una lamina contro il più vicino edificio. Con orecchie che bruciavano per l'imbarazzo egli le sentì dire: «Cattivo!» Gli echi di quella rigida ingiunzione risuonarono attraverso la piazza. Oh, santi numi, pensò lui, è così che si addestra un drago? Gli si indica il pezzo di pavimento squagliato e lo si minaccia di sfregarglici dentro il naso? Egli arrischiò una sbirciatina al di là dell'abbeveratoio. La testa del drago stava ondeggiando lentamente, come il braccio di una gru. Aveva qualche difficoltà a focalizzarsi su di lei, che si trovava proprio sotto. Vimes riuscì a vedere i grossi occhi rossi stringersi in due fessure mentre la creatura cercava di guardare lungo il proprio naso. Sembrava sconcertata. Vimes non ne era sorpreso. «Seduto!» gridò Lady Ramkin con un tono così reciso da non ammettere disobbedienza, tanto che Vimes sentì le proprie gambe piegarsi involontariamente. «Bravo! Penso di avere qui da qualche parte un pezzo di carbone...» Lady Ramkin dette una pacca sulle tasche. Contatto visivo. Quello era il fattore essenziale. Vimes pensò che lei non avrebbe assolutamente dovuto distogliere lo sguardo per un singolo istante. Il drago sollevò un unghione in modo disinvolto e la inchiodò a terra. Mentre Vimes si sollevava, in preda all'orrore, Errol gli sfuggì di mano e superò l'abbeveratoio in un sol balzo. Rotolò attraverso la piazza in una serie di archi facendo vibrare le ali, a bocca aperta, emettendo ansimanti conati, cercando di sputare fuoco. Gli venne risposto con una lingua di fuoco bianco azzurrina che fece sciogliere una striscia di pietra lunga svariati metri senza riuscire tuttavia a colpire lo sfidante. Era difficile abbatterlo perché, risultava abbastanza chiaro, nemmeno Errol sapeva dove si sarebbe trovato o che strada avrebbe percorso per arrivarci. La sua unica speranza, al momento, consisteva nel muoversi, ed egli volteggiò e piroettò fra scariche sempre più furenti di fiamme come una particella vagante, spaventata eppure determinata. Il grande drago si mosse producendo il rumore di una dozzina di catene da ancora lanciate in un angolo e cercò di abbattere quel piccolo tormento. A quel punto le gambe di Vimes si rassegnarono e decisero che, per una volta tanto, potevano concedere a se stesse il lusso di diventare gambe eroiche. Corse freneticamente nello spazio intermedio, brandendo la spada per quel che poteva servire, afferrò Lady Ramkin per un braccio e una manciata di lacero vestito da ballo e se la issò su una spalla. Percorse qualche metro prima di cominciare a comprendere l'essenziale
errore di valutazione di quella mossa. Fece uno "Gngh". Sotto quel peso, vertebre e ginocchia stavano tentando di fondersi in un blocco unico. Macchie violacee gli lampeggiarono davanti agli occhi. Come se non bastasse, qualcosa di poco familiare ma apparentemente fatto di osso di balena gli si infilzò nella nuca. Egli riuscì a procedere di qualche altro passo a causa della mera inerzia, sapendo che quando si fosse fermato sarebbe rimasto completamente schiacciato. I Ramkin non si erano riprodotti per la bellezza ma per buona salute e ossatura forte e ci erano riusciti benissimo, nel corso dei secoli. Uno sbuffo di livido fuoco di drago crepitò sul lastricato a pochi passi di distanza. In seguito egli si chiese se non si fosse soltanto immaginato di essere balzato di parecchi centimetri in aria e di avere coperto il resto della distanza fino all'abbeveratoio con una rispettabile corsa. Forse, in extremis, tutti imparavano il genere di movimento istantaneo che era del tutto naturale per Nobby. Comunque Vimes si era lasciato l'abbeveratoio alle spalle e Lady Ramkin si trovava nelle sue braccia o, meglio, gli stava bloccando le braccia al suolo. Egli riuscì a liberarle e a riattivare un po' la circolazione massaggiandole. Cosa bisognava fare a quel punto? La donna non sembrava ferita. Egli rammentò qualcosa sul fatto di dover slacciare i vestiti della persona in questione ma, nel caso di Lady Ramkin, poteva diventare pericoloso senza una attrezzatura speciale. Lei risolse il dilemma aggrappandosi al bordo dell'abbeveratoio e tirandosi in piedi. «Va bene» disse, «adesso ti meriti la ciabatta...» I suoi occhi si focalizzarono su Vimes per la prima volta. «Ma che diavolo sta succedendo...» cominciò a dire, e poi notò la scena dietro la spalla di lui. «Oh, brutto stronzo» disse. «Perdoni il mio klatchiano». Errol era al limite delle forze. Le tozze ali erano effettivamente incapaci di un vero e proprio volo, ed egli stava rimanendo in aria solo sbattendole all'impazzata, come un pollo. I grandi unghioni dell'altro sferzarono l'aria. Uno di essi colpì una delle fontane della piazza e la demolì. La successiva sventola colse in pieno Errol. Venne lanciato sopra la testa di Vimes in linea retta e in ascesa, colpì un tetto alle sue spalle e vi scivolò sopra. «Lo deve afferrare!» gridò Lady Ramkin. «Deve! È una questione vitale!»
Vimes la fissò e poi si tuffò in avanti mentre il corpo a forma di pera di Errol scivolava oltre il bordo del tetto e cadeva giù. Era sorprendentemente pesante. «Grazie al cielo» disse Lady Ramkin, alzandosi in piedi a fatica. «Sa, esplodono così facilmente. Poteva essere pericoloso». Si ricordarono dell'altro drago. Non era del tipo che esplode. Era del tipo che uccide la gente. Si voltarono, lentamente. La creatura incombeva sopra di loro, li annusò, come se non fossero affatto importanti, e poi si voltò. Balzò vigorosamente in aria e, con un battito d'ali, cominciò a vogare oziosamente via, sopra la piazza e su nelle nebbie che stavano avvolgendo la città. Al momento Vimes era più preoccupato per il piccolo drago che teneva in braccio. Il suo stomaco stava gorgogliando in modo allarmante. Desiderò avere fatto maggiore attenzione al libro sui draghi. Un rumore di stomaco come quello era segno che stavano per esplodere o segnalava il momento in cui dovevi stare attento all'istante in cui il gorgoglio fosse terminato? «Dobbiamo seguirlo!» esclamò Lady Ramkin. «Dov'è finita la carrozza?» Vimes indicò vagamente con una mano la direzione presa dai cavalli in preda al panico, per quello che ne sapeva lui. Errol starnutì una nube di gas caldo che puzzava peggio di qualsiasi cosa murata dentro una cantina, annaspò con le zampette in aria, leccò il viso di Vimes con una lingua che assomigliava a una grattugia bollente, si divincolò dalle sue braccia e trottò via. «Dove sta andando?» tuonò Lady Ramkin, emergendo dalle nebbie e trascinandosi dietro i cavalli. Essi non volevano avanzare e sollevavano scintille con gli zoccoli, ma era come combattere una battaglia già persa. «Sta ancora tentando di sfidarlo!» disse Vimes. «Avrei pensato che avrebbe lasciato perdere». «Combattono come incendi violenti» disse Lady Ramkin, mentre saliva in carrozza. «È questione di fare esplodere l'avversario, capisce?» «Pensavo che, in Natura, l'animale sconfitto rotolasse sulla schiena sottomettendosi e tutto finisse lì» osservò Vimes, mentre rincorrevano il draghetto che stava scomparendo. «Non funziona così fra i draghi» replicò Lady Ramkin. «Se un esemplare stupido rotola sulla schiena viene subito sventrato. Loro agiscono così. Quasi come gli umani, in effetti».
Le nubi si erano addensate su Ankh-Morpork. Al di sopra di esse, appariva la lenta e dorata luce solare del Mondo Disco. Il drago scintillava nell'alba mentre si muoveva nell'aria gioiosamente, effettuando impossibili virate e capriole per il puro gusto di farle. Ricordò quindi il compito che si era prefissato per la giornata. Avevano avuto la presunzione di evocarlo... Sotto di esso, gli uomini della Guardia vagavano da un lato all'altro della Strada degli Dei Minori. A dispetto della fitta nebbia, stava cominciando ad affollarsi. «Come si chiamano quelle cose per salire?» domandò il sergente Colon. «Scale a pioli» rispose Carota. «Ce ne sono in giro un sacco» osservò Nobby. Si avvicinò oziosamente a quella più vicina e le dette un calcio. «Ohi!» Una figura scese con difficoltà, mezza sepolta in cordoni di bandierine. «Che sta succedendo?» domandò Nobby. L'uomo con le bandiere lo squadrò dall'alto al basso. «Chi lo vuole sapere, nanetto?» disse. «Mi scusi, vogliamo saperlo noi» replicò Carota, profilandosi nella nebbia come un iceberg. L'uomo fece un sorriso storto. «Be', si tratta dell'incoronazione» rispose. «Dobbiamo preparare le strade per l'incoronazione. Dobbiamo sistemare le bandiere nuove. Dobbiamo rimettere su i vecchi stemmi». Nobby lanciò agli addobbi gocciolanti un'occhiata ostile. «A me non sembrano troppo vecchi» disse. «Mi sembrano nuovi. Che cosa sono quei cosi grassi e cascanti su quello scudo?» «Questi sono i reali ippopotami di Ankh» disse con orgoglio l'uomo. «Reminiscenze della nostra nobile tradizione». «Ma da quanto tempo abbiamo una nobile tradizione?» domandò Nobby. «Da ieri, ovviamente». «Ma non si può ottenere una tradizione in un giorno» disse Carota. «Deve esistere da molto tempo». «Se non ne abbiamo una» commentò il sergente Colon, «scommetto che ben presto ne avremo una. Mia moglie mi ha lasciato un biglietto al proposito. Dopo tutti questi anni salta fuori che è una monarchica». Batté i piedi per terra con astio. «Pfui!» esclamò. «Un uomo si sbatte per trent'anni per
potere portare in tavola un po' di carne e lei non fa altro che parlare di un ragazzino che è diventato re per un lavoretto di cinque minuti. Sapete che cosa mi ha preparato per cena ieri sera? Panini al grasso di manzo!» La frase non suscitò da parte dei due scapoli la reazione prevista. «Per Cor!» esclamò Nobby. «Vero grasso di manzo?» domandò Carota. «Quello coi pezzetti croccanti sopra? E quelle luccicanti bolle di grasso?» «Non ricordo nemmeno l'ultima volta che ho tuffato un crostino in una ciotola di grasso» meditò Nobby, in un paradiso gastronomico. «Con un pochino di sale e pepe, ti trovi davanti un pasto degno di un r...» «Non lo dica nemmeno» lo ammonì Colon. «Il momento migliore è quando infili il coltello, rompi la crosta di grasso e tutto quel sughetto marrone dorato ribolle fuori» proseguì Carota, con espressione sognante. «Un momento del genere vale quasi un regn...» «Chiudi il becco! Chiudi il becco!» gridò Colon. «Siete solo... ma che diavolo è stato?» Avvertirono l'improvvisa corrente d'aria discendente, videro la nebbia sopra di loro avvilupparsi in spirali che si infransero contro le pareti della casa. Una folata di aria più fredda passò lungo la strada, e sparì. «Sembrava qualcosa che passava via veloce, lassù da qualche parte» disse il sergente. Si immobilizzò. «Ehi, non penserete che...» «L'abbiamo visto morire, no?» disse Nobby in tono incalzante. «Lo abbiamo visto svanire» precisò Carota. Si guardarono a vicenda, soli e bagnati nella strada avvolta dalla nebbia. Lassù poteva esserci qualsiasi cosa. L'immaginazione popolò l'aria umida di terribili apparizioni. Quello che era peggio era la consapevolezza che la Natura potesse avere fatto un lavoretto anche migliore. «No» disse Colon. «Probabilmente si tratta solo di un grosso trampoliere. O qualcosa del genere». «Ma non dovremmo fare qualcosa?» domandò Carota. «Sì» rispose Nobby. «Dovremmo allontanarci in fretta. Ricordatevi di Gaskin». «Forse si tratta di un altro drago» disse Carota. «Dovremmo allertare la popolazione e...» «No» replicò con veemenza il sergente Colon, «perché, Aa, non ci crederebbero, e Bi, adesso abbiamo un re. Occuparsi dei draghi è compito suo». «Giusto» commentò Nobby. «Probabilmente si arrabbierebbe forte. Ma-
gari i draghi sono, come dire, animali reali. Come i cervi. Ti potrebbero anche togliere i tridlin17 solo per avere pensato di ucciderne uno, quando c'è in giro un re». «Ti fa sentire contento di essere un comune» disse Colon. «Un comune cittadino» lo corresse Nobby. «Non è un atteggiamento particolarmente civico...» cominciò a dire Carota. Venne interrotto da Errol. Il piccolo drago stava arrivando al trotto al centro della strada con la tozza coda tenuta alta e gli occhi fissi sulle nuvole sopra di sé. Superò gli uomini della Guardia senza degnarli della minima attenzione. «Che gli ha preso?» domandò Nobby. Uno sbatacchiare alle loro spalle fece da introduzione alla carrozza dei Ramkin. «Uomini?» disse Vimes in tono esitante, scrutando attraverso la nebbia. «Decisamente» rispose il sergente Colon. «Avete visto passare un drago? A parte Errol?» «Be', ehm» rispose il sergente, guardando gli altri due. «Più o meno, signore. È possibile. Poteva essere». «Allora non state lì impalati come un branco di sciocchi» esclamò Lady Ramkin. «Saltate su! C'è un sacco di posto!» Era vero. Quando era stata costruita, la carrozza era probabilmente stata la meraviglia del tempo, tutta imbottiture, dorature e tappezzerie trapuntate. Il tempo, l'incuria e l'eliminazione dei sedili, utilizzati per trasportare i draghi alle esposizioni, avevano riscosso il loro tributo; ma la vettura puzzava ancora di privilegio, stile e, ovviamente, draghi. «Che sta facendo?» domandò Colon, mentre la carrozza correva sobbalzando attraverso la nebbia. «Sto salutando» rispose Nobby, agitando con cortesia la mano alle spirali di nebbia che li circondavano. «È davvero disgustoso» rifletté il sergente Colon. «C'è gente che va in giro in carrozze come queste mentre altra gente non ha nemmeno un tetto sopra la testa». «È la carrozza di Lady Ramkin» disse Nobby. «Lei è un tipo in gamba». «Be', sì, ma che mi dice dei suoi antenati? Non si possiedono grandi case e carrozze senza avere tiranneggiato un po' i poveri». «Lei è infuriato solo perché sua moglie si è ricamata delle corone sulle 17 Breve e inutile pratica religiosa eseguita quotidianamente dai Sacri Dervishi in Equilibrio di Otherz, secondo il Dizionario delle Parole che fanno Lacrimare gli Occhi.
mutande» puntualizzò Nobby. «Non c'entra niente» disse il sergente Colon indignato. «Sono sempre stato un fermo sostenitore dei diritti dell'uomo». «E del nano» aggiunse Carota. «Già, è vero» disse un po' incerto il sergente. «Ma tutte queste storie su re e signori sono contrarie alla basilare dignità umana. Nasciamo tutti uguali. Mi viene la nausea». «Non ti ho mai sentito parlare in questo modo, Frederick» disse Nobby. «Per lei sono il sergente Colon, Nobby». «Mi scusi, sergente». La nebbia si stava addensando in un vero gumbo autunnale di AnkhMorpork.18 Vimes vi scrutò attraverso mentre le goccioline si mettevano di buzzo buono per impregnarlo fino al midollo. «Non riesco assolutamente a vederlo» disse. «Svolti qui a sinistra». «Qualche idea di dove ci troviamo?» domandò Lady Ramkin. «Da qualche parte nel quartiere degli affari» rispose Vimes tagliando corto. L'andatura di Errol stava rallentando un poco. Continuava a guardare in alto e piagnucolare. «Non vedo un accidente sopra di noi, con questa nebbia» sbuffò. «Mi chiedo se...» La nebbia, come se avesse colto l'imbeccata, si diradò. Sbocciò davanti a loro come un crisantemo e fece una specie di strano rumore. «Oh, no» gemette Vimes. «Di nuovo!» «Sono state completamente e profondamente suffuse le Coppe dell'Integrità?» intonò Fratello Torrearmata. «Come no, suffuse per benino». «E le Acque del Mondo, sono state abiurate?» «Già, abiurate con grande lena». «Sono stati i Demoni dell'Infinità legati con molte catene?» «Maledizione» disse Fratello Intonacatore, «manca sempre qualcosa». Fratello Torrearmata si afflosciò. «Per una volta sarebbe carino se potessimo eseguire correttamente gli antichi e perpetui rituali, no? Faresti meglio a procedere». «Ma non sarebbe più veloce, Fratello Torrearmata, se lo facessi due volte alla prossima occasione?» domandò Fratello Intonacatore. 18 Una specie di zuppa di piselli solo molto più densa, più torbida e con cose dentro che è probabilmente meglio non scoprire.
Fratello Torrearmata, anche se di malavoglia, prese in considerazione l'ipotesi. Gli sembrò ragionevole. «Va bene» disse. «Adesso torna laggiù con gli altri. E poi dovresti chiamarmi Supremo Grande Maestro Supplente, capito?» Questa affermazione non venne accolta dai confratelli nel modo più corretto e dignitoso. «Nessuno ci ha detto niente sul fatto che tu fossi Supremo Grande Maestro Supplente» bofonchiò Fratello Guardaporta. «Be', per vostra informazione lo sono e basta, dato che il Supremo Grande Maestro, in ritardo per tutto il daffare che ha per l'incoronazione, ha chiesto a me di aprire la Loggia» ribatté in modo altezzoso Fratello Torrearmata. «Se non è questo a rendermi un maledetto Supremo Grande Maestro Supplente, vorrei proprio sapere che cosa lo farebbe, d'accordo?» «Non capisco proprio perché» brontolò di nuovo Fratello Guardaporía. «Non hai alcun bisogno di avere un titolo così importante. Potresti anche chiamarti semplicemente, come dire... Supervisore di Rituali». «Già» osservò Fratello Intonacatore. «Non vedo perché tu debba darti delle arie. Non sei stato nemmeno introdotto agli antichi e mistici misteri dai monaci o che so io». «Anche noi siamo stati qui per ore» disse Fratello Guardaporta. «Non è giusto. Pensavo che saremmo stati ricompensati...» Fratello Torrearmata si rese conto che la situazione gli stava sfuggendo di mano. Provò con lusinghiera diplomazia. «Sono certo che il Supremo Grande Maestro sarà qui a breve» disse. «Vediamo di non rovinare tutto, eh, ragazzi? Abbiamo organizzato la lotta col drago e tutto il resto, è andato tutto bene, è stata una bella impresa, no? Ne abbiamo passate parecchie insieme, no? Vale la pena aspettare ancora un momento, ok?» Il cerchio di figure con mantelli e cappucci si mosse irrequieto, annuendo di mala voglia. «Ok». «Va bene». «Già». CERTAMENTE «Ok». «Se lo dici tu». Fratello Torrearmata cominciò ad avere la strana sensazione che ci fosse qualcosa di storto, senza riuscire però a definirlo chiaramente.
«Ehm» disse. «Fratelli?» Anche gli altri apparivano a disagio. C'era qualcosa nella stanza che li stava facendo rabbrividire. C'era una atmosfera bizzarra. «Fratelli» ripeté Fratello Torrearmata, cercando di riprendersi, «siamo tutti qui, vero?» Seguì un preoccupato coro di assensi. «Certo che siamo qui». «Che succede?» «Sì». SÌ «Sì». Eccolo di nuovo, qualcosa di sottilmente inopportuno su cui non si poteva puntare il dito con precisione perché il dito aveva troppa paura. I preoccupanti pensieri di Fratello Torrearmata, però, vennero interrotti da un rumore raspante sul tetto. Qualche pezzetto di intonaco cadde all'interno del cerchio. «Fratelli?» ripeté Fratello Torrearmata nervoso. Seguì uno di quei silenzi fragorosi, un lungo silenzio ronzante di estrema concentrazione e, forse, l'inspirazione di aria in polmoni grossi come pagliai. Gli ultimi ratti della sicurezza di sé di Fratello Torrearmata abbandonarono la nave del coraggio che stava colando a picco. «Fratello Guardaporta, se potessi togliere il catenaccio al lugubre portone...» suggerì con voce tremula. Ci fu un lampo. Nessun dolore. Non ce ne fu tempo. La Morte priva di molte cose, specialmente quando arriva a una temperatura tanto alta da vaporizzare il ferro e, fra di esse, ci sono le tue illusioni. I resti immortali di Fratello Torrearmata guardarono il drago volare via nella nebbia e poi abbassarono lo sguardo sulla pozza di pietra, metallo e tracce di elementi vari che si stava rapprendendo: tutto ciò che era rimasto del quartier generale segreto. E dei suoi occupanti, comprese lui, in quel modo spassionato che fa parte dell'essere morti. Si ripercorre tutta la propria vita e si finisce in una macchia che vortica come la panna in una tazzina di caffè. Qualsiasi fossero i giochi degli dei, venivano giocati in modo maledettamente misterioso. Egli sollevò lo sguardo sulla figura incappucciata che aveva al fianco. «Non era ciò che volevamo» disse con voce flebile. «Davvero. Senza offesa. Volevamo soltanto ciò che ci era dovuto».
Una scheletrica mano gli dette una pacca sulla spalla, senza cattiveria. E la Morte disse: CONGRATULAZIONI. A parte il Supremo Grande Maestro, l'unico Confratello Elucidato che non si trovava nell'edificio al momento dell'attacco del drago era Fratello Borsaiolo. Era stato mandato a prendere delle pizze. Veniva sempre mandato Fratello Borsaiolo a prendere il cibo da asporto. Costava meno. Egli non aveva mai avuto dimestichezza con l'arte del pagare. Quando le guardie arrivarono subito dietro Errol, Fratello Borsaiolo si trovava in piedi con una pila di scatole di cartone in mano e la bocca spalancata. Dove si sarebbe dovuto trovare il lugubre portone c'era una chiazza liquida di sostanze assortite fuse. «Oh, santo cielo» esclamò Lady Ramkin. Vimes saltò giù dalla carrozza e bussò su una spalla a Fratello Borsaiolo. «Mi scusi, signore» disse, «ha per caso visto...» Quando Fratello Borsaiolo si girò verso di lui il suo volto sembrava quello di uno che ha volteggiato col deltaplano sopra l'entrata dell'Inferno. Continuava ad aprire e chiudere la bocca senza riuscire a proferire parola. Vimes riprovò. Il puro terrore fissato sull'espressione di Fratello Borsaiolo stava cominciando a infastidirlo. «Se potesse essere così gentile da seguirmi a Pseudopolis Yard...» disse Vimes, «ho motivo di credere che lei...» Esitò. Non era affatto certo di cosa avesse motivo di credere. L'uomo però era chiaramente colpevole. Forse non colpevole di qualcosa di specifico. Soltanto colpevole in termini generali. «Mmmmmmhu» disse Fratello Borsaiolo. Il sergente Colon sollevò delicatamente il coperchio della scatola in cima. «Che le sembra, sergente?» domandò Vimes indietreggiando di un passo. «Ehm. Mi sembrano polpette piccanti klatchiane con le acciughe, signore» rispose il sergente Colon con l'aria di quello che la sa lunga. «Intendevo parlare dell'uomo» commentò Vimes stancamente. «Nnnnnn» disse Fratello Borsaiolo. Colon sbirciò nel cappuccio. «Oh, lo conosco, signore» disse. «Bengy "Piedelesto" Boggis, signore. È un capo de monty della Gilda dei Ladri. Lo conosco da un sacco di tempo, signore. Lavorava all'Università.»
«Con quale incarico? Come mago?» domandò Vimes. «Come tuttofare, signore. Giardinaggio, falegnameria e roba del genere». «Oh, davvero?» «Non possiamo fare nulla per questo poveretto?» disse Lady Ramkin. Nobby fece un lesto saluto militare. «Potrei prenderlo a calci nelle chiappe per lei, se vuole, milady». «Dddrrr» disse Fratello Borsaiolo, cominciando a tremare in modo incontrollabile, mentre Lady Ramkin mostrava il tipico sorriso vacuo e ferreo di una signora di alta classe determinata a non far trasparire di aver capito ciò che le è appena stato detto. «Infilatelo nella carrozza, voi due» disse Vimes. «Se non le dispiace, Lady Ramkin...» «... Sybil...» lo corresse Lady Ramkin. Vimes arrossì e quindi aggiunse: «Potrebbe essere una buona idea metterlo sotto chiave. Accusatelo del furto di un libro, per adesso: L'evocazione del Drago». «Ha proprio ragione, signore» disse il sergente Colon. «Inoltre le pizze stanno diventando fredde. Sa come si fa tutto molliccio il formaggio quando si raffreddano». «E niente calci» li ammonì Vimes. «Nemmeno dove non si vede. Carota, tu vieni con me». «Ddrrraaa» disse volenterosamente Fratello Borsaiolo. «E portatevi via Errol» aggiunse Vimes. «Mi sta facendo diventare pazzo. È un piccolo diavolo di cacciatore, glielo concedo». «È magnifico, se ci si pensa bene» disse Colon. Errol stava trottando avanti e indietro davanti all'edificio distrutto, piagnucolando. «Guardatelo» disse Vimes. «Non vede l'ora di metterci sopra gli artigli». Il suo stesso sguardo si sentì attratto, quasi come tirato da fili, verso i banchi di nebbia che turbinavano. È lassù, da qualche parte, pensò. «Che facciamo adesso, signore?» domandò Carota mentre la carrozza si allontanava sobbalzando. «Non sei nervoso, vero?» disse Vimes. «No, signore». Il modo in cui lo disse fece scattare qualcosa nella mente di Vimes. «No» confermò, «non sei affatto nervoso, vero? Immagino che dipenda
dal fatto che sei stato cresciuto dai nani. Non hai immaginazione». «Sono certo di stare facendo del mio meglio, signore» disse Carota con espressione decisa. «Mandi ancora tutta la paga a tua madre a casa?» «Sì, signore». «Sei un bravo ragazzo». «Sissignore. Allora che facciamo adesso, capitano Vimes?» ripeté Carota. Vimes si guardò attorno. Avanzò di qualche passo, senza una meta precisa, esasperato. Allargò le braccia e poi le fece ricadere lungo i fianchi. «Ma che ne so io?» esclamò. «Immagino che dovremo avvertire la popolazione. Faremmo meglio ad andare al palazzo del Patrizio. E poi...» Si sentirono dei passi nella nebbia. Vimes si irrigidì, si portò un dito sulle labbra e tirò Carota al riparo in un androne. Una figura si profilò in mezzo alla nebbia. Un altro di quelli, pensò Vimes. Be', non esiste una legge che impedisca di indossare lunghi mantelli neri e ampi cappucci. Potrebbero esserci dozzine di motivi perfettamente innocenti per cui questa persona sta indossando un lungo mantello nero e un profondo cappuccio, indugiando all'alba davanti a una casa squagliata. Forse dovrei chiedergli di indicarmene almeno uno. Uscì dall'androne. «Mi scusi, signore...» cominciò a dire. Il cappuccio si voltò di scatto. Si sentì il sibilo di qualcuno che trattiene il respiro. «Mi chiedevo se non le spiacesse... all'inseguimento, appuntato!» La figura aveva un bel vantaggio. Sfrecciò lungo il vicolo e raggiunse l'angolo prima che Vimes fosse anche solo a metà strada. Egli svoltò appena in tempo per vedere una sagoma svanire lungo un vicoletto. Vimes si rese conto di stare correndo da solo. Si fermò ansimando e si guardò alle spalle per vedere Carota che arrivava appena al trotto da dietro l'angolo. «Che c'è che non va?» disse col fiato corto. «Il sergente Colon ha detto che non devo correre» rispose Carota. Vimes lo fissò con espressione vacua. Poi cominciò a capire. «Oh» disse, «capisco. Non penso che intendesse dire in ogni circostanza, ragazzo». Riprese a scrutare nella nebbia. «Non che avessimo comunque grandi possibilità con questa nebbia e queste strade».
«Poteva anche essere un innocente passante, signore» disse Carota. «Cosa, ad Ankh-Morpork?» «Sì, signore». «Allora avremmo dovuto prenderlo quanto meno per il valore della rarità» commentò Vimes. Dette una pacca sulla spalla a Carota. «Andiamo. Sarà meglio recarsi al palazzo del Patrizio». «Il palazzo del Re» lo corresse Carota. «Come?» disse Vimes, il filo dei suoi pensieri temporaneamente spezzato. «Adesso è il palazzo del Re» ripeté Carota. Vimes gli lanciò un'occhiata in tralice e poi emise una breve risata amara. «Già, hai ragione» ammise. «Il nostro re che ha ucciso il drago. Gran bel lavoro ha fatto». Sospirò. «Questa faccenda non piacerà a nessuno». In effetti non piacque. Non piacque a nessuno. Il primo problema fu rappresentato dalle Guardie di Palazzo. A Vimes non erano mai andate a genio. A loro non era mai andato a genio lui. Ok, forse agli uomini della Guardia Notturna mancava un passo per essere piccoli fuorilegge ma, secondo l'opinione professionale di Vimes, alla Guardia di Palazzo mancava un passo per essere la peggiore feccia di criminali che la città avesse mai prodotto. Un passo indietro. Si sarebbero dovuti riabilitare un po' prima che potesse venire presa in considerazione una loro introduzione nella lista dei Dieci Più Indesiderati. Erano rudi. Erano forti. Non erano rimasugli di fogna, erano quello che si trovava ancora attaccato nella fogna quando i netturbini avevano ormai smesso di pulire, stremati per la stanchezza. Erano stati pagati estremamente bene dal Patrizio e presumibilmente venivano pagati molto bene da qualcun altro, adesso, perché quando Vimes si avvicinò ai cancelli del palazzo, un paio di loro smisero di oziare addossati alle pareti e si raddrizzarono, pur mantenendo quel tanto di trasandatezza psicologica per provocare il massimo dell'offesa. «Capitano Vimes» disse Vimes guardando diritto davanti a sé. «Devo parlare col re. È un fattore di estrema importanza». «Davvero? Be', deve esserlo sul serio» commentò una guardia. «Capitano Concimes, vero?» «Vimes» ripeté Vimes in tono pacato. «Con la V». Una delle guardie fece un cenno a un compagno.
«Vimes, ha detto. Con la V». «Forte» commentò l'altra guardia. «È della massima urgenza» disse Vimes mantenendo un'espressione risoluta. Cercò di avanzare di un passo. La prima guardia si avvicinò subito e lo spinse con violenza sul petto. «Qui non va nessuno da nessuna parte» disse. «Ordine del re, capito? Puoi smammare e tornare subito nella tua fossa, capitano Vimes con la V». Non furono tanto le parole a far decidere Vimes. Fu il modo in cui l'uomo sogghignò. «Fatti da parte» disse. La guardia si chinò in avanti. «Chi mi costringerà a farlo» tamburellò sull'elmetto di Vimes, «sbirro?» A volte è un vero piacere fare cadere subito una bomba. «Appuntato Carota, voglio che arresti questi uomini» esclamò Vimes. Carota fece un saluto militare. «Molto bene, signore» disse; si voltò e trotterellò indietro da dove era venuto. «Ehi!» gridò Vimes mentre il ragazzo scompariva dietro un angolo. «Ecco una vista piacevole» commentò la prima guardia, appoggiandosi alla propria lancia. «Quello è un giovanotto pieno di iniziativa. Un ragazzo brillante. Non vuole fermarsi qui per farsi tirare le orecchie. È un giovanotto che farà molta strada, se ha buon senso». «Molto sensato» confermò l'altra guardia. Appoggiò la lancia alla parete. «Voi uomini della Guardia mi fate vomitare» disse in tono colloquiale. «Tutto il tempo a cincischiare, senza mai svolgere un lavoro come si deve. Vi sbattete come se contaste qualcosa. Adesso io e Clarence vi mostreremo che cosa significa davvero fare la guardia, non è così?» Potrei gestirne al massimo uno solo, pensò Vimes mentre indietreggiava di qualche passo. Quanto meno se fossi voltato dall'altra parte. Clarence appoggiò la lancia contro il cancello e si sputò sulle mani. Si sentì un lungo e terrificante ululato. Vimes restò sconcertato nell'accorgersi che non proveniva da lui. Carota apparve dall'angolo al galoppo sfrenato. Teneva un'ascia in ciascuna mano. I suoi enormi sandali di cuoio sbattevano sull'acciottolato mentre lui si avvicinava, in continua accelerazione. E continuava a emettere un grido, diidahdiidahdiidahdiidah, come qualcosa di intrappolato in fondo a un canyon dagli echi bitonali.
Le due guardie di palazzo si irrigidirono sbigottite. «Io mi abbasserei, fossi in voi» disse Vimes dopo essersi steso praticamente a terra. Le due asce lasciarono le mani di Carota e frullarono attraverso l'aria, producendo il rumore di una coppia di pernici. Una di esse colpì la cancellata del palazzo, infilando metà della lama nello stipite. L'altra colpì il manico della prima e lo spaccò in due. Poi arrivò Carota. Vimes si andò a sedere per un po' su una panchina che si trovava nelle vicinanze, e si arrotolò una sigaretta. Alla fine disse: «Penso che possa bastare, appuntato. Adesso ritengo che saranno disposti a seguirci senza fare storie». «Sì, signore. Di cosa sono accusati, signore?» domandò Carota, tenendo un corpo afflosciato per ogni mano. «Di aggressione a un ufficiale della Guardia nell'esercizio del proprio dovere e... oh, sì. Resistenza all'arresto». «Sottosezione VII della Legge sull'Ordine Pubblico del 1457?» domandò Carota. «Sì» confermò Vimes in tono solenne. «Sì. Sì, direi di sì». «Ma non hanno resistito molto, signore» sottolineò Carota. «Be', allora, tentata resistenza all'arresto. Io direi di lasciarli qui contro la parete finché non saremo tornati indietro. Non penso che avranno voglia di muoversi». «Ha proprio ragione, signore». «Non fargli male, bada bene» precisò Vimes. «Non bisogna malmenare i prigionieri». «È giusto, signore» disse Carota coscienziosamente. «I prigionieri una volta arrestati hanno dei Diritti, signore. Lo dice la Legge sulla dignità dell'uomo (Diritti Civili) del 1341. Continuo a dirlo al caporale Nobbs. Hanno dei diritti, gli dico sempre. Questo significa che non gli devi mettere gli stivali addosso». «Molto ben detto, appuntato». Carota abbassò lo sguardo. «Avete il diritto di rimanere in silenzio» disse. «Avete il diritto di non farvi male cadendo dalle scale recandovi alle celle. Avete il diritto di non saltare fuori da finestre alte. Non dovete dire nulla, capito, ma tutto quello che direte, be', dovrò annotarlo e potrebbe essere usato come prova». Estrasse il proprio taccuino e leccò la punta della matita. Si chinò sugli uomini. «Come scusi?» disse. Sollevò lo sguardo verso Vimes.
«Come si scrive "gemito", signore?» domandò. «G-I-E-M-I-T-O, penso». «Molto bene, signore». «Oh, appuntato?» «Sì, signore». «Perché le asce?» «Loro erano armati, signore. Le ho prese dal fabbro sulla Via del Mercato, signore. Ho detto che sarebbe poi passato lei per pagare». «E il grido?» domandò Vimes con un filo di voce. «Yodel di guerra dei nani, signore» disse Carota orgoglioso. «È un bel grido» osservò Vimes scegliendo con cura le parole. «Ma ti sarei grato se la prossima volta mi avvisassi prima, d'accordo?» «Certamente, signore». «Per iscritto, intendo dire». Il Bibliotecario continuava a procedere. Non andava veloce, perché c'erano delle cose che non aveva voglia di incontrare. Le creature si evolvono in modo da riempire ogni nicchia dell'ambiente e alcune di quelle che si trovano nell'immensità polverosa dello spazio-B era meglio evitarle. Erano ben più insolite delle normali creature insolite. Di solito egli riusciva a mettersi in guardia tenendo accuratamente d'occhio i granchi delatori che pascolavano innocui nella polvere. Quando si spaventavano, era il momento di nascondersi. Più di una volta egli dovette appiattirsi contro le scansie mentre un dizionario dei sinonimi tuonava oltre di lui. Aspettò pazientemente che un branco di creature striscianti lo superassero strisciando, cibandosi dei contenuti dei libri d'autore e lasciandosi alle spalle pile di sottili volumetti di critica letteraria. C'erano poi altre cose, cose da cui egli si «lontanò in fretta e che cercò di non guardare affatto... Bisognava oltretutto cercare di evitare assolutamente i cliché. Egli finì le ultime noccioline arrampicato su una scala che stava distrattamente scorrendo giù dalle scansie più alte. Quel territorio gli dava un senso di familiarità; quanto meno, ebbe la sensazione che alla fine sarebbe diventato familiare. Il tempo aveva un significato diverso nello spazio-B. Gli sembrò di riconoscere il profilo di alcune scansie. I titoli dei libri, pur ancora illeggibili, mostravano una stuzzicante sfumatura di leggibilità. Perfino l'aria muscosa aveva un odore che gli sembrò di conoscere.
Egli arrancò velocemente lungo un corridoio laterale, svoltò a un angolo e, dopo un singolo attimo di disorientamento, si trovò in quella serie di dimensioni che la gente, non conoscendo altro, definisce normalità. Egli si sentì solo estremamente accaldato e col pelo ritto sul corpo mentre l'energia temporale si scaricava gradatamente. Era al buio. Allungò un braccio ed esplorò le costole dei libri che aveva di fianco. Ah, adesso sapeva dove si trovava. Era a casa. Era a casa una settimana prima. Era essenziale che non lasciasse impronte di piedi al suolo. Ma quello non era un problema. Si arrampicò lungo il fianco della più vicina scansia e, sotto la luce stellare della cupola, si affrettò ad avanzare. Lupin Wonse sollevò lo sguardo in modo truce, con gli occhi rossi, dal cumulo di carte che aveva sulla scrivania. Nessuno in città sapeva niente sulle incoronazioni. Avrebbe dovuto inventarsi le cose intanto che procedeva. Ce ne sarebbero state parecchie di cose da far combaciare, lo sapeva bene. «Sì?» disse bruscamente. «Ehm, c'è qui un certo capitano Vimes per lei» disse il maggiordomo. «Vimes della Guardia?» «Sì, signore. Dice che è della massima importanza». Wonse abbassò lo sguardo sulla lista di altre faccende, anch'esse della massima importanza. Tanto per cominciare, incoronare il re. Gli alti sacerdoti di cinquantatré religioni stavano tutti rivendicando tale onore. Ci sarebbe stato un bel tafferuglio. E poi c'erano i gioielli della corona. O meglio, non c'erano i gioielli della corona. Non si sa quando né come, durante le epoche precedenti, i gioielli della corona erano scomparsi. Un gioielliere in Via degli Abili Artigiani stava facendo del proprio meglio con vetri e dorature, data la scarsità di tempo. Vimes poteva attendere. «Digli di tornare un altro giorno» disse Wonse. «È stato gentile da parte sua riceverci» osservò Vimes apparendo sull'arco della porta. Wonse gli lanciò un'occhiata truce. «Visto che è qui...» commentò. Vimes fece cadere l'elmetto sulla scrivania di Wonse in quello che il segretario ritenne un modo offensivo e si sedette.
«Si sieda pure» disse Wonse. «Ha già fatto colazione?» domandò Vimes. «Adesso, però...» cominciò a dire Wonse. «Non si preoccupi» lo interruppe allegramente Vimes. «L'appuntato Carota andrà a vedere che cosa c'è nelle cucine. Questo bel tipo gli mostrerà la strada». Quando i due furono andati, Wonse si sporse sopra il deposito alluvionale di carte. «Spero per lei» sibilò, «che ci sia un ottimo motivo per...» «Il drago è tornato» disse Vimes. Wonse lo fissò attonito per qualche istante. Vimes lo fissò di rimando. I sensi di Wonse tornarono dai recessi in cui erano sprofondati. «Ha bevuto, vero?» domandò. «No. Il drago è tornato». «Adesso, mi ascolti...» cominciò a dire Wonse. «L'ho visto io» disse Vimes in tono perentorio. «Un drago? È sicuro?» Vimes si sporse al di sopra della scrivania. «No! Potrei essermi maledettamente sbagliato!» gridò. «Potrebbe essere stato qualcos'altro con dei fottuti immensi artigli, enormi ali di pelle e un feroce fiato incandescente! Deve esserci una quantità di esseri del genere in giro!» «Ma lo abbiamo visto morire!» esclamò Wonse. «Non so cosa noi abbiamo visto!» ribatté Vimes. «So però che cosa ho visto io!» Si appoggiò contro lo schienale della sedia. Si stava sentendo improvvisamente molto stanco. «Comunque» aggiunse con un tono di voce più normale, «ha incendiato una casa in Via dei Lavaggi. Proprio come le altre». «Si è salvato qualcuno?» Vimes si mise la testa fra le mani. Si chiese quanto tempo avesse passato senza dormire - dormire sul serio, tra le lenzuola. O senza mangiare, a dire il vero. L'ultima volta era stata la sera precedente, o quella prima ancora? Ora che ci pensava, aveva mai dormito in vita sua? Non gli sembrava. Le braccia di Morfeo si erano tirate su le maniche e stavano infliggendo al fondo del suo cervello un bella batosta, ma alcune sue parti ancora si difendevano. Si è salvato qualcuno?... «Qualcuno di chi?» domandò.
«Della gente che si trovava nella casa, ovviamente» rispose Wonse. «Immagino che ci fossero dentro delle persone. Di notte, voglio dire». «Eh? Oh, sì. Ma non era una casa normale. Penso che fosse una specie di setta segreta» riuscì a dire Vimes. C'era qualcosa che gli stava apparendo nella mente ma lui era troppo stanco per esaminarla. «Qualcosa a che fare con la magia, vuole dire?» «Non so» rispose Vimes. «Potrebbe essere. Dei tizi con dei mantelli». Adesso mi verrà a dire che ho lavorato troppo, pensò fra sé. Avrebbe anche ragione. «Ascolti» disse Wonse gentilmente. «La gente che pasticcia con la magia e non la sa controllare, be', può anche farsi saltare in aria e...» «Farsi saltare in aria?» «Lei ha passato dei giorni davvero faticosi» disse Wonse accattivante. «Se io fossi stato abbattuto e quasi arso vivo da un drago, immagino che ne vedrei da tutte le parti». Vimes lo fissò a bocca aperta. Non riusciva a pensare a nulla da dire. L'elastico che si era allungato e accorciato permettendogli di andare avanti durante gli ultimi giorni si era smollato del tutto. «Non avrà lavorato troppo, eh?» disse Wonse. Oh, pensò Vimes. Decisamente. Si accasciò in avanti. Il Bibliotecario si sporse cautamente sopra la libreria e allungò un braccio nell'oscurità. Eccolo lì. Le sue spesse unghie afferrarono la costola di un libro, lo estrassero delicatamente dalla scansia e lo prelevarono. Egli sollevò con grande attenzione la lanterna. Non c'era alcun dubbio. L'evocazione del Drago. Unica copia, prima edizione, leggermente zebrata, estremamente dragosa. Si appoggiò la lampada di fianco e cominciò a leggere la prima pagina. «Mmm?» bofonchiò Vimes, svegliandosi. «Le ho portato una bella tazza di tè, capitano» disse il sergente Colon. «E un figgin». Vimes lo fissò con espressione vacua. «Si è addormentato» aggiunse il sergente Colon, zelante. «Era completamente partito quando Carota l'ha riportata qui».
Vimes si guardò attorno e vide l'ambiente ormai familiare di Pseudopolis Yard. «Oh» commentò. «Io e Nobby abbiamo fatto un po' di investigamento» disse Colon. «Sa quella casa che è bruciata? Be', non ci abita nessuno. C'erano solo stanze che venivano affittate. Abbiamo scoperto chi le aveva prese in affitto. C'è un portinaio che va lì tutte le sere per mettere via le sedie e chiudere a chiave. Non ha tirato su nemmeno un gran casino sul fatto che era stata bruciata. Sa come sono i portinai». Indietreggiò di un passo, aspettando l'applauso. «Ben fatto» disse Vimes in modo rispettoso, tuffando il figgin nel tè. «Ci sono tre società che la usavano» proseguì Colon. Estrasse il proprio taccuino. «Vale a dire, La Società di Apprezzamento delle Belle Arti di Ankh-Morpork, he, he, il Club di Canti e Balli Folcloristici di Morpork e i Confratelli Elucidati della Notte d'Ebano». «Perché "he, he"?» «Be', sa com'è. Belle Arti. Sono solo uomini che dipingono quadri di giovani donne nude. Tutti insieme» spiegò Colon l'esperto. «Me lo ha detto il portinaio. Alcuni non hanno nemmeno la vernice sui pennelli, capito? Che vergogna». Deve esserci un milione di storie della nuda città, pensò Vimes. Perché devo sempre sentirne di questo genere? «Quando si riuniscono?» domandò. «Il Lunedì alle 7 e 30, ingresso dieci centesimi» disse prontamente Colon. «Per quanto riguarda quelli delle danze folk... be', non c'è problema. Sa che si è sempre chiesto che cosa facesse il caporale Nobbs nelle serate libere?» Il volto di Colon si spaccò in un sorriso da cocomero. «No!» esclamò Vimes incredulo. «Non Nobby...» «Già!» disse Colon, entusiasta per il risultato. «Va a zompettare in giro con addosso campanelli e ad agitare fazzoletti in aria?» «Dice che è importante mantenere le tradizioni popolari» confermò Colon. «Nobby? Il signor Scarpa-con-punta-di-ferro-nell'inguine?, detto anche Stavo-solo-provando-il-pomolo-della-porta-e-si-è-aperta-da-sola?» «Già! Quanto è buffo il mondo, eh? Era molto riservato al proposito». «Santo cielo» commentò Vimes. «Sta solo a dimostrare che non si può mai essere sicuri di niente» disse
Colon. «Comunque, il portinaio dice che i Confratelli Elucidati lasciano sempre un gran casino. Segni col gesso sul pavimento tutti pestati, dice lui. Non rimettono mai bene a posto le sedie e non puliscono il bollitore per il tè. Si sono incontrati un sacco, ultimamente, ha detto. I pittori delle donne nude si sono dovuti trovare in un altro posto la scorsa settimana». «Che avete fatto col nostro sospettato?» domandò Vimes. «Quello? Oh, s'è dato alla fuga, capitano» rispose il sergente con espressione imbarazzata. «Perché? Non mi sembrava in condizione di scappare da nessuna parte». «Be', quando siamo tornati qui, lo abbiamo fatto sedere vicino al fuoco e lo abbiamo avvolto nelle coperte perché continuava a tremare» disse il sergente Colon mentre Vimes si infilava l'armatura. «Spero che non abbiate mangiato le sue pizze». «Le ha mangiate Errol. È il formaggio, diventa tutto...» «Proceda». «Allora» disse Colon un po' in imbarazzo, «continuava a tremare, come dire, e a piagnucolare di draghi e roba del genere. Ci faceva pena, a dire la verità. Poi è saltato in piedi ed è scappato via dalla porta senza alcun motivo». Vimes fissò il volto grande, aperto e disonesto del sergente. «Nessun motivo?» ripeté dandogli l'imbeccata. «Allora: abbiamo deciso di prendere qualcosa da mangiare e così ho mandato Nobby dal panettiere. Come dire, pensavamo che il prigioniero doveva mangiare qualcosa...» «E allora?» disse Vimes incalzandolo. «Allora: quando Nobby gli ha chiesto se voleva il suo figgin tostato, quello ha lanciato un urlo ed è scappato via». «Così?» domandò Vimes. «Non lo avete minacciato in alcun modo?» «Assolutamente no, capitano. Un vero mistero, secondo me. Continuava a blaterare di qualcuno che si chiamava Supremo Grande Maestro». «Hmm». Vimes guardò fuori dalla finestra. La nebbia grigia rivestiva il mondo di una luce opaca. «Che ore sono?» domandò. «Le cinque, signore». «Bene. Prima che venga buio...» Colon dette un colpo di tosse. «Di mattina, signore. È già domani, signore». «Mi avete lasciato dormire tutto il giorno?» «Non abbiamo avuto cuore di svegliarla, signore. Nessuna attività del
drago, se è quello che sta pensando. Un silenzio di tomba ovunque, a dire il vero». Vimes gli lanciò un'occhiata truce e aprì la finestra. La nebbia entrò in una lenta cascata giallastra. «Secondo noi se n'è volato via» disse la voce di Colon alle sue spalle. Vimes guardò in alto la pesante e turbinante cappa. «Spero che si schiarisca per l'incoronazione» proseguì Colon, con voce preoccupata. «Si sente bene, signore?» Non è volato via, pensò Vimes. Perché dovrebbe volare via? Noi non possiamo danneggiarlo e qui ha tutto quello che vuole. Si trova lassù da qualche parte. «Si sente bene, signore?» ripeté Colon. Deve essere lassù da qualche parte, nella nebbia. Ci sono torri e torrette di tutti i generi. «A che ora è l'incoronazione, sergente?» domandò. «A mezzogiorno, signore. E il signor Wonse ha mandato un messaggio dove dice che lei deve presentarsi con l'armatura ufficiale insieme ai capi civici, signore». «Oh, davvero?» «E il sergente Collina e la squadra diurna dovranno allinearsi per la strada». «Con che cosa?» domandò Vimes distrattamente, scrutando il cielo. «Scusi, signore?» Vimes sbirciò in alto per avere una migliore visuale del tetto. «Hmm?» disse. «Ho detto che dovranno allinearsi per la strada» ripeté il sergente Colon. «È lassù, sergente» disse Vimes. «Praticamente ne posso sentire l'odore». «Sì, signore» confermò Colon obbediente. «Sta decidendo la prossima mossa». «Davvero, signore?» «Non sono stupidi, sa. Solo che non pensano come noi». «Si, signore». «Al diavolo l'allinearsi per la strada. Voglio che voi tre vi piazziate sui tetti, capito?» «Sì, sign... cosa?» «Sui tetti. In alto. Quando quello farà la sua mossa, voglio che noi siamo i primi a saperlo».
Colon cercò di indicare con la propria espressione che lui non lo voleva affatto. «Pensa che sia una buona idea, signore?» arrischiò. Vimes gli lanciò un'occhiata inespressiva. «Sì, sergente. È un'idea mia» disse in tono freddo. «Adesso veda di procedere». Quando fu rimasto solo, Vimes si lavò e si fece la barba con l'acqua fredda, quindi frugò nel baule finché non dissotterrò il suo pettorale da cerimonia e il mantello rosso. Be', il mantello era stato rosso, un tempo, e ancora lo era, qui e lì, anche se nel complesso assomigliava a una piccola rete usata con estremo successo per acchiappare le tarme. C'era anche un elmetto, sfacciatamente privo di piume, la cui doratura - dello spessore di una molecola - si era staccata da lungo tempo. Una volta aveva cominciato a risparmiare per comperarsi un mantello nuovo. Che cosa ne era stato dei soldi? Nella sala di Guardia non c'era nessuno. Errol giaceva nel relitto della quarta cassetta da frutta che Nobby gli aveva procurato. Il resto era stato tutto mangiato o dissolto. Nel caldo silenzio, il costante gorgoglio del suo stomaco risuonava particolarmente fragoroso. Di tanto in tanto, Errol si lamentava. Vimes lo grattò distrattamente dietro le orecchie. «Che cos'hai, piccolo?» disse. La porta si aprì di uno spiraglio. Entrò Carota, vide Vimes chino sulla cassetta demolita e fece un saluto militare. «Siamo un po' preoccupati per lui, capitano» disse subito. «Non ha mangiato il suo carbone. Sta lì steso a contrarsi e piagnucolare tutto il tempo. Non avrà mica qualcosa che non va, vero?» «È possibile» rispose Vimes. «Ma avere qualcosa che non va è quasi la norma per un drago. Ne vengono sempre fuori, in un modo o nell'altro». Errol gli lanciò un'occhiata triste e richiuse gli occhi. Vimes lo coprì con il suo scampolo di coperta. Sentì un pigolio. Frugò sotto il corpicino tremante del drago, tirò fuori un piccolo ippopotamo di gomma, lo guardò sorpreso e poi lo schiacciò un paio di volte, per provare. «Pensavo che gli piacesse per giocarci» disse Carota, un po' imbarazzato. «Gli hai comperato un giochino?» «Sì, signore». «Che pensiero gentile».
Vimes sperò che Carota non avesse notato la palla lanuginosa che era infilata sul fondo della cassetta. Era costata parecchio. Lasciò i due insieme e uscì all'esterno. Adesso c'erano ancora più bandierine. La gente stava cominciando a disporsi lungo le strade principali, anche se bisognava aspettare delle ore. Era tutto molto deprimente. Egli provò uno strano appetito, che non sarebbe riuscito a soddisfare con un paio di bicchieri. Si recò a fare colazione presso la Casa della Costoletta di Harga, abitudine consolidata negli anni, e là ebbe un'altra sgradita sorpresa. Di solito le uniche decorazioni erano quelle sul panciotto di Sham Harga e il cibo era ottima roba solida per una fredda mattina, tutto calorie, grassi, proteine e forse una singola vitamina che piangeva sommessamente perché si sentiva tutta sola. Adesso dei complicati festoni in carta si intersecavano nella stanza ed egli si trovò davanti un menu scritto a matita in cui le parole "Coronasion" e "Royall" erano state ficcate in ogni riga scarabocchiata. Vimes indicò con espressione afflitta in cima al menu. «Che cos'è questo?» domandò. Harga lanciò un'occhiata. Si trovavano da soli nel bar dalle pareti unte. «C'è scritto "Per Ortine Realle", capitano» disse con orgoglio. «Che significa?» Harga si grattò la testa con un mestolo. «Significa che se il re viene qui, gli piacerà». «Non hai niente di non troppo aristocratico che io possa mangiare, allora?» chiese Vimes inacidito e si accontentò di una fetta di plebeo pane fritto e una bistecca proletaria così al sangue che la si poteva ancora sentir muggire. Vimes mangiò al bancone. Un indistinto grattare gli disturbava i pensieri. «Ma che stai facendo?» domandò. Harga sollevò uno sguardo colpevole dal lavoro in cui era impegnato, dietro al bancone. «Niente, capitano» disse. Cercò di nascondere la prova dietro le spalle quando Vimes lanciò un'occhiata truce al di sopra del piano di legno intaccato dai coltelli. «E dai, Sham. Puoi farmelo vedere». Le grosse mani di Harga comparvero, riluttanti, alla vista. «Stavo solo grattando via il grasso vecchio dalla padella» bofonchiò. «Capisco. Da quanto tempo ci conosciamo, Sham?» domandò Vimes
con una cortesia ustionante. «Da anni, capitano» rispose Harga. «Lei viene qui quasi tutti i giorni, regolarmente. È uno dei miei clienti migliori». Vimes si sporse sopra al bancone finché il suo naso non si trovò al livello di quell'affare rosa e schiacciato che si trovava in mezzo alla faccia di Harga. «E in tutto questo tempo, hai mai cambiato il grasso?» domandò in tono imperioso. Harga cercò di indietreggiare. «Be'...» «Quel vecchio grasso era come un amico per me» esclamò Vimes. «Ci sono dei pezzetti anneriti lì dentro che ho imparato a conoscere e ad amare. È un pasto di per sé. E hai anche pulito il bricco del caffè vero? Ne sono sicuro. Questo è caffè all'acqua di rose, se mai ne ho assaggiato. L'altro aveva gusto». «Be', ho pensato che era tempo di...» «Perché?» Harga lasciò cadere la padella dalle dita tozze. «Be', ho pensato che se il re passava per caso da queste parti...» «Siete tutti pazzi!» «Ma, capitano...» Il dito accusatorio di Vimes si infilzò fino alla seconda falange nell'esteso panciotto di Harga. «Non sai nemmeno il nome di quel disgraziato!» gridò. Harga partì al contrattacco. «Sì, invece, capitano» balbettò. «Certo che lo so. L'ho visto sugli addobbi e tutto il resto. Si chiama Rex Vivat.» Molto lentamente, scuotendo la testa per la disperazione, col cuore affranto per l'essenziale servilismo dell'umanità, Vimes mollò la presa e lo lasciò perdere. In un altro spazio e tempo, il Bibliotecario terminò di leggere. Era arrivato alla fine del testo. Non alla fine del libro: di libro ce ne era ancora parecchio. Era però stato bruciacchiato tanto da fare risultare impossibile la lettura. Non che le ultime poche pagine non bruciate fossero facili da leggere. La mano dell'autore aveva tremato, scritto in fretta e lasciato parecchie macchie. Il Bibliotecario aveva però lottato con molti testi terrificanti in alcuni dei peggiori libri mai rilegati, parole che cercavano di leggere te mentre tu leggevi loro, parole che si contorcevano sulle pagine. Quanto
meno queste non erano parole così. Queste erano soltanto le parole di un uomo che teme per la propria vita. Un uomo che stava scrivendo un monito tremendo. Fu una pagina che precedeva di un po' la sezione bruciata che attirò l'attenzione del Bibliotecario. Egli rimase seduto a fissarla a lungo. Fissò quindi l'oscurità. Quella era la sua oscurità. Lui era lì dentro da qualche parte e stava dormendo. Fuori, in città, un ladro si stava dirigendo lì per rubare il libro. Poi qualcuno avrebbe letto il libro, letto quelle parole, e avrebbe agito comunque. Gli prudevano le mani. Gli sarebbe bastato nascondere il libro o saltare sulla testa del ladro e svitargliela prendendolo per le orecchie. Fissò nuovamente l'oscurità. Quello sarebbe stato interferire con il corso della storia. Potevano accadere cose orribili. Il Bibliotecario era al corrente di questo genere di cose, faceva parte di ciò che si doveva sapere prima di venire ammessi nello spazio-B. Aveva visto immagini in libri antichi. Il tempo si poteva biforcare, come un paio di pantaloni. Si poteva finire nella gamba sbagliata a vivere una vita che si stava in effetti svolgendo nell'altra gamba, parlando con persone che non erano nella propria gamba, passando attraverso muri che non esistevano più. La vita poteva essere terribile nel pantalone sbagliato del Tempo. Inoltre, questo andava contro le regole della Biblioteca.19 I Bibliotecari riuniti di Spazio e Tempo avrebbero certamente avuto qualcosa da ridire se lui avesse cominciato a pasticciare con la causalità. Egli chiuse il libro con grande attenzione e lo rimise al suo posto nella scansia. Passò quindi delicatamente da una scansia all'altra finché non raggiunse la porta. Si fermò per un istante e guardò in basso il proprio corpo addormentato. Forse gli passò fugacemente in testa di auto-svegliarsi, di fare una chiacchierata e di dire a se stesso che aveva degli amici e che non si doveva preoccupare. Se così fu, decise di fare altrimenti. Ci si poteva cacciare in un sacco di guai in quel modo. Sgattaiolò invece fuori dalla porta e si nascose nelle ombre, tallonò il ladro incappucciato quando quello uscì fuori con il libro in mano e aspettò presso il lugubre portone sotto la pioggia finché non fu terminata la riunio- 19 Le tre regole dei Bibliotecari di Spazio e Tempo sono: 1) Silenzio; 2) I libri devono essere restituiti non oltre l'ultima data segnata; 3) Non interferire con la natura della causalità.
ne dei Confratelli Elucidati e, quando l'ultimo di essi si allontanò, lo seguì fino a casa e bofonchiò quindi in antropoide sorpresa... Tornò quindi di corsa alla Biblioteca e ripercorse gli infidi sentieri dello spazio-B. A metà mattina le strade erano già affollate, Vimes aveva tolto un giorno di paga a Nobby per avere sventolato una bandierina, e su Pseudopolis Yard si era addensata un'aria di pungente depressione, come una grossa nuvola nera da cui calavano occasionali lampi. «Trovatevi un posto in alto» bofonchiò Nobby. «Facile a dirsi». «Io non vedevo l'ora di allinearmi per le strade» disse Colon. «Avrei avuto una bella visuale». «L'altra sera non la smettevi più con i privilegi e i diritti dell'uomo» disse Nobby in tono accusatorio. «Be', certo, uno dei privilegi e dei diritti del sottoscritto era ottenere una bella visuale» replicò Colon. «Non dico altro». «Non ho mai visto il capitano così di pessimo umore» osservò Nobby. «Lo preferivo quando era ubriaco. Immagino che...» «Sapete, penso che Errol sia davvero malato» disse Carota. Si voltarono tutti verso la cassetta di frutta. «È molto caldo e ha la pelle tutta lucida». «Qual è la temperatura giusta di un drago?» domandò Colon. «Già. E come si prende?» si chiese Nobby. «Penso che dovremmo chiedere a Lady Ramkin di dargli un'occhiata» suggerì Carota. «Lei sa tutto di queste cose». «No, si starà preparando per l'incoronazione. Non dobbiamo disturbarla» disse Colon. Allungò una mano verso i fianchi tremanti di Errol. «Io avevo un cane che... arrgh! Non è caldo, brucia!» «Gli ho offerto un bel po' d'acqua ma non l'ha voluta nemmeno toccare. Che sta facendo con quel bollitore, Nobby?» Nobby assunse un'espressione innocente. «Be', pensavo che ci potevamo anche fare una tazza di tè prima di andare. È un peccato sprecare...» «Glielo tolga di dosso!» Arrivò mezzogiorno. La nebbia non si sollevò ma si diradò leggermente per consentire di scorgere un debole bagliore giallastro dove si sarebbe dovuto trovare il sole. Anche se il trascorrere degli anni aveva trasformato la posizione di capi-
tano della Guardia in qualcosa di piuttosto squallido, significava ancora che a Vimes era concesso di presenziare alle cerimonie ufficiali. L'ordine di importanza era mutato, però, così che adesso lui si trovava nella fila più bassa sulla sgangherata gradinata fra il Maestro della Confraternita dei Mendicanti e il capo della Gilda degli Insegnanti. Non gli dispiaceva affatto. Qualsiasi posto era meglio di quelli nella fila più in alto fra gli Assassini, i Ladri, i Mercanti e tutte le altre attività che erano arrivate al vertice della società. Vimes non sapeva mai di che cosa parlare. L'insegnante era comunque una compagnia tranquilla, visto che non faceva molto altro che serrare e allentare i pugni occasionalmente e gemere. «Ha qualcosa che non va al collo, capitano?» disse cortesemente il Capo dei Mendicanti, mentre aspettavano l'arrivo delle carrozze. «Cosa?» rispose distrattamente Vimes. «Continua a guardare in alto» disse il mendicante. «Hmmm? Oh. No. Niente di storto» rispose Vimes. Il mendicante si strinse addosso il mantello di velluto. «Non è che per caso le avanzano...» Si interruppe calcolando mentalmente una somma adeguata al proprio status. «... circa trecento dollari per un banchetto civico a dodici portate, vero?» «No». «Va bene. Va bene» disse amabilmente il capo dei mendicanti. Sospirò. Non era un lavoro remunerativo fare il capo dei mendicanti. Erano i differenziali che ti fregavano. I mendicanti di basso rango si guadagnavano da vivere alla grande con i centesimi, ma le persone tendevano a guardare dall'altra parte quando si chiedeva loro, per la notte, una magione di sedici stanze. Vimes riprese a studiare il cielo. In alto sul palco, l'Alto Sacerdote del Cieco Io che la notte precedente, tramite una elaborata discussione ecumenica e infine con una clava chiodata, aveva guadagnato il diritto di incoronare il re, stava armeggiando con i preparativi. Presso la piccola ara sacrificale portatile un caprone legato stava pacificamente ruminando e pensando in Caprese: che caprone fortunato sono ad avere una vista così privilegiata sulla cerimonia. Sarà un avvenimento da raccontare ai piccoli. Vimes analizzò i profili sfuocati degli edifici più vicini. Un distante applauso suggerì che la processione cerimoniale si stava avvicinando.
Si notò un fremere di attività attorno al palco, mentre Lupin Wonse assillava una folla di servitori che stavano srotolando un tappeto rosso lungo i gradini. Dall'altra parte della piazza, fra i ranghi della ridottissima aristocrazia di Ankh-Morpork, il volto di Lady Ramkin si rivolse verso l'alto. Attorno al trono, che era stato allestito in tutta fretta con assi di legno e una pellicola dorata, svariati sacerdoti minori, alcuni dei quali mostravano leggere ferite al capo, si portarono in posizione. Vimes si mosse a disagio sul sedile, conscio del fragore del proprio battito cardiaco, e guardò con espressione truce la foschia sopra al fiume. E vide le ali. Cari Madre e Padre, scrisse Carota, fissando al tempo stesso, obbediente, nella nebbia, be', la città è On Fette per l'incoronazione, che è molto più complicata che da noi, e adesso mi trovo anche a svolgere il Turno Diurno. È un peccato perché altrimenti avrei assistito all'incoronazione con Reet, ma lamentarsi non serve a niente. Adesso devo andare perché stiamo aspettando un drago da un minuto all'altro anche se non esiste davvero. Il vostro amato figlio, Carota. P.S. Avete visto Minty ultimamente? «Idiota!» «Mi scusi» disse Vimes. «Chiedo scusa». La gente si stava riportando ai propri posti a sedere, lanciandogli occhiate truci. Wonse era bianco dalla furia. «Come ha potuto essere così stupido?» latrò. Vimes si guardò la punta delle dita. «Mi era sembrato di vedere...» cominciò a dire. «Era un corvo! Sa che cosa sono i corvi? Devono essercene a centinaia in città!» «Con la nebbia, vede, la dimensione non era facile da...» bofonchiò Vimes. «E il Povero Mastro Tisaluto... Avrebbe dovuto sapere che effetto gli fanno i rumori forti!» Il capo della Gilda degli Insegnanti era stato portato via da qualche persona compassionevole. «Mettersi a gridare in quel modo!» prosegui Wonse. «Ascolti, ho detto che mi dispiace! È stato un errore in buona fede!» «Ho dovuto fermare la processione e tutto il resto!»
Vimes non disse più nulla. Si sentiva addosso centinaia di sguardi divertiti o ostili. «Bene» mormorò. «Sarà meglio che torni a Pseudopolis Yard...» Gli occhi di Wonse si ridussero a due fessure. «No» schioccò. «Ma può tornare a casa, se vuole. O in qualsiasi posto la portino le sue fantasie. Mi dia il suo distintivo». «Eh?» Wonse allungò una mano. «Il suo distintivo» ripeté. «Il mio distintivo?» «È ciò che ho detto. Voglio che si tenga fuori dai guai». Vimes lo guardò sbigottito. «Ma è il mio distintivo!» «E adesso lei me lo consegnerà» ripeté Wonse in tono lugubre. «Per ordine del re». «Che intende dire? Lui non lo sa nemmeno!» Vimes avvertì che la propria voce appariva querula. Wonse lo guardò male. «Ma lo saprà» disse. «E non penso nemmeno che si preoccuperà di nominare un successore». Vimes staccò lentamente il disco di rame ossidato, lo soppesò su una mano e poi lo lanciò a Wonse senza dire una parola. Per un momento prese in considerazione l'ipotesi di pregarlo, ma qualcosa in lui si ribellò. Si voltò e si allontanò con passo deciso attraverso la folla. Ecco fatto. Semplicissimo. Dopo una mezza vita di servizio. Niente più Guardia Cittadina. Pfui. Vimes dette un calcio ai ciottoli. Adesso poi sarebbe comunque diventato una specie di Guardia Reale. Con le piume sul maledetto elmetto. Be', lui ne aveva avuto abbastanza. Non era comunque un genere di vita adeguato, nella Guardia. Non si incontravano persone nelle condizioni migliori. Dovevano esserci centinaia di altre cose che avrebbe potuto fare e, se ci avesse riflettuto abbastanza, sarebbe anche riuscito a ricordare quali fossero. Pseudopolis Yard era lontano dal percorso del corteo e, mentre lui entrava barcollando nel Posto di Guardia, riuscì a sentire i lontani festeggiamenti al di là dei tetti delle case. Per tutta la città vennero fatti suonare i gong dei templi. Adesso stanno suonando i gong, pensò Vimes, ma ben presto. .. non
suoneranno più i gong. Non era un gran che come aforisma, rifletté, ma avrebbe potuto lavorarci sopra. Adesso aveva un sacco di tempo a disposizione. A quel punto Vimes notò il disastro. Errol aveva ricominciato a mangiare. Aveva rosicchiato gran parte del tavolo, la grata, il secchio del carbone, svariate lampade e l'ippopotamo di plastica che pigolava. Adesso era di nuovo steso nella sua cassetta, con la pelle che si contraeva, e piagnucolava nel sonno. «Hai fatto un gran bel casino» disse Vimes enigmaticamente. Quanto meno non avrebbe dovuto ripulire lui. Aprì il cassetto della scrivania. Qualcuno ci aveva dato dentro anche lì. Tutto quello che rimaneva era qualche frammento di vetro. Il sergente Colon si issò sul parapetto attorno al Tempio degli Dei Minori. Era troppo vecchio per quel genere di cose. Si era arruolato per suonare la campanella, non per stare seduto sui tetti in attesa che i draghi lo trovassero. Riprese fiato e si mise a scrutare nella nebbia. «C'è ancora qualche umano, quassù?» sussurrò. La voce di Carota risuonò tetra e impersonale nell'aria grigia. «Sono qui, sergente» disse. «Stavo solo controllando se eri ancora qui» precisò Colon. «Sono ancora qui, sergente» confermò Carota obbediente. Colon gli si avvicinò. «Stavo solo controllando che non ti avessero mangiato» aggiunse, cercando di sogghignare. «Non sono stato mangiato» rispose Carota. «Oh» esclamò Colon. «Bene, allora». Picchiò le dita contro la pietra umida, ritenendo di dovere assolutamente chiarire la propria posizione. «Stavo solo controllando» ripeté. «Fa parte del mio dovere, capisci. Andare in giro a controllare e roba del genere. Non è mica che ho paura a stare da solo sui tetti, capito. E bella fitta qui, vero?» «Sì, sergente». «Tutto ok?» La voce attutita di Nobbs si fece strada obliquamente attraverso l'aria stagnante, seguita in fretta dal proprietario. «Sì, caporale» disse Carota. «Che ci fa lei quassù?» domandò in tono imperioso Colon.
«Sono salito solo per controllare se l'appuntato Carota era a posto» rispose innocente Nobby. «E lei che ci fa qui, sergente?» «Stiamo tutti bene» esclamò Carota raggiante. «È un bene, no?» I due sottufficiali si mossero un po' in imbarazzo ed evitarono di guardarsi a vicenda. Le loro postazioni sembravano lontanissime, dall'altra parte degli umidi, nebbiosi e soprattutto esposti tetti. Colon prese una decisione esecutiva. «Al diavolo» disse, e trovò un pezzo di statua caduta per sedercisi sopra. Nobby si appoggiò al parapetto e stanò un mozzicone umidiccio dall'ineffabile portacenere che aveva dietro l'orecchio. «Ho sentito passare il corteo» osservò. Colon riempì la pipa e accese un fiammifero sulla pietra che aveva accanto. «Se quel drago è vivo» disse, esalando un pennacchio di fumo e trasformando una piccola chiazza di nebbia in smog, «allora deve essersene andato via da qui, ve lo dico io. La città non è un posto adatto per i draghi» aggiunse col tono di chi si sta dando un gran da fare a cercare di convincere se stesso. «Sarà andato da qualche parte dove ci sono alture e un sacco da mangiare, potete starne certi». «Un posto come una città, vuole dire?» osservò Carota. «Chiudi il becco» ribatterono gli altri due all'unisono. «Passi i fiammiferi, sergente» disse Nobby. Colon gli lanciò il fagottino di maligni zolfanelli dalla testa gialla sopra le lamine di piombo del tetto. Nobby ne accese uno, che si spense immediatamente. Venne quindi investito da brandelli di nebbia. «Si sta alzando il vento» osservò. «Bene. Non sopporto questa nebbia» disse Colon. «Che cosa stavo dicendo?» «Stava dicendo che il drago sarà a miglia di distanza» lo imbeccò Nobby. «Oh, giusto. Be', mi sembra ragionevole, no? Voglio dire, io non me ne resterei qui attorno se potessi volarmene via. Se potessi volare via non starei seduto sopra un tetto su una statua malandata. Se potessi volare io...» «Quale statua?» domandò Nobby con la sigaretta a metà strada verso la bocca. «Questa» rispose Colon picchiando contro la pietra. «E non cerchi di farmi innervosire, Nobby. Sa che ci sono centinaia di vecchie statue ammuffite sul Tempio degli Dei Minori». «No» ribatté Nobby. «Quello che so è che sono state tirate giù tutte il
mese scorso quando hanno piombato il tetto. Sono rimasti solo il soffitto, la cupola e basta. Bisogna saper notare le piccole cose come queste» aggiunse, «quando si fa un investigamento». Nell'umido silenzio che seguì, il sergente Colon abbassò lo sguardo verso la pietra su cui era seduto. Aveva un disegno rastremato, squamoso, e una specie di indefinibile consistenza da coda. Egli la osservò per tutta la lunghezza fin su nella nebbia che si stava rapidamente diradando. Sulla Cupola degli Dei Minori il drago sollevò la testa, sbadigliò e spiegò le ali. L'apertura delle ali non fu un'operazione semplice. Sembrò andare avanti per parecchio tempo, mentre il complesso macchinario biologico di costole e pieghe si estendeva. Poi, con le ali ben aperte, il drago sbadigliò ancora, avanzò di qualche passo verso il bordo del tetto e si lanciò in aria. Dopo un po', dal margine del parapetto, apparve una mano. Tastò un attimo attorno finché non trovò una presa decente. Si sentì uno sbuffo. Carota si issò sul tetto tirandosi dietro gli altri due. Giacquero tutti stesi sulle lamine di piombo, ansimando. Carota osservò il modo in cui gli artigli del drago avevano tracciato profondi solchi nel metallo. Non si poteva fare a meno di notare cose del genere. «Non» ansimò, «non faremmo meglio ad avvertire gli altri?» Colon si trascinò in avanti finché non riuscì a guardare la città. «Non penso che dobbiamo preoccuparcene» disse. «Ritengo che lo scopriranno molto presto». L'Alto Sacerdote del Cieco Io si stava impaperando. Non c'era mai stato un rito ufficiale per le incoronazioni ad Ankh-Morpork, per quanto fosse riuscito a scoprire. I vecchi re se l'erano cavata piuttosto bene con qualcosa che assomigliava a: «Abbiamo la corona, abbiamo la fede e ammazzeremo qualsiasi figliodiputtana che cercherà di portarcele via, per Lord Harry». A parte tutto, era anche piuttosto breve. Egli aveva passato parecchio tempo a buttar giù qualcosa di più lungo e più adeguato allo spirito dei tempi attuali, e stava avendo delle belle difficoltà a ricordarlo. Era anche sconcertato dal caprone che pareva osservarlo con reale interesse. «Proceda!» sibilò Wonse dal suo posto dietro al trono. «Tutto a suo tempo» sibilò di rimando l'Alto Sacerdote. «Le faccio presente che questa è un'incoronazione. Dovrebbe cercare di mostrare un po' di rispetto».
«Sto mostrando rispetto! Adesso proceda». Si sentì un grido, da destra. Wonse lanciò un'occhiata truce verso la folla. «È quella Ramkin» disse. «Che sta facendo?» La gente attorno a lei stava ormai parlando in modo concitato. Le dita puntavano tutte dalla stessa parte, come una piccola foresta caduta. Si alzarono due o tre grida e poi la folla si mosse come una marea. Wonse guardò lungo l'ampia Strada degli Dei Minori. Non era un corvo quello. Questa volta no. Il drago volava lentamente, a pochi metri dal suolo, con le ali che si muovevano con grazia nell'aria. Le bandiere che si intersecavano sopra le strade vennero colte e strappate come ragnatele, restando agganciate sulle piastre della spina dorsale della creatura e continuando a svolazzare per tutta la lunghezza della sua coda. Volava con la testa e il collo completamente estesi, quasi che il grosso corpo venisse trascinato come una chiatta. La gente per la strada strillava e lottava per trovare un posto al sicuro dentro gli androni. Il drago non la degnò di attenzione. Sarebbe dovuto arrivare ruggendo, ma gli unici rumori che si sentivano erano lo sbattere delle ali e lo spezzarsi delle bandiere. Sarebbe dovuto arrivare ruggendo. Non in quel modo, non lentamente e deliberatamente, dando al terrore il tempo per maturare. Sarebbe dovuto arrivare minaccioso. Non promettente. Sarebbe dovuto arrivare ruggendo, non volando delicatamente con l'accompagnamento dello zip e zap delle bandierine multicolori. Vimes aprì l'altro cassetto della scrivania e guardò con espressione truce le pratiche, come se ce ne fossero. Non c'era dentro molto che egli potesse definire proprio. Un rimasuglio di bustina di zucchero gli rammentò che doveva a Kitty Tè sei centesimi. Strano. Non era ancora infuriato. Lo sarebbe stato in seguito, per forza. Ora di sera sarebbe stato furioso. Ubriaco e furioso. Ma non ancora. Non ancora. Non aveva ancora assimilato il fatto e sapeva che stava compiendo determinate azioni per impedire a se stesso di pensare. Errol fremette indolente nella sua cassetta, sollevò la testa e si lagnò. «Che ti succede, piccolo?» disse Vimes allungando una mano. «Hai lo
stomaco sottosopra?» La pelle del draghetto stava fremendo come se all'interno si stesse muovendo un'industria pesante. Dentro a Le Malattie dei Draghi non c'era scritto nulla di questo. Dallo stomaco rigonfio provenivano dei rumori che facevano pensare a una distante e complessa guerra in una zona sismica. Ciò non andava di certo bene. Sybil Ramkin gli aveva detto che bisognava prestare grande attenzione alla dieta di un drago, visto che anche uno sconvolgimento di stomaco di minore importanza poteva tinteggiare le pareti e il soffitto di una stanza con miserandi pezzi di pelle squamosa. Ma durante gli ultimi giorni... be', c'erano state pizze fredde e la cenere degli orribili mozziconi di Nobby; nel complesso Errol aveva mangiato più o meno quello che gli pareva. Il che era poi praticamente tutto, a giudicare dalle condizioni della stanza. Per non parlare del contenuto del cassetto in basso. «Non abbiamo badato molto bene a te, vero?» disse Vimes. «Ti abbiamo trattato quasi come un cane». Si chiese che effetto potesse avere sulla digestione un pigolante ippopotamo di plastica. Poi, lentamente, Vimes si rese conto che le lontane acclamazioni si erano trasformate in grida. Fissò Errol dapprima con espressione vacua, poi con un sorriso incredibilmente maligno, e si alzò. Si sentivano rumori di panico e di folla in fuga. Si mise in testa l'elmetto ammaccato e ci dette sopra una allegra pacca. Poi, fischiettando un motivetto sciocco, piroettò fuori dall'edificio. Errol rimase abbastanza calmo per qualche istante; poi, con estrema difficoltà, mezzo strisciò mezzo rotolò fuori dalla sua cassetta. Dalla preponderante parte del suo cervello che controllava l'apparato digerente gli stavano arrivando strani messaggi. Quella parte stava pretendendo determinate cose che lui non riusciva a identificare. Per fortuna essa fu in grado di descriverle minuziosamente ai complessi recettori che si trovavano nelle enormi narici del draghetto. Esse si allargarono, sottoponendo l'aria della stanza ad un intimo esame. Errol voltò la testa eseguendo strane triangolazioni. Si trascinò quindi in mezzo alla stanza e cominciò a mangiare, godendone massimamente, la lattina di lucido per armatura di Carota. La gente fluiva attorno a Vimes mentre lui percorreva la Strada degli Dei Minori. Dalla Piazza delle Lune Spezzate si alzava del fumo.
Il drago era accosciato proprio là in mezzo, su ciò che restava del palco dell'incoronazione. Aveva un'espressione di autocompiacimento. Non c'era segno del trono, o del suo occupante, anche se era possibile che una complessa indagine della scientifica sul piccolo cumulo di carbone fra il legno sfasciato e fumante potesse offrire degli indizi. Vimes si aggrappò a una fontanella ornamentale per rimanere in piedi mentre la folla fuggiva in preda al panico. Ogni strada che usciva dalla piazza era stipata di corpi che lottavano. Non erano rumorosi, notò Vimes. La gente non stava più sprecando il fiato per gridare. Restava solo una solida e mortale determinazione di trovarsi da un'altra parte. Il drago allargò le ali e le sbatté piacevolmente. Quelli che si trovavano nelle retrovie della folla lo presero come un segnale per cominciare a salire sulla schiena di coloro che avevano davanti e per correre al sicuro saltando da una testa all'altra. Nel giro di pochi secondi nella piazza deserta erano rimasti solo gli stupidi e quelli sconvolti a livello terminale. Perfino le persone malamente travolte stavano strisciando a tutta birra verso l'uscita più vicina. Vimes si guardò attorno. Sembravano esserci un sacco di bandierine cadute, alcune delle quali venivano brucate da un caprone vecchiotto che non riusciva a credere alla propria buona sorte. Egli riuscì a distinguere in lontananza Mi-Voglio-Rovinare ginocchioni per terra che stava cercando di recuperare il contenuto del suo vassoio. Di fianco a Vimes un bambino agitò una bandiera, con una certa esitazione, e gridò «Urrà!» Poi tutto fu silenzio. Vimes si chinò. «Penso che dovresti andare a casa» disse. Il bambino sollevò lo sguardo strizzando gli occhi. «Sei un uomo della Guardia?» domandò. «No» replicò Vimes. «E sì». «Che cos'è successo al re, uomo della Guardia?» «Ehm. Penso che sia andato a riposarsi» rispose Vimes. «La mia zietta ha detto che non devo parlare con gli uomini della Guardia» disse il bambino. «Non pensi che sarebbe una bella idea andare a casa e raccontarle quanto sei stato ubbidiente, allora?» suggerì Vimes. «La mia zietta ha detto che, se sono cattivo, mi mette sul tetto e poi chiama il drago» disse il piccolo in tono colloquiale. «La mia zietta ha det-
to che quello ti mangia a partire dalla gambe, così puoi vedere quello che sta succedendo». «Perché non vai a casa e non dici alla tua zietta che ti sta educando secondo le migliori tradizioni di puericultura Ankh-Morporkiana?» disse Vimes. «Vai. Scappa via». «Ti spezza tutte le ossa» continuò felice il bambino. «E quando arriva alla testa...» «Guarda, è lassù!» gridò Vimes. «Il drago grande e grosso che ti spezza le ossa! Adesso vai a casa!» Il bambino guardò l'essere appollaiato sul palco menomato. «Non gli ho ancora visto spezzare le ossa a nessuno» si lamentò. «Sparisci o ti prenderai un bel manrovescio» lo minacciò Vimes. Questo sembrò convincerlo. Il piccolo annuì, mostrando di avere capito. «Va bene. Posso gridare di nuovo urrà?» «Se vuoi» disse Vimes. «Urrà!» Alla faccia della politica comunitaria, pensò Vimes. Sbirciò nuovamente al di là della fontana. Una voce subito sopra di lui tuonò: «Dica pure quello che vuole, io continuo a sostenere che è un esemplare magnifico». Lo sguardo di Vimes viaggiò verso l'alto finché non si posò sul bordo della vasca superiore della fontana. «Ha notato» disse Sybil Ramkin, tirandosi su vicino a un pezzo di statua erosa e saltando poi giù davanti a lui, «che ogni volta che ci incontriamo salta fuori un drago?» Gli lanciò un arci-sorriso. «È un po' come avere una propria canzone, o qualcosa del genere». «Se ne sta seduto lì» disse Vimes in tutta fretta. «Si sta solo guardando attorno. Come se stesse aspettando i prossimi eventi». Il drago sbatté le palpebre con giurassica pazienza. Le strade che conducevano fuori dalla piazza erano intasate: si erano tutti fermati a osservare la scena. È l'istinto di Ankh-Morpork, pensò Vimes. Scappa e poi fermati per vedere se capiterà qualcosa di interessante alle altre persone. Ci fu un movimento fra le macerie presso l'unghione anteriore del drago e l'Alto Sacerdote del Cieco Io si alzò traballante in piedi, mentre polvere e schegge gli scendevano a cascata dal mantello. Teneva ancora in mano il surrogato di corona. Vimes vide l'uomo guardare in alto in un paio di occhi rossi brucianti a
pochi metri di distanza. «I draghi sanno leggere nel pensiero?» sussurrò Vimes. «Io sono sicura che i miei capiscono ogni parola che dico» sibilò Lady Ramkin. «Oh, no! Quel vecchio pazzo gli sta offrendo la corona!» «Ma non è una mossa intelligente?» domandò Vimes. «I draghi adorano l'oro. È come buttare un bastone a un cane, no?» «Oh, santo cielo» commentò Sybil Ramkin. «Potrebbe anche non esserlo. I draghi hanno bocche così sensibili». Il grosso drago guardò incuriosito il cerchietto d'oro. Poi, con estrema delicatezza, allungò un artiglio lungo un metro e agganciò l'oggetto prendendolo dalle dita tremanti del sacerdote. «Che intende dire con sensibili?» domandò Vimes guardando l'artiglio salire lentamente verso la lunga faccia equina. «Hanno un senso del gusto davvero incredibile. Sono così, come dire, orientati chimicamente». «Vuole dire che probabilmente riesce a sentire il gusto dell'oro?» sussurrò Vimes, osservando la corona che veniva accuratamente leccata. «Oh, certo. E ne riconoscono l'odore». Vimes si chiese quante possibilità ci fossero che la corona fosse d'oro. Non molte, stabilì. Forse poteva trattarsi di rame con una lamina dorata. Sufficiente per ingannare gli esseri umani. Si chiese quindi quale sarebbe stata la reazione di uno che, dopo avere messo nel caffè tre cucchiaini dello zucchero che gli era stato offerto, avesse scoperto che in realtà si trattava di sale. Il drago allontanò l'artiglio dalla bocca con un movimento pieno di grazia e toccò l'Alto Sacerdote, che stava giusto cercando di svignarsela, dandogli un colpetto che lo scaraventò alto in aria. Quando l'uomo raggiunse gridando l'apice dell'arco, la grande bocca si voltò e... «Caspita!» disse Lady Ramkin. Si sentì un gemito da parte degli astanti. «La temperatura di quell'essere!» disse Vimes. «Voglio dire, non è rimasto proprio niente! Solo un filo di fumo!» Si notò un altro movimento in mezzo ai detriti. Un'altra figura si alzò e si appoggiò stordita contro un'asse spezzato. Era Lupin Wonse, sotto una coltre di fuliggine. Vimes lo osservò guardare all'interno di un paio di narici della dimensione di tombini. Wonse si mise a correre. Vimes si chiese che effetto facesse scappare via
da qualcosa del genere, aspettandosi da un istante all'altro che la propria schiena raggiungesse, in brevissimo tempo, una temperatura che andava al di là del punto di vaporizzazione del ferro. Poteva immaginarselo. Wonse era arrivato a metà della piazza quando il drago balzò in avanti con sorprendente agilità, data la stazza, e lo sollevò. L'unghione salì in alto finché la figura che si dimenava non venne a trovarsi a poco più di un metro dalla faccia del drago. Quello sembrò esaminare l'uomo per qualche istante, rigirandolo per bene. Poi, muovendo le tre zampe libere e sbattendo occasionalmente le ali per mantenersi in equilibrio, trottò via attraverso la piazza e si diresse verso il... quello che era stato il palazzo del Patrizio. Quello che era stato anche il palazzo del re. Ignorò gli spettatori terrorizzati che si stavano appiattendo silenziosamente contro le pareti. Il portone ad arco della cancellata venne abbattuto con una spallata, con deprimente facilità. Le porte stesse, alte, solide e ricoperte di ferro, durarono ben dieci secondi prima di crollare in un mucchietto di cenere incandescente. Il drago entrò. Lady Ramkin si voltò, attonita. Vimes era scoppiato a ridere. La risata mostrava una sfumatura di pazzia, l'uomo aveva le lacrime agli occhi, ma si trattava comunque di una risata. Egli rise, rise e rise finché non scivolò piano piano contro il bordo della fontana, con le gambe aperte davanti a sé. «Urrà, urrà, urrà!» ridacchiò, rischiando quasi di soffocare. «Ma che diavolo le viene in mente?» domandò in tono imperioso Lady Ramkin. «Tirate fuori altre bandiere! Fiato ai cimbali, suonate le campane! L'abbiamo incoronato! Abbiamo un re, dopo tutto! Urrà!» «Ha bevuto?» schioccò Lady Ramkin. «Non ancora!» ridacchiò Vimes. «Non ancora! Ma lo farò!» Continuò a ridere, sapendo che quando avesse smesso una nera depressione gli sarebbe caduta addosso come un soufflé di piombo. Riusciva a vedere il futuro che stava venendo loro incontro... ... Dopo tutto, quell'essere era decisamente nobile. Non portava denaro e non era tipo da questionare. Avrebbe di certo fatto anche qualcosa per i centri urbani, come bruciarli fino alle fondamenta. Lo faremo sicuramente re, pensò. Così si vive a Ankh-Morpork: ciò che non puoi distruggere o corrompere, fai finta che sia stato una tua idea fin
dal principio. Vivat Draco. Egli si accorse che il bambinetto era tornato. Agitò la sua bandierina guardandolo e disse: «Posso gridare di nuovo urrà, adesso?» «Perché no?» rispose Vimes. «Lo faranno anche tutti gli altri». Dal palazzo provennero i rumori attutiti di una complessa demolizione... Errol trascinò un manico di scopa attraverso il pavimento con la bocca e, gemendo per lo sforzo, lo sollevò. Dopo ulteriori lamenti e svariate false partenze, riuscì a incastrarne l'estremità fra la parete e il grosso contenitore di petrolio per lampade. Si fermò per un momento, ansimando come se muggisse, e spinse. Il contenitore resistette un po', oscillò avanti e indietro un paio di volte e poi cadde giù e si infranse sulle piastrelle. Il petrolio - una qualità molto mal raffinata, quasi allo stato greggio - si allargò formando una pozza nera. Le enormi narici di Errol si contrassero. Da qualche parte in fondo al suo cervello sinapsi sconosciute cominciarono a battere come tasti di un telegrafo. Grandi blocchi di informazioni fluirono lungo lo spesso cordone nervoso fino al suo naso, portando con sé informazioni inesplicabili su legami triplici, alcani e isomeria geometrica. Tuttavia questi complessi meccanismi non sfiorarono nemmeno la piccola parte del cervello di Errol che veniva utilizzata per essere Errol. L'unica sensazione che egli ebbe fu di avere molta, molta sete. Nel palazzo stava accadendo qualcosa di importante. Si sentiva l'occasionale distruzione di un pavimento o il crollo di un soffitto... Nelle sue prigioni segrete piene di ratti, dietro una porta con più chiusure di una rete di canali di primaria importanza, il Patrizio di AnkhMorpork stava sdraiato nell'oscurità e sogghignava. All'esterno, i falò fiammeggiavano nel tramonto. Ankh-Morpork stava festeggiando. Nessuno era sicuro del perché, ma tutti si erano organizzati per un festeggiamento quella sera, erano stati aperti i barili, i buoi infilzati negli spiedi, assegnati un cappellino di carta e un boccale celebrativo a ogni bambino. Era parso un peccato sprecare tutti quegli sforzi. E comunque era stato un giorno molto interessante, e la popolazione di Ankh-Morpork dava un'enorme importanza all'intrattenimento.
«Per come la vedo io» disse uno dei festeggianti, che era a metà di un immenso e grasso blocco di carne mezza cruda, «un drago come re potrebbe non essere una cattiva idea. Se ci si riflette a fondo, intendo dire». «Aveva un aspetto decisamente molto pieno di grazia» disse la donna alla sua destra, come se stesse valutando l'idea. «Come dire, be', elegante. Bello azzimato. Per niente sciatto. Si mostra orgoglioso di se stesso». Lanciò un'occhiata truce ad alcuni dei festeggianti più giovani lungo la tavolata. «Il problema con i giovani d'oggi è che non sono orgogliosi». «C'è poi la politica estera, ovviamente» disse un terzo, prendendosi una costoletta. «Se ci si pensa bene». «Che vuoi dire?» «Diplomazia» rispose perentoriamente il mangiatore di costoletta. Ci pensarono tutti. Si poteva vedere come stessero esaminando l'idea, ribaltandola, in un cortese sforzo di capire a che cosa diavolo l'uomo stesse alludendo. «Non so» disse lentamente l'esperto monarchico. «Voglio dire, un drago tipico ha, fondamentalmente, due modi di negoziare. Non vi pare? Voglio dire: o ti arrostisce vivo o non lo fa. Correggetemi se sbaglio» aggiunse. «È proprio quello che intendevo dire io. Diciamo che l'ambasciatore del Klatch arrivi qui, sapete come sono arroganti quelli, immaginiamo che dica: vogliamo questo, vogliamo quello, vogliamo quell'altro. Bene» disse agli altri raggiante, «quello che gli rispondiamo è: chiudi il becco se non vuoi tornare a casa dentro un'urna». Gli astanti indossarono l'idea per vedere se calzasse a livello mentale. Aveva un certo non so che. «Hanno una gran flotta a Klatch» osservò il monarchico, incerto. «Potrebbe essere un po' rischioso arrostire i diplomatici. La gente si vede tornare indietro sulla nave un mucchietto di carbone e può irritarsi». «Oh, allora noi diciamo, Ehi tu, Johnny Klatchiano, non ti piace, eh, grossa tipa lucertola del cielo arrostisce maledettamente bene capanna fango di te ciomp-ciomp». «Potremmo dirlo sul serio?» «Perché no? E poi diciamo, manda tanti tributi dolce beone.» «Non mi sono mai piaciuti i Klatchiani» affermò con decisione la donna. «Quella roba che mangiano! È disgustosa. E poi biascicano in continuazione in quella specie di lingua incivile...» Nell'ombra, si accese un fiammifero. Vimes mise le mani a coppa attorno alla fiamma, inspirò il pessimo ta-
bacco, buttò il fiammifero nel canale di scolo e cominciò a sguazzare lungo l'umido vicolo disseminato di pozze. Se c'era una cosa che lo deprimeva di più del suo cinismo, era che spesso non era comunque cinico come la vita vera. Siamo andati d'accordo con quegli altri per secoli, rifletté. Andare d'accordo è stata praticamente tutta la nostra politica estera. Adesso penso di avere appena sentito dichiarare guerra a un'antica civiltà con cui siamo sempre andati d'accordo, più o meno, anche se parla in modo buffo. E dopo, perché no, una dichiarazione di guerra al mondo. Il peggio è che probabilmente vinceremo. Pensieri simili, anche se da diversa prospettiva, attraversarono la mente dei capi cittadini di Ankh-Morpork quando, la mattina successiva, ognuno di loro ricevette un breve messaggio che ordinava di recarsi al palazzo per un pranzo di lavoro. Non diceva per ordine di chi e nemmeno, notarono, al pranzo di chi. Adesso erano tutti riuniti nell'anticamera. C'erano stati dei bei cambiamenti. Quello non era mai stato ciò che si poteva definire un luogo chic. Il Patrizio aveva sempre ritenuto che, mettendole a proprio agio, le persone potevano desiderare di restare. Tutta la mobilia era stata composta da qualche sedia vecchiotta e, attorno alle pareti, ritratti di precedenti governanti della città con in mano pergamene o cose simili. Le sedie c'erano ancora. I ritratti no. O meglio, le tele macchiate e strappate erano ammassate in un angolo, ma le cornici dorate erano sparite. I consiglieri cercarono di evitare di guardarsi in volto e si sedettero tamburellando le dita sulle ginocchia. Alla fine, due servitori dall'espressione molto preoccupata aprirono le porte che davano nella sala principale. Lupin Wonse le attraversò barcollando. La maggior parte dei consiglieri era stata sveglia tutta la notte, cercando di formulare una propria specie di condotta politica rispetto ai draghi, ma Wonse sembrava non avere dormito da anni. Il suo volto aveva il colore di uno straccio da cucina fermentato. Mai stato particolarmente in carne, pareva uscito direttamente da una piramide. «Oh» esclamò. «Bene. Siete tutti qui? Allora forse potrete accomodarvi da questa parte, signori miei». «Ehm» disse il capo ladro, «il biglietto menzionava un pranzo».
«Sì?» disse Wonse. «Con un drago?» «Santo cielo, non penserete mica che voglia mangiarvi, vero?» commentò Wonse. «Ma che idea!» «Non mi è mai passato per la mente» disse il capo ladro, mentre il sollievo gli sbuffava fuori dalle orecchie come vapore. «Che idea. Haha». «Haha» disse il capo mercante. «Hoho» fece il capo assassino. «Che idea». «No, immagino che siate tutti decisamente troppo stopposi» disse Wonse. «Haha». «Haha». «Ahaha». «Hoho». La temperatura si abbassò di svariati gradi. «Se volete gentilmente seguirmi da questa parte...» La grande sala era cambiata. Tanto per cominciare era parecchio più grande. Erano state abbattute molte pareti che davano su camere adiacenti e il soffitto, oltre a parecchi piani di sale superiori, era stato del tutto rimosso. Il pavimento era un cumulo di macerie eccetto che al centro della stanza, dove si trovava un ammasso d'oro... Be', di roba dorata. Sembrava che qualcuno avesse frugato l'intero palazzo alla ricerca di qualsiasi cosa brillasse o scintillasse. C'erano le cornici dei quadri e i filamenti d'oro degli arazzi, l'argenteria e qualche occasionale gemma. C'erano anche pentoloni delle cucine, candelabri, scaldaletti, frammenti di specchi. Roba che luccicava. I consiglieri comunque non erano nelle condizioni di badarvi molto, a causa di ciò che si trovava appeso sopra le loro teste. Sembrava il più grosso sigaro male arrotolato dell'universo, se il più grosso sigaro male arrotolato dell'universo avesse avuto l'abitudine di stare appeso a testa in giù. Si riuscivano a scorgere a mala pena due grossi unghioni aggrappati ai puntoni scuri. A metà strada fra il cumulo d'oro e la porta era stata imbandita un piccola tavola. I consiglieri notarono senza restare eccessivamente sorpresi che la familiare argenteria antica mancava. C'erano piatti di porcellana, e posate che sembravano essere state ricavate molto di recente da pezzi di legno. Wonse si sedette a capotavola e fece un cenno con il capo ai servitori. «Vi prego, sedetevi, signori miei» disse. «Mi spiace che le cose siano un po'... diverse, ma il re spera che riusciate a sopportare la situazione finché non ci si sarà organizzati in modo più adeguato».
«Il, ehm» disse il capo mercante. «Il re» ripeté Wonse. La sua voce pareva a un filo di distanza dalla follia. «Oh. Il re. Certo» confermò il mercante. Dal punto in cui era seduto aveva un'ottima visuale dell'immenso essere appeso. Sembrò esserci del movimento lassù, un tremore nelle grandi pieghe che lo avvolgevano. «Lunga vita al re, dico io» aggiunse in tutta fretta. La prima portata fu una zuppa con gnocchetti. Wonse non ne prese. Gli altri mangiarono in un silenzio terrorizzato, rotto soltanto dal cupo sbattere del legno sulla porcellana. «Ci sono proposte di decreto su cui il re gradirebbe un vostro assenso» disse alla fine Wonse. «Una pura formalità, ovviamente, e mi spiace disturbarvi con dettagli così insignificanti». Il grande fagotto sembrò oscillare nella brezza. «Non è affatto un disturbo» chiocciò il capo ladro. «Il re desidera graziosamente che sia reso noto» disse Wonse, «che gradirebbe ricevere doni di incoronazione da parte dell'intera popolazione. Nulla di complicato, ovviamente. Semplicemente ogni metallo prezioso o gemma che la gente possegga e di cui possa facilmente fare a meno. Mi sento di sottolineare, a proposito, che questo non deve affatto ritenersi obbligatorio. La generosità che egli è sicuro di riscontrare dovrà essere un atto interamente volontario». Il capo assassino guardò con espressione triste gli anelli che aveva alle dita e sospirò. Il capo mercante si stava già togliendo con rassegnazione la catena dorata d'ufficio dal collo. «Caspita, miei signori!» disse Wonse. «Tutto ciò è davvero inaspettato!» «Ehm» disse l'Arcicancelliere dell'Università Invisibile. «Lei saprà... cioè, sono certo che il re sia al corrente del fatto che, per tradizione, l'Università è esente da ogni imposta e tassa cittadina...» Egli soffocò uno sbadiglio. I maghi avevano passato l'intera notte a dirigere i loro incantesimi migliori contro il drago. Era stato come prendere a cazzotti la nebbia. «Mio caro signore, questa non è una imposta» protestò Wonse. «Spero che nulla di ciò che ho detto possa avervi spinto a dedurre una cosa del genere. Oh, no! No. Qualsiasi tributo dovrebbe essere devoluto, come ho detto, volontariamente. Spero che questo sia assolutamente chiaro». «Come il sole» esclamò il capo assassino, lanciando un'occhiata truce al vecchio mago.
«E questi tributi interamente volontari che verseremo, finiranno?...» «Sul cumulo del tesoro» disse Wonse. «Ah!» «Anche se sono certo che la popolazione cittadina si mostrerà molto generosa, una volta compresa la situazione» sottolineò il capo mercante, «sono altresì certo che il re sia al corrente del fatto che c'è pochissimo oro ad Ankh-Morpork, vero?» «Giusta osservazione» replicò Wonse. «Tuttavia il re intende perseguire una vigorosa e dinamica politica estera che dovrebbe porre rimedio al problema». «Oh» esclamarono in coro tutti i consiglieri, questa volta moderatamente più entusiasti. «Per esempio» proseguì Wonse, «il re ritiene che i nostri legittimi interessi a Quirm, Sto Lat, Pseudopolis e Tsort siano stati gravemente compromessi nel corso degli ultimi secoli. A ciò verrà posto rimedio in fretta e, signori miei, posso assicurarvi che il tesoro fluirà nella città da coloro che sono ansiosi di godere della protezione del re». Il capo assassino lanciò un'occhiata al cumulo nel centro della stanza. Si formò un'idea decisamente chiara di dove sarebbero andati a finire i tesori. Bisognava ammirare il modo in cui i draghi sapevano lanciare un'esca. Era praticamente umano. «Oh» disse. «Ovviamente è probabile che ci saranno altre acquisizioni in quanto a terre, proprietà e così via, e il re desidera che sia universalmente noto che i leali Consiglieri della Corona verranno remunerati profumatamente». «E, ehm...» disse il capo assassino, che stava cominciando a ritenere di avere una perfetta comprensione della natura dei processi mentali del re, «indubbiamente i, ehm...» «Consiglieri della Corona» disse Wonse. «Indubbiamente essi risponderanno con ancora maggiore generosità per quanto riguarda, per esempio, il tesoro?» «Sono certo che tali considerazioni non abbiamo nemmeno attraversato la mente del re» ribatté Wonse, «ma questa è un'ottima osservazione». «Lo immaginavo». La seconda portata fu maiale, fagioli e patate sfarinate. Altro cibo che fa ingrassare, non poterono evitare di notare i commensali. Wonse prese in tutto un bicchiere d'acqua. «Il che ci porta a un'altra questione di una certa delicatezza che, sono si-
curo, uomini navigati e di larghe vedute come voi non avranno difficoltà ad accettare» disse. La mano che teneva il bicchiere cominciò a tremare. «Spero che verrà anche compreso universalmente dalla popolazione, soprattutto visto che il re sarà indubbiamente in grado di contribuire in così tanti modi al benessere e alla difesa della città. Per esempio, sono sicuro che la popolazione riposerà sonni più tranquilli sapendo che il dr... il re la protegge instancabilmente dal male. Potrebbero evidenziarsi tuttavia, ridicoli a antichi... pregiudizi... che verranno sradicati solamente tramite un lavoro incessante... da parte di tutti gli uomini di buona volontà». Si interruppe e li guardò tutti. Il capo assassino raccontò, successivamente, di avere guardato negli occhi di molti uomini che, ovviamente, erano prossimi alla morte, ma di non avere mai guardato in occhi che lo stessero chiaramente e inequivocabilmente fissando di rimando dalle profondità dell'Inferno. Sperava di non dovere mai più guardare in occhi del genere. «Mi riferisco» precisò Wonse, mentre ogni parola affiorava alla superficie come una bolla nelle sabbie mobili, «alla questione della... della dieta... del re». Seguì un terribile silenzio. Udirono il debole fruscio di ali alle spalle, e le ombre negli angoli della sala si fecero più scure e sembrarono chiudersi loro addosso. «Dieta» disse il capo ladro cupamente. «Sì» confermò Wonse. La sua voce era quasi uno squittio. Il sudore gli gocciolava dal volto. Il capo assassino aveva sentito una volta la parola "rictus" e si era chiesto se la si potesse usare correttamente per descrivere l'espressione di qualcuno, e adesso lo sapeva. Ecco cosa c'era sul volto di Wonse: lo spettrale rictus di qualcuno che stava tentando di non sentire le parole che la sua stessa bocca stava pronunciando. «Be', ehm, pensavamo» disse con grande attenzione il capo assassino, «che il dr... il re si fosse sistemato da solo le cose, nel corso delle settimane». «Oh, ma misera roba, sapete. Misera roba. Animali randagi e così via» osservò Wonse, fissando il piano del tavolo. «Ovviamente, per un re, questi pasti di ripiego non sono più appropriati». Il silenzio crebbe e assunse quasi una consistenza solida. I consiglieri rifletterono a lungo, specialmente riguardo al pasto che avevano appena consumato. L'arrivo di una immensa zuppa inglese con sopra una montagna di panna servì soltanto a farli concentrare di più.
«Ehm» disse il capo mercante, «ogni quanto è affamato il re?» «Sempre» rispose Wonse, «ma mangia una volta al mese. Si tratta in effetti di una occasione cerimoniale». «Ovviamente» commentò il capo mercante. «Deve essere così per forza». «E, ehm» domandò il capo assassino, «quando ha mangiato il re, ehm, l'ultima volta?» «Mi dispiace dovere dire che non ha più mangiato in modo adeguato da quando è giunto qui» disse Wonse. «Oh». «Dovete capire» disse Wonse, giocherellando disperatamente con le posate in legno, «che fare un'imboscata a un qualche comune assassino...» «Mi scusi...» cominciò a dire il capo assassino. «Un qualche comune killer, volevo dire... non è... soddisfacente. L'intera essenza dell'alimentazione del re è che dovrebbe rappresentare, be'... una forma di legame fra re e sudditi. È... è forse una allegoria vivente. Rinforza lo stretto collegamento fra la corona e la comunità» aggiunse. «La precisa natura del pasto...» cominciò a dire il capo ladro, quasi soffocando nel pronunciare le parole. «Stiamo forse parlando di giovani vergini?» «Mero pregiudizio» ribatté Wonse. «L'età è irrilevante. Lo stato maritale ricopre tuttavia una certa importanza. E la classe sociale. Credo che abbia qualcosa a che fare col gusto». Si sporse in avanti e la sua voce si fece carica di dolore, incalzante e, per la prima volta, essi la avvertirono come sincera. «Vi prego, pensateci!» sibilò. «Dopo tutto, soltanto una al mese! In cambio di così tanto! Le famiglie delle persone utili al re, Consiglieri della Corona come voi, non sarebbero ovviamente prese in considerazione. E quando rifletterete sulle alternative...» Essi non pensarono a tutte le alternative. Era sufficiente prenderne in considerazione una sola. Il silenzio li blandiva mentre Wonse parlava. Evitarono di guardarsi vicendevolmente in faccia, per paura di quello che avrebbero potuto vedervi specchiato. Ognuno di loro pensò: uno degli altri dovrà per forza dire presto qualcosa, protestare, e allora io mormorerò il mio assenso, non è che dirò precisamente qualcosa, non sono così stupido, ma mormorerò con grande decisione, così che gli altri non avranno dubbio sul fatto che io disapprovo in pieno, perché in un momento come questo è necessario che tutti gli uomini dignitosi si sollevino, quasi, e si facciano, più o meno, sen-
tire... Nessuno però disse nulla. Codardi, pensò ciascuno di loro. E nessuno toccò il dolce o le mentine al cioccolato spesse come mattoni che vennero servite in seguito. Non fecero altro che continuare a ascoltare, paonazzi e affranti dall'orrore, mentre la voce di Wonse cantilenava; quando vennero congedati, tutti cercarono di filare via ciascuno per conto proprio, per non doversi parlare. Tutti, eccetto il capo mercante, che si trovò a lasciare il palazzo insieme al capo assassino. Si incamminarono fianco a fianco, con le menti che vorticavano. Il capo mercante tentò di considerare il lato positivo della situazione: era uno di quegli uomini che organizza cori quando le cose vanno drammaticamente male. «Bene bene» disse. «E così adesso siamo Consiglieri della Corona. Forte.» «Hmmm» commentò il capo assassino. «Mi chiedo quale sia la differenza fra semplici consiglieri e Consiglieri della Corona» disse il mercante a voce alta. L'assassino gli lanciò uno sguardo truce. «Penso» osservò, «che sia che ci si aspetta che tu mangi più merda». Egli rivolse nuovamente lo sguardo accigliato verso i suoi piedi. Qualcosa continuava ad assillargli la mente. Erano le ultime parole che Wonse aveva pronunciato quando lui gli aveva stretto la mano floscia per accomiatarsi. Si chiese se le avesse sentite qualcun altro. Improbabile... erano state una forma più ancora che un suono. Wonse aveva semplicemente mosso le labbra attorno ad esse mentre fissava abbacinato il volto pallido dell'assassino. Mi. Aiuti. L'assassino rabbrividì. Perché lui? Per quello che ne sapeva, era qualificato a fornire un unico tipo di aiuto, e pochissime persone glielo avevano richiesto per se stesse. In effetti di solito pagavano grandi somme perché tale aiuto venisse dato, come regalino a sorpresa, ad altre persone. Egli si chiese che cosa stesse accadendo a Wonse che gli facesse sembrare migliore quella alternativa... Wonse era seduto da solo nella sala oscura e semidistrutta. Stava aspettando. Poteva tentare di scappare. Il drago però lo avrebbe ritrovato. Era sempre riuscito a ritrovarlo. Era capace di sentire l'odore della sua mente.
Oppure lo avrebbe incenerito. Era anche peggio. Proprio come i Confratelli. Forse si trattava di una morte istantanea, sembrava una morte istantanea, ma Wonse giaceva sveglio di notte chiedendosi se quegli ultimi micro-secondi non si dilatassero in una incandescente eternità soggettiva, ogni più piccola parte del tuo corpo una mera macchia di plasma e tu lì, vivo, al centro di tutto... Tu no. Io non incenerirei mai te. Non si trattava di telepatia, Wonse ne era conscio. Per quel che ne sapeva, telepatia era come sentire una voce nella testa. Questo era come sentire un voce nel corpo. Il suo intero sistema nervoso vibrava, come un arco. Alzati. Wonse barcollò attraverso il pavimento. Le ali si aprirono lentamente, emettendo l'occasionale scricchiolio, finché non riempirono la sala da una parte all'altra. La punta di una di esse spezzò una finestra e uscì nell'aria pomeridiana. Il drago, in modo sinuoso, con lentezza, allungò il collo e sbadigliò. Quando ebbe terminato, girò la testa fino a portarla a pochi centimetri dal volto di Wonse. Che cosa significa "volontariamente"? «Ehm, significa fare qualcosa di propria spontanea volontà» rispose Wonse. Ma loro non hanno una spontanea volontà'. Incrementeranno il mio tesoro altrimenti li incenerirò! Wonse deglutì. «Sì» disse, «ma tu non devi...» Il silente fragore della furia lo fece girare su se stesso. Non c'è niente che io non devo! «No, no, no!» squittì Wonse, serrandosi la testa fra le mani. «Non volevo dire questo! Credimi! Così si ha un maggior successo! Maggiore e più sicuro!» Nessuno mi può sconfiggere! «Certamente...» Nessuno mi può controllare! Wonse sollevò le mani tenendo le dita aperte in atteggiamento pacificatorio. «Certo, certo» disse. «Ma ci sono modi e modi. Sai. Modi e modi. Tutto questo ruggire e incenerire, vedi, non hai alcun bisogno di...» Sciocca scimmia! In quale altro modo li posso piegare al mio volere? Wonse si portò le mani dietro la schiena.
«Lo faranno di loro spontanea volontà» disse. «E a tempo debito arriveranno a credere che sia stata tutta una idea loro. Diventerà una tradizione. Fidati. Noi umani siamo creature adattabili». Il drago gli lanciò una lunga occhiata vacua. «In effetti» continuò Wonse cercando di non far tremolare la voce, «ben presto, se dovesse arrivare qualcuno e affermare che un re drago è una pessima soluzione, lo uccideranno con le loro mani». Il drago sbatté le palpebre. Per la prima volta, da quel che Wonse riusciva a ricordare, gli sembrò incerto. «Io conosco le persone, vedi» terminò semplicemente Wonse. Il drago continuò a trafiggerlo con lo sguardo. Se mi stai mentendo... pensò alla fine. «Sai che non posso. Non a te». E agiscono davvero in questo modo? «Oh, sì. Sempre. È una caratteristica umana di base». Wonse sapeva che il drago era in grado di leggere almeno i livelli più elevati della sua mentre. Essi risuonavano in terribile armonia. Egli riusciva a scorgere i possenti pensieri dietro gli occhi di colui che aveva di fronte. Il drago era inorridito. «Mi dispiace» sussurrò Wonse con un filo di voce. «È che siamo fatti così. Ha tutto a che vedere con la sopravvivenza, penso». Non verrà mandato alcun potente guerriero per uccidermi? pensò quello, quasi querulo. «Non credo proprio.» Nessun eroe? «Non ce ne sono più. Troppo costosi». Ma io mangerò delle persone! Wonse piagnucolò. Sentì che il drago gli frugava nella mente, cercando di trovare una chiave per comprendere. Egli mezzo vide, mezzo sentì il tremolio di immagini casuali, di draghi, della mitica era dei rettili e di alcune delle meno raccomandabili ere della storia umana, che erano poi la maggioranza... e lì avvertì il genuino stupore del drago. Dopo lo stupore, arrivò la rabbia frustrata. Non c'era praticamente nulla che il drago potesse fare alle persone che quelle non avessero presto o tardi già fatto l'una all'altra, spesso con entusiasmo. Hai la sfrontatezza di essere schifiltoso, pensò il drago dentro di lui. Ma noi eravamo draghi. Noi dovevamo essere crudeli, astuti, insensibili e ter-