delle proprietà di chi non onora i suoi debiti. Dal momento che questa casa non ti appartiene e che per quel che ne so non hai fonti di reddito, è molto probabile che tu venga imprigionato e venduto come schiavo. Ci vediamo la prossima settimana. Con quelle parole Calvar si girò e si avviò attraverso il giardino in preda ad un’ira crescente. Un altro brutto debito. Un giorno mi rivolgerò davvero alla Guardia, promise a se stesso, incamminandosi lungo le strade strette con la sacca dei medicinali che gli dondolava sulle spalle. – Dottore! Dottore! – chiamò una voce femminile; nel voltarsi Calvar vide una giovane donna correre verso di lui e si fermò con un sospiro per aspettarla. – Puoi venire con me? Mio figlio ha la febbre. Calvar esaminò la donna, notando il vestito vecchio e di scarsa qualità, e il fatto che era scalza. – E come mi pagherai? – domandò, sulla spinta di un residuo dell’ira di poco prima. La donna rimase in silenzio per un momento. – Potrai prendere tutto quello che ho – rispose quindi, con semplicità. – Non sarà necessario – garantì Calvar, con un sorriso professionale, scuotendo il capo e sentendo l’ira che infine Io abbandonava. Arrivò a casa poco dopo la mezzanotte e scoprì che il suo servitore gli aveva lasciato una cena a base di carne fredda e formaggio; distesosi su un divano rivestito di cuoio si rilassò sorseggiando un boccale di vino, poi aprì la sacca del denaro e ne versò il contenuto sul tavolo: tre raq rotolarono sulla superficie di legno. – Non sarai mai ricco, Calvar – commentò con un asciutto sorriso. Era rimasto a vegliare il bambino mentre sua madre era assente a comprare da mangiare; la donna era tornata con uova, carne, latte e pane, e con il volto scintillante di gioia... era valsa la pena di spendere due raq soltanto per vedere su di lei quell’espressione, rifletté Calvar. Druss uscì in giardino con passo lento. La luna era alta nel cielo, le stelle scintillavano vivide richiamandogli alla mente una poesia di Sieben, Polvere scintillante nel covo della notte. Sì, era proprio questo l’aspetto che avevano le stelle. Quando raggiunse il sedile circolare costruito intorno al tronco dell’olmo aveva ormai il respiro affannoso e cercò di inspirare profondamente, secondo le istruzioni del medico. Profondamente? Gli sembrava di avere una pietra incastrata nei polmoni a bloccare l’accesso dell’aria! La quadrella di balestra aveva causato una ferita netta, ma aveva anche conficcato nella carne un minuscolo frammento della camicia, e da esso era derivata l’infezione che lo aveva privato delle forze. Forza, pensò, avvertendo il vento fresco e osservando i pipistrelli che volavano in cerchio al di sopra degli alberi. Soltanto adesso si rendeva conto di quanto
avesse sempre sottovalutato la spaventosa potenza del suo corpo: una piccola quadrella e un colpo di coltello lo avevano ridotto ad un debole guscio spossato. Come avrebbe mai fatto, in questo stato, a salvare Rowena? La disperazione lo colpì con la violenza di un pugno nello stomaco. Salvarla? Non sapeva neppure dove fosse, sapeva solo che adesso c’erano migliaia di chilometri a separarli; del resto non c’erano navi ventriane in partenza e anche se ce ne fossero state lui non aveva di che pagarsi il passaggio. Spostando lo sguardo verso la casa vide la luce filtrare dorata sotto la finestra di Sieben. Era una bella casa, migliore di qualsiasi altra in cui fosse mai stato, ed era per opera di Shadak che erano riusciti a prenderla in affitto, grazie al fatto che il proprietario era intrappolato in Ventria. Adesso però si avvicinava il momento di pagare il canone. E il medico gli aveva detto che avrebbe impiegato almeno due mesi a rimettersi in forze. Moriremo di fame prima di allora, pensò. Issatosi in piedi si costrinse a camminare fino all’alto muro che recintava la parte posteriore del giardino, e quando lo raggiunse scoprì di avere le gambe tremanti e il respiro che gli usciva dalla gola in ansiti rauchi e irregolari. Adesso la casa sembrava infinitamente distante. Coraggiosamente si avviò per tornare verso di essa, ma a metà strada dovette fermarsi vicino alla polla e sedersi al limitare dell’acqua, cosa di cui approfittò per rinfrescarsi il volto nel chiamare a raccolta le sue misere forze. Infine si alzò e raggiunse incespicando le porte posteriori della casa: adesso il cancello di ferro dall’altra parte del giardino era scomparso nell’ombra, e pur desiderando tornare di nuovo fin là scoprì di non avere più la volontà per riuscirci. Stava per rientrare quando notò un movimento con la coda dell’occhio e si girò faticosamente a fronteggiare l’uomo che se ne stava annidato nell’ombra. – È un piacere vederti vivo, ragazzo – disse il Vecchio Thom. – Sul davanti della casa c’è un elegante batacchio da usare per bussare – sorrise Druss. – Non sapevo se sarei stato il benvenuto – replicò il vecchio. Druss lo accompagnò in casa e svoltò a sinistra verso la grande stanza per le riunioni, arredata con quattro divani e sei sedie imbottite. Thom si avvicinò al focolare e infilò un accenditoio fra le fiamme morenti del fuoco per poi accostarlo allo stoppino di una lanterna appesa alla parete. – Serviti da bere – offrì Druss, e il Vecchio Thom riempì due boccali di vino rosso, porgendone uno al giovane. – Hai perso peso, ragazzo, e hai l’aspetto di un vecchio – osservò poi in tono allegro. – Ci sono stati momenti in cui mi sono sentito meglio. – A quanto ho visto Shadak ha parlato in tuo favore ai magistrati e ha fatto inmodo che non venisse avanzata nessuna accusa in merito allo scontro sul molo. È piacevole avere degli amici, vero? E non ti preoccupare di Calvar Syn. – Perché dovrei preoccuparmi di lui?
– Per il debito da pagare. Avrebbe dovuto farvi vendere come schiavi... ma non lo farà. Ha il cuore tenero. – Credevo che Sieben lo avesse pagato. Non intendo essere indebitato con nessuno. – Belle parole, ragazzo, e le belle parole unite ad una moneta di rame ti possono procurare una forma di pane. – Troverò il denaro per saldare il debito – promise Druss. – Certo che lo farai, ragazzo, e nel modo migliore... nel cerchio di sabbia. Prima però devi rimetterti in forze, e per fare questo hai bisogno di lavorare... anche se mi si dovrebbe annerire la lingua per aver pronunciato una parola del genere. – Mi serve tempo – protestò Druss. – Ne hai ben poco, ragazzo. Borcha ti sta cercando. Lo hai privato della sua reputazione, e dice che quando ti avrà trovato ti picchierà a morte. – Ma davvero? – sibilò Druss, con un bagliore negli occhi chiarissimi. – Così va meglio, ragazzo mio! Ira, ecco di cosa hai bisogno! Bene, è ormai ora che vada. A proposito, stanno abbattendo degli alberi a ovest della città perché devono sgombrare il terreno per costruire nuovi edifici, e sono in cerca di lavoranti. Pagano due monete d’argento al giorno. Non è molto, ma è pur sempre un lavoro. – Lo terrò presente. – Ti lascio al tuo riposo, ragazzo, dal tuo aspetto sembra che tu ne abbia bisogno. Druss attese che il vecchio se ne fosse andato, poi tornò di nuovo in giardino. I muscoli gli dolevano, il cuore gli martellava in maniera irregolare nel petto, ma il volto di Borcha era impresso nella sua mente e lui si costrinse a camminare ancora fino al cancello del giardino e ritorno. Per tre volte... Vintar si alzò dal letto con mosse silenziose, in modo da non svegliare gli altri quattro preti che dividevano con lui la piccola stanza nell’ala meridionale. Indossato il lungo abito di lana bianca percorse a piedi nudi il freddo corridoio di pietra e salì i tortuosi gradini che portavano agli antichi bastioni. Da lassù poteva vedere la catena di montagne che separava Lentria dalle terre dei Drenai; la luna era alta nel cielo, quasi piena, il cielo era privo di nubi e al di là del tempio gli alberi scintillavano nello spettrale chiarore lunare. – La notte è un buon momento per la meditazione, figlio mio – osservò l’Abate, emergendo dall’ombra, – ma avrai bisogno di essere in forze per affrontare i tuoi compiti quotidiani, visto che stai restando indietro nell’addestramento con la spada. L’Abate era un uomo possente dalle spalle larghe che un tempo era stato un mercenario e che aveva il volto segnato da una cicatrice irregolare che andava dallo zigomo destro alla dura mascella. – Non sto meditando, Padre. Non riesco a smettere di pensare a quella donna.
– Quella catturata dagli schiavisti? – Sì. Mi tormenta. – Sei qui perché i tuoi genitori ti hanno affidato alla mia custodia, ma vi rimani di tua libera volontà e se desideri andare via per cercare questa ragazza sei libero di farlo. I Trenta sopravviveranno, Vintar. – Non desidero andare via, Padre – sospirò il giovane, – e non provo desiderio per quella ragazza – aggiunse, con un sorriso malinconico. – Non ho mai desiderato una donna... però in lei c’è qualcosa che mi impedisce di allontanarla dai miei pensieri. – Vieni con me, ragazzo mio. Qui fa freddo e nella mia stanza c’è un fuoco acceso, accanto a cui potremo parlare. Vintar seguì l’Abate fino al suo studio, nell’ala occidentale, e i due uomini si sistemarono a sedere mentre il sole sorgeva a tingere di chiaro il cielo. – A volte – cominciò l’Abate, appendendo sulle fiamme una teiera di rame, – è difficile definire la volontà della Fonte. Ho conosciuto uomini che desideravano viaggiare in terre lontane e che dopo aver pregato per ricevere una guida hanno scoperto con stupore che la Fonte li stava guidando esattamente verso ciò che desideravano. Ho detto con stupore perché nella mia esperienza capita di rado che la Fonte mandi un uomo dove questi desidera andare, è un aspetto del sacrificio che facciamo quando decidiamo di servirla. Non dico che non accada mai, capiscimi bene, perché asserire una cosa del genere sarebbe un atto di arroganza... no, ma quando un uomo prega per ricevere una guida dovrebbe farlo con la mente aperta, accantonando ogni pensiero relativo ai propri desideri. La teiera cominciò a sibilare, emettendo nubi di vapore attraverso il beccuccio ricurvo. Servendosi di un panno per ripararsi la mano, l’Abate versò quindi l’acqua in una seconda teiera nella quale aveva messo alcuni cucchiai di erbe secche, poi tornò a posare il primo contenitore accanto al focolare e si rimise a sedere su una vecchia sedia di cuoio. – Dal momento che capita molto di rado che la Fonte ci parli in maniera diretta l’interrogativo è come fare a sapere cosa ci si aspetta da noi. Si tratta di una questione molto complessa. Nel tuo caso, tu hai scelto di assentarti dai tuoi studi per librarti attraverso i Cieli, e nel farlo hai soccorso lo spirito di una giovane donna riconducendolo al suo corpo maltrattato. Coincidenza? Diffido delle coincidenze, quindi la mia convinzione... anche se potrei sbagliarmi... è che sia stata la Fonte a condurti fino a lei, e che è per questo che il suo ricordo tormenta la tua mente: i tuoi rapporti con quella donna non si sono ancora conclusi. – Credi che dovrei cercarla? – Sì. Ritirati nella piccola cella alle spalle della biblioteca dell’ala meridionale. Ti esenterò dagli studi per tutta la giornata di domani. – Ma come farò a trovarla, Padre Abate? Era una schiava, e potrebbe essere dovunque. – Comincia dall’uomo che stava abusando di lei. Conosci il suo nome... Collan... e sai dove aveva intenzione di portarla... a Mashrapur. Lascia che il tuo spirito cominci da lì.
Nel parlare l’Abate versò in due tazze di argilla il tè dall’aroma dolce e intenso. – Io sono il meno dotato fra tutti i preti – protestò in tono dolente Vintar. – Non sarebbe meglio pregare la Fonte perché mandasse qualcuno più forte di me? – È davvero strano, ragazzo mio – ridacchiò l’Abate. – Molte persone sostengono che desiderano servire il Signore di Ogni Pace, ma in veste di consigliere: «Ah, mio Dio, tu sei davvero meraviglioso, avendo creato i pianeti e le stelle, ma hai proprio sbagliato a scegliere me. Io lo so, perché sono Vintar, e sono debole.» – Ti fai beffe di me, Padre. – È ovvio che mi faccio beffe di te, ma con una dose quanto meno media di affetto nel cuore. Ero un soldato, un assassino, un ubriacone e un donnaiolo... come credi che mi sia sentito quando Lui mi ha scelto perché diventassi un membro del Trenta? E riesci a immaginare la mia disperazione quando i preti miei confratelli si sono trovati davanti alla morte e a me è stato detto che ero quello destinato a sopravvivere? Dovevo diventare il nuovo Abate, radunare i nuovi Trenta. Oh, Vintar, hai ancora molto da imparare. Trova questa ragazza, perché credo che così facendo troverai anche qualcosa per te stesso. Il giovane prete finì di bere il proprio tè e si alzò in piedi. – Ti ringrazio per la tua gentilezza, Padre. – Hai detto che quella donna ha un marito che la sta cercando – osservò l’Abate. – Sì, un uomo di nome Druss. – Forse lui sarà ancora a Mashrapur. Un’ora più tardi lo spirito del giovane prete si stava librando nel cielo luminoso al di sopra della città. Da lassù, nonostante la distanza che faceva apparire gli edifici e i palazzi minuscoli quanto i blocchi per costruzioni di un bambino, lui poteva avvertire il cuore pulsante di Mashrapur, simile a una bestia appena desta: famelico, pieno di avidità e di lussuria. Cupe emozioni emanavano dalla città, pervadendogli i pensieri e sopraffacendo la purezza che lui stava mantenendo a prezzo di dure lotte interiori. Scese più in basso, poi ancora di più. Ora poteva vedere gli scaricatori di porto che si recavano al lavoro, le prostitute che iniziavano il mestiere di primo mattino, e i mercanti che aprivano botteghe e bancarelle. Da dove cominciare? Non ne aveva idea. Per ore volò senza una meta, sfiorando una mente qui, un pensiero là, alla ricerca di informazioni sul conto di Collan, di Rowena o di Druss, ma non trovò nulla tranne avidità o bisogno, fame o dissolutezza, lussuria o... così raramente... amore. Stanco e sconfitto stava per tornare al Tempio quando avvertì un’improvvisa trazione esercitata sul suo spirito, come se una corda lo avesse afferrato. In preda al panico cercò di liberarsi, ma sebbene usasse tutta la sua forza venne attirato inesorabilmente in una stanza che aveva le finestre sbarrate e nella quale una vecchia sedeva davanti ad una lanterna rossa. La vecchia sollevò lo sguardo sulla sua forma che fluttuava appena al di sotto del soffitto.
– Ah, sei davvero una delizia per questi vecchi occhi, bellezza mia – commentò. Con un senso di shock, Vintar si rese improvvisamente conto che la sua forma spirituale era nuda e in un istante la rivestì di una tunica bianca, atto a cui la vecchia reagì con una secca risata. – E sei anche modesto – osservò, poi il suo sorriso svanì e con esso il suo buon umore, mentre continuava: – Cosa ci fai qui? Questa è la mia città, ragazzo. – Sono un prete, signora, e sto cercando informazioni sul conto di una donna chiamata Rowena, moglie di Druss e schiava di Collan. – Perché? – Il mio Abate mi ha incaricato di trovarla. Ritiene che la Fonte possa volere che sia protetta. – Da te? – ribatté la vecchia, ritrovando il suo buon umore. – Ragazzo, tu non riesci neppure a proteggere te stesso da una vecchia strega, e se lo desiderassi potrei scagliare la tua anima in fiamme nell’Inferno. – Perché dovresti desiderare una cosa tanto terribile? – Potrebbe essere un capriccio o una fantasia passeggera – replicò la donna, dopo un momento di riflessione. – Cosa mi darai in cambio della tua vita? – Non ho nulla da dare. – Certo che hai qualcosa. La vecchia chiuse gli occhi e Vintar vide il suo spirito emergere dal corpo, nella forma di una splendida donna giovane, con i capelli biondi e grandi occhi azzurri. – Questa forma ti piace? – Certamente, perché è perfetta. Era questo il tuo aspetto, quando eri più giovane? – No, sono sempre stata brutta, ma è così che ho scelto di farmi vedere da te – ribatté lei, fluttuando più vicina e accarezzandogli il volto. Il suo tocco era caldo, e Vintar avvertì un fremito di desiderio. – Per favore, non continuare – disse. – Perché? Non è piacevole? – ritorse la donna, poi la sua mano gli toccò la tunica ed essa scomparve. – Sì, lo è, molto. Però i miei voti.., non concedono i piaceri della carne. – Sciocco ragazzo – gli sussurrò la donna, all’orecchio. – Noi non siamo carne, ma spirito. – No – ribatté lui, in tono severo, e in un istante si trasformò nell’immagine della vecchia seduta al tavolo. – Sei un ragazzo astuto – approvò la splendida visione. – Sì, molto astuto, e anche virtuoso. Non so se questo mi piace, ma ha comunque il fascino di essere qualcosa di nuovo. Molto bene, ti aiuterò. Vintar sentì scomparire le catene invisibili che lo trattenevano, e con esse svanì anche la visione. La vecchia riaprì gli occhi. – Colei che cerchi era sul mare, diretta a Ventria, quando la sua nave è stata attaccata. Lei si è gettata in mare e gli squali l’hanno divorata. – È colpa mia! – gridò Vintar, barcollando all’indietro. – Avrei dovuto cercarla
prima. – Torna al tuo Tempio, ragazzo. Il mio tempo è prezioso e ci sono dei clienti che stanno aspettando. La donna scoppiò in una risata e agitò una mano in un gesto di congedo. Di nuovo Vintar sentì una forza afferrare il suo spirito, che venne trascinato fuori e scagliato nel cielo sovrastante Mashrapur. Vintar tornò alla minuscola cella nel Tempio e si fuse di nuovo con il suo corpo. Come sempre provò un senso di nausea e di vertigine che lo costrinse a rimanere immobile per alcuni momenti, avvertendo il peso della carne e la sensazione della ruvida coperta sotto la pelle. Poi fu assalito da una profonda tristezza. I suoi talenti erano nettamente superiori a quelli degli uomini normali e tuttavia non gli portavano nessun piacere. I suoi genitori lo avevano sempre trattato con freddo rispetto perché erano spaventati dalle sue capacità ed erano rimasti entrambi sollevati quando l’Abate era venuto da loro, una sera d’autunno, e si era offerto di prendere il ragazzo sotto la sua custodia. A loro non era importato nulla del fatto che l’Abate rappresentasse il Tempio dei Trenta, dove uomini dagli incredibili talenti si addestravano e studiavano con un solo scopo... morire in qualche battaglia, in una guerra ancora lontana, e in questo modo divenire una cosa sola con la Fonte. La prospettiva della sua morte non aveva potuto addolorare i suoi genitori perché essi non lo avevano mai trattato come un essere umano, carne della loro carne e sangue del loro sangue. Lo avevano sempre visto come una sorta di bambino scambiato, come una presenza demoniaca. Non aveva mai avuto amici, perché chi poteva volere per amico un ragazzo che sapeva leggere nella mente, metterne a nudo gli angoli più oscuri ed eviscerarne tutti i segreti? Anche al Tempio era isolato, incapace di condividere il semplice cameratismo di altri giovani che avevano doti pari alle sue. E adesso aveva perso l’opportunità di aiutare una giovane donna e di salvarle la vita. Si sollevò a sedere con un sospiro. Quella vecchia era una strega, e lui aveva avvertito la malevolenza della sua personalità, e tuttavia la visione da lei creata lo aveva eccitato. Non aveva saputo resistere neppure ad una malvagità così meschina. Poi fu assalito da un pensiero violento come un colpo sulla fronte. Malvagità! Malizia e inganno camminavano mano nella mano al riparo dell’oscurità del male. Forse quella donna aveva mentito! Sdraiandosi di nuovo si costrinse a rilassare la mente e a liberare lo spirito, poi si librò fuori del Tempio e volò rapido al di sopra dell’oceano, cercando la nave e pregando di non arrivare troppo tardi. Verso oriente si stavano addensando nere nubi che promettevano tempesta, e per evitarle Vintar scese maggiormente verso il pelo dell’acqua, scrutando l’orizzonte con gli occhi dello spirito. Era ormai a quaranta miglia dalla costa di Ventria quando finalmente avvistò le navi, una trireme dall’enorme vela nera e una
snella nave mercantile che cercava di evitare la cattura. La nave mercantile effettuò una deviazione di rotta ma la trireme continuò la sua corsa e il suo rostro rivestito di bronzo andò a colpire la preda a metà dello scafo, fracassando il fasciame e lacerando il cuore del vascello. Una massa di uomini armati si riversò quindi dalla trireme sul mercantile, sul cui ponte di poppa Vintar scorse una giovane donna vestita di bianco e due uomini... uno alto e scuro di pelle, l’altro minuto e snello; i tre si gettarono in mare e subito gli squali solcarono l’acqua diretti verso di loro. Vintar volò da Rowena e le toccò una mano con le proprie dita incorporee mentre lei si teneva a galla aggrappata ad un pezzo di fasciame, affiancata dai due uomini. – Resta calma, Rowena – le comunicò mentalmente. Uno squalo scattò in direzione dei tre che si dibattevano nell’acqua e subito Vintar entrò nella sua mente, assaporandone la consapevolezza priva di pensieri coscienti, le fredde emozioni, la fame che lo consumava. Si sentì diventare lo squalo, vide il mondo attraverso i suoi fissi occhi neri, percepì l’ambiente circostante attraverso un senso dell’odorato forse mille volte più potente di quello dell’Uomo. Un altro squalo risalì alla superficie puntando verso i tre naufraghi con le fauci spalancate. Vintar gli sferrò un colpo di coda e lo squalo si rivoltò contro di lui, cercando di azzannargli un fianco e mancando a stento la pinna dorsale. Poi sull’acqua si diffuse un sentore dolce e affascinante, che prometteva un piacere infinito e la cessazione della fame. Quasi senza riflettere Vintar nuotò verso di esso, percependo e vedendo gli altri squali precipitarsi nella stessa direzione. Poi comprese di cosa si trattava e la sua crescente bramosia scomparve rapida com’era insorta. Sangue. I pirati stavano gettando agli squali le loro vittime. Abbandonando il proprio controllo sull’animale volò di nuovo verso il punto in cui Rowena e gli altri si tenevano aggrappati al rottame. – Costringi i tuoi amici a nuotare con i piedi per spostarsi. Vi dovete allontanare da qui – avvertì. La sentì riferire il messaggio agli altri, poi i tre iniziarono lentamente a spostarsi dalla scena della carneficina. Vintar si librò allora alto nel cielo e scrutò l’orizzonte, individuando un’altra nave a stento visibile a causa della distanza; il giovane prete si diresse verso di essa e scese fino al capitano che si trovava al timone, entrando nella sua mente ed escludendone tutti i pensieri che la occupavano, relativi alla moglie, alla famiglia, ai pirati e ai venti contrari; la nave veniva da Lentria e portava un carico di vino diretto al porto naashanita di Virinis. Nel fluttuare nel corpo del capitano per cercare di assumerne il controllo, Vintar individuò un piccolo cancro maligno nei polmoni e si affrettò a neutralizzarlo, accelerando i meccanismi di risanamento dell’organismo perché eliminassero le cellule corrotte, poi si spostò di nuovo nel cervello e costrinse il
capitano a cambiare rotta, dirigendo verso nordovest. Quell’uomo era un individuo di indole gentile e dai pensieri tristi: a casa aveva sette figli e uno di essi... la bambina più giovane... aveva contratto la febbre gialla poco prima della sua partenza, per cui la sola cosa a cui lui riusciva a pensare erano preghiere dirette alla sua guarigione. Vintar impresse la nuova rotta nella mente ignara del capitano e si affrettò a tornare da Rowena per informarla che sarebbe presto arrivata una nave a soccorrerli, poi proseguì verso la trireme pirata che aveva già saccheggiato il mercantile e stava manovrando per estrarre il rostro dallo squarcio e lasciar affondare la nave depredata. Vintar entrò nella mente del capitano... e tremò per l’orrore di fronte ai suoi pensieri. Rapidamente, indusse l’uomo a vedere la distante vela in avvicinamento e al tempo stesso gli pervase la mente di paure senza nome, inducendolo a credere che quel vascello era carico di soldati, che costituiva un cattivo presagio e che gli avrebbe portato la morte. Poi lo lasciò e ascolto con soddisfazione mentre lui impartiva a gran voce ai suoi uomini l’ordine di dirigere verso nord-ovest. Fatto questo Vintar continuò a fluttuare sopra Rowena e gli altri due uomini fino a quando la nave mercantile non li ebbe raggiunti e issati a bordo, quindi volò fino al porto lentriano di Chupianin, dove risano la figlia del capitano. Soltanto allora fece ritorno al Tempio, dove trovò l’Abate seduto accanto al suo letto. – Come ti senti, ragazzo mio? – domandò questi. – Meglio di come mi sia sentito da anni, Padre. Adesso la ragazza è salva, ed ho ripristinato il vigore in due vite. – Tre – lo corresse l’Abate, – perché hai rinvigorito anche la tua. – È vero – ammise Vintar, – ed è bello essere di nuovo a casa. Druss rimase interdetto per lo sconcerto di fronte al caos che regnava nel sito del disboscamento: centinaia di uomini correvano di qua e di là senza un coordinamento apparente, abbattendo alberi, estirpando radici e smantellando il denso sottobosco... una distruzione in cui non c’era traccia di ordine. Gli alberi abbattuti cadevano di traverso sul sentiero usato dagli uomini che spingevano i carretti a mano e che stavano cercando di sgombrare l’area dai detriti, e mentre aspettava di parlare con il sovrintendente lui vide addirittura un alto pino crollare su un gruppo di lavoranti che stavano estirpando un ceppo. Per fortuna nessuno rimase ucciso, ma un lavoratore riportò una frattura al braccio e parecchi altri ne uscirono con sanguinanti lacerazioni alle braccia o al volto. Poi il sovrintendente, un uomo magro ma con il ventre sporgente, lo convocò. – Allora, qual è la tua qualifica? – domandò. – Sono un boscaiolo – rispose Druss. – Qui tutti sostengono di essere boscaioli o taglialegna – replicò in tono stanco il sovrintendente. – A me servono uomini dotati di effettiva abilità. – Ne hai senza dubbio bisogno – convenne Druss.
– Ho a disposizione venti giorni per sgombrare questa zona dalla vegetazione e altri venti per preparare le fondamenta per i nuovi edifici. La paga consiste in due monete d’argento al giorno – lo informò il sovrintendente, poi indicò un massiccio uomo barbuto che sedeva su un ceppo d’albero e aggiunse: – Quello è Togrin, ilcaposquadra. È lui che organizza i gruppi di lavoro e assume gli uomini. – È uno stolto – dichiarò Druss, e prima o poi causerà la morte di qualcuno. – Può anche essere uno stolto – ammise il sovrintendente, ma è anche un duro e nessuno ozia con lui nei paraggi. – Non lo metto in dubbio, ma non finirete mai in tempo – insistette Druss, lasciando vagare lo sguardo sul caos circostante. – Ed io non intendo lavorare per un uomo che non sa quello che sta facendo. – Sei un po’ troppo giovane per avanzare pareri così tassativi – obiettò il sovrintendente. – Avanti, dimmi in che modo organizzeresti il lavoro. – Sposterei gli uomini muniti d’ascia più a ovest per permettere agli altri di sgombrare il terreno alle loro spalle. Se continuate così presto non avrete più possibilità di movimento. Guarda là – indicò Druss, puntando un dito verso destra, dove gli alberi erano stati abbattuti in un rozzo cerchio al cui centro alcuni uomini erano impegnati ad estirpare enormi ceppi. – Dove porteranno i ceppi? – chiese quindi. – Non esiste più un sentiero, quindi dovranno aspettare che gli alberi vengano trascinati via, ma come riuscirete a far arrivare fino ad essi i cavalli e le catene? – Hai chiarito il punto, giovanotto – sorrise il sovrintendente. – Benissimo, il caposquadra guadagna quattro monete al giorno: prendi il suo posto e mostrami quello che sai fare. Druss trasse un profondo respiro. I suoi muscoli erano già stanchi per la lunga camminata fin là e le ferite alla schiena gli dolevano, quindi non era nella condizione migliore per lottare e aveva sperato di iniziare a lavorare senza difficoltà. – Come segnali ai lavoratori di fare una pausa? – domandò. – Suoniamo la campana per la sosta di mezzogiorno, ma mancano ancora tre ore. – Falla suonare adesso – replicò Druss. – Questo dovrebbe infrangere la monotonia – ridacchiò il sovrintendente. – Vuoi che provveda io a dire a Togrin che ha perso il lavoro? – No – rifiutò Druss, incontrando il suo sguardo. – Ci penserò da solo. – Bene. Allora io provvederò alla campana. Il sovrintendente si allontanò e Druss si fece strada in mezzo al caos fino a fermarsi accanto al ceppo su cui era seduto Togrin, che sollevò lo sguardo su di lui. Il caposquadra era un uomo grosso, con le spalle larghe, le braccia pesanti e il mento robusto; i suoi occhi erano scuri, quasi neri sotto le folte sopracciglia. – Cerchi lavoro? – domandò. – No. – Allora togliti di qui. Non mi piacciono i fannulloni. I rintocchi di una campana echeggiarono nel bosco e Togrin si alzò in piedi con
un’imprecazione mentre dovunque gli uomini smettevano di lavorare. – Cosa diavolo... – cominciò, poi si girò di scatto e tuonò: – Chi ha suonato quella campana? Notando che i lavoranti si andavano raccogliendo intorno a loro, Druss si fece più vicino al caposquadra. – Ho ordinato io che venisse suonata – disse. – E tu chi saresti? – chiese Togrin, socchiudendo gli occhi. – Il nuovo caposquadra – replicò Druss. – Ma bene – ribatté Togrin, con un ampio sorriso, – ora ci sono due capisquadra, il che a mio parere vuol dire che ce n’è uno di troppo. – Sono d’accordo – convenne Druss, poi scattò rapidamente in avanti e vibrò uno spaventoso pugno al ventre di Togrin, che si lasciò sfuggire l’aria dai polmoni con un sibilo e si piegò su se stesso, abbassando così la testa a incontrare il sinistro del giovane che lo raggiunse alla mascella e lo mandò a cadere al suolo prono, dove si mosse per un istante e giacque immobile. Druss trasse un profondo respiro: si sentiva incerto sulle gambe e luci bianche gli danzavano davanti agli occhi mentre guardava i braccianti in attesa. – Ora apporteremo qualche cambiamento – annunciò. Giorno dopo giorno Druss sentì le forze che gli tornavano, i muscoli delle braccia e delle spalle che si gonfiavano ad ogni possente colpo d’ascia, ad ogni palata d argilla che rimuoveva, ad ogni violento strattone che sradicava dal suolo una cocciuta radice d’albero. Durante i primi cinque giorni rimase a dormire sul luogo dei lavori usando una piccola tenda di tela messa a sua disposizione dal sovrintendente perché era troppo stanco per percorrere i cinque chilometri che lo separavano dalla casa presa in affitto, e durante ognuna di quelle notti solitarie due volti gli fluttuarono nella mente al momento di scivolare nel sonno: quello di Rowena, che lui amava più della vita, e quello di Borcha, il lottatore che sapeva avrebbe dovuto incontrare. Nella quiete della tenda i suoi pensieri erano molteplici. Adesso vedeva suo padre in modo diverso e desiderava di averlo conosciuto meglio, perché comprendeva quanto coraggio ci fosse voluto per sopravvivere alla memoria di un padre come Bardan l’Uccisore, ad allevare un figlio e a costruirsi una vita sulla frontiera. Ricordò quel giorno in cui un mercenario girovago si era fermato nel loro villaggio: Druss era rimasto impressionato dalle sue armi, dal coltello, dalla spada corta e dall’ascia, dalla corazza segnata dalle battaglie e dall’elmo. – Lui conduce una vita di vero coraggio – aveva commentato, rivolto a suo padre, badando ad enfatizzare la parola vero. Bress si era limitato ad annuire, ma parecchi giorni più tardi, mentre stavano attraversando un pascolo di montagna, gli aveva indicato la casa del contadino Egan. – Tu vuoi vedere il coraggio, ragazzo – aveva detto, – allora guarda quell’uomo che lavora nel suo campo. Dieci anni fa aveva una fattoria sulla Piana Sentriana, ma una notte sono arrivati i razziatori sathuli che gli hanno bruciato tutto. Allora si
è spostato sul confine ventriano, dove le locuste gli hanno distrutto il raccolto per tre anni... lui aveva preso denaro a prestito per finanziare la fattoria e ha perso tutto. Adesso è tornato alla terra e lavora dall’alba al tramonto. Questo è vero coraggio. Non ci vuole molto perché un uomo abbandoni una vita di lavoro per la spada, i veri eroi sono quelli che continuano a lottare. Il ragazzo aveva però pensato di saperne di più: come poteva un contadino essere un vero eroe? – Se è così coraggioso, perché non ha combattuto contro i Sathuli? – Aveva una moglie e tre figli da proteggere. – E allora è fuggito? – È fuggito – aveva confermato Bress. – Io non fuggirò mai davanti ad uno scontro – aveva dichiarato Druss. – Se è così, morirai giovane – aveva ribattuto suo padre. Druss si sollevò a sedere e ripensò alla scorreria. Cosa avrebbe fatto se gli fosse stata data l’alternativa fra il combattere contro gli schiavisti... o fuggire con Rowena? Quella notte i suoi sonni furono turbati. La sesta notte stava lasciando il sito dei, lavori quando una figura alta e massiccia gli sbarrò la strada: era Togrin, l’ex-caposquadra. Druss non lo aveva più visto dal giorno in cui si erano scontrati, e adesso si affrettò a scrutare il buio alla ricerca di altri assalitori, senza però scorgerne. – Possiamo parlare? – domandò Togrin. – Perché no? – ribatté Druss. – Ho bisogno di lavorare – confessò allora l’ex-caposquadra, traendo un profondo respiro. – Mia moglie è malata e i miei bambini non mangiano da due giorni. Druss lo scrutò con attenzione in volto, vedendo l’orgoglio ferito e percependo immediatamente quanto fosse costato a Togrin chiedere aiuto. – Fatti trovare al sito all’alba – rispose, e riprese a camminare. Durante il percorso verso casa continuò a sentirsi a disagio e a ripetersi che lui non si sarebbe mai concesso di perdere in quel modo la propria dignità, ma mentre formulava quei pensieri nacque nel suo animo il seme del dubbio. Mashrapur era una città dura e impietosa, dove un uomo era apprezzato soltanto finché contribuiva al benessere generale della comunità... e comunque doveva essere spaventoso vedere i propri figli patire la fame. Era ormai buio quando arrivò a casa. Si sentiva stanco, ma la sua non era più la spossatezza assoluta che aveva sperimentato tanto a lungo; dopo aver appurato che Sieben era assente accese una lanterna e aprì la porta posteriore che dava sul giardino per permettere alla brezza di entrare in casa. Prelevata la sacca in cui teneva il denaro contò le ventiquattro monete d’argento che aveva guadagnato fino a quel momento. Venti di esse erano l’equivalente di un singolo raq d’oro e andavano accantonate per pagare un mese di affitto della casa, quindi in quel modo non sarebbe mai riuscito a saldare tutti i suoi debiti. Il vecchio Thom aveva ragione: avrebbe potuto guadagnare molto di più nel cerchio di sabbia.
Rammentò il suo incontro con Borcha e i terribili colpi che aveva incassato: il ricordo di quei pugni era ancora vivido dentro di lui... ma lo era altrettanto quello dei colpi che aveva inferto all’avversario. In quel momento sentì scricchiolare il cancello in fondo al giardino e vide una sagoma indistinta dirigersi verso la casa: la luce della luna si rifletteva sulla testa calva dell’uomo, la cui figura appariva gigantesca nel venire avanti fra gli alberi in ombra. Druss si alzò in piedi, socchiudendo gli occhi chiari. Borcha si arrestò appena fuori della soglia. – Allora? – domando. – Non mi inviti ad entrare? – Puoi anche ricevere qui fuori il pestaggio per cui sei venuto – sibilò Druss, uscendo in giardino. – Non ho il denaro per ripagare il mobilio che potremmo fracassare. – Sei un ragazzo aggressivo – commentò in tono amabile Borcha, oltrepassandolo per entrare in casa e deporre il suo mantello verde sullo schienale di un divano. Sconcertato, Druss lo seguì all’interno e lo trovò comodamente seduto su una sedia imbottita, con le gambe accavallate e la testa appoggiata all’alto schienale. – Una buona sedia – commentò il lottatore. – Che ne dici di bere qualcosa? – Cosa vuoi qui? – domandò Druss, lottando per controllare l’ira crescente. – Un po’ di ospitalità, ragazzo di campagna. Io non conosco le tue abitudini, ma da dove provengo io siamo soliti offrire un boccale di vino all’ospite che si prende il fastidio di venire a trovarci. – Da dove vengo io – ritorse Druss, – gli ospiti non invitati sono di rado i benvenuti. – Perché tanta ostilità? Hai vinto la scommessa e hai combattuto bene. Collan non ha ascoltato il mio consiglio... che era quello di restituirti tua moglie... e adesso è morto. Io non ho avuto parte alcuna nella scorreria. – E devo supporre che tu non mi abbia neppure cercato per avere vendetta? – Vendetta? – rise Borcha. – E per cosa? Non mi hai rubato nulla e di certo non mi hai sconfitto... né avresti potuto farlo perché hai la forza necessaria ma non l’abilità. Se si fosse trattato di un incontro effettivo ti avrei spezzato, ragazzo... prima o dopo. Comunque hai ragione su una cosa... ti stavo cercando. – Così mi ha detto il Vecchio Thom – affermò Druss, sedendogli di fronte. – Sosteneva che mi stavi cercando per annientarmi. – Quell’idiota ubriacone ha frainteso, ragazzo – sorrise Borcha, scuotendo il capo. – Ora dimmi, quanti anni pensi che io abbia? – Cosa? Nel nome dell’Inferno, come faccio a saperlo? – tempestò Druss. – Ho trentotto anni, e saranno trentanove fra due mesi. Sì, potrei ancora sconfiggere Grassin e probabilmente anche tutti gli altri, ma tu mi hai mostrato lo specchio del tempo, Druss. Nessuno dura in eterno... non nel cerchio di sabbia. Il mio tempo è finito, l’ho capito durante i pochi minuti in cui ti ho affrontato. Il tuo tempo sta invece cominciando, ma non durerà a lungo a meno che impari a combattere. – Non mi servono istruzioni in questo – dichiarò Druss.
– Lo pensi davvero? Ogni volta che sferri un destro abbassi la spalla sinistra, e tutti i tuoi pugni seguono una linea curva. Inoltre la tua più forte difesa è il mento che è fatto di semplice osso, per quanto possa sembrare di granito. Il tuo movimento di piedi è adeguato ma potrebbe essere migliorato, e comunque hai molti punti deboli. Grassin li sfrutterebbe tutti e ti logorerebbe. – È il tuo parere – obiettò Druss. – Non mi fraintendere, ragazzo. Sei abile, hai coraggio e una grande forza, ma sai anche come ti sei sentito dopo aver lottato per pochi minuti contro di me. La maggior parte degli incontri dura dieci volte più a lungo. – I miei non lo faranno. – Con Grassin sì – ridacchiò Borcha. – Non lasciare che l’arroganza ti renda cieco a ciò che è ovvio, Druss. Hai detto di essere stato un boscaiolo... quando hai preso in mano un’ascia per la prima volta riuscivi forse a colpire nel punto giusto ogni volta? – No – ammise il giovane. – Lo stesso succede nei combattimenti. Io ti posso insegnare molti tipi di pugni e un numero ancora maggiore di metodi di difesa. Ti posso mostrare come eseguire delle finte e attirare l’avversario incontro ai tuoi colpi. – Forse puoi farlo... ma perché dovresti? – Per orgoglio – spiegò Borcha. – Non capisco. – Te lo spiegherò... dopo che avrai sconfitto Grassin. – Non mi fermerò qui abbastanza a lungo – replicò Druss. – Non appena una nave diretta a Ventria attraccherà a Mashrapur io mi imbarcherò su di essa. – Prima della guerra un viaggio del genere sarebbe costato dieci raq d oro, ma adesso...? Chi può dire quanto costerà? Fra un mese ci sarà comunque un piccolo torneo a Visha, con un primo premio di cento raq. I ricchi hanno dei palazzi a Visha e sarà possibile ricavare parecchio denaro anche con le scommesse. Grassin parteciperà a quel torneo e così anche molte altre figure di spicco. Acconsenti a lasciarti addestrare e inserirò il tuo nome al posto del mio. Druss si alzò in piedi e riempì un boccale di vino, porgendolo al lottatore. – Ho trovato un impiego e ho promesso al sovrintendente che avrei portato a termine il lavoro. Ci vorrà un intero mese. – Allora ti addestrerò di sera. – Ad una condizione. – Quale? – La stessa che ho imposto al sovrintendente. Se dovesse attraccare una nave diretta a Ventria e mi riuscisse di ottenere un passaggio, me ne andrò. – D’accordo – assentì Borcha, offrendo la mano, e quando Druss l’ebbe stretta si alzò in piedi. – Ora ti lascio a riposare. A proposito, avverti il tuo amico poeta che sta cogliendo frutti dall’albero sbagliato. – Lui è padrone di se stesso – dichiarò Druss. – Avvertilo lo stesso – replicò Borcha, scrollando le spalle. – Ci vediamo domani.
CAPITOLO SECONDO Sieben giaceva sveglio, intento a fissare l’adorno soffitto; accanto a lui la donna stava dormendo e il poeta poteva avvertire il calore della sua pelle contro il fianco e le gambe. Il soffitto era decorato da un dipinto che rappresentava una scena di caccia in cui cavalieri armati di lance e di archi stavano inseguendo un leone dalla criniera rossa. Che genere di uomo poteva aver commissionato una composizione del genere per porla sopra il letto coniugale? Nel formulare quel pensiero Sieben sorrise e si disse che il Primo Ministro di Mashrapur doveva avere un ego enorme, se si considerava che ogni volta che amava sua moglie lei si trovava a contemplare un gruppo di uomini tutti più avvenenti del marito. Girandosi su un fianco abbassò lo sguardo sulla donna immersa nel sonno, che gli volgeva le spalle nel dormire con le braccia sotto il cuscino e le gambe ripiegate; i suoi capelli tanto scuri da essere quasi neri erano sparsi sul candido lino della federa, e anche se non poteva vederla in volto Sieben non ebbe difficoltà a immaginare le labbra piene, il collo lungo e aggraziato. L’aveva vista per la prima volta ferma accanto a Mapek nella piazza del mercato; il ministro era circondato da sottoposti e da adulatori, ed Everjoda appariva annoiata e fuori posto in mezzo ad essi. Sieben era rimasto assolutamente immobile, aspettando che il suo sguardo si volgesse verso di lui, e quando lo aveva fatto le aveva scoccato un sorriso... uno dei migliori del suo repertorio, rapido e luminoso, inteso a trasmetterle un senso di affinità. Lei aveva inarcato un sopracciglio a indicare che non gradiva tanta impertinenza e gli aveva volto le spalle. Sieben aveva aspettato, ben sapendo che la donna avrebbe guardato ancora nella sua direzione, e quando Everjoda si era accostata ad una bancarella per esaminare alcune ciotole di ceramica si era spostato fra la folla fino ad avvicinarsi a tal punto che nel sollevare lo sguardo lei era rimasta stupita di trovarselo tanto vicino. – Buon giorno, mia signora – l’aveva salutata, anche se lei stava mostrando di ignorarlo. – Sei molto bella. – E tu sei presuntuoso, signore – aveva ribattuto Everjoda, con una sfumatura di quell’accento settentrionale che in genere Sieben trovava irritante... ma non in quel momento. – La bellezza esige la presunzione, nello stesso modo in cui richiede adorazione. – Sei molto sicuro di te stesso – aveva controbattuto lei, avvicinandosi maggiormente per cercare di sconcertarlo. Aveva indosso un semplice abito di un azzurro luminoso e uno scialle lentriano di seta bianca, ma era stato il suo profumo a pervadergli i sensi... un ricco profumo muschiato che Sieben aveva riconosciuto come il Moserche, un prodotto di importazione ventriana che costava cinque raq d’oro all’oncia. – Sei felice? – aveva chiesto. – Che domanda ridicola? Chi ti potrebbe rispondere?
– Qualcuno che è felice. – E tu lo sei, signore? – aveva commentato lei, con un sorriso. – Lo sono adesso. – Credo che tu sia un esperto donnaiolo, e che non ci sia nulla di vero nelle tue parole. – Allora giudicami in base alle mie azioni, mia signora. Mi chiamo Sieben – aveva replicato lui, poi le aveva sussurrato l’indirizzo della casa in cui abitava con Druss e infine le aveva baciato la mano. Il messaggio gli era arrivato a casa due giorni più tardi. Adesso Everjoda si mosse nel sonno e Sieben insinuò una mano sotto le lenzuola di satin a racchiuderle un seno. In un primo tempo lei non reagì, ma Sieben continuò ad accarezzarle con gentilezza la pelle, tormentando il capezzolo fino a farlo inturgidire e alla fine Everjoda gemette e si stiracchiò. – Non dormi mai? – gli chiese. Sieben non rispose. Più tardi, mentre Everjoda dormiva nuovamente, rimase disteso al suo fianco ormai libero da ogni passione e pervaso da pensieri dolenti. Quella era senza dubbio la donna più bella che avesse mai posseduto, ed era anche acuta, intelligente, dinamica e piena di passione. E tuttavia lui era annoiato... Come poeta aveva cantato l’amore, ma non lo aveva mai conosciuto e invidiava gli amanti di cui si parlava nelle leggende, che si guardavano a vicenda negli occhi e vedevano l’eternità che li chiamava. Con un sospiro sgusciò fuori del letto, si vestì in fretta e lasciò la stanza a piedi nudi, scendendo senza far rumore le scale del retro e uscendo in giardino prima di mettersi gli stivali. I servitori non si erano ancora svegliati e l’alba cominciava appena ad apparire a oriente; un gallo lanciò in lontananza il suo canto. Sieben attraversò il giardino e sbucò sul viale al di là di esso; mentre camminava gli arrivò alle narici un profumo diane fresco e si fermò a comprarne un pezzo che mangiò nel tornare a casa. Druss non c’era, e nel ricordare il lavoro che il giovane si era trovato Sieben si chiese come poteva un uomo trascorrere le sue giornate a spalare terra. Passando in cucina, ravvivò il fuoco nella stufa e sistemò su di essa una pentola di rame piena d’acqua. Preparatosi una tisana di menta e di erbe la portò con sé nella stanza principale, dove trovò Shadak addormentato su un divano: il giustacuore nero e i calzoni del cacciatore erano sporchi per il viaggio, gli stivali ancora incrostati di fango. All’ingresso del poeta Shadak si svegliò e si sollevò a sedere sul divano. – Cominciavo a chiedermi dove fossi – disse, sbadigliando. – Sono arrivato la scorsa notte. – Sono rimasto da un’amica – spiegò Sieben, sedendogli di fronte e sorseggiando la tisana. – Mapek deve rientrare a Mashrapur oggi sul tardi – annuì Shadak. – Ha abbreviato la sua visita in Vagria.
– Perché questo mi dovrebbe riguardare? – Sono certo che non ti riguarda, ma adesso lo sai comunque. – Sei venuto per tenermi una predica, Shadak? – Ho forse l’aspetto di un prete? Sono venuto per vedere come stava Druss, ma al mio arrivo l’ho trovato in giardino, intento a esercitarsi nel pugilato con un gigante calvo, e da come si muoveva ho dedotto che le sue ferite devono essere guarite. – Soltanto quelle fisiche – precisò Sieben. – Lo so – replicò il cacciatore. – Gli ho parlato e ho scoperto che è ancora deciso a raggiungere Ventria. Andrai con lui? – Perché dovrei farlo? – rise Sieben. – Non conosco sua moglie... per gli dèi, quasi non conosco neppure lui! – Potrebbe farti bene, poeta. – Ti riferisci all’aria di mare? – Sai a cosa mi riferisco – replicò Shadak, in tono grave. – Hai scelto di inimicarti uno degli uomini più potenti di Mashrapur. I suoi nemici muoiono, Sieben... di veleno, di lama o a causa di una corda che viene loro stretta intorno al collo mentre dormono. – I miei fatti personali sono forse noti a tutta la città? – Certamente. In quella casa ci sono trenta servitori. Credi di poter tenere nascosto qualcosa quando le grida estatiche della loro padrona echeggiano per la casa nel cuore del pomeriggio o di mattino a o nel profondo della notte? – O in tutti e tre i momenti – sorrise Sieben. – Non vedo nulla di divertente in tutto questo – scattò Shadak. – Sei soltanto un cane in calore e senza dubbio rovinerai la vita a quella donna come l’hai rovinata a tante altre, ma nonostante questo preferirei che continuassi a vivere... soltanto gli dèi sanno perché! – Le ho dato un po’ di piacere, ecco tutto. Questo è più di quanto possa fare quello stecco rinsecchito di suo marito. Pero credo che seguirò il tuo consiglio. – Non ci pensare sopra troppo a lungo. Al suo ritorno Mapek scoprirà del... del piccolo piacere di sua moglie, e allora non restare stupito se farà uccidere anche lei. – Non farebbe mai... – cominciò Sieben, impallidendo. – È un uomo orgoglioso, poeta, e tu hai commesso un grave errore. – Se dovesse toccarla lo ucciderò. – Ah, davvero nobile da parte tua. Ora il cane snuda le zanne. Non avresti mai dovuto corteggiarla, dal momento che non hai neppure la decenza di esserne innamorato: volevi soltanto possederla. – Non è in questo che consiste l’amore? – obiettò Sieben. – Per te, sì – ribatté Shadak, scuotendo il capo. – Non credo che riuscirai mai a capire, Sieben: amare significa dare, non ricevere, è un condividere la tua anima. Però quest’argomentazione è sprecata con te, come se tentassi di insegnare l’algebra ad un pollo. – Oh, ti prego, non cercare di risparmiare i miei sentimenti ricorrendo a parole
gentili e vieni subito al dunque! – Bodasen sta assoldando dei guerrieri, mercenari che combattano nella guerra ventriana – replicò Shadak, alzandosi in piedi. – Ha noleggiato una nave che partirà fra dodici giorni. Arruolati, tieniti nascosto fino ad allora e non cercare più di rivedere Everjoda... se vuoi che lei continui a vivere. Il cacciatore si avviò verso la porta, ma fu arrestato dalla voce di Sieben. – Non hai una grande opinione di me, vero? – Ne ho una migliore di quella che tu hai di te stesso – ribatté Shadak, voltandosi. – Sono troppo stanco per gli indovinelli. – Non riesci a dimenticare Gulgothir. Sieben sussultò come se fosse stato colpito e subito dopo scattò in piedi. – Questo appartiene al passato e non significa nulla per me. Hai capito? Nulla! – Se lo dici tu. Ci vediamo fra dodici giorni. La nave si chiama Figlio del Tuono e salperà dal Molo dodici. – Forse ci sarò e forse no. – Un uomo ha sempre due alternative, amico mio. – No! No! No! – ruggì Borcha. – Continui a protendere quel mento e a venire avanti con la testa. Indietreggiando dall’avversario Borcha prese un asciugamano e si deterse il sudore dal volto e dalla testa. – Cerca di capire, Druss: se ne avrà l’opportunità Grassin ti caverà un occhio... o anche tutti e due. Si avvicinerà e quando ti lancerai alla carica ti colpirà all’improvviso, usando il pollice come una daga. – Riproviamoci – suggerì Druss. – No, sei troppo irritato e questo oscura i tuoi pensieri. Vieni a sederti per un momento. – La luce comincia a svanire – obiettò Druss. – Lascia che svanisca. Mancano quattro giorni all’incontro... quattro giorni, Druss, e in questo tempo dovrai imparare a controllare la tua ira. Vincere è la sola cosa che conta, e non importa se un avversario ti deride o si fa beffe di te o sostiene che tua madre si vendeva ai marinai. Lo capisci? Questi insulti sono soltanto altre armi nell’arsenale di un combattente e tu verrai pungolato... perché ogni lottatore sa che l’ira del suo nemico è il massimo vantaggio di cui dispone. – Posso controllarmi – scattò Druss. – Alcuni momenti fa stavi combattendo bene... l’equilibrio era buono, i pugni secchi. Poi ti ho raggiunto con un sinistro... e subito dopo con un altro. I colpi erano troppo veloci per le tue difese e questo ha cominciato a irritarti, con il risultato che la curva è ricomparsa nella traiettoria dei tuoi colpi e che hai ricominciato ad esporre il mento e la faccia. – Hai ragione – annuì Druss. – Però non mi piace questo duellare con i pugni continuando a trattenersi. Non mi appare reale.
– Non è reale, amico mio, ma prepara il tuo corpo ad un vero combattimento – spiegò Borcha, assestando una pacca sulla spalla dell’uomo più giovane. – Non disperare, perché sei quasi pronto... credo che tutto quello spalare terra ti abbia rimesso in forze. Come procedono le cose al sito? – Abbiamo finito oggi – rispose Druss. – Domani arriveranno muratori e carpentieri. – Giusto in tempo. Il sovrintendente deve esserne stato contento... dal momento che lo sono anch’io. – Perché questo dovrebbe farti piacere? – Posseggo un terzo di quella terra, il cui valore salirà di parecchio una volta che le case saranno state ultimate – ridacchiò il lottatore. – Sei stato soddisfatto del tuo premio aggiuntivo? – È stata opera tua? – chiese Druss, sospettoso. – È una pratica abituale, Druss. Il sovrintendente ha ricevuto cinquanta raq per aver finito il lavoro nel tempo previsto, e di solito al caposquadra spetta un decimo di quella somma. – Mi ha dato dieci raq... in oro. – Allora devi averlo bene impressionato. – Mi ha chiesto di rimanere per aiutarlo a sovrintendere agli scavi delle fondamenta. – E tu hai rifiutato? – Sì. C’è una nave diretta a Ventria. Gli ho detto che il mio assistente Togrin avrebbe potuto occupare il mio posto, e lui ha acconsentito. Borcha rimase in silenzio per un momento. Sapeva dello scontro che Druss aveva avuto con Togrin il primo giorno e di come avesse poi accolto di nuovo il caposquadra sconfitto al sito di lavoro, addestrandolo e affidandogli delle responsabilità, e nel corso delle riunioni inerenti al progredire dei lavori il sovrintendente gli aveva riferito che gli uomini reagivano ottimamente sotto il comando di Druss. – È per natura un capo e li ispira con l’esempio. Per lui nessun lavoro è troppo duro o troppo insignificante. È un vero tesoro, Borcha, e ho intenzione di promuoverlo. Stiamo progettando un altro disboscamento verso nord, su un terreno difficile, e voglio nominarlo sovrintendente. – Non accetterà. – Certo che lo farà... potrebbe diventare ricco. Borcha riportò il pensiero al presente. – Sai che potresti non ritrovarla più – osservò in tono sommesso. – La troverò, Borcha... a costo di attraversare Ventria a piedi e di perquisire ogni casa – ribatté Druss, scuotendo il capo. – Tu sei un boscaiolo, Druss, quindi rispondi a questa domanda: se marcassi con un segno una singola foglia caduta in una foresta, da dove cominceresti a cercarla? – Ho capito cosa intendi dire... ma la mia ricerca non è così difficile. So chi l’hacomprata, un mercante di nome Kabuchek. È un uomo ricco e importante, quindi
riuscirò a trovarlo. – Protendendo una mano dietro il sedile, Druss tirò fuori Snaga. – Questa era l’ascia di mio nonno – proseguì. – Lui era un uomo malvagio, a quanto dicono, ma quando era giovane un grande esercito è sceso dal nord, guidato da un re gothir di nome Pasia. Tutti sono caduti in preda al panico: come potevano i Drenai opporsi ad un simile esercito? Le città si sono svuotate, la gente ha ammucchiato le sue cose su carri, carretti, carrozze, cavalli e pony. Bardan... mio nonno... ha però guidato un piccolo contingente nel cuore delle montagne e fino a dove era accampato il nemico. Lui e venti uomini sono entrati nel campo, hanno trovato la tenda del re e lo hanno ucciso durante la notte. Il mattino dopo i guerrieri di Pasia hanno trovato la testa del re infilata in cima ad una lancia, e sono tornati a casa. – Una storia interessante che già conoscevo, ma cosa credi che dobbiamo apprendere da essa? – domandò Borcha. – Che non c’è nulla che un uomo non possa realizzare se ha la volontà, il coraggio e la forza per tentare – rispose Druss. Borcha si alzò in piedi e stiracchiò i muscoli massicci delle spalle e della schiena. – Allora vediamo se è vero – commentò con un sorriso. – Vediamo se hai la volontà, la forza e il coraggio di tenere il mento riparato. Druss ridacchiò e posò l’ascia accanto al sedile, alzandosi a sua volta. – Mi piaci, Borcha. Nel nome del Caos, come hai mai fatto a finire per servire agli ordini di un uomo come Collan? – Aveva un lato buono, Druss. – Lo aveva? – Sì, pagava bene – replicò Borcha, e mentre ancora stava parlando la sua mano saettò in fuori per andare a colpire con il palmo aperto la guancia di Druss. L’uomo più giovane emise un ringhio e balzò in avanti, ma Borcha si spostò sulla sinistra e il suo pugno sfiorò la guancia di Druss. – Il mento, razza di idiota! Tienilo riparato! – tuonò. – Speravo di trovare uomini di qualità migliore – osservò Bodasen, mentre scandagliava con lo sguardo la folla radunata sul Campo delle Celebrazioni. – Non lasciarti fuorviare dal loro aspetto – ridacchiò Borcha. – Alcuni di questi uomini sono di qualità, ma in realtà tutto dipende da cosa stai cercando. Bodasen continuò a fissare con aria incupita quella marmaglia... in parte vestita di stracci e per lo più sporca. Finora si erano raccolti oltre duecento uomini e una rapida occhiata verso le porte gli indicò che lungo la strada ne stavano arrivando altri. – Credo di avere criteri diversi in merito a ciò che costituisce la qualità – dichiarò, sempre più tetro. – Guarda laggiù – suggerì Borcha, indicando un uomo seduto su una staccionata. – Quello è Eskodas l’Arciere, ed è capace di colpire da cinquanta passidi distanza un bersaglio non più grande della tua unghia. È un uomo con cui
attraversare le montagne, per usare un detto della mia terra. E laggiù c’è lo spadaccino Kelva... senza paura e di grande abilità. Uccidere gli viene naturale. – Ma sono uomini che comprendono il concetto di onore? – Hai ascoltato troppe storie di gloria e di eroismo, amico mio – scoppiò a ridere Borcha. – Gli uomini che vedi sono dei combattenti, ed esercitano tale mestiere per denaro. – Sono intrappolato in questa... in questa vergogna che passa per una città – sospirò Bodasen. – Il mio imperatore è assediato da tutte le parti da un terribile nemico ed io non posso neppure raggiungerlo perché nessuna nave è disposta a salpare a meno di avere a bordo guerrieri veterani, che dovrò scegliere fra la feccia di Mashrapur. Avevo sperato in qualcosa di meglio. – Scegli saggiamente e potrebbero sorprenderti – consiglio Borcha. – Vediamo prima gli arcieri – assentì infine Bodasen. Per oltre un’ora rimase a guardare gli arcieri lanciare le loro frecce contro bersagli imbottiti di paglia e alla fine scelse cinque uomini, fra cui il giovane Eskodas, elargendo a ciascuno un raq d’oro e impartendo l’ordine di presentarsi , a rapporto sul Figlio del Tuono all’alba del giorno della partenza. Giudicare gli spadaccini risultò più difficile. In un primo tempo Bodasen provò a farli duellare fra loro, ma i guerrieri si lanciarono in quella dimostrazione con una tale insensata ferocia che ben presto parecchi di essi furono a terra con ferite di vario tipo, uno addirittura con la clavicola fratturata. Bodasen ordinò allora che i duelli venissero sospesi e con l’aiuto di Borcha scelse dieci uomini, pagando cinque monete d’argento a testa a quanti erano rimasti feriti. Le ore continuarono a scorrere, ed entro mezzogiorno il Ventriano si trovò ad avere già selezionato trenta dei cinquanta uomini necessari per difendere il Figlio del Tuono. Congedati gli altri aspiranti mercenari lasciò a grandi passi il campo accompagnato da Borcha. – Intendi lasciare un posto libero per Druss? – domandò questi. – No. Ci sarà posto soltanto per gli uomini disposti a combattere per Ventria. La sua è una ricerca personale. – Secondo Shadak è il guerriero migliore che ci sia in città. – Non sono particolarmente bendisposto nei confronti di Shadak. Se non fosse stato per lui adesso i pirati combatterebbero per la causa di Ventria. – Santo Cielo! – sbuffò Borcha. – Come puoi crederlo? Collan si sarebbe limitato a prendere i tuoi soldi senza darti nulla in cambio. – Mi aveva dato la sua parola – protestò Bodasen. – Come avete mai fatto voi Ventriani a creare un impero? – domandò Borcha, sarcastico. – Collan era un bugiardo, un ladro e un razziatore. Perché avresti dovuto credergli? Non ti aveva forse detto anche di essere intenzionato a restituire a Druss sua moglie? Non ti ha mentito al fine di indurti ad attirarlo nella sua trappola? Con che razza di uomo credevi di avere a che fare? – Con un nobile – scattò Bodasen. – Evidentemente mi sbagliavo. – Proprio così. Hai appena pagato un raq d’oro ad Eskodas, figlio di un allevatore di capre e di una prostituta di Lentria; dopo che suo padre è stato
impiccato per aver rubato due cavalli, sua madre lo ha abbandonato ed è stato allevato in un orfanotrofio da due preti della Fonte. – Hai un motivo per infliggermi questa sordida storia? – domandò il Ventriano. – Sì, ce l’ho. Eskodas combatterà per te fino alla morte e non scapperà. Chiedigli un parere e avrai una risposta onesta, consegnagli un sacchetto di diamanti da recapitare a qualcuno che si trovi a mille leghe di distanza e lui lo farà... senza mai prendere in considerazione neppure per un momento l’eventualità di rubare una sola gemma. – Spero proprio che sia così – osservò Bodasen. – Non mi aspetterei di meno da qualsiasi servitore ventriano al mio impiego. Perché fai apparire l’onestà come una virtù così trascendentale? – Ho conosciuto delle rocce che avevano più buon senso di te – ribatté Borcha, lottando per mantenere il controllo. – Ah, le usanze di voi barbari sono sconcertanti – ridacchiò Bodasen. Però hai ragione per quanto riguarda Druss... sono stato complice involontario dell’evento che gli ha causato le sue terribili ferite, quindi gli permetterò di partire a bordo del Figlio del Tuono. Ora vediamo di trovare un posto dove servano un pasto decente e un vino passabile. Shadak, Sieben e Borcha erano fermi sul molo accanto a Druss, e intorno a loro gli scaricatori stavano andando e venendo lungo la passerella per portare le ultime scorte di viveri a bordo del Figlio del Tuono; adesso la nave era carica di mercenari che ne affollavano i ponti e se ne stavano appoggiati alla murata, intenti a salutare le donne affollate sul molo. Per lo più si trattava di prostitute, ma qua e là c’erano anche mogli in pianto e bambini piccoli. – Ti auguro un viaggio tranquillo, ragazzo – salutò Shadak, stringendo la mano a Druss. – E spero che la Fonte ti conduca da Rowena. – Lo farà – garantì il giovane guerriero. Aveva gli occhi gonfi, con le palpebre illividite... tinte di un misto di giallo opaco e di porpora... e sotto l’occhio sinistro spiccava un gonfiore là dove la pelle lacerata era stata ricucita alla meglio. – È stato un buon combattimento – sorrise ancora Shadak. – Grassin lo ricorderà a lungo. – E anch’io – grugnì Druss. Shadak annuì e il suo sorriso svanì. – Sei un uomo raro, Druss. Cerca di non cambiare, e rammenta il codice. – Lo rammenterò – promise Druss. I due si strinsero la mano, poi Shadak si allontanò con passo tranquillo. – Quale codice? – domandò allora Sieben. Druss indugiò per un momento a osservare il cacciatore vestito di nero che stava scomparendo fra la folla. – Una volta – spiegò quindi, – lui mi ha detto che tutti i veri guerrieri vivono secondo un codice: non violare mai una donna, non fare del male a un bambino,
non mentire, imbrogliare o rubare, perché queste cose sono per uomini da poco. Proteggi i deboli quando il male è forte e non permettere mai a pensieri di guadagno di spingerti a perseguire il male. – Sono certo che è tutto molto vero – commentò Sieben, con una secca risata beffarda. – Ah, bene, Druss, sento il richiamo dei piaceri e delle taverne, e con il denaro che ho vinto scommettendo su di te potrò vivere da signore per parecchi mesi. Quindi protese la mano snella e Druss la strinse. – Spendi saggiamente il tuo denaro – consigliò. – Lo farò... in donne, vino e gioco d’azzardo – rise il poeta, allontanandosi. Druss si volse allora verso Borcha. – Ti ringrazio per l’addestramento che mi hai dato e per la tua gentilezza. – E stato un tempo ben investito ed è stato gratificante vedere Grassin umiliato... però per poco non ti ha strappato un occhio. Credo che non imparerai mai a tenere il mento protetto. – Ehi, Druss, vuoi deciderti a venire a bordo? – gridò Bodasen, dal ponte, e Druss agitò una mano in risposta. – Sto venendo – rispose, poi lui e Borcha si scambiarono la stretta di mano dei guerrieri, polso contro polso. – Spero che ci incontreremo ancora – aggiunse Druss. – Chi può dire cosa decreterà il fato? Druss si caricò in spalla l’ascia e si avviò verso la passerella. – Ora mi vuoi dire perché mi hai aiutato? – domandò d’un tratto. – Mi hai spaventato, Druss – ammise Borcha, scrollando le spalle, – e volevo vedere quanto potevi essere effettivamente abile. Adesso lo so. Potresti essere il migliore, e questo rende ciò che hai fatto ancora più apprezzabile. Dimmi, come ci si sente ad abbandonare la competizione da campione? – Fa male – ridacchiò Druss, massaggiandosi la mascella gonfia. – Muoviti, faccia di cane! – gridò un guerriero, sporgendosi dalla murata. Druss sollevò lo sguardo verso di lui, poi tornò a girarsi verso Borcha. – Buona fortuna, amico mio – salutò, e si avviò a grandi passi su per la passerella. Le corde di ormeggio vennero sciolte e il Figlio del Tuono si allontanò lentamente dal molo. I guerrieri stavano oziando sul ponte oppure erano appoggiati alla murata per salutare amici e persone care. Druss si trovò uno spazio vicino alla murata di babordo e adagiò l’ascia sul ponte accanto a sé. In piedi vicino al nostromo che stava pilotando la nave, Bodasen gli rivolse un cenno e un sorriso. Druss si appoggiò all’indietro sentendosi stranamente in ace con se stesso: i mesi trascorsi intrappolato a Mashrapur erano stati per lui duri da sopportare, ma adesso aveva davanti agli occhi l’immagine di Rowena. – Sto venendo da te – sussurrò. Sieben si allontanò a passo lento dal molo e si avviò attraverso il labirinto di
vicoli che portavano al parco, ignorando le prostitute che lo avvicinavano ad ogni passo perché era immerso in una molteplicità di pensieri. In lui c era tristezza per la partenza di Druss, perché aveva imparato ad apprezzare quel giovane guerriero che non aveva aspetti nascosti, astuzie o inganni: per quanto ridesse della sua rigida moralità segretamente ammirava la forza d’animo che la generava. Druss era perfino andato a cercare Calvar Syn per saldare il suo debito e Sieben, che lo aveva accompagnato, avrebbe ricordato a lungo la sorpresa che si era dipinta sul volto del giovane dottore. Ma andare fino a Ventria? Sieben non aveva nessun desiderio di visitare quella terra devastata dalla guerra. Pensò quindi ad Everjoda e fu assalito dal rimpianto. Gli sarebbe piaciuto poterla rivedere almeno una volta, sentire quelle cosce snelle che gli serravano i fianchi, ma Shadak aveva ragione: era troppo pericoloso per entrambi. Sieben svoltò a sinistra e cominciò a salire i Cento Gradini che conducevano alle porte del parco. Shadak si era sbagliato riguardo a Gulgothir. Certo, lui ricordava ancora le strade piene di sporcizia e i mendicanti monchi e le grida dei diseredati, ma ricordava tutto senza amarezza. Era forse stata colpa sua se suo padre aveva scelto di fare la figura dello stolto con la duchessa? Una fiamma d’ira si accese fugacemente dentro di lui. Stupido idiota, pensò. Stupido, stupido uomo! Lei lo aveva spogliato dapprima delle sue ricchezze, poi della sua dignità e infine della sua virilità. Era nota come la Regina Vampiro e quella era una descrizione valida, tranne per il fatto che non beveva sangue. No, prosciugava ogni grammo di forza vitale presente in un uomo, lo inaridiva e nel farlo lo induceva addirittura a ringraziarla della sua sorte, a implorarla perché continuasse. Il padre di Sieben era stato accantonato... quando ormai era ridotto ad un guscio inutile, ad un involucro vuoto. Mentre Sieben e sua madre morivano quasi di fame suo padre era rimasto seduto come un mendicante davanti alla casa della duchessa. Aveva resistito là per un mese, e alla fine si era tagliato la gola con una lama arrugginita. Stupido, stupido uomo! Io però non sono stupido, pensò Sieben, nel salire i gradini. Io non sono come mio padre. Nel sollevare lo sguardo scorse due individui che stavano scendendo la scalinata diretti verso di lui; entrambi portavano un lungo mantello strettamente avvolto intorno al corpo e questo particolare indusse Sieben a rallentare il passo. Era una mattinata calda, quindi perché quei due erano vestiti così? Sentendo un rumore si girò e vide un terzo uomo che stava salendo dietro di lui e che indossava a sua volta un lungo mantello. La paura gli divampò improvvisa nel cuore e lo indusse a girarsi di scatto per scendere in direzione dell’uomo solo. Quando gli arrivò vicino il mantello venne spinto all’indietro a rivelare un lungo coltello levato a colpire: subito Sieben spiccò un balzo a piedi in avanti, raggiungendo l’assalitore al mento con lo stivale destro e facendolo rotolare giù per i gradini, poi atterrò pesantemente e si rialzò in un
attimo, cominciando a correre e scendendo i gradini a tre per volta. Alle sue spalle poté sentire che anche gli altri due uomini si erano messi a correre. Arrivato in fondo alla scala proseguì la corsa attraverso i vicoli, ma in quel momento si udì lo squillo di un corno da caccia e un alto guerriero balzò a bloccargli il passo, stringendo in pugno una spada. Senza rallentare la corsa Sieben si girò in modo da investirlo con una spallata e da spingerlo da un lato, quindi continuò la fuga zigzagando a destra e a sinistra in maniera tale da evitare un coltello che fendette l’aria accanto alla sua testa e andò a colpire rumorosamente un muro. Accelerando il passo, attraversò a precipizio una piccola piazza per addentrarsi in una strada laterale e finalmente scorse davanti a sé i moli. Quella zona era più affollata e lui si fece strada a spintoni, causando parecchie proteste maschili e gettando a terra una giovane donna. Guardandosi alle spalle vide che gli inseguitori erano adesso almeno una mezza dozzina. Prossimo al panico sbucò sul molo, e imprecò nel veder emergere contemporaneamente da un vicolo alla sua sinistra un gruppo di uomini che erano tutti armati. Il Figlio del Tuono stava ormai staccando gli ormeggi quando Sieben sopraggiunse di corsa lungo il molo e spiccò il salto attraverso l’aria, protendendosi per afferrarsi ad una corda che ancora pendeva dalla murata. Le sue dita si serrarono intorno ad essa e il suo corpo andò a sbattere con violenza contro lo scafo della nave: per poco l’impatto non gli fece perdere la presa, ma riuscì a tenersi aggrappato alla fune mentre un coltello si andava a piantare nel legno accanto alla sua testa. La paura gli fece trovare rinnovato vigore e cominciò lentamente ad arrampicarsi. Poi un volto familiare incombette sopra di lui e Druss si protese ad afferrarlo per la camicia, issandolo sul ponte. – Vedo che hai cambiato idea – commentò il guerriero, e Sieben rispose soltanto con un debole sorriso, scoccando un’occhiata in direzione del molo, sul quale era adesso raccolta almeno una dozzina di uomini armati. – Ho pensato che l’aria di mare mi avrebbe fatto bene – commentò infine. Intanto il capitano, un uomo barbuto sulla cinquantina, si fece largo fino a loro. – Posso portare soltanto cinquanta uomini... quello è il limite – avvertì. – Lui non pesa molto – ribatté Druss, di buon umore. In quel momento venne però avanti un altro uomo, alto e largo di spalle, armato con una corazza ammaccata, due spade corte e un balteo su cui spiccavano quattro coltelli. – Prima ci fai aspettare, faccia di cane, e adesso porti a bordo il tuo amichetto. Ebbene, Kelva lo Spadaccino non intende viaggiare con uno come te. – Allora non lo fare! La mano sinistra di Druss scattò in fuori e le sue dita si serrarono intorno alla gola dell’uomo, mentre la mano destra calava violenta sul suo inguine. Con uno sforzo possente Druss sollevò quindi in aria il guerriero che si dibatteva e lo
scagliò oltre la murata. Kelva colpì la superficie con un grande tonfo e tornò a galla dibattendosi a causa del peso dell’armatura. La nave continuò ad allontanarsi dalla riva e Druss si girò verso il capitano. – Adesso siamo di nuovo cinquanta – commentò con un sorriso. – Non posso ribattere su questo – convenne il capitano, poi si girò e gridò un ordine ai marinai che si trovavano fra il sartiame: – Spiegate la vela di maestra! Avvicinandosi alla murata, Sieben vide alcune persone che si trovavano sul molo affrettarsi a gettare una corda al guerriero finito in acqua. – Potrebbe avere degli amici a bordo – osservò. – Se vogliono unirsi a lui sono i benvenuti – rispose Druss.
CAPITOLO TERZO Ogni mattina Eskodas usciva a passeggiare sul ponte, procedendo dalla murata di babordo fino alla prua per poi tornare indietro lungo la murata di tribordo, salendo i sei gradini che portavano al ponte del timone posto a poppa, dove era possibile trovare il capitano o il nostromo fermi accanto al timone. L’arciere aveva paura del mare e guardava con evidente terrore le onde in continuo movimento, avvertendone lo spaventoso potere che sollevava la nave come se fosse stata un pezzo di legno alla deriva. Per distrarsi ripensò al primo mattino di viaggio, quando era salito sul ponte del timone e si era avvicinato al capitano, Milus Bar. – I passeggeri non sono ammessi qui – ammonì il capitano, in tono severo. – Ho una domanda da farti, signore – rispose Eskodas, con assoluta cortesia. – Riguardo a cosa? – ribatté Milus Bar, passando il cappio di una fune intorno al braccio del timone per bloccarlo nella posizione voluta. – Della barca. – È una nave – precisò Milus, secco. – Sì, una nave. Ti prego di scusarmi, ma non mi intendo di termini nautici. – È solida – disse Milus. – Cento metri di legno stagionato senza fessure di cui valga la pena di parlare. La mia nave può superare qualsiasi tempesta scatenata dagli dèi, è snella ed è veloce. Che altro hai bisogno di sapere? – Parli di questa... nave... come di una donna. – È migliore di qualsiasi donna io abbia mai conosciuto – sorrise Milus. – Non mi è mai venuta meno. – Eppure sembra così piccola di fronte alla vastità dell’oceano – osservò Eskodas. – Noi siamo tutti piccoli a confronto dell’oceano, ragazzo, ma in questo periodo dell’anno ci sono poche tempeste. Il vero pericolo è costituito dai pirati, il che spiega il perché della vostra presenza a bordo – dichiarò il capitano, socchiudendo gli occhi grigi sotto le folte sopracciglia e scrutando con attenzione il giovane arciere. – Se non ti secca sentirtelo dire, ragazzo, mi sembri un po’ fuori posto in mezzo a questi assassini e a questi furfanti. – Non mi secca che tu lo dica, signore – ribatté Eskodas, – ma loro potrebbero seccarsi di sentirlo. Ti ringrazio per la tua cortesia e per il tempo che mi hai dedicato. L’arciere scese quindi sul ponte principale, dove c’erano ovunque uomini in ozio, alcuni intenti a giocare a dadi, altri a parlare; vicino alla murata di babordo parecchi mercenari erano impegnati in un torneo di braccio di ferro, ma Eskodas li ignoro e proseguì verso la prua. Il sole scintillava nel cielo e la brezza era abbastanza tesa; in alto i gabbiani volavano in cerchio sulla nave e verso nord si riusciva vagamente a individuare la
costa di Lentria, che da quella distanza appariva caliginosa e irreale, un luogo di fantasmi e di leggende. A prua Eskodas trovò seduti due uomini, uno dei quali era il giovane snello che era salito a bordo in maniera tanto spettacolare... un individuo biondo e avvenente, con i capelli lunghi trattenuti da una fascia d’argento e vestito con abiti costosi costituiti da una camicia di seta azzurro chiaro e da pantaloni blu scuro di ottima lana cuciti con morbido cuoio. L’altro uomo, di corporatura enorme, era quello che aveva sollevato Kelva come se non avesse pesato più di una cinquantina di grammi e lo aveva scagliato in mare come avrebbe fatto con una lancia. Avvicinandosi, Eskodas si accorse che il gigante era più giovane di quanto avesse inizialmente pensato, ma che appariva più maturo in virtù della barba scura che cominciava a ombrargli il volto; nell’incontrare il suo sguardo si trovò a fronteggiare un paio di occhi azzurri freddi, duri come la selce e distaccati. – Buon giorno – salutò l’arciere, inchinandosi. Il gigante rispose con un grugnito indefinito, ma il damerino biondo si alzò e protese la mano. – Salve a te. Io mi chiamo Sieben, e questo è Druss. – Ah, sì. Ha sconfitto Grassin al torneo... mi pare che gli abbia rotto la mascella. – In diversi punti – precisò Sieben. – Io mi chiamo Eskodas – si presentò l’arciere, sedendo su un rotolo di corda e appoggiandosi all’indietro contro una balla di merci avvolta in un telo. Chiudendo gli occhi assaporò il calore del sole sul volto; accanto a lui il silenzio si protrasse per parecchi momenti, poi gli altri due uomini ripresero la loro conversazione. Eskodas non ascoltò troppo attentamente... a quanto pareva si trattava di qualcosa che riguardava una donna e alcuni sicari. Si trovò a pensare al viaggio che lo attendeva. Non aveva mai visto Ventria, che secondo i libri di storia era una favolosa terra piena di ricchezze, di draghi, di centauri e di bestie selvagge. Lui era portato a diffidare delle dicerie relative ai draghi, perché aveva viaggiato molto e in ogni regione si era imbattuto in storie su di essi senza però averne mai visto uno. Nel Chiatze c’era un museo nel quale erano state esposte le ossa ricomposte di un drago: lo scheletro era colossale, ma non aveva ali e il collo era lungo almeno due metri... una gola del genere non avrebbe certo potuto emettere getti di fiamma. Che ci fossero o meno i draghi, lui era comunque contento di poter finalmente vedere Ventria. – Non parli molto, vero? – commentò poi Sieben. – Quando avrò qualcosa da dire lo farò – replicò Eskodas, aprendo gli occhi. – Non ne avrai mai la possibilità perché Sieben parla a sufficienza per dieci uomini – grugnì Druss. – Sei il maestro di saghe – osservò Eskodas, con un cortese sorriso. – Sì. È davvero gratificante essere riconosciuto. – Ti ho visto a Corteswain, dove ti sei esibito con il Canto di Karnak. Era molto bello e mi è piaciuta in particolare la storia di Dros Purdol e dell’assedio, anche se ho apprezzato meno l’arrivo degli dèi della guerra e della misteriosa
principessa che aveva il potere di scagliare fulmini. – Una licenza drammatica – precisò Sieben, con un sorriso pieno di tensione. – Il coraggio degli uomini non ha bisogno di licenze del genere – proseguì Eskodas. – Si sminuisce l’eroismo dei difensori suggerendo che abbiano ricevuto un aiuto divino. – Quella non era una lezione di storia – sottolineò Sieben, mentre il suo sorriso scompariva. – Era un poema... un canto. L’arrivo degli dèi era soltanto un espediente artistico per sottolineare che a volte il coraggio degli uomini può portare fortuna. – Hmmm – commentò soltanto Eskodas, tornando a chiudere gli occhi e appoggiandosi di nuovo all’indietro. – Questo cosa significa? – domandò Sieben. – Non sei d’accordo? – Non desidero provocare una discussione, signor poeta – sospirò Eskodas, – ma credo che quello sia stato un ben misero espediente. Tu però sostieni di averlo inserito per fornire un effetto drammatico, quindi è inutile continuare a discutere perché non ho nessun desiderio di accentuare la tua irritazione. – Non sono irritato, dannazione a te! – tempestò Sieben. – Non è molto amante delle critiche – avvertì Druss. – Proprio divertente – scattò Sieben, – considerato che a parlare è un uomo che getta fuoribordo i compagni di viaggio alla prima parola ostile da parte loro. Dunque, perché era un misero espediente? – Io ho partecipato a molti assedi – replicò Eskodas, protendendosi in avanti, – e so che il momento di massimo coraggio giunge alla fine, quando tutto sembra perduto: è allora che gli uomini cedono e fuggono, oppure implorano di avere salva la vita. Tu hai fatto arrivare gli dèi appena prima di quel momento, offrendo l’assistenza divina per mettere in fuga i Vagriani, e così facendo hai distrutto il vero apogeo della vicenda, perché non appena sono apparsi gli dèi gli uomini hanno avuto la certezza della vittoria. – Eliminandoli avrei perso alcuni dei miei versi migliori, soprattutto quelli della conclusione, quando i guerrieri si chiedono se rivedranno mai gli dèi. – Sì, lo ricordo... i soprannaturali versi, i magici incantesimi, il dolce rintoccare di elfiche campane. Ti riferisci a quelle strofe. – Esattamente. – Io però preferisco la forza e il realismo dei pezzi precedenti: Ma giunse il giorno in cui la gioventù fu logorata, e serrature che un tempo si credean d’acciaio e fuoco, si dimostrarono effimere e irreali insieme degli anni dinnanzi alla strage. Quanto errano i giovani a credere ai segreti o ai boschi incantati. Conclusi i versi, Eskodas scivolò nel silenzio. – Conosci tutte le mie opere? – domandò Sieben, manifestamente stupito.
– Dopo la tua esibizione a Corteswain ho cercato tutti i tuoi libri di poesie – spiegò Eskodas, con un sorriso. – Credo che siano cinque, e ne ho conservati due... le tue prime composizioni. – Sono senza parole. – Allora è una giornata da ricordare – commentò Druss. – Oh, taci. Finalmente abbiamo incontrato un uomo dotato di discernimento su questa nave piena di furfanti, e forse il viaggio non sarà poi così spaventoso. Dimmi, Eskodas, cosa ti ha indotto ad arruolarti per andare a Ventria? – Mi piace uccidere la gente – replicò Eskodas. Druss scoppiò in una tonante risata. Durante i primi giorni di viaggio la novità derivante dal fatto di trovarsi sul mare fu sufficiente a distrarre la maggior parte dei mercenari, che passarono le ore diurne seduti sul ponte a giocare a dadi o a raccontarsi storie, e di notte dormirono sotto un telo che era stato steso fra la murata di babordo e quella di tribordo. Druss era affascinato dal mare e dal suo orizzonte all’apparenza infinito. Quando era all’ancora a Mashrapur il Figlio del Tuono era apparso un vascello colossale e indistruttibile, ma lì sul mare aperto sembrava fragile quanto un fiore trascinato dalla corrente di un torrente. Sieben si era annoiato molto in fretta del viaggio, ma non così Druss: il canto del vento, il rollare e beccheggiare della nave, i richiami dei gabbiani sopra la velatura... tutte queste cose avevano il potere di incendiargli il sangue. Una mattina si arrampicò sul sartiame fino a raggiungere il gigantesco incrocio che tratteneva la vela di maestra, e scoprì che anche sedendo a cavalcioni su di esso non era ancora in grado di scorgere la terraferma... tutt’intorno si stendeva soltanto l’infinito azzurro del mare. Un marinaio si diresse verso di lui camminando a piedi nudi sulla trave orizzontale che sosteneva la vela, senza tenersi aggrappato a nessun appiglio, e gli si venne a fermare accanto in equilibrio precario e con le braccia piantate sui fianchi, abbassando lo sguardo a fissarlo. – Nessun passeggero dovrebbe salire quassù – osservò. – Come puoi startene lì in piedi come se fossi su un’ampia strada? – sorrise Druss. – Un soffio di vento potrebbe trascinarti via. – Così? – ribatté il giovane marinaio, muovendo un passo nel vuoto, poi si contorse a mezz’aria e serrò le mani intorno ad una delle funi che trattenevano la vela. Per unmomento rimase sospeso nel nulla, poi si tornò ad issare agilmente accanto al guerriero. – Sei molto abile – si complimentò Druss, e in quel momento il suo sguardo colse un bagliore fra l’azzurro e l’argento nelle acque sottostanti. Anche il marinaio lo vide, e ridacchiò. – Gli dèi del mare – spiegò al passeggero. – I delfini. Se sono dell’umore giusto dovresti vedere qualcosa di meraviglioso. Una forma scintillante si levò dall’acqua ed eseguì un volteggio nell’aria prima di tornare a tuffarsi senza quasi smuovere la superficie, e Druss si affrettò a
ridiscendere sul ponte perché era deciso a vedere più da vicino quegli animali snelli e aggraziati che si stavano esibendo vicino alla nave. Acute grida di saluto echeggiarono intanto per tutta l’imbarcazione mentre le creature galleggiavano con la testa al di sopra del pelo dell’acqua. All’improvviso una freccia parti dalla nave e si andò a piantare nel corpo di uno dei delfini che fluttuavano intorno al vascello. In un istante delle creature non rimase più traccia. In preda ad un umore improvvisamente cupo e aggressivo, i presenti cominciarono a inveire contro l’arciere e anche Druss gli scoccò un’occhiata rovente. – Era soltanto un pesce! – si difese l’uomo che aveva tirato la freccia. Milus Bar si fece largo a spintoni fra la folla. – Razza di stolto! – gridò, grigiastro in volto sotto l’abbronzatura. Quelli sono gli dèi del mare e vengono da noi per ricevere omaggio. A volte ci fanno da guida attraverso tratti di acque infide. Perché hai tirato quella freccia? – Era un buon bersaglio – replicò l’uomo. – Perché non avrei dovuto tirare? La scelta era mia. – Sì, ragazzo, lo era – ribatté Milus Bar, – ma se adesso la nostra sorte dovesse volgere al peggio sarà mia scelta strapparti le interiora e darle in pasto agli squali. Poi il massiccio capitano tornò a grandi passi al timone; sul ponte principale il buon umore di poco prima si era intanto dissipato e gli uomini si dispersero alla spicciolata per riprendere le precedenti occupazioni, ma con poco entusiasmo. – Per gli dèi, erano meravigliosi – commentò Sieben, raggiungendo Druss. – Secondo la leggenda il carro di Asta è trainato da sei delfini bianchi. – Chi avrebbe mai pensato che qualcuno potesse prendere in considerazione l’idea di uccidere una di quelle creature? – sospirò Druss. – Che tu sappia, sono buone da mangiare? – No – replicò Sieben. – Nel nord i delfini restano a volte impigliati nelle reti e affogano. Ho saputo di uomini che hanno provato a cucinare la loro carne, e mi hanno detto che ha un sapore orribile e che è impossibile digerirla. – Allora è stato un atto ancora peggiore – dichiarò Druss. – Non è stato diverso da qualsiasi altro tipo di caccia sportiva, Druss. Un cervo non e forse bello quanto un delfino? – Ma puoi mangiare un cervo, che ha una carne eccellente. – La maggior parte della gente non caccia però per mangiare, giusto? Non i nobili, che cacciano per piacere. Loro amano la caccia, il terrore della preda e il momento finale in cui viene abbattuta. Non biasimare quell’uomo soltanto per la sua stupidità, perché come noi tutti anche lui è il prodotto di un mondo crudele. – Non è un soggetto molto gradevole, vero? – interloquì Eskodas, venendo a raggiungerli. – Chi? – L’uomo che ha colpito il pesce. – Ne stavamo giusto parlando. – Non credevo che vi intendeste dell’arte dell’uso dell’arco – commentò
Eskodas, sorpreso. – Dell’arte dell’arco? Cosa intendi dire? – Quell’arciere a incoccato e tirato in un solo movimento, senza esitazione, mentre è di vitale importanza fare una pausa per prendere di mira il bersaglio. Quell’uomo è eccessivamente ansioso di uccidere. – Comunque sia – ribatté Sieben, sentendo crescere la propria irritazione, – noi stavamo discutendo della moralità della caccia. – L’uomo è un assassino per natura – affermò Eskodas, in tono affabile, – è un cacciatore istintivo. Come quella creatura laggiù! – Girandosi, Sieben e Druss videro una pinna di un bianco argenteo fendere la superficie dell’acqua. – Quello è uno squalo. Ha fiutato l’odore del sangue del delfino ferito e adesso gli darà la caccia, seguendo la pista con la stessa abilità di un esploratore sathuli. – Una grossa bestia – osservò Druss, appoggiandosi alla murata per vedere meglio la sagoma scintillante che passava loro accanto. – Ce ne sono anche di più grandi – replicò Eskodas. – Una volta mi trovavo a bordo di una nave che è affondata a causa di una tempesta al largo della costa lentriana. Quaranta di noi sono sopravvissuti al naufragio e si sono diretti a nuoto verso la spiaggia. Poi sono sopraggiunti gli squali. Siamo arrivati a riva appena intre.... e uno di noi aveva avuto la gamba destra tranciata di netto. È morto tre giorni più tardi. – Una tempesta, hai detto? – domandò Druss. – Sì. – Come quella? – chiese ancora Druss, indicando verso est, dove si stavano accumulando massicce nubi nere; un attimo dopo un lampo accecante solcò il cielo, seguito da un tremendo rombo di tuono. – Sì, come quella. Speriamo che non venga nella nostra direzione. Entro pochi minuti il cielo s’incupì e il mare si fece ribollente. Il Figlio del Tuono si trovò a cavalcare la cresta di onde gigantesche per poi scivolare in avvallamenti d’acqua sempre più profondi, e intanto cominciò a cadere una pioggia sempre più fitta, aghi ghiacciati che scendevano dal cielo come frecce. Accoccolato vicino alla murata di poppa, Sieben lanciò un’occhiata verso il punto in cui era raggomitolato l’infelice arciere che aveva ferito il delfino, e che adesso era evitato da tutti e si stava tenendo aggrappato ad una fune. Un altro lampo solcò il cielo sopra la nave. – Direi che la nostra fortuna è cambiata – osservò Sieben. Né Druss né Eskodas poterono però sentirlo al di sopra del fragore del vento. Eskodas agganciò un braccio intorno alla murata di babordo e cercò di tenersi stretto ad essa nonostante l’infuriare della tempesta. Una grande ondata si riversò oltre il fianco della nave e strappò parecchi uomini ai loro appigli su corde e balle di merci, scagliandoli attraverso il ponte e mandandoli a sbattere contro la sempre più inclinata murata di tribordo: un palo di sostegno si spezzò con uno schiocco ma nessuno ne sentì il rumore perché venne soffocato dal minaccioso rombo di tuono che giungeva dal cielo ora nero come la notte. Il Figlio del Tuono cavalcò la cresta di un’enorme onda e scivolò giù per una vallata di acqua ribollente mentre un
marinaio munito di un rotolo di corda si lanciava di corsa attraverso il ponte nel tentativo di raggiungere i guerrieri vicini alla murata di tribordo. Una seconda ondata si abbatté su di lui e lo gettò contro gli uomini che si dibattevano con un impatto che fece cedere la murata: nello spazio di un battito del cuore una ventina di persone furono spazzate via dal ponte. Al tempo stesso la nave s’impennò come un cavallo spaventato ed Eskodas sentì allentarsi la propria presa intorno ad uno dei pali della murata di babordo. Cercò di modificare l’appiglio ma la nave ebbe un altro sobbalzo e lui si trovò ad essere strappato dalla sua posizione di relativa sicurezza per scivolare a testa in avanti verso l’apertura ora presente nella murata di tribordo. Una mano enorme gli si chiuse intorno alla caviglia e lo trascinò indietro, poi Druss ili sorrise e gli porse un pezzo di corda che Eskodas si passo in fretta intorno alla vita, fissandone l’altra estremità all’albero di maestra. Quando ebbe finito lanciò un’occhiata a Druss e scoprì che il massiccio guerriero stava godendo della tempesta. Ora al sicuro, Eskodas lasciò vagare lo sguardo sul ponte: il poeta era aggrappato ad un pezzo della murata di tribordo che sembrava tutt’altro che sicuro e sul ponte del timone era possibile vedere Milus Bar impegnato a lottare con la barra nel tentativo di tenere la nave davanti alla tempesta. Un’altra onda massiccia si riversò sul vascello, la murata di tribordo cedette ulteriormente e Sieben scivolò fuori dal ponte: subito Druss sciolse la propria corda e si alzò in piedi. Eskodas gli gridò di non farlo, ma il guerriero non lo sentì oppure scelse di ignorarlo e spiccò la corsa attraverso il ponte sussultante, perdendo l’equilibrio e rialzandosi per poi continuare a correre fino a raggiungere la murata infranta. Gettatosi in ginocchio, si sporse fuoribordo e trascinò di nuovo Sieben sul ponte. Proprio dietro di loro l’uomo che aveva colpito il delfino si stava protendendo verso una corda con cui legarsi ad un anello di metallo inserito nel plancito, ma una nuova impennata del vascello lo fece rotolare lungo il ponte, mandandolo a sbattere con violenza contro Druss che cadde pesantemente. Continuando a tenere stretto Sieben con una mano, il giovane cercò di raggiungere l’arciere ormai condannato, ma l’uomo svanì nel mare in tempesta. Quasi all’istante il sole riapparve fra le nubi che cominciavano ad aprirsi, la pioggia rallentò d’intensità e il mare si andò placando. Druss si rialzò in piedi, con lo sguardo fisso sulla superficie dell’acqua, e alle sue spalle Eskodas sciolse la fune che lo tratteneva all’albero, sollevandosi sulle gambe incerte e andando a raggiungere Druss e Sieben. – Non navigherò mai più per mare – dichiarò il poeta, bianco in volto per lo spavento. – Mai! – Grazie, Druss – disse Eskodas, protendendo la mano. – Mi hai salvato la vita. – Dovevo farlo, ragazzo – ridacchiò il guerriero. – Su questa nave sei il solo capace di lasciare il nostro maestro di saghe senza parole. Bodasen scese dal ponte del timone e li venne a raggiungere. – È stata una mossa spericolata, amico mio – disse a Druss, – ma hai agito bene. Mi piace vedere coraggio negli uomini che mi combattono al fianco.
Poi il Ventriano si allontanò, impegnato a contare gli uomini che erano sopravvissuti, ed Eskodas rabbrividì. – Credo che abbiamo perso quasi trenta guerrieri – disse. – Ventisette – precisò Druss. Sieben raggiunse strisciando il limitare del ponte e vomitò in mare. – Correggi il conto a ventisette e mezzo – commentò Eskodas.
CAPITOLO QUARTO Il giovane imperatore scese dai bastioni e si avviò a grandi passi lungo i moli, seguito dagli ufficiali del suo staff e affiancato dal suo aiutante di campo, Nebuchad. – Li possiamo tenere a bada per mesi, signore – disse questi, socchiudendo gli occhi per difenderli dagli accecanti riflessi che la corazza d’oro dell’Imperatore emanava sotto il sole. – Le mura sono alte e spesse, e le catapulte impediranno qualsiasi tentativo di accedere dal mare alla bocca del porto. – Le mura non ci proteggeranno – obiettò Gorben, scuotendo il capo. – Qui abbiamo meno di tremila uomini mentre i Naashaniti ne hanno venti volte di più. Hai mai visto le formiche tigre attaccare uno scorpione? – Sì, signore. – Sciamano su di esso... nello stesso modo in cui il nemico sciamerà su Capalis. – Combatteremo fino alla morte – promise l’ufficiale. – Questo lo so – affermò Gorben, arrestandosi e girandosi con un’espressione ora irosa negli occhi scuri. – Ma morire non ci porterà la vittoria... non e così, Jasua? – Sì, signore. Gorben riprese il cammino lungo le strade quasi vuote, oltre le botteghe sprangate e deserte e le taverne vuote, fino ad arrivare all’ingresso della Sala dei Magistrati, un antico edificio che era divenuto il quartier generale della milizia di Capalis ora che gli Anziani avevano abbandonato la città. Entrando a grandi passi, raggiunse le proprie camere e congedò con un gesto secco i suoi ufficiali e due servitori che si erano affrettati a corrergli incontro, il primo con un boccale dorato colmo di vino e il secondo con un asciugamano inzuppato di acqua calda e profumata. Una volta solo, il giovane imperatore si liberò degli stivali e scagliò su una vicina sedia il mantello bianco. Nella camera c’era una grande finestra rivolta ad est, davanti alla quale era posta una scrivania di legno di quercia carica di mappe e dei rapporti inviati da esploratori e spie; Gorben sedette alla scrivania e indugiò a fissare la mappa più grande, una carta dell’Impero Ventriano che suo padre aveva commissionato sei anni prima. Stendendola sul piano del tavolo rimase a fissarla con manifesta ira, perché era consapevole che due terzi dell’impero erano stati già sottratti al suo controllo. Appoggiandosi allo schienale della sedia ricordò il palazzo di Nusa nel quale era nato ed era stato allevato: costruito su una collina che dominava una verde vallata e una lucente città di marmo bianco, il palazzo aveva richiesto dodici anni per essere edificato, e oltre ottomila operai avevano faticato per trascinare sul posto i blocchi di granito e di marmo, i torreggianti tronchi di quercia, di cedro e di olmo che poi erano stati lavorati dai muratori e dai carpentieri reali. Nusa.... la prima città che era caduta. – Per gli dèi dell’Inferno, padre, io ti maledico! – sibilò Gorben.
Suo padre aveva ridotto le dimensioni dell’esercito nazionale, facendo affidamento sulle ricchezze e sul potere dei suoi satrapi per proteggere i confini, ma quattro dei nove satrapi lo avevano tradito e avevano aperto la strada agli invasori naashaniti. Suo padre aveva allora radunato un esercito per affrontarli, ma le sue capacità militari erano state praticamente inesistenti. A Gorben era stato in seguito riferito che suo padre aveva combattuto con coraggio... ma del resto nessuno avrebbe osato riferire qualcosa di diverso al nuovo imperatore. Il nuovo imperatore! Gorben si alzò in piedi e si avvicinò allo specchio argentato addossato alla parete opposta. In esso vide riflessa l’immagine di un uomo giovane e attraente, con i capelli neri resi lucidi da oli profumati e con gli occhi scuri e infossati. Il suo era un volto forte... ma era il volto di un imperatore? Riuscirai a sopraffare il nemico? chiese in silenzio a se stesso, consapevole che qualsiasi parola pronunciata ad alta voce avrebbe potuto essere udita dai servitori e riferita ad altri. La corazza dorata che aveva indosso era stata usata da due imperatori guerrieri nel corso di duecento anni, e il mantello di porpora era il simbolo estremo della regalità, ma quelli erano semplici ornamenti e ciò che contava davvero era chi li indossava. Lui era abbastanza uomo per fare ciò che doveva? Contemplò con attenzione il proprio riflesso, notando le spalle ampie e la vita stretta, le gambe muscolose e le braccia possenti. Sapeva però che anche quelli erano semplici ornamenti, il mantello che rivestiva l’anima. Sei abbastanza uomo? Tormentato da quel pensiero, tornò ai propri studi e si chinò in avanti puntellando i gomiti sul tavolo, ricominciando a scrutare la mappa su cui era tracciata in carboncino la nuova linea di difesa: Capalis ad ovest, Larian ed Ectanis ad est. Gorben scagliò poi da un lato la mappa, sotto la quale ce n’era una seconda raffigurante il porto di Capalis: quattro porte, sedici torri e un solo muro che partiva dal mare, verso sud, e descriveva un semicerchio fino alle alture poste a nord. Tre chilometri di mura alte dodici metri e protette da tremila uomini, molti dei quali semplici reclute che non avevano scudo né corazza. Alzandosi in piedi Gorben si accostò alla finestra e passò sulla balconata, lasciando scorrere lo sguardo sul porto e sul mare aperto al di là di esso. – Ah, Bodasen, fratello mio, dove sei? – sussurrò. Il mare sembrava così sereno sotto l’azzurro limpido del cielo. Il giovane imperatore si lasciò cadere su un sedile imbottito e appoggio i piedi alla ringhiera della balconata per riposarsi un poco. In quella giornata calda e tranquilla sembrava inconcepibile che tanta morte e tanta distruzione si fossero abbattute in così breve tempo sull’impero. Chiudendo gli occhi ricordò il Banchetto Estivo che si era tenuto a Nusa l’anno precedente, nel corso del quale suo padre aveva festeggiato il proprio quarantaquattresimo compleanno e il diciassettesimo anniversario della sua ascesa al trono. Il banchetto si era protratto per otto giorni nel corso dei quali c’erano stati spettacoli circensi, commedie, scontri di cavalieri, esibizioni di arcieri, corse, gare di lotta e competizioni a cavallo. I nove satrapi erano stati tutti presenti e tutti avevano
sorriso e brindato all’Imperatore. Shabag, alto e snello, con gli occhi di falco e la bocca crudele... Gorben evocò la sua immagine, ricordando come fosse solito portare un paio di guanti neri anche quando il caldo era al suo massimo e come la sua tunica di seta fosse sempre abbottonata fino al collo. Poi c’era stato Berish, grasso e avido ma estremamente divertente quando raccontava le sue storielle di orge e di piccole buffe calamità. E Darishan, la Volpe del Nord, il cavalleggero, il lanciere, con i suoi lunghi capelli argentei intrecciati come quelli di una donna. E Ashac il Pavone, dallo sguardo freddo da lucertola e dalla propensione per i ragazzi giovani. Tutti costoro si erano visti offrire un posto d’onore al fianco dell’imperatore, mentre il suo figlio maggiore era stato costretto a sedere ad una delle tavole inferiori e a guardare dal basso in alto quei potenti! Shabag, Berish, Darishan e Ashac! Quei nomi e quei volti bruciavano nel cuore e nell’anima di Gorben. Nomi di traditori! Uomini che avevano giurato fedeltà a suo padre e poi avevano provocato la sua morte, causando l’invasione delle sue terre e il massacro della sua gente. Gorben riaprì gli occhi e trasse un profondo respiro. – Vi cercherò ad uno ad uno – promise, – e vi farò pagare per il vostro tradimento. Sapeva però che si trattava di una minaccia vuota quanto le sue casse del tesoro. In quel momento qualcuno bussò con riguardo alla porta esterna. – Avanti! – chiamò Gorben. – Sono arrivati gli esploratori, signore – annunciò Nebuchad, entrando e inchinandosi profondamente. – Il nemico è a meno di due giorni di marcia dalle nostre mura. – Quali notizie ci sono dall’est? – Nessuna, signore. Forse i nostri corrieri non sono riusciti a passare. – E cosa mi dici dei viveri? Nebuchad infilò una mano nella tunica e tirò fuori una pergamena che srotolò. – Abbiamo sedicimila pagnotte di pane non lievitato, mille botti di farina, ottocento capi di bestiame, centoquaranta capre. Le pecore non sono ancora state contate. Rimane ben poco formaggio, ma abbiamo grandi quantità di avena e di frutta secca. – Cosa mi dici del sale? – Il sale, mio signore? – Quando uccideremo il bestiame, come faremo a mantenere fresca la carne? – Potremmo uccidere le bestie a mano a mano che ne avremo bisogno – replicò Nebuchad, arrossendo. – Per tenere in vita il bestiame sarà necessario nutrirlo, ma non abbiamo cibo da sprecare per questo, quindi bisognerà macellare le bestie e salame la carne. Passa la città al setaccio alla ricerca di sale. Ah, Nebuchad? – Signore? – Non hai parlato dell’acqua. – Ma, signore, c’è un fiume che scorre attraverso la città.
– È vero, ma cosa berremo se il nemico dovesse chiuderlo con una diga o riempirlo di veleno? – Ritengo che ci siano anche dei pozzi artesiani. – Localizzali. – Temo che il modo in cui ti sto servendo non sia il migliore, mio signore – si scusò il giovane, abbassando il capo. – Avrei dovuto prevedere queste esigenze. – Hai molte cose a cui pensare ed io sono soddisfatto di te – sorrise Gorben. – Però hai bisogno di aiuto, quindi ricorri a Jasua. – Come desideri, signore – replicò Nebuchad, in tono dubbioso. – Non ti è simpatico? – Non si tratta di «simpatia», signore – spiegò Nebuchad, deglutendo a fatica. – È che lui mi tratta con... con disprezzo. Gorben socchiuse gli occhi ma impedì alla propria ira di trapelargli dalla voce. – Digli che è mio desiderio che ti aiuti. Ora va’. Non appena la porta si fu richiusa, Gorben si accasciò sul divano rivestito di satin. – Dolci Dèi del Cielo! – sussurrò. – Possibile che il mio futuro dipenda da uomini di così scarsa qualità? – Sospirò, poi riportò lo sguardo sul mare e aggiunse: – Ho bisogno di te, Bodasen. In nome di tutto ciò che è sacro, ho bisogno di te! Bodasen era sul ponte del timone, con la mano destra sollevata a proteggersi gli occhi e la vista accentrata sull’orizzonte, in lontananza. Sul ponte principale alcuni marinai erano impegnati a riparare la murata mentre altri si trovavano in alto fra il sartiame o stavano fissando nuovamente le balle di merci che si erano smosse durante la tempesta. – Vedrai i pirati anche troppo presto, se sono nelle vicinanze – osservò Milus Bar. Bodasen annuì e si volse verso il capitano. – Avendo a disposizione appena ventiquattro guerrieri mi auguro di non vederli affatto – ribatté in tono sommesso. – Nella vita non otteniamo sempre quello che vogliamo, mio ventriano amico – ridacchiò il capitano. – Io non volevo quella tempesta, così come non volevo che la mia prima moglie mi lasciasse... o che la seconda rimanesse con me. Cosi va la vita, giusto? – concluse, scrollando le spalle. – Non sembri particolarmente preoccupato. – Io sono un fatalista, Bodasen. Sarà quello che sarà. – Se arrivassero i pirati li potremmo distanziare? – Dipenderebbe dalla direzione da cui dovessero arrivare – replicò Milus Bar, scrollando di nuovo le spalle e agitando una mano nell’aria. – Considera il vento. Se dovessero prenderci alle spalle potremmo sfuggire loro, perché sull’oceano non c’è nave più veloce del mio Figlio del Tuono. Se li trovassimo davanti a noi verso ovest... probabilmente li eviteremmo, ma davanti a noi verso est non avremmo speranze e ci speronerebbero. I pirati godono di un enorme vantaggio perché molte
delle loro navi dispongono di tre file di remi. La velocità con cui possono cambiare direzione per speronare un’altra imbarcazione ti lascerebbe stupito, amico mio. – Quanto manca a Capalis? – Due giorni... forse tre, se il vento dovesse cadere. Bodasen attraversò il ponte del timone e scese i sei gradini che portavano a quello principale, dove scorse Druss, Sieben ed Eskodas a prua e andò a raggiungerli. Nel vederlo arrivare Druss sollevò lo sguardo. – Proprio l’uomo di cui abbiamo bisogno – commentò. – Stavamo parlando diVentria, e Sieben sostiene che lì ci sono montagne capaci di sfiorare la luna. È vero? – Non ne ho viste in tutto l’impero – rispose Bodasen, – però secondo i nostri astronomi la luna dista oltre quattrocentomila chilometri dalla superficie della terra, quindi dubito che ci possano essere montagne del genere. – Le solite assurdità orientali – intervenne Sieben, in tono beffardo. – Una volta è esistito un arciere drenai che ha scagliato una freccia fino alla luna. Possedeva un grande arco chiamato Akasin, lungo tre metri e mezzo e intriso di incantesimi. Con esso scagliò una freccia nera, da lui chiamata Paka, a cui era attaccato un filo d’argento che il Drenai usò per arrampicarsi fino alla luna, sedendo poi su di essa mentre fluttuava intorno al grande piatto della terra. – Semplici favole – insistette Bodasen. – È tutto registrato nella biblioteca di Drenan... nella sezione storica. – Questo mi rivela soltanto quanto sia limitata la vostra comprensione dell’universo – obiettò Bodasen. – Credete ancora che il sole sia un carro dorato trainato da sei bianchi cavalli alati? – domandò poi, sedendo su un rotolo di corda. – O che la terra sieda sulle spalle di un elefante o di un’altra bestia del genere? – No, non ci crediamo più – sorrise Sieben, – ma non sarebbe meglio se lo facessimo? Non esiste una certa bellezza in questi racconti? Un giorno modellerò un arco e scaglierò una freccia verso la luna. – Lascia perdere la luna – intervenne Druss. – Io voglio sapere qualcosa di Ventria. – Secondo il censimento ordinato dall’Imperatore quindici anni fa e portato a compimento soltanto lo scorso anno, il Grande Impero di Ventria misura 343.950 chilometri quadrati e ha una popolazione valutata intorno ai quindici milioni e mezzo di persone. Cambiando in successione una serie di cavalli veloci un cavaliere al galoppo ne potrebbe percorrere i confini arrivando al punto di partenza dopo quattro anni circa. – È così grande? – mormorò Druss, deglutendo a fatica con aria abbattuta. – Così grande – confermò Bodasen. – La troverò – dichiarò dopo un momento Druss, socchiudendo gli occhi. – Certo che lo farai – convenne il Ventriano. – Lei è partita insieme a Kabuchek, che si sarà diretto alla sua casa di Ectanis, il che significa che deve aver gettato l’ancora a Capalis. Kabuchek è un uomo famoso ed è consigliere anziano del Satrapo Shabag, quindi non sarà difficile trovarlo. A meno che... – A meno che... cosa? – volle sapere Druss.
– A meno che Ectanis non sia già caduta. – Una vela! Una vela! – gridò qualcuno dal sartiame. Subito Bodasen scattò in piedi, scrutando la distesa abbagliante del mare, e di lì a poco scorse la nave in questione verso est, con le vele raccolte e tre banchi di remi che scintillavano ai suoi lati come ali. Girandosi di nuovo verso il ponte principale, il Ventriano estrasse la sciabola. – Prendete le armi! – gridò. Druss si infilò il giustacuore e l’elmo e si andò a mettere a prua, da dove osservò la trireme scivolare verso di loro. Anche da quella distanza era possibile vedere i combattenti che ne affollavano i ponti. – Una nave magnifica – commentò. – La migliore – annuì Sieben, al suo fianco. – Duecentoquaranta remi. E guarda là, sulla prua! Druss concentrò lo sguardo sulla nave in avvicinamento e scorse un bagliore dorato all’altezza della linea di galleggiamento. – Ho visto. – Quello è il rostro. Si tratta di un’estensione della chiglia, coperta in bronzo per rinforzarla: con la spinta impressa da tre file di remi quel rostro potrebbe trapassare la fiancata del vascello più robusto che esista. – Sarà quello il loro piano? – volle sapere Druss. – Ne dubito – rispose Sieben, scuotendo il capo. – Questa è una nave mercantile, pronta per essere saccheggiata, quindi si avvicineranno e ritireranno i remi, poi cercheranno di unire le due murate ricorrendo ai rampini di arrembaggio. Druss soppesò Snaga fra le mani e lasciò vagare lo sguardo sul ponte: adesso i guerrieri drenai superstiti avevano indossato l’armatura e apparivano cupi in volto; gli arcieri, fra cui anche Eskodas, si stavano inerpicando fra il sartiame in modo da raggiungere una posizione sopraelevata da cui poter tirare sul nemico, e Bodasen era fermo accanto al timone con indosso una corazza nera. Il Figlio del Tuono stava deviando verso ovest, ma subito dopo tornò a cambiare direzione perché era possibile scorgere in lontananza altre due vele. – Non possiamo combatterli tutti – commentò Sieben. Druss lanciò un’occhiata alle due navi appena avvistate e poi a quella che li minacciava da est. – Quelle navi non hanno lo stesso aspetto – osservò. – Sono più massicce, non hanno remi, e stanno bordeggiando controvento. Se riusciremo a liberarci della trireme non avranno modo di raggiungerci. – Sì, capitano – ridacchiò Sieben. – Mi inchino alla tua superiore conoscenza di manovre marittime. – Imparo in fretta perché ascolto parecchio. – Ma non ascolti mai me! Durante questo viaggio ho perso il conto del numero di volte in cui ti sei addormentato mentre parlavo. Il Figlio del Tuono cambiò ancora direzione per allontanarsi dalla trireme, e quando se ne accorse Druss emise un’imprecazione, spiccando la corsa lungo il ponte principale e salendo in fretta fino al ponte del timone dove Bodasen era
fermo accanto a Milus Bar. – Cosa stai facendo? – gridò al capitano. – Lascia il mio ponte – ruggì di rimando Milus. – Se continuerai su questa rotta avremo tre navi contro cui combattere – ringhiò Druss. – Che altra scelta abbiamo? – intervenne Bodasen. – Non possiamo sconfiggere la trireme. – Perché? – domandò Druss. – Sono soltanto uomini. – A bordo ci sono cento combattenti... oltre ai rematori... mentre noi abbiamo ventiquattro guerrieri e qualche marinaio. Il vantaggio numerico è dalla loro parte. – E loro quanti uomini hanno? – chiese Druss, guardando verso le altre due vele visibili ad ovest. Bodasen allargò le mani in un gesto d’impotenza e guardò verso Milus Bar. – Oltre duecento su ciascuna nave – ammise questi, dopo un momento di riflessione. – Possiamo distanziare la trireme? – Se incontriamo un banco di nebbia o se riusciamo a tenerla a bada fino al crepuscolo. – Quali possibilità abbiamo di fare una delle due cose? – Pochissime – replicò Milus. – Allora prendiamo almeno l’iniziativa del combattimento. – Cosa ci suggeriresti di fare, giovanotto? – volle sapere il capitano. – Non sono un marinaio – sorrise Druss, – ma a me sembra che il ‘D iù grande vantaggio di quella nave risieda nei suoi remi. Non possiamo cercare di fracassarli? – Potremmo farlo – ammise Milus, – ma questo ci porterebbe abbastanza vicini da essere agganciati dai rampini di arrembaggio. A quel punto salirebbero a bordo e per noi sarebbe la fine. – Oppure saremmo noi ad abbordare loro! – scattò Druss. – Sei pazzo! – esclamò Milus, con una risata. – È pazzo, ma ha ragione – intervenne Bodasen. – Quei pirati ci stanno braccando come i lupi fanno con un cervo. Andiamo loro addosso, Milus! Per un momento il capitano indugiò a fissare i due guerrieri, poi imprecò ed esercitò pressione sul timone: il Figlio del Tuono cambiò direzione e puntò verso la trireme che si stava avvicinando. Il suo nome era Earin Shad, ma fra il suo equipaggio nessuno lo chiamava così: quando gli si rivolgevano di persona i suoi uomini usavano l’appellativo di Signore del Mare o di Grande, mentre alle sue spalle lo indicavano con il termine dialettale naashanita Bojeeba, Lo Squalo. Earin Shad era un uomo alto e snello, con le spalle arrotondate, il collo lungo, sporgenti occhi di un grigio perlaceo e una bocca sottile che non sorrideva mai. A bordo del Vento Oscuro nessuno sapeva quali fossero le sue origini, si sapeva soltanto che era un capo pirata ormai da oltre due decenni e si diceva che in qualità
di uno dei Signori dei Corsari, uomini potenti che dominavano i mari, lui possedesse palazzi su parecchie delle Mille Isole, e che fosse ricco quanto uno dei re orientali. Se anche era vero, il suo aspetto non lo dava a vedere dal momento che indossava una corazza di comune bronzo e un elmo adorno d’ali che aveva depredato dodici anni prima su una nave mercantile; al fianco portava una sciabola dalla semplice impugnatura di legno levigato e con la guardia di ottone. Earin Shad non era un uomo di gusti stravaganti. Adesso il capo pirata era fermo a prua intento ad ascoltare il battito ritmico e costante del tamburo che incitava i rematori a sforzi sempre maggiori, accompagnato da qualche occasionale colpo di frusta che si abbatteva sulla schiena di chi non teneva il ritmo. Poi i suoi occhi pallidi si socchiusero quando lui vide la nave mercantile cambiare rotta per venire verso il Vento Oscuro. – Cosa sta facendo? – domandò il gigantesco Patek. – Ha visto la nave di Reda e sta cercando di passarci vicino – rispose Earin Shad, sollevando lo sguardo. – Però non ci riuscirà. – Nel girarsi verso il timoniere, un vecchio basso e sdentato di nome Luba, vide che questi stava già modificando la rotta. – Alla via così raccomandò. – Non vogliamo speronarla. – Sì, Signore del Mare. – Preparate i rampini! – gridò intanto Patek, e controllò mentre gli uomini arrotolavano le corde e vi applicavano uncini da abbordaggio a tre punte, poi riportò lo sguardo sulla nave in avvicinamento. – Guarda là, Signore del Mare! – esclamò, indicando la prua del Figlio del Tuono. Su di essa era possibile vedere un uomo vestito di nero, che in quel momento levò sopra la testa un’ascia a doppia lama in un gesto di sfida. – Non potranno mai tagliare tutte le funi! – osservò Patek. Earin Shad non rispose, perché era intento a scrutare i ponti della nave nemica alla ricerca di eventuali passeggere. Quando non ne trovò il suo umore s’incupì, e in reazione alla delusione si trovò a ricordare l’ultima nave che avevano catturato quattro settimane prima, e la figlia del satrapo che essa aveva avuto a bordo. Il ricordo lo indusse ad umettarsi le labbra. Quella ragazza era stata orgogliosa, piena di sfida e attraente... neppure la frusta era riuscita a domarla, né i suoi schiaffi brutali. Anche dopo che l’aveva ripetutamente violentata nei suoi occhi aveva continuato a scintillare un bagliore omicida. Ah, una creatura piena di coraggio, non c’erano dubbi, ma alla fine lui aveva trovato il suo punto debole, come sempre... e quando lo aveva fatto aveva come sempre sperimentato trionfo e delusione allo stesso tempo. Il momento della conquista, quando lei lo aveva implorato di prenderla, promettendo di servirlo in qualsiasi modo avesse voluto, era stato squisito ma era stato subito seguito dalla tristezza e poi dall’ira che l’aveva indotto ad ucciderla in modo rapido, con grande delusione dei suoi uomini. La ragazza si era però meritata una morte veloce, dopo aver mantenuto il controllo sui propri nervi durante tre giorni di permanenza nell’oscurità della stiva, in compagnia dei topi. Earin Shad sbuffò e si schiarì la gola: non era quello il momento di pensare ai propri piaceri.
Alle sue spalle si aprì la porta di una cabina e lui udì il rumore sommesso dei passi del giovane mago. – Buon giorno, Signore del Mare – salutò Gamara, e subito Patek si allontanò da loro, badando ad evitare lo sguardo del mago. – Devo dedurre che i presagi sono favorevoli? – chiese Earin Shad, rispondendo con un cenno del capo al saluto dello snello Chiatze. – Sarebbe uno spreco del mio potere usare le pietre, Signore del Mare replicò questi, allargando le braccia in un gesto elegante. – Durante la tempesta hanno perso la metà dei loro uomini. – Sei certo che abbiano a bordo dell’oro? Il Chiatze sorrise, mostrando una linea perfetta di piccoli denti candidi... denti simili a quelli di un bambino, rifletté Earin Shad, nel fissare gli occhi scuri e obliqui del mago. – Di quanto oro si tratta? – Duecentosessantamila monete che Bodasen ha ottenuto dai mercanti ventriani che risiedono a Mashrapur. – Avresti dovuto usare le pietre – insistette Earin Shad. – Vedremo molto sangue – replicò Gamara. – Aha! Guarda, mio signore, gli squali seguono come sempre la tua scia. Sono come animali domestici, non trovi? Earin Shad non guardò in direzione delle sagome grigie che scivolavano senza sforzo nell’acqua, con le pinne che ne sporgevano come lame di spada. – Sono gli avvoltoi del mare – disse, – e non mi piacciono affatto. Intanto il vento cambiò direzione e il Figlio del Tuono fece altrettanto, muovendosi sulle onde coronate di spuma con la grazia di un danzatore. Sui ponti del Vento Oscuro decine di guerrieri erano accalcati vicino alla murata di tribordo, intenti a osservare le due navi che si avvicinavano sempre più una all’altra. Sarà una manovra di stretta misura, pensò Earin Shad. Vireranno di nuovo e cercheranno di allontanarsi. Prevedendo quella mossa impartì un ordine a Patek, che adesso si trovava sul ponte principale insieme agli uomini; il gigante si protese oltre la murata e trasmise l’ordine al capo vogatore. Immediatamente i rematori di tribordo sollevarono i remi dall’acqua, mentre i centoventi rematori di babordo continuavano i loro sforzi, facendo ruotare l’imbarcazione verso tribordo. Il Figlio del Tuono continuò la sua corsa ma all’ultimo momento deviò verso il vascello pirata. Osservando il guerriero dalla barba scura che sulla prua del mercantile continuava ad agitare la sua ascia, Earin Shad comprese d’un tratto di aver commesso un errore di calcolo. – Ritirare i remi! – urlò. – Come, mio signore? – esclamò Patek, sollevando con stupore lo sguardo verso di lui. – I remi! Ci stanno attaccando! Era troppo tardi. Nel momento stesso in cui Patek si protendeva in fuori per gridare l’ordine il Figlio del Tuono balzò all’attacco e accostò lo scafo a quello del Vento Oscuro, colpendo di prua le prime file di remi. Il legno si spezzò con una
serie di schiocchi esplosivi che si mescolarono alle urla degli schiavi addetti ai remi quando le pesanti impugnature li colpirono alla testa, alle braccia, sulle spalle e nelle costole. I rampini d’arrembaggio furono lanciati in fuori e i loro denti di ferro affondarono nel legno o s’impigliarono nel sartiame del mercantile. Una freccia volò a trapassare il petto di un corsaro che crollò all’indietro, lottò per rialzarsi e infine giacque immobile, ma i suoi compagni continuarono a tirare le funi legate ai rampini e le due navi si avvicinarono sempre più in maniera inesorabile. Earin Shad era furioso. La metà dei remi sul lato di tribordo era stata fracassata e soltanto gli dèi sapevano quanti schiavi fossero rimasti storpiati, con il risultato che adesso sarebbe stato costretto a rientrare in porto con estrema fatica. – Pronti all’abbordaggio! – gridò. Le due navi cozzarono una contro l’altra e i corsari si affrettarono ad arrampicarsi sulle murate ora unite. In quel momento il guerriero dalla barba nera che si trovava sul mercantile avanzò sulla prua della nave e si lanciò in mezzo alle file ammassate dei corsari in attesa. Dall’alto, Earin Shad stentò a credere a quello che stava vedendo: il guerriero nerovestito e armato d’ascia fece crollare sul ponte parecchi pirati, per un momento quasi cadde a sua volta, poi roteò la sua ascia e un uomo urlò, con il sangue che gli fiottava da un’orribile ferita al petto. L’ascia si alzò e ricadde... e i corsari si sparpagliarono davanti a quel guerriero apparentemente impazzito. Questi si lanciò al loro inseguimento, aprendo falle spaventose nelle loro file con la sua ascia. Più avanti sul ponte altri corsari stavano ancora cercando di abbordare la nave mercantile, pur incontrando una feroce resistenza da parte dei guerrieri Drenai, ma nel centro del ponte della nave corsara regnava ormai il caos. Un pirata si lanciò alle spalle del guerriero con l’ascia, cercando di trafiggerlo con un coltello ricurvo, ma subito una freccia scese a trapassare la gola dell’assalitore che si accasciò senza vita. Parecchi guerrieri drenai balzarono allora sulla nave pirata per andare ad unirsi al guerriero armato d’ascia. Earin Shad imprecò ed estrasse la sciabola, oltrepassando con un volteggio la ringhiera del ponte del timone per atterrare su quello sottostante. Quando un uomo armato di spada gli si lanciò contro parò il suo affondo e reagì con una risposta che mancò il collo dell’avversario ma gli lacerò la faccia dallo zigomo al mento. Il guerriero indietreggiò barcollando ed Earin Shad ne approfittò per piantargli la propria lama nella bocca, arrivando fino al cervello. Poi uno snello guerriero che portava una corazza e un elmo di colore nero abbatté un pirata e avanzò verso Earin Shad. Il capitano corsaro bloccò un violento affondo e tentò una risposta, soltanto per essere costretto a retrocedere quando la lama dell’avversario gli saettò verso il volto. Quell’uomo dalla pelle scura e dagli occhi neri era uno spadaccino provetto. – Sei un Ventriano? – domandò Earin Shad, indietreggiando e snudando una daga con la sinistra. – In effetti sì – sorrise l’uomo. In quel momento un corsaro cercò di assalirlo alle spalle ma lui si voltò di scatto, sventrandolo con un affondo e tornando a
girarsi in tempo per bloccare un fendente da parte di Earin Shad, mentre aggiungeva: – Mi chiamo Bodasen. I corsari erano uomini duri e resistenti, da tempo abituati alle battaglie e ad affrontare il rischio della morte, ma non si erano mai trovati di fronte ad un fenomeno come quello costituito dall’uomo con l’ascia. Intento a seguire l’evolversi degli eventi dal ponte del timone del Figlio del Tuono, Sieben li vide indietreggiare ripetutamente davanti ai frenetici e instancabili attacchi di Druss, e nonostante il tepore della giornata si sentì raggelare il sangue alla vista dell’ascia che seminava strage fra i pirati impotenti. Druss era inarrestabile... e Sieben ne sapeva il perché. Quando a combattere erano uomini armati di spada, il risultato dello scontro dipendeva dall’abilità dei duellanti, ma un uomo munito della terribile ascia a due lame non aveva bisogno di abilità, soltanto di forza e del desiderio di combattere... una bramosia di battaglia che sembrava insaziabile. Nessuno si poteva opporre a Druss, perché il solo modo per raggiungerlo era quello di esporsi alle lame letali della sua ascia con la conseguenza che la morte non diventava più un rischio possibile ma una certezza. Lo stesso Druss sembrava inoltre possedere una sorta di sesto senso: i corsari lo circondavano, ma ogni volta che si muovevano per prenderlo alle spalle lui si girava di scatto e le lame dell’ascia devastavano la pelle, la carne e le ossa. Dopo un po’ parecchi corsari gettarono a terra le armi e cominciarono a indietreggiare davanti al massiccio guerriero coperto di sangue, e Druss si disinteressò di loro. Sieben spostò quindi lo sguardo verso il punto in cui Bodasen stava combattendo contro il capitano della nave nemica: le loro spade che scintillavano sotto il sole apparivano fragili e prive di sostanza a confronto del potere grezzo che emanava dall’ascia di Druss. Una figura gigantesca che impugnava un martello di ferro si lanciò poi addosso al giovane Drenai, proprio nel momento in cui Snaga si andava a piantare nel costato di un corsaro che stava caricando dall’altro lato. Druss si chinò per schivare il colpo di martello e reagì con un gancio sinistro che esplose contro la mascella del gigante; nel momento stesso in cui questi crollava al suolo Druss liberò quindi l’ascia e quasi decapitò un altro assalitore. Nel frattempo alcuni guerrieri drenai riuscirono a raggiungerlo per dargli manforte e i corsari presero a indietreggiare, sgomenti e demoralizzati. – Gettate a terra le armi e vivrete! – tuonò Druss. Quasi senza esitazione spade, sciabole e coltelli caddero rumorosamente sul ponte. Girandosi, Druss vide Bodasen parare un affondo e reagire con una rapidissima risposta che trapassò la gola del capitano nemico. Il sangue fiottò dalla ferita e il pirata si accasciò in ginocchio, tentando un ultimo affondo... poi le forze io abbandonarono e crollò a faccia in avanti sul ponte. In quel momento un uomo che indossava un’ampia veste di colore verde apparve accanto alla murata del ponte del timone: snello e alto, con i capelli talmente incerati da aderire al cranio, l’uomo sollevò di scatto le mani e Sieben sbatté le palpebre con perplessità nel vedere che nelle sue mani sembravano esserci due lucenti sfere d’ottone... no, non era ottone ma fuoco!
– Druss, attento! – urlò il poeta. Nel frattempo il mago protese le mani e un getto di fiamma saettò verso il guerriero: Snaga si sollevò di scatto e le fiamme andarono a colpire le lame argentee. Il poeta ebbe l’impressione che il tempo si fosse arrestato. In una frazione di secondo vide nei dettagli una scena che non avrebbe mai dimenticato. Nel momento in cui le fiamme colpirono l’ascia al di sopra di Druss apparve una figura demoniaca con la pelle grigio ferro coperta di scaglie e con braccia lunghe e possenti che terminavano con dita dotate di artigli. Le fiamme rimbalzarono contro la creatura e tornarono verso il mago: le sue vesti presero fuoco e il suo torace implose... nel torsoli apparve un ampio buco attraverso il quale Sieben non ebbe difficoltà a scorgere il cielo... poi il mago precipitò dal ponte e il demone scomparve. – Dolce madre di Cires! – sussurrò Sieben, poi si girò verso Milus Bar e domandò: – L’hai visto anche tu? – Sì, l’ascia gli ha salvato la vita. – L’ascia? Non hai visto quella creatura? – Di cosa stai parlando? Sieben sentì il cuore che cominciava a martellargli in petto; in quel momento scorse Eskodas che stava scendendo dal sartiame e gli andò incontro. – Cos’hai visto quando le fiamme hanno cercato di investire Druss? – domandò, afferrando l’arciere per un braccio. – L’ho visto rifletterle con la sua ascia. Cosa ti prende? – Nulla, assolutamente nulla. – Allora sarà meglio che provvediamo a tagliare quelle corde – suggerì Eskodas, – perché le altre navi si stanno avvicinando. Anche i guerrieri drenai che si trovavano sul Vento Oscuro videro le due navi da battaglia che stavano sopraggiungendo e si affrettarono a tranciare le corde senza intralcio da parte degli sconfitti corsari, saltando poi di nuovo a bordo del Figlio del Tuono. Druss e Bodasen tornarono a bordo per ultimi, ma nessuno cercò di fermarli. Poi il gigante che Druss aveva abbattuto si rialzò in piedi barcollando e corse verso la murata, superandola d’un balzo per raggiungere il giovane guerriero e andando ad atterrare in mezzo ad un gruppo di Drenai che si sparpagliò sotto l’impatto. – Non è finita! – urlò il gigante. – Devi affrontare me! Mentre il Figlio del Tuono si staccava dalla nave corsara e lasciava che il vento tornasse a gonfiargli le vele, Druss abbandonò Snaga sul ponte e avanzò verso il .gigante. Il corsaro... che era di quasi trenta centimetri più alto del Drenai coperto di sangue... sferrò il primo colpo, un devastante destro che lacerò la pelle sopra l’occhio sinistro di Druss. Questi incassò il colpo senza difficoltà e rispose con un montante inarrestabile alla cassa toracica dell’avversario, che emise un grugnito e reagì con un gancio sinistro alla mascella a cui fece seguire una rapida gragnuola di destri e di sinistri. Druss sopportò l’attacco e rispose con un destro che impresse
all’avversario una rotazione parziale su se stesso, seguito da un altro pugno che lo mandò a cadere in ginocchio. Indietreggiando di un passo, Druss pose poi fine all’incontro con un violento calcio che quasi sollevò il gigante dal ponte. Il corsaro si accasciò in avanti, cercò di sollevarsi e infine giacque immobile. – Druss! Druss! Druss! – presero a inneggiare i guerrieri drenai superstiti, consapevoli che il Figlio del Tuono era ormai sfuggito alla stretta dei vascelli inseguitori. Seduto in disparte, Sieben si limitò a fissare in silenzio l’amico. Non mi meraviglia più che tu sia così letale, pensò. Santo Cielo, Druss, sei posseduto da un demone! Druss si accostò con passo stanco alla murata di tribordo, senza degnare neppure di uno sguardo le navi inseguitrici che stavano restando sempre più indietro rispetto al Figlio del Tuono. Infastidito dal sangue che gli impastava la faccia sollevò una mano a a sfregarsi l’occhio sinistro, che aveva le ciglia appiccicose e incollate fra loro, poi lasciò cadere Snaga sul ponte e si sfilò il giustacuore in modo da permettere alla brezza di mare di rinfrescargli la pelle. Eskodas gli si avvicinò portando in mano un secchio d’acqua. – Fra quel sangue ce n’è anche di tuo? – domandò. Druss scrollò le spalle con indifferenza, poi si tolse i guanti, immerse le mani nel secchio e si spruzzò d’acqua il volto e la barba, sollevando infine il secchio per rovesciarsene direttamente il contenuto sulla testa. – Hai qualche ferita di poco conto – osservò Eskodas, esaminandogli il corpo, e nel parlare saggiò con un dito uno stretto taglio sulla spalla e una lacerazione al fianco. – Nessuna delle due è profonda, ma sarà bene che vada a prendere ago e filo. Druss non disse nulla, perché si sentiva pervaso da una profonda stanchezza, da un’opacità dello spirito che lo stava prosciugando di ogni energia. Sollevando il capo, appoggiò le enormi mani alla murata e si trovò a pensare a Rowena, alla sua gentilezza e tranquillità, alla pace che aveva conosciuto al suo fianco. Alle sue spalle echeggiarono delle risa che lo indussero a voltarsi, e vide che i guerrieri stavano tormentando il gigantesco corsaro: dopo avergli legato le mano dietro la schiena lo stavano pungolando con i coltelli per costringerlo a saltellare e a danzare. – Basta così! – gridò Bodasen, scendendo dal ponte del timone. – Ci stiamo soltanto divertendo un poco prima di gettarlo agli squali ribatté un guerriero snello dalla barba brizzolata. – Nessuno sarà gettato agli squali – scattò Bodasen. – Adesso slegatelo. Pur borbottando gli uomini obbedirono all’ordine: mentre si massaggiava i polsi il gigante incontrò lo sguardo di Druss, ma la sua espressione rimase indecifrabile; Bodasen lo condusse quindi nella piccola cabina sottostante il ponte del timone ed entrambi scomparvero alla vista. Eskodas intanto tornò da Druss munito di ago e filo e procedette a ricucire con
mano rapida ed esperta le ferite alla spalla e al fianco del guerriero. – Devi avere gli dèi dalla tua parte che ti concedono tanta fortuna – commentò. – Un uomo crea la propria fortuna – ribatté Druss. – Già – ridacchiò Eskodas. – Confida nella Fonte... ma tieni a portata di mano una corda d’arco di riserva. Questo era ciò che era solito dirci il mio antico maestro d’armi. – Tu mi hai aiutato – osservò quindi Druss, ripensando allo scontro sulla trireme pirata e ricordando come una freccia avesse abbattuto l’uomo che cercava di attaccarlo alle spalle. – È stato un buon tiro – convenne Eskodas. – Come ti senti? – Potrei dormire per una settimana – rispose Druss, scrollando le spalle. – È una cosa estremamente naturale, amico mio. La bramosia della battaglia infuria nel sangue, ma il suo dissolversi porta con se una depressione intollerabile, anche se non sono molti i poeti che inseriscono questo particolare nei loro canti – commentò Eskodas, usando un panno per ripulire dal sangue il giustacuore di Druss prima di restituirglielo. – Tu sei un grande combattente, Druss... forse il migliore che io abbia mai visto. Druss si infilò il giustacuore, prese con sé Snaga e si avviò verso prua, dove si distese fra due balle di merci e si addormentò. Stava riposando da circa un’ora quando venne svegliato da Bodasen: nell’aprire gli occhi trovò il Ventriano chino su di lui, sullo sfondo del sole che tramontava. – Dobbiamo parlare, amico mio – disse Bodasen. Druss si alzò in piedi e nello stiracchiarsi avvertì la tensione dei punti che gli erano stati applicati al fianco. – Sono stanco – ammise, con una sommessa imprecazione, – quindi cerca di essere breve. – Ho parlato con quel corsaro. Si chiama Patek... – Non m’importa quale sia il suo nome. – In cambio di informazioni sul numero delle navi corsare gli ho promesso di lasciarlo libero quando arriveremo a Capalis – proseguì Bodasen, con un sospiro. – Gli ho dato la mia parola. – E questo cos’ha a che vedere con me? – Vorrei che anche tu mi dessi la tua parola che non lo ucciderai. – Non voglio ucciderlo, quell’uomo non significa nulla per me. – Allora dammi la tua parola, amico mio. – C’è qualcos’altro – affermò Druss, scrutando attentamente negli occhi il Ventriano. – Qualcosa che non mi stai dicendo. – È vero – ammise Bodasen. – Promettimi che mi permetterai di onorare l’impegno che ho preso con Patek e ti spiegherò ogni cosa. – Molto bene, non lo ucciderò. Adesso dimmi quello che devi e poi lasciami dormire. Bodasen trasse un profondo respiro. – Quella trireme era il Vento Oscuro, e il suo capitano era Earin Shad, uno dei capi dei corsari... uno dei loro re, se preferisci. La loro nave stava pattugliando queste acque ormai da mesi, e uno dei vascelli che ha... saccheggiato... – Bodasen
s’interruppe e si umettò le labbra. – Druss, mi dispiace. La nave di Kabuchek è stata attaccata e affondata, equipaggio e passeggeri sono stati gettati agli squali. Non si è salvato nessuno. Druss rimase assolutamente immobile, sentendo ogni traccia d’ira svanire dal suo animo. – Vorrei poter dire o fare qualcosa per attenuare il tuo dolore – aggiunse Bodasen. – So che l’amavi. – Lasciami solo – sussurrò Druss. – Voglio soltanto restare solo.
CAPITOLO QUINTO Ben presto la notizia della tragedia che si era abbattuta su Druss si diffuse fra i guerrieri e i membri dell’equipaggio; molti di essi non furono in grado di comprendere la profondità del suo dolore perché non sapevano nulla d’amore, ma tutti poterono vedere il cambiamento che la perdita subita apportò in lui. Adesso Druss se ne stava seduto a prua con lo sguardo fisso sul mare e l’ascia massiccia fra le mani; l’unico che poteva avvicinarlo era Sieben, ma anche il poeta non gli restava a lungo accanto. A bordo ci furono ben poche risa durante gli ultimi tre giorni di viaggio, perché la cupa presenza di Druss sembrava pervadere il ponte, e in quel periodo il gigantesco corsaro Patek badò a tenersi il più lontano possibile dal guerriero, trascorrendo tutto il suo tempo sul ponte del timone. La mattina del quarto giorno le distanti torri di Capalis apparvero all’orizzonte, pinnacoli di marmo bianco che scintillavano sotto il sole. Sieben andò a cercare Druss. – Milus Bar ha intenzione di effettuare un carico di spezie e di tentare il viaggio di ritorno – gli disse. – Resteremo a bordo? – Non tornerò indietro – replicò Druss. – Adesso qui non c’è nulla per noi – osservò il poeta. – C’è il nemico – ribatté il guerriero. – Quale nemico? – I Naashaniti. – Non ti capisco – ammise Sieben, scuotendo il capo. – Non conosciamo neppure un Naashanita! – Hanno ucciso la mia Rowena, ed io gliela farò pagare. Sieben accennò a controbattere ma poi ci rinunciò, perché sapeva che agli occhi di Druss i Naashaniti erano colpevoli di aver comprato i servigi dei corsari. Il poeta avrebbe voluto obiettare, far capire a Druss che il vero colpevole era Earin Shad, che adesso era morto... ma a cosa sarebbe servito? Avvolto nel suo dolore, Druss non gli avrebbe dato ascolto: i suoi occhi erano freddi, quasi privi di vita, e lui si teneva aggrappato all’ascia come se fosse stata il suo solo amico. – Deve essere stata una donna davvero speciale – osservò Eskodas, mentre lui e Sieben se ne stavano appoggiati alla murata di babordo, intenti a osservare la manovra con cui il Figlio del Tuono entrava nel porto. – Non l’ho mai conosciuta, ma lui ne parla con reverenza. Eskodas annuì, poi indicò verso il molo. – Non ci sono scaricatori – osservò, – soltanto soldati. La città deve essere sotto assedio. In quel momento Sieben vide sopraggiungere dall’estremità opposta del molo una colonna di soldati in corazza nera e argento che marciavano alle spalle di un nobile alto e ampio di spalle. – Quello deve essere Gorben – commentò. – Cammina come se fosse padrone