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Antologia Caposelese di Nicola Conforti.
Viaggio de La Sorgente verso lidi che ci parlano della vita del paese,
ricchi di fascino e di suggestione

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Published by Seleteca Caposele, 2024-01-05 06:02:47

Antologia Caposelese (2020)

Antologia Caposelese di Nicola Conforti.
Viaggio de La Sorgente verso lidi che ci parlano della vita del paese,
ricchi di fascino e di suggestione

Keywords: Caposele,La sorgente,Nicola Conforti

NICOLA CONFORTI ANTOLOGIA CAPOSELESE Prefazione Gerardo Ceres Viaggio de La Sorgente verso lidi che ci parlano della vita del paese, ricchi di fascino e di suggestione 2021 LA SELETECA


1 Antologia Caposelese Solo chi ha dato corpo ed anima ad un’esperienza unica ed irripetibile come “La Sorgente” poteva prima immaginare e poi realizzare questa preziosissima Antologia. In essa troviamo i passi più significativi di tanti e plurali autori che hanno alimentato “La Sorgente” diretta, per ben 100 numeri e lungo circa 50 anni di vita, da Nicola Conforti. La sensazione che si prova sfogliando questo libro è di maneggiare un’opera titanica, che si è potuta costruire solo grazie ad un intenso, appassionato e meticoloso lavoro artigianale di cesellatura giornalistica. Mezzo secolo è un tempo infinito, durante il quale anche le tecniche di realizzazione e composizione di un giornale si sono trasformate ed evolute, dall’iniziale stampa a piombo alle tecniche dei più recenti applicativi grafici. Nelle pagine che seguiranno, e che si consegnano – mi sia consentito – alle future generazioni di Caposele, è facilmente rintracciabile, al di là dei temi trattati, un semplice denominatore comune: l’amore per questa terra, l’amore per Caposele. Questo libro infatti può ambire ad essere una sorta di summa fatta di storia, di cronaca, di narrazione, di politica, di poesia, di fotografia (tanta fotografia). Decine e decine di autori, costantemente nel tempo motivati e spronati dal direttore a scrivere, a provarci, a lasciare il segno. Così si è potuto realizzare questo anomalo miracolo che è stato “La Sorgente”. Dopo averla letta, auspico che questa Antologia possa albergare nelle librerie di ogni casa abitata da un caposelese, in ogni latitudine e longitudine, così da ritrovarvi un senso di appartenenza e di identità che prende ognuno che sia nato, anche soltanto nato, a Caposele o che vi risieda da lungo tempo. Ho sempre pensato a due azioni ideali da compiere al momento della nascita di un bambino: piantare un albero e regalare un libro. Per questo secondo gesto, consiglio di regalare (a futura memoria) ad ogni nascituro una copia di questa Antologia, perché resti traccia, attraverso le pagine de “La Sorgente” diretta da Nicola Conforti, di ciò che siamo stati e di ciò che vorremo essere, in una dimensione (Caposele) piccola (geograficamente), ma (emotivamente) grande come il mondo. PREFAZIONE LA SELETECA


Antologia Caposelese 2 Caposele,centro storico 1975 LA SELETECA


3 Antologia Caposelese ATTO DI NASCITA DELLA PRO LOCO CAPOSELE Caposele 20 Settembre 1973 RELAZIONE INTRODUTTIVA DELL’ING. NICOLA CONFORTI NEL SALONE DELLA SCUOLA MATERNA NEL CORSO DELLA PRIMA RIUNIONE. ( Questo atto sancisce l’inizio della lunga e gloriosa storia della Pro Loco Caposele. Alla data di oggi è ancora in vita e, in piena attività, conserva alcune tradizioni nate negli anni settanta come la Sagra delle matasse e la corsa dei Tre Campanili) Amici di Caposele, vi ringrazio innanzitutto per aver aderito al mio invito per una riunione alla quale attribuisco notevole importanza, non fosse altro che per l’ importanza che rivestono i problemi che dovremo discutere. Farò una breve relazione per chiarire i motivi di questa riunione e per fornire alcuni elementi o argomenti di discussione su cui fondare successivamente la costituzione dell’associazione Pro Loco. Vorrei chiarire subito che cosa è e quali fini persegue un’associazione di questo tipo; è una domanda che mi è stata rivolta in questi giorni da molti degli invitati a questa riunione. La Pro Loco è un’associazione che riunisce intorno a sé tutti coloro che hanno interesse allo sviluppo turistico della località. La Pro Loco si occupa in particolare di tutte quelle iniziative che servono a facilitare e ad incrementare il flusso turistico, valorizzando le bellezze naturali della zona, studiando il miglioramento dei servizi, e promuovendo festeggiamenti, gare, sagre, convegni e spettacoli. Un apposito statuto regolerà in particolare tutte le funzioni della Pro Loco, come pure la elezione delle cariche sociali, ed i limiti di giurisdizione della stessa. Spetterà poi all’assemblea dei soci formulare tutte quelle proposte ed iniziative capaci di polarizzare il flusso turistico nella nostra zona. Fatta questa premessa, è giusto chiedersi se esistono le condizioni per uno sviluppo turistico a Caposele, o se esiste la capacità di organizzare turisticamente la località. A questo proposito posso dirvi che l’amministrazione comunale ha già fatto dei passi in questo senso incaricando una équipe di tecnici per lo studio di tutte quelle opere necessarie allo sviluppo turistico di Caposele. La relativa relazione sarà presentata quanto prima agli amministratori per l’approvazione e per la predisposizione di un programma di intervento. 1973 LA SELETECA


Antologia Caposelese 4 Io mi auguro che dal dibattito che seguirà, venga fuori qualche elemento nuovo o contributo positivo per la soluzione di questi problemi. La condizione prevista dal decreto ministeriale 7/1/1965 è che la presenza di una PRO LOCO in una località sia giustificata dalle trattative turistiche e da un minimo di attrezzature ricettive, con particolare riguardo agli esercizi pubblici. Ma, faceva notare l’assessorato regionale al turismo in un convegno nazionale sulle PRO LOCO, “la condizione perché ci sia una PRO LOCO deve consistere essenzialmente nella capacità di utilizzare il territorio in funzione del turismo nelle sue varie accezioni estivo, invernale, residenziale escursionistico, da ottenersi mediante la valorizzazione dei beni monumentali, artistici, culturali, l’attrezzatura di impianti ricreativi, sportivi, le attrezzature ricettive alberghiere ed extra alberghiere, la dotazione di strutture pubbliche per la cultura e lo spettacolo, ogni iniziativa, comunque, che sia capace di richiamare e di soddisfare la domanda turistica in tutte le molteplici articolazioni di cui essa si compone”. Esistono certamente a Caposele delle attrattive turistiche che bisogna opportunamente valorizzare, esistono zone di notevole adattabilità all’ espansione di una concreta attività turistica estiva, ed esiste, credo, anche la capacità e la volontà di utilizzare il territorio in funzione del turismo. Il Comune di Caposele è incluso nel comprensorio turistico del Terminio e dei monti Picentini ed è uno dei quattro comuni della Provincia di Avellino, insieme ai Comuni di Bagnoli Irpino, Ariano Irpino e Mercogliano, ufficialmente considerato di particolare interesse turistico. Inoltre, Caposele occupa geograficamente una posizione di equidistanza tra due località già affermate turisticamente come Laceno e Contursi Terme. Ciò naturalmente faciliterà il compito di convogliamento del traffico turistico nella nostra zona sempre-ché sapremo offrire qualcosa di genuino e di originale e sapremo adeguatamente organizzare ed attrezzare il nostro paese. Ma vediamo ora concretamente su quali attrattive possiamo far leva per iniziare un’azione promozionale in questo senso. A parer mio, tre sono i poli che dovremo adeguatamente sfruttare: 1) Materdomini, che già da molti anni richiama migliaia di pellegrini e devoti non solo per motivi religiosi ma anche per la eccezionale bellezza della collina e per lo stupendo panorama che offre; 2) le sorgenti del Sele, naturalmente per quel poco che rimane, e l’acquedotto pugliese per l’importanza che riveste in campo mondiale come opera idraulica; 3) il Bosco Difesa che è una nuova località, ancora tutta da scoprire. Si dovrebbe poi aggiungere Caposele centro per la possibilità che ha di creare attrezzature di impianti ricreativi, sportivi, culturali oltre che la possibilità di costituire la cerniera di collegamento e coordinamento per uno sviluppo ordinato di tutte le attività turistiche. NICOLA CONFORTI LA SELETECA


5 Antologia Caposelese Esiste, evidentemente, ed in maniera prioritaria il problema viario: la costruenda strada Caposele-Materdomini avvicinerà notevolmente la frazione al capoluogo e ciò determinerà delle prospettive di sviluppo di proporzioni enormi. Bisognerà poi collegare la frazione Materdomini con il bosco Difesa (ed a questo proposito posso dirvi che è già stata avviata la pratica per la realizzazione di questa strada). Dovrà essere infine ultimata la strada di collegamento Oppido-bosco DifesaCaposele. Completate queste strutture di primaria importanza, si potrà dare inizio a tutta una serie di opere atte a facilitare ed incentivare il flusso turistico nel nostro paese. Ed a questo punto mi limiterò a dare soltanto qualche indicazione su ciò che dovrebbe farsi. Alla PRO LOCO poi il compito di approfondire, ampliare ed integrare questi problemi. 1) Esiste innanzitutto il problema del verde a Materdomini: è qualcosa a cui bisognerebbe pensare immediatamente requisendo almeno due aree da sistemare e verde attrezzato. 2) Esiste il problema della sistemazione del bosco Difesa che consisterebbe essenzialmente nella costruzione di stradette interne, nella scelta di una fascia da lottizzare per la costruzione di piccoli villini, nella realizzazione delle infrastrutture di prima necessità oltre che nella costruzione di alcune attrezzature di richiamo come il campo di tiro a piattello. 3) Esiste, infine, il problema delle attrezzature ricettive a Caposele come per esempio impianti ricreativi, sportivi, culturali, alberghieri; La sistemazione di una strada di circumvallazione in modo da rendere il traffico di transito più agevole e contemporaneamente assicurare un pò di quiete e di serenità a chi viene a villeggiare nel nostro paese; creare delle zone di verde attrezzato; abbellire le zone vicino al fiume, migliorare le attrezzature sportive e creare altre come la piscina ed il campo da tennis; ci sono ancora altre possibilità: poco a monte del ponte Tredogge, per esempio, e vicinissima alla costruenda strada per Materdomini, esiste una zona stupenda, ricca di verde, facilmente trasformabile. in laghetto artificiale; è quella una zona che la PRO LOCO dovrà prendere in esame per un primo passo verso la bonifica di aree meravigliose, ma sconosciute ed abbandonate. Anche a valle del ponte (e qui mi rivolgo in particolare ai fratelli Pallante) potrebbe sorgere un ristorante su palafitte con delle vasche attrezzate per la pesca privata. Sono solo alcune proposte, certamente soggettive, da prendere in esame se le riterrete valide; a queste, altre se ne potranno aggiungere e mi auguro che questo NICOLA CONFORTI LA SELETECA


Antologia Caposelese 6 avvenga questa sera qui nel dibattito che dovrà seguire questa mia relazione. Mi si chiederà quale funzione avrà la PRO LOCO nella soluzione di questi problemi. Ebbene, il ruolo primario resterà sempre affidato al Comune, ai futuri enti comprensoriali ed alla Provincia. Ma la PRO LOCO, come organismo di base dovrà svolgere un’azione promozionale allargando la partecipazione democratica, intorno ai temi del turismo ed alle sue prospettive di sviluppo, a tutti i cittadini che amano il loro paese. Le PRO LOCO restano per il momento delle associazioni di fatto e non di diritto come è nello spirito del codice civile, ma esiste in questo senso l’impegno della regione perché le PRO LOCO assumano un ruolo importante di carattere promozionale. Esso dovrà essere definito dalla legge regionale anche nella previsione della costituzione dell’albo regionale. Nell’ambito poi della programmazione le PRO LOCO potranno attivarsi per la realizzazione degli obiettivi fissati dalla programmazione stessa. A questo punto io concludo la mia relazione; e concludo con l’augurio che la nascita della PRO LOCO Caposele ci veda tutti uniti sul terreno dell’ impegno serio e costruttivo, con la convinzione di poter effettivamente risolvere i problemi del turismo con realizzazioni concrete, in uno spirito unitario, animati soltanto dall’amore che tutti abbiamo per il nostro Paese. EDITORIALE - La Sorgente n.1 - dicembre 1973 Progetti e prospettive Nicola Conforti ( Nasce in questa data “La Sorgente”: le varie tappe del suo lungo percorso sono sinteticamente descritte nei tanti articoli riportati in questa pubblicazione e che coprono un arco temporale che va dal 1973 al 2019) Con l’uscita di questo primo numero del giornale, abbiamo voluto mantenere uno degli impegni assunti in sede di formulazione del programma di attività della Pro Loco Caposele. Sentiamo, pertanto, il dovere di ringraziare tutti coloro che hanno voluto collaborare per una iniziativa come questa, unica nel suo genere nel nostro paese. E’ nostro vivo desiderio mantenere in vita questo giornale, che non vuole avere la pretesa di dire grandi cose ma, crediamo, potrà certamente portare la voce del nostro paese fuori dei suoi confini, allacciando un rapporto amichevole con chi è costretto a stare lontano da Caposele e con chi di Caposele conosce appena il nome e, forse, la posizione geografica. NICOLA CONFORTI LA SELETECA


7 Antologia Caposelese Ci occuperemo in particolare dei problemi del turismo, ma non tralasceremo argomenti di attualità, problemi sociali e fatti di cronaca locale. Tenteremo di stabilire un dialogo con tutti i nostri emigrati all’estero, cercando di portare sul nostro giornale le loro esperienze quotidiane in terra straniera e facendo loro conoscere i fatti salienti del nostro paese. Una parte del giornale sarà dedicata ai problemi scolastici, ed a questo proposito invitiamo gli alunni delle elementari, delle medie e del liceo a collaborare con noi, prospettandoci i loro problemi e facendoci pervenire dei compiti particolarmente significativi su temi di attualità. Lo stesso invito, naturalmente, lo rivolgiamo agli insegnanti di tutte le scuole del nostro paese, perché utilizzino il giornale anche per fini didattici. A tal uopo, suggeriamo di costituire dei piccoli comitati di redazione, limitatamente ad una classe od a gruppi di classi, onde avviare un lavoro di gruppo da pubblicare periodicamente sul giornale. Ci occuperemo, inoltre, della storia di Caposele: sarà istituito un apposito comitato di studio per ricerche sul nostro paese. Non mancherà la pagina sportiva, né quella dedicata ai “Poeti in erba”. La collaborazione è aperta a tutti coloro che hanno a cuore il progresso di Caposele e che con linguaggio semplice e leale sanno darci una testimonianza del loro schietto interessamento per i problemi del nostro paese. Non accetteremo posizioni faziose o di parte, né daremo spazio a coloro che subdolamente potrebbero colorare politicamente un giornale, che, tra l’altro, ha come obbiettivo l’unione e la concordia di tutti i Caposelesi. Il LICEO SCIENTIFICO A CAPOSELE La Sorgente n. 1 – dicembre 1973 Michele Ceres (Dalla collaborazione delle forze politiche in campo, tradizionalmente avverse, nascono alcune iniziative degne di nota, tra cui l’istituzione del Liceo Scientifico. Come dire”nella concordia si vince.) L’istituzione del Liceo Scientifico rappresenta una fondamentale conquista dei caposelesi, tesi verso traguardi culturali e sociali una volta impensabili. L’ indiscutibile che nello spazio di poco più di venti anni l’Italia ha conosciuto una rivoluzione nel campo dell’istruzione pubblica. La scuola che non oltre venti anni orsono era appannaggio di pochi preferiti o fortunati, perché nati da genitori che potevano permettersi lo sforzo finanziario di avviare i loro figli agli studi, è oggi accessibile a tutti, qualunque sia la provenienza sociale degli 1973 LA SELETECA


Antologia Caposelese 8 studenti; accessibile grazie anche al decentramento dei centri scolastici, che ha permesso a paesi rurali, come Caposele, di avere oltre alle scuole dell’obbligo anche degli istituti di istruzione secondaria. La popolazione scolastica, pertanto, è aumentata vertiginosamente nel breve spazio di pochi anni, con notevoli conseguenze circa il modo di pensare delle giovani generazioni. Questo il fatto più significativo dell’istituzione del liceo scientifico, che sarà sicuramente uno strumento idoneo per evolvere la tipica mentalità paesana, sprovincializzandola, per rendere le masse coscienti dei loro diritti ed anche dei loro doveri, non essendo più ancorate ad inveterati pregiudizi che da secoli hanno rappresentato se non il principale, uno degli ostacoli per lo sviluppo del mezzogiorno. Infatti, l’odierna prospettiva sociale della scuola, in seguito alle rapide e profonde trasformazioni tecnologiche, è impostata su una duplice esigenza: da un lato ampliare gli orizzonti delle coscienze per vincere i pregiudizi di razza, di nazione e di classe, attuando concretamente una sempre migliore giustizia sociale per tutti, e dall’altro di aiutare gli individui nella complessa vita quotidiana, ad adattarsi operosamente nel modo più proficuo per sé e per la società, alle nuove strutture. Il liceo scientifico, oltre ad essere importante per Caposele quale istituzione in sé, acquista un notevole valore per i paesi viciniori, le cui popolazioni possono abbastanza agevolmente frequentarlo, senza essere costrette a lunghi spostamenti e senza sopportare eccessive spese. Il corso di studi articolato, come risaputo, in cinque anni permette, una volta conseguita la maturità, il libero accesso a tutte le facoltà universitarie. E’ un corso di studi moderno, in quanto oltre alle tradizionali discipline classiche, sono oggetto di studio, particolarmente, quelle scientifiche, atte quindi a rendere completa la preparazione dei frequentanti che potranno accedere ai corsi universitari, senza difficoltà. Il nostro augurio va agli alunni volenterosi, affinché con profitto si avvalgano di questa scuola, che altri prima di loro, forse non meno volenterosi, per ragioni economiche, non hanno potuto frequentare. Il nostro augurio va anche ai professori, che con la loro opera contribuiranno, con affetto, ed elevare culturalmente la nostra gioia. Particolare esortazione la Pro Loco rivolge ai caposelesi, affinché sorreggano il liceo con costante interessamento, perché soltanto nella più sincera collaborazione tra scuola e cittadini si promuove nella famiglia consapevolezza e saggezza per la migliore educazione dei figli, affinché possano valere nella comunità democratica, nella piena maturità di attori autonomi e consapevoli e non soltanto col peso numerico della loro massa. MICHELE CERES LA SELETECA


9 Antologia Caposelese UN DISCORSO CHE PROSEGUE - La Sorgente n.2 - Febbraio 1974 Ferdinando Cozzarelli (La sorgente nasce per operare, in uno spirito di collaborazione fra tutti, il miglioramento ed il progresso del paese, giacché vuol essere una palestra nella quale, escluso l’esibizionismo, tutti, con la modestia, che è la prima virtù, possono cimentarsi apportando il loro concreto contributo. “La Sorgente”, un nome, una iniziativa, come tante altre. Sorse così, la “Pro Loco”, pochi mesi addietro, in una serata di amichevole conversazione, quando a Caposele, meraviglioso ed amato paese d’Irpinia, nelle tiepide serate estive ci si riunisce tutti, avanti ad un bar o in un angolo di strada, “rimpatriati” dai luoghi lontani di lavoro. Fu un’iniziativa egregia, portata subito a realizzazione, con traguardi non lusinghieri, ma con programmi obbiettivamente raggiungibili nei limiti del suo statuto, specialmente se assistita dalla collaborazione, come già fino ad oggi ne è stata data prova delle autorità locali, provinciali, regionali e centrali. In egual maniera, come per caso, sorse l’idea di un foglio dì informazione (inserito nel programma della “Pro Loco”) che appunto non poteva essere denominato se non ‘La Sorgente”. Un’altra realtà, oggi, un’altra conquista della volontà, un punto “cancellato” del programma che dischiude contemporaneamente nuovi e più vasti orizzonti. E’ un giornale, perché così si usa chiamare ogni forma di pubblicazione periodica a stampa che intenda divulgare, anche oltre certi confini ambientali e territoriali, fatti, notizie e cronache; ma è un giornale che, se pur non ospita, almeno net suo sorgere, firme “qualificate”, tuttavia ha la certezza di non tradire gli scopi per cui è nato: operare, cioè, in uno spirito di collaborazione fra tutti, per il miglioramento ed il progresso del paese, giacché vuol essere una palestra nella quale, escluso l’esibizionismo, tutti, con la modestia, che è la prima virtù, possono cimentarsi apportando il loro concreto contributo. La certezza che ne deriva, alimentata invalicabilmente dalla ferma volontà di perseguire alcuni ideali — quelli intramontabili che non subiscono mai l’usura del tempo né l’azione denigratrice di pochi — sarà la linfa che quotidianamente alimenterà te migliori azioni. E, con la certezza, l’augurio che questa meravigliosa iniziativa trovi sempre lo stimolo e la sorgente inesauribile di nuove idee, di altri pensieri, di altri fatti concreti. Inoltre un ringraziamento: a tutti quelli che non si sono risparmiati nell’’offrire la loro collaborazione, materiale e morale, valida e produttiva; agli amici che hanno creduto fermamente dandoci coraggio e sprone; a quelli che ci hanno, sentendone l’eco, fatto pervenire la loro adesione ed il loro incitamento. 1974 LA SELETECA


Antologia Caposelese 10 A tutti, ripeto, un sentito ringraziamento che, toccando il profondo dell’animo, si tramuta anche in un grato pensiero ed in una promessa: quella cioè di vivificare l’ambiente, di contribuire a risolvere i problemi locali ed a far si che gli stessi trovino neh” immediatezza del tempo la loro soluzione, di non venir meno alle aspettative riposte da molti e che sono di tutti, a non abiurare a taluni principi che sono sacri, di non lesinare nell’affermare la verità per la difesa dei valori morali e sociali. Infine un saluto: ai lettori, ai cittadini, amici, conoscenti, a quelli lontani — e particolarmente a questi —, nelle varie regioni d’Italia, di oltr’Alpe e nelle Americhe che con il loro sacrificio ed il loro proficuo lavoro contribuiscono a rendere sempre più prestigioso il tradizionale nome del nostro paese. FERDINANDO COZZARELLI – Napoli, 24/3/1974 – La Sorgente n.3 (Tutto è frutto di un divenire logico che ha le sue radici nella concretezza dei fatti, nella premessa seria delle azioni, nella fondatezza delle buone idee) Caro Direttore, ti ringrazio per aver ospitato, ed in prima pagina per giunta, il mio intervento, sul giornale “La Sorgente” da te sapientemente diretto. Ringrazio, ovviamente, anche il responsabile, amico Ceres Michele, e tutti quelli che mi hanno letto. Ti prego, ora, in un angolo questa volta, di ospitare anche le presenti poche righe intendendo rivolgere a te il mio fraterno augurio nonché il compiacimento per il lusinghiero successo che già ha avuto il giornale. Mi riferisti, invero, nel nostro ultimo breve incontro, del tuo meravigliato rallegramento per aver dovuto preventivare, tale è stata la risonanza e la richiesta del giornale, la tiratura di ben mille copie. Anch’io ti ascoltai con stupore non disgiunto da una frenata gioia. Credimi, non per incredulità o titubanza! Solamente atteggiamento riflessivo della mente e moderata proiezione dell’animo alla percezione di tale notizia. Oggi, a distanza di qualche giorno, nella serenità della valutazione della notizia che mi desti, traggo la conseguenza - apparentemente in contrasto col primo impulso espressoti - che tutto è frutto di un divenire logico che ha le sue radici nella concretezza dei fatti, nella premessa seria delle azioni, nella fondatezza delle buone idee, talché è facile dedurre, senza peccare di formalismo, che lo stupore, FERDINANDO COZZARELLI LA SELETECA


11 Antologia Caposelese la meraviglia e la gioia, pur nel loro immediato tumultuoso arroventarsi, non sono altro che le componenti di un’unica espressione che garantiscono il riconoscimento all’opera dell’uomo. E la tua opera, pur nella attuale dimensione, è apprezzabile, è degna di lode: perché il giornale, così come concepito, (anche bello nella sua veste tipografica) che consente l’ingresso a tutti, oltre ad essere, nei tempi attuali, il primo e vero simbolo della libertà e della indipendenza dei valori morali e spirituali, si da garantire la pienezza delle espressioni, ed essere per molti dei nostri compaesani, costretti per esigenze di lavoro a trovare sistemazione altrove, il vero ed il più idoneo dei legami che ristabilisca il contatto con la terra di origine, è certamente il mezzo più efficace, oltre a tanti altri pregi che è superfluo elencare, per proiettare nello spazio le notizie del nostro ambiente e con esso la propaganda non utilitaristica, della presenza in loco di strutture e bellezze naturali tali da garantire al turista più qualificato un soggiorno estivo ed invernale, comodo, distensivo e ricreativo. Essa, però, é anche ardua e nello stesso tempo impegnativa: da insidie, critiche, lotte, non sarai probabilmente graziato. Queste potranno logorare, far titubare, disarmare e far rovinare il magnifico edifìcio delle idee e delle azioni che vai erigendo. So però che non ti fa difetto, né il coraggio, né l’impegno: anzi, come nel tuo costume, con la compostezza mentale che ti distingue, così come non innalzerai orgogli, ugualmente sarai cosciente che il cammino è ancora lungo e che ogni meta raggiunta altro non è se non l’inizio di una nuova tappa da percorrere. Ad majora. HA UNA STORIA CAPOSELE? Michele Ceres – La Sorgente n.2 – Febbraio 1974 Quasi certamente le origini di Caposele non sono recenti. E’ luogo comune che il nostro paese abbia una sua storia, anche se incerte e discusse sono le origini. Ad eccezione di una pubblicazione del Santorelli “Il Sele e i suoi dintorni” che accenna molto sommariamente a qualche notizia di carattere storico, non esistono altre opere degne di particolare rilievo, miranti ad un’indagine storica accurata ed approfondita. Infatti se discutibili ed incerte sono le origini della nostra cittadina, ciò è dovuto essenzialmente al fatto che mai ci si é preoccupati di avviare degli studi sistematici. Erroneamente, ad esempio, per molto tempo si è ritenuto che l’arma civitatis di Caposele fosse un leone, dalla cui bocca sgorga acqua in abbondanza; anche erroneamente si è pensato, in seguito, che l’emblema fosse costituito 1974 LA SELETECA


Antologia Caposelese 12 da tre vette di monti e da un drago alle basi, dalle cui fauci sgorga un profluvio di acque ed intorno si legge: “Silaris spectabile Caput”. Infine su richiesta dell’Amministrazione Comunale l’Istituto Araldico ha ritenuto quale legittimo emblema del comune di Caposele la seguente blasonatura: D’Azzurro, a 26 bisantini d’argento, gli ultimi 6 posti sulla destra e sinistrati da una testa e collo d’aquila al naturale uscente in banda dal canton sinistro della punta; a tre gigli d’oro in capo, ordinati in fascia, ciascuno in corrispondenza ai bisanti centrali della prima fila. (V. foto dell’emblema e relativa relazione dell’Istituto Araldico). Questo esempio è sufficiente a convalidare quanto affermato precedentemente sulla contraddittorietà di certi luoghi comuni, quando non sono illuminati ed avvalorati da una seria ricerca storica. Il voler svolgere un’indagine in tal senso è cosa alquanto difficile, in quanto fa difetto la ricerca delle fonti, l’analisi dei documenti, una rievocazione storica precisa sul ruolo dalla nostra gente nel processo di sviluppo e di evoluzione della società meridionale; ragion per cui si richiede l’apporto e la collaborazione di quanti in possesso di quei pochi documenti, utili e validi ai fini del nostro studio. Voler fare una storia di Caposele, significa, quindi, tracciare le linee della partecipazione del popolo alla formazione della proprietà e del reddito, il modo con cui ha reagito ai vari eventi che l’hanno interessato, in quanto compito della moderna storiografia è quello di studiare attentamente le classi sociali, lo sviluppo economico, la spiritualità la religiosità le varie forme di superstizione della società. I documenti di cui potrebbe avvalersi il nostro studio non saranno abbondanti, ma per quanti pochi possano essere saranno sufficienti per delineare un disegno storico della nostra terra, se consultati con serio impegno scientifico da quanti abbiano interesse a collaborare. LA PRIMA FESTA DELL’EMIGRANTELa festa del ritorno e dell’incontro - Agosto 1974 – La Sorgente n. 5 di Ezio Maria Caprio (Prepariamoci a celebrare tutti uniti questa festa che per la prima volta si organizza in Caposele, in questa verde culla di civiltà, e ritroviamoci, tentando anche insieme I’ ardua ascesa verso . . . l’albero della cuccagna!) Rientra in questi giorni l’emigrante. C’è chi era partito dal paese ancora ragazzo e vi ritorna dopo lunghi anni a ritrovarvi la vita, e viene da molto lontano, da sponde un MICHELE CERES LA SELETECA


13 Antologia Caposelese tempo raggiunte su vecchi piroscafi e con in mano la famosa “mappatella” ed in cuore una grande tristezza ed una sola speranza: quella del ritorno. C’è chi si è spinto meno lontano: è partito in lunghi treni con la valigia di cartone meglio chiusa con lo spago, a volte per il solo giovanile desiderio d’evasione e per l’ansia di conoscere un mondo nuovo, più spesso per una esigenza di sopravvivenza, ma sempre portando con sé un comune struggente ricordo e imparando a conoscere il nuovo amaro sapore d’un pane diverso. C’è, infine, chi non è andato al di là dei nostri confini; magari è partito col diploma o perfino con la laurea ed è anche questi emigrante, perché identica è la causa che lo ha sospinto a partire, della stessa natura è la nostalgia del proprio paese, medesima la ragione che lo vede tornare. Nasce così una nuova sorta di emigrazione e il nostro paese esporta sempre più “materia grigia” mentre i cervelli che rimangono, per non divenire sottoproletariato intellettuale, si cimentano nel tentativo, a volte vano, di sfuggire all’ammasso e al rischio di porsi all’asta ed alla mercè dei politicanti di turno. Ed è quest’ultima la più tragica realtà e l’aspetto socialmente più rilevante e preoccupante. Ma intanto cerchiamo tutti di trarre le opportune e doverose conclusioni. Ciascuno, infatti, ritorna intanto e, ritornando, ritrova se stesso e gli amici e quivi attinge nuove vitali energie per gli ulteriori sbalzi di maggiori e più proficui successi. Qualcuno ha incontrato meno fortuna o, forse, ha imparato ad ostentare meno l’agiatezza raggiunta e dimostra così di aver conquistato un bene più importante ed una più civile regola di vita. Ebbene, da tutti costoro, nostri amici di ieri e di sempre, ci viene un insegnamento qualificante che noi dobbiamo cogliere nel suo più profondo significato: essi, che ormai si sentono e sono cittadini del mondo divenuto senza confini, essi, che ci testimoniano in ogni modo la loro presenza o il loro ricordo e che onorano il nostro paese, essi, che hanno in cuore sempre un bene comune — Caposele — ci invitano ad una generale concordia e ad una sostanziale unità e ci sembra ammoniscano quelli che sono rimasti a non essere e a non sentirsi stranieri in patria, veri emigranti erranti negli aridi deserti mentali. Caposele e Materdomini In questo spirito e con questo animo prepariamoci a celebrare tutti uniti questa festa che per la prima volta si organizza in Caposele, in questa verde culla di civiltà, e ritroviamoci, tentando anche insieme I’ ardua ascesa verso . . . l’albero della cuccagna! Ciò che è in palio — ricordiamolo, naturalmente, a noi stessi — non e però un personale successo o tornaconto, ma il progresso di tutto il paese che certamente a tutti sta a cuore. EZIO MARIA CAPRIO LA SELETECA


Antologia Caposelese 14 UN ANNO A CAPOSELE – Ottobre 1979 – La Sorgente n. 21 di Luisida Caprio (Con la bella poesia “Mia Terra, mio Paese”, sulle note della Sinfonia di Rachmaninof alla quale, assieme ad altri stupendi brani di Chopin, Schubert, Chaikovscky, è affidata la colonna sonora, prende “il via” il film.) I l Ferragosto, quest’anno, ha riservato per i suoi ospiti una lieta sorpresa, un film documentario dal titolo: “Un anno a Caposele”, dedicato alla compianta ed indimenticabile figura del Sindaco Francesco Caprio. L’attesa e la curiosità iniziali sono state compensate al termine della proiezione da un grande successo, sottolineato da sentiti e calorosi applausi e dall’unanime convinzione di aver assistito ad un’opera di livello professionale che merita di superare gli angusti spazi riservati al film d’amatore. Il merito di aver pensato alla realizzazione di questo lavoro va a Nicola Conforti, il quale l’ha potuto portare a termine grazie alla perizia di validi collaboratori quali Antonio Maresca e Nicola Conforti junior, per le fotografie e le riprese cinematografiche, Vincenzo Malanga, per il commento e le poesie, quasi tutte sue, Donato Conforti, per la “voce” fuori campo. Un’ora e più di spettacolo che scorre velocemente, senza concessione alcuna a stanchezza e noia, con sequenze concatenate in maniera logica, colori splendidi, inquadrature suggestive sottolineate da osservazioni curiose e frasi poetiche dette in tono caldo ed espressivo. Ottima la sceneggiatura che ha affidato il filo conduttore alla natura che testimonia, con il ritmico alternarsi delle stagioni, il trascorrere del tempo. Veramente un film professionale con contenuto denso ed esauriente che bene giustifica il sottotitolo: “Impressioni di un turista”. Con plasticità le immagini si susseguono passando da scene idilliche a scorci di vita quotidiana, da episodi folkloristici a ricorrenze religiose: tutto ciò che in un paese può colpire l’interesse e la fantasia di un visitatore, ma che solo un vero “figlio” di Caposele poteva rendere così permeato di sentimenti di amore, attaccamento, riconoscenza. Con la bella poesia “Mia Terra, mio Paese”, sulle note della Sinfonia di Rachmaninof alla quale, assieme ad altri stupendi brani di Chopin, Schubert, Chaikovscky, è affidata la colonna sonora, prende “il via” il film. E’ Primavera, la cinepresa indugia tra il verde tenero dei prati ed i primi fiori serrati intorno ai rami degli alberi, scoprendo con il suo occhio curioso i particolari della Chiesa Madre, la vetustà della Croce di Sant’Angelo, le vestigia del Castello che acquistano sapore di documento di storia dell’arte. Suggestive nella malinconica dolcezza del crepuscolo le immagini della processione del Venerdì Santo con l’accompagnamento dell’antico suono del crepitacolo ed il mistico sfilare della statua di Cristo deposto. 1979 LA SELETECA


15 Antologia Caposelese L’ampio respiro delle successive scene del lavoro dei campi, il rito del governo degli armenti, del ritorno augurale degli uccelli è interrotto da sequenze di un’irruenza incontenibile: le acque del Sele che precipitano con tutta la loro forza nel vecchio letto del fiume, finalmente libere, anche se per breve tempo; sono le acque in eccedenza che non vengono convogliate nell’acquedotto Pugliese, ma che si sperderanno a valle, sino al mare. Ancora immagini di tripudio e solennità per la festività del Corpus Domini, inquadrature divertenti e coloratissime per la Fiera di Santa Lucia ed ecco che l’anno avanza mentre la cinepresa fissa immagini di giochi di bimbi al termine delle fatiche scolastiche e di interminabili passeggiate in via Roma. Intanto la natura si riveste di verde intenso, la terra dà i suoi frutti migliori, in campagna fervono i lavori della raccolta del grano. Caposele si prepara alla grande Estate e l’Estate non può essere identificata se non nell’ormai celebre “Ferragosto Caposelese”. Il commento musicale cambia, da dolce e romantico diviene scherzoso, quasi un “salterello” per accompagnare scene esultanti di incontri sportivi, di vittorie agognate e conquistate, flash veloci di giochi in piazza e di avvenimenti ormai consueti nel calendario delle manifestazioni estive. Sono inquadrature veloci, testimoni di momenti di spiensieratezza: gli ultimi, quasi a significare che con Agosto si chiude una parentesi di evasione e che a Settembre la vita operosa riprenderà dopo la pausa estiva. Ed a conferma di ciò ecco la drammaticità delle scene successive, volutamente contrastanti. E’ il documento filmato di un evento accaduto e purtroppo sempre minaccioso: un violento nubifragio abbattutosi con tutta la sua forza distruttrice sul paese e sulla campagna circostante. Sono immagini di devastazione, ma nel contempo immagini di solidarietà umana che si rivestono poi di fervente religiosità quando, nel mistico raccoglimento della Chiesa di Materdomini, con devozione si ringrazia il Santo per lo scampato pericolo. La poesia del Carducci sembra aver ispirato le scene dell’Autunno. “La nebbia agli irti colli” ed infatti il film ci offre visioni di alberi spogli, stormi di uccelli pronti a migrare, carri traboccanti di grappoli d’uva, camini che fumano in una luce smorzata che attenua tutti i colori e che bene si addice alle scene seguenti dedicate al giorno dei Morti, quando tutto Caposele rende omaggio a chi non c’è più. La macchina da presa si posa sulle tombe fiorite, su quelle dimenticate, sui volti dai quali traspaiono gli stessi sentimenti di mestizia, dolore, nostalgia. Ma la vita continua ed anche il film non si ferma. E’ inverno. Il Freddo invita a stare nel tepore delle pareti domestiche: un’ottima occasione per aprire una parentesi di carattere culinario. Ed ecco il rituale dell’uccisione del maiale, che, nutrito e accudito amorevolmente tutto l’anno, è ridotto poi in succulenti prosciutti, “sopressate”, capicolli, tra la festante esultanza di tutti. Seguono gustosissime riprese di esperte massaie che si cimentano nella fattura di prodotti LUISIDA CAPRIO LA SELETECA


Antologia Caposelese 16 caratteristici: i fusilli e le matasse. Quella del film è una matassa gigantesca, lavorata con abilità eccezionale e l’occhio della cinepresa indugia con golosità sul veloce scorrere tra le dita del “filo” di pasta che diventa sempre più sottile, senza mai spezzarsi, in cerchi via via più larghi. “Sembra una ruota di un camion” qualcuno ha commentato in sala. La pellicola volge alla fine. La neve cade lieve e silenziosa. La fotografia si adegua acquistando la suggestione del bianco e nero, mentre le inquadrature rendono perfettamente l’immagine del paese che ha vissuto intensamente un lungo anno e che ora ha desiderio di riposarsi. Tutto è quiete, pace; unico segno il fumo che esce grigio e gonfio dai camini di ogni casa: il respiro del paese che pare addormentato. OTTO MESI DOPO IL TERREMOTO EDITORIALE Nicola Conforti – La Sorgente n. 23 (L’entità del disastro ci appare ora nelle reali dimensioni: un paese sconvolto da lutti e distruzioni, un tessuto urbano cancellato o irrimediabilmente alterato.) Dopo otto mesi da quella terribile sera del terremoto, riprendono lentamente tutte le attività, riprende “La Sorgente”, riapre la Pro Loco. Questa edizione speciale del giornale porta il numero che ricorda, fatalmente, la data di una catastrofe che tanto dolore e tanta costernazione ha seminato nelle famiglie di Caposele. Più di sessanta vittime ed oltre il sessanta per cento delle case distrutte, sono il tragico bilancio del terremoto del 23 novembre scorso. L’entità del disastro ci appare ora nelle reali dimensioni: un paese sconvolto da lutti e distruzioni, un tessuto urbano cancellato o irrimediabilmente alterato. Resta la grande forza morale e di operosità dei Caposelesi. Ci sostiene l’amore e l’attaccamento per ciò che rimane del nostro paese. Ci incoraggia il ricordo delle vittime della catastrofe e lo spirito di solidarietà e di abnegazione di amministrazioni e organizzazioni di ogni parte del mondo. Da questi sentimenti sapremo trarre la forza, la volontà e l’impegno per una grande opera di rinascita e di ricostruzione. LUISIDA CAPRIO LA SELETECA


17 Antologia Caposelese CAPOSELE:ricordi e pensieri – La Sorgente n. 23 - Luglio 1981 di Vincenzo Malanga La luna splendeva nel cielo furibonda, sembrava impazzita, presaga, quasi voleva avvertire che, dopo poco, ci sarebbe stata la catastrofe; con la sua luce chiara dava essa alle cose un aspetto inconsueto e suggestivo”). E’ il componimento poetico e suggestivo scritto da Vincenzo Malanga all’indomani del terremoto e che fa da commento al documentario “Caposele, ricordi e pensieri” girato nel gennaio del 1981. Col tremito del devoto che apre il reliquario, mi accingo, dopo nove mesi circa dalla terribile sera del terremoto, a percorrere, col pensiero che mi segue furtivo e leggero come un’ombra, benché lo scacci continuamente, la fisionomia del mio paese di prima, quello che era prima del tragico, inatteso evento. Nella mia mente, e credo nella mente di tutti, Caposele, fuor di retorica, appare ancora come un gioiello, un rubino incastonato nelle nuvole. Ognuno di noi per essa era preso da gran fiamma di passione; ci appariva giovane, e la sua giovinezza sembrava potesse resistere contro tutte le corruzioni, persistente a somiglianza di un metallo inalterabile, di un aroma indistruttibile. Ognuno di noi si abbandonava tranquillo, pago a godere i colori dei suoi piccoli quartieri, ad ammirare la freschezza delle sue case, si soffermava ad assistere ai giochi dei bimbi nelle piazze, all’abbandono dei fanciulli che esprimevano fantasie piene di grazia, di freschezza e di ardore. D’estate, chi era costretto “a sciogliere il proprio destino altrove”, tornando in questa terra tornava all’unità delle forze, dell’azione primitiva, della vita; riconquistava la confidenza e la spontaneità che riperdeva appena fuori di Caposele. E non era una fallace purificazione, ma un’elevazione del sentimento verso la casa degli antenati, la casa nuova costruita o ricostruita con sacrifici, verso gli amici dell’infanzia, verso la mamma o gli altri familiari; era un’elevazione del sentimento per la giovinezza lontana: chi tornava sapeva dire a mente il colore e, qualcuno, anche il numero delle pietre delle strade, e sapeva descrivere nei dettagli i punti, gli angoli, la forma delle porte prospicienti i vicoli, che ora, sono solo un ricordo. Ammirava la piazzetta del piano, tondeggiante. candida, ampliata dal candore delle case e della chiesa intorno, raggiante come un’acropoli olimpica sul paese silenzioso. E l’anima si riempiva di godimento e di commozione proprio dinanzi alla chiesa, che, divina, sovrastava tutte le cose, e, sotto, si apriva la tazza della piccola fontana zampillante il cui puttino, semidio, con le mani incrociate sugli 1981 LA SELETECA


Antologia Caposelese 18 occhi, si difendeva dallo zampillo che una rana scherzosa gli spruzzava con puntiglio, e intorno alla tazza tanti altri zampilli convergenti. Era elevazione del sentimento la vista del castello; esso appariva un gigante posto a guardia del passato, nume tutelare del larario della stirpe vetusta di Caposele; la sua solennità augusta riempiva l’anima di orgoglio. Poi, venne quella triste sera... La luna splendeva nel cielo furibonda, sembrava impazzita, presaga, quasi voleva avvertire che, dopo poco, ci sarebbe stata la catastrofe; con la sua luce chiara dava essa alle cose un aspetto inconsueto e suggestivo. E tutti noi, ignari, avvertimmo un’insolita tranquillità. La luce della luna divenne quasi vermiglia. La terra tremò per quasi 90 secondi. Subito dopo tutte le cose biancheggiavano come una sola, unica selva informe, perdute in un vapore di polvere, avvolte da un’immaterialità inesprimibile, in un chiarore agghiacciante che si fermava ai confini del paese senza poter fendere l’oscurità: e gli alberi sembrava rameggiassero in un’altra atmosfera o in un’acqua cupa, in un fondo marino simili a vegetazioni oceaniche. Tutto apparve come una composizione di straordinaria potenza fantastica, una danza di scheletri nel cielo notturno, guidata dalla morte flagellatrice. Ora, sulla faccia impudica della luna correva una nuvola nera, mostruosa. Intorno a noi l’attitudine del terremoto, tetro corifeo del momento, si esprimeva con un’indicibile vitalità nella realtà spirante, mai raggiunta da altro artefice di morte. E fummo invasi da angosciosa impotenza; in ginocchio, increduli, come avvolti nelle spire di un sogno cattivo. La realtà, non fu più realtà. Camminammo sui morti sparsi nelle vie, in croce sulle macerie, affioranti dai sassi e avvolti nella polvere, schiacciati nelle automobili. Fummo soli, freddi, arsi, in cerca di pietà, della nostra pietà, di noi stessi. Mi chiedo se a distanza di nove mesi ci siamo ritrovati. In parte sì. Ma vi è ancora tanto cammino da fare. E la strada da percorre è in salita... Noi dovremo percorrerla con i più piccoli sulle spalle; a loro non dovremo lasciare l’eredità di questo terribile evento. Dio ci darà la forza di superare gli ostacoli e, sia pure non in tempi brevi, riavremo la nostra Caposele bella e ridente come prima, consapevoli che la vita vince la morte, che l’amore vince l’odio, che la bontà vince la cattiveria. E’ già sono evidenti i segni: intorno all’amata terra è l’azzurro metallico dei suoi monti, l’occhio vigile e protettore del Santo della collina; vicino è il cuore dei caposelesi, un cuore i cui palpiti sono di ansia sincera per la rinascita e la ricostruzione. VINCENZO MALANGA LA SELETECA


19 Antologia Caposelese “FIORI TRA LE ROVINE – Ottobre 1981 –La Sorgente n.24 di Luisida Caprio Dopo un anno dal terremoto il paese è ancora coperto qua e là di macerie. “ Le rovine giacciono ancora, mute testimoni dolorose, ma quanti fiori sono nati fra di esse!” L’atmosfera di quel giorno di novembre non poteva essere diversa: il dolore, la disperazione, l’incredulità di una simile tragedia appena compiutasi, tormentavano l’animo di ciascuno e niente di raccontato o letto era paragonabile a ciò che con crudo e spietato realismo si offriva agli occhi feriti da tanta distruzione, ma pur sempre ansiosi di vedere. Ho trovato Caposele, in quella visita fatta come al capezzale di un caro moribondo che in vita ti è stato vicino ed ha dato momenti sereni, immerso in un desolante abbandono, percosso da un vento gelido ed impetuoso. Le ruspe avevano iniziato la loro implacabile e fredda opera tra le macerie che emanavano riflessi spettrali. Figure incappucciate si aggiravano senza meta apparente, mentre, più in là, si stavano organizzando i soccorsi. Qualche parola, qualche cenno, cercando timidamente di esprimere il proprio sentimento e la desolante sensazione di non riuscirci, come se non si fosse degni di partecipare, neanche con le parole, al lutto che tanto crudelmente ed impietosamente aveva colpito il paese. Al momento del distacco, poi, la consapevolezza della propria nullità, dell’esiguità dell’essere umano di fronte a simili, incontrollabili forze della natura, un infinito rispetto e tanta pietà per chi non c’era più e per chi doveva incominciare tutto daccapo. I mesi sono trascorsi, tante cose sono state dette e scritte e l’immagine di come poteva essere Caposele era andata via via formandosi sulla scia delle parole ora sentite ora lette. Giunta l’Estate e con essa Agosto, non si poteva mancare, per infinite ragioni, all’appuntamento caposelese. La sera dell’arrivo era calma e serena; la strada interpoderale sembrava ancora più tortuosa e sconnessa. In alto, prima di imboccare l’ultima curva che ostacolava la vista del paese cercavo di indovinare ciò che avrei visto, ma nella mente si sovrapponeva sempre la drammatica immagine di quel lontano giorno di Novembre. Dal fondo della valle tante luci accolsero per prime lo sguardo e, man mano che l’auto si avvicinava, ovunque si potevano scorgere testimonianze di una vita ripresa, segni tangibili di un caparbio, legittimo desiderio di rinascita che dapprima infondevano un senso di incredulità e poi di commosso stupore ed ammirazione. Ed il giorno dopo, una giornata di sole esultante e di cielo limpido, la conferma: Caposele non era morto, il ricordo di quel triste LA SELETECA


Antologia Caposelese 20 giorno poteva quindi essere rasserenato dalla realtà ben visibile e significante. Non più desolante groviglio, ma una visione più composta delle cose distrutte e di quelle da salvare: strade sgombre e percorribili, mezzi pesanti carichi di materiale e macchine da lavoro in funzione, mentre in zone diverse il sorgere di razionali ed efficienti villaggi per gli abitanti in attesa di ritornare nelle proprie case. Qua e là, accanto ai resti della tragedia si sta rientrando con coraggio e volontà, nello scorrere normale della vita, impegnandoci nella ripresa delle molteplici attività quotidiane, nel ritrovamento sia per i grandi che per i piccoli, del proprio posto nella famiglia e nella società, nella ardua e difficoltosa fase di ricostruzione. Certo le ferite sono presenti, dolorose e vive più che mai, certo la comprensione, la collaborazione, la pazienza dovranno essere infinite, come infinita sarà la nostalgia di Caposele com’era: il suo aspetto da Presepe, le caratteristiche stradine tutte gradini, le sue case in pietra viva. Ma le campane della vecchia Chiesa Madre suonano ancora, la passeggiata in via Roma è ancora rituale, come le ultime chiacchiere sugli scalini della scuola e la sosta davanti alla Pro Loco che, sorprendentemente ripristinata, ha riaperto i suoi ospitali battenti. Le rovine giacciono ancora, mute testimoni dolorose, ma quanti fiori sono nati fra di esse! UNA QUESTIONE MORALE dicembre 1981 –La Sorgente n. 25 di Alfonso Merola (Terremoto, questione morale per molti, affare privato per alcuni. Sappiano questi satrapi che il giuoco diventerà sempre più pericoloso e sempre più difficile sarà uscirne.) Ricordiamo con emozione l’ampia solidarietà democratica dispiegatasi all’indomani della catastrofe. Fu un moto esemplare, una gara commovente per supplire la carenza organizzativa dello Stato e il naufragio di tutti quegli organismi preposti alla protezione civile. Abbiamo sentito per quasi un anno il sostegno morale e materiale di questa formidabile solidarietà, la quale andava attenuandosi sempre più con l’avvio alla normalizzazione, con quella che definirei la fase dell’istituzionalizzazione delle baracche”. Attorno al cratere ora sta calando una nebbia fastidiosa, benefica solo per chi LUISIDA CAPRIO LA SELETECA


21 Antologia Caposelese non intende essere disturbato nelle manovre. Mi riferisco agli organi d’informazione, impegnati nella difesa dei soli santuari del terremoto, che hanno imposto sui restanti comuni, pure disastrati, uno strano silenzio-stampa. Mi riferisco all’affannosa gara di ministri, commissari, sindaci, unanimi nello assicurare che l’emergenza è finita e che frattanto chiedono che Zamberletti resti per un altro anno. A fare cosa? Costoro obiettivamente allentano la necessaria tensione politica e morale del Paese. Hanno scelto di vivere in eterno sotto un comodo protettorato. La stessa classe operaia, stretta nella morsa dell’inflazione, della disoccupazione, della cassa integrazione, pare che perda interesse per il problema del terremoto. La strada Pomes di Buoninventre è stata completamente travolta dalla frana. Stessa sorte hanno subito una quindicina di case rurali. A nulla è valso il tentativo di consolidamento di aree terremotate dal resto del paese. La nostra rinascita avverrà nella misura in cui queste debolissime aree interne saranno in grado di collegarsi alla nazione. Al di fuori di ciò ci sarà solo e comunque assistenza. Ma tutto ciò implica anche una franca riflessione: le disponibilità finanziarie della legge 219 ovvero il sacrificio di tanti lavoratori italiani sono state e saranno spese con equità, oculatezza, senza sprechi e sperperi. Una lira volutamente spesa male è una lira in meno per la ricostruzione. La legge 219 non è un pozzo senza fondo. Il Belice insegna: chi insegue pericolose fantasie urbanistiche, non costruirà una casa. Troppi miliardi sono stati divorati da avventurieri del cemento “disarmato”, da famelici e fantomatici progettisti, da interessi speculativi, da società e cooperative-fantasma, da tangenti e tangenziali, da cosche delinquenziali. Terremoto, questione morale per molti, affare privato per alcuni. Sappiano questi satrapi che il giuoco diventerà sempre più pericoloso e sempre più difficile sarà uscirne. Vorremmo sentire su questo con più forza e chiarezza la voce della Chiesa affinché la speranza non diventi inutile rassegnazione... Come pure la voce di alcuni partiti: le loro sedi pare che siano più dei centri ricreativi che di discussione e i loro dirigenti i lacchè del potere. Ci dicano il loro punto di vista sui lauti banchetti delle progettazioni, direzioni, appalti, sup-appalti, profitti... Non si ricostruisce Caposele col mutismo e la caparbietà. Nessuno può arrogersi il diritto di strappare deleghe o abdicazioni. La migliore idea possibile di Caposele potrà essere disegnata solo dalla stragrande maggioranza dei Caposelesi. ALFONSO MEROLA LA SELETECA


Antologia Caposelese 22 LA SORGENTE ANNO XVI – Marzo 88 – La Sorgente n. 36 Editoriale – Nicola Conforti (Una voce libera, non legata ad alcun carro politico né soggetta a personaggi di comodo. Una voce che si è levata sempre contro le ingiustizie di vecchia e nuova matrice, contro le arroganze di ogni tipo e contro ogni tentativo di distruzione o di stravolgimento del tessuto urbano del nostro Paese.) Sono passati 15 anni, sono tanti, da quando decidemmo di dare vita a questo giornale. In quindici anni di impegno continuo hanno “visto la luce” ben 36 numeri de “La Sorgente” per un totale di circa 600 pagine. Bastano queste cifre a dare il senso e la misura di un impegno editoriale di grande rilevanza. Dal 1973, anno di fondazione del giornale, abbiamo visto “nascere e morire” una molteplicità di testate dello stesso tipo. La Sorgente, a distanza di tanti anni, continua a vivere, proseguendo nell’assolvimento dei compiti che le furono assegnati dai suoi fondatori e riconfermati, negli anni, dai suoi associati. Una voce libera, non legata ad alcun carro politico né soggetta a personaggi di comodo. Una voce che si è levata sempre contro le ingiustizie di vecchia e nuova matrice, contro le arroganze di ogni tipo e contro ogni tentativo di distruzione o di stravolgimento del tessuto urbano del nostro Paese. Ed ha sempre tratto vigore e forza e ispirazione ideale e linfa vitale dallo spirito di abnegazione e sacrificio di quei pochi che fermamente hanno creduto in questa difficile iniziativa e che fortemente hanno voluto che “La Sorgente” continuasse a scorrere limpida e fresca come “acqua di fonte”. Alcuni, i migliori tra noi, nel frattempo sono venuti a mancare: ci inchiniamo alla loro memoria sapendo di poter trarre dai loro insegnamenti maggiore entusiasmo ed impegno. Il loro ricordo resterà emblematicamente scolpito nella nostra memoria ed indelebilmente acquisito alla “storia” del nostro giornale. La Sorgente riacquista oggi nuovo vigore: le sue pagine, tornate alla periodicità trimestrale si attendono altri consensi e nuova affettuosa accoglienza. Noi riprenderemo con rinnovato slancio “l’antico” cammino e lo faremo con la passione e l’orgoglio di chi ama il suo Paese e che per la crescita morale e civile del suo Paese è disposto ad andare ancora avanti. EDITORIALE 1988 LA SELETECA


23 Antologia Caposelese PELLEGRINI – La sorgente n. 40 – dicembre 1989 di Antonio Sena (I flussi di questa estesa “peregrinatio”, nel tempo e nello spazio, non accennano a diminuire malgrado la spregiudicatezza di troppi “culti” addomesticati, malgrado la venale e ottusa intraprendenza di troppi monaci interessati, malgrado la solerte politica alberghiera di troppi assessori affittacamere.) Lungo il percorso immaginario che va dai “vincoli” agli “svincoli”, si diparte un sentiero tortuoso, ma non meno suggestivo, battuto da una turba plurimillenaria, variopinta e diversificata di pellegrini che si dirigono di volta in volta e con varie motivazioni verso luoghi sacri e religiosi: Lamasserie Tibetane, Santuari del Cattolicesimo pre e post-conciliare, Mecche Islamiche, Terresante varie, Monasteri Zen, Oracoli Delfici multimediali, Recinti di megalitici riti druidici, Orissiane di Bahia, Pagode Kmehr, svariate Piramidi e Ziguratt, qualche Chiesetta da Pasquetta, quasi tutte le Cattedrali Argotiche con un pozzo che penetra nelle viscere della terra e i pinnacoli delle guglie che si innalzano fino al cielo. Fuori luogo, oltreché specioso, sarebbe voler spiegare che il potere di attrazione di questi siti (alcuni dei quali ridotti oramai ad un mucchio di ruderi) a volte è riposto nella loro pianta a forma di croce celtica o ansatica, a volte nel rapporto armonico della base con l’altezza, a volte perché si trovano collocati nei famosi punti di incrocio dei Leys, quasi sempre è frutto di fanatismo e di integralismo, quasi mai è favorito dalle strutture ricettive dei luoghiTanto è vero che i flussi di questa sì estesa “peregrinatio”, nel tempo e nello spazio, non accennano a diminuire malgrado la spregiudicatezza di troppi “culti” addomesticati, malgrado la venale e ottusa intraprendenza di troppi monaci interessati, malgrado la solerte politica alberghiera di troppi assessori affittacamere. Accertato in definitiva che il potere di attrazione dei Luoghi Sacri esiste ed è forte, a questo punto, a qualcuno potrebbe interessare sciogliere il dilemma se il pellegrino è anche turista o no. Per brevità di discorso è opportuno rifarsi innanzitutto a un tipo di pellegrino a noi più vicino, quello, per intenderci, che da circa un millennio batte le strade del nostro vecchio continente per raggiungere: Roma, Santiago de Compostela, Canterbury, Colonia, Gerusalemme, solo per citare i luoghi più famosi, e che le cronache antiche ce lo descrivono vestito solo con una tonaca di tessuto povero, un bastone e una certa trascuratezza dell’aspetto fisico. Ogni agio, perfino la comodità del giaciglio notturno, il ristoro di un buon pasto, doveva essere fuggito poiché poteva richiamare alla mente le tentazioni della carne. Questa era, per così dire, la regola. 1989 LA SELETECA


Antologia Caposelese 24 Ma già tra il quarto ed il quinto secolo S. Gerolamo lamenta che a Gerusalemme si concentra “.... una tale folla di pellegrini di ambo i sessi che ogni tentazione che potrebbe in qualche maniera essere altrove evitata si trova qui presente”. Certo nulla fa pensare che la Terra Santa di quei tempi fosse una sorta di Las Vegas sfrenata, dissoluta e irriguardosa dei buoni costumi, ma sicuramente il timor di Dio e lo spirito di penitenza dei pellegrini alto-medioevali lasciavano spesso il posto a qualche tentazione di troppo. Dieci secoli più tardi Erasmo da Rotterdam scaglierà gli strali delle sue parole contro quella che definisce una vera e propria escursione turistica (sic!) ben lontana dallo spirito originale. Ma questa turba di pellegrini è stata sempre innumerevole e diversificata, perché se all’inizio il pellegrinaggio verso i Luoghi Sacri del Cristianesimo rappresentava un atto di devozione generalmente volontario, dopo il nono secolo, quando la Chiesa Cattolica accetta il principio del viaggio ai luoghi sacri come opportunità per espiare colpe e peccati, il traffico di “pentiti” sulle strade si intensifica. Una terza figura, con il passare del tempo, si unisce alle altre due. Potremmo definirla “pellegrino per incarico”, quindi non necessariamente un devoto. Egli veniva inviato, da nobili e commercianti, a procurare indirettamente la protezione dei Santi a Compostela o sulle tombe di Pietro e Paolo. Naturalmente il servizio era pagato con generosità, come pure il disagio del viaggio era ridotto al minimo. Una quarta categoria di pellegrino nacque ufficialmente il 27 novembre del 1095, quando, durante il Concilio di Clermont, Papa Urbano II dichiarò aperta la “peregrinatio” (chiamata molto tempo dopo crociata), che durò per due secoli. Certo, non ci si discosta troppo dalla realtà se si pensa che gran parte di un’armata di soldati-pellegrini-crociati non fosse completamente “ispirata” e nemmeno tanto dedita alla mortificazione della carne o di qualsivoglia altra passione terrena. Ma, per tornare alle tre categorie di pellegrini “tradizionali”, grandi erano le difficoltà: il freddo, i briganti, le bestie feroci, oltre che il passaggio dei fiumi e la sopravvivenza in termini di letto e di cibo. È lecito pensare che incominciavano a nascere delle organizzazioni atte a rimuovere tali difficoltà e a creare una rete di servizi sempre più confortevoli (scorte armate, locande, traghetti, negozi di souvenir); pertanto, man mano che questa rete (specialmente in un’epoca in cui cominciava a venir fuori una società mercantile) si infittiva, venivano meno le regole di austerità e frugalità e il pellegrino diventò, pur esso, una merce, trasformandosi così sempre più in turista. Questo fatto trova fondamento storico nella lettura di una vera e propria guida di viaggio di una cinquantina di pagine per facilitare il cammino dei pelANTONIO SENA LA SELETECA


25 Antologia Caposelese legrini a Compostela. Venne redatta tra il 1140 e il 1150; si chiamava “Guide du pelerin de Saint Jaques”, in essa si forniscono ragguagli utili quali i tempi di percorrenza, la localizzazione di ponti e ospizi, i costi di pedaggi e traghetti, i luoghi da evitare per la presenza di insetti, infezioni varie (malarie, pestilenze etc), di truffatori e predatori. C’è la segnalazione, inoltre, di ristoranti con menù di pregio e di città di particolare interesse artistico, storico e ambientale. Non manca il capitolo “Cosa comprare e dove”. Tutto questo è molto sorprendente, pensare cioè che il dilemma posto all’inizio è stato sciolto da quasi mille anni. Le strade che portano ai Santuari Cristiani sono oggi lastricate di asfalto o, peggio ancora, i Luoghi Sacri sono circonvoluti dalle spire di qualche “free way” e dai suoi seducenti svincoli, non mancano, in alcuni casi, gli eliporti e i moli per l’attracco dei panfili. Il pellegrino contemporaneo dorme (ma in alcuni casi viene anche stipato) in camere “accoglienti”, si nutre con menù turistici “tutto compreso” o “tutto escluso”, comunque arriva alla meta in torpedone “Gran Lusso”, fa man bassa di souvenir e ciarpame vario. A un millennio di distanza, dal punto di vista commerciale ed in barba alle antiche regole di espiazione e di devozione, il turismo religioso si conferma formula che non passa mai di moda. Tra Lourdes e Capri c’è da giurare sulle cifre vincenti della prima meta come affluenza e giro di affari. In conclusione è sufficiente che gli operatori del settore si chiariscano chi debba essere il soggetto dei loro investimenti e delle loro iniziative; in altri termini quale aspetto tipologico del pellegrino-turista privilegiare: quello che ha come riferimento la devozione/ espiazione o quello che riduce l’ardore mistico e la foga religiosa al consumo della “merce da bancarella”. Sicuramente c’è anche qualche sfumatura intermedia. E allora ci può stare di tutto e sempre di più: immaginette e santini, ex voto e flagellazioni, bancarelle e shop centers, superstrade che arrivano in bocca ad altari maggiori e discoteche “heavy metal”, “fast food” e “fast visit”, velocità di arrivi e velocità di partenze, parchi e parcheggi, “vù cumprà” e circensi, escursioni e banchetti; anche perché non sempre lo spirito può trionfare sulla carne. ANTONIO SENA Caposele, Bosco Difesa LA SELETECA


Antologia Caposelese 26 IL FIUME SELE EI SUOI DINTORNI La Sorgente n. 40 – Dicembre 1989 Presentazione di Lorenzo Malanga L’esame di questi passi ha un duplice scopo: da un lato dovrà convincerci che Nicola Santorelli non è un puro erudito, ma è un vero storico in quanto non tradisce mai la sostanza dell’autentico procedere storiografico, avendo sempre massima cura per l’accertamento filologico e la spiegazione degli avvenimenti; dall’altro dovrà darci un’idea del suo eccezionale spessore culturale, facendoci apprezzare in lui non solo lo storico dalla sicura acribia interpretativa, ma anche l’illustre medico, l’onesto scienziato, il profondo umanista, il fecondo poeta e, perché no, il magnanimo benefattore dei poveri e della Chiesa. Quando, poco più di un anno fa, l’amico ing. Nicola Conforti mi disse che stava elaborando un progetto per celebrare degnamente quest’anno il 90° anniversario della morte di Nicola Santorelli, confesso che rimasi molto perplesso. Carneade: chi era costui? Sì, perché noi Caposelesi dobbiamo onestamente ammettere che di Nicola Santorelli, della sua vita, e soprattutto della sua opera, avevamo tutti scarne e confuse notizie. Per quanto mi riguarda, il nome di Santorelli era legato ad alcuni vaghi ricordi della mia infanzia che si fermavano alla sbiadita figura di donna Alfonsina (morta, mi pare, nel ‘44 e ritenuta dagli abitanti della borgata di Materdomini una santa donna) e alla casa da lei abitata, che è poi quella che conserva ancora il nome di Casa Santorelli e che è situata di fronte alla Casa del Pellegrino. L’amico Conforti vinse però subito il mio scetticismo, parlandomi a lungo del suo fortunato incontro col qui presente mons. Farina (altro eminente figlio della nostra terra, di cui pure si erano perdute le tracce) geloso custode delle numerose e notevoli opere scritte da Nicola Santorelli. La proposta, allora, mi piacque e promisi all’ing. Conforti che gli avrei dato una mano nel portare avanti il suo nobile disegno. Debbo dire in verità che tutta la mia collaborazione in questi mesi è consistita nel parlare con lui tre o quattro volte del problema..., fino a quando, alcuni giorni fa, mi fece omaggio di questo libro e mi invitò a presentarlo. Non potevo non accettare l’invito: anche per farmi perdonare di non aver fatto praticamente niente in tutto questo tempo. Altra meraviglia, nel trovarmi fra le mani questo ponderoso volume! Credevo si trattasse di un opuscoletto di poche decine di pagine, come quei librettini di massime morali che un tempo i parroci erano soliti donare ai ragazzi che frequentavano le lezioni di catechismo. Invece, dovetti prendere atto che avrei avuto a che fare con un’opera di circa 450 pagine fitte. Tutto qui. In altre parole, la cerimonia di oggi, e tutto ciò che c’è voluto per prepararla, vanno intestati esclusivamente all’ing. Nicola Conforti. Al quale, a questo punto, debbo rivolgere un vivo ringraziamento: non per 1989 LA SELETECA


27 Antologia Caposelese aver affidato a me l’incarico di presentare il libro: questa è poca cosa; ma debbo ringraziarlo pubblicamente per aver concepito e realizzato questo momento culturale estremamente significativo per la storia di Caposele perché recupera alla memoria di tutti noi e dei nostri figli uno dei personaggi più illustri (se non il più illustre) della nostra terra. Ma Nicola Conforti non è nuovo a queste imprese. Dal lontano 1973 (anno della sua fondazione) la Pro Loco Caposele, attraverso il suo presidente, ha sempre svolto una funzione di promozione culturale, in senso lato, altamente meritoria. Basti pensare alla pubblicazione del periodico La Sorgente che, aperto alla collaborazione di tutti, in questi anni ha raccolto centinaia di testimonianze e documenti vari afferenti la storia di Caposele e affidati alla voce del Tempo Lungo, secondo la felice espressione usata dal Sindaco nelle pagine introduttive al libro che ci accingiamo a conoscere. Ma c’è da ricordare anche l’organizzazione del Ferragosto Caposelese, giunto ormai alla XV edizione. Altro appuntamento di grande rilevanza culturale: di una cultura locale (ma non per questo minore); di una subcultura, se volete; che però, per nostra fortuna, non diventa recessiva grazie proprio ad iniziative di questo tipo, miranti cioè al recupero del passato, delle nostre radici. Il quale recupero rivitalizza il presente, ce lo fa apprezzare di più, e ci fa meditare sulla necessità, anzi sul dovere, di non disperdere i preziosi tesori culturali del nostro tempo, ma di raccoglierli tutti insieme e consegnarli intatti alle generazioni future. Ecco perché mi permetto di insistere nel sottolineare la funzione storica della Pro Loco Caposele. In alternativa alla quale, peraltro, c’è soltanto il vuoto! E allora, caro Nicola, continua in questi preziosissimo impegno, senza curarti troppo di qualche critica che pure viene rivolta alla tua gestione: ma più per il gusto del pettegolezzo che per intimo convincimento. Io che vivo un poco al di fuori delle fazioni locali, che sono, per così dire, ultra partes, possono assicurati che i Caposelesi apprezzano obiettivamente tutte le iniziative culturali della Pro Loco; alcuni non hanno il coraggio di dirlo... non possono dirlo.. E si instaura così una specie di rapporto di odio-amore. Un po’ come accade a molti giovani di oggi rispetto alla letteratura e alla poesia: essi ne sono segretamente innamorati, ma si vergognano di ammetterlo..., forse ritenendo che la letteratura e poesia si identifichino tout court col Romanticismo: e il romanticismo, oggi, non è di moda. A questo punto, rivolgiamo la nostra attenzione al libro da presentare. Prima, però, debbo fare qualche premessa. Debbo innanzitutto avvertire me stesso e voi di alcuni rischi che comportano le manifestazioni celebrative. Il primo è la trappola della retorica, della esaltazione eccessiva, del tono a volte ridicolmente encomiastico; è cioè la trappola del sentirsi in dovere di parlar bene dell’oggetto della celebrazione (personaggio o opera che sia), anche quando cento ragioni consiglierebbero di denigrarlo. Ed io in questa trappola cercherò di cadere in meno possibile. LORENZO MALANGA LA SELETECA


Antologia Caposelese 28 L’altro rischio è quello insito proprio nel rapporto tra noi e l’opera: un libro, un quadro, una scultura, ecc. Quando ci si accosta ad un’opera in veste di critico, o almeno di interprete, non si può evitare di fare, comunque, violenza all’autore. E questo è un male peggiore del primo. Come si può, infatti, penetrare fino in fondo l’animo dell’autore per leggervi chiaramente dentro e comprendere esattamente il suo mondo interiore? Del resto, se questo rischio non fosse reale, non ci sarebbero le continue smentite che la stessa critica ufficiale è costretta a fare rispetto a certe sue precedenti valutazioni. Voi mi direte: ma nel nostro caso si tratta di un libro di storia e non di un testo poetico! A parte il fatto che anche un libro di storia va non soltanto letto, ma anche interpretato (l’imparzialità assoluta dello storico è ancora tutta da dimostrare), nel caso del libro di Santorelli // Fiume Sele e i suoi dintorni ci troviamo, manco a farlo apposta, di fronte ad un testo concepito in maniera originalissima, e cioè: ogni descrizione storica è seguita da uno o più componimenti in versi, che ne ripetono il racconto in forma poetica. Tali componimenti a volte sono dello stesso autore, più spesso appartengono al fratello Lorenzo, sacerdote e poeta. Ma andiamo direttamente al testo del Santorelli, esaminandone prima di tutto le caratteristiche tecniche. Per fare ciò, dobbiamo ricordare un dato fondamentale: e cioè che Santorelli scrive questo libro nella seconda metà dell’Ottocento, in pieno Positivismo, e proprio mentre si definiscono i canoni del metodo storico. Il metodo storico, come molti sanno, si prefigge di realizzare una ricostruzione critica, controllata dei fatti e dei personaggi del passato. Con esso viene cioè definitivamente consacrata la liberazione della storia da ogni subordinazione alla morale, alla teologia, alla letteratura, alla creazione artistica, ecc. Grazie al metodo storico, insomma, la storia si fa veramente scienza. Questa circostanza agevola e nel contempo rende più difficile l’impegno del Santorelli: lo favorisce perché gli indica con precisione i binari lungo i quali procedere nella sua ricerca, ma gli impone con altrettanta precisione e con estrema chiarezza le norme alle quali lo storico deve scrupolosamente attenersi. Tali norme sono: a) la ricerca delle fonti (detta alla greca euristica); b) la loro interpretazione critica, sulla base dei confronti; e) l’esposizione chiara ed inequivocabile dei fatti. Nicola Santorelli non si spaventa certo di fronte al dettato del metodo storico. Anzi, egli compie un’operazione che soltanto pochissimi storici possono vantare: cioè la sua storia la scrive sul campo! (Vedremo più avanti come ciò sia vero). Ancora: il metodo storico impone che la storia si avvalga anche di tutti i sussidi particolari e di tutte le discipline ausiliarie della storia stessa, e cioè (per ricordarne solo alcune): 1) l’etnologia (che risale alle prime manifestazioni della civiltà alla luce LORENZO MALANGA LA SELETECA


29 Antologia Caposelese degli avanzi pervenutici: tombe, utensili, ecc.); 2) la numismatica (che studia le monete); 3) la sfragistica (che studia i sigilli); 4) l’epigrafìa (che studia le iscrizioni); 5) la filologia (che studia i monumenti letterari, le lingue parlate e quelle scritte, ecc.); 6) l’economia (che ci fa conoscere come le società umane si siano organizzate per sopravvivere e per migliorare il proprio tenore di vita); 7) il diritto (che studia le leggi (scritte) e le consuetudini (non scritte); 8) ed infine la geografia, (che studia l’ambiente nel quale gli uomini hanno agito...); Il lavoro dello storico, dunque, è di carattere rigorosamente interdisciplinare, o, almeno, pluridisciplinare. E solo se è condotto in questo modo, si può veramente mettere in atto l’avvertimento che Cicerone, nel “De oratore”, rivolge allo storico: “Primam esse historiae legem ne quid falsi audeat... deinde ne quid veri non audeat...” (Prima legge della storia è che non osi dire nulla di falso... quindi non esiti a dire quanto è vero...”). E Nicola Santorelli è in grado rispettare l’ammonimento di Cicerone perché può in qualche modo spaziare sul territorio di tutte le discipline ausiliarie della storia. Del resto, che egli fosse versato in numerosi campi del sapere lo dimostrano in maniera inconfutabile le molteplici sue opere di varia umanità, date alle stampe ed oggetto di apprezzamento da parte degli addetti ai lavori. Quindi, sotto il profilo della scientificità, questo libro è perfettamente in regola. E lo è anche per la lingua e per lo stile, come vedremo in seguito. Potrebbe essere censurabile (ma chi lo può veramente dire?) per la singolarità di avere una struttura composita di essere cioè un libro di storia che si arricchisce anche di pagine poetiche. Le quali tuttavia (va subito precisato) non intendono affatto sostenere il racconto storico, che procede ben saldo sulle proprie gambe. Siamo fermamente convinti, infatti, che molti di noi, dopo aver letto il libro, vorranno approfondire l’incontro con la propria terra per penetrare nel suo passato, illuminandone magari aspetti particolari: sociali, economici, religiosi, ecc. È questa una certezza ed insieme un augurio: che rivolgiamo in modo più diretto ai giovani perché, accogliendo essi il messaggio nascosto nel libro di San torelli, si sentano spinti ad indagare la storia di Caposele, che, accanto alla storiografia canonica, scritta col cervello, può fiorire anche una storiografia in versi (o in musica, se volete): scritta cioè col cuore e senza pretese scientifiche. Evidentemente noi qui ci limiteremo ad esaminare alcuni passi delle pagine di storia, tralasciando la poesia: anche se i brani in versi costituiscono un versante molto suggestivo. LORENZO MALANGA LA SELETECA


Antologia Caposelese 30 L’esame di questi passi ha un duplice scopo: da un lato dovrà convincerci che Nicola Santorelli non è un puro erudito, ma è un vero storico in quanto non tradisce mai la sostanza dell’autentico procedere storiografico, avendo sempre massima cura per l’accertamento filologico e la spiegazione degli avvenimenti; dall’altro dovrà darci un’idea del suo eccezionale spessore culturale, facendoci apprezzare in lui non solo lo storico dalla sicura acribia interpretativa, ma anche l’illustre medico, l’onesto scienziato, il profondo umanista, il fecondo poeta e, perché no, il magnanimo benefattore dei poveri e della Chiesa. Ma l’indagine servirà soprattutto a stimolare la nostra riflessione ed a suscitare il nostro interesse così ricco di avvenimenti notevoli. Il libro è diviso in due parti; e per la storia di Caposele la parte più interessante è la prima. La seconda ne è un’integrazione, mentre allarga il perimetro geografico della ricerca, comprendendovi tutti i paesi che in qualche modo hanno, o hanno avuto nel passato, rapporti col fiume Sele. Disquisendo, all’inizio del libro, sulle origini del nome del Sele, il Santorelli espone, per così dire, il piano dell’opera: Mi fermo su i paesi esistenti e su i distrutti, su le loro antichità ed iscrizioni, su i notabili fatti intorno ad essi avvenuti (P- 17). Maneggiando con disinvoltura, ed a volte confutando, storici greci e latini, antichi e moderni: da Strabone a Livio a Plinio, dal Muratori al Mommsen, comincia a riferire, subito dopo, alcuni fatti clamorosi che proiettano il fiume Sele e i suoi dintorni nello sconfinato scenario della storia di Roma antica. Egli ricorda infatti, rettificando alcuni dettagli, la battaglia combattuta presso le foci del Sele tra l’esercito romano, comandato da Crasso, e il famoso gladiatore Spartaco, che ne uscì sconfitto (71 a.C.) (p. 23). Cita poi una serie di altri avvenimenti di notevole importanza storica per affermare ... che non è a maravigliare se del fiume Sele sì frequente menzione fecero gli antichi, tanto greci che latini, poeti e prosatori (p. 27). Segue la descrizione storica particolareggiata di singoli luoghi e personaggi ragguardevoli. Tale descrizione (che, come ho accennato, è sempre volta subito dopo in versi), là dove non riguarda elementi di natura strettamente storica, si veste di una leggiadra forma letteraria e diventa essa stessa pagina di poesia, con forti richiami ai grandi della nostra letteratura. Vediamo, ad es., nel racconto delle Sorgenti del Sele (p. 29) : ...sgorgano le chiare e limpide acque del fiume Sele.... Non risuonano forse gli echi petrarcheschi delle Chiare, fresche e dolci acque dove le belle membra pose colei che sola a me par donna? E più oltre (p. 30): Ah sì! Son qui le orme di quegli spiriti immortali, che il Creatore pose a custodia di ogni bell’opera sua. Acque che cadon di sopra s’incrocicchiano con altre, che sbattute a terra si rialzano, e tutte sembran fremere orribilmente ed azzuffarsi tra loro!... Né ciò è tutto. Fragore delle onde LORENZO MALANGA LA SELETECA


31 Antologia Caposelese che percuoton su i sassi, scroscio di altre rovinosamente cadenti, svariati suoni, orrendi rumori da far tremare di paura e fuggirne la gente. Non c’è qui tutto Dante del 3° canto dell’Inferno? leggiamone qualche verso: Quivi sospiri, pianti ed alti guai / risona-van per l’aere senza stelle / perch’io al cominciar ne lacrimai. / Diverse lingue, orribili favelle /parole di dolore, accenti d’ira / voci alte e fioche, e suon di man con elle /facevano un tumulto, il qual s’aggira / sempre in quell’aura senza tempo tinta. Ma anche quest’altra descrizione, riferita alla famigerata Pietra dell’Orco, non è molto dissimile dalla rappresentazione di tanti altri cupi paesaggi dell’Inferno dantesco: “In vece di steli, di spighe e degli avanzi delle gialle lor chiome,... scabri massi terminati a punte irregolari, alcuni a metà divelti dalla costa... (p. 88). Torna agevole accostare queste immagini a quelle della selva dei suicidi. Stessi versi del Manzoni del 5 Maggio’! Vediamo: Fu vera gloria? ... noi / chiniam la fronte al Massimo /Fattor, che volle in lui / del creator suo spirto / più vasta orma stampar. Non mancano poi visioni dantesche. Eccone una, carica di foschi accenti e spaventose immagini (pp. 53-54): Le onde, precipitando per diversi canali, piombano in un grande recinto che tien forma di antro. Varie correnti, sboccando dalle fenditure laterali del di dentro, si urtan d’obbliquo, mentre altre, opponendosi a diametro, XIII): Non fronda verde, ma di color fosco, / non rami schietti, ma nodosi e involti; / non pomi v ‘eran, ma stecchi con tosco. E poi c’è il Foscolo dei Sepolcri: ...Te beata! (esclama il Santorelli alla vista di una isoletta lambita dal Sele) cui il Silaro porge con le sue acque aure pregne di vita! (p. 62). E il Foscolo... Te beata (Firenze), gridai, per le felici /aure pregne di vita, e pei lavacri / che dai suoi gioghi a te versa Appennino. Spostando l’asse della nostra indagine nuovamente in direzione della storia vera e propria, notiamo in primo luogo la minuziosa descrizione che il Nostro fa del colera che alla fine di luglio del 1837 colpì la nostra Caposele e moltissimi altri paesi del regno di Napoli. Apprendiamo anche che, due anni dopo, ci fu una recrudescenza dell’epidemia che seminò la morte specie a Valva e a Laviano, lasciando miracolosamente immune il nostro paese. La ragione di questa immunità? Non v’è dubbio: l’intervento taumaturgico della Madonna della Sanità:... / Caposelesi ne uscirono salvi in fede della protezione di S. Maria della Sanità. Onde con grato animo eressero una chiesetta in capo alle sorgenti del fiume... (p. 79). La scoperta della lapide del dio Silvano alle falde dell’Oppido da parte del Santorelli conferma la presenza in lui di due delle importanti doti da noi evidenziate: quella relativa alla ricostruzione storica fatta sul campo e l’altra circa la competenza che il Nostro possiede in svariati settori dello scibile. Infatti, la LORENZO MALANGA LA SELETECA


Antologia Caposelese 32 scoperta del monumento scolpito in pietra ( 1834) è esclusiva opera del Santorelli, che si avvale soltanto dell’ausilio materiale di alcuni contadini, come egli narra : Giunta una notizia da Roma, Maggio 1834, che alle falde del monte Oppido dovevan trovarsi sepolte molte antichità, vi andai, conducendovi molti villani forniti di zappe e di picconi... Del testo latino della lapide il Santorelli dà innanzitutto la interpretazione esatta (da vero epigrafista!); poi, attraverso un attento studio del monumento, arriva a ricostruire le origini e le ragioni della fondazione del Tempio dedicato al dio Silvano. Dall’esame filologico del testo scolpito ricava infine una serie di indicazioni che gli permettono di ricomporre importanti pezzi di storia: non solo locale, ma anche riguardante alcuni avvenimenti risalenti all’epoca dell’imperatore Domiziano (1° sec. a.C). Parimenti, le rovine di Oppido (p. 121) costituiscono per il Nostro la base storica per la ricostruzione in situ delle guerre combattute fra gli Irpini (Sanniti) e i Romani (4° sec. a.C.) e culminate con la distruzione della fortezza e dell’abitato di Oppido, appunto, e della vicina città e fortezza di Ferentino, in territorio di Lioni. Per sostenere la tesi secondo la quale proprio presso Ferentino avvenne la disfatta di Pirro (275 a.C.) il Santorelli (questa volta in veste di numismatico!) si serve, tra l’altro, di una moneta d’argento, da lui ritrovata fra le rovine di Ferentino, che presenta su una faccia l’immagine di Pirro e sull’altra quella di un elefante (pp. 134-135). A questo punto, avendo esteso le sue ricerche oltre lo spartiacque della collina di S. Vito, il Santorelli interroga, per così dire, il fiume Ofanto, gemello del Sele, perché gli narri i fatti notevoli che lungo le sue rive si sono svolti nel corso dei secoli. Il fiume gli parla allora dapprima della lunga e feroce guerra combattuta fra i Romani e i Sanniti (p. 151), con la disfatta di quest’ultimi, e poi del terribile scontro, presso Canne, tra l’esercito romano e quello dì Annibale,, conclusosi, com’è assai noto, con una vera e propria strage di cavalli e soldati romani (216 a.C:): Vi restarono uccisi il console P. Emilio, Lucio Furio e L. Attilio questori, moltissimi Tribuni militari, Pretori consolari ed edilizi, 80 primari senatori, 40 mila fanti e duemila settecento cavalli (p. 158). Torna nuovamente il Santorelli nella propria terra e si sofferma a parlarci della Cappella di San Vito (p. 167), della venuta di S. Alfonso a Caposele e della fondazione, ad opera sua, di una casa religiosa (pp. 171-172) e ancora: di alcuni ricordi S. Gerardo Majella e dei giovani missionari redentoristi. Ci presenta quindi l’antica chiesa di Caposele, con la maestosa statua di S. Lorenzo (p. 197). Con eccezionale realismo descrittivo riporta subito dopo un avvenimento funesto, che a noi che abbiamo la sventura di viverlo personalmente, appaLORENZO MALANGA LA SELETECA


33 Antologia Caposelese re in tutta la sua diabolica e terrificante potenza distruttiva. Si tratta del terremoto che il 9 aprile 1853 colpì le nostre contrade ed ebbe come epicentro proprio Caposele. Leggiamone qualche brano: / monti che coronano il paese sono oscurati da folta nebbia... e corre per l’aria un fremito di vento come per imminente tempesta!... Il letto delle acque delle sorgenti del Sele si abbassò circa un palmo pria del tremuoto e le acque si resero calde... L’orologio battè le due pomeridiane, e, previo un sotterraneo muggito che pareggiò lo scoppio simultaneo di più cannoni, il suolo tremò con moto vario e continuo per circa 15 secondi! Le scosse verticali e orizzontali nei primi istanti, si mutarono negli ultimi in circolari e giranti, e furono di maggior rovina al paese che fu centro della scossa; onde il tremuoto fu detto di Caposele (pp. 200-207). Le analogie tra il terremoto del 1853 e quello nostro del 1980 si intrecciano e corrono insieme lungo lo stesso binario della distruzione e della morte: a dimostrazione che le tragedie hanno tutte il medesimo volto. Ma sorprendenti analogie si scoprono anche nel modo in cui la gente vive il dopo-terremoto. Vediamo cosa scrive il Santorelli: Tutti non vollero dipartirsi, come da luogo sacro, dalla cerchia, dall’ordine e dalla foggia delle pristine abitazioni (p. 211). Anche nel 1853, dunque, i Caposelesi scelsero di ricostruire le proprie case dov’erano e com’erano prima dell’evento sismico. Questa particolare coincidenza ci induce almeno a tre riflessioni: 1) la natura dell’uomo non muta col mutar del tempo; 2) i valori veri (antropologici) sono fissi nella coscienza collettiva, anche quando cambia il modo di interpretarli; 3) la religione della casa (come direbbe Verga), là dove la moralità più schietta e pura è radicata nella consuetudine della vita quotidiana, rappresenta un sicuro elemento di aggregazione, che tien lontano l’uomo da ogni tentazione scioccamente modernista: ad onta di un certo sociologismo di maniera che ha decretato da tempo la morte della famiglia. Con le notizie sul terremoto termina, nella prima parte del libro, la storia di Caposele. La narrazione continua toccando via via Calabritto (in particolare il culto ella Madonna del Fiume - tanto cara ai cugini calabrittani) (p. 229), il castello di Quaglietta (p. 233), le acque solfuree di Oliveto e Contursi (p. 236), ecc., fino alla famosa e gloriosa Paestum, i cui templi, annota Santorelli, sono certamente gli avanzi più insigni della più remota antichità dei dintorni del Sele (p. 257). La prima parte del libro si chiude con la descrizione poetica dello sbocco del Sele nel Tirreno. È una pagina che commuove e avvince per il ritmo frenetico dell’azione, appena smorzato dalla sapiente varietà del tono: ora elevato come un inno, ora mesto come un’elegia:... Ed anzi quando entra nel mare, più d’ogni altro spicca il corso del Sele; perciocché dopo la pioggia vi mantiene il suo corso per l’andar di tre miglia... Rompono allora le onde del mare (contro le LORENZO MALANGA LA SELETECA


Antologia Caposelese 34 acque del Sele), e, sebben queste le cozzino, pure esse non frangonsi, oh maraviglia!, per corso sì lungo. E dissi tra me: ‘che son giunto a vedere!, qual nuova battaglia è mai questa?... Ma tale scena, che fa sorpresa all’occhio dello spettatore, vien mistica forma al mio pensiero! Come il fiume nelle sorgenti parve render l’immagine dell’età giovanile, così l’intiero suo corso mi pone a vista tutto l’andar della vita, e quando si batte col mare, per non venirne disfatto, mi rende l’immagine della lotta di ciò che vive col pelago della morte! (p. 263). La seconda parte del libro, che, come abbiamo accennato, è una continuazione ed integrazione della prima, si apre con un poemetto dedicato ai Martiri del fiume Sele composto di circa duemila endecasillabi sciolti! (pp. 11-72). I Martiri sono tre: S. Vito, Santa Crescenza e S. Modesto, e di essi il Nostro canta in versi vita, miracoli e martirio. Seguono importanti notizie sulla morte del proconsole Tiberio Sempronio Gracco (1° sec. a.C.) (p. 73); sul castello di Valva (p. 78); sul castello di Postiglione (p. 83), fondato da Giovanni da Procida nel sec. XIII, parlando del quale il San torelli ricorda anche il sacello di Gregorio VII nel Duomo di Salerno (m. 1085), il famoso papa che umiliò l’imperatore Enrico IV a Canossa e che prima di morire pronunciò una frase-testamento (Semper dilexi iustitiam et in odio habui iniquitatem: propterea morior in exilio) che noi affidiamo alla meditazione dei nostri giovani. Vi sono poi interessanti dati sulle rovine di Picenza (p. 87), (paese interamente distrutto dai Romani nel corso delle guerre puniche) e su luoghi e reperti molto utili per chi voglia.e sappia sentire l’eco dell’antichità correre lungo le rive del nostro Sele(pp. 90-193). Avviandosi alla conclusione, l’autore torna a parlare di Caposele, a compimento dei cenni storici presentati nella prima parte del libro (pp. 141-151), il quale si chiude con un’appendice di carattere patriottico: il discorso commemorativo dell’eccidio di Dogali (1887), tenuto due mesi dopo dal Santorelli nella sala del Municipio di Caposele ed accresciuto poi di alcuni particolari storici conosciuti frattanto dall’autore. Una testimonianza di sano patriottismo, in tempi di grandi fermenti politici e sociali, non poteva mancare da parte dello storico Nicola Santorelli: un uomo, del resto, che amò con pari intensità Cristo, i poveri, la famiglia, il paese natio, la patria. Muovendoci anche noi verso la conclusione di queste modeste note, ci sembra necessario ordinare meglio quei riferimenti di carattere formale cui abbiamo qua e là fatto cenno. I passi che via via abbiamo citato rappresentano già di per se stessi la cifra e la misura anche della lingua e dello stile di Nicola Santorelli. Abbiamo, peraltro, esplicitato anche qualche precisa caratteristica parlando, ad esempio, di realismo descrittivo e di chiarezza espressiva. Resta da aggiungere che la prosa del Santorelli è essenziale, lineare e geometrica (secondo la migliore tradizione illuministica) e tuttavia capace di esprimere una grande forza evocativa che LORENZO MALANGA LA SELETECA


35 Antologia Caposelese spesso conferisce alle parole una incomparabile carica suggestiva. Vi è poi in qualche brano quella schietta, immediata plasticità rappresentativa che sembra quasi anticipare la cosiddetta tecnica cinematografica, ossia la capacità di fermare lo svolgimento diacronico e rendere contemporanei gli avvenimenti. In virtù di tutti questi requisiti, e di altri non meno rilevanti, la lettura del libro riesce spesso a proiettare il lettore nel bel mezzo dei fatti raccontati (in medias res, come dicevano i Latini), coinvolgendolo interamente: con la mente e col cuore. Personalmente, confesso di aver partecipato ad alcune vicende, soprattutto umane, ora di questo ora di quel personaggio: di Spartaco, del console P. Emilio, del papa Gregorio VII... Come vedete, sono stato suggestionato più dagli eroi sconfitti che dai forti vincitori. Forse per il prevalere in me di quel romanticismo perenne, che vive in ciascuno di noi, che nessuna avanzata tecnologica potrà mai travolgere e del quale mai dovremo vergognarci. I BISOGNI DI UNA GENERAZIONE – La Sorgente n.41 –Agosto 1990 di Gerardo Ceres (L’occasione di lavoro resta un fatto episodico, saltuario, che determina disagio in un modello di società che, seppure per effetto della ricostruzione, sta conoscendo un alto livello di consumi e, quindi, di bisogni) Da sempre, in questo spazio, ci siamo preoccupati di mostrare fedelmente tutto ciò che nella sfera giovanile si muoveva, con tutte le contraddizioni, certo, con tutte le intuizioni e le aspettative maturate con la esperienza dell’emergenza post-sismica. Anche Caposele, oggi, non sfugge ad un quadro ancora non del tutto definibile, ma che tendenzialmente presenta, tra i giovani, sacche di insoddisfazione, di incertezza per un futuro ancora oscuro. Il lavoro, soprattutto. Oggi le sole occasioni sono date per lo più dal settore edile, settore di per sé instabile e che non garantisce continuità occupazionale. Qualche caso ancora sporadico lo si registra nell’occupazione delle aziende insediate ai sensi dell’art. 32 della legge 219. Ricordiamo, ancora, che molti nostri giovani amici hanno preferito collocarsi nel settore alberghiero in quel di Limone sul Garda, dove alcuni, oltre il lavoro, incontrano pure gli amori decisivi di una vita. Per il resto, l’occasione di lavoro resta un fatto episodico, saltuario, che determina disagio in un modello di società che, seppure per effetto della ricostruzione, sta conoscendo un alto livello di consumi e, quindi, di bisogni. Senza vo1990 LA SELETECA


Antologia Caposelese 36 ler inserire artificiosamente elementi allarmistici, pensiamo, solo per un istante, ad immaginare le contraddizioni che possono scoppiare una volta terminata la contingenza della ricostruzione. Ciò nonostante si è parlato di bisogni. Il bisogno di elevare per quantità e soprattutto per qualità il livello del vivere quotidiano. Non è una novità che in questa direzione l’iniziativa privata può dare risposte solo parziali: può essere il bar attrezzatissimo, la discoteca, il cinema e quant’altro di simile. Più ardua si presenta l’iniziativa pubblica. In genere non tutti gli amministratori pubblici sono convinti della bontà di tali scelte da ritenere ormai prioritarie. È un problema di scelte, di indirizzi e di capacità programmatiche ed organizzative. Non si può più pensare al tempo libero, allo sport e alla cultura come momenti episodici; bisogna assumere scelte organiche ed articolate. È passato più di un decennio da quando le giunte di sinistra delle grandi città tentarono quegli esperimenti che poi divennero modelli che fecero scuola: “L’Estate Romana” a Roma, “I parchi alla città” a Torino e così via. In dieci anni molto è cambiato in Italia, ma quei modelli sono ancora oggi di grande attualità. Ora, per venire a Caposele, l’amministrazione uscita vincente dalle ultime elezioni nel suo programma ha posto grande attenzione al tempo libero e alla cultura. Si legge in un passaggio della carta programmatica che: “l’azione amministrativa sarà orientata in interventi diretti (campo sportivo, area polivalente attrezzata, centro giovanile Nicola Santorelli), ed indiretti”. Con gli interventi indiretti si “intende favorire lo sviluppo dell’associazionismo giovanile, la nascita di clubs cui devolvere finanziamenti per attività di pubblico interesse”. Su questo ci sarà la scommessa vera, quella del coinvolgimento e dell’aggregazione; su questo si compirà anche la prima verifica degli impegni programmatici. Sono stati sottolineati, finora, questi aspetti, perché a Caposele da tempo stanno emergendo forti potenzialità aggregative: non sono più un caso la formazione di clubs e di bands che rispondono alle necessità ed ai bisogni innanzi dette. Allora l’apertura di spazi di credibilità ai Warriors, ai Vartix, ai Mandela, al Tennis Club, ad ErreciClub, può significare una crescita complessiva del vivere civile a Caposele; significa assicurarsi competenze e coinvolgimenti sociali per la futura città e per la sua futura classe dirigente. “Insomma - come si rileva ancora dal programma della giunta comunale - un impegno per la politica del domani”. Da parte nostra, per ora, “Buon lavoro”. Che presunzione ad ErreciClub! Devono essersi proprio montati la testa! Vogliono fare radio, per la verità anche con intuizioni discrete e poco comuni, ma che vogliano sostituirsi ad operatori turistici ci pare un po’ esagerato. Pensate: hanno organizzato una gita di tre giorni a Taormina, caricando sul pulmann di Vitale (alias Ze’ Peppa), 57 persone tra pensionati, coppie feliGERARDO CERES LA SELETECA


37 Antologia Caposelese cemente sposate, alcune tristemente non sposate ed una ventina di giovani di entrambi i sessi. Costoro ci raccontano ora della visita ai crateri dell’Etna dove addirittura due temerarie signore hanno avuto l’ardire, noncuranti del divieto delle guide, di allontanarsi all’interno della Valle del Filosofo, dove si trova, tanto per intenderci, il cratere ritenuto più attivo di tutto il vulcano. Altro che il caffé di Napoli! Sull’Etna, al rifugio posto ai 2900 metri, si può assaggiare il migliore caffè d’Italia. Sempre che l’informazione risponda al vero. Strana la luce negli occhi di Peppino quando ci dice delle antichità greche di Taormina; lui che aveva conosciuto sempre e solo quelle di Paestum, tuttalpiù, quelle di Pompei. O quando narra dell’ottima, irripetibile, zuppa di pesce appena pescato, da Giovanni sulla spiaggia di Mazzarò. L’attenzione passa al racconto dei ragazzi cotti dal sole siciliano, i quali, pare, si siano resi protagonisti, sulla spiaggia di una Taormina notturna e presenzialista, di una serie di balli folk come tarantelle e quadriglie comandate, accompagnati non da strumenti musicali ma unicamente dai vocalizzi di Antonello (D’Orazio). Ma che caldo a voler compiere tali gesta! Quanta fatica! Ma tant’è. Si sussurra di un nuovo progetto per un altro viaggio, questa volta per Venezia e Padova. Una raccomandazione agli amici di ErreciClub ci permettiamo di farla: non perdete stimoli nel fare, nel migliorare la radio. Lo sapete meglio di altri: il fare una buona radio è come fare un lungo, affascinante viaggio. Arrivederci al ritorno da Venezia. LA RIVOLTA DELLE ACQUE di Pasquale Cozzarelli – La Sorgente n.42 - Dic. 1990 L’avvenimento che qui intendo riportare alla luce accadde a Caposele una mattina dell’aprile del 1939. In pieno regime fascista vi fu il tentativo da parte dell’Autorità Governativa, d’intesa con l’Acquedotto Pugliese, di aumentare la portata delle acque in Puglia di circa 200 litri al secondo. L’acquisizione doveva avvenire tramite una vendita delle acque, richiesta dal regime fascista, da parte del Comune di Caposele, all’epoca guidato dal podestà Giuseppe Di Masi, all’Acquedotto Pugliese che avrebbe dato, in cambio, la somma di 1 milione di lire al Comune e di lire 300.000 ai privati per risarcirli di eventuali danni. Tutto ciò, ovviamente, a scapito della popolazione di Caposele a cui veniva a mancare una importante fonte di sostentamento, soprattutto per ciò che atteneva al funzionamento dei mulini, allora fiorenti. L’episodio, inoltre, va inquadrato nello strisciante antifascismo di cui era perLA SELETECA


Antologia Caposelese 38 meato lo spirito libero di colui che si può, senza ombra di dubbio, ritenere il vero capo di. quella rivolta: Don Pasquale Ilaria. Figura mitica e stravagante nel panorama dei caposelesi celebri; geometra, capitano e poi generale in congedo del Corpo del Genio, unico antifascista dichiarato a Caposele in quel periodo, aveva subito già nel passato diverse “attenzioni” da parte della dittatura imperante. Ciononostante quella mattina, insieme ad altri personaggi significativi di Caposele, quali Don Camillo Benincasa, insigne maestro elementare ed educatore di molte generazioni del nostro Paese, Donna Ersilia Sturchio, moglie del Don Camillo, Antonio Farina ed una moltitudine di caposelesi, non si preoccupò di capeggiare una vera e propria sommossa popolare, al grido di “Non si vende, non si vende” contro quella decisione apparsa antipopolare e provocatoria. In “mezzo al piano”, o per meglio dire in Piazza Plebiscito, poi Piazza Di Masi, vi furono tafferugli e scontri con i Carabinieri. Il Prefetto dell’epoca, il Dottor Tamburrini, accorso a Caposele urgentemente, venne salvato dalle forze dell’ordine e portato nella sede comunale sita in Via Ernesto Caprio. In particolare pare fossero le donne di Caposele ad essere le più attive e pericolose, così come oggi del resto. A tal proposito è emblematico l’episodio che vide protagonista Concetta Farina, la battagliera Titina, che si azzuffò con il Brigadiere dei Carabinieri di Caposele, tal Pappacena, procurandogli contusioni e ferite che lo costrinsero a stare a letto per circa una settimana. Quella sorta di rivolta, della quale diede notizia persino la celebre Radio Londra, si risolse in uno smacco per il regime che così non potè acquisire, bonariamente, le acque di cui aveva bisogno. Successivamente, però, poco dopo lo scoppio della guerra, dette acque furono prese dallo stesso regime per scopi bellici. I capi della rivolta ed i più facinorosi furono duramente puniti dalle Autorità. Don Pasquale Ilaria, infatti, fu arrestato una settimana dopo a Materdomini e confinato alle Isole Tremiti, dove restò fino alla fine della guerra; Don Camillo Benincasa fu trasferito con l’insegnamento a Montefalcione; Antonio Farina restò in carcere per cinque giorni ad Avellino e gli altri protagonisti furono diffidati dalla Polizia. La sommossa popolare di Caposele fu una delle rare manifestazioni antigovernative che vi furono in quegli anni bui; l’unica addirittura in tutto il Meridione d’Italia. Questo avvenimento, dimenticato o sconosciuto dai più, rappresenta una delle pagine più belle della storia del nostro Paese e, anche per questo, ho pensato di riproporlo. Avrei voluto essere più preciso e più ricco di aneddoti e di riferimenti, ma il fascicolo giudiziario che riguardava tale avvenimento è andato perduto nella distruzione del vecchio Tribunale di S. Angelo dei Lombardi, dove era custodito, a causa del sisma del 23 novembre 1980. PASQUALE COZZARELLI LA SELETECA


39 Antologia Caposelese DIECI ANNI DOPO... Editoriale Dicembre 1991- La Sorgente n.44 Nicola Conforti La critica cattiva e maligna che la stampa del nord riservò alla ricostruzione irpina, ci amareggiò profondamente. Si parlò di sprechi, di brogli e di altre ingiuste e poco veritiere falsificazioni. Le polemiche furiose e selvagge che la stampa nazionale ha riservato, in questi ultimi mesi, ai nostri martoriati paesi, hanno reso il ricordo di quel lontano 23 novembre oltre che triste anche amaro. In un baleno sono tornati alla mente i ricordi dei primi giorni: i soccorsi, le gare di solidarietà, gli aiuti morali e materiali, l’emozione profonda di tutto il Paese per l’immane tragedia che aveva provocato distruzione, disperazione e morte. In quei giorni abbiamo scoperto un’Italia pulita, un’Italia che non si arrende davanti alle catastrofi e che sa esprimere un profondo senso unitario all’appuntamento col “dolore”. Oggi, a distanza di dieci anni, quei “donatori” sembra si siano pentiti di avere donato: di quella solidarietà rimane un’eco sommessa, un pallido ricordo, un fatto emotivo e niente altro. Dilaga lo scandalismo, si fa strada il tentativo di criminalizzare tutto e tutti e di fare di ogni erba un fascio. Rimane, indistruttibile, la grande forza morale di un Popolo che ha profondamente sofferto e che intende, malgrado le campagne false e denigratorie, portare “con forza” a compimento la grande opera di ricostruzione. E, siamo certi, ci riuscirà in pieno. 1991 EDITORIALE LA SELETECA


Antologia Caposelese 40 MESTIERI E ATTIVITÀ PRODUTTIVE NELLA TRADIZIONE DI CAPOSELE La Sorgente n. 44 – dicembre 1991 di Pietro Ceres In genere l’esecuzione del lavoro decorativo seguiva il disegno dell’architetto, ma spesso il decoratore svolgeva la sua opera sulla base di schizzi fatti da sé ed ispirandosi ad un proprio stile. Essendo un’arte, quella del decoratore in stucco richiedeva un’adeguata inclinazione anche nel disegno, non disgiunta da una buona dose di versatilità. Ci si accinge, in tal sede, ad iniziare una breve indagine su attività e su mestieri caratteristici di Caposele, in ispecie quelli che un tempo erano fiorenti e di cui oggi, per trasformazioni socio-economiche che ben si prestano ad uno studio sociologico, rimane poco o nulla. Le digressioni che seguiranno nel corso di tale indagine sono lungi dalla pretesa di essere compiute ed esaurienti e tali non sono se non un modesto tentativo di introspezione di un aspetto della nostra realtà caposelese, facendo anche qualche passo addietro nel tempo, senza nutrire altro scopo che quello di sbirciare un pochino nella nostra tradizione locale. Per la stesura di questo articolo sono stati intervistati Angelo ed Amerigo Conforti, ai quali vanno i più cordiali ringraziamenti. LO STUCCATORE DECORATORE Attività intimamente legata all’arte figurativa fu a Caposele quella del decoratore in stucco. La decorazione riguarda tutto quello che in una costruzione completa la sua struttura essenziale, sia all’esterno che all’interno di essa, arricchendola e adornandola; nondimeno il suo ruolo talora si è spinto al di là del suo mero valore esornativo, compenetrandosi profondamente con l’architettura, cui la decorazione è sempre stata legata da un vincolo di interdipendenza tanto da seguirne gli stili ed il gusto. Nell’architettura moderna criteri di razionalità e di organicità e l’uso del cemento e di altri materiali, hanno finito per far perdere alla decorazione tradizionale la sua importanza, essendo essa sovrapposta ed estranea alla struttura: piuttosto la decorazione odierna si risolve, ove richiesta, tanto nel risalto delle lìnee architettoniche funzionali quanto nell’evidenziazione o nel contrasto dei materiali costitutivi dell’edificio. Ma dal periodo classico dell’architettura fino al nostro secolo, la decorazione è sempre stata decisiva nell’esito estetico finale. A Caposele, e nei dintorni, fino a prima della II guerra mondiale fu prassi usuale l’intervento del decoratore sia come epilogo esornativo alla costruzione sia come momento di rinnovamento esteriore per quanto riguarda la facciata e/o l’androne di una casa. S’intende che la richiesta di tali lavori ornamenta1991 LA SELETECA


41 Antologia Caposelese li proveniva dal ceto benestante: in ogni tempo i più facoltosi hanno risposto all’impulso di far trasparire la propria nobiltà, o forza, o ricchezza che fossero, dal decoro dei propri palazzi; e se da un lato non nuoce ricordare che fino a poco tempo fa la considerazione degli uomini non era affidata prevalentemente alla stima delle qualità individuali ma al presunto onore della stirpe, da un altro lato si può notare che nell’ipotesi in cui nel mondo i più forti o nobili o ricchi non avessero fatto a gara nel tentativo di materializzare il proprio vanto nello splendore dei propri possedimenti, l’arte non avrebbe mai raggiunto forme eccelse di espressione. Ma questa è una parentesi che non riguarda tanto, e solo per qualche sfumatura, le nostre zone interne. Chi scrive non è in grado di affermare nulla di sicuro sull’antichità più remota dell’attività di stuccatore decoratore a Caposele, dove, per certo si sa, nel 1849 venne Michele Conforti da Calvanico, un paese che si pensa avesse una tradizione consolidata di stuccatori decoratori, per contribuire a dei lavori edilizi riguardanti la vecchia Chiesa della Sanità (allora vicina al campanile) ed inoltre per procedere alla sua decorazione. Trattasi, dunque, di un’attività importata dall’esterno, almeno relativamente al secolo scorso, attività che venne continuata dai figli e dai nipoti di Michele. Quella del decoratore in stucco può essere considerata una vera e propria arte, che richiedeva l’osservanza dei canoni fondamentali dell’architettura: l’intervistato Angelo Conforti mi dice che suo nonno Michele aveva come manuale di riferimento un testo stampato nella prima metà del secolo scorso, una delle tante edizioni successive dell’opera teorica intitolata “Regola delli cinque ordini di architettura” di Jacopo Barozzi da Vignola, architetto italiano vissuto fra il 1507 ed il 1573, il quale studiò e misurò i monumenti dell’antichità classica, deducendone regole e fondamenti intorno agli ordini di architettura: Dorico, Ionico, Corinzio, ai quali i romani aggiunsero il Composito ed il Tuscanico (derivazione del Dorico in Etruria). Le conoscenze degli ordini di architettura erano necessarie nel campo della decorazione per la già riferita interazione fra le due discipline. Del resto la necessità di tali conoscenze si giustifica qualora si pensi ad un elemento di decorazione come la parasta, in forma di pilastro a leggero aggetto, addossata ad una parete liscia e avente la funzione di rompere la monotonia di una superficie muraria estesa: potendo essere ornata Dunque in un’area anche abbastanza vasta, in relazione alla lentezza dei mezzi di trasporto di un tempo, non c’era concorrenza: il mestiere era raro e solo qualche muratore eclettico avrebbe potuto tentare abbozzi decorativi senza peraltro sortire risultati apprezzabili, non essendo avvezzo ad un esercizio regolare di tale attività né disponendo delle conoscenze artistiche necessarie. Mi si riferisce che in un’epoca grossomodo coincidente con la fine del secolo scorso e l’inizio di questo secolo, il guadagno giornaliero di un decoratore era di 30 lire contro le 5 o 6 di un muratore. PIETRO CERES LA SELETECA


Antologia Caposelese 42 In genere l’esecuzione del lavoro decorativo seguiva il disegno dell’architetto, ma spesso il decoratore svolgeva la sua opera sulla base di schizzi fatti da sé ed ispirandosi ad un proprio stile. Essendo un’arte, quella del decoratore in stucco richiedeva un’adeguata inclinazione anche nel disegno, non disgiunta da una buona dose di versatilità. A proposito di versatilità, l’intervistato Angelo Conforti mi fa notare che la sua famiglia, a partire da suo nonno Michele, attraverso suo padre Nicola e suo zio Pasquale, fino ai suoi fratelli, era specializzata anche nella costruzione di volte a mattoni, come quella costruita nella Chiesa Madre di Montemarano (da loro decorata nelle trabeazioni e nei capitelli corinzi) che richiese l’impiego di 20.000 mattoni, venendo poi decorata e provvista di cornici e di cassettoni, volte che venivano costruite senza la preparazione preliminare - da altri praticata - di un sostegno ligneo fungente da guida. L’attività dello stuccatore decoratore non era diffusa nei dintorni, quindi nella zona veniva considerata caratteristica di Caposele. Questo può dare un’idea della stima dell’attività di decoratore e di quanto essa rendeva rispetto ad altre più diffuse e comuni. Lo stucco usato era un impasto di “calce grassello” e sabbia bianca che una volta asciugato diventava durissimo. Gli attrezzi del mestiere erano pochi: lo stuccatore decoratore usava molto le mani nell’opera di modellamento. Infatti se da una parte il decoratore lineare era specializzato nelle cornici, dall’altra il più eclettico si cimentava anche nel dare forma agli ornati: facce d’angelo, corone, spade e simili che spesso ricorrevano nell’ornamento delle superfici interne ed esterne degli edifici destinati al culto religioso. Ben si comprende l’abilità richiesta a chi si dedicava a tale professione, che se esigeva estro e raffinatezza manuale, comportava altresì il rispetto delle proporzioni e l’applicazione di certi rapporti matematici che il decoratore trovava in una guida teorica come quella di Jacopo Barozzi da Vignola, dove, tra l’altro, era illustrato preliminarmente alla trattazione specifica anche un compendio di regole di geometria. Considerando i limiti dell’istruzione obbligatoria specialmente a Caposele e dintorni in un’epoca come quella che va dalla fine del secolo scorso al primo ventennio di questo secolo, non è difficile immaginare quale predisposizione personale fosse necessaria per colmare le lacune dell’istruzione a chi nel proprio mestiere avesse a che fare anche con la geometria elementare. Comunque, circa gli attrezzi del mestiere, il decoratore usava il martello, la cazzuola, lo squadro, la livella ed una spatola particolare composta da un rigonfiamento nel centro atto ad impugnarla, da uno scalpellino ad un lato e da una lamina all’altro la quale era lo strumento per dare forma ad oggetti come le foglioline di acanto che sono parte dei motivi ornamentali del capitello. Angelo Conforti mi racconta che l’equipe familiare costituita dal padre e dai fratelli eseguiva per lo più lavori ispirati allo stile classico, ma anche al barocco. Essi erano specializzati nelle riproduzioni: in una chiesa, per esempio, c’erano migliaia di pezzi da comporre e allora usavano degli stampi. Questi ultimi PIETRO CERES LA SELETECA


43 Antologia Caposelese li realizzavano in argilla, ma più tardi, per non eseguire questa operazione ogni volta, presero a prepararli definitivamente a mo’ di tasselli con materiali rigidi, in modo che la ripetizione innumerevole degli stessi motivi ornamentali, per lo più sui fregi delle trabeazioni, comportasse meno fatica. Senza alcuna velleità celebrativa o di esaltazione, bensì per scrupolo di cronaca nostrana e con l’intento di porgere degli esempi concreti di decorazione in stucco, non tanto alle nuove generazioni che per ovvi motivi non possono ricordare, quanto ai caposelesi più anziani che forse in parte ne conservano memoria, vogliamo ora citare i lavori che a Caposele tennero i Conforti, i soli che nel nostro paese si dedicarono dal secolo scorso all’attività di stuccatore decoratore: — Partecipazione di Michele Conforti ai lavori edilizi del 1849 della vecchia Chiesa della Sanità e decorazione di questa ad opera dello stesso; — Chiesa della Sanità ricostruita più a valle (quella attuale): decorazioni interne ed esterne ad opera di Nicola e Pasquale Conforti; — Palazzo del giudice Pallante: decorazione esterna ad opera degli stessi; — Palazzo Bozio in Piazza F. Tedesco (poi divenuto palazzo Ilaria): decorazione della facciata con cornicioni, mensole ed altri elementi; — Palazzo Bozio in Via Imbria-ni: cornicione con medaglioni rifatto poi nel 1929 ad opera di Nicola e Pasquale Conforti; — Palazzo Cozzarelli: facciata semplice; — Antica casa degli Ilaria in Via Pianello: decorazione con cornicioni su dei colonnati interni; — Qualche decorazione sulla facciata di casa Merola in Corso Garibaldi; — Decorazione della Cappella dei Miracoli a Materdomini ad opera di Nicola Conforti; — Realizzazione di due archi presso il Campanile della Basilica di Materdomini ad opera di Salvatore Conforti. Un cenno a parte merita la Chiesa Madre di S. Lorenzo a Caposele: nel 1855 fu ampliata con la costruzione di due navate laterali e di una volta a crociera ad opera di Michele Conforti. In epoca antecedente essa era un convento antoniano, di cui un residuo si può notare ancora oggi sulla sinistra. Per la costruzione della navata destra fu necessaria la demolizione di un’ala del palazzo Sepa. Nicola e Pasquale Conforti nel 1917, sotto l’Arciprete Ilaria, iniziarono i lavori interni prolungatisi fino al 1924; nel 1929, sotto l’Arciprete Malanga, Nicola Conforti e figli attesero alla decorazione della facciata dove fino a prima del sisma del 1980 si poteva apprezzare un cornicione fregiato con capitelli di ordine composito. Molti altri lavori, di cui omettiamo l’enunciazione, furono realizzati dagli stuccatori decoratori Conforti in diverse località dell’Irpinia e della Valle del Sele ed anche ben più lontano. PIETRO CERES LA SELETECA


Antologia Caposelese 44 EDITORIALE –La Sorgente n.50 -dicembre 1993 Nicola Conforti Una celebrazione nel ricordo di tanti amici e collaboratori scomparsi nel corso di 20 anni di amicizia e di lavoro insieme. Oggi celebriamo l’uscita del numero 50 de La Sorgente. Lo facciamo senza trionfalismi e con una punta di malinconia e di amarezza: tanti compagni di cordata sono scomparsi lungo il percorso di questo incredibile, meraviglioso viaggio che dura da oltre venti anni. Francesco Caprio, Amerigo del Tufo, Vincenzo Malanga, Don Alfonso Farina, Fernando Cozzarelli: amici che ci hanno dato forza, coraggio e prestigio. Da loro abbiamo raccolto l’esempio a perseverare, l’incitamento a non demordere, la spinta a non dimenticare le radici umane e sociali del nostro Paese. Dai loro insegnamenti abbiamo tratto la capacità di saper rinascere dopo ogni crisi, la forza di saper sopravvivere alla scomparsa di tanti collaboratori, la volontà di saper continuare anche quando, tristemente, i giovani lasciano o se ne vanno. Con loro abbiamo assunto l’impegno morale di resistere: quell’impegno diventa oggi sfida, che si carica di nuovi valori e di altre energie. Gli obiettivi di oggi restano quelli di allora: stimolare il confronto democratico delle idee, informare, ricercare nel nostro ambiente per scoprirne le radici storiche, valorizzare le potenzialità locali, considerare “La Sorgente” come testimonianza dei tempi che stiamo vivendo. Crediamo di non aver deluso le aspettative di chi ha creduto nel nostro lavoro, al di là di qualche critica, profondamente ingiusta, di faziosità o di appartenenza partitica. Resta l’amarezza per il velenoso clima di odio e di tensione che pervade da qualche tempo il nostro Paese. C’è chi punta alla discordia ed alla disgregazione. E’ proprio vero che “quando l’ombra dei pigmei si allunga, siamo al tramonto”. Ma verrà presto il nuovo giorno e quindi la chiarezza, il ridimensionamento dei valori, dei ruoli e delle responsabilità. Non ci saranno risentimenti e vendette ma solo disprezzo o, forse, solo indifferenza. Dai segnali che si avvertono a distanza ed anche dai messaggi che emergono dalle pagine di questo numero speciale, sono già evidenti i segni del cambiamento, del ritorno alle battaglie democratiche ed al confronto civile. EDITORIALE 1993 LA SELETECA


45 Antologia Caposelese CAPOSELE: che fare?- Dicembre 1993 –La Sorgente n.50 di Antonio Corona –Sindaco I tanti problemi da risolvere non debbono e non possono essere ignorati od accantonati, come purtroppo sta avvenendo, ma neppure può bastare attaccare e dare l’assalto alla diligenza, senza tenere conto che la ruota della politica sta girando in Italia e che bisogna fare i conti con le mutate condizioni politiche e finanziarie nelle quali i Comuni sono chiamati a svolgere la loro attività. Caposele si trova al bivio e deve fare le sue scelte. Non occorre essere “oppositore di professione” per riconoscere ed affermare che le condizioni generali del nostro Comune si sono abbassate ad un livello mai prima toccato. Non mi farò tentare dalla voglia di fare od aggiornare l’elenco dei mali che affliggono Caposele, sia perché non potrei che ripetere cose in gran parte risapute sia perché la lista delle carenze e dei ritardi, di cui sono certo hanno coscienza anche gli amministratori, non è quello che mi interessa in questa sede; e tuttavia, non si può non riconoscere che, a distanza di tredici anni dal terremoto, centinaia e centinaia di Caposelesi vanno liberati da una emergenza durata oltre ogni previsione e che all’intera popolazione, ai giovani come gli anziani, va offerta una prospettiva di vita più confortevole e più sicura, alla quale hanno diritto. E ‘ da questa necessità che bisogna partire, invertendo la logica del “muro contro muro” e scoraggiando tanto lo spirito di arroccamento quanto il gusto della rivincita. Tredici anni di esperienze ed i risultati conseguiti, nel bene e nel male, consentono ad ognuno di fare un bilancio e sono certo che, al di là di ogni interpretazione partigiana o interessata, ogni persona in buona fede non può non concludere che, in definitiva, a pagare per tutti, e per gli errori che ciascuno può aver compiuto, è l’intero paese le cui notevoli e persistenti possibilità di ripresa e di sviluppo sono state molte volte sacrificate ad una polemica dettata più da motivi personalistici che da situazioni reali. Per queste ragioni ritengo che, oggi, la prima domanda da porsi sia “Che fare? “E mi spiego :i tanti problemi da risolvere non debbono e non possono essere ignorati od accantonati, come purtroppo sta avvenendo, ma neppure può bastare attaccare e dare l’assalto alla diligenza, senza tenere conto che la ruota della politica sta girando in Italia e che bisogna fare i conti con le mutate condizioni politiche e finanziarie nelle quali i Comuni sono chiamati a svolgere la loro attività. Il biblico periodo delle “vacche grasse” è finito, ormai, e non si può illudere la gente che tutto possa continuare come prima. 1993 LA SELETECA


Antologia Caposelese 46 E‘ da qui che bisogna partire e dalla necessità di mettere ordine in una situazione abbondantemente confusa. Non basta più chiedere per ottenere (a Caposele come a Napoli o a Roma) e neppure sarà più possibile confondere l’abuso con l’autonomia; se ciò è vero, non bisogna essere profeti per capire e prevedere che i tempi si faranno sempre più difficili per tutti e soprattutto per chi sarà chiamato ad amministrare: come rispondere alla richiesta dei giovani che vogliono avere l’occasione ed il luogo per vivere la loro giovinezza? E come dare soluzione ai bisogni di una vecchiaia la cui solitudine non può essere solo combattuta dalla onnipresente illusione televisiva? E come assicurare una scuola al passo dei tempi e delle crescenti esigenze delle nuove generazioni? E come riprendere e rilanciare un possibile e realistico turismo nel nostro Paese? Ed infine, ma senza voler chiudere il discorso, come impostare e riproporre una ipotesi di sviluppo ordinato ed equilibrato di Caposele, nel quale l’aspirazione legittima di ciascun cittadino al benessere, alla dignità, al lavoro sia rafforzata e guidata da un quadro di riferimento e da un insieme di regole senza le quali può trionfare solo la prepotenza, la furbizia o la soggezione? Di fronte all’incalzare dei problemi, come si potrà fare fronte agli stessi? E con quali priorità? E allora, ritorna la domanda iniziale: “Che fare”? La risposta che posso dare, in coscienza e senza condizionamenti, è una sola: basta con i giochi degli addetti ai lavori! Si scoprano le carte e si awii una nuova partita, che permetta di chiudere il capitolo doloroso del dopo-sisma e di proiettare Caposele verso il futuro. Pur tra mille difficoltà, in costante crescita ANTONIO CORONA Caposele, piazzino Imbriani grafico di Salvatore Conforti LA SELETECA


47 Antologia Caposelese EDITORIALE Dopo la tempesta – luglio 1994- La Sorgente n.52 Nicola Conforti Nell’immediato dopoterremoto imperversarono in Caposele cattiverie e gelosie di ogni genere. Due nostri amici amministratori furono ingiustamente fatti segno di infamanti accuse. Ma la verità arrivò in tempo e fece giustizia, evitando brutti guai ai due malcapitati. E’ tornato il sereno: Caposele si riprende, finalmente, da un incubo durato quasi due anni. Il tempo ha ridato il giusto valore alle cose ed il corretto significato agli avvenimenti. La brutta vicenda capitata ad Alfonso Merola ed a Gerardo Cirillo ci appare ora solo come un brutto sogno. Ci resta purtroppo lo sconcerto per quanto è accaduto, il risentimento per le persone che hanno ingiustamente tramato contro altre persone, la preoccupazione per il clima di odio che le stesse hanno creato nel nostro Paese, l’amarezza per la divisione profonda che le loro azioni malvagie hanno segnato nella nostra società civile. Ma con il sereno è tornata anche la consapevolezza che ci si può rialzare dalle brutte cadute e riprendere il cammino interrotto per recuperare i ritardi accumulati in due anni di crisi, di paura, di tensione, di sofferenza. “Il tempo è galantuomo, fa giustizia”: e galantuomini sono risultate le persone cui i Caposelesi avevano affidato la guida amministrativa del Paese e che “piccoli uomini” volevano infangare. Passata la tempesta bisogna riprendere il lavoro con lena, con coraggio e con determinazione: sono tante le iniziative interrotte, tanti i problemi irrisolti, tanti i programmi da condurre tenacemente a termine. Ora bisogna guardare avanti: le brutte vicende appartengono al passato ed al passato appartengono anche gli uomini che hanno seminato odio e divisione. Caposele ha bisogno dei suoi uomini migliori per riprendere il posto di prestigio che gli compete e per avanzare sulla strada del progresso e della pace sociale. 1994 EDITORIALE LA SELETECA


Antologia Caposelese 48 ITINERARI IRPINI – CAPOSELE – Dicembre 1994 La Sorgente n.53 di Emilia Bersabea Cirillo Ma è là, accoccolato sui sassi, il Sele, con le sue acque che ricordi argentate. Lo riconosci nel buio dal ritmo confuso. Il suono ha una voce così remota che il paese potrebbe perfino svegliarsi. Devi aspettare che diventi buio. Che le donne riportino le sedie in casa, che gli uomini raccolgano le carte dal tavolo del caffè, che taccia la televisione e ogni commento del giorno, che le parole si dissolvano nell’aria sempre più lievi, sempre più lontane. Devi avere pazienza. Restare seduto, magari sdraiato non lontano dal Campetto di calcio. Fa conto che è una notte d’agosto, una notte di festa e non vuoi dormire. Tu segui le stelle, i grilli lontani prendono il posto delle voci, ogni tanto un sussulto, uno scoppio di risa come un petardo nel cielo accompagna il tuo tempo. Pian piano la calma, il silenzio. Nell’aria muta c’è un solo suono che guida i tuoi passi. Schlap, schlap, il fiume, lo senti, finalmente, il fiume ritorna. Per il momento è solo una voce. Convalescente. Debolissima. Vorrebbe dire di più e rompere il vuoto. Ma è là, accoccolato sui sassi, il Sele, con le sue acque che ricordi argentate. Lo riconosci nel buio dal ritmo confuso. Il suono ha una voce così remota che il paese potrebbe perfino svegliarsi. Tutto tace e continua a dormire, perchè a dolore si aggiunge dolore e da poco ha smesso di tenere gli occhi per terra. Il paese ha case nuove, finestre nuove, forse anche una testa nuova. Il cuore sembra ormai a posto. Ma il sangue, cosa resta del sangue? Non ha più note, non ha più vigore il sangue, pensi, mentre il fiume riprende il suo posto nel flusso dei ricordi. Ci vorrebbero dita lievi come farfalline instancabili su un piano per rintracciare il sangue, per ritornare al cuore il fiume è lontano da noi. E’ vicino. Ci lambisce. Prende altre strade. Emigra. Come han fatto tanti. Ritorna, ma non è più lo stesso. Il fiume nasce nel paese, sotto la montagna.ma non appartiene più a se stesso. Scompare quasi subito, come il figlio delfino di un re capetingio condannato a portare la maschera di ferro. Del fiume resta ancora il ricordo del suo suono, quando scorreva sotto le case. Ma non si può ricordare in eterno e accarezzare le nostalgie come se fossero brandelli funebri. Il sangue è sottratto, deviato, incanalato in vasche di pietra Docile prende altre strade. In quelle case, sotto la montagna, invalicabili, il fiume perde il suo suono per sprofondare con vuoto boato. Il rumore copre le parole. La sorpresa e il fragore levano il respiro. “Il bello non è che l’orrendo al suo inizio”, pensi entrando nel camerone, dove l’acqua appena nata si raccoglie, furiosa, crean1994 LA SELETECA


49 Antologia Caposelese do mulinelli, saltando di forza lo stramazzo, ruggendo disperatamente contro la prigione che l’accompagna per un percorso scuro, infinito. Invano il fiume aspetterà colle sue piccole onde, col suo greto nudo, scoperto, l’acqua alla luce. Sono troppi gli anni che le cose vanno cosi. Caposele è diventato un nome paradossale. Capo del Sele inizio di cosa, pensi, se il fiume si intravvede appena e bastano pochi rumori del giorno per coprire la sua voce. Solo una musica può svegliarci. Un pifferaio che con le sue mani esperte suoni qualcosa che ci scuota dalla rassegnazione. Che come nella favola ci liberi dai topi invasori fino ad annegarli nel fiume. Solo un suono ci può aiutare, un suono di schlap, schlap, schlap. ma intenso; un finale con fuoco, un concerto barocco ondeggiante, che abbia fragore di spuma e di rabbia, di forza d’acqua che lavi le pietre, un suono che prenda in una mano cuore e sangue, che ricomponga i nostri desideri, un suono che riporti altre estati, e la pesca alle trote, e i giochi nell’acqua. E’ l’alba. Inutilmente cerchi di risentire quel suono che ti ha fatto compagnia, durante la notte un riflesso d’argento ti acceca. Speri che il fiume stia tornando a casa. Ma è solo la luce del mattino che muove le foglie. Presentazione del libro: CAPOSELE, UNA CITTA’ DI SORGENTE – di Nicola Conforti e Alfonso Merola – La Sorgente n. 53- dic. 94 Padre Ciro Vitiello Sono convinto che la presentazione di un libro spetti all’autore. Nel caso specifico: nessuno, meglio di Nicola Conforti e Alfonso Merola, potrebbe presentare “CAPOSELE, una città di sorgente”. Il volume vibra del profumo della loro terra, risente di tradizioni e di storia locale, esprime entusiasmo per un bene che si possiede e di cui si fruisce, apre ad una speranza concreta e orizzonti futuri. Queste prerogative, riverberano nelle luci di questo volume a tutto immagini. LINGUAGGIO DELLE IMMAGINI Il linguaggio delle immagini è antico quanto il creato. L’uomo ha imparato a conoscere osservando quello che lo circondava. E cosi ha dato nome ad ogni essere vivente. EMILIA BERSABEA CIRILLO LA SELETECA


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