, sulla terraferma i vostri eserciti sono stati schiacciati e il vostro imperatore ucciso, quindi adesso state appuntando le vostre speranze sulla flotta pirata, l’unica che possa garantirvi che gli eserciti del Naashan non marcino fino alla capitale. Ho commesso qualche errore nell’enumerare questi punti? – L’impero cerca degli amici – replicò Bodasen, schiarendosi la gola. I Liberi Commercianti sono nella posizione dì aiutarci nella nostra lotta contro le forze del male e noi trattiamo sempre gli amici con grande generosità. – Capisco – commentò Collan. – Adesso state combattendo contro le forze del male? Ed io che credevo che Naashan e Ventria fossero soltanto due imperi in guerra! Quanto sono stato ingenuo. Tu però parli di generosità... quanto è generoso il principe? – L’imperatore è noto per la sua disponibilità. – L’imperatore ha diciannove anni... una rapida ascesa al potere, la sua, ma ha perso undici città a favore dell’invasore e il suo tesoro ha subito cali notevoli. È in grado di procurarsi duecentomila raq d’oro? – Sono autorizzato ad offrirne cinquantamila, non uno di più. – I Naashaniti ne hanno offerti centomila. Bodasen rimase in silenzio per un momento, sentendo la bocca che gli si inaridiva. – Non potremmo pagare la differenza in seta e merci di scambio? – suggerì infine. – L’oro è la sola cosa che ci interessi – ribatté Collan. – Noi non siamo mercanti. No, pensò con amarezza Bodasen, siete ladri e assassini, e mi si rivolta l’anima


a dover stare seduto nella stessa stanza con un essere come te. – Dovrò consigliarmi con il nostro ambasciatore – disse ad alta voce. Lui potrà trasmettere le vostre richieste all’imperatore. Mi serviranno cinque giorni di tempo. – È una cosa accettabile – assentì Collan, alzandosi. – Sai dove trovarmi? Sotto una roccia piatta, si disse Bodasen, insieme agli altri vermi e ai pidocchi. – Sì – rispose in tono sommesso. – Puoi dirmi quando Harib arriverà a Mashrapur? – Non arriverà. – Posso sapere dove ha questo appuntamento a cui è andato? – All’Inferno – rispose Collan. – Devi avere pazienza – consigliò Sieben, guardando Druss misurare a grandi passi la loro angusta stanza al piano superiore della Locanda dell’Albero d’Ossa. Il poeta aveva disteso il suo corpo lungo e snello sul primo dei due stretti letti, mentre Druss si era vicinato con inquietudine alla finestra e si era soffermato ad osservare il molo e il mare al di là del porto. – Pazienza? – tempestò il guerriero. – Lei è qui, da qualche parte, forse vicina. – E la troveremo – promise Sieben, – però ci vorrà un po’ di tempo. Prima dovremo rintracciare i mercanti di schiavi locali. Questa sera farò qualche domanda in giro per scoprire dove Collan abbia sistemato la tua Rowena, poi potremo progettare il suo salvataggio. – Perché non andiamo alla Locanda dell’Orso Bianco e cerchiamo Collan? Lui sa dov’è Rowena – ribatté Druss, girandosi di scatto. – Immagino di sì, vecchio mio – convenne Sieben, alzandosi dal letto, e di certo avrà intorno a sé un nutrito numero dei suoi tagliagole pronti a piantarci un coltello nella schiena, primo fra tutti Borcha. Voglio che tu immagini un uomo che sembra essere stato intagliato nel granito, con muscoli tali da far scomparire al confronto perfino i tuoi. Borcha è un assassino: negli scontri di pugilato ha percosso degli uomini a morte, negli incontri di lotta ha spezzato il collo a più di un avversario. Per uccidere non ha bisogno di armi, l’ho visto schiacciare un boccale di peltro con una sola mano e sollevare sopra la testa una botte di birra. E Borcha è soltanto uno degli uomini di Collan. – Sei spaventato, poeta? – Certo che sono spaventato, giovane stolto! La paura è una cosa ragionevole e non bisogna mai commettere l’errore di paragonarla alla vigliaccheria. Però è insensato andare a cercare Collan, perché qui lui è conosciuto ed ha amici in posti elevati. Attaccalo e verrai arrestato, processato e condannato... e allora non resterà più nessuno che salvi Rowena. Druss si mise a sedere, con i gomiti puntellati sul tavolo. – Detesto stare seduto qui senza fare nulla – ammise. – Allora andiamo a spasso per la città per un po’ – suggerì Sieben. – In questo modo potremo raccogliere qualche informazione. Quanto hai ricavato del tuo cavallo?


– Venti monete d’argento. – Un prezzo quasi equo, sei stato abile. Vieni, ti farò fare un giro turistico. Druss si alzò in piedi e prese l’ascia. – Non credo che ne avrai bisogno – ammonì però Sieben. – Un conto è portare indosso una spada o un coltello, ma la Guardia Cittadina non vedrà di buon occhio una simile mostruosità, che in una strada affollata potrebbe tranciare involontariamente un braccio a qualcuno. Ti presterò io uno dei miei coltelli. – Non ne avrò bisogno – garantì Druss, posando l’ascia sul tavolo e lasciando a grandi passi la stanza. Insieme attraversarono la sala comune della locanda e si addentrarono nella stretta strada al di là di essa. – Questa città puzza – osservò Druss, annusando rumorosamente l’aria. – Succede alla maggior parte delle città... almeno nelle aree più povere. Non ci sono fognature e i rifiuti vengono buttati fuori dalle finestre, quindi attento a dove cammini. Si diressero verso i moli, dove da parecchie navi stavano venendo scaricate balle di seta provenienti da Ventria, dal Naashan e da altre nazioni orientali, erbe, spezie, frutta secca e botti di vino. Il molo era brulicante di umanità. – Non ho mai visto tanta gente in un solo posto – osservò Druss. – E l’attività non è ancora al massimo del suo fervore – sottolineò Sieben. Insieme s’incamminarono lungo le mura del porto, oltre i templi e i grandi edifici municipali e attraverso un piccolo parco dotato di sentieri fiancheggiati da statue e decorato da una fontana centrale; giovani coppie passeggiavano in esso e sulla sinistra un oratore si stava rivolgendo ad una piccola folla, parlando dell’essenziale egoismo insito nel perseguire l’altruismo. Sieben si arrestò ad ascoltarlo per qualche minuto, poi i due ripresero a camminare. – Interessante, non credi? – commentò il poeta, rivolto al compagno. Quell’uomo suggeriva che in ultima analisi le opere buone sono un atto di egoismo perché inducono chi le compie a sentirsi buono. Di conseguenza non è stato per nulla altruista ma ha agito soltanto per il proprio piacere. Druss scosse il capo e fissò il poeta con occhi roventi. – Sua madre avrebbe dovuto spiegargli che la bocca non serve soltanto per emettere suoni. – Devo dedurre che con il tuo consueto modo di faresottile stai sostenendo di non essere d’accordo con lui? – scattò Sieben. – Quell’uomo è uno stolto. – Come pensi di poterlo dimostrare? – Non ho bisogno di dimostrarlo. Se un uomo mi serve su un piatto dello sterco di vacca non mi serve assaggiarlo per capire che non è una bistecca. – Spiegati – lo incitò Sieben. – Condividi un po’ della tanto vantata filosofia di frontiera. – No – ribatté Druss, continuando a camminare. – Perché no? – persistette Sieben.


– Io sono un taglialegna e mi intendo di alberi. Una volta ho lavorato in un frutteto... lo sai che si possono prendere innesti da una varietà di piante di melo e applicarli ad un altro melo? Un albero può ospitare fino a trenta varietà diverse, e lo stesso vale per i peri. Mio padre diceva sempre che gli uomini sono fatti nello stesso modo per quel che riguarda il sapere e che si può innestare molto in una persona, a patto che collimi con ciò che prova il suo cuore. Non si può innestare un melo su un pero, è uno spreco di tempo... e non mi piace sprecare il mio tempo. – Pensi che non riuscirei a capire le tue argomentazioni? – domandò Sieben, con un sogghigno. – Ci sono cose che si sanno oppure non si sanno... ed è un sapere che non può essere innestato. Sulle montagne ho visto i contadini piantare gli alberi lungo una linea retta a ridosso dei campi, in modo da evitare che il vento soffiasse via lo strato superiore di terriccio. Quegli alberi avrebbero però impiegato un centinaio di anni a crescere abbastanza da costituire una effettiva barriera per il vento, quindi quei contadini stavano costruendo per il futuro, per altri che non sapranno mai del lavoro da essi svolto. Lo hanno fatto perché era la cosa più giusta da fare... e nessuno di essi sarebbe stato in grado di controbattere le argomentazioni di quel pomposo sacco di vento laggiù, o le tue. E non avrebbero neppure visto la necessità di controbatterle. – Quel pomposo sacco di vento è il primo ministro di Mashrapur, un brillante politico e un poeta di fama. Sono certo che resterebbe mortalmente umiliato se dovesse venire a sapere che un ignorante contadino di frontiera non è d’accordo con la sua filosofia. – Allora non glielo diremo – replicò Druss. – Lo lasceremo là a servire le sue porzioni di sterco di vacca a persone che sono convinte che si tratti di bistecche. Adesso ho sete, poeta. Conosci una taverna decente? – Dipende da cosa cerchi. Le taverne lungo i moli sono posti rudi e di solito sono piene di ladri e di prostitute, mentre se camminiamo per altri cinquecento metri arriveremo in una zona più civilizzata, dove potremo bere qualcosa in tranquillità. – Cosa mi dici di quei locali laggiù? – domandò Druss, indicando una fila di edifici lungo molo. – Il tuo giudizio è perfetto, Druss. Quello è il Molo Orientale, meglio noto ai residenti come Quartiere dei Ladri. Ogni notte vi avvengono una dozzina di scontri... e di omicidi... quindi nessuna persona di qualità vi si reca e questo lo rende un posto perfetto per te. Va’ pure avanti. Io andrò a far visita ad alcuni vecchi amici che potrebbero avere notizie delle recenti vendite di schiavi. – Verrò con te – dichiarò Druss. – Invece non lo farai, perché saresti fuori posto. Vedi, la maggior parte dei miei amici sono pomposi sacchi di vento. Ci incontreremo a mezzanotte all’Albero d’Ossa. Druss rispose soltanto con una risatina che ebbe l’effetto di aumentare l’irritazione di Sieben mentre questi gli voltava le spalle e si allontanava. * * *


La stanza era arredata con un ampio letto dalle colti di seta, due poltrone imbottite di crini di cavallo e rivestite di velluto e un tavolo su cui c’erano una caraffa di vino e due boccali d’argento. Il pavimento era coperto di tappeti intessuti con grande abilità e morbidi sotto i suoi piedi nudi mentre sedeva sul bordo del letto, con la mano destra stretta intorno alla spilla che Druss aveva modellato per lei. Poteva vederlo camminare accanto a Sieben... poi la tristezza la sopraffece e lasciò ricadere la mano in grembo. Harib Ka era morto, come lei sapeva che sarebbe successo, e adesso Druss era sempre più vicino al suo spaventoso destino. Rowena si sentiva impotente e sola nella casa di Collan, perché anche se la porta era priva di serratura nel corridoio al di là di essa c’erano le guardie. E poi non c’era via di fuga da se stessa. La prima notte in cui l’aveva portata via dal campo, Collan l’aveva violentata due volte, e nella seconda occasione lei aveva cercato di svuotare la mente, di perdersi nei sogni del passato. Nel farlo aveva aperto le porte del suo Talento e si era trovata a fluttuare libera dal suo corpo abusato, scagliata attraverso l’oscurità e il Tempo. Aveva vistograndi città, immensi eserciti, montagne che trapassavano il cielo; sperduta, aveva cercato Druss, ma non era riuscita a trovarlo. Poi le era giunta una voce gentile, calda e rassicurante. – Calmati, sorella, io ti aiuterò. Rowena si era fermata nel suo volo, fluttuando su un oceano oscurato dalla notte, poi accanto a lei era apparso un uomo snello e giovane... non poteva avere più di vent’anni... con gli occhi scuri e un sorriso amichevole. – Chi sei? – gli aveva chiesto. – Sono Vintar dei Trenta. – Mi sono persa. – Dammi la mano. Protendendosi, Rowena aveva sentito le dita spirituali dell’uomo stringere le sue... ed era stata investita dai suoi pensieri: sull’orlo del panico, era stata sommersa dai suoi ricordi, vedendo un tempio di pietra grigia, una dimora abitata da monaci dall’abito bianco. Poi l’uomo si era ritratto dai suoi pensieri in fretta come vi era penetrato. – La tua prova è finita – aveva detto. – Lui ti ha lasciata e adesso ti dorme accanto. Ora ti porterò a casa. – Non posso sopportarlo. È un essere ignobile. – Sopravviverai, Rowena. – Perché dovrei desiderare di farlo? – gli aveva chiesto. -Mio marito sta cambiando, sta diventando di giorno in giorno malvagio quanto gli uomini che mi hanno rapita. Che vita mi troverò ad affrontare? – Non ti risponderò, anche se probabilmente potrei farlo – aveva ribattuto l’uomo. – Sei molto giovane e hai sperimentato grandi dolori, ma sei viva e finché vivi potrai realizzare molte cose buone. Possiedi il Talento, non soltanto per Librarti ma anche per Risanare e per Sapere, un dono da cui pochi sono benedetti. Non ti preoccupare per Collan: ti ha violata soltanto perché Harib Ka gli aveva


raccomandato di non farlo e non ti toccherà ancora. – Mi ha insozzata. – No, ha insozzato se stesso, ed è importante che tu lo capisca – aveva precisato Vintar, in tono severo. – Druss si vergognerebbe di me, perché non ho lottato. – Invece lo hai fatto, Rowena, alla tua maniera. Non gli hai dato piacere, mentre se avessi opposto resistenza avresti accresciuto la sua bramosia e la sua soddisfazione. Così invece... e tu sai che è vero... si è sentito svuotato e pieno di malinconia. E conosci il suo fato. – Non voglio altre morti! – Tutti moriamo. Tu... io.. Druss. La misura di ciascuno di noi è stabilita da come viviamo. Poi Vintar l’aveva ricondotta al suo corpo, badando a istruirla sui modi per viaggiare nello spirito e sui percorsi mediante i quali in futuro avrebbe potuto tornare da sola nel proprio corpo. – Ci rivedremo? – gli aveva chiesto. – È possibile – era stata la risposta. Adesso, mentre sedeva su quel letto dalle lenzuola di seta, si trovò a desiderare di poter parlare di nuovo con Vintar. La porta si aprì ed entrò un massiccio guerriero, calvo e con muscoli enormi; il suo viso era segnato da cicatrici intorno agli occhi e il naso era appiattito contro il volto. L’uomo si diresse verso il letto ma senza intenzioni minacciose, come Rowena ben sapeva; in silenzio, depose accanto a lei un abito di seta bianca. – Collan chiede che tu lo indossi per Kabuchek. – Chi è questo Kabuchek? – Un mercante ventriano. Sarai fortunata se ti comprerà, perché non farai una brutta vita, ragazza. Kabuchek ha molti palazzi e tratta bene i suoi schiavi. – Perché servi Collan? – domandò Rowena. – Io non servo nessuno – ribatté l’uomo, socchiudendo gli occhi. – Collan è un amico e a volte lo aiuto. – Sei un uomo migliore di lui. – È possibile. Però parecchi anni fa, quando ero primo campione, sono stato aggredito in un vicolo dai sostenitori del campione sconfitto. Quegli uomini erano armati di spade e di coltelli, e se sono sopravvissuto è stato perché Collan è accorso in mio aiuto... e io pago sempre i miei debiti. Ora mettiti quel vestito e prepara le tue arti. Devi fare impressione sul Ventriano. – E se rifiutassi? – Collan non ne sarà contento e non credo che la cosa ti piacerebbe. Fidati di me su questo punto, signora: fa’ del tuo meglio e te ne potrai andare da questa casa. – Mio marito sta venendo a prendermi – affermò Rowena, in tono sommesso, – e quando arriverà ucciderà tutti coloro che mi avranno recato offesa. – Perché me lo stai dicendo? – Non farti trovare qui quando lui verrà, Borcha. – Sarà il Fato a decidere – ribatté il gigante, scrollando le spalle.


* * * Druss si avviò con passo tranquillo verso gli edifici lungo il molo: si trattava di antiche costruzioni, una serie di taverne ricavate da magazzini abbandonati e intervallate da una miriade di vicoli e di angoli pieni di ombre. Donne dagli abiti sgargianti oziavano appoggiate alle pareti e uomini dall’aspetto lacero sedevano poco lontano, intenti a giocare a dadi o a parlare fra loro. – Tutte le delizie che la tua mente può evocare in cambio di una moneta d’argento – disse una donna, in tono stanco, avvicinandolo. – No, grazie – rifiutò Druss. – Se lo desideri ti posso procurare dell’oppio. – No – ripeté Druss, in tono ancora più severo, e riprese a camminare. Tre uomini barbuti si alzarono in piedi e si mossero a sbarrargli la strada. – Un’offerta per i poveri, mio signore? – domandò il primo dei tre. Druss stava per replicare quando notò che l’uomo alla sua sinistra aveva infilato la mano fra le pieghe della camicia sporca. – Se quella mano verrà fuori impugnando un coltello te lo farò mangiare, ometto – ridacchiò, e il mendicante si immobilizzò a metà del gesto. – Non dovresti venire qui proferendo minacce – ammonì il primo uomo – Disarmato come sei, mio signore, non è una cosa saggia. – E protese una mano dietro la schiena, impugnando una daga a lama lunga. Non appena vide l’arma Druss venne avanti e colpì con noncuranza l’uomo sulla bocca con un manrovescio: l’aspirante ladro rotolò sulla sinistra, sparpagliando un gruppetto di prostitute che stavano assistendo alla scena e andando a sbattere contro una parete di mattoni, dove giacque immobile dopo aver emesso un solo gemito. Ignorando gli altri due mendicanti, Druss raggiunse la taverna più vicina ed entrò. Il locale privo di finestre e con il soffitto alto era rischiarato da lanterne appese alle travi scoperte del tetto, e l’aria puzzava di olio per lampade bruciato e di sudore. L’ambiente era affollato e Druss faticò a raggiungere un tavolo su cui erano posate parecchie botti di birra; subito un vecchio che indossava un grembiule unto gli si avvicinò. – Non ti conviene bere prima che comincino gli incontri perché ti riempirà lo stomaco d’aria – avvertì. – Quali incontri? Il vecchio lo scrutò con attenzione, senza che nei suoi occhi apparisse il minimo accenno di calore. Non starai cercando di ingannare il Vecchio Thom, vero? – domandò poi. – Sono uno straniero qui – spiegò Druss. – Ora mi vuoi dire di quali incontri si tratta? – Vieni con me, ragazzo – ordinò Thom, poi si fece largo fra la folla dirigendosi verso il retro della taverna e oltrepassando una stretta porta; nel seguirlo Druss si venne a trovare in un magazzino rettangolare al cui centro un ampio spazio circolare era stato coperto di sabbia e isolato con alcune corde.


Vicino alla parete opposta era possibile vedere un gruppo di atleti che stavano eseguendo una serie di esercizi per sciogliere i muscoli del dorso e delle spalle. – Hai mai combattuto? – Non per denaro. Thom annuì, poi si protese a prendere la mano di Druss e la sollevò. – Una mano di buone dimensioni, con le nocche piatte – commentò. – Sei rapido, ragazzo? – Qual è il premio? – ribatté Druss. – Non funziona in questo modo... non per te. Questo è un torneo standard e tutti coloro che vi partecipano sono stati nominati con un notevole anticipo in modo che i gentiluomini interessati a questo sport avessero la possibilità di valutare la qualità dei combattenti. Prima che la competizione abbia inizio agli uomini presenti fra la folla verrà però offerta la possibilità di guadagnare qualche moneta affrontando i diversi campioni... per esempio un raq d’oro a chi riuscirà a restare in piedi per un intero giro di clessidra. Questo serve a permettere ai combattenti di scaldarsi affrontando avversari di basso livello. – Quanto dura un giro di clessidra? – volle sapere Druss. – Più o meno lo stesso tempo che è trascorso da quando sei entrato al Corsaro Cieco. – E che succede se un uomo vince? – Non succede, ragazzo, ma se dovesse accadere quell’uomo prenderebbe il posto dello sconfitto nei combattimenti principali. No, il guadagno maggiore si effettua mediante le scommesse. Quante monete hai con te? – Fai una quantità di domande, vecchio. – Pah! Non sono un ladro, ragazzo. Lo ero un tempo, ma invecchiando sono diventato troppo lento e adesso vivo del mio ingegno. Tu hai l’aria di un uomo capace di difendersi, tanto che all’inizio ti ho scambiato per Grassin il Lentriano... è quello laggiù, vicino alla porta opposta. Druss guardò nella direzione indicata dal dito del vecchio e vide un giovane dalla struttura possente e dai corti capelli neri, intento a parlare con un altro uomo dalla corporatura massiccia, un guerriero biondo dai lunghi baffi. – L’altro è Shkatha, un marinaio naashanita. È quel tizio grosso più indietro è Borcha. Stanotte vincerà lui, non ci sono dubbi al riguardo, perché è letale e molto probabilmente storpierà qualcuno prima della fine della serata. Druss posò lo sguardo sull’uomo che gli era stato indicato e sentì i capelli che gli si rizzavano sulla nuca. Borcha era enorme, doveva essere alto quasi due metri, con la testa calva leggermente appuntita alla sommità come se la pelle fosse stata tesa sopra un elmo vagriano. Le spalle erano coperte di muscoli massicci, il collo era reso enorme dalle fasce muscolari che lo ricoprivano. – Non ti servirà guardarlo in quel modo, ragazzo, è troppo forte per te... fidati del mio parere. È abile ed è molto veloce, e non parteciperà agli scontri preliminari di riscaldamento perché nessuno avrebbe il coraggio di affrontarlo... neppure per venti raq d’oro. Quanto a Grassin, però, credo che gli potresti resistere per un giro di clessidra... e se hai qualche moneta da rischiare posso trovare io chi accetterà di


scommettere. – Tu quanto prendi come percentuale, vecchio? – La metà di quello che guadagneremo. – Quali quote potresti ottenere? – Due contro uno, forse tre. – E se affrontassi Borcha? – Toglitelo dalla mente, ragazzo. Vogliamo fare soldi, non riempire una bara. – Che quote otterresti? – persistette Druss. – Dieci a uno... venti a uno. Soltanto gli dèi lo sanno! Druss aprì la sacca che portava al fianco e prelevò dieci monete d’argento, lasciandole cadere con noncuranza nella mano protesa del vecchio. – Fa’ sapere in giro che intendo oppormi a Borcha per un intero giro di clessidra – disse. – Per Asta, lui ti ucciderà! – Se non dovesse farlo tu potrai guadagnare cento monete d’argento, e forse anche di più. – Questo è vero, naturalmente – ammise in vecchio, con un sorriso in tralice. Gli spettatori cominciarono lentamente a riempire il magazzino convertito in arena. Ricchi nobili vestiti di seta e di fine cuoio, affiancati dalle loro dame abbigliate con merletti e satin, presero posto nelle file più alte di seggi disposti intorno all’arena mentre più in basso sedettero mercanti e altri membri della borghesia, riconoscibili dai cappelli conici. Druss cominciò a sentirsi a disagio, schiacciato da quella massa di umanità, via via che l’affluire della gente fece salire la temperatura dell’ambiente e rese l’aria sempre più pesante. Rowena avrebbe detestato quel posto con il suo rumore e la folla che lo riempiva. Druss s’incupì nel pensarla prigioniera da qualche parte e schiava dei capricci e dei desideri di Collan, poi si costrinse ad allontanare simili pensieri dalla mente e si concentrò invece sulla conversazione avuta con Sieben. Gli aveva dato soddisfazione farlo irritare perché questo era servito a placare la sua ira, dovuta all’involontaria accettazione del fatto che gran parte di quello che l’oratore nel parco aveva detto era vero. Lui amava Rowena, con il cuore e con l’anima, ma aveva anche bisogno di lei e gli capitava spesso di chiedersi se fosse più intenso l’amore o il bisogno. Adesso stava cercando di salvarla perché l’amava o perché si sentiva perso senza di lei? Quell’interrogativo lo tormentava. Rowena calmava il suo spirito turbolento come nessun’altra anima vivente avrebbe mai potuto fare, lo aiutava a vedere il mondo attraverso occhi gentili, il che costituiva un’esperienza rara e splendida. Se adesso fosse stata con lui, Druss sapeva che si sarebbe lasciato a sua volta pervadere dal disgusto nei confronti di quella moltitudine accalcata lì in attesa di vedere sangue e sofferenza, mentre nel trovarsi solo fra quella folla sentiva il proprio cuore accelerare il battito e l’eccitazione alla prospettiva del combattimento imminente aumentare di momento in momento.


I suoi occhi chiari scrutarono la folla, individuando la grassa figura del Vecchio Thom intenta a parlare con un uomo che portava un mantello di velluto rosso e che stava sorridendo. Volte le spalle a Thom l’uomo si diresse verso la colossale sagoma di Borcha e Druss vide il combattente sgranare gli occhi mentre l’uomo dal mantello rosso scoppiava a ridere. Pur non potendo sentire il suono di quella risata al di sopra del rumore che lo circondava, Druss sentì insorgere la propria ira: quello era Borcha, uno degli uomini di Collan... forse uno di coloro che avevano catturato Rowena. Il Vecchio Thom fendette la folla per raggiungerlo e lo trasse in un angolo abbastanza tranquillo. – Ho messo in movimento le cose – lo informò. – Adesso ascoltami con attenzione... non cercare di colpirlo alla testa, perché ci sono uomini che si sono fracassati le mani su quel cranio in quanto lui ha l’abitudine di abbassarsi e di andare incontro ai pugni con il risultato che le nocche dell’avversario si distruggono contro l’osso. Mira alla parte inferiore del corpo e guardati dai suoi piedi... è abile nel tirare calci, ragazzo... a proposito, qual è il tuo nome? – Druss. – Bene, Druss, questa volta hai preso un orso per la coda e se dovesse ferirti non cercare di mantenere la presa. Borcha userà la testa per colpirti e fratturarti le ossa della faccia, quindi cerca di indietreggiare e di tenerti coperto. – Lascia che sia lui a indietreggiare – ringhiò Druss. – Ah, senza dubbio sei un ragazzo coraggioso, ma non hai mai affrontato un uomo come Borcha. E una sorta di martello vivente. – Sai davvero come sollevare il morale a una persona – ridacchiò Druss. – Che quota sei riuscito ad ottenere? – Quindici a uno. Se resterai in piedi vincerai settantacinque monete d’argento, oltre alle dieci che hai usato come posta. – È una cifra sufficiente a comprare una schiava? – Che te ne fai di una schiava? – È una cifra sufficiente? – Dipende dalla schiava. Ci sono ragazze che possono fruttare anche cento monete. Ne hai in mente una in particolare? – Scommetti anche queste – ordinò Druss, prelevando dalla sacca le sue ultime quattro monete. – Devo dedurre che questo è tutto quello che possiedi? – domandò il vecchio, prendendole. – Infatti. – Deve trattarsi di una schiava davvero speciale. – È mia moglie. L’hanno presa gli uomini di Collan. – Collan prende una quantità di donne. Tua moglie non è una strega? – Cosa? – ringhiò Druss. – Non intendevo offenderti, ragazzo, ma oggi Collan ha venduto una strega a Kabuchek il Ventriano, e l’affare gli ha fruttato cinquemila monete d’argento. – No, lei non è una strega, è soltanto una ragazza di montagna, dolce e gentile.


– Ah, bene, allora cento monete dovrebbero essere sufficienti – garantì Thom. – Prima però le devi vincere. Sei mai stato colpito da qualcuno? – No, ma una volta mi è caduto addosso un albero. – Ti ha fatto perdere i sensi? – Sono soltanto rimasto stordito per un po’. – Borcha ti darà l’impressione che ti sia caduta addosso una montagna, e spero soltanto che tu abbia la forza di resistere. – Lo vedremo, vecchio. – Se dovessi cadere a terra rotola sotto le corde, altrimenti lui ti calpesterà. – Mi piaci, vecchio – sorrise Druss. – Non cerchi di addolcire la medicina con il miele, vero? – Non ha nessuna utilità se non ha un sapore amaro – replicò Thom, con il suo sorriso in tralice. Borcha apprezzava le occhiate di ammirazione della folla... paura e rispetto da parte degli uomini e sano desiderio da parte delle donne. Sentiva di essersi guadagnato quel silenzioso tributo durante gli ultimi cinque anni. I suoi occhi azzurri scrutarono le file di posti a sedere fino a individuare Mapek, il Primo Ministro di Mashrapur, l’inviato ventriano Bodasen, e una dozzina di altri notabili del governo dell’emiro. Mentre si guardava intorno nell’arena il suo sguardo rimase impassibile, ma del resto era risaputo che Borcha non sorrideva mai, tranne nel cerchio di sabbia, quando i suoi avversari cominciavano a indebolirsi sotto i suoi pugni. Scoccò quindi un’occhiata in direzione di Grassin, osservandolo eseguire una serie di esercizi per sciogliere i muscoli, e nel guardarlo fu costretto a reprimere un sorriso: gli altri potevano anche credere che Grassin stesse soltanto sciogliendo i muscoli, ma lui era in grado di leggere la paura che trapelava dai suoi movimenti. Concentrò quindi la propria attenzione sugli altri combattenti, fissandoli ad uno ad uno e notando come pochi incontrassero il suo sguardo, e anche quei pochi per un istante soltanto prima di distogliere il proprio. Sono dei perdenti, tutti quanti, pensò. Trasse quindi un profondo respiro che gli riempì d’aria i polmoni massicci; notando che l’atmosfera era calda e umida rivolse un cenno ad uno dei suoi aiutanti e gli ordinò di aprire le ampie finestre alle due estremità del magazzino. Di lì a poco un secondo aiutante gli si avvicinò. – C’è un idiota che vuole provare a misurarsi con te per un giro di clessidra – avvertì. Borcha ne rimase irritato e scrutò senza parere la folla: tutti gli sguardi erano appuntati su di lui, segno che la notizia si era già diffusa! Gettando indietro il capo si costrinse a ridere. – Chi è quest’uomo? – domandò poi. – Uno straniero proveniente dalle montagne. È giovane... direi che non ha più di vent’anni.


– Questo spiega la sua stupidità – sibilò Borcha. Nessun uomo che lo avesse visto combattere avrebbe gradito la prospettiva di resistere per quattro minuti nel cerchio di sabbia contro il campione di Mashrapur... e tuttavia la cosa continuava a irritarlo. Come lui ben sapeva, vincere richiedeva un’abilità maggiore di quella derivante dall’uso delle mani e dei piedi, era un complesso miscuglio di coraggio e di cuore, unito al piantare il seme del dubbio nella mente dell’avversario: un uomo che riteneva il suo opponente invincibile aveva già perso, e Borcha aveva faticato anni per costruirsi una reputazione del genere. Ormai erano due anni interi che nessuno osava più rischiare un giro di clessidra contrapposto al campione... fino a questo momento. E ciò provocava l’insorgere di un secondo problema. I combattimenti nell’arena erano senza regole: un lottatore poteva legittimamente cavare gli occhi all’avversario oppure calpestargli il collo dopo averlo atterrato. I decessi erano rari, anche se potevano verificarsi, e molti lottatori restavano menomati a vita... ma lui non avrebbe potuto comunque ricorrere alle sue mosse più letali contro un giovane sconosciuto, perché questo avrebbe lasciato supporre che ne avesse timore. – Stanno scommettendo quindici contro uno che il ragazzo non ti sopravviverà – sussurrò l’aiutante. – Chi tratta a suo nome? – Il Vecchio Thom. – Lui quanto ha scommesso? – Lo scoprirò – garantì l’aiutante, e si allontanò fra la folla. L’organizzatore del torneo, un obeso mercante di nome Bilse, entrò quindi nel cerchio di sabbia. – Amici miei – tuonò, facendo sussultare i suoi grassi menti, – vi diamo il benvenuto al Corsaro Cieco. Stanotte avrete il privilegio di vedere all’opera i migliori combattenti di Mashrapur. Borcha chiuse la mente alla voce monotona dell’uomo, perché quelle che stava dicendo erano tutte cose che aveva già sentito in passato. Cinque anni prima le aveva ascoltate in preda ad un diverso stato d’animo. Sapendo che sua moglie e suo figlio erano malati di dissenteria, l’allora giovane Borcha aveva finito di lavorare ai moli e aveva percorso correndo tutta la strada fino al Corsaro per vincere dieci monete d’argento in uno scontro di riscaldamento. Con sua sorpresa aveva sconfitto il suo avversario e ne aveva preso il posto nel torneo. Quella notte, dopo aver abbattuto a forza di colpi sei avversari aveva portato a casa sessanta raq d’oro: era entrato trionfante, soltanto per scoprire che suo figlio era morto e che sua moglie era comatosa. Aveva subito convocato il miglior dottore di Mashrapur, che aveva insistito per trasferire Caria in un ospedale del ricco distretto settentrionale... ma soltanto dopo che Borcha lo aveva pagato con tutto l’oro vinto a cosi caro prezzo. In ospedale Caria aveva avuto una ripresa momentanea, ma poi era stata nuovamente abbattuta dalla tisi. Le cure dei due anni successivi erano costate trecento raq e alla fine lei era morta lo stesso, con il corpo consumato dalla malattia.


L’amarezza di Borcha era stata spaventosa, e lui l’aveva scatenata in ogni combattimento, focalizzando il proprio odio e la propria furia sugli uomini che aveva davanti. Sentendo chiamare il suo nome sollevò il braccio destro, e in risposta la folla gridò e applaudì. Adesso aveva una casa nel quartiere settentrionale, una dimora di marmo e di legno della migliore qualità, con il tetto di tegole di terracotta; venti schiavi erano a portata di mano per esaudire i suoi desideri, e i suoi investimenti in schiavi e in sete gli fruttavano introiti pari a quelli di qualsiasi mercante anziano, e tuttavia lui continuava a combattere, pungolato dai demoni del passato. Bílse annunciò l’inizio degli scontri di riscaldamento e Borcha osservò Grassin entrare nel cerchio di sabbia per affrontare un massiccio scaricatore di porto. L’incontro durò appena pochi secondi, poi Grassin sollevò letteralmente l’uomo da terra con un gancio. In quel momento Borcha venne avvicinato dal suo aiutante. – Hanno scommesso circa nove monete d’argento – riferì questi. – E importante? Borcha scosse il capo. Se fossero state in gioco grosse somme questo avrebbe potuto indicare un inganno di qualche tipo, magari che un combattente straniero fosse stato assoldato a suo danno, un picchiatore di un altra città ancora sconosciuto a Mashrapur. Invece si trattava soltanto di una combinazione di stupidità e di arroganza. Bilse chiamò il suo nome e Borcha entrò nel cerchio, controllando la consistenza della sabbia sotto i piedi, perché se era troppo spessa rendeva goffi i movimenti e se era troppo sottile un combattente poteva perdere l’equilibrio. Soddisfatto che la sabbia fosse ben distribuita sposto quindi la propria attenzione sul suo avversario, che era appena entrato nel cerchio dal lato opposto. Era giovane e di qualche centimetro più basso di lui, ma aveva spalle enormi, il petto massiccio con i muscoli pettorali ben sviluppati e grossi bicipiti. Guardandolo muoversi notò che era ben bilanciato e agile, e che anche se aveva la vita spessa in lui c’era ben poco grasso; il collo era grosso e ben protetto dai potenti e gonfi muscoli del trapezio. Borcha trasferì la propria attenzione sulla faccia dell’avversario, osservando gli zigomi forti e il mento robusto, il naso ampio e piatto, le sopracciglia spesse. Infine il campione guardò negli occhi lo sfidante.. occhi chiari che non mostravano traccia di timore. In effetti, pensò Borcha, dal suo aspetto sembra che mi odi. Bilse presentò il giovane sfidante come “Druss delle terre dei Drenai”, poi i due combattenti si avvicinarono uno all’altro, Borcha torreggiante su Druss, e il campione protese le mani. Druss però si limitò a sorridere e tornò verso le corde, in attesa del segnale di inizio. Quell’insulto noncurante non preoccupò il campione, che sollevò le mani nell’ortodossa posizione di combattimento, con il braccio sinistro proteso e il pugno destro vicino alla guancia, avanzando quindi verso il giovane. Druss si lanciò in avanti, cogliendolo di sorpresa, ma il campione fu rapido a reagire con un


potente sinistro alla faccia, seguito da un violento destro che raggiunse Druss alla mascella. A quel punto Borcha si trasse indietro per lasciare a Druss spazio per cadere, ma qualcosa gli esplose invece contro il fianco: per un momento credette che qualcuno fra il pubblico gli avesse scagliato contro un grosso sasso, poi si rese però conto che si era trattato di un pugno dell’avversario. Lungi dal crollare, il giovane aveva incassato i suoi due pugni e aveva controbattuto al suo attacco. Borcha barcollò sotto il colpo, poi tornò all’attacco con una combinazione di pugni che proiettarono all’indietro la testa di Druss, senza però che questi cessasse di reagire. Borcha finse un diretto alla testa e vibrò un gancio al ventre a cui Druss rispose con un ringhio e con un destro selvaggio... che Borcha schivò giusto in tempo per incontrare un gancio sinistro. Riuscì a spostare la testa in modo da ricevere il colpo di striscio sulla guancia, poi si raddrizzò e reagì calando sul volto di Druss un destro che gli lacerò la pelle sopra l’occhio sinistro; subito dopo fece seguire a quel colpo un sinistro. Druss barcollò all’indietro, privo di equilibrio, e Borcha avanzò per finirlo, ma un pugno possente quanto una martellata lo raggiunse appena sotto il cuore e lui sentì una costola spezzarsi. L’ira insorse nel suo animo e lo spinse a tempestare di pugni il corpo e la faccia dell’avversario... colpi brutali e possenti che costrinsero il giovane sfidante a indietreggiare verso le corde. Un altra lacerazione apparve sulla fronte di Druss, questa volta sull’occhio destro, e per quanto lui si abbassasse e schivasse il numero di pugni che Borcha metteva a segno continuò a salire. Il campione si spostò quindi di lato e tentò un sinistro che sfiorò la spalla di Druss; il giovane ritrovò subito l’equilibrio e quando Borcha lo incalzo si pulì gli occhi dal sangue, andandogli incontro. Il campione eseguì una finta di sinistro ma Druss la ignorò e reagì con un destro che s’insinuò sotto la guardia di Borcha e lo raggiunse al costato già leso, strappandogli un sussulto dovuto alla fitta di dolore che gli attraversò il fianco. Subito dopo un pugno enorme gli calò sul mento e nel sentire un dente spezzarsi lui reagì con un gancio sinistro che sollevò Druss sulla punta dei piedi e con un destro che per poco non lo abbatte definitivamente. Druss rispose con un altro destro alle costole e Borcha fu costretto a indietreggiare. I due uomini presero quindi a girare in cerchio uno intorno all’altro, e infine Borcha cominciò a registrare le grida della folla, -coprendo che essa stava incitando Druss nello stesso modo in cui cinque anni prima aveva incitato lui. Poi Druss attaccò e Borcha rispose con un sinistro che mancò il bersaglio e con un destro che lo centrò in pieno. Druss barcollò all’indietro ma tornò ad avanzare. II campione mise a segno altri tre pugni possenti che accentuarono le lacerazioni e fecero scorrere abbondante il sangue sul volto del giovane. Quasi accecato, Druss sferrò un pugno violento che raggiunse Borcha al bicipite destro, intorpidendogli il braccio, poi un secondo che gli lacerò la fronte. Nel vedere il sangue scorrere sul volto del campione, la folla esplose in un tremendo ruggito. Ignorando il rumore Borcha contrattaccò, costringendo Druss a indietreggiare attraverso il cerchio e mandando ripetutamente a segno brutali ganci e diretti al


volto. In quel momento uno squillo di corno annunciò che la sabbia della clessidra aveva finito di scorrere e Borcha si trasse indietro... ma Druss attaccò ancora. Borcha lo afferrò allora intorno alla vita, bloccandogli le braccia e tirandolo verso di sé. – È finita, ragazzo – sibilò. – Hai vinto la tua scommessa. Druss si liberò con uno strattone e scrollò la testa, spruzzando la sabbia di sangue, poi sollevò una mano e la puntò verso Borcha. – Va’ da Collan – ringhiò, – e digli che se qualcuno ha fatto del male a mia moglie gli strapperò la testa dal collo. Poi si volse e lasciò a grandi passi il cerchio. Girandosi, Borcha si accorse che gli altri combattenti lo stavano guardando. Adesso erano tutti disposti a incontrare il suo sguardo... e Grassin stava sorridendo. Sieben rientrò all’Albero d’Ossa appena dopo mezzanotte. Nella sala comune c’erano ancora alcuni bevitori incalliti e le cameriere si muovevano stancamente in mezzo a loro; salite le scale che portavano alla galleria sovrastante, Sieben si diresse verso la stanza che divideva con Druss, ma quando stava per aprire la porta sentì all’interno un rumore di voci. Estratta la daga spalancò il battente di colpo e balzò all’interno, trovando Druss seduto su un letto con il volto gonfio e segnato da lividi oltre che da due rozze suture sopra entrambi gli occhi. Un grasso uomo sporco di terra era seduto sul letto di Sieben e un nobile snello dal mantello scuro e dalla barba a tre punte era in piedi accanto alla finestra. Allorché il poeta fece il suo ingresso così improvviso il nobile si giro di scatto estraendo dal fodero una lucida sciabola, mentre l’uomo grasso lanciò un urlo e si tuffò già dal letto, atterrando con un tonfo dietro a Druss, che rimase seduto. – Te la sei presa comoda, poeta – commentò questi. Sieben abbassò lo sguardo sulla punta della sciabola, che era immobile a mezz’aria, a circa quattro centimetri dalla sua gola. – Non ci hai messo molto a trovarti dei nuovi amici – osservò, con un sorriso forzato, poi infilò con estrema cautela il coltello nel fodero e si sentì sollevato nel vedere il nobile riporre a sua volta la sciabola. – Questo è Bodasen, un Ventriano – spiegò Druss, – mentre il vecchio in ginocchio alle mie spalle si chiama Thom. L’uomo grasso si rialzò in piedi con un sorriso contrito. – Lieto di conoscerti, mio signore – salutò, con un inchino. – Chi diavolo ti ha rifilato quegli occhi gonfi? – domandò Sieben, avvicinandosi per esaminare le ferite di Druss. – Non me li ha rifilati nessuno, ho combattuto per procurarmeli. – Ha affrontato Borcha – spiegò Bodasen, con una sfumatura di accento orientale. – È stato uno splendido incontro, che è durato un intero giro di clessidra. – Sì, è stato un vero spettacolo – aggiunse Thom. – Borcha non è parso per nulla soddisfatto... soprattutto quando Druss gli ha rotto una costola! Abbiamo


sentito tutti il rumore dell’osso. È stato meraviglioso. – Hai combattuto contro Borcha? – sussurrò Sieben. – Sono arrivati ad una situazione di stallo – spiegò il Ventriano. – Dal momento che non c’era nessun chirurgo presente, gli ho dato una mano con la sutura delle ferite. Tu sei il poeta Sieben, vero? – Sì. Come fai a conoscermi, amico mio? – Una volta ti ho visto esibirti a Drenan, e in Ventria ho letto la tua saga di Waylander. Una meravigliosa opera di inventiva. – Ti ringrazio. È stato necessario inventare tanto perché di lui si sa molto poco. Ignoravo però che il mio libro fosse giunto così lontano... ne sono state fatte soltanto cinquanta copie. – Il mio imperatore ne ha acquistata una nel corso dei suoi viaggi, rilegata in cuoio e decorata con lamina dorata. La calligrafia è molto fine. – Deve essere una delle cinque copie da venti raq l’una – commentò Sieben. – Splendide opere. – Il mio imperatore l’ha pagata seicento raq – ridacchiò Bodasen. – Ah, bene, del resto la fama è migliore dell’oro, giusto? – sospirò Sieben, sedendo sul proprio letto. – Dimmi, Druss, cosa ti ha spinto a combattere contro Borcha? – Ho guadagnato cento monete d’argento e adesso potrò ricomprare Rowena. Hai scoperto dove la tengono? – No, amico mio. Di recente Collan ha venduto soltanto una donna, una Veggente. Deve aver tenuto Rowena per sé. – Allora lo ucciderò e la riprenderò... e all’inferno la legge di Mashrapur. – Se mi è concesso di intervenire – disse Bodasen, – credo di potervi aiutare. Conosco questo Collan, e forse potrei ottenere la liberazione della signora in questione... senza spargimenti di sangue. Sieben non disse nulla, ma notò la preoccupazione apparsa negli occhi del Ventriano. – Non intendo aspettare più molto a lungo – avvertì Druss. – Puoi vederlo domani? – Certamente. Tu sarai qui? – Aspetterò tue notizie – promise Druss. – Molto bene. Allora auguro a tutti la buonanotte – salutò Bodasen, con un accenno di inchino. Dopo che se ne fu andato, anche il Vecchio Thom si diresse verso la porta. – Bene, ragazzo, è stata una notte notevole. Se deciderai di combattere ancora sarò felice di rappresentarti. – Basta così per me – replicò Druss. – Preferisco farmi cadere addosso un albero che affrontare ancora quell’uomo. – Vorrei aver avuto maggiore fiducia – aggiunse Thom, scuotendo il capo. – Di mio ho scommesso soltanto una moneta d’argento. – Poi ridacchiò e allargò le mani, aggiungendo: – Ah, bene, del resto suppongo che sia la vita. Permettimi un avvertimento, Druss – proseguì, mentre il suo sorriso svaniva. – Collan ha molti


amici, e sono tipi disposti a tagliare la gola ad un uomo per una cifra pari al costo di una caraffa di birra. Attento a dove metti i piedi. E lasciò la stanza. Sul piccolo tavolo era posata una brocca di vino e Sieben se ne versò un bicchiere, tornando a sedersi sul letto. – Sei un tipo strano, questo è certo – commentò con un sorriso, – ma se non altro Borcha ha migliorato il tuo aspetto. Credo che il tuo naso sia rotto... – Suppongo che tu abbia ragione – replicò Druss. – Ora parlami della tua serata. – Sono andato a trovare quattro noti mercanti di schiavi, e tutti mi hanno detto che Collan non ha presentato nessuna donna sul mercato. La storia di come hai attaccato Harib Ka è nota dappertutto, perché alcuni dei superstiti sono venuti a raggiungere Collan e hanno parlato di te come di un demone. Che ne sia stato di lei resta però un mistero, Druss. Non ho idea di dove si possa trovare... tranne che a casa di Collan. La ferita sopra l’occhio destro di Druss aveva ripreso a sanguinare e Sieben si procurò un panno, che porse la giovane; Druss però lo rifiutò con un cenno. – Si chiuderà da sola, non ci pensare – disse. – Per gli dèi, Druss, devi patire le pene dell’inferno. Hai la faccia gonfia e gli occhi neri. – Il dolore ti permette di sapere che sei vivo – ribatté Druss. – Hai speso le tue monete d’argento con quella prostituta? – Sì – ridacchiò Sieben, – ed è stata molto brava... mi ha detto perfino che ero il migliore amante che avesse mai avuto. – Ma che sorpresa – commentò Druss, e il poeta scoppiò a ridere. – Già... però fa piacere sentirlo – replicò, sorseggiando il vino, poi si alzò e raccolse le proprie cose. – Dove stai andando? – domandò Druss. – Non io... noi. Cambiamo stanza. – Mi piace qui. – Sì, e gradevole. Però abbiamo bisogno di dormire, e per quanto fossero simpatici non vedo motivo di fidarmi di quegli uomini. Collan manderà dei sicari a cercarti, Druss, e Bodasen potrebbe essere al suo servizio, senza contare che quel sacco di pidocchi che se n’è appena andato venderebbe sua madre per una moneta di rame. Fidati di me e cambiamo stanza. – Mi erano simpatici tutti e due, ma hai ragione. Ho bisogno di dormire. Sieben uscì dalla stanza e chiamò una cameriera, dandole una moneta d’argento e chiedendole di tenere segreto il loro trasferimento a tutti, perfino al padrone della locanda. La ragazza ripose la moneta nella tasca del suo grembiule di cuoio e accompagnò i due uomini all’estremità opposta della galleria: la nuova stanza risultò più grande della prima, con tre letti e due lanterne; il fuoco predisposto nel focolare era ancora spento e la stanza era fredda. Non appena la cameriera se ne fu andata Sieben accese il fuoco e rimase a osservare le fiamme che lambivano l’esca. Druss intanto si liberò degli stivali e del


giustacuore e si stese sul letto più largo, addormentandosi entro pochi momenti con l’ascia posata per terra accanto a sé. Sieben si tolse il balteo con i coltelli e lo appese allo schienale della sedia, poi alimentò il fuoco che ora ardeva più intenso usando alcuni pezzi di legna prelevati da un cesto sistemato accanto al focolare; trascorsero le ore e tutti i suoni della locanda cessarono, lasciando soltanto il crepitare della legna a disturbare il silenzio. Per quanto stanco, Sieben continuò comunque a vegliare. D’un tratto sentì degli uomini salire le scale con passo furtivo. estratto un coltello si accostò alla porta e l’aprì di una fessura per sbirciare fuori: all’estremità opposta della galleria circa sette individui erano accalcati davanti alla porta della camera che avevano occupato in precedenza, e con loro c’era anche il locandiere. La porta venne spalancata e gli uomini si lanciarono nella stanza soltanto per riemergerne pochi momenti più tardi. Uno di essi afferrò il locandiere per la camicia, spingendolo contro una parete, e poco dopo la voce spaventata dell’uomo salì di tono quanto bastava perché Sieben riuscisse a discernere in parte le sue parole. – Erano qui... lo giuro... vita dei miei figli... loro... senza pagare... Sieben vide l’uomo gettare il locandiere al suolo, poi gli aspiranti assassini scesero le scale della galleria e si allontanarono nella notte. Il poeta richiuse la porta e tornò vicino al fuoco. E infine dormì.


CAPITOLO SESTO Borcha rimase seduto in silenzio mentre Collan inveiva contro gli uomini che aveva mandato in cerca di Druss e che adesso erano fermi davanti a lui a capo chino e con aria vergognosa. – Da quanto tempo sei con me, Kotis? – chiese Collan ad uno di essi, in tono sommesso e denso di minaccia. – Da sei anni – rispose l’uomo al centro del gruppo, un alto e barbuto pugile dalle spalle ampie; Borcha ricordava di averlo annientato in non più di un minuto. – Già, sei anni – ripeté Collan. – E in questo tempo non hai visto altri uomini venire meno alle mie aspettative? – Sì, l’ho visto. Però noi abbiamo avuto l’informazione dal Vecchio Thom. Lui ha garantito che avevano affittato una stanza all’Albero d’Ossa, ed era vero, ma dopo il combattimento con Borcha si sono nascosti. I miei uomini li stanno ancora cercando e domani non sarà difficile rintracciarli. – Hai ragione! – esclamò Collan. – Non sarà difficile trovarli perché verranno qui! – Gli potresti restituire sua moglie – suggerì Bodasen, che era comodamente seduto su un divano sul lato opposto della stanza. – Io non restituisco le donne, le prendo! E in ogni caso non ho idea di chi sia la ragazza di campagna che lui sta cercando. La maggior parte delle donne che avevamo catturato è fuggita quando quel pazzo ha attaccato il campo, quindi suppongo che sua moglie abbia colto al volo quell’opportunità e si sia sottratta alle sue grinfie. – Non è un uomo che vorrei avere lanciato al mio inseguimento – osservò Borcha. – Non ho mai visto qualcuno che avessi colpito con tanta forza riuscire a restare in piedi! – Tornate in strada, tutti quanti! Passate al setaccio le locande e le taverne nelle vicinanze dei moli perché non può essere andato lontano. E tu ricorda bene una cosa, Kotis: se domani quell’uomo dovesse entrare nella mia casa tu sarai morto! I presenti uscirono lentamente e Borcha si appoggiò allo schienale del divano, soffocando un gemito quando la costola lesionata gli causò una fitta di dolore al fianco. Essere stato costretto a uscire dal torneo gli aveva ferito l’orgoglio, e tuttavia provava una riluttante ammirazione per quel giovane combattente... una volta anche lui avrebbe affrontato un esercito per amore di Caria. – Sai cosa penso? – suggerì. – Cosa? – scattò Collan. – Penso che la donna in questione fosse la strega che hai venduto a Kabuchek. Come si chiamava? – Rowena. – L’hai violentata? – Non l’ho toccata – mentì Collan, – e comunque ormai l’ho venduta a Kabuchek, che mi ha dato cinquemila monete d’argento... così, senza neppure


trattare. Ne avrei potute chiedere diecimila. – Credo che dovresti andare dalla Vecchia – consigliò Borcha. – Non ho bisogno di un profeta perché mi dica come affrontare un contadinoarmato d’ascia. Ora veniamo agli affari – proseguì Collan, rivolto a Bodasen. – È troppo presto perché tu abbia ricevuto una risposta alle nostre richieste, quindi come mai stanotte sei qui? Il ventriano sorrise, rivelando denti di un candore abbagliante sullo sfondo della scura barba a tre punte. – Sono venuto perché ho detto a quel giovane combattente che noi ci conosciamo e che forse avrei potuto ottenere la liberazione di sua moglie... ma se l’hai già venduta ho soltanto sprecato il mio tempo. – A te cosa importa di questa faccenda? – Io sono un soldato, Collan... come un tempo lo eri anche tu – ribatté Bodasen, alzandosi e gettando indietro dalle spalle il mantello nero. – E conosco gli uomini. Avresti dovuto vedere il suo combattimento con Borcha: non è stato gradevole, è stato una cosa brutale e quasi spaventosa. Non hai a che fare con un cafone di campagna ma con un terribile uccisore, e non credo che tu abbia uomini a sufficienza per fermarlo. – Anch’io sono un combattente, Bodasen – sottolineò Collan. – È vero, Drenai, ma passiamo ora in esame tutto quello che sappiamo. Stando a quelli fra i suoi uomini che sono sopravvissuti alla scorreria, Harib Ka ha mandato sei guerrieri nei boschi e nessuno di essi è tornato. Stanotte ho parlato con Druss: lui mi ha confermato di averli uccisi e gli ho creduto. Poi ha attaccato il campo, dove c’erano quaranta uomini armati che sono fuggiti davanti a lui, e adesso ha tenuto testa a Borcha che era ritenuto invincibile da tutti, lui stesso compreso. La gentaglia che hai appena mandato a cercarlo non avrà una sola possibilità di tenergli testa. – È vero – ammise Collan, – ma non appena avrà ucciso i miei uomini la Guardia Cittadina lo arresterà... e a me restano appena quattro giorni da trascorrere qui prima di fare vela alla volta dei porti del Libero Commercio. Mi pare tuttavia di dedurre che hai qualche consiglio da offrire. – Infatti. Recupera la donna che hai venduto a Kabuchek e consegnala a Druss. Ricomprala o rubala... però fa’ come ti ho detto, Collan. Detto questo l’ufficiale ventriano eseguì un breve inchino di circostanza e lasciò la stanza. – Se fossi in te gli darei retta – consigliò Borcha. – Non cominciare anche tu – tempestò Collan. – Per gli dèi, stanotte quell’uomo ti ha forse spappolato il cervello? Tu ed io sappiamo entrambi cosa ci vuole per restare in cima a questo mucchio di sporcizia. Paura, reverenziale timore, a volte puro terrore. Che ne sarebbe della mia reputazione se restituissi una donna che ho rapito? – Hai assolutamente ragione – convenne Borcha, alzandosi in piedi, – ma una reputazione può essere ricostruita mentre perdere la vita è una cosa del tutto diversa. Druss ha detto che ti strapperà la testa dal collo, ed è il tipo d’uomo che


potrebbe fare esattamente questo. – Non avrei mai pensato di vederti fuggire spaventato, amico mio. Ti credevo impervio alla paura. – Sono forte, Collan – sorrise Borcha. – Uso la mia reputazione perché mi rende più facile vincere, però non la vivo. Se mi dovessi trovare sul percorso di un toro lanciato alla carica mi sposterei di lato, oppure mi girerei per fuggire o mi arrampicherei su un albero. Un uomo forte dovrebbe sempre conoscere i suoi limiti. – A te è stato d’aiuto conoscere i tuoi, amico mio – commentò Collan, con un sogghigno. Borcha si limitò a sorridere e scosse il capo, poi lasciò la casa di Collan e si avviò senza una meta attraverso le strade del distretto settentrionale, che erano più ampie e bordate di alberi. Alcuni uomini della Guardia lo oltrepassarono a passo di marcia e il loro capitano gli rivolse un saluto nel riconoscere in lui il campione di Mashrapur. L’ex-campione pensò Borcha. Adesso sarebbe stato Grassin a raccogliere i premi. Fino all’anno successivo. – Tornerò – sussurrò. – Devo farlo, perché è tutto quello che ho. Sieben riemerse allo stato cosciente attraverso strati di sogni. Stava fluttuando su un lago azzurro e tuttavia il suo corpo era asciutto; era in piedi su un’isola coperta di fiori ma non poteva avvertire la terra sotto i propri piedi; era disteso su un letto coperto di satin, accanto ad una statua di marmo che al suo tocco divenne di carne ma rimase fredda. Non appena aprì gli occhi i sogni si dissolsero sussurrando dalla sua memoria. Vedendo che Druss dormiva ancora, Sieben si alzò dalla sedia e stiracchiò la schiena, poi abbassò lo sguardo sul guerriero addormentato. I punti sulla fronte di Druss erano tesi e gonfi, il sangue secco gli macchiava entrambe le palpebre e il naso era gonfio e scolorito, ma nonostante le ferite il suo volto emanava una tale forza che Sieben si sentì raggelare davanti al potere quasi inumano di quel giovane. Druss gemette e aprì gli occhi. – Come ti senti questa mattina? – domandò il poeta. – Come se un cavallo mi avesse galoppato sulla faccia – rispose Druss, rotolando giù dal letto e versandosi un boccale d’acqua. In quel momento qualcuno bussò alla porta. – Chi è? – domandò Sieben, alzandosi dalla sedia ed estraendo un coltello. – Sono io, signore – rispose la voce della cameriera. – C’è un uomo che ti vuole vedere; è di sotto. Sieben aprì la porta e la cameriera gli rivolse una riverenza. – Lo conosci? – le chiese. – È il gentiluomo ventriano che era qui la scorsa notte, signore. – È solo?


– Sì, signore. – Mandalo su – ordinò Sieben. Mentre aspettavano informò Druss della visita degli uomini che erano venuti a cercarli la notte precedente. – Avresti dovuto svegliarmi – protestò lui. – Ho pensato che potevamo fare a meno di una carneficina – replicò Sieben. Al suo ingresso nella stanza Bodasen si avvicinò immediatamente a Druss, che era fermo accanto alla finestra, e si protese in avanti per controllare le suture sopra le sue sopracciglia. – Che notizie ci porti? – gli chiese Druss. – La scorsa notte Collan ha mandato degli uomini... dei sicari.. a setacciare la città alla tua ricerca – replicò Bodasen, togliendosi il mantello e drappeggiandolo su una sedia. – Oggi però è rinsavito e questa mattina mi ha mandato un uomo con un messaggio per te: ha deciso di restituirti tua moglie. – Bene. Quando e dove? – C’è un molo a circa mezzo chilometro ad ovest di qui. Ti incontrerà là stanotte, un’ora dopo il crepuscolo e avrà Rowena con sé. Collan però è preoccupato, Druss: non vuole morire. – Non lo ucciderò – promise il giovane. – Vuole che tu venga solo... e disarmato. – È una follia! – tempestò Sieben. – Crede di avere a che fare con degli idioti? – Qualsiasi altra cosa possa essere, Collan è pur sempre un nobile drenai – precisò Bodasen. – La sua parola deve essere accettata. – Non da me – sibilò Sieben. – Collan è un assassino e un rinnegato che è diventato ricco infliggendo dolori agli altri. Un nobile drenai... come no! – Andrò – decise Druss. – Che alternative ci sono? – È una trappola, Druss. Gli uomini come Collan non hanno onore. Lui sarà là, ne sono certo... ma insieme ad una dozzina di sicari. – Non mi fermeranno – insistette il guerriero, con un bagliore negli occhi chiari. – Un coltello nella gola può fermare chiunque. Bodasen venne avanti e posò una mano sulla spalla di Druss. – Collan mi ha garantito che la sua era una proposta onesta. Non avrei riferito il suo messaggio se lo avessi ritenuto falso. – Ti credo – annuì Druss, con un sorriso. – Come ci hai trovati? – volle sapere Sieben. – Avevate detto che sareste stati qui – rispose Bodasen. – Dove avrà luogo esattamente questo incontro? – domandò Druss. Dopo avergli fornito le necessarie indicazioni, Bodasen si congedò da loro, e non appena se ne fu andato Sieben si girò verso il giovane guerriero. – Tu gli credi davvero? – Certamente, perché è un gentiluomo ventriano e mio padre mi ha sempre detto che sono i peggiori mercanti del mondo perché detestano ingannare e mentire. Vengono allevati in questo modo. – Però Collan non è un ventriano – sottolineò il poeta.


– Infatti – convenne Druss, cupo in volto. – Non lo è. È tutto ciò che tu hai descritto, poeta, e avevi assolutamente ragione nell’affermare che sarà una trappola. – E tuttavia sei disposto ad andare lo stesso? – Come ho già detto, non ci sono alternative. Però non è necessario che tu sia presente: il tuo debito è con Shadak, non con me. – Hai perfettamente ragione, vecchio mio – sorrise Sieben. – Allora, vogliamo progettare insieme questa piccola partita? Un’ora prima del tramonto Collan era seduto in una stanza di un piano rialzato che si affacciava sul molo, con il barbuto Kotis in piedi accanto a lui. – Sono tutti ai loro posti? – domandò lo spadaccino drenai. – Sì. Due uomini armati di balestra e sei muniti di coltello. Borcha verrà? – No – replicò Collan, incupendosi in volto. – Avrebbe costituito una differenza notevole – osservò Kotis. – Perché? – scattò Collan. – Ha già ricevuto una battuta da quel contadino. – Credi davvero che verrà solo e disarmato? – Bodasen ritiene che lo farà. – Dèi, che stolto! – Il mondo è pieno di stolti, Kotis – rise Collan. – È così che noi diventiamo ricchi. Nel parlare si protese a guardare fuori della finestra in direzione del molo. Parecchie prostitute stavano oziando davanti alle svariate soglie e due mendicanti importunavano i passanti; uno scaricatore di porto ubriaco uscì barcollando da una taverna, andò a sbattere contro un muro e scivolò a terra vicino ad un pilastro d’ormeggio. Cercò quindi di rialzarsi ma quando provò a sollevare la sacca da lavoro tornò ad accasciarsi a terra e alla fine si raggomitolò sulle pietre e si mise a dormire. Che città! pensò Collan. Che meravigliosa città. Mentre guardava una prostituta si avvicinò all’uomo addormentato e infilò con abilità le dita nella sua sacca del denaro. Collan si ritrasse dalla finestra ed estrasse la sciabola, prendendo la pietra per affilare e cominciando a passarla lungo la lama; non aveva nessuna intenzione di fronteggiare di persona quel contadino, ma un po’ di cautela non era mai eccessiva. Kotis si versò intanto un boccale di vino di scarsa qualità. – Non ne bere troppo – lo avvertì Collan. – Anche disarmato quell’uomo sa come si combatte. – Non combatterà così bene con una quadrella di balestra nel cuore. Collan sedette su una poltrona imbottita e protese le lunghe gambe davanti a sé. – Fra pochi giorni saremo ricchi, Kotis. Oro ventriano... a sufficienza per riempire questa squallida stanza... poi salperemo per il Naashan e ci compreremo un palazzo, magari più di uno. – Pensi che i pirati aiuteranno Ventria?


– No,perché hanno già accettato l’oro naashanita. Ventria è finito. – Allora ci terremo il denaro di Bodasen? – Certamente. Per come la vedo io il mondo è pieno di stolti. Sai, una volta ero uno di loro, avevo dei sogni e ho sprecato a inseguirli metà della mia vita. Cavalleria, coraggio... mio padre mi ha rifilato questi concetti fino a riempirmi la mente di sogni cavallereschi, e credevo davvero a tutte queste stupidaggini – ridacchiò Collan. – Incredibile! Poi però ho scoperto che stavo sbagliando e ho imparato come funziona il mondo. – Oggi sei di buon umore – osservò Kotis. – Ricorda però che dovrai uccidere anche Bodasen, perché non sarà contento quando verrà a sapere di essere stato ingannato. – Lui è un avversario contro cui sono disposto a combattere – replicò Collan. – Ventriani! Che la peste li prenda tutti! Credono di essere migliori di chiunque altro, e Bodasen più degli altri. Si ritiene uno spadaccino, ma presto vedremo se lo è davvero. Lo farò a pezzi un po’ per volta, un graffio qui e un taglio là, e soffrirà come merita. Infrangerò il suo orgoglio prima di ucciderlo. – Potrebbe essere migliore di te – azzardò Kotis. – Nessuno è migliore di me, con la sciabola o con una lama corta. – Dicono che Shadak sia uno dei più abili combattenti. – Shadak è un vecchio! – tempestò Collan, scattando in piedi. – E anche quando era al massimo della sua forma non ha avuto il coraggio di affrontarmi. Kotis impallidì e cominciò a balbettare frasi di scusa. – Taci! – ingiunse Collan. – Esci e controlla che gli uomini siano in posizione. Mentre Kotis lasciava la stanza indietreggiando Collan si versò un boccale di vino e tornò a sedersi vicino alla finestra. Shadak! Sempre Shadak! Cosa c’era in quell’uomo che induceva gli altri a riverirlo? Cosa aveva mai fatto? Per gli attributi di Shema, lui aveva ucciso altrettanti spadaccini quanti ne aveva sconfitti quel vecchio! Ma forse che c’erano ballate che parlavano di Collan? No. Un giorno gli darò la caccia, promise a se stesso. Da qualche parte, in pubblico, dove la gente possa vedere il grande Shadak umiliato. Poi riprese a guardare fuori della finestra, in direzione del sole al tramonto che tingeva il mare del colore del fuoco. Presto quel contadino sarebbe arrivato e il suo divertimento avrebbe avuto inizio. Druss si avvicinò al molo, in fondo al quale era ancorata una nave che stava per salpare; già i braccianti del porto stavano sciogliendo gli ormeggi per gettarli a bordo e i marinai erano fra il sartiame intenti a spiegare la grande vela quadrata dell’albero di maestra. I gabbiani si libravano sopra il vascello e le loro ali scintillavano argentee alla luce della luna. Il giovane guerriero abbracciò con un’occhiata il molo, che era quasi deserto tranne per due prostitute e un uomo addormentato, poi scrutò gli edifici circostanti ma soltanto per constatare che tutte le finestre erano chiuse. Poteva sentire in bocca


il sapore della paura, non per la propria sicurezza ma per quella di Rowena, nel caso che Collan l’avesse ucciso, perché allora lei sarebbe andata incontro ad una vita di schiavitù e questa era una cosa che Druss non poteva tollerare. Le ferite sopra gli occhi gli bruciavano e un dolore martellante alla testa gli ricordava ancora lo scontro con Borcha. Schiaritosi la gola con un colpo di tosse sputò e si avviò verso il molo, ma in quel momento un uomo si mosse nell’ombra, sulla sua destra. – Druss! – chiamò una voce sommessa, e nel girare la testa lui vide il Vecchio Thom fermo nell’ombra all’imboccatura di uno stretto vicolo buio. – Cosa vuoi? – gli chiese. – Ti stanno aspettando, ragazzo, e sono in nove. Torna indietro. – Non posso, loro hanno mia moglie. – Dannazione, ragazzo, così morirai. – Vedremo. – Ascoltami. Due sono armati di balestra e appostati al piano di sopra, quindi tieniti addossato alla parete di destra perché in questo modo non potranno prenderti di mira. – Lo farò, vecchio, grazie – rispose Druss. Thom indietreggiò nell’ombra e scomparve. Tratto un profondo respiro Druss proseguì verso il molo, ma quando vide una finestra aprirsi più avanti e sopra di lui cambiò direzione verso il muro dell’edificio rischiarato dalla luna. – Dove sei, Collan? gridò. Alcuni uomini armati emersero dall’ombra e nel vedere fra gli altri la figura alta e avvenente di Collari il giovane venne avanti. – Dov’è mia moglie? – domandò. – Questo è il bello della faccenda – rispose Collan, indicando la nave. – È a bordo... venduta al mercante Kabuchek, che in questo momento sta facendo vela per la sua casa di Ventria. Forse lei ti vedrà perfino morire! – Nei tuoi sogni! – ringhiò Druss, e si scagliò alla carica contro gli uomini in attesa. Alle spalle del gruppo lo scaricatore ubriaco si alzò improvvisamente in piedi con due coltelli in pugno, uno dei quali sibilò accanto alla testa di Collan per poi andare a piantarsi nel collo di Kotis. Una daga calò verso il ventre di Druss, che spinse di lato il braccio dell’assalitore e reagì con un diretto al mento tale da fracassare le ossa, gettando l’avversario addosso ai guerrieri che si trovavano dietro di lui. In quel momento un coltello affondò nella schiena di Druss, che si contorse e afferrò l’assalitore per la gola, scagliandolo contro i nemici rimasti. Intanto Sieben estrasse Snaga dalla sacca da lavoro che aveva con sé e la lanciò in aria. Druss l’afferrò con disinvoltura e non appena la luce della luna si riflesse sulle due spaventose lame dell’ascia gli aggressori si sparpagliarono, dandosi alla fuga. Druss spiccò la corsa verso la nave, che si stava allontanando lentamente dal molo. – Rowena! – urlò.


In quel momento qualcosa lo colpì alla schiena, facendolo barcollare e cadere in ginocchio. Vide Sieben precipitarsi in avanti, poi il braccio del poeta ebbe un movimento seccodall’alto in basso e un balestriere delineato nel riquadro di una finestra lasciò andare l’arma che aveva in pugno, cadendo nel vuoto con un coltello piantato in un occhio. – Resta fermo – avvertì Sieben, inginocchiandosi accanto a Druss. – Hai una quadrella nella schiena! – Allontanati da me! – gridò Druss, issandosi in piedi. – Rowena! Mosse un passo incespicante in avanti, ma ormai la nave si stava allontanando rapidamente sulla spinta del vento che le gonfiava la vela, e al tempo stesso Druss poteva sentire il sangue che scaturiva dalle ferite e gli fluiva lungo la schiena per raccogliersi sopra la cintura. Un terribile senso di sonnolenza si impadronì di lui e crollò di nuovo a terra. – Dobbiamo portarti da un chirurgo – disse Sieben, tornando ad affiancarglisi. La voce del poeta parve però farsi sempre più remota e un grande ruggito pervase gli orecchi di Druss, che si sforzò di restare cosciente e di aguzzare lo sguardo, fissandolo sulla nave che stava deviando verso est, con la grande vela ormai tesa dal vento. – Rowena! – urlò. – Rowena! Poi le pietre del molo si sollevarono fredde verso il suo volto e le remote strida dei gabbiani parvero farsi beffe della sua angoscia. Il dolore lo pervase mentre lottava per rialzarsi... E precipitò oltre il limitare del mondo. Lanciato di corsa lungo il molo, Collan si guardò alle spalle e vide che il gigantesco guerriero si era accasciato a terra, con il compagno inginocchiato accanto. Smettendo di fuggire si sedette allora su un palo d’ancoraggio per riprendere fiato... era incredibile! Disarmato, quel gigante aveva attaccato nove uomini armati, costringendoli a indietreggiare con una furia che aveva confermato le affermazioni di Borcha e soprattutto la sua analogia con un toro lanciato alla carica. Collan decise che l’indomani si sarebbe trovato un nascondiglio nella parte meridionale della città e avrebbe seguito il consiglio di Borcha, andando a cercare la Vecchia. Quella era l’unica soluzione possibile, pagarla perché gettasse un incantesimo o chiamasse un demone o fornisse un veleno. Qualsiasi cosa sarebbe andata bene. Collan si alzò in piedi... e vide una figura scura ferma nell’ombra che la luce della luna creava lungo un muro; l’uomo lo stava osservando. – Cosa stai fissando? – domandò Collan. La sagoma in ombra avanzò verso d i lui fino ad esporsi alla luce della luna che rivelò un uomo vestito con una tunica di morbida pelle di daino e armato con due corte spade; i suoi capelli, lunghi e neri, erano raccolti sulla nuca in una coda di cavallo. – Ti conosco? – chiese Collan.


– Mi conoscerai, rinnegato – ribatté l’uomo, estraendo la spada di destra. – Hai scelto la vittima sbagliata da derubare – ringhiò Collan, impugnando la sciabola e sferzando con essa l’aria a destra e a sinistra per sciogliere il polso. – Non sono qui per derubarti, Collan, ma per ucciderti – dichiarò l’uomo, venendo avanti. Collan attese che l’avversario fosse arrivato a pochi passi di distanza e scattò in avanti effettuando con la sciabola un affondo diretto al suo petto: ci fu un clangore di acciaio quando le due lame s’incontrarono, poi lo sconosciuto parò l’arma di Collan e fece seguire una risposta fulminea verso la sua gola. Lo spadaccino scattò all’indietro, evitando di stretta misura che la punta della spada lo raggiungesse all’occhio. – Sei veloce, amico mio, ti avevo sottovalutato. – Succede – commentò l’uomo. Collan attaccò di nuovo, questa volta con una serie di affondi e di fendenti diretti al collo e al ventre, e intanto lo scintillare delle lame unito al discorde cozzare dell’acciaio che echeggiava per il molo fece sì che tutt’intorno le finestre cominciassero a spalancarsi; parecchie prostitute si affacciarono al davanzale gridando incoraggiamenti ai duellanti, svariati mendicanti emersero dai vicoli circostanti e una vicina taverna si svuotò degli avventori, che si riversarono in strada a formare un cerchio intorno ai due avversari. Collan si stava divertendo perché i suoi attacchi costringevano l’altro uomo a indietreggiare di continuo e perché ormai pensava di essersi fatto un’idea precisa di quello sconosciuto: il suo avversario era un uomo rapido e agile, che restava imperturbato anche quando era sotto pressione, ma al tempo stesso non era più giovane e Collan poteva avvertire che cominciava già a stancarsi. All’inizio l’uomo aveva infatti sferrato parecchi contrattacchi, ma ora essi si erano ridotti di numero perché lui era disperatamente impegnato a tenere a bada la lama nemica. Collan eseguì una finta, poi si spostò e lanciò un affondo verso il basso e verso destra: lo sconosciuto bloccò la mossa troppo tardi e nel ritornare verso l’alto la punta della sciabola gli trapassò la spalla sinistra. Collan scattò all’indietro, estraendo la spada dalla ferita. – È quasi arrivato il momento di morire, vecchio – disse. – Infatti. Che sensazione ti da? – ribatté l’uomo. – Hai del coraggio, devo ammetterlo – rise Collan. – Prima che ti uccida vuoi dirmi perché mi stai dando la caccia? Ho forse fatto torto a tua moglie? Ho violato tua figlia? Oppure sei un sicario a pagamento? – Sono Shadak – rispose l’uomo. – Allora questa non è stata una notte del tutto sprecata – sorrise Collan, poi lanciò un’occhiata in direzione della folla e proseguì, alzando il tono di voce: – Il grande Shadak! Sarebbe questo il famoso cacciatore, il possente spadaccino? Vedete come sanguina? Ebbene, amici miei, potrete raccontare ai vostri figli di averlo visto morire! Di aver visto Collan uccidere quest’uomo leggendario. Avanzò quindi verso Shadak, che era fermo in attesa, e sollevò la sciabola in un sarcastico saluto. – Ho gradito questo duello, vecchio – disse, – ma adesso è tempo di porvi fine.


Mentre stava ancora parlando scattò in avanti con un rapido fendente di rovescio diretto al fianco destro di Shadak. Nel momento in cui questi parò Collan fece ruotare il polso e la sciabola rotolò sopra la spada che la bloccava, calando verso il collo privo di protezione dell’avversario. Era un colpo classico, che Collan aveva usato molte volte, ma Shadak si spostò verso sinistra, in modo che la sciabola lo raggiungesse alla spalla invece che al collo, e al tempo stesso Collan avvertì un dolore lacerante al ventre. Abbassando lo sguardo, vide con orrore la spada di Shadak che gli sporgeva dal corpo. – Brucia all’inferno! – sibilò il cacciatore, liberando la lama con uno strattone. Collan lanciò un urlo e crollò in ginocchio, lasciando cadere rumorosamente la sciabola sulle pietre del molo. Poteva sentire il cuore che gli martellava nel petto e un dolore incandescente che gli pervadeva il corpo. – Aiutatemi! – gridò. Quindi scivolò prono sulle pietre mentre la folla restava a guardarlo immersa in un assoluto silenzio. Non è possibile che io stia morendo, pensò. Non io, non Collan... Il dolore diminuì, sostituito da un rilassante calore che si diffuse nella sua mente torturata; aprendo gli occhi vide la sciabola che giaceva poco lontano sulle pietre e si protese verso di essa, arrivando a sfiorarne l’elsa con le dita. – Posso ancora vincere – disse a se stesso. – Posso... Shadak ripose la spada nel fodero e indugiò per un momento a guardare il cadavere dell’avversario, che già i mendicanti stavano circondando per appropriarsi degli stivali e della cintura; infine volse le spalle alla scena e si allontanò fra la folla. Vedendo Sieben inginocchiato accanto alla figura prona di Druss sentì il cuore venirgli meno e si affrettò a raggiungerli, inginocchiandosi a sua volta. – È morto – disse Sieben. – Nei tuoi... sogni – sibilò Druss. – Aiutatemi ad alzarmi in piedi. – Certi uomini sono molto duri da uccidere – ridacchiò Shadak, rivolto al poeta, poi lui e Sieben issarono Druss in piedi. – Lei è là fuori – disse il giovane guerriero, fissando la nave che stava lentamente rimpicciolendo sullo sfondo lontano dell’orizzonte. – Lo so, amico mio – mormorò Shadak, – ma noi la troveremo. Ora però sarà meglio portarti da un chirurgo.


LIBRO SECONDO Il Demone nell’Ascia


PROLOGO La nave scivolò fuori dal porto sulla spinta della marea delle prime ore della sera. Rowena era ferma sul ponte di poppa con accanto la sagoma minuta di Pudri, e nessuno dei due era consapevole della presenza del mercante ventriano Kabuchek, che si trovava sopra di loro sull’elevato ponte del timone. Alto e di una magrezza cadaverica, il mercante stava continuando a fissare il molo dopo aver visto Collan cadere sotto i colpi di uno spadaccino sconosciuto e il gigantesco guerriero drenai farsi strada combattendo fra gli uomini dello schiavista. Era interessante, ciò che un uomo era disposto a fare per amore. I suoi pensieri tornarono indietro alla giovinezza trascorsa a Varsipis e al suo desiderio per la giovane Harenini, e si trovò a chiedersi se si era trattato di eventi effettivi o se il tempo aveva aggiunto colore ad una giovinezza altrimenti grigia. La nave cominciò a rollare sulle onde nell’avvicinarsi alla bocca del porto, dove la marea andava facendosi più forte. Nello spostare lo sguardo sulla ragazza, Kabuchek pensò che Collan gliel’aveva venduta per un prezzo ridicolo... cinquemila pezzi d’argento per un talento come quello di cui lei era dotata? Assurdo! Kabuchek si era aspettato di trovarsi davanti una ciarlatana o un’imbrogliona, ma la ragazza gli aveva preso la mano, lo aveva guardato negli occhi e aveva detto una sola parola: “Harenini.” Kabuchek era riuscito a stento a impedire che lo shock provato gli trapelasse dal volto, perché non aveva più sentito quel nome da venticinque anni e di certo era impossibile che il pirata Collan fosse venuto a conoscenza di quella sua giovanile infatuazione. Sebbene fosse già convinto della portata delle doti della ragazza, le aveva rivolto molte altre domande e alla fine si era girato verso Collan. – Pare che possegga un certo talento – aveva detto. – Quanto chiedi per lei? – Cinquemila. – Pagalo – aveva ordinato Kabuchek al suo servitore eunuco, Pudri, nascondendo il proprio sorriso di trionfo e accontentandosi di godere dell’espressione tormentata che era apparsa sul volto di Collan, poi aveva aggiunto: – La porterò di persona sulla nave. Adesso, dopo aver visto quanto quel guerriero armato d’ascia fosse giunto vicino al successo, Kabuchek si congratulò per la propria astuzia; più in basso, sentì Pudri parlare in tono gentile alla ragazza. – Prego che tuo marito non sia morto – disse l’eunuco. Nel guardare ancora verso il molo, il mercante vide due guerrieri drenai inginocchiati accanto alla figura immota del giovane gigante. – Vivrà – replicò Rowena, mentre gli occhi le si colmavano di lacrime. – E mi seguirà. Se dovesse farlo ordinerò che lo uccidano, pensò Kabuchek. – Lui ti ama molto, Pahtai, – osservò Pudri, in tono sommesso, – come dovrebbe essere fra marito e moglie. Io stesso ho avuto tre mogli, e nessuna di esse


mi ha amato... ma del resto un eunuco non è un compagno ideale. La ragazza continuò a fissare le minuscole figure sul molo fino a quando la nave uscì dal porto e le luci di Mashrapur divennero distanti fiammelle ammiccanti, poi sospirò e si lasciò cadere sul sedile a ridosso della murata, a testa china e con il pianto che le scorreva sul volto. – Sì, le lacrime fanno bene, molto bene – sussurrò Pudri, sedendole accanto e passandole un braccio snello intorno alle spalle, poi le batté qualche colpetto sulla schiena come avrebbe fatto con un bambino piccolo e continuò a mormorarle parole rassicuranti. Kabuchek scese i gradini del ponte del timone e si avvicinò ai due. – Conducila nella mia cabina – ordinò a Pudri. Rowena sollevò lo sguardo sul volto aspro del suo nuovo padrone. Kabuchek aveva il naso lungo e ricurvo come il becco di un’aquila, la sua pelle era tanto scura da essere quasi nera e contrastava con l’azzurro intenso degli occhi che scintillavano sotto le spesse sopracciglia. Pudri si alzò, aiutandola a fare altrettanto, e insieme seguirono il mercante ventriano lungo i gradini che portavano alla cabina di poppa, rischiarata da alcune lanterne che erano appese a ganci di bronzo conficcati nelle basse travi di quercia. – Leggi le rune e determina come andrà il viaggio – ordinò questi a Rowena. – Io non leggo le rune – rispose lei. – Non saprei da che parte cominciare. – Allora fa’ quello che sai fare, donna – replicò Kabuchek, scrollando le spalle con indifferenza. – Il mare è traditore ed io ho bisogno di sapere come andrà il viaggio. – Dammi la mano – replicò Rowena, sedendogli di fronte. Protendendosi in avanti il mercante le sferrò uno schiaffo su una guancia: non fu un colpo violento, ma le lasciò un senso di bruciore alla pelle. – Ti rivolgerai sempre a me come al padrone – disse quindi, senza la minima manifestazione d’ira. I suoi occhi azzurri scrutarono il volto di Rowena alla ricerca di qualsiasi traccia di rabbia o di sfida e si trovarono invece a fissare due calmi occhi nocciola che parevano a loro volta intenti a valutare lui. Stranamente, sentì l’impulso di scusarsi per quello schiaffo, il che era una cosa ridicola dal momento che esso non era stato inferto per fare del male ma soltanto perché era il metodo più rapido per stabilire l’autorità... e la proprietà. – Mi aspetto che tu impari in fretta le usanze delle case di Ventria proseguì, schiarendosi la gola. – Sarai accudita e ben nutrita, il tuo alloggio sarà comodo, caldo d’inverno e fresco d’estate, ma tu sei una schiava e devi capirlo subito. Io ti posseggo e sei una mia proprietà. Hai compreso? – Ho capito... padrone. – rispose la ragazza. Il titolo venne pronunciato con una leggera enfasi ma senza insolenza. – Molto bene. Ora passiamo a questioni più importanti – concluse Kabuchek, protendendo la mano. Rowena la prese fra le proprie e si concentrò. In un primo momento riuscì a vedere soltanto eventi del recente passato del mercante, il suo accordo con i


traditori... uno dei quali un uomo dal volto aquilino... che avevano ucciso l’imperatore ventriano. Kabuchek era inginocchiato davanti a quell’uomo, che aveva una manica sporca di sangue. Un nome le aleggiò poi nella mente... Shabag. – Cos’hai detto? – sibilò Kabuchek. Rowena sbatté le palpebre e si rese conto che doveva aver pronunciato quel nome ad alta voce. – Vedo un uomo alto con una manica sporca di sangue. Tu sei inginocchiato davanti a lui... – Il futuro, ragazza, non il passato! – esclamò il mercante. In quel momento dal ponte giunse un battito violento simile a quello di un grande uccello che stessescendendo dal cielo, e nel vedere Rowena che sussultava Kabuchek aggiunse: – È soltanto la vela di maestra, ragazza, concentrati! Chiudendo gli occhi, Rowena lasciò andare la mente alla deriva. Adesso poteva vedere dall’alto la nave che fluttuava sul mare calmo sotto un cielo sereno di un azzurro intenso. Poi un’altra nave entrò nel suo campo visivo, una trireme che solcava le onde verso di loro lasciandosi alle spalle una scia d’acqua bianca prodotta dalla sferza delle sue tre file di remi. Rowena scese più vicina... più vicina... e scoprì che il ponte della trireme era pieno di uomini armati. Sagome di un grigio argenteo nuotavano intorno alla nave... grandi pesci lunghi sei metri che fendevano l’acqua con le pinne simili a punte di lancia. Rowena vide le due navi arrivare ad una collisione, parecchi uomini cadere in mare e gli snelli pesci grigi confluire su di essi. L’acqua si coprì di sangue e lei assistette impotente mentre i pesci dalle fauci irte di denti laceravano e strappavano, smembrando i marinai che si dibattevano impotenti. La battaglia sul ponte della nave mercantile fu breve e brutale. Dall’alto Rowena vide se stessa, Pudri e Kabuchek scavalcare la murata di poppa e gettarsi in acqua. I pesci assassini nuotarono loro intorno per un po’... poi cominciarono ad avvicinarsi. Rowena non riuscì a guardare altro e riportò con violenza la mente al presente, aprendo gli occhi. – Allora, cos’hai visto? – domandò Kabuchek. – Una trireme con la vela nera, padrone. – Earin Shad – sussurrò Pudri, impallidendo per il timore. – Riusciremo a sfuggirgli? – insistette Kabuchek. – Sì – rispose Rowena, con voce opaca e con la mente pervasa di disperazione. – Sfuggiremo ad Earin Shad. – Bene, sono soddisfatto – dichiarò Kabuchek, poi lanciò un’occhiata a Pudri e aggiunse: – Accompagnala nella sua cabina e dalle qualcosa da mangiare. Mi sembra troppo pallida. Pudri guidò Rowena lungo lo stretto corridoio e fino ad una piccola porta, aprendola ed entrando nella cabina. – Il letto è molto stretto, ma del resto tu sei minuta, Pahtai, e credo che ti andrà bene – osservò.


Rowena annuì passivamente e sedette sul giaciglio. – Hai visto più di quanto tu abbia detto al padrone – disse allora l’eunuco. – Sì. C’erano dei pesci, molto grossi, scuri e con denti spaventosi. – Squali – precisò Pudri, sedendole accanto. – Questa nave verrà affondata – sussurrò Rowena. – Tu, io e Kabuchek salteremo in mare, dove ci saranno gli squali ad attenderci.


CAPITOLO PRIMO Seduto in un’anticamera, con la schiena rivolta ai pochi raggi di sole che filtravano attraverso la finestra chiusa, Sieben poteva sentire le voci sommesse che giungevano dalla camera interna... i toni più profondi e supplichevoli di un uomo e le aspre risposte della Vecchia. A causa delle spesse pareti di pietra e della porta di quercia le parole erano tanto soffocate da risultare incomprensibili... il che era un bene perché Sieben non aveva nessuna voglia di ascoltare la conversazione. La Vecchia aveva molti clienti e per lo più ciò che le veniva richiesto era l’assassinio di un rivale... almeno secondo i pettegolezzi che gli erano giunti all’orecchio. Il poeta escluse dalla mente il suono di quelle voci e si concentrò invece sui sottili raggi di sole e sui granelli di pulviscolo che danzavano in essi. La stanza in cui si trovava era priva di ornamenti e i soli arredi erano tre sedili di semplice legno grezzo e di fattura così scadente che Sieben giudicò dovessero essere stati comprati nel quartiere meridionale, dove i poveri andavano a spendere i pochi soldi di cui disponevano. Passò pigramente la mano attraverso un raggio di luce e guardò il pulviscolo agitarsi e disperdersi. Finalmente la porta di quercia si aprì e dalla stanza interna uscì un uomo di mezz’età che nel vedere Sieben si affrettò a distogliere il volto e a lasciare la casa. Il poeta si alzò e avanzò verso la porta, scoprendo che la camera interna non era arredata meglio della sala d’attesa, in quanto conteneva soltanto un ampio tavolo di fabbricazione scadente, due sedie e una finestra le cui imposte chiuse non lasciavano filtrare il minimo chiarore perché nelle fessure erano stati incastrati alcuni stracci. – Una tenda sarebbe stata sufficiente a bloccare la luce – commentò, costringendosi ad assumere un tono leggero che non corrispondeva al suo stato d’animo. La Vecchia non sorrise e il suo volto rimase impassibile sotto la luce della lanterna di vetro rosso posata sul tavolo davanti a lei. – Siediti – disse soltanto. Sieben obbedì e cercò di costringersi a ignorare la spaventosa bruttezza della donna che aveva davanti. I suoi denti erano di svariati colori... verdi, grigi e di un marrone che ricordava la vegetazione marcia... gli occhi erano cisposi e quello sinistro era chiuso da una cataratta; il suo vestiario era costituito da un abito di un rosso sbiadito e un talismano d’oro era parzialmente nascosto dalle pieghe rugose del collo. – Metti l’oro sul tavolo – ordinò la vecchia, ma quando Sieben prelevò un singolo raq d’oro dalla sacca che aveva al fianco, spingendolo verso di lei, non accennò a impadronirsene fissò invece lo sguardo sulla faccia del poeta. – Cosa vuoi da me? – domandò in tono freddo. – Ho un amico che sta morendo. – Il giovane guerriero armato d’ascia.


– Sì. I chirurghi hanno fatto per lui tutto il possibile, ma c’è del veleno nei suoi polmoni e la ferita di coltello nella parte bassa della schiena non vuole guarire. – Hai con te qualcosa di suo? Sieben annuì e sfilò dalla cintura un guanto dalle nocche rinforzate in metallo argentato. La Vecchia glielo tolse di mano e sedette in silenzio per un momento, passando sul cuoio e sul metallo il pollice coperto di calli. – Il chirurgo è Calvar Syn – affermò infine. – Qual è il suo parere? – Lui afferma che Druss dovrebbe essere già morto. Il veleno si sta diffondendo nel suo organismo e anche se gli impongono di bere grandi quantità di liquidi continua a perdere peso. Sono quattro giorni che non apre neppure gli occhi. – Cosa vorresti che facessi? – Si dice che tu sia molto abile con le erbe – dichiarò Sieben, scrollando le spalle. – Ho pensato che avresti potuto salvarlo. Improvvisamente la Vecchia scoppiò in una risata secca e aspra. – Di solito le mie erbe non prolungano la vita, Sieben – ribatté, posando il guanto sul tavolo e appoggiandosi allo schienale della sedia. – Lui sta soffrendo, ha perso la sua donna e adesso sta perdendo anche la volontà di vivere. Senza volontà non c’è speranza. – Non c’è nulla che tu possa fare? – Riguardo alla sua volontà? No. La sua donna è a bordo di una nave diretta a Ventria ed è al sicuro... per il momento. La guerra però si sta espandendo e nessuno può prevedere cosa ne sarà di una schiava se lei arriverà in quel continente devastato dai combattimenti. Torna all’ospedale e porta il tuo amico nella casa che Shadak sta preparando per voi. – Allora deve morire? La Vecchia sorrise, e Sieben fu costretto a distogliere lo sguardo dai denti marci che quel gesto mise in evidenza. – Forse... sistemalo in una stanza in cui al mattino entri la luce del sole e deponi la sua ascia sul letto accanto a lui, chiudendogli le dita intorno all’impugnatura – consigliò la donna, poi la sua mano saettò in avanti sul tavolo a impadronirsi del raq d’oro. – È tutto quello che mi puoi dire in cambio di un’oncia d’oro? – È tutto quello che hai bisogno di sapere. Stringi la sua mano intorno all’impugnatura. – Mi aspettavo di più – commentò Sieben, alzandosi. – La vita è piena di delusioni, Sieben. Il poeta si avviò verso la porta, ma la voce della Vecchia lo indusse a fermarsi. – Bada di non toccare le lame – avvertì la donna. – Cosa? – Maneggia quell’arma con cautela. Sieben lasciò la casa scuotendo il capo con perplessità. Fuori il sole si era intanto nascosto dietro una coltre di nubi scure e stava cominciando a piovere. * * *


Druss sedeva solo e sfinito su un cupo pendio montano, sovrastato da un cielo grigio e desolato e circondato da terra arida e secca. Quando si issò in piedi, sollevando lo sguardo sui picchi che torreggiavano così alti sopra di lui, scoprì che le gambe stentavano a reggerlo e che nell’arrampicarsi così a lungo aveva finito per perdere la nozione del tempo... sapeva soltanto che Rowena era sul picco più alto e che doveva trovarla. Notando a circa venti passi di distanza uno sporgente dito di roccia, si avviò in quella direzione costringendo gli arti doloranti a spingere il corpo spossato avanti e verso l’alto. Il sangue che gli fiottava dalle ferite alla schiena rendeva il terreno scivoloso sotto i suoi piedi e finì per farlo cadere. Sfinito, proseguì il cammino strisciando. Gli sembrava che fossero trascorse delle ore e sollevò lo sguardo: adesso il dito di roccia era distante quaranta passi. Dentro di lui sorse un fugace senso di disperazione che fu però immediatamente dissipato da una devastante onda di rabbia che lo spinse a continuare a strisciare, ad andare avanti. – Non mi arrenderò – sibilò. – Mai. Qualcosa di freddo gli toccò la mano e le sue dita si chiusero intorno ad un oggetto d’acciaio, poi una voce gli giunse all’orecchio. – Sono tornata, fratello mio. Qualcosa in quelle parole ebbe l’effetto di raggelarlo. Abbassò lo sguardo sull’ascia d argento... e subito sentì le ferite che guarivano, le forze che tornavano a fluirgli nel corpo. Alzatosi in piedi con scioltezza guardò di nuovo la montagna. Era soltanto una collina. A grandi passi ne raggiunse in fretta la sommità. E si svegliò. – Rimettiti la camicia, giovanotto – disse Calvar Syn, battendo un colpetto sulla schiena di Druss. – Le tue ferite sono finalmente guarite e anche se permane un po’ di pus il sangue è fresco e nella crosta non c’è traccia di infezione. Mi congratulo per la tua forza. Druss annuì ma non replicò. Con mosse lente e caute si infilò la camicia di lana grigia e si adagiò all’indietro nel letto, spossato, mentre Calvar Syn si protendeva a premergli con gentilezza l’indice contro la gola per controllare le sue pulsazioni: il battito cardiaco era irregolare e veloce, ma era una cosa prevedibile dopo un’infezione durata tanto a lungo. – Trai un profondo respiro – ordinò il medico, e Druss obbedì. – Il polmone destro non sta ancora funzionando con la massima efficienza, ma lo farà. Voglio che tu esca in giardino e che ti goda il sole e l’aria di mare. Con quelle parole il chirurgo si alzò e lasciò la stanza, percorrendo il lungo corridoio e uscendo nel giardino al di là di esso, dove il poeta Sieben sedeva sotto un ampio olmo, intento a gettare ciottoli in una polla artificiale. Calvar Syn si avvicinò alla polla. – Il tuo amico sta migliorando, ma non in fretta quanto speravo – disse. – Gli hai praticato un salasso?


– No, perché non c’è più febbre. Però è molto silenzioso... chiuso in se stesso. – Gli hanno rapito la moglie – spiegò Sieben, annuendo. – Sono certo che sia una cosa molto triste, ma al mondo ci sono altre donne – osservò il chirurgo. – Non per lui. L’ama, ed è deciso a seguirla. – Sprecherà la sua vita – sentenziò Calvar. – Hai idea di quanto sia grande il continente ventriano? In esso ci sono migliaia e migliaia di piccoli villaggi e paesi, e oltre trecento città. E poi c’è la guerra, che ha comportato la cessazione di tutti i contatti commerciali. Come arriverà là? – Lui capisce queste difficoltà, ma è Druss... non è come me o come te, chirurgo – ridacchiò il poeta, e gettò un altro ciottolo. – Lui è un eroe all’antica, come non se ne vedono più molti di questi tempi, e troverà un modo di arrivare dalla sua donna. – Hmmm – borbottò Calvar, schiarendosi la gola. – In ogni caso adesso il tuo eroe all’antica è forte quanto un agnello nato da tre giorni ed è scivolato in uno stato di profonda malinconia, per cui finché non ne uscirà non vedo come possa migliorare. Nutritelo con carne rossa e vegetali verde scuro, perché ha bisogno di cibo che gli rigeneri il sangue perduto. Poi si schiarì ancora la gola e aspettò in silenzio. – C’è qualcos’altro? – domandò il poeta. Calvar imprecò interiormente, pensando che le persone erano tutte uguali: non appena si ammalavano mandavano a chiamare il dottore a tutta velocità ma quando veniva il momento di saldare il conto... nessuno si aspettava che un fornaio cedesse il proprio pane senza essere pagato, ma non era lo stesso con le prestazioni di un chirurgo. – C’è il problema della mia parcella – rispose in tono freddo. – Ah, sì. Quant’è? – Trenta raq. – Per gli attributi di Shema! Non mi meraviglia che voi chirurghi viviate in dimore simili a palazzi! Calvar sospirò ma mantenne il controllo. – Io non vivo in un palazzo ma in una piccola casa nel distretto settentrionale, e il motivo per cui i chirurghi devono chiedere tariffe tanto alte è che una quantità di pazienti si rifiuta di pagare. Il tuo amico è malato ormai da due mesi, e durante questo tempo io ho effettuato più di trenta visite in questa casa, oltre a dover acquistare molte erbe costose. Sono già tre volte che tu prometti di saldarmi quanto mi è dovuto, e in ogni occasione mi hai chiesto l’ammontare della somma. Allora, hai il denaro? – No – ammise Sieben. – Quanto hai? – Cinque raq. Calvar protese la mano e Sieben gli consegnò le monete. – Hai tempo fino alla prossima settimana per trovare il resto del denaro, dopo di che informerò la Guardia. A Mashrapur la legge è semplice e prevede il sequestro


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