Lentamente rimosse il velluto e mise a nudo una disadorna scatoletta di legno con il coperchio incernierato; aprendola trovò al suo interno una spilla di fattura semplice e addirittura rozza, realizzata con morbidi fili di rame che circondavano una pietra di luna. La bocca le si fece improvvisamente arida e una parte della sua mente cercò di affermare che quella spilla le riusciva del tutto nuova, ma un piccolo campanello d’allarme prese al tempo stesso a suonare nei più profondi recessi della sua anima. Quella spilla le apparteneva! La sua mano destra scese lentamente verso il monile ma si arrestò quando le dita arrivarono a librarsi appena sopra la pietra. Poi Rowena si ritrasse, sedendosi, e in quel momento sentì Pudri entrare nella stanza. – Avevi indosso quella spilla la prima volta che ti ho vista – le disse in tono gentile. Lei annuì, senza rispondere, e il piccolo Ventriano le si avvicinò per porgerle una lettera sigillata con la cera rossa. – Il mio signore mi ha chiesto di darti questa una volta che avessi visto il suo... dono. Rowena spezzò il sigillo e aprì la lettera, che era stilata nella calligrafia decisa e nitida dl Michanek. Ti saluto, mia amata. Sono abile con la spada e tuttavia adesso venderei l’anima per esserlo altrettanto con le parole. Molto tempo fa, quando giacevi morente, ho pagato tre maghi perché sigillassero nelle profondità della tua mente il Talento che ti stava uccidendo, ma così facendo essi ti hanno anche cancellato le vie della memoria. A quanto mi hanno riferito, questa spilla era stata fatta per te come dono d’amore: come tale, è la chiave del tuo passato e un regalo per il tuo futuro. Fra tutti i dolori che ho conosciuto non ce n’è mai stato nessuno grande come la sofferenza di sapere che esso sarà senza di me, e tuttavia ti ho amata e non cambierei un solo giorno. E se per qualche miracolo mi fosse concesso di tornare al passato e di corteggiarti di nuovo, lo rifarei anche avendo la certezza che tutto finirà ancora nello stesso modo. Sei la luce della mia vita e l’amore del mio cuore. Addio, Pahtai. Possano i tuoi sentieri essere resi facili e possa la tua anima conoscere molte gioie. La lettera le sfuggì di mano, fluttuando fino al pavimento, e Pudri si affretto a venire avanti per cingerle le spalle con un braccio sottile. – Prendi la spilla, mia signora! – Lui sta per morire – mormorò Rowena, scuotendo il capo. – Sì – ammise il ventriano, – ma mi ha pregato di incitarti a prendere quella spilla. Era il suo più grande desiderio, non negarne la realizzazione! – Prenderò la spilla – replicò lei, in tono solenne, – ma quando Michanek morirà, anch’io morirò con lui.
* * * Seduto nel campo semideserto Druss stava osservando l’attacco scatenato contro le mura. Da quella distanza gli assalitori sembravano altrettanti insetti mentre sciamavano su per le minuscole scale, e da dove si trovava lui vide molti corpi precipitare nel vuoto, sentì il suono dei corni di battaglia e di tanto in tanto qualche urlo acuto che arrivava fin lì sulle ali della mutevole brezza. – È la prima volta che ti vedo rinunciare ad un combattimento, Druss osservò Sieben, che gli era accanto. – Con la vecchiaia ti stai ammorbidendo? Druss non rispose. I suoi occhi chiari erano intenti a fissare la scena della lotta e ben presto lui vide le volute di fumo che filtravano da sotto le mura, segno che le travi che puntellavano le gallerie erano ormai in fiamme e che presto le fondamenta delle mura sarebbero andate distrutte. Quando il fumo si fece più denso gli assalitori indietreggiarono e si disposero ad attendere. Il grande silenzio calato sulla pianura fece sì che il tempo sembrasse scorrere più lento. Il fumo s’infittì, poi si disperse... e non accadde nulla. Impugnata l’ascia, Druss si alzò in piedi, imitato da Sieben. – Non ha funzionato – affermò il poeta. – Da’ tempo al tempo – grugnì Druss, incamminandosi. Sieben lo seguì fino a quando arrivarono ad una trentina di metri dalle mura, dove Gorben era in attesa silenziosa, circondato dai suoi ufficiali. Nessuno parlò. Una linea irregolare, nera come la zampa di un ragno, apparve lungo la superficie delle mura, seguita da un suono acuto e stridulo, poi la fenditura si allargò e un grosso blocco di pietra si staccò da una torre vicina per precipitare con fragore sulle rocce sottostanti. Druss poté vedere i difensori che si affrettavano a indietreggiare mentre una seconda crepa si formava nella parete di pietra... seguita da una terza. Un’ampia sezione di muro si sgretolò e un’alta torre crollò sulla destra, abbattendosi sulle rovine sottostanti e sollevando un’immensa nube di polvere. Coprendosi la bocca con un lembo del mantello, Gorben attese che la polvere si fosse depositata. Dove appena pochi momenti prima si ergeva un muro di pietra adesso si vedevano soltanto macerie irregolari come i denti spezzati di un gigante. Ad un nuovo squillo del corno da battaglia la linea nera degli Immortali si lanciò in avanti. – Ti unirai a loro nel massacro? – chiese Gorben, voltandosi verso Druss. – Non mi piacciono i massacri – ribatté questi, scuotendo il capo. Il cortile era cosparso di cadaveri e di pozze di sangue. Lanciando un’occhiata verso la propria destra, dove suo fratello Narin giaceva supino con una lancia che gli sporgeva dal petto e gli occhi ciechi che fissavano il cielo chiazzato di carminio, Michanek pensò che era quasi il tramonto. Il sangue gli scorreva da una ferita alla tempia per poi colargli lungo il collo e il dolore alla schiena andava aumentando: ad ogni movimento avvertiva infatti la
presenza della freccia che gli si era piantata sopra la scapola sinistra, trapassando il muscolo e la carne. Quella ferita gli rendeva impossibile reggere il peso dello scudo, e vi aveva rinunciato da tempo, avendo già difficoltà con la spada la cui elsa era resa scivolosa dal sangue. Sulla sua sinistra un uomo gemette... suo cugino Shurpac, che stava morendo di una spaventosa ferita al ventre e stava cercando di impedire agli intestini di fuoriuscire dalla carne. Michanek riportò lo sguardo sui soldati nemici che gli erano tutt’intorno e che adesso si erano tratti indietro, formando un cupo cerchio. Girando lentamente su se stesso constatò di essere l’ultimo Naashanita ancora in piedi e tornò a fissare gli Immortali con occhi roventi, lanciando loro la propria sfida. – Cosa vi prende? Avete paura dell’acciaio naashanita? – esclamò, ma ancora essi non si mossero. Michanek barcollò e quasi cadde al suolo, ma riuscì a ritrovare l’equilibrio. Adesso il dolore stava scomparendo. Era stata una lunga giornata. Il muro lungo cui correva la galleria era crollato, uccidendo una ventina dei suoi uomini, ma gli altri erano stati pronti a ritrovare la formazione e Michanek era orgoglioso di loro, perché nessuno aveva suggerito la resa: si erano ritirati tutti fino alla seconda linea di difesa e avevano tempestato i Ventriani di frecce, di lance e perfino di pietre, ma essi erano così numerosi che era stato impossibile mantenere la posizione. Michanek aveva guidato gli ultimi cinquanta guerrieri verso la rocca interna, ma erano stati intercettati e costretti a deviare in una strada laterale che portava al cortile della casa appartenuta a Kabuchek. Cosa stanno aspettando? si chiese, e la risposta gli giunse immediata: Stanno aspettando che tu muoia. Notò poi un movimento al limitare del cerchio quando alcuni uomini si spostarono per lasciar passare Gorben... vestito con una tunica dorata e con una corona a sette punte sulla testa, aveva adesso in tutto e per tutto l’aspetto di un imperatore. Accanto a lui c’era il guerriero armato d’ascia, il marito di Pahtai. – Pronto per un altro duello... mio signore? – chiese Michanek, poi fu assalito da un devastante accesso di tosse accompagnato da uno spruzzo di sangue che saliva dai polmoni. – Posa quella spada, uomo! È tutto finito! – disse Gorben. – Devo dedurre che ti stai arrendendo? – ribatté Michanek. – In caso contrario, lascia che combatta contro il tuo campione. Gorben si girò verso il guerriero con l’ascia, che annuì e venne avanti. Michanek cercò di prepararsi allo scontro, ma la sua mente stava vagando altrove e lui si trovò a ricordare un giorno trascorso in compagnia di Pahtai, vicino ad una cascata. Lei aveva intrecciato una corona di candidi gigli d’acqua e gliel’aveva posta sul capo. Quei fiori erano stati umidi e freschi, li poteva sentire anche adesso... No. Doveva combattere! Vincere! Sollevò lo sguardo. Adesso il guerriero con l’ascia sembrava colossale, torreggiava su di lui... e Michanek si rese conto di essere crollato in ginocchio.
– No – disse, con voce impastata. – Non intendo morire in ginocchio. Appoggiandosi in avanti cercò di issarsi in piedi ma cadde nuovamente... poi due mani forti lo afferrarono per le spalle, sollevandolo, e lui si trovò a guardare negli occhi chiarissimi di Druss dell’Ascia. – Sapevo... che saresti... venuto – disse. Druss in parte accompagnò e in parte trasportò il guerriero morente fino ad una panca di marmo addossata al muro del cortile, e lo adagiò con gentilezza sulla pietra fresca. Un Immortale si tolse il mantello e lo arrotolò per farne un cuscino da infilare sotto la testa del generale naashanita. Michanek sollevò lo sguardo verso il cielo sempre più scuro, poi volse il capo: Druss era inginocchiato al suo fianco, e alle spalle del guerriero drenai erano in attesagli Immortali, che ad un ordine di Gorben estrassero la spada, sollevandola in un saluto al loro nemico. – Druss! Druss! – Sono qui. – Sii... gentile... con lei. Michanek non sentì la risposta. Era di nuovo seduto sull’erba vicino alla cascata e avvertiva sulla pelle la frescura dei petali dei gigli d’acqua. A Resha non ci furono saccheggi né stragi organizzate a spese della popolazione. Gli Immortali pattugliarono la città dopo aver marciato attraverso il suo centro fra gli applausi delle folle che agitavano bandiere e gettavano petali di fiori sotto i piedi dei soldati. Nelle prime ore ci furono isolate esplosioni di violenza quando cittadini infuriati si raccolsero in gruppi per dare la caccia ai Ventriani accusati di aver collaborato con i conquistatori naashaniti, ma Gorben fece disperdere quei gruppi e promise di avviare in seguito delle inchieste per identificare quanti potevano essere accusati di tradimento. I corpi dei caduti furono seppelliti in due grandi fosse comuni fuori delle mura cittadine e l’imperatore ordinò di erigere un monumento su quella che raccoglieva i caduti ventriani, un enorme leone di pietra sulla cui base fossero incisi i nomi dei soldati morti; sulla tomba dei Naashaniti non sarebbe stata invece posta nessuna pietra commemorativa. Il corpo di Michanek venne però composto nella Sala dei Caduti, sotto il Grande Palazzo sulla Collina che si ergeva come una corona nel centro di Resha. Furono fatte arrivare scorte di viveri per nutrire la popolazione e i costruttori si misero all’opera, rimuovendo le dighe che avevano privato dell’acqua la città assediata, ricostruendo le mura e riparando le case e le botteghe che erano state danneggiate dai massi scagliati oltre le mura dalle catapulte nel corso degli ultimi tre mesi. Druss però non si interessò minimamente a ciò che accadeva in città: giorno dopo giorno rimase al capezzale di Rowena, tenendo nelle sue la mano fredda e
pallida di lei. Dopo la morte di Michanek, Druss ne aveva cercato la casa basandosi sulle indicazioni fornite da un soldato naashanita sopravvissuto all’ultimo assalto. Insieme a Sieben e ad Eskodas aveva attraversato di corsa la città fino ad arrivare alla casa sulla collina, ed era entrato in uno splendido giardino dove aveva trovato un ometto che piangeva seduto vicino ad un laghetto ornamentale. Druss lo aveva afferrato per la tunica di lana, issandolo in piedi. – Lei dov’è? – aveva chiesto. – È morta – aveva singhiozzato l’uomo, con il volto solcato di lacrime. – Ha preso un veleno. Adesso c’è un prete accanto al suo corpo. Quindi aveva indicato verso la casa e aveva ripreso a piangere. Disinteressandosi di lui, Druss si era precipitato nell’edificio e aveva salito le scale: le prime tre stanze erano risultate vuote, ma nella quarta aveva trovato il prete di Pashtar Sen seduto accanto ad un letto. – Déi, no! – aveva esclamato Druss, nel vedere la forma immobile di Rowena, che giaceva con gli occhi chiusi e il volto grigiastro. Al suono della sua voce il prete aveva sollevato lo sguardo con aria sfinita. – Non dire nulla – aveva ingiunto, con voce debole e all’apparenza molto remota. – Ho mandato a chiamare un... un amico, e sto concentrando tutto il mio potere per tenerla in vita. E aveva richiuso gli occhi. Non sapendo cosa fare, Druss si era accostato al letto e aveva abbassato lo sguardo sulla donna che aveva amato così a lungo... erano trascorsi sette anni dall’ultima volta che l’aveva vista, e la sua bellezza gli aveva lacerato il cuore con artigli d’acciaio; deglutendo a fatica si era seduto al suo capezzale. Il prete, che dava l’impressione di essere mortalmente stanco, aveva intanto continuato a stringere la mano di Rowena nella sua mentre il sudore gli scorreva sul volto tracciandogli strisce grigiastre sulle guance. Nel frattempo Sieben ed Eskodas erano giunti a loro volta nella stanza, e quando Druss aveva fatto foro segno di tacere si erano messi a sedere, aspettando. Dopo quasi un’ora era finalmente arrivato un altro uomo, un individuo calvo e corpulento dal volto rosso e rotondo da cui gli orecchi sporgevano in maniera comica. L’uomo indossava una lunga tunica bianca e una grossa borsa di cuoio gli pendeva dalla spalla mediante una cinghia ricamata in oro. Senza rivolgere una sola parola ai tre guerrieri, si era accostato al letto e aveva premuto le dita contro il collo di Rowena. – Ha preso dello yasroot, Shalitar – aveva detto il prete di Pashtar Sen, aprendo infine gli occhi. – Da quanto tempo? – aveva domandato l’uomo calvo, annuendo. – Tre ore. Ho impedito alla maggior parte del veleno di diffondersi nel sangue, ma una piccola percentuale ha raggiunto il suo sistema linfatico. Shalitar aveva schioccato la lingua con disapprovazione, poi si era messo a frugare nella borsa di cuoio. – Uno di voi vada a prendere dell’acqua – aveva ordinato. Subito Eskodas aveva lasciato la stanza per tornare pochi momenti più tardi con
una caraffa d’argento; Shalitar gli aveva allora detto di andare a mettersi vicino alla testata del letto e aveva tirato fuori dalla borsa un piccolo pacchetto contenente una polvere di qualche tipo che aveva rovesciato nella caraffa. L’acqua si era coperta momentaneamente di schiuma, e quando la reazione era cessata Shalitar aveva prelevato dalla borsa un lungo tubo grigio e un imbuto, protendendosi quindi per aprire la bocca di Rowena. – Cosa stai facendo? – aveva tempestato Druss, afferrandogli il polso. – Dobbiamo farle arrivare quella pozione nello stomaco – aveva ribattuto il chirurgo, imperturbato. – Come puoi vedere, lei non è in condizione di berla, quindi intendo inserirle quel tubo in gola e versarvi la pozione mediante l’imbuto. È un’operazione delicata, perché non vorrei inondarle i polmoni, e mi riuscirebbe difficile eseguirla nel modo corretto con una mano fratturata. Druss lo aveva lasciato andare ed era rimasto a guardare in preda ad una silenziosa angoscia mentre il medico insinuava il tubo nella gola di Rowena, tenendo poi fermo l’imbuto e ordinando ad Eskodas di versarvi dentro la pozione. Quando metà del contenuto della brocca era svanito nella gola di Rowena il medico aveva stretto il tubo fra indice e pollice, estraendolo, poi si era inginocchiato accanto al letto e aveva premuto un orecchio contro il petto della donna. – Il battito del cuore è molto lento, e debole – aveva affermato. – Un anno fa l’ho curata quando ha contratto la pestilenza che per poco non l’ha uccisa e che ha lasciato il segno su di lei. Il suo cuore non è forte. Adesso lasciatemi solo – aveva aggiunto, voltandosi verso i tre uomini, – perché devo mantenere attiva la sua circolazione e questo richiederà massaggiarle con un unguento le braccia, le gambe e la schiena. – Io non intendo andare via – aveva dichiarato Druss. – Signore, questa dama è la vedova del Generale Michanek. Qui è molto amata... nonostante fosse la moglie di un Naashanita. È sconveniente che qualsiasi uomo ne veda le nudità... e chiunque dovesse causarle vergogna non sopravvivrebbe fino alla fine della giornata. – Io sono suo marito – aveva sibilato Druss. – Gli altri possono andarsene, ma io resto. Shalitar si era massaggiato il mento ed era parso disposto a discutere oltre, ma il prete gli aveva posato una mano sul braccio. – È una lunga storia, amico mio, ma quest’uomo dice la verità. Ora fa’ del tuo meglio. – Il mio meglio potrebbe non essere abbastanza – aveva borbottato il dottore. Trascorsero tre giorni, durante i quali Druss mangiò poco e dormì accanto al letto di Rowena, le cui condizioni non subirono cambiamenti... con il risultato di rendere Shalitar sempre più irritabile. Il quarto giorno il prete di Pashtar Sen si fece nuovamente vivo. – Il veleno è stato eliminato dal suo corpo ma lei non si sveglia – gli riferì
Shalitar. – Quando sono venuto la prima volta lei stava scivolando in un corna – replicò il prete, annuendo. – Ho toccato il suo spirito e ho constatato che stava fuggendo dalla vita: non voleva più vivere. – Perché? – domandò Druss. – Perché dovrebbe voler morire? – È un’anima gentile – replicò il sacerdote, scrollando le spalle. – Quando eravate nelle vostre terre ti ha amato, e ha portato con sé questo amore come qualcosa di puro in un mondo corrotto: sapendo che stavi venendo a cercarla, era pronta ad aspettarti. I suoi Talenti sono però cresciuti con una rapidità stupefacente e l’hanno sopraffatta a tal punto che per salvarle la vita Shalitar e alcuni altri hanno dovuto intervenire e chiuderle le vie d’accesso ai suoi poteri... ma nel farlo le hanno anche cancellato la memoria. Così lei si è ridestata qui, nella casa di Michanek. Lui era un brav’uomo, Druss, e l’amava quanto l’ami tu, quindi l’ha curata fino a farla rimettere in salute e ha conquistato il suo cuore. Però non le ha mai rivelato il suo più grande segreto, e cioè che come veggente Rowena aveva predetto la sua morte... che sarebbe avvenuta un anno esatto dopo che lui si fosse sposato. Per parecchi anni hanno vissuto insieme, poi lei ha contatto la peste e durante la malattia... poiché, come ho detto, non conservava nessun ricordo della sua vita come veggente... ha chiesto a Michanek per quale motivo non l’avesse mai sposata. Temendo per la sua vita, lui ha pensato che il matrimonio potesse servire a salvarla, e forse ha avuto ragione. Veniamo ora alla presa di Resha. Prima di morire Michanek le ha lasciato un dono... questa – concluse il prete, porgendo la spilla a Druss. Lui prese il delicato oggetto e chiuse intorno ad esso le dita massicce. – L’ho fatta io – disse. – Sembra che sia passata una vita intera. – Michanek sapeva che questa spilla era la chiave capace di sbloccare la memoria a Rowena... e come temo sia tipico degli esseri umani, ha pensato che recuperarla le sarebbe servito a reggere meglio al dolore della sua perdita. Era convinto che si sarebbe ricordata di te, del tatto che tu l’amavi ancora, e che avrebbe avuto un futuro sicuro, ma nel suo ragionamento c’era una pecca perché non appena ha toccato la spilla Rowena è stata prevalentemente assalita da un terribile senso di colpa. Era stata lei a chiedere a Michanek di sposarla, e secondo il suo modo di vedere aveva così garantito la sua morte; ed era ancora stata lei a vedere te, Druss, davanti alla casa di Kabuchek e a fuggire via per timore di riscoprire il passato, terrorizzata al pensiero che esso potesse distruggere la felicità che aveva trovato. In quel singolo momento si è vista come una traditrice, una poco di buono e... temo... un’assassina. – Nulla di tutto questo è stato colpa sua – protestò Druss. – Come ha potuto pensare che lo fosse? Il prete si limitò a sorridere, e fu invece Shalitar a rispondere. – Qualsiasi morte produce un senso di colpa, Druss. Un bambino muore a causa della peste e sua madre si accusa per non averlo portato lontano in un luogo sicuro prima che scoppiasse la malattia. Un uomo cade in un burrone e muore, e sua moglie pensa che non sarebbe accaduto se soltanto quel giorno gli avesse chiesto di
restare al sicuro a casa, con lei. È nella natura della gente buona addossarsi fardelli del genere, perché qualsiasi tragedia potrebbe essere evitata se soltanto fosse possibile prevederla e di conseguenza il suo verificarsi ci porta ad accusare noi stessi. Nel caso di Rowena il senso di colpa è però stato schiacciante. – Cosa posso fare? – domandò Druss. – Nulla. Dobbiamo soltanto sperare che torni indietro. Il prete parve sul punto di aggiungere qualcosa ma poi preferì tacere e si alzò in piedi, accostandosi alla finestra. – Parla – lo incitò però Druss, notando il cambiamento verificatosi in lui. – Cosa stavi per dire? – Non ha importanza – si schermì il religioso, in tono sommesso. – Se riguarda Rowena lascia che sia io a giudicare. – Si sta librando fra la vita e la morte – replicò il prete, sedendo e massaggiandosi gli occhi stanchi, – e il suo spirito vaga nella Valle della Morte. Se riuscissimo a trovare un mago forse potremmo inviare il suo spirito a prenderla per riportarla a casa, però non so dove trovare un uomo... o una donna... del genere – aggiunse, allargando le mani in un gesto impotente, – e non credo che abbiamo il tempo di cercarne uno. – Cosa mi dici del tuo Talento? – lo incalzò Druss. – Sembri conoscere questo posto di cui parli. Il religioso si affrettò a distogliere lo sguardo. – Io... io ho il Talento, ma non il coraggio necessario per andare in un posto così terribile. Sono un vigliacco, Druss – ammise, costringendosi a sorridere, – e laggiù morirei, perché non è luogo per uomini di poco coraggio. – Allora manda me. Io la troverò. – Non avresti nessuna possibilità di riuscita. Stiamo parlando di un... un regno di magia oscura e di demoni: di fronte ad essi saresti privo di difese, Druss, e saresti sopraffatto. – Ma potresti mandarmi laggiù? – È inutile parlarne. Sarebbe una follia. – Cosa succederà a Rowena se non facciamo nulla? – chiese Druss, rivolgendosi a Shalitar. – Le resta ancora un giorno di vita... forse due. Se ne sta già andando. – Allora non abbiamo scelta, prete – scandì il guerriero, alzandosi e andando a piazzarsi davanti al religioso. – Dimmi come devo fare per raggiungere questa valle. – Devi morire – sussurrò il prete. Una nebbia grigia si agitava vorticante anche se non si avvertiva il minimo soffio di brezza, e strani suoni spettrali echeggiavano tutt’intorno a lui. Adesso il prete era scomparso e Druss era solo. Solo? Tutt’intorno c’erano delle sagome che si muovevano nella nebbia, alcune
enormi, altre basse e striscianti. – Resta sul sentiero – aveva raccomandato il prete. – Segui la strada attraverso la nebbia e non l’abbandonare per nessun motivo. Abbassando lo sguardo vide che la strada era grigia e uniforme come se fosse stata creata dalla pietra fusa, una striscia liscia e piatta a cui la nebbia aderiva fluttuando e ondeggiando in gelidi filamenti che gli si avviluppavano intorno alle gambe e alla parte inferiore del corpo. Una voce femminile gli lanciò un richiamo dal bordo del sentiero e lui si arrestò per lanciare un’occhiata verso destra: una donna dai capelli scuri che era poco più di una ragazza sedeva su una roccia a gambe larghe, accarezzandosi una coscia con la mano destra. – Vieni! – chiamò ancora la donna, sollevando il capo e umettandosi le labbra. – Vieni da me! – Ho altro da fare – rispose Druss, scuotendo il capo. – Qui? – lo derise la donna. – Hai altro da fare in questo posto? La sua risata echeggiò nell’aria ferma e lei si avvicinò maggiormente, ma Druss notò che badava a non porre piede sulla strada. I suoi occhi grandi e dorati erano privi di pupilla e presentavano semplici fessure nere al centro dell’iride; quando la sua bocca si aprì una lingua biforcuta saettò fra le labbra, che Druss vide essere di un colore fra il grigio e l’azzurro. I denti erano piccoli e aguzzi. Ignorando la donna continuò a camminare e s’imbatté in un vecchio che sedeva nel centro della strada con aria abbattuta. – Da che parte devo andare, fratello? – domandò il vecchio, quando gli arrivò vicino. – Da che parte? Ci sono così tanti sentieri. – Ce n’è soltanto uno – gli fece notare Druss. – Così tanti sentieri – ripeté il vecchio. Druss riprese il cammino e alle proprie spalle sentì la voce della donna lanciare al vecchio il suo richiamo, ma non si girò per guardare cosa succedeva. Pochi momenti più tardi gli arrivò all’orecchio un urlo orribile. La strada proseguiva attraverso la nebbia, uniforme e diritta come una lancia, e su di essa c’erano altre figure che a volte camminavano con passo deciso, a volte con andatura strascicata. Comunque nessuno parlava e Druss si mosse in mezzo agli altri in silenzio, scrutandoli in volto alla ricerca di Rowena. Una giovane donna incespicò e finì fuori del sentiero, crollando in ginocchio: all’istante una mano coperta di scaglie l’afferrò per il mantello e la trascinò in avanti. Troppo distante per poter essere d’aiuto, Druss poté soltanto sfogare con un’imprecazione la propria impotenza mentre proseguiva. Molti altri sentieri si fondevano con quello su cui lui era, e ben presto si trovò a viaggiare in compagnia di una moltitudine di gente silenziosa... persone giovani e vecchie, tutte con il volto dall’espressione vacua e assorta, che spesso lasciavano il sentiero e si perdevano nella nebbia. Adesso Druss aveva l’impressione di aver camminato per parecchi giorni, ma in quel luogo non c’era senso del tempo né si avvertivano stanchezza o fame.
Guardando davanti a sé distinse un gran numero di anime che procedevano pacate lungo quella strada pervasa di nebbia e si sentì sfiorare dalla disperazione. Come avrebbe fatto a trovare Rowena fra tante persone? Spietatamente allontanò quella paura dalla propria mente e si concentrò sul compito di scrutare ogni volto che gli passava accanto mentre si spingeva sempre più avanti, pensando che nessuno avrebbe mai realizzato nulla se gli uomini si fossero fatti intimidire dalle semplici dimensioni del problema a cui si trovavano di fronte. Dopo un po’ si accorse che la strada si era fatta in salita e che poteva spingere più lontano lo sguardo perché la nebbia si andava diradando; adesso non c’era più traccia di sentieri secondari e la strada stessa era larga più di trenta metri. Proseguì con determinazione il cammino facendosi largo fra quella folla silenziosa, poi vide davanti a sé una nuova diramazione: la strada si suddivideva in decine di sentieri che conducevano a gallerie dalla volta arcuata, cupe e minacciose. Un ometto che portava una rozza tunica di lana marrone e che stava procedendo contro corrente in quel mare di anime si accorse di lui e gli sorrise. – Continua a camminare, figlio mio – disse, battendogli un colpetto sulla spalla. – Aspetta! – chiamò Druss, quando l’uomo accennò a oltrepassarlo. Tunica Marrone si girò di scatto, sorpreso, poi gli si avvicinò e gli segnalò di spostarsi su un lato della strada. – Fammi vedere la mano, fratello – chiese. – Cosa? – La mano destra... mostrami il palmo! – insistette l’ometto, e non appena Druss protese la mano gliel’afferrò, scrutandone con attenzione il palmo calloso. – Non sei ancora pronto a procedere oltre, fratello. Perché sei qui? – Sto cercando qualcuno. – Ah – esclamò l’uomo, che sembrava sollevato, – sei un cuore disperato. Molti di voi tentano di passare da queste porte. La tua amata è morta? Il mondo ti ha trattato ingiustamente? Quale che sia la risposta, fratello, devi tornare da dove sei venuto perché quaggiù non c è nulla per te... a meno che non ti allontani dal sentiero, nel qual caso ti aspetta un’eternità di sofferenze. Torna indietro! – Non posso. Mia moglie è qui ed è viva... proprio come me. – Se è viva, fratello, allora non può avere oltrepassato i portali che vedi davanti a te, perché nessuna anima vivente li può varcare... non avendo la moneta – spiegò, mostrando il proprio palmo nel quale era annidata un’ombra nera, circolare e priva di sostanza. – Serve per pagare il Traghettatore e raggiungere la strada per il Paradiso – aggiunse. – Se non ha potuto oltrepassare le gallerie, dove può essere? – volle sapere Druss. – Non ne ho idea, fratello, perché non ho mai lasciato il sentiero e non so cosa si trovi al di là di esso, so soltanto che sono aree abitate dalle anime dei dannati. Raggiungi la Quarta Porta e chiedi di Fratello Domitori, che è il Custode. Tunica Marrone sorrise ancora e si allontanò, scomparendo in mezzo a quella moltitudine. Unitosi al flusso generale Druss si diresse verso la Quarta Porta,
dove un altro uomo che indossava una tunica marrone dotata di cappuccio era fermo in silenzio accanto all’entrata. L’uomo era alto, con le spalle arrotondate e tristi occhi solenni. – Sei Fratello Domitori? – domandò Druss. L’uomo annuì, ma non parlò. – Sto cercando mia moglie. – Prosegui, fratello. Se la sua anima vive, la troverai. – Lei non ha la moneta – spiegò Druss. – Oltre quella collina ce ne sono molti nelle sue condizioni – annuì Domitori, indicando un sentiero stretto e tortuoso che risaliva e aggirava una bassa altura. – Restano là a tremolare e a consumarsi, poi tornano sulla strada quando sono pronti, cioè quando il loro cuore cede e il corpo smette di lottare. Druss si avviò immediatamente, ma Domitori lo richiamò. – Oltre la collina la strada finisce e ti verrai a trovare nella Valle della Morte, quindi farai meglio ad armarti. – Qui non ho armi. Domitori sollevò una mano, bloccando il fluire delle anime oltre le Porte, e si andò ad affiancare a Druss. – Bronzo e ferro non possono esistere quaggiù, anche se vedrai cose che ti sembreranno spade o lance. Questo è un luogo dello Spirito, e in esso lo spirito di un uomo può essere acciaio o acqua, legno o fuoco. Attraversare la collina... e tornare indietro... richiederà un grande coraggio e non solo questo. Hai fede? – In cosa? – Nella Fonte? – sospirò l’uomo. – In te stesso? Cosa ti è più caro? – Rowena... mia moglie. – Allora aggrappati al tuo amore, amico mio, qualsiasi pericolo ti assalga. Cosa temi maggiormente. – Perderla. – E che altro. – Non temo nulla. – Tutti gli uomini temono qualcosa, e in questo qualcosa risiede la tua debolezza. Il luogo dei Dannati e dei Morti ha uno speciale talento per portare un uomo a trovarsi faccia a faccia con quello che teme. Prego che la Fonte di possa guidare, fratello. Va’ in pace. Tornato vicino alla porta sollevò una mano, l’entrata si aprì e la cupa processione di anime riprese a fluire ininterrotta. – Vile figlio di buona donna! – tempestò Sieben. – Ti dovrei uccidere! Il medico Shalitar si affrettò a interporsi fra il poeta e il prete di Pashtar Sen. – Sta calmo – intervenne. – Lui ha ammesso di non avere coraggio e non si deve scusare per ciò che è: alcuni uomini sono alti e altri bassi, alcuni coraggiosi e altri meno. – Può essere vero – ammise Sieben, – ma che possibilità ha Druss in un mondo di incantesimi e di stregoneria? Dimmelo tu! – Non lo so – ammise Shalitar.
– Tu no, ma lui sì – insistette Sieben. – Ho letto qualcosa in merito al Vuoto, nel quale ho ambientato gran parte delle mie storie, e ho parlato con Cercatori e mistici che hanno viaggiato attraverso la Nebbia. Tutti sono concordi su un punto... se non ha accesso al potere della magia nel Vuoto un uomo è perduto. Non è forse così, prete? Il religioso annuì ma non sollevò lo sguardo e restò seduto accanto al letto su cui giacevano le figure immote di Druss e di Rowena. Adesso il guerriero era pallido in volto e sembrava che non stesse respirando. – Cosa dovrà affrontare laggiù? – insistette Sieben. – Avanti, uomo, sentiamo! – Gli orrori del suo passato – rispose il religioso, con voce appena udibile. – Per gli dèi, prete, ti garantisco che se dovesse morire tu lo seguirai. Raggiunta la sommità della collina, Druss abbassò lo sguardo sulla sottostante valle disseccata, dove gli alberi neri e morti si stagliavano sullo sfondo della terra grigio ardesia come se fossero stati disegnati con un carboncino su di essa. Non c’era vento, non c’era traccia di movimento tranne per le poche anime che vagavano senza meta per la vallata; un po’ più in basso lungo il pendio scorse poi una vecchia che sedeva per terra a capo chino e con le spalle incurvate, e le si avvicinò. – Sto cercando mia moglie – disse. – Stai cercando più di questo – ribatté la donna. – No, soltanto mia moglie – insistette Druss, accoccolandosi davanti a lei. – Mi puoi aiutare? La vecchia sollevò la testa, e Druss si trovò a fissare due occhi infossati che scintillavano di malizia. – Cosa mi puoi dare, Druss? – domandò. – Come fai a conoscermi? – Sei l’Uomo con l’Ascia, l’Uccisore d’Argento, colui che ha combattuto contro la Bestia del Caos.... perché non ti dovrei conoscere? Allora, cosa mi puoi dare? – Cosa vuoi? – Una promessa. – Che promessa? – Mi darai la tua ascia. – Non l’ho qui con me. – Questo lo so, ragazzo – scattò la donna. – Ma nel mondo dei vivi mi darai la tua ascia. – Perché ne hai bisogno? – Questa risposta non fa parte del patto. Guardati intorno, Druss, come pensi di cominciare anche soltanto a cercarla nel tempo che ti rimane? – Puoi avere l’ascia – assentì Druss. – Allora, lei dov’è? – Devi attraversare un ponte. La troverai là, ma ti avverto che il ponte è sorvegliato da uno spaventoso guerriero. – Dimmi soltanto dove si trova. Accanto alla donna era posato un bastone che lei usò per issarsi in piedi.
– Vieni – disse, e si avviò verso una bassa fila di colline. Mentre camminavano, Druss vide molte nuove anime affluire nella valle. – Perché vengono qui? – chiese. – Sono deboli – rispose la vecchia. – Vittime della disperazione, della colpa, della malinconia. Per lo più si tratta di suicidi, che si aggirano qui mentre il loro corpo terreno muore... come sta succedendo a Rowena. – Lei non è debole. – Certo che lo è. È una vittima dell’amore... proprio come lo sei tu... e l’amore è la causa ultima della sconfitta dell’Uomo. Non c’è forza perdurante nell’amore, Druss, esso erode il vigore naturale di un uomo, corrompe il cuore del cacciatore. – Non ci credo. La donna scoppiò in una secca risata simile ad un rumore di ossa agitate le une contro le altre. – Invece ci credi – dichiarò. – Non sei un uomo portato per l’amore, Druss, eppure è stato l’amore che ti ha indotto a balzare sul ponte di quella nave corsara, spingendoti a ferire e ad uccidere? È stato l’amore che ti ha condotto sui bastioni di Ectanis? È stato l’amore a sorreggerti durante gli scontri nel cerchio di sabbia di Mashrapur? Lo è stato? – insistette la donna, fermandosi e girandosi a fronteggiarlo. – Sì. Ho fatto tutto per Rowena... per riuscire a trovarla. Io l’amo. – Non si è trattato di amore, Druss, ma di bisogno. Non riesci a tollerare ciò che sei senza di lei... un selvaggio, un bruto che uccide. Con Rowena però è tutto diverso, perché puoi attingere alla sua purezza, berla come se fosse un vino eccellente, e allora sei in grado di vedere la bellezza di un fiore, di avvertire l’aroma della vita che permea una brezza estiva. Senza di lei vedi te stesso come una creatura priva di valore. Rispondi a questa domanda, guerriero: se si trattasse di vero amore, non desidereresti la sua felicità più di ogni altra cosa? – Sì, certamente. È ciò che voglio. – Davvero? Ma quando hai scoperto che lei viveva felice con un uomo che l’amava, conducendo un’esistenza ricca e sicura, che cosa hai fatto? Hai forse cercato di persuadere Gorben a risparmiare Michanek? – Dov’è questo ponte? – domandò Druss. – Non è una cosa facile da affrontare, vero? – persistette la vecchia. – Non sono portato per le discussioni, donna. So soltanto che morirei per lei. – Sì, sì, una cosa tipica del maschio... cercare sempre la soluzione più facile, la risposta più semplice – commentò la vecchia, poi riprese a camminare fino a superare la cresta della collina e si arrestò, appoggiandosi al proprio bastone. Raggiungendola, Druss abbassò lo sguardo sull’abisso sottostante: molto, molto più in basso un fiume di fuoco che da quella distanza appariva come un sottile nastro di fiamma scorreva sul fondo della gola, attraverso la quale era teso uno stretto ponte di corda nera e di legno grigio. Al centro del ponte era fermo un guerriero vestito di nero e d’argento, che stringeva in pugno una grande ascia. – Lei si trova sul lato opposto – spiegò la vecchia, – ma per raggiungerla dovrai oltrepassare il guardiano. Lo hai riconosciuto?
– No. – Lo farai. Il ponte era sorretto da spesse corde nere legate a due blocchi di pietra, e Druss valutò che le assi di legno di cui era fatta la sua struttura portante fossero lunghe circa un metro e spesse un paio di centimetri. Non appena si addentrò sul ponte esso prese a oscillare ma non c’erano corde laterali a cui un uomo potesse aggrapparsi, e nel guardare verso il basso si sentì assalire da un nauseante senso di vertigine. Lentamente si portò sull’abisso, tenendo lo sguardo fisso sulle assi e sollevandolo soltanto quando arrivo a metà strada dall’uomo in nero e argento che gli bloccava il passo. Non appena lo guardò, fu assalito da un senso di shock violento come un colpo fisico. L’uomo sorrise, rivelando denti candidi che brillarono per contrasto sullo sfondo della barba brizzolata. – Io non sono te, ragazzo – disse. – Sono tutto ciò che tu saresti potuto essere. Druss lo fissò intensamente: quell’uomo era una sua immagine speculare tranne per il fatto che era più vecchio e che i suoi freddi occhi chiari sembravano nascondere molti segreti. – Sei Bardan – affermò infine. – E ne sono orgoglioso. Io mi sono servito della mia forza, Druss, ho fatto tremare gli uomini di paura, ho preso i miei piaceri dovunque volessi. Non sono come te, forte nel corpo ma debole d’animo... tu hai preso da Bress. – Lo considero un complimento – ribatté Druss, – perché non avrei mai voluto essere come te... un massacratore di bambini, un violentatore di donne. Non c’è forza in queste cose. – Ho combattuto contro altri uomini, e nessuno potrebbe accusare Bardan di vigliaccheria. Per gli attributi di Shemak, ragazzo, ho affrontato interi eserciti! – Io invece dico che eri un vigliacco – ribadì Druss, – e della peggior specie. La sola forza che avevi ti veniva da quella – proseguì, indicando l’ascia, – ma senza di essa non eri nulla. Senza di essa non sei nulla. Bardan si coprì di rossore, poi si tinse di un pallore mortale. – Non ho bisogno di questa per vedermela con te, debole figlio di buona donna. Ti potrei uccidere a mani nude. – Nei tuoi sogni – lo derise Druss. Bardan accennò a deporre l’ascia, ma poi esitò. – Non puoi farlo, vero? – lo pungolò Druss. – Il possente Bardan! Per gli dei, io sputo su di te! Bardan si eresse sulla persona, con l’ascia sempre in pugno. – Perché dovrei abbandonare la mia sola amica? Nessun altro mi è rimasto accanto in quegli anni solitari e qui... perfino qui mi è stata di costante aiuto. – Aiuto? – controbatté Druss. – Ti ha distrutto, proprio come ha distrutto Cajivak e tutti gli altri che l’hanno accolta nel loro cuore. Però non ho bisogno di convincerti, nonno, tu lo sai ma sei troppo debole per ammetterlo. – Ti farò vedere io la mia debolezza! – ruggì Bardan, scagliandosi in avanti con l’ascia sollevata.
Il ponte oscillò pericolosamente, ma Druss si gettò in avanti in modo da passare sotto la guardia dell’avversario e gli sferrò un pugno spaventoso al mento. Bardan barcollò e Druss corse verso di lui per poi spiccare il balzo a piedi in avanti, atterrando con entrambi gli stivali contro il, suo petto e scagliandolo indietro. Bardan perse la presa intorno all’impugnatura dell’ascia e per un momento rimase sbilanciato, oscillando sull’orlo dell’abisso. Intanto Druss si rialzò e tornò ad attaccare, ma in quel momento Bardan recuperò l’equilibrio e gli andò incontro con un ringhio e a testa bassa. Druss riuscì a mettere a segno un altro pugno al mento, ma Bardan lo incassò bene e rispose con un diretto che spinse indietro la testa del nipote: la potenza di quel colpo fu così immensa che Druss si trovò a barcollare e proprio allora un secondo pugno lo raggiunse sopra l’orecchio, gettandolo sulle travi del ponte. Rotolando su se stesso per sfuggire ad un calcio che gli sibilò accanto alla testa, Druss afferrò Bardan per una gamba e spinse verso l’alto, facendolo cadere pesantemente, poi si affrettò a rialzarsi ma Bardan gli si scagliò contro di nuovo, circondandogli la gola con le mani: ora il ponte stava ondeggiando selvaggiamente e tutti e due persero l’equilibrio, rotolando verso l’abisso. Druss riuscì ad agganciare un piede fra due assi, ma lui e Bardan si vennero comunque a trovare sospesi sul baratro. Liberandosi della presa dell’avversario, Druss sferrò un diretto al mento in risposta al quale Bardan grugnì e precipitò dal ponte. La sua mano si protese di scatto a serrare il braccio di Druss... e il conseguente strattone per poco non fece cadere anche lui nell’abisso. Adesso Bardan pendeva nel vuoto sopra il fiume di fuoco e stava scrutando il volto di Druss con i suoi occhi chiarissimi. – Sei davvero un buon combattente, ragazzo – ammise in tono sommesso, mentre Druss riusciva ad afferrarlo anche per il giustacuore e cercava di issarlo di nuovo sul ponte. – È finalmente tempo di morire – aggiunse quindi, con un sorriso: – Avevi ragione, si è trattato dell’ascia, sempre dell’ascia. Lasciamiandare, ragazzo. È finita. – No! Dannazione, prendi la mia mano! – Possano gli dèi sorriderti, Druss! – esclamò Bardan, poi si contorse di lato e colpì il braccio del nipote in modo da fargli prendere la presa. Il ponte oscillò ancora quando il guerriero in nero e argento precipitò, seguito con lo sguardo da Druss che lo osservò girare su se stesso nel cadere sempre più in basso, fino a diventare soltanto un punto nero che fu inghiottito dal fiume di fuoco. Issandosi in ginocchio, Druss abbassò allora lo sguardo sull’ascia, da cui esalavano volute di fumo rosso che stavano assumendo la forma di una figura dalla pelle coperta di scaglie e dalla testa adorna di corna che sporgevano dalle tempie. Il naso non esisteva, ridotto a due fessure di carne al di sopra della bocca simile a quella di uno squalo. – Avevi ragione, Druss – affermò in tono affabile il demone. – Lui era debole, come lo era anche Cajivak e come lo sono stati tutti gli altri. Soltanto tu hai avuto la forza necessaria per usarmi.
– Non voglio avere nulla a che fare con te. Il demone sollevò il capo e scoppiò a ridere. – Facile a dirsi, mortale, ma guarda laggiù. All’estremità del ponte di ergeva la Bestia del Caos, enorme e torreggiante, con gli artigli scintillanti e gli occhi che brillavano come carboni ardenti. Druss avvertì un crescente senso di disperazione e il cuore gli venne meno quando il demone dell’ascia gli si fece più vicino e gli parlò in tono sommesso e amichevole. – Perché esiti, Uomo? Ti sono mai venuto meno? Sulla nave di Earin Shad non ho forse allontanato da te il fuoco? Non sono forse sfuggito alla stretta di Cajivak? Sono tuo amico, Mortale, lo sono sempre stato, e per tutti questi lunghi secoli solitari ho atteso un uomo che avesse la tua forza e la tua determinazione. Con me potrai conquistare il mondo, mentre senza di me non lascerai mai questo posto, non sentirai mai più il sole sul volto. Fidati di me, Druss! Uccidi quella bestia... poi potremo andare a casa. Il demone si dissolse nel fumo e tornò a fluire nell’impugnatura dell’ascia. Alzando lo sguardo, Druss vide la Bestia del Caos che lo aspettava all’estremità opposta del ponte. Adesso appariva ancora più mostruosa e impressionante, con le spalle massicce sotto il pelo scuro e la saliva che gocciolava dalle enormi fauci. Avanzando, Druss serrò le mano intorno all’impugnatura di Snaga e sollevò l’arma. immediatamente le forze gli tornarono e con esse un intensa sensazione di odio unita ad una bramosia di strage. Con la bocca arida per il bisogno di combattere avanzò verso l’orso dagli occhi di fiamma, che lo attese con le zampe abbandonate lungo i fianchi. Druss aveva ora l’impressione che tutto il male del mondo risiedesse nella struttura colossale della creatura, che tutte le frustrazioni, le ire, le gelosie e i torti della vita... tutto ciò che aveva mai patito... potessero essere attribuiti alla nera anima della bestia del Caos. Furia e follia gli fecero tremare gli arti e lui sentì le labbra che gli si ritraevano dai denti in un ringhio animalesco nel brandire l’ascia per lanciarsi contro la creatura. La bestia però non si mosse e rimase immota, con le zampe inerti e la testa china. Druss rallentò la furia della propria carica. Doveva ucciderla! Ucciderla! Ucciderla! Per un momento barcollò sotto l’impatto del bisogno intenso di distruggere, poi abbassò lo sguardo sull’ascia che aveva in pugno. – No! – gridò, e con un gesto possente scagliò l’arma in alto nell’aria e sull’abisso. Essa vorticò scintillante nel precipitare verso il nastro di fiamme e Druss vide il demone scaturire da essa, nero sullo sfondo delle lame argentee. Poi l’ascia scomparve nelle acque del fiume. Spossato, Druss si girò a fronteggiare di nuovo la bestia. E vide invece Rowena, sola e nuda, intenta a guardarlo con i suoi occhi gentili. Con un gemito si diresse verso di lei. – Dov’è la bestia? – le chiese.
– Non c’è nessuna bestia, Druss, ci sono soltanto io. Perché hai cambiato idea riguardo all’uccidermi? – Uccidere te? Non ti farei mai del male! Santo Cielo, come hai potuto pensarlo? – Mi hai guardata con odio e ti sei lanciato contro di me brandendo la tua ascia. – Oh, Rowena! Ho visto soltanto un demone. Ero stregato! Perdonami! Avvicinandosi maggiormente cercò di prenderla fra le braccia, ma lei indietreggiò. – Ho amato Michanek – disse. – Lo so – annuì Druss, con un sospiro. – Era un brav’uomo... forse anche un grande uomo. Gli sono stato accanto, alla fine, e mi ha chiesto... mi ha pregato di avere cura di te. Non c’era bisogno che me lo chiedesse, perché tu sei e sei sempre stata tutto ciò che ho e senza di te non c’è luce nella mia vita. Ho aspettato così a lungo questo momento. Torna indietro con me, Rowena. Vivi! – Lo stavo cercando – confessò lei, con gli occhi colmi di lacrime, – ma non sono riuscita a trovarlo. – È andato dove non puoi seguirlo. Torna a casa. – Sono al tempo stesso una moglie e una vedova. Dov’è la mia casa, Druss? Dove? – chiese, chinando il capo, e le lacrime presero a scorrerle sulle guance. – Dovunque tu scelga di stabilire la tua dimora – sussurrò Druss, stringendola a se. – Io la costruirò per te... ma dovrà essere in un posto dove splende il sole e dove puoi sentire il canto degli uccelli, avvertire il profumo dei fiori. Questo posto non è per te... e Michanek non vorrebbe vederti qui. Io ti amo, Rowena, ma se sceglierai di vivere senza di me lo accetterò, a patto che tu viva. Torna indietro e continueremo a parlare di questo alla luce del sole. – Non voglio restare qui – ammise Rowena, aggrappandosi a lui. – Però sento tanto la sua mancanza! Druss si sentì lacerare da quelle parole ma continuò a tenerla stretta a sé e la baciò sui capelli. – Andiamo a casa – disse. – Prendi la mia mano. Druss aprì gli occhi e trasse un profondo respiro. Vedendo Rowena che gli giaceva accanto addormentata si sentì assalire per un momento dal panico. – È viva – disse però una voce, e nel sollevarsi a sedere Druss vide la Vecchia vicino al letto. – Vuoi l’ascia? Prendila! Lei scoppiò in una risata secca e fredda. – Sono sopraffatta dalla tua gratitudine, guerriero, però non ho più bisogno di Snaga. Tu hai esorcizzato il demone che era racchiuso in essa e adesso se n’è andato, ma io lo troverò. Hai agito bene, ragazzo: tutto quell’odio e quella sete di morte... e tuttavia sei riuscito a controllarti. L’Uomo è davvero una creatura complessa.
– Dove sono gli altri? – domandò Druss. La Vecchia prese il bastone e si issò in piedi. – I tuoi amici stanno dormendo. Erano esausti e ci è voluta ben poca fatica per farli sprofondare nel sonno. Buona fortuna, Druss, auguro ogni bene a te e alla tua dama. Riportala sulle montagne dei Drenai e godi della sua compagnia finché puoi, perché il suo cuore e debole e lei non vedrà mai il biancore dell’inverno umano. Tu però lo vedrai, Druss. La Vecchia sbuffò con disprezzo e si stiracchiò, facendo crepitare le ossa. – Perché vuoi quel demone? – le chiese Druss, mentre già lei si avviava alla porta. Sulla soglia la Vecchia si girò. – Gorben si sta facendo fabbricare una spada... una grande spada. Mi pagherà per ottenere un’arma incantata, ed io gliela darò, Druss. Gliela darò. E se ne andò. Nello stesso momento Rowena si mosse e si destò. E la luce del sole trapassò le nubi, riversandosi nella stanza.
LIBRO QUARTO Druss la Leggenda
PROLOGO Druss riportò Rowena nelle terre dei Drenai, e con l’oro donatogli da Gorben in segno di gratitudine comprò una fattoria sulle montagne, dove per due anni condusse una vita tranquilla, sforzandosi di essere un marito amorevole e un uomo di pace, mentre Sieben viaggiava in lungo e in largo esibendosi con i suoi canti e le sue storie davanti a principi e cortigiani. Così la leggenda di Druss si sparse per tutto il continente. Dietro invito del Re di Gothir, Druss si recò poi nel nord, dove combatté nella Seconda Campagna contro i Nadir e si guadagnò il soprannome di Morte che Cammina1. Sieben andò con lui e insieme essi viaggiarono attraverso molte terre. E la leggenda crebbe. Fra una campagna e l’altra Druss faceva ritorno alla sua fattoria, ma era sempre pronto a rispondere al canto ammaliante della battaglia e ogni volta Rowena doveva salutarlo sulla soglia mentre lui andava incontro a quella che le garantiva sarebbe stata la sua ultima guerra. Il fedele Pudri rimase accanto a Rowena e Sieben continuò a scandalizzare la società drenai, spesso intraprendendo i suoi viaggi con Druss più che altro per sfuggire alle vendette di qualche marito offeso. Intanto nell’est l’imperatore ventriano Gorben finì di sottomettere tutti i suoi nemici e rivolse la propria attenzione ai fieri e indipendenti Drenai. Arrivato all’età di quarantacinque anni, Druss aveva nuovamente promesso a Rowena di non compiere altri viaggi incontro a guerre in posti lontani. Ciò che non poteva sapere era che questa volta la guerra stava venendo da lui. 1 Questi eventi sono narrati nel romanzo “Legend of Deathwalker” (in Italia: “L’Impeto dei Drenai”).
CAPITOLO PRIMO Seduto sotto il sole, Druss era intento a osservare le nubi che scivolavano lente nel cielo al di sopra delle montagne e stava pensando alla propria vita. Amore e amicizia non gli erano mai mancati, il primo grazie a Rowena e la seconda con Sieben, Eskodas e Bodasen, ma la maggior parte dei suoi quarantacinque anni di vita era stata riempita da sangue e morte, dalle urla dei feriti e dei moribondi. Sospirando, rifletté che un uomo si sarebbe dovuto lasciare alle spalle qualcosa di più di un mucchio di cadaveri. In alto le nubi s’infittirono e proiettarono un’ombra cupa sulla terra sottostante, smorzando il vivido splendore dell’erba del pendio montano e offuscando i colori dei fiori; con un brivido Druss si disse che stava per piovere, cosa che del resto era già stata annunciata dal vago dolore artritico che gli era insorto nella spalla. – Sto invecchiando – mormorò. – Con chi stai parlando, amore? – chiese una voce, che lo indusse a girarsi con un sorriso. Rowena gli sedette accanto sulla panca di legno, passandogli il braccio intorno alla vita e appoggiandogli la testa sulla spalla mentre lui le accarezzava i capelli, notando il grigio che li segnava sulle tempie. – Stavo parlando con me stesso... è una cosa che succede, quando si diventa vecchi. – Tu non diventerai mai vecchio – dichiarò Rowena, sollevando lo sguardo sul suo volto brizzolato. – Sei l’uomo più forte del mondo. – Lo ero, principessa, lo ero. – Sciocchezze. Alla fiera del villaggio hai sollevato quel barile di farina fin sopra la testa, e nessun altro è riuscito a fare altrettanto. – Questo significa soltanto che sono l’uomo più forte del villaggio. Rowena si ritrasse da lui e scosse il capo, ma la sua espressione rimase come sempre gentile. – Senti la mancanza delle guerre e delle battaglie? – domandò. – No. Sono... sono felice qui, con te, perché dai pace alla mia anima. – Allora cosa ti sta turbando? – Le nubi. Si portano davanti al sole, proiettano un’ombra e poi scompaiono. Sono così anch’io, Rowena? Non mi lascerò nulla alle spalle? – E cosa vorresti lasciare? – Non lo so – replicò lui, distogliendo lo sguardo. – Ti sarebbe piaciuto avere un figlio – affermò Rowena, in tono sommesso, – e sarebbe piaciuto anche a me, ma il destino non ha voluto. Mi biasimi per questo? – No! No, mai! – esclamò Druss, cingendola con le braccia e stringendola sé. – Io ti amo, ti ho sempre amata e sempre lo farò. Sei mia moglie. – Mi sarebbe piaciuto poterti dare un figlio – sussurrò lei. – Non ha importanza.
Rimasero seduti in silenzio uno accanto all’altra finché le nubi s’incupirono e le prime gocce di pioggia cominciarono a cadere, poi Druss si alzò e sollevò Rowena fra le braccia, avviandosi sul lungo sentiero che portava alla casa di pietra. – Mettimi giù – ordinò lei. – Cosi ti danneggerai la schiena. – Sciocchezze. Sei leggera come l’ala di un passero, ed io non sono forse l’uomo più forte del mondo? Nel focolare ardeva una fiamma vivace e il loro servitore ventriano, Pudri, stava già preparando un po’ di vino speziato. Una volta dentro, Druss adagiò Rowena su un’ampia poltrona di cuoio. – Sei rosso in volto per lo sforzo – lo rimproverò lei. Druss si limitò a sorridere senza replicare, perché in effetti aveva la spalla indolenzita e la parte inferiore della schiena che doleva in maniera infernale. – Siete proprio due bambini – sentenziò lo snello Pudri, con un sorriso rivolto ad entrambi, poi tornò in cucina. – Ha ragione – ammise Druss. – Con te sono ancora il ragazzo di campagna che si è presentato sotto la Grande Quercia con la donna più bella di tutte le terre drenai. – Non sono mai stata bella – ribatté Rowena, – ma mi fa piacere sentirtelo affermare. – Lo eri... e lo sei – garantì Druss. La luce del fuoco cominciò a proiettare ombre tremolanti lungo le pareti della stanza a mano a mano che il chiarore diurno si affievoliva all’esterno, e dopo un po’ Rowena si addormentò. Seduto accanto a lei, Druss rimase ad osservarla in silenzio. Negli ultimi quattro anni Rowena aveva avuto tre collassi e i medici avevano affermato che si trattava del cuore, che era indebolito; l’anziano guerriero li aveva ascoltati senza fare commenti e senza tradire nessuna espressione negli occhi azzurri come il ghiaccio, ma dentro di lui era insorta una terribile paura che era andata crescendo e che lo aveva spinto ad abbandonare le battaglie per adattarsi alla vita sulle montagne, nella convinzione che la sua vicinanza potesse aiutare Rowena a restare aggrappata alla vita. Al tempo stesso aveva provveduto a tenerla costantemente d’occhio, badando che non si stancasse mai troppo e che mangiasse in maniera adeguata, svegliandosi di notte per controllarle le pulsazioni senza poi riuscire più a riprendere sonno. – Senza di lei non sono nulla – aveva confidato al suo amico Sieben il Poeta, la cui casa sorgeva a meno di un chilometro di distanza. – Se dovesse morire una parte di me morirà con lei. – Lo so, vecchio mio – aveva replicato Sieben, – ma sono certo che la principessa continuerà a stare bene. – Perché hai dovuto fare di lei una principessa? – aveva allora sorriso Druss. – Voi poeti siete incapaci di dire la verità? – Bisogna assecondare gli umori del pubblico – aveva ridacchiato Sieben, allargando le mani. – La saga di Druss la Leggenda aveva bisogno di una principessa... chi vorrebbe ascoltare la storia di un uomo che si fa largo combattendo attraverso interi continenti per salvare una ragazza di campagna?
– Druss la Leggenda? Pah! Non ci sono più veri eroi, uomini come Egel, Karnak o Waylander sono scomparsi da tempo. Loro erano eroi, uomini possenti con gli occhi di fuoco. – Lo dici soltanto perché hai sentito le canzoni che li riguardano – aveva riso Sieben. – Negli anni a venire gli uomini parleranno di te nello stesso modo... di te e di quella maledetta ascia. L’ascia maledetta. Druss lanciò un’occhiata in direzione della parete a cui era appesa l’arma, con le due lame gemelle che scintillavano alla luce del fuoco: Snaga, Colei che Invia, le lame del non ritorno. Senza far rumore si alzò in piedi e attraversò la stanza, staccando l’ascia dai suoi sostegni... come sempre l’impugnatura nera risultò calda al tocco e lui avverti la consueta bramosia di battaglia scorrergli nelle vene mentre la teneva in mano. Con riluttanza, infine la rimise a posto. – Ti stanno chiamando – affermò Rowena, e nel girarsi di scatto Druss vide che era sveglia e che lo stava fissando. – Chi mi sta chiamando? – I mastini della guerra, li posso sentire latrare. Druss rabbrividì, ma si costrinse a sorridere. – Nessuno mi sta chiamando – garantì, ma nella sua voce non c’era traccia di convinzione, perché sapeva bene che Rowena era sempre stata dotata di poteri mistici. – Gorben sta arrivando, Druss, le sue navi sono già per mare. – Non è la mia guerra... mi troverei in difficoltà a scegliere da che parte stare. – Lui ti piaceva, vero? – domandò Rowena, dopo una pausa di silenzio. – È un buon imperatore... o almeno lo era. Giovane, orgoglioso e terribilmente coraggioso. – Attribuisci un’importanza eccessiva al coraggio: in Gorben è sempre stata presente una follia che non hai mai saputo vedere e che spero tu non veda mai. – Come ti ho detto, questa non è la mia guerra. Ho quarantacinque anni, la mia barba sta ingrigendo e ho le articolazioni irrigidite dall’artrosi. I giovani drenai gli dovranno tenere testa senza di me. – Ma Gorben avrà con sé gli Immortali – insistette Rowena. – Una volta mi hai detto che al mondo non ci sono guerrieri migliori. – Ricordi tutto quello che ho detto? – Sì – confermò lei, con semplicità. Dal cortile esterno arrivò un rumore di zoccoli e Druss raggiunse a grandi passi la porta, uscendo sul portico. Il cavaliere, riconoscibile per un ufficiale drenai in virtù dell’elmo dalla piuma bianca, della corazza d’argento e del lungo mantello scarlatto, smontò di sella, legò le redini ad un palo e avanzò verso la casa. – Buona sera, sto cercando Druss dell’Ascia – disse, togliendosi l’elmo e passandosi le dita fra i capelli biondi intrisi di sudore. – Lo hai trovato. – È quel che pensavo. Sono il Dun Certak e porto un messaggio da parte di
Lord Abalayn, che si chiede se acconsentiresti a raggiungere il nostro campo a Skeln. – Perché? – È una questione di morale, signore. Tu sei una leggenda, la Leggenda, e la tua presenza solleverebbe il morale delle truppe durante quest’interminabile attesa. – No – rifiutò Druss. – Mi sono ritirato. – Che fine hanno fatto le tue buone maniere, Druss? – chiamò in quel momento Rowena. – Chiedi a questo giovane di venire dentro. Druss si trasse di lato e l’ufficiale entrò in casa, rivolgendo a Rowena un profondo inchino. – È per me un piacere conoscerti, mia signora. Ho sentito molto parlare di te. – Allora resterai di certo deluso – ribatté lei, con un sorriso amichevole. – Hai sentito parlare di una principessa e incontri invece una matrona grassoccia. – Vuole che io vada a Skeln – intervenne Druss. – Ho sentito, e penso che dovresti farlo. – Non sono abile a coniare discorsi – brontolò Druss. – Allora porta con te Sieben. Questo viaggio ti farà bene... non hai idea di quanto sia irritante averti tutto il giorno intorno che ti agiti per la mia salute, e se vuoi essere onesto con te stesso devi ammettere che laggiù ti divertirai immensamente. – Sei sposato? – chiese Druss a Certak, con voce che era quasi un ringhio. – No, signore. – Una cosa molto saggia. Ti fermerai per la notte? – No, signore. Ti ringrazio ma ho altri dispacci da consegnare. In ogni caso ci rivedremo a Skeln... dove ti aspetteremo con entusiasmo – replicò l’ufficiale, poi s’inchinò e indietreggiò verso la porta. – Resterai per cena – gli ordinò però Rowena. – I tuoi dispacci possono aspettare almeno un’ora. – Mi dispiace, mia signora, ma... – Arrenditi, Certak – consigliò Druss. – Non puoi vincere con lei. – Allora mi fermerò per un’ora – assentì l’ufficiale, allargando le braccia con un sorriso. In sella a cavalli presi a prestito, il mattino successivo Druss e Sieben si avviarono verso est agitando la mano in segno di saluto. Rowena sorrise e salutò a sua volta, continuando a farlo fino a quando non furono scomparsi alla vista, poi rientrò in casa dove Pudri la stava aspettando al varco. – Non avresti dovuto mandarlo via, signora – la rimproverò in tono triste il Ventriano. Rowena deglutì a fatica, scoppiando in un pianto silenzioso, e l’eunuco si affrettò ad accostarlesi per passarle un braccio snello intorno alle spalle. – Ho dovuto. Non deve essere qui quando verrà il mio momento. – Lui vorrebbe esserci.
– Sotto moltissimi aspetti è l’uomo più forte che io abbia mai conosciuto, ma so di avere ragione in questo: non deve vedermi morire. – Io ti sarò accanto, signora, e ti terrò la mano. – Gli dirai che si è trattato di una cosa improvvisa e senza dolore... anche se dovesse essere una menzogna? – Lo farò. Sei giorni più tardi e dopo aver cambiato una dozzina di cavalcature, Certak rientrò al galoppo all’accampamento... quattrocento tende bianche, occupate ciascuna da dodici uomini e raccolte in unità disposte a quadrato all’ombra della catena di Skeln. Quattromila cavalli erano impastoiati sui campi circostanti e sessanta fuochi ardevano sotto le pentole di ferro della cena, dalle quali scaturiva un aroma di stufato che assali il giovane non appena tirò le redini e fermò il cavallo davanti alla grande tenda a strisce rosse usata dal generale e dal suo staff. Consegnati i dispacci che aveva con sé, salutò e lasciò la tenda per tornare alla sua compagnia, di stanza al limitare settentrionale del campo; affidato il cavallo coperto di schiuma ad uno stalliere, si tolse l’elmo e spinse da un lato il telo della tenda in cui alloggiava, trovando i suoi compagni intenti a bere e a giocare a dadi. Al suo ingresso, però, essi smisero di giocare. – Certak! – esclamò Orastes, venendo a salutarlo con un sorriso. – Allora, che aspetto ha? – Chi? – domandò Certak, con aria volutamente ingenua. – Druss, razza di idiota. – È grosso – replicò Certak; oltrepassato il massiccio ufficiale biondo gettò l’elmo su proprio stretto pagliericcio e si slacciò la corazza, lasciandola cadere per terra. Libero dal suo peso, trasse un profondo respiro e si grattò il torace. – Avanti, fa’ il bravo ragazzo e cerca di non essere irritante – insistette Orastes, il cui sorriso era intanto svanito. – Dicci qualcosa di lui. – Accontentalo – intervenne Diagoras. – Da quando sei partito non ha fatto altro che parlare senza interruzione di Druss. – Questo non è vero – protestò Orastes, arrossendo. – Ne abbiamo parlato tutti. – Procurami qualcosa da bere, Orastes – suggerì Certak, assestandogli una pacca sulla spalla e arruffandogli i capelli, – e dopo ti racconterò tutto quanto. Mentre Orastes andava a prendere una caraffa di vino e quattro boccali, Diagoras si alzò in piedi con scioltezza e girò la sedia in modo da potersi sedere di fronte a Certak, che si era sdraiato sul letto; intanto il quarto uomo presente nella tenda, Archytas, venne a raggiungere gli altri e accettò il boccale di leggero sidro al miele che Orastes gli porgeva, svuotandone in fretta il contenuto. – Come ho detto, è grosso – raccontò poi Certak. – Non è alto quanto sostengono le storie sul suo conto ma ha la struttura di un piccolo castello. Vuoi che ti descriva le sue braccia? Ebbene, ha i bicipiti lunghi quanto le tue cosce, Diagoras. Ha il volto incorniciato da una barba nera, anche se adesso è un po’ brizzolata, e i suoi occhi azzurri sembrano trapassare un uomo da parte a parte.
– E Rowena? – chiese Orastes, con impazienza. – È davvero la splendida bellezza descritta nei poemi? – No, ma è una gradevole matrona. Suppongo che un tempo sia stata adorabile, ma è difficile dirlo in una donna di una certa età. In ogni caso i suoi occhi sono meravigliosi e ha un bel sorriso. – Hai visto l’ascia? – intervenne Archytas, uno snello nobile proveniente dal confine lentriano. – No. – Hai chiesto a Druss delle sue battaglie? – volle sapere Diagoras. – Naturalmente no, razza di stupido. È possibile che adesso sia soltanto un contadino, ma è pur sempre Druss, e non puoi semplicemente presentarti da lui e domandargli quanti draghi ha abbattuto. – I draghi non esistono – dichiarò Archytas, in tono sprezzante. Certak gli lanciò un’occhiata in tralice e scosse il capo. – Era solo un modo di dire – riprese. – In ogni caso mi hanno invitato a cenare con loro e abbiamo chiacchierato di cavalli e dell’andamento della fattoria. Druss ha chiesto la mia opinione sulla guerra e gli ho risposto che secondo me Gorben avrebbe toccato terra nella Baia di Penrac. – Ci puoi scommettere che lo farà – approvò Diagoras. – Non è detto. Se è tanto sicuro che non passi di qui, come mai siamo bloccati quassù con cinque reggimenti? – Dipende dall’eccessiva cautela di Abalayn – sogghignò Diagoras. – Il problema di voi occidentali – ritorse Certak, – è che vivete a così stretto contatto con i vostri cavalli che cominciate a pensare come loro. Il Passo di Skeln è la porta di accesso alla Piana Sentriana, e se Gorben riuscisse ad occuparla noi patiremmo la fame per tutto l’inverno, come farebbe anche mezza Vagria, già che ci siamo. – Gorben non è uno stupido – obiettò Archytas. – Sa che Skeln può essere difeso all’infinito da appena duemila uomini in quanto il passo è troppo stretto perché la massa del suo esercito gli possa essere di effettiva utilità. E a parte Skeln non ci sono altre vie di accesso alla pianura. No, Penrac è la via più sensata, perché è ad appena cinquecento chilometri da Drenan e le terre circostanti sono piatte come la superficie di un lago. Su di esse il suo esercito potrebbe allargarsi e causarci effettivi problemi. – Non m’importa in modo particolare dove decida di toccare terra, a patto di essere vicino per assistere – commentò Orastes. Diagoras e Certak si scambiarono un’occhiata: entrambi avevano combattuto contro i Sathuli e avevano visto il volto effettivo di uno scontro reale e sanguinoso, mentre Orastes era soltanto un novellino che aveva ottenuto che suo padre gli comprasse una nomina a ufficiale dei lancieri di Abalayn non appena la notizia dell’imminente arrivo della flotta d’invasione era stata risaputa a Drenan. – Cosa mi dici del Re Cuculo? – chiese in quel momento Archytas. – Era presente? – Sieben? Sì, è arrivato per cena. Ha un aspetto così anziano che non riesco a
immaginare come le dame possano ancora lasciarsi irretire da lui... è calvo come una roccia e magro come uno stecco. – Credi che Druss vorrà combattere al nostro fianco? – intervenne Diagoras. – Sarebbe una cosa da raccontare ai nostri figli. – No. È stanco e si può vedere che per lui il momento della lotta è passato, però mi ha fatto una buona impressione perché non è di certo un uomo portato a vantarsi... tutt’altro. A parlare con lui non si crederebbe mai che sia stato il protagonista di tanti canti e ballate. Dicono che Gorben non lo abbia mai dimenticato. – Forse ha messo in mare la flotta soltanto per venire a trovare il suo amico Druss – commentò Archytas, con un sogghigno. – Magari dovremmo far presente questa ipotesi al generale così potremmo andare tutti a casa. – È un’idea – ammise Certak, reprimendo la propria ira, – ma se i reggimenti si separassero saremmo privati della tua gradevole compagnia, Archytas, e non c è nulla che valga una simile perdita. – Io potei sopravvivere ad essa – osservò Diagoras. – Ed io potrei fare a meno di dividere la tenda con un branco di cani da caccia maleducati, ma devo piegarmi alla necessità – ritorse Archytas. – Pensi che siamo stati insultati, Certak? – domandò Diagoras. – Non da qualcuno di cui valga la pena di preoccuparsi. – Questo sì che è un insulto! – esclamò Archytas, alzandosi in piedi. La lite imminente venne però stroncata sul nascere da una certa agitazione fuori della tenda in seguito alla quale il telo d’ingresso venne spinto di lato e un soldato fece capolino all’interno. – I fuochi sono accesi – annunciò. – I Ventriani hanno toccato terra a Penrac. I quattro guerrieri scattarono in piedi e si affrettarono ad affibbiarsi l’armatura. – Questo non cambia nulla – avvertì Archytas, mentre si allacciava la corazza. – È una questione d’onore. – No, è una questione di morte – ritorse Certak. – Morire è una cosa che riuscirai a fare bene, razza di maiale pomposo. – Vedremo – replicò Archytas, con un sorriso privo di divertimento. Diagoras abbassò le protezioni laterali dell’elmo di bronzo e ne legò i lacci sotto il mento, poi si protese verso Archytas con aria da cospiratore. – C’è una cosa che ti consiglio di ricordare, faccia di capra. Se dovessi ucciderlo... il che è estremamente dubbio... ti taglierò la gola nel sonno – sussurrò con un sorriso accompagnato da un colpetto battuto sulla spalla dell’altro guerriero. – Vedi, io non sono un gentiluomo. Fuori il campo era in fermento e lungo tutta la costa i fuochi di avvertimento ardevano sui picchi di Skeln. Come previsto, Gorben aveva toccato terra verso sud, e pur avendo a disposizione ventimila uomini per affrontarlo Abalayn si sarebbe comunque trovato ad essere numericamente inferiore al nemico nella misura di due contro uno. Dal momento che Penrac distava cinque giorni di viaggio a cavallo e senza soste, gli ufficiali stavano già impartendo rapidi ordini e i soldati erano impegnati a sellare i cavalli e a riporre le tende; i fuochi da campo vennero spenti e
le vettovaglie riposte sui carri in mezzo ad un caos che era soltanto apparente. All’alba restavano appena seicento uomini ancora accampati all’imboccatura del Passo di Skeln, mentre il grosso dell’esercito era diretto a sud per andare in soccorso di Abalayn. Il Conte Delnar, Custode del Nord, convocò quegli uomini poco dopo il sorgere del sole; Archytas era al suo fianco, in qualità di aiutante di campo. – Come sapete, i Ventriani sono arrivati – esordì il conte, – e noi dovremo restare qui nel caso che mandino un piccolo contingente per effettuare azioni di disturbo nel nord. Sono consapevole che molti di voi avrebbero preferito dirigersi a sud... ma per quanto sia ovvio sottolinearlo, qualcuno doveva restare qui a proteggere l’accesso alla Piana Sentriana e siamo stati scelti noi. Dal momento che questo campo non è più adatto alle nostre necessità, ci sposteremo nel passo vero e proprio. Ci sono domande? Non ce ne furono, e Delnar congedò gli uomini, girandosi poi verso Archytas. – Non so perché ti abbiano lasciato qui – affermò, – ma tu non mi piaci per nulla, ragazzo, perché sei un elemento di disturbo. Avrei creduto che le tue capacità sarebbero risultate più utili a Penrac, ma non importa: causa il minimo problema e te ne pentirai. – Ho capito, Lord Delnar – replicò Archytas. – Capisci anche questo: come mio aiutante mi aspetterò che tu lavori e che trasmetta le mie istruzioni esattamente come ti verranno impartite. Mi hanno riferito che sei un uomo di estrema arroganza. – Questo è ingiusto. – Forse. Non vedo però come possa esserlo dal momento che tuo nonno era un mercante e che la nobiltà della tua casata è tale da appena due generazioni. Invecchiando scoprirai che ciò che conta sono le azioni di un uomo e non quello che ha fatto suo padre. – Ti ringrazio per i consigli, mio signore, li terrò a mente – ribatté Archytas, rigido. – Ne dubito. Non so cosa sia a tormentarti, ma non m’importa molto. Dovremmo restare qui per circa tre settimane, poi mi potrò liberare di te. – Come vuoi, mio signore. Delnar gli segnalò che poteva ritirarsi. Nello spostare lo sguardo al di là del giovane ufficiale, verso la linea di alberi che limitava il campo verso ovest, scorse poi due uomini che si stavano avvicinando con passo cadenzato... e nel riconoscere in uno di essi il poeta serrò la mascella, richiamando poi a sé Archytas. – Signore? – Va’ incontro a quei due uomini che stanno arrivando e falli accompagnare nella mia tenda. – Sì, signore. Sai chi siano? – Quello più grosso è Druss la Leggenda, l’altro è il poeta Sieben. – A quanto ho sentito tu lo conosci molto bene – commentò Archytas, celando a stento la propria maliziosa soddisfazione.
CAPITOLO SECONDO – Non sembra granché come esercito – osservò Druss, riparandosi con la mano gli occhi dal sole che stava sorgendo sopra i picchi di Skeln. – Là non ci possono essere più di poche centinaia di uomini. Sieben non rispose perché era sfinito. Il mattino precedente Druss si era infine stancato di cavalcare l’alto castrato preso a prestito sui monti di Skoda e lo aveva lasciato in custodia ad un allevatore di una piccola cittadina ad una cinquantina di chilometri verso ovest, deciso a proseguire a piedi fino a Skeln. In un momento in cui doveva essere caduto vittima di una crisi passeggera di stupidità, Sieben aveva acconsentito a camminare a sua volta perché gli era parso di ricordare che quel genere di esercizio fisico gli facesse bene; adesso Druss stava trasportando il bagaglio di entrambi, ma nonostante questo il poeta procedeva incespicando stancamente sulle gambe molli e intorpidite, aveva i polsi e le caviglie gonfi e il respiro irregolare. – Sai cosa penso? – domandò Druss, e quando Sieben scosse il capo, concentrando la propria attenzione sulle tende, proseguì: – Penso che siamo arrivati troppo tardi. Gorben deve aver toccato terra a Penrac e l’esercito è già partito. In ogni caso, è stato un viaggio piacevole... ti senti bene, poeta? Sieben annuì, grigio in volto. – Non hai l’aria di star bene. Se non fossi in piedi qui accanto a me dal tuo aspetto mi sentirei di dire che sei morto, perché ho visto cadaveri che apparivano più in salute di te. Sieben lo incenerì con lo sguardo, perché quella era la sola risposta concessagli dalle sue forze sempre più scarse, e Druss ridacchiò. – A corto di parole, vero? – commentò. – Valeva la pena di venire fin qui solo per questo. Un alto e giovane ufficiale si stava dirigendo verso di loro, badando ad evitare con schizzinosa attenzione le chiazze di fango e i ricordi fin troppo evidenti lasciati dai cavalli picchettati sul campo la notte precedente. Poi l’uomo si arrestò davanti a loro con un elaborato inchino. – Benvenuti a Skeln – disse. – Il tuo amico sta male? – No, ha sempre questo aspetto – ribatté Druss, esaminando con attenzione il guerriero che aveva di fronte: si muoveva bene e aveva una certa sicurezza di portamento, ma nei suoi occhi verdi e nella sua espressione c’era qualcosa che lo irritava. – Il Conte Delnar mi ha chiesto di accompagnarti nella sua tenda. Io mi chiamo Archytas, e tu? – Druss. Questo è Sieben. Facci strada. L’ufficiale si avviò su per l’ultimo tratto di pendio con un passo veloce che Druss non tentò neppure di eguagliare, preferendo procedere lentamente accanto a Sieben; la verità era che si sentiva stanco perché avevano camminato per quasi tutta la notte, entrambi impegnati a cercare di dimostrare che in loro permaneva
traccia del vigore della giovinezza. Delnar congedò Archytas e rimase seduto dietro il piccolo tavolo pieghevole cosparso di carte e di dispacci; ignaro della tensione presente nell’aria Sieben si lasciò cadere sullo stretto giaciglio del conte e nel frattempo Druss si portò alle labbra una caraffa di vino, trangugiandone tre lunghi sorsi. – Lui non è il benvenuto... e di conseguenza non lo sei neppure tu – commentò Delnar, quando Druss posò la caraffa. – Se fossi stato certo che eri qui non lo avrei portato con me – replicò Druss, asciugandosi la bocca con il dorso della mano. – Da quanto ho visto deduco che l’esercito sia già partito. – Sì, diretto a sud, in quanto Gorben ha toccato terra là. Potete prendere a prestito due cavalli, ma voglio che ve ne andiate entro il tramonto. – Ero venuto per dare agli uomini qualcosa a cui pensare che non fosse l’attesa dell’invasione – annuì Druss. – Adesso non avranno bisogno di me, quindi mi riposerò per un paio di giorni e poi tornerò a Skoda. – Ti ho detto che qui non sei il benvenuto – ribadì Delnar. Gli occhi di Druss si fecero freddi nel trapassare il conte con lo sguardo. – Adesso ascoltami – ingiunse quindi il guerriero, nel tono più pacato di cui era capace. – Conosco il perché dei tuoi sentimenti e al tuo posto proverei la stessa cosa... ma non sono al tuo posto. Io sono Druss e vado dove voglio, e se dico che resterò qui lo farò. Tu mi piaci, ragazzo, ma prova a contrastarmi e ti ucciderò. Delnar si massaggiò il mento con aria pensosa e annuì, consapevole che non poteva permettere alla situazione di spingersi oltre: aveva sperato che Druss accettasse di andarsene, ma non poteva imporgli di farlo. Cosa ci sarebbe stato di più ridicolo del Conte del Nord che ordinava ai guerrieri drenai di assalire Druss la Leggenda... soprattutto dopo che questi era stato invitato al campo dallo stesso Signore delle Schiere? Non aveva paura di Druss perché non temeva la morte: per lui la vita era finita sei anni prima, e da allora sua moglie Vashti lo aveva coperto di vergogna con molte altre fresche. Tre anni prima gli aveva dato una figlia, una bambina deliziosa che Delnar adorava pur dubitando di aver avuto parte effettiva nel suo concepimento, ma subito dopo aveva abbandonato sia lui che la piccola ed era fuggita nella capitale, dove a quanto pareva era andata a vivere con un mercante ventilano nel ricco quartiere occidentale. Delnar trasse un profondo respiro, cercando di calmarsi, e incontrò lo sguardo di Druss. – Allora resta – si arrese, – ma tienilo lontano dalla mia vista. Druss annui e abbassò lo sguardo su Sieben, scoprendo che il poeta si era addormentato. – Questo non si sarebbe mai dovuto frapporre tra noi – osservò Delnar. – Sono cose che succedono – replicò Druss. – Sieben ha sempre avuto un debole per le belle donne. – Non dovrei odiarlo, ma lui è stato il primo di cui sono venuto a conoscenza, è stato l’uomo che ha distrutto i miei sogni... riesci a capire cosa voglio dire? – Ce ne andremo domani – promise Druss, in tono stanco, – ma per ora usciamo a fare due passi: ho bisogno di mettere un po’ d’aria nei polmoni.
Il conte si alzò, indossando l’elmo e il mantello rosso, poi i due guerrieri attraversarono insieme il campo e risalirono l’erto pendio roccioso che conduceva all’imboccatura del passo: lungo quasi un chilometro e mezzo, esso si stringeva al centro fino a raggiungere meno di cinquanta metri di larghezza, e in quel punto il terreno digradava in un morbido pendio verso un ruscello che attraversava il fondo della valle e scorreva in direzione del mare, distante circa quattro chilometri. Dall’imboccatura del passo era possibile scorgere fra i picchi la superficie marina che scintillava azzurra e oro sotto il sole. Un vento fresco prese a soffiare da est, dando sollievo al volto accaldato di Druss. – Un buon posto per una battaglia difensiva – commentò, scrutando il passo. – La strettoia al centro fungerebbe da imbuto per qualsiasi forza attaccante e annullerebbe il vantaggio della superiorità numerica. – Inoltre il nemico dovrebbe venire alla carica in salita – aggiunse Delnar. – Suppongo che la speranza di Abalayn fosse che Gorben decidesse di toccare terra qui, perché in quel caso avrebbe potuto bloccarlo nella baia, lasciare il suo esercito a morire di fame e ricorrere alla flotta per tormentare le sue navi. – È troppo furbo per una mossa del genere – ribatté Druss. – Non si potrebbe trovare un guerriero più astuto di lui. – Ti era simpatico? – Con me è sempre stato leale – precisò Druss, badando a mantenere neutro il tono della voce. – Corre voce che sia diventato un tiranno – osservò Delnar, annuendo. – Una volta mi ha detto che questa era la maledizione dei re – rispose Druss, scrollando le spalle. – Aveva ragione. Sai che il tuo amico Bodasen è ancora uno dei suoi più importanti generali? – Non ne dubito, perche è un uomo fedele e un abile stratega. – Ho l’impressione che tu sia sollevato di non poter partecipare a questa battaglia, amico mio – commentò il conte. – Quelli durante i quali ho servito con gli Immortali sono stati anni felici, devo ammetterlo – annuì Druss, – e ho degli amici fra le loro file. Soprattutto, però, hai ragione quando affermi che detesterei dovermi misurare con Bodasen, perché siamo stati fratelli d’armi e gli sono molto affezionato. – Torniamo indietro. Ti procurerò qualcosa da mangiare. Il conte salutò quindi la sentinella all’imboccatura del passo e i due uomini ridiscesero lentamente il pendio che portava al campo; una volta là Delnar condusse il guerriero fino ad una tenda bianca quadrata e sollevò il telo d’ingresso, lasciando passare per primo Druss. Dentro trovarono quattro uomini che balzarono in piedi quando Delnar seguì l’anziano guerriero all’interno. – Riposo – disse il conte. – Questo è Druss, un mio vecchio amico che si fermerà con noi per un po’... vorrei che lo faceste sentire a suo agio. Penso che tu già conosca Certak e Archytas – prosegui, rivolto a Druss. – Questo reprobo dalla barba nera è Diagoras. Druss trovò immediatamente di suo gradimento quell’uomo, perché aveva un
sorriso pronto e cordiale e i suoi occhi scuri avevano un bagliore che denotava un marcato senso dell’umorismo. Soprattutto, però, il giovane aveva quello che i soldati definivano “l’aspetto dell’aquila”, e Druss comprese che era un guerriero nato. – Mi fa piacere conoscerti, signore – salutò Dìagoras. – Abbiamo molto sentito parlare di te. – Questo è Orastes – interloquì Certak. – È nuovo di qui perché è appena arrivato da Drenan. Druss strinse la mano al giovane, notando il grasso che gli appesantiva la cintura e la morbidezza della sua stretta: a prima vista Orastes sembrava una persona abbastanza gradevole, ma al confronto di Diagoras e di Certak appariva infantile e goffo. – Ti andrebbe qualcosa da mangiare? – offrì Diagoras, dopo che il conte se ne fu andato. – Senza dubbio – borbottò Druss. – Il mio stomaco comincia a temere che mi abbiano tagliato la gola! – Vado a prendere il necessario – si offrì subito Orastes. – Credo che sia un po’ intimidito da te, Druss – commentò Diagoras, mentre Orastes lasciava a precipizio la tenda. – È comprensibile – replicò Druss. – Perché non mi avete ancora invitato a sedermi? Ridacchiando Diagoras gli porse una sedia e Druss la girò in modo da sedere a cavalcioni su di essa, notando il rilassarsi dell’atmosfera quando anche gli altri lo ebbero imitato. Il mondo si sta facendo più giovane, pensò, desiderando di non essere mai venuto a Skeln. – Posso vedere la tua ascia, signore? – chiese intanto Certak. – Senza dubbio – assenti Druss, estraendo con un gesto fluido Snaga dal suo fodero oleato. Nelle mani del vecchio l’arma appariva quasi priva di peso, ma non appena passò nelle sue Certak si lascio sfuggire un grugnito di sforzo. – La lama che ha abbattuto il Mastino del Caos – sussurrò poi, rigirando per un momento l’arma fra le mani prima di restituirla a Druss. – Credi a tutto quello che senti raccontare? – scattò Archytas, in tono beffardo. – È accaduto davvero, Druss? – domandò Diagoras, prima che Certak potesse ribattere. – Sì, molto tempo fa. Però Snaga ha appena perforato la pelle di quella creatura. – È vero che stavano per sacrificare una principessa? – volle sapere Diagoras. – No, due bambini – precisò Druss. – Ora però parlatemi un po’ di voi... dovunque vado la gente mi pone sempre le stesse domande, che cominciano ad annoiarmi profondamente. – Se ti annoiano tanto – intervenne Archytas, – perché porti sempre con te quel poeta nelle tue avventure? – Cosa vorrebbe dire? – Molto semplicemente che mi sembra strano che un uomo modesto quanto tu sembri essere si faccia accompagnare da un maestro di saghe... anche se la cosa è
risultata molto comoda. – Comoda? – Ecco, è stato lui a crearti, non è così? Druss la Leggenda, fama e fortuna. Non pensi che qualsiasi guerriero girovago che avesse avuto con sé un simile compagno sarebbe assurto agli allori della leggenda? – Suppongo di sì – ammise Druss. – Ai miei tempi ho conosciuto molti uomini le cui imprese sono state dimenticate ma che erano degni di essere immortalati nel canto o in una storia. Prima d’ora non ci avevo mai pensato. – Quanta parte della grande saga di Sieben è esagerata? – insistette Archytas. – Oh, la vuoi piantare? – scattò Diagoras. – No – intervenne però Druss, sollevando una mano. – Non hai idea di quanto questo mi faccia piacere. La gente mi interroga sempre a proposito di quelle storie e quando io sostengo che sono... ecco, vogliamo definirle un po’ gonfiate, nessuno mi vuole credere. Però è vero: le saghe non parlano realmente di me, sono basate sulla verità ma sono state così ingigantite da diventare una pianta di cui io sono il seme. Per esempio, non ho mai incontrato una principessa in tutta la mia vita. Comunque, per rispondere alla tua prima domanda, io non ho mai portato con me Sieben nella mia ricerca, è stato lui ad accompagnarmi di sua iniziativa... credo che si annoiasse e che volesse vedere il mondo. – Hai davvero ucciso quella bestia mannara sulle montagne di Pelucid? interloquì Certak. – No, ho soltanto mietuto molti uomini in una quantità di battaglie. – Allora perché permetti che quei poemi continuino a circolare? – domando Archytas. – Se avessi potuto impedire loro di circolare lo avrei fatto – ribatté Druss. – I primi anni dopo il mio ritorno sono stati un vero incubo, ma da allora mi sono abituato a sentire quelle storie. La gente crede a ciò in cui vuole credere e raramente si lascia influenzare dalla verità perché ha bisogno di eroi... e se non ne ha li inventa. Orastes tornò in quel momento, portando una ciotola di stufato e una forma di pane nero. – Mi sono perso qualcosa? – domandò. – In realtà no – rispose Druss. – Stavamo soltanto chiacchierando. – Druss ci stava dicendo che la sua leggenda è fatta di menzogne – aggiunse Archytas. – Una rivelazione davvero notevole. Druss ridacchiò con effettivo divertimento e scosse il capo. – Vedete – commentò, rivolto a Certak e a Diagoras, – la gente crede a quello a cui vuole credere e sente soltanto ciò che desidera sentire. – Scoccò quindi un’occhiata in direzione di Archytas e continuò: – Ragazzo, c’è stato un tempo in cui il tuo sangue sarebbe già andato a macchiare le pareti di questa tenda, ma allora ero giovane e impetuoso, mentre adesso non traggo nessun piacere dall’uccidere i cuccioli. Però sono pur sempre Druss, quindi ti avverto di badare d’ora in poi a come ti comporti con me. – Non mi preoccupi, vecchio – ribatté Archytas, con una risata forzata. – Non
penso... Druss si alzò di scatto e lo raggiunse in pieno volto con un manrovescio che lo scagliò giù dalla sedia e lo mandò a giacere per terra, gemente e con il sangue che colava dal naso fratturato. – No, tu non pensi – convenne Druss. – Adesso dammi quello stufato, Orastes. Deve essere quasi freddo. – Benvenuto a Skeln, Druss – sorrise Diagoras.
CAPITOLO TERZO Druss rimase al campo per tre giorni. Al suo risveglio nella tenda di Delnar, Sieben aveva lamentato dei dolori al petto e dopo averlo esaminato il medico del reggimento gli aveva ordinato di riposare, spiegando a Druss e a Delnar che il poeta aveva avuto un serio spasmo cardiaco. – Quanto è grave? – domandò Druss. – Potrebbe rimettersi benissimo dopo una o due settimane di riposo – replicò il medico, con aria cupa. – Il vero pericolo è che il suo cuore abbia un crampo improvviso... e cessi di funzionare. Non è più giovane e il viaggio fino qui è stato faticoso per lui. – Capisco e ti ringrazio – mormorò Druss poi si girò verso Delnar e aggiunse: – Mi dispiace, ma dobbiamo rimanere. – Non ti preoccupare, amico mio – rispose il conte, con un gesto noncurante della mano. – Nonostante ciò che ho detto al tuo arrivo sei il benvenuto. Ora però vuoi dirmi cosa è successo fra te e Archytas? Sembra che gli sia caduta una montagna sulla faccia. – Il suo naso è andato a sbattere contro la mia mano – grugnì Druss. – È un soggetto alquanto irritante – sorrise Delnar, – ed è meglio che tu stia attento, perché potrebbe essere così stupido da sfidarti. – Non lo farà – dichiarò Druss. – Può essere stupido ma non sta corteggiando la morte... e perfino un cucciolo ne sa abbastanza da nascondersi davanti ad un lupo. Il mattino del quarto giorno Druss stava tenendo compagnia a Sieben quando vide le sentinelle rientrare a precipizio al campo, che nel giro di pochi minuti piombò nel caos quando i soldati abbandonarono ogni attività per correre a munirsi di armatura. Il chiasso e l’agitazione che regnavano all’esterno indussero Druss a lasciare la tenda, e allorché un giovane soldato gli passò di corsa davanti si protese di scatto ad afferrarlo per il mantello, assestandogli uno strattone che lo costrinse a bloccarsi di colpo. – Cosa sta succedendo? – gli chiese. – I Ventriani sono qui! – urlò il soldato, liberandosi dalla sua stretta e proseguendo la corsa in direzione del passo. Imprecando, Druss si avviò per seguirlo, ma all’imboccatura del passo ciò che vide al di là del ruscello lo indusse ad arrestarsi. Schierati fila dopo fila con l’armatura lucida e le lance scintillanti, i guerrieri di Gorben riempivano la valle da un pendio all’altro della montagna; al centro di quella massa spiccava la tenda dell’imperatore, intorno alla quale erano ammassate le file nere e argento degli Immortali. Procedendo con calma in mezzo al flusso dei guerrieri drenai che stavano correndo verso il cuore del passo, Druss si portò al fianco di Delnar. – Ti avevo detto che è un uomo astuto – commentò, rivolto al conte. – Deve aver mandato a Penrac soltanto un minimo di uomini, ben sapendo che in questo modo avrebbe attirato il nostro esercito verso sud.
– Già. Adesso che si fa? – Non ti rimangono molte alternative – sottolineò Druss. – È vero. Intanto i guerrieri drenai si stavano schierando su tre file attraverso la strettoia al centro del passo, con gli scudi rotondi che brillavano sotto il sole del mattino e le bianche creste di crine di cavallo degli elmi che si agitavano sotto la brezza. – Quanti sono i veterani? – chiese Druss. – Circa la metà degli uomini, e li ho disposti in prima fila. – Quanto ci vorrà perché un messaggero arrivi a Penrac? – Ne ho già mandato uno, e l’esercito dovrebbe essere qui entro dieci gìorni. – Pensi che abbiamo a disposizione dieci giorni? – No, ma come tu stesso hai detto non ci sono molte alternative. Cosa pensi che farà Gorben? – Per prima cosa proverà a parlamentare per chiederti di arrenderti, e tu farai bene a prendere qualche ora di tempo con la scusa di avere difficoltà a deciderti. Poi manderà i Panthiani, che sono una massa indisciplinata ma combattono come altrettanti demoni; dovremmo riuscire a respingerli perché hanno scudi di vimini e le loro lance non possono penetrare un’armatura drenai. A quel punto Gorben metterà alla prova tutte le sue truppe contro di noi... – Gli Immortali? – Li userà soltanto alla fine, quando saremo stanchi e prossimi a cedere. – Non è un quadro allegro – commentò Delnar. – È orribile – convenne Druss. – Resterai con noi, Druss dell’Ascia? – Ti aspetti forse che me ne vada? – Perché non dovresti? – ribatté Delnar, con una risata improvvisa. – Vorrei poterlo fare io. Nella prima linea dello schieramento drenai Diagoras ripose la spada nel fodero e si asciugò le mani sudate sul mantello rosso. – Sono parecchi – commentò. – Una minimizzazione da maestro – annuì Certak, chegli era accanto. Sono così tanti da dare l’impressione che potrebbero tranquillamente calpestarci. – Li costringeremo alla resa, vero? – sussurrò Orastes, dalla fila retrostante, sbattendo le palpebre per allontanare il sudore dagli occhi. – No so perché, ma non credo che sia probabile – rispose Certak, – anche se ammetto che è un pensiero piacevole. Vedendo un cavaliere in sella ad uno stallone nero guadare il ruscello e galoppare verso le file drenai, Delnar e Druss uscirono dallo schieramento e si fermarono davanti ad esso, in attesa. Il cavaliere, che indossava l’armatura nera e argento di un generale degli Immortali, fece arrestare la cavalcatura davanti ai due uomini e si appoggiò in avanti al pomo della sella.
– Druss? Sei proprio tu? – chiese. Druss indugiò per un momento a osservare i lineamenti smagriti dell’uomo e i lunghi capelli scuri striati di grigio che pendevano raccolti in due trecce. – Benvenuto a Skeln, Bodasen – replicò quindi. – Mi dispiace trovarti qui. Avevo intenzione di venire a Skoda non appena avessimo conquistato Drenan. Rowena sta bene? – Sì, e tu? – Sono come mi vedi, sano e in forma. E tu? – Non mi lamento. – Sieben dov’è? – Sta dormendo in una delle tende. – Ha sempre saputo come fare ad evitare le battaglie – commentò Bodasen, con un sorriso forzato. – E pare proprio che stia per scatenarsi una battaglia, a meno che prevalga il buon senso. Sei tu il capo, qui? – domandò quindi a Delnar. – Sono io. Che messaggio mi porti? – Soltanto questo. Domattina il mio imperatore attraverserà questo passo e giudicherebbe cortese da parte tua rimuovere i tuoi guerrieri dal suo cammino. – Ci penserò sopra – replicò Delnar. – Ti consiglierei di riflettere bene – aggiunse Bodasen, girando il cavallo. – Ci vediamo, Druss, abbi cura di te! – Anche tu. Bodasen spronò quindi lo stallone e riattraversò il ruscello, scomparendo oltre le schiere panthiane. Quando non fu più visibile, Druss segnalò a Delnar di seguirlo in disparte, lontano dagli uomini. – È inutile restare qui tutto il giorno a fissarli – consigliò. – Sarà meglio che ordini ai tuoi guerrieri di rompere lo schieramento e ne mandi una metà al campo perché vadano a prendere un po’ di coperte e di combustibile per i fuochi. – Non pensi che attaccheranno, per oggi? – No. Perché dovrebbero? Sanno che non riceveremo certo rinforzi durante la notte, e la mattina di domani arriverà anche troppo presto ribatté Druss. Tornò quindi a grandi passi verso il campo ed entrò nella tenda del poeta, trovando Sieben addormentato; avvicinata una sedia al giaciglio indugiò per qualche momento a fissare il volto segnato dell’amico, poi cedette ad un impulso per lui insolito e si protese ad accarezzare quella testa calva. Sieben aprì gli occhi. – Ah, sei tu – disse. – Cos’era tutto quel chiasso? – I Ventriani ci hanno ingannati e adesso sono sull’altro versante della montagna. Sieben si lasciò sfuggire una sommessa imprecazione a cui Druss rispose con una risatina. – Tu pensa soltanto a restartene li sdraiato, poeta – suggerì, – e io ti racconterò ogni cosa dopo che li avremo messi in fuga. – Ci sono anche gli Immortali? – domandò Sieben. – Naturalmente. – Meraviglioso. Mi avevi promesso una breve e tranquilla passeggiata e
qualche discorso... e cosa abbiamo trovato, invece? Un’altra guerra. – Oggi ho visto Bodasen. Ha un bell’aspetto. – Splendido. Forse dopo che ci avrà uccisi potremo bere qualcosa insieme e chiacchierare dei tempi passati. – Stai prendendo le cose troppo sul serio, poeta. Adesso riposa e più tardi chiederò a qualcuno degli uomini di trasportarti sul passo, perché so che detesteresti non poter assistere al combattimento... non è così? – Non potresti chiedere loro di trasportarmi fino a Skoda? – In seguito – sorrise Druss. – Comunque adesso devo tornare sul passo. L’anziano guerriero risalì in fretta i pendii montani e sedette su un masso all’imboccatura del passo, scrutando con aria intenta il campo nemico. – Cosa stai pensando? – domandò Delnar, venendo a raggiungerlo. – Stavo ricordando qualcosa che ho detto ad un vecchio amico molto tempo fa. – Di cosa si trattava? – Se vuoi vincere, attacca. Bodasen smontò di sella davanti all’imperatore e si prostrò fino a posare la fronte contro il terreno per poi rialzarsi in piedi. Visto da quella distanza Gorben aveva ancora l’aspetto di sempre... possente, scuro di barba e di capelli e con la vista acuta... ma non era più in grado di sostenere un esame ravvicinato: esso avrebbe rivelato che i capelli e la barba avevano la lucentezza eccessiva data da grosse quantità di tintura scura, che il volto dipinto aveva un colorito innaturale e che gli occhi adesso vedevano soltanto tradimento in ogni ombra. I suoi seguaci, perfino quelli che come Bodasen lo servivano ormai da decenni, sapevano che era meglio non fissarlo mai in volto e rivolgergli la parola tenendo lo sguardo concentrato sul grifone dorato che gli decorava la corazza. Nessuno aveva il permesso di avvicinarsi a lui armato e da anni nessuno si vedeva più concedere un’udienza privata. Gorben indossava costantemente l’armatura... anche per dormire, a quanto si diceva; il suo cibo veniva assaggiato da alcuni schiavi e lui aveva preso l’abitudine di portare sempre i guanti nella convinzione che qualcuno potesse aspergere di veleno l’esterno dei suoi boccali dorati. Mentre aspettava il permesso di parlare, Bodasen scoccò una rapida occhiata verso l’alto per valutare l’espressione del volto dell’imperatore, scoprendo che essa era cupa e assorta. – Quello era Druss? – domandò Gorben. – Sì, mio signore. – Così anche lui mi si è rivoltato contro. – Druss è un Drenai, mio signore. – Vorresti contraddirmi, Bodasen? – No, sire, certamente no. – Bene. Voglio che Druss venga portato al mio cospetto per essere giudicato, perché un simile tradimento richiede un rapido atto di giustizia. Mi hai capito? – Si, sire.
– I Drenai ci cederanno il passo? – Non credo, sire, ma non ci metteremo molto a sgombrare il cammino, nonostante la presenza di Druss. Posso ordinare agli uomini di sciogliere i ranghi e di preparare il campo? – No. Lascia che restino schierati ancora per un po’, in modo che i Drenai possano vedere il loro potere e la loro forza. – Sì, sire – assentì Bodasen, e accennò ad allontanarsi indietreggiando. – Tu mi sei ancora fedele? – domandò all’improvviso l’imperatore. – Come lo sono sempre stato, mio signore – garantì Bodasen, sentendosi la bocca arida. – E tuttavia Druss era tuo amico. – Questo è vero, sire, ma lo farò comunque trascinare in catene davanti a te... o ti presenterò la sua testa, se dovesse cadere nel difendere il passo. L’imperatore annuì, poi girò il volto dipinto in modo da poter guardare in direzione del passo. – Li voglio morti – sussurrò. – Tutti morti.
CAPITOLO QUARTO Nella caliginosa frescura che precedeva l’alba i Drenai formarono il loro schieramento, ciascun guerriero munito di scudo rotondo e di una corta spada, avendo accantonato le abituali sciabole che in una formazione serrata come quella avrebbero potuto risultare letali non soltanto per il nemico lanciato all’attacco ma anche per i compagni di schieramento. Gli uomini erano nervosi e continuavano a controllare e a ricontrollare le cinghie delle corazze, oppure a regolare gli schinieri affibbiati ai polpacci con la scusa che erano troppo stretti o troppo larghi o chissà che altro; essendo d impiccio, i mantelli erano già stati rimossi e ammucchiati in stretti rotoli rossi vicino alla parete montana e alle spalle dello schieramento. Sia Druss che Delnar sapevano bene che quello era il momento in cui il coraggio degli uomini veniva sottoposto alla prova più dura, perché il gioco era nelle mani di Gorben, che avrebbe potuto fare molte cose mentre tutto ciò che i Drenai potevano fare era aspettare. – Credi che attaccherà immediatamente dopo il sorgere del sole? – domandò Delnar. – Penso di no – rispose Druss, scuotendo il capo. – Lascerà che la paura continui a logorarci per circa un’ora, anche se non è detto... con lui non si può mai prevedere nulla. Adesso i duecento uomini che formavano la prima fila stavano sperimentando le stesse emozioni, sia pure con intensità diversa: orgoglio, perché erano stati scelti fra i migliori, e paura perché sarebbero stati i primi a morire. Qualcuno aveva dei rimpianti e molti non scrivevano a casa da settimane o si erano separati con parole amare da amici e parenti. Druss andò a prendere posto al centro della prima linea e chiamò a sé Diagoras e Certak perché si mettessero ai suoi fianchi. – Allontanatevi un poco da me per lasciarmi libertà di movimento – avvertì. L’intero schieramento si spostò leggermente sui due lati e Druss cominciò a muovere le spalle per sciogliere i muscoli delle braccia e della schiena... poi un’imprecazione gli sfuggì dalle labbra quando il cielo si andò rischiarando, perché si accorse che oltre a quello dell’inferiorità numerica i difensori avrebbero avuto anche lo svantaggio di essere abbagliati dai raggi del sole sorgente. Dall’altra parte del ruscello i Panthiani dalla pelle d’ebano stavano affilando le lance senza eccessivo timore: i guerrieri dalla pelle d’avorio che avevano di fronte erano pochi di numero e sarebbero stati spazzati via come antilopi in fuga davanti ad un incendio nella pianura. Gorben attese che il sole avesse superato la vetta dei picchi montani, poi diede l’ordine di attaccare. I Panthiani scattarono in piedi e dalle loro gole si levò un crescente ruggito d’odio, un muro di suono che salì su per il passo e si riversò sui difensori. – Ascoltateli! – tuonò Druss. – Quella che sentite non è forza, è il suono del terrore! Cinquemila guerrieri si lanciarono su per il passo con i piedi che scandivano sui
pendii rocciosi un ritmo selvaggio che echeggiò in alto fra i picchi. Druss diede un colpo di tosse e sputò, poi scoppiò in una risata ricca e piena e con il suo esempio strappò qualche accenno di riso agli uomini che lo attorniavano. – Per gli dèi, quanto ho sentito la mancanza di tutto questo! – gridò. – Venite avanti, figli di vacca! – urlò quindi ai Panthiani. – Muovetevi! Delnar, che era al centro della seconda linea, sorrise ed estrasse la spada. Quando il nemico arrivò ad appena cento passi di distanza gli uomini della terza fila guardarono verso Archytas, che sollevò il braccio: immediatamente i guerrieri abbandonarono lo scudo e si chinarono, raccogliendo uno dei cinque giavellotti dalla punta uncinata che ciascuno aveva ai suoi piedi. Ormai i Panthiani erano quasi loro addosso. – Adesso! – ruggì Archytas. Gli uomini trassero indietro il braccio e duecento missili letali andarono a piantarsi nella massa scura che stava venendo avanti. – Ancora! – tuonò Archytas. Le prime file dell’orda nemica scomparvero urlando e vennero calpestate da quelle che le seguivano. La carica rallentò quando i Panthiani cominciarono a inciampare nei compagni abbattuti e a cadere al suolo, poi la violenza del suo impeto fu ulteriormente ridotta dalle pareti montane che si stringevano come il centro di una clessidra. Infine giunse l’impatto fra i due schieramenti. Una lancia scattò verso Druss, che la bloccò con le lame dell’ascia e reagì con un fendente di rovescio che trapassò lo scudo di vimini e la carne dell’assalitore. L’uomo emise un grugnito quando Snaga gli penetrò nella cassa toracica, poi Druss liberò l’ascia con uno strattone, parò un affondo e calò la lama massiccia sulla faccia di un altro avversario. Accanto a lui Certak intercettò una lancia con lo scudo e insinuò con abilità il proprio gladio in un lucido petto dalla pelle scura. Una lancia gli provocò una lacerazione nella parte superiore della gamba ma lui non avvertì dolore e reagì con una risposta che mandò il suo assalitore a crollare sul mucchio sempre più alto di cadaveri che si andava formando davanti allo schieramento. Adesso i Panthiani si trovarono a dover balzare sui corpi dei compagni uccisi nel disperato tentativo di spezzare la linea nemica, ma sebbene il sangue avesse reso scivoloso il suolo roccioso del passo i Drenai resistettero. Un alto guerriero si liberò dello scudo di vimini e superò d’un balzo il muro di morti con la lancia sollevata, gettandosi verso Druss. Snaga affondò nel torace dell’uomo, ma il peso di questi spinse indietro Druss e gli strappò di mano l’ascia. Subito un secondo Panthiano si scagliò verso di lui, ma Druss deviò l’affondo della lancia con il guanto rinforzato in metallo e vibrò un pugno crudele che raggiunse il nemico alla mascella. Non appena questi si accasciò al suolo, Druss lo afferrò per la gola e per l’inguine e lo scagliò al di là del muro di cadaveri, addosso agli altri guerrieri che stavano avanzando, poi si girò e libero con uno strattone l’ascia dal cadavere del primo uomo. – Avanti, ragazzi! – tuonò. – È il momento di mandarli a casa!
E si lanciò sul muro di corpi, colpendo a destra e a sinistra con tale furia da aprire un varco nello schieramento panthiano. Incapace di credere ai propri occhi Diagoras imprecò e si affrettò a unirsi a lui. I Drenai cominciarono allora ad avanzare, scalando i mucchi di cadaveri panthiani con le spade grondanti sangue e con occhi pieni di cupa determinazione. Nel centro dello schieramento nemico i Panthiani lottarono dapprima per sopraffare quel folle armato d’ascia e poi per allontanarsi da lui a mano a mano che altri Drenai venivano a raggiungerlo. La paura si diffuse come una pestilenza fra le loro file ed entro pochi minuti essi sciamarono lungo il fondo della valle, in piena rotta. Druss intanto ricondusse i guerrieri alla posizione originale. Il suo giustacuore era macchiato di sangue e anche la sua barba era segnata qua e là da chiazze carminie; aperta la camicia, ne prelevò un panno di cui si servì per asciugarsi la faccia sudata, poi si tolse l’elmo nero e argento e si grattò la testa. – Allora, ragazzi, come ci si sente ad essersi guadagnati la paga? – domandò, con voce possente e profonda che echeggiò fra le rocce. – Stanno tornando! – gridò qualcuno. – Certo che stanno tornando – ribatté Druss, stroncando sul nascere il timore insorgente intorno a lui. – Non riescono a capire di essere stati sconfitti. Prima fila indietro, seconda fila un passo avanti... che tutti abbiano un po’ di gloria. Druss rimase però in prima linea, e sia Diagoras che Certak gli restarono accanto. Entro il tramonto i Drenai respinsero quattro cariche riportando la perdita di appena quaranta uomini... trenta morti e dieci feriti. Le perdite dei Panthiani ammontavano a quasi ottocento guerrieri. Quella notte, quando i Drenai sedettero intorno ai piccoli fuochi da campo, le fiamme danzanti crearono un macabro scenario proiettando strane ombre sui muri di morti che bloccavano il passo e dando l’impressione che i corpi si contorcessero nel buio. Dopo lo scontro Delnar ordinò di raccogliere tutti gli scudi di vimini che si fosse riusciti a trovare e tutti i giavellotti e le lance ancora utilizzabili. Verso mezzanotte i veterani scivolarono infine nel sonno, ma altri guerrieri meno provati scoprirono che l’eccitazione della giornata era ancora troppo intensa per permettere loro di dormire e sedettero intorno al fuoco in piccoli gruppi, conversando in tono sommesso. Delnar passò da un fuoco all’altro, sedendo con gli uomini, scherzando e sollevando loro il morale, mentre Druss dormiva nella tenda di Sieben, in alto sul passo. Il poeta aveva assistito a parte dello scontro dal proprio letto, ma si era poi addormentato nel corso del lungo pomeriggio di lotta. Diagoras, Orastes e Certak sedevano in compagnia di una dozzina di altri uomini quando Delnar si venne a unire a loro. – Come vi sentite? – chiese il conte. Gli uomini si limitarono a sorridere... cosa potevano rispondere? – Posso fare una domanda, signore? – chiese poi Orastes.
– Certamente. – Come ha fatto Druss a restare vivo così a lungo? Quello che voglio dire è che non ha nessun mezzo di difesa. – È un’osservazione valida – ammise il conte, togliendosi l’elmo per godere della fresca aria serale e passandosi le dita fra i capelli. – Il motivo è già racchiuso nella tua domanda: tutto dipende dal fatto che non ha difesa. Quella terribile ascia infligge di rado ferite che non siano mortali, e per uccidere Druss si deve essere pronti a morire... no, non soltanto pronti, bisogna andare all’attacco con la certa consapevolezza di essere uccisi da lui. Invece la maggior parte degli uomini vuole vivere. Riesci a capire? – In realtà no, signore – ammise Orastes. – Sai qual è l’unico tipo di combattente che nessuno vuole affrontare? – No, signore. – Un baresark, a volte definito anche berserker, cioè un uomo che cade preda della frenesia di uccidere a tal punto da non avvertire più il dolore e da non curarsi della vita. Getta via l’armatura e attacca il nemico, colpendo e uccidendo fino ad essere a sua volta fatto a pezzi. Una volta ho visto un baresark che aveva perso un braccio nella lotta: ha puntato il moncherino contro i nemici in modo da accecarli con il sangue che ne fiottava e ha continuato a combattere fino a crollare. «Nessuno vuole essere costretto ad affrontare un simile avversario. Druss, d’altro canto, è ancora più formidabile di un baresark, perché ne possiede tutte le virtù ma mantiene sotto controllo la propria frenesia di uccidere e quindi riesce a pensare con chiarezza. Quando a questo si aggiunge la sua forza spaventosa, si ottiene una vera e propria macchina di distruzione. – Ma di certo potrebbe cadere vittima di un affondo vibrato per caso nella mischia o scivolare in una pozza di sangue – obiettò Diagoras. – Potrebbe morire come qualsiasi altro uomo. – Sì – ammise Delnar. – Non sto dicendo che non morirà in questo modo, soltanto che le probabilità di sopravvivere sono tutte a suo vantaggio. La maggior parte di voi ha avuto oggi la possibilità di vederlo all’opera e anche se quelli che lottavano al suo fianco non hanno avuto il tempo di studiare la sua tecnica altri possono aver intravisto la Leggenda: lui è sempre bilanciato, sempre in movimento, il suo sguardo non si fissa mai in un punto e la sua visione periferica ha dell’incredibile. Riesce a percepire ìl pericolo incombente anche in mezzo al caos. Oggi un Panthiano molto coraggioso si è gettato sulla sua ascia, morendo per strappargliela di mano, poi un secondo guerriero si è lanciato all’attacco. Qualcuno ha visto l’episodio a cui mi riferisco? – Io – rispose Orastes. – Ma in realtà non hai imparato nulla da esso. Il primo Panthiano è morto per riuscire a disarmare Druss e il secondo aveva il compito di tenerlo impegnato per dare ai compagni il tempo di aprire una breccia nel nostro schieramento: se fossero riusciti nell’intento ci saremmo trovati divisi in due blocchi e spinti contro le pareti della montagna. Druss se ne è reso conto all’istante, ed è stato per questo che non si è limitato a stordire l’assalitore e a recuperare l’ascia, ma ha scagliato il secondo
guerriero nella breccia. Riflettete su questo: in un istante Druss ha visto il pericolo, ha elaborato un piano d’azione e lo ha messo in pratica. Anzi, ha fatto di più: ha raccolto l’ascia e si è mosso a sua volta all’attacco contro il nemico. È stato questo a provocare il cedimento dei Panthiani, il fatto che Druss ha valutato con assoluta esattezza il momento in cui contrattaccare. Il suo è l’istinto del guerriero nato. – Ma come poteva sapere che lo avremo seguito? – intervenne Diagoras. Avrebbero potuto farlo a pezzi. – Era sicuro anche da questo punto di vista, ed è stato per questo che ha voluto te e Certak ai suoi lati. Si è trattato di un complimento, perché sapeva che voi due avreste reagito nel modo giusto e che lo avreste seguito in situazioni in cui altri avrebbero potuto non sentirsi di farlo. – Te lo ha detto lui? – domandò Certak. – No – ridacchiò il conte. – In un certo senso Druss rimarrebbe sorpreso quanto te di sentire la mia valutazione dei fatti, perché le sue azioni non sono state conseguenti ad un ragionamento. Come ho detto, sono state istintive. Se riusciremo a sopravvivere, avrete modo di imparare molte cose. – Credi che ce la caveremo? – sussurrò Orastes. – Se saremo forti abbastanza – si sorprese a mentire con scioltezza il conte. I Panthiani tornarono all’alba, strisciando su per il passo mentre i Drenai aspettavano con la spada in pugno, ma invece di attaccare cominciarono a trascinare via i corpi dei compagni sotto lo sguardo sconcertato dei difensori. Si trattò di una scena surreale; Delnar ordinò ai suoi guerrieri di indietreggiare di venti passi per garantire lo spazio necessario alla rimozione dei cadaveri, poi lasciò i guerrieri in attesa, riponendo la spada nel fodero e andando a raggiungere Druss al centro della prima linea. – Cosa ne pensi? – Credo che stiano preparando il terreno per i carri – rispose Druss. – I cavalli non si lanceranno mai contro una linea compatta. Si bloccheranno di colpo – gli fece notare il conte. – Guarda laggiù – mormorò l’anziano guerriero. Sui lato opposto del ruscello le schiere ventriane si stavano aprendo per lasciar passare i lucenti carri da guerra dei Tantriani; quei veicoli di bronzo dalle ruote enormi fornite dì lame a forma di falce, seghettate e letali, erano trainati ciascuno da due cavalli e trasportavano un auriga e un guerriero armato di lancia. Lo sgombero dei cadaveri si protrasse per un’ora, mentre i carri si disponevano in una linea nella valle sottostante. Non appena i Panthiani si furono ritirati, Delnar convocò i trenta uomini che erano muniti degli scudi di vimini recuperati dopo la battaglia del giorno precedente e ordinò loro di disporli attraverso il passo per poi inzupparli di olio da lampade. – Porta avanti lo schieramento di cinquanta passi, in modo da oltrepassare quella linea – disse quindi il conte, posando una mano sulla spalla di Druss. – Non appena i carri attaccheranno infrangete la formazione a destra e a sinistra e
portatevi dietro il riparo delle rocce. A quel punto appiccheremo il fuoco agli scudi con la speranza che sia sufficiente a fermarli, altrimenti la seconda fila impegnerà il combattimento con i carri mentre la vostra terrà a bada la fanteria. – Mi sembra un buon piano – approvò Druss. – Se non dovesse funzionare non lo useremo di nuovo – ribatté Delnar. Druss si limitò a sogghignare. Lungo tutta la linea dei carri gli auriga stavano coprendo il muso dei cavalli con cappucci di seta; sul passo Druss condusse i suoi duecento uomini oltre la fila di scudi, oltrepassandola d’un balzo con Diagoras, Certak e Archytas al proprio fianco. Il rombo di zoccoli proveniente dalla vallata echeggiò fra le rocce allorché i duecento aurighi spinsero i cavalli al galoppo. Quando i carri furono quasi loro addosso Druss urlò l’ordine di infrangere le file e i suoi uomini si precipitarono sui due lati verso la protezione offerta dalle pareti montane mentre i carri proseguivano la carica in direzione della seconda linea. Alcune torce fiammeggianti furono gettate sugli scudi intrisi d’olio e da essi si levò immediatamente un fumo nero seguito da fiamme tremolanti: la brezza sospinse il fumo verso est e nelle nari dilatate dei cavalli incappucciati che presero a nitrire di terrore e cercarono di tornare indietro, ignorando il morso della frusta dei loro aurighi. La confusione fu immediata e totale: la seconda fila di carri andò a sbattere contro la prima in un caos di cavalli che cadevano e di carri che si rovesciavano, scagliando gli uomini urlanti sulle rocce aguzze. I Drenai si gettarono in mezzo a quella massa confusa, superando d’un balzo le fiamme ormai prossime a spegnersi per piombare sui lancieri ventriani, le cui armi erano del tutto inutili ad una distanza così ravvicinata. Dal suo punto di osservazione sopraelevato, a circa mezzo chilometro di distanza, Gorben ordinò alle legioni della fanteria di entrare nella mischia. Subito Druss e i suoi duecento drenai tornarono a schierarsi in formazione attraverso il passo, facendo fronte a quel nuovo attacco con un muro di scudi irto di lame lucenti. Druss fracassò la testa ad un avversario, ne sventrò un secondo e indietreggiò di un passo per scoccare una rapidissima occhiata a destra e a sinistra. La linea stava tenendo. Nel corso di quell’attacco i Drenai riportarono un numero di perdite maggiore rispetto al giorno precedente, ma si trattò sempre di una cifra minima se paragonata a quelle subite dai Ventriani. Soltanto una manciata di carri riuscì a riattraversare la prima linea dello schieramento drenai, aprendosi poi sanguinosamente il varco fra la stessa fanteria ventriana nell’ansia frenetica di uscire dal passo. La battaglia si protrasse, un’ora sanguinosa dopo l’altra, combattuta selvaggiamente da entrambe le parti senza il minimo pensiero di concedere
quartiere all’avversario. La fanteria ventriana in armatura argentea continuò ad attaccare, ma verso il tramonto i suoi sforzi cominciarono a mancare di vigore e di convinzione. Furente, Gorben ordinò al generale della fanteria di aprirsi comunque un varco nel passo. – Spingi al massimo i tuoi uomini, altrimenti mi implorerai che ti sia concesso di morire – minacciò. Il generale morì combattendo nel giro di un’ora e la sua fanteria si ritirò oltre il ruscello con la protezione dell’ombra sempre più fitta del crepuscolo.
CAPITOLO QUINTO Ignorando del tutto la compagnia di danzatori che si stava esibendo davanti a lui, Gorben sedeva sul divano coperto di seta e portava avanti una conversazione in tono sommesso con Bodasen. L’imperatore era in tenuta da battaglia e alle sue spalle c’era la muscolosa guardia del corpo panthiana che da cinque anni rivestiva anche la carica di carnefice personale di Gorben. Il Panthiano uccideva a mani nude, a volte strangolando lentamente il condannato e in altre occasioni servendosi dei pollici per strappare gli occhi alla vittima impotente; tutte le esecuzioni avevano luogo al cospetto dell’imperatore e non trascorreva quasi una settimana senza che una di quelle macabre scene avesse luogo. Una volta il Panthiano aveva perfino ucciso un uomo schiacciandogli in cranio con le mani, fra gli applausi di Gorben e dei suoi cortigiani. Bodasen era nauseato da tutto questo ma si trovava intrappolato in una rete che lui stesso aveva creato. Nel corso degli anni l’ambizione lo aveva spinto a scalare le vette del potere e adesso aveva il comando degli Immortali, il che significava che dopo Gorben era l’uomo più potente di Ventria. La sua era però una posizione pericolosa, in quanto la paranoia di Gorben era ormai tale che pochi fra i suoi generali sopravvivevano a lungo... e Bodasen aveva già cominciato a sentire su di sé l’attenzione dell’imperatore. Questa notte lo aveva invitato nella sua tenda con la promessa di una serata di divertimenti, ma il sovrano era di un umore cupo e polemico che consigliava un’estrema cautela. – Pensavi che i Panthiani e i carri avrebbero fallito, vero? – chiese Gorben, d’un tratto. Si trattava di una domanda densa di pericolo, perché se Bodasen avesse risposto in senso affermativo l’imperatore avrebbe preteso di sapere perché non aveva fornito prima il suo parere... non era forse il consigliere militare imperiale? A che serviva un consigliere che non forniva i suoi consigli? Se invece avesse dato una risposta negativa sarebbe risultato carente per quanto concerneva le sue capacità tattiche. – Nel corso degli anni abbiamo combattuto molte guerre, mio signore – replicò invece, – e nella maggior parte di esse abbiamo sofferto dei rovesci, ma tu hai sempre affermato che “a meno di tentare non si può mai sapere in che modo arrivare al successo”. – Ritieni che dovremmo mandare all’attacco i miei Immortali? – chiese ancora Gorben. Prima di allora li aveva sempre definiti “i tuoi Immortali”; notando quel cambiamento Bodasen si umettò le labbra e si impose di sorridere. – Non ci sono dubbi che essi potrebbero sgombrare rapidamente il passo. I Drenai stanno combattendo bene e sono disciplinati, ma sanno di non poter tenere testa agli Immortali. La decisione spetta però a te soltanto, mio signore, perché tu solo possiedi la divina padronanza della tattica e uomini come me non sono che un
riflesso della tua grandezza. – Allora dove sono finiti gli uomini capaci di pensare con la loro testa? – scattò l’imperatore. – Se devo essere onesto con te, sire, non troverai neppure un uomo del genere – si affrettò a replicare Bodasen. – Perché? – Tu cerchi qualcuno che riesca a pensare con la tua stessa rapidità e con la tua stessa penetrante capacità intuitiva, ma un uomo del genere non esiste. Tu sei supremamente dotato, sire, e gli dei si degnano di elargire tanta saggezza a un uomo soltanto ogni dieci generazioni. – Questo è vero – convenne Gorben, – ma c’è ben poca gioia nell’essere un uomo a parte, separato dai suoi simili in virtù dei doni elargitigli dagli dèi. Sono odiato, sai – sussurrò, scoccando una rapida occhiata alle sentinelle poste all’ingresso della tenda. – Ci saranno sempre quelli che saranno gelosi di te, sire – replicò Bodasen. – E tu sei geloso di me, Bodasen? – Sì. – Continua – ingiunse Gorben, con un bagliore nello sguardo. – In tutti gli anni in cui ti ho servito e amato, mio signore, ho sempre desiderato di poter essere più simile a te perché in quel caso ti avrei potuto servire meglio. Un uomo dovrebbe essere uno stolto per non essere geloso di te, sire, ma soltanto un folle ti potrebbe odiare perché sei ciò che lui non potrà mai essere. – Ben detto. Sei un uomo onesto, uno dei pochi di cui mi possa fidare. Non sei come Druss, che ha promesso di servirmi e sta ora ostacolando il compiersi del mio destino. Lo voglio morto, mio generale, e voglio che mi porti la sua testa. – Sarà fatto, sire – promise Bodasen. Gorben si appoggiò all’indietro sul divano, lasciando vagare lo sguardo sull’interno della tenda e su quello che essa conteneva. – I tuoi alloggi sono sfarzosi quasi quanto i miei – osservò. – Soltanto perché sono pieni di doni che tu mi hai fatto, sire – si affrettò a replicare Bodasen. Con il volto e l’armatura sporcati di scuro mediante una mistura di terra e di olio, Druss e cinquanta guerrieri guadarono in silenzio lo stretto ruscello sotto il cielo privo di luna. Pregando che le nubi non si aprissero, Druss condusse i suoi uomini in fila per uno verso la riva orientale, tenendo l’ascia in una mano e reggendo davanti a sé lo scudo sporco di nero. Una volta a riva, si accoccolò al centro del suo piccolo gruppo e indicò due sentinelle che stavano sonnecchiando vicino ad un fuoco morente: Diagoras e altri due si staccarono dal gruppo silenziosi come fantasmi e si avvicinarono ad esse senza far rumore, con la daga in pugno. I due uomini morirono senza emettere un suono, poi Druss e gli altri soldati tirarono fuori le torce messe affrettatamente insieme con quanto restava degli scudi di vimini dei
Panthiani e si avvicinarono al fuoco. Scavalcando i corpi, Druss accese la propria torcia e si diresse verso la tenda più vicina, imitato dai suoi uomini che corsero per il campo appiccando il fuoco dovunque fino a quando le fiamme si levarono di cinque metri nel cielo notturno. Improvvisamente nell’accampamento scoppiò il caos quando uomini urlanti si lanciarono fuori dalle tende in fiamme solo per essere abbattuti dalle spade drenai. Davanti a tutti, Druss tracciò un sentiero carminio nella massa di confusi Ventrianì, tenendo lo sguardo fisso sul padiglione imperiale che si profilava più avanti, decorato dallo stemma del grifone che spiccava nitido al bagliore delle fiamme. Compatti alle sue spalle venivano Certak e una ventina di altri guerrieri muniti di torce; spingendo di lato il telo d’ingresso, Druss irruppe infine nella tenda. – Dannazione! – esclamò – Gorben non è qui! Appiccato il fuoco a un tendaggio di seta ordinò ai suoi uomini di riformare lo schieramento e li condusse nuovamente verso il ruscello senza che venisse fatto nessuno sforzo coordinato per fermarli. Alle loro spalle i Ventriani si agitavano infatti in preda alla confusione, seminudi e per lo più impegnati a riempire d’acqua gli elmi e a formare una catena umana per contrastare il ruggente inferno di fuoco che stava dilagando per il campo sulle ali del vento. Un piccolo gruppo di Immortali armati di spada entrò in collisione con Druss mentre questi correva verso ìl ruscello. Snaga saettò in avanti, sfondando il cranio al primo avversario, e il secondo morì con la gola squarciata da un fendente di rovescio vibrato da Diagoras. La battaglia fu breve e sanguinosa, ma l’elemento sorpresa tornò a vantaggio dei Drenai; irrompendo oltre la prima linea di guerrieri armati di spada Druss abbatté l’ascia sul fianco di un avversario per poi invertire la traiettoria e calare un fendente sulla spalla di un altro. Bodasen uscì di corsa dalla propria tenda. Raccolto in fretta un gruppo di Immortali si precipitò oltre le fiamme e in direzione della battaglia. Un guerriero drenai gli si parò davanti e vibrò un fendente verso il suo corpo privo di protezione, ma Bodasen parò e reagì con una devastante risposta che lacerò la gola dell’assalitore. Scavalcato il corpo, il generale ventriano riprese la corsa insieme ai suoi guerrieri. Druss abbatté altri due avversari, poi gridò ai suoi uomini di ritirarsi. Un rumore di passi in corsa che risuonò dietro di lui lo indusse a girarsi per affrontare i nuovi assalitori, ma il fuoco che ardeva alle spalle dei Ventriani gli rese impossibile vederli in volto. Poco lontano Archytas abbatté un avversario e vide Druss pararsi da solo contro gli Immortali. Senza soffermarsi a riflettere si lanciò in quella direzione, e proprio allora Druss si scagliò alla carica, con l’ascia che descriveva un arco letale e fendeva metallo e carne. Diagoras e Certak si unirono a lui insieme ad altri quattro guerrieri drenai, scatenando uno scontro breve e feroce. Un solo Ventriano riuscì a disimpegnarsi dalla mischia, gettandosi sulla destra e rotolando per poi rialzarsi in piedi alle spalle di Archytas. L’alto Drenai ruotò su se stesso e impegnò il nemico: nell’incrociarne la spada si accorse che quell’uomo era vecchio anche se abile e
sorrise, certo che il Ventriano non potesse tenere testa a lungo ad un giovane Drenai. Le due lame scintillarono alla luce delle fiamme in una serie di parate e di risposte, di contrattacchi, di affondi e di blocchi... poi il Ventriano parve incespicare e Archytas scattò in avanti. Il suo avversario però schivò e si rialzò in piedi in un solo movimento fluido, piantandogli la spada nel ventre. – Vivi e impara, ragazzo – sibilò Bodasen, estraendo la lama. Nel veder sopraggiungere altri Immortali si guardò intorno alla ricerca di Druss: Gorben voleva la sua testa, e questa notte l’avrebbe avuta. Intanto Druss liberò con uno strattone l’ascia dal corpo di un nemico e spiccò la corsa verso il ruscello e la relativa sicurezza del passo. Un guerriero si parò a bloccargli il passo e Snaga vibrò attraverso l’aria, riducendo in schegge la spada dell’uomo con il primo colpo e facendo seguire un fendente di rovescio che gli sfondò le costole. Quando Druss lo oltrepassò il Ventriano si protese però ad afferrarlo per una spalla e nel bagliore delle fiamme lui vide che il suo avversario era Bodasen. Il generale morente si aggrappò al suo giustacuore nel tentativo di rallentargli la fuga, ma Druss si liberò con un calcio e si allontanò di corsa. Bodasen cadde pesantemente e rotolò su se stesso, osservando il massiccio Drenai e i suoi guerrieri guadare infine il ruscello. La vista gli si appannò e lui chiuse gli occhi, sentendo la stanchezza avvilupparlo come un mantello mentre i ricordi prendevano a danzargli nella mente. Udì un fragore simile a quello del mare e vide di nuovo la nave corsara emergere dal passato e puntare verso di loro; di nuovo si lanciò in avanti con Druss per abbordarla, spostando il terreno dello scontro sul ponte nemico. Dannazione! Avrebbe dovuto rendersi conto che Druss non sarebbe mai cambiato. Attaccava. Sempre. Bodasen riapri gli occhi e sbatté le palpebre per schiarirsi la vista. Adesso Druss era al sicuro dall’altra parte del ruscello e stava guidando i suoi uomini verso il campo drenai. Il generale cercò di muoversi ma fu assalito da un dolore lancinante che lo indusse a sondare la ferita al fianco: le sue dita appiccicose incontrarono le costole fratturate e il fiotto di sangue arterioso che sgorgava da un ampio squarcio. Era finita. Basta con la paura, basta con la follia, basta inchinarsi e strisciare davanti a quel folle dal volto dipinto. In un certo senso ne era sollevato. Tutta la sua vita era stata di una opacità deludente dopo la battaglia al fianco di Druss sulla nave corsara: il quel momento culminante lui si era sentito vivo, nel lottare insieme al Drenai contro... Portarono il suo corpo al cospetto dell’imperatore quando le prime luci dell’alba cominciavano ad affiorare nel cielo. E Gorben pianse. Tutt’intorno il campo era un ammasso di rovine e i generali ventriani erano