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David Gemmell - Drenai 04 - La Leggenda di Druss

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Published by Simone Tuco Errico, 2023-03-12 12:45:51

David Gemmell - Drenai 04 - La Leggenda di Druss

David Gemmell - Drenai 04 - La Leggenda di Druss

raccolti intorno al trono imperiale in un gruppo silenzioso e pieno di disagio. Infine Gorben coprì il cadavere con il proprio mantello e si asciugò gli occhi con una pezza di lino, spostando poi l’attenzione sull’uomo che era in ginocchio davanti a lui, affiancato da una guardia Immortale. – Bodasen morto, la mia tenda distrutta, il mio campo in fiamme. E tu, patetico essere miserabile, eri l’ufficiale di guardia. Un pugno di uomini invade il mio campo, uccide il mio amato generale e tu sei ancora vivo. Spiegati! – Mio signore, io ero con te nella tenda di Bodasen.... per tuo ordine. – Allora sarebbe colpa mia se il campo è stato attaccato? – No, sire... – No, sire – scimmiottò Gorben. – Credo bene che non sia colpa mia. Le tue sentinelle stavano dormendo, e adesso sono morte. Non ritieni che sia corretto da parte tua raggiungerle? – Sire? – Ti ho detto di raggiungerle. Prendi la tua spada e tagliati le vene. L’ufficiale estrasse dal fodero la daga ornamentale, la girò e si piantò la lama nel ventre. Per un istante non ci fu nessuna reazione, poi l’uomo prese a urlare e a contorcersi finché Gorben non gli squarciò la gola con la propria spada. – Non è riuscito a far bene neppure questo – commentò.


CAPITOLO SESTO Druss entrò nella tenda di Sieben... che era sveglio ma sdraiato in silenzio a osservare le stelle... e scagliò l’ascia per terra, lasciandosi poi cadere accanto ad essa e accasciando la testa sul petto con lo sguardo fisso sulle grosse mani che continuavano ad aprirsi e a serrarsi a pugno. Il poeta avvertì la sua disperazione e lottò per sollevarsi a sedere, ma il sordo dolore al petto si trasformò in una fitta lancinante che gli strappò un grugnito. Immediatamente Druss sollevò la testa e raddrizzò la schiena. – Come ti senti? – domandò. – Bene. Devo dedurre che l’attacco è stato un fallimento? – Gorben non era nella sua tenda. – Cosa c’è che non va, Druss? Per tutta risposta il guerriero tornò ad accasciare la testa in avanti e Sieben scese dal letto, andando a sedersi accanto a lui. – Avanti, vecchio mio, dimmi di cosa si tratta. – Ho ucciso Bodasen. Mi ha assalito uscendo dall’ombra e io l’ho abbattuto. – Cosa ti posso dire? – mormorò Sieben, passandogli un braccio intorno alle spalle. – Mi potresti dire perché... perché si è dovuto trattare di me. – Questo non posso spiegarlo, anche se vorrei saperlo fare. Però non sei stato tu ad attraversare l’oceano per cercare di ucciderlo, Druss, è stato lui a venire qui, con un esercito. – Nella mia vita ho avuto pochissimi amici – replicò Druss. – Eskodas è morto nella mia casa, ho ucciso di mia mano Bodasen e ho portato te a morire su un mucchio di rocce in un passo dimenticato. Sono così stanco, poeta. Non sarei mai dovuto venire qui. Con quelle parole Druss si alzò e lasciò la tenda. Fuori immerse le mani in una botte piena d’acqua e si lavò la faccia; la schiena gli doleva, soprattutto sotto la scapola, nel punto in cui una lancia lo aveva trapassato tanti anni prima. Una vena gonfia nella gamba destra costituiva un’altra fonte di fastidio. – Non so se mi puoi sentire, Bodasen – sussurrò, fissando le stelle, ma mi dispiace che si sia dovuto trattare di me. In tempi più lieti sei stato un buon amico, e un uomo con cui attraversare le montagne. Tornato nella tenda scoprì che Sieben si era addormentato sulla sedia; sollevandolo con gentilezza lo trasportò fino al letto e lo avvolse in una spessa coperta. – Ti stai consumando, poeta – mormorò, controllando il battito del cuore dell’amico, che era irregolare ma forte. – Resta con me, Sieben, ti porterò a casa. Allorché i primi raggi dell’alba bagnarono di luce i picchi montani, Druss scese il pendio roccioso per andare di nuovo a prendere posto nello schieramento drenai. Per otto terribili giorni Skeln divenne un mattatoio cosparso di cadaveri che si gonfiavano e pervaso dal puzzo immondo della putrefazione, e Gorben scagliò nel


passo una legione dopo l’altra soltanto per vedere i suoi uomini tornare indietro incespicanti, storditi e sconfitti. La banda sempre meno numerosa dei difensori era tenuta unita dall’indomito coraggio del guerriero vestito di nero e armato d’ascia, la cui spaventosa abilità aveva ormai il potere di sgomentare i Ventriani. Alcuni dicevano che fosse un demone, altri che si trattasse di un dio della guerra, e vecchie storie vennero riportate alla luce. In esse il Guerriero del Caos tornò a camminare intorno ai fuochi da campo ventriani. Soltanto gli Immortali rimasero distaccati da quelle paure. Sapevano che sarebbe toccato a loro sgombrare il passo, e che non sarebbe stata una cosa facile. L’ottava notte Gorben cedette infine alle insistenti pressioni dei suoi generali. Il tempo cominciava a scarseggiare e il passo doveva essere conquistato l’indomani per evitare che l’esercito drenai potesse intrappolarli in quella dannata baia. L’ordine venne impartito e gli Immortali cominciarono ad affilare le spade. All’alba si mossero in silenzio, formando una linea nera e argento oltre il ruscello e fissando con espressione impenetrabile i trecento uomini che si paravano fra loro e la Piana Sentriana. I Drenai erano stanchi, logorati e tesi. Abadai, il nuovo generale degli Immortali, venne avanti e secondo l’usanza del suo battaglione sollevò la spada in un silenzioso saluto al nemico, poi la lama calò verso il basso in un arco preciso e la linea cominciò ad avanzare con la spada spianata mentre alla retroguardia tre tamburini scandivano un ritmo oppressivo. Cupi in volto, i migliori guerrieri dell’esercito di Ventria marciarono lentamente verso i Drenai. Adesso munito di scudo, Druss li osservò venire avanti senza che i suoi freddi occhi azzurri tradissero la minima espressione, con la mascella contratta e la bocca serrata in una linea sottile. Poi stiracchiò i muscoli delle spalle e trasse un profondo respiro: questa era la prova. Questo era il giorno dei giorni. La lancia aguzza del destino di Gorben contrapposta alla determinazione dei Drenai. Sapeva che gli Immortali erano guerrieri eccellenti, ma adesso stavano combattendo soltanto per la gloria; i Drenai, d’altro canto, erano uomini orgogliosi e figli di uomini orgogliosi, discendenti di una razza di guerrieri, e stavano lottando per le loro case, le loro mogli, i loro figli e i figli che ancora dovevano nascere. Si battevano per una terra libera e per il diritto di scegliere la propria strada, di vivere la propria vita, di adempiere al destino di una razza libera. Egel e Karnak avevano combattuto per questo sogno, e come loro innumerevoli altri nel corso dei secoli. Alle spalle di Druss, il Conte Delnar osservò la linea nemica che si andava facendo sempre più vicina: era impressionato dalla loro disciplina e, in modo strano e distaccato, si trovò ad ammirarli. Spostò quindi lo sguardo su Druss, consapevole che senza di lui non avrebbero potuto resistere tanto a lungo perché Druss era come l’ancora di una nave nel cuore di una tempesta, che teneva la prua rivolta verso il vento e permetteva all’imbarcazione di navigare incontro alla furia degli elementi senza essere fracassata sulle rocce o rovesciata dal potere del mare.


Uomini forti traevano coraggio dalla sua presenza, perché lui era una costante in un mondo in continuo cambiamento... una forza colossale del cui perdurare si poteva essere certi. Gli Immortali incombettero più vicini e Delnar poté sentire la paura diffondersi fra i suoi uomini, avvertì l’oscillare della linea quando i guerrieri strinsero più saldamente lo scudo, e sorrise. È arrivato il momento di parlare, Druss, pensò. E con l’istinto di una vita trascorsa combattendo, Druss seppe cogliere l’istante giusto: sollevando l’ascia, tuonò la sua sfida contro gli Immortali che stavano avanzando. – Venite a morire, figli di buona donna! Io sono Druss, e questa è Morte! Rowena stava cogliendo fiori nel piccolo giardino dietro la casa quando il dolore l’assalì, trapassandole il costato e arrivando fino alla schiena: le gambe le cedettero e si accasciò fra i boccioli. Dal cancello del prato Pudri la vide crollare al suolo e si precipitò da lei, gridando per chiedere aiuto. La moglie di Sieben, Niobe, sopraggiunse di corsa dal prato e fra tutti e due riuscirono a sollevare la donna svenuta e a trasportarla in casa, dove Pudri le insinuò a forza in bocca un po’ di polvere di digitale e versò dell’acqua in un boccale d’argilla, accostandoglielo alle labbra e serrandole le narici per costringerla a inghiottire. Questa volta però il dolore non passò e dovettero portare Rowena al piano superiore, adagiandola nel suo letto mentre Niobe raggiungeva a cavallo il villaggio per chiamare il dottore. Pudri rimase seduto al capezzale di Rowena, con il volto scuro e segnato pieno di preoccupazione e gli occhi grandi e neri umidi di pianto. – Per favore, signora, non morire – sussurrò. – Ti prego. Rowena fluttuò fuori del suo corpo e aprì gli occhi dello spirito, abbassando con compassione Io sguardo sulla forma grassoccia adagiata sul letto; vide il volto rugoso e i capelli ingrigiti, i cerchi scuri che segnavano gli occhi. Quella era davvero lei? Questo guscio stanco e logoro era la Rowena che era stata portata a Ventria tanti anni prima? E quanto era vecchio e avvizzito il povero Pudri. Povero, devoto Pudri. Poi si sentì attirare dalla Fonte. Chiudendo gli occhi, pensò a Druss. Sulle ali del vento la Rowena dei sogni passati si librò al di sopra della fattoria, assaporando la dolcezza dell’aria, godendo della libertà del cielo. Le terre fluirono sotto di lei, verdi e fertili, tinte d’oro dai campi di grano; i fiumi divennero nastri di seta, i mari laghi solcati di onde, le città parvero popolate di insetti che correvano di qua e di là senza uno scopo. Poi il mondo rimpicciolì fino a ridursi ad un piatto tempestato di macchie azzurre e bianche, divenne una pietra levigata e infine una minuscola gemma. Di nuovo, lei pensò a Druss. – Non ancora! – implorò. – Lascia che lo veda una volta. I colori vorticarono davanti ai suoi occhi e si trovò a precipitare fra le nubi,


roteando e contorcendosi: adesso la terra sotto di lei era di nuovo verde e oro, i campi di grano e i pascoli della Piana Sentriana si stendevano ricchi e verdeggianti. Verso est sembrava che un gigantesco mantello fosse stato gettato con noncuranza sul terreno e che le montagne di Skeln, grigie e prive di vita, fossero soltanto le pieghe della sua stoffa. Volò più vicina, fino a librarsi sul passo e a osservare gli eserciti impegnati a combattere. Non le fu difficile trovare Druss. Come sempre era al centro della carneficina, e la sua ascia assassina seminava dolore e morte. A quella vista fu assalita dalla tristezza e da un dolore tanto profondo che le trafisse l’anima. – Addio, amore mio – disse. E sollevò il volto verso i cieli. Gli Immortali si scagliarono contro lo schieramento Drenaì e il clangore dell’acciaio contro l’acciaio echeggiò al di sopra del rollare ossessivo dei tamburi. Druss calò Snaga su un volto barbuto e schivò un letale affondo, sventrando l’assalitore. Una lancia gli lacerò il volto e una spada gli aprì una ferita poco profonda alla spalla. Costretto a indietreggiare di un passo piantò i talloni nel terreno e sferzò con l’ascia insanguinata i ranghi neri e argento che gli si paravano davanti. Lentamente, la pressione esercitata dagli Immortali costrinse la linea drenai a indietreggiare. Un colpo violento raggiunse lo scudo di Druss, spaccandolo nel centro, e lui lo scagliò lontano da sé per poi afferrare Snaga con entrambe le mani e aprire con essa un rosso solco di sangue fra i nemici mentre nel suo animo l’ira si mutava in furia. I suoi occhi si accesero di un intenso bagliore e nuova energia venne ad alimentare i suoi muscoli stanchi e doloranti. Intanto i Drenai erano stati costretti a indietreggiare di venti passi, e se si fossero ritirati di altri dieci sarebbero arrivati nel punto in cui la strettoia si tornava ad allargare e dove non avrebbero più avuto possibilità di resistere. Con la bocca contorta in una smorfia letale, Druss mantenne la posizione: adesso la linea si stava piegando come un arco su entrambi i lati ma lui rimase inamovibile e tutti gli Immortali che cercarono di costringerlo a indietreggiare furono falcidiati con consumata abilità. Poi Druss cominciò a ridere. Fu un suono terribile, che diffuse un senso di gelo nelle vene dei nemici. Pervaso di sempre nuove energie Druss calò Snaga sul volto barbuto di un Immortale, catapultandolo contro i suoi compagni, quindi si lanciò in avanti e squarciò con un fendente il torace del guerriero successivo. Sotto la pioggia di colpi che segui i guerrieri ventriani cominciarono a ritrarsi dalla sua strada e fra le loro file apparve una breccia: urlando al cielo la propria furia, Druss si scagliò alla carica in mezzo a loro, seguito da Certak e da Diagoras.


Era una mossa suicida, e tuttavia i Drenai formarono un cuneo che aveva Druss alla sua testa e che penetrò come una spada fra le file dei Ventriani. Il gigantesco guerriero armato d’ascia era inarrestabile. I nemici gli si scagliavano contro da tutti i lati ma la sua ascia si muoveva rapida come il mercurio. Un giovane soldato di nome Eericetes, che era stato ammesso fra gli Immortali appena un mese prima, vide Druss avanzare verso di lui e sentì la paura salirgli in gola amara come bile. Lasciata cadere la spada, si girò e cominciò a spingere l’uomo che c’era alle sue spalle. – Indietro! – gridò. – Indietro! L’uomo gli fece spazio, poi quel grido venne raccolto da altri, che credettero si trattasse di un ordine degli ufficiali. – Indietro! Tornate al ruscello! Quelle parole si diffusero fra i ranghi e gli Immortali si girarono, sciamando verso il campo ventriano, mentre dall’alto del suo trono Gorben guardava con orrore le sue truppe scelte riattraversare a guado il ruscello, disorganizzate e sconcertate. Il suo sguardo si spostò quindi verso l’alto del passo, dove era possibile vedere il guerriero con l’ascia fermo a gambe larghe con Snaga levata in alto come una bandiera, e la voce di Druss giunse fino a lui riecheggiando fra le rocce. – Dov’è la vostra leggenda adesso, figli di cagne ? Con il sangue che gli colava da un taglio poco profondo alla fronte, Abadai si avvicinò all’imperatore e si lasciò cadere in ginocchio, a capo chino. – Come è successo? – domandò Gorben. – Non lo so, sire. Li stavano spingendo indietro, poi quell’uomo con l’ascia è parso impazzire e si è lanciato alla carica contro il nostro schieramento. Li tenevamo, li avevamo in pugno, ma in qualche modo fra gli uomini si è sparsa la voce che bisognava ritirarsi ed è stato il caos. Sul passo, Druss si affrettò ad affilare le lame smussate dell’ascia. – Abbiamo sconfitto gli Immortali – commentò Diagoras, assestando all’anziano guerriero una pacca sulla spalla. – Per gli dèi di Missael, abbiamo sconfitto quei dannati Immortali. – Torneranno, ragazzo, e molto presto. Farai bene a pregare che l’esercito si stia muovendo alla massima velocità. Quando le lame di Snaga furono di nuovo affilate come rasoi, Druss si occupò delle proprie ferite. Il taglio alla faccia bruciava come il fuoco ma aveva cessato di sanguinare; la spalla costituiva un problema maggiore e lui cercò di fasciarla come meglio poteva, ripromettendosi di suturare la ferita al calare della notte, sempre che fossero sopravvissuti alla giornata. Sulle gambe e sulle braccia aveva molte altre lacerazioni di minor conto, che però avevano già cominciato a rimarginarsi da sole. Un’ombra cadde su di lui e nel sollevare lo sguardo trovò davanti a sé Sieben, con indosso corazza ed elmo. – Che aspetto ho? – domandò il poeta. – Ridicolo. Cosa credi di fare? – Voglio entrare nella mischia, vecchio mio, e non pensare di potermi fermare.


– Non lo sogno neppure. – Non intendi dirmi che sto agendo da stupido? Druss si alzò in piedi e afferrò l’amico per le spalle. – Questi sono stati anni buoni, poeta, i migliori che avrei potuto desiderare. Nella vita di un uomo ci sono pochi tesori, e uno di essi si acquisisce con la consapevolezza di avere un amico pronto a restarti accanto quando arrivano i momenti più cupi. E se vogliamo essere onesti, Sieben... la situazione non potrebbe essere molto più cupa di così, non trovi? – Adesso che mi ci fai pensare, mio caro Druss, mi pare che sia vagamente disperata. – Tutti devono morire, prima o poi – ribatté Druss. – Quando la morte ti verrà a prendere, poeta, sputale in un occhio. – Farò del mio meglio. – Lo hai sempre fatto. I tamburi ripresero a suonare e gli Immortali si ammassarono per attaccare ancora: adesso i loro occhi erano pieni di furia e fissavano roventi i difensori, indicando che quei guerrieri non si sarebbero lasciati respingere ancora, non da Druss, non dai miseri duecento uomini che avevano davanti. Fin dal primo impatto che avviò lo scontro la linea drenai fu costretta a indietreggiare. Perfino Druss, che aveva bisogno di spazio per maneggiare l’ascia, riuscì a trovarne soltanto muovendo un passo indietro. Poi un altro. E un altro. Continuò a combattere come una macchina instancabile, coperto del sangue dei nemici e del proprio, con Snaga che si levava fra spruzzi carmini e tornava a ricadere con spietata efficienza. Più di una volta riuscì a ridare animo ai Drenai, ma gli Immortali tornarono sempre ad avanzare passando sui corpi dei loro morti con occhi cupi ed espressione risoluta. All’improvviso la linea dei Drenai cedette e in pochi momenti la battaglia degenerò in una serie di combattimenti separati, piccoli gruppi di guerrieri che formavano un cerchio difensivo di scudi in mezzo al mare nero e argento che ora riempiva il passo. La Piana Sentriana era aperta al conquistatore. La battaglia era persa. Gli Immortali avevano però un disperato bisogno di cancellare il ricordo della precedente sconfitta e finirono per bloccare loro stessi la strada che portava ad ovest nella loro determinazione di sterminare i difensori fino all’ultimo uomo. Dal suo punto di osservazione su una collina ad est del passo, Gorben gettò a terra lo scettro in un impeto di furia e si girò di scatto verso Abadai. – Hanno vinto, quindi perché non proseguono oltre? La loro sete di sangue li sta spingendo a bloccare il passo! Abadai non riusciva a credere ai propri occhi. Sebbene il tempo fosse ora un disperato nemico che aspettava soltanto di tradirli, gli Immortali stavano inconsapevolmente portando avanti l’opera dei difensori di Skeln, perché adesso lo stretto passo era intasato di guerrieri e il resto dell’esercito di Gorben si stava


ammassando alle loro spalle, in attesa di potersi riversare sulla pianura al di là di esso. Druss, Delnar, Diagoras e una ventina di altri avevano formato un cerchio di spade vicino ad un agglomerato di massi; a cinquanta passi di distanza sulla destra Sieben, Certak e trenta uomini erano circondati e si stavano difendendo furiosamente. Il poeta era grigio in volto e avvertiva un terribile dolore al petto che stava aumentando sempre di più; lasciata cadere la spada si arrampicò in cima ad un masso e sfilò un coltello da lancio dal fodero affibbiato al polso. Certak parò un affondo, ma subito dopo una lancia gli trapassò la corazza, lacerandogli i polmoni; il sangue gli salì in gola e lui crollò al suolo, permettendo ad un alto ventriano di balzare sul masso. Sieben scagliò il coltello, raggiungendo il guerriero all’occhio destro, ma nello stesso momento una lancia solcò l’aria e gli si andò a piantare nel petto: invece di causare dolore, Ia ferita liberò stranamente il cuore contratto dalla sofferenza che lo opprimeva, poi il poeta scivolò giù dalla roccia e scomparve in mezzo alle orde vestite di nero e di argento. Druss lo vide cadere... e perse ogni forma di controllo, trasformandosi in un berserker. Uscendo dal cerchio di scudi scagliò la propria mole gigantesca contro le file ammassate di guerrieri che gli si paravano davanti, mietendoli come una falce avrebbe potuto fare con un fascio di grano; subito Delnar si affrettò a richiudere il cerchio dietro di lui, sventrando un lanciere Ventriano e congiungendo il proprio scudo con quello di Diagoras. Ora circondato dagli Immortali, Druss continuò ad aprirsi la strada a forza di colpi d’ascia. Una lancia lo raggiunse in alto sulla schiena e lui si girò di scatto, sfondando il cranio del lanciere che lo aveva ferito. In quel momento una spada gli rimbalzò sull’elmo, lacerandogli la guancia, una seconda lancia gli trafisse il fianco e un colpo inferto di piatto con una spada gli si abbatté su una tempia. Afferrando uno degli assalitori, Druss lo trasse verso di sé e sferrò una violenta testata in risposta alla quale l’uomo gli si afflosciò fra le mani. Altri nemici avanzarono per serrarsi intorno al colosso Drenai, che si lasciò cadere al suolo usando il Ventriano svenuto come scudo. Lance e spade calarono su di lui e nell’aria echeggiò uno squillo di trombe. Druss lottò per rialzarsi, ma uno stivale lo colpì alla tempia e si trovò a sprofondare nell’oscurità. Si svegliò con un grido di dolore, scoprendo di avere il volto coperto di bende e il corpo devastato dalla sofferenza. D’istinto cercò di sollevarsi a sedere, ma una mano lo spinse indietro esercitando una gentile pressione sulla spalla. – Riposa, Druss. Hai perso una grande quantità di sangue. – Delnar? – Si. Abbiamo vinto, Druss, l’esercito è arrivato appena in tempo. Adesso riposa.


– Sieben! – esclamò però Druss, ricordando gli ultimi momenti della battaglia. – È vivo... ma a stento. – Portami da lui. – Non essere stupido. Dovresti essere morto, perché il tuo corpo è stato trapassato una ventina di volte, e se dovessi muoverti i punti si aprirebbero, facendoti morire dissanguato. – Portami da lui, dannazione a te! Con un’imprecazione, Delnar aiutò il guerriero a issarsi in piedi, poi chiamò un attendente che sorresse Druss dall’altro lato, e fra tutti e due aiutarono il colosso ferito a spostarsi sul retro della tenda, dove giaceva la forma immota e dormiente di Sieben il Maestro di Saghe. Adagiato Druss su una sedia che si trovava accanto al letto, Delnar e l’attendente lo lasciarono solo con l’amico, e Druss si protese in avanti, osservando le bende che fasciavano il petto del poeta e la macchia di sangue che si andava lentamente allargando su di esse. – Poeta! – chiamò in tono sommesso. Sieben aprì gli occhi. – Non c è proprio niente che ti possa uccidere, guerriero? – sussurrò. – Sembra di no. – Abbiamo vinto – disse Sieben, – e voglio che tu prenda nota del fatto che non mi sono nascosto. – Non mi aspettavo che lo facessi. – Sono spaventosamente stanco, Druss, vecchio mio. – Non morire. Per favore, non morire – implorò il guerriero, sbattendo furiosamente le palpebre per trattenere le lacrime. – Ci sono alcune cose che neppure tu puoi ottenere, vecchio mio. Adesso il mio cuore è quasi inutile, tanto che non so per quale motivo sono riuscito a vivere tanto a lungo. Comunque avevi ragione, sono stati anni buoni e non cambierei nulla di essi, neppure questo. Provvedi a Niobe e ai bambini, e accertati che qualche maestro di saghe mi renda giustizia. Lo farai? – È ovvio che lo farò. – Vorrei poter essere presente per aggiungere qualche particolare alla saga. Che epilogo adeguato. – Sì, adeguato. Ascoltami, poeta, non sono abile con le parole, ma ti voglio dire... voglio che tu sappia che per me sei stato come un fratello, il migliore amico che io abbia mai avuto. Il migliore. Poeta? Sieben? Gli occhi di Sieben stavano fissando senza vederlo il soffitto della tenda, e il suo volto ora sereno sembrava quasi tornato giovane: le linee che lo segnavano parvero svanire davanti agli occhi di Druss che cominciò a tremare mentre Delnar si avvicinava e chiudeva gli occhi al poeta, coprendogli il volto con il lenzuolo prima di aiutare Druss a tornare a letto. – Gorben è morto, Druss, i suoi stessi uomini lo hanno ucciso durante la fuga e adesso la nostra flotta ha imbottigliato i Ventriani nella baia. In questo momento i loro generali si stanno incontrando con Abalayn per discutere i termini della resa.


Ce l’abbiamo fatta, abbiamo tenuto il passo. Fuori c’è Diagoras che vorrebbe vederti... è riuscito a sopravvivere la battaglia. E vuoi sapere una cosa incredibile? Perfino il grasso Orastes è ancora fra noi. Avrei scommesso dieci contro uno che non se la sarebbe cavata. – Vuoi darmi qualcosa da bere? – sussurrò Druss. Delnar gli si avvicinò con un boccale di acqua fresca e lui lo stava sorseggiando lentamente quando Diagoras entrò nella tenda portando con sé Snaga, che era stata pulita dal sangue e lucidata fino a farla brillare come argento. Druss posò lo sguardo sull’arma ma non protese la mano per prenderla. – Ce l’hai fatta – affermò il giovane guerriero, con un sorriso. – Non avevo mai visto una cosa del genere e non avrei creduto che fosse possibile. – Tutte le cose sono possibili, ragazzo, non lo dimenticare – replicò Druss. Poi le lacrime gli salirono agli occhi e lui distolse il capo per nasconderle; dopo un momento sentì gli altri che uscivano dalla tenda e soltanto allora diede libero sfogo al pianto. Fine.


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