«Il trampoliere?» domandò Vimes. «Sa bene cosa intendo dire» ribatté tagliente Vetinari. «Le indagini sono in corso» rispose automaticamente Vimes. Il Patrizio sbuffò. «Tutto quello che deve fare è trovare la sua tana» disse. «Una volta trovata la tana si trova il drago. È evidente. Pare che la metà della città la stia cercando». «Sempre che ci sia una tana» commentò Vimes. Wonse sollevò uno sguardo attento. «Perché dice così?» «Stiamo prendendo in considerazione una serie di possibilità» rispose Vimes legnoso. «Se non ha una tana, dove passa le sue giornate?» chiese il Patrizio. «Le indagini stanno proseguendo» rispose Vimes. «Allora prosegua con alacrità. E trovi la tana» disse il Patrizio inacidito. «Sissignore. Ho il permesso di andare, signore?» «Certo. Mi aspetto tuttavia qualche progresso per questa sera, mi ha capito?» Ma perché diamine ho messo in dubbio il fatto che ci fosse una tana? pensò Vimes mentre rientrava nella piazza affollata, alla luce del sole. Perché quel drago non sembra reale, ecco perché. Se non è reale non ha bisogno di fare le cose che noi ci aspettiamo faccia. Come può uscire da un vicolo in cui non è mai entrato? Una volta escluso l'impossibile, tutto quello che resta, per quanto improbabile, deve essere vero. Il problema consisteva nello stabilire cosa fosse impossibile, ovviamente. Era decisamente quello il trucco. Ci fu anche il curioso incidente all'orango, durante la notte... Una volta arrivato il giorno, la Biblioteca prese a brulicare di attività. Vimes ci si muoveva dentro con diffidenza. A rigor di termini, poteva andare in ogni punto della città, ma era risaputo che l'Università ricadeva sotto la Legge Taumaturgica e lui riteneva che non fosse saggio crearsi dei nemici proprio dove si era già fortunati se si usciva fuori alla stessa temperatura (per non parlare della stessa forma) di quando si era entrati. Trovò il Bibliotecario curvo sulla scrivania. Lo scimmione gli lanciò un'occhiata carica di aspettativa. «Non l'ho ancora trovato, mi dispiace» disse Vimes. «Le indagini sono ancora in corso. Tuttavia lei mi può fornire un po' di indicazioni». «Oook?»
«Be', questa è una Biblioteca magica, non è vero? Voglio dire, questi libri sono in un certo senso intelligenti, no? Stavo pensando: scommetto che se entrassi di notte, scatenerebbero un bel putiferio. Perché non mi conoscono. Ma se mi conoscessero, probabilmente non baderebbero alla mia presenza. E così chiunque abbia preso il libro dovrebbe essere un mago, non le pare? O, quanto meno, qualcuno che lavora per l'Università». Il Bibliotecario si guardò bene attorno e poi prese Vimes per mano e lo condusse in una nicchia fra due scansie di libri. Solo a quel punto fece un cenno di assenso col capo. «Qualcuno che conoscono?» Un'alzata di spalle e poi un altro cenno di assenso. «È per questo che ha informato noi?» «Oook». «E non il Consiglio Universitario?» «Oook». «Qualche idea di chi possa essere stato?» Il Bibliotecario alzò le spalle, un gesto decisamente espressivo per un corpo che era fondamentalmente un saccone posto in mezzo a due scapole. «Be', è già qualcosa. Mi faccia sapere se accade qualcos'altro di strano, d'accordo?» Vimes sollevò lo sguardo verso le file di scansie. «Qualcosa di più strano del solito, intendo dire». «Oook». «Grazie. È un piacere avere a che fare con un cittadino che considera proprio dovere collaborare con la Guardia». Il Bibliotecario gli dette una banana. Vimes si sentì stranamente sollevato mentre usciva nuovamente per le affollate strade cittadine. Stava decisamente scoprendo degli indizi. Erano dei tasselli, come un puzzle. Nessuno di essi aveva un significato specifico, ma suggerivano tutti la presenza di un quadro più grande. Tutto quello che aveva bisogno di fare era trovare un angolo, o un pezzo del bordo... Era quasi certo che non si trattasse di un mago, indipendentemente da ciò che ne pensasse il Bibliotecario. Non era quanto meno un vero mago, un mago in piena regola. Quel genere di azione non rientrava nel loro stile. C'era poi la questione della tana. La cosa più sensata sarebbe stata aspettare e vedere se il drago saltava fuori quella notte e cercare di vedere dove. Questo significava trovarsi un posto in alto. C'era forse un modo per individuare precisamente i draghi? Aveva dato un'occhiata al rilevatore di draghi di Dibbler Mi-Voglio-Rovinare, che consisteva unicamente in un pez-
zo di legno su un bastone di metallo. Quando il bastone era bruciato interamente, avevi trovato il drago. Come gran parte dei dispositivi di MiVoglio-Rovinare, era a suo modo perfettamente efficiente essendo al tempo stesso del tutto inutile. Doveva esserci un metodo migliore per trovare quell'essere, che non fosse aspettare fino a trovarsi le dita ustionate. Il sole calante si spandeva all'orizzonte come un uovo alla coque. I tetti di Ankh-Morpork germogliavano di una bella schiera di gargolle anche in tempi normali ma, al momento, brulicavano di uno schieramento tanto orrendo di facce quante non se ne erano mai viste al di fuori di una xilografia che illustrava i danni del gin fra le classi sociali dei non acquirenti di xilografie. Molte delle facce erano attaccate a corpi che portavano un terrificante carico di armi fatte in casa che erano state tramandate di generazione in generazione per secoli, spesso forzatamente. Dal suo trespolo sul tetto del Posto di Guardia, Vimes riusciva a vedere i maghi allineati sui tetti dell'Università e le bande di opportunisti ricercatori di tesori che aspettavano per le strade, vanghe in resta. Se il drago aveva effettivamente un letto da qualche parte in città, il giorno dopo si sarebbe trovato a dormire sul pavimento. Dal basso, da un punto imprecisato, arrivava il grido di Dibbler MiVoglio-Rovinare, o di uno dei suoi colleghi, che vendeva salsicce calde. Vimes provò un improvviso impeto di orgoglio civico. Doveva esserci qualcosa di buono in una cittadinanza che, quando si trovava ad affrontare una catastrofe, pensava a vendere salsicce ai partecipanti. La città era in attesa. Apparve qualche stella. Anche Colon, Nobby e Carota si trovavano sul tetto. Colon aveva il broncio perché Vimes gli aveva vietato di usare l'arco e le frecce. Il loro uso non veniva incoraggiato in città, visto che il peso e la gittata della freccia di un arco lungo poteva infilzare un passante innocente a cento metri di distanza dal passante innocente contro cui era stata puntata. «È giusto» disse Carota, «secondo la Legge sulle Armi Propulsive (Sicurezza Civica) del 1634». «Non continuare a citare tutta quella roba» schioccò Colon. «Non abbiamo più nessuna di quelle leggi! E tutta roba vecchia! Adesso è tutto più comecavolosichiama. Prammatico». «Legge o non legge» intervenne Vimes, «io ho detto di metterli via». «Ma capitano, io ero un campione!» protestò Colon. «E poi» aggiunse
stizzoso, «c'è un sacco di altra gente che li ha». Era vero. I tetti vicini erano irti come porcospini. Se quel povero essere si fosse presentato, avrebbe pensato di stare volando attraverso legno solido con delle fessure in mezzo. Si poteva quasi provare pena per lui. «Ho detto di metterli via» ripeté Vimes. «Non voglio che le mie guardie colpiscano dei cittadini. Li metta via e basta». «È vero» intervenne Carota. «Noi siamo qui per proteggere e per servire, non è così capitano?» Vimes gli lanciò un'occhiata in tralice. «Ehm» disse. «Già. Proprio così». Sul tetto della casa sulla collina, Lady Ramkin aveva sistemato una sedia pieghevole decisamente inadeguata, regolato il telescopio, piazzato sul parapetto di fronte a sé una caraffa di caffè con dei panini e si era accomodata in attesa. Teneva sulle ginocchia un taccuino. Passò una mezz'ora. Bordate di frecce salutarono una nuvola passeggera, svariati pipistrelli sfortunati e la luna nascente. «L'ha presa per una guerra» disse alla fine Nobby. «Si è spaventato ed è scappato». Il sergente Colon abbassò la picca. «Pare di sì» ammise. «E qui su si sta facendo freddo» osservò Carota. Dette una gomitatina al capitano Vimes, che si era accasciato presso il camino e fissava il vuoto con aria depressa. «Forse dovremmo scendere, signore» disse. «Lo sta facendo un sacco di gente». «Eh?» disse Vimes senza muovere la testa. «Potrebbe anche venire a piovere» proseguì Carota. Vimes non disse nulla. Per qualche minuto aveva osservato la Torre delle Arti, centro dell'Università Invisibile e considerata l'edificio più antico della città. Di certo era il più alto. Il tempo, il clima e una ristrutturazione distratta gli avevano conferito un aspetto nodoso, come un albero che ha visto troppi temporali. Vimes stava cercando di ricordarne la forma. Come spesso succede con molte cose che sono estremamente familiari, non l'aveva guardata attentamente da anni. Adesso stava cercando di convincersi che la foresta di piccole torri e merlature sulla sua cima apparissero oggi proprio come erano apparse ieri. Ma gli riusciva davvero difficile. Senza distogliere lo sguardo da essa, prese per una spalla il sergente Co-
lon e lo puntò delicatamente nella direzione giusta. Gli disse: «Non vede niente di strano in cima alla torre?» Colon la fissò per qualche istante e poi scoppiò in una risata nervosa. «Be', sembra che ci sia seduto sopra un drago, no?» «Già. Proprio quello che pensavo anche io». «Solo, solo, solo se lo guardi con grande attenzione ti accorgi che è fatto di ombre, ammassi di edera e roba del genere. Voglio dire, se si socchiude un occhio assomiglia a due vecchie con una carriola». Vimes ci provò. «No» disse. «Continua a sembrare un drago. Bello grosso anche. Un po' incurvato, che guarda in basso. Guardi, si vedono anche le ali ripiegate». «Mi scusi, signore. È solo una torretta sbreccata che dà quell'effetto». Rimasero a guardare per un po'. Vimes disse, quindi: «Mi dica, sergente... glielo chiedo per pura curiosità... a che cosa può essere dovuto l'effetto di un paio di immense ali che si dispiegano?» Colon deglutì. «Penso che quello è dovuto a un paio di immense ali, signore» rispose. «Esatto, sergente». Il drago si lanciò. Non fu una picchiata. Semplicemente saltò dalla cima della torre e in parte cadde, in parte volò giù, verso il basso, scomparendo alla vista dietro gli edifici dell'Università. Vimes si accorse di stare aspettando il tonfo. Poi il drago riapparve, muovendosi come una freccia, muovendosi come una stella cadente, muovendosi come qualcosa che ha trasformato non si sa come una picchiata di dieci metri al secondo in un inarrestabile tuffo verso l'alto. Planò sopra i tetti delle case poco più che ad altezza uomo, e il tutto fu reso ancora più orribile a causa del suono. Era come se l'aria venisse lentamente e coscienziosamente strappata in due. Gli stessi membri della Guardia si appiattirono al suolo. Vimes ebbe una fuggevole visione di lineamenti vagamente equini, prima che schizzassero via. «Che cazzo» esclamò Nobby da qualche parte nelle grondaie. Vimes raddoppiò la presa sul camino e si tirò in piedi. «Lei è in uniforme, caporale Nobbs» disse con una voce quasi per niente scossa. «Mi scusi, capitano. Che cazzo, signore». «Dov'è il sergente Colon?» «Quaggiù, signore. Appeso a questa grondaia, signore».
«Oh, per l'amor del cielo. Aiutalo a salire, Carota». «Caspita» disse Carota, «guardi come fila!» Si poteva stabilire la posizione del drago dallo sbatacchiare di frecce attraverso la città e dalle grida e i gorgoglii di tutti quelli colpiti dai colpi mancati e dai rimbalzi. «Non ha nemmeno sbattuto ancora le ali!» gridò Carota, cercando di salire in piedi sulla gola del camino. «Guardi come fila!» Non dovrebbe essere così grosso, pensò Vimes fra sé, guardando l'immensa sagoma che virava sul fiume. È lungo come una strada! Si vide uno sbuffo di fiamme sopra le banchine di attracco e, per un momento, la creatura passò davanti alla luna. A quel punto sbatté le ali, una volta sola, con un rumore simile a quello delle pelli umide di un'intera mandria di purosangue che viene sbattuta attraverso una scogliera. Virò in uno stretto cerchio, picchiò l'aria qualche volta per acquistare velocità e poi tornò. Quando passò al di sopra del Posto di Guardia, sputò una colonna di fuoco bianco. Le tegole sotto di esso non si limitarono a fondersi, ma eruppero in goccioloni rosso incandescente. La canna fumaria del camino esplose e fece piovere mattoni su tutta la strada. Immense ali martellarono l'aria mentre la creatura si librava sopra l'edificio in fiamme, lanciando fuoco su quello che molto rapidamente si trasformò in un ammasso ardente. Poi, quando tutto quello che rimase fu solo una pozza di roccia fusa che si allargava con dentro interessanti bolle e striature, il drago si innalzò con uno sdegnoso colpo di ali e sfrecciò via e su nel cielo, sopra la città. Lady Ramkin abbassò il telescopio e scosse lentamente la testa. «Non è giusto» sussurrò. «Non è affatto giusto. Non dovrebbe essere in grado di fare nulla di simile». Sollevò nuovamente le lenti e socchiuse gli occhi, cercando di vedere cosa fosse andato a fuoco. Sotto, nelle lunghe gabbie, i piccoli draghi presero a ululare. Per tradizione, quando ci si sveglia da uno stato di benedetta e tranquilla incoscienza, ci si chiede: "Dove sono?" Fa probabilmente parte della consapevolezza di specie o qualcosa del genere. Vimes lo disse. La tradizione consente una vasta scelta di seconde battute. Punto chiave
nel processo di selezione è un inventario per vedere se il corpo ha ancora tutti i pezzi che si ricordava avere ieri. Vimes controllò. Arriva poi la parte più stuzzicante. Quando ormai la valanga della coscienza ha cominciato a rotolare, scoprirà che si sta risvegliando all'interno di un corpo steso in un canale di scolo con qualcosa di multiplo (multiplo cosa non importa, dopo un aggettivo come "multiplo" non c'è mai nulla di buono), oppure tra lenzuola pulite, con una mano che lenisce il dolore e una figura decisa vestita di bianco che apre le tende su una brillante nuova giornata? È tutto a posto, con in vista niente di più grave di un tè leggero, una brodaglia nutriente, passeggiate tonificanti in giardino e magari una breve e platonica relazione amorosa con un angelo custode, oppure è stato solo un momento di blackout e un qualche incombente bastardo si sta preparando a dartele di santa ragione con il manico di un'ascia? La consapevolezza vuole sapere: ci saranno botte? A questo punto qualche stimolo esterno risulta utile. Il migliore è "Andrà tutto bene" mentre "Qualcuno gli ha preso le misure?" è decisamente un brutto segno; sempre meglio, tuttavia, di "Voi due tenetegli le mani dietro la schiena". In effetti qualcuno disse: «Ha rischiato grosso, capitano». Le sensazioni di dolore che avevano sfruttato lo stato di incoscienza di Vimes per andarsi a fumare una metaforica sigaretta, ricomparvero di corsa. Vimes disse: «Aaarggh». Aprì quindi gli occhi. C'era un soffitto. Questo escludeva una particolare serie di sgradevoli opzioni e fu un'immagine decisamente ben accetta. La sua vista sfuocata gli mostrò anche il caporale Nobbs, cosa che lo fu molto meno. Il caporale Nobbs non dimostrava nulla: potevi anche essere morto e vedere qualcosa che assomigliava al caporale Nobbs. Ad Ankh-Morpork non c'erano molti ospedali. Tutte le Gilde finanziavano dei sanatori propri e ce n'erano pochi altri pubblici gestiti dalle più strambe organizzazioni religiose, come i Monaci Bilancianti, ma nel complesso l'assistenza medica era inesistente e la gente doveva morire in modo inefficiente, senza l'aiuto dei dottori. Si riteneva, in termini generali, che l'esistenza di cure incoraggiasse la debolezza e che fosse comunque probabilmente contraria alla Natura. «Ho già detto: "Dove sono?"» domandò Vimes con un filo di voce. «Sì».
«Ho ricevuto una risposta?» «Non so che posto è questo, capitano. Appartiene a una tipa di lusso. Ha detto di portarla quassù». Anche se la mente di Vimes sembrava colma di melassa rosa, lui riuscì ad afferrare i due indizi e a forzarli insieme. La combinazione di "ricco" e "quassù" significava qualcosa. Significativo era anche lo strano odore chimico nella stanza, che sopraffaceva perfino la fragranza quotidiana di Nobby. «Non si tratta di Lady Ramkin, vero?» domandò con circospezione. «Potrebbe essere. Una grossa riccona. Va matta per i draghi». Il volto da roditore di Nobby si aprì in uno dei più orribili ghigni che Vimes avesse mai visto. «Lei si trova nel suo letto» gli disse. Vimes si guardò attorno, avvertendo le prime avvisaglie di un panico indefinito. Adesso infatti che riusciva a focalizzare parzialmente, notava una certa mancanza di calzini sparsi e altre amenità da scapolo. C'era perfino un vago sentore di talco. «È una sciccheria» commentò Nobby con aria da intenditore. «Aspetti, aspetti un minuto» disse Vimes. «C'era il drago. Era proprio sopra di noi...» Il ricordo affiorò e lo colpì come uno zombie carico di risentimento. «Sta bene, capitano?» ... gli unghioni aperti, lunghi quanto il braccio di un uomo; il tonfo e lo sbattere delle ali, più grandi di vele; la puzza di sostanze chimiche, solo gli dei sapevano quali... Era stato così vicino che lui aveva potuto vedere le piccole squame sulle sue zampe e il rosso bagliore nei suoi occhi. Erano qualcosa di più che semplici occhi da rettile. Erano occhi in cui si poteva sprofondare. Il fiato poi era stato così caldo da non essere più nemmeno fuoco ma qualcosa di quasi solido, che non bruciava le cose ma le schiacciava... D'altra parte era lì ed era vivo. Il fianco gli faceva male come se fosse stato colpito con una sbarra di ferro ma, nel complesso, era decisamene vivo. «Che cosa è successo?» domandò. «È stato il giovane Carota» disse Nobby. «Ha afferrato lei e il sergente ed è saltato giù dal tetto appena prima che ci colpisse». «Mi fa male un fianco. Deve avermi beccato» disse Vimes. «No, penso che si è fatto male quando ha colpito il tetto del gabinetto esterno» disse Nobby. «Poi è rotolato giù e ha sbattuto contro il barile del-
l'acqua». «E Colon? È ferito?» «Non è ferito. Non proprio ferito. È atterrato più sul morbido. Essendo così pesante è passato attraverso il tetto. Si è fatto un bel bagno di...» «E poi cos'è successo?» «Be', l'abbiamo sistemata un po' comodo e poi tutti hanno cominciato a vagolare e gridare alla ricerca del sergente. Finché non hanno scoperto dove era, ovviamente, e allora sono rimasti a gridare dove erano. Poi è arrivata quella donna strillando» disse Nobby. «Si riferisce a Lady Ramkin?» domandò freddamente Vimes. Adesso le costole gli facevano un male davvero maestoso. «Già. La grassona» rispose Nobby, senza fare una piega. «Cor, se è capace di comandare tutti a bacchetta! "Oh, poveruomo, dovete portarlo a casa mia all'istante". Lo abbiamo fatto. È un gran bel posto. In città stanno tutti correndo all'impazzata in giro come polli senza testa». «Quanti danni ha provocato?» «Be', dopo che lei è svenuto, i maghi lo hanno colpito con sfere di fuoco. Non gli è piaciuto affatto. Sembrava sempre più forte e infuriato. Ha distrutto tutta l'ala Stincodariete dell'Università». «E poi...?» «Praticamente è tutto. Ha mandato in fiamme qualche altra cosa e poi deve essere volato via in tutto quel fumo». «Nessuno ha visto dove sia andato?» «Se lo hanno visto, non lo dicono». Nobby si sedette e sogghignò. «È davvero disgustoso che quella donna viva in una stanza simile. Ha una barca di soldi, dice il sergente, non ha alcun diritto di vivere in una stanza normale. A che serve non volere essere poveri se ai ricchi è permesso di andare in giro a vivere in stanze normali? Dovrebbe essere tutto di marmo». Tirò su col naso. «Comunque ha detto che la dovevo chiamare quando lei si svegliava. Adesso sta dando da mangiare ai draghi. Piccole strane canaglie. È sconvolgente che quella ha il permesso di tenerle». «Che vuole dire?» «Come dire... frequenta i tuoi simili...» Quando Nobby fu uscito trascinando i piedi, Vimes dette un'altra occhiata alla stanza. Mancava, in effetti, delle dorature e dei marmi che Nobby riteneva fossero obbligatori per gente di alto lignaggio. Tutti i mobili erano vecchi e i quadri alle pareti, anche se indubbiamente di valore, sembravano il genere di quadri che si trovano appesi alle pareti perché non si è riusciti
a trovare un altro posto dove metterli. C'erano anche degli acquerelli amatoriali di draghi. Nel complesso, dava l'impressione di una stanza occupata sempre e soltanto da una singola persona che si è distrattamente modellata attorno a lei nel corso degli anni, come un vestito con un soffitto. Era chiaramente la stanza di una donna, ma di una donna che aveva allegramente vissuto la propria vita mentre tutte le romanticherie sdolcinate erano accadute ad altri da altre parti, e che era decisamente grata di godere di ottima salute. I capi di vestiario che erano visibili erano stati scelti in base alle loro qualità di robustezza e durata, probabilmente da una generazione precedente a giudicare dall'aspetto, piuttosto che per il loro uso come artiglieria leggera nella guerra fra i sessi. C'erano boccette e vasetti bene allineati sulla toeletta, ma una certa severità di forma suggeriva che sulle etichette ci fosse scritto "applicare di notte" piuttosto che "un tocco leggero dietro le orecchie". Si poteva immaginare che l'occupante di quella stanza vi avesse dormito dentro per tutta la vita e fosse stata chiamata "la mia piccolina" dal padre fino all'età di quarant'anni. C'era un grande e pratica vestaglia azzurra appesa dietro la porta. Vimes sapeva, senza nemmeno guardarla, che doveva avere un coniglietto sulla tasca. In breve, quella era la stanza di una donna che non si era mai aspettata che un uomo ne vedesse l'interno. Il comodino era carico di carte. Con un certo senso di colpa, ma facendolo comunque, Vimes ci dette un'occhiata. Il tema principale erano i draghi. C'erano lettere del Comitato Mostre del Club Caverna e della Lega degli Amici dei Lanciafiamme. C'erano volantini e appelli del Rifugio Raggiodisole per Draghi Malati... "le fiamme del povero VINNY erano quasi esaurite dopo cinque anni di crudele uso come sverniciatore, ma adesso..." C'erano poi le richieste di donazioni, i discorsi e una serie di cose che corrispondevano a un cuore grande abbastanza per tutto il mondo, o quanto meno, per la parte del mondo che aveva ali e sputava fuoco. Se si lasciava indugiare il pensiero su una stanza simile, si finiva col sentirsi vagamente tristi e pieni di una strana e pervadente compassione, e subito dopo si rischiava di credere che fosse un'ottima idea spazzare via l'intera razza umana e ricominciare da capo con le amebe. Di fianco al mare di carte c'era un libro. Vimes si spostò dolorante e ne guardò la costola. C'era scritto: Malattie dei Draghi, di Sybil Deidre Olgi-
vanna Ramkin. Sfogliò le rigide pagine in estasi inorridita. Si aprivano su un altro mondo, un mondo di problemi del tutto stupefacenti. Gola gonfia. Corna nere. Polmoni secchi. Sacche. Barcollamenti, Conati, Sfoghi, Calcoli. Era sbalorditivo, stabilì lui dopo avere letto qualche pagina, che un drago di palude fosse mai sopravvissuto tanto da vedere un secondo sorgere del sole. Perfino l'attraversare una stanza doveva venire considerato un trionfo biologico. Distolse velocemente lo sguardo dalle meticolose illustrazioni. Si poteva sopportare solo una quantità limitata di interiora. Sentì bussare alla porta. «Ehi? È vestito?» tuonò allegramente Lady Ramkin. «Ehm...» «Le ho portato qualcosa di estremamente nutriente». Non si sa perché, Vimes pensò a una zuppa. Si trattava invece di un piatto pieno di pancetta, patate fritte e uova. Sentì le proprie arterie fremere in preda al panico alla sola vista. «Ho fatto anche del pudding» disse Lady Ramkin, un po' in imbarazzo. «Di solito non cucino molto per me sola. Sa come succede, spignattare per uno». Vimes ripensò ai pasti nel suo alloggio. Non si sa come la carne era sempre grigia, con dei misteriosi filamenti dentro. «Ehm» cominciò a dire, non essendo abituato a rivolgersi alle signore da una posizione prona nei loro letti. «Il caporale Nobbs mi ha detto...» «Che omino pittoresco, quel Nobby!» esclamò Lady Ramkin. Vimes non era certo di riuscire a sopportare tanto. «Pittoresco?» domandò con un filo di voce. «Un vero personaggio. Siamo andati fantasticamente d'accordo». «Davvero?» «Oh, sì. Che riserva infinita di aneddoti ha». «Oh, sì. Quella ce l'ha di sicuro». Vimes restava sempre sconcertato da come Nobby riuscisse ad andare d'accordo praticamente con tutti. Doveva per forza avere qualcosa a che fare con il denominatore comune, stabilì. Nell'intero mondo delle matematiche non poteva esistere alcun denominatore così comune come Nobby. «Ehm» disse e poi scoprì di non potere lasciare perdere quella strana e nuova traversa, «non trova che il suo linguaggio sia un po', ehm, greve?» «Pepato» lo corresse allegramente Lady Ramkin. «Avrebbe dovuto sen-
tire mio padre quando si arrabbiava. Comunque, abbiamo scoperto di avere moltissimo in comune. È una coincidenza incredibile, ma mio nonno una volta ha fatto frustare suo nonno per averlo fissato con dolo». Questo li doveva rendere praticamente parenti, pensò Vimes. Un'altra fitta di dolore sul lato colpito lo fece contrarre. «Ha delle escoriazioni davvero brutte e forse un paio di costole rotte» disse lei. «Se si gira le metterò ancora un po' di questo». Lady Ramkin sbandierò un vasetto con una pomata giallastra. Il volto di Vimes venne attraversato da un'espressione di panico. Istintivamente, si tirò su le lenzuola fino al collo. «Non faccia lo stupidino, amico» disse la donna. «Non vedrò niente che non ho già visto prima. I deretani sono praticamente tutti uguali. È solo che quelli che vedo io di solito hanno la coda. Adesso rotoli su se stesso e tiri su la camicia da notte. Apparteneva a mio nonno, sa». Non era possibile resistere a quel tono di voce. Vimes pensò di pretendere che Nobby venisse convocato come chaperon, e poi stabilì che sarebbe stato ancora peggio. La pomata bruciava come il fuoco. «Che cos'è?» «C'è dentro un sacco di roba. Riduce le escoriazioni e favorisce la crescita di scaglie forti». «Cosa?» «Mi scusi. Probabilmente non scaglie. Non sia così preoccupato. Sono quasi del tutto sicura. Ok, fatto». Gli dette una pacca sul sedere. «Madame, sono capitano della Guardia Notturna» disse Vimes, accorgendosi che era una stupidaggine nel momento stesso in cui gli usciva di bocca. «Mezzo nudo e nel letto di una signora» commentò Lady Ramkin, senza fare una piega. «Adesso si sieda e mangi. Dobbiamo rimetterla in forma per bene». Lo sguardo di Vimes si colmò di panico. «Perché?» domandò. Lady Ramkin infilò una mano nella tasca della giacca sgualcita. «Ho preso alcuni appunti la notte scorsa» disse. «Sul drago». «Oh, il drago». Vimes si rilassò un poco. Al momento il drago gli sembrava una prospettiva ben più tranquillizzante. «Ho anche fatto quattro calcoli. Sa cosa le dico? È una bestia davvero strana. Non dovrebbe essere in grado di volare».
«Su questo ha ragione». «Se è strutturato come i draghi di palude, dovrebbe pesare circa venti tonnellate. Venti tonnellate! È impossibile. Dipende tutto dal peso e dall'apertura alare, sa?» «L'ho visto lanciarsi dalla torre come una rondine». «Lo so. Si sarebbe dovuto strappare le ali e avrebbe dovuto lasciare un grosso buco insanguinato nel terreno» affermò con decisione Lady Ramkin. «Non si bara con l'aerodinamica. Non si può semplicemente progredire in scala da piccolo a grande e basta, capisce? È una questione di potenza muscolare e superfici di sollevamento». «Sapevo che c'era qualcosa che non andava» esclamò Vimes, entusiasmandosi. «E anche le fiamme. Non c'è nulla che possa andare in giro con quel genere di fiamma dentro. Come fanno i draghi di palude?» «Oh, si tratta solo di sostanze chimiche» disse Lady Ramkin sprezzante. «Distillano semplicemente qualcosa di infiammabile da tutto quello che hanno mangiato e accendono la fiamma proprio mentre la sostanza esce fuori dai dotti. Non hanno mai del fuoco vero e proprio dentro di sé, a meno che non venga loro un ritorno di fiamma». «Che succede a quel punto?» «Si ripuliscono brandelli di drago da tutto lo scenario» rispose allegra Lady Ramkin. «Temo che i draghi non siano creature strutturate particolarmente bene». Vimes rimase ad ascoltare. Non sarebbero mai sopravvissuti se non fosse stato per il fatto che le loro paludi di provenienza erano isolate e prive di predatori. Non che un drago poi fosse un gran che come boccone... una volta tolta la pelle di cuoio e gli enormi muscoli del volo, quello che rimaneva doveva dare l'effetto di un bel morso a una fabbrica di sostanze chimiche mal gestita. Non c'era da meravigliarsi che i draghi fossero costantemente malati. Si affidavano ai permanenti problemi di stomaco per rifornirsi di carburante. La maggior parte del loro potenziale cerebrale era occupato a controllare la complessità della digestione, che era in grado di distillare carburanti infiammabili dagli ingredienti più improbabili. Potevano perfino risistemare, nel giro di una notte, il loro apparato di scarico per poter gestire processi particolarmente complessi. Vivevano la maggior parte della vita su un baratro chimico. Un singhiozzo di troppo e diventavano geografia. Quando poi si arrivava a dover scegliere i siti di nidificazione, le femmine mostravano tutto il buon senso e l'istinto materno di una pietra.
Vimes si chiese come mai la gente si fosse tanto preoccupata dei draghi nei tempi antichi. Se ce ne era uno in una caverna nelle vicinanze non c'era altro da fare che aspettare finché non si desse fuoco da solo, saltasse in aria o morisse di indigestione acuta. «Li ha studiati davvero bene, vero?» disse Vimes. «Qualcuno doveva farlo». «Ma che mi dice di quelli grossi?» «Caspiterina, certo. Quelli sono un grande mistero, sa» osservò la donna diventando improvvisamente seria. «Già, me lo aveva detto». «Ci sono delle leggende, sa. Pare che una particolare specie di draghi abbia cominciato a divenire sempre più grande e poi... sia semplicemente svanita». «Vuole dire estinta?» «No... ogni tanto saltavano fuori. Da qualche parte. Carichi di vigore ed energia. Poi, un giorno, smisero del tutto di presentarsi». Lanciò a Vimes un'occhiata trionfante. «Penso che abbiano trovato un luogo dove possano realmente essere». «Realmente essere cosa?» «Draghi. Dove possono realmente realizzare il loro potenziale. Un'altra dimensione o qualcosa del genere. Dove la gravità non è così forte». «Quando l'ho visto» osservò Vimes, «ho pensato: non può esistere una cosa che vola e ha squame come quelle». Si guardarono a vicenda. «Dobbiamo trovare la sua tana» commentò Lady Ramkin. «Nessun maledetto tritone volante può mandare a fuoco la mia città» disse Vimes. «Pensi solo al contributo alla saga dei draghi» continuò Lady Ramkin. «Senta, se qualcuno dovrà mai mandare a fuoco questa città, quello sarò io». «È un'opportunità sconvolgente. Ci sono così tante domande...» «Ha ragione». A Vimes venne in mente una frase di Carota. «Potrebbe esserci utile per le indagini» suggerì. «Domani mattina, però» disse Lady Ramkin con fermezza. L'espressione di severa determinazione di Vimes sbiadì. «Io dormirò al piano di sotto, in cucina» lo rassicurò gioviale Lady Ramkin. «Tengo sempre una brandina pronta di sotto quando è il momento della deposizione delle uova. Alcune femmine hanno bisogno di assisten-
za. Non si preoccupi per me». «Lei ci è davvero molto utile» mormorò Vimes. «Ho mandato Nobby in città ad aiutare gli altri a organizzare il vostro quartier generale» disse Lady Ramkin. Vimes si era completamente dimenticato del Posto di Guardia. «Dev'essere rimasto seriamente danneggiato» azzardò. «Completamente distrutto» precisò Lady Ramkin. «Solo un cumulo di roccia fusa. Vi ho messo a disposizione uno spazio a Pseudopolis Yard». «Come, scusi?» «Oh, mio padre aveva proprietà in tutta la città» disse lei. «A me non servono praticamente a nulla. Ho detto quindi al mio amministratore di dare al sergente Colon le chiavi della vecchia casa di Pseudopolis Yard. Le farà bene venire un po' arieggiata». «Ma quella zona... voglio dire, ci sono ciottoli veri per le strade... il solo affitto, insomma, Lord Vetinari non...» «Non si preoccupi» lo tranquillizzò lei, dandogli una pacca amichevole. «Adesso dovrebbe proprio dormire». Vimes era steso a letto, con la mente in subbuglio. Pseudopolis Yard era sul lato del fiume di Ankh, in un quartiere decisamente residenziale. La vista di Nobby e del sergente Colon che camminavano per la strada alla luce del giorno avrebbe probabilmente avuto lo stesso effetto, su quella zona, dell'apertura di un ospedale di malattie infettive. Si assopì, entrando e uscendo da un sonno in cui draghi giganti lo inseguivano agitando vasetti di pomata... Si svegliò per il frastuono di una folla in tumulto. Lady Ramkin che si ergeva in tutta la sua altezzosità era uno spettacolo che non si dimenticava, anche se ci si poteva provare. Era come osservare la deriva dei continenti a ritroso, con i vari sub-continenti e isole che si riammassavano insieme per formare una singola, massiccia e furente proto-donna. La porta che dava alle gabbie dei draghi pendeva dai cardini; i draghetti, già tesi come un'arpa sotto anfetamina, sembravano impazziti: correvano disordinatamente su e giù per le gabbie, mentre piccoli sbuffi di fiamma battevano contro le piastre in metallo. «Che significa tutto ciò?» domandò lei con tono imperioso. Se un Ramkin si fosse mai dato all'introspezione, lei avrebbe ammesso che non si trattava di una frase particolarmente originale. Tuttavia era co-
moda. Faceva bene il suo lavoro. Il motivo per cui i cliché diventano cliché è che sono i martelli e i cacciaviti nella borsa degli attrezzi della comunicazione. La folla riempì l'arco della porta spezzata. Alcuni agitavano vari attrezzi appuntiti con il tipico movimento sussultorio dei rivoltosi. «Worl» disse il capo, «il drago, è lì dentro?» Ci fu un coro di bofonchiato consenso. «Allora?» domandò Lady Ramkin. «Worl. Ha bruciato la città. Non volano lontano. Qui lei ha i draghi. Potrebbe essere uno di loro, no?» «Già». «Giusto». «QED».15 «Allora noi adesso li ammazziamo tutti.» «Giusto». «Già». «Pro bono publico». Il petto di Lady Ramkin si sollevò e cadde come un impero. Allungò una mano e prese il forcone che stava appeso a un gancio sulla parete. «Un passo ancora, vi ammonisco, e ve ne pentirete». Il capo la oltrepassò con lo sguardo, osservando i draghi in preda alla frenesia. «Davvero?» esclamò con cattiveria. «E che vuole fare?» La bocca di Lady Ramkin si aprì e si richiuse un paio di volte. «Chiamerò la Guardia!» disse alla fine. La minaccia non ebbe l'effetto che lei si era aspettato. Lady Ramkin non aveva mai prestato eccessiva attenzione a quei pezzi della città che non avevano squame addosso. «Be', un vero peccato» commentò il capo. «Sto davvero tremando, sa? Mi sento le ginocchia molli, proprio così». Estrasse una lunga mannaia dalla cintura. «E adesso lei si fa da parte, signora, perché...» Una fiammata verde esplose dal fondo del capannone, passò trenta centimetri al di sopra delle teste della folla e ridusse a una rosetta di cenere lo stipite della porta. Si sentì quindi una voce che sembrava un mellifluo ronzio di pura minaccia letale. 15 Alcuni rivoltosi possono essere decisamente colti.
«Questo è Lord Mongioioso Zannalesta Invernino IV, il drago più incendiario della città. Potrebbe bruciarvi via le teste in un solo sbuffo». Il capitano Vimes avanzò zoppicando dall'ombra. Un draghetto dorato estremamente spaventato gli stava aggrappato saldamente a un braccio. Con l'altra mano lui lo teneva per la coda. I rivoltosi lo guardarono, ipnotizzati. «So bene che cosa state pensando» proseguì pacatamente Vimes. «Vi state chiedendo: dopo questa bella prestazione, avrà ancora delle fiamme? E, sapete, non ne sono sicuro nemmeno io...» Si sporse in avanti, guardando da sopra le orecchie del drago, e la sua voce si fece tagliente come la lama di un coltello: «Quello che vi dovete chiedere è: oggi mi sento fortunato?» La folla indietreggiò mentre lui avanzava. «Allora?» domandò ancora. «Vi sentite fortunati?» Per qualche momento l'unico rumore udibile fu quello dello stomaco di Lord Mongioioso Zannalesta Invernino IV che gorgogliava in modo sinistro mentre il carburante si riversava nelle sue sacche incendiarie. «Adesso stia a sentire, ehm...» disse il capo, gli occhi sbarrati e fissi sulla testa del drago, «non c'è bisogno di arrivare a tanto...» «In effetti potrebbe decidere di fare fuoco per conto suo» ammise Vimes. «Sono costretti a farlo per fermare il gas che aumenta. Il gas aumenta quando sono nervosi. E, sapete, temo che voi li abbiate fatti innervosire parecchio, adesso». Il capo fece quello che voleva essere un cenno vagamente conciliatorio ma, sfortunatamente, lo fece con la mano che impugnava ancora un coltello. «Lo butti via» disse Vimes tagliente, «o diventerà storia». Il coltello rimbalzò sulle pietre del lastricato. Si sentì un grande strascicare di piedi ai margini dell'assembramento, là dove le persone si trovavano così lontane da non riuscire a capire cosa stava accadendo. «Ma prima che il resto di voi buoni cittadini si disperda tranquillamente per tornarsene ai propri affari» disse Vimes in tono significativo, «vi suggerisco di dare una bella occhiata a questi draghi. Qualcuno di loro vi sembra forse lungo venti metri? Direste che hanno un'apertura alare di due metri e mezzo? Quanto sono calde le loro fiamme, secondo voi?» «Non lo so» rispose il capo. Vimes sollevò leggermente la testa del drago. Il capo fece roteare gli occhi.
«Non lo so, signore» si corresse. «Volete scoprirlo?» Il capo scosse la testa e riuscì alla fine anche a trovare un filo di voce: «Ma lei chi sarebbe?» domandò. Vimes si eresse in tutta la propria altezza. «Capitano Vimes della Guardia Notturna» proclamò. L'affermazione venne accolta da un silenzio quasi assoluto. L'eccezione fu data dalla voce allegra, da qualche parte in fondo alla folla, che disse: «Turno di notte, eh?» Vimes guardò la propria camicia da notte. Nella fretta di scendere dal letto, si era infilato distrattamente un paio di ciabatte di Lady Ramkin. Per la prima volta notò che avevano dei pompon rosa. Fu proprio in quel momento che Lord Mongioioso Zannalesta Invernino IV decise di ruttare. Non si trattò di un'altra bordata di fiamme ruggenti. Fu solo una sfera di fiamma umida, quasi invisibile, che rotolò sopra la folla e bruciacchiò qualche sopracciglio. Fece tuttavia la sua bella impressione. Vimes si riprese a meraviglia. Non potevano avere notato il suo breve momento di puro terrore. «Questo è stato solo per attirare la vostra attenzione» li ammonì con una faccia da poker. «Il prossimo sarà un po' più basso». «Ehm» disse il capo. «Ha ragione. Non c'è problema. Ce ne stavamo comunque andando. Qui non ci sono affatto grossi draghi. Ci dispiace di avere disturbato». «Oh, no» esclamò trionfante Lady Ramkin. «Non ve la caverete così facilmente!» Allungò una mano verso una mensola e prese una scatola di latta. C'era una fessura sul coperchio. Tintinnava se sbatacchiata. Sul lato c'era scritto: Rifugio Raggiodisole per Draghi Malati. Il primo giro produsse un ricavo di quattro dollari e trentun centesimi. Dopo che il capitano Vimes ebbe indicato con gesto eloquente il drago, arrivarono miracolosamente altri venticinque dollari e sedici centesimi. A quel punto la folla scappò via. «Abbiamo guadagnato comunque la giornata» disse Vimes quando si trovarono di nuovo soli. «Lei è stato magnificamente ardito!» «Speriamo solo che non si diffonda la voce» commentò Vimes appoggiando con cautela il drago esausto nella sua gabbia. Si sentiva abbastanza frastornato.
Ancora una volta avvertì la sensazione di occhi che lo fissavano. Lanciò uno sguardo alla lunga faccia appuntita di Bravobimbo Fagottino Pennapietra, che indietreggiava in una posa perfettamente descrivibile come quella da Ultimo Cucciolo nel Negozio. Con sua stessa meraviglia, Vimes si trovò ad allungare una mano e a dargli una grattatina dietro le orecchie; o, meglio, dietro quelle due protuberanze coniche ai lati della testa che erano presumibilmente orecchie. Quello reagì facendo uno strano rumore che assomigliava a un grave caso di imbarazzo di stomaco in una birreria. Tirò via la mano in tutta fretta. «Non c'è pericolo» disse Lady Ramkin. «Gli gorgoglia lo stomaco. Significa che lei gli piace». Al sommo dello stupore, Vimes scoprì di gradire la cosa. Per quel che riusciva a ricordare, in tutta la sua vita niente e nessuno aveva mai pensato a tributargli un rutto. «Mi sembrava che lei, ehm, volesse liberarsene» disse Vimes. «Penso che dovrò farlo» rispose la donna. «Sa come succede, però. Ti guardano con quegli occhioni dolci...» Ci fu un breve, mutuo e imbarazzato silenzio. «Che ne direbbe se glielo...» «Non mi starà forse dicendo che me lo...» Si fermarono. «È il minimo che potrei fare» disse Lady Ramkin. «Ma ci sta già dando un nuovo quartier generale e tutto il resto! «Quello è stato semplicemente mio dovere di buona cittadina» osservò Lady Ramkin. «La prego, accetti Bravobimbo da... da amico». Vimes si sentì come spinto su un'asse molto sottile sospesa su un profondissimo abisso. «Non so nemmeno cosa mangiano» disse. «In effetti sono onnivori» rispose lei. «Mangiano praticamente tutto eccetto il metallo e le rocce eruttive. Non si può essere schizzinosi quando ci si evolve dentro una palude». «Ma non ha bisogno di essere portato fuori a fare passeggiate? O voli, o che ne so?» «Lui dorme per la maggior parte del tempo». Grattò il brutto esserino sulla testa squamosa. «È il drago più tranquillo che abbia mai selezionato, devo dire». «E che mi dice di, ehm, ha capito no?» Indicò il forcone per il letame. «Be', principalmente producono gas. Basta tenerlo in un luogo ben venti-
lato. Non ha tappeti di valore, vero? È meglio non permettergli di leccarla in faccia, ma possono essere addestrati a controllare la fiamma. Sono molto utili per accendere i caminetti». Bravobimbo Fagottino Pennapietra si raggomitolò in mezzo a una bordata di rumori da scarico. Hanno otto stomaci, ricordò Vimes; i disegni del libro erano stati molto dettagliati. E c'è un sacco di altra roba, come tubi di distillazione frazionaria e kit da allegro alchimista. Nessun drago di palude avrebbe mai potuto terrorizzare un regno, se non accidentalmente. Vimes si chiese quanti ne fossero stati uccisi da intrepidi eroi. Era terribilmente crudele fare una cosa simile a creature il cui unico crimine era quello di esplodere distrattamente in aria, peculiarità di cui nessun singolo drago faceva una abitudine. Pensare a questo lo fece infuriare. Una razza di... di taccole, ecco che cosa erano quei draghi. Nati per perdere. Vivere in fretta, morire in ampiezza. Onnivori o meno, quello di cui dovevano realmente vivere erano i loro nervi, sbattendo le ali in modo apologetico attraverso il mondo, mortalmente impauriti del loro stesso apparato digerente. La famiglia riusciva a mala pena a superare lo shock dell'esplosione del padre che qualche deficiente con l'armatura arrivava nella palude per infilzare la spada in visceri che, comunque, erano solo a un passo dall'autodistruzione. Già. Sarebbe stato interessante vedere come i grandi uccisori di draghi del passato si sarebbero presentati davanti al grosso drago. Armatura? Meglio non indossarla. Non sarebbe servita a nulla e, quanto meno, le tue ceneri non si sarebbero trovate pre-impacchettate in una sfoglia di alluminio. Continuò a fissare l'esserino malformato, e l'idea che negli ultimi minuti aveva continuato a bussare nella sua mente, cercando la sua attenzione, finalmente fu fatta entrare. Tutti ad Ankh-Morpork volevano trovare la tana del drago. Quanto meno la volevano trovare vuota. Dei pezzetti di legno su un bastone di metallo non sarebbero serviti, ne era certo. Ma, come si diceva, se prendi un ladro...16 Infine il pensiero si tradusse in parole: «Un drago potrebbe sentire l'odore di un altro? Voglio dire, seguire una pista?» Carissima Madre, scrisse Carota, Quando si parla di un evento inaspet- 16 La frase "Prendi un ladro per prendere un ladro" (dopo le forti rimostranze della Gilda dei Ladri) era stata sostituita con un proverbio ben più antico ed essenzialmente Ankh-Morporkiano che diceva: "Prendi una buca profonda con i lati a molla, fili che fanno scattare trappole, turbinanti lame di coltello azionate dall'energia idraulica, vetri rotti e scorpioni per prendere un ladro".
tato, ha notte scorsa il drago ha incendiato il nostro Quartier Generale e guarda un po', ce ne stato dato uno migliore, che si trova in un posto che si chiama Pseudopolis Yard, proprio davanti all'Opera. Il sergente Colon dice che abbiamo fatto Strada nel mondo e ha detto a Nobby di non cercare di vendersi la mobilia. Fare Strada nel Mondo è una metafora e ne sto imparando tante, è come Mentire ma più decorativo. Ci sono dei veri tappeti su cui sputare. Oggi due volte dei gruppi di persone hanno cercato di perquisire le cantine di qui alla ricerca del drago, è sconvolgente. Scavano anche nei gabinetti e si spingono fino agli attici, è come una Febbre. Tanto per cominciare la gente non ha tempo per fare molto altro e il sergente Colon dice che se devi uscire a fare le Ronde e gridare che sono le Dodici e Tutto va Bene mentre un drago ti squaglia le strade ti senti un po' un Burke. Non abito più dalla Signora Palm perché qui ci sono dozzine di camere. È stato triste, mi hanno anche preparato una torta, ma penso che sia meglio così anche se la Signora Palm non mi ha mai fatto pagare l'affitto, cosa molto gentile da parte sua considerando che è una vedova con tante brave figliole da crescere, da fornire di dote eccetera. Ho anche fatto amicizia con quell'orango che continua a venire qui per vedere se abbiamo trovato il suo libro. Nobby dice che è un cretino pullulante di pulci perché gli ha vinto 18 dollari giocando a Storpio signor Cipolla, che è un gioco d'azzardo fatto con le carte a cui io non gioco; ho parlato a Nobby delle Leggi (Regolamenti) sul Gioco d'Azzardo e lui ha detto di fottermi, che penso sia in violazione delle Ordinanze sulla Pubblica Decenza del 1389, ma ho deciso di usare Discrezione. Il capitano Vimes è malato e viene curato da una Signora. Nobby dice che è risaputo che lei è Malata di mente, ma il sergente Colon dice che è perché vive in una casa enorme con un sacco di draghi ma che vale una fortuna e il capitano ha fatto bene a infilare le Gambe sotto al Tavolo. Non capisco che cosa c'entri la mobilia. Questa mattina sono andato a fare una passeggiata con Reet e le ho mostrato molti interessanti esempi di opere in ferro battuto che si possono trovare in città. Ha detto che era molto interessante. Ha detto che sono molto diverso da tutti gli altri che ha conosciuto. Il tuo amato figlio, Carota. P.S. Spero che Minty stia bene. Ripiegò con attenzione il foglio di carta nella busta. «Il sole sta tramontando» disse il sergente Colon.
Carota sollevò lo sguardo dalla cera per sigilli. «Significa che ben presto sarà notte» proseguì Colon, preciso. «Sì, sergente». Colon si passò un dito dentro il colletto. Aveva la pelle particolarmente rosa, risultato della bella strigliata che si era dato quella mattina, ma la gente si manteneva ancora a una rispettosa distanza. Alcune persone sono nate per il comando. Alcune il comando lo raggiungono. Ad altri il comando viene scaricato addosso; il sergente era stato appena incluso in questa categoria, e non ne era affatto felice. Da un minuto all'altro, lo sapeva, avrebbe dovuto dire che era arrivato il momento per uscire di pattuglia. Non voleva uscire in pattuglia. Voleva trovarsi un bel seminterrato da qualche parte. Ma nobblyess oblijay... se era al comando, doveva comandare. Non era tanto la solitudine del comando che lo preoccupava. Era il sentirsi-fritti-vivi dal comando che gli stava dando problemi. Era anche abbastanza sicuro che, a meno che non saltasse fuori molto presto qualcosa su questo drago, il Patrizio sarebbe diventato infelice. Quando il Patrizio era infelice, diventava anche molto democratico. Trovava modi complessi e dolorosi per diffondere quell'infelicità il più possibile. La responsabilità, pensò il sergente, era una cosa terribile. Lo era anche venire orribilmente torturati. Per come la vedeva lui, quei due fattori stavano rapidamente dirigendosi l'uno verso l'altro. Provò quindi un tremendo senso di sollievo quando una piccola carrozza si fermò fuori dallo Yard. Era molto vecchia e ammaccata. Sulla portiera c'era uno stemma sbiadito. Dipinto sulla parte posteriore, e decisamente più nuovo, c'era un piccolo messaggio: "Io ♥ i draghi". Ne uscì, contraendosi mentre scendeva, il capitano Vimes. Dietro di lui c'era la donna nota al sergente come Matta Sybil Ramkin e, alla fine, balzando giù obbediente al fondo di un guinzaglio, c'era un piccolo... Il sergente era troppo nervoso per registrarne l'autentica dimensione. «Che mi venga uno stracolpo! Sono andati e l'hanno preso!» Nobby sollevò lo sguardo dal tavolo d'angolo dove si ostinava a non voler capire che era quasi impossibile fare un gioco di abilità e bluff con un avversario che sorride in continuazione. Il Bibliotecario sfruttò il diversivo per procurarsi un paio di carte dal fondo del mazzo. «Non faccia lo stupido. Quello è solo un drago di palude» disse Nobby. «Lei è a posto, è Lady Sybil. Una vera signora». Le altre due guardie si voltarono e lo fissarono sbigottite. Era proprio
Nobby a parlare. «Voi due potete anche smetterla di fissarmi così» aggiunse quindi. «Perché non dovrei riconoscere una signora quando ne vedo una? Mi ha dato il tè in una tazza sottile come la carta, e pure con un cucchiaio d'argento» disse, parlando come uno che per un attimo è andato oltre i massimi livelli della distinzione sociale. «E gliel'ho restituito, quindi potreste anche piantarla!» «Ma che cosa fa durante le serate libere?» domandò Colon. «Non sono affari suoi». «Le ha davvero restituito il cucchiaio?» disse Carota. «Certo che sì, maledizione!» ribatté Nobby infervorato. «Attenti, ragazzi» disse il sergente, tutto sollevato. Gli altri due entrarono nella stanza. Vimes lanciò ai suoi uomini il solito sguardo di rassegnato sgomento. «La mia squadra» bofonchiò. «Gran bel corpo di uomini» osservò Lady Ramkin. «La buona vecchia bassa manovalanza, eh?» «Bassa, di sicuro» commentò Vimes. Lady Ramkin fece un grande sorriso incoraggiante. Questo portò a uno strano sommovimento fra gli uomini. Il sergente Colon, con un notevole sforzo, riuscì a far sporgere il petto più della pancia. Carota si drizzò dalla sua abituale postura ingobbita. Nobby vibrò di portamento soldatesco, braccia diritte lungo i fianchi, pollici puntati dritti in avanti, petto da piccione tanto gonfiato che i suoi piedi corsero il pericolo di librarsi da terra. «Ritengo sempre di potere dormire tranquilla nel mio letto sapendo che uomini così arditi fanno la guardia su di noi» disse Lady Ramkin, camminando con passo tranquillo fra i ranghi, come un galeone col tesoro che procede sospinto da una debole brezza. «E questo chi è?» È difficile per un orango mettersi sull'attenti. Il suo corpo può adattarsi al concetto in generale ma la sua pelle no. Il Bibliotecario stava tuttavia facendo del proprio meglio, in piedi in una specie di rispettoso ammasso in fondo alla fila, mantenendo il genere di complesso saluto che si può realizzare soltanto con un braccio lungo un metro e venti. «Lui è in borghese, Madame» disse Nobby prontamente. «Servizi Speciali Scimmieschi». «Molto ingegnoso. Davvero molto ingegnoso» commentò Lady Ramkin. «Da quanto tempo fa l'orango, amico mio?» «Oook».
«Ben fatto». Si rivolse a Vimes che aveva assunto un'espressione decisamente incredula. «È merito suo» disse. «Un bel corpo di uomini...» «Oook». «... antropoidi» si corresse Lady Ramkin senza quasi interrompere il flusso di parole. Per un momento ai ranghi sembrò di essere appena tornati dalla conquista di un'intera distante provincia. Si sentivano, in effetti, veramente indefessi, come li avrebbe di certo definiti Lady Ramkin, il che era decisamente diverso da come si sentivano di solito e cioè solo la seconda metà del termine. Perfino il Bibliotecario era bendisposto e, per una volta tanto, aveva lasciato correre senza commentare il termine "uomini"». Uno sgocciolio e un forte odore chimico portò tutti a guardarsi attorno. Bravobimbo Fagottino Pennapietra stava acquattato con un'aria di mite innocenza vicino a quella che si poteva definire, non tanto una macchia sul tappeto, quanto un vero e proprio buco nel pavimento. Qualche filo di fumo si alzava dai bordi del disastro. Lady Ramkin sospirò. «Non si preoccupi, signora» la rassicurò Nobby zelante. «Puliremo subito». «Purtroppo fanno spesso così quando sono eccitati» disse lei. «Ha un gran bell'esemplare, signora» proseguì Nobby, sguazzando nella appena scoperta esperienza dei rapporti sociali. «Non è mio» precisò lei. «Adesso appartiene al capitano, o a tutti voi. È una specie di mascotte. Si chiama Bravobimbo Fagottino Pennapietra». Bravobimbo Fagottino Pennapietra sopportò stoicamente il peso del suo nome e annusò una gamba del tavolo. «Assomiglia tanto a mio fratello Errol» disse Nobby, giocandosi la carta del cinguettante e dolce passerottino, per quello che poteva servire. «Ha lo stesso naso appuntito, mi scusi per il paragone, Milady». Vimes osservò la creatura che stava esaminando il suo nuovo ambiente, e capì che era già diventata, irrevocabilmente, Errol. Il draghetto morse un pezzetto di tavolo in via esplorativa, lo masticò per qualche secondo, lo sputò e si accucciò a dormire. «Non darà fuoco a niente, vero?» domandò ansioso il sergente. «Non penso proprio. Non sembra avere ancora ben capito a cosa servano i suoi dotti incendiari» rispose Lady Ramkin. «Però gli si può insegnare a rilassarsi» disse Vimes. «In ogni caso, uo-
mini...» «Oook». «Non stavo parlando con lei, signore. Ma che ci fa lui qui?» «Ehm» disse il sergente Colon tutto d'un fiato, «io... ehm... visto che lei era via e tutto il resto, e visto che eravamo un po' a corto di personale... Carota, qui, dice che è nel rispetto della Legge e che... L'ho arruolato, signore. L'orango, signore». «Arruolato come cosa, sergente?» domandò Vimes. «Come Ausiliario Speciale, signore» rispose Colon, arrossendo. «Sa, signore, è una specie di Guardia Civile». Vimes alzò le mani. «Speciale? Maledettamente unico!» Il Bibliotecario rivolse a Vimes un sorriso smagliante. «Solo temporaneamente, signore. Per il momento, come dire» aggiunse Colon con tono supplichevole. «Potrebbe servirci un po' d'aiuto, signore e... Be', sembra che sia l'unico ad apprezzarci...» «Io penso che sia un'idea terribilmente buona» esclamò Lady Ramkin. «Magnifica, l'idea dell'orango». Vimes alzò le spalle. Il mondo era già sufficientemente pazzo, cosa poteva farlo peggiorare? «Ok» disse. «Ok! Cedo. Bene! Dategli un distintivo, anche se mi venga un colpo se ho idea di dove potrà attaccarselo! Bene! Sì! Perché no?» «Si sente bene, capitano?» domandò Colon tutto preoccupato. «Bene! Bene! Un benvenuto alla nuova guardia!» proruppe Vimes, camminando avanti e indietro per la stanza senza una meta precisa. «Magnifico! Dopo tutto, ci pagano noccioline e quindi possiamo benissimo impiegare scim...» La mano del sergente tappò con rispetto la bocca di Vimes. «Ehm, solo una cosa, capitano» disse Colon in tono urgente all'attonito Vimes. «Non usi la parola con la "s". Gli fa saltare la mosca al naso. Non può farci niente, perde il controllo. Come sventolare un fazzoletto rosso davanti a un comecavolosichiama, signore. "Orango" va benissimo, ma non la parola con la "s". Perché, signore, quando si infuria, non tiene soltanto il broncio, non so se mi sono spiegato. Non crea alcun problema, a parte questo, signore. Va bene? Solo non dica scimmia. Ohmmerda!» I Confratelli erano nervosi. Lui li aveva sentiti parlare. Le cose si stavano muovendo troppo velocemente per loro. Egli aveva pensato di introdurli alla cospirazione un pas-
so per volta, non fornendo mai più verità di quanta i loro cervellini potessero digerirne, ma li aveva comunque sopravvalutati. C'era bisogno di polso fermo. Fermo ma onesto. «Fratelli» disse il Supremo Grande Maestro, «sono stati adeguatamente incrementati i Polsi della Veracità?» «Cosa?» domandò Fratello Torrearmata con espressione vaga. «Oh. I Polsi. Già. Incrementati. Certo». «E i Merlotti dell'Allettamento correttamente dismessi?» Fratello Intonacatore sobbalzò in atteggiamento colpevole. «Io? Cosa? Oh, certo, non c'è problema. Dismessi. Sì». Il Supremo Grande Maestro si interruppe. «Fratelli» disse con un filo di voce. «Siamo così vicini. Solo un'altra volta. Solo per poche ore. Ancora una volta e il mondo sarà nostro. Mi capite, Fratelli?» Fratello Intonacatore spostò un piede, a disagio. «Be', voglio dire, è chiaro. Sì. Non c'è da temere. La appoggiamo al centodieci percento...» disse Fratello Torrearmata. Sta per dire solo che, pensò il Supremo Grande Maestro. «... solo che...» Ci siamo. «... noi, voglio dire, noi tutti, ci siamo sentiti... strani, davvero, ci si sente così differenti dopo avere evocato il drago, come...» «Ripuliti» lo aiutò Fratello Intonacatore. «... già, è quasi come se...» Fratello Torrearmata lottò con i serpenti del linguaggio «... ti portasse via qualcosa...» «Ti svuotasse» disse Fratello Intonacatore. «Sì, come ho detto, e noi... Be', forse il fatto è che è un po' rischioso...» «Come se ti venisse strappato via qualcosa dal cervello vivente da spettrali creature dell'Aldilà» disse Fratello Intonacatore. «Io avrei detto piuttosto come una specie di brutto mal di testa» continuò con aria indifesa Fratello Torrearmata. «E stavo pensando, come dire, a tutta quelle storie sull'equilibrio cosmico eccetera, perché, diamine, guardate cos'è successo a quel povero vecchio Cessaiolo. Potrebbe essere una specie di punizione. Ehm». «È stato solo un coccodrillo infuriato nascosto in una aiuola» disse il Supremo Grande Maestro. «Poteva accadere a chiunque. Comprendo tuttavia i vostri sentimenti». «Davvero?» si stupì Fratello Torrearmata.
«Oh, certo. Sono del tutto naturali. Anche i più eccelsi maghi si sentono un po' a disagio prima di intraprendere una grande impresa come questa». I Confratelli si guardarono con aria compiaciuta. Eccelsi maghi. Siamo noi. Già. «Ma nel giro di poche ore sarà tutto finito e sono sicuro che il re vi ricompenserà magnanimamente. Il futuro sarà radioso». Di solito questo era il rimedio giusto. Questa volta però non sembrava funzionare. «Ma il drago...» cominciò a dire Fratello Torrearmata. «Non ci sarà più alcun drago! Non ne avremo bisogno. Ascoltate» disse il Supremo Grande Maestro. «È abbastanza semplice. Il ragazzo avrà una spada meravigliosa. Tutti sanno che i re hanno spade meravigliose...» «Sarebbe la spada meravigliosa di cui lei ci ha parlato, vero?» disse Fratello Intonacatore. «E quando la spada toccherà il drago» esclamò il Supremo Grande Maestro, «quello farà... fooom!» «Già, fanno proprio così» commentò Fratello Guardaporta. «Mio zio una volta ha dato un calcio a un drago di palude. Lo aveva trovato a mangiarsi le sue zucche. Maledizione, praticamente gli ha staccato una gamba». Il Supremo Grande Maestro sospirò. Ancora qualche ora, sì, e poi basta con quella marmaglia. L'unica cosa che non aveva ancora deciso era se lasciarli perdere (chi li avrebbe creduti, dopo tutto?) o se mandare la Guardia ad arrestarli per essere terminalmente stupidi. «No» disse pazientemente, «voglio dire che il drago svanirà. Lo avremo rispedito indietro. Fine del drago». «Ma la gente non avrà dei sospetti?» domandò Fratello Intonacatore. «Non si aspetterà di trovare brandelli di drago da tutte le parti?» «No» rispose trionfante il Supremo Grande Maestro, «perché... Un solo tocco della Spada della Verità, e la Giustizia distruggerà del tutto la Genia del Male!» I Confratelli lo fissarono sbigottiti. «È quanto meno ciò che crederanno» aggiunse. «Potremo procurare un po' di fumo mistico al momento giusto». «Maledettamente facile, il fumo mistico» disse Fratello Borsaiolo. «Niente brandelli allora?» domandò Fratello Intonacatore, un tantino dispiaciuto. Fratello Torrearmata tossì. «Non so se la gente ci cascherà. Mi sembra un lavoretto un po' troppo pulito». «Ascoltate» sbottò il Supremo Grande Maestro, «accetteranno qualsiasi
cosa! Lo vedranno accadere! La gente sarà così entusiasta di vedere vincere il ragazzo che non ci rifletterà a lungo! Adesso... vediamo di cominciare». Si concentrò. Sì, era più facile. Ogni volta più facile. Sentiva le squame, sentiva la furia del drago mentre raggiungeva il luogo dove erano andati i draghi e ne assumeva il controllo. Quello sì era potere, ed era soltanto suo. Il sergente Colon si contrasse. «Ahi!» «Non faccia il mollaccione» disse allegra Lady Ramkin, fermando il bendaggio con una abilità a lungo esercitata e tramandata per molte generazioni di donne Ramkin. «L'ha toccata appena». «Ed è molto dispiaciuto» disse Carota con tono di voce tagliente. «Mostri al sergente come è dispiaciuto. Forza». «Oook» disse il Bibliotecario con espressione mite. «Non permettergli di baciarmi!» strillò Colon. «Lei pensa che afferrare qualcuno per le caviglie e picchiargli la testa contro il pavimento possa ricadere sotto Aggressione a un Ufficiale Superiore?» domandò Carota. «Non voglio sporgere denuncia» replicò in tutta fretta il sergente. «Possiamo procedere?» disse Vimes impaziente. «Dobbiamo vedere se Errol è in grado di trovare col fiuto la tana del drago. Lady Ramkin ritiene che possa valere la pena provarci». «Intende dire: prendi una buca profonda con i lati a molla, fili che fanno scattare trappole, turbinanti lame di coltello azionate dall'energia idraulica, vetri rotti e scorpioni per prendere un ladro, capitano?» chiese il sergente un po' dubbioso. «Ahi!» «Sì, non voglio che perda la pista» disse Lady Ramkin. «La smetta di fare il bambino, sergente». «Una brillante idea quella di usare Errol, se mi è consentito tanto ardire» osservò Nobby, mentre il sergente arrossiva sotto il bendaggio. Vimes non era sicuro di riuscire a sopportare Nobby l'arrampicatore sociale. Carota non diceva nulla. Stava gradatamente scendendo a patti con il fatto di non essere probabilmente un nano, ma il sangue dei nani gli scorreva nelle vene in accordo con il famoso principio della risonanza morfica, e i suoi geni presi in prestito gli stavano dicendo che nulla sarebbe stato così
semplice. Trovare il tesoro anche quando il drago non era in casa era decisamente rischioso. Il ragazzo era comunque certo che ne avrebbe avvertito la presenza, se vi fosse stato vicino. La presenza di grandi quantità d'oro faceva sempre prudere le mani dei nani e le sue non stavano prudendo affatto. «Inizieremo da quel muro nelle Ombre» disse il capitano. Il sergente Colon lanciò un'occhiata in tralice a Lady Ramkin e trovò impossibile mostrare codardia davanti a una sostenitrice. Si accontentò di suggerire: «Lo trova saggio, capitano?» «Certo che no. Se fossimo saggi non ci troveremmo a fare parte della Guardia». «Caspita! È tutto così tremendamente eccitante!» esclamò Lady Ramkin. «Oh, non penso che lei dovrebbe venire, Milady...» cominciò a dire Vimes. «La prego, mi chiami Sybill...» «... È una zona dalla pessima reputazione». «Ma sono certa che sarò perfettamente al sicuro con i suoi uomini» disse lei. «Sono sicura che i malintenzionati non faranno altro che squagliarsela, vedendovi». È l'effetto che fanno i draghi, pensò Vimes. I malintenzionati si squagliano quando vedono i draghi e lasciano soltanto il loro profilo sui muri. Tutte le volte che sentiva di rallentare, o di perdere interesse, egli rammentava quelle sagome e gli sembrava quasi che un cupo fuoco gli si riversasse nella spina dorsale. Cose del genere non dovrebbero accadere. Non nella mia città. In effetti le Ombre non rappresentarono un problema. La maggior parte degli oriundi di lì erano comunque fuori a dare la caccia al tesoro e quelli che erano rimasti erano molto meno inclini di prima a nascondersi furtivamente nei vicoli oscuri. Inoltre i più svegli capirono subito che Lady Ramkin, se infastidita, avrebbe probabilmente ordinato loro di togliersi le calze dal volto e non fare gli sciocchi con una voce così abituata al comando da costringerli a obbedire. Il muro non era stato ancora abbattuto e mostrava il suo macabro affresco. Errol lo annusò tutto attorno, trotterellò un paio di volte su e giù per il vicolo e poi si addormentò. «Gran lavoro» commentò il sergente Colon. «Però l'idea era buona» disse con sincerità Nobby.
«Potrebbe essere colpa di tutta la pioggia e della gente che ci ha camminato sopra» disse Lady Ramkin. Vimes prese in braccio il draghetto. Era stata comunque un'idea azzardata, ma meglio tentare qualcosa che non fare assolutamente nulla. «Faremmo meglio a tornare indietro» disse. «Il sole sta tramontando». Camminarono in silenzio. Il drago è riuscito ad ammansire perfino le Ombre, pensò Vimes. Si è impossessato di tutta la città anche se non è nemmeno qui. La gente comincerà a legare vergini alle rocce da un momento all'altro. Il drago è una metafora della dannata esistenza umana. E se ciò non fosse già grave abbastanza, è anche un essere volante sputa-fuoco maledettamente grosso. Tirò fuori la chiave del nuovo quartier generale. Mentre armeggiava con la serratura, Errol si svegliò e cominciò a lamentarsi. «Non adesso» disse Vimes. Gli faceva male il fianco. La notte era appena cominciata e lui si sentiva già troppo stanco. Dal tetto scivolò giù una tegola che si frantumò sui ciottoli di fianco a lui. «Capitano» sibilò il sergente Colon. «Cosa c'è?» «È sul tetto, capitano». Qualcosa nella voce del sergente fece breccia in Vimes. Non era eccitata. Non era impaurita. Aveva solo un tono carico di sordo e plumbeo terrore. Egli sollevò lo sguardo. Errol cominciò ad agitarsi sotto il suo braccio. Il drago... il drago... stava scrutando attentamente verso il basso dalle grondaie. Il solo volto era più alto di un uomo. La dimensione dei suoi occhi era quella di occhi molto grandi, tinti di un rosso bruciante e pieni di una intelligenza che non aveva nulla a che fare con gli esseri umani. Tanto per cominciare era ben più antica. Era un'intelligenza già da lungo tempo sobbollita in scaltrezza e marinata in furbizia quando un gruppo di esseri scimmieschi si stava ancora chiedendo se muoversi su due zampe potesse essere una buona mossa per la carriera. Non era una intelligenza che avesse rapporti con l'arte della diplomazia, o che anche solo la comprendesse. Il drago non avrebbe giocato con te e non ti avrebbe posto indovinelli. Capiva però tutto dell'arroganza, del potere e della crudeltà e, se solo ci fosse riuscito, ti avrebbe bruciato via la testa. Per sfizio. Al momento era ancora più arrabbiato del solito. Il drago avvertiva una
presenza dietro agli occhi. Una piccola, debole mente aliena, rigonfia di autocompiacimento. Lo faceva infuriare, come un punto che prude dove non ci si riesce a grattare. Lo costringeva a fare cose che non voleva, e gliene impediva altre che invece avrebbe fatto con grande piacere. Quegli occhi, al momento, erano focalizzati su Errol, che era in preda alla frenesia. Vimes si rese conto che tutto ciò che si frapponeva fra lui e un calore di un milione di gradi era il vago interesse del drago nel perché Vimes si tenesse un draghetto sotto al braccio. «Non faccia movimenti improvvisi» disse la voce di Lady Ramkin alle sue spalle. «E non mostri paura. Si accorgono sempre se si ha paura». «C'è qualche altro consiglio che mi potrebbe dare al momento?» domandò Vimes lentamente, cercando di parlare senza muovere le labbra. «Be', spesso funziona grattarli dietro le orecchie». «Oh» commentò Vimes con un filo di voce. «Serve anche un deciso No! e portargli via la ciotola col cibo». «Davvero?» «E colpirli sul naso con della carta arrotolata è quello che faccio in casi estremi». Nel lento, vivido e disperato mondo in cui Vimes stava ora dimorando, che sembrava ruotare attorno alle rugose narici distanti pochi metri da lui, egli si accorse di un delicato rumore sibilante. Il drago stava traendo un profondo respiro. L'inspirazione terminò. Vimes guardò nell'oscurità dei dotti incendiari e si chiese se avrebbe visto nulla, se ci sarebbe stata un sorta di debole bagliore biancastro prima che l'oblio lo sopraffacesse. In quel momento risuonò un corno. Il drago sollevò la testa, perplesso, e produsse un suono che sembrò vagamente interrogativo senza essere affatto una parola. Il corno risuonò nuovamente. Sembrò riverberare di eco che vivevano una vita propria. Suonò come una sfida. Se non lo era, allora il suonatore del corno si sarebbe ben presto trovato nei guai, perché il drago lanciò a Vimes un'occhiata inceneritrice, dispiegò le immense ali, balzò pesantemente in aria e, contro tutte le leggi dell'aerodinamica, volò lentamente via in direzione del suono. Nulla al mondo sarebbe dovuto essere in grado di volare in quel modo. Le ali sbattevano su e giù producendo il rumore di un tuono chiuso in una pentola, ma il drago si spostava come se stesse oziosamente vogando attraverso l'aria. Se avesse smesso di sbattere le ali, da quello che lasciava
intendere il movimento, sarebbe semplicemente scivolato fino a fermarsi. Non volava, fluttuava. Per un essere della dimensione di un granaio con una pelle corazzata era una bella prestazione. Passò sopra le loro teste come una chiatta, dirigendosi verso la Piazza delle Lune Spezzate. «Seguiamolo!» gridò Lady Ramkin. «Non è corretto volare in quel modo. Sono quasi certo che ci sia qualcosa al proposito sulle Leggi della Magia» disse Carota tirando fuori il proprio taccuino. «E poi ha danneggiato il tetto. Sta veramente accumulando una bella serie di reati, sa?» «Sta bene, capitano?» domandò il sergente Colon. «Potevo vedergli su per il naso» disse come in un sogno il capitano Vimes. Il suo sguardo si focalizzò sul volto preoccupato del sergente. «Dov'è andato?» chiese. Colon indicò lungo la strada. Vimes guardò in modo torvo la sagoma che scompariva al di sopra dei tetti. «Seguiamolo!» esclamò. Il corno risuonò ancora. Altra gente stava accorrendo verso la piazza. Il drago fluttuò davanti a loro come uno squalo che avanza in modo caparbio verso il suo letto d'acqua scodando lentamente da una parte all'altra. «Qualche pazzo ha intenzione di sfidarlo!» esclamò Nobby. «Immaginavo che qualcuno ci avrebbe provato» disse Colon. «Poveretto, verrà fritto all'interno della sua stessa armatura». Sembrava essere anche l'opinione della gente che andava riempiendo la piazza. Rispetto agli intrattenimenti, la popolazione di Ankh-Morpork aveva un approccio diretto e che mirava al sodo, e anche se non vedeva l'ora di assistere al massacro di un drago, si sarebbe accontentata di vedere almeno qualcuno che veniva fritto vivo nella sua stessa armatura. Non succedeva tutti i giorni di avere l'occasione di vedere qualcuno che veniva fritto vivo nella sua armatura. Sarebbe stato un avvenimento che i bambini avrebbero potuto ricordare. Vimes venne spintonato e sgomitato dalla folla mentre altre persone rifluivano nella piazza da dietro. Il corno risuonò lanciando una terza sfida. «È un trombone a tiro» disse Colon con l'aria di chi la sa lunga. «Come una campana per l'allarme, ma più profondo come suono».
«Davvero?» domandò Nobby. «Già». «Deve avere fatto un tiro bello grosso, allora». «Noccioline! Figgin! Salsicce calde!» guaì una voce alle loro spalle. «Salve ragazzi. Salve capitano Vimes! Siete qui per l'esecuzione, eh? Prendete una salsiccia. Offre la casa». «Ma che sta succedendo, Rovina?» domandò Vimes, aggrappandosi al vassoio del venditore mentre altra gente si riversava attorno a loro. «È arrivato in città un ragazzo a cavallo e ha detto che ucciderà il drago» rispose Mi-Voglio-Rovinare. «Ha detto che ha una spada magica». «Ha anche la pelle magica?» «Nel suo animo, capitano, non c'è romanticismo» disse Rovina, togliendo dalla piccola friggitrice che teneva sul vassoio uno spiedo caldissimo con cui punzecchiò delicatamente le natiche di una grassona che gli stava davanti. «Si scansi, signora, il commercio è la linfa vitale della città, grazie tante. Ovviamente» continuò «per tradizione ci dovrebbe essere una vergine incatenata a una roccia. Solo che la zia ha detto di no. È il guaio con certa gente. Non ha il senso della tradizione. Questo ragazzo dice anche che è il legittimo erode». Vimes scosse la testa. Il mondo attorno a lui stava decisamente impazzendo. «Non ti seguo» disse. «Erode» ripeté pazientemente Rovina. «Ma sì. Erode al trono». «Quale trono?» «Il trono di Ankh». «Quale trono di Ankh?» «Ma sì. I re e roba del genere». Rovina sembrò riflettere. «Vorrei proprio sapere come diavolo si chiama» disse. «Ho inoltrato un ordine alla fabbrica di terrecotte di Igneo il Troll, che è aperta tutta la notte e ha tutto in saldo, per avere tre quattro centinaia di boccali dell'incoronazione, e avrò il mio bel da fare a doverci dipingere su tutti i nomi dopo. Devo prenotargliene due, capitano? Per lei sono novanta centesimi perché mi voglio rovinare». Vimes lo lasciò perdere e si fece strada a gomitate fra la folla usando Carota come faro. L'appuntato incombeva al di sopra della gente e il resto dei ranghi gli si era ancorato addosso. «Sono tutti impazziti» gridò Vimes. «Che sta succedendo, Carota?» «C'è un ragazzo su un cavallo nel mezzo della piazza» disse Carota. «Ha un spada tutta scintillante. Non sembra però fare un gran che al momento».
Vimes si fece strada a fatica a ridosso di Lady Ramkin. «Re» ansimò lui, «di Ankh. E troni. Ma ce ne sono?» «Cosa? Oh, sì. C'erano» rispose Lady Ramkin. «Centinaia di anni fa, perché?» «C'è un ragazzo che sostiene di essere l'erede al trono!» «Proprio così» confermò Rovina che aveva seguito Vimes nella speranza di potergli vendere qualcosa. «Ha tenuto un bel discorso sul fatto che avrebbe ucciso il drago, cacciato gli usurpatori e riparato a tutti i torti. Tutti lo hanno acclamato. Salamelle calde a due dollari, fatte di maiale genuino, perché non ne acquista una per la signora?» «Non vorrà dire porco, signore?» domandò Carota con espressione circospetta, osservando i salsicciotti scintillanti. «È un modo di dire, un modo di dire» disse in fretta Rovina. «Sono di certo prodotti genuini di maiale». «Tutti acclamano e tengono discorsi in questa città» latrò Vimes. «E non significa forse niente?» «Prenda delle salamelle di maiale, cinque per due dollari!» disse Rovina, che non avrebbe mai permesso a una conversazione di intralciare il suo commercio. «La monarchia potrebbe essere un bene per gli affari. Salamelle di maiale! Salamelle di maiale! In un panino! E anche riparare a tutti i torti. A me sembra un'ottima idea. Con cipolle!» «Posso permettermi di offrirle una salamella calda, signora?» disse Nobby. Lady Ramkin guardò il vassoio che Rovina teneva appeso attorno al collo. Migliaia di anni di buona educazione le giunsero in aiuto e ci fu solo un minimo accenno di orrore nella sua voce quando disse: «Oh, che aspetto magnifico. Che splendido prodotto alimentare». «Sono per caso fatti da monaci su qualche montagna mistica?» domandò Carota. Rovina gli lanciò una strana occhiata. «No» rispose pazientemente, «da maiali». «Quali torti?» incalzò con urgenza Vimes. «Avanti, dimmelo. A quali torti dovrebbe riparare?» «Be', ci sono le tasse» disse Rovina. «Quello è un torto in sé». Ebbe la buona creanza di assumere un'espressione leggermente imbarazzata. Pagare le tasse era una cosa che, nel mondo di Rovina, facevano soltanto gli altri. «Giusto» disse una vecchia accanto a lui. «E le fogne di casa mia hanno
perdite immonde e il padrone non vuole fare niente. Questo è un torto». «E la calvizie precoce» osservò l'uomo che le stava di fronte. «Anche quello è un torto». Vimes restò a bocca spalancata. «Oh, i re possono porvi rimedio, sa» confermò un altro protomonarchico con l'aria di chi la sa lunga. «A dire il vero» disse Rovina frugando nel suo sacco, «mi è rimasta una boccetta di uno stupefacente unguento che è fatto...» lanciò un'occhiataccia a Carota «... da alcuni antichi monaci che vivono su una montagna...» «E non possono rispondere male, sa» continuò il monarchico. «Ecco da cosa si capisce che sono regali. Ne sono del tutto incapaci. Ha a che fare col fatto che sono graziosi». «Sono di alta classe» commentò la donna con la perdita nella fogna. «E il denaro, poi» disse il monarchico, godendo dell'attenzione che gli veniva riservata. «Non ne portano. Ecco da cosa si capisce che uno è un re». «Perché? Non è poi così pesante» replicò l'uomo i cui ultimi capelli erano disseminati sulla cupola della testa come i resti di un esercito sconfitto. «Io riesco a portare centinaia di dollari senza nessun problema». «Probabilmente si stancano le braccia a fare il re» disse saggiamente la donna. «Forse a forza di salutare». «Ho sempre pensato» osservò il monarchico, tirando fuori una pipa e cominciando a riempirla con l'aria riflessiva di chi sta per tenere una lezione, «che uno dei principali problemi dell'essere re sia quello che si prende tua figlia: pene!» Seguì una pausa di riflessione. «E poi dorme per cento anni» proseguì stolidamente il monarchico. «Oh» commentarono gli altri, visibilmente sollevati. «E poi c'è tutto quel da fare coi piselli» aggiunse. «Be', è ovvio» commentò la donna un po' incerta. «Doverci dormire sopra in continuazione» disse il monarchico. «Per non parlare delle centinaia di materassi». «Giusto». «Davvero? Io penso che gliene potrei procurare in saldo» esclamò Rovina. Si rivolse a Vimes che era stato ad ascoltare tutto con un'espressione plumbea. «Vede, capitano? E lei sarebbe nella Guardia Reale, immagino. Avrebbe delle belle piume sull'elmetto». «Ah, lo sfarzo» disse il monarchico, indicando con la pipa. «Molto importante. Un sacco di fiere».
«Cosa, gratis?» domandò Rovina. «Be', forse si dovranno pagare i domatori» precisò il monarchico. «Siete tutti maledettamente pazzi!» gridò Vimes. «Non sapete nulla di lui e poi non ha nemmeno ancora vinto!» «Sarà solo una formalità, ritengo» disse la donna. «Ma quello è un drago sputafuoco!» strillò Vimes, ricordandone le narici. «E lui è solo un ragazzetto su un cavallo, per l'amor del cielo!» Rovina gli bussò piano sull'armatura. «Lei non ha anima, capitano» gli disse. «Quando uno straniero arriva in una città che è alla mercé di un drago e lo sfida con una spada scintillante, be', c'è solo un finale possibile, no? Probabilmente è il destino!» «Mercé?» gridò Vimes. «Mercé? Brutto ladruncolo, Rovina, solo ieri tu rifilavi deliziosi pupazzetti a forma di drago!» «Ma quelli sono affari, capitano. Non c'è bisogno di scaldarsi tanto» rispose Rovina in tono gradevole. Vimes tornò dai suoi uomini in preda a una furia cieca. Si poteva dire ciò che si voleva della popolazione di Ankh-Morpork, ma di certo era sempre stata solidamente indipendente, non aveva mai rinunciato per nessuno al proprio diritto di rubare, defraudare, malversare e ammazzare su basi del tutto egualitarie. Secondo Vimes ciò era perfettamente lecito. Non c'era assolutamente alcuna differenza fra l'uomo più ricco e il più povero dei mendicanti, a parte il fatto che il primo aveva un sacco di soldi, cibo, potere, bei vestiti e buona salute. Quanto meno però non era migliore. Era solo più ricco, più grasso, più potente, meglio vestito e più sano. Era così da centinaia di anni. «E adesso annusano una zaffata di mantello di ermellino e si rammolliscono» bofonchiò. Il drago stava girando sopra la piazza lentamente e con circospezione. Vimes allungò il collo per vedere al di sopra delle teste che aveva davanti. Così come svariati predatori hanno le silhouette delle loro prede quasi programmate nei geni, era possibile che la sagoma di un giovane su un cavallo che brandiva una spada facesse scattare qualche interruttore nel cervello di un drago. Stava mostrando un interesse paziente eppure cauto. Tornato in mezzo alla folla, Vimes scrollò le spalle. «Non sapevo nemmeno che fossimo un regno». «Be', non lo siamo più da secoli» disse Lady Ramkin. «I re sono stati buttati fuori ed è stato un gran bel lavoretto. Ce n'erano di decisamente terrorizzanti».
«Ma lei è di... di famiglia aristocratica» ribatté lui. «Pensavo che fosse dalla parte di tutti i re». «Alcuni di loro erano degli orrendi bifolchi» disse lei in modo disinvolto. «Avevano mogli da tutte le parti, mozzavano teste, combattevano guerre inutili, mangiavano coi coltelli, si lanciavano alle spalle cosce di pollo mezzo sbocconcellate e via di seguito. Non era affatto gente del nostro livello». Calò il silenzio. Il drago si era portato, muovendo piano le ali, sul lato opposto della piazza, per restare in aria in posizione quasi di stallo, se si eccettuava il lento battito delle ali. Vimes sentì qualcosa che gli artigliava delicatamente la schiena e si trovò Errol sulla spalla, aggrappato con gli unghioni posteriori. Le sue alucce tozze stavano sbattendo allo stesso ritmo di quelle dell'esemplare più grosso. Stava sibilando. I suoi occhi erano fissi sul corpo sospeso in aria. Il cavallo del ragazzo si mosse nervoso sul lastricato della piazza mentre lui smontava, brandiva la spada e si voltava per affrontare il distante nemico. Ha proprio un aspetto sicuro di sé, si disse Vimes. D'altra parte, fino a che punto l'abilità di squartare draghi ti rende idoneo a regnare, di questi tempi? Quella era di sicuro una spada molto scintillante. Bisognava ammetterlo. Erano le due del mattino dopo. Tutto Andava Bene, pioggia a parte. Stava piovigginando di nuovo. Ci sono alcune città nel multiverso che ritengono di sapere che cosa sia il divertimento. Luoghi come New Orleans e Rio sostenevano non soltanto di saper far partire la barca dei bagordi, ma anche di incendiare il porto alle sue spalle. Be', confrontate con Ankh-Morpork in un momento di relax, apparivano come un villaggio gallese alle due di pomeriggio di una domenica piovosa. I fuochi d'artificio scoppiavano e scintillavano nell'aria umida al di sopra della torbida fanghiglia del fiume Ankh. Svariati animali addomesticati erano stati arrostiti per le strade. I danzatori suonavano le conga da una casa all'altra, riuscendo spesso a portarsi via ninnoli sparsi intanto che procedevano. Le bevande scorrevano a fiumi. Gente che in condizioni normali non avrebbe mai nemmeno lontanamente pensato di farlo stava gridando «Urrà!». Vimes camminava con espressione tetra attraverso le strade affollate,
sentendosi l'unica cipollina sottaceto in un macedonia di frutta. Aveva lasciato ai suoi uomini la serata libera. Non si sentiva affatto un monarchico. Non pensava di avere nulla di particolare contro i re, ma la vista degli Ankh-Morporkiani che sventolavano bandiere gli risultava misteriosamente sconcertante. Era una cosa che facevano solo persone sciocche e sottomesse in altri paesi. Trovava inoltre ributtante l'idea delle piume reali nell'elmetto. Aveva sempre avuto una strana avversione per le piume. Le piume, in un certo senso, ti comperano, dicono a tutti che non appartieni più a te stesso. E poi si sarebbe sentito una specie di uccello. Sarebbe stata l'ultima goccia. I suoi piedi erranti lo riportarono a Pseudopolis Yard. Dopo tutto, quale altro posto gli restava? Il suo alloggio era deprimente e la sua padrona di casa si era lamentata per i buchi che, a dispetto del molto gridare, Errol continuava a fare nei tappeti. E per la puzza che Errol emanava. Vimes inoltre quella sera non sarebbe riuscito a bere in una taverna senza vedere cose che lo avrebbero sconvolto ancora di più di quelle che vedeva normalmente quando era ubriaco. Lì poteva trovare un po' di pace, anche se dalla finestra si riuscivano a sentire i distanti rumori dei festeggiamenti. Errol scese con difficoltà dalla sua spalla e cominciò a mangiare il carbone nel camino. Vimes si sedette e sollevò i piedi. Che giornata! E che lotta! Lo spostarsi, lo zigzagare, il gridare della folla, il giovanotto che appariva piccolo e indifeso, il drago che aveva tratto un profondo respiro in modo ormai molto familiare a Vimes e... E non aveva sputato fiamme. Vimes ne era rimasto sorpreso. La folla ne era rimasta sorpresa. Di certo ne era rimasto sorpreso il drago, che aveva cercato di scrutare il proprio naso, artigliando disperatamente i dotti incendiari. Era rimasto sorpreso fino al momento in cui il ragazzo si era chinato sotto un artiglio e aveva infilzato la spada. C'era poi stato il tuono. Ci si sarebbe aspettati di trovare dei pezzi di drago, in realtà. Vimes tirò verso di sé un foglietto di carta. Guardò le annotazioni che aveva preso il giorno prima. Obiecto: Drago pesante, ma in grado di volare bene assai. Obiecto: Il fuoco è incandescente, tuttavia viene emesso da un essere vivente.
Obiecto: I draghi di palude sono piccolini, eppure questa forma mostruosa è cresciuta possentemente. Obiecto: Da dove venne nessuno sa, né ove è andato e neppur ove abbia dimorato nel frattempo. Obiecto: Perché mai è bruciato in modo così pulito? Prese penna e inchiostro e con una lenta grafia rotondeggiante aggiunse: Obiecto: Un drago può venir distrutto nella nullezza totale? Rifletté un istante e continuò. Obiecto: Perché mai è esploduto che nessuno può ritrovarne brandelli, per quanto a fondo se ne cerchi? Un vero rompicapo. Lady Ramkin aveva detto che quando un drago di palude esplodeva si trovavano pezzi dappertutto. Quello era un drago maledettamente grosso. Era vero che le sue viscere dovevano essere state un incubo alchemico, ma i cittadini di Ankh-Morpork avrebbero dovuto comunque passare la notte a spalar via drago dalle strade. Nessuno sembrava essersi preoccupato di ciò. Il fumo violaceo era stato davvero impressionante, tuttavia. Errol finì il carbone e cominciò ad attaccare gli alari in ferro. Al momento, in serata, aveva mangiato tre ciottoli, un pomolo di porta, qualcosa di indefinibile che aveva trovato nel canale di scolo e, con stupore generale, tre salamelle fatte di originali organi di maiale di Mi-Voglio-Rovinare. Lo sgranocchiare del ferro che veniva ingerito si mischiava con lo sbattere della pioggia contro le finestre. Vimes guardò nuovamente il pezzo di carta e scrisse: Obiecto: Come possono i Re uscir fuori dalla nullezza? Egli non aveva visto bene il ragazzo da vicino. Sembrava un tipo presentabile, non proprio un gran pensatore, ma aveva decisamente un profilo che non dispiace vedere sulle monetine. Badate bene, dopo avere ucciso il drago sarebbe anche potuto essere un goblin strabico, per quello che importava. La folla lo aveva portato in trionfo fino al Palazzo del Patrizio. Lord Vetinari era stato rinchiuso nelle proprie segrete. Non aveva lottato
molto, apparentemente. Aveva sorriso a tutti e se ne era andato tranquillamente. Che fortunata coincidenza per la città che, proprio quando aveva bisogno di un campione per uccidere il drago, si fosse presentato un re. Vimes rigirò per bene questo pensiero nella mente. Alla fine lo capovolse. Prese penna e calamaio e scrisse: Obiecto: Che circostanza fortunata, per un ragazzo che doveva diventare Re, che ci fosse un drago da squartare per poter dimostrare senza ombra di dubbio la sua bonna fiddes. Era di sicuro molto meglio di voglie sulla pelle e spade. Giocherellò con la penna per un po' e poi scarabocchiò: Obiecto: Il Drago non era un dispositivo meccanico, eppure di certo nessun mago avrebbe avuto il potere per creare una bestia di tale mag. magg. Maggni. Dimensione. Obiecto: Perché mai, perdiana, non ha potuto sputare fuoco? Obiecto: Donde è venuto? Obiecto: Ove è ito? La pioggia picchiava più forte contro la finestra. I suoni dei festeggiamenti si fecero decisamente più attutiti e poi svanirono del tutto. Si sentì un rombo di tuono. Vimes sottolineò la parola ito svariate volte. Dopo ulteriori riflessioni vi aggiunse altri due punti interrogativi: ?? Dopo avere fissato l'effetto per qualche tempo, appallottolò la carta e la gettò nel camino, dove venne presa al volo e ingurgitata da Errol. Era stato commesso un crimine. Dei sensi che Vimes non sapeva di possedere, antichi sensi da poliziotto, gli facevano rizzare i peli del collo e gli dicevano che era stato commesso un crimine. Si trattava probabilmente di un crimine talmente strano da non comparire da nessuna parte nel libro di Carota, ma era stato commesso ugualmente. Una manciata di assassinii ad alta temperatura era soltanto l'inizio. Lui avrebbe trovato il crimine e gli avrebbe dato un nome. Si alzò, prese il mantello di pelle per la pioggia dal gancio dietro la porta e uscì nella nuda città.
È lì che sono andati a finire i draghi. Giacciono. Non morti, non addormentati. Non in attesa, perché ciò implicherebbe aspettative. Forse il termine che stiamo cercando è... ... infuriati. Il drago riusciva a ricordare la sensazione di aria vera sotto le ali e il puro piacere delle fiamme. C'erano stati cieli liberi sopra e un interessante mondo sotto, pieno di strane creature che correvano. L'esistenza lì aveva avuto una qualità diversa. Una qualità migliore. E proprio quando stava cominciando a goderne, era stato mutilato, gli era stato impedito di sputare fuoco e era stato ricacciato indietro, come un qualsiasi peloso mammifero canino. Il mondo gli era stato portato via. Nelle sinapsi da rettile della sua mente albeggiò l'idea che, forse, avrebbe potuto riprendersi quel mondo. Era stato evocato e poi cacciato via in modo sprezzante. Forse però era rimasta una traccia, un odore, una pista che lo avrebbe condotto fino al cielo... Forse c'era un sentiero del pensiero stesso... Ricordò una mente. La voce stizzosa, così piena della propria sciocca importanza; una mente simile a quella di un drago ma in scala molto, molto ridotta. Aha! Il drago dispiegò le ali. Lady Ramkin si preparò una tazza di cacao e si mise ad ascoltare la pioggia che gorgogliava nelle gronde, all'esterno. Si tolse le odiate scarpette da ballo, simili - anche lei era pronta ad ammetterlo - a un paio di canoe rosa. Ma nobblyess oblisay, come avrebbe detto quel buffo piccolo sergente e, come ultima rappresentante di una delle più antiche famiglie di Ankh-Morpork, lei era dovuta andare al ballo della vittoria per mostrare la propria disponibilità. Lord Vetinari teneva raramente balli. Al proposito c'era un buffa canzoncina, in effetti. Adesso, invece ci sarebbero stati balli a go-go. Lei non sopportava i balli. A livello di puro divertimento non c'era nulla come accudire i draghi. Sapevi in che acque navigavi, quando accudivi i draghi. Non diventavi accaldato e paonazzo, e non dovevi mangiare sciocchi cibi infilzati su stecchini, o indossare abiti che ti facevano apparire come una nuvola piena di cherubini. Ai piccoli draghi non importava un ac-
cidente di come eri vestito, finché avevi in mano una ciotola con del cibo. Davvero buffo. Lei aveva sempre pensato che occorressero settimane, mesi, per organizzare un ballo. Inviti, addobbi, salsicce su stecchi, orribili pasticci di pollo per riempire tortini in pasta sfoglia. Invece era stato fatto tutto nel giro di qualche ora, come se qualcuno se lo fosse aspettato. Uno dei miracoli del catering, ovviamente. Lei aveva perfino ballato con, per mancanza di un termine migliore, il nuovo re, che le aveva detto alcune parole cortesi anche se a voce molto bassa. E il giorno dopo ci sarebbe stata l'incoronazione. In teoria dovevano occorrere mesi interi per organizzarla. Stava ancora riflettendo su quello mentre preparava il cibo serale per i draghi fatto di petrolio greggio e torba speziata con fiori di zolfo. Non si prese il disturbo di togliere l'abito da sera ma indossò sopra un grembiule pesante, infilò guantoni ed elmetto, abbassò la visiera sul volto e corse, stringendo in mano i secchi col cibo, attraverso la pioggia battente in direzione delle gabbie. Si accorse che c'era qualcosa di strano non appena aprì la porta. Di solito l'arrivo del cibo veniva salutato con ululati, fischi e brevi getti di fiamma. I draghi, ognuno nella propria gabbia, erano seduti in silenzio, attenti, e fissavano attraverso il tetto. Era una situazione che metteva un po' di paura. Lady Ramkin fece sbattere insieme i secchi. «Non c'è niente da temere, il grosso drago cattivo è andato via!» disse allegramente. «Buttatevi su questo, ragazzi!» Alcuni di essi le lanciarono una breve occhiata e poi tornarono alla loro... Cosa? Non sembravano spaventati: solo molto, molto attenti. Era come una veglia. Stavano aspettando che accadesse qualcosa. Il tuono brontolò di nuovo. Un paio di minuti dopo, lei si stava recando nell'umida città. Ci sono canzoni che non si possono cantare da sobri. "Nellie Dean" è una di quelle. Lo è anche una qualsiasi canzone che inizi con "Mentre stavo camminando...". Nella zona attorno ad Ankh-Morpork, l'aria preferita è "La Bacchetta di un Mago ha un Pomolo in Cima". Gli uomini della Guardia erano ubriachi. Quanto meno lo erano due su tre. Erano riusciti a persuadere Carota a provare un misto di birra e limona-
ta che però non gli era piaciuto affatto. Inoltre egli non conosceva la maggior parte delle parole e, di molte di quelle che conosceva, non capiva il significato. «Oh, capisco» disse alla fine. «È una specie di divertente gioco di parole, vero?» «Sapete» osservò Colon malinconico, fissando la nebbia che si infittiva arrivando dall'Ankh, «è in momenti come questo che vorrei che il vecchio...» «Non dirlo» lo bloccò Nobby, ondeggiando leggermente. «Eravamo d'accordo che non avremmo detto niente, non serve a niente parlarne». «Era la sua canzone preferita» continuò triste Colon. «Era un buon tenore leggero». «Adesso, Sergente...» «Era un uomo onesto, il nostro Gaskin» disse Colon. «Non avremmo potuto aiutarlo» commentò Nobby tetro. «Sì invece» ribatté Colon. «Potevamo correre più veloci». «Ma che cosa è successo?» domandò Carota. «È morto» rispose Nobby, «nell'esecuzione del suo dovere». «Glielo avevo detto» disse Colon, traendo un sorso dalla bottiglia che si erano portati dietro perché li accompagnasse per tutta la notte. «Glielo avevo detto. Rallenta, gli avevo detto. Ti farai del male, gli ho detto. Non so che cosa gli ha preso a mettersi a correre davanti a tutti in quel modo». «Secondo me è colpa della Gilda dei Ladri» disse Nobby. «Permettere a gente del genere di girare per le strade...» «Una notte abbiamo visto un tipo che commetteva un furto» spiegò Colon con espressione miseranda. «Proprio davanti a noi! E il capitano Vimes ha detto: "Andiamo" e noi ci siamo messi a correre, solo che il fatto è che non si deve correre troppo in fretta, capisci. Altrimenti si rischia di prenderli. Acchiappare i ladri può portare a un gran numero di problemi...» «A loro non piace» disse Nobby. Si sentì un brontolio di tuono e ci fu una raffica di pioggia. «A loro non piace» ammise Colon. «Ma Gaskin è partito e, dimenticandosene, si è messo a correre, ha svoltato all'angolo e, come dire, quel tipo aveva un paio di amici che lo aspettavano...» «In realtà è stato il cuore» precisò Nobby. «Be'. Comunque. Lì è successo» disse Colon. «Il capitano Vimes è rimasto davvero sconvolto. Non si deve correre veloce nella Guardia, ragazzo» aggiunse in tono solenne. «Puoi essere un guardia veloce o una guardia
vecchia, ma non puoi essere una vecchia guardia veloce. Povero vecchio Gaskin». «Non dovrebbe funzionare così» disse Carota. Colon trasse un sorso dalla bottiglia. «Be', è così» disse. La pioggia gli rimbalzava sull'elmetto e gli gocciolava sul volto. «Ma non dovrebbe» insistette Carota in tono deciso. «Ma lo è» ripeté Colon. Anche qualcun altro in città era inquieto. Era il Bibliotecario. Il sergente Colon gli aveva dato un distintivo e il Bibliotecario lo stava rigirando fra le grosse mani delicate, mordicchiandolo. Non era tanto il fatto che improvvisamente la città avesse un re. Gli oranghi sono tradizionalisti e non c'è nulla di più tradizionale di un re. A loro, però, piacciono anche le cose fatte in modo pulito, e queste non lo erano. O meglio, erano anche troppo pulite. La verità e la realtà non si presentavano mai in maniera così pulita. Inaspettati eredi ad antichi troni non crescevano sugli alberi, lui lo sapeva bene. Inoltre, nessuno stava più cercando il suo libro. Il libro era la chiave di tutto. Egli ne era certo. Be', c'era un unico modo per scoprire che cosa ci fosse nel libro. Era pericoloso, ma il Bibliotecario ambiava lungo sentieri pericolosi tutto il giorno. Nel silenzio della biblioteca dormiente, egli aprì la scrivania e tirò fuori dai suoi più profondi recessi una piccola lanterna accuratamente costruita per impedire che la fiamma risultasse esposta. Non si poteva mai essere troppo cauti con tanta carta in giro... Prese anche un sacchetto di noccioline e, dopo qualche riflessione, un grosso rotolo di spago. Ne tagliò coi denti un pezzetto e lo usò per legarci il distintivo attorno al collo, come un talismano. Legò quindi una estremità del rotolo alla scrivania e, dopo un istante di contemplazione, partì fra le scansie camminando sulle nocche, e svolgendosi il rotolo di spago alle spalle. La conoscenza è uguale al potere... Lo spago era importante. Dopo qualche tempo il Bibliotecario si fermò. Si concentrò su tutti i propri poteri di bibliotecariato. Il potere è uguale all'energia... A volte le persone erano stupide. Pensavano che la Biblioteca fosse un posto pericoloso a causa di tutti i libri magici che conteneva, il che era an-
che vero, ma ciò che la rendeva davvero uno dei luoghi più pericolosi che potessero mai esistere era il semplice fatto che era una biblioteca. L'energia è uguale alla materia... Svoltò in un corridoio di mensole che era apparentemente lungo qualche metro e lo percorse a passo veloce per una mezz'ora. La materia è uguale alla massa. E la massa distorce lo spazio. Lo distorce in un polifrattale spazio-B. E così, mentre il sistema Dewey ha i suoi bei punti di riferimento, quando si parte per cercare qualcosa nelle pieghe multidimensionali dello spazio-B quello di cui si ha realmente bisogno è un rotolo di spago. Adesso la pioggia stava cadendo fitta. Scintillava sul lastricato nella Piazza delle Lune Spezzate, disseminata qui e lì di colorati brandelli di bandiera, cocci di bottiglia e l'occasionale cena rigurgitata. Si sentivano ancora molti tuoni e un odore fresco e vigoroso nell'aria. Qualche frammento di nebbia dell'Ankh incombeva sopra le pietre. Sarebbe presto arrivata l'alba. I passi di Vimes riecheggiavano debolmente dagli edifici circostanti mentre lui si accingeva ad attraversare la piazza. Il ragazzo si era trovato... qui. «E qui» disse Vimes, «è dove il drago è stato ucciso». Frugò nelle tasche. C'erano dentro oggetti di ogni genere: chiavi, pezzi di spago, tappi. Le sue dita si richiusero su un pezzetto di gesso. Si chinò verso terra. Errol saltò giù dalla sua spalla e si allontanò salterellando per ispezionare i detriti dei festeggiamenti. Annusava sempre ogni cosa prima di mangiarla, notò Vimes. Era un mistero perché si prendesse la briga di farlo, visto che tanto alla fine ingoiava sempre tutto. Vimes indietreggiò, segnando col gesso una linea sulle pietre, procedendo piano sulla piazza vuota e umida come un antico credente che tracciasse un labirinto. Qui un'ala che curvava verso la coda che si allungava fino a qui - cambio di mani -, adesso dirigiamoci verso l'altra ala... Quando ebbe terminato si portò al centro del profilo e passò le mani sopra il lastricato. Si rese conto di essersi quasi aspettato di sentirlo caldo. Doveva per forza esserci qualcosa. Un po' - oh, non aveva la minima idea - un po' di grasso o qualcosa come... come croccanti bocconcini di drago fritto. Errol cominciò a mangiare un coccio di bottiglia dando grandi segni di apprezzamento.
«Sai cosa penso?» disse Vimes. «Penso che sia andato da qualche parte». Il tuono rombò di nuovo. «Va bene, va bene» bofonchiò Vimes. «Era solo un'ipotesi. Non era poi così terribile». Errol smise di masticare con il boccone a metà. Molto lentamente, come se fosse stata montata su cuscinetti molto scorrevoli e bene oliati, la testa del draghetto si rivolse verso l'alto. Stava fissando con grande intensità una zona di vuoto assoluto. Non si poteva descriverlo altrimenti. Vimes rabbrividì sotto il mantello. Era pazzesco. «Non fare lo stupido» gli disse. «Lì non c'è niente». Errol cominciò a tremare. «È solo la pioggia» aggiunse Vimes. «Dai, finisci la bottiglia. Buona bottiglia». Dalla bocca del draghetto sfuggì un acuto e prolungato suono di preoccupazione. «Adesso ti faccio vedere» disse Vimes. Si guardò attorno e avvistò una delle salamelle di Rovina, buttata via da un affamato festaiolo che aveva stabilito che non sarebbe mai stato così affamato. La prese in mano. «Guarda» disse, e la lanciò in aria. Era certo, guardandone la traiettoria, che sarebbe dovuta ricadere al suolo. Non sarebbe dovuta cadere lontano, come se lui l'avesse lanciata per bene in un tunnel nel cielo. E il tunnel poi non avrebbe dovuto guardarlo di rimando. Un vivido lampo violaceo guizzò dal nulla e colpì le case sul lato più vicino della piazza, crepitando rapidamente sulle pareti per parecchi metri prima di spegnersi in modo così improvviso da negare quasi di essere mai esistito. Schizzò quindi di nuovo, questa volta colpendo le pareti sul lato più lontano. La luce si infranse nel punto di impatto in un reticolo di tentacoli che sembrarono tastare tutta la superficie diffondendosi sulle pietre. Il terzo tentativo fu diretto verso l'alto e andò a formare una colonna attinica che da ultimo arrivò fino a quindici, diciotto metri nell'aria, sembrò stabilizzarsi e poi prese a ruotare lentamente. Vimes ritenne che fosse necessario un commento. Disse: «Arrgh!» Mentre la luce roteava, proiettava anche verso l'esterno flussi a zig-zag che si espandevano sopra i tetti, a volte sprofondando, a volte tornando sui
propri passi. Cercando. Errol si arrampicò sulla schiena di Vimes con una frenesia di artigliate e gli si avvinghiò saldamente su una spalla. L'acuto dolore rammentò a Vimes che avrebbe dovuto fare qualcosa. Era arrivato il momento di gridare di nuovo? Provò con un altro «Arrgh». No, forse no. L'aria cominciò a puzzare di latta bruciata. La carrozza di Lady Ramkin sferragliò sulla piazza facendo il rumore della ruota di una roulette e si lanciò direttamente verso Vimes, fermandosi con una sbandata che la fece ruotare in semicerchio e costrinse i cavalli o a guardare dall'altra parte o a intrecciarsi le zampe. La visione di una furia con un grembiulone imbottito, guantoni, tiara e trenta metri di tulle rosa inzuppato si chinò verso di lui e gridò: «Salti su, maledetto idiota!» Un guanto lo afferrò sotto l'ascella, che non oppose resistenza, e lo caricò di peso nell'abitacolo. «Stop alle grida!» ordinò il fantasma, concentrando l'autorità naturale di generazioni intere in cinque sillabe. Un altro urlo spronò i cavalli da una sconcertata partenza da fermi a un galoppo sfrenato. La carrozza sobbalzò sull'acciottolato. Un tentacolo esploratore di luce tremolante sfiorò per un momento le redini e poi perse interesse. «Immagino che lei non abbia la minima idea di cosa stia accadendo, vero?» gridò Vimes, al di sopra del crepitio della fiamma rotante. «Nemmeno la più vaga!» I flussi che avanzavano strisciando si diffusero come una rete sopra la città, facendosi sempre più deboli con l'aumentare della distanza. Vimes le immaginò filtrare attraverso le finestre e intrufolarsi sotto le porte. «Sembra che stia cercando qualcosa!» gridò lui. «Allora scappare via prima che lo trovi è una idea di categoria A, non le pare?» Una lingua di fuoco colpì l'oscura Torre dell'Arte, scivolò alla cieca sotto i suoi lati ricoperti di edera e scomparve attraverso la cupola della Biblioteca dell'Università Invisibile. Gli altri flussi si spensero, tremolando. Lady Ramkin fece fermare la carrozza dall'altra parte della piazza. «A che cosa gli serve la Biblioteca?» disse, corrugando la fronte. «Forse vuole consultare qualcosa?» «Non sia sciocco» ribatté lei in tono gioviale. «Lì dentro ci sono solo un sacco di libri. Che cosa potrebbe volere mai leggere un lampo di luce?» «Qualcosa di molto breve?»
«Penso davvero che potrebbe cercare di mostrarsi più utile». Il flusso di luce esplose in un arco fra la cupola della Biblioteca e il centro della piazza e rimase sospeso nell'aria, una striscia di brillantezza dello spessore di qualche metro. Quindi, in un impeto improvviso, divenne una sfera di fuoco che crebbe velocemente per occupare quasi tutta la piazza, svanì repentinamente e lasciò la notte carica di risuonanti ombre violette. E la piazza piena di un drago. Chi l'avrebbe mai pensato? Così tanto potere così a portata di mano. Il drago poteva sentire la magia fluire dentro di sé, rinnovarlo di secondo in secondo, sfidando qualsiasi noiosa legge fisica. Non si trattava del misero viaggio che gli era stato concesso in precedenza. Questo era il potere vero. Non c'era limite a ciò che avrebbe potuto ottenere con esso. Prima però doveva andare a fare una visitina a certe persone... Annusò l'aria mattutina. Stava cercando l'odore delle menti. I nobili draghi non hanno amici. Quello che più si può avvicinare a tale concetto è un nemico ancora in vita. L'aria era divenuta perfettamente silenziosa, così silenziosa che si sarebbe quasi potuta udire la lenta caduta della polvere. Il Bibliotecario arrancava sulle nocche fra una scansia e l'altra. La cupola della Biblioteca si trovava ancora sopra la sua testa ma, fondamentalmente, lo era sempre. Al Bibliotecario sembrava abbastanza logico che, essendoci corridoi dove le scansie si trovavano all'esterno, dovessero esserci altri corridoi nello spazio fra i libri stessi, creati da increspature quantiche per il mero peso delle parole. C'erano sicuramente strani suoni che provenivano dall'altra parte di determinate scansie, e il Bibliotecario sapeva che, se avesse delicatamente tirato fuori un paio di libri, si sarebbe trovato a guardare in differenti biblioteche poste sotto cieli diversi. I libri deformano lo spazio e il tempo. Un motivo per cui i proprietari dei sopracitati negozietti angusti e disordinati di libri usati sembrano sempre un po' fuori dal mondo è che molti di essi in effetti lo sono, essendo scivolati in questo mondo dopo avere svoltato nel punto sbagliato nelle loro librerie, in mondi in cui è pratica comune nel commercio indossare sempre pantofole di flanella e aprire il negozio soltanto quando se ne ha voglia. Ci si inoltra nello spazio-B a proprio rischio e pericolo. Bibliotecari molto anziani, tuttavia, una volta dimostratisi capaci di ese-
guire valorosi atti di bibliotecarismo, vengono ammessi in un ordine segreto ed edotti nella cruda arte della sopravvivenza al di là delle Scansie che Conosciamo. Il nostro Bibliotecario era espertissimo in ognuna di tali arti, ma quello che stava per tentare gli poteva costare un'espulsione non solo dall'Ordine ma anche dalla vista stessa. Tutte le biblioteche di ogni dove sono connesse nello spazio-B. Tutte le biblioteche. Ovunque. E il Bibliotecario, navigando tramite segnali intagliati sulle scansie da antichi esploratori, navigando a naso, navigando perfino tramite le sirene che sussurravano di nostalgia, si stava dirigendo direttamente verso una scansia specifica. C'era un'unica consolazione. Se avesse sbagliato, non l'avrebbe mai saputo. Non si sa come, il drago se la cavava peggio a terra. In aria rappresentava un essere appartenente a quell'elemento, pieno di grazia anche quando cercava di bruciarti fino alla punta degli stivali. A terra era solo un animale maledettamente grosso. La sua immensa testa si sollevò contro il grigiore dell'alba, voltandosi lentamente. Lady Ramkin e Vimes sbirciarono con estrema cautela da dietro un abbeveratoio. Vimes teneva le mani serrate sul muso di Errol. Il piccolo drago stava gemendo come un cucciolo preso a calci e si dimenava per scappare via. «È un animale magnifico» disse Lady Ramkin in quello che probabilmente lei considerava un sussurro. «Vorrei che la smettesse di dire così» replicò Vimes. Si udì un rumore raschiante quando il drago cominciò a trascinarsi sui ciottoli. «Sapevo che non era stato ucciso» latrò Vimes. «Non c'erano pezzi in giro. Era un lavoretto troppo pulito. È stato mandato da qualche parte da una specie di incantesimo. Ci scommetto. Lo guardi. È maledettamente impossibile! C'è bisogno di magia per tenerlo in vita!» «Ma che intende dire?» domandò Lady Ramkin senza distogliere lo sguardo dai fianchi corazzati dell'animale. Che voleva dire? Che voleva dire? Rifletté in fretta. «Quello che voglio dire è che non è fisicamente possibile» disse. «Nulla di così grande dovrebbe potere volare e sputare quel genere di fiamma. Glielo avevo detto».
«Ma mi sembra decisamente reale. Voglio dire, ci si aspetterebbe che una creatura magica fosse... impalpabile». «Oh, questa qui è vera. Decisamente vera» ribatté amareggiato Vimes. «Ma supponiamo che abbia bisogno della magia come noi abbiamo bisogno... della luce del sole? O del cibo». «Vuole dire che è un taumivoro?» «Io penso solo che si nutra di magia, tutto qui» commentò Vimes che non aveva ricevuto una educazione classica. «Voglio dire, tutti quei piccoli draghi di palude, sempre sul baratro dell'estinzione... Supponiamo che un giorno, nella preistoria, alcuni di loro abbiano scoperto come utilizzare la magia». «C'era un sacco di magia naturale in giro, un tempo» confermò riflessiva Lady Ramkin. «Allora ci siamo. Dopo tutto, le creature usano l'aria e il mare. Voglio dire, se c'è in giro una fonte naturale, qualcuno finirà con l'usarla, no? A quel punto non ci sarebbero più stati problemi di cattiva digestione, peso, apertura alare e così via perché se ne sarebbe occupata la magia. Caspita!» Ma ne servirebbe MOLTISSIMA, pensò lui. Non era certo di quanta magia occorresse per cambiare a sufficienza il mondo così da permettere a tonnellate di carcassa corazzata di svolazzare nel cielo come una rondinella, ma avrebbe potuto scommettere che doveva essere tanta. Tutti quei furti. Qualcuno aveva alimentato il drago. Egli guardò la struttura della Biblioteca di magia dell'Università Invisibile, il più grande concentrato di potere magico distillato presente sul Mondo Disco. Adesso il drago aveva imparato ad auto-alimentarsi. Egli si rese conto, con orrore, che Lady Ramkin si era mossa e stava camminando a passo deciso verso il drago, con il mento sporto in fuori come una incudine. «Che diavolo sta facendo?» sibilò lui a voce alta. «Se discende da draghi di palude, allora io probabilmente riuscirò a controllarlo» gridò lei di rimando. «Bisogna guardarli negli occhi e usare un tono di voce deciso. Non sanno resistere a una forte voce umana. Non hanno la forza di volontà, sa. Sono solo dei gran mollaccioni». Con sua grande vergogna, Vimes si rese conto che le sue gambe non avrebbero avuto nulla a che fare con una folle corsa per trascinarla indietro. Al suo orgoglio la cosa non piacque, ma il suo corpo gli fece notare che non era il suo orgoglio a rischiare fortemente di venire schiacciato come