The words you are searching are inside this book. To get more targeted content, please make full-text search by clicking here.

A Me Le Guardie! - italian traduction of "Guards! Guards!" by Terry Pratchett

Discover the best professional documents and content resources in AnyFlip Document Base.
Search
Published by simonrmoon, 2024-01-18 14:13:47

A Me Le Guardie!

A Me Le Guardie! - italian traduction of "Guards! Guards!" by Terry Pratchett

«Non penso che sarebbe appropriato» ribatté Carota. «Comunque, una Bevanda Forte è Nociva». Si accorse di uno sguardo penetrante dietro la sua nuca e si voltò, trovandosi di fronte la faccia grossa, mite e gentile di un orango. Era seduto al bar con un boccale da una pinta e una ciotola di noccioline davanti. Agitò amichevolmente il bicchiere verso Carota e bevve a grandi sorsi profondi, con il labbro inferiore apparentemente trasformato in una specie di imbuto prensile e producendo suoni di canale di scolo che viene drenato. Carota fece un cenno a Nobby. «Lì c'è una sci...» cominciò. «Non dirlo!» lo ammonì Nobby. «Non dire quella parola! È il Bibliotecario. Lavora all'Università. Viene sempre qui per un cicchetto prima di andare a dormire». «E la gente non ha niente da ridire?» «Perché dovrebbe?» ribatté Nobby. «Offre sempre un giro, proprio come tutti gli altri». Carota si voltò e guardò nuovamente lo scimmione. Un gran numero di domande lo incalzava, domande del tipo: ma dove tiene i soldi? Il Bibliotecario notò il suo sguardo, lo interpretò male e spinse con delicatezza la ciotola di noccioline verso di lui. Carota si alzò in tutta la sua impressionante altezza e consultò il taccuino. Il pomeriggio passato a leggere Leggi E Ordinanze era stato ben speso. «Chi è il proprietario, il capo, vediamo un po', il padrone di questo locale?» domandò a Nobby. «Cosa?» disse la piccola guardia. «Padrone? Be', immagino che questa sera il responsabile sia Charley. Perché?» Indicò un uomo grosso e ben piazzato il cui volto pareva un reticolo di cicatrici: quello si interruppe nell'atto di distribuire più uniformemente lo sporco su alcuni bicchieri tramite un panno umido e strizzò l'occhio a Carota con fare complice. «Charley, questo è Carota» disse Nobby. «Sta da Rosie Palm». «Cosa? Tutte le sere?» chiese Charley. Carota si schiarì la voce. «Se è lei il responsabile» dichiarò, «allora è mio dovere informarla che è in arresto». «Al resto di cosa, amico?» disse Charley continuando a lustrare. «In arresto» ripeté Carota, «dietro la presentazione dei seguenti capi d'accusa in ragione di 1) (i) il 18 di Grune, in un luogo chiamato Tamburo


Riparato in Via Filigrana, lei ha a) servito o b) fatto servire bevande alcoliche dopo le ore 12 (dodici) mezzanotte, in contravvenzione al provvedimento della Legge riguardante le Birrerie Pubbliche (Apertura) del 1678 e 1) (ii) il 18 di Grune, in un luogo chiamato Tamburo Riparato in Via Filigrana, lei ha servito o fatto servire bevande alcoliche in contenitori di dimensione e capacità diversa da quella indicata dalla sopra citata Legge, e 2) (i) che il 18 di Grune, in un luogo chiamato Tamburo Riparato in Via Filigrana, lei ha permesso ai clienti di portare armi da taglio senza fodero di una lunghezza superiore ai 20 (venti) centimetri, in contravvenzione alla Sezione Tre della sopra citata Legge e 2) (ii) che il 18 di Grune in un luogo chiamato Tamburo Riparato in Via Filigrana, lei ha servito beveraggi alcolici in un locale apparentemente privo di licenza per la vendita e/o il consumo di detti beveraggi, in contravvenzione alla Sezione Tre della sopra citata Legge». Ci fu un silenzio di tomba mentre Carota girava un'altra pagina e proseguiva: «È anche mio dovere informarla che è mia intenzione testimoniare davanti alla giustizia riguardo ai capi d'accusa attenenti alla Legge sulle Riunioni Pubbliche (Gioco d'azzardo) del 1567, le Leggi sulle Licenze per i Locali (Igiene) del 1433, 1456, 1463, 1465 e dal 1470 al 1690 e anche...» Lanciò un'occhiata in tralice al Bibliotecario, che riconosceva i guai in arrivo e cercava di finire rapidamente la sua bevanda, «la Legge sugli Animali Domestici e Addomesticati (Cura e Protezione) del 1673». Il silenzio che seguì aveva la rara qualità dell'attesa a fiato sospeso. Charley appoggiò il bicchiere le cui macchie erano state per bene tirate a lucido, e abbassò lo sguardo su Nobby. Nobby si sforzava di fingere di essere completamente solo e di non avere alcuna connessione con alcuno che potesse trovarsi accidentalmente al suo fianco indossando la stessa uniforme. «Che vuole dire, Giustizia?» domandò a Nobby. «Qui non c'è nessuna Giustizia». Nobby scrollò le spalle, terrorizzato. «È uno nuovo, eh?» disse Charley. «Vacci piano» disse Carota. «Non c'è niente di personale, sai» disse Charley a Nobby. «È solo un comecavolosichiama. C'era qui un mago l'altra sera che ne parlava. Una specie di cosa piegata dell'educazione, sai?» Sembrò riflettere per qualche istante. «Curva d'apprendimento. Ecco cos'era. E una curva d'apprendimento. Detritus, porta qui le tue grosse e rocciose chiappe un momento».


Di solito, a questo punto, qualcuno lancia un bicchiere al Tamburo Riparato. E in effetti, accadde proprio questo. Il capitano Vimes corse per la Via Corta... la via più lunga della città, che mostra in soldoni il famoso sottile senso dell'umorismo di Morpork... col sergente Colon che gli arrancava dietro, protestando. Nobby si trovava all'esterno del Tamburo, salterellando da un piede all'altro. Nei momenti di pericolo aveva un modo di spostarsi da un luogo all'altro senza apparentemente muoversi attraverso lo spazio intermedio, cosa che avrebbe potuto fare impallidire qualsiasi normale teletrasporto. «Ha fatto una rissa qui dentro!» balbettò, afferrando il capitano per un braccio. «Tutto da solo?» domandò il capitano. «No, contro tutti!» gridò Nobby saltando da un piede all'altro. «Oh». La coscienza diceva: siete in tre. Lui indossa la tua stessa uniforme. È uno dei tuoi uomini. Ricorda il povero vecchio Gaskin. Un'altra parte del suo cervello, la parte odiata e spregevole che gli aveva tuttavia permesso di sopravvivere nelle guardie durante gli ultimi dieci anni, diceva: è scortese intromettersi. Aspetteremo finché non abbia finito e poi gli chiederemo se vuole aiuto. Inoltre, non è prassi comune della Guardia intervenire nelle risse. È molto più semplice entrare dopo e arrestare tutti i superstiti. Si sentì uno schianto quando una finestra nelle vicinanze esplose e depositò un rissaiolo inebetito dall'altra parte della strada. «Penso» disse il capitano con circospezione, «che faremmo bene ad agire prontamente». «Giusto» disse il sergente Colon, «stando qui si rischia di farsi male». Si spostarono cautamente un po' più giù lungo la strada, dove il rumore di legno che si scheggiava e di vetro che si infrangeva non era così fragoroso ed evitarono accuratamente di guardarsi negli occhi. Si sentiva l'occasionale grido provenire dall'interno della taverna e di tanto in tanto un misterioso suono tintinnante, come se qualcuno stesse colpendo un gong con le ginocchia. Restarono lì in una piccola pozza di imbarazzato silenzio. «Ha già fatto le vacanze quest'anno, sergente?» domandò alla fine il capitano Vimes ondeggiando sui talloni. «Sissignore. Ho mandato la moglie nel Quirm il mese scorso, signore, a trovare sua zia».


«Mi hanno detto che è molto bello in questo periodo dell'anno». «Sissignore». «Tutti i gerani e roba del genere». Una figura rotolò giù da una finestra al piano superiore e si accasciò sui ciottoli. «È lì che hanno la meridiana floreale, vero?» disse disperato il capitano. «Sissignore. È molto bella. Tutta fatta con fiorellini piccoli piccoli». Si sentì il rumore di qualcosa che colpiva ripetutamente qualcos'altro con qualcosa di legnoso e pesante. Vimes si contrasse. «Non penso che sarebbe stato felice nella Guardia, signore» disse il sergente con un tono di voce gentile. La porta del Tamburo Riparato era stata scardinata così tante volte durante le risse, che da ultimo erano stati installati dei cardini temprati in modo speciale, e il fatto che il successivo tremendo schianto strappasse via dalla parete l'intera porta con tutta l'intelaiatura servì solo a indicare che era stato sprecato un bel po' di denaro. Nel bel mezzo di quel disastro, una figura cercò di sollevarsi sui gomiti, gemette e si abbatté di nuovo al suolo. «Be', direi che è tutto qui...» cominciò a dire il capitano e Nobby esclamò: «È quel maledetto troll!» «Cosa?» disse Vimes. «È il troll! Quello che tengono alla porta!» Avanzarono con estrema cautela. Si trattava in effetti di Detritus, lo schiacciafuori. È molto difficile fare male a una creatura che è, per sua natura stessa, una roccia deambulante. Sembrava però che qualcuno ci fosse riuscito. La figura caduta stava gemendo come un paio di mattoni che venivano schiacciati insieme. «Questo è un colpo di scena da riportare agli annali» disse il sergente distrattamente. Tutti e tre si voltarono e sbirciarono attraverso il rettangolo ben illuminato in cui prima si trovava la porta. La situazione all'interno si era decisamente tranquillizzata. «Non penserete» disse il sergente, «che stia vincendo, vero?» Il capitano raddrizzò la schiena. «È nostro dovere nei confronti del collega e compagno ufficiale» disse, «scoprirlo». Si sentì un lamento alle loro spalle. Si voltarono e videro Nobby che salterellava su una gamba tenendosi un piede. «Che ti è successo, amico?» disse Vimes. Nobby continuò a emettere gemiti di agonia.


Il sergente Colon cominciò a comprendere. Anche se un cauto servilismo era il tenore generale del comportamento della Guardia, non c'era un singolo membro dell'intera squadra che non si fosse trovato, prima o poi, dalla parte sbagliata dei pugni di Detritus. Nobby aveva soltanto cercato di vendicarsi nella migliore delle tradizioni dei poliziotti di ogni nazione. «Gli ha dato un calcio nei gioielli» disse. «Una disgrazia» commentò Vimes. Esitò. «Ma i troll hanno i gioielli?» domandò. «Glielo assicuro, signore». «Santo cielo» disse Vimes. «Dama Natura agisce per vie davvero strane, eh?» «Ha ragione, signore» confermò il sergente, ossequioso. «E adesso» esclamò il capitano sguainando la spada, «avanti!» «Sissignore». «Anche lei, sergente» aggiunse il capitano. «Sissignore». Fu forse la più circospetta avanzata nella storia delle manovre militari, proprio in fondo alla classifica dove in cima spiccano eventi come la Carica dei Seicento di Balaklava. Sbirciarono cautamente oltre la porta stuprata. C'era un gran numero di persone distese sui tavoli o su ciò che dei tavoli restava. Quelli che erano ancora consci sembravano piuttosto infelici di esserlo. Carota si trovava al centro. La cotta di maglia arrugginita era strappata, gli mancava l'elmetto, ondeggiava leggermente da una parte all'altra e aveva un occhio al primo stadio di gonfiore, ma riconobbe il capitano, mollò il cliente che pigolava proteste e che teneva per il bavero e fece un saluto militare. «Devo riportare trentuno infrazioni di Disturbo della Quiete Pubblica, signore, e cinquantasei casi di Comportamento Riottoso, quarantuno infrazioni di Resistenza a Pubblico Ufficiale della Guardia nell'Adempimento del proprio Dovere, tredici infrazioni di Assalto con Arma Letale, sei casi di Intralcio Pernicioso e... e... il caporale Nobby non mi ha ancora mostrato nemmeno un ferro del mestiere...» Cadde all'indietro, distruggendo un tavolo. Il capitano Vimes tossì. Non era affatto sicuro di cosa dovesse fare a quel punto. Per quello che ne sapeva, la Guardia non si era mai trovata in


una situazione simile prima di allora. «Penso che dovrebbe portargli qualcosa da bere, sergente» disse. «Sissignore». «E porti da bere anche a me». «Sissignore». «Prenda qualcosa anche lei, se vuole». «Sissignore». «E lei, caporale, può per favore... che sta facendo?» «Perquisendoicorpisignore» rispose Nobby tutto d'un fiato, sollevandosi. «Per cercare prove incriminanti e roba del genere». «Dentro i borsellini?» Nobby nascose le mani dietro la schiena. «Non si sa mai, signore» disse. Il sergente aveva localizzato, in quella devastazione, una bottiglia miracolosamente intatta di alcolici e ne stava forzando il contenuto fra le labbra di Carota. «Che faremo con tutta questa gente, capitano?» domandò da sopra una spalla. «Non ne ho la più pallida idea» rispose Vimes, sedendosi. La prigione della Guardia era grande abbastanza per sei persone piccole, che erano poi le sole che di solito venivano ingabbiate. Quelli invece... Si guardò attorno disperato. Lì c'era Nork l'Impalatore steso sotto un tavolino, gorgogliante. Là Enrico il Grosso. Là Arraffone Simmons, uno dei più temuti rissaioli da bar di tutta la città. Nel complesso, c'era un sacco di gente a cui sarebbe stato meglio non trovarsi vicino quando si fosse rialzata. «Potremmo dargli una sgozzatina, signore» disse Nobby, veterano di una ventina di residui di campi di battaglia. Aveva trovato un combattente privo di sensi che era proprio della taglia giusta e gli stava togliendo gli stivali che parevano proprio nuovi e della misura giusta. «Sarebbe sbagliatissimo» osservò Vimes. Non era sicuro di come si tagliasse effettivamente una gola. Fino a quel momento era un'azione che non aveva mai considerato. «No» disse, «penso che li lasceremo andare via dietro pagamento di una cauzione». Si sentì un gemito provenire da sotto una panca. «Inoltre» proseguì in fretta, «dovremmo portare al più presto possibile il nostro collega ferito in un luogo sicuro». «Ottima idea» disse il sergente. Bevve un sorso, per calmarsi i nervi.


I due erano riusciti in qualche modo ad afferrare Carota e a guidare le sue gambe traballanti su per i gradini. Vimes, che stava crollando sotto tutto quel peso, si guardò attorno alla ricerca di Nobby. «Caporale Nobbs» gracchiò, «perché prende a calci la gente stesa a terra?» «È il modo più sicuro, signore». A Nobby era stato insegnato molto tempo addietro a combattere lealmente e a non colpire un avversario caduto e poi aveva riflettuto in modo creativo su come tali regole si confacessero a una persona alta un metro e trenta con il tono muscolare di una fascia elastica. «Be', la smetta. Voglio che lei multi i criminali» disse il capitano. «Come, signore?» «Be', lei...» Il capitano Vimes si interruppe. Che gli venisse un colpo se lo sapeva. Non lo aveva mai fatto. «Lo faccia e basta» schioccò. «Non dovrò di certo dirle tutto io, no?» Nobby venne lasciato solo in cima alle scale. Un generale gemere e lagnarsi proveniente dal pavimento indicava che la gente stava cominciando a riprendersi. Nobby rifletté in fretta. Agitò in segno di monito un dito che pareva un bastoncino al formaggio. «Che vi serva di lezione» disse. «Non fatelo mai più!» E scappò a gambe levate. Nell'oscurità delle travature, il Bibliotecario si stava grattando pensierosamente. La vita era davvero piena di sorprese. Avrebbe osservato con interesse gli sviluppi della situazione. Sgusciò delicatamente una nocciolina con un piede e ritornò nell'ombra. Il Supremo Grande Maestro sollevò le mani. «I Turiboli del Destino sono stati purificati come da rituale, così che il Male e l'Immorale Pensiero possano essere banditi dal Circolo Consacrato?» «Come no». Il Supremo Grande Maestro abbassò le mani. «Come no?» disse. «Come no» ripeté tutto contento Fratello Cessaiolo. «L'ho fatto personalmente». «Tu dovresti rispondere: "Sì, oh Supremo"» disse il Supremo Grande Maestro. «Insomma, vi ho già detto un sacco di volte che se non entrate tutti nello spirito della cosa...»


«Già, ascolta bene quello che ti dice il Supremo Grande Maestro» redarguì Fratello Torrearmata, lanciando una truce occhiata al Fratello errante. «Ho passato delle ore a purificare i turiboli» brontolò Fratello Cessaiolo. «Proceda pure, o Supremo Grande Maestro» disse Fratello Torrearmata. «Molto bene, allora» disse il Supremo Grande Maestro. «Questa sera tenteremo una nuova evocazione sperimentale. Confido nel fatto che abbiate trovato della materia prima adeguata, Fratelli». «... ho sfregato e sfregato, mai sentito un grazie da nessuno. ..» «Tutto a posto, Supremo Grande Maestro» disse Fratello Torrearmata. Si trattava, ammise il Grande Maestro, di una collezione un po' migliore della prima. I Confratelli si erano effettivamente dati da fare. Il posto d'onore venne destinato a un'insegna luminosa di taverna la cui rimozione, pensò il Grande Maestro, avrebbe meritato una qualche forma di riconoscimento civico. Al momento la E era di un rosa vivace e si accendeva e spegneva a caso. «L'ho presa io» disse con orgoglio Fratello Torrearmata. «Pensavano che la stavo riparando, ma io ho tirato fuori il mio cacciavite e...» «Sì, ben fatto» osservò il Supremo Grande Maestro. «Dimostra spirito di iniziativa». «Grazie, Supremo Grande Maestro» rispose raggiante Fratello Torrearmata. «... mi sono spellato le nocche, sono diventate tutte rosse e screpolate. Non ho mai nemmeno recuperato i miei tre dollari e nessuno mi ha manco detto...» «Adesso» disse il Supremo Grande Maestro prendendo in mano il libro, «procederemo. Chiudi il becco, Fratello Cessaiolo». Ogni città del multiverso ha una parte che assomiglia un po' alle Ombre di Ankh-Morpork. Di solito si tratta della parte più antica, le cui strade seguono fedelmente i sentieri originali delle mucche medievali che scendevano al fiume e hanno nomi come Shambles, Rookery, Vicolo Sniggs... La maggior parte di Ankh-Morpork è già così. Le Ombre, tuttavia lo sono ancora di più: una specie di buco nero di illegalità insita già nei mattoni. Mettiamola in questi termini: perfino i criminali avevano paura di camminare per le strade. La Guardia non vi metteva nemmeno piede. Ci stava mettendo piede accidentalmente adesso. Non in modo particolarmente stabile. Era stata una notte snervante e loro stavano continuando a calmarsi i nervi. Adesso erano così calmi che tutti e quattro si affidavano


agli altri tre per continuare a procedere diritti. Il capitano Vimes passò di nuovo la bottiglia al sergente. «Vergogna a, a, a» ci pensò un po', «a te» disse. «Ub-briacco davanti a un uffisciale super, super, superiorre». Il sergente tentò di parlare ma tutto quello che gli uscì di bocca fu una serie di esse. «Io ti ddenunscio» disse il capitano Vimes andando a sbattere contro un muro. Lanciò un'occhiata truce ai mattoni. «Questo muro mi ha aggredito» esclamò. «Ah! Pensi di essere un duro, eh? Be', io sono un uffisciale della, della, della Legge, tifasciovederio, non tolleriamo nessun, nessun, nessun». Strizzò gli occhi lentamente un paio di volte. «Che cos'è che non tolleriamo, sergente?» domandò. «Rischio, signore?» suggerì Colon. «No, no. È un'altra roba. Non importa. Comunque non tolleriamo nessun niente di quello da nessuno». Vaghe visioni gli trottavano nella mente, una stanza piena di criminali, gente che lo aveva schernito, gente la cui sola esistenza lo aveva offeso e ossessionato per anni, stesa per terra gemente. Non gli era del tutto chiaro come fosse avvenuto, ma una parte quasi dimenticata di lui, di un Vimes molto più giovane con un pettorale di armatura scintillante e grandi speranze, un Vimes che pensava da lungo tempo affogato nell'alcol, si ridestò all'improvviso. «Devo, devo, devo dirti una cosa, serg» disse. «Signore?» I quattro rimbalzarono dolcemente contro un'altra parete e cominciarono un nuovo e lento valzer da gamberi attraverso il vicolo. «Questa città. Questa città. Questa città, Serg. Questa città è una, è una, è una Donna, serg. Proprio così. Una Donna, serg. Una antica e vecchia bellezza, serg. Masetinnamoridilei, allora, allora, allora, tiprendeacalcineidenti...» «Una donna?» domandò Colon. La faccia sudata si contorse per lo sforzo del pensiero. «Ma è larga otto miglia, signore, ha un fiume. Un sacco di, di case e roba del genere, signore» rifletté a voce alta. «Ah. Ah. Ah». Vimes gli agitò contro un dito tremolante. «Mai, mai, mai detto che era una donna piccola, vero? Devi essere onesto». Scosse la bottiglia. Un altro pensiero randomizzato gli esplose nella vacuità della mente. «Gliel'abbiamo fatta vedere, comunque» disse eccitato mentre tutti e quattro iniziavano a trascinarsi obliquamente verso la parete opposta.


«Gliel'abbiamo fatta vedere, eh? Gli abbiamo una lezione dato che non in fretta dimenticheranno, eh?» «Giusto» disse il sergente privo però dello stesso entusiasmo. Si stava ancora ponendo domande sulla vita sessuale del suo ufficiale superiore. Vimes era però del tipico umore che non ha alcun bisogno di incoraggiamento. «Hah!» gridò agli oscuri vicoli. «Non vi è piaciuto? Mangiato un po' della vostra, vostra cosa merda. Adesso potete gustarvela per bene!» Lanciò in aria la bottiglia vuota. «Sono le due!» strillò. «E tutto va beeeneeee!» Fu una notizia sbalorditiva per le figure che stavano da qualche tempo pedinando i quattro. Solo il puro sconcerto aveva loro impedito di rendere più chiare e penetranti le loro intenzioni. Quelle persone sono chiaramente guardie, stavano pensando, hanno gli elmetti giusti e tutto il resto, eppure si trovano qui nelle Ombre. Li avevano tenuti sotto osservazione provando lo stupore che può suscitare in un branco di lupi la vista di una manciata di pecore che non solo trottano fino alla radura ma che giocano anche a rimpiattino; l'esito finale era, ovviamente, finire squartate, ma al momento la perplessità stava rimandando l'esecuzione. Carota sollevò la testa confusa. «Dove siamo?» gemette. «Sulla via di casa» disse il sergente. Sollevò lo sguardo sul cartello intaccato, mangiato dai vermi e segnato dai coltelli che si trovava sopra le loro teste. «Stiamo percorrendo la, la, la...» dette una sbirciatina, «Via Tesorino». «Ma la Via Tesorino non è sulla strada di casa» biascicò Nobby. «Non andremmo mai sulla Via Tesorino, è alle Ombre. Se ci beccassero lungo la Via Tesorino...» Ci fu un intenso momento in cui la consapevolezza riuscì a compiere il gelido lavoro di una nottata di buon sonno e svariate pinte di caffè nero. I tre, in muto accordo, si strinsero attorno a Carota. «Che. facciamo, capitano?» domandò Colon. «Ehm. Potremmo chiedere aiuto» disse il capitano con espressione incerta. «Cosa, qui?» «Hai ragione». «Temo che abbiamo svoltato a sinistra nella Via Argento invece che a destra» piagnucolò Nobby.


«Be', è un errore che non ripeteremo in breve tempo» disse il capitano. Si pentì quindi di averlo fatto. Sentirono un rumore di passi. Da qualche parte, alla loro sinistra, avvertirono un risolino. «Dobbiamo formare un quadrato» disse il capitano. Cercarono tutti di formare un punto. «Ehi! Cos'è stato?» disse il sergente Colon. «Cosa?» «L'ho sentito di nuovo. Una specie di rumore di pelle sfregata». Il capitano Vimes cercò di non pensare a cappucci e garrote. Esistevano, lo sapeva, molte divinità. C'era un dio per ogni attività. C'era il dio dei mendicanti, una dea delle puttane, un dio dei ladri e probabilmente anche un dio degli assassini. Si chiese se ci fosse, da qualche parte in quell'immenso pantheon, un dio che potesse guardare con benevolenza degli ufficiali della legge in grosse difficoltà e abbastanza innocenti che stavano quasi certamente per morire. Probabilmente non c'era, pensò con amarezza. Una cosa del genere non era fine abbastanza per un dio. Prova a trovare un qualche dio che si preoccupa di un poveraccio che cerca di fare del proprio meglio per una manciata di dollari al mese. Non ce ne erano. Gli dei si sbattevano per furbi bastardi il cui concetto di giornata lavorativa significava strappare via l'Occhio di Rubino dal Re Parruccone, non per qualche insignificante disgraziato che faceva la ronda ogni notte... «Sento ancora strisciare» disse il sergente a cui piaceva chiarire bene le cose. E poi si udì un rumore... ... forse un rumore vulcanico, o di un geyser in ebollizione, ma comunque un lungo, secco boato, simile agli scoppi nelle forge di Titani... ... ma non fu terribile come la luce, blu azzurrognola, il genere di luce che ti stampa il reticolo dei capillari dei bulbi oculari nel fondo del cranio. Entrambi proseguirono per centinaia di anni e poi, istantaneamente, si fermarono. Gli oscuri momenti che seguirono furono colmi di immagini violacee e, una volta che le orecchie ebbero riacquistato la capacità di sentire, di un debole suono tintinnante. Le guardie restarono perfettamente immobili per qualche tempo. «Bene, bene» disse poi il capitano con un filo di voce. Dopo un'ulteriore pausa aggiunse, molto chiaramente, con ogni conso-


nante che si posizionò al posto giusto: «Sergente, prenda degli uomini e vada a indagare, d'accordo?» «Indagare su cosa?» disse Colon, ma il capitano aveva già realizzato che se il sergente si fosse portato via degli uomini lui, il capitano Vimes, sarebbe rimasto da solo. «No, ho un'idea migliore. Andiamo tutti» disse in tono deciso. Andarono tutti. Adesso che i loro occhi si erano riadattati all'oscurità, riuscirono a vedere un indistinto bagliore rosso davanti. Saltò fuori che si trattava di un muro, che si stava rapidamente raffreddando. Pezzi di mattone calcinato stavano candendo mentre si indurivano, producendo un debole ping ping. Non era la cosa peggiore. La cosa peggiore era quello che c'era sul muro. Lo fissarono sbigottiti. Lo fissarono sbigottiti a lungo. Mancavano solo un paio d'ore all'alba e nessuno suggerì nemmeno di cercare di ritrovare la strada di casa al buio. Aspettarono presso il muro. Quanto meno era caldo. Cercarono però di non guardarlo. Alla fine, Colon si stiracchiò, un po' a disagio, e disse: «Si rallegri, capitano. Poteva andare peggio». Vimes finì la bottiglia. Non ebbe alcun effetto. C'erano dei tipi di sobrietà che non si riuscivano assolutamente a scalfire. «Sì» disse. «Potevamo essere noi». Il Supremo Grande Maestro aprì gli occhi. «Ancora una volta» disse, «abbiamo avuto successo». I Confratelli esplosero in uno sfrangiato applauso. I Fratelli Torrearmata e Borsaiolo si presero a braccetto e danzarono un'entusiastica giga all'interno del cerchio magico. Il Supremo Grande Maestro trasse un lungo respiro. Prima la carota, pensò, e adesso il bastone. Gli piaceva il bastone. «Silenzio!» gridò. «Fratello Torrearmata, Fratello Borsaiolo, interrompete questo vergognoso spettacolo! Gli altri, silenzio!» Tutti tacquero, come bambini indisciplinati che hanno appena visto entrare in classe l'insegnante. Tacquero quindi molto di più, come bambini che hanno appena visto l'espressione dell'insegnante.


Il Supremo Grande Maestro lasciò che le sue parole facessero breccia, poi prese a camminare a grandi passi fra i disordinati ranghi. «Immagino» disse, «che pensiamo di avere fatto una magia, no? Eh? Fratello Torrearmata?» Fratello Torrearmata deglutì. «Be', ehm, lei ha detto che noi... ehm, voglio dire...» «Voi non avete fatto ancora NULLA!» «Be', ehm, no, ehm...» farfugliò tremante Fratello Torrearmata. «I veri maghi si mettono a salterellare attorno dopo un piccolo incantesimo cominciando a cantare "Dai che ci siamo, dai che ci siamo, dai che ci siamo", Fratello Torrearmata? Eh?» «Be', noi stavamo come...» Il Supremo Grande Mastro si girò di scatto sui calcagni. «E continuano forse a controllare con espressione apprensiva gli stipiti, Fratello Intonacatore?» Fratello Intonacatore abbassò lo sguardo. Non si era accorto che qualcuno lo avesse notato. Quando la tensione salì in modo soddisfacente, come la corda di un arco, il Supremo Grande Maestro indietreggiò. «Ma perché mi preoccupo?» disse scuotendo la testa. «Avrei potuto scegliere chiunque. Avrei potuto prendere i migliori. Ho invece qui un branco di bambini». «Ehm, davvero» disse Fratello Torrearmata, «ci stavamo sforzando, voglio dire, concentrando sul serio. Non è così, ragazzi?» «Sì» risposero tutti in coro. Il Supremo Grande Maestro lanciò loro un'occhiata truce. «Non c'è spazio in questa Confraternita per Fratelli che non sono con noi fino in fondo» li ammonì. Con un sollievo quasi tangibile, i Confratelli, come pecore prese dal panico che vedono che si è aperta una barriera nell'ovile, galopparono verso l'apertura. «Non c'è da preoccuparsi al proposito, sua Supremazia» disse in tono fervido Fratello Torrearmata. «Dedizione dovrà essere la nostra parola d'ordine!» esclamò il Supremo Grande Maestro. «Parola d'ordine, già» ripeté Fratello Torrearmata. Dette una gomitata a Fratello Intonacatore, il cui sguardo era di nuovo vagato su un battiscopa. «Come? Oh. Già. Parola d'ordine» confermò Fratello Intonacatore.


«Fiducia e fraternità» disse ancora il Supremo Grande Maestro. «Già. Anche quelle» disse Fratello Borsaiolo. «Quindi» aggiunse il Supremo Grande Maestro, «se ci fosse qualcuno non ansioso, che dico, non bramoso di continuare questa grandiosa opera, si faccia avanti adesso». Nessuno si mosse. Li ho accalappiati. Santo cielo quanto sono bravo, pensò il Supremo Grande Maestro. Posso suonare sulle loro piccole orribili menti come con uno xilofono. Il semplice potere della mondanità è stupefacente. Chi avrebbe mai pensato che la debolezza potesse avere una potenza maggiore della forza? Bisogna tuttavia sapere come indirizzarla. E io lo so. «Molto bene allora» disse. «Adesso ripeteremo il giuramento». Condusse le loro voci tremanti e terrificate lungo tutto il giuramento, notando con approvazione la voce strozzata con cui pronunciarono "figgin". Continuò anche a tenere sott'occhio Fratello Borsaiolo. È un po' più brillante degli altri, pensò. Quanto meno un po' meno credulone. Meglio assicurarsi di essere sempre l'ultimo a uscire. Non vorrei che gli venisse la geniale idea di seguirmi fino a casa. Occorre avere una mente particolare per governare una città come AnkhMorpork e Lord Vetinari l'aveva. In fondo, però, anche lui era una persona molto particolare. Aveva frustrato e imbestialito i capi mercanti più modesti, al punto tale che questi avevano da lungo tempo smesso di cercare di assassinarlo e ormai non facevano altro che gareggiare fra loro per conquistare le posizioni migliori. Comunque, qualsiasi assassino avesse cercato di attaccare il Patrizio avrebbe avuto le sue belle difficoltà a trovare carne sufficiente in cui infilzare il pugnale. Mentre gli altri signori pasteggiavano ad allodole ripiene di lingue di pavone, Lord Vetinari riteneva che un bicchiere di acqua calda e mezza fettina di pane secco fosse un pasto sufficiente e molto raffinato. Era esasperante. Pareva che nessuno fosse in grado di scoprire un suo vizio. Si sarebbe pensato, con quel volto pallido ed equino, che fosse incline ad attività che coinvolgevano fruste, aghi e giovani donne rinchiuse nelle segrete. Gli altri signori lo avrebbero accettato. Non c'era nulla di male nelle fruste e negli aghi, se usati con moderazione. Il Patrizio, però, passava apparentemente le serate a studiare rapporti e, in occasioni speciali, se riusciva a sopportare l'eccitazione, a giocare a scacchi.


Vestiva molto di nero. Non si trattava di un nero particolarmente impressionante come quello indossato da certi assassini, ma il nero più sobrio, un po' trasandato, di un uomo che non vuole perdere tempo la mattina per decidere cosa mettersi. E bisognava alzarsi molto presto di mattina per poter superare il Patrizio: in effetti era ben più saggio non andare a letto affatto. A suo modo, però, era molto popolare. Sotto il suo governo, per la prima volta in mille anni, Ankh-Morpork funzionava. Poteva non essere giusta, onesta o particolarmente democratica, ma era attiva. Lui la curava come si cura un cespuglio topiario, incoraggiando una crescita qui, tagliando un ramo deviato lì. Si diceva che egli potesse tollerare qualsiasi cosa meno ciò che potesse minacciare la città11 ed eccola lì la minaccia... Fissò per qualche tempo il muro danneggiato, mentre la pioggia gli colava dal mento e gli inzuppava gli abiti. Alle sue spalle, Wonse indugiava nervoso. Poi la lunga sottile mano venata di blu si allungò e passò le punte delle dita sulle ombre. Be', non tanto ombre, quanto più una serie di silhouette. Il profilo era ben distinto. All'interno si notava il familiare disegno dei mattoni. All'esterno, però, qualcosa aveva fuso il muro in una delicata sostanza ceramica, conferendo agli antichi mattoni una finitura vetrificata a specchio. Le sagome profilate nel muro mostravano un quadretto vivente di sei uomini immobilizzati in un atteggiamento di sorpresa. Le varie mani alzate avevano chiaramente stretto in pugno coltelli e sciabole d'arrembaggio. Il Patrizio abbassò lo sguardo in silenzio sulla montagnetta di ceneri che aveva ai piedi. Le poche striature di metallo fuso potevano benissimo essere state un tempo proprio le armi così chiaramente impresse sul muro. «Uhmm» disse. Il capitano Vimes lo condusse rispettosamente dall'altra parte della strada fino al Vicolo della Svelta Fortuna, dove gli fece notare la Prova A... «Impronte» disse. «In senso lato, signore. Sono più quelli che si potrebbero definire artigli. Ci si potrebbe perfino spingere a definirli unghioni». Il Patrizio fissò le impronte nel fango. La sua espressione rimase insondabile. «Capisco» disse alla fine. «Lei ha una qualche opinione su tutto questo, 11 E i mimi. Si trattava di una strana avversione, ma così era. Chiunque avesse pantaloni sformati, la faccia dipinta di bianco e cercasse di sfoggiare la propria arte in un qualsiasi luogo all'interno delle sgretolate mura di Ankh-Morpork si sarebbe trovato rapidamente in una fossa di scorpioni sulle cui pareti era scritto: Impara il Verbo.


capitano?» Il capitano ce l'aveva. Nelle ore che avevano preceduto l'alba, si era formato tutta una gamma di opinioni, a partire da quella secondo cui esser nato era un errore gravissimo. Poi la luce grigia era filtrata perfino nelle Ombre e lui si era trovato ancora vivo e vegeto, si era guardato attorno con un'espressione di sollievo ebete e aveva visto, a meno di un metro di distanza, quelle impronte. Non era stato un bel momento per essere sobrio. «Be', signore» disse. «So che i draghi sono estinti da migliaia di anni, signore...» «Sì?» Gli occhi del Patrizio si ridussero a due fessure. Vimes si lanciò. «Ma, signore, il fatto è: loro lo sanno? Il sergente Colon ha detto di avere sentito un rumore di pelle sfregata appena prima, appena prima, appena prima del ehm... crimine». «Quindi lei ritiene che un drago estinto e probabilmente del tutto mitico, sia atterrato in questo angusto vicolo, abbia incenerito un gruppo di criminali e se ne sia quindi volato via?» domandò il Patrizio. «Si potrebbe dire che si è trattato di una creatura dal fortissimo senso civico». «Be', se la mette in questi termini...» «Se mal non ricordo, i draghi della leggenda erano creature rurali e solitarie che sfuggivano le persone e dimoravano in luoghi abbandonati e defilati» precisò il Patrizio. «Non erano proprio creature urbane». «No, signore» ammise il capitano, reprimendo il commento che, se il drago cercava un posto davvero abbandonato e defilato, forse le Ombre rispondevano bene alle specifiche. «Inoltre» proseguì Lord Vetinari, «si sarebbe portati a pensare che qualcuno dovrebbe averlo notato, non le pare?» Il capitano annuì davanti alla parete e al suo orripilante fregio. «Vuole dire a parte loro, signore?» «Secondo me» disse Lord Vetinari, «si tratta di una specie di faida. Probabilmente una banda rivale ha ingaggiato un mago. Un piccolo incidente locale». «Potrebbe essere collegato a tutti quegli strani furti» suggerì Wonse. «Ma c'è anche l'impronta, signore» insistette Vimes, cocciuto. «Siamo vicini al fiume» disse il Patrizio. «Forse si è trattato di una qualche specie di trampoliere. Una semplice coincidenza» aggiunse, «io però cercherei di coprire la cosa, se fossi in lei. Non vogliamo che la gente si faccia strane idee e salti a conclusioni sciocche, no?» concluse in tono ta-


gliente. Vimes si arrese. «Come desidera, signore» disse fissandosi i sandali. Il Patrizio gli dette una pacca sulla spalla. «Non importa» lo confortò. «Proceda così. Buona prova di spirito di iniziativa, amico mio. Pattugliare anche le Ombre. Ben fatto». Lord Vetinari si voltò e rischiò di andare a sbattere contro il muro di cotta di maglia rappresentato da Carota. Con suo orrore, il capitano Vimes vide la sua ultima recluta puntare cortesemente un dito in direzione della carrozza del Patrizio. Attorno a essa, armati di tutto punto e circospetti, c'erano i sei membri della Guardia di Palazzo, che si drizzarono e mostrarono un cauto interesse. Vimes li disprezzava profondamente. Avevano piume sugli elmetti. Lui odiava le piume su una guardia. Vimes sentì Carota dire: «Mi scusi, signore, è sua quella carrozza, signore?» e il Patrizio rispondere squadrandolo dall'alto al basso con espressione vacua: «Sì. Chi è lei, giovanotto?» Carota fece un saluto militare. «Appuntato Carota, signore». «Carota, Carota. Questo nome mi suona familiare». Lupin Wonse, che era sempre rimasto a indugiare alle sue spalle, sussurrò qualcosa all'orecchio del Patrizio. «Oh, il giovane acchiappaladri. Ha commesso un piccolo errore, penso, ma è stato encomiabile. Nessuno è al di sopra della legge, vero?» «No, signore» disse Carota. «Encomiabile, encomiabile» commentò il Patrizio. «E adesso, signori miei...» «Per quanto riguarda la sua carrozza, signore» insistette Carota, «non ho potuto fare a meno di notare che la ruota esterna destra, in contrasto con...» Adesso arresta il Patrizio, si disse Vimes e il pensiero gli sgocciolò nel cervello come un rivoletto ghiacciato. Adesso arresta sul serio il Patrizio. Il supremo governante. Adesso lo arresta. È proprio quello che ha intenzione di fare. Il ragazzo non conosce il significato della parola "paura". Oh, non sarebbe una brutta idea che conoscesse almeno il significato della parola "sopravvivenza"... Non riesco a muovere nemmeno un muscolo della bocca. Siamo tutti morti. Peggio ancora, siamo tutti condannati a una pena detentiva a tempo indeterminato. E, come tutti sappiamo, il Patrizio determina raramente i tempi.


Fu proprio in quel momento che il sergente Colon si guadagnò una metaforica medaglia. «Appuntato Carota!» gridò. «Sull'attenti! Appuntato Carota, dietro front! Appuntato Carota, avanti marsch!» Carota si mise sull'attenti come un casermone che viene eretto e fissò dritto davanti a sé con una feroce espressione di assoluta obbedienza. «Ben fatto» disse il Patrizio riflessivo, mentre Carota si allontanava pestando pesantemente i piedi. «Proceda capitano. E usi pure la mano pesante su qualsiasi sciocca voce riguardante draghi, d'accordo?» «Sissignore» disse il capitano Vimes. «Bravo». La carrozza partì sferragliando, mentre le guardie del corpo le correvano al fianco. Il capitano Vimes si accorse solo a malapena che alle sue spalle il sergente stava gridando al ritirantesi Carota di fermarsi. Stava pensando. Guardò le impronte nel fango. Usò come confronto la picca, che sapeva essere lunga esattamente due metri e dieci, per misurare la loro dimensione e la loro distanza. Emise un fischio, sottovoce. Poi, con estrema cautela, percorse il vicolo fino all'angolo: conduceva a una porticina chiusa con un catenaccio e incrostata di sporco posta sul retro di un rivenditore di legna. C'era qualcosa che non quadrava affatto, pensò. Le impronte arrivano dal vicolo ma non vi entrano. Inoltre non ci sono spesso trampolieri nell'Ankh, soprattutto perché l'inquinamento corroderebbe loro le zampe e poi troverebbero più facile camminare sulla superficie. Sollevò lo sguardo. Una miriade di fili per stendere i panni si incrociavano nello stretto rettangolo di cielo come fossero una rete. E così, pensò lui, qualcosa di grosso e feroce è andato via da questo vicolo ma non vi è entrato. E il Patrizio sembra molto preoccupato. Mi è stato ordinato di dimenticarmi della faccenda. Notò qualcos'altro sul lato del vicolo, si chinò e recuperò un guscio fresco di nocciolina. Se lo passò da una mano all'altra, fissando nel vuoto. Aveva bisogno subito di un goccetto. Ma forse avrebbe dovuto aspettare. Il Bibliotecario avanzava velocemente sulle nocche lungo le buie corsie


fra le dormienti scansie di libri. I tetti della città gli appartenevano. Oh, gli assassini e i ladri potevano anche utilizzarli ma lui considerava già da lungo tempo la foresta di camini, contrafforti, gargolle e segnavento una comoda e in qualche modo confortante alternativa alle strade. Quanto meno fino a quel momento. Gli era sembrato divertente e istruttivo seguire la Guardia all'interno delle Ombre, una giungla urbana che non aveva niente di spaventoso per uno scimmione di centocinquanta chili. Ora, però, l'incubo cui aveva assistito mentre si spostava sulle braccia attraverso un vicolo oscuro, gli avrebbe fatto dubitare, se fosse stato umano, dei suoi stessi occhi. Essendo uno scimmione, non aveva ragione di dubitare dei suoi occhi. Al momento desiderava concentrarli con urgenza su un libro che avrebbe potuto contenere un indizio chiave. Si trovava in una sezione di cui nessuno si occupava più in quel periodo: i libri lì contenuti non erano realmente magici. Sul pavimento giaceva uno strato di polvere accusatorio. Polvere con impronte. «Oook?» disse il Bibliotecario nel caldo bagliore. Procedeva cautamente, realizzando, poco a poco e ineluttabilmente, che le impronte sembravano avere la sua stessa destinazione. Svoltò a un angolo ed eccoli lì. La sezione. La scansia. La mensola. Il buco. Esistono molte viste orribili nel multiverso. Per qualche insondabile motivo, tuttavia, per un'anima sintonizzata sui delicati ritmi di una Biblioteca, c'erano poche viste peggiori di un buco al posto in cui si sarebbe dovuto trovare un libro. Qualcuno aveva rubato un libro. Nell'intimità dell'Ufficio Oblungo, il suo personale sancta-sanctorum, il Patrizio camminava avanti e indietro. Stava dettando una serie di istruzioni. «E mandi qualcuno a ridipingere il muro» terminò. Lupin Wonse inarcò un sopracciglio. «Le sembra saggio, signore?» «Lei non pensa che un fregio di sagome spettrali possa provocare com-


menti e speculazioni?» domandò acido il Patrizio. «Non tanto quanto un muro dipinto di fresco nelle Ombre» rispose Wonse pacatamente. Il Patrizio esitò un istante. «Ha ragione» sbottò. «Lo faccia demolire». Raggiunse il fondo della stanza, girò sui tacchi e riprese a camminare. Draghi! Come se non ci fossero già state abbastanza faccende importanti e reali a richiedere la sua attenzione. «Lei crede nei draghi?» domandò. Wonse scosse la testa. «È una cosa impossibile, signore». «L'ho sentito dire anche io» disse Lord Vetinari. Raggiunse la parete opposta e si voltò. «Vuole che svolga ulteriori indagini?» domandò Wonse. «Sì». «Mi assicurerò che la Guardia se ne occupi con grande attenzione» disse Wonse. Il Patrizio smise di camminare. «La Guardia? La Guardia? Mio caro amico, la Guardia è formata da un branco di incompetenti comandati da un ubriaco. Mi sono occorsi degli anni per averla così. L'ultima cosa di cui ci dobbiamo preoccupare è la Guardia». Rifletté per un istante. «Ha mai visto un drago, Wonse? Uno di quelli grossi, intendo dire? Oh, è impossibile. L'ha detto lei». «Sono davvero solo una leggenda. Superstizione» disse Wonse. «Uhmm» commentò il Patrizio. «E quello che caratterizza le leggende, ovviamente, è che sono leggendarie». «Esattamente, signore». «Tuttavia...» il Patrizio fece una pausa e fissò Wonse per qualche istante. «Oh, be'» disse poi. «Chiarisca la faccenda. Non voglio sentire storie di draghi. È il genere di cosa che innervosisce le persone. Veda di porvi fine». Quando si trovò da solo si fermò e guardò con espressione truce la città gemella. Stava piovigginando nuovamente. Ankh-Morpork! Rissosa città di centomila anime! E, come osservò privatamente il Patrizio, dieci volte tante persone in carne e ossa. La nuova pioggia scintillava sul panorama di torri e tetti, del tutto inconsapevole del mondo brulicante e carico di rancore su cui stava cadendo. La pioggia più fortunata cadeva sulle pecore in collina o sussurrava dolcemente sopra le foreste o scendeva, quasi incestuosamente, sul mare. La pioggia che cadeva su Ankh-Morpork, invece, era pioggia in guai seri. Ad Ankh-Morpork


facevano cose orribili all'acqua. Essere bevuta rappresentava soltanto il principio dei suoi problemi. Al Patrizio piaceva la sensazione di stare guardando una città attiva. Non una città bella, restaurata, dalla buona rete fognaria e pregevole a livello architettonico: perfino i suoi cittadini più entusiasti avrebbero ammesso che, dall'alto, Ankh-Morpork dava l'impressione che qualcuno avesse cercato di ottenere in pietra e legno l'effetto normalmente associato con i marciapiedi fuori dai take-away aperti tutta la notte. Però era attiva. Vorticava allegramente come un giroscopio sul baratro di una curva catastrofica. E questo, credeva fermamente il Patrizio, avveniva perché nessun gruppo era sufficientemente potente da farla cadere giù. Mercanti, ladri, assassini, maghi... tutti gareggiavano con la massima energia nella corsa senza rendersi conto che non c'era alcun bisogno di correre e certamente senza fidarsi abbastanza degli altri da fermarsi e chiedersi chi avesse tracciato il percorso e tenesse in mano la bandierina di partenza. Il Patrizio disprezzava la parola "dittatore". La considerava un affronto. Lui non diceva mai a nessuno cosa fare. Non ne aveva alcun bisogno, questo era il bello. Una gran parte della sua vita consisteva nell'organizzare le situazioni in modo tale che quello stato di cose continuasse così. Ovviamente, c'erano vari gruppi che cercavano di soppiantarlo e questo era giusto e adeguato: segnale di una società vigorosa e sana. Nessuno lo poteva accusare di non accettare la situazione. Che diamine, non era stato proprio lui a fondare la maggior parte di quelle fazioni? E la cosa davvero magnifica era vedere il modo in cui quelle persone passavano quasi tutto il loro tempo a litigare le une con le altre. La natura umana, diceva sempre il Patrizio, era una cosa meravigliosa. Bastava capire quali fossero le leve giuste. Aveva una sgradevole premonizione rispetto a questa storia del drago. Se c'era una creatura difficile da gestire, quella era il drago. Bisognava risolvere la faccenda. Il Patrizio non credeva nella crudeltà gratuita.12 Non credeva nell'inutile vendetta. Credeva tuttavia fermamente nella necessità di risolvere i problemi. Buffo a dirsi, il capitano Vimes stava pensando la stessa cosa. Non gli piaceva l'idea che i cittadini, anche se delle Ombre, venissero trasformati 12 Mentre era un sostenitore accanito della crudeltà necessaria, ovviamente.


in mera pittura ceramica. E tutto ciò era avvenuto, più o meno, davanti alla Guardia. Come se la Guardia non significasse nulla, come se la Guardia rappresentasse un dettaglio inutile. Ecco cosa gli bruciava. Ovviamente, era vero. E questo non faceva che peggiorare le cose. Ciò che lo rendeva ancora più furioso, era che aveva disobbedito agli ordini. Aveva sì coperto le impronte ma, nel primo cassetto della sua vecchia scrivania, nascosto sotto una pila di bottiglie vuote, c'era un calco in gesso. Sentiva che quello lo stava fissando attraverso tre strati di legno. Non riusciva a immaginare che cosa gli fosse preso. Ora poi si stava mettendo ulteriormente in difficoltà. Passò in rivista le sue truppe (per mancanza di un termine migliore). Aveva chiesto alla coppia più anziana di presentarsi in abiti borghesi. Questo significava che il sergente Colon, che aveva indossato un'uniforme per tutta la vita, appariva imbarazzato e a disagio col vestito che usava per i funerali. Mentre Nobby... «Mi chiedo se avevo chiarito a sufficienza il termine "borghese"?» domandò il capitano Vimes. «È quello che metto quando non sono al lavoro, amico» ribatté Nobby con un'espressione seccata. «Signore» lo corresse il sergente Colon. «Anche il mio linguaggio è in borghese» disse Nobby. «Questo si chiama senso di iniziativa». Vimes girò lentamente attorno al caporale. «E i tuoi abiti borghesi non fanno svenire le vecchie signore e non spingono i ragazzini a inseguirti per la strada?» domandò. Nobby spostò il peso da un piede all'altro, imbarazzato. L'ironia lo metteva a disagio. «No, signore, amico» disse. «È l'ultimo grido, questo stile». In effetti era vero. Al momento ad Ankh vigeva la moda di grossi cappelli con le piume, falpalà, farsetti tagliati con guarnizioni dorate, pantaloni a zampa d'elefante e stivali con speroni ornamentali. Il problema era, rifletté Vimes, che la maggior parte dei seguaci della moda avevano più corpo da frapporre fra tutti questi componenti, mentre quello che si poteva dire del caporale Nobbs era che ci si era perso dentro. Poteva risultare vantaggioso. Dopo tutto, nessuno avrebbe mai creduto, vedendolo arrivare per la strada, che fosse un membro della Guardia che cercava di non dare nell'occhio.


A Vimes venne in mente che non sapeva assolutamente nulla di Nobbs fuori dall'orario di ufficio. Non riusciva nemmeno a ricordare dove abitasse. Lo conosceva da tutti quegli anni e non si era mai reso conto del fatto che, nella sua segreta vita privata, il caporale Nobbs si sentiva una specie di pavone. Un pavone molto basso, era vero, un pavone che era magari stato colpito ripetutamente con qualcosa di pesante, ma comunque un pavone. Ma si sa, non si può mai dire. Riportò la sua attenzione sul problema del momento. «Voglio che voi due» disse a Colon e Nobbs, «questa sera vi mischiate con la gente comune in modo da non dare nell'occhio, o nel tuo caso Nobbs da dare nell'occhio, per vedere se riuscite a notare qualcosa di insolito». «Insolito come cosa?» domandò il sergente. Vimes esitò. Non ne era sicuro nemmeno lui. «Qualsiasi cosa» disse, «di pertinente». «Oh!» Il sergente annuì con espressione saggia. «Pertinente. D'accordo». Seguì un silenzio carico di imbarazzo. «Forse qualcuno ha visto delle cose strane» proseguì il capitano Vimes. «O forse si sono visti incendi inspiegati. O impronte. Come dire» terminò, disperato, «segni di draghi». «Vuole dire come cumuli d'oro su cui qualcuno ha dormito» disse il sergente. «E vergini incatenate alle rocce» aggiunse Nobbs con l'aria di chi la sa lunga. «Vedo che siete esperti» sospirò Vimes. «Fate semplicemente del vostro meglio». «Questa storia del mischiarsi» domandò con tatto il sergente Colon, «prevede forse di andare nelle taverne, bere e cose simili, vero?» «Fino a un certo punto» disse Vimes. «Oh» commentò tutto allegro il sergente. «Con moderazione». «Ha ragione, signore». «A vostre spese». «Oh». «Ma prima che andiate» aggiunse il capitano, «qualcuno di voi sa di qualcuno che potrebbe sapere qualcosa sui draghi? A parte il fatto che dormono sull'oro e la faccenda delle giovincelle, voglio dire». «I maghi» suggerì Nobbs.


«Maghi a parte» ribatté Vimes con fermezza. Non ci si poteva fidare dei maghi. Ogni guardia sapeva che non ci si poteva fidare dei maghi. Erano anche peggio dei civili. Colon rifletté. «C'è sempre Lady Ramkin» disse. «Abita in Viale Pasticcino. Alleva draghi di palude. Sa quei piccoli cosi che la gente tiene come animali da compagnia?» «Oh, lei» disse Vimes con espressione cupa. «Penso di averla vista in giro. Quella con l'adesivo "Io ♥ i draghi" sulla parte posteriore della carrozza?» «Proprio lei. È matta» disse il sergente Colon. «Che cosa devo fare io?» domandò Carota. «Ehm. Tu hai il compito più importante» disse Vimes d'un fiato. «Voglio che resti qui a presidiare l'ufficio». Il volto di Carota si aprì in un lento e incredulo sorriso. «Vuole dire che mi lascia qui come responsabile?» disse. «In un certo senso» confermò Vimes. «Ma non ti è permesso di arrestare nessuno, capito?» aggiunse in fretta. «Nemmeno se infrangono la legge, signore?» «Nemmeno in quel caso. Prendi solo nota». «Leggerò il mio libro allora» disse Carota. «E luciderò l'elmetto». «Bravo ragazzo» disse il capitano. Dovrei stare relativamente tranquillo, pensò quindi. Qui non viene mai nessuno, nemmeno per denunciare lo smarrimento di un cane. Nessuno pensa mai alla Guardia. Bisogna aver perso il contatto con la realtà per andare a chiedere aiuto alla Guardia, pensò amareggiato. Viale Pasticcino era un ampio viale alberato che si trovava in una parte estremamente esclusiva di Ankh, tanto più in alto del fiume da scampare al suo tanfo onni-penetrante. La gente che abitava in Viale Pasticcino aveva denaro antico, che si riteneva molto migliore del denaro nuovo, anche se il capitano Vimes non ne aveva mai avuto abbastanza di entrambi per notare la differenza. I residenti in Viale Pasticcino avevano guardie del corpo personali. Si diceva che i residenti in Viale Pasticcino fossero così riservati da non parlare nemmeno con gli dei. Quella era una piccola maldicenza. Parlavano sì con gli dei, se si trattava di dei di razza pura e di famiglia nobile. Non gli fu difficile trovare la casa di Lady Ramkin. Dominava uno sperone che le forniva una vista magnifica sulla città, se si considerava il guardare giù un buon passatempo. C'erano draghi in pietra sui pilastri del


cancello e i giardini avevano un aspetto trasandato ed erano invasi dalle erbacce. Le statue dei Ramkin deceduti spuntavano qui e là dal verde. La maggior parte di esse brandiva spade ed era ricoperta da edera fino al collo. Vimes capì che questo stato non era dovuto al fatto che il proprietario del giardino fosse troppo povero per occuparsene, ma piuttosto che il proprietario del giardino ritenesse che ci fossero cose ben più importanti degli antenati, concetto estremamente insolito per un aristocratico. Il proprietario pensava anche, apparentemente, che ci fossero cose ben più importanti della ristrutturazione della proprietà. Quando il capitano Vimes suonò il campanello della casa, che in sé era piuttosto gradevole, svariati pezzi di intonaco caddero giù dalla facciata. Quello sembrò essere l'unico effetto, se si eccettua il fatto che qualcosa sul retro della casa cominciò a ululare. Degli esseri. Ricominciò a piovere. Dopo un po', Vimes si sentì investito di tutta la dignità della propria posizione e cominciò con cautela ad aggirare l'edificio, tenendosi ben distante nel caso crollasse qualcos'altro. Raggiunse una pesante cancellata in una massiccia parete di legno. In contrasto con la generale vetustà del resto, sembrava relativamente nuova e molto solida. Bussò. Questo provocò un'altra sparata di strani rumori sibilanti. La porta si aprì. Qualcosa di spaventoso si stagliò minaccioso sopra di lui. «Oh, buon uomo. Sa niente sull'accoppiamento?» tuonò. Il Posto di Guardia era caldo e silenzioso. Carota ascoltava il sibilo della sabbia che scorreva nella clessidra ed era intento a lucidare il pettorale dell'armatura. Secoli di ossidazione avevano ceduto davanti al suo poderoso attacco. Scintillava. Sapevi sempre in che acque navigavi con un pettorale d'armatura scintillante. La stranezza della città, dove c'erano tutte quelle leggi e la gente si concentrava strenuamente per ignorarle, era troppo per lui. Un pettorale d'armatura scintillante, però, era un pettorale d'armatura che scintillava. La porta si aprì. Lui sbirciò al di là del piano della vecchia scrivania. Non c'era nessuno. Si impegnò in qualche altra vigorosa sfregata. Si udì il vago rumore di qualcuno che si è stancato di aspettare. Due mani dalle unghie violacee si aggrapparono al bordo della scrivania e la faccia


del Bibliotecario si alzò lentamente alla vista come il sorgere di una noce di cocco. «Oook» disse. Carota lo fissò. Gli era stato spiegato chiaramente che, contrariamente alle apparenze, le leggi che governavano il regno animale non si applicavano al Bibliotecario. D'altra parte, il Bibliotecario stesso non si era mai interessato troppo a obbedire nemmeno alle leggi che governavano il regno umano. Era come una di quelle piccole anomalie che non puoi demolire, ci devi costruire attorno. «Salve» disse Carota incerto. («Non chiamarlo "ragazzo" e non dargli pacche sulle spalle, sono cose che lo infastidiscono».) «Oook». Il Bibliotecario scosse la scrivania con un lungo dito dalle molte falangi. «Come?» «Oook». «Scusi?» Il Bibliotecario alzò gli occhi al cielo. Era strano, secondo lui, che cani, cavalli e delfini cosiddetti intelligenti non avevano mai alcuna difficoltà a comunicare agli umani le notizie vitali del momento (per esempio, che tre bambini si erano persi in una caverna o che il treno stava per imboccare il binario verso il ponte crollato o cose del genere) mentre lui, a una manciata di cromosomi di distanza dall'indossare una canottiera, trovava difficile persuadere l'umano medio a ripararsi dalla pioggia. Con certa gente non si riusciva a parlare e basta. «Oook!» disse e fece un cenno col capo. «Non posso lasciare l'ufficio» ribatté Carota. «Ho avuto ordini». Il labbro superiore del Bibliotecario si arrotolò all'indietro come una tapparella. «È un sorriso?» domandò Carota. Il Bibliotecario scosse la testa. «Qualcuno ha commesso un crimine, vero?» domandò Carota. «Oook». «Un grave crimine?» «Oook!» «Come un omicidio?» «Eeek!» «Peggio di un omicidio?» «Eeek!» Il Bibliotecario avanzò sulle nocche fino alla porta e cominciò a saltellare con atteggiamento pressante.


Carota deglutì. Gli ordini erano ordini, era vero, ma questa era un'altra cosa. La gente di quella città era capace di tutto. Si affibbiò il pettorale d'armatura, si cacciò in testa l'elmetto scintillante e incedette verso la porta. Ricordò quindi le proprie responsabilità. Tornò alla scrivania, trovò un pezzo di carta e scrisse con grande fatica: Fuori a combatere il crimine. Prego ricchiamare più tardi. Grazzie. E poi usci per le strade, inossidato e impavido. Il Supremo Grande Maestro sollevò le braccia. «Confratelli» disse, «cominciamo...» Era così facile. Tutto quello che si doveva fare era attingere alla grande e settica riserva di gelosia e gretto risentimento che i Confratelli possedevano in grande abbondanza, imbrigliare la loro orribile e ordinaria sgradevolezza che aveva a suo modo una forza maggiore della peggiore malignità e poi aprire la propria mente... ... nel luogo in cui andavano i draghi. Vimes si sentì prendere per un braccio e trascinare dentro. La pesante porta gli si chiuse alle spalle con un chiaro scatto. «È Lord Mongioioso Allegrascaglia Lanciartiglio III di Ankh» disse l'apparizione, che era vestita con un'enorme armatura dalla paurosa imbottitura. «Sa, non penso proprio che riesca a cavarsela». «Ah, no?» disse Vimes, indietreggiando. «Dovrete per forza essere in due». «È proprio sicura?» sussurrò Vimes, mentre tentava di aprirsi un varco con le scapole attraverso il recinto. «Potrebbe farmi la cortesia?» tuonò quell'essere. «Cosa?» «Non faccia lo schizzinoso, amico. Deve solo aiutarlo ad alzarsi. La parte più difficile spetta a me. So che è crudele, ma se non ce la fa stanotte, sarà pronto per la mannaia. Sopravvivenza dei migliori e roba del genere, capisce?» Il capitano Vimes cercò di riprendersi. Si trovava chiaramente in presenza di una potenziale assassina ninfomane, sempre che se ne potesse definire il genere sotto quegli strani e goffi indumenti. Se non era una femmina, allora i riferimenti a "la parte più difficile spetta a me" davano la stura a immagini mentali che lo avrebbero ossessionato per parecchio tempo a ve-


nire. Sapeva che i ricchi facevano le cose in modo diverso, ma quello era decisamente troppo. «Signora» disse freddamente, «io sono un ufficiale della Guardia e devo avvertirla che la linea d'azione da lei suggerita infrange le leggi cittadine...» e anche di parecchie delle divinità più puritane, aggiunse fra sé, «... e la devo ammonire che il Lord in questione deve essere immediatamente rilasciato...» La figura lo fissò sbigottita. «Perché?» disse. «È il mio maledetto drago». «Vuole un altro bicchiere, non-caporale Nobby?» disse biascicando il sergente Colon. «Non mi dispiace affatto, non-sergente Colon» rispose Nobby. Stavano prendendo molto seriamente il non dare nell'occhio. Quello escludeva la maggior parte delle bettole sul lato di Morpork del fiume, dove erano anche troppo conosciuti. Adesso si trovavano in una taverna abbastanza elegante nel centro di Ankh, dove stavano cercando di risultare discreti per quanto ne fossero capaci. Gli altri bevitori pensavano che fossero una specie di cabarettisti. «Stavo pensando» disse il sergente Colon. «Cosa?» «Se ci comprassimo un paio di bottiglie, potremmo andare a casa e a quel punto non daremmo per niente nell'occhio». Nobby rifletté sull'affermazione. «Ma ha detto che dovevamo tenere le orecchie bene aperte» ribatté. «Dovremmo, ha detto, scoprire qualcosa». «Potremmo farlo a casa mia» disse il sergente Colon. «Potremmo ascoltare tutta notte, con estremo impegno». «Ha ragione» confermò Nobby. Sembrava una proposta sempre migliore quanto più ci rifletteva. «Ma prima» proseguì, «devo fare una visitina in un posto». «Anche io» disse il sergente. «Questa faccenda dell'investigare stressa, dopo un po', no?» Barcollarono fino al vicolo dietro la taverna. C'era la luna piena ma qualche brandello di nuvola sfrangiata vi stava passando davanti. I due sbatterono l'uno contro l'altro nell'oscurità senza dare nell'occhio. «È lei, investigatore sergente Colon?» domandò Nobby. «Certo! Riesce forse a investigare sulla porta del bagno, investigatore


caporale Nobbs? Cerchiamo una porticina scura dall'aspetto insignificante, ahahahah!» Si udirono dei rumori di ferraglia e un'imprecazione soffocata di Nobbs mentre barcollava attraverso il vicolo, seguiti da un miagolio quando uno dell'enorme popolazione di ferali gatti di Ankh-Morpork gli passò fra le gambe. «Ma chi ti vuole, gattaccio?» disse Nobby fra sé. «Il bisogno è bisogno» commentò il sergente Colon accostandosi a un angolo a portata di mano. Le sue riflessioni private vennero interrotte da un brontolio del caporale. «È lì, sergente?» «Sergente investigatore per lei, Nobby» disse con stile il sergente Colon. Il tono di Nobby si era fatto improvvisamente incalzante e molto sobrio. «Niente fesserie, sergente, ho appena visto un drago volante!» «E io ho visto un pesce volante» disse il sergente Colon con un leggero singhiozzo. «Ho visto anche un cervo volante e un otto volante. Ma non ho mai visto un drago volante». «Sì, invece, cretino» ripeté Nobby freneticamente. «Ascolti, non sto scherzando! Aveva delle ali come, come, come, come ali molto grosse!» Il sergente Colon si girò con piglio teatrale. Il volto del caporale si era fatto così pallido che rifletteva nell'oscurità. «Davvero, sergente!» Il sergente Colon rivolse lo sguardo al cielo umido e alla luna lavata dalla pioggia. «Va bene» disse, «me lo faccia vedere». Udì un rumore di pelle ruvida alle sue spalle e un paio di tegole si infransero sulla strada. Si voltò e lì, sul tetto, c'era il drago. «C'è un drago sul tetto!» balbettò. «Nobby, c'è un drago sul tetto! Che devo fare, Nobby? C'è un drago sul tetto. Guardi diritto verso di me, Nobby!» «Tanto per cominciare si tiri su i pantaloni» disse Nobby da dietro il muro più vicino. Anche priva dei molteplici strati di protezione, Lady Sybil Ramkin risultava torreggiante. Vimes sapeva che le popolazioni barbariche narravano leggende che parlavano di gigantesche vergini con cotte di maglia e reggiseni corazzati, che guidavano cocchi lungo i campi di battaglia portando


via i guerrieri morti verso una gloriosa e rissosa vita nell'aldilà, cantando con gradevoli voci da mezzo-soprano. Lady Ramkin sarebbe potuta essere una di loro. Sarebbe potuta essere il loro capo. Sarebbe potuta essere a capo di un battaglione. Quando parlava, ogni parola aveva l'effetto di una amichevole pacca sulla spalla e risuonava dell'aristocratica sicurezza di sé di chi può vantare una razza purissima. Il solo suono delle sue vocali avrebbe potuto tagliare il teak. I poveri antenati di Vimes erano abituati a voci del genere, che provenivano di solito da gente corazzata dalla testa ai piedi situata sul fondo di un carro da guerra che diceva loro che magnifica idea fosse caricare il nemico gettandoglisi addosso a capofitto. Le gambe di Vimes volevano scattare sull'attenti. Gli uomini preistorici avrebbero venerato una donna simile e, in effetti, erano riusciti sorprendentemente a intagliarne statue a grandezza naturale migliaia di anni prima. Lady Ramkin aveva una criniera di capelli color nocciola, una parrucca, scoprì in seguito Vimes. Nessuno che aveva molto a che fare con i draghi manteneva a lungo i propri capelli. Aveva anche un draghetto sulla spalla. Era stato presentato come Lanciartiglio Vincente Magnifico di Quirm, detto Vinny, e sembrava dare un forte contributo all'insolito odore chimico che pervadeva la casa. Quell'odore permeava ogni cosa; perfino la generosa fetta di torta che la donna gli offrì. «Il, ehm, quello sulla spalla... sembra... carino» disse lui, alla disperata ricerca di un argomento di conversazione. «È una schifezza» disse sua signoria. «Lo sto addestrando solo perché quelli che sanno stare seduti sulle spalle vengono pagati il doppio». Vimes bofonchiò che aveva occasionalmente visto signore dell'alta società con piccoli draghi colorati sulle spalle e pensava che fossero molto, ehm, carini. «Oh, sembrano carini» confermò lei. «Glielo garantisco. Poi si rendono conto che significano anche bruciature da fuliggine, capelli annodati e cacca su tutta la schiena. Anche gli unghioni affondano parecchio. A quel punto i padroni decidono che gli esserini sono diventati troppo grossi e puzzolenti e te li ritrovi o al Rifugio Raggiodisole per Draghi Smarriti di Morpork o ricevono il solito vecchio benservito nel fiume con una corda attorno al collo, poveretti». Si sedette, rimettendo a posto una sottana che avrebbe potuto fornire stoffa per le vele di una piccola flotta. «Allora. Capitano Vimes, non è vero?»


Vimes si sentiva perduto. I Ramkin defunti lo fissavano da ornate cornici poste in alto sulle pareti in ombra. Fra, attorno e sotto i ritratti c'erano le armi che essi avevano presumibilmente usato, e usato spesso e bene a giudicare dal loro aspetto. Armature complete si ergevano in ranghi disordinati lungo le pareti. Una buona parte, come non poté fare a meno di notare, mostravano dei bei buchi. Il soffitto era uno sbiadito tumulto di stendardi mangiati dalle tarme. Non c'era alcun bisogno di una indagine approfondita per capire che gli antenati di Lady Ramkin non si erano mai tirati indietro davanti a una battaglia. Era sconcertante che lei fosse capace di fare una cosa così pacifica come bere una tazza di tè. «I miei antenati» disse seguendo il suo sguardo ipnotizzato. «Sa, nemmeno un Ramkin negli ultimi mille anni è morto nel proprio letto». «Davvero, signora?» «Ovviamente parecchi di essi sono morti nel letto di qualcun altro». La tazza del capitano Vimes tremò sul piattino. «Sì, signora» commentò. «Ho sempre ritenuto che il titolo di capitano fosse così raffinato». Gli lanciò un sorriso smagliante. «Voglio dire, da colonnello in su sono così rigidi, i maggiori sono tronfi ma, non si sa come, si trova sempre qualcosa di deliziosamente pericoloso in un capitano. Che cosa doveva mostrarmi?» Vimes si aggrappò al sacchetto che aveva con sé come a una cintura di castità. «Mi chiedevo» si impappinò, «quanto diventano grandi... ehm...» Si ammutolì. Qualcosa di terrificante stava accadendo in prossimità delle sue parti basse. Lady Ramkin seguì il suo sguardo. «Oh, non gli badi» gli disse allegramente. «Gli dia una cuscinata se la disturba». Un piccolo drago un po' più anziano era sbucato fuori da sotto la sedia e aveva piazzato il muso dalla pelle cascante in grembo a Vimes. Lo fissava con espressivi occhioni scuri e gli sbavava piano piano sulle ginocchia qualcosa all'apparenza molto corrosivo. Puzzava inoltre come un bagno acido. «Questa è Gocciadirugiada Mabelline Lanciartiglio I» disse sua signoria. «Campione e padre di campioni. Adesso non ha più fuoco, povero vecchietto. Gli piace farsi grattare la pancia». Vimes eseguì furtivamente bruschi movimenti a scatto per far sloggiare il vecchio drago. Quello sbatté triste le palpebre sugli occhi cisposi e tirò indietro l'angolo della bocca, mettendo in mostra una palizzata aguzza di


denti anneriti dalla fuliggine. «Lo spinga via se le dà fastidio» ribadì allegramente Lady Ramkin. «Allora, cosa voleva chiedermi?» «Mi stavo chiedendo quanto potessero diventare grossi i draghi di palude» disse Vimes cercando di cambiare posizione. Udì un debole rumore gorgogliante. «Ha fatto tutta la strada fin quassù per chiedermi questo? Be'... mi sembra di ricordare Cuorallegro Lanciartiglio di Ankh che arrivava a quattordici pollici dal piede al ciuffo» rifletté Lady Ramkin. «Ehm...» «Un metro e venti» aggiunse gentilmente. «Non più di così?» domandò Vimes ansioso. Sul suo grembo il vecchio drago aveva cominciato a russare piano piano. «Ma no! Lui era già uno scherzo di natura. La maggior parte di essi non arriva agli otto pollici». Le labbra di Vimes si mossero in un frettoloso calcolo. «Sessanta centimetri?» azzardò. «Esatto. Ovviamente parlo dei galli. Le galline sono un po' più piccole». Il capitano Vimes non aveva alcuna intenzione di cedere. «Il gallo sarebbe un drago maschio, vero?» domandò. «Solo dopo l'età di due anni» rispose trionfante Lady Ramkin. «Fino all'età di otto mesi è un pulcino, poi un galletto fino a quattordici mesi, poi un...» Il capitano Vimes restava seduto incantato, mangiando l'orrida torta, coi pantaloni in graduale dissolvimento mentre il flusso di informazioni gli scorreva sopra: i maschi combattevano usando le fiamme ma nella stagione delle covate solo le galline (solo fino alla terza covata, ovviamente, dopo diventavano genitrici) esalavano fiamme, prodotte dalla combustione di complessi gas intestinali, per incubare le uova che avevano bisogno di una altissima temperatura, mentre i maschi raccoglievano gli sterpi per il fuoco; un gruppo di draghi di palude si chiamava ammucchiata o abbondanza; una femmina poteva deporre fino a tre covate di quattro uova ogni anno, la maggior parte delle quali veniva calpestata da maschi distratti; i draghi di entrambi i sessi apparivano vagamente disinteressati gli uni agli altri e in effetti a qualsiasi cosa non fosse legna da ardere, tranne una volta ogni due mesi quando diventavano determinati come seghe circolari. Vimes non riuscì a evitare di essere portato alle gabbie sul retro, protetto da capo a piedi da un'armatura in cuoio dotata di piastre d'acciaio, e fatto


entrare nel lungo e basso edificio da cui era arrivato un gran fischiare. La temperatura era terribile, ma non male quanto il cocktail di odori. Barcollò senza meta da una gabbia rivestita in metallo all'altra, mentre piccoli orrori squittenti a forma di pera e dagli occhi rossi venivano presentati come "Lunadoro Duchessa Marzolina, che al momento è gravida" e "Foscaluna Lanciartiglio II, che ha fatto il Migliore di Razza l'anno scorso a Pseudopolis". Getti di fiamma verde pallido gli danzavano attorno alle ginocchia. Su molte delle gabbie erano appese rosette e certificati. «E questo, purtroppo, è Bravobimbo Fagottino Pennapietra di Quirm» disse implacabile Lady Ramkin. Vimes fissò intontito al di sopra della barriera bruciacchiata la creaturina raggomitolata al centro del pavimento. Assomigliava al resto degli altri quanto Nobby assomigliava all'essere umano medio. Qualcosa della sua genealogia gli aveva dato delle sopracciglia che erano più o meno della stessa dimensione delle tozze alucce, che non avrebbero mai potuto sorreggerlo in aria. La testa era della forma sbagliata, da formichiere. Aveva delle narici simili alle prese d'aria di un jet. Semmai fosse riuscito a librarsi in volo quelle cose lo avrebbero frenato come due paracadute. Stava anche rivolgendo al capitano Vimes lo sguardo più silenziosamente intelligente che lui avesse mai ricevuto da un qualsiasi animale, caporale Nobbs compreso. «Capita» disse triste Lady Ramkin. «Dipende tutto dai geni, capisce?» «Davvero?» disse Vimes. Non si sa come, la creatura sembrava concentrare tutto il potere che i fratelli sprecavano in fiamme e frastuono in uno sguardo simile a una lancia termica. Vimes non poté fare a meno di ricordare quanto avesse desiderato un cucciolo, da piccolo. Badate bene, morivano di fame a casa sua... qualsiasi cosa avesse avuto della carne attaccata addosso sarebbe stata cucinata. Sentì la signora dei draghi dire: «Si cerca di selezionare per ottenere una buona fiammata, scaglie profonde, colore corretto eccetera. Bisogna semplicemente accettare l'occasionale taccola assoluta». Il piccolo drago rivolse a Vimes un'occhiata che gli avrebbe garantito la vittoria del premio per il Drago che i Giudici Preferirebbero Portare a Casa e Usare come Accendino Portatile. Taccola assoluta, pensò Vimes. Non era certo del significato della parola, ma poteva azzardare un'ipotesi sagace. Sembrava ciò che restava quando da qualcosa si era tolto tutto ciò che poteva avere un qualsiasi valore.


Come la Guardia, pensò. Taccole assolute, tutti loro. Proprio come lui. Era la saga della sua vita. «La Natura è fatta così» disse sua signoria. «Ovviamente non mi sognerei nemmeno di farlo riprodurre, ma non sarebbe comunque in grado di farlo». «Perché no?» domandò Vimes. «Perché i draghi si devono accoppiare in aria e lui non sarà mai in grado di volare con quelle ali, temo. Mi dispiacerà perdere la sua linea di sangue, naturalmente. Suo padre era Mangialbero Scaglialucida di Brenda Rodley. Conosce Brenda?» «Ehm, no» ammise Vimes. Lady Ramkin era una di quelle persone che ritenevano che tutti gli altri dovessero conoscere quelli che conosceva lei. «Ragazza affascinante. Comunque i suoi fratelli e le sue sorelle stanno venendo su molto bene». Povero piccolo bastardo, pensò Vimes. La Natura è fatta così, in poche parole. Sempre a prendersela coi più deboli del branco. Non c'era da meravigliarsi che la chiamassero madre... «Ha detto che aveva qualcosa da mostrarmi» lo imbeccò Lady Ramkin. Vimes le consegnò il pacco senza aggiungere una parola. Lei si sfilò il pesante guanto e tolse la carta. «Il calco di gesso di un'impronta» disse orgogliosa. «E allora?» «Non le rammenta nulla?» domandò Vimes. «Potrebbe trattarsi di un trampoliere». «Oh» commentò Vimes abbattuto. Lady Ramkin scoppiò a ridere. «O di un drago davvero grande. L'ha preso in un museo, vero?» «No. L'ho preso questa mattina dalla strada». «Come? Qualcuno le ha fatto un bello scherzo, amico mio». «Ehm. C'erano delle prove circostanziali». Le raccontò tutto. Lei lo fissò sbigottita. «Draco nobilis» gracchiò con voce roca. «Come scusi?» disse Vimes. «Draco nobilis. Il Nobile Drago. In contrapposizione a questi poveretti...» indicò con la mano in direzione dei ranghi ammassati di lucertoloni sibilanti, «... Draco vulgaris, tutti quanti. Ma i grossi sono tutti spariti. Tutto ciò non ha alcun senso. Non ci sono dubbi. Tutti spariti. Creature magnifiche. Pesavano tonnellate. I più grandi esseri che abbiano mai volato. Nessuno sa come facessero».


A quel punto si accorsero di qualcosa. Tutti caddero nel più profondo silenzio. Lungo la fila di gabbie i draghi ammutolirono, con occhi brillanti e all'erta. Stavano tutti fissando il tetto. Carota si guardò attorno. Le scansie si allungavano in ogni direzione. Sulle scansie, libri. Espose la sua intuizione ben ponderata. «Questa è la Biblioteca, vero?» Il Bibliotecario mantenne una presa gentile ma decisa sul braccio del ragazzo e lo condusse lungo il labirinto di corridoi. «C'è un cadavere?» domandò Carota. Doveva esserci per forza. Peggio che un omicidio! Un cadavere in Biblioteca. Poteva sfociare in qualsiasi cosa. Lo scimmione, alla fine, si fermò davanti a una scansia apparentemente non diversa da centinaia di altre. Alcuni dei libri erano incatenati. C'era uno spazio vuoto. Il Bibliotecario lo indicò. «Oook». «Be', e allora? Uno spazio vuoto dove dovrebbe esserci un libro». «Oook». «È stato portato via un libro. È stato portato via un libro? Ha convocato la Guardia» Carota si raddrizzò con orgoglio, «perché qualcuno ha portato via un libro? Pensa che sia peggio di un omicidio?» Il Bibliotecario gli lanciò il tipo di occhiata che altri riservano di solito a chi dice: "Che c'è di male nel genocidio?" «È praticamente un reato fare perdere tempo alla Guardia» disse Carota. «Perché non lo ha detto semplicemente ai capi dei maghi o chi per essi?» «Oook». Il Bibliotecario indicò con una serie di gesti molto concisa che la maggior parte dei maghi non sarebbe nemmeno riuscita a trovarsi il sedere usando entrambe le mani. «Be', non vedo cosa ci posso fare io» ribatté Carota. «Come si chiamava il libro?» Il Bibliotecario si grattò la testa. Sarebbe stato difficile. Guardò in faccia Carota, serrò bene insieme le mani dalla pelle ruvida e poi le aprì. «So che si tratta di un libro. Ma come si chiama?» Il Bibliotecario sospirò e sollevò una mano. «Quattro parole?» disse Carota. «Prima parola». Lo scimmione strinse pollice e indice insieme. «Parola corta. Un. Il. La...» «Oook!»


«La? La. Seconda parola... terza parola? Parola corta. Il? Un? Con? Del? D... Del? Del. La qualcosa Del qualcosa. Seconda parola. Come? Oh. Prima lettera. A, e, i... E, molto bene. Poi, dito, bocca? Labbra?» L'orango si portò il dito alla bocca con fare drammatico e poi lo mandò verso l'esterno. Parola, voce. Voce! Taglio, no, più corto, voc... dita, mano? Aggiungere. Sommare. Evoc... e poi muovere, spostare, agire... più o meno? Azione! La evocazione. L'evocazione del qualcosa. Ma è davvero divertente! Quarta parola. Parola intera...» Scrutò con espressione concentrata il Bibliotecario che ruotava in modo misterioso. «Una cosa grossa. Una cosa molto grossa. Sbattere le ali. Una cosa grossa sbatte le ali e salta. Denti. Sibilare. Sbuffare. Una cosa molto grossa che sbatte le ali e sbuffa». La fronte di Carota era madida di sudore mentre si sforzava di comprendere. «Succhiare le dita. Una cosa che succhia le dita. Bruciare. Caldissimo. Una grossa cosa che sbatte le ali e sbuffa bruciore...» Il Bibliotecario fece roteare gli occhi. Homo sapiens? Alla faccia... Il grande drago danzava, vorticava e batteva l'aria al di sopra della città. Aveva il colore del chiaro di luna che si rifletteva sulle squame. A volte si girava e planava con una velocità ingannevole sopra i tetti delle case per la pura gioia di esistere. Ed era tutto sbagliato, pensò Vimes. Parte di lui era incantata dalla bellezza dello spettacolo, ma un insistente piccolo gruppo di cellule cerebrali da donnola, posto sul lato sbagliato delle sinapsi, stava scarabocchiando dei propri graffiti sulle pareti dello stupore. È un maledetto lucertolone, dicevano in tono di scherno. Deve pesare tonnellate. Niente di così grosso può volare, nemmeno su ali magnifiche. E che ci fa poi una lucertola volante con grosse squame sul dorso? Centocinquanta metri sopra di lui una lancia di fiamma bianco azzurrina fendette il cielo. «Non può fare una cosa del genere! Si brucerebbe le labbra!» Al suo fianco, Lady Ramkin stava immobile a bocca aperta. Alle sue spalle, i piccoli draghi in gabbia strillavano e ululavano. L'immensa bestia si girò in aria e passò a volo radente sulle cime dei tetti. La fiammata dardeggiò nuovamente. Sotto di essa, si sollevarono fiamme giallastre. Il tutto avvenne in modo così raffinato e silenzioso che a Vimes occorse qualche secondo per rendersi conto che svariati edifici era-


no andati a fuoco. «Perdinci!» esclamò Lady Ramkin. «Guardate! Sta usando le correnti termiche! Ecco a cosa serve il fuoco!» Si rivolse a Vimes, con uno sguardo di disperato ardore. «Si rende conto che probabilmente stiamo vedendo qualcosa che nessuno ha più visto da secoli?» «Sì, un maledetto alligatore volante sta mettendo a fuoco e fiamme la mia città!» gridò Vimes. Lei non lo stava ascoltando. «Deve esserci una colonia da qualche parte» disse. «Dopo tutto questo tempo! Dove pensa che dimori?» Vimes non lo sapeva. Giurò tuttavia a se stesso che lo avrebbe scoperto e poi avrebbe fatto un bel po' di domande. «Un uovo» sospirò l'allevatrice. «Potessi solo mettere le mani su un uovo...» Vimes la fissò genuinamente sbigottito. Gli venne il dubbio di essere bacato. Sotto di loro, un altro edificio esplose in fiamme. «Quanto riuscivano a volare lontano questi esseri?» domandò molto lentamente e sillabando come se parlasse a una bambina. «Sono animali molto territoriali» mormorò sua signoria. «Secondo la leggenda...» Vimes si accorse che stava per sorbirsi un'altra dose di racconti sulla tradizione draghesca. «Si attenga ai fatti, signora» disse un po' impaziente. «Non molto lontano, a dire il vero» rispose lei sentendosi presa in contropiede. «Molte grazie, signora. Mi è stata di grande aiuto» borbottò Vimes e si mise a correre. Doveva stare da qualche parte, in città. All'esterno non c'era nulla per miglia e miglia se non pratoni e paludi. Doveva vivere da qualche parte in città. I sandali sbattevano sui ciottoli mentre lui si precipitava lungo le strade. Da qualche parte in città! Era assolutamente ridicolo, ovviamente. Assolutamente ridicolo e impossibile. Non si meritava una cosa simile. Di tutte le città del mondo in cui il drago poteva volare, pensò, è volato proprio nella mia... Quando Vimes riuscì finalmente a raggiungere il fiume, il drago era già sparito. Un drappo di fumo però incombeva sopra le strade e si erano formate parecchie catene di gente dotata di secchi che passava grumi di fiume


fino agli edifici colpiti.13 Il lavoro risultava considerevolmente rallentato dalle orde di gente che sciamavano per le strade, portandosi via tutti i propri possedimenti. Le case della città erano per la maggior parte costruite in legno e paglia, e nessuno aveva intenzione di correre rischi. In realtà il danno era sorprendentemente ridotto. Misteriosamente ridotto, se ci si rifletteva bene. Vimes, che in quei giorni aveva cominciato a portare con sé un taccuino, annotò i danni come se il mero atto di scriverli rendesse il mondo un luogo più comprensibile. Obiecto: Bottega di carrozzaio (appartenente a un inoffensivo uomo d'affari, che aveva visto bruciare nella fiamma la propria carrozza nuova). Obiecto: Piccola bottega di verduraio (colpito con precisione chirurgica). Vimes era rimasto molto meravigliato. Una volta aveva comprato delle mele proprio lì, e non gli era parso ci fosse nulla che potesse offendere un drago. Comunque, il drago era stato molto premuroso, rifletté mentre si incamminava verso il Posto di Guardia. Se si pensava al numero di depositi di legname, di fienili, di tetti in paglia e delle rivendite di petrolio che si sarebbero potuti colpire accidentalmente, il drago era riuscito a spaventare tutti a morte senza danneggiare realmente la città. I raggi del sole del primo mattino stavano trafiggendo le spirali di fumo mentre lui apriva la porta. Quella era casa sua. Non la spoglia stanzetta sopra il negozio di candele nel Vicolo Wixon, dove lui andava a dormire, ma quella brutta stanza scura che puzzava di camini non accuditi, della pipa del sergente Colon, del misterioso problema personale di Nobby e, da ultimo, del lucido per armatura di Carota. Lì si sentiva proprio come a casa. Non c'era nessuno. La cosa non lo sorprese del tutto. Arrancò fino al suo ufficio e si abbatté sulla poltrona la cui imbottitura sarebbe stata rifiutata 13 La Gilda dei Vigili del Fuoco era stata dichiarata fuorilegge dal Patrizio l'anno precedente in seguito a una serie di lamentele. Il fatto era che, se si stipulava un contratto con la Gilda, la propria casa veniva protetta contro gli incendi. Sfortunatamente, i valori etici di Ankh-Morpork si erano ben presto risvegliati, e i vigili del fuoco avevano preso a recarsi in gruppo nelle case dei potenziali clienti, facendo commenti del tipo: "Questo posto sembra davvero altamente infiammabile" e 'Probabilmente salterebbe in aria come un petardo se qualcuno per puro sbaglio facesse cadere a terra un fiammifero, non so se mi spiego".


con disgusto da un cane incontinente, si calò l'elmetto sugli occhi e cercò di pensare. Non serviva a nulla correre in giro all'impazzata. Un trampoliere! Ma dove si cominciava a cercare un maledetto drago gigante in una città di un milione di persone? Si accorse che la sua mano destra, di propria iniziativa, aveva aperto l'ultimo cassetto e tre delle sue dita, agendo su ordini sigillati del suo rombencefalo, avevano tirato fuori una bottiglia. Era una di quelle bottiglie che si svuotavano da sole. Il buon senso gli diceva che a volte, occasionalmente, doveva essere stato lui a iniziarle, a rompere il sigillo, a vedere il liquido ambrato che scintillava giù nel collo. Era solo che non riusciva a ricordare quella sensazione. Era come se le bottiglie arrivassero già vuote per tre quarti... Fissò l'etichetta. Sembrava essere il Whisky Sangue di Drago di Jimkin Stringiorso Vecchia Riserva. Economico e forte, ci si potevano accendere falò, disinfettare i cucchiai. Non occorreva berne molto per ubriacarsi, il che era anche meglio. Fu Nobby a svegliarlo con uno scossone, dandogli la notizia che c'era un drago in città e anche che il sergente Colon aveva dato fuori di matto. Vimes rimase seduto e sbatté le palpebre come un gufo mentre le parole lo lambivano. In effetti trovarsi un lucertolone sputafuoco focalizzato con interesse sulle tue zone dove non batte il sole a una distanza di pochi metri, può sconvolgere anche un uomo dalla più robusta costituzione. Un'esperienza del genere è in grado di lasciare un segno permanente su chiunque. Vimes stava rielaborando tutto ciò quando si presentò Carota con il Bibliotecario che gli barcollava dietro. «Avete visto? Avete visto?» disse. «Be', l'abbiamo visto tutti» commentò Vimes. «Io so tutto!» esclamò Carota trionfante. «Qualcuno lo ha portato qui usando la magia. Hanno rubato un libro dalla Biblioteca e indovinate come si chiama?» «Non ne ho la più pallida idea» rispose Vimes con un filo di voce. «Si chiama L'evocazione del Drago!» «Oook» confermò il Bibliotecario. «Eh? Di che cosa tratta?» domandò Vimes. Il Bibliotecario fece roteare gli occhi. «Tratta di come evocare un drago. Con la magia!» «Oook».


«Ed è illegale, ecco cos'è!» disse Carota tutto felice. «Rilascio di Creature Feroci per le Strade, contrario alla Legge sugli Animali Selvatici Pubblica...» Vimes gemette. Questo significava che c'entravano i maghi. Non creavano altro che guai, i maghi. «Immagino» disse, «che non ci sia un'altra copia di questo libro in giro, vero?» «Oook». Il Bibliotecario scosse la testa. «E non si dà il caso che tu sappia che cosa c'è scritto?» Vimes sospirò. «Come? Oh. Quattro parole» disse stancamente. «Prima parola. E... Rame. Dame. Come... sì, come. Seconda parola. Parola breve. Mi. Ti. Si... eh, si. Allora: Come si... ho capito, ma volevo dire, non hai ulteriori dettagli? No, va bene». «E adesso che facciamo, signore?» domandò Carota ansioso. «È là fuori» intonò Nobby. «Nella terra, più o meno, durante le ore del giorno. Avvolto su se stesso nella sua tana segreta, in cima a un immenso cumulo d'oro, sogna antichi sogni da rettile nelle ore dell'alba, aspettando il segreto sipario della notte, quando ancora una volta si librerà...» Esitò e poi aggiunse con espressione arcigna: «Perché mi guardate tutti in quel modo?» «Era molto poetico» disse Carota. «Be', tutti sanno che gli antichi draghi usavano dormire su cumuli d'oro» disse Nobby. «È un noto mito popolare». Vimes esaminò con espressione vacua l'immediato futuro. Per quanto vile fosse Nobby, forniva anche una indicazione perfetta di ciò che passava per la mente del cittadino medio. Lo si poteva usare come una specie di cavia per prevedere che cosa sarebbe successo in seguito. «Immagino che lei sia maledettamente interessato a scoprire dove si trovi quel cumulo, no?» domandò Vimes, per tastare il terreno. Nobby assunse un aspetto ancora più viscido del solito. «Be', capitano, stavo pensando di guardarmi un po' attorno. Sa. Quando sono fuori servizio, ovviamente» aggiunse in tono virtuoso. «Oh, santo cielo» commentò il capitano Vimes. Sollevò la bottiglia vuota e, con gran cura, la rimise nel cassetto. I Confratelli Elucidati erano nervosi. Una specie di paura crepitava fra di loro. Si trattava della paura di chi, dopo essersi allegramente divertito a versare la polvere e inserire il colpo in canna, scopre che premere il grillet-


to ha provocato uno scoppio fragoroso e che ben presto qualcuno dovrà per forza arrivare a controllare chi ha fatto tutto quel rumore. Il Supremo Grande Maestro sapeva tuttavia di averli in pugno. Pecore e agnelli, pecore e agnelli. Visto che non potevano fare niente di molto peggiore di quello che avevano già fatto sarebbero anche potuti andare avanti e mandare al diavolo il mondo, fingendo che fosse comunque loro intenzione farlo già dal principio. Oh, che gioia... Solo Fratello Intonacatore era realmente felice. «Che sia di lezione a tutti i verdurai oppressori» continuava a dire. «Sì, ehm» tentennò Fratello Guardaporta. «L'unico problema è: non c'è pericolo che accidentalmente finiamo con l'evocare il drago qui, vero?» «Io... cioè, noi... lo teniamo perfettamente sotto controllo» disse tranquillizzante il Supremo Grande Maestro. «Il potere è nostro, ve lo assicuro». I Fratelli si rallegrarono un poco. «E adesso» continuò il Supremo Grande Maestro, «c'è la questione del re». I Fratelli assunsero un'espressione solenne, eccetto Fratello Intonacatore. «Allora lo abbiamo trovato?» domandò. «Una bella botta di...» «Ma non stai mai a sentire, vero?» lo interruppe bruscamente Fratello Torrearmata. «È già stato spiegato tutto la settimana scorsa, non andiamo in giro a cercare nessuno, noi il re lo facciamo». «Pensavo che dovesse saltare fuori. A causa del Destino». Fratello Torrearmata sogghignò. «Il Destino lo abbiamo aiutato un po' noi». Il Supremo Grande Maestro sorrise nelle profondità del mantello. Erano sorprendenti quelle storie mistiche. Bastava dire una bugia e poi quando non se ne aveva più bisogno dirne un'altra e assicurare tutti che stavano progredendo sulla via della saggezza. A quel punto, invece di scoppiare a ridere, ti seguivano ancora di più, sperando che al centro di tutte quelle bugie avrebbero trovato la verità. Un passo alla volta arrivavano ad accettare l'inaccettabile. Sorprendente. «Santissimi numi, che furbata» esclamò Fratello Guardaporta. «E come facciamo, allora?» «Ascolta, il Supremo Grande Maestro ha detto quello che dobbiamo fare: troviamo un bel ragazzone che è bravo a prendere ordini, lui uccide il drago e siamo a cavallo. Semplice. Molto più intelligente che aspettare un cosiddetto re vero».


«Ma...» Fratello Intonacatore sembrava sprofondato nelle fatiche dell'attività cerebrale, «se noi controlliamo il drago, e noi controlliamo il drago, vero? allora non abbiamo bisogno che nessuno lo uccida, possiamo semplicemente smettere di evocarlo e tutti saranno felici, no?» «Oh, certo» commentò acido Fratello Torrearmata, «voglio proprio immaginarlo. Saltiamo fuori noi e diciamo: "Salve, non daremo più fuoco alle vostre case, che ve ne pare?" Tutta la storia riguardo al re è che diventerà una specie di, una specie di...» «Simbolo innegabilmente potente e romantico dell'autorità assoluta» suggerì serenamente il Supremo Grande Maestro. «Proprio così» esclamò Fratello Torrearmata. «Una potenza di autorità». «Oh, capisco» disse Fratello Intonacatore. «Giusto. D'accordo. Ecco cosa sarà il re». «Proprio così» ribadì Fratello Torrearmata. «Nessuno si metterà a discutere con una potenza di autorità, no?» «Esattamente» disse Fratello Torrearmata. «Un bel colpo di fortuna, allora, aver trovato il vero re proprio adesso» commentò Fratello Intonacatore. «Una probabilità su un milione, no?» «Non abbiamo trovato il vero re. Non abbiamo bisogno del vero re» disse stancamente il Supremo Grande Maestro. «Per l'ultima volta! Ho solo trovato un ragazzo promettente a cui sta bene la corona in testa, che sa prendere ordini e che sa come sventolare una spada. Adesso statemi a sentire...» La questione dello sventolare era importante, ovviamente. Non aveva molto a che fare col brandire. Brandire e usare una spada, secondo il Supremo Grande Maestro, era semplicemente una questione spinosa di chirurgia dinastica. Si trattava di affondare e tagliare. Un re, invece, doveva sapere sventolare una spada. Quella doveva riflettere la luce proprio nel modo giusto, così da non lasciare alcun dubbio negli astanti che si trovavano in presenza del Prescelto dal Destino. Gli era occorso parecchio tempo per preparare la spada e lo scudo. Gli erano anche costati un bel po'. Lo scudo scintillava come un dollaro nell'orecchio di uno spazzacamino ma la spada, la spada era magnifica... Era lunga e brillante. Sembrava un oggetto fatto da un genio della metallurgia (uno di quegli omini Zen che lavora soltanto alla luce dell'alba riuscendo a battere un sandwich a tre strati di acciaio ripiegato in qualcosa che ha il filo tagliente di un rasoio e il potere bloccante di un rinoceronte in calore sotto acido) che si era poi ritirato in lacrime perché non avrebbe


mai più potuto produrre niente di così bello. Sull'elsa c'erano così tante pietre che il fodero era doverosamente di velluto e, per fissarla, bisognava guardare attraverso un vetro oscurato. Il solo posarvi sopra la mano conferiva regalità. Per quanto riguardava il ragazzo... era un suo lontano cugino, entusiasta, vanesio e stupido in modo passabilmente aristocratico. Al momento era sotto sorveglianza in una distante casa di campagna, con un adeguato rifornimento di beveraggi e svariate donzelle, anche se ciò che più gli interessava sembravano essere gli specchi. Aveva probabilmente la stoffa dell'eroe, pensò desolato il Supremo Grande Maestro. «Immagino» disse Fratello Torrearmata, «che non sia il vero erode al trono?» «Che intendi dire?» chiese il Supremo Grande Maestro. «Be', lei sa come vanno queste cose. Il Fato gioca strani scherzi. Haha. Sarebbe da ridere, no» continuò Fratello Torrearmata, «se saltasse fuori che questo ragazzo è il vero re. Dopo tutta la pena che ci siamo dati...» «Non c'è più nessun vero re!» esclamò bruscamente il Supremo Grande Maestro. «Cosa vi aspettate? Gente che vaga nei deserti per centinaia e centinaia di anni tramandando pazientemente una spada e una voglia sulla pelle? Qualche magia?» Sputò quella parola. Lui avrebbe fatto uso di magia, come mezzo per un fine, il fine giustifica i mezzi e roba del genere, ma arrivare addirittura a crederci, a credere che avesse un briciolo di forza morale, come la logica, lo fece rabbrividire. «Santo cielo, amico mio, sii logico! Sii razionale. Perfino se qualcuno della vecchia famiglia reale fosse sopravvissuto, la linea di sangue sarebbe ormai così annacquata che migliaia di persone potrebbero rivendicare il trono. Perfino...» cercò di pensare all'ultimo pretendente possibile, «... perfino qualcuno come Fratello Cessaiolo». Fissò i Confratelli riuniti. «Non lo vedo qui, stasera, a proposito». «È successa una cosa strana» disse Fratello Torrearmata con espressione riflessiva. «Non l'ha sentita?» «Cosa?» «È stato morso da un coccodrillo mentre tornava a casa ieri notte. Poveretto». «Cosa?» «Una probabilità su un milione. Era scappato da un serraglio o qualcosa del genere, e si era acquattato nel giardinetto sul retro di casa sua. Cessaiolo si è chinato per prendere le chiavi che teneva sotto lo zerbino e quello


l'ha beccato lì presso i funes».14 Fratello Torrearmata armeggiò sotto il mantello e tirò fuori una busta marrone tutta stropicciata. «Stiamo facendo una colletta per comperargli un po' d'uva, non so se lei vorrebbe unirsi...» «Segnami per tre dollari» disse il Supremo Grande Maestro. Fratello Torrearmata annuì. «Che buffo» osservò, «lo avevo già fatto». Solo qualche altra notte, pensò il Supremo Grande Maestro. Per domani la gente sarà già così disperata che incoronerebbe perfino un troll con una gamba sola, se la liberasse dal drago. Avremo un re, avremo un consigliere, un uomo di fiducia ovviamente e questa stupida marmaglia potrà tornare nelle fogne. Niente più travestimenti, niente più rituali. Niente più evocazioni di draghi. Posso smettere, pensò. Posso smettere quando voglio. Le strade all'esterno del palazzo del Patrizio erano stipate. C'era una folle aria da fiera. Vimes fece scorrere uno sguardo esperto sull'accozzaglia di gente che aveva davanti. Si trattava del solito tumulto di Ankh-Morpork nei momenti di crisi: metà della gente era lì per lamentarsi, un quarto era lì per vedere l'altra metà e il resto era lì per rubare, importunare o vendere panini a tutti gli altri. C'erano tuttavia alcune facce nuove. Un gran numero di uomini dall'aspetto truce con grossi spadoni a tracolla e fruste agganciate alla cintura avanzavano tra la folla con passo deciso. «Le notizie viaggiano veloci» osservò una voce familiare vicino al suo orecchio. «Buon giorno, capitano». Vimes fissò il volto sorridente e cadaverico di Dibbler Mi-VoglíoRovinare, fornitore di qualsiasi articolo si potesse vendere in tutta fretta per una strada affollata con la garanzia di essere caduto da un carro tirato da buoi. «Buon giorno Rovina» disse Vimes distrattamente. «Che cosa vendi oggi?» «Roba buona, capitano». Rovina gli si accostò. Era il genere di persona che poteva far suonare un "buon giorno" come l'occasione della vita che non si sarebbe mai più presentata. Fece roteare gli occhi nelle orbite, come due criceti nella ruota. «Non ci si può permettere di restarne senza» sibilò. «Crema anti-drago. Garanzia personale: se uno viene incenerito il rimborso è completo e immediato, niente fandonie». «Stai dicendo» rispose Vimes lentamente, «se ho capito correttamente l'enunciato, che se vengo fatto arrosto dal drago tu restituisci il denaro?» 14 Un tipo di geranio.


«Dietro presentazione personale della richiesta di risarcimento» disse Mi-Voglio-Rovinare. Svitò il tappo di un vasetto di pomata verde brillante e lo mise sotto il naso di Vimes. «Fatto con oltre cinquanta spezie rare secondo una ricetta conosciuta solo da una manciata di antichi monaci che vivono da qualche parte in qualche montagna. Un dollaro al vasetto, perché mi voglio rovinare. Si tratta di un servizio pubblico, in realtà» aggiunse con espressione pia. «Bisogna dare merito a questi antichi monaci per averlo prodotto così in fretta» commentò Vimes. «Sono abilissime canaglie» confermò Mi-Voglio-Rovinare. «Deve essere tutta quella meditazione e lo yogurt di yak». «Che sta succedendo, Rovina?» domandò Vimes. «Chi sono tutti quei tizi con gli spadoni?» «Cacciatori di draghi, capitano. Il Patrizio ha promesso una ricompensa di cinquantamila dollari per chiunque gli porti la testa del drago. Che non sia attaccata al drago, però: quell'uomo non è mica stupido». «Cosa?» «È quello che ha detto. È tutto scritto sui cartelloni». «Cinquantamila dollari!» «Mica robetta per polli, eh?» «Direi piuttosto foraggio per draghi» commentò Vimes. Guai seri in vista, accidenti. «Sono stupito che tu non abbia ancora preso una spada per unirti al gruppo». «Io sono più in quello che si può definire il settore dei servizi, capitano». Rovina si guardò attorno con espressione cospiratoria e poi passò a Vimes un foglietto di pergamena. C'era scritto: SCUDI A SPECCHIO ANTI-DRAGO A 500 $ RIVELATORE PORTATILE DI TANE A 250$ FRECCE TRAFIGGI-DRAGO A 100$ CADAUNA PALE A 5$ PICCONI A 5$ SACCHI A 1$ Vimes glielo riconsegnò. «Perché i sacchi?» domandò. «Per il tesoro» disse Rovina. «Oh, già» commentò sarcastico Vimes. «È ovvio». «Sa che le dico» disse Rovina, «sa che le dico? Per voi ragazzi in uniforme faccio un dieci per cento di sconto».


«Perché ti vuoi rovinare, vero, Rovina?» «Quindici per cento per gli ufficiali!» incalzò Rovina, mentre Vimes si allontanava. Il motivo del leggero stato di panico che trapelava dalla sua voce fu presto chiaro. Aveva un sacco di concorrenti. Gli abitanti di Ankh-Morpork non erano eroi di natura ma venditori di natura. Nello spazio di qualche metro Vimes avrebbe potuto acquistare ogni genere di arma magica con un genuino certyficato di otenticità per ciascheduno, un mantello che rendeva invisibili (un vero tocco di classe, pensò Vimes, impressionato da come il proprietario della bancarella stesse usando una cornice da specchio senza specchio dentro) e, per sdrammatizzare, biscotti a forma di drago, palloncini e girandole su bastoncini. I braccialetti in rame che garantivano di tenere lontani i draghi erano una trovata carina. Parevano esserci in giro tanti sacchi e pale quante spade. Tutto merito dell'oro. Il tesoro. Pfui! Cinquantamila dollari! Un ufficiale della Guardia guadagnava trenta dollari al mese e doveva pagare per il dentista. Cosa non avrebbe potuto fare con cinquantamila dollari... Vimes ci pensò per un po' e poi pensò alle cose che avrebbe potuto fare con cinquantamila dollari. Tanto per cominciare erano molte di più. Per poco non andò a sbattere contro un gruppo di uomini assiepati attorno a un cartello inchiodato a una parete. Annunciava, in effetti, che la testa del drago che aveva terrorizzato al città avrebbe avuto un valore di 50.000$ da consegnare all'ardito eroe che l'avesse portata a palazzo. Uno del gruppo, che per dimensione, armi e il modo in cui teneva il segno con un dito, Vimes identificò come il capo degli eroi, stava leggendo per gli altri. «... al pal-las-so» concluse. «Cinquantamila» rifletté un altro sfregandosi il mento. «Lavoro mal pagato» disse l'intellettuale. «Ben al di sotto della tariffa. Dovrebbe essere mezzo regno e la mano di sua figlia». «Sì, ma lui non è un re. È un Patrizio». «Be', allora metà del suo patrimonio o quello che è. Com'è sua figlia?» I cacciatori lì riuniti non lo sapevano. «Non è sposato» spiegò Vimes volenterosamente. «E non ha una figlia». Si voltarono e lo squadrarono dall'alto al basso. Vimes riusciva a leggere il disprezzo nei loro occhi. Probabilmente si imbattevano in dozzine di persone come lui ogni giorno. «Non ha una figlia?» ripeté uno di loro.


«Vuole che la gente gli uccida un drago e non ha nemmeno una figlia?» Vimes sentì dentro di sé il dovere di difendere il Signore della città. «Ha un cagnolino a cui è affezionatissimo» aggiunse zelante. «Maledizione, che schifo non avere nemmeno una figlia» ribatté un altro. «E cosa sono cinquantamila dollari di questi tempi? È una cifra che si spende in reti». «Giusto» osservò un altro. «La gente pensa che è una fortuna ma non calcola che, come dire, non c'è la pensione, ci sono tutte le spese mediche e bisogna comprare e mantenere la propria attrezzatura...» «... c'è la penuria di vergini...» annuì un piccolo cacciatore grassoccio. «Già e poi c'è... cosa?» «Io sono specializzato in unicorni» spiegò il cacciatore con un sorriso imbarazzato. «Oh, certo». Il primo sembrò uno che muore dalla voglia di porre una domanda. «Pensavo che fosse rarissimo trovarne di questi tempi, no?» «Per questo hai ragione. Non si vedono nemmeno molti unicorni» disse il cacciatore di unicorni. Vimes ebbe l'impressione che, nella sua intera vita, fosse l'unica battuta che quell'uomo aveva fatto. «Be', certo. I tempi sono duri» osservò in tono tagliente il primo interlocutore. «Anche i mostri si fanno sempre più pretenziosi» disse un altro. «Ho sentito di quel tipo che ha ucciso un mostro in un lago, senza problemi e poi ne ha infilzato le braccia sopra la porta...» «Pour encourjay lays ortras» commentò uno degli ascoltatori. «Giusto, e sai che è successo? È arrivata la mamma del mostro e si è lamentata. Il giorno dopo gli si è presentata la mamma in casa e si è lamentata. Proprio lamentata. Ecco il rispetto che ci riservano». «Le femmine sono sempre le peggiori» disse con espressione truce un altro cacciatore. «Conoscevo una gorgone strabica, una volta, che era un vero terrore. Continuava a trasformarsi il naso in pietra». «Sono le nostre chiappe che mettiamo a repentaglio ogni volta» disse l'intellettuale. «Voglio dire, vorrei avere un cavallo per ogni cavallo che mi è stato mangiato da sotto la sella». «Giusto. Cinquantamila dollari? Se li può infilare...» «Già». «Proprio così. Taccagno». «Andiamo a farci un goccetto». «Giusto».


Annuirono sdegnati, tutti d'accordo e si incamminarono con incedere marziale verso il Tamburo Riparato, tutti eccetto l'intellettuale che tornò timidamente e con un certo imbarazzo verso Vimes. «Che tipo di cane?» domandò. «Cosa?» disse Vimes. «Ho detto, che tipo di cane?» «Un piccolo terrier a pelo corto, mi sembra» rispose Vimes. Il cacciatore rifletté per qualche istante. «No» disse alla fine e si affrettò a raggiungere gli altri. «Credo che abbia una zia a Pseudopoli» gli gridò dietro Vimes. Non ci fu risposta. Il capitano della Guardia alzò le spalle e proseguì, attraverso la folla, in direzione del palazzo del Patrizio... ... dove il Patrizio stava gestendo un difficile pranzo di lavoro. «Gentiluomini!» schioccò. «Non vedo proprio cos'altro resti da fare!» I capi cittadini riuniti bofonchiarono fra loro. «In momenti come questi è tradizione che si faccia avanti un eroe» disse il Presidente della Gilda degli Assassini. «Un ammazzadraghi. Dov'è? È questo che vorrei sapere! Perché le nostre scuole non stanno fornendo giovani elementi con le capacità di cui la società ha bisogno?» «Cinquantamila dollari non mi sembrano un gran che» osservò il Presidente della Gilda dei Ladri. «Potrà non essere molto per lei, mio caro signore, ma è tutto quello che la città si può permettere» replicò il Patrizio con fermezza. «Se non si può permettere più di quello non penso che ci sarà una città ancora a lungo» ribatté il ladro. «E che mi dite del commercio?» disse il rappresentante della Gilda dei Mercanti. «La gente non navigherà certo fin qui con un carico di pregiati commestibili per vederli incenerire, non vi pare?» «Signori! Signori!» Il Patrizio sollevò le mani in modo conciliatorio. «A me sembra» proseguì sfruttando la breve pausa, «che quello che ci troviamo ad affrontare è un fenomeno rigorosamente magico. Vorrei un'opinione dal nostro dotto amico su questo punto. Eh?» Qualcuno dette una gomitata all'Arcicancelliere dell'Università Invisibile che si era assopito. «Eh? Cosa?» disse il mago riportato bruscamente a uno stato di veglia. «Ci stavamo chiedendo» ripeté a voce alta il Patrizio, «che cosa intendesse fare riguardo al suo drago».


L'Arcicancelliere era anziano, ma un'intera vita di sopravvivenza nel mondo della magia competitiva e delle bizantine linee di condotta dell'Università Invisibile gli consentirono di montare un'argomentazione difensiva nel giro di una frazione di secondo. Non si rimaneva Arcicancellieri a lungo se si permetteva a quel genere di ingenuo commento di passare inosservato. «Il mio drago?» domandò. «È ben risaputo che i grandi draghi sono estinti» disse bruscamente il Patrizio. «E inoltre il loro habitat naturale era decisamente di tipo rurale. Mi sembra quindi che questo sia proprio di origine mag...» «Con il dovuto rispetto, Lord Vetinari» ribatté l'Arcicancelliere, «si è spesso sostenuto che í draghi siano estinti, ma l'attuale evidenza, se posso avere l'ardire, tende a gettare una discreta ombra di dubbio su tale teoria. Per quanto concerne l'habitat, quello che ci troviamo a osservare altro non è che un mutamento di schema comportamentale, causato dall'allargamento delle aree urbane nella campagna che ha condotto molte creature finora rurali ad adottare, e in molti casi ad abbracciare positivamente, uno stile di vita più municipale; molte di esse rifioriscono a causa delle nuove opportunità che si sono loro aperte. Per esempio, le volpi mi ribaltano sempre i bidoni della spazzatura». Mostrò un sorriso raggiante. Era riuscito a cavarsela perfettamente senza avere nemmeno bisogno di pensare. «Sta forse dicendo» osservò lentamente l'assassino, «che ci troviamo di fronte a un drago civico?» «È l'evoluzione all'opera» rispose tutto felice il mago. «Dovrebbe anche avere delle buone opportunità» aggiunse. «Ci sono un sacco di luoghi adatti alla nidificazione e una più che adeguata quantità di cibo». Quell'affermazione venne accolta dal silenzio generale, finché il mercante non disse: «Ma che cosa mangiano esattamente?» Il ladro scrollò le spalle. «Mi sembra di ricordare delle storie su vergini incatenate a grosse rocce» suggerì. «Allora qui morirà di fame» commentò l'assassino. «Siamo su terreno argilloso». «Andavano comunque in giro famelici» disse il ladro. «Non so se possa aiutare...» «Comunque» disse il capo dei mercanti, «mi sembra di nuovo che il problema sia suo, mio signore». Cinque minuti dopo il Patrizio stava misurando l'Ufficio Oblungo a


grandi passi, fumando. «Mi stavano prendendo in giro» disse il Patrizio. «Me ne sono accorto!» «Ha suggerito una commissione di lavoro?» domandò Wonse. «Certo! Questa volta però non ha funzionato. Sa, sono davvero incline ad aumentare la taglia». «Non penso che funzionerebbe, mio signore. Qualsiasi squartatore di mostri professionista conosce bene la tariffa vigente». «Ah! Mezzo regno» bofonchiò il Patrizio. «E la mano di sua figlia» aggiunse Wonse. «Immagino che una zia non sia accettabile, vero?» disse speranzoso il Patrizio. «La tradizione pretende una figlia, mio signore». Il Patrizio annuì con espressione truce. «Forse lo possiamo corrompere» disse a voce alta. «I draghi sono intelligenti?» «Credo che la parola usata tradizionalmente sia "astuti", mio signore» disse Wonse. «Mi risulta che abbiano un debole per l'oro». «Davvero? E per che cosa lo spendono?» «Ci dormono sopra, mio signore». «Cosa, vuoi dire che lo mettono dentro il materasso?» «No, mio signore. Sopra». Il Patrizio esaminò questa affermazione rigirandola nella mente. «Ma non lo trovano un po' bitorzoluto?» domandò. «Penso di sì, signore. Non credo che nessuno glielo abbia mai chiesto». «Uhmm. Sanno parlare?» «Apparentemente lo fanno molto bene, signore». «Oh. Interessante». Il Patrizio stava pensando: se può parlare, può negoziare. Se può negoziare, lo posso tenere per le pa... per le scaglie o qualsiasi cosa abbiano. «E si dice che abbiano la lingua d'argento» disse Wonse. Il Patrizio si accomodò sulla poltrona. «Solo d'argento?» domandò. Si udì il suono di voci attutite in un corridoio esterno e Vimes venne fatto accomodare. «Oh, capitano» disse il Patrizio. «Qualche progresso?» «Come scusi, mio signore?» domandò Vimes mentre la pioggia gli cadeva dal mantello. «In merito all'arresto di tale drago» disse il Patrizio con fermezza.


Click to View FlipBook Version