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A Me Le Guardie! - italian traduction of "Guards! Guards!" by Terry Pratchett

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Published by simonrmoon, 2024-01-18 14:13:47

A Me Le Guardie!

A Me Le Guardie! - italian traduction of "Guards! Guards!" by Terry Pratchett

ribili. Questo però te lo posso dire, scimmia: - il grosso volto gli si avvicinò ulteriormente, così che Wonse si trovò a fissare nelle impietose profondità dei suoi occhi - non ci siamo mai bruciati, torturati e massacrati a vicenda chiamando la cosa "morale". Il drago estese ancora le ali un paio di volte e poi si lasciò cadere pesantemente sulla pacchiana accozzaglia di oggetti semipreziosi. I suoi artigli smossero il cumulo. Sogghignò. Nemmeno una lucertola con tre zampe accumulerebbe roba simile. «Ci saranno oggetti migliori» sussurrò Wonse, temporaneamente sollevato per il cambiamento di rotta del discorso. Sarà meglio di sì. «Posso...» Wonse esitò «... posso farti una domanda?» Chiedi. «Tu non hai bisogno di mangiare la gente, vero? Penso che questo possa essere l'unico problema dal punto di vista delle persone, capisci» aggiunse, mentre la voce accelerava in un farfuglio. «Il tesoro e il resto non dovrebbero essere un ostacolo, ma se è solo una questione di, ehm, proteine, allora un intelletto possente come il tuo avrà di certo compreso che qualcosa di meno controverso, come una mucca, potrebbe...» Il drago espirò un getto di fuoco orizzontale che fece calcinare la parete opposta. Bisogno? Bisogno? ruggì quello quando il rumore si fu spento. Tu parli a me di bisogno? Non è forse nella tradizione che il più bel fiore della bellezza femminile dovesse essere offerto al drago per assicurare pace e prosperità? «Ma vedi, noi siamo sempre stati moderatamente pacifici e ragionevolmente prosperi...» VUOI CHE QUESTO STATO DI COSE CONTINUI? La forza del pensiero fece inginocchiare Wonse. «Ovviamente» riuscì a dire a stento. Il drago stiracchiò gli artigli. Allora il bisogno è tuo, non mio. E adesso sparisci dalla mia vista. Wonse si accasciò mentre il drago gli abbandonava la mente. Il drago strisciò sul tesoro da saldo, balzò sul davanzale di una delle grandi finestre della sala e spezzò la vetrata con la testa. L'immagine multicolore di un padre della città si infranse cadendo sugli altri detriti sottostanti. Il lungo collo si estese fuori, nell'aria della sera, e si voltò come un ago da bussola che cerca. Le luci si stavano accendendo in città. Il rumore di


un milione di persone vive produceva un attutito e cupo brusio di fondo. Il drago respirò profondamente, con gioia. Issò quindi il resto del corpo sul davanzale, tirò giù con una spallata quello che rimaneva della vetrata e balzò nel cielo. «Che cos'è?» domandò Nobby. Era una cosa vagamente arrotondata, della consistenza del legno e, se colpita, produceva il rumore di un righello caduto dal bordo di una scrivania. Il sergente Colon vi picchiò di nuovo sopra. «Mi arrendo» esclamò. Carota con orgoglio tirò fuori qualcosa dal pacchetto ammaccato. «È un dolce» disse, infilandovi sotto entrambe le mani e sollevandolo con difficoltà. «Da parte di mia madre». Riuscì ad appoggiarlo sul tavolo senza schiacciarsi sotto le dita. «Si può mangiare?» domandò Nobby. «Ha messo mesi per arrivare qui. Potrebbe essere andato a male». «Oh, è fatto secondo una speciale ricetta dei nani» lo rassicurò Carota. «I dolci dei nani non vanno a male». Il sergente Colon vi picchiò nuovamente sopra con le nocche. «Immagino di no» ammise. «È incredibilmente nutriente» disse Carota. «Praticamente magico. Il segreto è stato tramandato di nano in nano per secoli. Un pezzettino di questo e non si vorrà più mangiare niente per il resto della giornata». «Si può portare via?» domandò Colon. «Un nano può camminare per centinaia di miglia con un dolce del genere nel sacco» proseguì Carota. «Non ne dubito» commentò Colon con espressione cupa. «Scommetto che per tutto il tempo non pensa altro che: Stramaledizione, spero di riuscire presto a trovare qualcos'altro da mangiare altrimenti mi toccherà di nuovo questo dannato dolce». Carota, secondo cui l'irrisione era qualcosa che aveva a che fare con il risotto, prese la sua picca e, dopo un paio di impressionanti rimbalzi, riuscì a tagliare la torta in quattro parti approssimative. «Eccoci qui» esclamò allegramente. «Una per ciascuno e una per il capitano. «Si rese conto di quello che aveva detto. «Oh, mi dispiace». «Già» commentò Colon impassibile. Restarono seduti in silenzio per un po'.


«Mi piaceva» disse Carota. «Mi dispiace che se ne sia andato». Seguì un ulteriore silenzio, molto simile al silenzio di prima ma anche più profondo e più carico di depressione. «Immagino che adesso verrà nominato lei capitano» aggiunse Carota. Colon sobbalzò. «Io? Io non voglio fare il capitano! Non riesco a fare tutto il lavoro di ragionamento. Non vale la pena sforzarsi a pensare tanto per nove dollari in più al mese». Tamburellò le dita sul tavolo. «Prendeva solo quello?» domandò Nobby. «Io pensavo che gli ufficiali sguazzassero nell'oro». «Nove dollari in più al mese» ripeté Colon. «Una volta ho visto le tariffe di pagamento. Nove, con altri due dollari per le piume. Solo che lui non li ha mai ritirati, quelli. Davvero strano». «Non era tipo da piume» disse Nobby. «Ha ragione» commentò Colon. «La storia del capitano, sai, una volta ho letto un libro... lo sapevi che tutti abbiamo dell'alcol nel corpo, una specie di alcol naturale? Anche se non tocchi una goccia in vita tua, il tuo corpo in qualche modo lo produce lo stesso. Il capitano Vimes, però, come dire, è uno di quelli che il corpo non gliene produce naturalmente. E come se fosse nato due bicchieri sotto la norma». «Caspita» esclamò Carota. «Sì. Quindi, quando è sobrio, è davvero sobrio. Lo definiscono knurd. Sai come ti senti quando ti svegli al mattino se sei stato impegnato in un gagliardo sbevazzamento tutta la notte, Nobby? Be', lui si sente così sempre». «Poveretto» disse Nobby. «Non me ne ero mai reso conto. Non c'è da meravigliarsi se è sempre così nero». «E quindi cerca continuamente di recuperare. È che non riesce sempre a raggiungere la dose giusta. E, ovviamente...» Colon lanciò un'occhiata a Carota, «... è stato abbattuto da una donna. Bada bene, quasi tutto lo abbatte». «Allora che cosa facciamo noi adesso, sergente?» domandò Nobby. «Pensate che gli dispiacerebbe sa mangiassimo la sua torta?» chiese affranto Carota. «Sarebbe un peccato farla andare a male». Colon alzò le spalle. Gli uomini più anziani rimasero seduti in angosciante silenzio mentre Carota si faceva strada attraverso la torta con un bel lavoro di mandibole, come uno schiacciasassi cingolato in una cava di gesso. Anche se quello


fosse stato il più leggero dei soufflé, non avrebbero avuto alcun appetito. Stavano prendendo in considerazione l'idea della vita senza il capitano. Sarebbe stata vuota, anche senza draghi. Si poteva dire ciò che si voleva sul capitano Vimes, ma aveva stile. Era uno stile cinico, graffiante, ma lui ne aveva e loro no. Sapeva leggere parole lunghe e fare le addizioni. Anche questo, a suo modo, era stile. Perfino quando si ubriacava lo faceva con stile. Avevano cercato di protrarre i minuti, cercato di dilatare il tempo. Era tuttavia arrivata la notte. Erano le sei. E non c'era niente che andava bene. «Anche Errol mi manca» disse Carota. «In effetti era del capitano» precisò Nobby. «Comunque Lady Ramkin saprà come badare a lui». «Non potevamo nemmeno lasciare più niente in giro» protestò Colon. «Voglio dire, nemmeno il petrolio per la lampada. Si è bevuto perfino il petrolio per la lampada». «E le palline di canfora» aggiunse Nobby. «Una scatola intera di palline di canfora. Perché mai poteva volersi mangiare delle palline di canfora? E il bollitore. E lo zucchero. Era un demonio per lo zucchero». «Però era carino» disse Carota. «Simpatico». «Oh, lo ammetto» confermò Colon. «Ma non va bene un animale domestico che ti obbliga a saltare dietro al tavolo ogni volta che gli viene il singhiozzo». «Mi mancherà il suo musino» disse Carota. Nobby si soffiò il naso, rumorosamente. Un rumore simile a un bussare alla porta. Bussavano davvero. Colon alzò la testa di scatto. Carota lasciò la seggiola e aprì. Due uomini della Guardia di Palazzo stavano aspettando con arrogante impazienza. Indietreggiarono quando videro Carota, che si era dovuto chinare un po' per guardare sotto lo stipite: le cattive notizie come Carota viaggiano in fretta. «Vi abbiamo portato un proclama» disse uno di loro. «Dovete...» «Che cos'è quella vernice fresca sul pettorale dell'armatura?» domandò cortesemente Carota. Nobby e il sergente sbirciarono attorno a lui. «È un drago» disse la più giovane delle guardie. «Il drago» lo corresse il suo superiore. «Ehi, ma io ti conosco» esclamò Nobby. «Tu sei Cranietto Maltone. A-


bitavi in Via Macinatura. Tua madre faceva caramelle per la tosse, vero? È caduta nel composto ed è morta. Non riesco a mangiare una caramella per la tosse senza pensare a tua madre». «Salve, Nobby» disse la guardia, senza entusiasmo. «Scommetto che la tua vecchia mamma sarebbe orgogliosa di te con un drago sul petto» proseguì Nobby in tono colloquiale. La guardia gli lanciò un'occhiata carica di astio e imbarazzo. «E hai anche delle piume nuove sul cappello» aggiunse dolcemente Nobby. «C'è qui un proclama che siete obbligati a leggere» disse la guardia in toni forti. «Dovete anche appenderlo agli angoli delle strade. È un ordine». «Di chi?» domandò Nobby. Il sergente Colon afferrò il rotolo con una mano che sembrava un prosciutto. «Allora, Su Richiesta» lesse lentamente, facendo scorrere sotto le lettere un dito esitante, «del Di-Erre-A-Gi... del drago, Erre-Ee, re dei re e AaEsse-Oo-Uu-Elle...» il sudore stava imperlando l'ampia e rosata scogliera della sua fronte «... assoluto, ecco qui, Gi-Oo-Vu-Erre-Enne, governante di...» Scivolò nel torturato silenzio del mondo accademico, con la punta del dito che scendeva lentamente e a scossoni lungo la pergamena. «No» disse alla fine. «Non è giusto, vero? Non si mangerà qualcuno?» «Consumerà» precisò la guardia più anziana. «Fa tutto parte del con... del contratto sociale» disse con espressione legnosa il suo assistente. «Un piccolo prezzo da pagare, sono certo che concorderete, per la protezione e la sicurezza della città». «Da che cosa?» domandò Nobby. «Non abbiamo mai avuto un nemico che non siamo riusciti a prezzolare o corrompere». «Fino ad ora» commentò Colon cupo. «Tu impari in fretta» osservò la guardia. «Dovete divulgarlo. Per timore della punizione». Carota sbirciò sopra la spalla di Colon. «Che cos'è una vergine?» domandò. «Una ragazza non sposata» rispose Colon in fretta. «Cosa, come la mia amica Reet?» esclamò Carota, inorridito. «Be', non proprio» rispose Colon. «Ma lei non è sposata. Nessuna delle ragazze della signora Palm è sposata».


«Be', sì» ammise Colon. «Ma allora» disse Carota con espressione decisa. «Non permetteremo che succeda una cosa del genere, spero». «La gente non lo consentirà» esclamò Colon. «Badate bene!» Le guardie indietreggiarono, fuori dalla portata della crescente furia di Carota. «Facciano come vogliono» disse la guardia più anziana. «Ma se voi non leggerete il proclama, dovrete spiegazioni a Sua Maestà in persona». Si allontanarono in tutta fretta. Nobby in un balzo fu sulla strada. «Un drago sul petto!» gridò. «Se la tua vecchia mamma sapesse che te ne vai in giro con un drago sul petto, si rivolterebbe nell'urna!» Colon tornò al tavolino e stese il rotolo di carta. «Brutto affare» mormorò. «Ha già ucciso delle persone» commentò Carota. «È contro sedici diverse Leggi del Consiglio». «Be', sì. Ma quello è avvenuto, come dire, nel parapiglia generale» disse Colon. «Non che sia stata un bella cosa, voglio dire, ma adesso che la gente partecipi in qualche modo, consegnando una povera ragazza e restando lì a guardare come se tutto fosse legittimo e giusto, questo è molto peggio». «Ritengo che dipenda tutto dal tuo punto di vista» rifletté Nobby. «Che intende dire?» «Be', dal punto di vista di uno che viene bruciato vivo, probabilmente non c'è una gran differenza» osservò Nobby con filosofia. «La popolazione non lo consentirà, ho detto» ribatté Colon, ignorandolo. «Vedrà. Marceranno verso il palazzo e che farà allora il drago, eh?» «Li incenerirà tutti» rispose Nobby prontamente. Colon apparve perplesso. «Lo farebbe davvero?» «Io non vedo proprio cosa potrebbe impedirglielo, e lei?» disse Nobby. Guardò fuori dalla porta. «Quello era un bravo ragazzo. Faceva sempre delle commissioni per mio nonno. Chi avrebbe mai pensato che sarebbe andato in giro con un drago sul petto...» «Che facciamo, sergente?» domandò Carota. «Non voglio essere incenerito vivo» rifletté il sergente Colon. «Mia moglie mi farebbe vedere l'inferno. Immagino quindi che dovremo fare il comecavolosichiama, il proclama. Ma non ti preoccupare, ragazzo» disse, dando una pacca sul muscoloso braccio di Carota e ripetendo, come se non


lo avesse creduto nemmeno lui la prima volta, «non si arriverà a tanto. La gente non lo consentirà mai». Lady Ramkin passò le mani sul corpo di Errol. «Che mi venga un colpo se so cosa sta succedendo lì dentro» esclamò. Il piccolo drago tentò di leccarle il volto. «Che cosa ha mangiato?» «L'ultima cosa, penso, è stata un bollitore» rispose Vimes. «Un bollito di che cosa?» «No. Un bollitore. Una pentola nera con un manico e un beccuccio. L'ha annusato per un bel po' e poi l'ha mangiato.» Errol gli fece una specie di sorriso e ruttò. I due si abbassarono. «Oh, e poi l'ho beccato a mangiare la fuliggine del camino» proseguì Vimes, mentre le loro teste si alzavano nuovamente da dietro la staccionata. Si sporsero di nuovo al di sopra del bunker corazzato che rappresentava una delle infermerie di Lady Ramkin. Doveva essere corazzato per forza. Di solito una delle prime cose che un drago malato faceva era perdere il controllo dei propri processi digestivi. «Non pare esattamente ammalato» disse lei. «Solo grasso». «Si lamenta un sacco. Sembra quasi di riuscire a vedere delle cose che gli si muovono sotto la pelle. Sa cosa penso? Si ricorda di avermi detto che sono in grado di modificare il loro apparato digerente?» «Oh, sì. Il complesso degli stomaci e degli enzimi pancreatici può essere collegato in svariati modi, capisce. Per sfruttare...» «... tutto ciò che riescono a trovare per produrre una fiamma» terminò Vimes. «Sì. Penso che stia cercando di produrre una fiamma incandescente. Vuole sfidare il grosso drago. Ogni volta che quello decolla, lui resta qui seduto a piangere». «E non esplode?» «Non che io abbia notato. Voglio dire, sono certo che se l'avesse fatto ce ne saremmo accorti». «Mangia sempre in modo indiscriminato?» «Difficile esserne certi. Annusa tutto e mangia la maggior parte delle cose. Per esempio otto litri di petrolio per lampade. Comunque non potevo lasciarlo laggiù. Non possiamo badare a lui adeguatamente. Non abbiamo più bisogno di scoprire dove si trova il drago, adesso» aggiunse con espressione amareggiata. «Penso che lei si sia comportato un po' da sciocco» disse lei, riaccompa-


gnandolo verso la casa. «Sciocco? Sono stato licenziato davanti a tutta quella gente!» «Già, ma è stato solo un fraintendimento, ne sono certa». «Io non ho frainteso proprio niente!» «Be', penso che lei sia sconvolto solo perché è impotente». Vimes strabuzzò gli occhi. «Cosa?» esclamò. «Rispetto al drago» proseguì Lady Ramkin, per niente preoccupata. «Non può fare proprio nulla al proposito.» «Ritengo che questa maledetta città e il drago si meritino a vicenda» commentò Vimes. «La popolazione è spaventata. Non può aspettarsi molto dalla gente quando è così spaventata». Gli toccò distrattamente un braccio. Era come vedere un robot industriale che veniva manovrato abilmente perché afferrasse con delicatezza un uovo. «Non sono tutti arditi come lei» aggiunse Lady Ramkin timidamente. «Come me?» «La settimana scorsa. Quando ha impedito alla folla di uccidere i miei draghi». «Oh, quello. Non è stato ardimento. Comunque era soltanto gente. Con le persone è più facile. Sa che le dico? Non guarderò mai più lungo il naso di quel drago. Mi sveglio di giorno pensandoci». «Oh». Lei parve avvilita. «Be', se è proprio sicuro... Io ho parecchi amici, sa. Se ha bisogno di aiuto, deve soltanto dirlo. Mi sembra che il duca di Sto Helit stia cercando un capitano delle guardie. Gli scriverò una lettera. Le piaceranno, sono una giovane coppia molto gradevole». «Non so ancora che cosa farò» replicò Vimes più bruscamente di quanto non intendesse. «Sto prendendo in considerazione un paio di offerte». «Be', ovvio. Saprà certamente cosa è meglio per lei». Vimes annuì. Lady Ramkin continuò a torturare il fazzoletto fra le mani. «Va bene, allora» disse lei. «Bene» ripeté Vimes. «Io, ehm, penso che adesso lei voglia andare». Ci fu una pausa. Poi entrambi parlarono contemporaneamente. «È stato molto...» «Volevo solo dire...» «Scusi». «Scusi».


«No, stava parlando lei». «No, scusi, cosa stava dicendo?» «Oh». Vimes esitò. «Allora vado». «Oh. Sì». Lady Ramkin gli rivolse un sorriso slavato. «Non può fare aspettare tutte quelle offerte, vero?» disse. Gli porse la mano. Vimes la strinse con cautela. «Allora io adesso vado» ripeté lui. «Mi venga a trovare» disse Lady Ramkin più freddamente, «semmai dovesse passare da queste parti. Sono sicura che Errol sarebbe felice di vederla». «Sì. Bene. Allora addio». «Addio, capitano Vimes». Egli arrancò fuori dalla porta e camminò in fretta lungo il vialetto buio e ricoperto di erbacce. Riusciva a sentire lo sguardo di lei fisso sul collo o, quanto meno, disse a se stesso che era così. Deve essere in piedi sulla porta, a bloccare quasi del tutto la luce. Solo per guardare me. Ma io non mi volterò per guardarla. Sarebbe davvero una sciocchezza. Voglio dire, è una persona gradevole, ha un bel po' di buon senso e una enorme personalità, ma davvero... Io non guarderò indietro, anche se lei rimarrà lì mentre io cammino fino in fondo alla strada. A volte bisogna essere crudeli per essere gentili. Così, quando udì la porta chiudersi mentre era soltanto a metà del vialetto si sentì improvvisamente molto arrabbiato, come se fosse appena stato derubato. Si fermò e prese a serrare e aprire i pugni nell'oscurità. Lui non era più il capitano Vimes, era il cittadino Vimes, il che significava che poteva fare cose che un tempo non si sarebbe mai sognato di fare. Forse sarebbe potuto andare a spaccare qualche finestra. No, non sarebbe servito a nulla. Voleva di più. Liberarsi di quel maledetto drago, riottenere il proprio lavoro, mettere le mani su chiunque fosse dietro a tutto ciò, lasciarsi andare solo una volta e colpire qualcuno fino ad essere esausto... Fissò il nulla. In basso, la città era un ammasso di fumo e vapore. Non stava tuttavia pensando a quello. Stava pensando a un uomo che correva. E più indietro, nelle confuse nebbie della sua vita, a un bambino che correva per stare al passo con gli altri. Disse quindi sottovoce: «Si è salvato qualcuno?»


Il sergente Colon finì di leggere il proclama e si guardò attorno fra la folla ostile. «Non prendetevela con me» disse. «Io sto solo leggendo. Non l'ho scritto io». «Ma questo è sacrificio umano, ecco cos'è» sbottò qualcuno. «Non c'è niente di male nel sacrificio umano» intervenne un sacerdote. «Oh, in certi casi» aggiunse il fretta il primo che aveva parlato. «Per giusti motivi religiosi, usando criminali condannati e così via.20 Ma è diverso dall'offrire qualcuno a un drago, solo perché quello ha un certo languorino di stomaco». «È questo lo spirito giusto!» esclamò il sergente Colon. «Le tasse sono una cosa, ma mangiare le persone è un'altra». «Ben detto!» «Se diciamo tutti che non abbiamo intenzione di accettarlo, che cosa potrà fare il drago?» Nobby aprì la bocca. Colon gliela tappò con una mano e sollevò un pugno in aria con espressione trionfante. «È quello che ho sempre detto» proseguì. «Il popolo unito giammai sarà incenerito!» Si sentì uno sfrangiato applauso. «Aspettate un attimo» disse lentamente un omino. «Per quello che ne sappiamo, il drago sa fare una sola cosa. Vola sopra la città e manda a fuoco la gente. Non sono proprio sicuro che ciò che è stato proposto gli impedirà di continuare a farlo». «Sì, ma se noi protestiamo tutti...» suggerì il primo che aveva parlato, con un timbro di voce modulato dall'incertezza. «Non potrà incenerire tutti quanti» confermò Colon. Decise di giocarsi questo nuovo asso e aggiunse con orgoglio: «Il popolo unito giammai sarà incenerito!» Questa volta l'applauso risultò più ridotto. La gente stava riservando le proprie energie per preoccuparsi. «Non sono sicuro di capire perché non potrebbe. Perché non potrebbe incenerire tutti quanti e poi volare via verso un'altra città?» «Perché...» 20 Un gran numero di religioni ad Ankh-Morpork esercitavano ancora il sacrificio umano, solo che ormai non avevano più molto bisogno di esercitarsi perché erano diventate piuttosto brave. La legge cittadina imponeva che venissero presi soltanto i criminali già condannati, ma non era un gran problema perché, nella maggior parte di dette religioni, rifiutarsi di offrirsi volontari per il sacrificio veniva considerato un reato punibile con la morte.


«Per il tesoro» disse Colon. «Ha bisogno della gente che gli fornisca il tesoro». «Già». «Be', forse, ma di quanta esattamente?» «Come?» «Di quanta gente? Voglio dire, rispetto all'intera città. Forse non avrà bisogno di bruciare tutta la città ma solo qualche quartiere. Sappiamo quali?» «Ascoltate, questa sta diventando una sciocchezza» disse il primo che aveva parlato. «Se continuiamo a cincischiare ricercando problemi, non faremo mai nulla». «Tutto quello che dicevo io era che vale sempre la pena di riflettere prima sulle cose. Per esempio, cosa succederebbe se anche battessimo il drago?» «Oh, basta!» esclamò il sergente Colon. «No, seriamente. Quale sarebbe l'alternativa?» «Un essere umano, tanto per cominciare!» «Se preferite» commentò quello con atteggiamento sostenuto. «Ritengo tuttavia che una persona al mese non sia poi così male rispetto ad alcuni governanti che abbiamo avuto. Qualcuno si ricorda di Nersh il Lunatico? O del Sogghignante Lord Smince e delle sue Segrete Facciamoci-UnaRisata?» Si sentì un certo brontolio fra la folla del genere "non ha tutti i torti". «Ma sono stati rovesciati!» esclamò Colon. «No. Sono stati assassinati». «Stessa cosa» commentò Colon. «Voglio dire, nessuno assassinerà il drago. So bene che ci vorrebbe più di una notte oscura e un acuminato coltello per provvedere alla bisogna». Adesso capisco quello che intende dire il capitano, pensò. Non c'è da meravigliarsi che dopo avere riflettuto sulle cose si faccia sempre un goccetto. Noi ci blocchiamo da soli ancora prima di cominciare. Date a un uomo di Ankh-Morpork una clava in mano e finirà col randellarsi a morte. «Stammi a sentire, piccolo ipocrita idiota» disse quello che aveva parlato per primo, tirando su l'omino per il bavero e serrando la mano libera in un pugno. «Si dà il caso che io abbia tre figlie e si dà il caso che io non voglia che nessuna delle tre venga mangiata, capito bene?» «Sì, e il popolo unito... giammai... sarà...» La voce di Colon si affievolì. Egli si rese conto che il resto della folla


stava fissando in alto. Quel maledetto, pensò, mentre la razionalità cominciava a sgocciolare via. Deve avere i piedi felpati. Il drago si spostò sul bordo della casa più vicina, sbatté le ali un paio di volte, sbadigliò e poi allungò il collo in basso, verso la strada. L'uomo dotato di figlie restò in piedi, col pugno sollevato, al centro di un cerchio di lastricato deserto in rapida espansione. L'omino si divincolò dalla sua presa e sfrecciò via nelle ombre. All'improvviso sembrò che nessun altro uomo al mondo fosse mai stato così solo e privo di amici. «Capisco» disse pacatamente. Lanciò un'occhiata truce al rettile incuriosito. In effetti non sembrava nemmeno particolarmente belligerante. Lo stava fissando con un'espressione che pareva interessata. «Non mi interessa!» gridò quello e la sua voce riecheggiò da un muro all'altro nel silenzio. «Noi ti sfidiamo! Se uccidi me, puoi anche ucciderci tutti!» Si sentì uno scalpiccio carico di disagio fra le sezioni della folla che non ritenevano che quell'affermazione avesse necessariamente le caratteristiche di un assioma. «Possiamo opporre resistenza, sai!» latrò l'uomo. «Non è così, gente? Come era quello slogan sul fatto di essere uniti, sergente?» «Ehm» disse Colon sentendo la spina dorsale trasformarsi in ghiaccio. «Ti avviso, drago. Lo spirito umano è...» Non scoprirono mai cosa fosse, o quanto meno cosa lui pensasse che fosse, anche se forse, nelle profonde ore di una notte insonne, alcuni di loro avrebbero potuto ricordare gli avvenimenti seguenti e formarsi un'opinione abbastanza precisa e stomachevole. Perché una delle cose che solitamente si dimentica sullo spirito umano è che - se anche si dimostra, nelle condizioni favorevoli, nobile, ardito e meraviglioso - in fondo in fondo è soltanto umano. La fiammata del drago lo colse in pieno petto. Per un momento egli risultò visibile come un profilo incandescente prima che i suoi resti carbonizzati spiraleggiassero al suolo nella piccola pozza formata dal lastricato sciolto. La fiamma svanì. La folla restò impietrita, senza sapere se avrebbe attirato di più l'attenzione restando ferma o scappando via. Il drago fissò verso il basso, curioso di scoprire quale sarebbe stata la


successiva mossa della gente. Colon ritenne che, come unico ufficiale cittadino presente, spettasse a lui prendersi carico della situazione. Tossì. «Benissimo, allora» disse, cercando di non parlare con voce squittente. «Se volete spostarvi da lì, signore e signori, Circolare, circolare. Vediamo di andarcene, su». Agitò le braccia in un vago gesto autoritario mentre la gente si allontanava, trascinando i piedi in modo nervoso. Con la coda dell'occhio egli vide fiamme rosse alzarsi dietro i tetti delle case e scintille sollevarsi in cielo. «Non avete una casa dove andare?» gracchiò lui. Il Bibliotecario, correndo sulle nocche, arrivò alla Biblioteca del presente. Ogni pelo del suo corpo era ritto per la furia. Egli aprì la porta e si lanciò nella città afflitta. Qualcuno là fuori stava per scoprire che il suo peggiore incubo sarebbe stato un Bibliotecario infuriato. Con un distintivo. Il drago volteggiava con disinvoltura avanti e indietro sulla città di notte, sbattendo a mala pena le ali. Non ne aveva bisogno. Le correnti calde ascensionali gli davano tutto l'appoggio necessario. C'erano incendi in ogni parte di Ankh-Morpork. Si erano formate così tante catene umane con i secchi fra il fiume e i vari edifici, che i secchi venivano ormai deviati e rapiti. Non che ci fosse effettivamente bisogno di un secchio per tirare su le acque torbide del fiume Ankh: una rete sarebbe stata più che sufficiente. A valle, squadre di persone macchiate di fumo stavano lavorando febbrilmente per chiudere le immense e corrose dighe sotto il Ponte di Ottone. Quelle erano l'ultima difesa di Ankh-Morpork contro gli incendi, visto che a quel punto l'Ankh non aveva più un emissario e quindi gradatamente, trasudando, andava a riempire tutto lo spazio fra le mura. Si poteva soffocare là sotto. I lavoratori sul ponte erano quelli che non potevano o non volevano scappare. Molti altri si stavano ammassando alle porte della città e dirigendo fuori verso le pianure fredde e avvolte di nebbia. Non a lungo, però. Il drago, virando e volteggiando con grazia sopra la devastazione, si portò fuori dalle mura. Dopo qualche secondo le guardie


videro un fuoco attinico trafiggere la nebbia. La marea di esseri umani ritornò indietro, con il drago incombente come un cane da pastore. Gli incendi della città colpita rilucevano rossastri contro la parte inferiore delle sue ali. «Ha qualche suggerimento sulla nostra prossima mossa, sergente?» domandò Nobby. Colon non rispose. Vorrei tanto che il capitano Vimes fosse qui, pensò. Nemmeno lui avrebbe saputo che cosa fare, ma ha un vocabolario molto migliore per mostrarsi perplesso. Alcuni degli incendi si estinsero mentre le acque si alzavano e il confuso groviglio di catene umane coi secchi procedeva nel lavoro. Il drago non sembrò incline ad alimentarne altri. Aveva chiarito il proprio punto di vista. «Mi chiedo chi sarà» disse Nobby. «Cosa?» domandò Carota. «Il sacrificio, volevo dire». «Il sergente dice che la popolazione non lo consentirà» esclamò Carota stoicamente. «Già, come dire. Considera la cosa in questo modo: se dici a una persona che l'alternativa all'incendio della sua casa è che una ragazza, che non ha probabilmente mai visto né conosciuto, venga mangiata, potrebbe mostrarsi un po' in dubbio. È la natura umana, capisci?» «Sono sicuro che al momento giusto salterà fuori un eroe» disse Carota. «Con una nuova specie di arma o qualcosa del genere. E lo colpirà nel punto vunnerabile.» Ci fu il classico silenzio dell'improvvisa e intensa attenzione. «Che cosa sarebbe?» domandò Nobby. «Un punto. Dove è vunnerabile. Mio nonno mi raccontava un sacco di storie. Basta colpire un drago nei vunnerabili, diceva lui, ed è morto». «Come prenderlo a calci nei comecavolosichiamano?» disse Nobby, interessato. «Non so. Immagino. Anche se, Nobby, le ho già detto prima che non è giusto...». «E dove sarebbe questo posto?» «Oh, è diverso in ogni drago. Aspetti finché non ti vola sopra e allora dici, ecco il punto vunnerabile e poi lo ammazzi», disse Carota. «Più o meno». Il sergente Colon fissò con espressione vacua nel vuoto.


«Uhmm» commentò Nobby. Guardarono per la prima volta lo scenario di panico che si apriva davanti a loro. Il sergente Colon disse quindi: «Sei sicuro sui vunnerabili?» «Sì. Oh, sì», «Vorrei che non lo fossi stato, ragazzo». Guardarono nuovamente la città terrorizzata. «Sa» disse Nobby, «lei mi ha sempre detto che ha vinto un sacco di premi come arciere nell'esercito, sergente. Ha detto che aveva una freccia fortunata, che si assicurava sempre di recuperare la sua freccia fortunata, ha detto che lei...» «D'accordo! D'accordo! Ma non è la stessa cosa, no? Comunque, io non sono un eroe. Perché dovrei farlo?» «Il capitano Vimes ci paga trenta dollari al mese» disse Carota. «Sì» confermò Nobby sogghignando, «e lei prende cinque dollari extra per la posizione di responsabilità». «Ma il capitano Vimes è andato via» replicò Colon distrutto. Carota lo guardò con espressione severa. «Sono certo che se fosse qui sarebbe il primo a...» Colon gli fece un gesto per zittirlo. «D'accordo, va bene» disse. «Ma se dovessi fare cilecca?» «Guardi il lato positivo della cosa» lo rassicurò Nobby, «Probabilmente non lo saprebbe mai». L'espressione del sergente Colon si trasformò in un ghigno malefico e disperato. «Noi non lo sapremmo mai» precisò. «Cosa?» «Se pensa che io mi piazzi su un tetto da solo, si sbaglia di grosso. Le ordino di accompagnarmi. Comunque» aggiunse, «anche lei si prende un dollaro per la posizione di responsabilità». Il volto di Nobby si contrasse per il panico. «No, non è vero!» gracchiò. «Il capitano Vimes ha detto che me lo toglieva per cinque anni perché sono una disgrazia per l'intera categoria!» «Be', può anche riaverlo indietro. E poi, lei sa tutto sui vunnerabili. L'ho guardata battersi». Carota fece prontamente un saluto militare. «Chiedo il permesso di offrirmi volontario, signore» disse. «E prendo solo venti dollari al mese di paga addestramento ma non mi dispiace affatto, signore». Il sergente Colon si schiarì la voce. Raddrizzò quindi il pettorale della corazza. Era una di quelle con impressionanti muscoli pettorali in rilievo.


Il petto e lo stomaco di Colon ci stavano dentro nello stesso modo in cui la gelatina si adatta a uno stampo. Che cosa farebbe il capitano Vimes, adesso? Be', si farebbe un goccetto. Ma se non si facesse un goccetto, che cosa farebbe? «Quello di cui abbiamo bisogno» suggerì lentamente, «è un Piano». Suonava bene. Quella sola frase valeva tutto il suo stipendio. Se avevi un Piano, eri già a metà strada. Gli sembrò anche di sentire già gli applausi della folla. Era allineata lungo le strade e gli lanciava fiori; lui veniva portato in trionfo attraverso la città piena di gratitudine. Il difetto era, sospettò, che veniva portato dentro un'urna. Lupin Wonse si muoveva con passo felpato lungo i deserti corridoi che portavano alla camera da letto del Patrizio. Non era mai stato un appartamento sontuoso nemmeno nei suoi momenti migliori e conteneva poco più di uno stretto letto e di qualche credenza malconcia. Adesso era anche peggio, con una parete sparita. Essere sonnambuli in quel periodo poteva significare precipitare nella vasta caverna che era la Grande Sala. Nonostante tutto, egli si chiuse la porta alle spalle, per avere una parvenza di privacy. Cautamente quindi, e lanciando parecchie occhiate nervose al grande spazio sotto di sé, si inginocchiò al centro del pavimento e sollevò un'asse. Tirò fuori un lungo mantello nero. Wonse infilò quindi la mano più in profondità nello spazio polveroso fra il pavimento e il soffitto sottostante e cominciò a rovistare. Si stese quindi a terra e ficcò entrambe le braccia nel buco agitandole disperatamente. Un libro veleggiò attraverso la stanza e lo colpì sulla nuca. «Stava cercando questo, vero?» domandò Vimes. Uscì dall'ombra. Wonse era in ginocchio e apriva e chiudeva la bocca. Che cosa dirà adesso, pensò Vimes. Sarà: "So quello che può sembrare"; oppure sarà: "Come ha fatto a entrare qui dentro"; o forse sarà: "Ascolti, posso spiegare tutto". Vorrei avere per le mani un drago pronto a far fuoco, adesso. Wonse disse: «Ok, è stato furbo ad indovinare». Ovviamente, c'era sempre una ulteriore possibilità. Vimes aggiunse quindi a voce alta: «Sotto il pavimento. Il primo posto in cui chiunque avrebbe guardato. È stato piuttosto sciocco».


«Lo so. Immagino che non pensasse che qualcuno sarebbe venuto a cercare qui» disse Wonse alzandosi in piedi e spazzolandosi via la polvere di dosso. «Cosa?» domandò Vimes con calma. «Vetinari. Lei sa bene che aveva un debole per i complotti e roba del genere. Era coinvolto nella maggior parte delle trame ordite contro di lui, ecco come gestiva le cose. Gli piaceva. Evidentemente lo ha evocato e poi non è riuscito a controllarlo. Ha trovato qualcosa di più astuto di lui». «E lei che stava facendo adesso?» domandò Vimes. «Mi chiedevo se non potevo invertire l'incantesimo. O magari richiamare un altro drago. Si combatterebbero a vicenda». «Una specie di bilanciamento del terrore, vuole dire?» domandò Vimes. «Potrebbe valere la pena di provare» disse Wonse con espressione seria. Si avvicinò di qualche passo. «Ascolti, riguardo al suo lavoro, so che eravamo entrambi un po' sovreccitati al momento, e quindi se lo rivuole non c'è prob...» «Deve essere stato terribile» commentò Vimes. «Immagini cosa deve avere provato. Ha evocato il drago e poi ha scoperto che non era un suo strumento ma un essere reale con una mente propria. Una mente proprio come la sua, ma senza freni. Sa, non mi stupirebbe nemmeno che all'inizio abbia pensato di stare agendo per il meglio. Deve essere impazzito. Prima o poi, comunque». «Sì» confermò Wonse con voce roca. «Deve essere stato terribile». «Santi numi, mi piacerebbe però mettergli le mani addosso! Conosco quell'uomo da tanti anni e non mi ero mai reso conto...» Wonse non disse nulla. «Corra» sussurrò Vimes. «Cosa?» «Corra. Voglio vederla correre». «Non capis...» «Ho visto scappare via qualcuno, la notte in cui il drago ha incendiato quella casa. Ricordo di avere pensato, al momento, che si muoveva in modo strano, come se salterellasse. L'altro giorno l'ho vista scappare via dal drago. Ho pensato: potrebbe essere lo stesso uomo. Balzellante, quasi. Come uno che corre per cercare di tenere il passo con altri. Si è salvato qualcuno, Wonse?» Wonse agitò una mano in quello che poteva pensare fosse un atteggiamento disinvolto. «Ma è ridicolo, non ci sono prove» replicò.


«Ho notato che adesso lei dorme qui» osservò Vimes. «Immagino che il re la voglia tenere a portata di mano, eh?» «Non ha alcuna prova» sussurrò Wonse. «Certo che no. Il modo in cui una persona corre. Il suo tono di voce bramoso. Tutto qui. Ma non importa, vero? Perché non importerebbe nemmeno se avessi delle prove» disse Vimes. «Non c'è nessuno a cui portarle. E lei non puoi restituirmi il lavoro». «Sì che posso!» replicò Wonse. «Posso, e non dovrebbe restare solo capitano...» «Non può ridarmi il lavoro» ripeté Vimes. «Non me lo avrebbe mai potuto togliere. Non sono mai stato un ufficiale della città o un ufficiale del re o un ufficiale del Patrizio. Ero un ufficiale della Legge. Poteva anche essere corrotta e imprecisa ma era sempre legge, a suo modo. Adesso non esiste altra legge eccetto: "Ti brucio vivo se non stai attento". Che posto ci sarebbe per me?» Wonse scattò in avanti e lo afferrò per un braccio. «Ma lei può aiutarmi!» esclamò. «Potrebbe esserci un modo per distruggere il drago, vede, o quanto meno potremmo aiutare la gente, incanalare le situazioni in modo da mitigare il peggio, trovare in qualche modo un punto di incontro...» Il pugno di Vimes colpì Wonse sulla guancia e lo fece ruotare su se stesso. «Il drago è qui» proruppe Vimes. «Non può incanalarlo, persuaderlo o negoziare con lui. Non si tratta con i draghi. Lei lo ha portato qui e adesso dobbiamo sorbircelo, bastardo.» Wonse abbassò la mano dal brillante segno bianco in cui si era preso il pugno. «Che intende fare?» Vimes non lo sapeva. Aveva pensato a una dozzina di modi in cui agire, e l'unico realmente adeguato era uccidere Wonse. E così, faccia a faccia, non poteva farlo. «È questo il guaio con persone come lei» disse Wonse alzandosi in piedi. «Sono sempre contrarie a qualsiasi cosa venga tentata per il miglioramento dell'umanità, ma non hanno mai dei piani propri. A me le guardie!» Egli sogghignò con espressione da maniaco guardando Vimes. «Non se lo aspettava, vero?» sogghignò. «Abbiamo ancora delle guardie, qui. Non molte, ovviamente. Non c'è molta gente disposta a venire qui dentro».


Si sentì il rumore di passi nel corridoio esterno e quattro delle guardie di palazzo entrarono con le spade sguainate. «Io non inizierei una lotta, se fossi in lei» proseguì Wonse. «Sono uomini disperati e ansiosi. Ma pagati molto bene». Vimes non commentò. Wonse era uno sbruffone. Si aveva sempre una possibilità con gli sbruffoni. Il vecchio Patrizio non era mai stato uno sbruffone, bisognava dargliene atto. Se ti voleva morto, non venivi mai a saperlo. L'unica cosa da fare con gli sbruffoni era giocare secondo le regole. «Non se la caverà mai» disse Vimes. «Ha ragione. Ha assolutamente ragione. Ma mai è un periodo di tempo maledettamente lungo» osservò Wonse. «Nessuno di noi riesce a cavarsela per tanto tempo. Lei ne avrà a disposizione per riflettere al proposito» aggiunse, e fece un cenno alle guardie. «Gettatelo nella prigione speciale. E poi occupatevi dell'altra piccola questione». «Ehm» disse il capo delle guardie ed esitò. «Che succede, amico?» «Lei vuole, ehm, che noi lo attacchiamo?» domandò la guardia con espressione miseranda. Per quanto fossero sciocche, le guardie di palazzo erano consapevoli come chiunque altro delle convenzioni: quando vengono chiamate le guardie per affrontare un singolo uomo in circostanze surriscaldate, non è un buon momento per loro. Quel tipo deve essere l'eroe, stava pensando la guardia. E la guardia non aveva alcuna intenzione di correre verso un futuro da morto. «Ma è ovvio, idiota!» «Ma, ehm, è uno solo» osservò il capitano delle guardie. «E sta sorridendo» aggiunse un uomo alle sue spalle. «Probabilmente si metterà a dondolare dai lampadari da un momento all'altro» disse uno dei suoi colleghi. «E a rovesciare tavoli con un calcio». «Non è nemmeno armato!» esclamò Wonse. «Sono il tipo peggiore» replicò una delle guardie, con profondo stoicismo. «Saltano su, vede, e afferrano una delle spade ornamentali dietro lo scudo sul camino». «Già» confermò un altro, sospettoso. «E poi ti tirano addosso una sedia». «Non c'è nessun camino! Non c'è nessuna spada! C'è soltanto lui! Adesso prendetelo!» gridò Wonse. Due delle guardie appoggiarono le mani sulle spalle di Vimes, titubanti.


«Non ha intenzione di fare niente di eroico, vero?» «Non saprei nemmeno da che parte cominciare». «Oh. Bene». Mentre Vimes veniva trascinato via sentì Wonse scoppiare in una risata folle. Lo facevano sempre, gli sbruffoni. Wonse aveva tuttavia ragione su un punto: Vimes non aveva un piano. Non aveva riflettuto molto su cosa sarebbe successo in seguito. Era stato un pazzo, disse a se stesso, a pensare che gli sarebbe bastato un confronto diretto per sistemare le cose. Si chiese anche quale fosse l'altra piccola questione di cui aveva parlato Wonse. Le guardie di palazzo non dissero nulla, ma fissando diritte davanti a sé lo portarono giù a passo di marcia, attraverso la sala semi distrutta e i resti di un altro corridoio, fino a una lugubre porta. La aprirono, lo gettarono dentro e si allontanarono. E nessuno, assolutamente nessuno, notò quella specie di fogliolina che fluttuò delicatamente dalle ombre del tetto, continuando a ribaltarsi nell'aria come un seme di sicomoro, prima di atterrare sull'ammasso di fronzoli del tesoro. Era un guscio di nocciolina. Fu il silenzio a svegliare Lady Ramkin. La sua camera da letto dava direttamente sulle gabbie dei draghi e lei era abituata a dormire col sussurro di scaglie fruscianti, l'occasionale boato di un drago che emetteva fiamme nel sonno e il lamento delle femmine gravide. L'assenza di qualsiasi suono fu come una sveglia. Aveva pianto un pochino prima di addormentarsi, ma non molto, perché non serviva a nulla comportarsi da svenevole e tradire la propria causa. Accese la lampada, si infilò gli stivali di gomma, afferrò il bastone che sarebbe potuto essere tutto ciò che si frapponeva fra lei e la teoretica perdita della virtù e si affrettò al piano di sotto della casa, nelle ombre. Mentre attraversava il prato bagnato verso le gabbie si accorse che stava accadendo qualcosa in città, ma non vi badò particolarmente come se non valesse la pena preoccuparsene al momento. I draghi erano più importanti. Aprì la porta. Be', erano ancora tutti lì. Il familiare puzzo dei draghi di palude, mezzo pozza di fango e mezzo esplosione chimica, uscì a zaffate nella notte. Ogni drago stava sollevato in equilibrio sulle zampe posteriori al centro


della propria gabbia, col collo arcuato, a fissare con feroce intensità il tetto. «Oh» disse lei. «Sta ancora svolazzando qua sopra, vero? Si sta pavoneggiando. Non vi preoccupate, piccini. C'è qui la mamma». Appoggiò la lampada su una mensola in alto e si diresse verso la gabbia di Errol. «Allora, ragazzo mio» cominciò a dire e poi si fermò. Errol stava disteso su un fianco. Un sottile pennacchio di fumo grigio gli usciva dalla bocca e il suo stomaco si contraeva e dilatava come un mantice. La pelle dal collo in giù appariva quasi di un bianco puro. «Penso che semmai riscriverò Le Malattie dei draghi dedicherò un intero capitolo a te» gli disse pacatamente e aprì il cancello della gabbia. «Vediamo se quella brutta febbre è scesa, eh?» Allungò una mano per accarezzargli la pelle e trasalì. Tirò indietro in fretta la mano e si guardò le vesciche sulle punte delle dita. Errol era così gelido da bruciare. Mentre lei lo guardava, i piccoli segni rotondi che il suo calore aveva sciolto si velarono di nuovo di gelo. Lady Ramkin si accovacciò. «Ma che diamine di drago sei tu?...» cominciò a dire. Si sentì un distante bussare al portone principale della casa. Lei esitò un momento e poi spense la lampada, camminò con passo pesante per tutta la lunghezza del capannone e scostò il pezzo di tela di iuta che copriva la finestra. La prima luce dell'alba le mostrò la silhouette di una guardia sul gradino di casa, con le piume sull'elmetto che ondeggiavano nella brezza. Lei si morse un labbro in preda al panico, tornò in fretta alla porta, scappò lungo il prato e piombò in casa, salendo gli scalini a tre per volta. «Stupida, stupida» mormorò, rendendosi conto di avere lasciato la lampada al piano di sotto. Non c'era tempo. Io torno giù a riprenderla, e Vimes intanto se ne va... Muovendosi a tastoni e a memoria nell'oscurità, trovò la sua parrucca migliore e se la ficcò in testa. Da qualche parte, fra gli unguenti e le medicine per i draghi che teneva sulla toeletta, c'era qualcosa che, per quanto rammentava, si chiamava Rugiada Notturna o un altro nome inadeguato, un vecchio regalo di un nipote irriflessivo. Provò molte boccette prima di trovare qualcosa che, a giudicare dall'odore, era probabilmente quella giusta. Perfino per un naso che aveva da tempo bloccato la maggior parte del suo apparato sensorio di fronte alla sopraffacente puzza dei draghi, il pro-


fumo sembrò, come dire, più potente di quanto non ricordasse. Apparentemente gli uomini amavano quel genere di cosa. Quanto meno era ciò che aveva letto. Le sembrava una vera sciocchezza. Abbassò l'orlo della scollatura della camicia da notte, che le apparve improvvisamente troppo bene accollata, in una posizione che, sperava, rivelasse senza esporre realmente e si affrettò a scendere le scale. Si fermò davanti al portone, trasse un profondo respiro, abbassò la maniglia e si rese conto, proprio mentre stava aprendo la porta, che si sarebbe dovuta togliere gli stivaloni di gomma. «Caspita, capitano» disse con un tono di voce accattivante, «questa è davvero una... chi diavolo è lei?» Il capo delle guardie di palazzo indietreggiò di parecchi passi e, essendo di stirpe contadina, fece una serie di surrettizi segni per scacciare gli spiriti maligni. Chiaramente non funzionarono. Quando riaprì gli occhi l'essere era ancora lì, ancora irto di rabbia, puzzava ancora di qualcosa di marcio e fermentato, era ancora incoronato da una massa di riccioli sghimbesci, torreggiava ancora dietro un seno ballonzolante che gli fece seccare il palato. Aveva sentito parlare di creature simili. Era un'Arpia. Che cosa ne aveva fatto di Lady Ramkin? La vista degli stivaloni di gomma lo confuse, però. Le leggende sulle Arpie non facevano alcun riferimento a stivaloni di gomma. «Fuori il rospo, amico» tuonò Lady Ramkin, risistemando la scollatura della camicia da notte in una posizione più rispettabile. «Non resti lì ad aprire e chiudere la bocca. Che vuole?» «Lady Sybil Ramkin?» disse la guardia, non nel modo cortese di chi attende conferma, ma in quello esitante di chi trova davvero difficile credere che la risposta possa essere "sì". «Usi gli occhi, giovanotto. Chi pensa che io sia?» La guardia cercò di ricomporsi. «Io ho soltanto una convocazione per Lady Sybil Ramkin» disse quello in tono incerto. La voce di lei faceva accapponare la pelle. «Che vuole dire una convocazione?» «Per recarsi al palazzo». «Non posso capire perché sia necessario a quest'ora del mattino» replicò, e fece per sbattere la porta. Che non si chiuse, però, a causa della punta della spada che vi venne incastrata dentro all'ultimo momento. «Se lei non verrà» disse la guardia, «mi è stato ordinato di prendere


provvedimenti». La porta si aprì di scatto e il volto di lei si premette contro quello di lui, abbattendolo a uno stato di semincoscienza per l'effluvio dei petali di rose marci. «Se pensa di potermi mettere una mano addosso...» cominciò a dire lei. Gli occhi della guardia si spostarono di lato, per un solo istante, verso le gabbie dei draghi. Sybil Ramkin impallidì. «Non lo farebbe!» sibilò lei. L'uomo deglutì. Per quanto terrorizzante, quella donna era solo un essere umano. Poteva staccarti la testa a morsi solo metaforicamente. C'erano, si disse, cose ben peggiori di Lady Ramkin anche se, effettivamente, non si trovavano a pochi centimetri dal suo naso in quel preciso istante. «Prendere provvedimenti» ripeté gracchiando. Lei si drizzò e guardò la fila di guardie che l'uomo aveva alle spalle. «Capisco» disse in tono glaciale. «È così, eh? In sei uomini per prendere una sola fragile donna. Molto bene. Mi consentirete, ovviamente, di andare a mettere il cappotto. È proprio freddino». Sbatté loro la porta in faccia. Le guardie del palazzo pestarono i piedi per terra, dal freddo, e cercarono di non guardarsi a vicenda. Non era ovviamente quello il modo per arrestare le persone. A nessuno era concesso di tenerli ad aspettare alla porta, il mondo non doveva funzionare così. D'altra parte, l'unica alternativa era entrare dentro e trascinare fuori la donna, e quella era un'ipotesi che non poteva suscitare entusiasmo in nessuno. Inoltre il capitano delle guardie non era affatto certo di avere uomini a sufficienza per trascinare Lady Ramkin in alcun posto. Avrebbe avuto bisogno di squadre di migliaia, con i rulli di legno. La porta si aprì di nuovo, rivelando soltanto la muscosa oscurità dell'atrio all'interno. «D'accordo, uomini» disse il capitano, a disagio. Lady Ramkin apparve. Egli ebbe una breve e indistinta visione di un essere che balzò attraverso la porta gridando, e sarebbe potuta essere anche l'ultima cosa che avrebbe ricordato se una guardia non avesse avuto la prontezza di allungare un piede per lo sgambetto proprio mentre quella donna si catapultava giù dai gradini. Lady Ramkin piombò in avanti, imprecando, entrò in collisione con il prato infestato di erbacce, batté la testa contro una statua sbreccata di un antico Ramkin e si fermò in scivolata. Lo spadone che aveva brandito con entrambe le mani si infilzò a terra al


suo fianco, dritto come un fuso, e vibrò fino a bloccarsi. Dopo un po' una delle guardie avanzò furtivamente e con cautela e testò la lama con un dito. «Maledettissimo inferno» esclamò con una voce mista di orrore e rispetto. «E il drago vuole mangiare lei?» «È adatta allo scopo» commentò il capitano. «Deve essere la donna di più alto lignaggio della città. Non so se sia illibata» aggiunse, «e in questo momento non ho intenzione di indagare. Qualcuno vada a prendere un carretto». Si toccò l'orecchio che era rimasto colpito dalla punta dello spadone. Lui non era, di natura, un uomo villano, ma in quel momento era certo che avrebbe preferito lo spessore di una pelle di drago fra sé e Lady Ramkin quando questa si fosse ripresa. «Ma non dovevamo uccidere i suoi draghi, signore?» domandò un'altra guardia. «Mi è sembrato di capire che il signor Wonse avesse parlato di uccidere tutti i draghi». «Era solo una minaccia che dovevamo fare» rispose il capitano. La guardia corrugò la fronte. «È sicuro, signore? Pensavo...» Il capitano ne aveva abbastanza. Arpie ululanti e spadoni taglienti in volo attorno alla sua testa avevano seriamente intaccato la sua capacità di prendere in considerazione il punto di vista altrui. «Oh, tu pensavi, vero?» latrò. «Un pensatore, eh? Pensi di essere adatto per un altro posto di lavoro, allora? Forse Guardia Cittadina? Sono pieni di pensatori quelli, davvero». Si sentì un ridacchiare a disagio fra il resto delle guardie. «Se tu avessi pensato» aggiunse il capitano in tono sarcastico, «avresti pensato che il re non può certo volere che muoiano altri draghi, non ti pare? Sono probabilmente lontani parenti. Voglio dire, non vorrà certo che andiamo in giro ad ammazzare esseri del suo stesso genere, no?» «Be', signore, le persone lo fanno, signore» commentò la guardia imbronciata. «Oh, bene» disse il capitano. «È diverso». Si picchiò un dito contro il lato dell'elmetto in modo significativo. «È perché noi siamo intelligenti». Vimes atterrò nella paglia umida e nell'oscurità di pece, anche se dopo un po' i suoi occhi si adeguarono al buio ed egli riuscì a distinguere le pareti della prigione. Non era stata costruita per una vita gradevole. Era fondamentalmente so-


lo uno spazio che conteneva tutti i pilastri e le arcate che reggevano il palazzo. All'estremità, una piccola grata in alto sulla parete lasciava penetrare il mero sospetto di una luce sudicia e di seconda mano. C'era un altro foro squadrato sul pavimento. Anche quello era sbarrato. Le sbarre però erano abbastanza arrugginite. Vimes pensò che forse, con un po' di fatica, sarebbe riuscito a staccarle, e poi non avrebbe dovuto fare altro che dimagrire tanto da riuscire a passare attraverso un foro di poco più di venti centimetri. Quello che la prigione non conteneva erano ratti, scorpioni, scarafaggi o serpenti. Un tempo i serpenti dovevano esserci stati, era vero, perché i sandali di Vimes scricchiolarono sopra piccoli scheletri bianchi e allungati. Strisciò con cautela lungo una parete umida, chiedendosi da dove arrivasse il rumore ritmico di raschiatura. Girò attorno a un tozzo pilastro e lo scoprì. Il Patrizio si stava facendo la barba, sbirciando in una scheggia di specchio appoggiata contro il pilastro per cogliere la luce. No, si rese poi conto Vimes, non era appoggiata. Era in effetti sorretta. Da un ratto. Un grosso ratto con gli occhi rossi. Il Patrizio gli fece un cenno col capo senza mostrare sorpresa. «Oh» disse. «Vimes, vero? Ho sentito che stava scendendo. Molto bene. Meglio dire subito al personale di cucina...» e fu lì che Vimes si accorse che l'uomo stava parlando al ratto «... che a pranzo saremo in due. Gradirebbe una birra, Vimes?» «Cosa?» domandò Vimes. «Penso di sì. Si va a caso, però, temo. Il popolo di Skrp è abbastanza intelligente ma sembra che abbia delle lacune quando si tratta di etichette sulle bottiglie». Lord Vetinari si picchiettò il volto con un asciugamano e lo lasciò cadere a terra. Una sagoma grigia sfrecciò fuori dall'ombra e lo trascinò via attraverso la grata sul pavimento. Egli disse quindi: «Molto bene, Skrp, puoi andare». Il ratto fece ondeggiare le vibrisse nella sua direzione, appoggiò lo specchio contro la parete e trottò via. «Lei viene servito da ratti?» domandò Vimes. «Sono di aiuto, sa. Non sono molto efficienti, purtroppo. È a causa delle zampette». «Ma, ma, ma» balbettò Vimes. «Voglio dire, come?» «Sospetto che il popolo di Skrp abbia dei tunnel che si estendono fino


all'Università» proseguì Lord Vetinari. «Anche se penso che fossero già piuttosto svegli di loro». Quello, quanto meno, risultava comprensibile per Vimes. Era risaputo che le radiazioni taumaturgiche avessero effetti sugli animali che vivevano nel campus dell'Università Invisibile, spingendoli a volte a diventare minuscoli omologhi di membri della civiltà umana e mutandoli addirittura in specie completamente nuove e specializzate come la tarma.303 e il pescemuro. Comunque, come aveva detto il Patrizio, i ratti erano già piuttosto svegli per loro conto. «Ma la stanno aiutando?» domandò Vimes. «È un mutuo aiuto. Si potrebbe definire un pagamento per i servizi resi» rispose il Patrizio, sedendosi su quello che gli occhi di Vimes registrarono quale un piccolo cuscino in velluto. Su una bassa mensola, in modo da essere a portata di mano, c'erano anche un blocco per appunti e una ordinata fila di libri. «In che termini ha potuto aiutare i ratti, signore?» chiese Vimes con un filo di voce. «Consigli. Io do loro dei consigli, sa». Il Patrizio si sistemò meglio. «E questo il guaio con la gente come Wonse» aggiunse. «Non sa mai quando si deve fermare. Ratti, serpenti e scorpioni. Era un vero pandemonio quando sono arrivato qui. I ratti stavano avendo la peggio». Vimes pensò di cominciare a capire dove volesse andare a parare. «Vuole dire che in un certo senso li ha addestrati?» domandò. «Consigliati. Consigliati. Suppongo che sia una mia dote naturale» disse con modestia Lord Vetinari. Vimes si chiese come avesse fatto. I ratti si erano forse schierati insieme con gli scorpioni contro i serpenti e poi, quando i serpenti erano stati battuti, avevano invitato gli scorpioni a un banchetto celebrativo di gran classe e se li erano mangiati? Oppure avevano prezzolato scorpioni individuali con grandi quantità di, oh, qualsiasi cosa fosse che gli scorpioni mangiavano, perché si avvicinassero furtivamente di notte a determinati capi serpenti e li pungessero? Ricordò di avere sentito parlare una volta di un uomo che, rinchiuso in una cella per anni, aveva ammaestrato degli uccellini e si era creato una specie di libertà. Pensò inoltre ai vecchi marinai, separati dal mare a causa dell'età e della malattia, che passavano le giornate a costruire piccole navi in piccole bottiglie. Pensò quindi al Patrizio, privato della sua città, seduto a gambe incrocia-


te sul grigio pavimento dell'oscura prigione a ricrearsela attorno, incoraggiando, in miniatura, tutte le piccole rivalità, le lotte di potere e le fazioni. Lo vide come una severa statua in meditazione in mezzo a pietre di un lastricato animato di ombre furtive e di improvvisa morte politica. Era stato probabilmente più facile che governare Ankh, abitata da parassiti che non avevano bisogno di utilizzare entrambe le mani per reggere un coltello. Si sentì un clangore presso il canale di scolo. Apparve una mezza dozzina di ratti, trascinando qualcosa avvolto in un pezzo di stoffa. Passandola da una zampa all'altra le fecero attraversare la grata e, con immenso sforzo, la trascinarono ai piedi del Patrizio. Egli si chinò e sciolse il nodo. «Pare che oggi abbiamo formaggio, cosce di pollo, sedano, un pezzo di pane alquanto ammuffito e una bella bottiglia di, oh, apparentemente una bella bottiglia di Famosissima Salsa Scura di Merckle e Stingbat. Avevo detto birra, Skrp». Il capo ratto lo guardò arricciando il naso. «Mi dispiace, Vimes. Non sanno leggere. Sembra che non riescano a cogliere il senso del concetto. Sono però molto bravi ad ascoltare. Mi portano tutte le notizie». «Mi sembra che lei si sia sistemato per bene, qui» osservò Vimes con un filo di voce. «Non costruire mai una prigione nella quale non saresti contento di passare tu stesso la notte» commentò il Patrizio, disponendo il cibo sulla stoffa. «Il mondo sarebbe un luogo più felice se un maggior numero di persone lo ricordasse sempre». «Pensavamo tutti che lei avesse fatto costruire tunnel segreti e roba del genere» disse Vimes. «Non capisco perché avrei dovuto» replicò il Patrizio. «Avrei dovuto continuare a scappare. Che seccatura. Invece sono sempre qui, al centro delle cose. Spero che lei capisca, Vimes. Non si fidi mai di un governante che si affida a tunnel, bunker e vie di fuga. Ci sono grandi possibilità che il suo lavoro non gli stia profondamente a cuore». «Oh». Si trova in una prigione nel suo stesso palazzo con un folle maniaco al comando al piano di sopra e un drago che incendia la città, e pensa di avere sistemato il mondo proprio come lo voleva. Deve esserci qualcosa di strano negli alti incarichi. L'eccessiva lontananza da terra fa impazzire la gente. «Lei, ehm, non le dispiace se mi do un'occhiata intorno, vero?» disse. «Si accomodi pure».


Vimes percorse tutta la lunghezza della prigione e controllò la porta. Aveva sbarre pesanti e grossi chiavistelli, la serratura poi era davvero massiccia. Picchiò quindi contro le pareti per vedere se non ci fossero dei punti cavi. Non c'era dubbio che fosse una prigione ben costruita. Era il genere di prigione in cui eri contento che venissero cacciati pericolosi criminali. Ovviamente, in quelle circostanze, avresti preferito non ci fossero botole, tunnel nascosti o vie segrete di fuga. Queste però non erano quelle circostanze. Era sconcertante cosa potesse fare al tuo senso di prospettiva qualche metro di solida roccia. «Le guardie vengono qui dentro?» domandò Vimes. «Quasi mai» rispose il Patrizio, agitando una coscia di pollo. «Non si prendono la briga di portarmi da mangiare, vede. Il principio è che qui dentro si dovrebbe ammuffire. In effetti» proseguì, «fino a poco tempo fa mi avvicinavo alla porta e gemevo un po' di tanto in tanto, solo per farli contenti». «Dovranno per forza venire qui a controllare, però, no?» domandò Vimes speranzoso. «Oh, non penso affatto che lo dovremmo tollerare» esclamò il Patrizio. «E come ha intenzione di impedirglielo?» Lord Vetinari gli lanciò un'occhiata addolorata. «Mio caro Vimes» disse, «pensavo che fosse un buono osservatore. Ha guardato bene la porta?» «Ma certo...» rispose Vimes, e aggiunse "... signore". «È maledettamente massiccia.» «Forse dovrebbe darle un'altra occhiata.» Vimes lo fissò sbigottito; poi attraversò a grandi passi il pavimento e lanciò uno sguardo truce alla porta: era una del comune tipo "lugubre portale", tutta sbarre, chiavistelli, punte di ferro e massicci cardini. Indipendentemente da quanto la guardasse, non diventava meno massiccia. La serratura era uno di quei congegni fatti dai nani, impossibili da scardinare se non in anni di lavoro. Nel complesso, se si necessitava di un simbolo per qualcosa di totalmente inamovibile, quella porta era ciò che faceva al caso. Il Patrizio gli apparve accanto in un silenzio da far spaccare il cuore. «Vede» disse, «non avviene sempre che, quando una città è in preda a un violento disordine civile, il governante del momento venga sbattuto nelle prigioni? Per un determinato tipo di mente, ciò risulta ancora più soddisfacente di una semplice esecuzione».


«Va bene, ok, ma non capisco...» cominciò a dire Vimes. «Lei guarda questa porta e ciò che vede è una porta di cella estremamente massiccia, no?» «Ovviamente. Mi basta solo guardare i chiavistelli e...» «Sa, sono davvero compiaciuto» commentò serenamente Lord Vetinari. Vimes fissò la porta finché non gli fecero male le sopracciglia. Poi, proprio come il disegno casuale in una nuvola diventa all'improvviso, e senza essere assolutamente cambiato, la testa di un cavallo o un veliero, si rese conto di quello che già stava vedendo da lungo tempo. Si sentì assalire da un senso di terrificante ammirazione. Si chiese come fosse fatto l'interno della mente del Patrizio. Tutto freddo e scintillante, pensò, tutto acciaio, ghiaccioli e rotelline che giravano tutte insieme come in un immenso orologio. Il genere di cervello che era in grado di prendere attentamente in considerazione la propria caduta e trasformarla in un vantaggio. Quella era una normalissima porta di prigione, ma tutto dipendeva dal senso della prospettiva. In quella prigione, il Patrizio poteva tenersi separato dal mondo. Tutto quello che c'era fuori era la serratura. Le sbarre e i chiavistelli si trovavano tutti all'interno. Gli uomini della Guardia arrancavano goffamente sui tetti umidi mentre la nebbia mattutina veniva bollita via dal sole. Non che in giornata l'aria sarebbe diventata pulita... Zaffate appiccicose di fumo e vapore marcio avvolgevano la città e riempivano l'aria del triste odore di ceneri bagnate. «Che posto è questo?» domandò Carota, aiutando gli altri a procedere sul camminamento untuoso. Il sergente Colon si guardò attorno nella foresta di camini. «Ci troviamo giusto sopra la distilleria di Whisky di Jímkin Stringiorso» disse. «In linea retta, vedi, fra il palazzo e la piazza. Deve per forza volare qui sopra». Nobby guardò con espressione mesta il lato dell'edificio. «Sono venuto qui una volta» raccontò. «Ho controllato la porta, in una notte oscura, e mi si è aperta in mano». «Alla fine, immagino» commentò Colon acido. «Be', sono dovuto entrare dentro per controllare che non ci fossero crimini in atto. È un posto incredibile. Tutto tubi e roba del genere. E l'odore!»


«Ogni bottiglia viene fatta maturare fino a sette minuti» citò Colon. «Sull'etichetta c'è scritto: Prendi un goccio prima di partire. È maledettamente vero. Una volta ne ho preso un goccio e sono partito per tutto il giorno». Si inginocchiò e tolse il lungo sacco che aveva portato con tanta attenzione ed estrema difficoltà per tutto il cammino. Esso rivelò un arco lungo di antica fattura e una faretra con le frecce. Sollevò lentamente l'arco, in modo reverenziale, e vi fece scorrere sopra le dita tozze. «Sapete» disse pacatamente, «ero bravissimo con questo quando ero ragazzo. Il capitano avrebbe dovuto lasciarmi provare l'altra notte». «Continua a dircelo» commentò Nobby in modo poco simpatico. «Be', vincevo un sacco di premi». Il sergente tirò fuori una nuova corda, l'agganciò attorno a una estremità dell'arco, si alzò, premette l'arco, gemette un poco... «Ehm, Carota?» disse, col fiato mozzo. «Sì, sergente?» «Sei capace di mettere la corda a un arco?» Carota afferrò l'arco, lo compresse senza alcuna difficoltà e fece scivolare al suo posto l'altro cappio della corda. «È un buon inizio, sergente» commentò Nobby. «Non faccia il sarcastico con me, Nobby! Non è una questione di forza, è l'acutezza di vista e la fermezza di mano quello che conta. Adesso mi passi una freccia. Non quella!» Le dita di Nobby si immobilizzarono nell'atto di afferrare un'asta. «Quella è la mia freccia fortunata!» sputacchiò Colon. «Nessuno deve assolutamente toccare la mia freccia fortunata!» «A me sembrava proprio come tutte le altre maledette frecce, sergente» disse Nobby cortesemente. «E invece è quella che userò per il vero e proprio comecavolosichiama, il coppo de grassa» disse Colon. «Non mi ha mai lasciato in asso la mia freccia fortunata. Ha sempre colpito tutto quello a cui ho puntato. Non avevo quasi bisogno di mirare. Se il drago ha i vunnerabili, quella freccia li troverà». Scelse una freccia perfettamente uguale all'altra all'aspetto ma evidentemente meno fortunata e l'accoccò. Si guardò quindi attorno, sui tetti, con sguardo indagatore. «Meglio farsi la mano» bofonchiò. «È chiaro che una volta che impari


non dimentichi più, è come andare in... andare in... andare in qualcosa che non ti dimentichi più come si fa ad andarci». Tirò la corda dell'arco fino all'orecchio e sbuffò. «D'accordo» ansimò mentre il braccio gli tremava per la tensione come un ramo nel bel mezzo di una tempesta di vento. «Vedete il tetto della Gilda degli Assassini, laggiù?» Gli altri due scrutarono nell'aria lurida. «Molto bene» disse Colon. «E vedete il segnavento sopra? Lo vedete?» Carota fissò la punta della freccia. Stava ondeggiando avanti e indietro formando una serie di figure a otto. «È molto lontano, sergente» osservò Nobby dubbioso. «Non vi preoccupate, tenete gli occhi sul segnavento» gemette il sergente. Annuirono. Il segnavento era fatto a forma di un uomo che avanza furtivamente con un grande mantello: il pugnale proiettato in avanti era sempre girato in modo tale da accoltellare il vento. A quella distanza, tuttavia, era molto piccolo. «Ok» ansimò Colon. «Adesso, vedete l'occhio dell'uomo?» «Oh, basta» esclamò Nobby. «Chiuda il becco, chiuda il becco, chiuda il becco!» gemette Colon. «Lo vedete, ho detto?» «Io penso di riuscire a vederlo, sergente» ammise Carota onestamente. «Bene. Bene» disse il sergente, oscillando avanti e indietro per lo sforzo. «Bene. Bravo ragazzo. Adesso guardatelo bene, d'accordo?» Egli sbuffò e lasciò partire la freccia. Accaddero parecchie cose così in fretta che dovranno essere raccontate in una prosa al rallentatore. La prima fu che la corda dell'arco pizzicò la parte tenera all'interno del polso di Colon, il che lo fece gridare e lasciar cadere l'arco. Questo non ebbe alcun effetto sulla traiettoria della freccia che stava già volando dritta come un fuso verso una gargolla appostata sul tetto della casa appena al di là della strada. La colpì sull'orecchio, rimbalzò e poi rimbalzò ancora da un muro a due metri di distanza, tornando a dirigersi verso Colon apparentemente a velocità sempre crescente, passandogli vicino all'orecchio sibilando. Sparì in direzione delle mura cittadine. Dopo qualche tempo, Nobby dette un colpetto di tosse e lanciò a Carota un interrogativo e innocente sguardo. «Quanto è grosso» domandò, «più o meno il vunnerabile di un drago?»


«Oh, può essere un punto piccolissimo» rispose Carota, zelante. «Era proprio quello che temevo» commentò Nobby. Si portò al margine del tetto e indicò verso il basso. «C'è un bacino d'acqua proprio qui sotto» disse. «Lo usano come acqua di raffreddamento per la distilleria. Direi che è abbastanza profondo e quindi, dopo che il sergente avrà scoccato la freccia contro il drago, potremo saltarci dentro. Che ne dite?» «Oh, ma non ne avremo alcun bisogno» replicò Carota. «Perché la freccia fortunata del sergente colpirà il punto, il drago sarà morto e noi non avremo nulla di cui preoccuparci». «Certo, certo» confermò subito Nobby, guardando il volto corrucciato di Colon. «Ma non si sa mai, come dire, se una su un milione dovesse fallire... non sto dicendo che lo farà, badate bene, bisogna solo prendere in considerazione l'eventualità... Se, per una incredibile sfortuna, non dovesse proprio riuscire a colpire il vunnerabile a puntino, allora il drago perderà la pazienza e non sarebbe una brutta idea trovarsi qui. È una ipotesi azzardata, lo so. Chiamatemi uccello del malaugurio, se volete. Io la penso così». Il sergente Colon si aggiustò l'armatura con espressione altezzosa. «Quando ne hai davvero più bisogno» disse, «le probabilità che sono una su un milione si avverano sempre. È un fatto noto». «Il sergente ha ragione, Nobby» ammise Carota zelante. «Lei sa che quando c'è solo una probabilità che qualcosa possa funzionare... be', funziona. Altrimenti non ci sarebbero...» abbassò la voce, «... voglio dire, è una cosa sensata, se non funzionassero le azioni disperate, non ci sarebbero... Be', gli dei non permetterebbero che avvenisse altrimenti. Sicuramente no». Come un sol uomo, i tre si voltarono e guardarono attraverso l'aria fosca in direzione del centro del Mondo Disco, a migliaia di miglia di distanza. Adesso l'aria era grigia di fumo vecchio e brandelli di nebbia, ma in un giorno limpido era possibile scorgere Cori Celesti, dimora degli dei. Sito della dimora degli dei, quanto meno. Essi vivevano a Dunmanifestin, il Valhalla carico di stucchi dove gli dei affrontavano l'eternità con il genere di atteggiamento di chi si sente perduto perché non sa cosa fare per passare un pomeriggio di pioggia. Si diceva che giocassero con i destini degli uomini. Quali fossero esattamente i giochi che pensavano di giocare al momento, era pura congettura. Esistevano però di certo delle regole. Tutti sapevano che esistevano le regole. Bisognava solo sperare disperatamente che anche gli dei le conoscessero.


«Deve funzionare» bofonchiò Colon. «Userò la mia freccia fortunata e tutto il resto. Avete ragione. Le possibilità disperate devono funzionare per forza. Altrimenti nulla avrebbe più senso. Si potrebbe anche non essere affatto vivi». Nobby guardò nuovamente il bacino d'acqua. Dopo un istante di esitazione lo fece anche Colon. Avevano i volti riflessivi di uomini che hanno visto molte cose e sanno che, anche se ci si può ovviamente affidare agli eroi, ai re e infine agli dei, ci si poteva realmente affidare alla gravità e all'acqua profonda. «Non che ne avremo bisogno» disse Colon con falso virtuosismo. «Non con la sua freccia fortunata» confermò Nobby. «Giusto. Ma, per pura curiosità, quanto sarà alto il salto, secondo lei?» domandò Colon. «Direi circa dieci metri. Più o meno». «Ho sentito dire che è molto profondo». «La prendo in parola. Mi sembra piuttosto limaccioso. Odierei dovermici tuffare dentro». Carota gli dette una allegra pacca sulla spalla, rischiando di farlo cadere giù, e disse: «Che succede, sergente? Vuole forse vivere in eterno?» «Non so. Richiedimelo tra un cinquecento anni». «È una gran cosa che abbiamo la sua freccia fortunata, allora!» esclamò Carota. «Eh?» disse Colon che sembrava assorto in un suo miserabile sogno ad occhi aperti. «Voglio dire, è una gran cosa che abbiamo una disperata probabilità su un milione su cui contare, altrimenti ci troveremmo in guai seri!» «Oh, sì» commentò Nobby con espressione triste. «Siamo davvero fortunati!» Il Patrizio si stese. Un cuscino gli venne sistemato sotto la testa da un paio di ratti. «La situazione è piuttosto brutta all'esterno, mi sembra» disse. «Sì» rispose amareggiato Vimes. «Ha proprio ragione. Lei è l'uomo più al sicuro di tutta la città». Incastrò un altro coltello in una fessura fra le pietre e lo testò attentamente con il proprio peso, mentre Lord Vetinari lo osservava interessato. Era riuscito ad arrivare a due metri sopra al pavimento, al livello della grata.


Cominciò quindi ad attaccare la malta attorno alle sbarre. Il Patrizio lo guardò per un po' e poi prese un libro dalla piccola mensola che aveva di fianco. Visto che i ratti non sapevano leggere, la biblioteca che era stato in grado di allestire era un po' barocca, ma lui non era certo uomo da snobbare conoscenze nuove. Trovò il segnalibro ne La Produzione di Pizzi nei Secoli e lesse qualche pagina. Dopo un po' trovò necessario spazzare via qualche pezzetto di malta dal libro e sollevò lo sguardo. «Sta avendo successo?» domandò cortesemente. Vimes digrignò i denti e continuò a picchiare. All'esterno della piccola grata c'era un sudicio cortiletto, appena più illuminato della cella. C'era un cumulo di rifiuti nell'angolo, ma al momento sembrava molto attraente. Più attraente della prigione, quanto meno. Un onesto cumulo di rifiuti era preferibile all'aspetto di Ankh-Morpork in quei giorni. Era probabilmente una allegoria. Picchiò, picchiò e picchiò. La lama del coltello gli vibrava e tremava in mano. Il Bibliotecario si grattò le ascelle, riflessivo. Anche lui aveva dei problemi da affrontare. Era arrivato lì carico di rabbia contro i ladri di libri e quella rabbia gli bruciava ancora. Gli venne tuttavia in mente il pensiero sedizioso che, anche se i crimini contro i libri erano i peggiori, forse era necessario posporre la vendetta. Rifletté sul fatto che, anche se ovviamente quello che si facevano gli uomini a vicenda lo lasciava del tutto indifferente, c'erano determinate attività che dovevano essere bloccate sul nascere, per evitare che gli esecutori divenissero eccessivamente sicuri di sé e cominciassero a riservare simili trattamenti anche ai libri. Il Bibliotecario fissò nuovamente il proprio distintivo e gli dette un morsetto, nell'ottimistica speranza che fosse diventato commestibile. Era fuori di dubbio, aveva dei doveri nei confronti del capitano. Il capitano era sempre stato gentile con lui. E poi anche il capitano aveva un distintivo. Sì. C'erano volte in cui uno scimmione doveva fare ciò che un uomo deve fare... L'orango lanciò un complesso saluto militare e ondeggiò via nell'oscuri-


tà. Il sole si alzò, rotolando attraverso la nebbia e il fumo rancido come un pallone perduto. Gli uomini della Guardia stavano seduti all'ombra della canna fumaria di un camino, aspettando e ammazzando il tempo ognuno a suo modo. Nobby stava coscienziosamente sondando il contenuto di una sua narice, Carota stava scrivendo una lettera a casa e il sergente Colon si stava preoccupando. Dopo un po' cambiò posizione, a disagio, e disse: «Temo che ci sia un problema». «Sarebbe, sergente?» domandò Carota. Il sergente Colon aveva un'aria distrutta. «Beeeh, e se non fosse un probabilità su un milione?» suggerì. Nobby lo fissò sbalordito. «Che vuole dire?» domandò. «Be', d'accordo, tutte le probabilità disperate che sono una su un milione si avverano, giusto, non c'è problema, ma... come dire, è abbastanza comecavolosidice, specifico. Voglio dire, non vi pare?» «A me lo dice?» commentò Nobby. «E se fosse solo una probabilità su mille?» disse Colon agonizzante. «Cosa?» «Qualcuno ha mai sentito dire che si avverano le probabilità che sono una su mille?» Carota sollevò lo sguardo. «Non sia sciocco, sergente» esclamò. «Nessuno ha mai visto avverarsi una probabilità che fosse una su mille. Le probabilità che si avveri sono...» mosse le labbra contando, «... una su interi milioni». «Già. Interi milioni» ammise Nobby. «E quindi funzionerebbe soltanto se fosse proprio una probabilità su un milione» insistette il sergente. «Immagino che sia così» confermò Nobby. «E quindi, per esempio una su 999.943...» cominciò a dire Colon. Carota scosse la testa. «Non ci sarebbe speranza. Nessuno ha mai detto C'è una probabilità su 999.943 ma potrebbe funzionare». Fissarono la città nel silenzio provocato da un feroce calcolare di menti. «Potremmo effettivamente avere un problema» disse alla fine Colon. Carota cominciò a scarabocchiare febbrilmente. Quando gli venne chiesto, spiegò con dovizia di particolari come si trovasse la superficie totale di


un drago e poi si cercasse di calcolare le probabilità che una freccia colpisse un qualsiasi punto. «Puntando, bada bene» precisò il sergente Colon. «Io punterò». Nobby tossì. «In questo caso sarà meno di una probabilità su un milione» disse Carota. «Potrebbe essere una su cento. Se il drago volasse basso e il punto fosse grande, potrebbe essere praticamente una certezza». Le labbra di Colon assaggiarono la frase È una certezza ma potrebbe funzionare. Scosse la testa. «No» disse. «Allora quello che dobbiamo fare adesso» suggerì Nobby lentamente, «è riaggiustare le probabilità...» C'era ormai un piccolo incavo nella malta presso la sbarra centrale. Non era un granché, Vimes lo sapeva, ma era un inizio. «Non ha per caso bisogno di aiuto?» domandò il Patrizio. «No». «Come desidera». La malta era mezzo marcita, ma le sbarre erano state infisse in profondità nella roccia. Sotto la crosta di ruggine c'era ancora un bel po' di ferro. Era un lavoro lungo, ma era comunque qualcosa da fare e richiedeva una benedetta assenza di pensiero. Non potevano portarglielo via. Era una bella e chiara sfida: sapevi che se fossi andato avanti a scavare alla fine avresti vinto. Era proprio quel "alla fine" il problema. Alla fine la Grande A'Tuin avrebbe raggiunto gli estremi ultimi dell'universo. Alla fine le stelle si sarebbero spente. Alla fine Nobby avrebbe potuto fare un bagno, anche se quello richiedeva probabilmente un radicale ripensamento della natura del Tempo. Egli continuò a intaccare la malta e poi si fermò quando qualcosa di piccolo e pallido cadde all'esterno, piuttosto lentamente. «Un guscio di nocciolina?» domandò. La faccia del Bibliotecario, circondata dalla mascelle a camera d'aria della testa del Bibliotecario, apparve a rovescio davanti all'apertura sbarrata e gli fece un sorriso che non risultò meno terribile perché si trovava sottosopra. «Oook?» L'orango balzò giù dalla parete, afferrò un paio di sbarre e tirò. I muscoli si contrassero nel torace prominente, andando avanti e indietro in una


complessa pavana di sforzo. La boccata di denti giallastri si spalancò in silente concentrazione. Si sentì un paio di sordi tonfi mentre le barre cedevano e si staccavano. Lo scimmione le buttò di lato e mise le mani nel foro. A quel punto le braccia più lunghe della Legge afferrarono l'attonito Vimes sotto le ascelle e lo estrassero con un unico movimento. Gli uomini della Guardia stavano rimirando la loro opera. «Giusto» osservò Nobby. «Adesso, quante sono le probabilità che un uomo in equilibrio su una gamba sola, con il cappello rovesciato indietro e un fazzoletto in bocca colpisca i vunnerabili di un drago?» «Mmph» bofonchiò Colon. «Direi che può quasi andare» disse Carota. «Ritengo però che il fazzoletto sia una esagerazione». Colon lo sputò. «Vedete di decidervi» esclamò. «Mi si sta addormentando la gamba». Vimes si tirò su dai ciottoli unti e fissò il Bibliotecario. Stava verificando una cosa che per molte persone era stata uno shock - di solito in circostanze molto più sgradevoli, come una rissa scoppiata al Tamburo Riparato quando lo scimmione aveva desiderato un po' di quiete per godersi una pinta di birra su cui riflettere -, che era poi questa: il Bibliotecario poteva sembrare un sacco di gomma imbottito, ma quello di cui era imbottito erano muscoli. «È stato stupefacente» fu tutto quello che trovò da dire. Abbassò lo sguardo sulle sbarre deformate e sentì la mente oscurarsi. Afferrò il metallo piegato. «Non sai per caso dove si trovi Wonse, vero?» aggiunse. «Eeek!» Il Bibliotecario gli mise sotto al naso un pezzo di pergamena stropicciato. «Eeek!» Vimes lesse le parole. Viene richiesto... quindi... allo scoccar del mezzodì... una giovine pura, eppure di alto lignaggio... compattezza fra governatore e governati... «Nella mia città!» latrò. «Nella mia maledetta città!» Afferrò il Bibliotecario per due manciate di peli del petto e lo sollevò al livello degli occhi. «Che ore sono?» gridò. «Oook!» Un lungo braccio rosso e peloso si allungò verso l'alto. Lo sguardo di


Vimes seguì il dito che indicava. Il sole aveva decisamene l'aspetto di un corpo celeste che era quasi arrivato all'apice della propria orbita e aspettava con impazienza la lunga e pigra crociera verso le lenzuola del tramonto... «Non ho alcuna maledetta intenzione di permetterlo, capito?» gridò Vimes, scuotendo lo scimmione avanti e indietro. «Oook» sottolineò il Bibliotecario, pazientemente. «Cosa? Oh, mi spiace». Vimes abbassò l'orango che saggiamente non ne fece una questione, visto che un uomo tanto infuriato da sollevare di peso 150 chili di orango senza nemmeno accorgersene era uno che aveva troppe cose per la testa. Adesso si stava guardando attorno nel cortile. «C'è un modo di uscire da qui?» domandò. «Senza arrampicarsi sui muri, intendo dire». Non aspettò la risposta e cominciò a correre lungo i muri finché non raggiunse una stretta e lurida porta e la aprì con un calcio. Non era chiusa a chiave, ma lui la aprì lo stesso con un calcio. Il Bibliotecario gli rimaneva in scia, ondeggiando sulle nocche. La cucina dall'altra parte della porta era semideserta, visto che gli addetti erano finalmente stati colti dal panico e avevano deciso che ogni chef prudente doveva trattenersi dal lavorare in una struttura in cui c'era una bocca molto più grossa di lui. Un paio di guardie del palazzo stavano consumando un pranzo freddo. «Adesso» sbottò Vimes mentre quelle facevano per alzarsi «non voglio essere costretto...» Non sembrarono intenzionati ad ascoltarlo. Una delle guardie allungò una mano verso una balestra. «Oh, al diavolo». Vimes afferrò un coltello da macellaio da un ceppo che aveva di fianco e lo lanciò. Saper lanciare i coltelli è un'arte che pochi possiedono, e comunque c'è bisogno del tipo di coltello giusto. Se non si ha né l'una, né l'altro, il coltello fa esattamente ciò che fece quello lanciato da Vimes: mancò completamente il bersaglio. La guardia con la balestra si scansò di lato, si raddrizzò, tentò a sua volta il colpo e scoprì che un'unghia violacea gli stava delicatamente bloccando il meccanismo di scatto. Si guardò attorno. Il Bibliotecario lo picchiò direttamente in cima all'elmetto. L'altra guardia si fece piccola piccola e indietreggiò, agitando frenetica-


mente le braccia. «Nonononono!» esclamò. «C'è un equivoco! Dica pure, cos'è che non voleva essere costretto a fare? Ma che bella scimmia!» «Oh, cielo» disse Vimes. «Sbagliato!» Egli ignorò le urla di terrore e frugò fra i detriti della cucina finché non trovò una mannaia. Non si era mai sentito realmente a suo agio con le spade, ma una mannaia era un'altra cosa. Una mannaia aveva un peso. Aveva uno scopo. Un spada poteva avere un'aria di nobiltà, a meno che non fosse quella che apparteneva per esempio a Nobby, che si affidava alla ruggine per restare compatta; ma una mannaia aveva una tremenda capacità di tagliare le cose. Lasciò la lezione di biologia (nessuna scimmia è in grado di far rimbalzare una persona su e giù tenendola per le caviglie...), trovò una porticina che prometteva bene e la attraversò in tutta fretta. Questo lo condusse nuovamente fuori, nella estesa zona acciottolata che circondava il palazzo. Adesso riusciva a orientarsi, adesso poteva... Sentì un boato in aria sopra la sua testa. Una folata soffiò verso il basso, abbattendolo al suolo. Il re di Ankh-Morpork, ad ali spiegate, fluttuò attraverso il cielo e si appoggiò per un momento sulle mura del palazzo, con gli unghioni che scavavano lunghe ferite nella pietra mentre ricercava l'equilibrio. Il sole scintillava sul dorso incurvato. Allungò il collo, ruggì un pigro sbuffo di fiamma e balzò nuovamente in aria. Vimes produsse un rumore animalesco - da mammifero - dal profondo della gola, e si lanciò per le strade deserte. Il silenzio riempiva l'ancestrale casa dei Ramkin. Il portone d'ingresso ondeggiava avanti e indietro sui cardini, lasciando entrare la plebea e maleducata brezza che vagò attraverso le stanze deserte sollevando e cercando la polvere sopra ai mobili. Salì le scale e spalancò la porta della camera da letto di Sybil Ramkin, facendo tremare le boccette sulla toeletta e scompigliando le pagine di Le Malattie dei Draghi. Un lettore davvero veloce avrebbe potuto imparare i sintomi di ogni cosa, dall'Abbassamento del Calcagno alla Zoppia Bilaterale. Sotto, nel basso, caldo e puzzolente capannone che albergava i draghi di palude, sembrava che Errol le avesse tutte. Adesso era seduto al centro della propria gabbia, ondeggiando e gemendo piano piano. Un fumo bianco gli fuoriusciva lentamente dalle orecchie e scivolava giù verso il pavimen-


to. Da un punto imprecisato all'interno del suo stomaco gonfio provenivano complessi rumori idraulici esplosivi, come se delle disperate squadre di gnomi stessero cercando di posare una conduttura sotterranea attraverso una scogliera durante un temporale. Le sue narici si scampanarono, girandosi più o meno di propria volontà. Gli altri draghi allungarono il collo al di sopra delle pareti delle gabbie, guardandolo con cautela. Si sentì un altro distante fragore gastrico. Errol si spostò, a disagio. I draghi si lanciarono sguardi d'intesa. Poi, uno alla volta, si stesero attentamente a terra e si portarono le zampette sugli occhi. Nobby piegò la testa di lato. «Mi sembra promettente» commentò con espressione critica. «Potremmo esserci quasi. Presumo che le probabilità che un uomo con il volto sporco di cenere, la lingua di fuori, in piedi su una gamba sola che intoni nel frattempo Il Canto del Porcospino possa colpire i vunnerabili di un drago dovrebbero essere... che ne dici, Carota?» «Una su un milione, direi» confermò Carota zelante. Colon gli lanciò un'occhiataccia. «Ascoltate ragazzi» disse, «non mi starete prendendo in giro, vero?» Carota guardò la piazza sotto di loro. «Oh, maledetto inferno» mormorò fra sé. «Che c'è?» domandò Colon con urgenza. «Stanno incatenando una donna a una roccia!» Gli uomini della Guardia corsero al parapetto per vedere. Anche l'immensa e silente folla allineata attorno alla piazza stava fissando una figura bianca che lottava contro una dozzina di guardie del palazzo. «Mi chiedo dove siano andati a prendere quella roccia» disse Colon. «Noi qui ci troviamo su terreno argilloso, sapete». «Bella figliola gagliarda, chiunque essa sia» osservò Nobby con espressione compiaciuta, mentre una delle guardie ruotava su se stessa con le gambe arcuate e crollava. «Quello è un ragazzo che non saprà cosa fare di sera per parecchie settimane. Quella tipa ha davvero un ginocchio destro maligno». «La conosciamo?» domandò Colon. Carota scrutò meglio. «È Lady Ramkin!» esclamò restando poi a bocca aperta. «Mai!»


«Ha ragione. È in camicia da notte» disse Nobby. «Pidocchi!» Colon afferrò l'arco e armeggiò alla ricerca di una freccia. «Glieli do io i vunnerabili! Una signora colta come lei, è una vera disgrazia!» «Ehm» osservò Carota che si era guardato alle spalle. «Sergente?» «Ecco come si va a finire!» bofonchiò Colon. «Le signore oneste non possono camminare per la strada senza venire mangiate! D'accordo, bastardi, siete... geografia...» «Sergente!» ripeté Carota pressante. «Si dice storia, non geografia» lo corresse Nobby. «Si deve dire storia. Siete Storia!, si dice. «Be', qualsiasi cosa siano» sbottò Colon. «Vediamo come...» «Sergente!» Anche Nobby, ora, stava guardando dietro di loro. «Oh, merda» disse. «Non posso sbagliare» bofonchiò Colon prendendo la mira. «Sergente!» «Chiudete il becco voi due, non riesco a concentrarmi se continuate a gridare...» «Sergente, sta arrivando!» Il drago accelerò. I tetti mezzi storti di Ankh-Morpork divennero indistinti mentre lui ci passava sopra, con le ali che strappavano l'aria. Il collo si allungò in avanti, le fiamme pilota delle sue narici lasciarono una scia alle sue spalle, il rumore del suo volo si diffuse gradatamente nel cielo. Le mani di Colon tremavano. Il drago sembrava puntare diritto alla sua gola, e si stava avvicinando in fretta, decisamente troppo in fretta... «Ci siamo!» esclamò Carota. Lanciò un'occhiata in direzione del Centro, in caso gli dei si fossero dimenticati il motivo per cui esistevano, e aggiunse parlando lentamente e in modo distinto: «C'è una probabilità su un milione, ma potrebbe funzionare!» «E vai contro quel maledetto!» gridò Nobby. «Sto cercando il punto, ragazzo, sto cercando il punto» disse con voce tremula Colon. «Non vi preoccupate, ragazzi, vi ho detto che questa è la mia freccia fortunata, l'avevo fin da giovane, rimarreste stupiti a sapere quante cose ho centrato con questa, non vi preoccupate».


Si zittì, mentre l'incubo gli piombava addosso su ali di terrore. «Ehm, Carota?» disse umilmente Colon. «Sì, sergente?» «Tuo nonno ti ha mai detto che aspetto ha un vunnerabile?» A quel punto il drago non si stava più avvicinando, era lì, passava a un paio di metri sopra la loro testa, un fluente mosaico di scaglie e rumore che riempiva l'intero cielo. Colon fece partire la freccia. Vimes mezzo corse, mezzo barcollò sui ciottoli umidi, senza fiato e senza tempo. Non può andare così, pensò freneticamente. L'eroe se la cava sempre, ma arriva proprio all'ultimissimo istante. Solo che l'ultimissimo istante era probabilmente stato cinque minuti prima. Io non sono un eroe. Sono fuori forma, ho bisogno di un goccetto e prendo una manciata di dollari al mese con un buono per le piume. Non è la paga di un eroe. Gli eroi ottengono regni e principesse, si allenano regolarmente e quando sorridono la luce gli scintilla sui denti, ting! Bastardi. Il sudore gli faceva bruciare gli occhi. L'afflusso di adrenalina che lo aveva fatto uscire dal palazzo si era spento e stava ora riscuotendo il proprio inevitabile tributo. Egli si fermò incespicando e si appoggiò a una parete per restare in posizione eretta mentre ansimava per riprendere fiato. Fu in quel momento che vide le figure sul tetto. Oh, no!, pensò. Nemmeno loro sono eroi! Ma a cosa credono di stare giocando? Era una probabilità su un milione. E chi può dire che, da qualche parte nei milioni di altri possibili universi, non avrebbe potuto funzionare? Era il genere di cosa che piaceva tremendamente agli dei. Il Caso, che a volte può prevalere perfino sugli dei, aveva 999.999 voti a disposizione. In questo universo, per esempio, la freccia rimbalzò contro una scaglia e ricadde giù, nell'oblio. Colon fissò a bocca spalancata la coda a punta del drago che gli passava sopra. «L'ha... mancato...» sussurrò. «Ma non poteva mancarlo!» Guardò, con gli occhi rossi, gli altri due.


«Era una fottuta disperata probabilità su un milione!» Il drago girò le ali, ruotò l'immensa struttura sul suo asse e si lanciò sul tetto. Carota afferrò Nobby attorno alla vita e appoggiò una mano sulla spalla di Colon. Il sergente stava piangendo per la rabbia e la frustrazione. «Una fottutissima probabilità su un maledettissimo milione!» «Sergente...» Il drago fece fuoco. Fu una linea di plasma magnificamente controllata. Tagliò il tetto come fosse burro. Fendette le scale. Crepitò nelle antiche travature e le fece accartocciare come carta. Infranse i distillatori. Colpì un piano dopo l'altro come il pugno di un dio infuriato e, alla fine, raggiunse l'immenso bacino in rame che conteneva quattromila litri di alcoolico simil-whisky invecchiato, appena fatto. Bruciò anche quello. Per fortuna le probabilità che qualcuno sopravvivesse alla esplosione che seguì erano esattamente una su un milione. La sfera di fuoco fiorì come un... Be', come un fiore. Un enorme fiore arancione, striato di giallo. Portò con sé il tetto e lo fece avvolgere attorno allo stupefatto drago, sollevandolo in alto nell'aria in una nuvola bollente di travi spezzate e pezzi di distillatori. La folla guardava sbigottita lo scoppio super incandescente innalzarsi nel cielo e notò a mala pena Vimes che si faceva strada, ansimando e piangendo, attraverso la calca di corpi. Egli superò a spallate una fila di guardie di palazzo e arrancò il più velocemente possibile attraverso il lastricato. Nessuno lo stava degnando di grande attenzione, al momento. Si fermò. Non era una roccia, perché Ankh-Morpork era costruita su terreno argilloso. Era solo un enorme detrito di muro calcinato, vecchio probabilmente migliaia di anni, prelevato da qualche parte nelle fondamenta della città. Ankh-Morpork era ormai così antica che ciò su cui era costruita era, nel complesso, soltanto Ankh-Morpork. La finta roccia era stata trascinata nel centro della piazza e vi era stata


incatenata Lady Sybil Ramkin. La donna pareva indossare una camicia da notte e degli stivaloni di gomma. A giudicare dall'aspetto doveva avere lottato parecchio e Vimes provò un momentaneo guizzo di compassione per chiunque altro si fosse trovato coinvolto. Lei gli lanciò un'occhiata di pura furia. «Lei!» «Lei!» Egli agitò in modo impreciso la mannaia. «Ma perché lei?...» cominciò a dire. «Capitano Vimes» lo rimproverò bruscamente la donna, «mi farà la cortesia di non continuare ad agitare quell'oggetto a vanvera e a iniziare a usarlo in modo adeguato!» Vimes non la stava ascoltando. «Trenta dollari al mese!» brontolò. «È quello per cui sono morti! Trenta dollari! E io ne ho anche ritirati un po' a Nobby. Dovevo farlo, no? Voglio dire, quell'uomo avrebbe potuto fare arrugginire un melone». «Capitano Vimes!» Egli si focalizzò sulla mannaia. «Oh» disse. «Sì. Certo!» Era una bella mannaia in acciaio, e le catene erano di un ferro vecchiotto e piuttosto arrugginito. Egli le colpì, facendo sollevare scintille dalla pietra. La folla osservava in silenzio, ma parecchie guardie del palazzo si affrettarono verso di lui. «Che diavolo pensi di fare?» disse uno di loro, che non era dotato di grande immaginazione. «Che diavolo pensi di fare tu?» latrò Vimes sollevando lo sguardo. Lo fissarono sbigottiti. «Cosa?» Vimes riprese a colpire le catene. Parecchie maglie caddero a terra. «Bene, te lo sei andato a cercare...» cominciò a dire una guardia. Il gomito di Vimes lo beccò sotto la cassa toracica; prima che crollasse al suolo, il piede di Vimes lo scalciò selvaggiamente sui menischi, facendogli abbassare il mento di quel tanto che gli permise di colpirlo di nuovo con l'altro gomito. «Bene» commentò Vimes distrattamente. Si sfregò il gomito. Gli faceva un male cane. Afferrò la mannaia con l'altra mano e riprese a colpire le catene, renden-


dosi conto che altre guardie stavano accorrendo, ma con quello speciale passo di corsa tipico delle guardie. Era una corsa che diceva: siamo una dozzina, perché devo essere proprio io il primo ad arrivare? Diceva: pare pronto a uccidere, nessuno mi paga per essere ucciso, forse se correrò abbastanza piano se ne andrà via... Non aveva alcun senso rovinarsi una bella giornata acciuffando qualcuno. Lady Ramkin si liberò dalle catene. Un applauso intermittente si sollevò dalla folla e cominciò a crescere di volume. Perfino nell'attuale stato mentale, la popolazione di Ankh-Morpork sapeva apprezzare una performance. Lei ghermì una manciata di catena e se la avvolse attorno a un pugno possente. «Alcune di queste guardie non sanno come si tratta una...» cominciò a dire. «Non c'è tempo, non c'è tempo» gridò Vimes afferrandola per un braccio. Era come cercare di trascinare una montagna. L'applauso si spense repentinamente. Si udì un rumore alle spalle di Vimes. Non si trattava di un rumore particolarmente forte. Aveva solo un complicato modo di propagarsi. Era lo sbatacchiare di quattro gruppi di unghioni che colpivano il lastricato contemporaneamente. Vimes si guardò attorno e in alto. Sulla pelle del drago si era attaccata molta fuliggine. Qualche pezzo di legno bruciacchiato si era incastrato qui e lì e stava ancora fumando. Le magnifiche scaglie di bronzo erano striate di nero. Il drago abbassò la testa finché Vimes non si trovò a un paio di metri dai suoi occhi; cercò di focalizzarli su di lui. Probabilmente non vale nemmeno la pena di scappare, pensò Vimes. E poi non ne avrei comunque l'energia. Sentì la mano di Lady Ramkin inglobare la sua. «Ben fatto» disse lei. «Ha quasi funzionato». Rottami bruciacchiati e fiammeggianti piovevano giù attorno alla distilleria. Il bacino idrico era diventato una palude di detriti ricoperti da un rivestimento di cenere. Da lì, gocciolante fanghiglia, si alzò il sergente Colon. Si fece strada con le unghie e coi denti fino alla riva e poi si tirò in piedi, come una specie di vita animale abitante dei mari, ansiosa di sbarazzarsi


dell'intera faccenda dell'evoluzione in un colpo solo. Nobby era già lì, steso come una ranocchia, e perdeva acqua. «È lei, Nobby?» domandò ansioso il sergente Colon. «Sono io, sergente». «Ne sono felice, Nobby» esclamò Colon con ardore. «Vorrei non essere io, sergente». Colon scolò l'acqua dall'elmetto e fece una pausa. «E il giovane Carota?» domandò. Nobby si puntellò sui gomiti, mezzo stordito. «Non so» disse. «Un momento eravamo sul tetto e il momento dopo stavamo saltando giù». Guardarono entrambi le acque piene di cenere del bacino. «Immagino» osservò lentamente Colon, «che sapesse nuotare». «Non so. Non lo ha mai detto. Non c'è un gran che dove nuotare su nelle montagne, se ci si pensa bene» puntualizzò Nobby. «Ma forse c'erano limpidi stagni azzurri e profondi ruscelli di montagna» suggerì il sergente speranzoso. «E ghiacciati laghetti montani in vallate nascoste e roba del genere. Per non parlare dei laghi sotterranei. Deve avere imparato per forza. Avrà fatto dentro e fuori dall'acqua tutto il giorno, secondo me». Fissarono la untuosa superficie grigia. «Probabilmente è stata colpa della Protezione» disse Nobby. «Magari si è riempita d'acqua e lo ha trascinato giù». Colon annuì con espressione cupa. «Le terrò l'elmetto» offrì Nobby dopo un po'. «Ma io sono un suo superiore!» «Già» commentò Nobby in tono sensato, «ma se lei rimane bloccato laggiù, vorrà che il suo uomo migliore si trovi qui fuori pronto a salvarla, no?» «Questo... è ragionevole» ammise alla fine Colon. «È una motivazione valida». «Bene, allora». «Il problema è, però...» «Che cosa?» «... che non so nuotare» disse Colon. «Ma allora come ha fatto a uscire da lì?» Colon alzò le spalle. «Sono un galleggiante naturale». I loro sguardi, ancora una volta, si rivolsero verso l'oscurità del bacino.


Colon fissò quindi Nobby. Nobby allora, molto lentamente, cominciò a slacciarsi l'elmetto. «Non c'è più nessuno lì dentro, vero?» domandò Carota alle loro spalle. I due si voltarono. Il ragazzo si stava togliendo del fango da un orecchio. Alle sue spalle i resti della distilleria bruciavano ancora. «Ho pensato di tirarmi fuori al più presto per vedere cosa stava accadendo» disse allegramente, indicando un cancello che conduceva fuori da Pseudopolis Yard. Era appeso a un solo cardine. «Oh» commentò Nobby con un filo di voce. «Ottima idea». «C'è un vicolo là fuori» disse Carota. «Non ci sono draghi, vero?» domandò Colon sospettoso. «Nessun drago, nessun umano. Non c'è nessuno in giro» ripeté Carota con impazienza. Brandì la spada. «Andiamo!» esclamò. «Dove?» domandò Nobby. Aveva recuperato un mozzicone bagnato da dietro l'orecchio e lo stava guardando con un'espressione di profondo dolore. Era ovviamente troppo rovinato. Cercò di accenderlo comunque. «Vogliamo combattere il drago, no?» disse Carota. Colon si mosse, a disagio. «Sì, ma non potremmo prima andare a casa per cambiarci i vestiti?» «E berci qualcosa di caldo?» propose Nobby. «E mangiare qualcosa» aggiunse Colon. «Un bel piatto di...» «Dovreste vergognarvi di voi stessi» esclamò Carota. «C'è una donna in pericolo e un drago da combattere e tutto quello a cui riuscite a pensare sono cibo e bevande!» «Oh, ma io non sto pensando solo a cibo e bevande» disse Colon. «Noi potremmo essere tutto ciò che si frappone fra la città e la distruzione totale!» «Sì, ma...» cominciò a dire Nobby. Carota brandì ancora la spada e l'agitò sopra la testa. «Il capitano Vimes sarebbe andato!» disse. «Tutti per uno!» Li guardò con espressione truce e corse fuori. Colon lanciò a Nobby un'occhiata piena di imbarazzo. «I giovani d'oggi» commentò. «Tutti per uno di cosa?» domandò Nobby. Il sergente sospirò. «Andiamo, allora». «Oh, d'accordo». Barcollarono fino al vicolo. Era deserto. «Dove sarà andato?» domandò Nobby.


Carota uscì fuori dalle ombre, con un sorriso smagliante. «Sapevo di potere contare su di voi» esclamò. «Seguitemi!» «C'è qualcosa di strano in quel ragazzo» disse Colon, mentre i due zoppicavano dietro di lui. «Riesce sempre a persuaderci a seguirlo, hai notato?» «Tutti per uno di cosa?» domandò ancora Nobby. «Penso che sia qualcosa nella sua voce». «Sì, ma tutti per uno di cosa?» Il Patrizio sospirò e, segnando con cura il punto in cui era arrivato a leggere, appoggiò il libro da una parte. A giudicare dal rumore sembrava che fuori ci fosse un bel po' di eccitazione. Era altamente improbabile che ci fossero in giro guardie del palazzo, e andava benissimo così. Le guardie erano uomini bene addestrati e sarebbe stato un peccato sprecarli. Avrebbe avuto bisogno di loro in seguito. Si portò presso la parete e premette un mattoncino che aveva lo stesso aspetto di tutti quelli che aveva attorno. Nessun altro mattoncino, però, avrebbe fatto ruotare pesantemente una sezione del muro in pietra. C'era un assortimento di materiale ben selezionato, lì dentro: razioni di cibo, vestiti di ricambio, svariati piccoli bauli di metalli preziosi, gioielli e attrezzi. C'era anche una chiave. Mai costruire una prigione da cui non potere uscire. Il Patrizio prese la chiave e si avvicinò alla porta. Mentre lo scontro della serratura scivolava indietro negli incavi bene oliati, egli si chiese ancora una volta se non avrebbe dovuto parlare a Vimes della chiave. Quell'uomo sembrava trarre una così grande soddisfazione dall'evadere! Sarebbe probabilmente stato un vero colpo per lui avere saputo della chiave. Avrebbe, quanto meno, rovinato la sua visione del mondo. Il Patrizio aveva bisogno di Vimes e della sua visione del mondo. Lord Vetinari aprì la porta e, silenziosamente, si avviò in mezzo alle rovine del proprio palazzo. Esse tremarono quando, per la seconda volta in un paio di minuti, la città venne scossa. Le gabbie dei draghi esplosero. Le finestre saltarono. La porta abbandonò la parete davanti a una immensa nuvola di fumo nero e veleggiò in aria, ruotando lentamente, per andarsi a conficcare poi nei rododendri. In quell'edificio stava avvenendo qualcosa di molto energetico e incan-


descente. Uscì fuori altro fumo, denso, untuoso e quasi solido. Una delle pareti si ripiegò su se stessa e poi un'altra crollò in modo indolente sul prato. I draghi di palude schizzarono fuori dalle macerie con determinazione, come tappi di champagne, sbattendo freneticamente le ali. Il fumo continuava ad ammassarsi. C'era però qualcosa dentro, un punto di fiera luce bianca che si stava alzando delicatamente. Scomparve dalla vista mentre passava per una finestra abbattuta e poi, con un pezzo di tegola che vorticava ancora sopra la sua testa, Errol decollò, al di sopra del fumo da lui stesso provocato, nei cieli di Ankh-Morpork. La luce del sole scintillava sulle sue scaglie argentate mentre lui si librava in aria a circa trenta metri dal suolo, ruotando lentamente, restando bene in equilibrio sulla propria fiammata... Vimes, aspettandosi la morte nella piazza, si rese conto di avere la bocca spalancata. La richiuse. Non c'era assolutamente alcun altro rumore in città al momento, eccetto quello dell'ascesa di Errol. Sono capaci di riorganizzare il loro sistema idraulico, disse Vimes a se stesso sconcertato. Per adeguarsi alle circostanze. Lui l'ha fatto funzionare al contrario. Ma i suoi cosi, i suoi geni... dovevano comunque già essere parzialmente predisposti. Non c'è da meravigliarsi che quel poveretto avesse ali così tozze. Il suo corpo doveva sapere che non ne avrebbe avuto bisogno se non per manovrare. Santo cielo. Sto guardando il primo drago in assoluto che produce fiamme dietro. Arrischiò di lanciare un'occhiata appena sopra di sé. Il grande drago si era immobilizzato, i suoi enormi occhi iniettati di sangue si stavano concentrando sulla creaturina. Con uno sfidante ruggito di fiamma e picchiando l'aria, il re di AnkhMorpork si alzò in volo, ogni pensiero riguardante gli esseri umani dimenticato. Vimes si rivolse un po' bruscamente a Lady Ramkin. «Come combattono?» domandò con apprensione. «Come combattono i draghi?» «Io... cioè, be', si danno botte con le ali e si lanciano fiamme» rispose. «Quanto meno i draghi di palude. Voglio dire, chi ha mai visto combattere un nobile drago?» Cercò tastando nella camicia da notte. «Devo prendere degli appunti, ho qui da qualche parte il mio taccuino...»


«Nella camicia da notte?» «È impressionante quante idee vengano a letto, l'ho sempre sostenuto». Le fiamme crepitarono nello spazio in cui si era trovato Errol, ma lui non c'era più. Il re cercò di ruotare a mezz'aria. Il piccolo drago girò in una dinamica serie di anelli di fumo, intessendo un reticolo nel cielo con l'immenso avversario che vi vorticava impotente al centro. Altre fiamme, più lunghe e più calde, cercarono di trafiggerlo ma lo mancarono. La folla assisteva in un silenzio mozzafiato. «Salve capitano» disse una voce accattivante. Vimes abbassò lo sguardo. Una piccola pozza stagnante travestita da Nobby gli sorrise in modo mite. «Pensavo foste morti!» esclamò il capitano. «Non lo siamo» rispose Nobby. «Oh, bene». Non sembrava esserci molto altro da dire. «Che ne pensa del combattimento?» Vimes riprese a guardare. Scie di fumo spiraleggiavano attraverso tutta la città. «Temo che non funzionerà» disse Lady Ramkin. «Oh, salve, Nobby». «Buon pomeriggio, milady» rispose Nobby, toccandosi quella che riteneva essere la sua fronte. «Che vuole dire con, "non funzionerà"?» domandò Vimes. «Guardi come va! Non lo ha ancora colpito!» «Sì, ma la fiamma di Errol ha già toccato il drago parecchie volte. Non sembra avere sortito un grande effetto. Non è calda abbastanza, penso. Oh, schiva molto bene. Ma deve avere fortuna ogni volta. Il drago, invece, ha bisogno di avere fortuna una volta sola». Il significato della frase venne recepito. «Vuole dire» disse Vimes» che questo è solo... solo spettacolo? Lo sta facendo solo per impressionare?» «Non è colpa sua» osservò Colon, materializzandosi alle loro spalle. «È come nei cani, no? Al povero piccoletto non balza nemmeno l'idea di avere a che fare con uno grosso. È solo pronto per una zuffa». Entrambi i draghi sembrarono comprendere che la lotta era arrivata al famoso stallo Klatchiano. Con un altro anello di fumo e una spira di fiamma bianca, i due si separarono e si ritirarono di qualche centinaio di metri. Il re si librò in aria, sbattendo velocemente le ali. Altitudine. Ecco cosa serviva. Quando un drago combatteva contro un altro drago l'altitudine era sempre determinante...


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