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David Gemmell - Drenai 04 - La Leggenda di Druss

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Published by Simone Tuco Errico, 2023-03-12 12:45:51

David Gemmell - Drenai 04 - La Leggenda di Druss

David Gemmell - Drenai 04 - La Leggenda di Druss

vedere nuove montagne. Le persone pensano che siano tutte uguali ma non è così. Alcune sono fertili e verdeggianti, altre coronate di neve e di ghiaccio, alcune sono aguzze come lame di spada e altre antiche e arrotondate, montagne che sono venute a patti con l’eternità. Adoro i monti. – Che ne è stato dei tuoi figli? – Figli? Oh, non ne ho mai avuti perché non mi sono mai sposato. – Credevo che la bambina fosse tua nipote. – No. L’ho trovata fuori da Resha: era stata abbandonata e stava morendo di fame. È una brava ragazza ed io le sono molto affezionato... non potrò mai ripagare il debito contratto con te per averla salvata. – Non esiste nessun debito – garantì Druss. Il vecchio sollevò una mano e agitò un dito ammonitore. – Questo non lo accetto, amico mio. Tu hai elargito a lei... e a me... il dono della vita. Non mi piacciono le tempeste, ma stavo contemplando questa con il massimo piacere, perché fino a quando non sei entrato in quella depressione io ero un uomo morto, e Dulina sarebbe stata probabilmente violentata e uccisa. Adesso la tempesta è uno spettacolo splendido, e nessuno mi ha mai elargito un dono più grande. Vedendo che il vecchio aveva le lacrime agli occhi Druss sentì aumentare il proprio disagio: invece di esaltarsi davanti a tanta gratitudine provò una grande vergogna perché era convinto che un vero eroe avrebbe soccorso il vecchio per un senso di giustizia e di compassione, e sapeva che non erano state queste le sue motivazioni. No, non lo erano state affatto. Aveva agito nel modo giusto... per il motivo sbagliato. Dopo aver battuto un colpetto sulla spalla del vecchio tornò all’imboccatura della grotta e vide che la pioggia si era fatta meno violenta e che la tempesta si stava spostando verso est. Si sentiva avvilito e avrebbe voluto avere Sieben accanto a sé, perché per quanto a volte riuscisse ad essere irritante quel poeta aveva comunque il dono di riuscire a tirarlo su di morale. Sieben si era però rifiutato di accompagnarlo e aveva preferito i piaceri della vita di città ad un duro viaggio attraverso le montagne e fino a Resha. Ripensandoci, Druss si rese conto che quella delle difficoltà del viaggio era in effetti stata soltanto una scusa. – Farò un patto con te, vecchio mio – aveva detto Sieben, l’ultimo giorno. – Abbandona quell’ascia e io cambierò idea. Seppelliscila, gettala in mare... fanne quello che preferisci. – Non mi vorrai dire che credi a quelle assurdità, vero? – Io l’ho visto, Druss, davvero. Quel demone sarà la tua morte... o quanto meno la morte dell’uomo che io conosco. Adesso non aveva più né l’ascia, né l’amico né Rowena. Poco abituato alla disperazione, si sentiva sperduto e aveva l’impressione che la sua forza fosse inutile. L’alba sorse a rischiarare il cielo e il paesaggio circostante apparve luminoso e fresco, lavato dalla pioggia notturna.


– Ho fatto un sogno meraviglioso – annunciò Dulina, venendo a raggiungerlo. – C’era un grande cavaliere su un cavallo bianco che si è avvicinato a me e al nonno e si è chinato sulla sella per sollevarmi accanto a sé. Poi ha sollevato il suo elmo dorato e mi ha detto: «Io sono tuo padre.» E mi ha portata a vivere in un castello. Non avevo mai fatto un sogno del genere... pensi che si realizzerà? Druss non rispose perché stava fissando gli uomini armati che erano usciti dai boschi e si stavano dirigendo verso la grotta. Il mondo si era ora ridotto ad un luogo di agonia e di oscurità. Il dolore era la sola cosa che Druss era in grado di provare nel giacere in quella segreta priva di finestre, con l’orecchio teso a cogliere lo squittire degli invisibili ratti che si arrampicavano su di lui. Nella cella non c’era luce, tranne che per pochi momenti alla fine della giornata quando il carceriere percorreva il corridoio della segreta e un tremolante bagliore rischiarava per un momento la minuscola griglia inserita nella pietra che fungeva da porta... soltanto in quei secondi Druss poteva vedere ciò che lo circondava: il soffitto distava meno di un metro e mezzo dal pavimento, la soffocante stanzetta misurava appena due metri quadrati, l’acqua grondava dalle pareti e faceva sempre freddo. Druss allontanò un ratto da una gamba e quel movimento gli causò una nuova ondata di dolore dovuto alle ferite. Riusciva a stento a muovere il collo e la spalla destra era così gonfia e calda al tatto da far temere che fosse fratturata. Tremando per il freddo si chiese quanti giorni fossero passati. Ne aveva contati sessantatre, ma poi aveva perso il conto per qualche tempo e aveva ricominciato partendo dalla supposizione che ne fossero trascorsi settanta. La sua mente continuava però a vagare e a volte si trovava a sognare le montagne di Skoda, il loro cielo azzurro e un fresco vento del nord che gli soffiava sulla fronte accaldata. Altre volte cercava di ricordare gli eventi della sua vita. – Ti spezzerò e resterò a guardare mentre implorerai di morire – aveva detto Cajivak, il giorno in cui Druss era stato trascinato nella sala del castello. – Nei tuoi sogni, brutto figlio di buona donna. A quel punto Cajivak lo aveva percosso di persona, tempestandogli il volto e il corpo di colpi brutali; avendo le mani legate dietro la schiena e una corda stretta intorno al collo, Druss non aveva potuto fare altro che subire. Durante le prime due settimane lo avevano tenuto rinchiuso in una cella più grande, e ogni volta che si era addormentato gli uomini di Cajivak si erano avvicinati al suo stretto giaciglio per aggredirlo con randelli e bastoni. All’inizio lui aveva lottato, afferrando uno di essi per la gola e fracassandogli il cranio contro una parete della cella, ma a mano a mano che lo avevano privato di cibo e di acqua un giorno dopo l’altro le sue forze si erano esaurite e lui non aveva potuto fare altro che raggomitolarsi su se stesso e sopportare le spietate percosse. Infine lo avevano gettato in quella minuscola segreta e lui era rimasto a guardare con orrore la pietra che fungeva da porta scivolare al suo posto. Una volta ogni due giorni una guardia spingeva oltre la stretta griglia un po’ di


pane stantio e una tazza d’acqua; in due occasioni lui era riuscito a catturare dei ratti e li aveva divorati crudi, ferendosi le labbra con le loro minuscole ossa. Adesso viveva in attesa dei pochi secondi di luce di cui poteva godere quando la guardia si avviava per tornare al mondo esterno. – Abbiamo preso gli altri – gli disse un giorno il carceriere, mentre spingeva il pane oltre la griglia, ma Druss non gli credette perché la crudeltà di Cajivak era tale che se davvero avesse catturato i suoi compagni lo avrebbe fatto trascinare fuori da quel buco e lo avrebbe costretto ad assistere alla loro morte. Gli tornò in mente l’immagine di Varsava che spingeva la bambina su per la fenditura della grotta che fungeva da camino e ricordò di aver sollevato lui stesso Ruwaq in modo che lo spadaccino potesse tirarlo al sicuro. Druss era stato sul punto di seguirli quando aveva sentito i guerrieri avvicinarsi alla grotta. Girandosi, si era scagliato contro di loro... Gli avversari erano però risultati troppi anche per lui, e i più erano stati armati di randelli i cui colpi alla fine lo avevano gettato al suolo. A quel punto era stato tempestato da una gragnuola di calci e di pugni e quando aveva ripreso i sensi aveva scoperto di avere le mani legate e una corda intorno al collo; poi la corda era stata legata alla sella del cavallo di uno dei banditi e lui era stato costretto a seguirlo a piedi, con il risultato che più di una volta era rovinato a terra ed era stato trascinato, con la corda che gli lacerava la carne del collo. Varsava aveva descritto Cajivak come un mostro, e mai descrizione avrebbe potuto essere più accurata. Il bandito era alto quasi due metri, con spalle enormi e bicipiti grossi quanto le cosce di un uomo normale. I suoi occhi tanto scuri da essere quasi neri erano pervasi da un bagliore di follia e un lato della testa era privo di capelli, coperto dal tipo di bianco tessuto cicatriziale che poteva derivare soltanto da una grave ustione. Nel guardarsi intorno Druss aveva posato poi lo sguardo sull’arma che era appoggiata all’alto trono del bandito, alla sua sinistra. Snaga! Nella cella, Druss si riscosse dai ricordi e si stiracchiò, sentendo le giunture che scricchiolavano e le mani che tremavano per il freddo che filtrava dalle pareti umide. Non ci pensare, ingiunse a se stesso. Concentrati su qualcos’altro. Cercò di immaginare Rowena ma si trovò invece a ricordare il giorno in cui il prete di Pashtar Sen lo aveva rintracciato in un piccolo villaggio, a quattro giorni di viaggio da Lania, verso est. Druss era seduto nel giardino di una locanda, intento a godersi un pasto a base di carne arrosto e di cipolle, accompagnato da una caraffa di birra, quando il prete lo aveva salutato con un inchino... rivelando la sommità della testa calva scottata dal sole... e gli si era seduto di fronte. – Sono lieto di trovarti in buona salute, Druss. Ti ho cercato a lungo negli ultimi sei mesi. – Ora mi hai trovato. – Si tratta dell’ascia. – Non ti preoccupare, padre, è perduta. Avevi ragione, si trattava di un’arma


malvagia e sono lieto di essermene liberato. – È tornata – aveva affermato il prete, scuotendo il capo. – Adesso è nelle mani di un bandito di nome Cajivàk. Essendo un assassino per natura, lui ne è caduto vittima più in fretta di un uomo forte come te e adesso sta terrorizzando le terre intorno a Lania, torturando, uccidendo e mutilando... e poiché la guerra tiene i soldati lontani da questa zona, c’è ben poco che si possa fare per fermarlo. – Perché lo stai dicendo a me? Per un momento il prete era rimasto in silenzio, evitando di incontrare il suo sguardo. – Ti ho osservato – aveva detto infine. – Non mi riferisco soltanto al presente ma anche al passato, dalla tua nascita attraverso la tua infanzia fino al tuo matrimonio con Rowena e al tuo viaggio per ritrovarla. Sei un uomo raro, Druss, possiedi un ferreo controllo su quelle aree della tua anima che hanno la capacità di cedere al male e hai il terrore di diventare come Bardan. Ebbene, Cajivak è un nuovo Bardan. Chi altri può fermarlo? – Non ho tempo da perdere, prete. Mia moglie è da qualche parte in queste terre. Il religioso era arrossito e aveva chinato il capo, poi aveva ripreso a parlare con voce ridotta ad un sussurro e pervasa di vergogna. – Recupera l’ascia e io ti dirò dove si trova – aveva affermato. Druss si era appoggiato all’indietro e aveva fissato a lungo con espressione dura l’uomo snello che aveva davanti. – Questo non è degno di te – aveva affermato infine. – Lo so – aveva ammesso il prete, allargando le mani, – ma non ho altro... pagamento... da offrire. – Potrei afferrarti per quel tuo collo magro e strapparti la verità – gli aveva fatto notare Druss. – Ma non lo farai. Io ti conosco, Druss. – Recupererò l’ascia – aveva promesso il guerriero, alzandosi in piedi. – Dove ci incontreremo? – Trova l’ascia... e io troverò te – aveva risposto il prete. Solo nel buio Druss fu pervaso dall’amarezza al ricordo della sicurezza che aveva provato. Doveva rintracciare Cajivak, recuperare l’ascia e poi avrebbe riavuto Rowena. Era tutto così semplice! Che razza di stolto sei! pensò. La faccia gli prudeva e si grattò la pelle della guancia, strappandone una crosta con le unghie sporche, poi abbassò di scatto la mano nel vano tentativo di afferrare un ratto che gli stava correndo lungo una gamba. Con uno sforzo, si sollevò in ginocchio e sentì la propria testa sfiorare la pietra fredda del soffitto. Il bagliore di una torcia annunciò l’arrivo della guardia lungo il corridoio e lui si affrettò a strisciare verso la grata sebbene la luce gli ferisse gli occhi. Il carceriere, di cui non era in grado di vedere il volto, si chinò e infilò una tazza d’acqua oltre la griglia, ma niente pane. Afferrata la tazza, Druss ne trangugiò il contenuto.


– Vedo che sei ancora vivo – commentò il carceriere, con voce fredda e profonda. – Credo che il nostro signore Cajivak si sia dimenticato di te. Per gli dèi, sei davvero un uomo fortunato... potrai vivere quaggiù fra i topi per il resto della tua esistenza. L’ultimo uomo che ha occupato questa cella ci è rimasto per cinque anni – continuò, quando Druss non disse nulla. – Allorché lo abbiamo trascinato fuori aveva i capelli bianchi e i denti marci, era cieco e curvo come un vecchio storpio. Anche tu sarai nelle stesse condizioni. Druss si concentrò sulla luce, osservando le ombre che essa proiettava sulla parete opposta. Poi il carceriere si raddrizzò, la luce si allontanò fino a svanire e Druss si accasciò all’indietro. Niente pane... Potrai vivere quaggiù fra i topi per il resto della tua esistenza. La disperazione di abbatté su di lui con la violenza di un colpo fisico. Pahtai sentì il dolore diminuire in lontananza nel fluttuare al di fuori del corpo tormentato dalla pestilenza. Sto morendo, si disse, ma in quel pensiero non c’era paura, non c’era nessun impeto di panico, soltanto un pacifico senso di armonia che l’accompagnò nel librarsi nell’aria. Era notte, e le lanterne erano accese. Fluttuando appena al di sotto del soffitto abbassò lo sguardo su Michanek, che sedeva accanto alla fragile donna distesa nel letto, tenendole la mano, accarezzandole la pelle arsa dalla febbre e sussurrandole parole d’amore. Quella sono io, pensò Pahtai, fissando la donna. – Io ti amo, ti amo – stava mormorando Michanek. – Per favore, non morire. Appariva così stanco che Pahtai avrebbe voluto protendersi per abbracciarlo... quell’uomo era tutta la sicurezza e l’amore che lei avesse mai conosciuto. Ricordava ancora quel primo mattino in cui si era svegliata nella casa che lui possedeva a Resha, rammentava la vivida luce del sole e il profumo di gelsomino che giungeva dai giardini, e come si fosse resa conto che avrebbe dovuto conoscere l’uomo barbuto che le sedeva accanto. Quando aveva cercato nella sua memoria non era però riuscita a trovare traccia di lui e si era sentita terribilmente imbarazzata. – Come ti senti? – le aveva chiesto, e per quanto familiare neppure la sua voce era riuscita a sbloccarle la memoria. Per un momento si era sforzata di rammentare dove potesse averlo incontrato, ma poi un altro shock si era abbattuto su di lei con violenza infinitamente maggiore di quello precedente. Non aveva memoria! Non ricordava più nulla! Doveva aver tradito il proprio sgomento perché lui si era proteso e le aveva preso la mano fra le proprie. – Non ti preoccupare, Pahtai. Sei stata malata, molto malata, ma adesso stai meglio. So che non ti ricordi di me, ma con il tempo lo farai – le aveva detto, poi si era voltato e aveva chiamato un altro uomo, un individuo snello e minuto dalla pelle scura, aggiungendo: – Guarda, qui c’è Pudri. È stato molto preoccupato per


te. Lei si era sollevata a sedere e aveva visto che l’uomo chiamato Pudri aveva gli occhi velati di lacrime. – Sei mio padre? – gli aveva chiesto. – Sono il tuo servitore e il tuo amico, Pahtai – aveva risposto l’uomo, scuotendo il capo. – E tu, signore – aveva continuato, riportando lo sguardo su Michanek, – sei mio... mio fratello? – Se è questo che desideri, lo sarò – aveva sorriso lui. – Però non sono tuo fratello e neppure il tuo padrone. Tu sei una donna libera, Pahtai. – E le aveva baciato il palmo della mano, sfiorandole la pelle con la barba morbida come una pelliccia. – Sei mio marito, allora? – No, sono soltanto un uomo che ti ama. Prendi la mia mano e dimmi cosa senti. – È una mano forte – aveva replicato lei, obbedendo. – Ed è calda. – Non vedi nulla? Nessuna... visione? – No. Dovrei? – Certamente no – aveva ribattuto lui, scuotendo il capo. – È solo che... che durante la febbre hai avuto delle allucinazioni. Questo dimostra quanto stai effettivamente meglio. E le aveva baciato di nuovo il palmo. Come stava facendo adesso. Ti amo, pensò, sentendosi pervadere da un’improvvisa tristezza al pensiero di essere sul punto di morire, poi oltrepassò il soffitto e uscì nella notte, sollevando lo sguardo verso le stelle. Viste con gli occhi dello spirito esse non tremolavano più ma risiedevano immobili nella vasta conca del cielo notturno; in basso la città era tranquilla e perfino i fuochi dell’accampamento nemico sembravano una semplice collana di luce che cingesse Resha. Non aveva mai scoperto del tutto i segreti del suo passato. Pareva che fosse stata una profetessa di qualche tipo e che fosse appartenuta ad un mercante di nome Kabuchek, ma lui era fuggito dalla città molto prima che l’assedio avesse avuto inizio. Pahtai ricordava di essere andata fino alla sua casa nella speranza che la vista dell’edificio ridestasse i suoi ricordi perduti, ma al suo arrivo vi aveva trovato un uomo possente, vestito di mero e armato di un’ascia a lama doppia, che era intento a parlare con un servitore. D’istinto si era ritratta in un vicolo con il cuore che le martellava nel petto: quell’uomo le ricordava Michanek, ma era più duro e più letale. Incapace di distogliere lo sguardo da lui, aveva avvertito una sensazione stranissima che le nasceva dentro. In fretta si era voltata ed era corsa via nella direzione da cui era venuta. Da allora non aveva più cercato di scoprire il proprio passato. A volte però mentre lei e Michanek si amavano, di solito nel giardino sotto gli alberi in fiore, si sorprendeva a pensare di nuovo al guerriero armato d’ascia e allora si sentiva assalire dalla paura e da un senso di tradimento. Michanek l’amava


e le sembrava un atto di slealtà da parte sua permettere che quell’altro uomo... un uomo che non aveva mai conosciuto... si insinuasse nei suoi pensieri in momenti come quelli. Pahtai si librò ancora più in alto, sentendo che il proprio spirito veniva attirato da qualche parte al di sopra di quella terra devastata dalla guerra, sopra le case sventrate, i villaggi in rovina e le città spettrali e deserte. Si stava chiedendo se quella fosse la via che portava al paradiso quando raggiunse una catena di montagne e scorse una brutta fortezza di pietra grigia. Pensando all’uomo con l’ascia si sentì attirare verso la cittadella della fortezza e si venne a trovare in una sala dove sedeva un uomo enorme dal volto sfregiato e dagli occhi malevoli; accanto a lui era posata l’ascia che aveva visto nelle mani del guerriero vestito di nero. Continuò il proprio viaggio scendendo sempre più in basso fino ad una profonda segreta immersa nel buio, nel gelo e nella sporcizia, covo di ratti e di pidocchi. Il guerriero era là, con la pelle coperta di piaghe, e nel sonno il suo spirito aveva momentaneamente lasciato il corpo. Protendendosi, cercò di toccargli il volto ma le sue mani spettrali attraversarono la pelle: in quel momento lei vide una sottile linea di luce pulsante che scaturiva dal corpo e nell’accarezzare quella luce trovò immediatamente il guerriero. Era solo, ed era in preda ad una terribile disperazione. Gli parlò, cercando di dargli forza, ma lui tentò di afferrarla e le sue parole sconvolgenti la pervasero di timore. Poi l’uomo scomparve, e lei suppose che si fosse destato. Tornata nella cittadella fluttuò lungo i corridoi e le stanze, le anticamere e le sale, fino a trovare un vecchio che sedeva in una cucina deserta. Anche il vecchio stava dormendo, ed erano stati i suoi sogni ad attirarla, perché riguardavano la stessa cella in cui era adesso rinchiuso il guerriero e in cui il vecchio aveva dimorato per anni. Pahtai gli entrò nella mente e parlò al suo spirito nell’ambito del sogno, poi si librò di nuovo nel cielo notturno. Non sto morendo, pensò. Sono soltanto libera. In un istante tornò a Resha e al suo corpo. Il dolore la pervase e il peso della sua carne le gravò intorno come una prigione. Avvertì il tocco della mano di Michanek e tutti i pensieri riguardanti il guerriero con l’ascia si dispersero come nebbia al sole: improvvisamente si sentì felice, nonostante il dolore, perché Michanek era stato così buono con lei. E tuttavia... – Sei sveglia? – chiese Michanek, in tono sommesso, e lei aprì gli occhi. – Sì. Ti amo. – Ed io amo te, più della mia vita. – Allora perché non ci siamo mai sposati? – chiese Pahtai, sentendo quelle parole uscirle rauche ma nitide dalla gola arida. Lo vide impallidire. – È questo che desideri? Servirebbe a farti guarire? – Mi... renderebbe... felice – rispose lei. – Manderò a chiamare un prete – promise Michanek. * * *


Lei lo trovò su un cupo pendio montano sferzato dai venti invernali che ululavano fra i picchi. Era ghiacciato e debole, con gli arti che tremavano e lo sguardo spento. – Cosa stai facendo? – gli domandò. – Aspetto di morire – rispose. – Non è un comportamento degno di te. Sei un guerriero, e un guerriero non si arrende mai. – Non ho più forze. Rowena gli sedette accanto e lui avvertì il calore delle sue braccia che gli cingeva le spalle, avvertì la dolcezza del suo respiro. – Nella disperazione s’incontra soltanto la sconfitta. – Non posso sopraffare la fredda pietra, non posso far brillare una luce nell’oscurità. I miei arti stanno marcendo, i denti mi dondolano nelle gengive. – Non c’è nulla per cui saresti disposto a vivere? – Sì – rispose lui, protendendosi per abbracciarla. – Io vivo per te! L’ho sempre fatto. Però non riesco a trovarti. Si svegliò nell’oscurità pervasa del fetore della segreta e strisciò fino alla griglia nella porta di pietra, trovandola al tatto e respirando profondamente l’aria fresca che giungeva dal corridoio. Il chiarore tremolante di una torcia gli aggredì gli occhi e lo costrinse a socchiuderli mentre osservava il carceriere oltrepassare la cella, poi l’oscurità tornò ad avvilupparlo. Un crampo allo stomaco gli strappò un gemito e al tempo stesso fu assalito da un senso di vertigine unito ad una nausea violenta. Nel corridoio riapparve un debole chiarore che lo spinse a issarsi faticosamente in ginocchio per accostare la faccia alla stretta apertura: fuori della porta della prigione era inginocchiato un vecchio dalla lanuginosa barba bianca che teneva in mano una piccola lampada ad olio la cui fievole luce risultò tormentosamente abbagliante per Druss e gli fece lacrimare gli occhi. – Ah, sei vivo! Bene – sussurrò il vecchio. – Ti ho portato questa lampada e un vecchio acciarino. Usali con cautela in modo da aiutare i tuoi occhi ad abituarsi alla luce. Ho anche un po’ di cibo – aggiunse, spingendo oltre la porta qualcosa avvolto in una pezza di lino; Druss prese in silenzio il pacchetto, sentendosi la bocca troppo arida per riuscire a parlare. – Tornerò quando mi sarà possibile – aggiunse il vecchio. – Ricorda di usare la luce soltanto dopo che il carceriere se ne sarà andato. Druss ascoltò il rumore dei passi del vecchio che si allontanava lentamente nel corridoio e gli parve di udire una porta che si chiudeva ma non poté esserne sicuro. Con mani tremanti tirò la lampada dentro la cella e se la sistemò accanto, poi recuperò anche l’acciarino e trasse a sé l’involto con il cibo. Con gli occhi che lacrimavano a causa della luce aprì il pacchetto e trovò all’interno due mele, un pezzo di formaggio e un po’ di carne secca. Quando morse una delle mele il suo sapore gli parve intollerabilmente delizioso e il succo gli fece


bruciare le gengive sanguinanti; deglutire gli riuscì quasi doloroso, ma la lieve irritazione fu placata dalla frescura del frutto. Per un momento fu sul punto di vomitare tutto, ma si costrinse a controllarsi e finì lentamente di mangiare la prima mela; dopo il secondo frutto il suo stomaco contratto si ribellò e rifiutò di accettare altro cibo, quindi lui rimase seduto a contemplare il formaggio e la carne che aveva in mano come se si fosse trattato di gemme e di oro. Mentre aspettava che lo stomaco si calmasse lasciò vagare lo sguardo per la minuscola cella, vedendone per la prima volta la sporcizia e il decadimento, poi si guardò le mani e notò come la pelle fosse lacerata e segnata da brutte ulcere sui polsi e sulle braccia; il giustacuore gli era stato sottratto e la camicia di lana era piena di pidocchi. Poi il suo sguardo individuò il piccolo buco nella parete da cui emergevano i topi. E in lui la disperazione fu sostituita dall’ira. Non più abituati alla luce i suoi occhi continuarono a lacrimare mentre si liberava della camicia e abbassava lo sguardo sul corpo deperito: adesso le braccia non erano più massicce, i polsi e i gomiti risultavano ossuti e sporgenti. Però sono vivo, disse a se stesso. E sopravviverò. Mangiò tutto il formaggio e metà della carne, ma per quanto sentisse il bisogno disperato di consumarla tutta riavvolse il resto nel lino e lo ripose nella propria cintura, perché non sapeva se il vecchio sarebbe tornato. Esaminò quindi il meccanismo dell’acciarino e vide che si trattava di un vecchio congegno formato da un pezzo aguzzo di selce che poteva essere fatto sfregare contro un pezzo di metallo seghettato in modo da accendere l’esca in polvere contenuta sul fondo della scatola. Certo di poter usare l’acciarino anche al buio, alla fine spense con riluttanza la lampada. Il vecchio tornò... ma soltanto due giorni più tardi. Questa volta gli portò alcune pesche secche, un pezzo di prosciutto e un piccolo sacchetto d’esca. – È importante che tu ti mantenga in forma – disse a Druss, – quindi stenditi per terra ed esegui qualche esercizio. – Perché stai facendo questo per me? – Sono rimasto in quella cella per anni e so cosa significa. Devi rimetterti in forze, ed io ho scoperto che per riuscirci ci sono due sistemi. Uno consiste nello sdraiarsi prono con le mani sotto le spalle e poi sollevarsi tenendo le gambe diritte e puntellandosi soltanto sulle braccia. Ripeti questo esercizio quante più volte ti riesce e contale. Ogni giorno cerca di arrivare ad un numero più elevato. L’altro esercizio è quello di sdraiarsi supini e di sollevare le gambe tenendole diritte, in modo da rinforzare il ventre. – Da quanto tempo sono qui dentro? – volle sapere Druss. – È meglio che non ci pensi – consigliò il vecchio. – Concentrati sul compito di rimettere in forma il tuo corpo. La prossima volta ti porterò qualche unguento per quelle piaghe e un po’ di polvere contro i pidocchi. – Come ti chiami? – È meglio che tu non lo sappia... nel caso che dovessero trovare la lampada. – Sono in debito con te, amico mio, ed io ripago sempre i miei debiti.


– Non ne avrai la possibilità... a meno che torni ad essere forte. – Ci riuscirò – promise Druss. Quando il vecchio se ne fu andato accese la lampada e si sdraiò sul ventre, appoggiando le mani sotto le spalle e costringendo il suo corpo a sollevarsi. Riuscì a ripetere l’esercizio otto volte prima di accasciarsi sul pavimento sporco. Una settimana più tardi arrivò a trenta ripetizioni, ed entro la fine del mese riuscì a eseguire l’esercizio cento volte di fila.


CAPITOLO TERZO La guardia di stanza alle porte principali socchiuse gli occhi con fare sospettoso nel fissare i tre cavalieri: nessuno di essi le era noto ma tutti e tre venivano avanti con noncurante sicurezza, chiacchierando e ridendo. – Chi siete? – domandò, uscendo loro incontro. Il primo dei tre uomini, uno snello guerriero biondo che portava indosso un balteo da cui pendevano quattro coltelli, smontò dalla sua giumenta baia. – Siamo viandanti in cerca di alloggio per la notte – rispose. – Che problemi cisono? È forse scoppiata una pestilenza? – Una pestilenza? È ovvio che non c’è nessuna pestilenza – ribatté la guardia, tracciandosi in fretta sul petto il segno del corno protettivo. – Da dove venite? – Arriviamo da Lania e siamo diretti a Capalis, sulla costa. Tutto quello che cerchiamo è una locanda. – Qui non ci sono locande. Questa è la fortezza del mio signore, Cajivak. Nel parlare la guardia sollevò lo sguardo sugli altri due uomini, che erano rimasti in sella. Uno di essi era snello e bruno di capelli, con un arco appeso alla spalla e una faretra di frecce che pendeva dal pomo della sella; il terzo uomo portava un cappello di cuoio a tesa larga e non sembrava avere indosso armi di sorta, tranne un enorme coltello da caccia lungo quasi quanto una spada corta. – Possiamo pagare pur di avere alloggio – insistette il giovane biondo, con un sorriso disinvolto. La guardia si umettò le labbra, incerta, e il viandante si frugò nella sacca che portava al fianco, prelevandone una spessa moneta d’argento che le lasciò cadere in mano. – Ecco... sarebbe scortese mandarvi via – affermò questa, riponendo la moneta. – D’accordo, attraversate il cortile principale tenendovi sulla sinistra. Vedrete un edificio con il tetto a cupola e con uno stretto vicolo sul lato orientale: là c’è una taverna, un posto rozzo, badate, dove si scatenano spesso delle risse. Però il locandiere, Akae, ha qualche stanza libera sul retro. Ditegli che è stato Ratsin a mandarvi. – Sei molto gentile – replicò l’uomo biondo, rimontando in sella. Mentre i tre si addentravano nella cittadella la guardia rimase ad osservarli scuotendo il capo e pensando che non era probabile che li avrebbe rivisti, considerato quanto argento possedevano e il fatto che nessuno di loro portava addosso una spada. Il vecchio veniva a trovarlo quasi ogni giorno e Druss aveva imparato a far tesoro di quei momenti, perché anche se lui non si fermava mai a lungo le sue poche parole erano sagge e pertinenti. – Il più grosso pericolo che dovrai affrontare quando uscirai sarà quello che correranno i tuoi occhi, ragazzo. Si stanno abituando troppo al buio e il sole li


potrebbe accecare permanentemente... io stesso sono rimasto cieco per quasi un mese dopo che mi hanno trascinato fuori. Cerca di fissare la luce della lampada più da vicino che puoi, in modo da costringere le pupille a contrarsi. – Domani non venire, e neppure il giorno successivo – raccomandò Druss al vecchio, l’ultima notte, consapevole di avere ormai recuperato le forze quanto più gli era possibile farlo in un posto come quello. – Perché? – Sto pensando di andarmene – rispose il Drenai, e quando il vecchio scoppiò a ridere aggiunse: – Sto parlando sul serio, amico mio. Non venire per due giorni. – Non c’è via di uscita. Ci vogliono due uomini per spostare la pietra che funge da porta, e comunque è bloccata da due chiavistelli. – Se hai ragione – ribatté Druss, – allora ci rivedremo fra tre giorni. Adesso era seduto in silenzio nel buio. Gli unguenti che il suo amico gli aveva procurato avevano risanato la maggior parte delle ulcere e la polvere contro i pidocchi... pur causandogli un prurito quasi intollerabile... aveva convinto quei parassiti a cercare una sistemazione alternativa. Il cibo più sostanzioso degli ultimi mesi lo aveva aiutato a rimettersi in forze e adesso i denti non gli dondolavano più nelle gengive... era arrivato il momento di agire, perché in quel buco non sarebbe mai riuscito a migliorare più di cosi la sua condizione fisica. In silenzio, attese per tutta la lunga giornata. Finalmente sentì il carceriere fuori della cella, e un momento più tardi una tazza d’argilla e un pezzo di pane stantio vennero spinti oltre l’apertura. Druss però continuò a restare immobile nel buio. – Ecco il tuo cibo, topo dalla barba nera – chiamò il carceriere, e quando non ottenne risposta aggiunse: – D’accordo, fa’ come preferisci. Fra non molto cambierai idea. Le ore trascorsero lente, poi il bagliore della torcia tremolò di nuovo nel corridoio e Druss sentì il carceriere fermarsi. Un momento più tardi l’uomo tornò ad allontanarsi e dopo aver atteso un’ora Druss accese la sua lampada, mangiando i resti della carne che il vecchio gli aveva lasciato la notte precedente. Accostata la lampada al volto fissò quindi intensamente la minuscola fiamma, passandola avanti e indietro davanti agli occhi senza avvertire il bruciore che un tempo il suo chiarore gli aveva causato. Spenta la lampada si sdraiò prono e cominciò ad eseguire centocinquanta flessioni. Quando ebbe finito dormì... E fu svegliato dall’arrivo del carceriere. L’uomo si inginocchiò davanti alla stretta apertura ma Druss non se ne preoccupò perché sapeva che il suo sguardo non era in grado di penetrare l’oscurità dell’interno. Il cibo e l’acqua erano ancora intatti, e adesso il solo interrogativo era determinare se al carceriere importava o meno che il prigioniero fosse ancora in vita. Cajivak aveva minacciato di far trascinare Druss al suo cospetto per sentirlo implorare la morte... sarebbe stato contento di sapere che il suo carceriere lo aveva privato di un simile piacere? Poi l’uomo imprecò, allontanandosi nella direzione in cui era venuto, e Druss attese con la bocca arida e il cuore che gli martellava nel petto. Trascorsero alcuni minuti... lunghi e densi di ansia... quindi il carceriere tornò, parlando con qualcuno.


– Non è colpa mia – stava dicendo. – Le sue razioni sono state stabilite dal nostro signore in persona. – Allora sarebbe colpa sua? È questo che stai dicendo? – No! No! Non è colpa di nessuno. Forse era debole di cuore o qualcosa del genere, o forse è soltanto malato... ecco, probabilmente è malato e basterà trasferirlo per un po’ in una cella più grande. – Spero che tu abbia ragione – ribatté una voce sommessa, – altrimenti porterai al collo i tuoi intestini come una collana. Si udì un rumore stridente, poi un altro, e Druss ne dedusse che si trattava dei chiavistelli che venivano tirati indietro. – D’accordo, tutti insieme, adesso! – esclamò una voce. – Spingete! Con un rumore sordo la pietra rotolò da un lato. – Per gli dèi, che puzza c’è qui dentro! – si lamentò il carceriere, nel protendere una torcia all’interno. Druss lo afferrò per la gola e lo trascinò nella cella, poi si tuffò verso l’apertura e rotolò fuori. Si rialzò subito in piedi ma un senso dì vertigine lo fece barcollare. – Ecco il tuo morto – rise una guardia, e Druss sentì il suono sordo di una spada che veniva estratta dal fodero. Gli riusciva difficile vedere... c’erano almeno tre torce e la luce era accecante... ma distinse una sagoma vaga che si muoveva verso di lui. – Torna nel tuo buco, ratto! – esclamò la guardia. Druss balzò in avanti vibrando un pugno diretto al volto dell’uomo, che perse l’elmo per l’impatto e venne scagliato all’indietro a sbattere con la testa contro una parete della segreta. La seconda guardia si lanciò allora contro Druss, ma questi cominciava a vederci un po’ meglio e si accorse dell’uomo che si preparava a colpirlo alla testa, quindi si abbassò per schivare e al tempo stesso s’insinuò sotto la guardia dell’avversario, sferrandogli un pugno spaventoso al ventre. La guardia si ripiegò all’istante su se stessa esalando il fiato con un sibilo stentoreo, poi il pugno di Druss le calò sulla nuca e si sentì uno scricchiolio nauseante in conseguenza del quale l’uomo si accasciò prono al suolo. Intanto il carceriere stava cercando di oltrepassare l’apertura della cella ma quando vide Druss girarsi verso di lui indietreggiò con uno stridio spaventato; Druss trascinò allora la prima guardia fino alla soglia e la infilò nella segreta, facendo seguire ad essa il corpo dell’altra guardia, che era morta. Con il respiro ormai affannoso sollevò infine lo sguardo sulla pietra che fungeva da porta e sentì l’ira insorgergli nell’anima come un fuoco improvviso. Accoccolandosi afferrò la pietra con entrambe le mani e la spinse al suo posto, poi si sedette davanti ad essa e si servì delle gambe per spingerla nel suo alveolo. Per parecchi minuti rimase fermo dove si trovava, spossato, quindi strisciò fino alla porta e inserì anche i chiavistelli. Adesso c erano bagliori luminosi che gli danzavano davanti agli occhi e il cuore gli martellava nel petto in maniera così precipitosa da rendergli impossibile contarne i battiti, ma si costrinse lo stesso a issarsi in piedi e a raggiungere con cautela una porta socchiusa, sbirciando nel corridoio al di là di essa: la luce del sole


splendeva attraverso una finestra e i suoi raggi mettevano in evidenza il pulviscolo presente nell’aria... uno spettacolo che a lui parve di una bellezza indescrivibile. Il corridoio era deserto, anche se in esso c’erano due sedie e un tavolo su cui erano posate due coppe; addentratosi nel passaggio si fermò accanto al tavolo e dopo aver verificato che le coppe contenevano vino annacquato le svuotò entrambe. Lungo le pareti erano disposte altre celle, che però erano tutte chiuse da sbarre di ferro, e all’estremità opposta del corridoio c’era un’altra porta di legno, al di là della quale vide una scala immersa nel buio. Mentre cominciava lentamente a salirla sentì le forze che minacciavano di venirgli meno, ma l’ira gli diede l’energia necessaria per proseguire. Sieben fissò con manifesto orrore il piccolo insetto nero che gli camminava sul dorso della mano. – Questo è intollerabile – dichiarò. – Cosa? – domandò Varsava, che era fermo accanto alla stretta finestra. – In questa stanza ci sono le pulci – rispose Sieben, serrando l’insetto fra il pollice e l’indice per poi schiacciarlo. – Sembrano avere una predilezione per te, poeta – intervenne Eskodas, con un sorriso da monello. – Rischiare la morte è una cosa, ma le pulci sono una faccenda del tutto diversa – ribatté Sieben, glaciale. – Non ho neppure esaminato il letto, ma sono pronto a scommettere che pullula di vita. Credo che dovremmo attuare immediatamente il tentativo di salvataggio. – Probabilmente sarebbe meglio aspettare che faccia buio – ridacchiò Varsava. – Sono stato qui tre mesi fa per riportare un bambino a suo padre, ed è stato così che ho saputo della presenza di Druss. Come è logico aspettarsi, le segrete sono al livello più basso, di sopra ci sono le cucine e più su ancora la sala principale. Non è possibile uscire dalle segrete tranne che passando per la sala, il che significa che dovremo essere dentro la rocca entro il crepuscolo; dal momento che di notte non c’è carceriere, se riusciremo a restare nascosti nella rocca fino a mezzanotte circa dovremmo poi essere in grado di trovare Druss e di tirarlo fuori. Quanto a lasciare la fortezza questa è una faccenda del tutto diversa. Come avete visto le due porte sono sorvegliate di giorno e sprangate di notte, e inoltre ci sono guardie sulle mura e sentinelle sulle torri. – Quante? – domandò Eskodas. – L’ultima volta che sono stato qui ce n’erano cinque vicino alla porta principale. – Come sei riuscito a uscire di qui con il bambino? – Era piccolo, quindi l’ho nascosto in un sacco e l’ho portato fuori appena dopo l’alba, sdraiato di traverso dietro la mia sella. – Non riesco a vedere come potremmo far entrare Druss in un sacco – commentò Sieben.


– Non pensare a lui come all’uomo che conoscevi, poeta – lo ammonì Varsava, andando a sederglisi accanto. – È rimasto per oltre un anno in una piccola cella priva di finestre, avendo a disposizione cibo appena sufficiente a restare in vita, quindi non sarà più il gigante che noi tutti conoscevamo. Inoltre è probabile che sia cieco... o che abbia perso la ragione. O entrambe le cose. Nella stanza scese il silenzio mentre ognuno dei tre uomini ricordava il guerriero accanto a cui aveva combattuto. – Vorrei aver saputo prima cosa gli era successo – borbottò infine Sieben. – Non lo sapevo io stesso – replicò Varsava. – Credevo che lo avessero ucciso. – È strano – interloquì Eskodas. – Non riuscirei mai a immaginare Druss sconfitto... neppure da un esercito. Era sempre così... così indomito. – Lo so – ridacchiò Varsava. – L’ho visto entrare disarmato in una valletta dove una decina di guerrieri stavano torturando un vecchio: è passato in mezzo a loro come una falce nel grano. Una cosa impressionante. – Allora, come vogliamo procedere? – chiese Sieben. – Andremo nella sala principale per presentare i nostri omaggi a Cajivak. Forse non ci ucciderà immediatamente! – Oh, questo è davvero un buon piano – ribatté Sieben, con voce che grondava sarcasmo. – Ne hai uno migliore? – Ritengo di sì. Mi sembra logico supporre che gli abitanti di un posto sordido come questo siano a corto di divertimenti, quindi entrerò da solo e mi annuncerò per nome, poi offrirò di esibirmi in cambio della cena. – A rischio di essere considerato offensivo – obiettò Eskodas, – vorrei farti notare che i tuoi poemi epici potrebbero non essere accolti come tu ti aspetti. – Mio caro ragazzo, io sono un intrattenitore di professione e so modellare la mia esibizione in modo da adattarla al pubblico che ho davanti. – Ebbene, questo pubblico sarà formato dalla feccia di Ventria, del Naashan e di ogni altra area ad est e ad ovest di qui – replicò Varsava. – Ci saranno rinnegati drenai, mercenari vagriani e criminali ventriani di ogni risma. – Li abbaglierò – promise Sieben. – Datemi mezz’ora di tempo per fare la mia introduzione, poi entrate a vostra volta nella sala e vi prometto che nessuno si accorgerà della vostra presenza. – Dove hai appreso tanta umiltà? – chiese Eskodas. – È un dono – dichiarò Sieben, – e ne sono molto orgoglioso. Druss raggiunse il secondo livello e si soffermò in cima alla scala. Poteva sentire il rumore prodotto da molte persone che si muovevano nelle vicinanze, uno sfregare di pentole che venivano pulite e un tintinnare di posate, e stava avvertendo un aroma di pane fresco misto al saporito profumo della carne di manzo che arrostiva. Appoggiatosi ad una parete cercò di riflettere, consapevole di non avere modo di uscire senza essere visto; sentendosi le gambe stanche, si accoccolò lentamente sui talloni.


Cosa doveva fare? D’un tratto udì un rumore di passi che si avvicinavano e si costrinse a rialzarsi in piedi, poi nel suo campo visivo apparve un vecchio dalla schiena orribilmente piegata e dalle gambe curve, che reggeva in mano un secchio d’acqua. I suoi occhi erano cisposi e coperti di un velo biancastro, ma nell’avvicinarsi a Druss il vecchio sollevò la testa di scatto, con le narici dilatate, e subito dopo posò per terra il secchio per protendere una mano. – Sei tu? – sussurrò. – Sei cieco? – Quasi. Ti ho detto che ho trascorso cinque anni in quella cella. Avanti, seguimi. Lasciato il secchio dove si trovava, il vecchio tornò sui suoi passi, svoltando in un tortuoso corridoio e percorrendo una stretta scala, poi aprì una porta e condusse Druss in una piccola stanza nella quale c’era però una stretta finestra che lasciava entrare un po’ di luce solare. – Aspetta qui – gli ordinò. – Ti porterò qualcosa da mangiare e da bere. Fu di ritorno qualche minuto più tardi con mezza forma di pane appena sfornato, una fetta di formaggio e una caraffa d’acqua; seduto sul giaciglio presente nella stanzetta, Druss divorò il cibo e bevve avidamente, poi si appoggiò all’indietro. – Ti ringrazio per la tua gentilezza – disse. – Senza di essa sarei peggio che morto, sarei perso nella disperazione. – Dovevo ripagare un debito – replicò il vecchio. – Un altro uomo mi ha nutrito proprio come io ho fatto con te, e per questo è stato ucciso... Cajivak io ha fatto impalare. Io però non avrei mai trovato il coraggio di seguire il suo esempio se ladea non mi fosse apparsa in sogno. È stata lei a farti uscire dalla segreta? – Una dea? – Mi ha parlato di te e delle tue sofferenze, e mi ha pervaso di vergogna per la mia vigliaccheria. Quando le ho giurato che avrei fatto tutto quello che era in mio potere per aiutarti, lei mi ha toccato la mano e al risveglio ogni dolore erascomparso dalla mia schiena. È stata la dea a far scomparire la pietra? – No, ho ingannato il carceriere – replicò Druss, spiegando la propria astuzia e raccontando la lotta sostenuta con le guardie. – Troveranno quegli uomini soltanto stanotte – affermò il vecchio. – Ah, quando mi piacerebbe sentire le loro urla quando i ratti li aggrediranno nel buio. – Perché dici che la donna che ti è apparsa in sogno era una dea? – volle sapere Druss. – Mi ha detto il suo nome, Pahtai, e ha affermato di essere figlia della madre terra. Nel sogno ha camminato con me sulle verdi colline che ho conosciuto in gioventù. Non la dimenticherò mai. – Pahtai – ripeté Druss, in tono sommesso. – È venuta anche da me, nella cella, e mi ha dato forza. – Alzandosi in piedi appoggiò una mano sulla schiena del vecchio e aggiunse: – Hai rischiato molto per aiutarmi e in questo mondo non ho a disposizione il tempo per ripagarti.


– Non hai tempo? – ripeté il vecchio. – Ti puoi nascondere qui per fuggire quando farà buio. Posso procurarti una corda con cui calarti dalle mura. – No. Devo trovare Cajivak... e ucciderlo. – Bene. La dea ti elargirà dei poteri, vero? Infonderà nuove forze nel tuo corpo? – Temo di no – ammise Druss. – Sarò solo in quest’impresa. – Morirai! Non fare un tentativo del genere – implorò il vecchio, con le lacrime che scorrevano dagli occhi biancastri. – Te ne supplico. Lui ti distruggerà: è un mostro e ha la forza di dieci uomini. Guarda in che condizioni sei ridotto... non riesco a vederti con chiarezza ma so quanto devi essere debole. Hai la possibilità di vivere, di essere libero, di sentire la luce del sole sul volto. Sei giovane... cosa otterrai tentando questa follia? Lui ti schiaccerà e ti ucciderà, oppure tornerà a gettarti nel sottosuolo. – Non sono nato per fuggire – affermò Druss. – E puoi fidarti se ti garantisco che non sono debole quanto credi... hai provveduto tu a che non lo fossi. Ora spiegami la disposizione interna della rocca e dimmi dove portano le diverse scale. Eskodas non aveva paura della morte perché non amava la vita... un fatto di cui era consapevole ormai da molti anni. Non aveva più conosciuto la gioia fin da quando suo padre era stato trascinato fuori della sua casa e impiccato, una perdita che aveva avvertito ma che aveva accettato con calma e tranquillità. A bordo della nave pirata aveva detto a Sieben che gli piaceva uccidere la gente, ma non era vero: non provava nessuna sensazione di sorta quando le sue frecce colpivano il bersaglio, tranne una momentanea soddisfazione se la sua mira risultava particolarmente buona. Nel dirigersi ora insieme a Varsava verso la grigia e minacciosa sala della rocca, si trovò a chiedersi se sarebbe morto, poi pensò a Druss che giaceva imprigionato in una scura e umida segreta sotterranea e si sorprese a domandarsi che effetto una simile incarcerazione avrebbe avuto sulla sua personalità. Non traeva un particolare piacere dai panorami che il mondo offriva, dalle montagne e dai laghi, dagli oceani e dalle valli, quindi ne avrebbe sentito la mancanza? Ne dubitava. Lanciando un’occhiata a Varsava si accorse che lo spadaccino era teso e pieno di aspettativa, e si concesse un sorriso nel pensare che non c’era bisogno di avere paura. Si trattava soltanto della morte. I due uomini salirono i gradini di pietra che conducevano alle porte della rocca, aperte e prive di sorveglianza. Nell’entrare Eskodas sentì un ruggente coro di risate provenire dalla sala, poi lui e Varsava ne oltrepassarono la soglia e poterono vedere al suo interno: quasi duecento uomini erano seduti intorno a tre grandi tavoli e all’estremità opposta della sala, su una piattaforma sopraelevata che si trovava a circa due metri di altezza, Cajivak sedeva sorridente su un enorme seggio d’ebano intagliato in maniera elaborata. Davanti a lui, in piedi sull’ultimo dei tre tavoli, c’era Sieben.


La voce del poeta echeggiava per la sala nel raccontare una storia di una volgarità così incredibile da lasciare Eskodas a bocca aperta. L’arciere aveva sentito il poeta narrare storie epiche, recitare poesie e discutere di filosofia, ma non lo aveva mai sentito parlare di prostitute e di asini. Accanto a lui Varsava scoppiò a ridere allorché il poeta concluse la storia con un osceno doppio senso. Guardandosi intorno nella sala, Eskodas notò una galleria che si allargava sopra di loro e individuò la scala che permetteva di accedervi. Pensando che quella galleria potesse offrire un buon nascondiglio, richiamò l’attenzione di Varsava con una gomitata. – Vado a dare un occhiata di sopra – sussurrò. Lo spadaccino annuì ed Eskodas si avviò con passo tranquillo fra la folla senza essere notato, cominciando a salire le scale; la stretta galleria correva lungo tutta la sala, era priva di porte che si aprissero su altri ambienti e un uomo seduto lassù sarebbe risultato virtualmente invisibile dal basso. Adesso Sieben stava raccontando la storia di un eroe catturato da un perfido nemico, ed Eskodas si concesse un momento per ascoltarla. – Lo condussero davanti al capo e gli dissero che aveva una possibilità di salvarsi la vita: doveva sopravvivere a quattro prove di coraggio. La prima consisteva nel camminare a piedi nudi su un letto di carboni ardenti, la seconda nel bere un intero litro di un liquore estremamente potente, la terza nell’entrare in una grotta per estrarre con una piccola pinza un dente cariato ad una leonessa divoratrice di uomini e la quarta nel giacere con la vecchia più brutta del villaggio. «L’eroe si sfilò gli stivali, chiese che portassero i carboni ardenti e cammino con coraggio fino all’estremità opposta di quello strato rovente, afferrando la caraffa con il liquore e vuotandola per poi gettarla da un lato. Fatto questo entrò incespicando nella grotta. Dall’antro uscirono suoni terribili, un soffiare e un ringhiare misti a tonfi e strida, rumori così orribili da agghiacciare il sangue agli uomini che stavano ascoltando. Infine il guerriero uscì barcollando alla luce del sole e disse: “Allora, dov’è quella donna con il mal di denti?” La sala echeggiò di risa ed Eskodas scosse il capo per lo stupore. A Capalis aveva visto Sieben ascoltare i guerrieri intenti a scambiarsi scherzi e battute, ma il poeta non aveva mai riso né aveva mostrato di trovare divertenti quelle storie... eppure adesso le stava utilizzando con apparente soddisfazione nell’esibirsi davanti a quei banditi. Spostando la propria attenzione su Cajivak, l’arciere si accorse che il capo dei banditi non stava più sorridendo e si era invece appoggiato allo schienale del suo seggio, tamburellando con le dita su un bracciolo. Eskodas aveva conosciuto molti uomini malvagi e sapeva bene che a volte alcuni di essi potevano essere avvenenti come angeli... con lineamenti regolari, occhi chiari e capelli biondi... mentre Cajivak aveva invece un aspetto cupo e malevolo consono alla sua natura. Il capo dei banditi aveva indosso il giustacuore di cuoio nero con i paraspalle d’argento che era appartenuto a Druss, ed Eskodas lo vide allungare una mano ad accarezzare la nera impugnatura di un’ascia appoggiata contro il seggio. Quell’ascia era Snaga.


All’improvviso il massiccio guerriero si alzò dal suo seggio. – Basta così! – tuonò, e subito Sieben tacque. – Non mi piace la tua esibizione, bardo, quindi intendo farti impalare su un palo di ferro. Adesso nella sala regnava un assoluto silenzio; nella galleria, Eskodas prelevò una freccia dalla faretra e la incoccò nell’arco. – Allora, non hai voglia di raccontare altre storielle prima di morire? – domandò Cajivak. – Soltanto una – replicò Sieben, sostenendo lo sguardo di quel folle. – La scorsa notte ho fatto un sogno terribile. Ho sognato di essere oltre le porte dell’Inferno, in un luogo di fiamme e di tortura davvero spaventoso. Ho avuto molta paura ed ho chiesto ad una delle guardie demoniache: “Non c’è un modo per andare via di qui?” Il demone mi ha risposto che c’era un modo soltanto, ma che nessuno era mai riuscito a superare quella prova, poi mi ha condotto in una segreta dove attraverso una stretta grata ho visto una donna davvero disgustosa. Era lebbrosa, con piaghe aperte, sdentata e decrepita, e i pochi capelli che le restavano erano pullulanti di larve. “Se riuscirai ad amarla per tutta la notte,” ha detto il demone, “ti sarà concesso di andare via.” Sai, ero disposto a tentare, ma mentre avanzavo ho notato una seconda porta ed ho guardato al di là di essa. E sai cosa ho visto, signore? Ho visto te, intento ad amare una delle donne più belle su cui avessi mai posato lo sguardo. Allora ho chiesto alla guardia: “Come mai a me tocca in sorte una simile vecchia mentre Cajivak ha avuto una donna così bella?” E la guardia ha risposto: “Ecco, è soltanto giusto che anche alle donne sia data una possibilità di andare via di qui.” Perfino dall’alto della galleria Eskodas poté vedere il volto di Cajivak perdere ogni traccia di colore, poi il capo dei banditi parlò ancora, con voce aspra e tremante. – Farò in modo che la tua morte duri un’eternità – promise. Eskodas trasse indietro la corda dell’arco... ma poi s’immobilizzò quando sul retro della piattaforma apparve un uomo con i capelli e la barba sporchi e arruffati, e con il volto annerito da uno strato di terra. L’uomo spiccò la corsa in avanti e assestò una spallata allo schienale del seggio di Cajivak, che venne spinto in avanti con violenza e catapultò il capo dei banditi giù dalla piattaforma, facendolo precipitare a testa in avanti sul tavolo su cui si trovava Sieben. Il guerriero coperto di sporcizia afferrò quindi l’ascia lucente e parlò con voce che risuonò per tutta la sala. – Allora, miserabile figlio di buona donna, vuoi ancora che ti implori? – esclamò. Eskodas ridacchiò, rendendosi conto che nella vita c’erano attimi che meritavano di essere apprezzati a fondo. Nel momento in cui sollevò l’ascia, avvertendo il contatto dell’impugnatura fredda e liscia con la sua mano, Druss sentì il potere dilagare dentro di lui e gli parve che un fuoco si spargesse ruggente lungo le sue vene fino a raggiungere ogni muscolo e ogni tendine. In quel momento ebbe l’impressione di essere rinnovato, rinato... mai nella sua vita aveva provato nulla di così squisito e quella sensazione


lo lasciò inebriato e pieno di vita, come un uomo paralizzato che avesse ritrovato di colpo l’uso delle gambe. La sua risata echeggiò nella sala e lui abbassò lo sguardo su Cajivak che, con il volto insanguinato e la bocca contorta dall’ira, si stava affrettando a rialzarsi in piedi fra i piatti e i boccali. – Quell’ascia è mia! – urlò. – Ridammela! Gli uomini che lo attorniavano parvero sorpresi dalla sua reazione: si erano aspettati furia e violenza, e invece stavano vedendo il loro temuto signore che protendeva la mano quasi implorando. – Vieni a prenderla – ribatté Druss. Cajivak esitò e si umettò le labbra. – Uccidetelo! – stridette all’improvviso. I guerrieri scattarono in piedi e il più vicino di essi estrasse la spada, spiccando la corsa verso la piattaforma, ma una freccia scese a trapassargli la gola, scagliandolo al suolo. Ogni movimento cessò e decine dei presenti cominciarono a scrutare la sala alla ricerca dell’arciere nascosto. – Che razza di uomo avete scelto di seguire? – esclamò Druss, con voce assordante nell’improvviso silenzio. – Se ne sta lì con i piedi dentro al vostro stufato, troppo spaventato per affrontare un uomo che è rimasto rinchiuso nelle sue segrete senza quasi essere nutrito. Vuoi quest’ascia? – chiese a Cajivak. – Ripeto, vieni a prenderla. Nel parlare fece ruotare Snaga e la calò sulle assi della piattaforma, conficcandovela in profondità e lasciandola lì a vibrare, Poi si ritrasse dall’arma e rimase in attesa, imitato da tutti i guerrieri presenti. Cajivak si mosse all’improvviso, spiccando due passi di corsa e balzando verso la piattaforma. Era un uomo massiccio, con spalle immense e braccia possenti, ma il suo salto lo portò incontro ad un diretto sinistro dell’ex-carnpione di Mashrapur che gli spinse le labbra contro i denti, lacerandole, e fu seguito da un destro alla mascella potente quanto un fulmine. Cajivak crollò all’indietro e rotolò di nuovo sul pavimento, atterrando sulla schiena, ma si rialzò di nuovo e questa volta salì lentamente i gradini della piattaforma. – Ti spezzerò, ometto! Ti strapperò gli intestini e te li farò mangiare. – Nei tuoi sogni! – lo derise Druss. Nel momento in cui Cajivak si scagliò alla carica il Drenai gli andò quindi incontro, vibrando un altro sinistro e mirando questa volta all’altezza del cuore. Il grosso bandito emise un grugnito ma reagì con un destro che raggiunse Druss alla fronte, costringendolo a indietreggiare. La mano sinistra di Cajivak scattò subito in fuori con le dita protese a strappare gli occhi dell’avversario, ma Druss abbassò la testa in maniera tale che le dita lo colpirono alla fronte, lacerandogli soltanto la pelle con le lunghe unghie; subito dopo Cajivak cercò di afferrarlo con una presa al corpo ma le sue mani si chiusero intorno alla camicia di Druss e la stoffa ormai marcia si lacerò. Cajivak barcollò all’indietro e Druss ne approfittò per incalzarlo con due spaventosi pugni al ventre, ma ebbe l’impressione di aver colpito un muro. Il gigantesco bandito scoppiò a ridere e rispose con un montante che quasi sollevò


Druss da terra e gli lasciò il naso fratturato e sanguinante. Nonostante questo, quando Cajivak venne avanti per finirlo, Druss ebbe la prontezza di spostarsi di lato e di mettere lo sgambetto al grosso avversario che crollò al suolo con violenza, rotolò su se stesso e si rialzò prontamente. Adesso Druss cominciava a stancarsi perché l’improvviso potere che dall’ascia gli si era diffuso nei muscoli stava ormai svanendo. Cajivak si lanciò in avanti e lui rispose con una finta di sinistro, con il risultato che il bandito si ritrasse e andò incontro ad un gancio destro che lo raggiunse ancora alla bocca, conficcandogli di nuovo il labbro inferiore nei denti. Druss fece seguire quel pugno da un sinistro e poi da un altro destro. Con un taglio sopra l’occhio destro e il sangue che gli colava lungo una guancia Cajivak indietreggiò, quindi liberò il labbro lacerato dai denti... e sfoggiò un insanguinato sorriso. Per un momento Druss ne rimase sconcertato, poi vide Cajivak chinarsi ed estrarre Snaga dalle assi della piattaforma. La lama dell’ascia brillò di un bagliore rosso alla luce delle lanterne. – Adesso morirai, ometto! – ringhiò Cajivak. E sollevò l’arma nel momento stesso in cui Druss spiccava una rapida corsa e balzava in avanti, vibrando con il piede destro un calcio deciso al ginocchio dell’avversario. La giuntura cedette con uno spaventoso crepitio e il gigante crollò al suolo con un urlo, perdendo la presa sull’impugnatura dell’ascia: l’arma si girò a mezz’aria... e la sua lama a ventaglio calò verso il basso in un arco che raggiunse il capo dei banditi esattamente fra le scapole, trapassando il giustacuore di cuoio e la pelle sottostante; un momento dopo Cajivak ebbe una convulsione e l’ascia scivolò via dalla ferita. Subito Druss s’inginocchiò e recuperò l’arma. Con il volto contorto dal dolore, Cajivak si issò in posizione seduta e fissò il guerriero con manifesto odio. – Che sia un colpo netto – sussurrò. Ancora in ginocchio, Druss annuì, poi fece descrivere a Snaga un ampio arco orizzontale: le lame dell’ascia affondarono nel collo taurino di Cajivak, attraversando muscoli, tendini e ossa. Il corpo si accasciò sulla destra e la testa cadde sulla sinistra, rimbalzando una volta sulla piattaforma prima di rotolare sul sottostante pavimento della sala. Rialzatosi, Druss si girò a fronteggiare gli sconvolti guerrieri, poi cedette infine alla spossatezza e si sedette sul trono di Cajivak. – Qualcuno mi porti un boccale di vino – ordinò. Afferrati un boccale e una caraffa, Sieben si avvicinò subito all’amico. – Ve la siete presa dannatamente comoda ad arrivare qui – commentò Druss.


CAPITOLO QUARTO Dal fondo della sala Varsava osservò la scena con affascinata attenzione. Il corpo di Cajivak giaceva sulla piattaforma e macchiava il pavimento circostante con il proprio sangue, mentre tutti i guerrieri presenti avevano lo sguardo fisso sull’uomo che adesso sedeva accasciato sul trono appartenuto al loro capo. Lo spadaccino lanciò uno sguardo verso la galleria, dove Eskodas era ancora in attesa con l’arco teso e una freccia pronta a partire. Adesso cosa succederà? si chiese Varsava, scrutando la sala, nella quale erano raccolti oltre cento assassini. Si sentiva la bocca arida ed era certo che da un momento all’altro quella calma innaturale sarebbe svanita. Che sarebbe accaduto, allora? Quegli uomini si sarebbero lanciati contro la piattaforma? E come avrebbe reagito Druss? Avrebbe raccolto la sua ascia per affrontarli tutti? Non voglio morire qui, si disse, e si chiese cosa avrebbe fatto se i banditi avessero attaccato Druss. Era vicino alla porta posteriore e nessuno si sarebbe accorto se fosse sgusciato via nella notte... dopo tutto non doveva nulla a quell’uomo e aveva già fatto più di quanto ci si potesse aspettare da lui, rintracciando Sieben e organizzando il tentativo di salvataggio. Morire adesso in uno scontro senza motivo sarebbe stata un’assurdità. Nonostante quei pensieri però non si mosse e rimase in attesa in silenzio insieme a tutti gli altri, osservando Druss svuotare un terzo boccale di vino. A quel punto il guerriero si alzò in piedi e scese nella sala, lasciando l’ascia sulla piattaforma: avvicinatosi al primo tavolo staccò un pezzo di pane da una pagnotta appena sfornata. – Nessuno di voi ha fame? – chiese agli uomini. Un guerriero alto e snello che indossava una camicia carminia si staccò dagli altri. – Quali sono i tuoi piani? – domandò. – Ho intenzione di mangiare – replicò Druss, – poi farò un bagno e dopo credo che dormirò per una settimana. – dopo? – insistette l’uomo. Nella sala continuava a regnare il silenzio e i guerrieri si stavano facendo più vicini per sentire le risposte del guerriero drenai. – Una cosa per volta, ragazzo. Quando si sta seduto in una segreta, al buio e con la sola compagnia dei topi, si impara a non fare mai troppi progetti. – Stai cercando di prendere il suo posto? – persistette il guerriero, indicando la testa recisa di Cajivak. – Per gli dèi, guardalo! – rise Druss. – Tu vorresti prendere il suo posto? Masticando il pezzo di pane tornò sulla piattaforma e sedette di nuovo sul trono, poi si protese in avanti e si rivolse a tutti i presenti. – Io sono Druss – disse. – Alcuni di voi forse si ricordano di me per avermi visto il giorno in cui mi hanno portato qui, altri possono essere al corrente del fatto che ho servito 1 imperatore. Non nutro malanimo nei confronti di nessuno di voi... ma se qualcuno dei presenti desidera morire basterà che prenda le armi e si avvicini


a me. Sarò lieto di accontentarlo. Allora, c’è qualcuno? – chiese quindi, alzandosi e impugnando l’ascia, ma nessuno si mosse e dopo un momento lui annuì, continuando: – Siete tutti guerrieri, ma combattete soltanto in cambio di un compenso... una cosa peraltro ragionevole. Adesso il vostro capo è morto, quindi vi consiglio di finire il vostro pasto e di scegliervene un altro. – Intendi proporre la tua candidatura? – domandò l’uomo con la camicia carminia. – Ne ho avuto abbastanza di questa fortezza, ragazzo, e poi ho altri progetti. Druss si rivolse quindi a Sieben, ma in tono tale che Varsava non riuscì a sentire cosa si stessero dicendo, e nel frattempo i guerrieri si riunirono in piccoli gruppi, discutendo dei pregi e dei difetti dei diversi sottocapi di Cajivak. Confuso da ciò a cui aveva assistito, Varsava fasciò a passo lento la sala e passò in un’ampia anticamera dove sedette su un lungo divano, in preda a sentimenti contrastanti e con il cuore pesante. Poco dopo Eskodas venne a raggiungerlo. – Come ha fatto? – gli domandò Varsava. – Là dentro ci sono cento assassini, etuttavia hanno accettato senza proteste l’uccisione del loro capo. È incredibile! – Lui è Druss – sorrise Eskodas, scrollando le spalle. – E questa la definisci una risposta – ritorse lo spadaccino, con un’imprecazione sommessa. – Dipende da cosa stai cercando – replicò l’arciere. – Forse dovresti chiedere invece a te stesso il perché della tua ira. Sei venuto qui per salvare un amico che adesso è libero... che altro desideri? Varsava scoppiò in una risata che suonò però secca e aspra. – Vuoi la verità? Ho quasi sperato di vedere Druss spezzato, perché cercavo una conferma della sua stupidita! Il grande eroe! Per aver salvato un vecchio e una bambina ha passato oltre un anno in questa fogna. Capisci? È stata una cosa senza senso. Senza senso! – Non per Druss. – Cos’ha di tanto speciale? – tempestò lo spadaccino. – Non ha la benedizione di una mente sottile, e non possiede un intelletto definibile come tale. Qualsiasi altro uomo che avesse appena fatto ciò che ha fatto lui sarebbe stato ridotto in pezzi da quella marmaglia infuriata, ma non lui, non Druss! Perché? Sarebbe potuto diventare il loro capo... e senza il minimo sforzo! Lo avrebbero accettato. – Non ti posso fornire delle risposte precise – ribatté Eskodas. – L’ho visto assalire una nave piena di corsari assetati di sangue... e ho visto quei corsari gettare le armi e arrendersi. Suppongo che sia una cosa insita nella natura dell’uomo. Un tempo ho avuto un maestro, un grande arciere, e lui mi ha detto che quando ci troviamo di fronte un altro uomo lo cataloghiamo d’istinto come una minaccia o una preda perché siamo animali che cacciano e che uccidono. Siamo carnivori, Varsava, siamo una razza letale, e quando guardiamo Druss vediamo in lui la minaccia estrema... un uomo che non capisce il compromesso, che infrange le regole. No, credo che faccia qualcosa di più di questo: per lui non esistono regole. Considera per esempio quello che è successo qui. Un uomo comune avrebbe potuto benissimo uccidere Cajivak... anche se ne dubito... però non avrebbe scagliato da


un lato l’ascia per combattere a mani nude contro quel mostro, e dopo averlo ucciso avrebbe guardato tutti quei banditi aspettandosi nel profondo del proprio cuore di andare incontro alla morte. Loro lo avrebbero percepito.. e questo gli sarebbe costato la vita. Druss invece non si è aspettato di morire, a lui non importava affrontarli, uno per volta o tutti insieme. Era pronto a combatterli. – E a morire – commentò Varsava. – È probabile, ma non è questo il punto. Dopo aver ucciso Cajivak si è seduto e ha ordinato che gli si desse da bere: un uomo non fa una cosa del genere se si aspetta di dover affrontare altri combattimenti, e questo li ha lasciati confusi e incerti... niente regole, capisci? Poi è sceso in mezzo a loro lasciandosi l’ascia alle spalle perché lui sapeva che non ne avrebbe avuto bisogno... e lo sapevano anche loro. Li ha gestiti con la stessa abilità con cui un musicista provetto avrebbe suonato un’arpa, ma non lo ha fatto in maniera consapevole, è una cosa insita nella sua natura. – Io non posso essere come lui – affermò con tristezza Varsava, ricordando il pacificatore e la morte terribile a cui era andato incontro. – Pochi possono esserlo, ed è per questo che sta diventando una leggenda – dichiarò Eskodas. Dalla sala giunse fino a loro un suono di risa. – Sieben li sta intrattenendo di nuovo – osservò l’arciere. – Vieni, andiamo ad ascoltarlo, poi ci potremo ubriacare. – Non mi voglio ubriacare, voglio tornare ad essere giovane, avere la possibilità di cambiare il passato, di passare uno straccio sulla lavagna sporca della mia vita e di cancellare tutto. – Domani è un nuovo giorno – sottolineò Eskodas, in tono sommesso. – Cosa significa? – Il passato è morto, Varsava, e il futuro è ancora in gran parte da scrivere. Una volta mi sono trovato su una nave insieme ad un uomo ricco, e siamo stati investiti da una tempesta che ha affondato il vascello: l’uomo ricco ha raccolto tutto l’oro che era in grado di trasportare ed è affogato, mentre io mi sono lasciato alle spalle tutto quello che possedevo e sono sopravvissuto. – Credi che la mia colpa pesi più dell’oro? – Credo che dovresti lasciartela alle spalle – replicò Eskodas, alzandosi. – Ora andiamo a vedere come sta Druss... e a ubriacarci. – No – rifiutò tristemente lo spadaccino. – Non voglio vederlo. – Alzandosi in piedi si sistemò in testa l’ampio cappello di cuoio e aggiunse: – Portagli i miei migliori auguri e digli... digli... La voce gli si spense. – Cosa gli devo dire? – Digli addio – replicò Varsava, scuotendo il capo con un sorriso contrito. Michanek seguì il giovane ufficiale fino alla base delle mura, dove entrambi gli uomini si inginocchiarono per premere l’orecchio contro la pietra. In un primo


tempo Michanek non riuscì a sentire nulla, ma poi udì un debole raspare, come se nel sottosuolo ci fossero stati dei topi giganteschi. – Hai fatto bene a chiamarmi, Cicarin – affermò, con una sommessa imprecazione. – Stanno scavando sotto le mura, ma il problema è stabilire da dove sono partiti. Seguimi. Il giovane ufficiale si avviò insieme al massiccio guerriero su per i gradini dei bastioni e si sporse insieme a lui dal parapetto. Più avanti si stendeva il campo principale dell’esercito ventriano, le cui tende erano piantate sulla pianura antistante la città, e sulla sinistra si allargava una fila di basse colline al di là delle quali passava il fiume, mentre sulla destra si vedevano colline decisamente più alte e coperte da fitti boschi. – La mia supposizione – osservò Michanek, – è che abbiano cominciato a scavare dalla parte opposta di quella collina, a circa metà della sua altezza. A quel punto devono essersi orientati e aver determinato che se avessero mantenuto una linea di scavo orizzontale sarebbero arrivati sotto le mura a circa mezzo metro di profondità. – Quanto è grave la cosa, signore? – domandò nervosamente Cicarin. – Abbastanza – replicò Michanek, con un sorriso. – Sei mai stato in una miniera? – No, signore. Michanek ridacchiò, perché era ovvio che il ragazzo non ci fosse mai stato, considerato che era il figlio minore di un satrapo naashanita e che fino a quando questo assedio aveva avuto inizio era sempre stato circondato da servitori, barbieri, valletti e cacciatori. Qualcuno gli aveva preparato vestiti puliti ogni mattina e un servitore gli aveva portato la colazione su un vassoio d’argento mentre lui se ne restava a letto fra lenzuola di seta. – La tecnica bellica presenta molti aspetti – spiegò. – Adesso il nemico sta scavando sotto le mura per rimuovere le fondamenta, e durante gli scavi provvede a puntellare le pareti e il soffitto della galleria con legna molto secca. Lo scavo procederà fino ad arrivare lungo la linea delle mura, poi proseguirà lungo le colline vicino al fiume per emergere da qualche parte... laggiù – concluse, indicando la più pronunciata delle basse alture. – Non capisco – obiettò Cicarin. – Se stanno puntellando la galleria, che danno ci possono recare? – È una domanda a cui è facile rispondere. Una volta che avranno ottenuto due aperture si creerà una corrente d’aria e a quel punto inzupperanno la legna di olio per poi darle fuoco quando il vento soffierà nella direzione giusta. Il vento spingerà le fiamme verso l’alto, il soffitto crollerà e se i genieri avranno fatto bene il loro lavoro con esso crolleranno anche le mura. – Non possiamo fare nulla per fermarli? – Nulla che valga la pena di tentare. Potremmo mandare un contingente di uomini ad attaccare il sito dei lavori e magari uccidere un pugno di scavatori, ma ne farebbero semplicemente arrivare altri. No, non possiamo agire e dobbiamo quindi reagire. Di conseguenza voglio che tu parta dalla supposizione che questa


sezione di muro cadrà – proseguì Michanek, girando le spalle al parapetto per osservare la fila di case a ridosso delle mura: fra esse c’erano parecchi vicoli e due strade principali che portavano nel cuore della città. – Prendi cinquanta uomini e blocca i vicoli e le strade. Bada anche di ostruire le finestre al piano terra delle abitazioni e di creare una seconda linea di difesa. – Sì, signore – assentì il giovane, con lo sguardo basso. – Tieni alto il morale, ragazzo – consigliò Michanek. – Non siamo ancora morti. – No, signore. Però la gente sta cominciando a parlare apertamente dei rinforzi, affermando che non arriveranno... che ci hanno abbandonati. – Quale che sia la decisione dell’imperatore, noi ci atterremo ad essa – ribatté Michanek, in tono severo. Il giovane arrossì, poi salutò e si allontanò a grandi passi mentre Michanek indugiava ad osservarlo per un momento prima di tornare sui bastioni. Non esistevano rinforzi, l’esercito naashanita era stato annientato in due devastanti battaglie e adesso era in fuga verso il confine. Resha era l’ultima città ancora occupata e la supposta conquista di Ventria si era ormai trasformata in un disastro di prima grandezza. Michanek aveva però ricevuto i suoi ordini. Lui e il rinnegato ventriano Darishan avrebbero dovuto tenere Resha il più a lungo possibile, cercando di stancare le truppe ventriane mentre l’imperatore fuggiva verso la sicurezza dei monti del Naashan. Michanek frugò nella sacca che portava al fianco e ne tirò fuori un piccolo pezzo di pergamena su cui era scritto un messaggio, abbassando lo sguardo sulle parole stilate in maniera affrettata. Resistete a tutti i costi fino ad ordine contrario. Niente resa. Lentamente, fece a pezzi la pergamena. Nessun addio, nessun encomio, nessuna parola di rincrescimento... ma del resto quella era la gratitudine dei principi. Lui aveva già mandato una risposta, ripiegandola con cura e inserendola in un minuscolo tubo di metallo che aveva poi legato alla zampa di un piccione viaggiatore. L’uccello si era librato nel cielo e si era diretto verso est, portando l’ultimo messaggio di Michanek all’imperatore che lui aveva servito fin da quando era un ragazzo: Sarà fatto come tu hai ordinato. La ferita suturata che aveva al fianco stava prudendo, segno certo che era in via di guarigione. Michanek la grattò distrattamente pensando di essere stato fortunato, perché Bodasen era arrivato vicino ad abbatterlo. Davanti alla porta occidentale vide i primi carri di viveri che oltrepassavano le file dei guerrieri ventriani e scese per andare incontro al convoglio. Il primo conducente, suo cugino Shurpac, agitò una mano nel vederlo arrivare,


poi balzò giù dal veicolo dopo aver gettato le redini all’uomo grasso che gli sedeva accanto. – Ben incontrato, cugino – salutò, abbracciando Michanek e baciandolo su entrambe le guance barbute. Il suo caloroso saluto destò però nel guerriero soltanto un brivido di timore perché fece riaffiorare nella sua mente l’avvertimento di Rowena: “Vedo dei soldati con il mantello e l’elmo nero che superano le mura. Tu radunerai i tuoi uomini per un’ultima difesa davanti alle porte di questa casa. Al tuo fianco ci saranno... il tuo fratello più giovane e un secondo cugino.” – Cosa c’è che non va, Michi? Sembra che un fantasma sia appena passato sulla tua tomba. – Non mi aspettavo di vederti qui – rispose Michanek, costringendosi a sorridere. – Avevo sentito dire che eri con l’imperatore. – Infatti, ma questi sono tempi tristi, cugino, e lui è un uomo distrutto. Ho sentito dire che eri qui e stavo cercando di trovare il modo di raggiungerti quando mi è giunta voce del duello. Meraviglioso! Materiale da leggenda! Perché non lo hai ucciso? – Ha combattuto bene e con coraggio – replicò Michanek, scrollando le spalle. – Quando è caduto con un polmone trapassato ha cessato di costituire una minaccia, quindi era inutile dargli il colpo di grazia. – Mi sarebbe piaciuto vedere il volto di Gorben. A quanto si dice era convinto che Bodasen fosse uno spadaccino imbattibile. – Nessuno è imbattibile, cugino, nessuno. – Sciocchezze – ribatté Shurpac. – Tu lo sei, ed è per questo che sono voluto venire qui a combattere al tuo fianco. Credo che mostreremo a questi Ventriani un paio di cosette. Dov’è Narin? – Agli alloggiamenti, in attesa dei viveri. Li faremo assaggiare ai prigionieri ventriani. – Pensi che Gorben possa averli avvelenati? – Non lo so... forse – rispose Michanek, scrollando le spalle. – Avanti, porta in città questi carri. Shurpac rimontò sul carro, sollevò la frusta e la fece schioccare sopra la testa dei quattro muli, che si misero faticosamente in movimento. Una volta che il veicolo si fu avviato Michanek oltrepassò con calma le porte per contare ì carri del convoglio: erano cinquanta, tutti carichi di farina, di frutta secca, di avena, di cereali e di mais. Gorben però ne aveva promessi duecento, e lui si chiese se avrebbe mantenuto la parola. Quasi a rispondere alla sua domanda un singolo cavaliere lasciò il campo nemico in sella ad uno stallone bianco alto circa diciassette palmi, una bestia splendida la cui struttura denotava vigore e velocità. L’uomo si lanciò verso Michanek, che rimase immobile con le braccia incrociate sul petto, ma all’ultimo momento tirò le redini in modo tale da far impennare la cavalcatura e balzò a terra. Michanek s’inchinò nel riconoscere in lui l’imperatore ventriano. – Come sta Bodasen? – domandò.


– È vivo. Ti ringrazio per averlo risparmiato, perché mi sta molto a cuore. – È un brav’uomo. – Lo sei anche tu – replicò Gorben. – Un uomo troppo in gamba per morire qui in ossequio agli ordini di un monarca che ti ha abbandonato. – Quando ho pronunciato il mio giuramento di fedeltà non ricordo di aver inserito una clausola che mi desse agio di infrangerlo – rise Michanek. – Tu permetti clausole del genere nel giuramento che richiedi ai tuoi seguaci? – No – sorrise Gorben. – La mia gente giura di essermi fedele fino alla morte. – Allora, mio signore, cosa ti aspetteresti che facesse questo povero Naashanita? – ritorse Michanek, allargando le braccia. Il sorriso di Gorben svanì e lui si fece più vicino. – Avevo sperato che decidessi di arrenderti, Michanek. Non voglio la tua morte perché ti devo una vita... ma devi essere tu stesso consapevole che anche con queste provviste a disposizione non potrai più reggere ancora per molto. Perché mi vuoi costringere a mancarvi contro gli Immortali e a farvi massacrare tutti? Perché non vi limitate a marciare in buon ordine fuori da Resha per tornare a casa? Potrete passare senza danno, hai la mia parola. – Una cosa del genere andrebbe contro i miei ordini, mio signore. – Posso chiederti di che ordini si tratta? – Di resistere fino a quando ci verrà comandato di fare altrimenti. – Il tuo signore è in piena fuga ed ho catturato il suo convoglio dei bagagli, comprese le sue tre mogli e le sue figlie. In questo stesso momento uno dei suoi messaggeri è nella mia tenda impegnato nelle trattative perché vengano restituite sane e salve, ma l’imperatore non ha chiesto nulla per te, che pure sei il suo più fedele servitore. Non lo trovi irritante? – Certamente – ammise Michanek, – ma non cambia nulla. Gorben scosse il capo e tornò verso il suo stallone, afferrandosi alle redini e al pomo della sella per poi balzare con un volteggio in sella all’animale. – Sei un uomo eccellente, Michanek. Vorrei averti avuto al mio servizio. – E tu sei un generale di talento, mio signore. È stato un piacere tenerti a bada così a lungo. Porgi i miei ossequi a Bodasen... e se volessi affidare le sorti dell’assedio ad un altro duello ricorda che sono sempre pronto a incontrare chiunque deciderai di mandare. – Lo farei se il mio campione fosse qui – ribatté Gorben, con un ampio sorriso. – Mi piacerebbe vedere come te la caveresti contro Druss e la sua ascia. Addio, Michanek, possano gli dèi concederti una splendida vita nell’al di là. Poi l’imperatore ventriano spronò lo stallone al galoppo e tornò al campo. Pahtai era seduta nel giardino quando le giunse la prima visione. Era intenta ad osservare un’ape cercare di insinuarsi in un bocciolo color porpora quando vide improvvisamente un’immagine dell’uomo con l’ascia... soltanto che nell’immagine lui non aveva né l’ascia né la barba ed era seduto su un pendio montano sovrastante un piccolo villaggio cinto da una palizzata costruita solo in parte. La


visione svanì rapida com’era giunta, lasciandola turbata, ma oppressa com’era dall’ansia dovuta alle costanti battaglie in corso sulle mura di Resha e dai suoi timori per la sicurezza di Michanek, lei accantonò la cosa. La seconda visione risultò però più potente della prima: in essa vide una nave su cui c’era un uomo alto e magro, e un nome affiorò fra i veli che le avvolgevano la mente: Kabuchek. Un tempo quell’uomo era stato il suo padrone, nei giorni ora lontani in cui secondo Pudri lei aveva posseduto il suo raro Talento, il dono di vedere il futuro e di decifrare il passato. Adesso quel dono era svanito e non ne sentiva la mancanza, perché trovandosi in mezzo all’infuriare di una guerra civile era forse una benedizione non sapere cosa il futuro avesse in serbo per lei. Quando aveva parlato a Michanek delle sue visioni aveva visto un’espressione addolorata affiorare sul suo volto avvenente, poi lui l’aveva tenuta stretta fra le braccia proprio come aveva fatto durante la sua malattia. Michanek aveva corso il rischio di contrarre la pestilenza, e tuttavia mentre era immersa nei suoi sogni febbrili lei aveva tratto forza dalla sua presenza e dalla sua devozione... ed era sopravvissuta, anche se tutti i medici avevano predetto che sarebbe morta, così come adesso asserivano che il suo cuore era rimasto indebolito. Certo, l’esercizio fisico aveva ancora il potere di stancarla, ma le forze le stavano tornando di mese in mese. Il sole brillava luminoso sopra il giardino e Pahtai prese a passeggiare in esso per raccogliere fiori con cui decorare le stanze principali, reggendo sul braccio un piatto cestino di vimini in cui c’era un coltello affilato. Sentendo il sole sul volto piegò il capo all’indietro per godere del suo calore sulla pelle, poi le giunse da lontano un grido acuto che la indusse a volgere lo sguardo nella direzione da cui era provenuto il suono. Vagamente poté sentire un clangore d’acciaio accompagnato dalle grida e dalle urla di guerrieri impegnati in uno scontro disperato. Finirà mai tutto questo? pensò. Un’ombra cadde su di lei e nel girarsi vide che nel giardino erano entrati due uomini dall’aspetto smagrito e dagli abiti laceri e sporchi. – Dacci del cibo –. ordinò uno dei due, avanzando verso di lei. – Dovete andare al centro di razionamento – replicò Pahtai, soffocando il proprio timore. – Tu non vivi di razioni, vero, sgualdrina naashanita! – esclamò il secondo uomo, avvicinandosi maggiormente. Puzzava di sudore e di birra ordinaria, e lei vide lo sguardo dei suoi occhi chiari appuntarsi sul seno, velato da una sottile tunica di seta azzurra tanto corta da lasciarle le gambe nude. Il primo uomo l’afferrò per un braccio, tirandola verso di sé, e per un momento lei pensò di ricorrere al coltello... ma contemporaneamente si trovò a fissare uno stretto giaciglio in una piccola stanza: su di esso giacevano una donna e un bambino malato, i cui nomi le affiorarono di colpo nella mente. – Cosa mi dici di Katina? – domandò, e l’uomo indietreggiò con un gemito,


assumendo un’espressione colpevole e abbandonando la presa intorno al suo polso. – Il tuo bambino appena nato sta morendo – continuò Pahtai in tono sommesso. – Muore mentre tu bevi e aggredisci donne indifese. Andate in cucina, tutti e due, chiedete di Pudri e ditegli che... che Pahtai ha ordinato che vi si desse del cibo. Ci sono un po’ di uova e del pane non lievitato. Ora andate. Gli uomini indietreggiarono davanti a lei, poi si volsero e spiccarono la corsa verso la casa; alle loro spalle Pahtai sedette lentamente su una panca di marmo, tremante per lo shock. Pahtai? Rowena... quel nome affiorò dai recessi più profondi della sua memoria, e lei lo accolse come il canto del mattino dopo una notte di tempesta. Rowena, io sono Rowena. Un uomo sopraggiunse lungo il sentiero del giardino e s’inchinò nel vederla. I suoi capelli intrecciati erano argentei, ma il suo volto era giovane e quasi privo di rughe. – Salve, Pahtai, stai bene? – la salutò, con un altro inchino. – Io sto bene, Darishan, ma tu hai un’aria stanca. – Sono stanco dell’assedio, questo è certo. Posso sedere accanto a te? – Certamente. Michanek non è qui, ma se vuoi aspettarlo sei il benvenuto. – Adoro le rose – commentò Darishan, sedendosi e annusando l’aria. – Hanno un profumo squisito che mi ricorda la mia infanzia. Sai che a quel tempo giocavo con Gorben? Eravamo amici ed eravamo soliti nasconderci dietro cespugli come questi, fingendo che dei sicari ci stessero dando la caccia. Adesso però mi sto nascondendo di nuovo, e non esiste cespuglio di rose abbastanza grande da potermi celare alla vista. Rowena non disse nulla, ma nel fissare quel volto avvenente vide il timore che si annidava sotto la sua superficie. – Ho scelto il cavallo sbagliato, mia cara – proseguì Darishan, con falsa disinvoltura. – Ho pensato che fosse meglio appoggiare i Naashaniti che stare a guardare mentre il padre di Gorben distruggeva l’impero, ma tutto quello che ho fatto in effetti è stato addestrare un leone più giovane nei metodi della guerra e della conquista. Credi che potrei convincere Gorben di avergli reso in effetti un servigio? – domandò, fissandola in volto. – No, suppongo di no, quindi dovrò affrontare la morte come si conviene ad un Ventriano. – Non parlare di morte – lo rimproverò lei. – Le mura reggono ancora e abbiamo cibo a sufficienza. – Sì – sorrise Darishan. – È stato uno splendido duello e non mi vergogno ad ammettere di aver avuto il cuore in gola per tutta la sua durata. Michanek sarebbe potuto scivolare e allora che ne sarebbe stato di me quando le porte fossero state aperte a Gorben? – Non esiste nomo vivente capace di sconfiggere Michanek – dichiarò lei. – Finora. Però un tempo Gorben aveva un campione... credo che il suo nome fosse Druss. Combatteva armato d’ascia, e se ben ricordo era piuttosto letale. Rowena fu scossa da un brivido. – Hai freddo? – domandò Darishan, subito sollecito. – Non ti starà venendo la


febbre, vero? – chiese quindi, sollevando una mano e premendole il palmo sulla fronte. Nel momento di quel contatto Rowena lo vide morire in un combattimento sui bastioni, circondato da guerrieri con il mantello nero le cui spade gli trapassavano la carne. Chiudendo gli occhi si costrinse ad allontanare quelle immagini. – Non stai bene – sentì dire a Darishan, la cui voce le giunse però da un’immensa distanza. – Mi sento un po’ debole – ammise, traendo un profondo respiro. – Dovrai rimetterti in forze per i festeggiamenti. Michanek ha trovato tre cantori e un suonatore di lira... dovrebbe essere una bella festa. Inoltre io ho un barile pieno di Rosso di Lentria che farò mandare qui. Al pensiero dell’imminente anniversario Rowena si rischiarò in volto: era trascorso quasi un anno da quando era guarita dalla peste... un anno da quando Michanek aveva reso completa la sua felicità. – Sarai con noi domani? – replicò con un sorriso. – Ne sono contenta, perché so che Michanek attribuisce molto valore alla tua amicizia. – Ed io alla sua – rispose Darishan, alzandosi. – È un brav’uomo, sai, molto migliore del resto di noi, e sono orgoglioso di averlo conosciuto. – Allora ci vediamo domani – salutò Rowena. – A domani – assentì lui. – Devo ammettere, vecchio mio, che la vita senza di te si era fatta monotona – affermò Sieben. Druss non rispose e si limitò a fissare le fiamme del piccolo fuoco, osservandole danzare e tremolare; Snaga era accanto a lui, con le lame appoggiate al tronco di una giovane quercia e l’impugnatura puntellata contro una radice sporgente. Dall’altro lato del fuoco Eskodas era intento a preparare due conigli per lo spiedo. – Quando avrai cenato – proseguì Sieben, – ti elargirò la narrazione di altre avventure di Druss la Leggenda. – No, dannazione, non lo farai – grugnì Druss. – Dovresti proprio ascoltarlo, Druss – rise Eskodas. – Ti ha fatto addirittura discendere all’Inferno per salvare l’anima di una principessa. Druss scosse il capo ma un fugace sorriso affiorò sul suo volto barbuto e Sieben ne fu rincuorato. Nel mese trascorso da quando aveva ucciso Cajivak, il guerriero drenai aveva parlato ben poco. Durante le prime due settimane si erano riposati a Lania, poi si erano avviati attraverso le montagne, diretti verso est; adesso distavano due giorni di marcia da Resha ed erano accampati su un boscoso pendio collinare che sovrastava un piccolo villaggio. Durante quel mese Druss aveva riguadagnato gran parte del peso perduto e adesso le sue spalle riempivano quasi completamente il giustacuore rinforzato in argento che lui aveva recuperato dal cadavere di Cajivak. Eskodas sistemò lo spiedo sul fuoco e si appoggiò all’indietro, pulendosi le dita


dal grasso e dal sangue. – Un uomo può morire di fame mangiando soltanto coniglio – osservò, – perché non è una carne molto ricca. Saremmo dovuti scendere in quel villaggio. – Mi piace stare all’aperto – replicò Druss. – Se avessi saputo cosa ti stava succedendo sarei venuto prima – mormorò Sieben. – Lo so, poeta – annuì Druss, – ma adesso appartiene tutto al passato e la solacosa che conta è rintracciare Rowena. È venuta da me in sogno mentre ero in quella segreta e mi ha infuso nuova forza. La troverò... un giorno – concluse con un sospiro. – La guerra è quasi finita – interloquì Eskodas, – e credo che una volta che sarà stata vinta riuscirai a riavere tua moglie, perché allora Gorben potrà mandare dei messaggeri in ogni città, paese e villaggio, e chiunque la possegga saprà che l’imperatore esige la sua restituzione. – Questo è vero – convenne Druss, rischiarandosi in volto, – e del resto lui mi ha promesso il suo aiuto. Mi sento già meglio. Le stelle sono luminose, la notte è fresca... ah, è piacevole essere vivo! D’accordo, poeta, spiegami come ho salvato quella principessa dall’Inferno, e mettici dentro anche un paio di draghi! – No – scoppiò a ridere Sieben. – Adesso sei di umore decisamente troppo buono. Raccontarti le mie saghe è divertente soltanto quando il tuo volto è cupo come il tuono e le tue nocche sono serrate fino a sbiancare. – In questo c’è qualcosa di vero – borbottò Druss. – Credo che tu goda a inventare storie del genere soltanto per irritarmi. Eskodas sollevò lo spiedo e rigirò la carne che stava arrostendo. – A me quella storia è piaciuta, Druss, e ho trovato che avesse un fondo di verità, perché se davvero lo Spirito del Caos trascinasse la tua anima all’Inferno sono certo che troveresti il modo di torcergli la coda. In quel momento un rumore proveniente dal bosco pose bruscamente fine alla conversazione. Sieben estrasse uno dei suoi coltelli ed Eskodas prese l’arco, incoccando una freccia, mentre Druss si limitò a restare seduto in silenziosa attesa. Poco dopo nel loro campo visivo entrò un uomo che indossava una tunica di un grigio polveroso che però emanava uno scintillio argenteo sotto la luce della luna. – Ti stavo aspettando al villaggio – disse il prete di Pashtar Sen, sedendo accanto al guerriero drenai. – Ho preferito restare qui – rispose Druss, con voce fredda che non aveva traccia di benvenuto. – Mi dispiace per le tue sofferenze, figlio mio, e avverto il peso della vergogna per averti chiesto di addossarti il fardello costituito dall’ascia... ma Cajivak stava devastando la regione e il suo potere sarebbe cresciuto. Lo hai... – Ho fatto ciò che dovevo – ringhiò Druss. – Ora mantieni la tua parte dell’accordo. – Rowena è a Resha. Lei... vive... con un soldato di nome Michanek. È un generale naashanita, il campione dell’imperatore. – Vive con lui?


Il prete ebbe un momento di esitazione. – Lo ha sposato – replicò poi, in fretta. – È una menzogna – dichiarò Druss, socchiudendo gli occhi. – Avrebbero potuto costringerla a fare molte cose, ma non avrebbe mai sposato un altro uomo. – Lascia che ti racconti ogni cosa a modo mio – supplicò il prete, – Come sai ho cercato a lungo e duramente per trovarla, ma invano. Era come se avesse cessato di esistere. Quando infine l’ho rintracciata è stato per puro caso... l’ho vista a Resha appena prima che l’assedio avesse inizio e ho toccato la sua mente: in essa non c’era più nessun ricordo delle terre dei Drenai. L’ho seguita fino a casa e ho visto Michanek venire ad accoglierla: a quel punto sono entrato nella mente del generale e ho scoperto che lui era ricorso ad un suo amico, un mistico, perché privasse Rowena del suo Talento di veggente. Nel fare questo l’hanno privata anche dei ricordi, e Michanek è ora la sola cosa che lei abbia mai conosciuto. – L’hanno ingannata con la magia. Per gli dèi, gliela farò pagare! È a Resha, vero? – ribatte Druss, protendendosi a chiudere la mano intorno all’impugnatura di Snaga e traendo l’arma verso di sé. – No, ancora non capisci – protestò il prete. – Michanek è un uomo eccellente, e quello che ha... – Basta! – tuonò Druss. – A causa tua ho trascorso più di un anno in un buco sotterraneo, con la sola compagnia dei topi. Ora scompari dalla mia vista... e non attraversare di nuovo la mia strada, mai più! Il prete si alzò lentamente e indietreggiò davanti al guerriero. Per un momento parve sul punto di aggiungere qualcosa, ma gli occhi chiarissimi di Druss incontrarono i suoi e il prete si allontanò incespicando nel buio. Sieben ed Eskodas lo guardarono andare via senza dire nulla. L’imperatore naashanita sedeva fra le colline, lontano verso est, con il mantello di lana avvolto strettamente intorno al corpo. Aveva cinquantaquattro anni ma ne dimostrava settanta, con i capelli bianchi e lanuginosi, gli occhi infossati: accanto a lui sedeva il suo luogotenente Anindais, il cui volto coperto da una barba incolta tradiva il dolore della recente sconfitta. Alle loro spalle, lungo il passo, la retroguardia aveva infine arrestato l’avanzata dei ventriani e adesso erano al sicuro... per il momento. Nazhreen Connitopa, Signore dei Castelli, Principe delle Terre Alte, Imperatore di Naashan, avvertì in bocca il sapore della bile e si sentì il cuore serrato dalla frustrazione. Aveva progettato l’invasione di Ventria per undici anni e l’impero era quasi arrivato ad essere nelle sue mani. Gorben era sconfitto... lo sapevano tutti, dal più infimo contadino al più grande satrapo. Tutti, tranne lo stesso Gorben. Nazhreen imprecò silenziosamente contro gli dèi per averlo privato all’ultimo momento della sua preda. Il solo motivo per cui era ancora vivo era che Michanek stava tuttora difendendo Resha e questo teneva bloccati due eserciti ventriani. Nazhreen si massaggiò il volto e alla luce del fuoco da campo vide che le sue mani erano sporche, lo smalto che gli decorava le unghie scrostato e ineguale.


– Dobbiamo uccidere Gorben – disse d’un tratto Anindais, con voce aspra e fredda quanti i venti che sibilavano fra i picchi. – E come possiamo farlo? – ribatté Nazhreen, fissando con aria cupa il cugino. – I suoi eserciti hanno sconfitto i nostri, i suoi Immortali stanno in questo momento incalzando la nostra retroguardia. – Dovremmo fare adesso quello che io ti avevo suggerito due anni fa, cugino, e usare la Luce Oscura. Manda a chiamare la Vecchia. – No! Non ricorrerò alla stregoneria. – Ah, ma quante alternative ti restano, cugino? Il tono di Anindais era pieno di derisione e il disprezzo grondava da ogni sua parola. Nazhreen deglutì a fatica, consapevole che il cugino era un uomo pericoloso e che lui si trovava esposto nella sua posizione di imperatore sconfitto. – La stregoneria ha la tendenza a ritorcersi contro coloro che vi fanno ricorso – osservò in tono sommesso. – Quando vengono evocati, i demoni chiedono sempre un pagamento di sangue. Anindais si protese in avanti e i suoi occhi pallidi scintillarono alla luce del fuoco. – Una volta che Resha sarà caduta Gorben marcerà senza dubbio nel Naashan, e allora verrà versato sangue in abbondanza. Chi ti difenderà, Nazhreen? Le nostre truppe sono state fatte a pezzi e i nostri uomini migliori sono intrappolati dentro Resha, dove stanno per essere massacrati. La nostra sola speranza è che Gorben muoia, perché allora i Ventriani cominceranno a combattere fra loro per scegliere un successore e questo ci darà il tempo necessario a riprenderci e ad avviare un negoziato. Chi altri potrebbe garantire la sua morte? A quanto dicono, la Vecchia non ha mai fallito. – A quanto dicono – ribatté in tono di derisione l’imperatore. – Allora sei ricorso tu stesso ai suoi servigi? È stato per questo che tuo fratello è morto in un momento così opportuno? Nazhreen rimpianse quelle parole nel momento stesso in cui le pronunciò, perché Anindais non era un uomo che convenisse offendere, neppure nei momenti migliori... e questo non era certo uno dei momenti migliori. Poi si sentì sollevato quando vide il cugino sfoggiare un ampio sorriso nel protendersi per cingergli le spalle con un braccio. – Ah, cugino, sei giunto così vicino alla vittoria. È stata una partita coraggiosa e ti onoro per questo, ma i tempi cambiano, le esigenze cambiano. Nazhreen stava per rispondere quando vide la luce del fuoco strappare un bagliore alla lama di una daga: non ebbe neppure il tempo di dibattersi o di gridare prima che essa gli penetrasse fra le costole, trapassandogli il cuore. Non ci fu dolore, soltanto un senso di liberazione mentre si accasciava di lato, appoggiando la testa sulla spalla di Anindais. L’ultima sensazione che sperimentò fu quella della mano del cugino che gli accarezzava i capelli. Era rilassante... Anindais spinse lontano da sé il corpo e si alzò in piedi nel momento in cui la figura di una vecchia avvolta in un mantello di pelle di lupo emergeva dall’ombra


con passo strascicato. Inginocchiatasi accanto al cadavere la vecchia immerse le dita scheletriche nel sangue e le leccò. – Ah, il sangue dei re – disse. – E più dolce del vino. – È un sacrificio sufficiente? – domandò Anindais. – No... ma basterà come inizio – replicò la donna, poi rabbrividì e aggiunse: – Qui fa freddo, non è come a Mashrapur. Credo che quando tutto sarà finito tornerò là, perché sento la mancanza della mia casa. – Come lo ucciderai? – Ho intenzione di fare una cosa poetica – replicò lei, sollevando lo sguardo sul generale. – Gorben è un nobile ventriano e il segno della sua casata è quello dell’Orso, quindi manderò Kalith. – Di certo Kalith è soltanto una cupa leggenda – obiettò Anindais, umettandosi le labbra aride. – Se vuoi vederlo di persona posso fare in modo di accontentarti – sibilò la Vecchia. – No, ti credo – declinò il generale, indietreggiando. – Mi piaci, Anindais – mormorò la donna. – In te non c’è una sola virtù che ti redima... è una cosa rara, e per questo motivo ti elargirò un dono senza chiedere nulla in cambio. Resta con me e potrai vedere Kalith uccidere il Ventriano. Vieni – aggiunse, avviandosi verso l’altura, e quando Anindais la seguì gli indicò la parete di roccia grigia: non appena si avvicinarono essa si mutò in fumo e la Vecchia prese per mano il generale, conducendolo oltre l’apertura. Davanti a loro si stendeva una lunga galleria scura la cui vista indusse Anindais a ritrarsi. – Non una sola virtù che ti redima – ripeté la donna, – neppure il coraggio. Resta vicino a me, generale, e non ti accadrà nulla di male. Il cammino non fu lungo, ma per Anindais si protrasse per un’eternità perché sapeva che stavano passando attraverso un mondo che non era il suo, e in lontananza poteva udire grida che non avevano nulla di umano. Grandi pipistrelli volavano in un cielo del colore della cenere e intorno non si vedeva una sola pianta. La Vecchia seguì un sottile sentiero che li condusse oltre uno stretto ponte che sormontava un abisso spaventoso, poi giunse ad una biforcazione del sentiero e si diresse verso sinistra in direzione di una piccola grotta. Un cane a tre teste ne sorvegliava l’ingresso ma indietreggiò davanti alla donna, permettendo loro di entrare in una stanza circolare piena di volumi e di pergamene; due scheletri dalle giunture legate insieme con fili d’oro erano appesi a ganci conficcati nel soffitto, e su un lungo tavolo era disteso un cadavere che aveva il petto e il ventre aperti. Il cuore era stato estratto ed ora giaceva accanto al corpo, simile ad una pietra grigia delle dimensioni del pugno di un uomo. – Ecco qui il segreto della vita – commentò la Vecchia, sollevando il cuore e mostrandolo ad Anindais. – Quattro camere e un certo numero di valvole, di arteriee di vene. È soltanto una pompa, non ha emozioni e non è il segreto ricettacolo dell’anima – proseguì, mostrandosi delusa. Anindais non replicò e dopo un po’ lei aggiunse: – Il sangue viene pompato nei polmoni perché vi raccolga l’ossigeno, poi


viene distribuito mediante i ventricoli. Come dicevo, è soltanto una pompa. Dunque, dove eravamo rimasti? Ah sì, il Kalith. Sbuffando sonoramente tornò a gettare il cuore verso il tavolo e l’organo andò a colpire il cadavere per poi cadere sul pavimento polveroso. Intanto la Vecchia frugò in fretta fra i libri riposti su un alto scaffale e ne prelevo uno, sfogliandone le pagine ingiallite; infine sedette ad una scrivania e depose davanti a sé il volume, la cui pagina di sinistra era coperta da uno scritto stilato in una grafia minuta e nitida. Anindais non riuscì a leggerlo ma non ebbe difficoltà a vedere il disegno presente sulla pagina di destra, raffigurante un enorme orso con artigli d’acciaio, occhi di fuoco e zanne che grondavano veleno. – È una creatura di terra e di fuoco – spiegò la Vecchia, – e ci vorrà una grande energia per evocarla. È per questo che ho bisogno della tua assistenza. – Non conosco nessuna magia – obiettò Anindais. – Non avrai bisogno di conoscerne – scattò la donna. – Io dirò le parole e tu le ripeterai. Seguimi. Lo condusse quindi più addentro nella grotta, fino ad un altare di pietra cinto da fili d’oro assicurati a una serie di stalagmiti in modo da formare un cerchio intorno ad esso, e lo invitò a scavalcare i fili per ad avvicinarsi all’altare, su cui era deposta una ciotola d’argento piena d’acqua. – Guarda nell’acqua – disse, – e ripeti le parole che io pronuncerò. – Perché tu resti al di fuori del filo? – volle sapere il generale. – Qui c’è un sedile e le mie vecchie gambe sono stanche – replicò la donna. – Ora cominciamo.


CAPITOLO QUINTO Oliquar fu il primo degli Immortali a scorgere Druss che scendeva a grandi passi lungo il fianco della collina. Il soldato era seduto su una botte rovesciata ed era intento a rammendare il tallone di un calzino quando vide apparire il guerriero drenai e immediatamente accantonò il logoro indumento, alzandosi in piedi e chiamando Druss per nome. Parecchi soldati seduti nelle vicinanze sollevarono lo sguardo allorché Oliquar corse incontro al guerriero, cingendogli il collo con le braccia robuste. Ben presto centinaia di altri Ventriani si raccolsero tutt’intorno, allungando il collo nel tentativo di vedere il campione dell’imperatore, il famoso guerriero armato d’ascia che combatteva come dieci tigri. – Nella tua barba ci sono più fili grigi di quanti ne ricordassi – osservò Druss, sorridendo al vecchio compagno d’armi. – Me li sono guadagnati ad uno ad uno – rise Oliquar. – Per le Sacre Mani, mi fa piacere rivederti, amico! – La vita è stata monotona senza di me? – Non proprio – rispose Oliquar, indicando verso le mura di Resha. – Questi Naashaniti combattono bene, ed hanno anche un eccellente campione: Michanek è un grande guerriero. – Vedremo quanto è grande – promise Druss, mentre il sorriso gli svaniva dal volto. – Abbiamo sentito dire che non avete avuto bisogno di salvare il vostro amico – commentò Oliquar, rivolto a Sieben e ad Eskodas. – Si racconta che abbia ucciso il terribile assassino Cajivak e metà degli uomini della sua fortezza. È vero? – Aspetta di sentire il canto che sto per comporre – consigliò Sieben. – Sì, ci ha messo dentro anche alcuni draghi – aggiunse Eskodas. Oliquar accompagnò i tre oltre le file di guerrieri silenziosi e fino ad una tenda eretta vicino alla riva del fiume, da cui prelevò una caraffa di vino e parecchi boccali di argilla; tornato fuori sedette quindi davanti all’amico e lo scrutò in volto. – Sei un po’ più magro – osservò, – e i tuoi occhi sono stanchi. – Versami da bere e li vedrai scintillare di nuovo. Perché i mantelli e gli elmi neri? – Noi siamo i nuovi Immortali, Druss. – Non hai l’aria immortale, a giudicare da quella – obiettò Druss, indicando una fasciatura insanguinata che spiccava intorno ai bicipite destro di Oliquar. – Si tratta di un titolo... un grande titolo. Per due secoli gli Immortali sono stati la guardia scelta personale dell’imperatore. Erano i soldati migliori, Druss, l’elite dell’esercito, ma circa vent’anni fa il generale degli Immortali, Vaspash, ha capitanato una rivolta in seguito alla quale il reggimento è stato sciolto. Adesso l’imperatore lo ha formato di nuovo... ha scelto noi! È un onore incredibile essere un Immortale! – esclamò il Ventriano, poi si protese in avanti e ammiccò, aggiungendo: – E la paga è migliore... è addirittura il doppio!


Riempiti i boccali e li distribuì fra i nuovi venuti, tornando a colmare quello di Druss quando questi lo svuotò in un solo sorso. – Come procede l’assedio? – domandò quindi il Drenai. – Questo Michanek li tiene uniti – replicò Oliquar, scrollando le spalle. – È un leone, Druss, instancabile e letale. Ha affrontato Bodasen in duello e noi tutti abbiamo pensato che la guerra fosse sul punto di finire. Nel caso che Bodasen avesse perso l’imperatore aveva promesso di consegnare duecento carri di viveri alla città, che era alla fame, mentre se lui avesse vinto le porte cittadine sarebbero state aperte e ai Naashaniti sarebbe stato permesso di andarsene liberi. – E lui ha ucciso Bodasen? – domandò Eskodas. – Il generale era un grande spadaccino. – Non lo ha ucciso, lo ha abbattuto con una ferita al petto e si è tirato indietro. I primi cinquanta carri di viveri sono stati consegnati un’ora fa e il resto verrà inviato stanotte, anche se questo ci costringerà a ridurre le razioni per un po’. – Perché Michanek non ha inferto il colpo di grazia? – domandò Sieben. – L’imperatore avrebbe potuto rifiutarsi di inviare il cibo, considerato che si suppone che questi duelli siano all’ultimo sangue. O mi sbaglio? – Sì, lo sono. Ma come ti ho detto Michanek è una persona speciale. – Sembra che ti vada a genio – scattò Druss. – Per gli dèi, Druss, è difficile non apprezzarlo. Continuo a sperare che la città si arrenda perché non mi sorride l’idea di massacrare combattenti così validi. Quello che intendo dire è che la guerra è ormai finita e questa è soltanto un’ultima scaramuccia. Che senso c’è a insistere con le uccisioni? – Michanek ha con sé mia moglie – affermò Druss, con voce fredda e sommessa. – L’ha indotta con l’inganno a sposarlo, le ha rubato la memoria e adesso lei non sa più neppure che esisto. – Trovo difficile crederlo – protestò Oliquar. – Mi stai dando del bugiardo? – sibilò Druss, mentre la sua mano calava a serrare l’impugnatura dell’ascia. – E trovo difficile credere anche a questo – aggiunse il soldato. – Cosa ti prende, amico mio? La mano di Druss tremò sull’impugnatura dell’arma, poi lui la ritrasse di scatto e si massaggio gli occhi; traendo un profondo respiro, si costrinse infine a sorridere. – Ah, Oliquar! Sono stanco e il vino mi ha reso stupido. Però ciò che ho affermato è vero, perché mi è stato riferito da un prete di Pashtar Sen. Domani scalerò quelle mura e troverò Michanek, poi vedremo quanto sia effettivamente speciale. Con quelle parole Druss si issò in piedi ed entrò nella tenda. Sugli altri tre uomini calò un pesante silenzio che infine Oliquar infranse con voce sommessa. – La moglie di Michanek si chiama Pahtai – disse. – Alcuni profughi provenienti dalla città hanno parlato di lei, descrivendola come un’anima gentile che durante l’imperversare della pestilenza scoppiata in città è andata a visitare le case dei malati e dei morenti, portando medicinali e conforto. Michanek l’adora e


lei lo ama... è una cosa risaputa. E ribadisco ancora che lui non è uomo da prendere per sé una donna con l’inganno. – Non ha importanza – replicò Eskodas. – Questa situazione è come un dettamedel fato già inciso nella roccia: due uomini e una donna. È inevitabile che scorra del sangue... non ho ragione, poeta? – Purtroppo sì – convenne Sieben, – però non posso fare a meno di chiedermi cosa proverà quella donna quando Druss le andrà incontro coperto del sangue dell’uomo che lei ama. Cosa credete che succederà allora? Steso su una coperta all’interno della tenda Druss sentì ogni parola di quel discorso, e ne ebbe l’anima trapassata come da un coltello arroventato. Riparandosi gli occhi dal bagliore del sole al tramonto, Michanek osservò la lontana figura del guerriero armato d’ascia scendere verso il campo ventriano, e vide i soldati raccogliersi intorno a lui, senti le loro grida di acclamazione. – Chi pensi che sia? – domandò suo cugino Shurpac. – Direi che si tratta del campione dell’imperatore, Druss – replicò Michanek, traendo un profondo respiro. – Lo affronterai? – Non ritengo che Gorben ci offrirà una possibilità del genere – rispose Michanek. – Non ne ha bisogno... sa che non possiamo più resistere a lungo. – Abbastanza perché Narin torni qui con i rinforzi – precisò Shurpac, ma Michanek ignorò le sue parole Aveva mandato suo fratello fuori della città con una richiesta scritta di aiuto anche se sapeva di non poter avere aiuti di sorta dal Naashan. In effetti il suo unico scopo era stato quello di salvare il fratello. E te stesso. Quel pensiero affiorò spontaneo dalle profondità della sua anima. L’indomani sarebbe stato il primo anniversario del suo matrimonio, il giorno in cui Rowena aveva predetto che lui sarebbe morto affiancato da Narin e da Shurpac... ma adesso che Narin se ne era andato forse la profezia non si sarebbe realizzata. Michanek serrò gli occhi, stanchi e irritati al punto da dargli l’impressione di avere della sabbia incastrata sotto le palpebre. Ormai i lavori di scavo sotto le mura erano cessati e non appena il vento fosse stato favorevole i Ventriani avrebbero appiccato il fuoco al legname che reggeva la volta della galleria. Nel lasciar vagare lo sguardo sul loro campo Michanek calcolò che davanti a Resha dovevano essere raccolti almeno undicimila guerrieri, mentre i difensori erano appena ottocento. Guardandosi intorno sui bastioni vide i soldati naashaniti che sedevano accasciati qua e là su di essi; la conversazione era scarsa e gran parte del cibo che era appena stato portato loro dalla città era rimasto intatto. Michanek si avvicinò al soldato più vicino, un giovane che sedeva con la testa appoggiata ad un ginocchio e che aveva posato accanto a sé l’elmo danneggiato sulla sommità e ormai privo del pennacchio di crini di cavallo. – Non hai fame, ragazzo? – gli chiese. Il giovane sollevò lo sguardo, rivelando occhi castani e un volto imberbe dai tratti quasi femminei.


– Sono troppo stanco per mangiare, generale – rispose. – Il cibo ti rimetterà in forze. Fidati di me. Il ragazzo prese un pezzo di carne salata e indugiò a contemplarlo. – Morirò presto – disse, e Michanek vide una lacrima solcargli la guancia sporca di polvere. – La morte è soltanto un viaggio come un altro, ragazzo – affermò, posando una mano sulla spalla del soldato, – ma si tratta di una strada che non percorrerai da solo perché io sarò con te. E chi può sapere quali avventure ci aspettino? – Un tempo ci credevo – ribatté con tristezza il ragazzo, – ma adesso ho visto così tanta morte. Ieri mio fratello è stato ucciso sotto i miei occhi... aveva il ventre squarciato, con gli intestini che ne uscivano, e urlava in maniera spaventosa. Hai paura di morire, signore? – Certamente, ma noi siamo i soldati dell’imperatore e sapevamo quali rischi stavamo correndo la prima volta che abbiamo indossato corazza e schinieri. Inoltre, ragazzo, cosa ti sembra preferibile... vivere fino a diventare un vecchio sdentato e demente, con i muscoli marci e indeboliti, oppure affrontare il nemico quando si è ancora nel pieno delle proprie forze? Siamo tutti destinati a morire, prima o poi. – Io non voglio morire, voglio andare via di qui, sposarmi e avere dei figli. Voglio vederli crescere. Adesso il ragazzo stava piangendo apertamente e Michanek gli sedette accanto, stringendolo contro di sé e accarezzandogli i capelli. – Lo voglio anch’io – rispose, con voce che era poco più di un sussurro. Dopo un po’ i singhiozzi cessarono e il ragazzo si raddrizzò. – Mi dispiace, generale. Sappi che non ti verrò mai meno. – Lo sapevo comunque, perché ti ho osservato e so che sei un ragazzo coraggioso, uno dei migliori. Adesso mangia la tua razione e dormi un poco. Alzatosi in piedi, Michanek tornò a raggiungere Shurpac. – Andiamo a casa – disse. – Vorrei sedere nel giardino con Pahtai e guardare le stelle per un po’. Druss giaceva immobile, con gli occhi chiusi, lasciando che il ronzio della conversazione circostante fluisse sopra di lui. Non riusciva a ricordare di essersi mai sentito tanto depresso... neppure quando Rowena era stata rapita. In quel giorno spaventoso era stato sostenuto da un’ira divampante, e da allora il desiderio di ritrovarla aveva alimentato il suo spirito, dandogli una determinazione che vincolava le sue emozioni con catene d’acciaio. Perfino nella segreta aveva trovato il modo di tenere a bada la disperazione, ma adesso aveva lo stomaco serrato e stava cadendo preda di sentimenti confusi. Lei era innamorata di un altro uomo. Provò a formare quelle parole nella mente, ed esse gli penetrarono nel cuore come schegge di vetro in una ferita. Cercò allora di odiare Michanek, ma scoprì che anche questo gli era negato perché sapeva che Rowena non avrebbe mai amato un uomo indegno o malvagio. Sollevatosi a sedere, abbassò lo sguardo sulle proprie mani, sentendosi impotente:


aveva attraversato l’oceano per ritrovare la sua donna, e quelle mani avevano ucciso e ucciso e ancora ucciso perché Rowena potesse essere di nuovo sua. Chiuse gli occhi, chiedendosi cosa doveva fare. Doveva schierarsi in prima fila, quando avessero attaccato le mura... quelle mura che difendevano la città di Rowena... oppure doveva semplicemente andare via? Andare via. Il telo d’ingresso della tenda si smosse e Sieben fece capolino all’interno. – Come ti senti, vecchio mio? – domandò il poeta. – Lei lo ama – replicò Druss, con voce spessa, sentendosi soffocare da quelle parole. Sieben gli sedette accanto e trasse un profondo respiro. – Se ha perso la memoria ciò che ha fatto non è stato un tradimento, lei non ti conosce. – Lo capisco e non nutro rancore nei suoi confronti... come potrei? Lei è la più... splendida... non riesco a trovare le parole giuste, poeta. Rowena non capisce l’odio, l’avidità o l‘invidia, è gentile ma non debole, servizievole ma non stupida. – Imprecò, poi scosse il capo, concludendo: – Come ho detto, non mi so spiegare. – Te la stai cavando benissimo – mormorò Sieben. – Quando sono con lei non c’è nessun... nessun fuoco nella mia mente, non c’è ira. Da bambino detestavo essere deriso: ero grosso e goffo, mi capitava di rovesciare pentole e di inciampare nei miei grossi piedi, e quando la gente rideva della mia goffaggine desideravo... non so... desideravo annientarla. Un giorno però mi trovavo con Rowena sulla montagna dopo che aveva piovuto e sono scivolato, andando a cadere a testa in avanti in una pozza di fango. La sua risata è stata tanto luminosa e fresca che io mi sono sollevato a sedere e ho riso con lei. Ed è stato così piacevole, poeta, così piacevole. – Lei è ancora là, Druss, appena oltre quel muro. – Lo so – annuì il guerriero, – ma cosa posso fare... scalare le mura e uccidere l’uomo che ama, poi andare da lei e ordinarle di ricordare chi sono? È una situazione in cui non posso vincere. – Una cosa per volta, amico mio. Resha cadrà. Stando a quello che Oliquar mi ha detto Michanek è intenzionato a combattere fino all’estremo, fino alla morte, quindi non dovrai ucciderlo perché la sua sorte è già segnata. E quando lui non ci sarà più Rowena avrà bisogno di qualcuno che le stia accanto. Non ti posso dare consigli, Druss, perché non sono mai stato davvero innamorato... una cosa per cui ti invidio... però aspettiamo di vedere cosa ci porterà il domani, d’accordo? – Il domani – sussurrò Druss, annuendo e traendo un profondo respiro. – Gorben ha chiesto di vederti, quindi perché non mi accompagni da lui? Ci sarà anche Bodasen... e avremo a disposizione ottimo vino e buon cibo. Druss si alzò e trasse a sé Snaga, le cui lame scintillarono alla luce del braciere che ardeva al centro della tenda. – Dicono che il migliore amico dell’uomo sia un cane – commentò Sieben, indietreggiando quando Druss sollevò l’arma. Il guerriero ignorò il suo commento e si avviò nella notte.


* * * Michanek uscì dal bagno e si avvicinò a Rowena, che era in attesa con in mano una lunga tunica. Sorridendo, lei gli tolse dalla spalla due petali di rosa e tenne aperta la tunica in modo da permettergli di infilare le braccia nelle maniche; allacciatasi la cintura di seta, Michanek si girò verso di lei, la prese per mano e la condusse in giardino, poi si soffermò a stringerla fra le braccia e a baciarla sulla sommità del capo. Inspirando il ricco profumo di olio di rose che emanava dal suo corpo, Rowena gli si strinse contro e gli cinse il collo con le braccia, sollevando lo sguardo a incontrare il suo. – Ti amo – disse. Trattenendole il mento con una mano Michanek la baciò a lungo, trasmettendole il dolce sapore che la sua bocca conservava dalle pesche mangiate mentre oziava nel bagno. Il suo bacio fu però privo di passione e subito dopo lui si trasse indietro. – Cosa c’è che non va? – domandò Rowena. – Nulla – garantì Michanek, scrollando le spalle con un sorriso forzato. – Perché dici questo? – lo rimproverò lei. – Sai che detesto quando mi menti. – L’assedio è quasi alla fine – affermò Michanek, conducendola verso una piccola panca circolare posta sotto un albero in fiore. – Quando ti arrenderai? – volle sapere Rowena. – Quando riceverò l’ordine di farlo – ribatté lui, scrollando di nuovo le spalle. – Ma questa battaglia è inutile. La guerra è finita, e se decidessi di trattare Gorben ci permetterebbe di andare via. Allora mi potresti mostrare la casa che hai nel Naashan... hai sempre promesso di portarmi nella tua tenuta vicino ai laghi, sostenendo che i suoi giardini mi abbaglierebbero per la loro bellezza. – È vero – confermò lui, poi le passò le mani intorno alla vita e si alzò in piedi, sollevandola da terra e deponendole un rapido bacio sulle labbra. – Mettimi giù, così lacererai i punti... sai quello che ha detto il chirurgo. – Sì, l’ho sentito e gli ho dato ascolto – ridacchiò Michanek. – Adesso però la ferita è quasi guarita. – La baciò altre due volte prima di lasciarla andare, e mentre riprendevano a camminare aggiunse: – Ci sono alcune cose di cui dobbiamo discutere. Lei attese che proseguisse, ma Michanek si limitò a contemplare le stelle e lasciò che il silenzio si protraesse fra loro. – Di quali cose si tratta? – Di te, della tua vita – affermò lui infine. Rowena lo scrutò in volto e notò le linee di tensione presenti sui suoi lineamenti rischiarati dalla luna, la rigidezza dei muscoli della mascella. – La mia vita è con te – replicò. – Non voglio altro. – A volte vogliamo più di quello che possiamo avere. – Non lo dire! – Un tempo eri una veggente... ed eri molto brava. Kabuchek faceva pagare


duecento monete d’argento per avere una sola predizione da te, e non sbagliavi mai. – Sono cose che conosco, me ne hai già parlato altre volte. Che differenza può fare, adesso? – Tutta la differenza del mondo. Sei nata nelle terre dei Drenai, dove sei stata catturata dagli schiavisti. C’era però un uomo... – Non voglio sentire queste cose – lo interruppe Rowena, liberandosi dalla sua mano e continuando a camminare fino al limitare del piccolo lago; Michanek non le andò dietro, ma la sua voce la seguì inesorabile. – Quell’uomo era tuo marito. Rowena sedette sul bordo dell’acqua, immergendo le dita in modo da creare una serie di onde che incresparono l’immagine riflessa della luna. – L’uomo con l’ascia – mormorò in tono spento. – Lo ricordi? – domandò Michanek, venendo a sedersi vicino a lei. – No, ma l’ho visto una volta... davanti alla casa di Kabuchek. E l’ho poi rivisto in un sogno, rinchiuso in una segreta. – Ebbene, adesso non è certo in una segreta, Pahtai. È fuori dalle mura. Lui è Druss dell’Ascia, il campione di Gorben. – Perché mi stai dicendo queste cose? – domandò Rowena, voltandosi a fronteggiarlo sotto la luce intensa della luna. La tunica bianca di Michanek scintillava sotto quel chiarore conferendogli un aspetto spettrale e quasi etereo. – Credi che desideri farlo? – ribatté lui. – Preferirei combattere contro un leone a mani nude piuttosto che portare avanti questa conversazione... però ti amo, Pahtai, ti ho amata dalla prima volta che ti ho vista. Eri ferma insieme a Pudri nel corridoio principale della casa di Kabuchek, e mi hai predetto il futuro. – Cosa ti ho detto? – Che avrei sposato la donna che amavo – sorrise Michanek. – Adesso però questo non ha importanza. Credo che presto incontrerai il tuo... primo marito. – Non voglio farlo – protestò lei, con il cuore che le martellava nel petto al punto da farla sentire prossima a svenire. – Non so molto di lui, ma conosco te – sussurrò Michanek, prendendola fra le braccia. – Sei una Drenai e le tue usanze sono diverse dalle nostre. Non sei di nobile nascita, quindi è probabile che ti sia sposata per amore. Inoltre pensa a questo: Druss ti ha seguita attraverso il mondo per sette anni, il che significa che ti deve amare profondamente. – Non ne voglio parlare! – tempestò lei, con voce sempre più alta e pervasa di panico. Cercò quindi di alzarsi, ma Michanek la tenne stretta a sé. – Non lo voglio neppure io – sussurrò, con voce rauca. – Volevo sedere qui con te a guardare le stelle, volevo baciarti e amarti. Abbassò il capo, e nel vedere che aveva gli occhi velati di lacrime Rowena sentì il proprio panico scomparire per essere sostituito da un gelido timore che le avviluppò l’anima. – Parli come se stessi per morire – affermò, scrutandolo in volto.


– Oh, un giorno morirò – ribatté lui, con un sorriso. – Adesso devo andare, perché devo incontrarmi con Darishan e con gli altri ufficiali per discutere la strategia da adottare domani. Ormai dovrebbero essere arrivati. – Non mi lasciare! – implorò Rowena. – Resta con me ancora un po’... appena un po’. – Io sarò sempre con te – mormorò lui. – Darishan morirà domani sulle mura, l’ho appreso in una visione. Oggi lui è stato qui, ed io ho visto come sarebbe morto, il che significa che il mio Talento sta tornando. Dammi la mano e lascia che veda il tuo futuro. – No! – esclamò Michanek, alzandosi e ritraendosi da lei. – Un uomo è padrone del proprio destino. Tu mi hai già predetto la sorte una volta, Pahtai, e mi basta. – Ho predetto la tua morte, vero? – ribatté Rowena... ma non era una domanda e lei sapeva già la risposta ancor prima che Michanek parlasse. – Mi hai parlato dei miei sogni e hai accennato a mio fratello Narin. In questo momento non ricordo altro. Ne parleremo ancora più tardi. – Perché mi hai detto di Druss? Pensi che se tu dovessi morire potrei tornare semplicemente da lui e riprendere una vita di cui non ricordo nulla? Se morirai io non avrò più niente per cui vivere... e non vivrò – affermò lei, incontrando e sostenendo il suo sguardo. In quel momento una figura emerse dall’ombra, venendo verso di loro. – Michi, perché ci stai facendo aspettare tutti? – chiamò. Rowena vide suo marito sussultare e nel sollevare lo sguardo scorse Narin che si stava avvicinando a grandi passi. – Ti avevo mandato via – disse Michanek. – Cosa ci fai qui? – Sono arrivato fino alle colline, ma ci sono Ventriani dappertutto, quindi sono rientrato passando dalle fognature... per fortuna l’uomo di guardia mi ha riconosciuto. Cosa ti prende? Non sei contento di vedermi? Michanek non rispose e si girò invece verso Rowena con un sorriso sulle labbra... ma senza riuscire a celare la paura che lei gli lesse nello sguardo. – Non ci metterò molto, amore mio. Parleremo ancora più tardi – promise. Lei rimase seduta a guardare i due fratelli che si allontanavano, poi chiuse gli occhi e pensò all’uomo con l’ascia, immaginando i suoi occhi chiari e il suo volto ampio e piatto. Invece del suo viso, però, le apparve davanti un’altra immagine, la faccia di una bestia spaventosa, con artigli d’acciaio e occhi di fuoco. Gorben si appoggiò all’indietro sul divano e osservò con apprezzamento i due giocolieri che si esibivano con alcune spade davanti al grande fuoco, facendo volteggiare nell’aria in mezzo a loro cinque lame molto affilate. In una dimostrazione di rara abilità i giocolieri afferravano agilmente le spade per poi lanciarsele di nuovo a vicenda, entrambi vestiti soltanto di un perizoma e con la pelle che brillava di un rosso dorato alla luce del fuoco. Tutt’intorno oltre cinquecento Immortali erano seduti a godere di quell’esibizione di arte marziale. Al di là delle fiamme danzanti del fuoco da campo Gorben poteva vedere le


mura di Resha e i pochi difensori che restavano su di esse. Era quasi tutto finito e lui aveva vinto, contrariamente ad ogni previsione. Nel suo cuore non c’era però alcuna gioia, perché gli anni di battaglie, di tensioni e di paure avevano esatto il loro prezzo a spese del giovane imperatore, che ad ogni vittoria aveva visto cadere i propri amici d’infanzia: Nebuchad ad Ectanis, Jasua fra le montagne al di sopra di Porchia, Bodasen davanti alle porte di Resha. Lanciò un’occhiata alla propria destra, dove Bodasen era adagiato su un letto in parte rialzato: il nobile era pallido in volto mai medici garantivano che sarebbe sopravvissuto ed erano riusciti a rigonfiargli il polmone che si era afflosciato. Tu sei come il mio impero, pensò Gorben, ferito in maniera quasi mortale. Quanto tempo ci vorrà per ricostruire Ventria? Anni? Decenni? Dagli spettatori si levò un grande ruggito quando i giocolieri ultimarono la loro esibizione, inchinandosi quindi all’imperatore che si alzò in piedi e gettò loro una borsa piena di monete d’oro. Dagli Immortali salirono alcune risate quando il primo dei due giocolieri protese la mano per afferrare la borsa al volo e se la lasciò sfuggire. – Sei più abile con le lame che con le monete – commentò Gorben. – Il denaro gli è sempre scivolato dalle dita, mio signore – commentò il secondo giocoliere. L’imperatore tornò quindi a sedere e sorrise a Bodasen. – Come ti senti, amico mio? – Le forze mi stanno tornando, mio signore – rispose il nobile, con voce debole e con il respiro irregolare. Gorben gli batté un colpetto sulla spalla e dovette sforzarsi per non ritrarsi nell’avvertire il calore della sua pelle e l’angolosità dell’osso sottostante. – Non ti preoccupare per me, mio signore, non ti morirò fra le mani – aggiunse Bodasen, incontrando il suo sguardo, poi lanciò un’occhiata verso sinistra e un ampio sorriso gli apparve sul volto mentre esclamava: – Per gli dèi, questa sì che è una vista che rallegra il cuore! Girandosi, Gorben vide Druss e Sieben dirigersi verso di loro: il poeta piegò un ginocchio al suolo, chinando il capo, ma Druss eseguì soltanto un accenno d’inchino. – Ben ritrovato, guerriero – salutò Gorben, venendo avanti per abbracciare Druss, poi si girò e fece rialzare Sieben prendendolo per un braccio. – Ho sentito la mancanza del tuo talento, Maestro di Saghe. Venite, unitevi a noi. I servi portarono altri due divani per gli ospiti dell’imperatore e boccali dorati pieni di vino eccellente; intanto Druss si avvicinò a Bodasen. – Sembri debole quanto un gattino nato da tre giorni – osservò. – Te la caverai? – Farò del mio meglio, Drenai. – Mi è costato duecento carri di viveri – intervenne Gorben, – ma la colpa è mia per aver pensato che fosse imbattibile. – Quanto è abile questo Michanek? – domandò Druss. – Abbastanza da lasciarmi qui disteso, appena in grado di respirare – risposeBodasen. – È veloce ed è senza paura... il migliore che abbia mai affrontato.


Ammetto sinceramente che non vorrei dovermi incontrare di nuovo con lui. – Vuoi che lo affronti io? – domandò Druss, rivolgendosi a Gorben. – No – replicò l’imperatore. – La città cadrà comunque entro un paio di giorni al massimo... è inutile ricorrere ad un duello per decidere le sorti dell’assedio. Abbiamo scavato delle gallerie per indebolire le mura e se il vento sarà favorevole domani daremo fuoco alle travature di sostegno. A quel punto la città sarà nostra e questa orribile guerra finalmente cesserà. Adesso però parlami delle tue avventure... ho sentito dire che eri tenuto prigioniero. – Sono fuggito – rispose Druss, poi svuotò il boccale e subito un servo scattò in avanti per riempirlo di nuovo. – Ti racconterò io ogni cosa, mio signore – rise Sieben, e si lanciò in un resoconto notevolmente rielaborato del periodo che Druss aveva trascorso prigioniero nelle segrete di Cajivak. Le fiamme del grosso fuoco da campo cominciarono intanto ad affievolirsi e parecchi uomini si mossero per alimentarle con alcuni ceppi, ma all’improvviso il terreno sussultò sotto uno di essi, gettandolo al suolo. Sollevando lo sguardo, Gorben vide che l’uomo stava lottando per cercare di rialzarsi, mentre i guerrieri seduti tutt’intorno al fuoco si affrettavano a indietreggiare. – Cosa sta succedendo? – esclamò l’imperatore, alzandosi in piedi e avanzando a grandi passi. Il suolo subì una nuova scossa. – È un terremoto? – domandò Sieben, rivolto a Druss. Poi Gorben s’immobilizzò, con lo sguardo fisso sul terreno che sembrava contorcersi: il fuoco da campo emise un bagliore improvviso che scagliò un getto di scintille in alto nel cielo notturno, alcuni ceppi furono espulsi con violenza dal falò e una sagoma enorme e bestiale dalle braccia spalancate apparve dentro le lingue di fiamma. Subito esse si spensero e Gorben si trovò di fronte ad un orso colossale, alto oltre quattro metri. Parecchi soldati armati di lance si scagliarono contro la creatura, cercando di conficcare le armi nel suo ventre enorme, ma la prima lancia si spezzò al momento dell’impatto e al tempo stesso l’orso emise un ruggito assordante quanto lo scoppio di un tuono in un ambiente chiuso, calando una delle zampe possenti a lacerare con gli artigli d’acciaio uno dei soldati, che venne tranciato di netto in due all’altezza della cintura. Poi la bestia uscì dai resti del fuoco e mosse verso Gorben. Seduto accanto a Bodasen, Sieben ebbe l’impressione di perdere ogni sensazione del tempo e della realtà nel momento stesso in cui apparve la creatura di fuoco. Il suo sguardo si posò sulla bestia e subito un’immagine gli affiorò nelle sale della memoria, collegando ciò che stava ora vedendo in maniera spaventosamente reale a un piccolo momento di quiete di tre anni prima, nella Biblioteca di Drenan. Nel cercare un poema epico lui si era trovato a sfogliare gli antichi libri rilegati in cuoio custoditi negli archivi principali: le pagine erano secche e ingiallite, gran parte dell’inchiostro e dei colori erano ormai sbiaditi


dovunque tranne che su una pagina, dove i toni di colore erano ancora vibranti e intensi... oro scintillante, selvaggio carminio e giallo vivido come la luce del sole. La figura dipinta sul libro era colossale, fiamme simili a fiori di fuoco le scaturivano dagli occhi. Sieben ricordava ancora le lettere sfilate con tanta cura sopra l’immagine... Il Kalith di Numar E anche le parole scritte sotto quel titolo: La Bestia del Caos, il Cacciatore, il Mastino dell’Invincibile, la cui pelle non può essere trafitta da nessuna lama di fabbricazione umana. Dove esso giunge segue la morte. Quando negli anni che seguirono gli capitò di ricordare la notte dell’apparizione del mostro, Sieben si meravigliò ogni volta della mancanza di paura che aveva sperimentato allora. Aveva visto uomini morire in maniera orribile, una bestia emersa dalle profondità dell’Inferno lacerare arti umani, sventrare guerrieri e devastare i loro corpi; aveva udito lo spettrale ululato del mostro e fiutato il fetore di morte che aleggiava sulle ali della brezza notturna. E tuttavia non aveva provato timore. Una cupa leggenda aveva preso vita e lui, il Maestro di Saghe, era presente per rendere testimonianza. Gorben era ancora immobile dove si trovava, come radicato sul posto. Un guerriero in cui Sieben riconobbe l’Immortale Oliquar si scagliò contro la bestia e la colpì con la propria sciabola, ma nel rimbalzare contro il fianco della creatura la lama emise soltanto un suono simile al soffocato rintocco di una remota campana. Poi una zampa dotata di artigli calò verso il guerriero e la faccia e la testa di Oliquar scomparvero in un fiotto sanguinoso di ossa infrante. Parecchi arcieri lasciarono partire i loro dardi, ma essi s’infransero al momento dell’impatto o rimbalzarono senza danno e la creatura continuò ad avanzare illesa verso Gorben. Sieben vide l’imperatore sussultare e gettarsi sulla destra, rotolando su se stesso e rialzandosi prontamente in piedi; la bestia immane si girò pesantemente e i suoi occhi simili a carboni ardenti tornarono a fissarsi su Gorben. Mostrando un incredibile coraggio, alcuni fedeli soldati si gettarono a bloccare il passo alla creatura, cercando invano di trafiggerla, ma ogni volta gli artigli saettarono verso il basso spargendo altro sangue per l’accampamento ed entro pochi secondi almeno venti uomini giacquero al suolo morti o mutilati. Gli artigli della Bestia del Caos affondarono nel petto di un guerriero, sollevandolo da terra e scagliandolo sul fuoco morente; Sieben sentì le costole dell’uomo spezzarsi con uno schiocco e vide le interiora riversarsi come una lacera bandiera dal cadavere che volava attraverso l’aria. Con l’ascia in pugno, Druss avanzò allora verso la creatura mentre i soldati, pur indietreggiando davanti ad essa, andavano a formare un muro protettivo davanti al loro imperatore. All’apparenza piccolo e privo di sostanza di fronte alla sagoma colossale del Kalith, Druss continuò ad avanzare sotto la vivida luce lunare che si rifletteva sulle protezioni d’argento che gli coprivano le spalle e strappava bagliori


alle spaventose lame di Snaga, e si andò a parare davanti alla creatura. Vedendo la Bestia del Caos che si arrestava e pareva abbassare lo ‘sguardo sul minuscolo essere umano che aveva davanti, Sieben senti la bocca che gli si inaridiva e il cuore che gli martellava sempre più veloce nel petto. Poi il Kalith parlò con voce profonda e rombante, storpiando le parole a causa della lingua lunga trenta centimetri. – Fatti da parte, fratello – disse. – Non sono venuto per te. L’ascia cominciò a risplendere di un bagliore rosso come il sangue e Druss rimase immobile dove si trovava con Snaga stretta in entrambe le mani. – Fatti da parte – insistette il Kalith, – altrimenti ti dovrò uccidere. – Nei tuoi sogni! – ribatté Druss. La creatura scattò in avanti, abbassando una zampa immensa in direzione del guerriero, che si lasciò cadere su un ginocchio e fece roteare l’ascia rosso sangue, calandone la lama sul polso della bestia e attraversandolo di netto: la mano dotata di artigli venne tranciata di netto e la Bestia del Caos barcollò all’indietro con la ferita che riversava nell’aria un fumo oleoso al posto del sangue. Lingue di fiamma scaturirono allora dalla bocca della creatura, che si lanciò di nuovo contro il mortale che aveva davanti, ma invece di ritrarsi Druss le andò incontro, levando in alto Snaga sopra la propria testa e facendole descrivere un arco letale che squarciò il petto del Kalith, fracassando lo sterno e aprendo una lacerazione che andava dalla gola all’inguine. Dalla bestia esplosero altre fiamme che avvolsero il guerriero, facendolo barcollare, poi il Kalith crollò all’indietro e perfino Sieben, che si trovava ad una decina di metri di distanza, poté avvertire il tremore che scosse il terreno quando quel corpo immane si abbatté su di esso. Un soffio di brezza si levò quindi a dissipare il fumo... E rivelò che del Kalith non restava più traccia. Sieben si precipitò verso il punto in cui era ancora fermo Druss, constatando che il guerriero aveva la barba e le sopracciglia strinate ma a parte questo non recava altri segni di bruciature. – Per gli dèi, Druss! – esclamò, battendo una pacca sulla schiena dell’amico. – Quest’impresa mi permetterà di creare una canzone che darà ad entrambi fama e ricchezze! – Quella cosa ha ucciso Oliquar – mormorò Druss, liberandosi dall’abbraccio del poeta e lasciando cadere a terra l’ascia. – Hai agito nobilmente, amico mio – intervenne Gorben, che nel frattempo si era avvicinato. – Ti devo la vita... non lo dimenticherò. Chinandosi, raccolse l’ascia che era tornata ad essere nera e argento, e sussurrò: – Questa è un’arma incantata. Sono pronto a darti ventimila monete d’oro pur di averla. – Non è in vendita, mio signore – rifiutò Druss. – Ah, Druss, e pensare che credevo di esserti simpatico. – Lo sei, ragazzo, ed è per questo che non intendo venderti l’ascia. * * *


Un vento freddo si levò nella grotta e nel sentirne l’alito gelido Anindais girò di scatto le spalle all’altare, in tempo per vedere la Vecchia alzarsi dal sedile al di fuori del cerchio d’oro. – Cosa sta succedendo? – chiese. – Il guerriero con l’ascia ha ucciso la bestia. Non possiamo mandarne un’altra? – No – rispose la donna. – Però lui non l’ha uccisa, l’ha soltanto rimandata nella Fossa. – E adesso? – Ora pagheremo per i servigi del Kalith. – Hai detto che il pagamento sarebbe stato il sangue di Gorben. – Gorben non è morto. – Allora non capisco di cosa stai parlando. Perché fa tanto freddo? Un’ombra cadde sul Naashanita, che nel voltarsi vide una forma enorme ergersi sopra di lui. Immani artigli scesero verso il basso, lacerandogli il petto. – Non eri neppure intelligente – commentò la Vecchia, girando le spalle alle urla del generale, poi tornò nei suoi appartamenti e sedette su una vecchia sedia di vimini. – Ah, Druss – sussurrò, – forse avrei dovuto lasciarti morire quando eri a Mashrapur.


CAPITOLO SESTO Aprendo gli occhi, Rowena vide Michanek seduto sul letto accanto a lei, vestito con l’armatura cerimoniale di bronzo e oro composta dall’elmo, con la cresta rossa e i paraguance smaltati, e dalla corazza modellata anatomicamente e abbellita da arabeschi e decorazioni. – Hai un aspetto splendido – commentò, ancora assonnata. – E tu sei bellissima. – Perché oggi indossi quell’armatura? – domandò poi Rowena, sollevandosi a sedere e sfregandosi gli occhi. – Non è robusta come quella di ferro che usi sempre. – Servirà a sollevare il morale agli uomini – spiegò Michanek, poi le prese la mano, deponendo un bacio sul palmo, e si alzò per uscire. Sulla soglia si fermò e parlò ancora, senza guardarsi indietro. – Ho lasciato qualcosa per te... nel mio studio. È avvolto in un panno di velluto. Poi se ne andò. Entro pochi minuti sopraggiunse Pudri che le depose davanti un vassoio su cui c’erano tre focacce al miele e un boccale di succo di frutta. – Oggi il padrone ha un aspetto magnifico – commentò. – Cosa c’e che non va, Pudri? – chiese Rowena, notando la sua espressione dolente. – Non mi piacciono le battaglie – replicò lui. – Comportano troppo sangue e troppa sofferenza, ma è ancora peggio quando i motivi per impegnare una battaglia sono da lungo tempo stati annullati dagli eventi. Oggi molti uomini moriranno senza una ragione, la loro vita sarà spenta come una candela nel cuore della notte, e per cosa? E poi, credi forse che finirà tutto qui? No, quando sarà abbastanza forte Gorben si metterà alla testa di un’invasione per vendicarsi del popolo del Naashan... un’altra guerra inutile e stupida! – esclamò, scrollando le spalle. – Non capisco questo modo di agire, ma forse dipende dal fatto che sono un eunuco. – Invece capisci molto bene – ribatté Rowena. – Dimmi, ero una buona veggente? – Ah, non mi devi chiedere queste cose, mia signora. Sono accadute ieri, e sono perse nel passato. – È stato Michanek a ordinarti di nascondermi il mio passato? – Lo ha fatto per amore – annuì Pudri, cupo. – Il tuo Talento per poco non ti ha uccisa e lui non desiderava che soffrissi ancora. Adesso vieni, perché il tuo bagno è pronto: l’acqua è calda e sono riuscito a trovare un po’ di olio di rosa da versarci dentro. Un’ora più tardi Rowena stava passeggiando nel giardino quando vide che la finestra dello studio di Michanek era aperta... una cosa insolita, perché in quella stanza c’erano molti documenti e la brezza estiva avrebbe potuto spargerli dappertutto. Rientrata in casa, si recò nello studio per chiudere la piccola finestra e nel farlo notò il pacchetto posato sulla scrivania di legno di quercia. Era piccolo e come aveva detto Michanek, era avvolto in un pezzo di velluto color porpora.


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