Discussioni etnologiche1
Dice Ernesto de Martino, autore illustre del Mondo magico, che ormai
tutto è chiaro: il folclore, l’etnologia, che studiano quanto è primitivo,
arcaico, nella psiche e nel costume dei popoli, possono soltanto fiorire
genuini in una società che dei popoli «subalterni» faccia il soggetto della
sua politica, una società che socialisticamente organizzi questi popoli
diseredati e ne rivendichi l’arcaica originalità d’istituzioni e di valori.
Accadrebbe cioè che, nel corso della razionalizzazione e scientifizzazione
di tutta la vita di un popolo come la propone il socialismo, proprio gli
elementi culturali piú rozzi, indifferenziati, mistici, magici, prescientifici
ecc. verrebbero studiati, compresi e rivendicati. Possibile?
Dice invece Franco Fortini che l’interesse desto in tutto il mondo per le
cose etnologiche e la mentalità primitiva, per ogni manifestazione mistica,
magica, irrazionale, lo preoccupano assai, in quanto non si possono
facilmente scordare i guasti politici prodotti da una recente cultura
irrazionalistica e in fondo folcloristica. Tanto piú lo preoccupa il vedere che
propugnatore di un rinnovato interesse per le cose primitive e arcaiche si
faccia proprio uno studioso marxista e ciò in nome di una santa crociata che
nel paese del socialismo si andrebbe combattendo nello stesso senso. Egli
teme insomma che la «possa» del socialismo unita all’«argomento della
mente» partorisca un tale mostro di brutale mistico fanatismo attivista, da
risuscitare incubi recenti.
Che dire? Noi salutiamo lietamente l’interesse socialista per la mentalità
magica e mitica e vorremmo rassicurare Fortini che il pericolo da lui
prospettato non sussiste. È chiaro che il folclore e la mentalità mitica
interessano il politico «scientifico» come accadimenti, come fenomeni da
ridurre al piú presto a chiara razionalità, a legge storica. Ci sarà invece, se
mai, da temere che del mito, della magía, della «partecipazione mistica», lo
studioso «scientifico» dimentichi il carattere piú importante: l’assoluto
valore conoscitivo ch’essi rappresentarono, la loro originalità storica, la loro
perenne vitalità nella sfera dello spirito. E ciò sarebbe grave, specie in Italia
dove il Vico esercitò la sua «aspra meditazione».
1 Nota scritta il 17 marzo 1950; pubblicata su «Cultura e Realtà», n. 1, maggio-giugno 1950. Si
riferisce al saggio di ERNESTO DE MARTINO, Intorno a una storia del mondo popolare subalterno
(«Società», n. 3, 1949), e ai rilievi di FRANCO FORTINI, Il diavolo sa travestirsi da primitivo («Paese
Sera», 23 febbraio 1950).
Due poetiche1
In risposta a un intelligente lettore che, visto Il
Mito, mi ha scritto: «Di poesia ineffabile,
angelica, mitica non ne abbiamo vista anche
troppa nel ventennio?»
Che ogni poesia nasca su un mito – su un estatico tormentoso entusiasmo
contemplativo (l’ispirazione) che si celebra in un’atmosfera rarefatta
sovrumana – non comporta di necessità che l’opera di poesia presenti
lineamenti rarefatti, demonici o angelici, appunto mitici. Il momento mitico
è per definizione prestorico, liminare: non appena lo s’intravede o lo si
sfiora, quel tanto di esso che è scorto o toccato è già calato nella storia,
nella vita umana, e qui vive non piú miticamente, bensí come volizione,
come fantasia poetica, come pensiero, secondo le leggi della realtà.
Cosí è sempre stato, nella vita dello spirito. Ma da quando la
speculazione si è impadronita, in modi vari («universale fantastico»,
«intuizione», «momento aurorale», «mito», ecc.), di questo concetto e l’ha
teorizzato, elaborato, le varie poetiche dei creatori hanno avuto tendenza a
proporsi l’«effetto mitico» come fine supremo della loro operazione tutta
umana, hanno perseguitato la rarefazione, demonica o angelica, come il loro
piú appropriato tema, come l’unico tema ancor degno di sforzi. Le pagine e
le tele si sono riempite di «pure intuizioni», di «momenti aurorali»,
d’«ineffabili rapimenti»; allo stesso modo che, siccome è ormai evidente
che la poesia come tutta la cultura è geneticamente determinata dalla
situazione economica su cui nasce, altri creatori si sono dati a farne
consistere il tema unicamente in constatazioni di questa causalità
economica e politica. Scelta, nei due casi, difficilmente evitabile, giacché è
chiaro che, se in un certo momento della storia la speculazione scopre e
isola un dato concetto nella realtà, ciò avviene non per caso ma appunto
perché gli spiriti sono particolarmente suscettibili alla realtà interiore
compresa in quel concetto, gravidi di quel particolare mito. La teoria stessa
del mito c’impone di ammettere come legittima la scelta – che non è poi
una scelta bensí una condizione di sincerità.
Eppure tutti oggi sentiamo fastidio per la poesia «rarefatta», per i suoi
generi ormai codificati – il poemetto in prosa, l’«occasione» ermetica, la
prosa evocativa, il capitolo, la favola realistico-magica, ecc. Essa ha
dominato in Italia tra le due guerre, è stata – insieme alla prosa saggistico-
ironica, all’«elzeviro» – la voce genuina e schietta di quegli anni, in essa
s’incarnò senza dubbio il mito allora piú geloso e fertile di quella nostra
cultura. Ma la scoperta e riduzione a discorso poetico di questo mito
s’accompagnò con la sua tentata teorizzazione (in ciò appoggiandosi anche
a precedenti e ricche esperienze straniere) e venne un momento che si mirò
all’«angelico» non piú perché il mito dell’angelismo irrazionalmente
urgesse, ma perché s’era razionalmente limitata l’essenza della poesia al
solo angelismo o mitismo. Cosí muoiono tutte le poetiche quando
materializzano le loro scoperte teoriche – quando trasformano in tema
esclusivo quella ch’era semplice presa di coscienza delle condizioni.
Questo, chi ben guardi, accade quando la teoria del fatto estetico è in
elaborazione, quando cioè un momento di questo fatto è già presentito nelle
poetiche dei creatori ma non ancora assunto o razionalizzato nella teoria.
Sembra allora che il nuovo momento risolva in sé tutta l’attività poetica, e
dietro l’esempio degli ispirati dal nuovo mito – creatori genuini – si
muovono tutti gli epigoni che macchinalmente hanno bisogno di ridurre a
norma, a precetto, l’intuizione degli altri.
Quanto all’angelismo mitico, a noi pare sia ormai venuta l’ora di
riconoscerlo per quello che è: un’indebita confusione tra il momento
metafisico, ineffabile, di tutta la vita spirituale incipiente, e la realtà della
poesia, che è discorso umano spiegato, intorno alle cose umane. Il mito è
idealmente precedente alla forma, se pure di tutte le forme sia l’anima; la
poesia è forma fantastica della realtà.
La poetica angelica, in forme e approssimazioni varie, cominciò a tentare
gli spiriti due secoli fa, da quando la cultura laica scoperse oltre la ragione e
l’esperimento altri mezzi di conoscenza – l’intuizione, la partecipazione
mistica –, da quando cioè si parla di romanticismo. L’altra poetica – «ogni
momento della vita storica è condizionato dalla situazione economica della
società»: il cosiddetto «neorealismo» – risale anch’essa, per i suoi primi
conati, allo stesso momento storico (la rivoluzione borghese-industriale), e
sarebbe interessante indagare il perché di questo fatale intrecciarsi genetico
ed evolutivo di due poetiche cosí apparentemente contrastanti. Tutta la
storia culturale degli ultimi secoli è in continuo altalenare, sotto etichette
svariate, tra queste due poetiche, ma per chi, volendo intendere ciò che è
avvenuto, faccia appello prima di tutto alla determinante economico-
sociale, la cosa non riesce un mistero. Si tratta del riflesso drammatico di
una lotta politica, dell’oscillazione tra i momenti involutivi, d’arresto (=
angelismo) e quelli progressivi, slanciati (= realismo). E anche l’affrontarsi
di queste due posizioni negli anni intorno alla recente guerra mondiale –
l’inaridirsi (non nella sola Italia) dell’angelismo ermetico, e l’imporsi e
diffondersi soprattutto in Italia del cosiddetto neorealismo, sono a modo
loro un riflesso delle lotte e delle trasformazioni politiche in corso.
A questo problema basti aver accennato. Noi teniamo per ora a mettere
in chiaro che il neorealismo non tende, come qualcuno potrebbe temere, a
limitare il campo del discorso poetico, giacché anzi orienta risolutamente la
fantasia al panorama storico universale e l’invita a compiacersi e saziarsi di
questa multiforme realtà umana. Esso avverte unicamente il poeta che farà
bene a serbarsi consapevole della corrispondenza formale che intercorre fra
la struttura economica di un dato momento e tutte le sue manifestazioni
spirituali. Cosí esposta, l’avvertenza neorealista somiglia alla
consapevolezza di una qualunque legge naturale («gli uccelli sono ovipari»)
e di essa il poeta deve e può fare quel conto che fa delle leggi naturali –
condizioni, non necessariamente temi del suo lavoro.
È chiaro che la nostra teoria del mito non pregiudica per nulla siffatta
poetica: nessun tema umano è per principio precluso al neorealista, per
quanto nell’impostazione della sua opera egli tenga un conto implicito della
determinante economica (come del resto delle leggi naturali o
psicologiche). Il mito che lo accende e spinge all’elaborazione fantastica è
bensí, per definizione, prestorico, è un momento assoluto, ma, appena colto,
si farà momento spirituale, soggetto alle categorie e condizioni della storia.
Tuttavia, se è mito genuino, non potrà esser fiorito che sul terreno di tutta la
cultura esistente, e quindi della piú scientifica interpretazione della storia,
altrimenti sarebbe pura superstizione, relitto arcaico, falso stupore davanti a
un mistero posticcio.
Si può tuttavia osservare che quando questa consapevolezza storica si
faccia, da condizione della realtà, tema esclusivo di poesia, allora
comincerà la stortura. Anche qui potrà venire il momento in cui questa
poetica materializzerà le sue scoperte teoriche. Cosí è accaduto a suo tempo
della poetica del verismo – ottocentesca formulazione del neorealismo, –
quando ciò ch’era in principio stupore divenne cliché. Ma allora si sarà
entrati nella superstizione, e l’economicismo raggiungerà l’angelismo nel
limbo della retorica. Inutile dire che quel giorno gli spiriti attenti avranno
già trovato altrove, in un’altra e piú avanzata teoria della realtà, la
condizione del loro lavoro fantastico.
1 Scritto il 13 febbraio 1950, corretto e integrato il 14 giugno 1950, per il secondo numero di
«Cultura e Realtà», in cui uscí postumo.
L’arte di maturare1
La scoperta romantica che gli stampi mitici della sensibilità, i simboli
che orienteranno la nostra vita, risalgono ai primi contatti con la realtà – in
sostanza alla nostra fanciullezza – ha riempito la narrativa di bambini
saputi, di piccoli ribelli primitivi che prendono nostalgica conoscenza di sé
contrapponendosi al mondo convenzionale degli adulti, rifiutando ogni
abbandono alla norma, all’autorità, al collettivo. Questa voga ha
logicamente coinciso col gusto della caratterizzazione storica, col senso
cioè che ciascuno di noi farebbe parte di un ambiente transeunte retto da
valori collettivi provvisori. L’antico tirocinio di un poeta, di un narratore,
era l’educazione ai valori perenni e comuni che costituivano la sola cultura
valida, l’inserimento in una mitologia collettiva su cui si lavorava come un
moderno tecnico o inventore lavora sui dati tradizionali delle scienze. Il
tirocinio romantico invece corrisponde alla scoperta che ogni valore
assoluto è transeunte e che quindi non resta se non erigere la propria
esperienza, la propria mitologia in una cultura che paradossalmente riesca
assoluta e normativa a tutti gli altri, alla collettività. E siccome ogni
assoluto si fonda sulle origini, sul principio, ecco che tutti prendiamo le
mosse dall’unico principio a noi noto – la nostra individuale prima età.
Ora, è incontrovertibile che le culture sono creazioni storiche autonome,
e insieme che piú o meno a dieci anni per ciascuno di noi «il gioco è fatto».
Come si spiega dunque la resistenza che malgrado tutto opponiamo agli eroi
in calzoni corti o all’egotismo ribelle dei perenni futuristi?
La risposta è ovvia. Nella smania di spogliare il processo creativo di
tutte le incrostazioni e i pregiudizi e coglierlo nella sua originale attualità, il
secolo si è dimenticato che la genesi è soltanto un punto di partenza, che si
nasce per vivere e invecchiare, e che tra la nascita e la morte si dà uno
stadio di giusta maturazione, di perfetto e virile equilibrio per amor del
quale, come già diceva il padre di tutti noi,
man must endure
his going hence e’en as his coming hither.
Ripeness is all 2.
A questa puerale e storicistica arte romantica manca di solito il senso e il
gusto della maturità, che trattandosi di casi umani è poi il gusto della
responsabilità e dell’uso efficiente del cervello e delle mani. La fretta di
penetrare la genesi e sfuggire al naturale esercizio delle proprie facoltà è nel
travaglio romantico il peccato d’origine. Sarebbe come se un pesco
s’accontentasse di fiorire, poi con bella rivolta si scrollasse e, visti a terra
tutti i petali, cercasse di fiorire un’altra volta sotto il sole d’agosto. A che
scopo maturare banalmente dei frutti, che del resto verrebbero mangiati da
vili uomini o da vermi piú vili? Anche i petali – le prime vergini
impressioni – marciranno come tutto il resto – come il mirto e l’alloro,
come le generazioni, come gli imperi e le morte culture. Ma che senso ha
questa preferenza esclusiva per il boccio se non d’un rifiuto opposto
all’ordine naturale e umano? E infatti, in tanta protesta di tendere
all’autentico e all’attuale, i ribelli in calzoni corti sono essenzialmente
incapaci di accettare la natura – che all’adolescenza fa seguire la maturità, e
la maturità sostiene tragicamente bilanciandola per un breve virile istante
che assomma in sé tutta una cultura.
Gli eroi fanciulli o adolescenti di tanta narrativa a noi vicina significano
appunto che il fascino della realtà è rimasto aurorale, e il personaggio rifiuta
di vedersi maturare e operare nella mischia umana assumendone le
responsabilità – succede addirittura che anche gli adulti, i viri, continuino a
sentire e agire come adolescenti. Tutti sanno a memoria qualche esempio.
Ora, è chiaro che nulla di ciò che il secolo ha scoperto (ricchezza e
tortuosità infantile, molteplicità delle culture, ecc.) va rifiutato. Noi
crediamo che un valore è un valore per sempre (le culture riescono diverse,
non esclusive): si tratterà d’interpretarlo e inserirlo in una struttura. E siamo
alla grande tara dell’arte puerale e storicistica del secolo: quest’arte o
manca di struttura, di funzionalità (crede ancora sufficiente il cosiddetto
impulso naturale) o si compiace della struttura per se stessa, per amore
storicistico di originalità culturale (siamo nipoti dell’Illuminismo). Definire
la struttura viva non è facile: incontro d’intuizione e di schemi, confluenza
di miti individuali e collettivi, funzionalità del gratuito, stilizzazione del
dialetto – si può continuare. Ma c’è un esempio che per la sua esoticità e
relativa contemporanea vicinanza si fa piú agevolmente comprendere: l’arte
poetica e narrativa americana. A prima vista, in questa manca ogni struttura,
regna l’impulso naturale, la libertà dalla tradizione. Scrittori come Melville,
Emerson, Whitman, Twain, Dreiser, Anderson, Stein, Faulkner e anche
Wolfe, sono sensibilità nude e primordiali – quasi adolescenze – scatenate
tra le cose; e insieme il loro storicistico programma di costruire l’arte
democratica, l’arte nuova dell’epoca, richiama il volontarismo velleitario di
tutti i futuristi. Eppure non sappiamo quale altra cultura contemporanea
abbia creato un paragonabile mondo mitico – individuale e collettivo, –
fatto di un dialetto linguaggio, fornito stilizzando l’irrazionale una piú larga
messe di simboli, che la cultura poetica americana. In essa è diventata
scrittura viva, maturità virile, struttura, ciò che in altre culture piú sapute
rimane documento, travaglio, letteratura. Perfino i bambini (di Twain e di
Anderson) rimangono in essa bambini, cioè non aduggiano troppo con le
pur necessarie irresponsabili scoperte (l’odore di piscio e il sapor delle
lacrime) la statura e l’azione dei grandi.
Un aspetto che salta agli occhi in quest’arte americana è il suo
intemperante autobiografismo, il franco carattere di trascrizione diretta di
un’esperienza storica in discorso chiarificatore. Sono autentiche «storie di
un’anima» – e di un corpo, – memorie, per cui il reale non è un dato, ma
una scoperta inesausta. Ma qui è appunto il segreto della loro eccellenza:
mentre per la nostra arte europea la maturità è solitamente un adeguarsi al
tradizionale-collettivo, un riconoscere i limiti e le norme della storica
classicità preesistente, e quindi le mitologie individuali non hanno sinora
nei casi di punta potuto rivelarsi che celebrando l’anarchia infantile, per
quelli anche l’età matura – il regno della storia e del conformismo – ha
sinora presentato un irrazionale da risolvere in chiarezza simbolica, una
selva da ridurre a coltura, e il loro futuristico sforzo ha trovato un suggello
di utilità collettiva.
Quest’esempio del secolo americano, a cui si potrebbe aggiungere il
russo, ha già portato alla disperazione parecchi, in quanto pare uscirne una
generale condanna d’ogni sforzo di chi non appartenga a quella cultura. Ma
con questo timore noi proiettiamo una posizione passata su una realtà
presente. Un tempo le generazioni sopravvivevano alla cultura perché a
quel tempo l’unica cultura esistente era la loro, e perciò senz’accorgersi del
sopravvenuto inaridimento andavano cincischiando vuote formule e
convenzioni e in sostanza vivevano convinte di svolgere un compito
essenziale, mentre tutt’al piú si scaldavano ai raggi di una nuova e straniera
cultura. (Beninteso, ciò facendo contribuivano allo sviluppo di questa e
insomma si giustificavano). Ma adesso che ci rendiamo conto della
contemporanea molteplicità delle culture, con ciò stesso possiamo
dissociare la nostra vita spirituale dalla decadenza della singola cultura
toccataci. Il semplice fatto che ne possiamo mettere a confronto e far
parlare almeno due – l’americana e la romantico-europea – chiarisce che
siamo relativamente liberi di fronte a entrambe e che insomma stiamo
lavorando a costruirne una comprensiva, piú complessa, di cui le due in
questione non saranno che componenti provinciali.
Esiste beninteso qualcosa come la localizzazione di una cultura. Noi
diciamo greca ma dovremmo dire ateniese; toscana, ma dovremmo dire
fiorentina; inglese, ma dovremmo dire londinese. Si potrebbe continuare:
ateniese, fiorentina, londinese non bastano; ci sarà nella città un focolaio,
un quartiere, un rione piú favorito di un altro. Cosí s’intende come nel
panorama occidentale la colonia anglosassone d’America sia stata per
complesse ragioni sociali, la favorita dell’ultimo secolo. Dicendo favorita
vogliamo dire che ha parlato per tutti, anche per noi, che non si ritorni al
nazionalistico rifiuto di una cultura in fiore, per il trito e bestiale motivo che
noi ne abbiamo un’altra, sia pure rimbambita e decrepita. Nostra
individuale cultura è ormai, da piú di un secolo, la piú viva d’Occidente –
per ordine, la francese, la tedesca, la russa e l’americana – cosí come la
cultura di Corinto fu via via quella jonica, la beotica, e poi l’ateniese. I
simboli, creati da una cultura con sforzi individuali, diventano operanti e
fanno maturità quando assurgano a simboli collettivi – il passaggio di una
cultura a un’altra piú complessa è come il passaggio dalla mitologia di un
creatore singolo a una mitologia collettiva. Se lo sforzo benemerito di un
singolo uomo o di una singola città non deve servire a tutti i volenterosi,
non si capisce a chi deva servire. Ci sono culture che vegetano a un gradino
inferiore della storia – per esse il problema di maturare, di assurgere a quel
virile tragico istante che è l’equilibrio dell’individuale e del collettivo, è lo
stesso che per l’anarchico ribelle in calzoni corti il problema di crescere
tragico eroe, consapevole della storia.
1 Datato nel manoscritto: 14-16 agosto 1949. Pubblicato postumo su «Cultura e Realtà», n. 2.
2 «... l’uomo deve sopportare | il suo andarsene di qua, cosí come il venirci. | La maturità è tutto»
(Shakespeare, King Lear).
Nota al testo
Presentando questo volume nella sua prima edizione (La letteratura americana e altri saggi,
«Saggi», Einaudi 1951) Italo Calvino scriveva: «Questo volume raccoglie tutti i saggi e gli articoli
che Cesare Pavese ha pubblicato – o aveva scritto per pubblicare – dal 1930 al 1950, nei vent’anni
cioè che racchiudono pure tutto il suo lavoro di poeta e di narratore. E in verità, non si può separare
l’opera creativa di Pavese da quella battaglia culturale – di rinnovatore di un panorama letterario e di
ricercatore di ragioni poetiche e umane – che questo libro documenta (né dalla sua fatica di
traduttore, legata anch’essa per cronologia e contenuto a molti di questi scritti).
Il libro dunque, nel fitto svolgersi dei suoi motivi, può darci un’autobiografia intellettuale di
Pavese, la piú ricca e esplicita, e legata – come ben richiede la sua vita – alla pratica del suo lavoro.
Ed è questo che conta davvero, nella sua vita come in ogni altra: anche se il diario (1935-50) ce ne
rivelerà un tracciato piú minuzioso e segreto, di lui – come d’ogni altro uomo – sapremo solo quello
che ha voluto farci sapere, cioè quel che ha voluto, quel che ha fatto e ha saputo.
Il valore di questi scritti, però, non sta solo nella documentazione di un cammino culturale
individuale; l’esperienza di Pavese è stata esemplare e cruciale di tutta una generazione letteraria,
quella cresciuta sotto il fascismo, quella che avvertí nuovi bisogni e fece una svolta, una sortita
(letteraria e morale) nuova, e poi – morto il fascismo – si trovò di fronte ancora altri problemi, e
ancora alterna speranze e inquietudini. Qui il libro finisce di servirci come testimonianza di qualcosa
di compiuto: vicenda umana o momento culturale, e si rivela per quel che è soprattutto: un libro vivo
oggi, in cui molti dei giudizi su opere e autori restano sicuri, in cui molti dei punti di arrivo morali
rimangono i frutti piú avanzati di una nostra scarna tradizione, e in cui molti degli interrogativi
irrisolti cercano ancora risposta.
Abbiamo ordinato il libro 1 attorno a tre filoni principali, tre volti di una problematica che quella
generazione letteraria – con Pavese in prima linea – ha vissuto e vive. Primo: la scoperta e lo studio
d’un orizzonte culturale diverso, da contrapporre a quello asfittico dell’Italia tra le due guerre (e fu,
per Pavese e per altri, la letteratura nordamericana). Secondo: i rapporti tra letteratura e società, tra
impegno politico e poesia. Terzo: un’urgenza – insoddisfatta dalle estetiche vigenti – di conoscere la
natura piú profonda del fatto poetico, magari utilizzando scoperte e ipotesi di ricercatori d’altri campi
(gli etnologi, per Pavese: e ne nacque il complesso abbozzo teorico del «mito»). Ma la nostra è una
suddivisione di comodo: si vedrà come questi interessi non siano mai disgiunti; gli stessi motivi
corrono da una parte all’altra del libro, e ne seguiamo la nascita e lo sviluppo attraverso le occasioni
piú disparate. Le tre parti hanno diverse date d’inizio (1930 la prima, 1945 la seconda, 1943 la terza),
ma svolgimento parallelo fino agli ultimi mesi di vita dell’Autore; però il maggior lavoro
«americano» di Pavese fu negli anni ’30, la pubblicistica «sociale» fu dopo la Liberazione, le
maggiori ricerche «mitiche» negli ultimi anni suoi; da ciò l’ordine. All’interno delle parti abbiamo
tenuto il piú possibile l’ordine cronologico, ma per certi autori americani (Lewis, Anderson, Lee
Masters, Melville) abbiamo fatto seguire immediatamente al primo saggio tutto quel che Pavese ebbe
a scrivere poi sull’argomento – anche a distanza di vent’anni – in modo da aver sott’occhio dei
giudizi in movimento, lo sviluppo del suo pensiero riferito a quella figura o a quel testo».
1 Già Pavese aveva raccolto la quasi totalità di questi scritti in una grande cartella intitolata Scritti
letterari. Sotto il titolo è scritto di sua mano: racc. il genn. ´49.
Indice dei nomi1
Abba, Giulio Cesare
Alcott, Amos Bronson
Alfieri, Vittorio
Alighieri, Dante
Anderson, Sherwood
Ariosto, Ludovico
Azeglio, Massimo d’
Bailey, John,
Baldwin, Charles C.
Balzac, Honoré de
Baudelaire, Charles
Berdjaev, Nikolaj
Bierce, Ambrose
Binns, H. B.
Boccaccio, Giovanni
Bonichi, Gino, detto Scipione
Brooks, Van Wyck
Browne, Thomas
Bruno, Giordano
Bunyan, John
Byron, George Gordon, lord
Cabell, James Branch
Cain, James Mallahan
Calandra, Edoardo
Caldwell, Erskine
Calvino, Italo
Camoëns, Luis de
Carducci, Giosue
Carlo I, re d’Inghilterra
Carlyle, Thomas
Cecchi, Emilio
Čechov, Anton
Cellini, Benvenuto
Coleridge, Samuel Taylor
Colombo, Cristoforo
Conrad, Joseph
Crane, Stephen
D’Annunzio, Gabriele
Defoe, Daniel
De Martino, Ernesto
De Ritis, Beniamino
De Sélincourt, Basil
De Sica, Vittorio
Dewey, John
Dickens, Charles
Dickinson, Emily
Dos Passos, John
Dostoevskij, Fëdor
Dreiser, Theodore
Edison, Thomas Alva
Eliot, Thomas Stearns
Emerson, Ralph Waldo
Erodoto
Eschilo
Esiodo
Falconi, Carlo
Faulkner, William
Fitzgerald, Francis Scott
Flaubert, Gustave
Fortini, Franco
Foscolo, Ugo
Franco, Francisco
Frank, Waldo
Franklin, Benjamin
Gauguin, Paul
Gobetti, Piero
Goethe, Johann Wolfgang
Gramsci, Antonio
Greenough, Horatio
Guttuso, Renato
Hardy, Thomas
Harris, George W.
Harte, Bret
Hawthorne, Nathaniel
Hayes, Will
Hemingway, Ernest
Henry, Raymond
Hitler, Adolf
Howells, W. D.
Hudson, William Henry
Hugo, Victor
Ingersoll, Robert G.
Jahier, Piero
James, Henry
Jefferson, Thomas
Jesi, Maria
Joyce, James
Kafka, Franz
Keats, John
Kipling, Rudyard
Larbaud, Valery
Lardner, Ring W.
Lee Masters, Edgar
Leopardi, Giacomo
Levi Cavaglione, Pino
Lewis, Sinclair
Lewisohn, Ludwig
Lincoln, Abraham
Lindsay, Vachel
Lisi, Nicola
Lockhart, Caroline
London, Jack
Loti, Pierre
Ludwig, Emil
Mann, Thomas
Mark Twain
Matisse, Henri
Matthiessen, Francis Otto
Maupassant, Guy de
Melville, Herman
Mencken, Henry
Mérimée, Prosper
Michaud, Régis
Monti, Augusto
Moravia, Alberto
Nievo, Ippolito
Norris, Frank
Noyes, Carleton
O. Henry, William S. Porter
Omero
O’Neill, Eugene
Ossian
Paolo, santo
Pascal, Blaise
Pascoli, Giovanni
Perry, Bliss
Pettazzoni, Raffaele
Picasso, Pablo
Piccioni, Leone
Pivano, Fernanda
Platone
Poe, Edgar Allan
Powys, Theodore Francis
Prampolini, Giacomo
Proust, Marcel
Rabelais, François
Rho Servi, Lidia
Rimbaud, Jean-Arthur
Rogers, Cameron
Roosevelt, Theodore
Rubens, Peter Paul
Sandburg, Carl
Saroyan, William
Schlaf, J.
Scott, Walter
Shakespeare William
Shelley, Percy Bysshe
Sinclair, Upton
Sofocle
Soulié, Frédéric
Stein, Gertrude
Steinbeck, John
Stendhal, Henri Beyle, detto
Stevenson, Robert Louis
Stuart, Henry
Swedenborg, Emanuel
Symonds, John Addington
Tennyson, Alfred
Thackeray, William Makepeace
Thompson, James
Thoreau, Henry David
Tolstoj, Lev
Trelawny, Edward John
Turgenev, Ivan
Ungaretti, Giuseppe
Van Gelder, Robert
Verga, Giovanni
Vico, Giambattista
Vidor, King
Vittorini, Elio
Ward, Artemas
Weaver, John V. A.
Whitman, Walt
Wilde, Oscar
Williams, Carlos
Wolfe, Thomas
Wright, Richard
Yeats, William Butler
Zola, Émile
1 I numeri di pagina del presente indice dei nomi sono riferiti all’edizione cartacea dell’opera. Per
trovare le corrispondenze in questo e-book utilizzare la funzione «cerca» del dispositivo e-reader.
Non tutti i termini potrebbero essere ricercabili.
Il libro
PRESENTANDO LA PRIMA EDIZIONE DI QUESTA RACCOLTA, NEL 1951,
Italo Calvino scriveva: “Questo volume raccoglie tutti i saggi e gli articoli che
Cesare Pavese ha pubblicato – o aveva scritto per pubblicare – dal 1930 al
1950, nei vent’anni cioè che racchiudono pure tutto il suo lavoro di poeta e di
narratore. E in verità, non si può separare l’opera creativa di Pavese da quella
battaglia culturale – di rinnovatore di un panorama letterario e di ricercatore di
ragioni poetiche e umane – che questo libro documenta (né dalla sua fatica di
traduttore, legata anch’essa per cronologia e contenuto a molti di questi scritti) .Il
libro dunque, nel fitto svolgersi dei suoi motivi, può darci un’autobiografia
intellettuale di Pavese, la più ricca ed esplicita e legata – come ben richiede la sua
vita – alla pratica del suo lavoro. Il valore di questi scritti, però, non sta solo nella
documentazione di un cammino culturale individuale; l’esperienza di Pavese è stata
esemplare e cruciale di tutta una generazione letteraria, quella cresciuta sotto il
fascismo, quella che avvertì nuovi bisogni e fece una svolta, una sortita (letteraria e
morale) nuova, e poi – morto il fascismo – si trovò di fronte altri problemi, e ancora
alterne speranze e inquietudini”.
L’autore
Cesare Pavese è nato a Santo Stefano Belbo nel 1908. Allievo del liceo D’Azeglio,
conosce Giulio Einaudi, di quattro anni più giovane, grazie ad Augusto Monti, che
era stato insegnante di entrambi. Inizia a collaborare con l’Einaudi nel 1934 per la
realizzazione della rivista «La Cultura», che dirige a partire dal terzo numero. Nel
1937 viene assunto nella redazione della casa editrice. Nel 1945-46 ne dirige la
sede romana. Nel 1947 torna a Torino ed è, di fatto, il direttore editoriale. Nel
1950 muore suicida.
Le sue opere sono pubblicate da Einaudi, anche in formato e-book.
Dello stesso autore
Tutti i romanzi
Verrà la morte e avrà i tuoi occhi
La luna e i falò
La bella estate
Dialoghi con Leucò
Feria d’agosto
Paesi tuoi
Prima che il gallo canti
Il mestiere di vivere
Lotte di giovani e altri racconti (1925-1930)
Racconti
Lavorare stanca
Tutti i racconti
Le poesie
Notte di festa
Il diavolo sulle colline
Il compagno
Tra donne sole
La spiaggia
Il carcere
I capolavori
La casa in collina
Officina Einaudi
Vita attraverso le lettere
Fuoco grande (con Bianca Garufi)
Il serpente e la colomba
© 1991 Giulio Einaudi editore s.p.a., Torino
La presente edizione è la ristampa, col titolo della raccolta originaria, dei Saggi letterari,
dodicesimo tomo delle Opere di Cesare Pavese
Progetto grafico: 46xy.
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www.einaudi.it
Ebook ISBN 9788858415658