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A Me Le Guardie! - italian traduction of "Guards! Guards!" by Terry Pratchett

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Published by simonrmoon, 2024-01-18 14:13:47

A Me Le Guardie!

A Me Le Guardie! - italian traduction of "Guards! Guards!" by Terry Pratchett

Errol si teneva in equilibrio sulla propria fiamma. Sembrava stare riflettendo. Quindi, con disinvoltura, scalciò con le zampe posteriori, come se volare usando i gas del proprio stomaco fosse una capacità che i draghi padroneggiavano da milioni di anni; poi partì al di là delle mura cittadine e sparì. Lo seguì un gemito che proveniva da diecimila gole. Vimes alzò in aria le mani. «Non si preoccupi, capo» disse in fretta Nobby. «Lui... probabilmente è andato a farsi un goccetto. O qualcosa del genere. Forse è la fine del primo round. Più o meno». «Voglio dire, si è mangiato il nostro bollitore e tutto il resto» osservò Colon incerto. «Non può essere scappato via dopo che è riuscito a mangiare un bollitore. È una questione di buonsenso. Chiunque sia in grado di mangiarsi un bollitore non scapperebbe via davanti a niente». «E il mio lucido per corazze» aggiunse Carota. «La lattina mi è costata quasi un intero dollaro». «Ecco» ribadì Colon, «Allora è come dico io». «Ascoltate» disse Vimes con il massimo della pazienza che riuscì a mostrare. «È un simpatico draghetto, a me piaceva quanto a voi, un tipetto davvero carino, ma ha fatto la cosa più sensata. Per l'amore del cielo, non si farà bruciare vivo soltanto per salvare noi. La vita non funziona così. Dovete accettare questo dato di fatto». Sopra le loro teste, il grande drago si pavoneggiò nell'aria e incendiò una torre nelle vicinanze. Aveva vinto. «Non ho mai visto una cosa simile prima d'ora» disse Lady Ramkin. «I draghi di solito lottano fino alla morte». «Finalmente ne è stato prodotto uno che ha del comprendonio» commentò Vimes seccato. «Siamo onesti: le probabilità che un drago della dimensione di Errol possa sconfiggere un essere così grande sono una su un milione». Seguì uno di quei silenzi che si ottengono dopo che è stata pronunciata una affermazione brillante e il mondo si mette in pausa. Gli uomini della Guardia si scambiarono un'occhiata. «Una su un milione?» domandò Carota con nonchalance. «Decisamente» disse Vimes. «Una su un milione». Altro scambio di occhiate. «Una su un milione» ripeté Colon. «Una su un milione» confermò Nobby.


«Esatto» disse Carota. «Una su un milione». Seguì un altro silenzio vibrante. Gli uomini della Guardia si stavano chiedendo chi sarebbe stato il primo a dirlo. Il sergente Colon trasse un profondo respiro. «Ma potrebbe funzionare» disse. «Di che state parlando?» sbottò Vimes. «Non c'è...» Nobby gli dette una gomitatina nelle costole e indicò in direzione delle colline. C'era effettivamente una colonna di fumo nero laggiù. Vimes aguzzò la vista. Davanti al fumo, accelerando sopra i campi di cavoli e in veloce avvicinamento, c'era una pallottola argentata. Anche il grande drago lo aveva visto. Emise una fiammata di sfida e salì ulteriormente di altitudine, schiacciando l'aria con le immense ali. Adesso era visibile anche la fiamma di Errol, così incandescente da apparire azzurrina. Il paesaggio gli scorreva sotto a una velocità impossibile e lui stava ancora accelerando. Davanti al draghetto il re estese gli artigli. Stava quasi sogghignando. Errol lo colpirà, pensò Vimes. Che il cielo ci aiuti tutti, diventerà una palla di fuoco. Nei campi stava accadendo qualcosa di strano. Appena dietro Errol, il terreno sembrava rivoltarsi da solo, facendo saltare in aria cespi di cavoli. Una siepe di confine eruppe in una pioggia di segatura... Errol passò silenziosamente sopra le mura cittadine, a naso in alto, con le ali ripiegate in piccoli alettoni, il suo corpo affinato a un mero cono con una fiamma all'estremità. Il suo avversario lanciò una lingua di fuoco; Vimes osservò Errol che, con uno spostamento appena percettibile di una tozza aluccia, deviò abilmente la sua traiettoria. Quindi sparì, accelerando in direzione del mare nello stesso misterioso e strano silenzio. «L'ha mancato...» cominciò a dire Nobby. L'aria si lacerò. Un infinito fragoroso tuono si trascinò per la città, spaccando tegole, abbattendo camini. Lì a mezz'aria, il re venne investito, appiattito e fatto ruotare come un trottola dall'onda sonora. Vimes, con le mani sulle orecchie, vide la creatura fiammeggiare disperatamente mentre si ribaltava e diveniva il centro di una spirale di fuoco impazzito. La magia gli crepitò sulle ali. Il grande drago gridò come una sirena antinebbia di emergenza. Quindi, scuotendo intontito il capo, cominciò a planare giù in un ampio cerchio. Vimes gemette. Era sopravvissuto a qualcosa che aveva fatto a pezzi i muri. Che cosa bisognava fare per batterlo?


Non lo si può combattere, pensò. Non lo si può bruciare, non lo si può schiacciare. Non c'è nulla che si possa fare. Il drago atterrò. Non fu un atterraggio perfetto. Un atterraggio perfetto non avrebbe demolito una fila di casette. Fu lento e sembrò andare avanti per lungo tempo, sventrando un bel tratto della città. Con le ali che sbattevano a vuoto e il collo che ondeggiava diffondendo fiamme a caso, avanzò a fatica attraverso le macerie di travi e tetti di paglia. Lungo quella scia di distruzione scoppiarono parecchi incendi. Alla fine si fermò in fondo al solco, quasi invisibile sotto un cumulo di ex-architettura. Il silenzio che lasciò fu rotto solo dalle grida di qualcuno che cercava di organizzare l'ennesima catena umana con i secchi, dal fiume fino ai nuovi roghi. A quel punto la popolazione cominciò a muoversi. Dall'alto, Ankh-Morpork doveva assomigliare a un formicaio smosso, con flussi di figure scure che correvano verso il relitto del drago. La maggior parte delle persone aveva un qualche tipo di arma. Molti avevano lance. Alcuni avevano spade. Tutti avevano uno scopo in mente. «Sapete che vi dico?» disse Vimes a voce alta. «Questo sarà il primo drago ucciso democraticamente. Un uomo, una coltellata». «Allora lei li deve fermare. Non può permettere loro di ucciderlo!» esclamò Lady Ramkin. Vimes la guardò sbalordito. «Come scusi?» domandò. «È ferito!» «Signora mia, era questo lo scopo, no? E poi è soltanto intontito» precisò Vimes. «Voglio dire, non può permettere che venga ucciso così» ripeté Lady Ramkin insistendo. «Poverino!» «Che cosa intende fare, allora?» domandò imperioso Vimes, perdendo lentamente la pazienza. «Dargli una dose ricostituente di olio di pesce e una bella cestina comoda da mettere davanti alla stufa?» «È un massacro!» «A me sta bene!» «Ma è un drago! Ha fatto solo ciò che fa un drago! Non sarebbe mai venuto qui se la gente lo avesse lasciato in pace!»


Vimes pensò: stava per mangiarsela e riesce ancora a pensarla in questo modo. Egli esitò. Forse questo le dava davvero il diritto di avere una opinione. Il sergente Colon si avvicinò timidamente mentre i due si fissavano con espressione truce e si mise a salterellare disperatamente da un piede all'altro. «Dovrebbe venire subito, capitano» disse. «Ci sarà un maledetto massacro!» Vimes agitò una mano in segno di disinteresse. «Per quello che mi riguarda» bofonchiò evitando l'occhiata inceneritrice di Sybil Ramkin, «se lo è meritato». «Non si tratta di quello» disse Colon. «È Carota. Ha arrestato il drago». Vimes restò interdetto. «Che vuoi dire con arrestato?» chiese. «Non vorrai dire quello che penso tu voglia dire, vero?» «Potrebbe essere, signore» rispose Colon incerto. «Potrebbe essere. Si è fiondato sul cumulo di detriti come una scheggia, signore, lo ha afferrato per un'ala e gli ha detto: "Ti ho pizzicato, amico mio", signore. Non ci potevo credere, signore. Signore, il fatto è...» «Cosa?» Il sergente balzò da un piede all'altro. «Sa che è stato proprio lei a dire che i prigionieri non devono essere picchiati, signore...» Era una trave da tetto bella grossa e pesante, e falciava l'aria piuttosto lentamente; ma, quando colpiva, le persone rotolavano indietro e restavano a terra. «Adesso ascoltate» disse Carota, fermandola e tirando indietro l'elmetto, «non voglio doverlo ripetere più a nessuno, capito?» Vimes si fece strada a spallate attraverso la fitta folla, fissando la figura corpulenta in cima al cumulo di detriti e drago. Carota si voltò lentamente, tenendo la trave del tetto come un bastone. Il suo sguardo sembrava il raggio di un faro. Dove ricadeva, la folla abbassava le armi e assumeva un'espressione mortificata e imbarazzata. «Vi devo ammonire» proseguì Carota, «che intralciare un ufficiale nello svolgimento delle sue mansioni è un crimine grave. Inoltre mi abbatterò come una tonnellata di mattoni sulla prossima persona che lancerà un sasso». Un sasso gli rimbalzò proprio sull'elmetto, da dietro. Ci fu una bordata


di parole di derisione. «Lascialo a noi!» «È giusto!» «Non vogliamo che le guardie ci comandano a bacchetta!» «Quis custodiet crema?» «Già? Giusto!» Vimes attirò verso di sé il sergente. «Vada a prendere della corda. Un sacco di corda. Più grossa possibile. Immagino che potremmo... oh, legargli insieme le ali, forse, e legargli anche il muso in modo che non possa emettere fiamme». Colon lo guardò perplesso. «Ma sta parlando sul serio, signore? Lo arresteremo davvero?» «Vada!» È già stato arrestato, pensò Vimes mentre continuava ad avanzare. Personalmente avrei preferito che sprofondasse in mare, ma è stato arrestato e adesso dobbiamo occuparci della faccenda oppure lasciarlo andare. Sentì i propri sentimenti rispetto a quel maledetto essere evaporare davanti alla folla. Ma che cosa gli si poteva fare? Concedergli un giusto processo, pensò, e poi condannarlo a morte. Non ucciderlo. Quello era ciò che facevano gli eroi nella giungla. Non si poteva pensare in quel modo nelle città. O meglio, si poteva, ma se lo si fosse fatto si sarebbe anche potuto decidere di radere al suolo tutto e ricominciare da capo. Si doveva... agire secondo le regole. Proprio così. Abbiamo già provato ogni altra via. Adesso potremmo anche provare ad agire secondo le regole. Comunque, aggiunse mentalmente, lì sopra c'è una guardia cittadina. Dobbiamo restare uniti. Nessun altro avrà nulla a che fare con noi. Un grosso figuro davanti a lui tirò indietro una mano che teneva mezzo mattone. «Lancia quel mattone e sei un uomo morto» disse Vimes e poi si abbassò repentinamente e si buttò in mezzo alla calca mentre il potenziale lanciatore si guardava attorno, sconcertato. Carota sollevò parzialmente la clava in un gesto minaccioso mentre Vimes risaliva il cumulo di macerie. «Oh, salve capitano Vimes» disse, abbassandola subito, «devo riportare di avere arrestato questo...» «Sì, ho visto» commentò Vimes. «Hai qualche suggerimento su come procedere adesso?»


«Oh, certo, signore. Adesso gli devo leggere i suoi diritti, signore» rispose Carota. «Intendevo dire a parte quello». «Non esattamente, signore». Vimes guardò le parti del drago ancora visibili sotto i detriti. Come si poteva ucciderlo? Sarebbe occorsa un'intera giornata di lavoro. Un sasso gli rimbalzò sul pettorale dell'armatura. «Chi è stato?» La voce sferzò come una frusta. La folla si zittì. Sybil Ramkin arrancò sul cumulo, con occhi di fuoco, e lanciò un'occhiata furiosa alla folla. «Ho detto:» ripeté «chi è stato? Se la persona che lo ha fatto non confessa subito diventerò estremamente furiosa! Vergognatevi tutti quanti!» Aveva la loro completa attenzione. Parecchie delle persone che avevano in mano sassi e oggetti vari li lasciarono cadere piano piano a terra. La brezza faceva svolazzare i resti della camicia da notte mentre sua Signoria assumeva una nuova posizione da arringa. «Qui c'è il nostro intrepido capitano Vimes...» «Oddio» sospirò Vimes con un filo di voce e si abbassò l'elmetto sugli occhi. «... con i suoi impavidi uomini, che si sono presi la briga di venire qui oggi per salvare la vostra...» Vimes afferrò Carota per un braccio e lo guidò dall'altra parte del cumulo. «Si sente bene, capitano?» disse l'appuntato. «È diventato tutto rosso». «Non mettertici anche tu» sbottò Vimes. «È già terribile dovere sopportare tutti gli ammiccamenti di Nobby e del sergente». Con suo immenso stupore, Carota gli dette una amichevole pacca sulla spalla. «So come vanno queste cose» disse in atteggiamento solidale. «Io avevo una ragazza a casa, si chiamava Minty, e suo padre...» «Per l'ultima volta, non c'è assolutamente niente fra...» cominciò a dire Vimes. Sentirono un gran baccano di fianco a loro. Una piccola valanga di intonaco e pezzi di tetti di paglia rotolò giù. Il cumulo si alzò e aprì un occhio. Una immensa pupilla nera che fluttuava in un bagliore iniettato di sangue cercò di focalizzarsi su di loro. «Dobbiamo essere impazziti» esclamò Vimes.


«Oh, no, signore» lo rassicurò Carota. «Ci sono moltissimi precedenti. Nel 1135 è stata arrestata una gallina per avere chiocciato il Giovedì della Torta dell'Anima. Durante il regime di Lord Psiconeurotico Schiantacassa venne condannata a morte una colonia di pipistrelli per ripetute violazioni del coprifuoco. È successo nel 1401. In Agosto, mi sembra. Quelli sì erano grandi giorni per la legge» esclamò Carota con espressione sognante. «Nel 1321, una piccola nuvola fu accusata di avere coperto il sole durante il momento culminante della cerimonia di investitura del Conte Hargath il Frenetico». «Spero che Colon si dia una mossa con...» Vimes si bloccò. Doveva assolutamente sapere. «Come?» domandò. «Ma che cosa si può fare a una nuvola?» «Il Conte l'ha condannata alla lapidazione» rispose Carota. «Pare che siano rimaste uccise trentuno persone». Tirò fuori il proprio taccuino e lanciò un'occhiata truce al drago. «Secondo lei, ci sente?» domandò. «Immagino di sì». «Molte bene, allora». Carota si schiarì la voce e si rivolse allo stordito rettile. «È mio dovere ammonirti che verrà preso in esame il tuo rinvio a giudizio per alcune o tutte le seguenti imputazioni: Uno (Uno) I, che lo scorso 18 di Grune, in un luogo denominato Via Tesorino, nelle Ombre, hai illegalmente prodotto una fiamma tale da provocare gravi danni fisici, in contravvenzione alla Clausola Sette della Legge del 1508 sui Procedimenti Industriali; E CHE, Uno (Uno) II, che lo scorso 18 di Grune, in un luogo denominato Via Tesorino nelle Ombre, hai provocato o fatto provocare la morte di sei persone ignote...» Vimes si chiese quanto tempo ancora le macerie avrebbero contenuto la creatura. Sarebbero state necessarie svariate settimane, se si fosse dovuto tenere conto della lunghezza dei capi di imputazione. La folla ammutolì. Perfino Sybil Ramkin era bloccata per lo stupore. «Che succede?» domandò Vimes. «Mai visto prima arrestare un drago?» «... Sedici (Tre) II, nella notte dello scorso 24 di Grune, hai incendiato o provocato l'incendio dell'immobile noto come Vecchio Posto di Guardia, ad Ankh-Morpork, stimato duecento dollari; E CHE Sedici (Tre) III, nella notte dello scorso 24 di Grune, quando fermato da un ufficiale della Guardia nello svolgimento delle sue mansioni...» «Penso che dovremmo affrettarci» sussurrò Vimes. «Si sta facendo im-


paziente. È proprio necessario leggere tutto?» «Be', credo che si possa riassumere» ammise Carota. «In circostanze eccezionali, secondo le Regole di Bregg per...» «Potrebbe sorprenderti, ma queste sono circostanze eccezionali, Carota» confermò Vimes. «E saranno esageratamente eccezionali se Colon non si sbrigherà con quella corda.» Altri detriti caddero giù mentre il drago cercava di alzarsi in piedi. Si sentì un tonfo quando si scrollò da una spalla una pesante trave. La folla cominciò a scappare via. Fu a questo punto che si ripresentò Errol, sopra i tetti, con una serie di esplosioni secondarie, lasciando una scia di anelli di fumo. Scendendo in picchiata, sorvolò a bassa quota la folla e fece cadere indietro la prima fila. Stava anche ululando come una sirena. Vimes afferrò Carota e si lanciò giù dal cumulo mentre il re cominciava a divincolarsi disperatamente per liberarsi. «È tornato per ucciderlo!» gridò. «Probabilmente gli è occorso tutto questo tempo solo per decelerare!» Adesso Errol si stava librando sopra il drago caduto, strillando in modo così acuto da poter fare esplodere le bottiglie. Il grande drago sollevò la testa provocando una cascata di polvere di cemento. Aprì la bocca ma, invece della lancia di fuoco che Vimes, teso, si aspettava, fece solo un rumore da gattino. Un gattino, a dire il vero, che gridasse in una tinozza di ferro in fondo a una caverna, ma pur sempre un gattino. Assi rotte caddero di lato quando l'immensa creatura si portò, vacillando, in piedi. Le grandi ali si aprirono, facendo piovere sulle strade circostanti polvere e calcinacci. Qualcuno rimbalzò sull'elmetto del sergente Colon, che stava tornando di corsa con quella che pareva una cordicella da bucato avvolta attorno al braccio. «Lo stai facendo alzare!» gridò Vimes. «Non devi farlo alzare, Errol! Non lasciarlo alzare!» Lady Ramkin corrugò la fronte. «C'è qualcosa di storto» osservò. «Di solito non combattono mai in questo modo. In genere il vincitore ammazza il perdente». «Giusto!» esclamò Nobby. «E la metà delle volte esplode comunque per l'eccitazione». «Ascoltami, sono io!» strillò Vimes mentre Errol continuava a volteggiare tranquillamente sulla scena. «Sono quello che ti ha comperato la pal-


lina imbottita! Quella che suonava! Non puoi farci questo!» «No, aspetti un secondo» disse Lady Ramkin appoggiandogli una mano su un braccio. «Comincio a intuire che abbiamo completamente frainteso la situazione...» Il grande drago balzò in aria e sbatté le ali con un tonfo che appiattì qualche altro edificio. L'immensa testa ruotò, gli occhi velati notarono Vimes. Sembrò passarvi una specie di pensiero. Errol virò nel cielo e si librò, protettivo, davanti al capitano, guardando in alto verso l'essere. Per un istante sembrò quasi che potesse essere trasformato in un carboncino di biscotto volante, ma poi il grande drago abbassò lo sguardo in modo leggermente imbarazzato e cominciò a salire. Ascese in una ampia spirale, acquistando velocità mentre si alzava. Errol lo seguì, orbitando attorno all'immenso corpo come un rimorchiatore attorno a una nave di linea. «È... è come se gli desse eccessiva attenzione» osservò Vimes. «L'arresto dei conti!» gridò Nobby con entusiasmo. «Resa, Nobby» precisò Colon. «Si dice resa». Vimes avvertì lo sguardo di Lady Ramkin sulla nuca. La guardò. Improvvisamente comprese. «Oh» disse. Lady Ramkin annuì. «Davvero?» domandò Vimes. «Sì» rispose lei. «Avrei dovuto pensarci prima. La fiamma era così calda, ovviamente. E poi sono sempre così più territoriali dei maschi». «Perché non combatte contro quel bastardo!» gridò Nobby ai draghi che rimpicciolivano. «Bastarda, Nobby» precisò pacatamente Vimes. «Non bastardo. Bastarda». «Perché non com... cosa?» «È un esemplare di genere femminile» spiegò Lady Ramkin. «Cosa?» «Vogliamo dire che se provasse col suo calcio preferito, Nobby, non funzionerebbe» disse Vimes. «È una bimba» tradusse Lady Ramkin. «Ma è maledettamente enorme!» esclamò Nobby. Vimes dette un colpetto di tosse, in tutta fretta. Gli occhietti da roditore di Nobby scivolarono di lato su Sybil Ramkin che arrossì come un tramonto.


«Una gran bella figura di drago, volevo dire» rettificò prontamente. «Ehm. Belle anche larghe per portare le uova» disse zelante il sergente Colon. «Statuesca» aggiunse entusiasta Nobby. «Chiudete il becco» esclamò Vimes. Si spazzolò via la polvere dai resti dell'uniforme, aggiustò la posizione del pettorale e si raddrizzò l'elmetto. Lo fece con una pacca decisa. Non finiva di certo lì, lo sapeva bene. Quello era solo stato l'inizio. «Uomini, con me. Venite, in fretta! Mentre tutti gli altri stanno ancora a guardare quei due» aggiunse. «Ma... e il re?» domandò Carota. «O regina? O che diavolo è adesso?» Vimes osservò le due figure che stavano rimpicciolendo sempre di più. «Non so davvero» disse. «Dipende da Errol, suppongo. Noi abbiamo altro di cui occuparci». Colon fece un saluto militare, lottando ancora per riprendere fiato. «Dove dobbiamo andare, signore?» riuscì a tirare fuori. «Al palazzo. Qualcuno di voi ha ancora una spada?» «Può usare la mia, capitano» offrì Carota e gliela consegnò. «Giusto» disse Vimes tranquillamente. Li guardò quindi con sguardo acceso. «Andiamo». Gli uomini seguirono Vimes in scia lungo le strade martoriate. Egli cominciò a camminare più in fretta. I suoi uomini cominciarono a trottare per stargli al passo. Vimes cominciò a trottare per restare davanti. I suoi uomini accelerarono al galoppo leggero. Poi, come se fosse stato impartito un comando senza parole, cominciarono a correre. E quindi a galoppare. La gente si scansava al loro avanzare rumoroso. Gli enormi sandali di Carota martellavano sui ciottoli. Gli speroni degli stivali di Nobby sollevavano scintille. Colon correva tranquillamente per essere un grassone, come fanno spesso gli uomini grassi, col volto incupito in uno cipiglio di concentrazione. Corsero con passo pesante lungo la Via degli Scaltri Artificieri, svoltarono nel Vicolo Dorsodiporco, emersero nella Via degli Dei Minori e rombarono verso il palazzo. Vimes riusciva a mala pena a rimanere in testa, con la mente svuotata di tutto, al momento, eccetto che della necessità di


correre e correre. Quasi di tutto. La sua testa risuonava e ronzava freneticamente delle menti di tutte le guardie cittadine di ogni luogo, di tutti i testoni che battevano il marciapiede del multiverso che avessero mai, seppure occasionalmente, cercato di fare ciò che era Giusto. In lontananza, davanti a loro, tre o quattro guardie di palazzo estrassero le spade, li guardarono meglio, ci ripensarono, sfrecciarono all'interno e cominciarono a chiudere le porte. Si serrarono con un forte clangore proprio mentre Vimes stava arrivando. Egli esitò, ansimando per riprendere fiato, e guardò le massicce porte. Quelle che il drago aveva incendiato erano state sostituite da altre ancora più impenetrabili. Lì dietro si sentiva il rumore di chiavistelli che venivano fatti scattare. Non c'era tempo per le mezze misure. Egli era il capitano, maledizione. Un ufficiale. Cose come queste non rappresentavano un problema per un ufficiale. Gli ufficiali avevano provato e testato un modo per risolvere problemi simili. Era necessario un sergente. «Sergente Colon!» schioccò, con la mente che gli ronzava ancora di universale poliziotteria. «Faccia saltare la serratura!» Il sergente esitò. «Cosa, signore? Con arco e frecce, signore?» «Volevo dire...» Vimes esitò. «Voglio dire, apra le porte!» «Signore!» Colon fece un saluto militare. Guardò per un istante le porte con espressione truce. «Giusto!» latrò. «Appuntato Carota, un passo avanti, fermo! Appuntato Carota, quando vuoi! Apri le porte!» «Sissignore!» Carota avanzò, fece un saluto militare, chiuse una enorme mano in un pugno e bussò delicatamente sull'anta. «Aprite» disse, «in nome della Legge!» Si sentirono dei sussurri dall'altra parte e alla fine uno sportellino a metà dell'anta si aprì di uno spiraglio e una voce domandò: «Perché?» «Perché se non lo farete, sarà Intralcio a un Ufficiale della Guardia nello Svolgimento delle sue Mansioni, reato punibile con una multa di non meno di trenta dollari, o con un mese di prigione; oppure con la custodia cautelare per l'interrogatorio e una mezz'ora con un attizzatoio incandescente» rispose Carota. Si udirono altri sussurri soffocati, il rumore di chiavistelli che si ritiravano, e le porte si aprirono per metà. Non si vedeva nessuno dall'alta parte.


Vimes si portò un dito sulle labbra. Egli fece un cenno a Carota perché si muovesse verso un'anta e trascinò Nobby e Colon dietro l'altra. «Spingere» sussurrò. Essi spinsero, con vigore. Si sentì un'improvvisa eruzione di doloranti maledizioni da dietro le ante. «Correre!» gridò Colon. «No!» gridò Vimes. Girò attorno alla porta. Quattro guardie di palazzo mezzo acciaccate lo fissarono con espressione truce. «No» disse. «Basta correre. Voglio che arrestiate questi uomini». «Non oserete» disse uno degli uomini. Vimes lo guardò storto. «Clarence, vero?» disse. «Con la "c". Bene, Clarence con la "c", guarda bene il labiale. Ti puoi trovare in testa una accusa di Concorso e Favoreggiamento o...» si chinò verso di lui e lanciò una significativa occhiata a Carota, «... oppure un'ascia». «Concialo per bene questo sacco di pulci!» aggiunse Nobby, salterellando da un piede all'altro con maligna eccitazione. Gli occhietti da maiale di Clarence fissarono con espressione cupa l'incombente massiccio rappresentato da Carota e poi il volto di Vimes. Non vi scorse alcuna pietà. Sembrò raggiungere quindi una riluttante decisione. «Molto bene» disse Vimes. «Li chiuda dentro il Posto di Guardia, sergente». Colon tirò fuori l'arco e si inquartò nelle spalle. «Lo avete sentito» gracchiò, «un solo movimento falso e siete... siete...» Si lanciò in un disperato tentativo: «Siete Economia Domestica!» «Già! Sbattili in galera!» gridò Nobby. Se la pazienza aveva un limite, quella di Nobby si trovava sull'orlo di un baratro. «Stronzi!» ridacchiò alle loro spalle mentre quelli si ritiravano. «Concorso e Favoreggiamento a che cosa, capitano?» domandò Carota mentre le guardie disarmate si allontanavano. «Bisogna concorrere e favoreggiare qualcosa». «Penso che in questo caso si tratti di favoreggiamento generalizzato» replicò Vimes. «Favoreggiamento recidivo e irresponsabile». «Già» commentò Nobby. «Non sopporto i favoreggianti, puzzoni!» Colon consegnò al capitano Vimes la chiave del Posto di Guardia. «Non è un luogo molto sicuro, capitano» disse. «Alla fine riusciranno a venirne fuori». «Lo spero proprio» commentò Vimes, «perché alla prima fogna che incontriamo lei butterà via la chiave. Ci siamo tutti? Bene. Seguitemi».


Lupin Wonse sgattaiolava lungo i corridoi distrutti del palazzo tenendo sotto un braccio L'evocazione del Drago e la scintillante spada reale in mano con incertezza. Si fermò, ansimando, sotto l'arco di una porta. Non c'era più molto, nella sua mente, in uno stato di sanità tale da consentirgli di organizzare pensieri sensati, ma la piccola zona che era ancora attiva continuava a insistere sul fatto che non era possibile vedere o sentire ciò che aveva veduto e sentito. Qualcuno lo stava seguendo. E questo qualcuno era Lord Vetinari. Ora, egli sapeva che quell'uomo era stato rinchiuso in un posto sicuro. La serratura era assolutamente impossibile da scardinare. Ricordava che il Patrizio aveva insistito moltissimo, quando l'aveva fatta installare, sul fatto che fosse una serratura impossibile da scardinare. Ci fu un movimento fra le ombre, in fondo al corridoio. Wonse bofonchiò fra sé, armeggiò con la maniglia della porta che aveva di fianco, balzò dentro, chiuse la porta e ci si appoggiò contro, ansimando per riprendere fiato. Aprì gli occhi. Si trovava nella vecchia sala per le udienze private. Il Patrizio era seduto al suo vecchio posto, con le gambe accavallate, e lo osservava con moderato interesse. «Oh, Wonse» disse. Wonse sobbalzò, annaspò con la maniglia della porta, si lanciò nel corridoio e corse finché non ebbe raggiunto la scalinata principale, che adesso si ergeva fra le rovine della struttura centrale come un derelitto cavatappi. Scale... altezza... terreno rialzato... difesa. Si inerpicò su per gli scalini a tre alla volta. Tutto quello di cui aveva bisogno era qualche minuto di pace. Poi l'avrebbe fatta vedere a tutti. I piani superiori erano ancora più carichi di ombre. Quello che mancava loro era la forza strutturale. I pilastri e le pareti erano stati strappati via dal drago per costruirsi la sua caverna. Le stanze erano desolatamente aperte sul margine dell'abisso. Frammenti penzolanti di parati e tappeti si agitavano al vento che entrava dalle finestre spaccate. Il pavimento oscillava e ondeggiava come un trampolino mentre Wonse vi correva sopra. Si affrettò verso la porta più vicina. «È stato sorprendentemente veloce» disse il Patrizio. Wonse chiuse la porta, sbattendogliela in faccia, e di nuovo corse via,


strillando, lungo un altro corridoio. Ebbe un breve momento di lucidità. Si fermò presso una statua. Non c'era rumore, nessun passo che corresse, nessun fruscio di porte segrete. Lanciò alla statua un'occhiata sospettosa e la punzecchiò con la spada. Quando quella non si mosse, egli aprì la porta più vicina e se la chiuse alle spalle, trovò una sedia e ne incastrò lo schienale sotto la maniglia. Quella era una delle stanze ufficiali del piano superiore, ora denudata della maggior parte dei mobili e mancante della quarta parete. Al suo posto c'era solo l'abisso della caverna. Il Patrizio uscì dalle ombre. «Adesso l'ha davvero chiuso fuori» disse. Wonse ruotò su se stesso, con la spada alzata. «Ma lei non esiste davvero» esclamò. «È... un fantasma o qualcosa del genere». «Temo di no» ribatté il Patrizio. «Non mi può fermare! Ho ancora degli oggetti magici, ho il libro!» Wonse estrasse un sacchetto di cuoio marrone dalla tasca. «Ne porterò qui un altro! Vedrà!» «Le consiglio vivamente di non farlo» suggerì pacatamente Lord Vetinari. «Oh, lei pensa di essere così astuto, così certo di controllare la situazione, così scaltro solo perché io ho una spada e lei no! Be', ho ben più di quella, se non lo sapesse» esclamò Wonse trionfante. «Sì! Ho le guardie di palazzo dalla mia parte! Seguono me, non lei! Lei non piace a nessuno, sa? Non è mai piaciuto a nessuno». Sventolò la spada in modo tale che la sua punta aguzza si trovò a trenta centimetri dal sottile petto del Patrizio. «E così adesso se ne ritorna in cella» disse. «E questa volta mi assicurerò che ci rimanga. A me le guardie!» Si sentì lo sbatacchiare di passi all'esterno. La porta si scosse, la sedia tremò. Ci fu un momento di silenzio e poi porta e sedia eruppero in schegge. «Portatelo via!» gridò Wonse. «Prendete altri scorpioni! Mettetelo... ma voi non siete....» «Giù quella spada» disse Vimes mentre alle sue spalle Carota si toglieva pezzetti di porta dal pugno. «Già» ripeté Nobby, guardando da dietro il capitano. «Contro il muro e... tienle aperte, puzzone!»


«Ehm? Che cosa dovrebbe aprire?» sussurrò ansioso il sergente Colon. Nobby scrollò le spalle. «Non so» rispose. «Qualsiasi cosa, immagino. E più sicuro». Wonse guardò incredulo gli uomini della Guardia. «Oh, Vimes» disse il Patrizio. «Lei...» «Chiuda il becco» replicò Vimes con calma. «Appuntato Carota?» «Signore!» «Legga al prigioniero i suoi diritti». «Sì, signore». Carota tirò fuori il proprio taccuino, si leccò un pollice, sfogliò le pagine. «Lupin Wonse» disse, «alias Lupin Scarabocchio Seg. pp» «Cosa?» chiese Wonse. «... attualmente domiciliato presso il domicilio noto come Il Palazzo di Ankh-Morpork, è mio dovere informarla che è stato arrestato e verrà incriminato per...» Carota lanciò a Vimes un'occhiata depressa, «... un gran numero di reati di omicidio tramite un corpo non contundente, precisamente un drago, e molti altri reati di favoreggiamento generalizzato, da accertare specificatamente in seguito. Ha il diritto di rimanere in silenzio. Ha il diritto di non essere gettato sommariamente in una vasca di piranha. Ha il diritto di avere un processo e di essere incarcerato. Ha il...» «Questa è pura follia» osservò il Patrizio calmo. «Mi sembrava di averle detto di chiudere il becco!» sbottò Vimes, girandosi di scatto e agitando un dito sotto il naso del Patrizio. «Mi dica, sergente» sussurrò Nobby. «Pensa che ci troveremo bene nella fossa con gli scorpioni?» «... dire niente, ma tutto quello che dirà verrà trascritto ehm, qui, nel mio taccuino e, ehm, potrà essere usato come prova...» La voce di Carota si spense nel silenzio. «Be', se questa pantomima le provoca del piacere, Vimes» disse alla fine il Patrizio, «lo porti giù alle celle. Mi occuperò di lui domani mattina». Wonse non dette alcun preavviso. Non ci furono grida o pianti. Si lanciò semplicemente addosso al Patrizio con la spada in resta. Nella mente di Vimes balenarono alcune opzioni. Al primo posto ci fu l'idea che tenersi in disparte fosse un ottimo piano, lasciare agire Wonse, disarmarlo in seguito, fare sì che la città si ripulisse un po'. Sì. Un buon piano. Fu di conseguenza per lui un totale mistero il perché scelse di balzare in avanti, sollevando la spada di Carota in un tentativo mal congegnato di


bloccare il suo colpo... Forse c'entrava con il fare le cose secondo le regole. Si udì un clangore di lame che si incrociano. Non particolarmente forte. Egli percepì qualcosa di scintillante e argentato partire dall'elsa di Wonse, ronzargli oltre l'orecchio e colpire la parete. Wonse restò a bocca aperta. Fece cadere il moncone di spada che gli era rimasto in mano e indietreggiò, stringendo forte L'evocazione del Drago. «Vi pentirete» sibilò. «Vi pentirete amaramente tutti!» Cominciò a bofonchiare fra sé. Vimes si sentì tremare. Sapeva che cosa gli era fischiato accanto alla testa e il solo pensiero gli faceva sudare le mani. Era giunto al palazzo pronto a uccidere e c'era stato quel minuto, quel singolo minuto, in cui per una volta il mondo era sembrato funzionare in modo corretto, lui lo aveva gestito e adesso, adesso tutto quello che voleva era farsi un goccetto. Un bel sonno di una settimana. «Oh, basta!» esclamò. «Ha intenzione di seguirci senza fare storie?» Il borbottio continuò. L'aria cominciò a farsi calda e secca. Vimes alzò le spalle. «Va bene, allora» disse Vimes e si voltò. «Colpiscilo con quello che c'è nel tuo libro, Carota.» «Va bene, signore.» Vimes ricordò troppo tardi che i nani avevano qualche problema con le metafore. Avevano anche un'ottima mira. Le Leggi E Ordinanze Delle Città Di Ankh E Morpork colpirono il segretario sulla fronte. Egli strizzò gli occhi, barcollò e indietreggiò. Fu il passo più lungo che mai intraprese. Tanto per cominciare durò il resto della sua vita. Dopo svariati secondi lo sentirono abbattersi al suolo, cinque piani sotto. Dopo svariati altri secondi i loro volti apparvero al margine del pavimento semidistrutto. «Che modo di andarsene» disse il sergente Colon. «È vero» commentò Nobby, allungando una mano verso l'orecchio per prendere un mozzicone. «Ucciso da un comecavolosichiama. Una metafora». «Non so» replicò Nobby. «A me è sembrata colpa del pavimento. Ha da accendere, sergente?» «Andava bene così, vero?» domandò Carota ansioso. «Lei ha detto di...» «Sì, sì» disse Vimes. «Non preoccuparti». Abbassò una mano tremante,


raccolse il sacchetto che Wonse aveva tenuto in mano e ne rovesciò dei sassolini. Ognuno di essi aveva un buco. Perché mai? pensò. Un rumore metallico alle sue spalle lo fece guardare indietro. Il Patrizio teneva i resti della spada reale. Mentre il capitano lo guardava, l'uomo staccò dalla parete l'altra metà. Era stata spezzata di netto. «Capitano Vimes» disse. «Signore?» «La sua spada, se non le dispiace?» Vimes gliela consegnò. Al momento, non riusciva a pensare ad altro da fare. Era probabilmente già destinato di suo alla fossa degli scorpioni. Lord Vetinari esaminò con attenzione la lama arrugginita. «Da quanto tempo ha questa spada, capitano?» domandò in modo mite. «Non è mia, signore. Appartiene all'appuntato Carota, signore». «All'appuntato?» «Io, signore, sua grazia» disse Carota, facendo un saluto militare. «Oh». Il Patrizio girò e rigirò la lama molto lentamente, fissandola come se ne fosse affascinato. Vimes sentì l'aria farsi pesante, come se la storia si stesse addensando attorno a quel punto, ma non riusciva assolutamente a capire il perché. Era uno di quei punti in cui i Pantaloni del Tempo si biforcavano e se non si stava attenti si poteva finire lungo la gamba sbagliata... Wonse si alzò in un mondo di ombre, con una confusione glaciale che gli filtrava nella mente. L'unica cosa a cui riusciva a pensare al momento era l'alta figura incappucciata che incombeva su di lui. «Pensavo foste tutti morti» mormorò. Era tutto stranamente silenzioso e i colori attorno a lui parevano slavati, sbiaditi. C'era qualcosa di storto. «Sei tu, Fratello Guardaporta?» disse titubante. La figura allungò una mano verso di lui. METAFORICAMENTE, rispose. Il Patrizio consegnò la spada a Carota. «Molto ben fatto, giovanotto» disse. «Capitano Vimes, le suggerisco di dare ai suoi uomini il resto della giornata di riposo». «Grazie, signore» rispose Vimes. «Ok, ragazzi. Avete sentito sua signoria.» «Lei però no, capitano. Dobbiamo fare una chiacchierata». «Davvero, signore?» domandò Vimes in tono innocente.


Gli uomini della Guardia si affrettarono a uscire, lanciando a Vimes occhiate compassionevoli e addolorate. Il Patrizio si avvicinò al margine del pavimento e guardò giù. «Povero Wonse» osservò. «Sì, signore». Vimes fissava la parete. «Lo avrei preferito vivo, sa?» «Signore?» «Malaccorto, sì, ma un uomo utile. La sua testa mi sarebbe potuta tornare ulteriormente comoda». «Sì, signore». «Il resto, ovviamente, avremmo potuto buttarlo via». «Sì, signore». «Era una battuta, Vimes». «Sì, signore». «Quel tipo non ha mai afferrato il concetto dei passaggi segreti, sa?» «No, signore». «Quel giovanotto. Lo ha chiamato Carota?» «Sì, signore». «Tipo in gamba. Gli piace stare nella Guardia?» «Sì, signore. Proprio come a casa sua». «Lei mi ha salvato la vita». «Signore?» «Mi segua». Avanzò attraverso il palazzo in rovina, con Vimes in scia, finché non raggiunse l'Ufficio Oblungo. Era abbastanza pulito. Era sfuggito a gran parte della devastazione senza avere subito nulla di più grave di uno strato di polvere. Il Patrizio si sedette, e fu improvvisamente come se non fosse mai andato via. Vimes si chiese se non fosse proprio così. Egli prese una pila di carte e ne spazzolò via l'intonaco. «Triste» disse. «Lupin era un uomo dal cervello così ordinato». «Sì, signore». Il Patrizio incrociò le mani e guardò Vimes da sopra di esse. «Mi permetta di darle qualche consiglio, capitano» disse. «Sì, signore». «Potrebbe aiutarla a dare un senso al mondo». «Signore». «Io credo che lei trovi la vita così problematica perché pensa che ci sono le persone buone e le persone cattive» disse l'uomo. «Ovviamente si sba-


glia. Ci sono, sempre e solo, le persone cattive, ma alcune di esse si trovano su sponde opposte». Indicò con la mano sottile la città e si avvicinò alla finestra. «Un grande ruggente mare di male» commentò, quasi fosse di sua proprietà. «Più basso in alcuni punti, ovviamente, ma più profondo, oh, così più profondo in altri. Ma la gente come lei mette insieme piccole zattere di regole e confuse buone intenzioni e dice, questo è l'opposto, questo trionferà, alla fine. Sbalorditivo!» Dette una amichevole pacca sulla spalla a Vimes. «Laggiù» proseguì, «c'è gente che seguirà qualsiasi drago, venererà qualsiasi dio, tollererà ogni iniquità. Tutto a causa di una specie di monotona cattiveria quotidiana. Non la malvagità veramente alta e creativa dei grandi peccatori, ma una specie di oscurità dell'anima massificata. Si potrebbe definirlo peccato senza una traccia di originalità. Accettano il male non perché dicono sì ma perché non dicono no. Mi dispiace se questo la offende» aggiunse dandogli un'altra pacca sulla spalla, «ma gente come voi ha davvero bisogno di noi». «Davvero, signore?» domandò Vimes pacatamente. «Oh, sì. Noi siamo gli unici che sanno come far funzionare le cose. Vede, l'unica cosa che la gente buona sa fare bene è rovesciare quella cattiva. E in questo siete davvero bravi, glielo garantisco. Il problema però è che è l'unica cosa in cui siete bravi. Un giorno si suonano le campane e si abbatte il malefico tiranno e il giorno dopo tutti si ritrovano seduti in cerchio a lamentarsi del fatto che da quando il tiranno è stato ribaltato non c'è nessuno che porta via la spazzatura. Perché le persone cattive sanno come pianificare. Si potrebbe dire che fa parte delle specifiche. La gente buona sembra non averne il pallino». «Forse. Però si sbaglia sul resto!» esclamò Vimes. «È solo perché la gente ha paura ed è sola...» Si interruppe. La scusante sembrava piuttosto vuota, perfino a lui. Egli alzò le spalle. «Sono soltanto persone» aggiunse. «Fanno solo quello che fanno le persone. Signore». Lord Vetinari gli fece un ampio sorriso. «Ma certo, ma certo» disse. «Lei deve crederlo per forza, lo capisco. Altrimenti diventerebbe pazzo. Altrimenti penserebbe di trovarsi su un ponte sottile come una piuma sopra le volte dell'Inferno. Altrimenti l'esistenza non sarebbe che una oscura agonia e l'unica speranza sarebbe la non esistenza della vita dopo la morte. Capisco».


Guardò la propria scrivania e sospirò. «E adesso» disse «ci sono molte cose da fare. Temo che il povero Wonse fosse un buon servitore ma un inefficiente padrone. Può andare. Si faccia un bel sonno, stanotte. Oh, e porti qui i suoi uomini, domani. La città deve mostrare gratitudine». «Deve che cosai» domandò Vimes. Il Patrizio guardò una pergamena. La sua voce era tornata ai toni distanti di uno che organizza, pianifica e controlla. «Mostrare la propria gratitudine» ripeté^ «Dopo ogni trionfante vittoria devono esserci degli eroi. È essenziale. A quel punto tutti sapranno che ogni cosa è stata fatta correttamente». Lanciò un'occhiata a Vimes da sopra la pergamena. «Fa parte del naturale ordine delle cose» aggiunse. Dopo un po' scrisse alcune annotazioni a matita sulla carta che aveva di fronte e sollevò lo sguardo. «Ho detto» ribadì, «che può andare». Vimes si fermò presso la porta. «Ma lei ci crede davvero, signore?» domandò. «All'infinito male e alla pura oscurità?» «Certo, certo» rispose il Patrizio voltando la pagina. «È l'unica conclusione logica». «Ma lei si alza tutte le mattine dal letto, signore?» «Eh? Sì? Dove vuole andare a parare?» «Vorrei soltanto sapere perché, signore». «Oh, se ne vada, Vimes. Lei è un brav'uomo». Nella caverna oscura e secca scavata nel cuore del palazzo il Bibliotecario avanzava sulle nocche lungo il pavimento. Scavalcò i resti del triste cumulo e abbassò lo sguardo sul corpo disteso di Wonse. Allungò quindi molto delicatamente la mano verso terra e recuperò L'evocazione del Drago dalle dita che si stavano irrigidendo. Soffiò via la polvere. Lo spazzolò teneramente, come se fosse un bambino impaurito. Si voltò per risalire il cumulo ed estrasse piano piano un altro libro dai detriti scintillanti. Non era uno dei suoi, se non che, in senso lato, tutti i libri erano suo dominio. Girò attentamente qualche pagina. «Tienilo» disse Vimes alle sue spalle. «Portalo via. Mettilo da qualche parte». L'orango fece un cenno di assenso al capitano e scese giù dal cumulo. Bussò delicatamente sul ginocchio di Vimes, aprì L'evocazione del Drago,


sfogliò le sue pagine rovinate finché non ebbe trovato quello che stava cercando e gli passò silenziosamente il libro. Vimes guardò di sbieco la complicata scrittura. Eppur i draghi non sono come gli unicorni, io temo. Essi dimorano in Regni definiti dai Capricci della Volontà e quindi potrebbe darsi che chiunque li richiama e fornisce loro un sentiero per raggiungere questo mondo, richiama il Drago che ha nella propria mente. Penso quindi che i Puri di Cuore possano richiamare un Drago di Potere come Forza del Bene nel mondo e questa stessa notte inizierà la Grande Opera. Tutto è stato preparato e io ho lavorato con grande mitezza per essere un vettore valoroso... Regno del capriccio, pensò Vimes. Ecco dove andavano, allora. Nelle nostre immaginazioni. E quando li richiamiamo indietro li forgiamo noi, come quando mettiamo la pasta in forme di pasticceria. Solo che qui non si ottengono omini di pan di zenzero, si ottiene quello che si è. Viene data forma alla propria oscurità... Vimes rilesse tutto e poi guardò le pagine seguenti. Non erano molte. Il resto del libro era un ammasso bruciacchiato. Vimes lo riconsegnò all'orango. «Che genere di persona era de Malachite?» domandò. Il Bibliotecario considerò la domanda come uno che conosce a menadito il Dizionario della Biografia Cittadina. Alzò quindi le spalle. «Particolarmente santo?» domandò Vimes. Lo scimmione scosse la testa. «Be', allora notevolmente malvagio?» Lo scimmione scrollò le spalle e poi scosse nuovamente la testa. «Se fossi in te» disse Vimes, «riporrei quel libro in un posto molto sicuro. E ci metterei insieme il libro della Legge. Sono troppo maledettamente pericolosi». «Oook». Vimes si stiracchiò. «E adesso» aggiunse, «andiamo a bere un goccetto». «Oook». «Ma solo uno piccolo». «Oook». «E paghi tu». «Eeek». Vimes si fermò e fissò il pacifico faccione.


«Dimmi un po'. Ho sempre desiderato saperlo... È meglio essere un orango?» Il Bibliotecario rifletté. «Oook» rispose. «Oh, davvero?» commentò Vimes. Arrivò il giorno successivo. La stanza era stracolma da capo a fondo di dignitari civici. Il Patrizio era issato sul suo maestoso scranno, circondato dal Consiglio. Tutti i presenti sfoggiavano i sorrisi di circostanza di chi è obbligato a mostrarsi felice. Lady Sybil Ramkin era seduta da un lato e indossava qualche acro di velluto nero. I gioielli di famiglia dei Ramkin le scintillavano sulle dita, sul collo e nei riccioli neri della parrucca del giorno. L'effetto complessivo era impressionante, sembrava un mappamondo del cielo. Vimes fece marciare i suoi uomini fino al centro della sala e si fermò sbattendo i piedi, tenendo l'elmetto sotto il braccio, come da copione. Era rimasto sconcertato nel notare che perfino Nobby aveva compiuto uno sforzo: sul suo pettorale di armatura poteva essere individuato qui e lì il sospetto di un po' di metallo lucente. Colon poi sfoggiava la sua espressione di quasi stitica importanza. L'armatura di Carota scintillava. Colon eseguì un saluto da manuale per la prima volta in vita sua. «Tutti presenti e in ordine, 'gnore!» latrò. «Molto bene, sergente» disse Vimes in tono professionale. Si voltò verso il Patrizio e inarcò cortesemente un sopracciglio. Lord Vetinari agitò con disinvoltura una mano. «Mettetevi a riposo, o come vi mettete di solito» disse. «Sono certo che non dobbiamo sprecare tempo con i convenevoli. Che ne dice, capitano?» «Come lei desidera, signore» rispose Vimes. «Allora, uomini» disse il Patrizio sporgendosi in avanti, «abbiamo sentito racconti notevoli sui magnifici sforzi da voi compiuti in difesa della città...» Vimes lasciò vagare la mente lasciando che quelle dorate banalità gli fluissero attorno. Per qualche istante provò un certo divertimento nell'osservare le facce dei membri del Consiglio. Una intera sequenza di espressioni attraversò i loro volti mentre il Patrizio parlava. Era, ovviamente, di vitale importanza presenziare una cerimonia del genere. A quel punto l'intera storia poteva considerarsi conclusa. E dimenticata. Soltanto un altro capitolo nella lunga ed eccitante storia di eccetera, eccetera. AnkhMorpork era bravissima a iniziare nuovi capitoli.


Il suo sguardo vagante ricadde su Lady Ramkin. Lei gli fece l'occhiolino. Gli occhi di Vimes si riportarono all'istante a fissare dritti avanti a sé, la sua espressione divenne all'improvviso legnosa come una panca. «... segno della nostra gratitudine» terminò il Patrizio, appoggiando di nuovo la schiena contro lo schienale. Vimes si rese conto che lo stavano fissando tutti. «Scusi?» disse. «Ho detto che abbiamo cercato di pensare a un'adeguata ricompensa, capitano Vimes. Molti cittadini dal forte senso civico...» gli occhi del Patrizio compresero l'intero Consiglio e Lady Ramkin, «... e ovviamente anche io, riteniamo che vi sia dovuta una adeguata ricompensa». Vimes continuò a mostrare un'espressione vacua. «Ricompensa?» domandò. «È tradizione per un comportamento così eroico» insistette il Patrizio un po' seccato. Vimes guardò di nuovo davanti a sé. «Non ci avevo davvero pensato, signore» disse. «Non posso ovviamente parlare a nome dei miei uomini». Seguì una pausa imbarazzata. Con la coda dell'occhio, Vimes si accorse che Nobby stava dando una gomitatina nelle costole al sergente. Alla fine, Colon avanzò barcollando di un passo e si esibì in un nuovo saluto militare. «Chiedo il permesso di parlare, signore» bofonchiò. Il Patrizio annuì in modo cortese. Il sergente tossicchiò. Si tolse l'elmetto e tirò fuori un pezzo di carta. «Ehm» disse. «Il fatto è, con tutto il rispetto per sua signoria, che pensiamo, sa, che salvando la città, come dire più o meno, quello che voglio dire è... ci abbiamo provato, capisce, uomo giusto al posto giusto e roba del genere... Il fatto è che ci sembra che ce lo meritiamo. Non so se mi spiego...» «Proceda» disse il Patrizio. «Allora ci abbiamo pensato su insieme» continuò il sergente. «Siamo un po' sfacciati, lo so...» «La prego, proceda, sergente» ripeté il Patrizio. «Non deve fermarsi ogni volta. Siamo perfettamente consapevoli della magnitudine della questione». «Bene, signore. D'accordo, signore. Primo, i salari». «I salari?» disse Lord Vetinari fissando Vimes che fissava nel nulla. Il sergente alzò la testa. La sua era l'espressione determinata di un uomo intenzionato ad andare fino in fondo.


«Si, signore» ripeté. «Trenta dollari al mese. Non è giusto. Noi pensiamo...» Si passò la lingua sulle labbra e lanciò un'occhiata agli altri due, che stavano facendo vaghi movimenti di incoraggiamento. «... pensiamo a un salario di base di, ehm, trentacinque dollari? Al mese?» Fissò l'espressione di pietra del Patrizio. «Con degli aumenti a seconda del grado? Pensavamo a cinque dollari». Si passò di nuovo la lingua sulle labbra, snervato per l'espressione del Patrizio. «Non ne accetteremo meno di quattro» disse. «È così. Mi dispiace, vostra Altezza, ma le cose stanno così». Il Patrizio guardò di nuovo il volto impassibile di Vimes, quindi tornò a fissare gli uomini della Guardia. «Tutto qui?» domandò. Nobby sussurrò qualcosa all'orecchio di Colon e poi sfrecciò nuovamente indietro. Il sergente tutto sudato si aggrappò all'elmetto come se fosse l'unica cosa reale del mondo. «Ci sarebbe un'altra cosa, vostra Reverenza» disse. «Ah». Il Patrizio annui con l'espressione di chi la sa lunga. «Il bollitore. Non era particolarmente bello e poi Errol se l'è mangiato. Valeva quasi due dollari». Deglutì. «Potrebbe servirci un bollitore nuovo, se le va bene, sua signoria». Il Patrizio si sporse in avanti, afferrando i braccioli della sedia. «Fatemi capire bene» disse in tono freddo. «Dobbiamo credere che state chiedendo cinqque dollari di aumento e un utensile da cucina?» Carota sussurrò qualcosa all'altro orecchio di Colon. Colon rivolse due occhi gonfi e orlati di lacrime ai dignitari. Il bordo dell'elmetto gli passava fra le dita come la ruota di un mulino. «Be', a volte» cominciò, «abbiamo pensato, sa come succede, quando abbiamo la pausa cena, o quando è, come dire, quasi la fine del turno, e magari ci vogliamo rilassare un po', sa, scaricarci...» La sua voce si affievolì. «Sì?» Colon trasse un profondo respiro. «Immagino che un bersaglio per freccette sarebbe fuori questione?» Il fragoroso silenzio che seguì fu rotto da un erratico sbuffo. A Vimes cadde l'elmetto dalla mano tremante. Il pettorale della corazza si scosse mentre la risata repressa da anni esplose in una enorme e incontrollabile eruzione. Voltò la faccia verso la fila di consiglieri e rise, rise fino alle lacrime.


Rise mentre quelli si alzavano, tutti confusi e con la dignità oltraggiata. Rise davanti all'espressione attentamente impassibile del Patrizio. Rise per il mondo e la salvezza delle anime. Rise e rise e rise ancora fino alle lacrime. Nobby allungò il collo per raggiungere l'orecchio di Colon. «Glielo avevo detto» sibilò. «Le avevo detto che non avrebbe mai accettato. Sapevo che chiedere un bersaglio per le freccette sarebbe stato tirare troppo la corda. E adesso li ha sconvolti tutti.» Cari Madre e Padre, scrisse Carota, non l'avreste mai immaginato: sono nella Guardia da solo poche settimane e già diventerò un vero Agente. Il capitano Vimes ha detto che lo ha stabilito il Patrizio stesso e che ha anche detto che sperava che io potessi fare una lunga carriera piena di successo nella Guardia e che lui l'avrebbe seguita con particolare interesse. Il mio salario, inoltre, crescerà di dieci dollari e abbiamo avuto un bonus speciale di venti dollari che il capitano Vimes ha pagato di tasca sua, ha detto il sergente Colon. Troverete il denaro accluso. Ne trattengo un pochino perché sono andato a trovare Reet e la signora Palm ha detto che tutte le ragazze hanno seguito con Grande Interesse la mia carriera e che devo andare da loro a cena nella serata libera. Il sergente Colon mi ha parlato di come si comincia a corteggiare, cosa molto interessante e niente affatto complicata come sembra. Ho arrestato un drago ma se ne e andato via. Spero che il Signor Varneshi stia bene. Sono il più felice del mondo. Vostro figlio, Carota. Vimes bussò alla porta. Notò che era stato compiuto un certo sforzo per rimettere in sesto la magione dei Ramkin. I cespugli usurpatori erano stati impietosamente tagliati e confinati indietro. Un operaio anzianotto in cima a una scala stava nuovamente inchiodando le decorazioni a stucco sulle pareti mentre un altro con una pala stava definendo, abbastanza arbitrariamente, la linea in cui terminava il prato e dovevano iniziare le aiuole di fiori. Vimes si ficcò l'elmetto sotto al braccio, lisciò i capelli e bussò. Aveva preso in considerazione l'ipotesi di chiedere al sergente Colon di accompagnarlo, ma poi aveva allontanato l'idea in fretta. Non avrebbe mai potuto tollerare tutti i suoi risolini. E poi che cosa c'era da avere paura? Aveva fissato la morte negli occhi tre volte; quattro, se si includeva quando aveva


detto a Lord Vetinari di chiudere il becco. Con suo stupore, la porta venne alla fine aperta da un maggiordomo così anziano che forse era stato resuscitato dal suo bussare. «Siii?» «Capitano Vimes, Guardia Cittadina» si presentò Vimes. L'uomo lo squadrò dall'alto al basso. «Oh, sì» disse. «Sua signoria lo aveva detto. Credo che sua signoria sia con i suoi draghi» proseguì. «Se vuole aspettare qui, la...» «Conosco la strada» rispose Vimes e partì attorno al vialetto sovraccarico di erbacce. Le gabbie erano una rovina. Parecchie casse in legno ammaccate erano sparpagliate tutte attorno sotto un tendone cerato. Dalle loro profondità qualche triste drago di palude lo salutò con una zaffata. Fra le casse si stavano muovendo con atteggiamento determinato un paio di donne. O meglio, signore. Erano decisamente troppo sporche per essere donne. Nessuna donna comune avrebbe mai nemmeno sognato di apparire così trasandata: c'era bisogno della completa sicurezza di sé che viene dal sapere chi è il proprio bis-bis-bis-bis-nonno prima di potere indossare vestiti del genere. Si trattava però, notò Vimes, di vestiti incredibilmente buoni, o quanto meno dovevano esserlo stati; vestiti acquistati dai propri genitori ma così costosi e di così raffinata qualità che non diventavano mai lisi e venivano tramandati come le vecchie porcellane, l'argenteria e la gotta. Allevatori di draghi, pensò. Si capiva subito. Hanno un non so che. È forse il modo in cui portano le sciarpe di seta, i vecchi cappotti in tweed e gli stivali da cavallo del nonno. E, ovviamente, l'odore. «Oh» esclamò una delle due, «lei deve essere il valoroso capitano». Infilò un ciuffo ribelle di capelli bianchi sotto la sciarpa che aveva in testa e gli porse una mano venata e bruna. «Brenda Rodley. Quella è Rosie Devant-Molei. Gestisce il Rifugio Raggiodisole, sa?» L'altra donna, che aveva la corporatura di una che può tenere fermi dei cavalli da tiro con una mano e ferrarli con l'altra, gli lanciò un sorriso amichevole. «Samuel Vimes» rispose Vimes con un filo di voce. «Anche mio padre si chiamava Sam» disse Brenda distrattamente. «Diceva: di un Sam ti puoi sempre fidare». Fece rientrare un drago nella cassa. «Stiamo soltanto aiutando Sybil. Siamo vecchie amiche, sa. Il suo allevamento è saltato in aria, ovviamente. Quei piccoli diavoli sono in giro per tutta la città. Oso immaginare che torneranno indietro quando avranno fa-


me. Che linea di sangue, eh?» «Come, scusi?» «Sybil ritiene che fosse un mutante ma io dico che dovremmo essere in grado di riprodurre di nuovo in quella linea nel giro di tre o quattro generazioni. Io sono famosa per il mio stallone, sa» disse. «Non sarebbe affatto male. Un tipo di drago completamente nuovo». Vimes pensò a scie di condensazione supersoniche che si incrociavano nel cielo. «Ehm» commentò. «Sì». «Bene, adesso dobbiamo andare avanti». «Ehm, non c'è Lady Ramkin?» domandò Vimes. «Ho ricevuto un messaggio di presentarmi qui subito, per una questione importante». «È dentro, da qualche parte» rispose la Signorina Rodley. «Ha detto che aveva qualcosa di importante di cui occuparsi. Oh, sta' attenta con quella, Rosie, piccola sciocchina!» «Più importante dei draghi?» osservò Vimes. «Sì. Non riesco a capire cosa le sia successo». Brenda Rodley rovistò nella tasca di un gilè di dimensione eccessiva. «Mi ha fatto piacere conoscerla, capitano. È sempre bello conoscere nuovi seguaci dell'allevamento. Venga a trovarmi se dovesse passare dalle mie parti, sarò più che felice di mostrarle il posto». Tirò fuori un cartoncino lurido e glielo premette in mano. «Adesso devo andare, abbiamo sentito dire che alcuni di loro stanno cercando di nidificare sulla torre dell'Università. Non devono assolutamente farlo. Li dobbiamo tirare giù prima che venga buio». Vimes lanciò un'occhiata al biglietto mentre la donna si allontanava con passo pesante sul vialetto, portandosi reti e funi. C'era scritto: Brenda, Lady Rodley. Casa Vedovile, Castello Quirm, Quirm. Quello significava, comprese lui, che la donna che stava camminando lungo il sentiero come una bancarella ambulante dell'usato era la vedova del Duca di Quirm, che possedeva più terreni di quanti non se ne potesse vedere salendo su una montagna molto alta in una giornata molto limpida. Nobby non avrebbe approvato. Sembrava esistere un tipo speciale di povertà che soltanto i ricchissimi si potevano permettere... Ecco come si arrivava a essere un potente, pensò. Non te ne importava un fico secco di quello che chiunque altro pensasse di te e non eri mai e poi mai incerto su nulla. Tornò alla casa. C'era una porta aperta. Conduceva a una grande sala ma un po' buia e muscosa. Nell'oscurità, in alto, le teste dei trofei di caccia in-


festavano le pareti. I Ramkin sembravano avere messo in pericolo di estinzione più specie animali di un'era glaciale. Vimes vagò privo di meta attraverso un'altra arcata in mogano. Entrò una sala da pranzo, che conteneva il genere di tavolo in cui persone diametralmente opposte si trovano a un diverso fuso orario. Una estremità era stata colonizzata da candelabri d'argento. Era apparecchiata per due. Una batteria di posate affiancava ogni piatto. Antichi bicchieri da vino scintillavano al lume di candela. Una terribile premonizione aggredì Vimes nello stesso momento in cui una folata di Fascino, il profumo più costoso disponibile ad AnkhMorpork, gli venne soffiata davanti. «Oh, capitano. È stato così cortese a venire». Vimes si voltò lentamente, senza apparentemente muovere i piedi. Lady Ramkin era lì in piedi, imponente. Vimes si accorse distrattamente di un vestito azzurro brillante che scintillava al lume di candela, di un ammasso di capelli color nocciola, di un volto vagamente ansioso che suggeriva che un intero battaglione di esperti pittori e decoratori avesse appena smantellato le impalcature e se ne fosse andato a casa, e di un debole cigolio che indicava che, sotto tutto quanto, un semplice corsetto veniva sottoposto al tipo di tensione generalmente riscontrabile al centro di grosse stelle. «Io, ehm» disse lui. «Se lei, ehm. Se lei lo avesse detto, ehm. Io mi sarei, ehm. Vestito in modo più adeguato, ehm. Estremamente, ehm. Molto. Ehm». Lei gli calò addosso come una scintillante macchina da guerra. In una specie di trance egli permise a se stesso di venire accompagnato a sedersi. Doveva avere mangiato, perché i servitori apparivano dal nulla con roba imbottita di altra roba e poi tornavano dopo un po' e portavano via i piatti. Il maggiordomo si rianimava occasionalmente per riempire un bicchiere dopo l'altro di strani vini. Il calore delle candele era tale da cuocere. Per tutto il tempo, poi, Lady Ramkin parlò in modo brillante e brioso... della dimensione della casa, delle responsabilità di un patrimonio così grande, della sensazione che fosse arrivato il momento di prendere Più Seriamente la Propria Posizione nella Società, mentre il sole calante riempiva la stanza di rosso e la testa di Vimes cominciava a girare. La società, riuscì in qualche modo a pensare, non sapeva che cosa l'avrebbe colpita. I draghi non vennero menzionati una singola volta, anche se, dopo un po', qualcosa sotto la tavola appoggiò la testa sul ginocchio di


Vimes e sbavò. Vimes trovò impossibile contribuire alla conversazione. Si sentiva preso in contropiede, assediato. Tentò una sortita, sperando forse di raggiungere un terreno rialzato dal quale poi scappare in esilio. «Dove pensa siano andati?» domandò. «Dove, cosa?» disse Lady Ramkin, momentaneamente fermata. «I draghi. Sa. Errol e sua mo... la sua femmina». «Oh, in un posto isolato e roccioso, direi» rispose Lady Ramkin. «È il terreno preferito dai draghi». «Ma quello... lei è un animale magico» osservò Vimes. «Cosa accadrà quando la magia svanirà?» Lady Ramkin gli lanciò un sorriso di timidezza. «La maggior parte della gente sembra adattarsi» rispose. Allungò quindi una mano attraverso la tavola e toccò quella di lui. «I suoi uomini pensano che abbia bisogno di qualcuno che si prenda cura di lei» gli disse dolcemente. «Oh. Davvero?» domandò Vimes. «Il sergente Colon ha detto che pensava che saremmo andati d'accordo come una maison en Flambé». «Oh. Ha detto così?» «Ha in effetti detto un'altra cosa» ammise lei. «Com'è che era? Oh, sì. È un probabilità su un milione, penso che abbia detto, ma potrebbe funzionare». Gli sorrise. Fu in quel momento che Vimes si accorse e rimase colpito dal fatto che, nella sua speciale categoria, lei era bella; era la categoria di tutte quelle le donne che, in tutta la sua vita, avevano ritenuto che lui valesse un loro sorriso. Lei non poteva fare peggio ma, in fondo, lui non poteva fare meglio. E così, forse, si equilibravano. Lei non sarebbe diventata più giovane, ma chi lo diventava? Lei aveva stile, denaro, buon senso, sicurezza di sé e tutte le cose che lui non aveva e gli aveva aperto il cuore, e se lui glielo avesse permesso, lei avrebbe potuto travolgerlo: quella donna era una città. Alla fine, sotto assedio, non restava che fare ciò che Ankh-Morpork aveva sempre fatto: togliere le chiavarde alle porte, lasciare entrare i conquistatori e farli propri. Come si cominciava? Lei sembrava aspettare qualcosa. Egli alzò le spaile, sollevò il bicchiere e cercò una frase. Gliene penetrò una nella mente che riecheggiava selvaggiamente.


«Ti sta guardando, piccola» disse. I gong di molte mezzenotti picchiavano via il vecchio giorno. (... e più verso il Centro, dove le Montagne Ramtop si univano alle impossibili guglie del massiccio centrale, dove strane e pelose creature vagavano per le nevi eterne, dove le tempeste ululavano attorno ai gelati picchi, le luci di un solitario monastero di lama brillavano sulle alte vallate. Nel cortile, due monaci dalle tonache gialle stavano caricando l'ultima cassetta di bottigliette verdi su una slitta, pronta per il primo tratto del viaggio incredibilmente difficile verso le distanti pianure. La cassa era etichettata, con attenti colpi di pennello, «Sig. M.V.R. Dibbler, Ankh-Morpork». «Sai, Cantodilode» disse uno all'altro, «non si può fare a meno di chiedersi che cosa ne facciano di questa roba».) Il caporale Nobbs e il sergente Colon oziavano nelle ombre presso il Tamburo Riparato, ma si drizzarono quando Carota uscì portando in mano un vassoio. Detritus, il troll, si scansò rispettosamente. «Eccoci qui, ragazzi» esclamò Carota. «Tre pinte. Offre la casa». «Maledetto inferno, non avrei mai pensato che ce l'avresti fatta» disse Colon, afferrando un manico. «Che cosa gli hai detto?» «Gli ho spiegato come era dovere di ogni buon cittadino aiutare sempre le guardie» rispose Carota in modo innocente, «e l'ho ringraziato per la sua collaborazione». «Già. E il resto?» osservò Nobby. «No, non ho aggiunto altro». «Allora devi avere un tono di voce davvero convincente.» «Oh. Be', cerchiamo di sfruttarlo bene, ragazzi, finché dura» disse Colon. Bevvero con aria riflessiva. Fu un momento di suprema pace, qualche minuto strappato via dalla realtà della vita vera. Fu un piccolo morso a un frutto rubato e venne goduto in quanto tale. Nessuno nell'intera città sembrava lottare, accoltellarsi o provocare risse e, solo per quel momento, fu possibile credere che quel meraviglioso stato di cose potesse continuare. Anche se non fosse continuato, poi, ci sarebbero stati i ricordi a far superare tutto. Ricordi delle corse, delle persone che si scansavano. Degli sguardi sui volti di quelle orribili guardie di palazzo. Quando tutti i ladri, gli eroi e gli dei avevano fallito, di essere lì. Di avere quasi fatto le cose nel modo quasi giusto. Nobby spostò il boccale su un davanzale a portata di mano, picchiò per


terra un piede per riattivare la circolazione e si alitò sulle dita. Un breve frugare negli oscuri recessi dietro al suo orecchio produsse un frammento di sigaretta. «Che tempi, eh?» osservò Colon soddisfatto, accendendo; il fiammifero li illuminò tutti e tre. Gli altri due annuirono. Ieri sembrava una intera vita prima, perfino in quel momento. Ma loro non avrebbero mai potuto dimenticare avvenimenti del genere, indipendentemente da chi altro lo facesse, indipendentemente da quello che fosse poi accaduto da lì in avanti. «Se vedrò mai più un maledetto re sarà sempre troppo presto» disse Nobby. «Non penso comunque che fosse il re vero» commentò Carota. «A proposito, qualcuno vuole una patatina?» «Non ci sono re veri» disse Colon, ma senza eccessivo rancore. Dieci dollari in più al mese gli stavano cambiando la vita. La signora Colon si stava comportando in modo molto diverso nei confronti di un uomo che portava a casa dieci dollari in più al mese. I suoi biglietti in cucina erano molto più amichevoli. «No ma, voglio dire, non c'è niente di strano ad avere una antica spada» osservò Carota. «O una voglia sulla pelle. Guardate me, per esempio. Io ho una voglia sulla pelle». «Anche mio fratello ne ha una» commentò Colon. «Ha la forma di una barca». «La mia assomiglia di più a una corona» disse Carota. «Oho, e questo fa di te un re» sogghignò Nobby. «Va da sé». «Non capisco proprio perché. Mio fratello non è un ammiraglio» replicò Colon con atteggiamento assennato. «E poi ho questa spada» aggiunse Carota. La brandì. Colon gliela prese di mano e la rigirò sotto la luce della lampada che si trovava sopra la porta del Tamburo. La lama era opaca e corta, intaccata come una sega. Era di buona fattura e poteva esserci stata una iscrizione un tempo, ma era ormai stata cancellata fino all'illeggibilità dall'uso. «È una bella spada» ammise riflessivo. «Molto ben bilanciata». «Ma non è una spada da re» osservò Carota. «Le spade dei re sono grosse, scintillanti e magiche e hanno su i gioielli e quando le prendi in mano riflettono la luce, ting!» «Ting!» confermò Colon. «Sì, suppongo che sia così, davvero».


«Sto solo dicendo che non puoi andare in giro a dar troni alla gente solo per roba del genere» disse Carota. «È quello che ha detto il capitano Vimes». «Un bel lavoro, davvero» commentò Nobby. «Un bel divertimento, fare il re». «Eh?» Colon si era momentaneamente perso nel piccolo mondo della speculazione. Ovviamente i re veri avevano spade scintillanti. Eccetto che, eccetto che, eccetto che forse il vero re dei tempi antichi, come dire, avrebbe avuto una spada che non scintillava per niente ma era maledettamente efficiente a tagliare. Era solo una riflessione. «Io dico che fare il re è un bel lavoro» ripeté Nobby. «Orari corti». «Già. Già. Ma niente giorni lunghi» replicò Colon. Lanciò a Carota un'occhiata riflessiva. «Oh. Questo è vero, ovviamente». «Comunque mio padre dice che fare il re è un lavoro durissimo» disse Carota. «Tutta la sorveglianza, le analisi e il resto». Scolò la sua pinta. «Non è cosa per gente come noi. Noi...» assunse un'espressione orgogliosa, «... guardie. Si sente bene, sergente?» «Eh? Cosa? Oh, sì». Colon scrollò le spalle. Che ne sapeva, dopo tutto? Forse le cose si erano comunque risolte al meglio. Finì la birra. «Meglio andare» disse. «Che ore sono?» «Circa mezzanotte» rispose Carota. «Qualcos'altro?» Carota rifletté un momento. «E tutto va bene?» domandò. «Giusto. Ti stavo mettendo alla prova». «Sai» osservò Nobby, «per il modo in cui l'hai detto, ragazzo, uno poteva quasi credere che era vero.» Lasciamo indietreggiare l'occhio dell'attenzione... Questo è il Disco, mondo e specchio di mondi, portato attraverso lo spazio sulla schiena di quattro elefanti giganti che si trovano in piedi sul carapace della Grande A'Tuin, la Tartaruga del Cielo. Attorno al Bordo di questo mondo, l'oceano si riversa all'infinito nella notte. Nel suo Centro si innalza la guglia alta dieci miglia del Cori Celesti, sulla cui scintillante sommità gli dei giocano con i destini degli uomini... ... sempre che si sappia quali sono le regole e chi sono i giocatori. Dall'altra parte del Disco stava nascendo il sole. La luce del mattino cominciò a fluire attraverso il collage di mari e continenti, ma lo fece lenta-


mente, perché la luce è rallentata e un po' appesantita in presenza di un campo magico. Sulla mezzaluna oscura, dove la vecchia luce del tramonto è appena scivolata via dalle più profonde vallate, due macchie luminose, una grossa e una piccolina, volarono fuori dal buio, passarono radenti sui cavalloni dell'oceano del Bordo e sfrecciarono determinate verso le insondabili profondità punteggiate di stelle dello spazio. Forse la magia sarebbe durata. Forse no. Ma, in fondo, che cosa dura per sempre? FINE


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