TERRY PRATCHETT A ME LE GUARDIE! (Guards! Guards!, 1989) Potete chiamarli Guardie di Palazzo, Guardie Cittadine o Guardie e basta. Qualunque nome abbiano, in ogni opera di genere fantasy-eroico il loro scopo è lo stesso: più o meno al capitolo 3 (o dopo dieci minuti di film) irrompono nella stanza, attaccano l'eroe uno alla volta e vengono massacrati. Nessuno chiede mai se sono d'accordo. Questo libro è dedicato a quei nobilissimi uomini. È anche dedicato a Mike Harrison, Mary Gentle, Neil Gaiman e tutti gli altri che hanno sostenuto e hanno riso per l'idea dello spazio-B; peccato che non abbiamo mai usato le Edizioni economiche di Schrödinger... È lì che sono andati a finire i draghi. Giacciono... Non morti, non addormentati. Non in attesa perché ciò implicherebbe aspettative. Forse il termine che stiamo cercando è... quiescenti. Anche se lo spazio che occupano non è come lo spazio normale, sono comunque ammassati tutti insieme. Non c'è un singolo centimetro cubo che non dia alloggio a un artiglio, un unghione, una squama o la punta di una coda così che l'effetto è quello di un disegno deformante e solo alla fine gli occhi realizzano che lo spazio fra ogni dragone è, in realtà, un altro dragone. Potrebbero rammentare una scatola di sardine, se le sardine fossero enormi, squamose, orgogliose e arroganti. Forse, poi, da qualche parte, c'è la chiave. In uno spazio completamente diverso, era mattina presto ad AnkhMorpork, la più antica, grande e sordida di tutte le città. Una sottile pioggerellina scivolava giù dal cielo grigio e trafiggeva la nebbia del fiume che spiraleggiava per le strade. Ratti di varie razze erano intenti alle loro occupazioni notturne. Sotto l'umido mantello della notte, gli assassini assassinavano, i ladri ladravano e le passeggiatrici passeggiavano. E così via. E l'ubriaco capitano Vimes della Guardia Notturna barcollava lentamente lungo la strada, si piegava mollemente su se stesso nel canale di scolo
all'esterno del Posto di Guardia e rimaneva steso lì mentre, sopra la sua testa, strane lettere luminose tremolavano nell'umidità, cambiando colore... La città era, eraa, eeerraaa, una comecavolosidice. Un coso. Una donna. Ecco cos'eerraa. Donna. Rumorosa, antica, vecchia secoli interi. Ti abbindolava, ti faceva comecavolosidice, coso, innamorare, ti prendeva a calci nel, nel coso. Il coso, in bocca. Lingua. Tonsille. Denti. Ecco cosa faceva quella. Lei eera... un coso, capito? Una femmina di cane. Cucciola. Gallina. Cagna. E poi tu l'odiavi e proprio quando pensavi di essertela tolta da, dal tuo, dalle tue, allora ti apriva quel cuore marcio e tonance, ti prendeva in contropi, pi, pi... coso... ede. Già. Proprio cccosì. Non sapevi mai dove eri. Stavi. L'unica cosa sicura è che non potevi lasciarla andare. Perché, perché era tua, tutto quello che avevi, perfino nelle viscere... canali di scolo... Una umida oscurità avvolgeva i venerabili edifici dell'Università Invisibile, Primo Istituto Superiore di Magia. L'unica luce era un debole tremolio di ottarina che filtrava dalle finestrelle della nuova ala dell'Istituto dell'Alta Energia Magica, dove menti sopraffine stavano sondando la materia stessa dell'universo, che a essa piacesse o no. C'era poi, ovviamente, luce in Biblioteca. La Biblioteca rappresentava il più imponente accumulo di testi magici dell'intero multiverso. Migliaia di volumi di scienza occulta pesavano sui suoi scaffali. Si diceva che, visto che le grandi quantità di magia possono gravemente distorcere il mondo terreno, la Biblioteca non obbediva alle normali regole di spazio e tempo. Si diceva che proseguisse per sempre. Si diceva che si potesse camminare per giorni fra i distanti scaffali, che da qualche parte, lì dentro, ci fossero tribù disperse di studenti ricercatori, che strani esseri si annidassero in alcove dimenticate e venissero attaccati da altri esseri ancora più strani.1 Saggi studenti in cerca dei volumi più lontani si assicuravano di lasciare segni col gesso sulle scaffalature, mentre si addentravano nel profondo 1 Non era vero niente. La verità è che anche grandi collezioni di normalissimi libri distorcono lo spazio, cosa che può facilmente riconoscere chiunque si sia trovato in un negozietto davvero antico di libri di seconda mano, uno di quelli che sembrano progettati da M. Escher in un giorno in cui aveva la luna storta, che hanno più scale che piani e una serie di quelle file di scaffali che terminano con porticine decisamente troppo piccole per permettere il passaggio di un uomo di taglia media. L'equazione calzante è: sapere = potere - energia = materia = massa; una buona libreria non è altro che un buco nero distinto e istruito.
della preoccupante oscurità, avvertendo gli amici di andarli a cercare qualora non fossero tornati indietro per cena. Visto poi che la magia si può contenere solo in parte, i libri stessi della Biblioteca erano qualcosa di più che semplice legno macerato e carta. Magia grezza crepitava dalle loro costole, scaricandosi senza danno a terra sui binari in rame inchiodati a ogni scansia proprio per tale scopo. Deboli tracce di fiamma bluastra strisciavano attraverso le copertine e si avvertiva un suono, un sussurro cartaceo, come quello che poteva essere prodotto da una colonia di storni tubanti. Nel silenzio della notte i libri si parlavano l'un l'altro. Però si sentiva anche russare. La luce che proveniva dalle scansie non illuminava ma piuttosto esaltava l'oscurità; nel suo baluginare azzurrino, tuttavia, un osservatore sarebbe riuscito a identificare una antica e ammaccata scrivania proprio sotto la cupola centrale. Il russare proveniva da sotto la scrivania, dove un pezzo di lacera coperta copriva quello che assomigliava a un ammasso di sacchi di iuta ma che in effetti era un orango maschio adulto. Si trattava del Bibliotecario. Non molte persone, in quei giorni, sottolineavano il fatto che fosse un primate. Il cambiamento era avvenuto a causa di un incidente magico, sempre possibile in un luogo in cui venivano tenuti insieme così tanti libri potenti, e si riteneva anche che se la fosse cavata piuttosto bene. Dopo tutto, aveva mantenuto, fondamentalmente, la stessa forma. Gli era stato inoltre permesso di tenere il lavoro, che svolgeva piuttosto bene, anche se "permesso" non sarebbe proprio il termine esatto. Era stato il modo in cui sapeva arricciare il labbro superiore per mettere in mostra i denti gialli più incredibili che qualsiasi altra bocca dell'Università avesse mai visto, che aveva fatto sì che a nessuno venisse in mente di sollevare la questione. Si sentì però anche un altro rumore, il suono alieno di una porta che si apriva cigolando. Passi furtivi attraversarono il pavimento e scomparvero fra l'ammasso di scansie. I libri frusciarono indignati, e alcuni dei più grossi volumi neri fecero sferragliare le catene. Il Bibliotecario continuò a dormire, cullato dal sussurrare della pioggia. Nell'abbraccio del suo canale di scolo, a mezzo miglio di distanza, il capitano Vimes della Guardia Notturna aprì la bocca e cominciò a cantare. Ora, una figura dal mantello nero sgattaiolava attraverso le strade not-
turne, passando furtiva da un androne all'altro e raggiungeva un lugubre e minaccioso portone. Si capiva che un semplice portone non poteva ottenere quell'aspetto lugubre senza sforzo. Sembrava che l'architetto interpellato avesse ricevuto istruzioni specifiche. Vogliamo qualcosa di spettrale in quercia scura, gli era stato detto. Piazzi una sgradevole gargolla sopra l'architrave, faccia in modo che sbatta con un fragore come quello prodotto dal passo di un gigante e chiarisca a tutti che, in effetti, non è proprio il genere di porta che fa "ding-dong" quando si suona il campanello. La figura batté un codice complesso sul legno scuro. Uno sportellino con delle sbarre si aprì e un occhio sospettoso sbirciò fuori. «"Il gufo eloquente chiurla nella notte"» disse il visitatore, cercando di strizzare pioggia dal mantello. «"Eppure molti grigi signori si approssimano mestamente agli uomini senza padrone"» intonò una voce dall'altra parte della griglia. «"Urrà, urrà per la figlia della sorella della zitella"» ribatté la figura grondante. «"Per il boia tutti i supplicanti sono alti uguali"». «"Eppure, invero, la rosa è all'interno della spina"». «"La buona madre prepara zuppa di fagioli per il figlio errante"» disse la voce dietro la porta. Ci fu una pausa, rotta solo dallo scrosciare della pioggia. Poi il visitatore disse: «Cosa?» «"La buona madre prepara zuppa di fagioli per il figlio errante"». Seguì un'altra pausa, più lunga, quindi la figura fradicia disse: «Sei sicuro che la torre mal costruita non vacilli brutalmente al passaggio di una farfalla?» «No. È zuppa di fagioli. Mi dispiace». La pioggia continuava a cadere incessante nel silenzio carico di imbarazzo. «E che mi dici della balena in gabbia?» disse il visitatore zuppo, cercando di rifugiarsi in quel minimo spazio che il lugubre portone offriva. «Che ti dico?» «Che non dovrebbe sapere nulla delle possenti profondità». «Oh, la balena in gabbia. Tu stai cercando i Confratelli Elucidati della Notte d'Ebano. Tre porte più giù». «E voi chi siete, allora?» «Noi siamo i Confratelli Illuminati di Ee». «Pensavo vi trovaste in Via Melassa» disse dopo un po' l'uomo inzuppa-
to. «Be', sai come vanno le cose. Il Club del Traforo prende in affitto la stanza per il martedì. C'è stata un po' di confusione». «Oh! Be', grazie comunque». «Non c'è di che». Lo sportellino si chiuse. La figura ammantata lo fissò con espressione truce per un momento e poi riprese a sguazzare per la strada. C'era effettivamente un altro portone. Il costruttore non si era dato la pena di cambiare troppo lo stile. Bussò. Lo sportellino si aprì. «Sì?» «Senti, "Il gufo eloquente chiurla nella notte", va bene?» «"Eppure molti grigi signori si approssimano mestamente agli uomini senza padrone"». «"Urrà, urrà per la figlia della sorella della zitella", ok?» «"Per il boia tutti i supplicanti sono alti uguali"». «"Eppure, invero, la rosa è all'interno della spina". Qui piove a dirotto. Lo sai, vero?» «Sì» rispose la voce, con il tono di chi effettivamente lo sa ma non ci si trova sotto. Il visitatore sospirò. «"La balena in gabbia non sa nulla delle possenti profondità"» disse. «Se questo ti rende felice». «"La torre mal costruita vacilla brutalmente al passaggio di una farfalla"». Il supplicante afferrò le sbarre dello sportellino, si sollevò e sibilò: «Adesso fammi entrare, sono bagnato fradicio!» Ci fu un'altra pausa piovosa. «Quelle profondità... hai detto possenti o latenti?» «Possenti, ho detto. Possenti profondità. Visto che sono, come dire, profonde. Sono io, Fratello Borsaiolo». «A me sembravano latenti» disse con circospezione l'invisibile guardiano. «Allora, vuoi quel fottuto libro o no? Non sono obbligato a restare qui. Potrei essere a casa a letto». «Sei sicuro che fossero possenti?» «Ascolta, so perfettamente quanto sono possenti le fottute profondità» incalzò Fratello Borsaiolo. «Sapevo quanto fossero possenti quando tu eri solo un maledetto neofita. Adesso, vuoi aprire questa porta?»
«Be'... d'accordo». Si sentì il rumore di chiavistelli che scivolavano. Quindi la voce disse: «Ti dispiacerebbe dare una spinta? La Porta della Conoscenza Attraverso Cui l'Ignorante Non Può Passare a volte si incastra con l'umidità». Fratello Borsaiolo dette una spallata, poi lanciò un'occhiataccia al Fratello Guardaporta e si affrettò a entrare. Gli altri lo stavano aspettando nel Sancta Sanctorum Interno, con l'espressione mite di gente che non aveva l'abitudine di indossare sinistri mantelli neri col cappuccio. Il Supremo Grande Maestro gli fece un cenno col capo. «Fratello Borsaiolo, vero?» «Sì, Supremo Grande Maestro». «Hai con te ciò che eri incaricato di portare?» Fratello Borsaiolo estrasse un involto dal mantello. «Era dove doveva essere» rispose. «Nessuna difficoltà». «Ben fatto, Fratello Borsaiolo». «Grazie, Supremo Grande Maestro». Il Supremo Grande Maestro picchiò il martelletto per ottenere attenzione. I presenti si disposero casualmente in circolo. «Convoco l'Unica e Suprema Loggia dei Confratelli Elucidati» intonò. «La Porta della Conoscenza è saldamente sigillata contro eretici e ignoranti?» «Del tutto incastrata» disse Fratello Guardaporta. «È colpa dell'umidità. Porterò la pialla, settimana prossima, non appena...» «D'accordo, d'accordo» disse il Supremo Grande Maestro stizzito. «Bastava un semplice sì. È stato dunque il triplo cerchio accuratamente tracciato? Sono tutti Qui Quelli che Sono Qui? Ed è bene che qui un ignorante non sia, dappoiché sarà allontanato e gli verrà tagliato il gaskin, i moule sparsi ai quattro venti, il welchet strappato via e appeso a ganci e il figgin infilzato in cima a una lancia che cosa c'è adesso?» «Mi scusi, ha detto Confratelli Elucidati?» Il Supremo Grande Maestro lanciò un'occhiata di fuoco alla figura che aveva alzato la mano. «Già, i Confratelli Elucidati, guardiani della sacra conoscenza dal tempo in cui nessun uomo poteva...» «Dallo scorso febbraio» lo aiutò zelante Fratello Guardaporta. Il Supremo Grande Maestro sentì che Fratello Guardaporta non aveva mai afferrato il nocciolo della questione.
«Scusate, scusate, scusate» disse la figura tutta preoccupata. «Sbagliato strada, temo. Sbagliato congrega. Me ne vado subito, se volete scusarmi...» «E il suo figgin infilzato in cima a una lancia» ripeté graffiante il Supremo Grande Maestro, su un sottofondo di cigolìi da legno bagnato mentre Fratello Guardaporta cercava di aprire il lugubre portone. «Abbiamo finito? C'è qualche altro ignorante finito qui per caso mentre si recava altrove?» aggiunse con amaro sarcasmo. «Bene. Ottimo. Mi fa molto piacere. Immagino sia troppo chiedere se le Quattro Torri di Guardia sono protette? Oh, bene. E lo Scrigno della Santità, qualcuno si è preoccupato di assolverlo? Oh, l'hai fatto tu. Come si deve? Guarda che controllo, sai... molto bene. E le finestre sono state tutte sigillate con i Rossi Cordoni dell'Intelletto, secondo l'antica regola? Bene. Adesso, forse, potremo andare avanti». Con l'aria leggermente seccata di uno che ha passato il dito sul ripiano della credenza della nuora e lo ha trovato sorprendentemente immacolato, il Grande Maestro proseguì. Che marmaglia, si disse. Un'accozzaglia di incompetenti che nessun'altra società segreta avrebbe toccato nemmeno con uno Scettro dell'Autorità lungo tre metri. Gente che avrebbe potuto slogarsi le dita con la più semplice delle strette di mani segrete. Erano però, nonostante tutto, incompetenti con delle possibilità. Che fossero pure le altre società a prendersi gli abili, i promettenti, gli ambiziosi e i sicuri di sé. Lui si sarebbe preso i piagnucolosi carichi di risentimento, quelli col ventre gonfio di bile e sputi, quelli che sapevano di potere avere successo, se solo gliene fosse stata data la possibilità. Avrebbe preso quelli in cui le ondate di veleno e vendetta erano arginate da sottili pareti di inettitudine e paranoia di bassa lega. E anche di stupidità. Avevano tutti giurato il giuramento, pensò, ma nessuno di loro aveva nemmeno per sbaglio chiesto che cosa fosse un figgin. «Confratelli» disse. «Questa sera dobbiamo discutere di questioni della massima importanza. Il buon governo, che dico, il futuro stesso di AnkhMorpork è nelle nostre mani». Tutti si avvicinarono. Il Supremo Grande Maestro avvertì le prime avvisaglie del vecchio brivido del potere. Stavano pendendo dalle sue labbra. Era una sensazione per cui valeva la pena vestirsi da deficienti. «Non sappiamo forse molto bene che la città è un covo di corrotti, che si ingrassano per i guadagni illecitamente ottenuti, mentre uomini migliori vengono frenati e costretti a una virtuale servitù?»
«Certo che lo sappiamo!» disse con veemenza Fratello Guardaporta, quando ebbe avuto il tempo necessario per tradurre mentalmente. «Solo la settimana scorsa, alla Gilda dei Panettieri, ho cercato di far capire a Mastro Critchley che...» Un'occhiata di fuoco era inutile, perché il Supremo Grande Maestro si era assicurato che i cappucci dei Confratelli avvolgessero i loro volti in mistica oscurità; nondimeno, riuscì a zittire Fratello Guardaporta con la forza del puro silenzio indignato. «Eppure non è sempre stato così» continuò il Supremo Grande Maestro. «C'è stato un tempo, un'epoca d'oro, in cui coloro i quali erano degni del comando e del rispetto venivano adeguatamente ricompensati. Un'epoca in cui Ankh-Morpork non era soltanto una grande città ma una città grandiosa. Un'epoca di cavalleria. Un'epoca in cui... sì, Fratello Torrearmata?» Una figura ammantata e corpulenta abbassò la mano. «Sta parlando di quando c'erano i re?» «Ben detto, Fratello» disse il Supremo Grande Maestro, parzialmente seccato per questa insolita dimostrazione di intelligenza. «E...» «Ma è stato tutto rimesso a posto centinaia di anni fa» lo interruppe Fratello Torrearmata. «Non c'è stata quella grande battaglia, o roba del genere? Da allora abbiamo soltanto avuto i Signori governanti, come il Patrizio». «Già, molto bene, Fratello Torrearmata». «Non ci sono più molti re, è quello che intendevo dire» aggiunse zelante Fratello Torrearmata. «Come dice Fratello Torrearmata, la linea di...» «È stato quel parlare di cavalleria che mi ha dato lo spunto» continuò Fratello Torrearmata. «Proprio così, e...» «C'è proprio quella con i re, la cavalleria» aggiunse tutto allegro Fratello Torrearmata. «E i cavalieri. E loro avevano sempre quei...» «Comunque» tagliò corto il Supremo Grande Maestro, «potrebbe anche essere che la linea dei re di Ankh-Morpork non sia esattamente estinta come avevamo fino a ora immaginato e che una progenie di tale linea esista ancora. Questo è ciò che indicano le ricerche che ho effettuato nelle antiche pergamene». Si interruppe, carico di aspettativa. Le sue parole non sortirono tuttavia l'effetto sperato. Forse sono riusciti a capire "estinta", pensò, ma mi sarei dovuto porre un limite invalicabile rispetto a "progenie".
Fratello Torrearmata alzò di nuovo la mano. «Sì?» «Sta dicendo che c'è una specie di erede al trono che gironzola da qualche parte?» disse Fratello Torrearmata. «Potrebbe essere possibile, sì». «Già. Fanno proprio così, sapete» commentò Fratello Torrearmata con l'aria di chi la sa lunga. «Succede in continuazione. Si legge in giro. Li chiamano skioni. Se ne stanno rintanati in lontani deserti per secoli, tramandandosi spade segrete, voglie della pelle e così via di generazione in generazione. Poi proprio quando il vecchio regno ha bisogno di loro, riappaiono e buttano fuori qualunque usurpatore si trovi nei dintorni. E poi ci sono i festeggiamenti generali». Il Supremo Grande Maestro si accorse che gli si era spalancata la bocca. Non si era aspettato potesse essere così semplice. «Già, giusto» disse una figura che il Supremo Grande Maestro sapeva essere Fratello Intonacatore. «E allora? Diciamo che salta fuori uno skione, che va dal Patrizio e gli dice: "Ehi tu, sono io il re, questa è la voglia sulla pelle come da manuale e adesso sparisci". Che cosa ottiene? Un'aspettativa di vita di forse due minuti, ecco». «Voi non ascoltate» disse Fratello Torrearmata. «Il fatto è che lo skione deve arrivare quando il regno è minacciato, no? Allora tutti capiscono, vero? A quel punto viene portato in trionfo nel palazzo, guarisce qualche persona, annuncia una mezza festività, distribuisce un po' di tesoro e siamo a cavallo!» «Deve anche sposare una principessa» disse Fratello Guardaporta. «Visto che è un porcaio». Lo fissarono tutti. «Chi ha mai parlato di porcai?» domandò Fratello Torrearmata. «Non ho mai detto che fosse un porcaio. Cos'è questa storia dei porcai?» «Be', però non ha tutti i torti» disse Fratello Intonacatore. «Di solito è un porcaio, un boscaiolo o simili, lo skione tipo. Ha a che fare col fatto di essere un coso. Un cognito. Deve sembrare che è, come dire, di umili origini». «Non c'è niente di strano nelle umili origini» disse un Fratello davvero piccolo, che sembrava consistere interamente in un mantelluccio deambulante con l'alitosi. «Io ho un sacco di umili origini. Nella mia famiglia si pensava che il porcaio fosse un lavoro sciccoso». «Ma la tua famiglia non ha sangue di re, Fratello Cessaiolo» disse Fra-
tello Intonacatore. «Potremmo averne» rispose immusonito Fratello Cessaiolo. «Va bene, va bene» commentò Fratello Torrearmata di mala voglia. «Siamo d'accordo. Ma nel momento culminante, capisci, 'sti veri re buttano via il mantello e dicono: "Salve!" e la loro realità intrinseca brilla dappertutto». «Come, precisamente?» domandò Fratello Guardaporta. «... potrei benissimo avere sangue di re» borbottò Fratello Cessaiolo. «Non hanno diritto di dire che non potrei avere sangue di...» «Be', brilla e basta, ok? Uno se ne accorge quando lo vede». «Ma prima devono salvare il regno» osservò Fratello Intonacatore. «Oh, certo» confermò con forza Fratello Torrearmata. «Quella è la cosa principale». «Ma da che cosa, allora?» «... ho diritto come chiunque altro ad avere sangue di re...» «Dal Patrizio?» chiese Fratello Guardaporta. Fratello Torrearmata, improvvisamente diventato esperto di regalità, scosse la testa. «Non so se il Patrizio è proprio una minaccia» disse. «Non è proprio un vero tiranno, così com'è. Non è male come altri che abbiamo avuto. Voglio dire, non è che opprime realmente». «Io vengo oppresso in continuazione» disse Fratello Guardaporta. «Mastro Critchley, dove lavoro, mi opprime di mattina, di mezzogiorno e di sera, gridandomi dietro e tutto il resto. E la donna del negozio di verdure, mi opprime sempre anche lei». «È vero» incalzò Fratello Intonacatore. «Il mio padrone di casa mi opprime da morire. Picchia sulla porta e continua a insistere su tutto l'affitto arretrato che secondo lui gli devo, il che è assolutamente falso. I miei vicini poi mi opprimono tutta la notte. Gliel'ho detto, lavoro tutto il giorno, avrò anche il diritto di imparare a suonare la tuba nel mio tempo libero. Questa è oppressione, ecco. Se non sono sotto il tacco dell'oppressore, ditemi voi chi lo è». «Se la mettiamo in questi termini» disse lentamente Fratello Torrearmata, «mi rendo conto che mio cognato mi opprime in continuazione con quella nuova carrozza col cavallo che si è comprato. Io non ce l'ho. Voglio dire, che giustizia c'è in questo? Scommetto che un re non permetterebbe che ci fosse una simile oppressione, con le mogli che opprimono i mariti perché non hanno una carrozza nuova come quella del nostro Rodney».
Il Supremo Grande Maestro ascoltava quelle chiacchiere con una strana sensazione di stordimento. Sapeva bene che esistevano le valanghe, ma non avrebbe mai immaginato, quando aveva fatto cadere la sua piccola palla di neve in cima alla montagna, che potesse portare a risultati così sbalorditivi. Non aveva quasi avuto bisogno di istigarli. «Scommetto che un re avrebbe anche qualcosa da dire sui padroni di casa» disse Fratello Intonacatore. «E metterebbe fuori legge la gente con carrozze vistose» aggiunse Fratello Torrearmata. «Probabilmente pagate con soldi rubati, oltretutto». «Penso» il Supremo Grande Maestro cercò di riportare l'argomento in carreggiata, «che un re saggio metterebbe fuori legge le carrozze vistose per i non meritevoli». Ci fu una pausa meditabonda nella discussione mentre i Confratelli riuniti dividevano mentalmente l'universo fra i meritevoli e i non meritevoli, collocandosi ovviamente dalla parte giusta. «Sarebbe soltanto corretto» disse Fratello Torrearmata. «Però Fratello Intonacatore aveva davvero ragione. Non riesco a immaginarmi uno skione che si manifesta solo perché Fratello Guardaporta ritiene che la verduraia gli lanci strane occhiate. Senza offesa». «E mi vende sempre un peso risicato» disse Fratello Guardaporta. «E poi...» «Sì, sì, sì» disse il Supremo Grande Maestro. «In effetti il popolo benpensante di Ankh-Morpork è fortemente vessato dall'oppressione. Tuttavia, un re di solito si manifesta in circostanze più drammatiche. Per esempio come una guerra». Le cose stavano andando bene. Di certo, per la loro stupidità egoista, uno di essi sarebbe stato tanto brillante da arrivare al suggerimento. «C'era una vecchia profezia o roba del genere» disse Fratello Intonacatore. «Me l'ha raccontata mio nonno». I suoi occhi si velarono per il tremendo sforzo di memoria. «Già. "Il re arriverà portando Legge e Giustizia e non saprà altro che la Verità e Proteggerà e Servirà la gente con la sua Spada". Non guardatemi così. Non me la sono inventata io». «Oh, quella la conosciamo tutti. E ci sarà davvero molto utile» rispose Fratello Torrearmata. «Voglio dire, cosa farà, cavalcherà in città con Legge, Verità e compagnia bella come i Quattro Cavalieri dell'A-poco-visse? Salve a tutti» squittì, «io sono il re e quella laggiù è la Verità, sta abbeverando il cavallo. Non molto realistico, eh? Naaah, non ci si può fidare delle vecchie leggende».
«Perché no?» domandò stizzito Fratello Cessaiolo. «Perché sono leggendarie. Ecco da cosa lo si capisce» rispose Fratello Torrearmata. «La principessa addormentata è carina, però» disse Fratello Intonacatore. «Solo un re la può svegliare». «Non fare lo scemo» ribatté severamente Fratello Torrearmata. «Non abbiamo un re e quindi non possiamo nemmeno avere principesse. Cerca di ragionare». «Certo, ai vecchi tempi era facile» esclamò allegramente Fratello Guardaporta. «Perché?» «Doveva soltanto uccidere un drago». Il Supremo Grande Maestro batté le mani e rivolse una silenziosa preghiera a qualunque dio fosse casualmente in ascolto in quel momento. Non si era sbagliato su quella gente. Prima o poi le loro piccole menti farneticanti li avrebbero portati dove lui voleva che andassero. «Che idea interessante» trillò. «Non funzionerebbe» disse accigliato Fratello Torrearmata. «Non ci sono più draghi». «Potrebbero essercene». Il Supremo Grande Maestro fece scrocchiare le dita. «Come, scusi?» domandò Fratello Torrearmata. «Ho detto che potrebbero essercene». Dalle profondità del cappuccio di Fratello Torrearmata venne una risatina isterica. «Cosa, quelli veri? Squame grandi e grosse e ali?» «Sì». «Con un alito di fornace in esplosione?» «Sì». «Con i cosi, gli artigli, sui piedi?» «Gli unghioni? Oh, sì. Quanti ne vuoi». «Che significa, quanti ne voglio?» «Spero che sia auto-esplicativo, Fratello Torrearmata. Se vuoi dei draghi, puoi avere draghi. Tu puoi portare qui un drago. Adesso. In città». «Io?» «Voi tutti. Voglio dire, noi» disse il Supremo Grande Maestro. Fratello Torrearmata esitò. «Be', non so se è una gran bella...» «E obbedirebbe a ogni vostro ordine».
Questo bloccò tutti. Li fece ringalluzzire. La frase piombò davanti alle loro piccole menti di donnola come un pezzo di carne in un canile. «Potrebbe ripetere?» domandò lentamente Fratello Intonacatore. «Potrete controllarlo. Potrete fargli fare tutto quello che volete». «Cosa? A un vero drago?» Il Supremo Grande Maestro alzò gli occhi al cielo nella privacy del suo cappuccio. «Sì, uno vero. Non un piccolo drago di palude. L'articolo originale». «Ma io pensavo che fossero, come dire... mitti». Il Supremo Grande Maestro si sporse in avanti. «Erano effettivamente miti ed erano veri» disse a voce alta. «Sia un'onda che una particella». «Non riesco a seguire» disse Fratello Intonacatore. «Allora ve lo dimostrerò. Il libro, per favore, Fratello Borsaiolo. Grazie. Confratelli, devo dire che quando stavo completando il mio tutorato presso i Segreti Maestri...» «I che cosa, Supremo Grande Maestro?» domandò Fratello Intonacatore. «Perché non stai a sentire? Non ascolti mai. Ha detto i Segreti Maestri!» intervenne Fratello Torrearmata. «Sai, i venerabili saggi che vivono su qualche montagna e fanno tutto in segreto e gli hanno insegnato la tradizione eccetera e sanno camminare sui carboni ardenti eccetera. Ce lo ha detto la settimana scorsa. Insegnerà anche a noi, non è vero Supremo Grande Maestro?» terminò con ossequio. «Oh, i Segreti Maestri» disse Fratello Intonacatore. «Scusate. È colpa di questi cappucci mistici. Scusate. Segreti. Adesso mi ricordo». Quando governerò la città, pensò il Supremo Grande Maestro, non ci sarà nulla di tutto questo. Formerò una nuova setta segreta di uomini acuti e intelligenti, anche se non troppo intelligenti ovviamente, non troppo intelligenti. Faremo cadere il vecchio tiranno e promuoveremo una nuova epoca di illuminismo, fraternità e umanesimo e Ankh-Morpork diverrà una Utopia e Fratello Intonacatore verrà arrostito a fuoco lento, se potrò dire la mia, cosa che sicuramente farò. Con il suo figgin.2 «Come stavo dicendo, mentre stavo completando il mio tutorato presso i 2 Il figgin è definito nel Dizionario delle Parole che fanno Lacrimare gli Occhi come "piccolo dolce di pasta sfoglia con le uvette". Il Dizionario sarebbe stato di incommensurabile valore per il Supremo Grande Maestro quando egli aveva stilato il giuramento della Setta, visto che include anche welchet ("un tipo di panciotto usato da determinati mastri orologiai"), gaskin ("uccello timido e marrone-grigiastro che appartiene alla famiglia delle folaghe") e moule ("gioco di abilità e destrezza fatto con le tartarughe").
Segreti Maestri...» continuò. «E dove le hanno detto che doveva camminare sulla carta di riso, no?» lo interruppe Fratello Torrearmata in tono colloquiale. «Ho sempre ritenuto che fosse una gran bella cosa. Da allora la recupero sempre dal fondo della scatola dei biscotti. Davvero incredibile. Riesco a camminarci sopra benissimo. Questo dimostra che cosa riesci a fare se sei in una vera setta segreta, davvero». Quando sarà sulla graticola, pensò il Supremo Grande Maestro, Fratello Intonacatore non si troverà da solo. «I tuoi passi sulla via dell'illuminazione rappresentano un esempio per tutti noi, Fratello Torrearmata» disse. «Se tuttavia potessi continuare... fra i molti segreti...» «... dal Cuore dell'Essere...» aggiunse Fratello Torrearmata zelante. «... dal Cuore, come dice Fratello Torrearmata, dell'Essere, si trovava l'indicazione sull'attuale dimora dei nobili draghi. La credenza che siano morti è del tutto sbagliata. Si sono semplicemente trovati una nuova nicchia evolutiva e da essa possono venire evocati. Questo libro...» lo sventolò in aria, «ci fornisce istruzioni specifiche». «È in un semplice libro?» domandò Fratello Intonacatore. «Non è un libro comune. Questa è l'unica copia esistente. Mi sono occorsi anni interi per rintracciarlo» disse il Supremo Grande Maestro. «È scritto a mano da Tubal de Malachite, grande studioso di tradizione di draghi. È proprio la sua scrittura. Egli evocava draghi di ogni dimensione. Potete farlo anche voi». Ci fu un'altra lunga pausa di imbarazzato silenzio. «Ehm» disse Fratello Guardaporta. «Mi sembra un po', come dire... magico» osservò Fratello Torrearmata col tipico tono nervoso di chi ha capito sotto quale tazza è nascosta la monetina ma non lo vuole dire. «Voglio dire, non è mia intenzione mettere in discussione la sua suprema saggezza e tutto il resto, ma... come dire... sa... la magia...» La sua voce si affievolì. «Già» commentò a disagio Fratello Intonacatore. «Si tratta dei maghi, capisce» disse Fratello Borsaiolo. «Forse lei non lo sapeva quando che se ne stava rinchiuso coi venerabili erembiti sulla montagna, ma i maghi di qui ti si scaraventano addosso come una tonnellata di mattoni se ti pizzicano a fare robe del genere». «La chiamano demarcazione» disse Fratello Intonacatore. «Come dire:
io non vado in giro ad armeggiare con l'interfogliazione mistica della causalità comecavolosichiama e loro non vanno in giro a intonacare». «Non capisco dove sia il problema» disse il Supremo Grande Maestro. In effetti lo capiva eccome. Quello era l'ultimo ostacolo. Se fosse riuscito ad aiutare le loro piccole menti a superarlo, avrebbe tenuto il mondo in palmo di mano. Fino a quel momento era sempre riuscito a contare sul loro stupefacente e stupido interesse personale, di certo non lo avrebbe tradito adesso... I Confratelli si agitarono, nervosi. Poi Fratello Cessaiolo parlò. «Pfui. I Maghi. Che ne sanno loro di una dura giornata di lavoro?» Il Supremo Grande Maestro tirò un profondo sospiro di sollievo. Ah... L'atmosfera di gretto risentimento si ispessì notevolmente. «Proprio niente, e questo è un dato di fatto» confermò Fratello Borsaiolo. «Vanno in giro con il naso in su, si sentono troppo importanti per gente come noi. Li vedevo sempre quando lavoravo all'Università. Avevano un posteriore largo un miglio, vi assicuro. Mai beccati a fare un lavoro realmente faticoso». «Come rubare, intendi dire?» domandò Fratello Torrearmata, cui non era mai piaciuto troppo Fratello Borsaiolo. «È chiaro, dicono a te» proseguì Fratello Borsaiolo, ignorando chiaramente il commento, «che non dovresti andare in giro a fare magie visto che sono solo loro quelli che sanno come non disturbare l'armonia universale e che diamine ne so. Fesserie, secondo me». «Molto bene» disse Fratello Intonacatore, «io non so. Voglio dire, se calcoli male la mistura, ti trovi immerso fino alle caviglie nell'intonaco umido. Ma se sbagli una formula magica dicono che vengono fuori cose orribili dagli infissi e ti insabbiano definitivamente». «Già, ma queste sono le cose che dicono i maghi» rifletté Fratello Torrearmata. «Io non l'ho mai visto succedere, a dire la verità. Potrebbe essere che si occupano di una cosa troppo bella e non vogliono che il resto di noi lo scopra. Alla fin fine non fanno altro che sbracciarsi e cantilenare». I Confratelli rifletterono a lungo. Era una cosa plausibile. Se loro si fossero occupati di una cosa bella, loro non avrebbero di certo voluto che nessun altro vi si immischiasse. Il Supremo Grande Maestro stabilì che i tempi fossero maturi. «Allora siamo d'accordo, Confratelli? Siete pronti a esercitare la magia?» «Oh, esercitare» disse Fratello Intonacatore sollevato. «Non mi dispiace
esercitarmi. Finché non dobbiamo farlo sul serio...» Il Supremo Grande Maestro batté forte sul libro. «Io voglio dire eseguire veri incantesimi! Rimettere la città in sesto! Evocare un drago!» gridò. Tutti fecero un passo indietro. Quindi, Fratello Guardaporta osservò: «E poi quando avremo il drago salterà fuori il legittimo re, vero?» «Esatto!» disse il Supremo Grande Maestro. «Capisco» si inserì zelante Fratello Torrearmata. «È una cosa sensata. A causa del destino e dell'opera gnomica del fato». Ci fu un istante di esitazione e poi un generale annuire di cappucci. Soltanto Fratello Intonacatore pareva vagamente incerto. «Be'» disse. «La cosa non ci sfuggirà di mano, vero?» «Ti assicuro, Fratello Intonacatore, che potrai tirarti indietro in qualsiasi momento» disse rassicurante il Supremo Grande Maestro. «Be'... allora va bene» acconsentì titubante il Fratello. «Solo per un po', magari. Potremmo farlo restare qui per il tempo necessario per incenerire, ad esempio, un oppressivo negozio di verdure?» Ah... Lui aveva vinto. Ci sarebbero stati di nuovo i draghi. E di nuovo un re. Non come i vecchi re, però. Un re che avrebbe fatto ciò che gli fosse stato detto. «Questo» disse il Supremo Grande Maestro, «dipende da quanto aiuto potrete fornire. Inizialmente, avremo bisogno di tutti gli oggetti magici possibili che riuscirete a portare...» Poteva non essere una grande idea far vedere loro che l'ultima metà del libro di de Malachite era un ammasso bruciacchiato. Quell'uomo non era certamente stato all'altezza della situazione. Lui avrebbe potuto fare molto meglio. Assolutamente nessuno, poi, sarebbe mai riuscito a fermarlo. Il tuono rombò... Si dice che gli dei giochino con le vite degli uomini. Ma a quali giochi e perché, quali siano le identità delle pedine, il gioco e le regole... chi lo sa? Meglio non indagare. Rotolò un tuono. Rotolò un sei. Adesso allontaniamoci brevemente dalle strade gocciolanti di Ankh-
Morpork, facciamo una panoramica attraverso le nebbie mattutine del Disco e focalizziamoci su un giovanotto diretto in città con tutta la schiettezza, la sincerità e l'innocenza di intento di un iceberg che si sta introducendo in una delle più importanti rotte di navigazione marittima. Il giovanotto si chiama Carota. Non a causa del colore dei capelli, che suo padre gli ha sempre tenuti rasati per questioni di igiene, ma a causa della sua forma. È il tipo di forma rastremata che un ragazzo ottiene tramite vita sana, cibo salutare e buona aria di montagna a pieni polmoni. Quando flette i muscoli delle spalle, altri muscoli si devono scansare per far loro posto. Porta con sé una spada che gli è stata consegnata in circostanze misteriose. Circostanze molto misteriose. Sorprendentemente, quindi, c'è qualcosa di davvero insolito in quella spada. Non è magica. Non ha un nome. Quando la si brandisce non viene una sensazione di potere, ma solo vesciche; verrebbe da pensare che sia una spada usata a tal punto da non essere altro che la quintessenza di una spada, un lungo pezzo di metallo con i bordi affilatissimi. Inoltre non ha la parola "destino" scritta dappertutto. È praticamente una spada unica. Il tuono rombò. I canali di scolo della città gorgogliavano piano piano portandosi via i detriti della notte che, in qualche caso, protestavano flebilmente. Quando giunse alla sagoma supina del capitano Vimes, l'acqua si separò e gli fluttuò attorno in due rivoli. Vimes aprì gli occhi. C'era sempre un momento di vuota pace prima che i ricordi lo colpissero come una pala. Era stato un brutto giorno per il Corpo di Guardia. Tanto per cominciare, c'era stato il funerale di Herbert Gaskin. Povero vecchio Gaskin. Aveva infranto una delle regole fondamentali delle Guardie. Non era il genere di regola che uno come Gaskin potesse infrangere due volte. E così era stato calato nel terreno inzuppato, con la pioggia che gli tamburellava sulla cassa, e nessuno presente a piangerlo se non i tre membri sopravvissuti della Guardia Notturna, il gruppo di uomini più disprezzato dell'intera città. Il sergente Colon era scoppiato in lacrime. Povero vecchio Gaskin. Povero vecchio Vimes, pensò Vimes. Povero vecchio Vimes, lì nelle fogne. Ma era proprio da lì che era partito. Povero vecchio Vimes, con l'acqua che gli penetrava dentro il pettorale della corazza. Povero vecchio Vimes, che guardava fluire via l'immondizia del canale di scolo. Probabilmente perfino il povero vecchio Gaskin gode-
va di una visuale migliore al momento, pensò. Vediamo un po'... era andato via dopo il funerale e si era ubriacato. No, non ubriacato, era una parola diversa con uno "stra" davanti. Si era straubriacato, ecco. Perché un mondo tutto distorto e sbagliato, come uno specchio deformante, tornava a fuoco soltanto se lo si guardava attraverso il fondo di una bottiglia. Adesso c'era dell'altro, che cosa? Oh, certo. Era notte. Orario di lavoro. Non per Gaskin, però. Avrebbe dovuto cercare qualcun altro. Si trovava sempre qualcun altro, no? Sorto un papa. No, non era così. Morto un papà... Vimes rinunciò e si accasciò nuovamente. Il canale di scolo continuò a turbinare. Sopra la sua testa, le lettere luminose tremolavano e sfarfallavano nella pioggia. Non era solo l'aria fresca di montagna che aveva dato a Carota il suo fisico possente. Anche l'essere cresciuto in una miniera d'oro gestita da nani e lavorare dodici ore al giorno trascinando carri fino alla superficie dovevano avere contribuito. Camminava leggermente curvo. Questo perché era cresciuto in una miniera d'oro gestita da nani che pensavano che un metro e mezzo fosse l'altezza ideale per un soffitto. Aveva sempre saputo di essere diverso. Più pieno di lividi, tanto per cominciare. Un giorno, poi, suo padre l'aveva raggiunto, naturalmente non più su del punto vita, e gli aveva detto che lui non era in effetti, come aveva invece sempre creduto, un nano. È una cosa terribile essere quasi sedicenne e della razza sbagliata. «Non abbiamo voluto dirtelo prima, figliolo» disse il padre. «Credevamo che, crescendo, avresti smesso». «Smesso di fare cosa?» domandò Carota. «Di crescere. Ma adesso tua madre ritiene, cioè, entrambi riteniamo che sia arrivato il momento che tu vada fra la tua gente. Voglio dire, non è giusto tenerti rinchiuso qui senza una compagnia alla tua altezza». Suo padre cincischiò con un rivetto lento dell'elmetto, chiaro segno di preoccupazione. «Ehm» aggiunse quindi. «Ma voi siete la mia gente!» esclamò Carota disperato. «In un certo senso sì» confermò il padre. «In un altro senso, che è un senso decisamente più preciso e accurato, no. È tutta quella faccenda della
genetica, capisci? Potrebbe essere un'ottima idea che tu partissi e vedessi qualcosa del mondo». «Cosa, per sempre?» «Oh no! No! Certo che no. Torna a farci visita tutte le volte che vuoi. Ma, come dire, un ragazzo della tua età, bloccato qui sotto... Non è giusto. Sai. Voglio dire. Non sei più un bambino. Dover strisciare in ginocchio quasi tutto il tempo e così via. Non è giusto». «Ma allora chi sarebbe la mia gente?» domandò Carota sconcertato. Il vecchio nano trasse un profondo respiro. «Sei umano» gli disse. «Cosa, come il signor Varneshi?» Il signor Varneshi guidava un carro coi buoi su per i sentieri della montagna una volta a settimana, per barattare merci con oro. «Uno dei Grossi?» «Tu sei alto due metri e dieci. Lui è alto solo un metro e sessantacinque». Il nano armeggiò ancora con il rivetto lento. «Capisci come stanno le cose?» «Sì, ma... ma forse sono solo un po' alto per la mia età» suggerì Carota sempre più disperato. «Dopo tutto, se ci possono essere umani bassi non ci possono essere nani alti?» Suo padre gli dette una amichevole pacca dietro alle ginocchia. «Devi affrontare la verità, ragazzo. Saresti molto più a tuo agio in superficie. È nel tuo sangue. Là i tetti non sono così bassi». Non puoi continuare a sbatterci la testa fino a sfondarli, aggiunse fra sé. «Aspetta un momento» disse Carota, mentre la sua leale fronte si increspava per lo sforzo del ragionamento. «Tu sei un nano, vero? E la mamma è una nana. E così anche io dovrei essere un nano. È un dato di fatto». Il nano sospirò. Aveva sperato di arrivare a questo punto poco alla volta, nel giro di qualche mese, magari, come per abituarlo delicatamente, ma non c'era più tempo. «Siediti, ragazzo» disse. Carota si sedette. «Il fatto è» disse il nano con espressione affranta quando il grosso e onesto volto del ragazzo fu un po' più vicino al suo, «che ti abbiamo trovato un giorno nei boschi. Stavi gattonando vicino a uno dei sentieri... ehm». Il rivetto lento cigolò. Il nano proseguì. «Il fatto è, vedi... c'erano tutti quei carri. In fiamme, si potrebbe affermare. E gente morta. Ehm, sì. Gente estremamente morta. A causa dei banditi. Era un brutto inverno, quell'inverno, sulle colline arrivava di tutto... E così ti abbiamo preso, ovviamente, e poi, è stato un inverno lungo, come ho detto, e la mamma si è così abituata a te, be', come dire, non abbiamo mai chiesto a Varneshi di fare delle
indagini. Questo è quanto». Carota prese la cosa con una certa calma, soprattutto perché non aveva capito praticamente niente. Inoltre, per quello che ne sapeva lui, essere trovati a gattonare nei boschi era il normale modo in cui nascevano i bambini. Un nano non è considerato grande abbastanza perché gli3 vengano spiegati i procedimenti tecnici della faccenda fino al raggiungimento della pubertà.4 «Va bene, papà» disse e si abbassò tanto da trovarsi al livello dell'orecchio del nano. «Ma sai, io e... conosci Minty Spaccapietra? È bellissima, papà, ha una barba soffice come, come, come una cosa molto soffice... noi ci intendiamo bene e...» «Sì» replicò freddamente il nano, «lo so. Suo padre ha voluto scambiare due parole con me». Così come sua madre con tua madre, aggiunse silenziosamente, e poi lei ha detto due parole a me. Sono state dette un sacco di parole. Non che tu non piaccia loro, sei un bravo ragazzo e un buon lavoratore, saresti un buon genero. Quattro buoni generi. È questo il guaio. Lei poi ha solo sessant'anni. Non è una cosa corretta, non è giusta. Lui aveva sentito parlare di bambini allevati da lupi. Si chiese se il capo del branco avesse mai dovuto sistemare una questione spinosa come questa. Forse avrebbe preso l'orfano e l'avrebbe portato in una tranquilla radura per dirgli: ascolta figliolo, potresti esserti chiesto come mai non sei peloso come tutti gli altri... Ne parlò con Varneshi. Uomo solido e buono, Varneshi. Ovviamente aveva conosciuto anche suo padre. E suo nonno, ora che ci pensava. Gli umani non sembravano durare a lungo, forse a causa dello sforzo di pompare il sangue fino a quell'altezza. «Hai un bel problema, re.5 Proprio così» disse il vecchio mentre condividevano un goccetto d'alcol su una panchina fuori dal Tunnel n. 2. «È un gran bravo ragazzo, bada bene» disse quindi il re. «Carattere forte. Onesto. Non esattamente brillante, ma se gli dici di fare qualcosa, non si ferma finché non ha finito. Obbediente». «Potresti segargli le gambe» propose Varneshi. «Non sono le gambe il vero problema» disse cupo il re. «Oh, già. In quel caso potresti...» 3 Il pronome è usato dai nani per indicare entrambi i sessi. Tutti i nani hanno la barba e indossano fino a dodici strati di abiti. Il genere è più o meno un optional. 4 Cioè attorno ai cinquantacinque anni. 5 Letteralmente deska-knik "supervisore di miniera".
«No». «No» ammise Varneshi, riflessivo. «Ehm. Allora quello che dovresti fare è mandarlo via per qualche tempo. Lasciarlo mescolare con gli umani». Si accomodò meglio. «Adesso, re, ti trovi per le mani un papero» aggiunse col tono di chi la sa lunga. «Non penso che dovrei dirgli così. Già si rifiuta di credere di essere umano». «Quello che volevo dire è un papero fra i pulcini. È un fenomeno molto noto nelle fattorie. Scopre di sapere beccare benissimo ma non ha idea di cosa sia nuotare». Il re ascoltò con attenzione. I nani non avevano grandi cognizioni di agricoltura. «Ma se lo mandi a vedere altre papere, se si bagna i piedi, non andrà più in giro a correre dietro ai polli. E sei a cavallo». Varneshi si sedette e assunse un'espressione soddisfatta. Quando si passa gran parte della propria vita sottoterra, si sviluppa una mente molto letterale. I nani non utilizzano metafore o simili. Le rocce sono dure, l'oscurità è buia. Se si comincia a pasticciare con le descrizioni si finisce in grossi guai, è il loro motto. Dopo duecento anni di comunicazione con gli umani, però, il re aveva sviluppato uno scrupoloso attrezzo mentale che lo metteva quasi in condizione di comprenderli. «Certo. Mio zio ha un cavallo» ammise lentamente. «Stessa cosa». Ci fu una pausa durante la quale il re sottopose l'affermazione a una attenta analisi. «Mi stai dicendo» suggerì, soppesando ogni parola, «che dovremmo mandare Carota a fare la papera fra gli umani perché mio zio ha un cavallo?» «È un bravo ragazzo. Ci sono un sacco di opportunità per un ragazzone forte come lui, in città» disse Varneshi. «Ho sentito dire di nani che si trasferiscono per lavorare nella Grande Città» osservò un po' incerto il re. «E che mandano i soldi alle loro famiglie, cosa molto encomiabile e decorosa». «Ecco che ci siamo, allora. Trovagli un lavoro nel, nel...» Varneshi cercò ispirazione, «nella Guardia Cittadina, o qualcosa del genere. Il mio bisnonno faceva parte della Guardia, sai. Bel lavoro per un ragazzone, diceva sempre mio nonno». «Che cos'è la Guardia?» domandò il re. «Oh» disse Varneshi, con l'ambiguità tipica di quello la cui famiglia, per le ultime tre generazioni, non aveva viaggiato per più di venti miglia,
«vanno in giro assicurandosi che la gente osservi la legge e faccia quello che le viene detto». «È una preoccupazione molto opportuna» approvò il re che, visto che era lui che diceva agli altri ciò che dovevano fare, apprezzava molto la gente che faceva ciò che le veniva detto. «Ovviamente non prendono tutti» disse Varneshi, dragando le profondità dei suoi ricordi. «Penso proprio di no, per un compito così importante. Scriverò al loro re». «Non penso che ci sia più un re laggiù» disse Varneshi. «Solo un uomo che dice agli altri che cosa devono fare». Il re dei nani esaminò l'affermazione con calma. Quella gli sembrava al novantasette per cento la definizione di re, per quanto lo riguardava. Carota accolse la notizia senza protestare, proprio come accoglieva le istruzioni per riaprire il Tunnel n. 4 o abbattere tronchi per fare puntelli in legno. Tutti i nani sono per natura persone disciplinate, serie, colte, obbedienti e riflessive la cui unica piccola pecca è, dopo aver bevuto alcolici, lanciarsi contro i nemici gridando "Arrrrrgh" e colpirli con l'ascia all'altezza del ginocchio. Carota non vedeva il motivo per essere diverso. Sarebbe andato in quella città... qualsiasi essa fosse... e sarebbe diventato un uomo. Prendevano soltanto i migliori, aveva detto Varneshi. Una guardia doveva essere abile combattente e immacolato di pensiero, parole e atti. Dalle profondità della sua ancestrale aneddotica, il vecchio aveva tirato fuori racconti di inseguimenti sui tetti al chiaro di luna e tremende battaglie contro scellerati che, ovviamente, il suo bisnonno aveva vinto, nonostante si fosse trovato in pesante svantaggio numerico. Carota dovette ammettere che suonava meglio che stare in miniera. Dopo qualche riflessione, il re scrisse al governante di Ankh-Morpork, chiedendo rispettosamente che Carota potesse essere preso in considerazione per un posto fra gli uomini più distinti della città. In quella miniera si scrivevano raramente lettere. Il lavoro si fermò e l'intero clan si sedette in cerchio in religioso silenzio mentre la penna del re scribacchiava sulla pergamena. Sua zia era stata inviata da Varneshi per chiedergli se per favore non avesse un briciolo di cera d'avanzo. Sua sorella era stata mandata al villaggio per chiedere a Donna Aglietta, la strega, con quante diavolo di "c", "m" e "z" si scriveva la parola "raccomandazione".
Erano passati mesi. Ed ecco che arrivò la risposta. Era abbastanza spiegazzata, visto che la posta nelle Ramtop veniva generalmente consegnata a chiunque stesse andando più o meno nella direzione giusta, ed era piuttosto corta. Diceva, in breve, che la sua richiesta era stata accolta e che si presentasse immediatamente al lavoro. «Tutto qui?» disse lui. «Pensavo che ci fossero delle prove o roba del genere per vedere se ero adatto». «Tu sei mio figlio» disse il re. «Io l'ho fatto presente. Capisci? È evidente che tu sei adatto. Probabilmente hai stoffa da ufficiale». Tirò fuori un sacco da sotto la sedia, vi frugò dentro e porse a Carota un pezzo di metallo, più una spada che una sega, ma non molto diversa. «Questa appartiene a te di diritto» gli disse. «Quando abbiamo trovato i... carri, era l'unica cosa rimasta. I banditi, capisci. Che resti fra noi...» fece un cenno a Carota perché si avvicinasse, «l'abbiamo fatta esaminare da una strega. In caso fosse magica. Ma non lo è. Ci ha detto che era decisamente la spada meno magica che avesse mai visto. Di solito lo sono un pochino, come dire, visto che la magia assomiglia un po' al magnetismo, direi. Però è ben bilanciata». Gliela consegnò. Frugò ancora un po' nel sacco. «E poi c'è questa». Tirò fuori una maglia. «Ti proteggerà». Carota la tastò con attenzione. Era fatta di lana delle pecore Ramtop, che aveva tutto il calore e la morbidezza degli aculei di un porcospino. Si trattava di una delle leggendarie maglie di lana dei nani, di quelle che si piegano solo su cardini. «Proteggermi da cosa?» domandò Carota. «Dal freddo e altro» disse il re. «Tua madre dice che la devi indossare. E, ehm... adesso che mi viene in mente. Il signor Varneshi ha detto che vorrebbe che tu passassi da lui quando scendi dalle montagne. Ha qualcosa per te». Suo padre e sua madre lo salutarono finché egli non fu più visibile. Minty no. Che strano. Da ultimo sembrava che lo stesse evitando. Carota aveva messo la spada a tracolla, dei panini e biancheria pulita in un sacco e aveva più o meno il mondo ai suoi piedi. In tasca aveva la famosa lettera del Patrizio, l'uomo che governava la grande e bella città di Ankh-Morpork. Quanto meno così la definiva sua madre. Aveva di certo una intestazione
imponente in cima, ma la firma assomigliava a qualcosa come Lupin Scarabocchio Seg. pp. Tuttavia, anche se non era effettivamente firmata dal Patrizio doveva essere stata scritta da qualcuno che lavorava per lui. O nello stesso edificio. Probabilmente il Patrizio aveva almeno saputo della lettera. Magari in termini generici. Non di quella lettera in particolare, ma forse sapeva dell'esistenza di lettere in generale. Carota camminava con passo veloce e costante lungo i sentieri di montagna, disturbando sciami di bombi. Dopo qualche tempo sfoderò la spada e infilzò con affondi sperimentali ceppi felloni e associazioni illegali di ortiche. Varneshi era seduto fuori dalla sua capanna e infilava funghi secchi su una cordicella. «Salve, Carota» disse, facendolo accomodare all'interno. «Sei contento di andare in città?» Carota sottopose la frase ad attenta considerazione. «No» rispose. «Hai dei ripensamenti, vero?» «No. Stavo solo camminando» rispose sinceramente Carota. «Non stavo pensando a niente di particolare». «Tuo padre ti ha dato la spada, vero?» domandò Varneshi frugando su una fetida mensola. «Sì. E una maglia di lana per proteggermi dal freddo». «Oh, sì. Può essere molto umido laggiù, ho sentito dire. Protezione. Molto importante». Si voltò e aggiunse con espressione teatrale: «Questo apparteneva al mio bisnonno». Si trattava di uno strano aggeggio vagamente emisferico circondato da cinghie. «È una specie di fionda?» domandò Carota, dopo averlo esaminato in cortese silenzio. Varneshi gli disse che cos'era. «Conchiglia come quella del mare?» domandò Carota perplesso. «No. Serve per i combattimenti» bofonchiò Varneshi. «Devi indossarla sempre. Praticamente ti protegge gli organi vitali, i tuoi... gioielli». Carota lo provò. «È un po' piccolo, signor Varneshi». «È perché non si infila in testa». Varneshi spiegò meglio, con crescente stupore e susseguente orrore di
Carota. «Il mio bisnonno diceva sempre» concluse, «che se non fosse stato per quello io oggi non sarei stato qui». «Che voleva dire?» Varneshi aprì e richiuse la bocca un paio di volte. «Non ne ho idea» rispose, da vero smidollato. In ogni caso, il vergognoso articolo stanziava ora in fondo al sacco di Carota. I nani non avevano grande dimestichezza con roba del genere. L'orrida protezione rappresentava una finestra su un mondo alieno quanto l'altra faccia della luna. Il signor Varneshi gli aveva fatto anche un altro regalo. Si trattava di un libro piccolo ma molto spesso, rilegato in una pelle che, nel corso degli anni, si era fatta dura come il legno. Si chiamava: Leggi E Ordinanze Delle Città Di Ankh E Morpork. «Anche questo apparteneva al mio bisnonno» disse. «Questo è ciò che una Guardia deve sapere. Tu devi conoscere tutte le leggi» aggiunse solennemente, «per essere una buona Guardia». Forse Varneshi avrebbe dovuto rammentare che, in tutta la vita di Carota, nessuno gli aveva mai realmente mentito o gli aveva dato un'istruzione che non andasse seguita alla lettera. Carota prese solennemente il libro. Non gli sarebbe mai nemmeno passato per la mente, se doveva diventare un membro della Guardia, di essere qualcosa meno che una buona Guardia. Il viaggio fu lungo circa cinquecento miglia e, sorprendentemente, poco movimentato. La gente che supera i due metri di altezza e mostra spalle quasi altrettanto larghe spesso gode di viaggi poco movimentati. Alcuni gli spuntano di fronte all'improvviso da dietro una roccia, ma poi dicono subito: «Oh, mi scusi. L'avevo scambiata per un altro». Carota passò la maggior parte del viaggio a leggere. Ora Ankh-Morpork si trovava davanti a lui. Fu un po' deludente. Carota si era aspettato alte torri bianche che si ergevano sul paesaggio e molte bandiere. Ankh-Morpork non si ergeva. Più che altro, era acquattata, abbarbicata al suolo come se avesse paura che qualcuno potesse rubarla. Non c'erano bandiere. C'era una guardia alle porte. Quanto meno indossava una cotta di maglia e si puntellava su una cosa che era una lancia. Doveva essere una Guardia. Carota salutò e gli presentò la lettera. L'uomo la osservò a lungo. «Mm?» disse alla fine. «Penso di dovermi presentare a Lupin Scarabocchio Seg. pp» disse Ca-
rota. «Che cosa vuol dire pp?» domandò la guardia con sospetto. «Non potrebbe essere Presto Presto?» suggerì Carota, che se lo era chiesto a sua volta. «Be', non conosco nessun Seg» disse la guardia. «Dovrai andare dal capitano Vimes della Guardia Notturna». «E dove è stanziato?» domandò gentilmente Carota. «A quest'ora del giorno proverei al Grappolo d'Uva in Via Tranqui» rispose la guardia. Squadrò Carota dall'alto al basso. «Vuoi entrare nelle guardie, eh?» «Spero di dimostrarmi all'altezza, sì» disse Carota. La guardia gli lanciò quella che si potrebbe definire un'occhiata all'antica. Praticamente neolitica. «Che cosa hai fatto?» gli chiese. «Come, scusi?» domandò Carota. «Devi avere fatto qualcosa» ripeté la guardia. «Mio padre ha scritto una lettera» disse Carota tutto orgoglioso. «Mi sono offerto volontario». «Maledettissimo fuoco dell'inferno» fu il commento della guardia. Era di nuovo notte e, al di là del lugubre portone, il Supremo Grande Maestro domandò: «Le Ruote del Tormento sono state debitamente girate?» I Confratelli Elucidati si mossero a disagio nel cerchio. «Fratello Torrearmata?» disse il Supremo Grande Maestro. «Non tocca a me girare le Ruote del Tormento» bofonchiò Fratello Torrearmata. «È Fratello Intonacatore che doveva girare le Ruote del Tormento...» «Neanche per idea, il mio compito è di oliare gli Assali del Catorcio Universale» ribatté infervorato Fratello Intonacatore. «Dici sempre che è compito mio...» Il Supremo Grande Maestro sospirò nelle profondità del suo cappuccio mentre scoppiava un'altra disputa. Come avrebbe potuto, con quegli scarti, forgiare un'Era della Razionalità? «Fatela finita!» scattò. «Questa sera le Ruote del Tormento non ci serviranno. Piantatela, voi due. Adesso, Confratelli... avete portato tutti gli oggetti come da istruzioni?» Era una raccolta davvero miseranda. Portate oggetti magici, aveva detto
loro. Soltanto Fratello Borsaiolo aveva tirato fuori qualcosa di valido. Assomigliava a un ornamento da altare, meglio non chiedere di quale altare. Il Supremo Grande Maestro avanzò di un passo e spostò uno degli oggetti con la punta del piede. «Cosa sarebbe» disse, «questo?» «Un amuleto» bofonchiò Fratello Cessaiolo. «Molto potente. L'ho preso da un tizio. È garantito. Protegge contro i morsi di coccodrillo». «Sei sicuro di potertene privare?» domandò il Supremo Grande Maestro. Seguì una doverosa risatina da parte del resto dei Confratelli. «Basta, Fratelli» disse il Grande Maestro, girandosi di scatto. «Avevo detto: portate oggetti magici. Non bigiotteria da quattro soldi e spazzatura! Santi numi, questa città brulica di magia!» Abbassò una mano. «Cos'è questa roba, per l'amor del cielo?» «Sono pietre» rispose un po' incerto Fratello Intonacatore. «Lo vedo. Perché sono magiche?» Fratello Intonacatore cominciò a tremare. «Hanno dentro dei buchi, Supremo Grande Maestro. Tutti sanno che le pietre con dentro i buchi sono magiche». Il Supremo Grande Maestro tornò al proprio posto nel cerchio. Alzò le braccia. «Va bene, d'accordo, ok» commentò stremato. «Se dobbiamo andare avanti così, andremo avanti così. Se verrà fuori un drago lungo venti centimetri sapremo tutti perché. Non è vero, Fratello Intonacatore? Fratello Intonacatore? Scusa. Non ho sentito cosa hai risposto. Fratello Intonacatore?» «Ho detto sì, Supremo Grande Maestro» sussurrò Fratello Intonacatore. «Molto bene. Allora è tutto chiaro». Il Supremo Grande Maestro si voltò e prese il libro. «Adesso» disse. «Se siamo pronti...» «Ehm». Fratello Torrearmata alzò umilmente una mano. «Pronti per che cosa, Supremo Grande Maestro?» chiese. «Per l'evocazione, ovviamente. Santi numi, avrei dovuto immaginarmelo...» «Ma non ci ha detto che cosa dovremmo fare, Supremo Grande Maestro» piagnucolò Fratello Torrearmata. Il Grande Maestro esitò. In effetti era vero, ma non lo avrebbe mai ammesso. «Be', è evidente» disse. «Dovete focalizzare la vostra concentrazione. Pensate intensamente ai draghi» tradusse. «Tutti quanti».
«Tutto qui?» domandò Fratello Guardaporta. «Sì». «Non dobbiamo intonare una pruna mistica o qualcosa del genere?» Il Supremo Grande Maestro lo fissò sbalordito. Fratello Guardaporta riuscì ad assumere un aspetto spavaldo davanti a quella angheria per quanto potesse farlo una qualsiasi anonima ombra in un mantello nero. Mica si era iscritto a una setta segreta per non intonare rune mistiche! Non vedeva l'ora di farlo. «Intona pure, se vuoi» disse il Supremo Grande Maestro. «Ora, vorrei che voi... sì, cosa c'è, Fratello Cessaiolo?» Il piccolo Fratello abbassò la mano. «Io non conosco prune mistiche, Grande Maestro. Quanto meno che si possono esattamente intonare...» «Uhm!» Il Supremo Grande Maestro aprì il libro. Era rimasto piuttosto sorpreso nello scoprire, dopo pagine e pagine di pie ricerche, che l'Evocazione in sé altro non era che una corta frase. Non una cantilena, non un breve passo di poesia, ma un semplice assemblaggio di sillabe prive di senso. De Malachite sosteneva che esse provocavano interferenze nelle onde della realtà, ma quello stupido vecchio pazzo probabilmente aveva inventato tutto di sana pianta. Era quello il guaio con i maghi, dovevano sempre rendere tutto più difficile. Ciò che serviva davvero era la forza di volontà. E i Confratelli di quella ne avevano in abbondanza. Una forza di volontà meschina, al vetriolo, sì, pullulante di malignità forse, ma a modo suo ancora tanto possente... Questa volta non avrebbero provato niente di spettacolare. Una cosina discreta... Attorno a lui i Confratelli stavano intonando ciò che ognuno considerava, secondo i propri lumi, essere qualcosa di mistico. L'effetto generale era in effetti niente male, se non si ascoltavano le parole. Le parole. Oh, sì... Abbassò lo sguardo e le pronunciò a voce alta. Non accadde nulla. Strizzò gli occhi. Quando li riaprì si trovava in un vicolo oscuro, con lo stomaco colmo di fuoco ed era molto, molto infuriato. Sarebbe stata la notte peggiore della sua vita per Zebbo Mooty, Ladro di Terza Classe, e non lo avrebbe certo reso più felice sapere che sarebbe sta-
ta anche l'ultima. La pioggia teneva la gente in casa e lui era in arretrato sulla sua quota. Era, di conseguenza, un po' meno cauto di quanto non sarebbe stato altrimenti. Nelle strade notturne di Ankh-Morpork la cautela è un imperativo categorico. Non esiste una cautela moderata. O si è molto cauti o si è morti. Uno potrebbe andare in giro respirando ed essere già morto comunque. Egli udì dei rumori attutiti provenire da un vicolo vicino, estrasse dalla manica il manganello ricoperto di cuoio, aspettò finché la vittima non parve sul punto di svoltare all'angolo, balzò fuori, disse «Oh, mer...» e morì. Si trattò di una morte estremamente insolita. Nessun altro era morto in quel modo da centinaia di anni. La parete in pietra alle sue spalle si accese di un rosso ciliegia per il calore, che gradatamente sbiadì nell'oscurità. Egli fu il primo a vedere il drago di Ankh-Morpork. Trasse ben poco conforto dal saperlo, tuttavia, perché era morto. «... da» concluse e il suo sé incorporeo guardò giù al piccolo cumulo di carbone che, come comprese con una consapevolezza molto poco familiare, era ciò da cui si era appena scorporato. Era una sensazione strana, vedere i propri resti mortali. Egli non la trovò orribile quanto avrebbe immaginato se qualcuno glielo avesse chiesto, che so, dieci minuti prima. Scoprire che sei morto viene anche mitigato dallo scoprire che esiste davvero ancora un te che può trovarti morto. Il vicolo opposto era di nuovo deserto. «Davvero strano» disse Mooty. ESTREMAMENTE INSOLITO DAVVERO. «L'hai visto? Che cos'era?» Mooty lanciò un'occhiata alla figura scura che stava emergendo dalle ombre. «E tu chi sei?» aggiunse con sospetto. INDOVINA, disse la voce. Mooty spiò la figura incappucciata. «Cor!» esclamò. «Non pensavo che ti presentassi anche per uno come me». IO MI PRESENTO PER TUTTI. «Volevo dire... di persona, più o meno». A VOLTE. PER OCCASIONI SPECIALI. «Già» commentò Mooty, «questa è decisamente speciale! Come dire, sembrava proprio un dannato drago! Che potevo fare? Non mi aspettavo di sicuro di trovarmi un drago, dietro l'angolo!» E ADESSO, SE VOLESSI SEGUIRMI DA QUESTA PARTE... disse la
Morte, appoggiando una scheletrica mano sulla spalla di Mooty. «Sai, una volta un veggente mi ha detto che sarei morto nel mio letto, circondato da bisnipoti piangenti» disse Mooty seguendo l'imponente figura. «Che ne dici, eh?» SI SBAGLIAVA. «Un dannato drago» ripeté Mooty. «Che sputava fuoco, anche. Ho sofferto molto?» NO. È STATO PRATICAMENTE ISTANTANEO. «Molto bene. Non mi sarebbe piaciuto pensare che ho sofferto molto». Mooty si guardò attorno. «Adesso che succede?» domandò. Alle sue spalle, la pioggia portò via il piccolo cumulo di cenere mischiandolo al fango. Il Supremo Grande Maestro aprì gli occhi. Era steso sulla schiena. Fratello Cessaiolo stava per fargli la respirazione bocca a bocca. Il solo pensiero sarebbe stato sufficiente a strattonare via chiunque dai confini dello stato di incoscienza. Il Supremo Grande Maestro si sedette, cercando di liberarsi dalla sensazione di pesare svariate tonnellate e di essere ricoperto di squame. «Ce l'abbiamo fatta» sussurrò. «Il drago! È venuto! L'ho sentito!» I Confratelli si guardarono a vicenda. «Noi non abbiamo visto nulla» disse Fratello Intonacatore. «Io potrei avere visto qualcosa» osservò invece zelante Fratello Torrearmata. «No, non qui» disse bruscamente il Supremo Grande Maestro. «Non avreste mica voluto che si materializzasse qui, vero? Era là fuori, in città. Solo per pochi secondi...» Indicò. «Guardate!» I Confratelli si girarono con aria colpevole, aspettandosi da un istante all'altro l'incandescente fiamma della retribuzione. Nel centro del cerchio, gli oggetti magici si erano delicatamente ridotti in polvere. Proprio mentre guardavano, l'amuleto di Fratello Cessaiolo si sfaldò. «Completamente seccato» sussurrò Fratello Borsaiolo. «Che mi venga un colpo!» «Tre dollari mi era costato quell'amuleto» bofonchiò Fratello Cessaiolo. «Ma questo dimostra che ha funzionato» osservò il Supremo Grande Maestro. «Non capite, idioti? Funziona! Possiamo evocare draghi!» «Potrebbe risultare un po' costoso in termini di oggetti magici» commen-
tò dubbioso Fratello Borsaiolo. «... tre dollari, costava. Non robetta...» «Il potere» latrò il Supremo Grande Maestro, «non è a buon mercato». «È verissimo» annuì Fratello Torrearmata. «Non è a buon mercato. Verissimo». Guardò nuovamente il piccolo cumulo di magia sfruttata. «Cor!» esclamò. «Ce l'abbiamo fatta, vero? Ci siamo impegnati e siamo maledettamente riusciti a fare della magia, no?» «Vedete?» disse Fratello Borsaiolo. «Ve l'avevo stradetto che non era niente di che». «Siete stati tutti eccezionalmente bravi» osservò il Supremo Grande Maestro incoraggiante. «... dovevano essere sei dollari, ma quello ha detto che si voleva rovinare e che me lo vendeva per tre dollari...» «Già» commentò Fratello Torrearmata. «Abbiamo capito come funziona! Non è stato per niente doloroso. Una vera magia, abbiamo fatto! E non siamo manco stati mangiati da una fata dei dentini spuntata fuori dagli infissi, Fratello Intonacatore, non ho potuto fare a meno di notarlo». Gli altri Confratelli annuirono. Vera magia. Niente di che. Tutti gli altri avrebbero fatto bene a stare attenti. «Un momento, però» disse Fratello Intonacatore. «Dov'è andato questo drago? Voglio dire, lo abbiamo evocato sul serio o no?» «Immaginavo che avresti fatto una domanda così stupida» commentò Fratello Torrearmata con espressione dubbiosa. Il Supremo Grande Maestro si tolse un po' di polvere dalla mistica tonaca. «Lo abbiamo evocato» disse, «ed è venuto. Se vogliamo che resti più a lungo, avremo bisogno di più oggetti magici. Capito? Ed è ciò che ci dobbiamo procurare». «... tre dollari che certo non rivedrò tanto presto...» «Chiudi il becco!» Caro Padre, scrisse Carota, eccomi qui ad Ankh-Morpork. Non è come da noi. Penso che sia cambiata un po' da quando si trovava qui il bisnonno del Signor Varneshi. Non penso che la gente distingua il Bene dal Male. Ho trovato il capitano Vimes in una comune birreria. Ho ricordato quello che dicevi tu sul fatto che un buon nano non doveva recarsi in luoghi simili ma, visto che lui non veniva fuori, sono dovuto entrare io. Aveva la
testa appoggiata sul tavolo. Quando gli ho parlato mi ha detto: prenditi l'altra, ragazzo, è uno schianto. Io credo che fosse ubriaco. Mi ha detto di trovarmi un posto dove alloggiare e di presentarmi a rapporto questa sera al Serg. Colon al Posto di Guardia. Ha detto che tutti quelli che vogliono arruolarsi nella Guardia dovrebbero farsi esaminare la testa. Il Signor Varneshi non me ne aveva parlato. Forse è una pratica necessaria per ragioni di Igiene. Sono andato a fare una passeggiata. Qui ci sono molte persone. Ho trovato un posto che si chiama Le Ombre. Poi ho visto degli uomini che stavano cercando di scippare una giovane signora. Li ho attaccati. Non sapevano combattere come si deve e uno di essi ha cercato di darmi un calcio nei Gioielli, ma io indossavo la Protezione come mi era stato detto di fare e lui si è fatto male. A quel punto la signora mi si è avvicinata e mi ha detto se ero interessato al Letto. Ho detto di sì. Mi ha portato dove abita lei, penso che si chiami pensione. È gestita da una certa Signora Palm. La signora proprietaria della borsa che ha detto di chiamarsi Reet ha raccontato, dovevate vederlo, erano in tre, incredibile. La Signora Palm ha detto che offriva la casa. Ha detto anche: che Protezione grande! E così sono andato al piano di sopra e mi sono addormentato anche se il posto è molto rumoroso. Reet mi ha svegliato un paio di volte per chiedere se non volevo niente, ma di mele non ne avevano. E così sono Caduto in Piedi, come dicono da queste parti anche se non so com'è possibile visto che quando si cade si cade dai piedi, è una cosa evidente. C'è di sicuro un sacco da fare. Quando sono andato dal Serg. ho visto un luogo chiamato La Gilda dei Ladri!! Ho chiesto alla Signora Palm e lei mi ha detto che è ovvio. Ha detto che i capi dei Ladri della città si riuniscono lì. Sono andato al Posto di Guardia e ho conosciuto il Serg. Colon, un uomo grassissimo, e quando gli ho parlato della Gilda dei Ladri mi ha detto Non fare l'Idiota. Non penso che parlasse sul serio. Mi ha detto Non ti preoccupare della Gilda dei Ladri, tutto quello che devi fare è girare per le Strade di Notte e gridare È Mezzanotte e Tutto va Bene. Ho chiesto, E se non va tutto bene e lui mi ha risposto, Vai a trovarti una maledetta altra strada. Questo non è Comando. Mi è stata data una specie di cotta di maglia. È arrugginita e malfatta. Ti danno dei soldi per fare la Guardia. 20 Dollari al mese. Quando li avrò ve li manderò. Spero che stiate tutti bene e che il Tunnel n. 5 sia aperto. Questo pome-
riggio andrò a dare un'occhiata alla Gilda dei Ladri. È una disgrazia. Se farò qualcosa al proposito forse sarà un Fiore all'Occhiello. Sto cominciando a prendere la mano con il modo di parlare di qui. Il vostro amato figlio, Carota. P.S. Salutate tanto Minty da parte mia. Mi manca molto. Lord Vetinari, il Patrizio di Ankh-Morpork, si mise una mano sugli occhi. «Ha fatto cosa?» «Mi ha trascinato per un braccio per le strade» disse Urdo Van Panca, attuale Presidente della Gilda dei Ladri, Borseggiatori e Affini. «Davanti a tutti! Con le mani legate!» Avanzò di qualche passo verso il severo trono del Patrizio, agitando un dito. «Lei sa benissimo che siamo rimasti all'interno del Budget!» disse. «Essere umiliato in quel modo! Come un criminale comune! Sarà meglio che ci siano delle esaurienti scuse pubbliche» proseguì, «o si troverà davanti a un altro sciopero. Vi saremo costretti, a dispetto della nostra naturale responsabilità civica» aggiunse. Fu colpa del dito. Il dito fu un errore. Il Patrizio lo stava fissando con espressione fredda. Van Panca seguì il suo sguardo e abbassò velocemente il dito. Il Patrizio non era uomo davanti al quale si poteva agitare un dito a meno che non si volesse finire col poter contare soltanto fino a nove. «E ha detto che si trattava di una singola persona?» domandò Lord Vetinari. «Sì! Cioè...» Van Panca esitò. Suonava bizzarro, adesso che si trovava a raccontarlo a qualcuno. «Ma siete in centinaia lì dentro» disse il Patrizio, calmo. «Grossi come, se vuole scusarmi l'espressione, ladroni». Van Panca aprì svariate volte la bocca e poi la richiuse. La risposta più onesta sarebbe stata: sì e se qualcuno avesse percorso con passo felpato e furtivo i corridoi sarebbe stato peggio per lui. Mentre invece il tipo camminava come se fosse stato il padrone della baracca, ecco cosa li aveva colti alla sprovvista. Quello e il fatto che continuava a pestare gente dicendo che dovevano tutti Fare Ammenda. Il Patrizio annuì. «Mi occuperò della questione momentaneamente» disse. Era un'ottima parola. Faceva sempre esitare le persone. Non erano mai sicure se lui intendesse occuparsi della cosa adesso, o soltanto brevemente. Nessuno poi
aveva mai osato chiederlo. Van Panca indietreggiò. «Scuse esaurienti, badi bene. Ho un prestigio da mantenere» aggiunse. «Grazie. Non la trattengo» disse il Patrizio, dando di nuovo al linguaggio una propria interpretazione. «Giusto. Bene. Grazie. Molto bene» disse il ladro. «Dopo tutto, avete tanto lavoro da svolgere» commentò Lord Vetinari. «Ehm» disse Van Panca sperando in un indizio. «Voglio dire, con tante attività in ballo». Il ladro venne colto dal panico. Fu pervaso da incontrollati sensi di colpa. Non si trattava tanto di quello che aveva fatto quanto di quello che il Patrizio poteva aver scoperto in proposito. Quell'uomo aveva occhi ovunque, nessuno di essi terribile come quelli azzurro ghiaccio che si trovavano appena sopra al suo naso. «Io, ehm, non colgo il nesso...» cominciò. «Strana scelta di bersagli». Il Patrizio prese un foglio di carta. «Per esempio, una sfera di cristallo appartenente a una veggente di Via Strapiombo. Un piccolo ornamento dal tempio di Offler, il Dio Coccodrillo. E così via. Cianfrusaglie». «Temo di non capire...» disse il capo ladro. Il Patrizio si sporse in avanti. «Non si tratterà certo di furti non autorizzati, vero?» domandò.6 «Farò in modo di vederci chiaro immediatamente!» balbettò il capo ladro. «Ci conti!» Il Patrizio gli rivolse un dolce sorriso. «Ne sono sicuro» disse. «Grazie per essere venuto a trovarmi. Non esiti ad andarsene». Il ladro uscì trascinando i piedi. Andava sempre a finire così col Patrizio, rifletté amaramente. Si arrivava con lamentele perfettamente giustificate e, senza nemmeno accorgersene, ci si trovava a uscire con la coda fra le gambe, inchinandosi e strisciando. Bisognava dare al Patrizio quello che era del Patrizio, ammise di malavoglia. Altrimenti mandava degli uomini a prendertelo e portartelo via. Quando se ne fu andato, Lord Vetinari suonò la campanella di bronzo che convocava il suo segretario. Il nome dell'uomo, a dispetto della sua calligrafia, era Lupin Wonse. Apparve con la penna a mezz'aria. 6 Una delle straordinarie innovazioni introdotte dal Patrizio era rendere la Gilda dei Ladri responsabile dei furti, con budget annuali, programmazione anticipata e, soprattutto, rigida protezione dell'attività. Di conseguenza, in cambio di una quantità media autorizzata di crimini per anno, i ladri stessi facevano sì che il crimine non autorizzato venisse colpito con tutta la forza dell'Ingiustizia, che era di solito una mazza chiodata.
C'era una cosa che si poteva dire di Lupin Wonse. Era pulitissimo. Dava sempre l'impressione di essere appena stato ultimato. Perfino i capelli erano così lisciati e imbrillantinati da apparire dipinti sulla testa. «Pare che la Guardia abbia qualche problema con la Gilda dei Ladri» disse il Patrizio. «È stato qui Van Panca sostenendo che un membro della Guardia lo ha arrestato». «Per quale motivo, signore?» «Apparentemente, per essere un ladro». «Un membro della Guardia?» domandò il segretario. «Lo so. Ma veda di sistemare le cose, d'accordo?» Il Patrizio sorrise fra sé. Era sempre difficile sondare il peculiare senso dell'umorismo di Lord Vetinari, ma continuava a tornargli alla mente una visione dell'irato e rubizzo capo dei ladri. Uno dei più considerevoli contributi del Patrizio all'affidabilità del funzionamento di Ankh-Morpork era stato, nei primissimi giorni della sua amministrazione, la legalizzazione dell'antica Gilda dei Ladri. Il crimine era una realtà di fatto, e di conseguenza, visto che c'era, tanto valeva organizzarlo. La Gilda venne quindi incoraggiata a uscire dall'ombra e a costruire una Sede Corporativa, a partecipare ai banchetti cittadini, a organizzare corsi di formazione con tanto di esoneri per frequenza, diplomi della Città e della Gilda e tutto il resto. In cambio dell'allentamento della pressione da parte della Guardia Cittadina, la Gilda si sforzò di non fare una piega e accettò di mantenere il tasso di criminalità a livelli da stabilire anno per anno. In quel modo, ognuno poteva pianificare in anticipo, disse Lord Vetinari e parte dell'incertezza era stata allontanata da quel caos che è la vita. Poi, qualche tempo dopo, il Patrizio convocò i capi ladri e disse, oh, a proposito, c'è dell'altro. Di che si tratta, adesso? Oh, sì... So chi siete. So dove vivete. So che tipo di cavallo cavalcate. So da quale parrucchiere va vostra moglie. So dove i vostri amati figlioli, quanti anni hanno adesso?, oh, come vola il tempo, so dove vanno a giocare. Non vi dimenticherete dei nostri accordi, vero? E sorrise. E sorrisero anche loro, dopo un po'. In effetti l'accordo si era dimostrato molto soddisfacente per tutti. Nel giro di pochissimo tempo, i capi dei ladri misero su pancetta, cominciarono a farsi fare stemmi e a incontrarsi in begli edifici invece che nei fumosi covi che comunque non erano mai piaciuti a nessuno. Una complessa dispo-
sizione di fatture e buoni-furto fece sì che, anche se tutti erano potenzialmente oggetto di attenzioni da parte della Gilda, nessuno ne avesse troppe e questo era decisamente accettabile... quantomeno per i cittadini che erano tanto ricchi da potersi permettere di pagare i premi relativamente ragionevoli che la Gilda imponeva per garantire una vita indisturbata. C'era una strana parola straniera per questo: asti-cura-azione. Nessuno sapeva esattamente che cosa avesse significato in origine, ma Ankh-Morpork l'aveva fatta propria. Alla Guardia non piacque, ma la verità era che i ladri erano molto più bravi nel controllare il crimine di quanto non fosse mai stata la Guardia stessa. Dopo tutto, la Guardia doveva lavorare il doppio per abbassare un po' il tasso dei crimini, mentre tutto quello che doveva fare la Gilda era lavorare meno. E così la città cominciò a prosperare, mentre la Guardia si assottigliava, come una inutile appendice, riducendosi a un pugno di inabili al lavoro che nessun sano di mente avrebbe mai potuto prendere sul serio. L'ultima cosa che si voleva dalle guardie era mettersi in testa di combattere il crimine. Vedere però il capo ladro a disagio, pensò il Patrizio, valeva sempre la pena. Il capitano Vimes bussò con grande esitazione alla porta, perché ogni rumore gli riecheggiava nel cranio. «Entri». Vimes si tolse l'elmetto, lo infilò sotto al braccio e aprì la porta. Lo scricchiolio gli fece l'effetto di una sega poco affilata dentro il cervello. Si sentiva sempre a disagio davanti a Lupin Wonse. A dire il vero si sentiva a disagio anche davanti a Lord Vetinari... ma era diverso, in quel caso si trattava di classe sociale. Una paura banale, ovviamente. Wonse, invece, lo conosceva fin dall'infanzia, nelle Ombre. Il ragazzo si era mostrato promettente già da allora. Non era mai stato un capobanda. Non ne aveva la forza o il fegato. E poi, dopo tutto, a che serviva essere un capobanda? Dietro ognuno di essi c'erano sempre un paio di luogotenenti pronti a fargli le scarpe. Fare il capobanda non è un lavoro con prospettive a lungo termine. In ogni banda, tuttavia, esiste un giovane pallido al quale viene concesso di rimanere perché è quello che se ne salta fuori con le idee più brillanti che hanno di solito a che fare con donne anziane e con negozi aperti: quello era il posto naturale di Wonse nell'ordine delle cose. Vimes si era sempre trovato nei ranghi intermedi, l'equivalente in falset-
to di uno yes-man. Ricordava Wonse come un ragazzino ossuto, sempre alle spalle degli altri con pantaloni di seconda mano e il genere di andatura saltellante che aveva inventato per riuscire a stare al passo coi ragazzi più grossi, e sempre pieno di nuove idee per impedire a quelli di strapazzarlo, che era poi il divertimento tipico se non si presentava nulla di più interessante da fare. Era un addestramento superbo per l'età adulta e Wonse ne era diventato maestro. Sì, erano partiti entrambi dalle fogne. Wonse però si era fatto strada verso l'alto mentre, come lui stesso era il primo ad ammettere, Vimes aveva soltanto fatto la strada. Ogni volta che sembrava sul punto di arrivare da qualche parte ecco che diceva come la pensava oppure diceva la cosa sbagliata, o anche tutt'e due contemporaneamente. Era quello che lo faceva sentire a disagio davanti a Wonse. Era il ticchettio del brillante meccanismo dell'ambizione. Vimes non aveva mai padroneggiato l'ambizione. Era una cosa che altre persone avevano. «Oh, Vimes». «Signore» rispose Vimes stolidamente. Non cercò nemmeno di fare un saluto militare per paura di ribaltarsi. Desiderò avere avuto tempo per un goccetto. Wonse rovistò fra le carte sulla scrivania. «Strane cose, Vimes. Una grave lamentela contro di lei, temo» disse. Wonse non portava occhiali. Se avesse portato gli occhiali avrebbe scrutato Vimes da sopra di essi. «Signore?» «Uno dei suoi uomini della Guardia Notturna. Pare che abbia arrestato il capo della Gilda dei Ladri». Vimes barcollò leggermente e si sforzò di concentrarsi. Non era preparato per una cosa del genere. «Mi dispiace, signore» disse. «Non riesco a seguirla». «Ho detto, Vimes, che uno dei suoi uomini ha arrestato il capo della Gilda dei Ladri». «Uno dei miei uomini?» «Sì». Le cellule cerebrali sparpagliate di Vimes cercarono eroicamente di ricompattarsi. «Un membro della Guardia?» domandò. Wonse sorrise mestamente. «Lo ha legato e lasciato davanti al palazzo. È venuto fuori un putiferio. C'era anche un biglietto... oh... eccolo qui...
"Quest'uomo è accusato di Istigazione a Delinquere, comma 14(iii) della Legge Generale sui Crimini, 1678, da me, Carota Fabbroferraio"». Vimes lo guardò in tralice. «Quattordici i-i-i?» «Apparentemente» disse Wonse. «Che significa?» «Non ne ho la benché minima idea» rispose Wonse seccamente. «E che mi dice del nome... Carota?» «Ma noi non facciamo cose del genere!» sbottò Vimes. «Non si può andare in giro ad arrestare quelli della Gilda dei Ladri. Voglio dire, non faremmo altro tutto il giorno!» «Pare che questo Carota la pensi altrimenti». Il capitano scosse la testa e si accigliò. «Carota? Non mi dice nulla». Il tono di sfocata convinzione fu sufficiente perfino per Wonse, che si sentì momentaneamente preso in contropiede. «Era...» Il segretario esitò. «Carota, Carota» disse. «Io ho già sentito quel nome. L'ho visto scritto». Il suo volto assunse un'espressione vacua. «Il volontario, ecco! Ricorda, gliel'ho mostrata?» Vimes lo fissò sbalordito. «Ma non era una lettera che veniva da, non so, un nano...?» «Tutta piena di volere servire la comunità e mantenere sicure le strade, proprio così. Pregava che suo figlio potesse essere vagliato per occupare una umile posizione nella Guardia». Il segretario stava frugando fra la sua documentazione. «Che cosa aveva fatto?» domandò Vimes. «Niente. Proprio così. Assolutamente nulla». Vimes corrugò la fronte e i suoi pensieri si riconfigurarono attorno a un nuovo concetto. «Un volontario?» domandò. «Sì». «Non era obbligato ad arruolarsi?» «Voleva arruolarsi. Lei ha detto che doveva essere uno scherzo e io ho detto che avremmo dovuto cercare di inserire più minoranze etniche nella Guardia. Si ricorda?» Vimes cercò di farlo. Non era facile. Era vagamente consapevole di bere per dimenticare. Ciò che rendeva la cosa insensata era che poi non riusciva più a ricordare che cosa doveva dimenticare. Alla fine, beveva ormai solo per dimenticare il bere.
Lo strascico del caotico marasma di rimembranze che lui non degnava ormai nemmeno più del nome di ricordo non gli fornì alcun indizio. «Io?» domandò con una sensazione di impotenza. Wonse congiunse le mani sulla scrivania e si sporse in avanti. «Adesso mi ascolti bene, capitano» disse. «Sua signoria vuole una spiegazione. Io non voglio dirgli che il capitano della Guardia Notturna non ha la minima idea di quello che avviene fra gli uomini che sono al suo, posso usare liberamente il termine, comando. Queste cose non producono altro che guai, domande e roba del genere. Noi non lo vogliamo, vero?» «No, signore» bofonchiò Vimes. Un vago ricordo di qualcuno che gli parlava con estrema serietà al Grappolo d'Uva gli stava ribollendo colpevolmente in fondo alla mente. Ma non era certo stato un nano. A meno che le caratteristiche specifiche della razza non fossero state radicalmente alterate. «Certo che no» disse Wonse. «Nel nome dei vecchi tempi e così via. Io penserò a qualcosa da dire a lui e lei, capitano, si preoccuperà di scoprire che cosa sta succedendo e di porvi fine. Dia a questo nano una breve lezione su cosa significa essere una guardia, d'accordo?» «Haha» commentò Vimes rispettosamente. «Come?» domandò Wonse. «Oh. Pensavo avesse fatto una battuta, signore». «Ascolti, Vimes, io sono stato molto comprensivo, date le circostanze. Adesso voglio che sparisca e si occupi della faccenda. Capito?» Vimes fece un saluto militare. La nera depressione acquattata, perennemente pronta a sfruttare la sua sobrietà, gli fece prudere la lingua. «Ha proprio ragione, signor segretario» disse. «Farò in modo che impari che arrestare i ladri è contro la legge». Desiderò non averlo detto. Se non avesse mai detto cose del genere a questo punto sarebbe stato messo meglio, capitano della Guardia di Palazzo, un grand'uomo. Assegnare a lui la Guardia era stato un piccolo scherzo del Patrizio. Wonse però stava ormai leggendo un nuovo documento che aveva sulla scrivania. Se aveva colto il sarcasmo non lo aveva dato a vedere. Cara Mamma, scrisse Carota, oggi è stata una giornata molto migliore. Sono andato alla Gilda dei Ladri e ho arrestato il capo di quei Mascalzoni, trascinandolo al Palazzo del Patrizio. Non farà più danni, immagino. La Signora Palm mi ha detto che posso rimanere nell'attico perché è sem-
pre utile avere un uomo in giro. Questo perché di notte c'erano degli uomini ubriachi che stavano facendo gazzarra nella stanza di una delle ragazze e io ho dovuto parlare con loro e quelli hanno voluto fare una rissa e uno di loro ha cercato di colpirmi con un ginocchio ma io avevo la Protezione e la Signora Palm ha detto che quello si è rotto la Rotula ma che io non sono costretto a comperargliene una nuova. Non capisco proprio alcuni dei compiti della Guardia. Ho un collega che si chiama Nobby. Lui dice che io sono troppo entusiasta. Dice che devo imparare molte cose. Penso che sia vero perché sono arrivato solo a Pagina 326 delle Leggi E Ordinanze Delle Città Di Ankh E Morpork. Saluti a tutti, tuo figlio, Carota. P.S. Saluti a Minty Non si trattava soltanto della solitudine, ma del fatto di vivere al contrario. Era proprio quello, pensò Vimes. La Guardia Notturna si alzava quando il resto del mondo stava andando a letto e andava a letto quando l'alba scivolava sul paesaggio. Si passava la maggior parte del tempo nelle strade oscure e umide, in un mondo di ombre. La Guardia Notturna attirava le persone che, per un motivo o per l'altro, erano inclini a quel genere di vita. Raggiunse il Posto di Guardia. Era un edificio antico e sorprendentemente grande, incuneato fra una conceria e un sarto che produceva sospette merci in pelle. Un tempo doveva essere stato un edificio imponente, ma ormai era per la maggior parte inagibile e pattugliato solo da gufi e ratti. Sopra il portone c'era il motto nell'antica lingua della città, quasi del tutto eroso dal tempo, dal sudiciume e dai licheni, ma ancora distinguibile: FABRICATI DIEM, PVNC Secondo il sergente Colon, che aveva servito in luoghi stranieri e si considerava un esperto in lingue, significava qualcosa come: «Per Proteggere e Servire». Sì. Un tempo essere una guardia doveva avere significato qualcosa. Il sergente Colon, rifletté Vimes mentre incespicava nella muscosa oscurità. Quello era un uomo che amava il buio. Il sergente Colon doveva trent'anni di felice matrimonio al fatto che la signora Colon lavorava tutto il giorno e lui tutta la notte. Comunicavano tra loro lasciandosi bigliettini. Lui le preparava il tè prima di partire di notte e lei gli lasciava la colazione
pronta e calda nel forno di mattina. Avevano tre figli ormai grandi, tutti nati, immaginava Vimes, dal risultato di una corrispondenza estremamente persuasiva. E poi c'era il caporale Nobbs... be', chiunque assomigliasse a Nobby aveva infinite ragioni per non desiderare di essere visto dagli altri. Su quello non c'era un gran che da pensare. L'unica ragione per cui non si poteva dire che Nobby fosse prossimo al regno animale era che il regno animale si sarebbe alzato e allontanato. E infine c'era lui, ovviamente. Una collezione ossuta e non sbarbata di cattive abitudini marinate nell'alcol. Ecco la Guardia Notturna. Solo loro tre. Un tempo erano stati a dozzine, a centinaia. Adesso... soltanto tre. Vimes brancolò su per le scale, facendosi strada a tentoni fino al suo ufficio, si accasciò sulla primordiale sedia in cuoio con l'imbottitura prolassata, frugò nel cassetto in fondo, afferrò bottiglia, morse tappo, tirò, sputò tappo, bevve. Cominciò la sua giornata. Il mondo si focalizzò. La vita non è altro che chimica. Una goccia qui, una stilla lì e tutto cambiava. Un semplice goccio di succo fermentato e all'improvviso si poteva sopravvivere per qualche altra ora. Una volta, al tempo in cui quello era stato un distretto rispettabile, lo speranzoso proprietario della taverna accanto aveva pagato a un mago una considerevole somma di denaro per un'insegna luminosa, ogni lettera di un colore diverso. Adesso funzionava a sprazzi e a volte andava in corto circuito per l'umidità. Al momento la E era di un rosa sgargiante che lampeggiava con frequenza del tutto casuale. Vimes ci si era abituato. Faceva parte della vita. Fissò per un po' il gioco di luce tremolante sull'intonaco sgretolato e poi sollevò un piede col sandalo e picchiò pesantemente sulle assi del pavimento per due volte. Dopo qualche minuto un lontano ansimare segnalò che il sergente Colon stava salendo le scale. Vimes contò in silenzio. Colon si fermava sempre per sei secondi in cima alla rampa per recuperare un po' il fiato. Al settimo secondo la porta si aprì. Il volto del sergente apparve come una luna piena di settembre. Si poteva descrivere così il sergente Colon: era il genere di uomo che, se intraprendeva la carriera militare, gravitava automaticamente attorno alla posizione di sergente. Non lo si poteva immaginare caporale e nemmeno,
allo stesso modo, capitano. Se non avesse intrapreso la carriera militare, allora sarebbe stato tagliato per qualcosa come, forse, il macellaio: un lavoro in cui una grossa faccia rubizza e la tendenza a sudare anche al gelo facevano praticamente parte delle specifiche. Fece un saluto militare, appoggiò con estrema attenzione un pezzo di carta spiegazzata sulla scrivania di Vimes e poi lo lisciò con la mano. «Buonasera, capitano» disse. «Ecco i rapporti sugli incidenti di ieri. Lei deve anche quattro centesimi al Club del Tè». «Cos'è questa storia sul nano, sergente?» disse bruscamente Vimes. Colon increspò la fronte. «Quale nano?» «Quello che si è arruolato nella Guardia. Si chiama...» Vimes ebbe un'esitazione. «... Carota o qualcosa del genere». «Quello?» Colon restò a bocca spalancata. «È un nano? Ho sempre detto che non ci si poteva fidare di quelle piccole pesti! Mi ha preso in giro per bene, capitano, quello stronzetto deve avere mentito sulla sua altezza!» Colon era altezzoso, quanto meno quando si trattava di gente più piccola di lui. «Sa che ha arrestato il Presidente della Gilda dei Ladri questa mattina?» «Perché?» «Per essere il Presidente della Gilda dei Ladri, pare». Il sergente apparve perplesso. «E dov'è il crimine?» «Penso che farei meglio a scambiare quattro chiacchiere con questo Carota» disse Vimes. «Ma lei non lo ha visto, signore?» domandò Colon. «Ha detto che si era presentato a rapporto da lei». «Io, ehm, dovevo essere indaffarato al momento. Avevo un sacco di cose per la testa» disse Vimes. «Sissignore» commentò cortesemente Colon. A Vimes restava ancora appena quel tanto di rispetto di sé da distogliere lo sguardo e spostare con una mano gli strati di carte che aveva sulla scrivania. «Dobbiamo allontanarlo dalle strade il più presto possibile» bofonchiò. «Altrimenti la prossima volta porterà al gabbio il capo della Gilda degli Assassini per avere ammazzato della gente! Dov'è adesso?» «L'ho mandato fuori col caporale Nobbs, capitano. Gli ho detto di mostrargli il mestiere, più o meno». «Ha mandato una recluta novellina con Nobby?» disse stancamente Vimes. Colon balbettò. «Be', signore, è un veterano, ho pensato, il caporale
Nobbs gli può insegnare un sacco...» «Speriamo solo che sia lento a imparare» commentò Vimes, infilandosi in testa l'elmetto di ferro brunito. «Andiamo». Quando uscirono dal Posto di Guardia videro una scala appoggiata contro la parete della taverna. In cima, un uomo corpulento armeggiava con l'insegna luminosa, imprecando. «È la E che non funziona correttamente» gli gridò Vimes. «Cosa?» «La E. E la T sfrigola quando piove. Era ora che qualcuno la riparasse». «Riparasse? Oh, Sì. Riparasse. È proprio quello che sto facendo. Riparare». Gli uomini della Guardia si incamminarono in mezzo alle pozzanghere. Fratello Torrearmata scosse lentamente la testa e rivolse nuovamente l'attenzione sul cacciavite. Gli uomini come il caporale Nobbs si possono trovare in qualsiasi forza armata. Anche se la loro comprensione delle minuzie del Regolamento è solitamente enciclopedica, stanno bene attenti a non venire mai promossi al di là del grado di caporale. Lui tendeva a parlare dall'angolo della bocca. Fumava costantemente ma la cosa strana, notò Carota, era che ogni sigaretta fumata da Nobby diventava un mozzicone quasi all'istante ma rimaneva un mozzicone indefinitamente o finché non veniva alloggiato dietro il suo orecchio, che rappresentava una specie di Cimitero degli Elefanti della nicotina. In rare occasioni, se ne toglieva uno dalla bocca e lo teneva nella mano a coppa. Era un omino basso e dalle gambe storte che assomigliava parecchio a uno scimpanzè che non veniva mai invitato alle feste. Era di età indefinibile. Ma per quanto riguarda cinismo e generale mancanza di entusiasmo, che sono una sorta di datazione radiocarbonica della personalità, aveva circa settemila anni. «Un giretto comodo, questo» disse mentre girovagavano per una strada umida nel quartiere dei mercanti. Provò la maniglia di un portone. Era chiuso a chiave. «Resta vicino a me» aggiunse, «e farò in modo che non ti succeda niente. Adesso, prova tutte le maniglie dall'altra parte della strada». «Oh, capisco, caporale Nobbs. Dobbiamo controllare se qualcuno ha lasciato aperti i portoni dei negozi» disse Carota. «Impari in fretta, figliolo».
«Spero di riuscire a cogliere un malfattore sul fatto» disse Carota, zelante. «Ehm, già» commentò Nobby, incerto. «Ma se troviamo un portone aperto immagino che dobbiamo convocare il proprietario» proseguì Carota. «E uno di noi dovrà restare di guardia alla merce, no?» «Davvero?» Nobby si illuminò. «Lo farò io» disse. «Non ti preoccupare. Tu potrai andare a cercare la vittima. Il proprietario, volevo dire». Provò un'altra maniglia che si abbassò nella sua mano. «Nelle montagne» disse Carota, «quando si acchiappava un ladro, veniva appeso a...» Si interruppe, scuotendo a vuoto una maniglia. Nobby si irrigidì. «A che cosa?» domandò, inorridito e affascinato al tempo stesso. «Adesso non ricordo» rispose Carota. «Mia madre diceva che era sempre troppo poco per loro. Rubare è Male». Nobby era riuscito a sopravvivere a molti celebri massacri semplicemente non essendoci. Lasciò andare la maniglia e vi dette una pacca amichevole. «Ci sono!» esclamò Carota. Nobby sobbalzò. «Dove?» gridò. «Ricordo a che cosa vengono appesi» disse Carota. «Oh?» commentò Nobby con un filo di voce. «A che cosa?» «Li appendiamo al muro della Sala del Municipio» disse Carota. «A volte per giorni. Non lo fanno più, te lo assicuro. E mio zio ha un cavallo». Nobby appoggiò la picca contro la parete e recuperò un mozzicone dai recessi dietro al suo orecchio. Bisognava assolutamente chiarire un paio di cosette. «Perché sei dovuto diventare una guardia, ragazzo?» domandò. «Continuano a chiedermelo tutti» disse Carota. «Non sono stato costretto. L'ho voluto fare io. Questo farà di me un Uomo». Nobby non guardava mai nessuno diritto negli occhi. Fissò sbalordito l'orecchio destro di Carota. «Vuoi dire che non stai scappando via da niente?» domandò. «Perché mai dovrei scappare via da qualche cosa?» Nobby esitò un momento. «Mah. C'è sempre qualcosa. Magari... magari sei stato accusato ingiustamente. Come, magari...» sogghignò, «certi negozi erano misteriosamente a corto di qualche articolo e hanno dato la colpa a
te. O certi oggetti sono stati trovati nel tuo sacco e tu non hai mai saputo come c'erano finiti. Roba del genere. Puoi dirlo al vecchio Nobby. Oppure» dette una piccola gomitata a Carota, «magari qualcos'altro, eh? Scerscé la fam, eh? Hai messo nei guai una ragazza?» «Io...» cominciò a dire Carota e poi ricordò che sì, si poteva dire la verità, anche a gente strana come Nobby che pareva non sapere che cosa essa fosse. La verità era che lui metteva sempre nei guai Minty, anche se come e perché restava per lui sempre un mistero. Praticamente tutte le volte che veniva via dopo averle fatto visita alla miniera di Pietrarotta, sentiva i genitori di lei che la sgridavano. Erano sempre molto cortesi con lui ma, non si sa come, bastava che fossero visti insieme per cacciare Minty nei guai. «Sì» disse. «Oh. Capita spesso così» commentò Nobby con aria esperta. «Tutte le volte» disse Carota. «Praticamente quasi tutte le sere». «Cribbio!» osservò Nobby, impressionato. Abbassò lo sguardo sulla Protezione. «È per questo che te la fanno mettere?» «Che vuoi dire?» «Be', non preoccuparti» disse Nobby. «Tutti hanno un proprio piccolo segreto. O grosso segreto, a seconda. Perfino il capitano. Si trova con noi solo perché è stato Mollato Dalla Donna. Ecco cosa dice il sergente. Mollato». «Oddio» disse Carota. Sembrava una cosa dolorosa. «Ma io penso che è successo perché parla sempre fuori dai denti. Lo ha fatto una volta di troppo con il Patrizio, ho sentito dire. Ha detto che la Gilda dei Ladri non era altro che un branco di ladri o qualcosa del genere. Ecco perché è con noi. Però non so». Guardò riflessivo il suolo e poi disse: «Allora, dove alloggi, ragazzo?» «C'è una dama che si chiama signora Palm...» cominciò Carota. Nobby rischiò di soffocare quando il fumo gli andò di traverso. «Nelle Ombre?» ansimò. «Tu stai lì?» «Oh, sì». «Tutte le notti?» «Be', tutti i giorni, a dire il vero. Sì». «E sei venuto qui per diventare un Uomo?» «Sì!» «Non penso che mi piacerebbe vivere nel posto da cui vieni tu» commentò Nobby. «Ascolta» disse Carota, del tutto disorientato, «sono venuto qui perché il
signor Varneshi ha detto che era il lavoro più bello del mondo far rispettare la legge e tutto il resto. È così, non è vero?» «Be', ehm» disse Nobby. «Per quanto riguarda... voglio dire, far rispettare la legge... come dire, un tempo, sì, prima che ci fossero le corporazioni e roba del genere... la legge, tutto sommato, non è proprio, voglio dire, oggigiorno, è tutto più... oh, non lo so. In pratica devi suonare la campana e tenere la testa bassa». Nobby sospirò. Quindi sbuffò, staccò la clessidra dalla cintura e guardò i granelli di sabbia che si muovevano in fretta. La rimise a posto, tirò via il copribatacchio di cuoio dalla campana e la scosse un paio di volte, non troppo forte. «Sono le dodici» bofonchiò, «e tutto va bene». «Tutto qui?» domandò Carota mentre i brevi echi si spegnevano. «Più o meno, più o meno». Nobby trasse una boccata dal suo mozzicone. «Tutto qui? Niente inseguimenti sui tetti al chiaro di luna? Niente ondeggiare sui candelabri? Niente del genere?» domandò Carota. «Non direi proprio» rispose Nobby zelante. «Io non ho mai fatto niente del genere. Nessuno mi ha mai detto proprio niente al proposito». Emise una boccata di fumo dalla sigaretta. «Si rischia di morire di freddo ad andare in giro a inseguire gente per i tetti. Io penso che mi limiterò alla campana, se a te va bene lo stesso». «Posso provare io?» domandò Carota. Nobby si sentì preso in contropiede. Può essere l'unico motivo per cui commise l'errore di consegnare a Carota la campana senza dire una parola. Carota l'esaminò per qualche secondo. La agitò quindi vigorosamente sopra la testa. «Sono le dodici!» gridò a squarciagola. «E tutto va beneeee!» Gli echi rimbalzarono avanti e indietro nella strada e alla fine vennero sopraffatti da un orribile, densissimo silenzio. Qualche cane si mise ad abbaiare nella notte. Un bambino cominciò a piangere. «Sssht!» sibilò Nobby. «Be', va tutto bene, no?» domandò Carota. «Non lo andrà più se continuerai a suonare quella maledetta campana! Ridammela!» «Non capisco!» esclamò Carota. «Io ho qui il libro che mi ha dato il signor Varneshi...» Frugò alla ricerca di Leggi E Ordinanze. Nobby gli lanciò un'occhiata e scrollò le spalle. «Mai sentito parlare di
questa roba» disse. «Adesso vedi solo di stare zitto. Non vorrai continuare a fare tutto 'sto casino. Potresti attirare chissà chi. Vieni, da questa parte». Afferrò Carota per un braccio e se lo trascinò dietro lungo la strada. «Chissà chi, chi?» protestò Carota mentre veniva spinto via con determinazione. «Qualcuno di brutto» bofonchiò Nobby. «Ma noi siamo la Guardia!» «Hai maledettamente ragione! E non vogliamo affatto immischiarci con gente del genere! Ricordi cos'è successo a Gaskin?» «Non ricordo cos'è successo a Gaskin!» esclamò Carota, stralunato. «Chi è Gaskin?» «Prima che arrivassi tu» farfugliò Nobby. Si afflosciò un poco. «Poveretto. Poteva succedere a chiunque di noi». Sollevò lo sguardo e fissò con espressione truce Carota. «Adesso piantala, hai capito? Mi stai facendo venire i nervi. Maledetti inseguimenti sui tetti dei miei stivali!» Si allontanò con passo deciso lungo la strada. Il normale metodo di locomozione di Nobby era svicolare e la combinazione del passo deciso e dello svicolare creò un effetto strano, come quello di un granchio che zoppica. «Ma, ma» disse Carota, «in questo libro c'è scritto...» «Non voglio sapere niente di nessun libro» latrò Nobby. Carota parve terribilmente abbattuto. «Ma è la Legge...» cominciò. Venne interrotto in maniera quasi definitiva da un'ascia che turbinò fuori da una bassa porta accanto a lui e rimbalzò sulla parete opposta. Fu seguita da rumori di legno spaccato e vetri rotti. «Ehi, Nobby!» esclamò Carota. «C'è in atto una rissa!» Nobby lanciò un'occhiata alla porta. «È ovvio che ci sia» disse. «È un bar di nani. Del genere peggiore. Vedi di starne lontano, ragazzo. Quei piccoli bastardi ti fanno lo sgambetto e poi ti tirano fuori a calci dodici tipi di merda. Tu segui il vecchio Nobby e...» Afferrò il braccio di Carota, che pareva un tronco. Fu come cercare di trascinare un edificio. Carota era impallidito. «Nani che bevono? E lottano?» disse. «Puoi scommetterci» disse Nobby. «Sempre. E usano un linguaggio che io non userei nemmeno con la mia adorata mamma. Non mischiarti con loro, sono degli schifosi... non entrare lì dentro!»
Nessuno sa come mai i nani, che a casa nelle montagne conducono vite tranquille e ordinate, dimentichino tutto appena si trasferiscono nella grande città. Qualcosa si impossessa anche del più mite minatore e gli impone di indossare costantemente una cotta di maglia, di portare un'ascia, di cambiare il proprio nome in Tagliagola Calciastinchi e di sbronzarsi fino all'inverosimile. Probabilmente è proprio a causa delle loro vite cosi tranquille e ordinate. Forse, dopo tutto, la prima cosa che un giovane nano vuole fare quando arriva nella grande città dopo settant'anni di lavoro per suo padre nel fondo di una fossa è svuotare una bottiglia e fare a botte con qualcuno. La rissa era una di quelle deliziose risse da nani con circa un centinaio di partecipanti e centocinquanta alleanze. Le grida, le bestemmie e il tintinnar di asce su elmetti di ferro si mischiavano con il frastuono di un gruppo di ubriachi che - altra usanza nanesca - cantava canzoni sull'oro davanti al fuoco. Nobby andò a sbattere contro la schiena di Carota che osservava la scena, orripilato. «Senti, qui è così ogni sera» disse Nobby. «Non interferire, è quello che dice sempre il sergente. Sono i costumi locali o qualcosa del genere. Non si va in giro a immischiarsi nei costumi locali». «Ma, ma» balbettò Carota, «quello è il mio popolo. Più o meno. È vergognoso agire così. Che cosa penserà la gente?» «Pensiamo che sono degli stronzetti cattivi» disse Nobby. «Adesso, vieni via!» Carota però era già nel bel mezzo della massa in subbuglio. Si portò le mani a megafono attorno alla bocca e gridò qualcosa in una lingua che Nobby non riuscì a capire. Poteva essere praticamente qualsiasi lingua, inclusa la sua lingua madre, ma in questo caso si trattava di Nanesco. «Gr'duzk! Gr'dazk! AaK'zt ezem ke bur'k tze tzim?» 7 La rissa si bloccò. Un centinaio di volti barbuti sollevarono sguardi truci verso la figura china di Carota, in un miscuglio di rabbia e sorpresa. Un boccale ammaccato gli rimbalzò sul pettorale di ferro. Carota abbassò una mano e tirò su, apparentemente senza alcuno sforzo, una figura che si dimenava. «J'uk, ydtruz-t' rud-eztuza, hudr'zd dezek drez'huk, huzuruk't b'tduz g'ke- 7 "Buongiorno! Buongiorno! Che sta succedendo qui dentro (in questo luogo)?"
'k me'ek b'tduz't be'tk kce'drutk ke'hkt'd. aaDb'thuk?» 8 Nessun nano aveva mai sentito tante parole dell'Antica Lingua provenire dalla bocca di qualcuno che superasse il metro e venti. Erano attoniti. Carota rimise a terra il nano aggressore. Quello aveva le lacrime agli occhi. «Siete nani!» esclamò. «I nani non dovrebbero comportarsi così! Guardatevi. Non vi vergognate?» Cento mascelle si spalancarono. «Insomma, guardatevi!» Carota scosse la testa. «Ma pensate alla vostra povera mamma dalla barba bianca, che lavora come una schiava nel suo piccolo tunnel, e intanto pensa a cosa sta facendo suo figlio stanotte... Ma cosa penserebbe se vi vedesse adesso? Le vostre care mammine, che per prime vi hanno insegnato a usare un piccone...» Sulla soglia, un Nobby terrorizzato e stupefatto si accorse di un coro crescente di nasi soffiati e singhiozzi soffocati. Carota proseguiva: «... e lei sta di certo pensando: una partitina a domino in santa pace, ecco cosa sta facendo...» Un nano là vicino che indossava un elmetto tutto tempestato di punte da venti centimetri, cominciò a piangere sommessamente dentro la sua birra. «E scommetto che è passato molto tempo dall'ultima volta che le avete scritto una lettera e le avevate promesso di scriverle tutte le settimane...» Nobby porse distrattamente un fazzoletto spiegazzato a un nano appoggiato contro una parete, scosso dai singhiozzi. «Allora, adesso» disse Carota gentilmente. «Non voglio essere duro con nessuno, ma d'ora in poi tornerò qui ogni sera e mi aspetto di trovare dei comportamenti da nani educati. So come ci si sente lontani da casa, ma non c'è scusa per questo genere di cose». Si toccò l'elmetto. «G'hruk, t'uk». 9 Mostrò a tutti uno smagliante sorriso e mezzo camminò, mezzo si rannicchiò fuori dal bar. Quando emerse in strada, Nobby gli toccò un braccio. «Non farmi mai più una cosa simile» sibilò. «Sei nella Guardia Cittadina! Non impegolarmi più in queste storie della legge!» «Ma è molto importante» disse Carota serio serio, trottando dietro 8 "Ascolta, gioia (letteralmente: sguardo del grande occhio incandescente nel cielo il cui fiero cipiglio penetra la bocca della caverna) non voglio dover pestare nessuno, ma se tu giochi a B'tduz (un popolare gioco nanesco che consiste nel disporsi a pochi metri di distanza e tirarsi in testa enormi massi) con me io giocherò a B'tduz con te. Ok (letteralmente: Ricevuto chiaro e forte)?" 9 "Buonasera a tutti". (Letteralmente: Felicitazioni a tutti i presenti per la chiusura del giorno)
Nobby mentre quello svicolava verso una strada più stretta. «Non importante quanto restare tutto d'un pezzo» rispose Nobby. «Bar di nani! Se hai solo un briciolo di buon senso, ragazzo, verrai qui dentro. E chiuderai la bocca». Carota fissò l'edificio che avevano raggiunto. Rientrava leggermente rispetto al fango della strada. Dall'interno proveniva il tipico rumore di chi sta bevendo forte. Sopra la porta era appeso un cartello malconcio. «È una taverna?» domandò Carota pensoso. «Aperta a quest'ora?» «Non vedo perché non dovrebbe esserlo» commentò Nobby, aprendo la porta. «Un'idea maledettamente utile. Il Tamburo Riparato». «Altra gente che beve?» Carota sfogliò in fretta le pagine del suo libro. «Spero di sì» disse Nobby. Fece un cenno di saluto al troll impiegato al Tamburo come schiacciafuori.10 «Buonasera, Detritus. Sto mostrando al ragazzo i ferri del mestiere». Il troll grugnì e lo salutò agitando un braccio incrostato. L'interno del Tamburo Riparato è ormai leggendario come la più famosa losca taverna del Mondo Disco e un tale monumento cittadino che, dopo recenti e inevitabili riverniciature, il nuovo proprietario aveva passato giorni interi per ricreare l'originale patina di sudiciume, fuliggine e sostanze meno identificabili sulle pareti e aveva importato una tonnellata di bucce e pattume pre-marcito per il pavimento. I bevitori erano il solito branco di eroi, tagliagole, mercenari, disperati e manigoldi e solo un'analisi microscopica avrebbe potuto distinguerli l'uno dall'altro. Dense spirali di fumo rimanevano sospese nell'aria, forse per evitare di toccare le pareti. La conversazione si attenuò appena all'entrare delle due guardie e poi si rialzò al precedente livello. Un paio di megere salutarono Nobby. Lui si rese conto che Carota era indaffarato. «Che stai facendo?» gli chiese. «Non metterti a parlare di madri, eh?» «Sto prendendo appunti» disse Carota con espressione truce. «Ho un taccuino». «Ecco quello che ci vuole» disse Nobby. «Questo posto ti piacerà. Io vengo qui tutte le sere per cena». «Come si scrive "contravvenzione"?» domandò Carota, voltando una pagina. «Io non l'ho mai scritto» rispose Nobby, avanzando attraverso la folla. Un raro impulso di generosità gli albergava nella mente. «Cosa prendi da bere?» 10 Una specie di buttafuori, ma i troll usano più forza.