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Antologia Caposelese di Nicola Conforti.
Viaggio de La Sorgente verso lidi che ci parlano della vita del paese,
ricchi di fascino e di suggestione

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Published by Seleteca Caposele, 2024-01-05 06:02:47

Antologia Caposelese (2020)

Antologia Caposelese di Nicola Conforti.
Viaggio de La Sorgente verso lidi che ci parlano della vita del paese,
ricchi di fascino e di suggestione

Keywords: Caposele,La sorgente,Nicola Conforti

Antologia Caposelese 50 In tempi più recenti il linguaggio delle immagini ha assunto dimensioni ed espressione di grande arte. Gli artisti, dotati di virtù espressive straordinarie, hanno tradotto in immagini pensieri e fatti altrimenti incomunicabili. In campo religioso le espressioni figurative venivano chiamate: “Bibbia dei poveri”. In un’epoca in cui l’analfabetismo imperava, artisti come Cimabue, Giotto, Lorenzetti, Simone Martini..., hanno offerto in immagini la lettura degli episodi della Bibbia o della vita dei santi e anche della storia civile. Certamente l’immagine non si sostituisce alla cultura, piuttosto ne costituisce un settore, e ai nostri giorni, un settore incidente ed efficace, si parla infatti di “cultura dell’immagine”. Parlare di “linguaggio dell’immagine”, sottolineando il fatto del “dire”, l’atto del comunicare, significa assumersi in ogni caso la responsabilità di ciò che si dice o si ha da dire, della sua capacità comunicativa, della sua significatività e della sua verità referenziale, come in ogni altro contesto umano. In questa prospettiva si può dire che il linguaggio delle immagini, come atto, come fatto linguistico è sottomesso a precise regola, come ogni altro fatto di lingua di cui si occupano le scienze umane. D’altro lato, però, il “linguaggio” in quanto espresso “in immagini”, ha un suo preciso orientamento, gravitando intorno ad una sua specifica costellazione, che è di carattere storico-sperimentale. Sul versante di questi due movimenti, l’uno fondamentalmente culturale e l’altro pratico, si è compiuto un lungo cammino: da una parte, la linguistica, la semantica, la filosofia del linguaggio hanno raggiunto uno sviluppo tale da imporsi all’attenzione di tutta la cultura contemporanea, dall’altra, la storia e la sperimentazione sembrano trovare una direzione più unitaria e raggiunge una maggiore maturità che permette e sollecita un dialogo più vero. I contributi offerti dal volume di Conforti e Merola respirano fondamentalmente questo clima di maggiore maturità e di inizio di assestamento, anche se naturalmente la ricerca prosegue in tutta la sua ampiezza. II volume si ferma ai “tiempi belli ‘e na vota”, ci sono anche tempi meno belli, che occorre “fotografare”, per un servizio completo alla verità storica, e quelli di oggi, che non sono meno belli... “OR FU SI’ FATTA LA SEMBIANZA VOSTRA?” Comunque il volume offre un contributo straordinario alla comunità caposelese e irpina, anzi mi permetto di dire, nazionale. A usufruirne per primi siamo certamente noi. In ogni immagine è fissata una memoria, che non è semplice ricordo di un passato: personaggio, strada, casa... E’ qualcosa che rivive, che si fa storia, che si fa vita, vita nostra, qui e ora. Un passato senza il quale non esiste presente e non può esistere futuro. Ora, se la prima finalità è quella di gettare un ponte tra passato e futuro, CIRO VITIELLO LA SELETECA


51 Antologia Caposelese la seconda è quella che ripropone dall’interno il problema della mediazione storico-culturale, in cui la fotografia non è solo un fatto di passione o di tecnica, ma anche parola che deve farsi carne e tradurre le aspirazioni, le intenzioni, i sentimenti dell’uomo e della comunità. Queste linee fondamentali potrebbero però a loro volta apparire soltanto degli aspetti generici, se non trovassero nelle pagine di questo lavoro uno sforzo serio di precisazione e di concretizzazione, unitamente ad uno sforzo altrettanto generoso per evitare ogni tipo di retorica, puntando sull’essenziale. Ciò allo scopo di animare e di suscitare nei lettori, e nei giovani in particolare, la curiosità, ma meglio, l’anelito alle cose che furono, e farli esclamare, sorpresi e interessati, come Dante nel Paradiso: “Or fu sì fatta la sembianza vostra?” (Par. XXI, 108). Ma per facilitare la lettura di questa pubblicazione, frutto di appassionato ed intenso lavoro, bello nella veste tipografica, vorrei sfogliarlo velocemente. Gli autori, oltre a far parlare le immagini, con precisa ed intelligente scelta hanno selezionato testi di autorevoli scrittori, moderni e contemporanei, per allietarne la lettura e arricchirne il commento. Ciò ha reso l’opera più calda e poetica, trasportando il lettore in un mondo di sogni, che non falsano, ma tingono la realtà di colori diversi e la rendono perciò stesso più accessibile. Dicevamo: più poetica... Se il “far poesia” significa comunicare, esprimere, provocare, giocare, ricercare... secondo i casi e i bisogni, tutto questo ha un preciso riscontro nel testo che presentiamo. La gente, le persone, le donne sull’uscio di casa, gli uomini al lavoro, i bambini... e poi, le strade, le case, le chiese, i campanili... la terra, la vegetazione, l’acqua, la luce... costituiscono le coordinate di una fenomenologia della percezione e dell’espressione, che vengono ripensate attentamente e vengono riproposte come provocazione non soltanto per una cultura dell’ambiente, ma anche per una nuova possibilità etica e morale. In tutto questo riesco a cogliere la finalità dell’opera e l’intento degli Autori. “UNA CITTA’ DI SORGENTE” Ed è questo l’aspetto che maggiormente mi sembra vada sottolineato. La cultura italiana, da oltre duemila anni, è cultura romana, e da circa duemila anni, è cultura cristiana. Anche se non si fa riferimento ad essa direttamente, se ne respira l’aria che alimenta il sangue e diventa vita. “...Gli antichi di Caposele ebbero a cuore la Cattolica Religione, talché, in questo Comune, fu pur degna di nota quell’unione, che in antico era sì salda nei Comuni Italiani delle patrie libertà con la Religione; Già il libro degli Statuti, e delle Immunità prende gli auspici dalla SS. Triade, come ho detto. Ma è ancora da notarsi, che Ercole Rangone, Arcivescovo di Gonza, scelse Caposele. CIRO VITIELLO LA SELETECA


Antologia Caposelese 52 AMMUINA R’ QUATRARI – dicembre 1996 – La Sorgente n. 58 di Antonio Sena Le trame dei nostri giochi si articolavano su versioni localistiche che in alcuni casi possono essere riconducibili all’acchiappino, al nascondino, alla cavallina, altri, invece, ad arcane rappresentazioni di avvenimenti cosmici da attualizzare o di un ordine naturale da celebrare. Prima che l’Hi-Tech trasferisse gli svaghi dei fanciulli dalle strade e dalle piazze dei nostri paesi alle multisale zeppe di videogames sempre più accattivanti ed imponenti, come “pazziavano” i Caposelesi? a che cosa si “pazziava”? dove si “pazziava”? Non sono queste domande inutili, se è vero che il gioco può essere più antico della cultura, se è vero che il suo dominio si estende dallo stato ricreativo puro e semplice alle rappresentazioni sceniche e liturgiche, se è vero che se ne ritrovano fertili innesti in certi comportamenti individuali e sociali; non sono domande inutili, se è vero che ogni lingua o dialetto, nel distribuire l’espressione di tale attività in molte parole diverse, ne ha dilatato o ristretto i margini di significato, se è vero che la radice di “pazziare” oscilla tra 1 ‘ uscir di senno e lo svago della mente, proprio della Magna Grecia, legato all’età fanciullesca (paizein); non sono domande inutili, se è vero che il gioco si isola dalla vita quotidiana, ma nello stesso tempo, traendone regole e forme di comunicazione, si fissa subito come parte integrante del “genius loci”, se è vero che si svolge entro certi limiti di tempo e di spazio e ne resta indissolubilmente legato, se è vero che, giocato una volta permane nel ricordo come una creazione o un tesoro dello spirito, se è vero che esso è tramandato e può essere ripetuto in ogni momento. Allora, tralasciando i giochi che si svolgono con l’ausilio di strumenti quali la palla o le carte, come “pazziavano” i Caposelesi da fanciulli, diciamo fino a vent’anni fa? Sicuramente molto similmente a tanti loro coetanei sparsi nelle aree geografiche più diversificate dell’Italia centro meridionale e, perchè no, anche settentrionale e oltre. Infatti, le trame dei nostri giochi si articolavano su versioni localistiche che in alcuni casi possono essere riconducibili all’acchiappino, al nascondino, alla cavallina, altri, invece, ad arcane rappresentazioni di avvenimenti cosmici da attualizzare o di un ordine naturale da celebrare. E’ ormai un’ardua impresa far riaffiorare dalla coltre dell’oblio quelle autentiche rappresentazioni con lo stesso ordine, tensione, movimento, solennità, fervore. Innanzitutto era creato una sorta di linguaggio specialistico per indicare luoghi, situazioni, convenzioni, unità di misura: lu singu (sito segnato come luogo 1996 LA SELETECA


53 Antologia Caposelese da custodire o da conquistare),parare (stare sotto passivamente), francu tuttu (evocazione che rendeva liberi ed esenti da qualsiasi imposizione), parmu (misura dal pollice all’indice), z’tacchiu (misura dal pollice al mignolo), mazza (misura da un’estremità all’altra del bastone con cui si batteva), migliaru (pari a ventuno mazze), scacatu (imperfetto, ma anche annullato, ridotto senza alcun bene), a ciammiellu (perfetta aderenza e corrispondenza), z’llia (pretesto litigioso), terza z’Ma (limite massimo per non essere considerato un guastafeste), tuoccu (conta con le dita delle mani), sc‘rzià (eludere l’avversario, senza fermare la corsa, con una finta o con un repentino cambio di direzione). Poi, ad ispirare particolari forme ludiche (individuali o a squadre, di giorno o di notte, d’estate o d’inverno), c’erano i siti urbani, larghi o stretti, aperti o chiusi, con anfratti o sottopassi, con strett’la’ o chiazziunu, sempre e comunque sgombri da automobili; poi c’erano, ancora, i portoni e le soglie di pietra liscia, i piani inclinati e la variabilità dei percorsi; poi c’era soprattutto una certa densità di popolazione in ogni quartiere ed una vasta reperibilità di coetanei. In tal modo non mancava proprio niente era pronto per iniziare a “pazziare”. Trendunusalvattutti : uno parava e contava fino a trentuno, nel frattempo gli altri si nascondevano all’interno di uno spazio predefinito e cercavano, senza farsi scorgere, di conquistare lu singu, che veniva difeso da chi parava; la variante a squadre di questo gioco, si chiamava guerra a tri tri. Vieni: chi parava, cercava di acchiappare gli altri che si potevano muovere solo in uno spazio predefinito. Il rincorrersi poteva anche svolgersi su delle linee, che erano dei percorsi obbligati (come la stella disegnata “miezzu a lu chianu”), oppure su quattro cantoni, oppure “a la cicata” (ad occhi bendati), oppure per colori che si portavano addosso. La variante a squadre si chiamava mariuoli e carabbinieri ma aveva un ambito più vasto, a secondo del numero dei componenti delle squadre che permetteva, in tal modo, di fare una battuta di ricerca in piena regola per tutto il paese ed in genere in notturna. Unu ‘bonda a la luna: pantomimica filastrocca numerata (da uno a ventuno), evocatrice di cicli agro-lunari, dove uno parava in posizione cavallina con le mani sulle ginocchia, gli altri a turno saltavano a scavalcare poggiando le mani sulla schiena di chi parava e proponendo ad ogni numero una figura diversa; chi sbagliava andava sotto e si ricominciava. Ouatt’ quatt’ottu: gioco a squadre; la squadra che parava, in posizione cavallina, formava una catena con il primo elemento che giustapponeva la testa nel grembo della “mammana”, che aveva la funzione di arbitro e di ammortizzatore; l’altra squadra montava in groppa saltando, disponendosi in ammucchiata anche su un solo elemento della catena; chi parava non doveva “sconocchiare”, chi montava in groppa doveva rimanere immobile senza toccare il terreno fino al salto dell’ultimo elemento che doveva pronunciare quanto più ANTONIO SENA LA SELETECA


Antologia Caposelese 54 presto possibile, e senza sbagliare, quatt’ quatt’ottu, la palla nell’otto, gira ca sì, scar’ca no. La bella ‘nzalatina: altra variante del salto alla cavallina; tutti saltavano e tutti paravano in forma ciclica, senza apparente competizione, se non quella di eseguire con più classe, stile, prestanza e resistenza l’esercizio del salto che si svolgeva su un percorso lungo e qualche volta con un impervio saliscendi (“p’ la purtedda am-mondu”). C’erano giochi che richiedevano l’ausilio di alcuni rudimentali strumenti, non reperibili nei negozi; era richiesta, pertanto, un’abilità ed una maestria nel costruirli pari alla destrezza nel loro maneggio. La mazza e lu pezzuru: contesa, che avveniva preferibilmente in Piazza Sanità, a suon di mazzate sferrate su un pezzetto di legno appuntito alle due estremità, che servivano a farlo saltellare, appena toccato, sul “singo” prima di essere colpito a volo con energica veemenza. L’avversario si poneva dalla parte opposta e cercava di afferrare “lu pezzuru” e di rilanciarlo verso la mazza che, nel frattempo, era stata riposta sul “singu”. Vinceva chi riusciva ad aggiudicarsi cinque o dieci “migliari”, vale a dire l’ammontare di tutte le mazze che si contavano dal punto in cui cadeva il “pezzuru” rilanciato dall’avversario fino al “singu”; chiaramente chi riusciva a toccare la mazza nel rilancio del “pezzuru”, acquisiva il diritto alla battuta. In altre regioni tale contesa assunme (o assumeva) denominazione differenti: ciril in Toscana, ciangol nel Comasco, mangiugghia in Sicilia, mazza e pundolo nel Veneto, a la rella in Lombardia, a cebo e vegna nel Friuli, a mazzapicchio nel Lazio, tutte indirette conferme dell’antichità del gioco che era praticato anche dai Tartari e che presenta singolari attinenze con l’inglesissimo cricket e V americanissimo base-ball. A Caposele “la mazza e lu pezzuru” era molto popolare tanto che, come si racconta, durante la grande neve del ‘56 fino a che tutti i campi non furono sgomberi e praticabili, ogni giorno ed a tutte le ore Piazza della Sanità era affollata da tanta gente (anche di una certa età) che nel suo ozio forzato si divertiva accanitamente a sferrare “pezziri” e a contare “migliari”. Lu ruociulu: oggetto ruotante su sé stesso, consistente in una trottola di legno a forma conica molto schiacciata e levigata, terminante con una punta di ferro (“pun-tarulu”) intorno alla quale si avvolgeva dello spago (“la funa”), che velocemente ed abilmente tirato imprimeva un vorticoso moto rotatorio; se il lancio era perfetto, il “ruociulu” ruotava (“ruciuliava”) in equilibrata posizione verticale che gratificava molto il lanciatore-costruttore che, in casi di estrema abilità, riusciva a farselo passare sulla mano e a fargli eseguire addirittura “la fitta “ngimma a l’ogna”; c’era anche la sfida a spaccare il”ruociulu” dell ‘avversario con un colpo deciso del proprio strumento sulla testa di quello avversario mentre ruotava, saltellava e cambiava continuamente direzione. ANTONIO SENA LA SELETECA


55 Antologia Caposelese Lu carruociulu: un asse di legno disposto su cuscinetti a sfera (anticamente su ruote in legno); era un vero e proprio skateboard; qualcuno dovendolo adattare alle impervie discese di Caposele vi aveva anche installato un rudimentale sistema frenante ed un dispositivo per cambiare la direzione di marcia o di corsa. Lu squicchiarulu: autentica ed originale arma ad aria compressa caricata a ghiande (“cerz”’), costituita da un pezzo di legno di sambuco cilindrico che veniva liberato all’interno dal midollo, per la giustapposizione di uno stantuffo di legno più duro perfettamente adattato (“allazzatu”) alla cavità. Tra i giochi che si praticavano nella strada ce n’erano alcuni, per così dire, d’azzardo, nel senso che comportavano l’impiego di monetine (cinque o dieci lire, nichelle o quatt’ soldi) ma anche di bottoni o di “furmell”’. Tuzz’e muru: si trattava di scagliare (possibilmente di taglio) contro il muro (possibilmente liscio) una monetina che si cercava di indirizzare con maestria verso le altre precedentemente lanciate; se si riusciva ad avvicinarsi ad esse ad una distanza pari ad un “parmu” o ad un “z’tacchiu” si guadagnava quanto stabilito, si aveva diritto ad un altro lancio e si eliminava l’avversario dal gioco il quale, però, poteva rientrare mettendo in gioco altre monetine. Lu quadratu: un quadrato, disegnato col gessetto o col carbone, diviso in quattro parti da una croce, la cui grandezza era graduata in base all’abilità dei giocatori che dovevano preventivamente “azzeccare” le monetine ad una “p’trella”; colui che riusciva ad avvicinarsi di più al segno prestabilito guadagnava il diritto a rilanciare le monetine (tutte insieme) verso il quadrato. Le monetine venivano intascate da chi al primo lancio o mediante successivi e sapienti colpi di dita riusciva a farle entrare in uno dei quattro quadranti senza intaccare minimamente le linee che ne delimitavano il disegno. EDITORIALE – La Sorgente n.60 - dicembre 1997 Nicola Conforti Tre volumi (raccolte) de La Sorgente raccontano circa 25 anni di storia del nostro Paese. La Sorgente ha rappresentato e rappresenta la memoria storica di tutto quanto è accaduto in quest’ultimo quarto di secolo. Prima di accingermi a scrivere questo editoriale, ho voluto sfogliare i tre volumi che raccolgono i primi 25 anni di pubblicazione de “La Sorgente”, Ho provato una grande emozione: è stato come verificare la crescita di un albero da un piccolo seme gettato tanti anni fa quasi per gioco. In un momento mi sono tornati alla mente i ricordi di tanti avvenimenti che hanno contrassegnato la storia del nostro paese in quest’ ultimo quarto di secolo: uno scorcio di vita vis1997 EDITORIALE LA SELETECA


Antologia Caposelese 56 suta dalla gente comune all’ombra di grandi eventi storici, la storia di uomini, periodi felici, momenti difficili. La Sorgente ha rappresentato e rappresenta la memoria storica di tutto quanto è accaduto. Ad essa affidiamo il compito di trasmettere fatti, emozioni, sentimenti, analisi e ricerche alle future generazioni. Molto tempo è passato: proseguire alla guida del giornale è diventato compito gravoso e difficile. Spetta ad altri il compito di raccogliere l’eredità del passato ed averlo come punto di riferimento per costruire il “futuro”. Mi auguro che siano i giovani a farlo. E che fra 25 anni ci saremo anche noi, gruppo storico della Pro Loco, a festeggiare le “nozze d’oro” de “La Sorgente”. CHI SIMU … da La Sorgente - Lu garzonu r’ li scigliati In questo lungo elenco sono riportati tutti li stuortinomi delle famiglie caposelesi. Ancora oggi molte persone vengono individuate solo grazie a questi nomignoli. Si a vava e tata addummannati, str’ppegn e sturtinomi vi cont’n ‘nzrtati. Ma prima r’ accum’nzà cu l’ati, chi stai scr’venn’ apparten’ a lu garzonu r’ li scigliati. Asciuogliu, Asciutta, Ardonu, Animalucciu, An’macotta, Anomalonga, Ag ‘ tella, Artumisia, Africanu, Americanu, Austriecu Battalemmu, Battosciu, Baccaronu, Braccialu, Burruchicchiu, Burraccieddu,Callararu, Carulicchiu, Carlucieddu, Cacanu, Carnieddu, Calandrieddu, Cacagliusu, Cacaporta, Cacacritu, Cafaia, Capon’, Callozza, Carm’nella, Caccesa, Campagnesa, Carpatu, Casciunaru, Catarattu, Cat’rinonu, Chioppa, Chiaravallieddu, Ciccuzza, Cicchiddu, Cucuzzieddu, Cierzu, Cienduriendi, Ciupparonu, Coccula, Cola, Cunzesa, Curtella, Crapariellu, Cuglittu, Culecchia, Faillu, Farconu, Fanfarieddu, Fasolu, Frasconu, Frasculiddu, F’rm’nieddu, Faluccieddu, Fuluppieddu, Furciddu, Furciddonu, Furcinedda, Fichella, Furnarieddu Furmcaru, Ferr’paglia,F’rrieru,Fiscinaru, Gaddoccia, Giaccaglinu, Ciachetta, Gattarieddu, Giosa, Grancascieri, Giammaruca, Giuannuolu, Grandiddio, Gilardiellu,Giorgiu,Gilormu, Irmiciaru,Iangonu, Innariellu, Lacriss, Lanott, Lapaccia, Larezza, Lanicchia, Lapenta, Lavammana, Lapustera, Lafurmica,Lap’rnici, Laucinesa, Larossa, Laianca, Lamparulu, Lintendi, Lumiìitu, Lepr, Lic’si, Liggieri, Liroccu, Lustrambu, Lustancu, Lumusciu, Lunìuru, Luguardiu, Luviendu, Lurannatu LA SELETECA


57 Antologia Caposelese Maciocia, Maddamma, Mascagna, Mar’nonu, Mash’catu, Matalienu, Mastusuonnu, Mast’ al iggi, Mast ‘ s’miggi, Mastutoru, Mastupeppu, Maslubrish’cu, ‘Mbruogìiu, ‘Mbeca, ‘Mbiciò, Murieta, Mineta, Minuocchiu, M’nicone, M’n’straru, M’salettu, Mieuzu, Murresu, Mussutu, Marcìanu, Moccia, Maggioru, Macchieddu, Musciddu, Maruchieddu, ‘Nduosh’cu, ‘Ndriccicciu, ‘Nzaìata, P’curiellu,P’tt’lona,P’tturicddu, P’nncccia, P’toia, Pricchiacca, Puntella, Pilota, Paglietta, Panupersa, Pirniciola, Piericorta, Pirocc’la, Procchia,Pietritroscia, Presca, Pasqualonu, Pasqualicchiu, Pietrupintu, Pilipesciu, Parlachianu, Pagannanti, Pasuonnu, Piruonzu, Peppandoniu, Peppucera, Puppinonu, Paternu, Parmesu, Pistacchionu, Pippa, Pizzapizza, Pizzettalli, Raf’lonu, Ruzza, Riedda, Sh’cavetta, Sciambagna, Sciatobba, Sciora, Scerpa, Scibbitalu, Scialapopulu, Sciuscittu, Sciabbulicchiu, Salamonu, Siluca, Spatulicchiu, Santillu, Sicari eddu, Sichettu, Siggiaru, Strupp’licchiu, Scutesa, Sdrenga, Spangedda, Scazzosa, S’ppuccia, Senzaculu, Spizz’la, Suffriggi, Suricella, Sdropp’la, Sfocattata, Stambonu, Taratappa, Tiroccia, Tabbonu, Tirisella,Titta,Tufara,Turacchia, Taccinu, Trezzumbi,Taturicchiu, Trentasei, Turlu, Turlicchiu, Varl’raru, Varvarulu,Vardaru, Vlasi.Vituscella, Vangilista, Vic’nzodda Zaccaria, Zuoddulu, Z’cchinu, Zuzarieddu. IL FASCINO DI CAPOSELE – Sorg. n. 60 Dicembre1997 di Emilia Bersabea Cirillo Un tempo era un paese d’acqua, Caposele. Il fiume non inondava mai le case, le circondava. Se ne udiva il rumore, questo sì. Qualcuno mi ha raccontato dei tuffi nel fiume, spuma d’acqua gelata e grida. A Caposele si arriva per una strada interna e romantica, quella del Bosco Difesa, passando tra castagni e faggi, rincorrendo le curve della strada, fermandosi tra cespugli di more alberi di selvatici, tra rami, bacche e silenzio. Il fascino del viaggio verso Caposele è tutto nelle curve del bosco, che si attraversa proprio come la vita, luci e ombre si susseguono, spazi aperti e nodi oscuri si incrociano coi nostri passi. Il tempo di abituarci a questo andirivieni, che la valle si apre, e il bosco è ormai alle nostre spalle, cerchiamo di arrivare presto alla luce, la luce della pianura dove un paese mite e solitario si raccoglie intorno al fiume. Proprio quel gruppo di case tutte nuove, dove pochi sono i buchi ancora da riempire è Caposele. Ormai lo conosco a memoria. La Chiesa verdina della Sanità, il Campanile della vecchia Chiesa della Sanità, immerso nel verde della 1997 LA SELETECA


Antologia Caposelese 58 montagna del Paflagone col tetto a scaglie gialle e verdi, la piazzetta davanti, il giardino recintato e la casa dell’acquedotto Pugliese , Via Roma, la casa di Nicola il giardino della casa di Nicola, il Caffè Roma e il bar Fuschetto, la Pro Loco, il Municipio, le case nuove, una in fila all’altra, bianche, beige, con le loro misure di un tempo ricostruite dal cemento armato, lo slargo dove si balla d’estate, i gradini che portano in alto, verso il palazzo Cozzarelli, e ancora in Via Roma, la casa di Alfonso, il negozio di Sturchio, il cantiere della Chiesa di San Lorenzo, l’oleificio Mattia da un lato, la strada in discesa verso la scuola elementare dell’altro. Tutto questo, a mia memoria, è Caposele, un paese dove ho trovato affetto, ospitalità, amicizia. Un tempo era un paese d’acqua, Caposele. Il fiume non inondava mai le case, le circondava. Se ne udiva il rumore, questo sì. Qualcuno mi ha raccontato dei tuffi nel fiume, spuma d’acqua gelata e grida. Non c’era altro, d’estate. I Caposelesi il mare lo hanno immaginato. Ma non è mai loro mancato. Avevano il fiume. Era quella la loro acqua. Tutto succedeva sul fiume. Era la loro vita. Venivano dai paesi vicini a vedere l’acqua uscire dalla montagna. E’ stata una leggenda, il Sele, così impetuoso, così calmo. Ora Caposele vive un’altra leggenda. Drammatica. Reale. Un paese dove l’acqua del fiume non fa a tempo a nascere che viene incanalata e scompare, di nuovo sottoterra. Un paese che è rimasto dove era, per volontà di molti, ma che lentamente, sta traslocando in una zona aperta, ariosa, vicina a Materdomini, i Piani. Un paese che, come tutti quelli interni d’Irpinia, vive d’estate la sua parte migliore. Le altre stagioni sono sonnolenti, tranquille, fredde, solitarie. I paesi diventano proprio come vuole il tempo meteorologico, non avendo fatto, a tempo, a costruirsi un progetto a protezione. E’ d’estate che trascorro a Caposele il Ferragosto. In quei giorni, la vita sembra un lento rassicurante movimento. E in quei giorni, sbucando dal Bosco Difesa, sembra che una luce azzurrina si concentri ancora di più nella pianura, sui tetti di Caposele. EMILIA BERSABEA CIRILLO LA SELETECA


59 Antologia Caposelese NATALE di Domenico Patrone Dov’è la neve del mio Natale? I pastori del mio presepe? Tutto é rimasto là, al mio paese: La fanciullezza, la gioia, l’amore. E’ rimasto l’affetto dei miei; E’ rimasto il mio primo amore; Son rimasti gli amici più cari; I canti dolci della notte Santa. E’ rimasto anche il mio cuore! II mio Natale in citta!: La gente va in fretta, senza guardare. Le vetrine ricche di luci, son senza calore; La pioggia leggera che cade dal cielo, Penetra nelle ossa, fredda, gelata. Cammino solo, in una strada illuminata, Assorto in ricordi struggenti: Guardo l’ora: mezzanotte! PACE di Domenico Patrone Serata d’estate Calda di mille dolcezze. Non conto le stelle, Non guardo la luna. La notte che viene Mi porta il profumo di te. Ti sento dolce e tranquilla Piena di languidi amplessi. Scorro il tuo corpo adorato Con lieve carezza di gioia. Così mi addormento In questa serata d’estate Calda di mille dolcezze! LA SELETECA


Antologia Caposelese 60 E’ VENNE UN GIORNO di Vincenzo Malanga E venne un giorno del Signore spaccato di sole malinconico. La luna splendeva nel cielo furibonda; nella polvere i ruderi apparvero giganti e il sangue scorse tra le pietre inondando gli occhi sgranati d’ombre che appena prima erano rubini incastonati nelle nuvole. Chiedemmo la pietà di Dio e nostra vagando in cerca dei perduti suoni di campane. Poi l’acqua nel fiume tornò chiara, e non ferve ora lavoro ed opra: gli occhi sono ancora sgranati d’ombre sui rubini caduti dalle nuvole. LA SELETECA


61 Antologia Caposelese CAMPANILE D’ACQUA di Vincenzo Malanga Compresso nella pietra d’anni, squadrato nel verde d’infinite primavere; sentinella sventrata di arcate ombre nelle notti di luna o affrescata di sole nei meriggi tiepidi, sorridono le bocche fruscianti ai tuoi piedi d’acqua. Simbolo! Lontano dalle preci che chiami e che si levano nell’anno soltanto d’agosto. Selvaggio! — Marcato di silenzio sulla vita d’un cammino irreversibile. Memoria a chi scioglie altrove il destino: sogno che si desta all’appuntamento d’ogni sera ... e ascolta nei frastuoni il canto della tua unica campana. Caposele, le cantine e il campanile LA SELETECA


Antologia Caposelese 62 FIDUCIA E SPERANZA considerazioni del sindaco Corona – Dicembre 1997- La Sorgente n.60 L’anno che si chiude è stato difficile per tanta gente : penso ai numerosi lavoratori disoccupati, agli anziani e disabili costretti in condizioni di disagio ed, a volte, di abbandono, ai baraccati ancora in attesa di una casa, agli studenti non sempre convenientemente sistemati ai giovani senza occasioni e luoghi di incontro; e così via dicendo. Raccolgo volentieri l’invito rivoltomi dal direttore de “La Sorgente”, che ringrazio, per dare un augurio affettuoso a tutti i Caposelesi e per comunicare qualche informazione, necessariamente sommaria, sullo stato delle cose nel campo della amministrazione comunale. L’anno che si chiude è stato difficile per tanta gente : penso ai numerosi lavoratori disoccupati, agli anziani e disabili costretti in condizioni di disagio ed, a volte, di abbandono, ai baraccati ancora in attesa di una casa, agli studenti non sempre convenientemente sistemati ai giovani senza occasioni e luoghi di incontro; e così via dicendo. A tutti costoro sento il dovere di dire una parola di fiducia e di speranza nella convinzione che il 1998 possa portare un miglioramento nelle generali condizioni di vita anche grazie agli sforzi che l’Amministrazione Comunale sta portando avanti nei vari settori, tra mille difficoltà e senza strombazzamenti. Nel campo dei servizi sociali è sorta e sta prendendo piede una associazione di volontari di cui da tempo si sentiva la mancanza, come la straordinaria partecipazione di giovani dimostra, ed i numerosi interventi posti in essere e le frequenti iniziative a favore delle persone più bisognose e delle categorie più deboli, come i portatori di handicap, stanno vincendo la diffidenza e le riserve anche dei più scettici. All’Associazione ed alla sua responsabile sig.ra Cesarina Alagia l’Amministrazione ha dato e sta dando il suo appoggio e conta di poter contribuire a rafforzarne la presenza e 1’azione. L’inizio del 1998 vedrà una ripresa ed uno sforzo nel campo della ricostruzione pubblica e privata. Si sta lavorando a sbloccare i lavori, mai iniziati, di urbanizzazione di Caposele-centro con l’obiettivo di rendere pienamente e finalmente fruibili le numerose abitazioni ricostruite e di riportare il paese alla sua fisionomia e alla vivacità di un tempo; nel campo privato, la primavera prossima dovrebbe vedere l’avvio della fase conclusiva della ricostruzione e così pure l’edilizia residenziale pubblica dovrebbe fare i primi passi, governo permettendo, dopo che l’Amministrazione ha fatto per intero la propria parte rendendo disponibile ed utilizzabile l’area dell’ex villaggio bavarese. Passando al villaggio “Fornaci”, uno spiraglio finalmente si apre per le nu1997 LA SELETECA


63 Antologia Caposelese merose famiglie da trasferire altrove per rendere possibile il completamento edile a servizio di Materdomini ed ora, anche, di Caposele. Abbiamo richiesto un collegamento diretto anche con Caposele centro e su questo intervento integrativo si sta lavorando in questi giorni, a seguito del convegno tenutosi in ottobre nel nostro comune; ma lo svincolo servirà soprattutto a valorizzare e potenziare lo sviluppo di Materdomini, in occasione ed in vista del Giubileo. Per Materdomini è partito un programma di interventi che puntando a potenziare i servizi dell’ accoglienza e con il contributo dei numerosi operatori nel campo del turismo, a cominciare dal ruolo primario ed insostituibile della Comunità religiosa dei padri liguorini, permetterà di qualificare e valorizzare la grande vocazione turistica del nostro comune, vocazione certamente ed innanzitutto religiosa ma che, con la necessaria gradualità, non dovrà trascurare le grandi potenzialità ambientali, paesaggistiche e culturali della valle del Sele e dell’Ofanto. Si tratta di un impegno non facile e non breve al quale ogni forza, individuale e collettiva, è chiamata a dare il proprio contributo di passione e di idee, senza rancori e senza meschinità localistiche e personali. Un esempio vorrei additarlo ed è costituito dal comportamento del Presidente della locale Associazione di promozione turistica, ing. Pasquale Di Masi, il quale, nella difficile fase di preparazione del programma di inserimento nel piano nazionale del Giubileo del 2000,ha preferito lavorare in silenzio anziché dare sfogo alle sempre possibili e sterili polemiche. A questo punto, la speranza è che qualcosa fiorisca per Materdomini e per il turismo, in genere, nel nostro paese. Sulla scuola o, meglio, sull’edilizia scolastica credo che il peggio è passato : dal 1998 in avanti dovremmo tutti pedalare in discesa con i lavori di avvio del “polo scolastico” ormai imminenti e con la possibile e dignitosa soluzione del problema del liceo scientifico al quale il Comune di Caposele offre una sistemazione nell’ex palazzo scolastico di piazza Dante e, medio tempore, una migliorata ed in zona Piani. Senza avere la pretesa di esaurire il discorso, che resta certamente aperto al dibattito ed al contributo di tutti ed in tutte le sedi a cominciare da quella consiliare, un ultimo accenno voglio fare al problema più difficile e doloroso, quello che vede numerosi nostri concittadini, da lungo tempo, in attesa di lavoro. Si tratta di un problema complesso che sarebbe sbagliato affrontare in un’ottica municipale: il Comune non è una azienda e non può dare posti di lavoro; e tuttavia ogni sforzo va compiuto, in un rapporto di collaborazione soprattutto con le organizzazioni sindacali e senza schemi ideologici o politici, chiamando chi ha i mezzi e il potere ad invertire la tendenza attuale al ristagno economico. E’ possibile che la costruzione di alcuni alloggi popolari progettati, finanziati, appaltati non può partire perchè, in nome del contenimento della spesa pubbliANTONIO CORONA LA SELETECA


Antologia Caposelese 64 ca, i fondi assegnati e disponibili sono “bloccati “ dal ministro competente? Il problema non è solo locale ma riguarda l’intero Mezzogiorno d’Italia, e allora occorre qualcosa e qualcuno che “sblocchi” questo come altri interventi produttivi e davvero socialmente utili. L’invito e la sollecitazione è di lasciare cadere le divisioni puramente politiche e di muovere insieme, compatti, a difendere le nostre ragioni. Il mio augurio è che il nuovo anno segni una inversione di tendenza in questo senso. L’EREDITA’ COMUNE La Sorgente n. 60 – Dic. 1997- di Antonio Ruglio Così, in maniera quasi inevitabile, abbiamo imparato ad apprezzare certi angoli del nostro Paese che altrimenti avremmo ignorato e molti di noi, anche quelli più distratti, hanno potuto cogliere alcune sfumature di un passato recente che difficilmente si ritrovano oggi alle soglie del duemila. Ciascuno di noi, come è logico che sia, ha una propria storia personale fatta di gioie, dispiaceri, amarezze, vittorie e sconfitte maturate nel corso degli anni. Siamo un tutt’uno con essa, ne siamo i gelosi custodi e gli eventi che tanti sentimenti hanno prodotto in noi nel bene e nel male un fardello pesante da portare. I ricordi, il cosiddetto passato, e il presente che scorre proprio mentre ne parliamo hanno avuto e hanno uno svolgimento ininterrotto nell ‘ ambito di una dimensione temporale e spaziale ben precisa. Caposele, per molti di noi, è stato l’orizzonte nel quale la nostra vita ha potuto concretizzarsi e ne ha scandito anche i tempi. Così, in maniera quasi inevitabile, abbiamo imparato ad apprezzare certi angoli del nostro Paese che altrimenti avremmo ignorato e molti di noi, anche quelli più distratti, hanno potuto cogliere alcune sfumature di un passato recente che difficilmente si ritrovano oggi alle soglie del duemila. Ma ciò che più importa abbiamo imparato a dare un volto a tutto, anche alle cose che ci sembrano inanimate e che in realtà non sono altro che la testimonianza diretta del passaggio di persone che come noi hanno condiviso lo stesso orizzonte ma in stagioni e condizioni diverse. Diventa perciò inevitabile pensare agli amici, alle persone care, ai cittadini di Caposele che hanno cessato di vivere ma che con la loro presenza fisica e spirituale hanno dato e danno significato e valore alla vita di ciascuno di noi. Ma la storia di una Comunità è fatta anche da persone che non abbiamo conosciuto ANTONIO CORONA 1997 LA SELETECA


65 Antologia Caposelese direttamente e di cui ne distinguiamo i lineamenti attraverso foto sbiadite e il ricordo di chi non dimentica. Se qualcosa di vero è ancora rimasto lo dobbiamo a loro. Chi avesse per un minuto il buon senso di ascoltare imparerebbe a conoscere e a capire la vita di tanti ventenni di Caposele chiamati a morire in guerra secondo le leggi umane di un destino atroce. Venivano costretti a partire, non c’era una scelta da fare, la strada era quella e solo quella. Molti di loro sicuramente erano contrari all’uso delle armi, per principio, per indole, per fede, ma nel fondo della propria coscienza custodivano forte anche il senso della Patria, il convincimento che morire per essa e per la libertà era un dovere e al tempo stesso un grande onore. Ritrovarsi periodicamente davanti al monumento che li ricorda è uno dei momenti più alti dell’identità storica e civile di una Comunità. E che dire di loro, le donne e gli uomini che in tempi difficili, di carestia, di fame e di stenti inimmaginabili hanno saputo piantare radici forti, hanno gettato le basi per una società sana e onesta? Grazie al loro esempio tutto ciò che era patrimonio comune, sensibilità comune, tradizione, ha potuto crescere sempre più e durare nel tempo. Questo significa fare una Comunità, viverla profondamente, sentirsi partecipe di essa. Il loro senso di appartenenza era così forte da non temere ostacoli, il loro orgoglio civico di Caposelesi così alto da poter aspirare a qualsiasi risultato. La percezione di questo fatto è così forte in me da costringermi a fare un esame di coscienza per capire in che misura il nostro senso di appartenenza possa essere paragonato a quello dei nostri nonni per esempio. Mi accorgo che una risposta chiara e netta non è possibile. La nostra comunità, quella di oggi, è un grande mistero anche per noi che ne facciamo parte. Non sappiamo, per esempio, se di fronte ad un dramma civile e umano che fosse in grado di alterare i normali equilibri di vita, Caposele sarebbe in grado di reagire con dignità, con coerenza, con misura. Non sappiamo se principi come quello di solidarietà (solidarietà concreta s’intende) trovino effettivamente spazio nella nostra coscienza collettiva, se abbiamo un patrimonio tale di valori comuni da metterci al riparo da qualsiasi insidia morale e materiale. Non sappiamo, in sostanza, se la nostra sensibilità è tale, se il nostro bagaglio di esperienze è così ricco e variegato da consentirci di esprimere qualcosa di importante laddove a gioire non è il singolo, ma l’intero Paese, non sappiamo se la nostra esistenza potrà essere garanzia di crescita civile per le generazioni future. La verità è che non siamo più abituati ad interrogarci, proviamo fastidio quando dobbiamo dire la nostra su questioni spinose, scomode, impegnative. Riteniamo superfluo ogni tentativo di riflessione comune soprattutto quando c’è ANTONIO RUGLIO LA SELETECA


Antologia Caposelese 66 in gioco il nostro tornaconto personale. Di tutto questo mi piacerebbe parlare con serenità, senza pregiudizi e con la massima disponibilità ad ascoltare perchè non vada dispersa la preziosa eredità che abbiamo ricevuto. Di tutto questo vorrei parlare senza essere accusato di voler creare scompiglio e di voler alterare il tranquillo fluire della vita caposelese. Essere cittadino di Caposele è certamente un privilegio, ma è anche una grande responsabilità, bisogna essere all’altezza, bisogna essere degni come lo sono stati altri in tempi peggiori del nostro. Noi oggi non sappiamo chi siamo e la colpa è solo nostra. IN PRIMA LINEA PER MIGLIORARE SE STESSI di Giuseppe Rosania Sorg. n. 61 giugno 1998 Alle porte del Terzo Millennio, lo si voglia o no, viene richiesto a ciascuno di noi uno sforzo di fantasia, un impegno maggiore e più diretto nella vita sociale. Ciascuno ha l’opportunità di manifestare il proprio pensiero, di far proposte, e nel fare questo corre un grosso rischio. La conseguenza è che tutto rimanga sulla carta come testimonianza autentica delle proprie buone intenzioni. Tuttavia, una comunità che non sia malata di egoismo, deve quantomeno cercare di pianificare il proprio futuro, di ragionare in prospettiva se non vuole smarrire la propria identità. Tanto per cominciare deve dedicare grande attenzione al futuro dei bambini, degli adolescenti, delle nuove generazioni, come si è solito dire, partendo dal basso, una volta tanto, stando con i piedi per terra. Ci siamo posti in quest’ottica e abbiamo fatto qualche riflessione. Abbiamo subito pensato all’evoluzione dei piccoli, alla loro crescita emotiva. caratteriale, ma anche fisica. Gli interrogativi non sono mancati e non abbiamo potuto fare a meno di domandarci, ad esempio, qual è il rapporto delle nuove generazioni con lo sport. Che cosa è cambiato oggi rispetto a trent’anni fa’? E’ cambiato il modo di concepire lo sport, oppure le nostre esigenze di allora sono le stesse dei giovani di oggi? Per molti di noi fare dello sport significava riunirsi in Piazza Sanità o al campo sportivo “Liloia” a giocare a calcio nel tempo della bella stagione: era sufficiente muoversi, correre. Tutto, o quasi, era affidato al caso. Oggi l’attività motoria non può essere concepita come quella di una volta. Lo sport, nelle sue ANTONIO RUGLIO LA SELETECA


67 Antologia Caposelese manifestazioni dinamiche, è entrato a far parte della vita di ciascuno di noi a maggior ragione in quella dei ragazzi in età evolutiva. Anche la scuola è cambiata nei suoi modelli di riferimento, nella sua organizzazione e non la si concepisce più come “un mondo a sé”, ma un tutt’uno con l’ambiente e con lo sport. La pratica sportiva è così vissuta con maggiore serietà, maggiore impegno e partecipazione che non qualche decennio fa. E allora? “Che senso ha costringere le scolaresche a praticare lo sport con la stessa precarietà di un tempo?” Può bastare il campo sportivo, una piccola palestra e una piscina, peraltro ben gestita, per entrare a testa alta nel terzo millennio? Perché non pensare alla creazione di infrastrutture per la pratica di più discipline (atletica leggera, basket, pallavolo, pallamano, pista ciclabile) tendenti allo sviluppo psicomotorio del futuro individuo? Inoltre, qual è il ruolo attuale delle Associazioni sportive e quale dovrebbe essere per il futuro? Potranno mai diventare degli “interlocutori seri” per la definizione di programmi di intervento in questo settore? Di tutto questo vorremmo che si parlasse seriamente a Caposele. Noi crediamo che investire nello sport equivalga a investire nel futuro di un ‘ intera comunità; sprecare tempo prezioso non avrebbe senso per nessuno. Vorremmo, altresì, che in questa auspicabile pianificazione venisse coinvolta anche la scuola, perché non rimanga solo un dovere civico da assolvere necessariamente, ma diventi un vero e proprio disegno strategico, i cui effetti avranno modo di dispiegarsi nel corso dei prossimi anni. In conclusione, non possiamo avere la sensazione che il tempo si sia fermato e che anche lo sport, con il lavoro, la convivenza e la qualità del vivere, siano delle chimere destinate a rimanere tali per sempre. LA SORGENTE: I PRIMI 25 ANNI - spunti dalla manifestazione un breve excursus sui 25 anni de “la sorgente” Sorg. n. 61 giugno 1998 Nicola Conforti I nnanzi tutto un saluto ed un ringraziamento a voi tutti per aver aderito al nostro invito per questo incontro “celebrativo” di 25 anni di attività editoriale. Non voglio assumere i toni trionfalistici di chi, avendo fondato il giornale, lo ha poi portato avanti e guidato ininterrottamente per così lungo tempo. Mi piace ricordare, a questo punto, le persone che insieme a me si prodigarono per fondare il giornale: parlo di Michele Ceres e di Don Vincenzo GIUSEPPE ROSANIA LA SELETECA


Antologia Caposelese 68 Malgieri. Percorsero, però, solo i primi passi sulla strada che ci ha portato al traguardo di oggi. Nel corso di questi lunghi anni ho avuto tanti validi collaboratori, ma tanti ne ho perduti di volta in volta, o perché sono venuti a mancare, o per loro scelta. A tutti loro va il mio ringraziamento. In questa occasione non posso non ricordare la collaborazione affettuosa, altamente qualificata, del Direttore della Tipografia Valsele, Padre Antonio Pasquarelli. Ha curato tutti i numeri de “La Sorgente” dal lontano 1973 ad oggi. E lo ha fatto con pazienza, con grande professionalità e con impegno. A lui un grazie di cuore. Inoltre voglio ricordare chi, materialmente, fin dal primo momento, è stato presente oltre che artefice delle pubblicazioni: intendo parlare del tipografo Peppino Cetrulo, prima con la composizione a mano e poi con la “Linotype”, del tipografo Mario Pallante, compositore pure lui e stampatore alle prese con la indimenticabile “Saturnia”. Ed infine Giuseppina Nesta, eclettica per le sue capacità e sempre presente in molteplici attività nell’ambito della Tipografia. Non intendo questa sera fare la storia di questo giornale. Ne sarei davvero tentato. Ma 25 anni sono tanti da raccontare per cui vi esonero da questo lungo e forse tedioso discorso. Ritengo, però, che alcune cose vadano dette, precisate e sottolineate, sia pure fugacemente. Abbiamo raccolto in tre volumi tutto il materiale pubblicato fino ad oggi. L’ultimo volume comprende anche il n. 60 che presentiamo questa sera. Sfogliare questi volumi è come ripercorrere idealmente le vicende del nostro paese in quest’ultimo quarto di secolo, dai momenti di grande serenità e di normale svolgimento della vita paesana degli anni settanta, ai momenti difficili e intensi insieme del terremoto, a quelli meno turbolenti ma pur delicati e impegnativi degli anni ‘90. La “fondazione” de La Sorgente si inquadra in quel primo periodo degli anni settanta, quando la vita caposelese scorreva lenta e monotona, senza avvenimenti eccezionali o sconvolgenti, nella serenità e nel profumo di un piccolo ed accogliente paese agricolo, con i suoi costumi, le sue tradizioni, la sua storia, il suo folklore. In questo periodo “La Sorgente” riporta notizie, documenti e testimonianze allo scopo di ricostruire la storia del paese, per dare un contributo alla conoscenza ed all’approfondimento di una realtà ambientale che rischiavamo di ignorare, di non apprezzare abbastanza, di trascurare o alterare senza speranza. E, poi, venne il terremoto. Ci ritrovavamo un paese sconvolto da lutti e distruzioni, un tessuto urbano cancellato o irrimediabilmente alterato. Una comunità che aveva lentamente e faticosamente costruito la sua “storia”, la vedeva crollare in poco più di un minuto di sussulti sismici. A questo punto l’impostazione del giornale subisce una brusca inversione di tendenza; cambia lo scenario, cambiano i problemi, cambiano gli indirizzi. “La Sorgente” affronta con apertura e fermezza la situazione drammatica del nostro paese, con esiti di grande equilibrio e di notevole saggezza. Fa leva sulla grande forza morale dei NICOLA CONFORTI LA SELETECA


69 Antologia Caposelese Caposelesi e si adopera perchè possa trarne da essa la volontà e 1’ impegno per una grande opera di rinascita e di ricostruzione. Le vicende legate alla ricostruzione creano, purtroppo, un clima di odio e di intolleranza, con conseguenze disastrose e drammatiche per alcuni. Il tempo, come sempre, è galantuomo e fa giustizia. Il clima ridiventa sereno e le attività riprendono il loro normale e naturale svolgimento. “La Sorgente” ricomincia ad occuparsi di fatti e personaggi del nostro paese, di cronaca e varia umanità, di storia. “La Sorgente” continua a rappresentare uno strumento importante di comunicazione con una sua particolare specificità: quella di parlare solo di Caposele e di rivolgersi a Caposelesi sparsi in Italia e nel mondo. E vi assicuro che non è facile, in un giornale di 24 pagine, parlare sempre ed esclusivamente di Caposele. Attraverso le pagine de “La Sorgente” scorrono da sempre le informazioni dei momenti più significativi della vita del nostro paese, si ricordano le figure dei “grandi” Caposelesi del passato, si richiamano diverse iniziative di particolare spessore ed altro ancora. Ed a proposito di “Grandi Caposelesi” abbiamo fatto scoperte davvero interessanti; abbiamo approfondito conoscenze di uomini e cose, abbiamo arricchito notevolmente il nostro patrimonio culturale. Non molti sapevano, per esempio, che il filosofo Tommaso Zancha, Rettore dell’ Università di Napoli, è nato a Caposele nella seconda metà del XVI secolo. Non era noto a tutti che Daniele Petrucci di origine caposelese è stato un pioniere nel campo della fecondazione in vitro. Non tutti avevano sentito parlare di un illustre figlio di Caposele, Padre Antonio Del Guercio, morto in concetto di santità e sepolto nella chiesa di S. Francesco in Ravello. Per non parlare del nostro “genius loci” e cioè di Nicola Santorelli, cui pure abbiamo dedicato molto spazio su “La Sorgente”. E poi ancora le rubriche sul dialetto Caposelese, sui Caposelesi nel mondo, sui fatti del passato. E’ un giornale cha ha mantenuto fede ad una impostazione iniziale e, salvo piccoli aggiustamenti, ha conservato sempre la stessa linea e lo stesso taglio. Sicuramente non è nato in contrapposizione a qualcosa od a qualcuno: sarebbe fallito immediatamente e miseramente. “La Sorgente” è nata per 1’affermazione di Caposele e dei suoi valori più genuini. Il giornale che vi presento questa sera chiude un ciclo. Io mi auguro che se ne apra subito un altro e che “La Sorgente” possa avere ancora una funzione importante per i Caposelesi di tutto il mondo ed in particolare di quelli che si sentono indissolubilmente legati alla nostra terra. NICOLA CONFORTI LA SELETECA


Antologia Caposelese 70 UN IMPEGNO CHE CRESCE, UNA RESPONSABILITA’ DA CONDIVIDERE La Sorgente n. 66 - luglio 2001- di Cesarina Alagia Continua a crescere a Caposele, la cultura delle buone intenzioni e delle belle parole che poi però, rapportate alla concretezza, all’operatività ed anche allo sforzo delle azioni, si frantumano irrimediabilmente. Ormai la Pubblica Assistenza a Caposele è diventata una presenza costante ed una risposta concreta ai bisogni sociali presenti sul territorio ed in quest’ottica abbiamo lavorato e continuiamo a farlo, a volte in maniera palese, a volte in modo meno visibile, ma non per questo meno importante ed incisiva. Quest’anno il nostro operare si muoverà in uno scenario diverso in quanto nel contesto politico – sociale (a livello nazionale) si sono verificate delle grosse novità, mi riferisco alla legge 328, che modifica sostanzialmente il settore dell’assistenza. Difatti questo settore, finora ancora modellato sulla legge Crispi del 1890, con la nuova legge per la realizzazione del sistema integrato di interventi e servizi sociali, subirà una radicale trasformazione in quanto introdurrà un’assistenza su misura, nell’ottica della prevenzione, dell’inclusione e dell’affermazione dei diritti connessi alla protezione sociale. Si tratta quindi di una legge che caratterizza il suo “promuovere interventi per garantire la qualità della vita, pari opportunità, non discriminazione e diritto alla cittadinanza, previene, elimina e riduce le condizioni di disabilità, di bisogno e di disagio individuale e familiare, derivanti da inadeguatezza di reddito, difficoltà sociale e condizioni di non autonomia”. Come si può facilmente capire si tratta di una legge che caratterizza la sua innovatività proprio sulla radicale trasformazione dello stato sociale ed oggi per effetto di questa legge, le politiche sociali, lungi dall’essere un optional per le diverse amministrazioni locali, diventano un impegno concreto, che basandosi sulla specificità dei bisogni territoriali, e sulle risorse della comunità, deve sapersi tradurre in piani e progetti, necessari a dare delle risposte concrete a dei bisogni effettivamente esistenti e maturati nel territorio, tutto quanto in una prospettiva di decentramento e di rispetto delle autonomie e specificità locali. Il ruolo del terzo settore, e quindi anche del volontariato, in questo nuovo scenario, acquista una rilevanza notevole in quanto gli Enti locali, le Regioni, e lo Stato dovranno garantire azioni per il sostegno e la qualificazione dei soggetti operanti nel terzo settore, i quali quindi partecipano, attraverso specifiche forme di concertazione alla realizzazione del sistema integrato di interventi e servizi sociali previsti nel Piano di Zona Sociale. A questo proposito noi della P.A. vogliamo ribadire la nostra intenzione a 2001 LA SELETECA


71 Antologia Caposelese potere e a volere essere coprotagonisti di questa forte innovazione e di questa nuova sfida dello Stato Sociale, pertanto ci stiamo adoperando e preparando in modo adeguato, anche frequentando corsi di formazione che ci vedono impegnati nello sforzo di acquisire capacità progettuale innovativa tale a potersi collegare ad una progettualità reticolare sempre più ampia. Ovviamente il decollo della legge e quanto essa comporta, implica tempi un tantino dilatati, il nostro invito all’amministrazione comunale è quindi che intanto voglia e sappia coinvolgerci in questa nuova visione del sociale, dandoci sempre maggiore legittimazione sostenendo adeguatamente le nostre iniziative, in modo da garantire e permettere il prosieguo delle nostre attività. Questa mia ultima affermazione deriva dal fatto che, molte volte, i nostri servizi ed interventi non trovano il dovuto riconoscimento da più parti, e pertanto, spesso, ci troviamo in difficoltà che rallentano le nostre iniziative, che pure sono a vantaggio dell’intera collettività, - un esempio su tutti è rappresentato dal servizio quotidiano ed ininterrotto di Pronto Soccorso con l’ambulanza, che comporta uno sforzo tecnico ed organizzativo non indifferente-Eppure credo che la nostra associazione meriti una considerazione maggiore ed una partecipazione più numerosa di cittadini in quanto siamo riusciti con grande sforzo, a dare dei contenuti concreti al concetto di Solidarietà ed anche un contributo alla crescita culturale del nostro paese. Nella nostra associazione vengono inoltre svolte, (grazie all’apporto di volontari giovani ma non per questo impreparati al loro compito) attività di animazione nei confronti di bambini e fanciulli (dai 4 ai 14 anni) ed attività di accoglienza nei confronti di bambini da 8 mesi a 3 anni; sempre presso la nostra associazione è stato attivato il servizio SAM (servizio di assistenza ai minori) che si avvale della consulenza settimanale di una sociologa e di una psicologa. Tale servizio riesce a dare risultati apprezzabili, in quanto ci si adopera per svolgere un’analisi attenta del territorio da cui spesso emergono problematiche diversificate a carico dei minori che poi vengono sottoposte all’attenzione e alla soluzione da parte degli operatori sociali della legge 285, dato che questi servizi rientrano in un progetto consorziato tra diversi comuni, dei quali il nostro fa parte e che ha come comune capofila Montella. Stiamo elaborando, con altre P.A. un progetto a favore di minori a rischio (compresi nella fascia d’età compresa tra i 14 ed i 18 anni) e tale progetto ha come finalità prioritaria quella di contrastare il ricorso a sostanze come droga, alcool e tabacco (condotta deviante che spesso è causa di fenomeni di marginalità sociale) ricorso indotto da mancanza di ideali, mancanza di fiducia nel futuro, e difficoltà di socializzazione. Il progetto, pertanto, si propone di orientare questi giovani verso attività qualificanti e gratificanti al fine non solo di recuperare ma anche di prevenire; il progetto consentirà di creare presso la P.A. un polo di attrazione, aggregazione sociale e culturale. Va inoltre detto che nel nostro territorio viene avvertita da parte di anziani che si vivono situazioni di disagio e solitudine, la necessità di una Casa di Riposo. CESARINA ALAGIA LA SELETECA


Antologia Caposelese 72 Noi intendiamo che tale necessità possa trovare una forma concreta di realizzazione : basta la disponibilità di una struttura e la costituzione di una cooperativa o Impresa sociale. L’amministrazione comunale ci ha riferito che la struttura la si può reperire, e le persone qualificate e capaci di costituire Imprese sociali pure ci sono, in tale senso abbiamo infatti anche fatto un monitoraggio sul territorio; nel frattempo ci stiamo adoperando a stendere una scheda - questionario per censire l’intenzione e la disponibilità degli anziani ad usufruire della suddetta opera, la quale vedrebbe così contemplate e realizzate due necessità: il soddisfacimento del bisogno dell’anziano ad avere una Casa di Riposo e nel contempo, l’esigenza lavorativa delle persone preposte all’erogazione del servizio. Ultimamente la nostra associazione ha realizzato due importanti incontri, uno sulla “legge quadro per la realizzazione del sistema integrato di interventi e servizi sociali” e l’altro avente come tematica “Promuovere i diritti dell’infanzia, dell’adolescenza e della famiglia per costruire un futuro migliore”. Sono stati entrambi occasione di confronto e di arricchimento, con la presenza di relatori molto qualificati, che hanno saputo dare il migliore contributo alla discussione. Da questi incontri sono emerse delle problematiche aperte che la P.A. intende considerare, quale, ad esempio, l’opportunità di realizzare dei Corsi e dei Gruppi di lavoro sul ruolo che l’essere genitore oggi comporta, specialmente alla luce delle trasformazioni che hanno investito la nostra società anche all’interno del “sistema famiglia”. Alla fine di questo mio “excursus” su quanto abbiamo realizzato e su quanto si intende ancora realizzare, devo, purtroppo affermare che nonostante abbiamo sempre sostenuto che la nostra associazione vuole essere un punto di incontro di gente partiticamente diversa ed anche di credi religiosi differenti, affiancata nello sforzo comune di rendere la nostra società più umana, vivibile e credibile, dicevo, nonostante le nostre porte continuino ad essere aperte, vediamo e subiamo la poca partecipazione. Assistiamo, quotidianamente all’ impoverimento ed al decadimento dei valori della solidarietà e della partecipazione anche da parte di gente, che ricoprendo nella società determinati ruoli, dovrebbe essere maggiormente partecipe di tipo sociale ed umanitario. Continua a crescere a Caposele, la cultura delle buone intenzioni e delle belle parole che poi però, rapportate alla concretezza, all’operatività ed anche allo sforzo delle azioni, si frantumano irrimediabilmente. Bisogna quindi che ci sia, da parte di tutti gli operatori politici, sociali, religiosi e scolastici una maggiore forma di partecipazione, di condivisione anche critica, in tutte le attività volte al benessere dell’intera collettività, in modo da prevenire quei disagi e problemi che ci vedono magari uniti come società solo nella fase più eclatante del loro manifestarsi, ma che non si traducono in azioni concrete e continue nel tempo. CESARINA ALAGIA LA SELETECA


73 Antologia Caposelese Il CASTELLO Antimo Pirozzi Sorg. n.67 Gennaio 2002 I l “Castello” di Caposele, come è noto, è stato costruito intorno all’anno 1000. Come molti sanno, esso è stato teatro di avvenimenti notevoli; in particolare le nozze di Margherita D’Aragona, un placito tenuto da Folco D’Este, il possesso dello stesso da parte di Jacopo Sannazzaro. Oggi, purtroppo, i resti di quello che fu un simbolo per Caposele, sono abbandonati a se stessi e i tragici accadimenti degli ultimi anni poco hanno fatto rimanere di quelle mura pregne di storia e di cultura. La Pro Loco, sempre sensibile a questo tipo di problematiche, aveva programmato, nell’ambito del Ferragosto Caposelese, una serie di concerti di musica classica da tenersi appunto nell’area di sedime di quella vetusta costruzione, prevedendo, naturalmente, lo sgombero delle macerie che ivi ancora insistono e la sistemazione di quei pochi resti che ancora affiorano dal terreno. Tale iniziativa, purtroppo, non trovava il consenso dell’Amministrazione Comunale che, giustamente, palesava la preoccupazione della possibilità di caduta di qualche pietra, tra l’altro già avvenuta, e quindi il pericolo per la pubblica e privata incolumità. Di qui la necessità di differire tali manifestazioni. Oggi la Pro Loco reitera la richiesta all’ Amministrazione affinché si compiano tutti i passi necessari per rendere l’area idonea a tali scopi, valorizzando un luogo sicuramente suggestivo dal punto di vista scenografico, certa che questo tipo di manifestazioni portano lustro e vanto ad un Paese che da sempre apprezza e promuove manifestazioni di cultura e di civiltà. BUON COMPLEANNO A “LA SORGENTE Trent’anni… una vita – La Sorgente n. 68 – Dicembre 2002 di Luisida Caprio Chi scrive fa parte del gruppo di “pionieri” che nel lontano ‘73, anno più anno meno, si fece coinvolgere in quella iniziativa, diventata oggi una piacevole e scontata consuetudine. Inevitabili i ricordi… Penso, ricordo: un’estate di trent’anni fa, un gruppo di giovani, nella spensieratezza di una vacanza estiva, tra una partita e l’altra, una passeggiata su e giù, inizia a dissertare sul mese d’Agosto, su ciò che si potrebbe fare in paese per movimentare il periodo estivo. E’ un turbinio d’idee e di proposte e ciascuno, chi più chi meno, partecipa mettendo a disposizione competenze e collaborazione con grande entusiasmo e desiderio di fare. Frutto speciale di quel periodo, fecondo di iniziative, il periodico “La Sorgente”, voce 2002 LA SELETECA


Antologia Caposelese 74 di Caposele, ha seguito da allora, fedele testimone, l’intenso cammino del paese attraverso tutto ciò che il destino avrebbe avuto in serbo per lui, nel bene e nel male. “Padre fondatore” e “motore” è stato ed è, come tutti sanno, Nicola Conforti cui va un affettuoso ringraziamento per quest’opera che tutt’oggi porta avanti con dedizione ed amore, coadiuvato da preziosi e rari collaboratori, superando difficoltà e contrattempi. Ritornando ad allora, alla nascita de “La Sorgente”, viene immediato, naturale, parlare di un’altra creatura” concepita in quegli anni: “Il Ferragosto Caposelese”. Esso si concretizza in due settimane nel cuore d’Agosto, che vedono il ritorno di amici e parenti: appuntamento sottinteso che prescinde da telefonate o impegni scritti e verbali, perché tanto, si sa, ci si ritrova, giorno prima o giorno dopo. Da trent’anni è implicito che il periodo di vacanza al paese sia cadenzato dal programma del ferragosto, puntualmente pubblicato da “La Sorgente” ed ora anche riportato sulle pagine regionali di alcuni quotidiani. Sono giorni che vedono l’impegno della Pro Loco, la quale propone un calendario d’iniziative, in accordo con quelle dedicate alle festività religiose e con altri eventi organizzati nel territorio. Chi scrive fa parte del gruppo di “pionieri” che nel lontano ‘73, anno più anno meno, si fece coinvolgere in quella iniziativa, diventata oggi una piacevole e scontata consuetudine. Inevitabili i ricordi…inevitabile il raffronto. Allora era diverso… per tanti, differenti motivi: novità, atmosfera, partecipazione, coinvolgimento… Però, che squadra ragazzi! E quanto lavoro! Ma soprattutto che entusiasmo e quanta collaborazione! Quando nacque la “folle” idea del “Ferragosto Caposelese”, fatto di tanti appuntamenti popolari, sportivi, culturali, culinari, il paese rispose incuriosito, compatto, partecipe. Interamente e letteralmente messo sottosopra, dal fiume al laghetto, dal campo sportivo alle cantine, dal bosco a Materdomini, dalla Sanità alle Contrade più lontane. Grandi e bambini impegnati in giochi ingenui e spensierati, di terra e di acqua, corse, gare, rally e gimkane automobilistiche, balli in piazza, sagre, albero della cuccagna, concerti, mostre di artigianato e di fotografa, estemporanee di pittura, cacce al tesoro. Di tutto e di più....! Emozioni semplici, immagini colorate, festanti, chiassose, profumate, allegre, solidali. Immagini oggi sconosciute a molti, ma, per fortuna, ben custodite nelle pagine de “La Sorgente” e nel film “Un anno a Caposele”, documenti insostituibili di “come eravamo”. Già, come eravamo noi e come era Caposele. Caposele prima… Caposele dopo… Non serve aggiungere altro, il pensiero LUISIDA CAPRIO LA SELETECA


75 Antologia Caposelese vola subito là. Impossibile dimenticare l’enorme voragine di sentimenti, di tormenti, aperta nel 1980, che ha ferito così profondamente il paese. A questo, inevitabilmente, la vita ha poi aggiunto il suo carico di dolore che ha toccato tutti. Guardando vicino ed intorno a noi facciamo il conto di chi non c’è più e di chi ci manca immensamente. Siamo diversi? Certamente il tempo ha fatto il suo lavoro. Ma quando ci si incontra e si chiacchiera dei bei tempi estivi passati, ecco che salta fuori lo stesso entusiasmo, seppure velato da nostalgia, un “amarcord” collettivo che porta a dire: “si potrebbe organizzare…, se ci fossi tu..., se avessimo più tempo…,” e poi a sorridere insieme sulla considerazione che il presente, anagraficamente parlando, crea qualche problema. Caro giornale, grazie per il tuo impegno lungo trent’anni. Il tuo compleanno mi ha fatto riflettere su quanto e come la tua presenza sia stata vigile e costante nel tempo, un affettuoso filo di continuità, un legame saldo con chi è vicino, ma soprattutto con chi è lontano, magari “fuori terra”. Mi ha fatto tornare indietro, sfogliando pagine di vita: un percorso variegato di ricordi e sentimenti. Augurandoti di camminare ancora a lungo e di non mollare mai, ti affido un pensiero. Se trent’anni fa un gruppo di giovani, ormai quasi tutti nonni, si faceva volentieri coinvolgere dando vita ad iniziative che non pensava potessero perpetuarsi nel tempo, è possibile auspicare che oggi altri gruppi propositivi, operativi, portino in questo paese ormai ricostruito, idee innovative, linfa vitale, aria nuova, con coraggio, armonia e apertura alle collaborazioni, raccogliendo, in definitiva, per consegnarlo poi, il “testimone” di tanto “antico” entusiasmo. UN ANNO A CAPOSELE Dicembre 2002 –La Sorgente n.68 Nicola Conforti Impressioni filmate di un turista Nella sede della Pro Loco, affollata come nelle grandi occasioni, il 10 agosto u.s. è stata presentata la versione in videocassetta del film “Un anno a Caposele”. Dopo una breve introduzione del Presidente della Pro Loco geom. Rocco Mattia, il Direttore de “La Sorgente” ing. Nicola Conforti ha illustrato le varie fasi filmate, soffermandosi in particolare sugli aspetti tecnici e storici della pellicola. infine l’avv. Giuseppe Palmieri ha relazionato nel merito del film sottolineando in particolare il significato storico e documentaristico del filmato Prima di dare inizio a questa mia esposizione mi corre l’obbligo di ricordare una persona che in modo appassionato e poetico ha dato voce, colore e significato alle immagini: VINCENZO MALANGA. A lui va il nostro pensiero affettuoso. 2002 LA SELETECA


Antologia Caposelese 76 Il mio excursus si limiterà a poche considerazioni di carattere tecnico e possiamo dire anche storico, atteso il lungo lasso di tempo trascorso dalle riprese del film ad oggi. L’intero filmato è stato girato nell’anno 1978. La prima proiezione avvenne nell’agosto del 1979 nel cinema S.Gerardo di Materdomini e subito dopo, all’aperto, in piazza Dante. Il film è stato proiettato un mese dopo il tragico evento del 23 novembre 1980 nella sala dell’Hotel S.Martino di Paestum alla presenza di tantissimi Caposelesi sfollati a seguito del terremoto ed in lacrime per l’emozione destata dal filmato. L’idea di far conoscere il nostro ambiente, le nostre tradizioni, la nostra storia, mi indusse in quell’anno a scrivere la sceneggiatura e quindi il titolo per un breve cortometraggio. Ne parlai con i miei collaboratori, in primo luogo con il mio omonimo Nicola Conforti da Sorrento, appassionato di riprese cinematografiche, con Vincenzo Malanga primo redattore de “La Sorgente” e autore di scritti e poesie su Caposele e con Donato Conforti noto per le sue trasmissioni su radio Caposele e quindi con una voce adatta al commento. Antonio Maresca ci fornì il bagaglio tecnico necessario per tentare questa avventura: a lui abbiamo dedicato la regia del film. Nasce il film documentario “UN ANNO A CAPOSELE”, articolato in tre tempi per la durata complessiva di circa 90 minuti. Le scene scorrono su un filo conduttore musicale tratto dall’adagio del 2° concerto per pianoforte e orchestra di Sergei Rachmaninoff. Mi preme sottolineare che utilizzammo attrezzature di tipo amatoriale con notevoli difficoltà per il montaggio e per la registrazione della colonna sonora. Riporto in successione alcune note della scenografa. Il film ipotizza la visita di un turista che registra, nel lento scorrere dei giorni e delle stagioni tutti gli avvenimenti di rilievo, le tradizioni, l’ambiente, la storia, i giochi. Dopo alcune inquadrature panoramiche il film apre con immagini sulla Chiesa Madre, l’altare maggiore, il soffitto settecentesco, il battistero, e poi il vecchio Torrione del Castello e le case intorno. Uno scenario del Centro storico completamente spazzato via dal terremoto del 1980. E’ PRIMAVERA: Si vedono campi fioriti, uccelli che si rincorrono e nella mota impastano i loro nidi, l’acqua del Sele che irrompe prepotente nell’alveo del fiume, le trote delle sorgenti, i giochi nei pressi del laghetto e infine la processione del Venerdì Santo con il suono dell’ormai dimenticato crepitacolo (la trocca). La visione di alcuni bambini, oggi affermati professionisti ci dà l’esatta sensazione del tempo trascorso. La visione, invece, di tante persone non più tra noi ci rattrista profondamente. Primavera inoltrata: ed ecco la festa di Santa Lucia con la fiera, le giostre, la banda locale, il falò di Sant’Antonio, i canti popolari e la processione del Corpus Domini. Quest’ultima manifestazione religiosa ci fa visitare alcune strade di Caposele che ormai sono NICOLA CONFORTI LA SELETECA


77 Antologia Caposelese solo un ricordo. ARRIVA L’ESTATE E quindi i giochi di ferragosto, i costumi locali, i vestiti da sposa anni venti, le mostre di artigianato, di pittura e fotografia, il torneo di calcio, Materdomini, i ristoranti, le bancarelle i pellegrini e la grande folla. Infine un brutto naufragio si abbatte con tutta la sua forza distruttiva sul paese e sulle campagne circostanti. Sono immagini di devastazione e insieme di solidarietà umana, simili a quelle vissute alcuni giorni fa, nella stessa zona e nello stesso periodo climatico. ARRIVA L’AUTUNNO: Ritornano le scene di vita paesana: la donna che fa i fusilli , quella che prepara le matasse, il fabbro che lavora il ferro, la fornaia che impasta e inforna le panelle di pane, la pastorella che fa il formaggio e le ricotte. Infine l’atteso arrivo di S. Gerardo che in processione percorre le vie del paese, seguito da una folla immensa. Poi la scena si fa triste: la visita al Cimitero il giorno dei morti. Lo sguardo si posa sulle tombe fiorite e su quelle dimenticate, sui cumuli di zolle “segno di povero o scordato” dice il commento. E POI… L’INVERNO: Un’ultima scena cruda e violenta dell’uccisione del maiale e poi la neve. Qui il commento si fa poesia: Caposele riposa sotto la neve e nel suo riposo ricorda e sogna: è l’inizio di questo meraviglioso componimento poetico. E mi piace concludere con le parole con le quali Luisida Caprio concludeva una sua recensione sul film: la pellicola volge alla fine. La neve cade silenziosa, la fotografia si adegua acquistando la suggestione del bianco e nero, mentre le inquadrature rendono perfettamente l’immagine del paese che ha vissuto intensamente un lungo anno e che ora, ha desiderio di riposarsi. Tutto è quiete, pace, unico segno il fumo che esce grigio e gonfio dai camini di ogni casa: il respiro del paese che pare addormentato. A distanza di 24 anni dalle prime riprese, sollecitati da tantissime richieste, siamo riusciti, con gli stessi mezzi rudimentali a riversare il film su videocassetta, rifacendo per intero la colonna sonora che col tempo si era molto degradata. Quest’ultimo compito è stato svolto egregiamente da Salvatore Conforti. Nella videocassetta è inserita una recensione a firma di Luisida Caprio apparsa sul n. 21 de “La Sorgente” datata ottobre 1979. In 24 anni abbiamo proiettato più volte il film in originale. Ogni proiezione ha suscitato sempre l’emozione e l’entusiasmo della prima volta. Trattasi di un documento storico irripetibile.Credo che ogni famiglia caposelese debba conservarne copia. Sono immagini che suscitano sensazioni straordinarie e che ci riportano indietro con la mente in una visione nostalgica di un paese distrutto ma non dimenticato. NICOLA CONFORTI LA SELETECA


Antologia Caposelese 78 UN ANNO TRISTE –Editoriale del dicembre 2001 Nicola Conforti L’anno che sta per concludersi lascia una traccia profonda ed indelebile nell’animo dei Caposelesi e segna un brutto momento nella storia del nostro Paese: una immane tragedia ha ferito a morte quattro famiglie e ha sconvolto e addolorato l’intera cittadinanza. Un anno triste, una storia di dolore e di fragilità umana: quattro giovani hanno perduto la vita in un incidente d’auto alle porte di Caposele. Quattro vite spezzate in così giovane età hanno gettato nel lutto, nel dolore e nella disperazione l’intera comunità. E’ stata, dopo quella del terremoto, la più grave sciagura verificatasi nel nostro Paese, la più crudele delle disgrazie capitata a quattro nostri giovani e promettenti concittadini. Il Paese tutto, unito e solidale come non mai, si è stretto intorno ai familiari delle vittime ed ha pianto con loro la scomparsa di tante giovani vite. Alfonso Sozio, Donato Sozio, Lorenzo Viscido e Maurizio Corona resteranno sempre nel nostro cuore e nei nostri ricordi. UNO SCHIANTO, UN GRIDO La Sorgente n. 69 –dic.2003 di Vania Palmieri Domenica 1° giugno, nella chiesa della Sanità di Caposele, insieme alla Madonna hanno pianto quattro mamme sulla sorte dei loro quattro figli crocefissi. Quattro croci sono cadute sulle spalle di quei genitori che le trascineranno all’infinito. Una corsa nella notte, come in un gioco a rimpiattino con la morte. Poi lo schianto! La dea vestita di nero, mai sazia, ha preteso le sue vittime. Ancora una volta ha colpito. In quella notte di allegria, le risate si sono trasformate in lamenti, in singhiozzi. L’alba per i quattro giovani di Caposele non è mai spuntata. Sull’erba e sull’asfalto, brandelli di corpi, lamiere contorte, silenzi senza più speranze di voci e di vita. Sbigottimento, incredulità, angoscia hanno avvolto Caposele e l’Irpinia. La notizia della dipartita di MAURIZIO Corona, LORENZO Viscido, DONATO Sozio e ALFONSO Sozio ha colpito le orecchie ed è scesa dolorosamente fin nella parte più intima del cuore. La dea vestita di nero ha ghermito senza pietà quattro esistenze che programEDITORIALE 2001 LA SELETECA


79 Antologia Caposelese mavano lunga e felice la linea del futuro. Per loro non ci saranno più stagioni, albe, emozioni, sogni. C’è stato solo un unico tragico tramonto che ha inghiottito il breve giorno spalancando la porta ad una notte infinita. Noi tutti ci siamo fermati per un attimo a rivivere le sensazioni, a ripercorrere le emozioni, a meditare. E con noi i tanti giovani che spesso percorrono le strade con l’incoscienza dell’età, senza rendersi conto che il piede pigiato sull’acceleratore dell’auto può essere l’inizio di una tragedia e la fine della spensieratezza, della felicità, del futuro. Domenica 1° giugno, nella chiesa della Sanità di Caposele, insieme alla Madonna hanno pianto quattro mamme sulla sorte dei loro quattro figli crocefissi. Quattro croci sono cadute sulle spalle di quei genitori che le trascineranno all’infinito. Il pianto silenzioso dei presenti si è trasformato in una nenia malinconica che ha accompagnato l’ultimo viaggio di Maurizio, Lorenzo, Donato e Alfonso. Dei quattro amici sempre insieme, anche nella morte. Quando è calata la sera, i ricordi tenuti fino a quel momento lontani, nascosti nelle pieghe di una veste nera, sono tornati, per accarezzare la fronte di chi non ha più lacrime. Piange Caposele, ancora legata a quelle quattro meravigliose piante sradicate, recise. I quattro giovani dormono il sonno eterno in un altro giardino. Nelle loro case, trasformate in piccoli santuari, la gente mormora l’ultima preghiera. Poi il silenzio! Ma nel silenzio, all’improvviso, uno schianto ed un grido disperato: MAMMA!. VANIA PALMIERI Caposele, le cantine LA SELETECA


Antologia Caposelese 80 QUALE PROLOCO? La Sorgente n. 70 – dicembre 2004 - di Raffaele Russomanno E’ sulla strada della cooperazione che si dovrà operare superando barriere ideologhe e di fazione, confrontandoci con quanti oggi operano sul territorio, nel rispetto comune, anteponendo il bene di tutti ai singoli vantaggi, affinché si possano innestare politiche di sviluppo. Quale Pro Loco per il prossimo futuro o quale futuro per la Pro Loco? Questa è la domanda che oggi si impone con prepotenza fra tutti noi e pertanto merita di essere analizzata. Per oltre trent’ anni della vita della nostra comunità la pro-loco è stata punto di riferimento per residenti ed immigrati, non a caso questo giornale è al suo 70° numero, e per molti anni è stata l’ unica protagonista di piacevoli “agosti caposelesi” trascorsi tutti in armonia. Vivo è in me il ricordo di quando da ragazzo combattevo la mia personale battaglia in famiglia per non allontanarmi da Caposele nel periodo estivo perché i momenti che vivevo erano molto belli e intensi, sicuramente erano vissuti nella coralità di un intero paese che basava il proprio essere su valori e sentimenti diversi da quelli odierni. Erano gli anni di quando molti dei papà dei miei amici rientravano, dopo un duro inverno, dalla Svizzera, terra che molto ha dato ma che tanto duramente ha preso, erano gli anni di quando le pannocchie venivano messe ad asciugare al sole in piazza e le donne della piazza ci controllavano a mo’ di chiocce. Ora però tutto questo non esiste più. Il paese è cambiato, i suoi abitanti sono cambiati. Le nuove generazioni devono confrontarsi con problematiche più complesse delle nostre. Pertanto le richieste sono diverse e le risposte devono essere modulate di conseguenza. La prima risposta che va data è ai giovani ed ai lori problemi, non possiamo più assistere impassibili al problema devastante della droga nel nostro paese, è ora che tutti coralmente affrontiamo questo mostro che tanto silentemente sta traviando la vita dei nostri figli. È ora di dare una risposta ai giovani i quali ci hanno pubblicamente chiesto il nostro aiuto. Essi ci hanno scritto per segnalarci il problema, anche se poi dicono che non vogliono sapere il perché tutto questo avvenga, mi sembra che forse con uno sforzo comune dovremmo invece capire proprio perché tutto questo avvenga. Una pro-loco partecipe alla vita del paese deve necessariamente affrontare problematiche inerenti il recupero del patrimonio artistico e culturale della propria terra. La valorizzazione delle antiche cantine, presenti nel nostro comune, uniche nel loro genere, la costruzione delle stesse come oggi ci sono 2004 LA SELETECA


81 Antologia Caposelese pervenute sembra essere riconducibile all’ occupazione francese sotto Murat, deve essere uno degli impegni da assumere. Così pure la ricerca della valorizzazione dell’ olio, attraverso corsi che possano formare agricoltori che siano in grado di produrre un olio certificato e che domani siano essi stessi i soci di un consorzio che possa battersi per il riconoscimento del marchio DOP. Una società che cresce ha bisogno, come linfa vitale, di cultura. Ecco allora che vanno incentivati spettacoli musicali e teatrali, dibattiti e confronti. Le istituzioni scolastiche dovranno essere partner privilegiati, con i nostri giovani studenti dovremmo collaborare e realizzare progetti comuni, come ripetere l’ esperienza di alcuni anni fa quando accompagnavano il pubblico nella visita alle sorgenti del Sele. Dovremo confrontarci necessariamente con la Pubblica Amministrazione, perché il fne ultimo di entrambe le parti è la crescita del paese, nella certezza di ottenere gli stessi risultati positivi dei Comuni viciniori, i quali attraverso una attenta politica del territorio hanno visto incrementare le presenze dei visitatori e rivalutare i propri prodotti locali. E’ sulla strada della cooperazione che si dovrà operare superando barriere ideologhe e di fazione, confrontandoci con quanti oggi operano sul territorio, nel rispetto comune, anteponendo il bene di tutti ai singoli vantaggi, affinché si possano innestare politiche di sviluppo. Ma perché tutto questo avvenga è necessario che nuove forze entrino in essa, non è possibile pensare ad un futuro in cui le donne, con il loro gentile ma risoluto cipiglio, ed i giovani, con tutta la loro irruenza e la loro verve, non siano tra di noi e con noi. E’ bene che le persone che hanno profuso le loro energie in questa associazione, non solo nei momenti di massimo splendore, ma anche nei momenti di difficoltà siano sempre vicini a coloro i quali dovranno operare, poiché la loro esperienza è un patrimonio da salvaguardare e non disperdere. L’ impegno di tutti noi non può che andare in questa direzione, perché se così non fosse finiremmo per doverci chiedere solamente quale futuro potrebbe esserci per la nostra pro loco e non quale pro loco per il prossimo futuro. Non so di quale colore politico sia questa battaglia, né se questa battaglia abbia un colore politico. E nemmeno mi interessa. Credo, comunque, che sia una battaglia giusta. RAFFAELE RUSSOMANNO LA SELETECA


Antologia Caposelese 82 IL NOSTRO TERREMOTO PRIVATO – - dicembre 2005 –La Sorgente n. 71 - di Alfonso Sturchio Il tempo addolcisce i ricordi e si ripensa, finanche con piacere, ai giochi organizzati dai volontari di Don Guanella, alle partite di calcio vicino alle roulotte, ai giocattoli distribuiti nelle baracche per Natale o alle mense improvvisate con i soccorritori. Poi, però, si comprende che quella precarietà è durata per troppi anni… La vita di ciascuno di noi, come la storia imparata a scuola, non procede mai per piccoli passi graduali, ma si sviluppa attraverso strattoni, impreviste accelerate, frenate brusche, intime rivoluzioni. L’inaspettata chiamata per un posto di lavoro, la perdita improvvisa di un genitore, o semplicemente il trasferimento in un’altra città, un colpo di fulmine, o solo una grossa vincita al lotto. Sono tanti piccoli terremoti che improvvisamente trasformano la tua vita che, da un giorno all’altro, è totalmente diversa da com’era. Un giorno ti considerano ancora un moccioso ed il mattino successivo devi occuparti dell’intera famiglia. Una notte d’estate passeggi spensierato con i tuoi amici, e la notte successiva la passi a preparare il latte caldo al tuo neonato. Una domenica sei a casa tua, con l’intera famiglia raccolta intorno al caminetto, e la domenica successiva ti ripari in una roulotte, primo elemento precario di vent’anni del tutto precari. Tra le tante rivoluzioni personali che accompagnano la vita di ciascun caposelese, il terremoto del 1980 – ed i convulsi dieci, quindici anni che ne sono seguiti – si colloca, senza dubbio, ai primi posti. Nessuno di noi, da allora, è rimasto uguale a prima. Ma quel terremoto, rispetto alle altre accelerazioni descritte, possiede una sua peculiarità: è riuscito a sconvolgere, contemporaneamente, l’esistenza di migliaia di persone, ha mutato le abitudini, le inclinazioni, i caratteri di intere comunità e, da un istante all’altro, non solo te stesso, ma tutto intorno a te, non è stato più come prima. Credo che nessuno possa negare questa metamorfosi. Allora, nelle conversazioni tra amici, ci spingiamo a chiederci quale sia stata, fra tutte, la generazione che più ha pagato questa rottura. Quale generazione ha subito il maggior trauma per questo sconvolgimento che si è protratto ben oltre le scosse di assestamento, e che solo oggi, a distanza di venticinque anni, può dirsi sopito. Forse a pagare di più sono stati gli anziani di allora: coloro che, dopo una vita di lavoro e sacrifici, avrebbero avuto diritto ad una vecchiaia più serena. Avrebbero preferito, certamente, restare nelle loro case, a pochi passi dal centro del paese e dalla chiesa. Avrebbero continuato, perché no, a frequentare i caffè o le panchine di un tempo, a passeggiare e conversare sostando in quei punti precisi, stabiliti da 2005 LA SELETECA


83 Antologia Caposelese consuetudini di mezzo secolo, anziché confinarsi in villaggi di prefabbricati o ricominciare a combattere per un contributo, per un metro quadro in più o semplicemente per un attacco della luce. Oppure potremmo pensare agli adulti di quegli anni. A coloro che si sono visti franare, letteralmente ed improvvisamente, il mondo addosso. Da un giorno all’altro hanno dovuto cambiare il proprio modo di pensare, il proprio modo di lavorare, i propri obiettivi, e finanche il proprio linguaggio. D’un tratto hanno dovuto avere a che fare con emergenze, legge 219, vuoti tecnici, faglie e suppellettili, stati di avanzamento ed accolli spese. Un’accelerazione repentina ai propri ritmi, una deviazione improvvisa dei percorsi di vita propri e collettivi che hanno trasformato l’intera comunità. Molti hanno la sensazione che da allora, per tanti anni, una diffusa avidità ha appreso gli animi dei caposelesi ed una malefica febbre dell’oro ha avvelenato i rapporti tra le persone. Gli adulti di allora, purtroppo, sono stati le vittime ed i protagonisti di questa corsa. Ma io direi che a pagare il prezzo più alto sono stati i bambini ed i giovani di allora. Il terremoto, e gli anni che ne sono seguiti, rappresentano una ferita che non potrà mai rimarginarsi: nessuno gli potrà restituire quegli anni sottratti ad una vita normale, nel pieno della formazione. Il tempo addolcisce i ricordi e si ripensa, finanche con piacere, ai giochi organizzati dai volontari di Don Guanella, alle partite di calcio vicino alle roulotte, ai giocattoli distribuiti nelle baracche per Natale o alle mense improvvisate con i soccorritori. Poi, però, si comprende che quella precarietà è durata per troppi anni, che per troppi anni il sisma è stato il protagonista di tutti i discorsi, che le lezioni nelle scuole prefabbricate sono durate fin troppo, al pari delle macerie ai bordi delle strade e delle continue privazioni in un paese in eterna emergenza. E quella precarietà, a molti, è rimasta dentro. Possiamo compiacerci a dire che le difficoltà forgiano il carattere, ma io non augurerei ai ragazzi di oggi di crescere in quella situazione, ripeto, del tutto anormale. Non gli augurerei di crescere in mezzo alle ruspe, ai regali di Zamberletti e nella palestra delle Saure. Sono contento, invece, che i ragazzi di Caposele, oggi, abbiano ricostituito un’esistenza normale e vivano in un ambiente più decoroso. Che non debbano considerarsi dei terremotati. Mi piace la capacità degli adolescenti di oggi di confrontarsi con l’esterno, con le altre città italiane o europee, e di arricchire, così, il paese di origine. Mi piace il loro sguardo più sereno e sicuro di fronte al mondo. Per quelli della mia generazione, che sono cresciuti in contesti eternamente provvisori, è una gioia vederli frequentare una scuola degna di questo nome, vederli maturare in mezzo a strade sgombre di brutti ricordi, e vederli, in tutto e ALFONSO STURCHIO LA SELETECA


Antologia Caposelese 84 per tutto, simili agli altri ragazzi occidentali. Dopo venticinque anni abbiamo tra di noi la prima generazione post-terremoto. Dobbiamo preservare questi ragazzi come una cosa preziosa: i primi a non essere figli di un dio minore, ed i primi a dover restituire a Caposele una serena convivenza tra le persone. L’ANGOLO DEI RICORDI – dicembre 2005- La Sorgente n. 71 - di Vincenzo Di Masi I l primo mio scritto è rivolto a Voi, miei cari compaesani Caposelesi, a coloro che adesso, mentre mi accingo a raccontare fatti ed avvenimenti, di persone e cose, sono fanciulli o ragazzini che si affacciano alle vita o anche giovanetti o studenti ai primi impegni di studi, appartenenti ad entrambi i sessi, ma tutti di famiglie che hanno avuto origine o trovato legami, alle pendici del monte ”Plaflagone”, sovrastante la valle del Sele e le limpide acque di quello che era l’omonimo fiume, prima che venissero convogliate nell’Acquedotto Pugliese, il quale a tutt’altra regione appartiene (Campania), fuorché alle Puglie, di cui disseta unicamente le popolazioni o irrora le fertili terre. Ma questo scritto è rivolto anche ai nati di Materdomini, frazione di Caposele, posta sulla stupenda collina che trovasi dall’altra parte della valle, sede dell’omonimo Santuario e meta, da sempre, di pellegrinaggi provenienti da tutte le Regioni meridionali e devoti di ogni parte del mondo, località che specie in questi ultimi anni, dopo il devastante terremoto dell’80, ha assunto un’importanza turistica e devozionale di grandissimo rilievo, per San Gerardo Maiella, frate dell’ordine religioso creato da San Alfonso dei Liguori, oggi con strutture alberghiere, di conforto e ristoro di grande importanza, paragonabili a quelle di San Giovanni Rotondo, nel foggiano, ma di molti secoli più antico. A Voi, come ho detto, giovani e fanciulli di Caposele, prima ancora che ad altri Caposelesi già maturi d’età o addirittura vecchi, mi rivolgo per esortarvi a mantenere vivo il ricordo di tutti Coloro che ora non son più su questa Terra e che furono artefici di avvenimenti e fatti della vita del nostro amato paese. Sento doveroso precisare che nelle vostre mani, per opera di nostri anziani concittadini, avete uno strumento importantissimo, che se riuscirete – come vivamente auspico – a tenere operante e vivo, potrete assolvere alla funzione che ho detto in premessa. 2005 LA SELETECA


85 Antologia Caposelese Mi riferisco essenzialmente al periodico che Voi tutti conoscete, che costituisce una rarità ed un gioiello d’informazione ”aere perennius ” – come diceva Orazio in una delle Sue più belle ”odi”- di cui principale artefice – e doveroso dirlo - è 1’ing. Nicola Conforti, insieme con i componenti della locale ”PRO LOCO”, tutti benemeriti cittadini di Caposele e Materdomini, a cui si devono tante nobili iniziative, in particolare ferragostane, che hanno avuto il grande pregio della qualità culturale e della memoria storica del paese, che MAI VOI DOVETE FAR ASSOPIRE. Mi riferisco, ovviamente, al rotocalco ” LA SORGENTE”, un tempo periodico mensile, ’poi bimensile ed, attualmente, attribuito alla sana iniziativa dei già detti componenti della PRO LOCO e, segnatamente, dell’ing. Conforti pochi altri concittadini, che tra l’altro concorrono a sopportarne le spese finanziarie e la diffusione. Eppure – devo dirlo con rincrescimento – pochissimo ci vorrebbe per farlo crescere e prosperare! Basterebbe, infatti, che gli Amministratori comunali – di cui non dubito minimamente le buone intenzioni, a partire dall’attuale Sindaco, dott. Giuseppe Melillo - stanziassero una sia pur minima somma, tra quelle straordinarie del Comune, e ciascun cittadino di Caposele rinunciasse ad un ”misero” euro, non dico giornaliero, ma settimanale, per far si che il detto periodico sopravvivesse e si affermasse in via definitiva. ”LA SORGENTE” - lo ripeto con forza e convinzione – deve sopravvivere, e VOI giovani dell’attuale e delle future generazioni, ne dovrete assumere il carico morale e materiale. Iddio tenga in vita Caposele e consenta a tutti Voi di vivere e prosperare felici! Da ora e da qui parte la mia collaborazione col suddetto periodico. Con tanto amore ed affetto per tutti. SELETUDINE – agosto 2006 – La Sorgente n.72 di Gerardo Ceres Il silaro non è gagliardo, non s’innamora delle dispute. Non sa essere guelfo e ghibellino, bianco e nero. Tranne che per un piccolo tratto della storia recente, non si lascia trascinare più di tanto nell’agone che si svolge nella polis. Non è sua l’attitudine al combattimento e alla tenzone. Preferisce, al più, osservare e commentare le gesta d’altri e riderci sopra. Ho cercato per mesi negli occhi di qualche anziano e poi negli occhi di uomini e donne di mezza età e, ancor di più, in quelli di alcuni bambini nel tentativo di scorgere, di cogliere e rilevare delle differenze. Vanamente. Al punto che in ciascuno ho colto un carattere assolutamente omogeneo. C’è, infatti, qualcosa di immarcescibile che si trascina nel tempo e che prende 2006 VINCENZO DI MASI LA SELETECA


Antologia Caposelese 86 ognuno che sia nato, anche soltanto nato, a Caposele o che vi risieda da lungo tempo: è la seletudine, che tende ad esaltare dei valori etnici e culturali propri della genìa che vive sulle due rive del Sele e, in modo particolare, nel tratto prossimo alle sorgenti. Descritto così questo sostantivo pare voglia evocare qualcosa di altamente nobile, almeno come gradirebbe il mio amico Antonello Malanga, fine etimologo dai profondi e mai esauriti studi. Al contrario l’accezione che io preferisco è quella un po’ sdrucita, quella che tende ad indagare i lati oscuri, a volte anche indicibili, perché quando detti alienano simpatie ed amicizie. Detto ciò, incuranti come sempre, addentriamoci in questa ricerca dagli esiti ignoti. L’idea di addentrarsi (forse la stessa che ebbe il Santorelli quando invocava l’Angelo santo perché delle vedute del Sele gli facesse intendere “qualche cosa più addentro”), per quanto casuale ed involontaria, è sintomatica di una prima verità: il silaro è un cavernicolo che non solo abita nelle caverne (oramai non più) ma che nella sua estensione antropologica è persona poco socievole oppure rozza e dozzinale. Il suo habitat esterno è un cuneo di territorio che penetra sul fianco la montagna e ne forma uno spazio racchiuso, molto più che raccolto. Il sole tende anzitempo ad adagiarsi sull’altro versante della montagna, oscurando ben presto i vicoli e le strade. La vegetazione rigogliosa e selvaggia, solo appena contenuta da una bizzarra urbanizzazione, circonda decisa ogni movimento del silaro. In questo contesto geografico si sviluppa una storia del popolo delle sorgenti del Sele, per l’appunto il silaro. Millenni di storia che ne hanno edificato una caratteristica tolemaica assolutamente originale: il selecentrismo. Ma anche in questo mi viene in soccorso un altro amico, Nicola D’Auria, che anni fa coniò questa definizione per evidenziare l’assoluta incapacità del silaro di essere nel mondo se non per proiettare le sue azioni su uno schermo ideale che egli immagina collocato in piazza della sanità. In modo tale da non riuscire che ad essere sé stesso, il suo sé stesso di sempre, quello che ritiene che Times Square o i Campi Elisi o il molo di Tangeri siano delle mere propaggini di Piazza Di Masi o Via Roma o il Ponte di Tredogge. Riassuntivi di questa verità sono quattro versi contenuti in un’ode di Vincenzo Malanga: “Vedo il mio paese: / non ne uscirò più! / Come sei mio…/ paese dove nacqui e vivo!”. Qui vi si ritrova l’idea dell’autosufficienza. Per il silaro, e Vincenzo Malanga lo fu di coriacea scorza, Caposele è il mondo, il solo mondo possibile. E se questo, appunto, non è selecentrismo, come lo si può diversamente definire? Il silaro è un conservatore. Guai a chiunque voglia prospettare innovazioni di vario tipo. Il suo è un andamento davvero lento, lumacoso. La vorticosa accelerazione della società dell’information technology è vista con fastidio, anche se solamente osservata attraverso qualche canale televisivo. Ci sovviene la curiosa teoria di qualche mio altro beffardo e caustico amico: GERARDO CERES LA SELETECA


87 Antologia Caposelese non c’è altro luogo al mondo nel quale le grandi istituzioni che formano l’élite sociale di una comunità siano rimaste per così tanto lungo tempo immuni ai cambiamenti, almeno nei posti di maggiore responsabilità. Nel nostro caso abbiamo avuto per venti anni lo stesso comandante dei carabinieri; abbiamo da trentacinque anni lo stesso parroco; ugualmente da trentacinque anni la stessa generazione politica che amministra, a livello municipale, la cosa pubblica. Guai, guai, solo a prospettare il cambiamento, al quale, peraltro, nessuno si candida. Il silaro non è un esteta, non ama il bello. Infatti basta volgere lo sguardo intorno per non trovare un segno o un tratto di coerenza. Ci si lascia prendere da soluzioni inverosimili, che si tratti dei colori delle abitazioni, degli infissi, dei balconi o solo le insegne dei negozi. Come nell’abbigliamento che si apprezza lungo le strade nelle ore del passeggio: nulla più del normale e del comune. Le strade e le piazze sono preda di anarchiche invasioni di auto, cassonetti dell’immondizia, cartacce che frullano nei vortici del vento che soffia da Boiara, monumenti collocati come ciglia posticce e, peggio, abbandonati al degrado del tempo che non rimedia. Basta guardare come è oggi collocato il luogo per eccellenza della seletudine, in cui si mescolano mito e identità del silaro: le sorgenti. Nulla al confronto con ciò che vi si osservava centocinquanta anni fa, quando il Santorelli vedeva spuntare e spero per rispecchiarsi nelle acque delle fonti del Sele, quando le donzelle di Caposele del medio e basso ceto corrono ad attinger l’acqua dove rampolla il fiume. Oggi quel naturale e concavo anfiteatro è nascosto allo sguardo di chi passa a lato. Nell’unico punto dove si potrebbe ammirare l’incanto vi sono i contenitori, che non sempre riescono a contenere, della raccolta differenziata. E poi quei tristi e dolenti alberi di mimose che chiedono di scomparire… per donare la visione di ciò che oggi è negato alla vista del passante. Il silaro non ama le liturgie. Al punto che il gesto pubblico più esaltante della liturgia cattolica, la processione, viene vissuto – estremizzando - come una passeggiata al luna park, con il gelato in mano o le patatine e la lattina di coca cola. Essa diventa, almeno per le due ali di donzelle che precedono il santo, l’occasione per un vero e proprio defilè, utile a mostrare l’ultimo vestito e ben disposte, altresì, a comporre (sempre secondo il Santorelli) gli occhi al sorriso e brillan di luce le loro pupille a favore di quei licenziosi giovinastri che attendono il passaggio del sacro rito. Il silaro è ben strano, quando in una sua rara mutazione genetica accetta addirittura lo spostamento della festa di San Vito, perché non compatibile col business che si realizza nei ristoranti e tra i souvenir di Materdomini: è l’economia, bellezza, è l’economia… Nel suo corpo maggioritario più che anticlericalismo nel silaro si esalta l’agnosticismo. Retaggi di una società che ha saputo ospitare logge massoniche che a loro volta hanno seminato un atteggiamento di indiffeGERARDO CERES LA SELETECA


Antologia Caposelese 88 renza verso il sacro con radici via, via sempre più profonde. Il silaro non è gagliardo, non s’innamora delle dispute. Non sa essere guelfo e ghibellino, bianco e nero. Tranne che per un piccolo tratto della storia recente, non si lascia trascinare più di tanto nell’agone che si svolge nella polis. Non è sua l’attitudine al combattimento e alla tenzone. Preferisce, al più, osservare e commentare le gesta d’altri e riderci sopra. Non vi si comprenderebbe per il silaro tanto cancan, come invece è accaduto qualche anno fa a Calabritto, per stabilire il come e il perché trasferire, andata e ritorno, la statua della madonna della neve; se il parroco doveva restare oppure andar via; se il vescovo poteva o no assicurare la sua prolusione al popolo fedele. Il silaro non è interessato a tutto ciò. Egli chiede solo di ascoltare ed osservare, possibilmente seduto su una panchina, su uno scalino o attorno al tavolino di un bar. Un ignoto autore di versetti affissi notte tempo sui muri di Caposele ebbe a scrivere che il silaro “di tutti parla e con malizia…” e questo gli basta pur che il tempo passi, giorno dopo giorno, anno dopo anno. Il silaro sono io, siamo noi, quelli che mai potrebbero immaginare una vacanza agostana se non per viverla a Caposele; quelli che attendono l’uscita di questo giornale pensando che sia l’unica cosa importante che possa segnare davvero l’estate; quelli che restano sulle panchine di piazza sanità fino all’ultimo minuto utile prima del pranzo, pur di lasciarsi accarezzare da un insolito scirocco che solo sotto quelle piante sa essere fresco e piacevole; il silaro è colui che prova fastidio, con fare snob, all’arrivo di foresti che manifestano una tiepida volontà all’integrazione. Il silaro è quello che pensava di scrivere di sé immaginando una prosa blues e che nel corso di un breve viaggio, sapendo dei tempi molto stretti concessi dal direttore, si è dovuto adattare a dei riferimenti che sono punti fermi e non aggirabili della seletudine come Nicola Santorelli e Vincenzo Malanga. Questi due esempi alti di uomini colti, in due secoli differenti, con amore filiale e poetico, hanno donato un pezzo del loro tempo per raccontarci con le parole l’aria, i colori, gli odori, i fruscii del Sele e dei suoi dintorni. Sono loro i cantori della seletudine, di quel senso che nasce aprendosi alla vita e che ci portiamo ovunque fino all’istante finale che si chiude, per sempre, alla vita. GERARDO CERES LA SELETECA


89 Antologia Caposelese INSTANCABILI CAMPIONI – La Sorgente n. 78 - Agosto 2009 - di Donato Gervasio E’ la straordinaria favola dell’Olimpia Caposele. Una favola di qualche decina di ragazzi poco meno che maggiorenni, poco più che adolescenti, che da un anno in qua stanno tenendo orgogliosamente alto il nome di questo piccolo, piccolissimo, ma grande, grandissimo paese. L’Olimpia Caposele, il 20 giugno scorso, trionfa di nuovo. I l prato diventa giallo all’improvviso. Anche il verde dell’erba sembra voler adeguarsi alla festa. Caposele è di nuovo campione provinciale. Come un anno fa. Cambiano soltanto i colori. Dal rosa-nero dell’anno scorso al giallo di quest’anno, appunto. Tutto il resto è esattamente identico. E’ la straordinaria favola dell’Olimpia Caposele. Una favola di qualche decina di ragazzi poco meno che maggiorenni, poco più che adolescenti, che da un anno in qua stanno tenendo orgogliosamente alto il nome di questo piccolo, piccolissimo, ma grande, grandissimo paese. L’Olimpia Caposele, il 20 giugno scorso, trionfa di nuovo. Questa volta la troupe alla guida dell’anche lui giovane, ma così straordinariamente già vecchio di vittorie e successi, mister Roberto Notaro, si è proclamata campione nella categoria “Allievi”. Una favola fatta di passione, di tifo, di emozioni. Caposele dunque, un anno dopo la prima, storica vittoria in assoluto in ambito calcistico, nella categoria “Giovanissimi”, con la stessa squadra, con lo stesso coraggio, la stessa passione, e la straordinaria partecipazione di tifo di tanti compaesani, si riconferma e ritorna esattamente lì dove l’anno scorso l’avevamo così incredibilmente lasciata. La provincia torna dunque di nuovo ai nostri piedi. Sarà capitato a pochi, e siamo sicuri capiterà a pochi altri, che un paese con una così bassa “offerta” dal punto di vista di giovani, riesca a vincere, addirittura per due anni di fila, un campionato provinciale con atleti dello stesso paese. Basti pensare che, moltissime delle squadre affrontate durante il campionato, che tra l’altro appartenevano a comuni almeno due volte più grandi del nostro, erano delle vere e proprie selezioni di giovani di più paesi. Caposele invece, oltre ad aver espresso soltanto atleti locali, ha vinto addirittura per due anni consecutivi con la stessa squadra, tranne pochissime eccezioni. Un gruppo di ragazzi impeccabili insomma. Una storia straordinaria, che merita, al di là di tutto, di essere raccontata e lasciata agli archivi. Sotto la guida “paterna ” dell’inossidabile presidente Generoso Notaro, con lo straordinario e meticoloso lavoro di mister Roberto Notaro, l’Olimpia Caposele approda, dopo un cammino straordinario, accompagnato costantemente da un tifo commuovente di ragazzi di ogni età, al Partenio di Avellino. E’ la finale. Di nuovo, come l’anno scorso. Quest’anno di fronte c’è il Ciccia2009 LA SELETECA


Antologia Caposelese 90 no, “selezione” napoletana stranamente iscritta al campionato provinciale avellinese. Misteri delle regole. Un motivo in più comunque per prenderci noi la coppa e non lasciarla andare in posti che nemmeno gli apparterrebbero. Sulla solita tribuna Montevergine del Partenio questa volta ci sono centinaia di caposelesi. Una tribuna molto più gremita rispetto all’anno scorso. Ed il colore che la riempie è uno solo: il giallo, il colore sociale di quest’anno dell’Olimpia. Striscioni, palloncini, le solite magliette indossate di consuetudine da tanti tifosi ad ogni partita. E’ una marea gialla. E da essa incitati, i ragazzi caposelesi spazzano via, dopo i 90 minuti di gara, il Cicciano, con un secco 2-0. E’ il nuovo trionfo, è la nuova esplosione della gioia, della festa, del delirio, dell’orgoglio caposelese. E’ la storia che si ripete, un verissimo e tangibilissimo deja-vu. Lo sport che ricolloca sopra a tutti un comune di cui molti nemmeno ricordano l’esatta collocazione geografica. Una storia bellissima per Caposele. Un Caposele di cui ci sentiamo, ancora una volta, così teneramente e vivamente fieri ed orgogliosi. IL TURISMO CHE VERRÀ di Raffaele Russomanno Sorg. n.74 Agosto2007 È spaventoso osservare come nessun comune dell’Irpinia abbia sentito la necessità di offrire il proprio sostegno ai comuni in rivolta perché stanchi di essere lo sversatoio dei rifiuti del napoletano. Anziché affratellarci con loro si è fatto finta di nulla ritenendo che tanto non era un problema che ci riguardava. Tra città e città c’è molta natura, ed è bello godere dello spettacolo di una ridente campagna oppure di ampi scorci di costa incontaminati. Invece in Italia la situazione è radicalmente diversa ed in particolare una volta arrivati alle porte di Napoli si vedranno solo capannoni, cancellate, lampioni cadenti, viadotti stradali mai ultimati: non esiste in Europa un’intera area maggiormente deturpata. Il paesaggio in questi ultimi anni è profondamente cambiato, dove un tempo sorgevano una florida campagna e baie incontaminate oggi sorgono capannoni industriali abbandonati, immondizia e terreni mai bonificati dall’amianto. Autorevoli commentatori ritengono che tutto questo degrado sia dipeso ieri dalle scelte sbagliate della politica, che ha ritenuto di portare l’industria chimica nelle zone costiere, con il suo inevitabile inquinamento, oggi dall’interpretazione tutta italiana di “autonomia”. Ognuno fa ciò che vuole. DONATO GERVASIO LA SELETECA


91 Antologia Caposelese Ogni ente si considera il centro del mondo, ogni comunità montana, parco, ente o agenzia sfoggia progetti suoi, progetti che verranno regolarmente bocciati da chi invece sceglie di non scegliere. È di questi giorni la notizia che il 90% circa dei progetti non vengono portati a termine a causa delle difficoltà burocratiche. Nessuno dispone di autorità sufficiente per fare le cose, ma tutti hanno abbastanza forza per bloccarle. Qui da noi al Sud la situazione è peggiore rispetto al resto d’Italia: s’innestano incuria, incoscienza e incompetenza. La Campania è soffocata dai rifiuti, non a caso la nostra popolazione ha la più alta percentuale di tumori rispetto al resto della nazione, eppure assistiamo impassibili a tutto questo. È spaventoso osservare come nessun comune dell’Irpinia abbia sentito la necessità di offrire il proprio sostegno ai comuni in rivolta perché stanchi di essere lo sversatoio dei rifiuti del napoletano. Anziché affratellarci con loro si è fatto finta di nulla ritenendo che tanto non era un problema che ci riguardava. Eppure, se si continua con questa politica, tra un po’ altri siti dovranno essere individuati e forse quel sito dove depositare milioni di metri cubi di “munnezza” potrebbe essere proprio nel nostro Comune. Allora viene spontaneo porsi una domanda: “Fra cumuli di immondizia e siti mai bonificati quale sarà il turismo che verrà e chi dovrà governare i processi di sviluppo”. Difficile dare una risposta al quesito appena posto, eppure la nostra è una terra ricca di bellezze naturali e di storia. Personalmente ritengo che spetti alle comunità locali governare i processi di sviluppo visto che a livello centrale gli organi sono latitanti. Pertanto è bene evidenziare a chi aspira al governo del nostro Comune che inizi a pensare sin da ora ad una politica di sviluppo del turismo per l’intero territorio comunale e non più per una sola parte di esso. È ora che i flussi turistici vengano governati e indirizzati, sicuramente questo significa costruire una politica del turismo ed abbandonare la filosofia del fai da te. Le politiche di sviluppo sono politiche complesse e pertanto è necessaria una visione unitaria dell’intero territorio da parte di colui che è chiamato ad attuarle. Per fare solo un esempio la prossima Amministrazione dovrà affrontare, tra i tanti problemi, anche quello del rinnovo del Piano Regolatore Generale ormai scaduto, quale occasione migliore per costruire, utilizzando uno strumento di indirizzo generale, una politica di sviluppo del nostro turismo che ricada sull’intero territorio. John Fitgerald Kennedy ha scritto: “Non chiedete che cosa il vostro paese RAFFAELE RUSSOMANNO LA SELETECA


Antologia Caposelese 92 può fare per voi, ma che cosa voi potete fare per il vostro paese”. È ora forse che tutti noi incominciamo a comprendere che oltre a nuove idee occorre un generale impegno, perché nessuno ci farà dono di alcunché, anzi le comunità viciniore faranno di tutto per attrarre presso di loro una parte o la maggior parte di questo flusso e allora a noi toccherà guardare impotenti al loro sviluppo ed al nostro impoverimento. Più volte mi sono sforzato di evidenziare le problematiche del nostro Comune, come il continuo decremento della sua popolazione, ritenendo che la sua analisi potesse essere almeno motivo di riflessione, invece nulla è successo, si è continuato ad andare avanti tra polemiche e reciproci dispetti, fra boicottaggi e aspre critiche per mancati premi, o quanto meno ritenuti tali. Ancora una volta non posso che chiudere esortando alla comune collaborazione per una proficua programmazione al fine della governance del nostro turismo quello vero, quello che deve ancora venire. DACIA MARAINI A CAPOSELE di Antonio Ruglio Sorg. n.74 Agosto2007 Non era affatto scontato che uno scrittore di fama accettasse di trascorrere un’intera giornata insieme a noi e a maggior ragione non lo era per un personaggio come Dacia Maraini conosciuta in tutto il mondo come giornalista, scrittrice e autrice di autentici capolavori tradotti in tutto il mondo. Lo scorso 28 di maggio chi ha avuto la lungimiranza di recarsi presso 1’Auditorium dell’Istituto Scolastico Comprensivo “F. De Sanctis” di Caposele mostrando di credere in qualcosa di diverso ha avuto il privilegio e la fortuna di confrontarsi con Dacia Maraini. Come se non bastasse, ha potuto aver chiara l’idea che non si sarebbe trattato di un evento unico ed irripetibile bensì dell’inizio di un progetto ambizioso e proiettato verso il futuro. A Caposele non era mai capitato prima che si decidesse di scommettere sulle parole e di conseguenza, sulla figura dello scrittore come artista e acrobata della parola, capace di offrire qualcosa di importante. Alla fine, l’esperimento ha funzionato e non per caso. Probabilmente, ha funzionato perché è buona l’idea ma sicuramente ha funzionato perché è stato grande il lavoro certosino fatto da un ristretto gruppo di temerari. Citarli non è un peccato ma un dovere sacrosanto: Il Preside Silvano Granese, Salvatore Conforti, Rosa Maria Ruglio. Intanto, il battesimo del fuoco c’è stato e si è trattato di un successo clamoRAFFAELE RUSSOMANNO LA SELETECA


93 Antologia Caposelese roso. Non era affatto scontato che uno scrittore di fama accettasse di trascorrere un’intera giornata insieme a noi e a maggior ragione non lo era per un personaggio come Dacia Maraini conosciuta in tutto il mondo come giornalista, scrittrice e autrice di autentici capolavori tradotti in tutto il mondo. Invece, l’abbiamo conosciuta per quello che è veramente, senza veli e senza reticenze. Non ha posto condizioni e ha voluto un confronto a tutto campo con i ragazzi e i ragazzi hanno risposto. Attraverso la scuola e grazie alla scuola molti studenti hanno avuto modo di leggere, capire, rapportarsi in maniera diversa a certe tematiche di valore universale. Ne è scaturito un confronto serrato e appassionato che ha spaziato dalla scrittura al teatro, dalla poesia al bisogno di cultura che c’è nella società, dalla condizione attuale della donna alla precarietà dei giovani che spesso non hanno la possibilità di inseguire i propri sogni. Idelma Di Masi, Giovanna Spatola, Concetta Russomanno. Ci hanno creduto e i loro sforzi sono stati premiati. L’idea originaria, cioè quella di incentivare la lettura e di proporre un nuovo modo di pensare il futuro attraverso la fantasia e l’immaginazione, ha fatto nascere un’Associazione culturale (Sorgenti di Sapere) pronta a scommettere sulla nostra gente. Dunque, non solo eventi culturali , incontri con scrittori e artisti , ma anche iniziative sociali e ricreative che possano offrire ai nostri ragazzi nuove opportunità di confronto, di scambio, di partecipazione. Nei prossimi mesi l’Associazione avrà modo di concretizzare il suo programma secondo un calendario che di volta in volta verrà reso pubblico. L’Auditorium, la mattina del 28 maggio, l’ho visto gremito di gente interessata e partecipe, gente viva e motivata, per Caposele e non solo per Caposele si è trattato di un grande punto di partenza. Stesso discorso per l’incontro serale con le Istituzioni e con la gente laddove Dacia Maraini non si è sottratta alle domande della platea e non ha risparmiato alle autorità presenti un riferimento chiaro agli errori del passato. In particolare, quello dell’industrializzazione forzata delle nostre zone che ha rappresentato un vero e proprio sopruso come avviene tutte le volte in cui si vuole calare dall’alto e dall’esterno qualcosa che niente ha a che fare con il contesto nel quale dovrebbe operare. Un successo pieno, dunque. C’è però un altro aspetto che ha reso questa giornata indimenticabile. L’aspetto più intimo e riservato, quello vissuto al di fuori dal contatto diretto con il pubblico, nei momenti e nei gesti consueti di una giornata qualunque. Quello che è emerso è la semplicità, la dolcezza, la sensibilità e la profondità di una persona veramente speciale che con le sue parole e il suo esempio ha fatto riflettere intere generazioni. ANTONIO RUGLIO LA SELETECA


Antologia Caposelese 94 Dovendo fare un bilancio di questa prima esperienza due sono le principali considerazioni da fare. La prima. Abbiamo avuto la dimostrazione inequivocabile che quando Associazionismo, Scuola, Sponsor e Istituzioni pubbliche (Regioni, Province e Comuni) collaborano seriamente in vista di un traguardo comune per il bene della collettività non c’è risultato che non si possa raggiungere. La seconda. Abbiamo capito, anche grazie a Dacia Maraini, che sempre e comunque bisogna avere il coraggio delle proprie idee, che vale la pena lottare per esse perché anche gli altri possano esprimere le proprie in piena libertà e autonomia. Lottare per le proprie idee vuol dire anche lottare per gli altri. E’ questa la strada da seguire e “Sorgenti di Sapere” ha scelto di percorrerla fino in fondo per il bene di tutti. CHIESA MADRE, LUOGO DELLA MEMORIA Agosto2007 – La Sorgente n. 74 di Mario Sista Avvicinandosi il fausto giorno della consacrazione della chiesa madre di Caposele, distrutta dal sisma del 23 Novembre 1980 vorrei, in questo e negli articoli che seguiranno, offrire una ricostruzione storica di quelle che sono state le vicende di questo luogo di culto così caro ai caposelesi. Premetto che questo lavoro non pretende di essere esaustivo: documenti atti ad arricchire maggiormente le informazioni in nostro possesso possono sempre venire alla luce nel corso del tempo. La chiesa, nel panorama sociale ed urbanistico di un centro abitato, riveste da sempre una importanza del tutto particolare. Essa, infatti, è da considerarsi non solo come luogo fsico del culto, in cui la comunità cristiana locale si ritrova per la celebrazione della liturgia, ma anche come luogo della memoria personale e collettiva. La Messa domenicale, le feste patronali, i matrimoni, i battesimi e le altre celebrazioni che coinvolgono i credenti sia nella loro dimensione familiare che in quella comunitaria, necessariamente rimandano allo spazio in cui esse - con tutta la loro dimensione affettiva - vengono celebrate. Nulla di strano, quindi, se la chiesa per sua natura si imponga all’attenzione di tutti. All’amico che viene a visitarci si mostra dulcis in fundo la chiesa, perché la sua bellezza riassume quella dell’intero paese; l’emigrato che torna dopo molti ANTONIO RUGLIO 2007 LA SELETECA


95 Antologia Caposelese anni al luogo natìo quasi istintivamente si reca, dopo aver riabbracciato i propri cari, a rivedere la chiesa. Anche qui le lacrime rigano il suo volto: è la sua seconda casa, le cui mura sono gravide di ricordi come quelle del proprio tetto. Si può affermare che essa in un certo qual modo esprima tutto il sentire storico, artistico, devozionale ed affettivo di un paese. Non a caso alcune cartoline di Caposele riproducono, ancora oggi, l’antica chiesa madre con la graziosa fontana in primo piano. Quando un terremoto o un incendio privano la collettività di questo prezioso scrigno della memoria, di questo insostituibile punto di riferimento, è naturale che tale perdita venga avvertita come una ferita dolorosa, uno strappo lancinante. Purtroppo tutto questo è successo a Caposele: in quei tremendi cinque minuti di quella sera di Novembre di ventisette anni fa il terremoto uccise, oltre a tante persone, anche la chiesa madre, il castello, le cappelle di Santa Lucia, di San Vito e la basilica di Materdomini. La chiesa madre si ergeva, nella sua maestosità, a guardia spirituale del paese, elegante visione per chi, scendendo per via Roma, giungeva in piazza Di Masi. Per le sue tre porte, simboleggianti la Trinità, la comunità entrava nel Mistero della fede cristiana. Era la casa di Dio frequentata da tutti: bambini, giovani ed anziani. Era la casa delle lacrime: di gioia per i nuovi bimbi nati alla fede, di mestizia per chi salutava per l’ultima volta la sua amata Caposele. Moltissimi ancora ricordano con grande nostalgia la sua facciata, semplice e delicata nelle sue forme ottocentesche, il suo antico soffitto ligneo rappresentante S. Antonio in gloria, la teoria delle immagini dei Santi delle sue cappelle laterali, la magnificenza del suo altare maggiore al di sopra del quale vigilava, a perenne difesa della sua amata città, la venerata immagine di Lorenzo, levita e martire, da sempre invocato dai caposelesi come protettore e patrono. Cinque minuti e tutto fu ridotto in un cumulo di macerie. Solo il possente campanile, come anche quelli della chiesa della Sanità e di Materdomini, oppose fiera resistenza ai distruttivi sussulti della terra. Per ventisette anni ha continuato a chiamare, orfano della propria chiesa, la comunità cristiana alla partecipazione alla vita liturgica. A quel breve, distruttivo lasso di tempo seguirono lunghi anni di polvere e cantieri frenetici, e Caposele lentamente rialzò il suo volto umiliato dal suolo. Al grido di “ricostruzione” le case pian piano iniziarono a riempire quei vuoti edilizi lasciati dalle scosse sismiche; con esse sono risorte la cappella di San Vito, la basilica gerardina e, ultima, la chiesa madre in nuova, diversa veste architettonica. Al castello, vecchio di più di mille anni, ed alla cappella di Santa Lucia Caposele purtroppo ha dovuto dare il suo ultimo e definitivo addio. Oggi, Anno Domini 2007, la riedificazione del paese può dirsi completata. La polvere dei cantieri non si deposita più su alberi e prefabbricati, non si ode più l’assordante rumore degli autocarri carichi di materiali. Non è più, quindi, il MARIO SISTA LA SELETECA


Antologia Caposelese 96 tempo della frenesia edilizia e Caposele è chiamata a scrivere una nuova, briosa pagina della propria bimillenaria storia. Tra le tante cose belle da scrivere in questo venerando libro c’è anche quella del recupero e della ricostruzione della memoria. Solo riappropriandoci della nostra storia possiamo non solo leggere ed interpretare i segni dei tempi, capire il presente e plasmare con forza e sicurezza il nostro futuro, ma anche essere grati nei confronti di chi ha messo nelle nostre mani il proprio paese, col compito di consegnarlo, più bello e vivibile, a chi ci seguirà in questa affascinante avventura della vita. Caposele ci è stata data in prestito dai nostri antenati per i nostri figli. Questo è il senso della ricerca storica: se essa non spinge all’amore per il proprio paese ed al desiderio di migliorarlo non solo esteticamente ma anche e soprattutto moralmente, allora non serve a nulla. La storia è maestra di vita, non è futile e noiosa cronaca. Ritornando alla chiesa madre, fra non molto il grande campanile darà ancora una volta l’annuncio festoso dell’apertura al culto della nuova chiesa, splendida nelle sue forme moderne. Questo intrigante viaggio verso la scoperta del passato di Caposele vuol partire proprio da qui, da questo tempio che, distrutto dai terremoti, è sempre risorto più bello e spazioso di prima. Prima di passare, però, alla narrazione dei fatti prettamente storici bisogna spendere qualche parola sul concetto di “chiesa madre”. Perché questa definizione? Forse che nel panorama ecclesiale di un paese esistano anche delle chiese, potremmo dire, “figlie”? Ovviamente il discorso non è così banale. L’appellativo di madre lo si dava nel passato a quella chiesa in cui l’Arciprete, in forza del suo ufficio di Parroco, esercitava le sue funzioni sacerdotali. Uno degli elementi che distingueva la chiesa cosiddetta madre dalle altre era la presenza del fonte battesimale che generava nuovi cristiani (circa il fonte battesimale tutti si ricorderanno che esso era presente soltanto nella chiesa di san Lorenzo e non nelle altre chiese del paese). Come si può osservare, il termine madre teologicamente parlando non riguarda tanto l’edificio di culto in sé, quanto la Chiesa vera e propria, ovvero la comunità cristiana che, per mezzo dei suoi ministri, continuamente fa nascere nel battesimo nuovi figli al Padre celeste. Appunto come una madre. Nel corso dei secoli due sono state le chiese che qui a Caposele hanno svolto la funzione di chiesa matrice. Infatti, il tempio che noi abbiamo conosciuto, crollato nel 1980, in principio era una piccola chiesa dei Frati Minori Conventuali dedicata a San Francesco. La chiesa madre di San Lorenzo era in un altro luogo. Ma dove? E, soprattutto, in quale circostanza fu distrutta? Per dar risposta a questi interessanti quesiti e anche per rendere il racconto delle vicende chiaro e scorrevole bisognerà parlare prima dell’antica, vetusta chiesa madre di San Lorenzo e poi della chiesa dei Conventuali che, ad un certo MARIO SISTA LA SELETECA


97 Antologia Caposelese punto della storia fu, fatte le debite modificazioni, trasformata in chiesa madre, in quella chiesa cioè, che tutti noi abbiamo conosciuto. Ridando voce alle scritture ingiallite dei documenti che, accatastati in polverosi archivi e biblioteche, custodiscono gelosamente la memoria scritta del nostro paese, cercherò di narrare più che la storia le storie dei diversi luoghi di culto che nel corso del tempo sono stati la chiesa madre di Caposele. Nel prossimo articolo, perciò, entreremo insieme nell’antica, scomparsa chiesa di San Lorenzo che, ripeto, non era quella mmiezzu a lu Chianu. Ne osserveremo gli altari, verificheremo lo stato di conservazione della struttura, faremo, insomma, un salto indietro nella storia del nostro paese di circa trecento anni. Conosceremo i preti che c’erano a Caposele e che celebravano in quella chiesa, in particolare avremo modo di incontrare qualche antico predecessore dell’attuale Arciprete don Vincenzo. Vorrei concludere questo mio primo intervento con un piccolo riferimento personale. Io la chiesa madre, come anche la basilica di Materdomini, la ricordo “cumm’ si foss’ nu suo-nnu”: avevo solo quattro anni quando il terremoto me la portò via. Ora dopo lunghi, interminabili e, oserei dire, assurdi ventisette anni la vedo risorta, quasi pronta per l’appuntamento con la comunità. Mi si offre agli occhi non più immagine nebulosa e vaga come quand’ero bambino, ma chiara e distinta. Invidio in senso buono chi, nato prima di me, ha potuto ammirare appieno la bellezza della precedente, bellezza tra l’altro riconosciuta anche da chi, pur non essendo di Caposele, me ne parla tuttora con accenti di elogio perché ne conserva nella memoria l’immagine. Dinanzi a tali encomi, che in un certo qual modo mi fanno sentir fero di essere caposelese, vale veramente la pena, quindi, di investigare e raccontare la storia di un’opera architettonica che è stata non solo espressione della fede e del lavoro dei caposelesi, ma anche manifestazione di quella particolare sensibilità alla bellezza di cui essi, nei secoli trascorsi, hanno dato prova. CHIESA MADRE, LUOGO DELLA MEMORIA seconda parte di Mario Sista Era la tarda mattinata del 9 Aprile 1853. La Pasqua era trascorsa da pochi giorni e a Caposele ancora si respirava il clima della festa. Verso le tredici una violenta scossa di terremoto si abbatté furiosa sul paese, distruggendolo in gran parte. La polvere, le urla della gente, le strade ingombre di macerie, i morti: Nicola Santorelli descrive molto bene nel suo “Il fiume Sele e i suoi dintorni” l’incubo che i caposelesi vissero in quegli attimi tremendi. Se MARIO SISTA LA SELETECA


Antologia Caposelese 98 l’antico castello resistette a quello che passerà alla storia come il “terremoto di Caposele”- in quanto solo il nostro paese fu colpito e distrutto dal sisma - non così fu per la già vetusta chiesa madre. Un vero e proprio scrigno di tesori e di arte fu sgretolato in pochi attimi. Il tempio, le cui prime notizie certe risalgono al 1333, sorgeva nella zona posta tra la Portella e il ponte. Ancora oggi si narra di enormi quantità di ossa appartenenti ai defunti seppelliti nei sotterranei della chiesa, trovate decine di anni fa all’inizio dell’attuale strada selciata che conduce appunto alla Portella. Le sue fondamenta erano costruite su una grossa sporgenza calcarea lambita dalle acque turbolente del fiume Sele. Oltrepassato il ponte, il viandante che giungeva a Caposele si ritrovava quasi di fronte all’imponente edificio sacro, con il suo alto campanile a quattro registri. Nel 1736 Don Vincenzo Fungaroli, parroco di Caposele, si premurò di descriverla nei minimi particolari. Nella sua descrizione la chiesa appariva isolata; non aveva, cioè, case che la circondassero o che fossero attaccate alle sue mura. Solo due strade, “una che va e viene dal loco detto la Costa, e l’altra che va al ponte” la sforavano, collegandola al paese arroccato intorno al castello. La facciata guardava verso Ovest, vale a dire verso la località San Giovanni, mentre l’abside con l’altare maggiore era rivolto verso Est, ossia verso l’attuale via San Gerardo. Sotto di essa vi era un’altra chiesa sotterranea dedicata a Santa Caterina, utilizzata successivamente per le sepolture. La chiesa era a tre navate ed aveva tre porte. L’entrata principale era in marmo rustico e su di essa era posta la lapide dedicata al patrono: “Divo Laurentio Tutelari Templu. hoc jamdiu dicatu., nunc meliorem ad formam redigi pia Silarinae Universitatis munifcentia curavit anno D.ni” (a San Lorenzo patrono, questo tempio già da tempo dedicato, ora a migliore forma la pia munificenza della Università Silarina ha ricondotto. Ha curato nell’anno del Signore [manca l’anno]). La porta, in legno intagliato, introduceva il visitatore nella navata centrale, in fondo alla quale si alzava, nella sua maestosità, l’altare maggiore. Ma quanto era grande l’antica chiesa madre di Caposele? La sua lunghezza era di circa ventidue metri e mezzo, l’altezza della navata principale raggiungeva i nove metri mentre la sua larghezza era di quasi sedici metri. Il pavimento era di calcina “attraversato per mezzo da gradini di pietre”. La navata centrale presentava un soffitto di tavole dipinte, in mezzo al quale vi era “un quadro ad olio di S. Lorenzo in gloria, la SS.ma Triade, la Vergine ed altri Santi”, dipinto nel 1723 dal noto pittore e decoratore Michele Ricciardi. Il tempio era dotato di ben tredici finestre: la facciata ne contemplava tre, cinque il lato sinistro parallelo al fiume, tre quello settentrionale e quattro il lato rivolto ad Oriente; da ciò si può dedurre che l’interno doveva essere alquanto luminoso. Le vetrate delle finestre erano protette con grate di ferro battuto. Altre fineMARIO SISTA LA SELETECA


99 Antologia Caposelese strelle contribuivano a dar luce alle navate laterali. Entrando, subito a sinistra vi era il fonte battesimale “con la sua pila di marmo bianco sopra il piedestallo di marmo”. La copertura della pila era “di noce intagliato con figure, e sopravveste di tela tenta con frangia”. Sopra di essa vi era una croce di legno mentre l’interno era “foderato d’armesino (seta leggera molto preziosa, chiamata così da Ormuz, città della Persia dalla quale proveniva) a color di latte”. Nella pila era situato “un vaso capace di rame stagnato col suo coperchio, ove si conserva l’acqua battesimale”. Molto probabilmente esso era il fonte che, prima del terremoto del 1980, si trovava nella chiesa madre sita al Piano entrando a sinistra, ivi trasportato dopo la distruzione della chiesa di cui stiamo parlando. Verso il fondo della navata centrale, prima dell’altare maggiore, vi era il coro, vale a dire quella parte del presbiterio racchiusa da una balaustra di legno dove, durante le ore del giorno, i sacerdoti si recavano per le preghiere comunitarie. Esso era costituito da un muro di legno intagliato, addossato alle pareti laterali dell’ultimo tratto della navata e diviso in dieci stalli, cinque per ogni lato, dove ogni sacerdote poteva sedersi per la recita del breviario. Siccome i sacerdoti di Caposele erano, nel 1736, ventiquattro, dinanzi ad ogni stallo erano stati posti degli scanni per quelli che rimanevano in piedi. Anche sul coro il soffitto era in tavole dipinte come quello della navata principale, ed anche qui era presente un quadro con cornice dorata, raffigurante San Lorenzo nei tormenti del martirio. In un lato del coro vi era l’organo in noce intagliato a nove registri, che era situato prima sull’entrata della chiesa. In fondo alla chiesa si trovava l’altare maggiore attaccato al muro. Su di esso tre nicchie custodivano tre statue intere dei santi diaconi Lorenzo, Stefano e Ciriaco. La statua di San Lorenzo, di legno, era posta, ovviamente, nella nicchia centrale, ed era protetta da una porta di cristallo, mentre le altre due statue, poste ai lati, erano di stucco. Sotto la nicchia del santo patrono si ergeva, superbo, l’altare maggiore in marmo rustico e stucco; esso era sopraelevato rispetto al pavimento. Un oggetto particolare colpiva chi vi si avvicinava: un “bauletto d’avorio, ed ebano lavorato a modo di piramide con figure d’avorio intagliate alla gotica” posto al di sopra della mensa. In questo scrigno erano conservate fin dal 1659 le reliquie donate alla chiesa madre dal dottore Donatantonio Parente, illustre studioso e filosofo di Caposele. Tali reliquie consistevano in frammenti ossei dei santi martiri Addone, Pargenzio, Arsilia, Donato, Secondina, gorgonio, Antero, Cesario, Aureliana, Ponziana, Abunnio, Antiano, Beatrice, gabino, Artemia, Calipodio, Biagio ed Antonino. Oltre a queste reliquie nel suddetto cofanetto si conservava anche una lettera autografa di Sant’Andrea Avellino, spedita da questi ad una sua figlia spirituale di Caposele. Ricavato nel muro laterale della chiesa, in corrispondenza di uno dei lati dell’altare maggiore, vi era un armadietto contenente “i vasi di stagno di FianMARIO SISTA LA SELETECA


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