tutti i partiti, compresi gli autonomi e i doppio-gioco (anche questo in Italia
è un partito), collaborando coi comunisti si son resi conto di una dirittura e
umanità che non sapevano in questi ultimi. Ma piú che tutto han toccato con
mano la concretezza, la consistenza politica di questi compagni. Li han visti
scendere in mezzo alle masse e agitarle, politicizzarle. Hanno fatto
esperienza di un nuovo costume democratico di autocritica e disciplina.
Hanno capito, o presentito, che cosa significhi che «il Partito Comunista è
l’avanguardia organizzata della classe operaia». Chi poi ricordi che il
Partito Comunista è l’unico partito italiano di massa che non ha esitato o
patteggiato mai nella lotta clandestina ventennale, e il primo che
nell’autunno del ’43 lanciò la parola d’ordine della politica d’unità
nazionale contro il fascismo traditore e lo straniero, dovrà pur chiedersi
donde gli sian venute tanta concreta sicurezza e tanta forza. E la risposta è
immediata: il Partito Comunista ha potuto far opera cosí larga e sicura
perché le sue premesse, i suoi quadri e i suoi fini s’identificano con la realtà
profonda, con le esigenze e gli apporti della classe lavoratrice – la nuova
classe di governo italiana.
È facile – è un gioco – dimostrare che nei due anni o poco piú dacché i
comunisti hanno ripreso in Italia un’azione scoperta, non c’è stata una
proposta, un provvedimento, una polemica genuinamente democratica –
vale a dire, indirizzata a garantire e approfondire la libertà dei cittadini –
che non avesse in loro gli ispiratori e i propugnatori piú calorosi. Si dirà a
questo punto: «Va bene. Di quanto avete operato coi colleghi del CLN vi
diamo atto. Ormai è storia. Ma chi ci assicura che, passato il periodo
dell’intesa cordiale, quando si dovrà pure metter mano alla ricostruzione e
alle riforme, non gettiate la maschera e ritorniate quei cani arrabbiati che
diceva il ministero della cultura popolare e che dicono ancor oggi i curati
dai pulpiti? Almeno due guerre civili – di Russia e di Spagna – le avete già
fatte». Questo il discorso dell’amico intellettuale.
Si parlava di libertà. Di libertà concreta. La guerra civile non è
un’obiezione. Quand’è stato necessario – contro i fascisti repubblicani –
l’hanno fatta i comunisti e l’hanno fatta i liberali. Quando un tessuto
degenera e infetta, non è violazione della persona del malato reciderlo senza
complimenti. Sarà, se mai, deplorabile non andare fino in fondo. Ma
comunque, non si tratta di questo. Esiste ora in Italia una precisa situazione
– una struttura istituzionale e produttiva molto scossa, interessi e persone
sopravvissuti a una bufera che doveva spazzarli e invece li ha soltanto
storditi – questi interessi si riorganizzano, sono gli stessi che han voluto o
tollerato che si desse il colpo di grazia alla nostra prima malaticcia
democrazia prefascista, son dispostissimi a rifarlo un’altra volta e per gli
stessi comprensibili motivi – di fronte a loro sta un popolo, una massa
umana che ha provato sulla sua carne tutta la rabbia di quella bufera e, se
non c’è rimasta, è perché erano troppi e troppo allenati a soffrire. Questa
massa, antichissima e nuova, nella sua maggioranza sa a chi deve i suoi
lutti, le piaghe e la fame, sa di essere un popolo, il popolo, sa che chiunque
lavora in ogni campo ha il suo stesso destino – e si stringe naturalmente ai
partiti che non le hanno mai mentito, che sono la sua espressione, una cosa
sola col suo avvento nella storia – e di questi al piú conseguente, al piú
duro, al piú odiato dai suoi sfruttatori, il Partito Comunista. Si tratterà
domani di studiare e discutere le riforme che permettano a questa massa di
ritrovarsi, di spiegarsi, di dar tutte le sue possibilità, onde bloccare per
sempre il passato e organizzare un avvenire degno d’esser vissuto. Va da sé
che in quest’opera si prenderanno decisioni che offenderanno quei tali
interessi e quelle tali persone che tutti sappiamo; si faranno delle leggi che
non a tutti torneranno comode; si spazzeranno molte stalle e palazzi; e
questo – dice l’intellettuale – è rispetto per la libertà? Senza dubbio, si
risponde – e chi teme che i comunisti anelino al sangue e alla strage,
insomma alla dittatura, osservi chi sono gli interessati a rimandare, a
confondere, a invalidare le elezioni della libera democratica assemblea
costituente.
Non tocca a noi, né c’interessa qui ora, esporre e discutere nella loro
concretezza le rivendicazioni che di un popolo battuto e disorientato
potranno fare una operosa e civile società degna del mondo dei liberi. Noi
discorriamo fra intellettuali la simpatia che accosta innegabilmente al
comunismo chiunque in questi anni sotto il tallone nazifascista ha sognato
libertà. E io credo che molti avran pensato qualche volta che la grande la
storica colpa di quei tristi regimi non fu tanto la strage, l’iniquità
organizzata e rabbiosa, quanto quella di aver rimandato, sia pure di un
giorno o di un ventennio soltanto, il mondo nuovo. Poiché è questo che
preme e urge sotto tutti i sussulti. Va da sé tuttavia che nemmeno questi
anni, questa stasi mostruosa, sono stati superflui. Per essi è diventato piú
evidente e irresistibile il richiamo di libertà che risuona nella voce risoluta
delle masse, di una libertà vera, che ricominci dal principio, dal lavoro e dal
cibo, e non si faccia piú bloccare e giocare dal rispetto di storici privilegi
acquisiti. Tutti vedono come in Italia il Partito Comunista è uscito
sinceramente democratico dalla vita clandestina, e questo è un altro segno
dell’allargarsi e approfondirsi della sua presa sulle masse del popolo
lavoratore. Chi ha la forza con sé non ha bisogno di ricorrere a colpi di
forza. Non sono mai le maggioranze a sognar dittature. Quanto all’accusa
che il comunismo miri a una società perfetta e sia quindi disposto a
instaurarla con quell’assenza di scrupoli e quel fanatismo che compete ai
perfetti, noi rispondiamo che è la vecchia società, se mai, a ritenersi
perfetta, autorizzata a conservare le sue piú scadute posizioni e i suoi piú
vieti pregiudizi. La libertà non consiste nel permettere a qualcuno di esser
sempre ciò che un giorno è stato, ma nel porre tutti i vivi in grado di
determinare e costruire la loro nuova realtà. Visto che abbiamo parlato di
società perfette, ci soccorre un esempio.
Chi sul finir del mondo antico si fosse chiesto dove stava libertà religiosa
e filosofica – nella larga tolleranza della società pagana o nell’intransigenza
delle comunità evangeliche – come avrebbe risposto? I pagani svolgevano
la loro accademia entro le regole del gioco, eleganti e signori di sé,
trascorrendo di sistema in sistema con vivido gusto e molta soda erudizione,
senza mai perder di vista che tutto ciò non impegnava e non andava oltre
l’applauso e lo stipendio. Società astrattamente liberale e perfetta che,
quando venne il momento, quando cioè l’intransigenza e virulenza cristiane
la misero seriamente in questione, seppe difendersi coi leoni e le croci.
Intanto i cristiani, i fanatici, nella loro intolleranza spirituale scoprivano una
nuova dimensione dell’anima, ne fissavano la struttura e le norme, si
dibattevano fra i nuovi insospettati problemi che la concreta libertà interiore
poneva loro innanzi a ogni passo. Per un pezzo non si trattò piú né
d’applauso né di paga. Ma le nuove province dell’anima allora scoperte
sono vive e operanti ancor oggi dentro di noi. Né vale obiettare che ben
presto l’applauso e la paga fecero gola anche ai cristiani, divenuti perfetti.
Queste cose succedono – si nasce e si muore.
A questo proposito, intellettuali credenti osservano che altro è la mistica
società della Chiesa, altro un giuridico sistema d’istituti, come per esempio
la società sovietica. È evidente. Ma il discorso continua accusando il
materialismo che, insegnato dall’alto, ha pervaso tutta la vita dei russi e ne
sospinge, per esempio, larghi strati a dedicare veglie e forze allo
spasmodico lavoro di costruire una fabbrica, e poi le macchine per metterci
dentro, e poi quei beni di produzione e consumo che le macchine
consentono. Ora, lasciando stare che se i russi non avessero in passato
costruito cosí largamente e di lena, Hitler correrebbe ancora l’Europa,
l’accusa è perlomeno demagogica. Ma come? Si consente e anzi inculca al
cittadino e cristiano di uccidere e farsi uccidere in guerra – guerra giusta,
s’intende, – e poi si condanna come materialistico dedicare la passione e le
forze a sollevare la vita del prossimo lavorando? Forse che in guerra si
muore altro, nel migliore dei casi, che per migliorare la vita del prossimo? E
morire è un po’ piú irreparabile che spossarsi nel lavoro, materiale o ideale
che sia. In verità sta rinascendo l’assurda e francescana campagna contro
l’umano mondo della tecnica, quella campagna che nel secolo scorso fu
privilegio degli estetizzanti, poi, nel nostro, dei primitivisti neopagani, e
adesso – strano accostamento – dei cristiano-umanisti, tipo Berdjaev. Per
non dire di altri. Ma l’uomo è la tecnica, fin dal giorno che impugnò una
scure a combattere contro le belve o uno stilo per scrivere; e se oggi la
tecnica appare la nemica dello spirito, ciò è vero nel senso che in troppi
paesi di questa terra il lavoro che gli uomini compiono è accantonato e reso
vano da chi non lavora e c’ingrassa. E la colpa non sarà della tecnica ma di
chi crede che lo spirito non sappia di sudore e di terra, e sia altro
dall’entusiasmo di scoprire, trasformare e utilizzare la materia, tutta la
materia. Per la strada della salvaguardia gelosa dei valori spirituali –
diventati beninteso situazioni comode per chi li professa – siamo giunti a un
sistema sociale in cui chi lavora sputa l’anima e la sputa chi non lavora. Ma
nasca una società in cui l’entusiasmo ha bruciato ogni scoria e l’opera delle
mani è inseparabile da quella del cervello per la comune utilità – e i titolari
dello spirito si sdegnano. C’è senso?
Purtroppo c’è senso, e si chiama pigrizia, interesse, dabbenaggine o
malafede. Noi vorremmo che l’amico intellettuale, giustamente preoccupato
delle sorti dello spirito, ripensasse come in ogni epoca lo spirito autentico,
vivo, fu quello che scese tra gli uomini e lavorò a illuminare e risolvere
concreti problemi di vita, nati ogni volta dalla resistenza che le formule
vecchie opponevano alle nuove incontenibili realtà pratiche e sociali. La
storia ha vedute molte piú rivoluzioni di quel che si narra. Non sempre fu
necessario decapitare Carlo I o dar l’assalto al Palazzo d’Inverno – queste
son crisi d’eccezione – ma sempre lo spirito vero s’incarnò in una tecnica,
fu tecnica cioè, fu efficienza contro la ruggine e le panne della macchina
esistente. Chi ha esperienza di masse comuniste, o semplicemente
organizzate e avviate a sollevarsi dalla torva brutalità veramente materiale
in cui le hanno tenute tanto tempo i governanti della terza Italia, sa che tra
loro la viva cultura, la sollecitudine competente e operosa di un
intellettuale, è salutata e beneaccetta come un tempo fra i loro avi la
presenza di un sacerdote. Quasi sempre l’intellettuale esce fuori sgomento
da quella stretta di cordialità fiduciosa che gli suona come un impegno
terribile. Il primo incontro con un compagno di base ha suonato per molti
come un richiamo del destino. Si sente il bisogno di rivedere tutta una serie
di abitudini mentali, e l’accento è uno solo: come orientarsi nello spirito
affinché la sua piú alta attività non lasci cadere nessuna delle esigenze e
delle istanze del compagno uomo nuovamente scoperto.
Gli strati che, come dicevamo, vivono in modo piú immediato
l’inconscio travaglio del presente, hanno questo da proporre a tutti gli
intellettuali – una norma perenne di vita e di opportunità tecnica. Si cerca,
nell’attrito con loro, la concreta libertà di un’azione da compiere, di una
norma da seguire. Respirare del loro respiro non vuol dire altro. L’umana
ricchezza, la profonda capacità di sacrificio e di gioia che in ogni tempo
della storia ha ciecamente sussultato nelle masse, è ai nostri tempi quasi sul
punto di rottura, e il nuovo mondo della tecnica offre i mezzi per una larga e
consapevole liquidazione di ingombri e resistenze secolari, per la
liberazione d’inaudite energie. Basta rendersi conto dell’immane travaglio e
accettarlo.
Ora, in questo atteggiamento è latente un pericolo: quello di «andare
verso il popolo». Specialmente in Italia. Verso il popolo ci vanno i fascisti.
O i signori. E «andarci» vuol dire travestirlo, farne un oggetto dei nostri
gusti e delle nostre degnazioni. Libertà non è questo. Non si va «verso il
popolo». Si è popolo. Anche l’intellettuale, anche il «signore», che soffrono
e vivono l’elementare travaglio del trapasso da una civiltà d’impedimento e
di spreco a quella organizzata nella libertà della tecnica, sono popolo e
preparano un governo di popolo. Che è ciò che vuole il comunismo.
Democrazia significa questo governo.
II 2.
È possibile che uno s’accosti al comunismo per amore di libertà? A
noialtri è successo. Per uno scrittore, per un «operaio della fantasia», che
dieci volte in un giorno corre il rischio di credere che tutta la vita sia quella
dei libri, dei suoi libri, è necessaria una cura continua di scossoni, di
prossimo, di concreta realtà. Noi rispettiamo troppo il nostro mestiere, per
illuderci che l’ingegno, l’invenzione, ci bastino. Nulla che valga può uscirci
dalla penna e dalle mani se non per attrito, per urto con le cose e con gli
uomini. Libero è solamente chi s’inserisce nella realtà e la trasforma, non
chi procede tra le nuvole. Del resto, nemmeno i rondoni ce la fanno a volare
nel vuoto assoluto.
Ora, di tutte le realtà che riempiono le nostre giornate, la piú
conseguente, la piú concreta e liberatrice ci pare, e non da oggi, la lotta
ingaggiata dal Partito Comunista Italiano. Gli intellettuali divisi sulla
questione della libertà, dovrebbero chiedersi sinceramente che cosa
intendono fare con quella libertà di cui sono a ragione solleciti. E
vedrebbero che – tolte le pigrizie, tolti gli interessi inconfessati di ciascuno
– non esiste istanza in cui, se davvero cercano il progresso dell’uomo, diano
una risposta diversa da quella collettiva dei lavoratori. Sappiamo per
esperienza che ogni individuale adesione a una parola, a un richiamo
politico (anche astenersi è un prender parte) inserisce chi la fa in un gioco
di botta e risposta, in una scottante trincea; ma proprio per questo non
c’illudiamo che esista un «paradiso dei rondoni» dove si possa essere
insieme progressivi e liberali. Nemmeno gli anarchici riescono a tanto. La
nostra libertà è la libertà di chi lavora – di chi ha da fare i conti con l’opaco
materiale, con la sua compattezza e durezza. Chiedetelo a qualunque
scrittore: farebbe qualcosa senza ostacolo, senza servitú di parole? Il
difficile è distinguere, a volta a volta, fin dove siamo parole anche noi,
materiale, oggetto di statistica. Ma qui non c’è che rimandare alla nostra
pratica quotidiana di discussione e di autocritica.
1 Il comunismo e gli intellettuali, inedito, datato 14-16 aprile 1946. Se ne ignora la destinazione.
2 Inedito, datato 13 novembre 1947. Pavese era stato invitato, dalla direzione del PCI, insieme ad
altri scrittori e uomini di cultura iscritti al Partito, a rispondere con un breve scritto alla domanda:
Perché sono comunista. Le risposte dovevano essere raccolte in un opuscolo di propaganda.
Di una nuova letteratura1
Caratteristico dei tempi come il nostro è lo spreco di energie. Si è sempre
troppo giovani, che vuol dire troppo scioccamente complicati e impacciati,
di fronte alla inverosimile possibilità di realizzare cose fino a ieri proibite. È
dei giovani accostarsi alla vita, per esempio a una donna, con un complesso
bagaglio di idee preconcette e astratte, di esigenze, di ombrose
suscettibilità, che logorano e strappano i nervi. A troppa gente ormai –
giovani e anziani – manca l’arte di lasciar parlare le cose, di accettare il
proprio destino, di trovarsi d’accordo con se stessi. Tutti ci dibattiamo
inutilmente, cosí come nessuno oggi sa scegliersi una città, una casa, dove
fermarsi e lavorare. Forse è l’effetto, che perdura, della vita e della lotta
clandestina; forse è peggio.
La piú grossa delle cose fino a ieri proibite è senza dubbio la capacità di
liberamente lavorare e parlare per gli altri, per il prossimo, per il compagno
uomo. E fin dove arriva l’analisi oggettiva, la formulazione e conseguente
messa in opera di un metodo politico in una data situazione, molto si è fatto
e si farà qui da noi, e le capacità ci sono e i compagni lo sanno. Qui non si
sprecano energie. La dura lotta e la gravità della posta in gioco tendono di
per sé a eliminare chi porta nel suo lavoro soprastrutture e orgasmo. Non è
possibile mentire a lungo in questo campo. Soprattutto non è possibile
mentire a se stessi. Ci si muove tra realtà sanguinose, e a chi ha buon volere
la coscienza sa almeno suggerire di accettare degli ordini. Collaborare con
gli altri, col prossimo, può essere faticoso, disperato – impossibile mai. La
presenza, la parte degli altri ci segna la strada.
C’è invece un campo di lavoro – dove per gli altri si parla, anzi si scrive
– che sembra portare con sé fatalmente un distacco, un isolamento e certo,
almeno nella sua fase conclusiva, esclude ogni collaborazione e contatto. È
il lavoro della fantasia intelligente, diretto a sondare ed esprimere la realtà –
poesia, narrativa, saggistica e il resto. Per attendere a questo lavoro è
necessario isolarci, e non solo materialmente: lo sforzo di auscultazione che
esercitiamo su di noi, tende a spezzare molti ponti con l’esterno e farci
perdere il gusto dello scambio, della convivenza, della cordiale umanità.
Tende inoltre a contrapporci alle cose, farcele trascurare, ignorare. Si era
partiti per capire, possedere piú a fondo la realtà, e il risultato è che ci si
chiude in un mondo fittizio che alla realtà recalcitra. Allora naturalmente si
soffre.
In questo stato di squilibrio, d’inquieta coscienza, avviene lo spreco. Si
resta, o si ritorna, adolescenti. Ci si dibatte. S’inventano teorie,
giustificazioni, problemi. Si dimentica – o non si è mai saputo – che il
compito, il lavoro, è un altro, quello appunto di sondare ed esprimere la
realtà attraverso la fantasia intelligente. Interrogare le cose e ascoltarle,
interrogare gli altri e accettare il destino, pare ormai troppo semplice e si
arriva perfino a crearsi doveri, complicati e sbagliati come tutte le velleità.
Il mondo di ieri tollerava un’equivoca figura d’intellettuale che, senza
riconoscere doveri, viveva in sostanza di teorie, giustificazioni e problemi.
Quando costui si metteva a «creare», si metteva cioè davanti alla «realtà» e
tentava di esprimerla, succedeva di solito che si sbagliava di realtà e dava
conto, se mai, delle sue teorie, giustificazioni e problemi. Anzi, non si
sbagliava: di realtà non ammetteva che la sua, e in questo mondo fittizio
dell’io senza doveri era, a modo suo, onesto. Tra le molte teorie aveva
accolta quella del necessario isolamento e dell’ascetica rinuncia alle
durezze della vita attiva e del reale. Viveva mimetizzato sotto il tessuto
dello stile e faceva consistere tutta la sua dignità nell’essere quel tessuto,
quello stile, quel mascheramento. Era insomma fedele ai principî, e pagava
di persona.
Oggi va prendendo voga la teoria contraria, naturalmente giusta, che
all’intellettuale, e specie al narratore, tocca rompere l’isolamento, prender
parte alla vita attiva, trattare il reale. Ma, appunto, è una teoria. È un dovere
che ci si impone «per necessità storica». E nessuno fa all’amore per teoria o
per dovere. Il narratore che una volta, invece di narrare, si aggirava nei
meandri del suo io schifiltoso in perpetua rivolta verso i bassi doveri di
questo mondo contenutistico, adesso si logora i nervi e perde il tempo
chiedendosi se il contenuto lo interessa quanto dovrebbe, se il suo stile e i
suoi gusti sono abbastanza proletari, se il problema o i problemi del tempo
lo agitano quanto è augurabile. E fin qui non c’è nulla da dire. Non è uno
scherzo per nessuno l’impresa di vivere, e vivere significa essere giovani e
poi uomini, e anche dibattersi, darsi dei doveri, proporsi un contegno. Il
malanno comincia quando quest’ossessione della fuga dall’io diventa essa
stessa argomento del racconto, e il messaggio che il narratore ha da
comunicare agli altri, al prossimo, al compagno uomo, si riduce a questa
magra auscultazione delle proprie perplessità e velleità. Toccare il cuore
delle cose per teoria o per dovere non è possibile. Ci si dibatte e ci si logora,
questo sí. Accettare se stessi è difficile.
Eppure il narratore, il poeta, l’operaio della fantasia intelligente, deve
anzitutto accettare il destino, esser d’accordo con se stesso. Chi è incapace
d’interrogare le cose e gli altri, si rassegni e lo ammetta. Il mondo è grande
e c’è posto anche per lui. Quel che non va è battersi i fianchi per cavarne un
ruggito che poi somiglia a un miagolio. L’equivoca stoffa dell’intellettuale
di ieri non cambia. In questo mondo di individui niente cambia, e le parole
non bastano. Chi è ossesso dal dilemma «Sono o non sono scrittore
sociale?» e tutta l’infinita varietà delle cose, dei fatti, delle anime gli
diventa sotto la penna auscultazione di se stesso come ai tempi piú gloriosi
del frammentismo, sia eroico fino alla fine: s’imponga di star zitto. Qui è il
dovere e la giustificazione. O, se spinge la buona fede fino a capacitarsi che
i nuovi doveri son soprattutto d’umiltà, si umilii disinteressatamente davanti
agli altri, ai compagni, alle cose: può darsi che sia nelle sue forze di arrivare
davvero a parlare per loro e che finora non ci riuscisse per difetto di
crescita, per colpa di soprastrutture. Perché l’arte di accettarsi, di esser
d’accordo con se stesso, ha di buono che mette in luce fin la menoma
scintilla di valore che si ha in corpo.
Siamo tutti convinti che solo il mondo e la vita contengono gli spunti, le
condizioni di qualunque pagina vera si è scritta o si scriverà. Di piú,
sappiamo che ci son tempi, come il nostro, in cui accade un rivolgimento,
un avveramento di valori, in cui la materia umana e sociale fermenta come
in un crogiuolo in attesa di esser colata in forme nuove. Ma non siamo
convinti che queste forme nasceranno dalla presunzione orgogliosa di chi
del disagio di non averle ancor trovate si fa argomento dello scrivere.
Quest’è un romanticismo adolescente. Piú che mai vale qui la parola: «A
chi ha sarà dato» e l’altra: «Soltanto quel che non si cerca si ottiene». Chi
cerca la felicità non sarà mai felice; chi vuole far l’arte del suo tempo «per
necessità storica», farà tutt’al piú una poetica, un manifesto. Queste cose o
si hanno in corpo e nasceranno e non serve discuterle, o non sono che
chiacchiere. Ascoltare e accettare se stessi vuol dire non dibattersi in
chiacchiere, ma attendere al proprio mestiere sapendolo un mestiere,
umiliandosi in esso, producendo dei valori. Il calzolaio fa le scarpe e il
capomastro fa le case – meno parlano del modo di farle e meglio lavorano:
– possibile che il narratore debba invece impunemente chiacchierare
soltanto di sé?
1 Di una nuova letteratura, pubblicato su «Rinascita», maggio-giugno 1946. (Il dattiloscritto
porta una data a timbro: 26 gennaio 1946).
L’influsso degli eventi1
Gli eventi degli ultimi anni hanno avuto almeno quest’influsso sul mio
lavoro: mai in passato avrei risposto a un’inchiesta sui miei risultati e
propositi di scrittore. Non avrei risposto, anzitutto perché avevo di meglio
da fare – provare a me stesso che ero uno scrittore, e questo non si fa con le
chiacchiere – e poi perché spiegazioni alla «repubblica letteraria» del tempo
non intendevo darne affatto, giacché quella non era una repubblica, e non
era letteraria. Tutti i contatti con l’esterno erano rotti: i pochi amici non
avevano bisogno d’interrogarmi sui giornali, i non amici s’erano fatto un
viso ambiguo tra di birri e risaliti o di sopravvissuti, che non mi piaceva.
Come sempre, il troppo ordine, la troppa gerarchia, producevano
anarchismo, e io lo confesso: nelle cose pubbliche ero anarchico,
luciferesco, autosufficiente. Se oggi invece rispondo è perché credo che
altra gente metta il naso nei giornali – non dico solo chi li fa – gente che
può chiedermi conto e a cui mi piace render conto. Per dir tutto in una volta,
gente libera che è anche mia eguale.
Non so se l’influsso dei tempi andrà molto piú in là. Non credo,
comunque, che la generica materialità del nuovo produrrà in me di quelli
che si chiamano rinnovamenti di contenuto. Non credo che dipingerò larghi
affreschi sociali. Non rievocherò la vita clandestina né le galere di nessuno.
Non farò poesia parenetica. Il modesto racconto carcerario e confinario che
mi compete, lo scrissi nel ’37, ne feci una storia di paesi e di sesso, senza
politica né alta strategia, e lo conservo in un cassetto 2. Acqua passata.
Accade anzi, in questi ultimi tempi, che i tempi apparentemente
documentari di qualche mio antico libro – diciamo Paesi tuoi – mi si vanno
macerando e decantando in modo quasi inconsapevole, e le vigne, campo
pavesesco di contese e brutalità sia sessuali che economiche, mi son
diventate, per un momento, estatico scenario di ricordi infantili. Oggi come
oggi, poi, navigo addirittura in un mondo neoclassico di miti preomerici.
Che farci? Non è detto che la dolorante materia umana della povera Italia e
della povera Europa sia soltanto trattabile con le molle del realismo
dialettale o d’occasione. Perché è questo che in sostanza si pretende quando
s’insiste per sapere se gli eventi degli ultimi anni hanno «avuto un
influsso». Qualcuno poi aggiunge che la cosa ha ormai assunto la gravità di
un dovere verso il nuovo pubblico dei lettori: fare una realistica, oggettiva
letteratura parlata, perché i milioni di lettori vi possano accedere. Secondo
l’esempio dei sovietici che hanno inventato il «realismo socialista».
Lascio stare il realismo socialista, che aspetto di giudicare sui testi e che
comunque per ora riguarda gli scrittori di laggiú. Io sento un solo dovere
letterario verso questi nuovi lettori, che sono poi tutti gli uomini: insegnar
loro a leggere e, affinché leggere non sia tempo perduto, dargli da leggere
quanto di meglio, di piú ricco, di piú giusto si sa scrivere. Dopotutto sono
anch’io uno di loro e ho la penna dal manico – vale a dire, il mio mestiere è
«avere influsso» su di loro. Quanto all’influsso che loro, i compagni
uomini, hanno esercitato su di me, carte in tavola. In tempi che la prosa
italiana era un «colloquio estenuato con se stessa» e la poesia un «sofferto
silenzio», io discorrevo in prosa e versi con villani, operai, sabbiatori,
prostitute, carcerati, operaie, ragazzotti. Non mi passa per la testa di
vantarmene. Questa gente mi piaceva e mi piace tuttora. Era come me. Non
ci si vanta di amare una donna piuttosto che un’altra. Ci si vanterà, se mai,
di trattarla con onestà e con chiarezza. Ed è questo che voglio aver fatto.
L’ho fatto? Hanno detto di me che imitavo i narratori americani,
Caldwell, Steinbeck, Faulkner, e il sottinteso era che tradivo la società
italiana. Si sapeva che avevo tradotto qualcuno di quei libri. Ne avevo
anche tradotti, a dire il vero, di altro genere, e anzi un critico una volta si
dolse che invece di farmi influire da Joyce o dalla Stein avessi accolto il
rozzo magistero dei primi. Dunque, ho fatto una scelta. Dunque ho provato
simpatia. Dunque c’era in me qualcosa che mi faceva cercare gli americani,
e non soltanto una supina accettazione. (Di passaggio, l’americano che per
il suo «tempo», per il ritmo del narrare mi gravò sulle spalle davvero,
nessuno al tempo di Paesi tuoi lo seppe dire: era Cain).
Ma, insomma, il decennio dal ’30 al ’40, che passerà nella storia della
nostra cultura come quello delle traduzioni, non l’abbiamo fatto per ozio né
Vittorini né Cecchi né altri. Esso è stato un momento fatale, e proprio nel
suo apparente esotismo e ribellismo è pulsata l’unica vena vitale della
nostra recente cultura poetica. L’Italia era estraniata, imbarbarita, calcificata
– bisognava scuoterla, decongestionarla e riesporla a tutti i venti primaverili
dell’Europa e del mondo. Niente di strano se quest’opera di conquista di
testi non poteva esser fatta da burocrati o braccianti letterari, ma ci vollero
giovanili entusiasmi e compromissioni. Noi scoprimmo l’Italia – questo il
punto – cercando gli uomini e le parole in America, in Russia, in Francia,
nella Spagna. E che questa amorosa simpatia coi forestieri non risultasse a
nessun tradimento della nostra presunta realtà sociale e nazionale, lo si vede
nel fatto che qualcuno di noi continuò a svilupparsi e giunse persino a una
faccia insospettata – inconfondibile e autentica alla critica piú malevola –
senza nessuna soluzione di continuità, senza coscienza di voltare la casacca.
Io almeno non credo di averla voltata. E nessuno può seriamente sostenere
che Feria d’agosto, o altro che io scriva oggi, sia «americanizzante».
Eppure basterà che il malevolo si rilegga il primo Lavorare stanca, per
trovarci in esigenza e talvolta in immagine la sostanza di quello che scrivo
ora. Ho la certezza di una fondamentale e duratura unità in tutto quanto ho
scritto o scriverò – e non dico unità autobiografica o di gusto, che sono
sciocchezze – ma quella dei temi, degli interessi vitali, la caparbietà
monotona di chi ha la certezza di aver toccato il primo giorno il mondo
vero, il mondo eterno, e altro non può fare che aggirarsi intorno al grosso
monolito e staccarne dei pezzi e lavorarli e studiarli sotto tutte le luci
possibili. Col che è anche detto che l’opera «meglio riuscita» e che «può da
sola testimoniare il carattere della mia arte» è a tutt’oggi Lavorare stanca.
Perché cos’è Paesi tuoi altro che una pagina, particolarmente goduta e
protratta, dello stesso libro? e Feria d’agosto, lo stesso libro veduto da un
angolo nuovo e già scontato? La spiaggia invece, il mio romanzetto non
brutale, non proletario e non americano – che pochi per fortuna hanno letto
– non è scheggia del monolito. Rappresenta una mia distrazione, anche
umana, e insomma, se valesse la pena, me ne vergognerei. È quello che si
chiama una franca ricerca di stile.
1 Ragioni di Pavese, inedito, datato 5 febbraio 1946. Risposta a un’inchiesta della rivista
«Aretusa». Le domande erano:
«a) Gli eventi degli ultimi anni hanno avuto qualche influsso sul vostro lavoro?
«b) Qual è l’opera vostra che giudicate meglio riuscita e che possa da sola testimoniare il carattere
della vostra arte?»
2 [Allude a Il carcere che poi pubblicherà nel volume Prima che il gallo canti, Einaudi, Torino
1948].
Dialoghi col compagno
I. Il compagno 1.
Ho incontrato il compagno operaio che conobbi un anno fa quando
scrivevo che noi intellettuali siamo popolo come lui. – Non si va verso il
popolo, – dicevo allora, – si è popolo. Verso il popolo vanno i signori, e i
reazionari.
– Bene, – mi ha detto il compagno; un po’ magro e stremato, ma risoluto
come allora, – ci sono quei libri che dicevi l’altr’anno? Tu li hai scritti? Li
hanno scritti i tuoi colleghi?
– Non ancora, – gli ho detto. – Non li abbiamo scritti. Ma abbiamo
discusso come si devono scrivere.
– Ah, – dice il compagno, – e vi siete messi d’accordo?
– Non è facile, – dico. – Tra noi si discute piú che altro per tenerci in
esercizio. Ciascuno di noi quando parla ha già in corpo la sua decisione e
ascolta l’altro per sentire quant’è scemo, e confermarsi nell’idea sua.
– E non avete fatto altro?
– La solita vita. Di noi chi scrive sui giornali, chi insegna, chi va
all’ufficio, chi in fabbrica. Scrivere un libro, un vero libro, non è un lavoro
quotidiano. Anche quelli che credono di saperne il mestiere, sono povera
gente. Pensarci sempre giorno e notte, questo sí. Ma scrivere un libro è
come fare una malattia, come trovare una ragazza: sono cose che ti toccano
per sorte.
– Sembra sempre di scherzare con voialtri. Voglio crederti perché sei un
compagno. Ma da quel che dicevi l’altr’anno io mi aspettavo che vi sareste
ricordati anche di noi, della gente come me che non ha mai avuto il tempo
né i mezzi per seguirvi. Tu dicevi che i libri son fatti per tutti, non per
questo o per quello, che voi li scrivete e che a noi tocca leggerli, che cosí è
sempre stato e ci vuol buona volontà da parte nostra. Ebbene, compagno,
siamo qui per seguirti. Sappiamo che ci vuole questo sforzo e lo faremo. Ma
dove sono questi libri?
– Si è discusso molto. Si è discusso di come si devono scrivere. Non è
avanzato il tempo per farli.
– Ma qualcuno di voi ne ha già scritti in passato. Cos’è che vi manca?
– Si vuol sapere se adesso farli apposta per voi...
– Ma se hai detto che i libri sono fatti per tutti! – Qui il compagno
operaio mi guarda beffardo.
– Vedi com’è, – gli dico. – Da un anno a questa parte molti di noi si
vergognano. Han capito che il sangue ch’è corso per terra non è mica uno
scherzo. Si accorgono, come uomini, che questo sangue è sempre pronto a
versarsi, e per quanto spossato di fatica e di fame ha lo stesso colore nel
corpo di tutti. Allora vorrebbero pensarci di piú, fare tutto il possibile per
aiutare gli affamati e gli stanchi, e stagnare questo sangue che cola. Si
vergognano di non averci pensato prima, e vorrebbero riparare.
– Lo facciano. C’è bisogno di discutere?
– Ma vedi. Non è facile. Ciascuno si chiede con che parole deve scrivere
i suoi libri. Se scrivere in modo che a tutti sia chiaro e che piaccia anche a
un povero diavolo, oppure no. Noi abbiamo dei trucchi come la moda delle
donne. Tutti gli anni, quando cambia la moda, sai che ci vuole un certo
tempo a farci l’occhio, a capire perché certi colori stanno meglio, perché si
vada senza calze o si porti il cappello. Poi ti abitui, ma intanto...
– Ho sempre creduto che un libro fosse una cosa piú seria.
– D’accordo. Ma intanto si discute. Discutiamo anche noi due, come
vedi. E non ti dico la questione di che cosa trattare nei libri. Prendi un
romanzo. Si dovrà raccontare una vita come quella che fai o quella che
vorresti fare? Le idee che ti vengono in mente di giorno o quelle di notte?
Parlare del sangue o parlare del vino? Il mondo è grande. E bada che per
scrivere qualcosa non basta volerlo. Bisogna avere tutto dentro già da un
pezzo.
– A me pare che ognuno dovrebbe parlare di quello che sa.
– Compagno, è difficile sapere che cosa si sa. E poi certe volte quello
che sai ti fa arrossire. Si sono anche scritti dei libri per dire che non si
sapeva decidersi, per raccontare la propria vergogna davanti al popolo che
aspettava una parola, un avvertimento, un consiglio. «Niente», si è scritto,
«guardatemi. Sono un miserabile che non sa cosa dirvi».
– Com’è quella questione che non sapete di che parole servirvi?
– Anche questa è rognosa. Ci sono espressioni che le capiscono in pochi.
Ma servono a dire certe cose fuori mano. Esprimono un modo di vivere che
fino a ieri piaceva. Si domanda: chi ricorre a queste espressioni, non
dimostra con questo di non essere col popolo, di vivere fuori del contatto
con la massa, di avere insomma sentimenti reazionari?
– Tanto peggio per lui, dico io. Farà la sua fine. Non scrivevi una volta
che hanno tutto da perdere gli scrittori che non hanno contatto col popolo?
– Dico di piú, compagno. Non si ha contatto col popolo, si è popolo. Nel
nostro mestiere non viene un momento che si possa decidere a scrivere d’or
innanzi in un certo modo, di parlare per una certa classe o per certi interessi.
Si può farlo ma allora si è dei venduti, anche se chi ti compra è la classe
operaia. Nel nostro mestiere non si va verso qualcosa: si è qualcosa. Conta
poco adoperare le espressioni fuori mano o parlare magari come i contadini:
quello che sei ce lo hai nel sangue, nella vita che hai fatto, nel modo come
trent’anni di vita ti han conciato. Chi sente adesso, proprio adesso, il dovere
di scrivere per tutti, di parlar come tutti, e prima, ai brutti tempi, non lo
sentiva... mi capisci.
– Lo dico anch’io. E allora dimmi: un operaio come me come potrà capir
qualcosa di libri, sapere se quello che legge l’hanno scritto per lui
veramente?
– Leggendo e pensandoci sopra. Sbagliandosi e ricominciando. Neanche
per noi che li scriviamo ci sono altre strade. Nessuno a questo mondo trova
niente per niente.
– E questi libri non ci sono?
– Verranno, compagno, verranno. Per fare un libro ci vuol piú che
qualche annetto. Ci vuol tutta la vita. Pensiamo a esser uomini. Il resto
verrà.
– Tu hai detto che è come la moda. Possibile?
– Si scherza. Ma c’è pure la moda. Libri se ne scrivono soltanto da
tremila anni e se tu sfogli i piú famosi e i piú discussi ti sembrerà di fare un
viaggio nei paesi piú strani. C’è una moda nelle parole, nei sentimenti, nel
piangere, nel ridere, nel morire, in tutto. Bisogna avere la pazienza
d’imparare queste mode, come si imparano le lingue forestiere. E allora, a
poco a poco, ti succede che dappertutto trovi l’uomo e il compagno, come
riesci a discorrere col cinese e col turco. Poi ci vuole pazienza. Piú frequenti
un amico, piú impari a conoscerlo. Cosí è dei libri. E non è bello arrivare a
conoscere un uomo che per trent’anni, per tutta la vita, ha cercato di parlare
con te?
– E va bene. Aspettiamo. Finirete di discutere un giorno.
– Non sperarlo. Vuoi piuttosto che ti dica un segreto?
– Di’.
– Noi discutiamo e qualcun altro scrive i libri.
Ci lasciammo ridendo e contenti di noi.
II. Le parole 2.
– Tra compagni si è parlato di te e di quel che scrivi, – mi disse l’altro
giorno Masino per strada. – Quando ci spieghi cos’è un libro e come
leggerlo, tu subito metti avanti le parole. A sentirti, in un libro sono tutte
parole. Possibile?
– Pensaci un momento.
Masino ha di bello che capisce un’occhiata. Mi guardò e disse: – Già.
Ma le parole voglion dire qualche cosa.
– Figurati. Ed è proprio per questo che bisogna stare attenti a quelle che
si scelgono. Secondo che uno scrittore adopera certe parole o certe altre, tu
capisci chi è. Prendi i compagni della guerra di Spagna: chi li chiamava
rossi, chi lealisti, chi comunisti e sovversivi, chi patrioti. Ognuna di queste
parole ti chiariva con chi parlavi, e veniva a significare una cosa diversa.
Nelle parole che tu adoperi c’è la tua classe e il tuo lavoro, quello che sai,
quello che mangi, le persone che frequenti. C’è tutto nelle parole.
– Ma in un libro c’è anche una storia, dei personaggi. Noi si diceva che
dovresti parlarci di questo. Un operaio come me, se legge un libro,
difficilmente sa dire la sua. Le parole le capisco. Ma succedono cose nei
libri, che non sempre mi convincono.
– Se non vanno le cose, non van neanche le parole, credi a me.
– Ma ci sono dei libri che sembran ben scritti, e poi sotto ti accorgi che
l’autore è d’accordo con quelli che ammazzano il popolo. Mica ha il
coraggio di dirlo, ma ti pianta su una storia dove tutti di te se ne infischiano.
Ti presenta un ambiente che non si sa di dove vengono le cene che
mangiano e quel che consumano. Mai che si dica che senza la classe
operaia questa gente non avrebbe neanche il bagno. Mai che si sappia che il
mondo non finisce con loro.
– Lo vedi che capisci anche tu? Sta’ tranquillo che quel che manca in
questi libri la gente come noi lo sente al volo. È come col prossimo: parli un
poco e ti accorgi se una persona è dalla tua. Ci sarà chi è piú serio e chi ama
scherzare, ma quando ti dice come si immagina il mondo senti subito se è
un poveretto. E un libro è sempre la descrizione di come uno s’immagina il
mondo.
Quest’idea stupí Masino, che non ci aveva ancor pensato. Vidi che mi
strizzò l’occhio come si fa quando si gode una cosa.
– Però non devi credere che basti scrivere del popolo e raccontare come
vive, – dissi a Masino. – Molti ne fanno una speculazione. Ormai ciascuno
crede di sapere chi è il popolo e, con tanti libri che si son scritti sul popolo,
non è difficile imitarli e parlare come loro. Ma è qui che saltan fuori le
parole. Mentre l’intreccio e i personaggi di un romanzo può copiarli
chiunque e anche aggiungerci, c’è un tono delle parole e del discorso che ti
tradisce per quello che sei. Puoi raccontarle come tue le storielle di tutti, ma
la voce che adoperi è sempre la stessa. E la voce di chi scrive è lo stile, le
parole che sceglie.
– Ma tu capisci dalla voce chi è sincero?
– Qui ti voglio, Masino. Qui serve la pratica e averci studiato. Molti
credono che perché, bene o male, tutti sanno parlare, tutti possano dare un
giudizio su quello che è scritto. Ma ci sono dei libri che, se tu non sai
leggerli, se non sai le parole, non puoi dire nemmeno quel che valgano
dentro.
– Sono libri per noi?
– Sono libri per chi li vuol leggere. Mi sai dire per chi è fatto un libro?
Stai lontano dai libri che son fatti per questo o per quello. Anche un libro
che è scritto in cinese, l’hanno fatto per te. Si tratta sempre d’imparare le
parole di un altro uomo. Tutti i libri che valgono sono scritti in cinese, e non
sempre c’è chi li traduce. Viene il momento che sei solo davanti alla pagina,
com’era solo lo scrittore che l’ha scritta. Se hai avuto pazienza, se non hai
preteso che l’autore ti trattasse come un bambino o un minorato, ecco che
incontri un altr’uomo e ti sentí piú uomo anche tu. Ma ci vuole fatica,
Masino, ci vuole buona volontà. E molta pazienza.
Adesso mi ascoltava testa bassa e compunto.
– Non credere a chi dice che le parole non contano. Anche l’intreccio e i
personaggi sono parole. Qualche volta in un libro i personaggi sono gli
alberi, le case, le montagne. E che cosa vuol dire? Vuol dire che quello che
conta è quel che questi personaggi son diventati nel racconto, quel che
hanno in comune – cioè la parola. Una pianta o una donna in un libro non
sono legno né carne, sono le parole che te le mettono davanti.
Masino mi ascoltava e disse a un tratto: – Ma dietro a un libro c’è una
realtà. C’è una lotta di classe. Ci sono ideologie.
– Chi lo nega, Masino? Ma tutto nel libro diventa parole. E ti spiego che
devi impararle, nient’altro. Quel che vale sarà la giustezza la finezza la
profondità di queste parole. Bisogna amarle per capirle. Ed è proprio per
questo che un mondo reazionario si tradisce subito con le parole che
adopera: tu non sai cosa sia ma le senti ottuse, slabbrate, false. Mentre chi
parla all’uomo con fede storica trova una voce fresca e nuova. È inevitabile.
Masino non è mai contento. Dopo un poco mi fa: – Ma com’è allora che
voialtri, che capite queste cose, parlate bene anche dei libri vecchi che
hanno già esaurito il loro compito?
Parlava per farmi parlare, è evidente. Ma noi si scherza in questo modo.
– Le parole, – gli dissi. – Precisamente le parole. Non importa che un
compito storico sia tutto esaurito. Quella fede nell’uomo che si è fatta
parola, non attende che un lettore per rivivere. E ha di bello che, essendo
svanita la realtà che le ha prodotte, le parole veramente dànno adesso da
sole tutto il senso e la freschezza che contengono. Il piú antico dei libri –
l’Iliade – si può leggere come un romanzo. Certo è difficile arrivarci.
– E non c’è differenza tra lui e i moderni? – disse Masino fermandosi. –
Tra quelli che si studiano a scuola e i romanzi di Steinbeck?
– Per chi sa le parole, nessuna.
– Quest’è bella, – mi disse Masino. – Non avrei mai creduto.
– Però Steinbeck vale meno, – dissi.
III. Pieretto 3.
Eravamo all’osteria in parecchi, e c’era anche Masino. Si parlò di
Pieretto che la ragazza era venuta a prendere, e mancava da un’ora.
– Domani ci racconta quel che ha fatto e che ha detto, – borbottò
Masino, e ridevamo. – Lui si diverte a raccontarle piú che a farle.
– Come quelli che scrivono, – dissi. – Tu, Masino, volevi sapere come si
scrivono i romanzi. Cosí. Ci si ritira e si va a spasso. Si fa finta di niente.
Poi si torna e si racconta qualcosa. Non quello che è stato. Qualcosa di
meno e qualcosa di piú. Cosí si scrivono i romanzi.
– Sta’ a vedere che Pieretto è un grand’uomo, – disse un altro di noi, di
punto in bianco. – Se ti sentisse, non lo tieni piú.
Lasciai che Masino gli facesse gli occhiacci. Poi dissi che non tutti
volendo sanno scrivere un libro, ma che il primo requisito è di saperlo
inventare, come Pieretto quando inventa i fatti suoi. Spiegai che un libro è
tutto fatto di quel che l’autore vorrebbe e non è, di quel che lo diverte, che
lui pensa di notte. Pieretto – dissi – si diverte anche quando racconta che
Marí gli ha dato un cane. Poi t’inventa che è stato con lei chissà dove, che
hanno fatto baldoria, che ha rotto le costole a un tale che voleva portargliela
via. Cosa c’è di diverso da questo a un romanzo?
Masino disse: – Ma un romanzo deve solo divertirti o esser ben scritto?
Raccontarti le fandonie di Pieretto o la vita che fa il popolo?
– Chi è il popolo, Masino? Popolo sei tu, sono io, è Pieretto. Se le
racconta troppo grosse gli puoi dire di piantarla, e parli d’altro. Non ti
diverti piú. Neanche lui si diverte se si mette a parlare di quel che non sa.
Ma quando racconta dei trucchi che Marí gli combina e si vanta di averla
portata nei prati, sta’ tranquillo che sa quel che dice. Se la gode cosí.
Scrivere bene vuol dire questo. Raccontare qualcosa che vorresti e non hai.
Quello che hai già non lo racconti. Te lo tieni.
Masino si mise a gridare.
– Tu sei matto, – diceva. – Mi hai sempre spiegato che si parla soltanto
di quello che esiste. Esiste il popolo, esiste una coscienza di classe. Di che
cos’altro vuoi parlare?
– Masino, Masino, tu dove la tieni la coscienza di classe?
– Pochi ce l’hanno, – disse uno.
– Tocca a quelli che l’hanno svegliarla negli altri.
– E allora, – dissi, – vedi bene che quello che esiste non c’è. E se si deve,
com’è giusto, parlarne, capisci che il bello anche qui è di supporlo. Quando
tutti l’avranno, si parlerà d’altro. La coscienza di classe è l’esigenza, la
mancanza di qualcosa che si cerca di avere lavorando e parlandone. Anche
tu, non l’hai mica dal mattino alla sera. Il difficile è questo: bisogna averla e
non averla, per saperne parlare.
– Eh?
– Prendi la libertà. Chi vive libero, non sa piú cosa sia. Vive libero e
basta. Ma per averci la passione, per saperne parlare, bisogna che te
l’abbiano tolta, e che tu la desideri. Cosí ce l’hai, ti esiste dentro, ma intanto
ti manca e lavori per lei.
– Sta’ a vedere che dobbiamo dir grazie a quei porci.
– Ringrazia il digiuno che ti mette appetito. Ma, parlando di scrivere,
non è mica che tu deva star apposta digiuno per avere uno stile piú intonato.
Pensa un poco a Pieretto: che cosa non darebbe per andarci davvero nei
prati, e fare tutte quelle cose che racconta. Cosí è degli argomenti dei libri:
lo scrittore, se è un uomo genuino, deve volere a tutti i costi che la vita sia
piú bella, piú felice, piú giusta. Deve fare quanto può da parte sua per non
fermarsi all’esigenza, ma lavorare con gli altri e prender parte alla lotta.
Che apprezzi la libertà soltanto chi ne è senza, non vuol dire che non si
deva far di tutto per conquistarla. E si va di conquista in conquista. Ma, ti
dico, un bel libro è sempre pieno di voglie rientrate, di sforzi, di delusioni,
di cose che ti mancano. Uno gode soltanto a immaginarsi quel che non ha.
E scrive bene, ti dà gusto, solamente chi ha scritto godendo.
Qui ci calmammo, e ci bevemmo sopra.
– Lo sapesse Pieretto, – disse Milio, – che gli dài tanto credito e che un
compagno come te lo prende ad esempio.
– Lui non parla davvero di coscienza di classe, – disse un altro.
Masino taceva. Io sapevo che cosa pensava.
Dissi: – È per questo che per scrivere bisogna conoscersi bene e cavarsi
le idee dal midollo. Bisogna raccogliersi e lasciare che quello che sei venga
a galla, i tuoi gusti, le tue voglie, i tuoi bisogni. Non puoi mica parlare del
primo capriccio. Se non hai la coscienza di classe, se non t’importa
d’averla, farai meglio a parlare di quel che t’importa. Tutti abbiamo
qualcosa nel sangue, che salta su solo a pensarci. E tutto quello che è
sincero, che è la voce di un uomo, val la pena di starlo a sentire...
Masino alzò la testa. – Hai anche ragione, – disse. – Ma se scrive bene
solamente chi scrive godendo, l’hai detto tu, come va che son famosi certi
scrittori che non fanno che lamentarsi? Per esempio il Leopardi, Giacomo, o
i tisici, i disgraziati. Ce n’è un mucchio. Anche Pieretto si lamenta alle
volte.
Qualcuno rideva. Ridemmo tutti.
– Prendi la musica, – dissi. – Perché è la stessa cosa fare un bel libro o
fare un’opera. Prendi la Traviata o la Bohème. O anche soltanto una
canzone malinconica. Ebbene, è qui l’abilità. Credi che il musicista fosse
disperato quando lavorava? Neanche per idea. Aveva e non aveva anche lui.
Siamo al punto di prima. Si metteva nei panni di chi è disperato – gli
mancava la donna, l’appetito, la pace – desiderava le cose, le voleva, e quel
che trovava era la soddisfazione di dir questo, di dirlo bene, di farne venir
voglia a tutti quanti. Se gli avessi chiesto mentre componeva: – Vuoi la
donna, vuoi la pace, vuoi la salute? – ti avrebbe risposto: – Prima lascia
finire. Mi piace troppo cosí.
– A me, – disse Milio, – sentirvi discorrere leva la voglia di leggere.
Però la Traviata mi piace. Mi piace anche la Bohème. E sono d’accordo che
scriverla dev’essere stato un piacere. Ma leggere è diverso. Si legge per
capire le cose. Cos’ha scritto quel Giacomo che dicevi?
In quel momento entrò Pieretto, aggiustandosi la cravatta. Tutti
gridarono. Io dissi a Milio: – Chiediamolo a lui. Vedrai che qualcosa ci
dice.
Masino alzò le spalle. Pieretto rideva già.
IV. Paesi tuoi 4.
Quando lesse il mio vecchio libro, – a quei tempi era un pericolo
vederci, ma in compenso eravamo piú giovani, – Masino ci pensò sopra un
pezzo, evitò di parlarne in presenza di compagni, e ogni tanto se la rideva
da solo.
– Però, – disse, – accidenti. Anche tu ci hai messo l’amore. Uno e una
che si piacciono.
– Non va?
– Io dico una cosa. Quando sai che qualcuno, anche un amico, fa l’amore
davvero, ti diverti? Fa rabbia, fa invidia, fa malinconia: non si può neanche
pensarci. Invece, in un romanzo non trovi che coppie e te le guardi, le
conosci, le segui. Parola che mi vergogno di essermi divertito.
– E che cos’altro vuoi trovare in un romanzo?
– Prendi il tuo. Non c’è solo l’amore. C’è un padrone e dei salariati. C’è
un caso di lotta di classe. Si capisce leggendo come la campagna sia
arretrata e il lavoro sfruttato. Anche il delitto di Talino è conseguenza di
queste condizioni storiche. L’amore invece cosa c’entra?
– C’entra sí. Se non ci fosse lo sfruttamento, Gisella non
s’innamorerebbe del meccanico. Perciò tutti e due, essendo vittime,
s’innamorano e fanno fronte ai padroni. Difatti è innamorato di Gisella
anche Ernesto del Prato. Perché? Ma perché è un meccanico, un salariato
anche lui.
Masino capisce quando lo piglio in giro. Sa che lo faccio per spiegarmi e
non s’offende.
– Ma allora quella storia d’amore che cosa vuol dire, che cosa ci fa?
Dissi a Masino che tutti i modi di leggere una storia sono buoni, hanno il
loro bello. Le storie si scrivono appunto per questo: ogni ceto di lettori deve
trovarci un richiamo, un interesse. Si comincia dalle cose di tutti i giorni,
mangiare, dormire, far l’amore; se non c’è questo, tutto il resto sono
chiacchiere; poi queste cose si congegnano in modo che si capisca perché
succedono – e chi lo sa perché succedono le cose? Ci sono motivi infiniti, e
dev’essere chiaro che sono successe ma ciascuno vederci il motivo,
l’esperienza sua – l’ignorante e quello in gamba – altrimenti tanto valeva
lasciar stare.
– Sí, ma perché sempre l’amore? – ripeté Masino. – Che cosa importa a
me che leggo che un altro si sia trovata la ragazza?
– È una grossa questione, Masino. Devi sapere che una storia è sempre
fatta di simpatia verso la gente. Chi la racconta – che di solito per sua
disgrazia o per le arie e strafottenze che si dà è un tipo in rotta con tutti –
non riesce a scriverla se, almeno in quelle ore che lavora, qualcosa non gli
tocca il cuore e lo scalda e gli fa voler bene alla gente, ai personaggi, alla
giornata che passa. Ma c’è un sistema per scaldarsi, per cambiar la giornata,
per godere le cose e la gente come sono, meglio che interessarsi a una
ragazza, sia pure in fantasia? Per la stessa ragione che, quando vuoi bene a
una ragazza, hai voglia di scriverle lettere, e tutto ti piace e fa godere, anche
il cane e la pioggia – per la stessa ragione chi inventa una storia d’amore, se
non è proprio uno zuccone o un pervertito, si mette in grado di voler del
bene a tutti quanti i personaggi, e li capisce piú a fondo e si diverte a
raccontarli. Ci sono sí dei libri senza storie d’amore, e bellissimi anche, ma
sono libri d’altri tempi.
– Poi ne parliamo, – fa Masino al volo, – ma ti dài delle arie anche tu.
Possibile che chi scrive sia in rotta con tutti? Come fa?
– Lo sapessi, Masino. Ma giorno per giorno mi convinco di questo. Bada
bene: tutti lo cercano uno che scrive, tutti gli vogliono parlare, tutti
vogliono poter dire domani «so come sei fatto» e servirsene, ma nessuno gli
fa credito di un giorno di simpatia totale, da uomo a uomo. Si direbbe che
han sempre paura di trattare con chi è stato o sarà, non con chi è.
– Forse sentono l’intellettuale borghese che parla invece di agire.
– Può darsi. Ma conosco intellettuali borghesi a iosa e nessuno è trattato
come chi senza trucchi fa il mestiere di scrivere.
– Sai com’è? – disse Masino. – Se tu vai d’accordo, anche gli altri ti
vanno d’accordo. Si vede che chi scrive è il primo a non dar confidenza a
nessuno. Come vuoi dunque che la diano a lui?
Allora tacqui. Per un poco tacemmo.
– Com’è che dicevi? – disse a un tratto Masino. – Ci sono romanzi senza
storie d’amore?
– Non proprio romanzi, ma ce n’è. Tutte le volte che chi scrive è
abbastanza robusto da interessarsi agli altri e trovar bello il mondo e aver
voglia di dirlo, senza bisogno di eccitarsi come un cane a quell’odore, viene
fuori una storia stupenda. Ma ben pochi ci riescono. Ci riuscivano di piú in
passato, in società organizzate in modo che la questione sessuale non era
ancora diventata ideologia come adesso. Avevan altro da pensare, quella
gente.
– E non credi che una nuova società possa rifare quelle antiche
condizioni?
– È possibile, certo.
– Ma allora avevo ragione a dire che le storie d’amore non sono
essenziali e voi scrittori esagerate e ci sono delle cose piú serie?
– Tu hai sempre ragione, Masino. Tutto dipende, però.
1 Il compagno, pubblicato su «l’Unità» di Torino, 1° maggio 1946.
2 Le parole, pubblicato su «l’Unità» di Torino, 8 maggio 1946.
3 Pieretto, pubblicato su «l’Unità» di Torino, 19 maggio 1946.
4 Paesi tuoi, pubblicato su «l’Unità» di Torino, 11 luglio 1946.
Dove batte la storia1
Io frequento qualche volta colleghi, gente che scrive come me, che è
stata a scuola come me, e mi vuol bene. Ci vediamo un momento e
parliamo con foga. L’altr’anno mi dicevano tutti: – Si va all’estero. In Italia
non c’è piú niente da fare –. Finiva che sarei rimasto solo e ci soffrivo. Poi
nessuno è partito e ogni tanto ci rivediamo.
Uno di loro – un bravo giovane – mi ha spiegato perché voleva andare
all’estero. – O in America o in Russia, – dice. – Noi intellettuali abbiamo il
dovere di trovarci sempre dove la storia cammina. Ci sono paesi che la
storia dimentica. Tutti i fiumi hanno gomiti, angoli morti. Oggi – e ieri –
nascere in Italia è come perdere il treno. Manca l’ossigeno, l’occasione, la
scelta. Non si vede nessuno, non si tocca niente. È una provincia. Le
questioni italiane sono vecchie questioni borghesi e romantiche, già risolte
all’estero. Nel migliore dei casi, restando in Italia non si può che rattopparci
il vestito coi cenci smessi dagli altri. Bisogna aver coraggio e rinnovare il
guardaroba. Ricominciare.
– Andare in Cina non ti piacerebbe?
– Perbacco. La Cina è il mondo di domani.
– Trent’anni fa non era niente. Una grossa provincia.
– Ma adesso è tutta un’altra cosa. È rientrata nel torrente della storia. Ci
si scontrano due mondi. Prendi anche l’India...
– A me pare, – gli dissi, – che se i cinesi di trent’anni fa invece di starci a
lavorare se ne andavano dove la storia cammina e buttavano i vestiti
rattoppati, la Cina restava il pantano di prima.
– Ma è diverso, – gridò l’amico, – è diverso. La Cina ha la massa, le
centinaia di milioni. Ha problemi mondiali. È un terreno di scontro fra
Oriente e Occidente...
– Dappertutto è terreno di scontro. Dappertutto la gente è milioni. Basta
andare alla base, nelle cantine della società, e trovi anche in Italia i milioni
affamati, ignoranti e mondiali, come quelli cinesi. Fin che procedi per
sezione orizzontale, fosse pure in America, fosse pure in Russia, ti tieni
fuori della storia. Ma, toccato lo strato piú vero, la massa che suda, puoi
spaziare lo sguardo a piacere. Nemmeno ti fermano i confini politici.
Dappertutto la storia cammina.
L’amico mi guardò seccato. – Non negherai, – mi disse, – che ci sono
paesi piú intelligenti degli altri, dove si sente un’aria piú viva e mossa, dove
il semplice trovartici ti fa capire il tuo tempo in modo piú pungente o, se
vuoi, disperato.
– Non capisco. A sentirti, sei abbastanza disperato di vegetare in Italia.
Che altro chiedi? Se il problema è sentire di piú, capire di piú, ecco che
capisci, tant’è vero che sai dove andresti; e sentire, se mai, sentí di piú
stando qua.
Conoscevo il mio pollo e sapevo i suoi vezzi. Sono del resto i vezzi miei,
e di tutti noialtri. Se anch’io non ho pensato di andare all’estero, è perché
sono piú pigro di qualcuno.
– Vedi com’è, – continuai, – se l’idea è d’informarsi di quel che succede
nel mondo, non c’è che da leggere quel che nel mondo si scrive. Tutt’al piú,
fare un viaggio. Farne molti, se vuoi. Come i cinesi o i nichilisti. Ma non
fare quel muso. Non pigliare quell’aria, come fosse il diluvio. Scomodare la
storia e trapiantarsi chi sa dove per sentire e capire di piú, è a dir poco una
leggerezza. È come vantarsi di amare il prossimo perché si è tifosi di calcio
e si gode la folla delle grandi partite. Se il paese è arretrato, borghese e
romantico, tanto meglio: ci sarà piú da fare. Quello che conta nella storia è
fare.
– Oh ecco, – fa l’amico, – l’hai detta. Nei paesi che la storia abbandona,
non c’è niente da fare. Là si guarda e si vegeta.
– Chi guarda? chi vegeta? Chi non trova da fare a due passi da casa, non
ne trova nemmeno a New York. Tutto quello che sei ce l’hai dentro.
E io credo che tu vuoi trapiantarti non per fare di piú ma per trovar la
pappa fatta e abbandonarti alla corrente della storia con piú comodo. Quello
che avviene oggi in Italia è sufficiente per un uomo.
– Ma insomma, ce ne sono paesi di punta. Ogni secolo ha i suoi. Prendi
Firenze e poi la Francia. Senza dubbio era tutt’altro nascere nel Trecento a
Firenze oppure in Turchia.
– Tutt’altro come?
– C’era piú senso, c’era scelta, c’era gusto. Una persona intelligente
rendeva di piú. Tutto quel che facevi ci pulsava la storia. Non che sia un
merito, d’accordo.
– Lo vedi che dici sciocchezze? C’era gusto... Sei tornato al capire e
sentire di prima. Non parlare di storia che pulsa. Di’ che ti piace quel che è
fatto, che s’impone quest’oggi e il consenso di tutti lo segue. Il pulsare non
sai cosa sia.
– Tu lo sai?
– Non ci penso. Ho di meglio da fare.
– Per esempio discorrere...
– Per esempio discorrere. Non soltanto con te. Con della gente che
contiene tutto il mondo e la sua storia. E la contiene non perché la voglia
fare ma perché si accontenta di vivere dove le tocca e di agire su quel che le
tocca. La rivoluzione è una sola. Che cosa credi? Di trovare in capo al
mondo della gente che non abbia gli stessi problemi di qui?
– Lasciamo stare la politica, – mi disse ridendo.
– Oh, non volevi andare in Russia? – faccio.
Mi diede allora del patriottardo. Intellettuale dilettante, gli risposi. Si può
esser piú scemi? Non ci siamo piú visti.
1 Dove batte la storia, pubblicato su «l’Unità» di Torino, 6 giugno 1946.
«Guerriglia nei Castelli Romani»1
Questo libretto è una novità. Sinora in Italia la guerra partigiana non
aveva prodotto, di convincente, che certe fotografie. Reparti in agguato,
figure giovanili e barbute bizzarramente equipaggiate, cadaveri, visi
sfigurati dalla corda o dal piombo, incendi, brulli paesaggi, rozze scritte su
muri – la realtà incredibile s’era fatta documento, e non si poteva guardarla
senza un brivido. Le parole, invece, in cui s’è cercato d’esprimere questa
stessa realtà – intendiamo i racconti, le poesie, le memorie – non dicevano
molto. O si riducevano anch’esse a materiale documentario – proclami,
relazioni, lasciapassare, bollettini – ma allora mancavano dell’immediatezza
fotografica; o volevano essere un’interpretazione, personaggi e passioni,
narrativa, poesia insomma; e allora, come sempre, succedeva che a fare
dell’arte non basta la voglia. Non basta aver pagato di persona, essere stati
valorosi ed anche eroici, essere morti. Certe pagine di caduti nella guerra di
liberazione le abbiamo lette umilmente, come si legge una preghiera o un
testamento, ma a ben altro pensavamo che alla poesia. Che dire invece dei
molti opuscoli, racconti, canzonieri che romanzano la materia partigiana, e
suppliscono al mancante brivido della sobrietà fotografica con l’enfasi, la
caratterizzazione sciatta, il richiamo alla santità della causa, il pittoresco
facile, il dialettismo banale? Tutta letteratura, comunque, di cui è superfluo
parlare: i lettori ne han già fatto giustizia. E dispiace pensare che gli autori
quasi sempre furono veri partigiani e hanno pagato di persona: si vorrebbe
che il coraggio e la dirittura andassero immuni da ogni vanità, specialmente
da questa.
Ma un caso speciale, una novità, è in argomento il libretto di Pino Levi
Cavaglione. Vi si descrivono, sotto forma di diario, i cinque mesi di
guerriglia che l’autore trascorse nei Castelli Romani, organizzando,
sabotando, tendendo agguati, vivendo e uccidendo, e sfuggendo alla fine
per pura presenza di spirito dalla trappola dov’era già incappato e rinchiuso.
Pino Levi non è un letterato, non ha ambizioni creative. Non si può dire che
si trovasse a fare il partigiano per caso, come toccò a molti, perché fin dal
’38 s’era dato alla politica clandestina, e nel settembre del ’43 raggiunse da
Genova Roma dove cercò contatti col Partito Comunista e si fece destinare
a una banda dei Castelli. Studioso di diritto e di psicanalisi, egli è in
sostanza un normale tipo d’intellettuale italiano. Eppure un sicuro istinto
narrativo gli ha fatto scegliere l’unica forma in cui, a cosí poca distanza dai
fatti, è possibile rievocare senza errori di prospettiva o sbavature la
tremenda esperienza della guerriglia: il diario, l’annotazione quotidiana.
Con la stessa sicurezza egli ha escluso dal racconto ogni sforzo di
giustificazione storica, ogni enfasi costruttiva e simbolica, ogni sondaggio
in profondo, che mirasse a far del libro un piccolo Guerra e pace. Pino Levi
sottintende tutto il grosso travaglio di un popolo, il cozzo tra due mondi
culminato in quei giorni, e riduce l’incontro tra lui e il tedesco
all’espressione elementare: «Tu, tu, brutto porco, sei venuto a uccidere e
rubare e speravi di ritornare a casa con quel che hai rubato. Porco,
vigliacco» (p. 75). «Questi sono i tedeschi. Spavaldi e barbaramente crudeli
nella buona fortuna; vili e imploranti nell’avversa» (p. 106). Cosí come
riduce all’elementare la vita interiore dell’io protagonista. Non predica, non
fa la lezione di storia o di eroismo, né a sé né agli altri: «I miei compagni
sono allegri. Io penso con tristezza a quella donna che ho uccisa e cammino
in silenzio. Non ho detto niente a loro. È inutile che lo sappiano» (p. 105). E
gli sfoghi, le evasioni che si consente sono quelli di un buon figliolo o di un
modesto studente: «Vi era un arcano senso di addio in quell’ultimo
abbraccio che mi hai dato, oh mamma! Perché, perché non sono stato
capace di afferrarne il senso segreto? Perché non sono rimasto a
proteggervi?» (p. 99); «... sotto la luna, io e Fabio ci siamo abbandonati a
piacevoli conversari filosofici e poetici. Fabio ammira molto Pascoli e
D’Annunzio e ogni tanto recitava brani di loro poesie. La dolce armonia dei
versi dava un aspetto magico e suggestivo alla nostra marcia notturna... Il
rombo dei mitra non ha dissipato questa atmosfera...» (p. 107).
C’è in questo piglio una grande virtú. Pochi scrittori avrebbero saputo
contenersi a questo modo, commisurare a questo modo il bersaglio alla
portata dell’arma. Probabilmente Pino Levi giunge senza sforzo alcuno a
questa purezza. Si parla tanto di accostare la letteratura alla vita, si fa tanta
retorica predicatoria sul beneficio che l’arte deve trarre dal contatto con
lavoratori e uomini d’azione – e si sottintende che dovrebbe uscirne un’arte
di tendenza, di problematica sociale – quando in realtà tutto ciò che gli
uomini d’azione e i lavoratori ci possono insegnare quanto al modo, è già in
questo libretto, nella vissuta e inconsapevole modestia di questo libretto.
«Non fare il passo mai piú lungo della gamba»: ecco un’autentica lezione di
stile.
Perché questo è anche un libro di stile. Pino Levi ha delle uscite, che si
direbbero ingenue, e invece inchiodano il lettore a quel senso avventuroso,
quasi gaio, irresponsabile della vita partigiana. A volte adopera un
linguaggio lievemente «fatto» che, se non fosse la tremenda serietà di
quella vita, si direbbe intenzionale: «Marco e Ferruccio, i due bellissimi
della compagnia, in attesa di far strage dei tedeschi, fanno strage di cuori
femminili» (p. 85); «Il sibilare di qualche proiettile accanto alle orecchie mi
fece l’effetto di una buona dose di bromuro» (p. 83); «Abbiamo preso una
ventina di armi tra cui un mitragliatore da paracadutista, che ho assegnato al
mio uso personale» (p. 76). È difficile definire questa strana noncuranza di
scrittura; vengono in mente certi passi, tra svagati e scherzosi delle
Noterelle di G. C. Abba, ma là il diarista è tutto preso dallo sforzo di
sollevare la materia quotidiana a un clima eroico di consapevole leggenda, e
la luce sulla pagina è tutt’altra. Abba è lirico, evocativo, monumentale – se
pur capace di bonarie ironie, – Pino Levi, con minori ambizioni, è piú
narratore, piú trasparente e pacato, piú vero.
Ci sono nel libro cose indimenticabili. Il primo tedesco ucciso
(«Immobile e silenzioso era pure il buio della campagna dopo il fragore
della motocicletta e lo sparo. Poi un cane ha cominciato a latrare», p. 30);
l’uccisione dell’ignoto tedesco nella villa abbandonata («Sul cuscino c’era
qualche macchia di sangue...», p. 74); la mitragliata a pallottole perforanti e
traccianti («Il filo rosso si congiunse finalmente all’ombra nera e ne fermò
la corsa. L’ombra rimase immobile un istante. Il filo rosso si perdeva nel
nero del suo corpo, legandolo al mio mitra che riempiva la notte col suo
fragore ritmico e potente. Poi cadde di schianto...», p. 83); la vendetta del
russo contro il tedesco ferito («Si avvicina al ferito con strana lentezza e
vibra un terribile calcio su quella faccia stravolta... È come se fossi stato io
a ricevere nel viso quella scarpa ferrata... Il rumore ritmico di colpi sordi,
opachi, riempie l’alto stupore meridiano, insieme a gemiti e urli spezzati»,
p. 148); la fuga miracolosa dalle mani del capitano tedesco («... Il verdone
era saettato in alto verso il sole con un trillo acuto, lunghissimo. Un urlo di
gioia come non avevo mai udito... Pensai a quel trillo mentre ansimavo...»,
p. 160). Questi passi – e son molti – si sostengono in gran parte per forza di
stile, per scelta istintiva del modesto e quasi ingenuo particolare incisivo
che non è mai genericamente pittoresco o furbamente psicologico. Qui lo
scrittore ha tutt’altra preoccupazione che ricamare di fantasia o seguire i
meandri di una coscienza. Gli basta rendere a volta a volta il brivido di
distensione o di terrore che l’avventura gli strappa. E in questo consiste il
ritmo felice del suo narrare. Nessuna velleità, nessuna ambizione, nemmeno
gli scatti indignati o commossi della coscienza, rompono questo ritmo. Lo
scrittore è tutto versato nell’immediato ricordo, e le sue scene hanno
davvero l’incredibile verità di un documento fotografico. Ma di questo non
la freddezza un po’ distante e innaturale. Se mai, dell’istantanea l’intimità
confidenziale, l’assenza di pose. Una vita che s’è tutta versata nei fatti, ch’è
stata accolta come un semplice dovere, contro cui si può anche imprecare
ma che insomma si compie, non poteva esprimersi con altro linguaggio. La
stessa onestà e innocenza da ogni retorica con cui venne vissuta vivifica la
prosa d’avventura che la racconta. E in questa sintesi di umana integrità e
stile genuino è la lezione piú opportuna del libro.
1 Recensione al volume Guerriglia nei Castelli Romani di PINO LEVI CAVAGLIONE, Einaudi,
Roma 1945. Scritta il 18 gennaio 1946; pubblicata su «La Nuova Europa», 10 febbraio 1946.
«Il sentiero dei nidi di ragno»1
A ventitre anni Italo Calvino sa già che per raccontare non è necessario
«creare i personaggi», bensí trasformare dei fatti in parole. Lo sa in un
modo quasi allegro, scanzonato, monellesco. A lui le parole non fanno
paura ma nemmeno gli fanno girare la testa: fin che hanno un senso, fin che
servono a qualcosa le dice, le snocciola, le butta magari, come si buttano i
rami sul fuoco, ma lo scopo è la fiamma, il calore, la pentola. Ormai di
scrittori che puntino sui grossi personaggi come usava una volta, non ce n’è
quasi piú. Cambia il mondo. Poveretto chi è rimasto coi nonni. Ma
poveraccio, disgraziato, chi dietro ai grossi personaggi «che facevano
concorrenza allo stato civile» ha mollato anche i fatti, le cose di carne e di
sangue, e brucia incensi di parole in non si sa che cappella privata.
Calvino è nato al raccontare in mezzo alla guerra civile. Questi i suoi
fatti, le cose di cui fa parole. Se diciamo che questo Sentiero dei nidi di
ragno (Einaudi, 1947), bocciato al concorso Mondadori e vincitore di
quello di Riccione, è il piú bel racconto che abbiamo sinora sull’esperienza
partigiana, nessuno sarà troppo commosso. Non ce ne sono stati altri.
Diremo allora che l’astuzia di Calvino, scoiattolo della penna, è stata
questa, di arrampicarsi sulle piante, piú per gioco che per paura, e osservare
la vita partigiana come una favola di bosco, clamorosa, variopinta,
«diversa».
Un ragazzo del carrugio, sboccato e innocente, cencioso e maligno,
fratello di una prostituta e ruffianello di tutti i volenterosi di passaggio, vien
messo su contro i tedeschi e ruba a un marinaio, ch’è in camera con la
sorella, la pistola. Tutto nasce di qua. Pin, che dei grandi si fa beffe, vuole
tenersi la pistola e la nasconde tra i «nidi di ragno», un posto che sa lui. I
tedeschi lo interrogano, lo mettono in carcere – una gran villa dentro un
parco, – lui scappa col partigiano comunista Lupo Rosso, incontra il
partigiano solitario Cugino, vanno insieme al campo del distaccamento tra i
monti, dove Pin conosce i tipi piú strani, tutti storti, tutti tocchi – il
distaccamento è fatto apposta per loro – compreso un comandante, il Dritto,
che è svogliato e va cercando chi lo liberi o l’ammazzi. C’è il falchetto
Babeuf, c’è la moglie del cuoco trockijsta, ci sono i quattro calabresi. Il
Dritto amoreggia con la moglie del cuoco, succede una disgrazia, prende
fuoco al fienile, e devono dislocarsi. Dal comando di brigata interviene
l’inchiesta: comandante Ferriera e commissario Kim. Intanto c’è il
rastrellamento e tutti corrono a combattere, solo il Dritto non vuole saperne
e resta nel mattino deserto, sotto gli occhi di Pin, a fare l’amore. I partigiani
sgombrano la zona, il Dritto è chiamato senz’armi al comando per la resa
dei conti, Pin scappa di nuovo in pianura, ai suoi nidi di ragno, donde Pelle,
un partigiano traditore, gli ha intanto rubato la pistola marinara. Ma Pin la
ritrova dalla sorella, le fa una scenataccia, e nella notte incontra di nuovo il
Cugino, l’odiatore delle donne, e se ne vanno insieme discorrendo sotto un
brillío di lucciole.
C’è qui dentro un sapore ariostesco. Ma l’Ariosto dei nostri tempi si
chiama Stevenson, Kipling, Dickens, Nievo, e si traveste volentieri da
ragazzo. Quello schietto e goloso abbandono all’incalzare di eventi e
catastrofi, di spettacoli e di visi noti che faranno la smorfia o il sorriso
previsti, che saranno maschere cosí fedeli alla loro natura da colpire di
perenne stupore, quella schietta e complicata ingenuità dei poemi, può
ritrovarsi ai giorni nostri solamente dentro un cuore di fanciullo. Non
importa se il fanciullo di Calvino dice «puttana» e sa cos’è, bercia canzoni
da bordello e potrebbe magari ammazzare qualcuno. Non ha legge né
madre, c’è la guerra, la gente si ammazza e non è colpa di Pin tutto questo.
Calvino racconta dei fatti, e questi fatti hanno radici, consistenza, sono
groppi di carne e di sangue; a rimuoverli, e sia pure con amore di parole,
spiccia il sangue, si scopre la piaga, si sente il fetore di un mondo in
cancrena. Qualcuno lo dirà, ma non è ancora questo che conta. Malgrado il
carrugio, malgrado il sentore di chiasso e di feccia, la giornata di Pin ha una
grande purezza; scontrosa sboccata maligna come trascorre, è tutta fresca,
baldanzosa di scoperte, di gesta, di onore, proprio come la giornata di un
Astolfo e di un Jim Hawkins.
E qui si chiarisce quel che dicevamo in principio. Guai se Calvino avesse
fatto personaggi. Un sicuro istinto gli ha fatto ridurre le sue figure, non
diremo a macchiette che suona offensivo, ma a maschere, a «incontri», a
burattini. Tutti hanno un ticchio, nel Sentiero. Tutti hanno una faccia
precisa, come altrettanti soldatini di carta da fogli diversi. Non fanno un
gesto che non sia veduto con nitore, con parola corposa e insieme minuta,
come appunto nel mondo cavalleresco, dove il gesto è tutto ma insieme va
sperduto fra i tanti. Leggendo il Sentiero par di guardare certi fianchi di
collina a gran distanza, dopo un giorno di vento, che si scorgono precisi e
innumerevoli i tronchi, gli alberelli, i cubi netti delle case. C’è un perenne
sentore di aria aperta in queste pagine, di campagna, di vista sicura, di
mondo di Dio. Perfino le brigate nere, le terribili brigate nere, sono viste
cosí dallo scoiattolo Pin: «Neri, ossuti, con le facce bluastre e i baffi da
topo». Qualcuno ha mai detto meglio?
E anche il capitolo IX, dove Calvino mette in scena i veri «adulti», il
commissario e il comandante, è tenuto su questo rasoio. In esso si fa la
critica delle formazioni, s’interpreta la guerra civile, si parla di storia e di
riscatto umano. Ma la voce che parla, del giovane Kim dallo sten al braccio,
l’«arma smilza che sembra una stampella rotta», è ancora la voce di fiaba di
chi fantastica «come faceva da bambino» e canzona se stesso ripetendo «A,
bi, ci», «Sali e tabacchi, commissario» e «Kim... chi è Kim?»
La conclusione è quella solita. Trasformare dei fatti in parole non vuol
dire cedere alla retorica dei fatti, né cantare il bel canto. Vuol dire mettere
nelle parole tutta la vita che si respira a questo mondo, comprimercela e
martellarla. La pagina non dev’essere un doppione della vita, sarebbe per lo
meno inutile; deve valerla, questo sí. Dev’essere un fatto tra i fatti, una
creatura in mezzo alle altre. Per questa prima volta, a noi pare, Calvino c’è
abbondantemente riuscito.
1 Recensione al romanzo Il sentiero dei nidi di ragno di ITALO CALVINO, Einaudi, Torino 1947.
Scritta il 16 ottobre 1947; pubblicata su «l’Unità» di Roma, 26 ottobre 1947. Una nota sullo stesso
libro, firmata C. P., era apparsa su un «Bollettino d’informazioni culturali», ciclostilato, della Casa
Einaudi (n. 9, 17 ottobre 1947)
Hanno ragione i letterati1
Un pregiudizio assai diffuso tra il pubblico che legge, è la confusione tra
il giornalista e lo scrittore, la pretesa che il secondo possa svolgere il lavoro
del primo, tuffarsi nei viaggi, nella cronaca, nell’avventura, e raccogliervi
una messe di fatti, di emozioni vissute, con cui nutrire le sue pagine
narrative. Si dice, per esempio, che dopo i tumulti, le atrocità, le
apocalittiche speranze e i crolli della storia recente, è quasi vergognoso che
i nostri narratori non sappiano rinnovare il loro bagaglio, il loro contenuto,
le «cose che hanno da dire», e dare al mondo finalmente dei libri dove il
sano brivido dell’esperienza arricchisca la pagina e la favola consueta.
Qualcuno anzi parla di questo come di un dovere. Il monito è sincero, pieno
di buona fede. Ma a noi pare ingenuo.
Sappiamo che a questo discorso molti nostri avversari plaudiranno e
molti amici crolleranno il capo. Ma non importa. Noi siamo convinti che
altro è far cronaca, altro fare romanzo. E che i tracolli e i terremoti della
storia, mentre devono avere un riflesso evidente e immediato nei servizi
giornalistici, non possono di solito se non nuocere all’efficacia del lavoro
letterario che ne faccia a tutti i costi argomento.
Lasciamo stare ogni sorta di esempi illustri, quegli esempi che si citano
di solito – l’epopea napoleonica che attese cinquant’anni a farsi libro e
racconto con Tolstoj – lasciamo quest’esempio perché non è vero che le
nuove esperienze della vita e della storia collaudate sui campi di battaglia
dell’Impero entrassero nella letteratura soltanto con Guerra e pace.
Quell’esperienza si chiamò romanticismo, si chiamò culto del dolore
universale o dell’azione per l’azione, e non solo non si fece attendere
cinquant’anni, ma con Stendhal, col nostro Leopardi, coi grandi tedeschi,
con l’Alfieri persino, accompagnò e addirittura precorse la grande
rivoluzione.
Perché qui è l’equivoco. Quando s’invitano i letterati a tener conto delle
novità quotidiane e clamorose della cronaca, si dimentica che i fatti
quotidiani non cascano mica dal cielo, ma sono frutto d’un precedente stato
delle cose e degli spiriti cui a modo loro hanno partecipato anche i letterati.
La lezione d’angoscia della guerra da noi tutti vissuta martellava le nostre
coscienze già molti anni prima che le bombe cominciassero a cadere. E non
è un caso che il piú autentico poeta dell’umanità sradicata dalle
persecuzioni e dal terrore razziale, Franz Kafka, scrivesse ancora al tempo
della prima guerra mondiale.
Il buon letterato – non ci dispiace questa vecchia parola cosí screditata –
non può che fondarsi nel suo lavoro piú coscienzioso su una armatura di
abitudini mentali e di dirette sensazioni che coincide col travaglio della sua
adolescenza, con quella che si chiama la sua prima formazione. Uscire da
questa armatura, abolirla, buttarsi tra i fatti con l’ingenua pretesa di
rinascere, rinverginarsi, rimbarbarirsi, non seppe farlo nemmeno Arturo
Rimbaud. Questo poeta precocissimo, quando a vent’anni si disgustò o
spazientí del suo mondo abituale, che cosa fece? Andò in Africa e smise di
scrivere. Nient’altro.
Né si può dire che la celebre «letteratura vissuta» dei nordamericani
contraddica a questa nostra osservazione. Nei pochi casi che davvero
contano – Hemingway, Caldwell, e fino a un certo punto Dos Passos e
Steinbeck – non si tratta per nulla di un capriccio improvviso, ma di una
poetica determinata da particolari condizioni ambientali, di un’iniziale
formazione e cultura volte a ricercare e godere la durezza della vita e delle
cose. Questo atteggiamento non si può improvvisare e di esso si
rintracciano le radici in tutta una tradizione e, diciamolo pure, una retorica
secolare. Ora, malgrado ogni legittimo influsso, malgrado che per l’ultima
generazione il polso letterario del mondo abbia pulsato in America – e ciò
significa qualcosa, – bisognerà tenere conto che la nostra tradizione e la
nostra retorica sono diverse. Ciò si vede del resto nell’opera dei migliori
europei che, accogliendo quell’influsso, l’hanno filtrato attraverso la
letteraria sensibilità europea. Non s’improvvisa proprio nulla, e tanto meno
la ricchezza interiore.
Invece, nel monito che da troppe parti viene rivolto agli scrittori è
implicita senz’altro la grossolana presunzione che raccontando a rompicollo
di città sinistrate, di eroismi guerreschi, di fami o di prigioni, di quella
insomma che si battezza attualità palpitante, la nostra letteratura riuscirebbe
piú ricca, piú vera, o come si dice piú «umana». Intendiamoci bene. Non si
nega a nessuno il diritto di scegliersi gli argomenti che crede, non si
pretende che sia cosa meritoria assistere neutrali e impassibili alla tragedia
quotidiana di una guerra civile – nessuno ci riesce, del resto, e i neutrali, i
cosiddetti benpensanti, combattono, e come, anche loro – semplicemente si
vuol mettere in chiaro che la profonda umanità, la vena autentica, la
schiettezza dell’arte, hanno radici non nella mole o nell’enormità dei fatti
sofferti ma soltanto nella mente e nel cuore, nella chiarezza dello sguardo,
nel monotono e martellante ricordo. Diciamo monotono e c’insistiamo.
Ogni autentico scrittore è splendidamente monotono, in quanto nelle sue
pagine vige uno stampo ricorrente, una legge formale di fantasia che
trasforma il piú diverso materiale in figure e situazioni che sono sempre
press’a poco le stesse. Diversamente accade invece al giornalista, allo
schietto giornalista, di cui la pagina, l’articolo informano, elencano fatti,
fotografano la vita e ne serbano tutta l’accidentale varietà. È certo possibile
che un nostro scrittore ci racconti, a dirne una, la sua vita clandestina, la sua
guerra, le sue fami, magari i suoi scioperi. Cosí come un altro potrà
raccontare i suoi bagni di mare, i ricordi d’infanzia, i suoi ritiri spirituali o i
suoi amori. Da un punto di vista di lotta politica sarà permesso dire al primo
che fa bene, che continui, che i suoi documenti in quanto tali ci servono. Ma
soltanto da questo punto di vista. E soltanto se in lui l’interesse fantastico si
muove sincero in questo mondo di lotta. Altrimenti, perfino dal punto di
vista politico, sarà meglio consigliargli di smettere e accontentarsi di fare il
cronista o l’inviato speciale, mestieri forse piú utili.
È illusorio cercare nell’appoggio diretto dei fatti, nella scuola della dura
esperienza, nell’avventura vissuta, quella serietà e quella precisione di
fantasia che nascono soltanto – quando nascono – dalla lenta consuetudine e
maturazione della vita interiore. Che sia dovere d’ognuno arricchire in ogni
modo – non ultimo, accettando e rispettando i propri limiti – questa vita
interiore, è cosa ovvia. Che ciascuno di noi – anche Io scrittore – sia
radicato in una data situazione, in una classe, in uno storico conflitto
inevitabile, è vero. Ma è vero altrettanto che, quando si prende in mano la
penna per narrare sul serio, tutto è già accaduto, si chiudono gli occhi e si
ascolta una voce che è fuori dal tempo.
1 Hanno ragione i letterati. Scritto il 24-25 gennaio 1948; trasmesso alla radio il 4 febbraio 1948;
pubblicato su «Il Sentiero dell’Arte», Pesaro, 30 ottobre 1948.
L’umanesimo non è una poltrona1
Dà noia leggere, di questi tempi, ancora lamentele sulla cultura
umanistica in pericolo, sullo spezzarsi della tradizione, sull’esotismo e
sull’infantilismo che minacciano (da quanto tempo ormai?) i nostri sudati
valori occidentali. Certe cose una volta si lasciavano dire agli accademici
fascisti, fatti apposta per questo e nel loro piccolo giustificati. Gente per cui
la cultura consisteva – e consiste – nell’imperiale provincia italica, nelle
idee universali, nell’encomiastica di tutte le romanità («non ci si va senza
un’idea universale»), faceva l’ufficio suo additando al pubblico disprezzo le
deviazioni laiche della sterile critica e il sovversivo interesse per le esotiche
province della barbarie e dell’irrazionale (surrealismo, psicologia del
profondo, cubismo, Africa nera e altre cose diaboliche). Ma non si capisce
(diciamo per dire) come persone intelligenti, nutrite del midollo di leone
della cultura europea, vadano anch’esse scoprendo paurose crisi e fratture,
non mica dove queste minacciano veramente, cioè nella conservazione
caparbia di superati istituti e valori, bensí proprio in quegli interessi che da
secoli, rinnovandosi sempre, formano l’humus di questa cultura. Sarà vero,
anzi è vero senz’altro che, come dice T. S. Eliot, non si dà cultura senza
religione, che dissolvendosi la seconda si dissolve anche la prima, ma allora
invitiamo i nostri umanisti a dichiararci con chiare parole quale secondo
loro sia stata nei secoli la religione occidentale, avvertendoli che religione è
una parola troppo grossa per esaurirla nel culto di uno stile, nel rispetto di
un’abitudine, nell’ideologia di un mestiere o di una classe.
Parliamo, com’è ovvio, di poetica, e non abbiamo difficoltà a dichiarare
che per noi la religione sottesa a tutte le scuole, le ricerche, gli stili e le
polemiche dell’Occidente – da Omero all’ultimo narratore sovietico o
islandese – è il culto della chiarezza, la riduzione del miticomostruoso e
dell’arbitrario al razionale e al prevedibile. Ciò vuol dire – si badi – che il
compito della nostra cultura non è mai esaurito; che per chi viva secondo il
suo vero spirito non viene mai il giorno in cui sia lecito abbandonarsi sul
pesto guanciale della realtà demitizzata. Questa sí che sarebbe la fine, la
morte della nostra cultura. Ci tocca invece perennemente passar oltre;
ficcare lo sguardo e le mani nell’infinito caos mitico dell’amorfo e
dell’irrisolto, e impastarlo, travagliarlo, illuminarlo finché non lo si
possieda nella sua vera oggettività. Gli eroi esemplari della civiltà
occidentale sono i semidei cacciatori di mostri, i missionari mai sazi
d’investire nuove terre pagane, gli accademici del cimento che provarono e
riprovarono. Né c’importa se, con questo discorso, rischiamo di aver detto
che dal mito passando per l’arte si arriva alla scienza. Parliamo di come si
fa poesia, non di ciò ch’essa è.
L’uomo occidentale ha ben poco di comune coi poeti cinesi cui è riuscito
per duemila anni di ripetere lo stesso stile, e coi boscimani che vivono oggi
come usavano nel paleolitico superiore. Dicono allora gli umanisti: «E
dunque. Lasciate stare i cinesi e l’arte negra, i draghi e le maschere. Queste
cose nessuno di noi riandando la tradizione le ritrova nel suo passato.
Queste cose imbarbariscono. Guardate, del resto, che cosa accade ai cinesi e
ai boscimani che tradiscono la propria cultura per farsi occidentali.
Decadono. Muoiono. Non si possono innestare le rose sui sambuchi». Agli
umanisti si risponde che, dato e non concesso che cinesi e boscimani
volenterosi abbiano i giorni contati, c’è però un fatto di cui va tenuto conto;
a questi popoli non è offerta altra scelta. Ricusando d’adottare la tecnica
europea, sparirebbero anche piú presto, e con loro morirebbe comunque la
loro cultura. In tutte le tradizioni viene un momento in cui le marche di
confine entrano in contatto con una tradizione diversa: hic Rhodus hic
saltus, e negare l’evidenza non serve. Se mai, questa menzogna potranno
tentarla proprio le culture magiche o manistiche, specializzate nella
conservazione del passato, non certo la nostra di cui la gloria è sempre stata
la conquista, il diboscamento e la messa a coltura di nuove province.
E siamo al punto. Che effettivamente noi abbiamo altri ideali
dall’immobilità mandarina o dal tribale ritualismo dei popoli di natura, non
abolisce il fatto che, nel corso della nostra conquista e riduzione a chiarezza
del mondo intero, queste esotiche realtà ci sono state rivelate. Cosí come
nell’opera di analisi e definizione dei fatti psichici ci è accaduto di battere il
naso in fenomeni inesplicabili se non con una teoria dell’inconscio. Ora,
può darsi che qualche rammollito europeo si compiaccia di smarrirsi in
questo inconscio, di drogarsene, di riempirne il suo orizzonte; come può
darsi che qualche altro sia tentato d’indossare una maschera congolese e
invocare gli spiriti delle nuvole; ma tutto questo deve soltanto stimolarci a
studiare piú a fondo e capire, cioè rendere europei, sia l’inconscio che le
culture della maschera. (Capire significa, beninteso, vichianamente
«intendere», cioè rivivere e giudicare). Non abbiamo altra scelta. Ignorare
questi fatti culturali, o peggio negarne la problematicità, esorcizzarli a suon
di piffero umanistico, respingendoli fuori del nostro terreno di caccia, tra le
maledizioni dei nostri preti-stregoni, non è condotta degna dei portatori di
quello spirito occidentale che – non bisogna dimenticarlo – si è già una
volta nella sua storia millenaria trovato di fronte un esotico Oriente, ha
cercato di condannarne l’ideologia come «odio del genere umano», e infine
entrambi si sono specchiati e riconosciuti.
Siamo franchi. Non c’importerebbe gran che se, come qualcuno va
profetando, il trauma di questo novecentesco interesse per la psicologia del
profondo e le culture e istituzioni primitive producesse una «paralisi
creativa» di qualche generazione. Non ci crediamo; il mondo è grande e
sono ben altri i problemi sul tappeto che s’incaricano di tenerci l’essenziale
sotto gli occhi. Ma, se pure ciò accadesse, vorrebbe dire che lo spirito la
creatività occidentale dormono il sonno dell’aurora e, fedeli alla loro natura,
vanno svolgendo quella segreta opera metabolica che è per dar loro nuovi
tessuti e nuova salute.
1 L’umanesimo non è una poltrona (titoli precedenti cancellati: Pifferi umanistici; L’umanesimo
non è quieto vivere), scritto il 20 febbraio 1949, pubblicato su «La Rassegna d’Italia», 5 maggio
1949.
Cultura democratica e cultura americana1
Tutti siamo d’accordo che la rivista «Selezione» offre un bell’esempio di
come non vada fatta la diffusione della cultura. Il pretensioso volumetto,
colorato e luccicante come una confezione di sigarette o di calze, diffonde
un evidente sentore di stanza da bagno in materia plastica, neon e metallo
cromato, che lo fa subito riconoscere per quello che è: uno specchietto della
propaganda «americanistica». La sua materia oscilla infatti tra l’esaltazione
pedante di sempre nuove faccette del «sogno americano» e la denuncia di
sempre nuove iniquità del mondo socialista. Ma sbaglierebbe il lettore
italiano che si fermasse a condannare in «Selezione» il chiaro programma
propagandistico antisocialista. Ciascuno fa la propaganda che può, ma non
è detto che il pepe antisocialista sia tra gli ingredienti del piatto il piú
gustato dai molti palati italiani che se ne cibano. Allo stato attuale dei fatti,
noi arriviamo anzi a temere che se, per assurda ipotesi, si desse in Italia una
«Selezione» di propaganda pseudosocialista, compilata con gli stessi criteri,
essa avrebbe lo stesso successo.
A farla breve, secondo noi, la colpa di «Selezione» non è tanto di
difendere un capitalismo volgare quanto di arrivarci avvilendo, nel modo
piú volgare, il concetto di cultura. O meglio, speculando su una diffusa
abitudine di falsa cultura che ha ormai investito tutta la nostra società.
Giacché la cultura non è quella cosa facile, di tutto riposo, condensabile tra
una barzelletta e una réclame, che sembrano ritenere i redattori di essa
rivista. Se cosí fosse, allora noi dichiariamo di preferire i calendari tipo
Chiaravalle o perché no? addirittura la vecchia «Domenica del Corriere»,
pubblicazioni meno pretensiose e nella loro banalità non prive di un certo
provinciale rispetto per la vita vera. Ma farsi una cultura è cosa almeno
altrettanto seria e impegnativa che imparare un mestiere, una qualsiasi
tecnica; una tecnica non s’impara sfogliando manuali e meno ancora
racimolando notizie «condensate» sull’argomento – s’impara creandola,
inventandola un’altra volta, producendo cioè lavoro in quel campo
determinato. C’è quindi un solo mezzo per popolarizzare la cultura: mettere
in grado il popolo, tutto il popolo, di produrre questa cultura, di farsela per
suo conto.
È chiaro che ciò suppone un grosso rivolgimento e il discorso muta
piano. Nei limiti del tempo presente e di queste considerazioni,
accontentiamoci di ribadire il concetto che la serietà della cultura di un
uomo si misura dalla mole e dalla finitezza del lavoro ch’egli sa produrre
nel suo particolare campo tecnico. Ciò è come dire che le piú svariate e
peregrine cognizioni (tanto peggio se «condensate») non fanno cultura se
non in quanto diventano carne e sangue di un mestiere, di una tecnica di
lavoro in cui ciascun uomo fa consistere la sua giornata e la sua dignità.
Una cultura che non costi fatica, che non sia, vale a dire, lavoro vivo, non
significa nulla.
Un tempo esisteva in Italia una «cultura» umanistica che diede lavoro e
dignità alla classe che l’aveva promossa nel corso della sua costituzione in
classe dirigente. A questa cultura, signori, ecclesiastici, nobili e infine
borghesi credettero come a un comune ideale. Le humanae litterae
rappresentarono un campo di lavoro che significò ragione di vita per questa
gente. Esse sono tuttora la base della cosiddetta scuola classica, ma oserà
qualcuno affermare che gli attuali borghesi – come classe, e cioè
imprenditori, agrari, professionisti, impiegati, nel loro insieme – credano in
questo ideale di uomo colto per adeguarvi l’esistenza, trovarvi una ragione
di lavoro e di progresso? Tranne pochi specialisti, e forse un certo numero
di ecclesiastici, chi riesce piú oggi, nei nostri mutati rapporti di classe, a
proporsi nella vita come serio, come utile, come esauriente, l’ideale dello
studio umanistico, dell’«uomo umanistico»? Eppure esso è il termine ideale
della cultura che s’impartisce nelle nostre scuole. Ma quanto decaduto e,
come tutte le cose inutili, incarognito! Non è difficile dimostrare che
proprio gli elementi umanistici di questa sua ormai superficiale cultura
furono l’addobbo festaiolo che permise alla borghesia italiana di ritrovarsi e
compiacersi nella baracca del fascismo.
È quindi chiaro che, secondo noi, la nuova cultura democratica e
popolare non dovrà nutrirsi di «cognizioni» umanistiche (e nemmeno
scientifiche) di tipo volgarizzativo. Dovrà allora l’attuale fervore culturale
acceso nelle masse italiane limitarsi alla perfetta acquisizione del singolo
mestiere, della singola tecnica, e abbandonare la cosiddetta alta cultura ai
vari specialisti accreditati? Questa è in fondo – malgrado la volgarizzazione
interessata delle prelodate Selezioni – la prospettiva americana. Inutile dire
che un solo aggettivo conviene a questa prospettiva: reazionaria. Essa tende
a creare addirittura delle caste.
Noi crediamo invece che in mezzo al sangue e al fragore dei giorni che
viviamo vada articolandosi una diversa concezione dell’uomo.
Tecnicamente specializzato ma radicato in una società il cui ideale non può
non essere la sempre maggiore consapevolezza di ciascuno – il che significa
la massima efficienza del lavoro di ciascuno, ma consapevole del lavoro di
tutti – l’uomo nuovo sarà rimesso in grado di vivere la propria cultura e
cioè di crederci e di produrla anche per gli altri, non in astratto ma in uno
scambio quotidiano e fecondo di vita. Inutile dire che questa società sarà
quella socialista, e i suoi sviluppi futuri saranno nel senso di un sempre piú
profondo e consapevole socialismo.
1 Cultura democratica e cultura americana, scritto il 28 febbraio 1950, pubblicato su
«Rinascita», febbraio 1950.
Non ci sono generazioni perdute1
È la prima volta che leggiamo una cosí attenta e chiara rassegna di ciò
che i narratori italiani marxisti o paramarxisti hanno scritto negli ultimi
anni. E doveva venire da parte cattolica.
L’equanime saggio di Carlo Falconi su «Humanitas» (maggio 1950, n. 5)
suscita un nugolo di pensieri. Per esempio, Falconi ha dovuto limitarsi a
riassumere le trame dei singoli romanzi – e molte di queste, mentre le
valutazioni riescono disparatissime, si somigliano assai. Ciò vuol dire che
anche in questa narrativa, che ha fama di barbaricamente contenutistica,
vigono le differenze di stile, la cosiddetta personalità umana si salva.
Falconi conclude che non esiste a tutt’oggi in Italia una vera narrativa
marxista, che i pochi romanzi «riusciti» di questa corrente non vanno
«molto piú in là della critica che uno scrittore borghese avrebbe potuto
effettuare». Ben vengano di questi borghesi. Ma la spiegazione che Falconi
mutua dai comunisti è che «non si darà vera letteratura marxista che in una
società veramente tale». Sia pure. Per oggi ci preme rilevare la frase che
uno «scrittore comunista» ha detto a Falconi intorno alla crisi,
all’insufficienza narrativa del nostro tempo: «La nostra è una generazione in
certo senso perduta, e non si può pretendere di piú... La nostra
testimonianza non può essere che polemica e imperfetta... Domani i nostri
figli... potranno essere invece i testimoni liricamente o epicamente sereni,
ecc. ecc.». A noi questa frase ripugna profondamente, e non abbiamo
difficoltà a dire il perché. Non ci sono generazioni perdute – ci sono dei
lavoratori e dei fannulloni, dei confusionari e delle persone intelligenti. Se
anche una sola generazione avesse per destino culturale di riuscire perduta,
di sacrificarsi in toto alla successiva, allora per tutte sarebbe cosí e ci si
domanderebbe a che scopo lavorare ancora. Chi non sa essere felice «qui e
ora», non lo sarà mai. E scrivere, sia pure combattendo, vuol dire esser
felice. Lo scrittore che non si contenta del suo lavoro nei giorni che gli è
toccato di vivere, non è uno scrittore. E siamo certi che non lo sarà
nemmeno nel giorno beato in cui la società finalmente socialista gli offrirà i
piú impeccabili modelli di civismo. Allora troverà che il mondo non è
ancora comunista. E cosí via.
La poesia (anche quella dei neorealisti) non ha nulla a che fare con
queste velleità, con queste scappatoie. La poesia è l’immagine «chiara» di
ciò che nell’esperienza ci è parso «oscuro», «misterioso», «problematico».
In qualunque esperienza. E in qualunque momento storico ci tocchi di
vivere.
1 La narrativa italiana ispirata al marxismo, nota pubblicata postuma su «Cultura e Realtà», n. 2.
Si riferisce a un saggio di Carlo Falconi cosí intitolato, apparso nella rivista «Humanitas» di Brescia.
Intervista alla radio1
Sono ormai dieci anni che la critica ha la bontà di occuparsi
regolarmente di me, dei vari racconti che vado scrivendo, e negli ultimi
anni ha detto su qualcuno di questi racconti cose assai lusinghiere e fini,
cose che sarei felice di sottoscrivere io stesso. Sia quindi chiaro che se oggi
farò un appunto a questa critica – presa nel suo insieme – ciò non nasce da
sciocca insofferenza di giovane autore, bensí – oso dire – dal desiderio di
collaborare al chiarimento di uno dei problemi piú discussi della nostra
odierna cultura.
Parlo del cosiddetto influsso nordamericano, cioè non soltanto di me,
Cesare Pavese, bensí di quella piccola rivoluzione che, intorno agli anni
della guerra, ha mutato – dicono – la faccia della nostra narrativa. Quando
si parla di Hemingway, Faulkner, Cain, Lee Masters, Dos Passos, del
vecchio Dreiser, e del loro deprecato influsso su noi scrittori italiani, presto
o tardi si pronuncia la parola fatale e accusatrice: neorealismo. Ora, vorrei
ricordare che questa parola ha soprattutto oggi un senso cinematografico,
definisce dei film che, come Ossessione, Roma città aperta, Ladri di
biciclette, hanno stupito il mondo – americani compresi – e sono apparsi
una rivelazione di stile che in sostanza nulla o ben poco deve all’esempio di
quel cinematografo di Hollywood che pure dominava in Italia negli stessi
anni in cui vi si diffondevano i narratori americani.
Come avviene che la stessa etichetta definisca con lode una
cinematografia e con biasimo una narrativa, che pure sono nate
contemporaneamente sullo stesso terreno intriso di succhi nordamericani?
L’appunto che vorrei fare alla nostra critica è questo: si è mai provata
questa critica a definire lo stile, la maniera narrativa nordamericana,
ricercandone le radici e i modelli storici? Lo sa questa critica che senza
Kipling non si spiega Hemingway, senza l’espressionismo tedesco e i russi