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Racconti, storie, profili. I Caposelesi de "La Sorgente" (aprile 2018)

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Published by Seleteca Caposele, 2024-01-05 06:30:26

Gente di Caposele di Nicola Conforti

Racconti, storie, profili. I Caposelesi de "La Sorgente" (aprile 2018)

Keywords: Casposele,Nicola Conforti

Gente di Caposele Gente di Caposele 250 Ieri ieri Tu rappresentavi la “PIETRA ANGOLARE DELLA SEDE”. Sempre presente e sempre operativo, eri la “cassa di risonanza” di tutto ciò che di bene e di male accadeva. Tante volte, per l’eccesivo attaccamento alle cose in cui credevi, ti creavi, gratuitamente, qualche inimicizia che però subito rientrava, tale e tanta era la stima e la considerazione che tutti avevano di te. La prova provata è stata la grande partecipazione di popolo al tuo funerale. Hai dimostrato che nella vita è necessario “fare” e non stare a guardare. Tu hai fatto molto per la Pro Loco e mi auguro che qualcuno sappia sostituirti con uguale attaccamento e amore per il sodalizio. Ci manchi e ci mancherai IL PAESE Più BELLO DEL MONDO RadioLontra Ricorderemo Emidio Alagia avendo a mente una sua personalissima, ricorrente espressione: “Caposele è il paese più bello del mondo”. Non era per Emidio una frase di circostanza. Era un suo fermo convincimento. Insomma, ci credeva per davvero. È stata questa la cifra che ci dice del suo amore viscerale per il suo paese. Tutto ciò che favoriva la crescita, lo sviluppo, il miglioramento delle condizioni di vita, trovava il suo entusiastico favore. A volte anche eccessivo, ma autentico. Ogni tratto della sua vita pubblica ha sempre tenuto fermo questo punto. Vivere per Caposele, avendolo sempre nella mente e nel cuore: che si trattasse di politica o di sport, di cose quotidiane o di lungo respiro, Emidio faceva sempre emergere il suo amore e la sua passione. Non sappiamo se le sue scelte siano state il frutto della casualità e del fato, resta il fatto che Emidio è stato tra i pochi che, emigrati in Sud-America negli anni ‘50, è tornato dopo un decennio per stabilirsi defnitivamente nel paese natio. Ci piace pensare, e crediamo di non sbagliare, che egli sia tornato per una sorta di saudade al contrario. Troppa nostalgia nelle giornate argentine, tanto valeva tornare a Caposele e viverci per sempre. Egli amava i caposelesi, valorizzandoli come profeti in patria. Non provava invidia, anzi. Se un silaro assumeva ruoli di responsabilità, a qualsiasi livello, in qualunque parte del mondo, Emidio ne provava orgoglio. Per lui qualsiasi luogo che valorizzasse Caposele era il suo luogo. Non a caso sin dalla costituzione della ProLoco egli vi aderì con entusiasmo, collaborando con tutti i Presidenti che si sono succeduti in quasi quarant’anni. Particolare, poi, è stato il suo legame col periodico “La Sorgente” e il suo amico-direttore Nicola Conforti. La sua collaborazione è stata sempre umile e fattiva. Fino all’ultimo numero, presentato ancora quest’estate, comunque già malato e consumato, Emidio ha voluto presenziare per aiutare alla distribuzione del giornale. Non c’è stato numero che non abbia visto Emidio impegnato nella spedizione del giornale. Lo sentiva quasi un obbligo di ritorno far arrivare il giornale EMIDIO ALAGIA


Gente di Caposele Gente di Caposele 251 Ieri ieri di Caposele a tutti i caposelesi emigrati nel mondo. Credo che la malattia, più che l’età, non gli abbia consentito di rendersi conto della novità di RadioLontra che ha segnato il 2012. Se avesse potuto cogliere lo spirito che ci anima ne sarebbe rimasto entusiasta, poiché è anche al suo stesso spirito che ci siamo ispirati. E ci avrebbe sostenuto con il suo solito “datevi da fare, datevi da fare perché Caposele è il paese più bello del mondo”. Mancherà una fgura come Emidio Alagia, la sua passione e il suo entusiasmo contagioso. Noi, a caldo, sentiamo di ricordarlo così, istintivamente. ENRICO CORONA di Gerardo Ceres Enrico Corona è stato medico per lunghi anni. Ma è stato anche alcune altre cose che, essendo le nostre due abitazioni da sempre contigue, ho potuto negli anni osservare e conoscere. Del medico sento di ricordare solo un paio di cose semplicissime. Egli non ha mai fatto la corsa ai libretti dei pazienti. Riteneva che curare oltre cinquecento pazienti fosse troppo. Al punto che quando morì suo cognato, Amerigo Del Tufo, non fece assolutamente nulla per accaparrarsi i suoi pazienti. Della medicina aveva una visione essenziale e forse, non me ne vorranno i suoi cari, non l’amava granché. Era parco nel prescrivere farmaci e per le piccole contusioni o i dolori reumatici o slogature, invitava i pazienti a passare alla porta a fanco, facendoli ricorrere più prosaicamente alle cure di mia madre, conosciuta in paese per alcune doti di manipolazione delle ossa, dei muscoli e dei nervi umani. Una volta, poi, raggiunta l’età della pensione non ha voluto neppure lontanamente saperne della sua professione. In realtà Enrico Corona aveva altre passioni. Prima fra tutte, la caccia. Ma presumo che la caccia fosse solo un alibi per andare per luoghi bucolici e per possedere quei bellissimi cani che hanno condiviso ogni ora delle sue giornate. Ma egli amava anche altri animali, specie quelli da cortile che regnavano il suo giardino e di cui Enrico aveva particolare cura, al punto che la sua fgura l’ho sempre associata - non so perché - a quella dello zoologo ed etologo austriaco Konrad Lorenz. C’erano anche altre passioni che hanno sempre destato in me una particolare curiosità. Credo di avere visto in vita mia il primo personal computer proprio dentro lo studiolo al piano terra della sua casa e di aver invidiato la sua ricchissima discoteca di musica còlta che ascoltava con un impianto hi-f tecnologicamente avanzato. E’ arrivata negli ultimi anni una malattia subdola che ne ha minato, progressivamente, il corpo. Oramai lo vedevo e ci salutavamo solo in occasione delle


Gente di Caposele Gente di Caposele 252 Ieri ieri sue partenze o dei suoi arrivi, con l’auto della Misericordia che lo portava e lo riaccompagnava da S. Angelo dei Lombardi per le dialisi che doveva fare a giorni alterni. Fino a ieri mattina. Quando poco dopo le sei del mattino, con l’arrivo dell’ambulanza, ho capito che la situazione stava precipitando. Ripresosi dalla crisi cerebrale, ancora sveglio e vigile, l’ho visto, dal mio balcone, per l’ultima volta, sdraiato sulla barella, mentre veniva caricato sull’ambulanza del 118. Lo saluto, ricordandone a caldo alcune sfaccettature della sua vita, ma lo faccio (senza presunzione) anche a nome di tanti che non potranno che sottolineare la mitezza dell’uomo, che è stato di certo medico ma, appunto, tante altre cose ancora. PASQUALE MONTANARI di Luigi Fungaroli I l giorno in cui si commemorano tutte quelle parti del tuo cuore volate in cielo, giorno in cui tutti noi abbiamo incorporato un aspro groviglio di emozioni... Oggi, però, non è un “2 Novembre” qualsiasi. È soprattutto un mese esatto dal momento in cui ho capito la vita vera com’è, un mese esatto di assenza materiale, di mani non strette, di sorrisi e di lotte contro il tempo perse... Era il 2 Ottobre. Salivo via Ernesto Caprio con uno strano senso di vertigini e mal di pancia. In quel momento ho visto mia madre, un automa vagante. Mi disse soltanto: “Vuoi salutarlo?” Capii, capii tutto. Entravo nella casa semi buia. Nonna nelle fasi buie è sempre stata un uragano pur di farti stare con noi ma quel giorno stava capendo tutto. Era muta con i suoi occhi di ghiaccio, gli stessi occhi che si commuovevano per i 50 anni di matrimonio compiuti da poco, gli stessi occhi che ti avevano fatto innamorare... Sapevo che quella sarebbe stata l’ultima volta in cui sarei entrato e avrei sentito la tua presenza viva, gli ultimi battiti del tuo cuore... Entrai in camera. Quante cose avrei voluto dirti. Tante. Ma non ho avuto il coraggio. Forse, le sapevi già. Presi la tua testa tra le mie mani e dissi:”NONNO” . È l’unica cosa che riuscii a dirti. Tu mi sorridesti piangendo. In quello sguardo riconoscevo la forza della vita e il suo ciclo matto e spietato, mentre una bombola ad ossigeno si affondava nelle tue narici. Tutto quello che avresti voluto dirmi me lo hai trasmesso in quello sguardo. L’esterno non era considerato, il tempo non ricordavo più. Quello sguardo cinto tra le mie mani era il mio spazio e il mio tempo. Ti accarezzai le guance corrose dal nemico.


Gente di Caposele Gente di Caposele 253 Ieri ieri Il tumore ti aveva reso una larva. Chiusi gli occhi piangendo e uscii da casa tua. Quanto hai sofferto, nonno. Troppo. Gli ultimi attimi sono stati agghiaccianti, disperati. Una porta aperta, l’ansia della famiglia e mio zio Gualfardo, un bambino che fà di tutto per recuperare il palloncino che sta già volando via. “Non ce l’abbiamo fatta...” disse lui dopo una serie di operazioni disperate. Avevamo fatto di tutto. Eri morto. Hai scelto di lasciarci il 2 Ottobre, giorno della festa dei nonni. Giorno che congiunge in modo indissolubile il tuo rapporto con me, quasi a coronare quello che amavi fare di più: il NONNO. Che cosa signifca morire? Signifca non vedersi mai più. Potrei cercarti persino nella più sperduta casa di uno sperduto stato del mondo ma lo farei invano. Dove ti cercherò quando vorrò passare i pomeriggi davanti alla TV ? Quando vorrò sapere quanto più possibile sul famoso “Acquedotto Pugliese”? Quando vorrò semplicemente sentirmi dire “Dai! Impegnati un po’ e ce la farai!”?Ti cerco disperatamente. Non ti trovo. Voglio vederti sorridere, voglio vederti ancora passeggiare al cantiere, voglio sentir dire ancora una volta “Quant’ si bella a nonno” come lo sapevi fare solo tu quando vedevi Chiara, voglio sentirti rispondere alle domande della settimana enigmistica che Zio Agostino ti poneva durante l’ultimo periodo, vorrei ritornare indietro nel tempo. PASQUALE MONTANARI


Gente di Caposele Gente di Caposele 254 Ieri ieri DONATO D’AURIA Si è spento all’età di 95 anni di Gerardo Ceres Lo ricordiamo con cordoglio sincero perché egli nella sua lunga vita è stato un solido ed apprezzato educatore di diverse generazioni di bambini caposelesi. Era un maestro delle scuole elementari, quando essere maestro signifcava essere investito, dalle famiglie e dalla società ne suo complesso, di una funzione fondamentale per la crescita individuale dello scolaro e, di conseguenza, per la crescita collettiva e delle tasse, avendo dovuto ripianare le disastrate fnanze del Comune. Oltre che a risparmiare, ingaggiò una solida battaglia contro gli elusori delle tasse municipali. Quindi lo possiamo ricordare anche come un “civil servant” (servitore del bene pubblico). Completiamo questo personale, immediato e fugace ricordo, con leimmagini del maestro D’Auria oramai pensionato. Dedicava parte della mattinata davanti alla Pro Loco a spulciare i titoli dei quotidiani, per poi ritirarsi con la mazzetta di sei/sette quotidiani a continuare la lettura nella sua casa di corso Europa. Dunque, curioso ed interessato agli accadimenti politici, economici sociali italiani ed internazionali. Quella curiosità che nell’età che avanza può considerarsi un dono di Dio. Ed egli ha avuto la fortuna di ricevere questo dono. Lo salutiamo con viva ammirazione per il segno che lascia a Caposele e, con questo sentimento, esprimiamo vicinanza alla sua famiglia: alla maestra Sisina, a Vito, a Nicola e ad Amalia. Il maestro D’Auria questa funzione l’ha svolta, insieme alla moglie SisinaFarina, nel migliore dei modi. Abbiamo detto delle generazioni cui lui ha insegnato le prime nozioni basilari del sapere, ma in un’epoca di povertà delle famiglie, prive di altri strumenti di apprendimento - basti solo pensare al ruolo educativo della prima televisione italiana - la scuola e quindi il maestro erano i soli strumenti per conoscere il mondo nella sua accezione più larga. Pensare a lui, oggi, e ai tanti altri maestri e alle tante maestre di un tempo, fa nascere spontaneo un sentimento di riconoscenza. A quei tempi, a differenza di oggi, alla scuola e ai suoi insegnanti veniva attribuito uno status sociale alto e nobile. Essere maestro signifcava essere Magister. E Donato D’Auria, insieme a tanti suoi colleghi, lo è stato. La sua vita, poi, si è arricchita anche di altre esperienze di impegno. Agli inizi degli anni sessanta egli è stato Sindaco, durante una diffcilissima stagione politica del nostro Comune. È ricordato come il Sindaco dei tagli del comune.


Gente di Caposele Gente di Caposele 255 Ieri ieri MAESTRO DI VITA di Antonio Cione Caro Donato perché così alcuni di noi Ti chiamavamo da adulti, vista la confdenza e l’affabilità che stabilivi con ognuno dei tuoi alunni, hai lasciato la tua e la nostra comunità di Caposele che ti piange unanime. Tu che sei stato il Maestro di innumerevoli generazioni, al punto che, per alcuni di noi, sei stato insegnante dei nostri nonni, ma anche dei nostri padri e dei nostri fgli, ora ti ricongiungi, nell’Alto dei Cieli, con tanti tuoi scolari che non sono più tra noi. Sì, perché tu sei stato non solo il maestro di scuola, ma soprattutto maestro di vita in tutto quello che hai fatto: l’insegnante, il marito, il padre, il sindaco, ma anche il ballerino e l’agricoltore-giardiniere, ma soprattutto sei stato la memoria storica delle vicende del ‘900 a Caposele. Quanti di noi siamo venuti a conoscenza di vicende ed accadimenti della vita pubblica del comune di Caposele, uno per tutti quello dell’Acqua e dell’Acquedotto Pugliese che tu avevi così lucido e chiaro al punto da essere utilizzato come traccia di buona parte del lavoro encomiabile del compianto Gerardo Monteverde che ci ha lasciato una rievocazione storica sull’argomento di indiscutibile qualità. Noi tutti ti vogliamo ricordare così come sei stato: in classe mentre sorseggiavi il tuo caffè bollente a metà mattinata tra una spiegazione e l’altra; a casa tua mentre ci raccontavi insieme ai tuoi fgli tanti episodi della storia di Caposele; per strada quando camminavi con passo svelto, abituato da giovane a fare il percorso a piedi da Caposele a Senerchia e ritorno, dove hai insegnato all’inizio della tua lunghissima carriera; oppure quando, in rare occasioni, ti abbiamo ammirato come valente ballerino insieme a tua moglie, la maestra Sisina. Ma, in conclusione, ce lo consentano i tuoi fgli Vito, Nicola ed Amalia, ti vogliamo considerare come nostro Padre Morale, perché, per tutti noi, resterai il nostro Maestro di scuola, ma soprattutto di Vita. Buon viaggio, maestro uno per tutti. UNA TESTIMONIANZA di Ezio Caprio Mio caro “Signor Maestro”, il mio non è né vuole essere un elogio funebre. Ma è soltanto una “testimonianza” che si traduce in un sentimento di doverosa gratitudine. DONATO D’AURIA


Gente di Caposele Gente di Caposele 256 Ieri ieri Ed è il mio un sentimento, immutato nel tempo, fn da quando, nei lontani anni 47- 48 del secolo scorso, dopo le ore trascorse in classe, ti incontravamo nelle vie di questo paese che erano allora l’anfteatro unico ed irripetibile dei nostri giochi infantili: cercavamo allora di nasconderci, perché ci sembrava essere venuti meno al dovere dello studio pomeridiano, ma tu ci rassicuravi con un benevolo sorriso, appena accennato, come nella tua classe discreta. Tralascio ora i tanti ricordi dei tuoi insegnamenti di vita, molto spesso collegati alla lettura ed al commento del libro “Cuore” di Edmondo De Amicis - in cui era rappresentato un variegato mondo reale e, purtroppo, non più attuale -. Ma mi è caro ricordare una improvvisata gita “fuori porta”, al Ponte Minuto. Lì ci hai indicato i punti cardinali, soffermandoti sul punto Est, dove nasce il Sole: l’oriente. Poi, indicandoci con la mano il vicino Cimitero, aggiungesti (lo ricordo ancora!): “lì è il grande Oriente, dove il sole e la luce non tramontano mai!” Ora, Signor Maestro, che sei entrato in quella luce, ti diciamo: Addio e ancora grazie. LA BONTA’ E LA CULTURA di Michele Ceres Caro indimenticabile Maestro, ti prego non arrabbiarti se mi rivolgo a te soltanto ora, dopo che il tuo spirito si è liberato del suo involucro corporeo, per rimarcare la bontà e la cultura che già in vita ti avevano fatto esemplare modello di cittadino ed educatore di qualità eccelse. Non sorridere, ti prego, di queste mie parole, non continuare a essere modesto, perché sai bene che agli estinti, come ci spiegasti quando ci facesti imparare a memoria un breve passo de “I Sepolcri” di Foscolo, non serve la ritrosia, se “ad egregie cose il forte animo accendono l’urne de’ forti”, perpetuando nei viventi le loro migliori qualità. E tu, di qualità morali e altruistiche ne avevi molte, tanto da spronare familiari, amici e alunni a compiere sempre il proprio dovere e a elevarsi culturalmente. Ti ricordiamo ancora scossi e attoniti per la tua morte, attenti e riconoscenti, forti del tuo esempio, che resta grande e impagabile. Ti vogliamo un sacco di bene, oggi, domani, sempre. E tu l’hai sempre saputo. Non c’era alcun bisogno che alla tua morte esplodesse tanta prosa e tanta poesia a sublimare la tua opera d’insegnante, cui tanto deve la nostra Comunità, che tu amavi. Sarebbe fn troppo facile, oggi, unirsi al coro di quanti cercano di ripercorrere la tua vita di maestro, di padre e di sindaco. Accolgo e sottoscrivo quanto di meglio altri hanno scritto e detto sul tuo conto. Ma voglio soprattutto ricordarti per alcuni episodi, per me importanti e signifcativi. Correva l’anno scolastico 1952-53, frequentavo la quinta elementare. C’era una decisione importante da prendere che si sarebbe dimostrata fondamentale per il futuro di noi alunni. DONATO D’AURIA


Gente di Caposele Gente di Caposele 257 Ieri ieri C’era da scegliere se continuare gli studi presso la locale scuola di avviamento professionale oppure sostenere l’esame integrativo per accedere alla frequenza della scuola media, che ci avrebbe consentito di proseguire gli studi fno al conseguimento di un diploma o di una laurea. Si trattava di una scelta fondamentale, importantissima e decisiva per il nostro futuro. Agli inizi degli anni Cinquanta, in maniera silenziosa, stava avvenendo una trasformazione che potremmo defnire storica. Se fno allora la scuola media era frequentata, quasi in maniera selettiva, dalle classi abbienti, cioè dai fgli di quelle famiglie che si potevano permettere di sostenere le spese necessarie per il prosieguo degli studi, incominciò, proprio allora, ad essere massicciamente frequentata anche da fgli di artigiani, piccoli commercianti e contadini più evoluti. In armonia con i tempi e altruista come eri, pensando che molti di noi alunni meritavano di continuare gli studi, domandasti chi di noi avrebbe voluto accedere alla scuola media. Metà classe alzò la mano. Tra questi c’ero anch’io. Fu così che contattasti i genitori e li convincesti, parlo principalmente per me, a sobbarcarsi non pochi sacrifci. Infatti in quel tempo, andare a studiare, così come si diceva, costava non poco e non tutte le famiglie si potevano permettere ciò che per la gran parte della gente era ancora considerato un lusso, una cosa da benestanti. E così di pomeriggio, senza chiedere alcun compenso, ci preparasti per gli esami di ammissione alla scuola media, che furono da tutti brillantemente superati. Nonostante la stima e il rispetto verso di te, che mai mi sono venuti meno, devo tuttavia confessarti, anche se questo già lo sai, che nelle varie competizioni elettorali per la guida del nostro Comune sono stato sempre un ostinato e pervicace avversario della tua parte, tant’è che nelle elezioni amministrative del 1980 entrambi eravamo candidati, ma in liste contrapposte. La mia lista vinse le elezioni e nella veste di amministratore comunale ebbi la prova inconfutabile, ma di ciò ero già pienamente consapevole, della tua onestà intellettuale e materiale. Nel bailamme del dopoterremoto, mentre quasi tutti si davano enormemente da fare per ottenere il massimo delle provvidenze, spesso esagerando a dismisura il danno ricevuto, con dichiarazioni di atti di notorietà compiacenti e complici, tu che pure avevi sofferto e patito disagi non lievi, rifuggisti da ogni intervento assistenziale sia nella fase acuta dell’emergenza sia, dopo, al tempo del reinsediamento provvisorio della popolazione con l’assegnazione dei prefabbricati sia successivamente quando non presentasti istanza di ricostruzione della tua casa, perché, sostenesti con convinzione che la stessa non aveva riportato danni sensibili, tant’è che preferisti ripararla utilizzando un modesto contributo previsto dall’Ordinanza 80 dell’allora Commissario Straordinario Giuseppe Zamberletti, rinunciando ai benefci concreti e di ben altra entità della Legge 219/81. E così, non sei stato assegnatario di prefabbricato, né sei stato un destinatario del contributo della ricostruzione. Non pochi altri, nelle tue stesse condizioni, pretesero e ottennero ben altro! Ma tu, eri tanto convinto della tua scelta che, già DONATO D’AURIA


Gente di Caposele Gente di Caposele 258 Ieri ieri all’indomani del terremoto, andasti subito ad abitare la tua casa quantunque danneggiata, sia pure in maniera non grave, sebbene, come tutta la popolazione traumatizzato dall’evento catastrofco e nonostante, per di più, che i servizi non fossero stati pienamente riattivati. Solo una volta ti vidi nella baracca che allora fungeva da sede del Comune. Fu in una fredda e piovosa notte del gennaio 1981, quando il distacco di una massa rocciosa dal costone retrostante al quartiere in cui era localizzata la tua abitazione e il conseguente incombente pericolo per la pubblica e privata incolumità m’indussero a emanare con urgenza un’ordinanza di sgombero immediato di tutta la zona sottostante al costone. Venisti a lamentarti del nuovo disagio, ma il tuo lamento per la mia eccessiva preoccupazione era più che giustifcato. Infatti dopo appena due giorni, a seguito di sopralluogo di tecnici del Comune, dei Vigili del Fuoco e del Genio Civile di Avellino, l’ordinanza di sgombero fu ritirata, perché, pur nella prescrizione di un intervento di consolidamento, non vi era pericolo immediato di ulteriori smottamenti a valle di masse rocciose. Caro Maestro, penso che bastino questi pochi esempi per descriverti a chi non ha avuto l’occasione di conoscere appieno la tua spiritualità, il tuo senso del dovere, il tuo attaccamento alla gente della nostra Terra. Maestro, per sempre sarai con noi. IL MAESTRO-SINDACO di Alfonso Merola Sarà sembrata una tortura per Donato D’Auria l’estate di quest’anno che passerà alla storia meteorologica come la più bizzarra tra le stagioni dell’ ultimo secolo. A pensarci bene, se avessimo avuto modo di parlarne con lui, ci avrebbe detto certamente se nel 2014 fosse stato battuto qualche record. Ci rammenta Seneca che la vecchiaia è di per sé una malattia, ma nel caso del nostro amico questa massima proprio è fuori luogo. Donato, infatti, sembrava appartenere dall’alto dei suoi venerabili novantacinque anni ad una specialissima categoria di uomini che poteva agevolmente sottrarsi alla più ferrea delle leggi della Natura . È vero che non lo si vedeva in giro per il paese come un tempo, ma che conservasse con realismo la sua consueta vitalità intellettuale è del tutto innegabile. Nelle rare visite che gli facevamo assieme a qualche amico, si notava che egli era debilitato nel fsico, per cui ci chiedevamo per quanto ancora avremmo potuto godere della sua piacevole presenza, della sua verve dialogica e della sua voglia di parlare del presente, intrecciandolo con eventi del passato. Alcuni suoi visitatori, tra i quali io mi riconosco, stante la differenza di età, si ritrovavano in casa D’Auria sicuramente per un interesse egoistico. Chiunque avesse sete o urgenza di sapere qualche fatto o dettaglio di una precisa cirDONATO D’AURIA


Gente di Caposele Gente di Caposele 259 Ieri ieri costanza non aveva altra fonte alla quale rivolgersi se non al sindaco-maestro D’Auria. Era certamente un piacere ascoltare Donato, quando nella sede della Pro Loco o davanti al Mister Bar ti catturava l’attenzione con racconti, aneddoti e informazioni su vicende locali recenti o remote. Donato D’Auria, è risaputo, era un divoratore di giornali quotidiani, potremmo dire che era un’autorità; come” esperto”, però, non era ascoltato e questo poco importa in un paese in cui abbondano politologi e tecnici sportivi. Ma Donato riusciva ad attrarre l’attenzione di tutti quando si trattava di fatti e misfatti caposelesi: allora era un fume in piena per davvero. Di lui ammiravo il suo carattere schietto e sincero, mai prosaico, disinvolto e disincantato verso un mondo che prometteva rivoluzioni ad ogni istante e che poi si inchiodava a tempi lenti. La “relatività” del tempo per Donato? Io la racchiuderei nel botta e risposta che spesso ci scambiavamo. “Dona’, novità?” gli chiedevo. E lui prontamente: “Alfo’, l’unica novità è che non ci sono novità!” Egli prediligeva il tutto e subito negli impegni che si assegnava ma questo suo assillo non lo rendeva noioso, perché metteva a frutto in un certo modo l’antica e preziosa dote del buon maestro elementare di un tempo che raramente sciupava le sue ore in inutili ozi, fedele al motto del” Chi ha tempo, non aspetti tempo”. Donato sapeva anche essere maestro di sottile sarcasmo che condiva di sorrisi e di leggerezza e tutto ciò lo rendeva simpatico, anche perché i suoi giudizi non erano mai offensivi. Quando egli si distendeva nei suoi racconti mai ripetitivi in quanto contenevano sempre nuovi dettagli, talvolta non riuscivo a stargli dietro perché mi distraeva una domanda :”Saremo mai in grado di raccogliere questo tesoro di testimonianze che Donato ci somministra a pillole giorno dopo giorno?” Aggiungevo poi: “ Donato mi sembra il motore di ricerca di un moderno computer. È suffciente che lo solleciti nell’interrogazione ed ecco che ti sgrana una lunga sflza di informazionini ma un computer in un certo senso è in grado di immagazzinare e conservare i dati in eterno, il nostro amico invece prima o dopo, ahimè....Donato era nato nel 1919, aveva frequentato il Ginnasio a Sant’Angelo dei Lombardi e conseguito il Diploma di Abilitazione Magistrale a Salerno. Si iscrisse qualche anno più tardi all’Istituto Universitario di Lingue Orientali di Napoli. Una curiosità: seguiva tra l’altro il corso di lingua e letteratura araba. Con l’improvvisa chiamata al servizio militare egli naturalmente fu costretto ad abbandonare gli studi universitari: si era in piena seconda guerra mondiale ed in una fase veramente diffcile per l’Italia in bilico tra l’avventura di Salò e l’imminente sbarco degli Alleati. Nel parossismo di quegli anni si vide destinato in lungo ed in largo per la Penisola; alla fne della guerra lo ritroviamo a Lecce nelle fumane di soldati reduci che familiarizzando con le truppe angloamericane tentavano di rientrare nei loro paesi di residenza. In effetti egli poté raggiungere Caposele in tre giorni, a piedi e per qualche tratto con mezzi di fortuna, con tutte le incognite DONATO D’AURIA


Gente di Caposele Gente di Caposele 260 Ieri ieri che comportavano quei giorni in cui regnavano ordini e contrordini, incertezze e non ultimi pericoli di vario genere. Dopo qualche settimana di permanenza a Caposele, si ripresentò alle autorità militari distrettuali del ricostituito esercito italiano e risalì la Penisola con le Forze di Liberazione; per dirla in breve non si imboscò. Terminata la guerra, partecipò al primo concorso pubblico per la selezione di insegnanti elementari indetto in “regime repubblicano” che egli superò brillantemente con altri caposelesi tra cui colei che a breve sarebbe diventata la compagna della sua vita. La sua prima sede scolastica di assegnazione fu Senerchia che egli raggiungeva giornalmente a piedi, fu successivamente destinato a Calabritto e per tutto il resto della sua carriera scolastica insegnò a Caposele. Io lo conobbi ed ebbi modo di apprezzarlo nei suoi ultimi anni di servizio (che erano i miei primi anni di insegnamento). Egli mi fu in quel periodo di incoraggiamento, sia con la sua esperienza professionale, sia con il suo approccio realistico al lavoro di maestro, impermeabile a certa retorica fascista che anche in epoca repubblicana sembrava pervadere alcuni ambienti scolastici del Sud . Accadde qualche lustro successivo che la Scuola fu costretta a prestare Donato D’Auria alle istituzioni civili locali, a causa di una particolare congiuntura. Donato D’Auria che non s’era mai ritratto dalla vita politica locale entrò direttamente in scena da primo protagonista nel 1960 nella veste di candidato a sindaco di Caposele che usciva da una complicatissima situazione politico-amministrativa. Tutti gli amministratori del dopoguerra erano sotto inchiesta da parte della Prefettura (parliamo di anni duri in cui non si facevano sconti alle amministrazioni di sinistra...) e il Comune era stato commissariato per un lungo periodo. Il già sindaco Michele Farina, giovane avvocato amatissimo dai Caposelesi era venuto a mancare da poco, per cui sembrava scontata la vittoria degli avversari. Di candidati che sgomitassero non se ne vedevano in giro anche perché le condizioni economiche del Comune erano tutt’altro che rosee ed incoraggianti. Si pensò allora al calmo e metodico maestro D’Auria che, invero, non si mostrò entusiasta, sia perché a Caposele non cennavano a placarsi gli aspri scontri tra partiti avversi, sia perché era la prima volta che un insegnante elementare scendeva in lizza (non si dimentichi che i maestri dell’epoca erano ritenuti una sorta di istituzione per cui scendere in campo era quantomeno ritenuto non consigliabile). Molto probabilmente Donato vinse ogni ritrosia per onorare la memoria di suo cognato Michele ma anche per non sentirsi responsabile, nel caso di una probabile sconftta, di un mancato successo a causa del “suo gran rifuto” E la sua fu una gran bella vittoria: in fondo i successi sudati, non affdati a facili e spudorate promesse valgono più di certi trionf elettorali che nel giro di pochi mesi si sciolgono come neve al sole... Ovviamente non fu una passeggiata per un sindaco che si trovò ad affrontare rogne vecchie e nuove in un Comune che si arrabattava a causa delle sue grame entrate fnanziarie. Si era alla vigilia del boom economico, ma di luce oltre il tunnel DONATO D’AURIA


Gente di Caposele Gente di Caposele 261 Ieri ieri se ne vedeva ben poca. Al di là di quel che si può pensare, il quinquennio D’Auria non fu solo il periodo del risanamento fnanziario (senza il quale Caposele non avrebbe potuto fare molta strada). In questo quinquennio fu notevole anche la progettualità che trovò realizzazione nel successivo periodo in cui D’Auria ricoprì la carica di vice-sindaco accanto a Ciccio Caprio. Nessuno dovrà però mai dimenticare che fu proprio l’Amministrazione comunale D’Auria a dissotterrare l’ascia di guerra contro l’EAAP, disconoscendo qualsiasi atto amministrativo precedente che s’era rivelato come una vera e propria rapina ed umiliazione per Caposele . Fu quella semina che consentì all’amministrazione successiva di stipulare una dignitosa ed onorevole convenzione coi Pugliesi nel 1970 Per tutto il resto la gestione D’Auria fu percepita come una amministrazione oculata, praticante l’imparzialità e per lo più tesa a pacifcare gli animi in un paese in cui non mancavano problemi d’ogni genere e il gusto dello scontro politico era quotidiano. A guidarlo molto probabilmente fu la sua professione di maestro che nelle piccole comunità dell’epoca portava un valore aggiunto non solo e non tanto di tipo culturale ma anche di tipo sociale, essendo l’insegnante elementare una sorta di mediatore di consenso civico . Che dire ancora di Donato ? Dobbiamo dire che fu fortunato marito avendo avuto accanto per sessant’anni una moglie adorabile come Sisina Farina e altrettanto fortunato padre di tre fgli, educati al meglio come solo sanno fare pochi genitori-insegnanti. Donato tradiva una certa emozione quando parlava dei suoi Vito, Nicola ed Amalia, ma subito si riprendeva alla grande. Come sindaco, escludo che si sia fatto dei nemici perché a ben pensarci sapeva tenersi fuori dalle baruffe e dalle ripicche paesane. Come maestro elementare, oltre ai suoi colleghi, parlano i numerosi allievi oggi padri di famiglia che non hanno mai dimenticato un solo anniversario di compleanno e puntualmente ogni trenta marzo hanno invaso la sua casa per fargli gli auguri. Di certo testimonianza popolare più grande e commossa non poteva ricevere lo scorso quindici settembre, quando tantissimi caposelesi di ogni età hanno voluto salutare il Maestro-Sindaco, custode di storia locale ed educatore attento di tanti caposelesi. DONATO D’AURIA


Gente di Caposele Gente di Caposele 262 Ieri ieri PIETRO CERES Ricordo i fgli I l 13 aprile 2015 è stato un giorno di dolore per la nostra famiglia. In tanti si sono stretti, con affetto e discrezione, intorno a noi, alla triste notizia della perdita del nostro caro papà. Li ringraziamo tutti. Noi siamo stati tutti e tre suoi alunni e vogliamo ricordare anche il professor Ceres, che per Caposele, e soprattutto per i suoi studenti, rappresentava una istituzione e, in ambito scolastico, era soprannominato “the teacher”. I suoi studenti lo ricordano sempre puntuale e presente, anche con il “nevone”, in compagnia della sua fdata FIAT 600 bianca. La sua precisione e diligenza lo contraddistinguevano sempre come persona e come insegnante. Se qualche straniero riuscirà a capirci in lingua inglese, un po’ sarà anche merito suo! Era esigente con gli studenti ma anche pronto a comprenderne le diffcoltà e le intemperanze, preoccupato sempre di agire al meglio per il loro futuro e non solo di trasmettere esclusivamente nozioni disciplinari. Lo ricordiamo come persona integerrima, che non ha mai riservato, a noi suoi fgli, preferenze particolari. Dopo la laurea conseguita brillantemente e dopo le prime esperienze di insegnamento a Salerno, ebbe un incarico di assistente alla cattedra di lingua italiana alla Holland Park School di Londra, un istituto comprensivo allora all’avanguardia in una struttura ancora oggi moderna e ammirabile. A Londra per lavoro e col proposito di migliorare e perfezionare la conoscenza della lingua e della cultura inglese, rinunziò alla possibilità di frequentare altri Italiani per non distrarsi dall’impegno assunto e dalla frequentazione di ambienti culturali inglesi. L’anno successivo, previa selezione e colloquio, ebbe l’incarico di assistente all’Università di Glasgow e contemporaneamente la nomina nella Scuola italiana. Scelse di tornare in Italia. Questa fu, per lui, una scelta molto diffcile e sofferta. Alle spalle si era lasciato la concreta possibilità di intraprendere una ambita carriera universitaria. Nonostante una tale rinuncia, nei nostri confronti non ha mai esercitato nessuna pressione per tenerci legati a lui e alla terra d’origine, facendo prova di quella generosità che solo un genitore sa mostrare nei confronti dei fgli. Lui tornò anche per mamma Nicolina, che,vedova di guerra, aveva cresciuto i suoi due fgli, lui e la sorella Concetta (sposata con Gerardo Di Masi), tra tante diffcoltà, e lo aveva fatto studiare fno al conseguimento della laurea. Nato nel 1939, era rimasto orfano all’età di 4 anni. Conservò sempre con un amore particolare un orologio da tasca che era appartenuto al padre e le sue lettere dal fronte, in cui egli raccomandava alla moglie di non trascurare il fglio piccolo, perché troppo impegnata nel lavoro dei campi.


Gente di Caposele Gente di Caposele 263 Ieri ieri Legato alla famiglia ed a Caposele, suo paese di origine, scelse di stabilirsi qui chiedendo il trasferimento da Salerno, sua prima sede di ruolo, a Calabritto. Incontrava ancora suoi ex alunni di quegli anni che lo salutavano affettuosamente. In seguito all’apertura del Liceo Scientifco di Caposele, aveva assunto la cattedra di ruolo presso il Liceo, dove ha poi insegnato per più di vent’anni. Nei primi anni successivi al suo ritorno s’interessò anche dei problemi e delle prospettive di sviluppo di Caposele. Ebbe l’idea di costituire un’associazione fnalizzata alla valorizzazione culturale del territorio anche a fni turistici. Iniziativa da realizzare in concreto rilevando e ripristinando almeno uno dei mulini ad acqua ancora funzionanti alla fne degli anni cinquanta. Così come ipotizzò l’acquisizione e il restauro del castello, allora ancora in piedi e in discreto stato di conservazione. L’idea, purtroppo, era prematura per i tempi! Ha portato a termine il suo percorso lavorativo fno alla fne, sempre con lo stesso entusiasmo e attenzione per la formazione degli studenti. Ciò, nonostante la malattia che, negli ultimi anni, aveva intaccato e riduceva progressivamente le sue energie. L’ultimo Natale è stato felice di festeggiarlo con tutta la famiglia riunita, compresa la sua amata nipotina Elisa. Purtroppo un leggero velo di tristezza gli copriva il volto: inconsciamente sentiva che presto avrebbe abbandonato la sua terra, la terra che tanto amava. Non aveva mai dimenticato la sua origine contadina. Per lui era un piacere darci la possibilità di gustare i frutti buoni e genuini prodotti dalle piante che, in parte, aveva egli stesso messo a dimora. Ora i suoi frutti siamo noi, e seguiremo il suo esempio di vita in ogni luogo. ALFONSINA TESTA dI Cesarina Alagia La storia della nostra comunità rischia di svanire dentro lo scorrere di un tempo che tutto cancella. Eppure la storia di Caposele, costituita da spaccati di vita che appartengono a noi tutti, a prescindere dal tempo in cui sono avvenuti, è un’antologia di quotidianità di gente comune, ma è anche antologia di episodi di coraggio, di forte sofferenza, di impegno civile, offuscati, a volte, da situazioni di ingiustizia e di prevaricazione. È una storia, quella di Caposele, che va conservata e tramandata, perché parte integrante di noi, di quello che oggi siamo e che ci distingue, per le nostre peculiarità, da altre comunità. Mantenere vive le nostre radici è quanto avviene con le pagine de “La Sorgente” che, giunta al suo 90º numero di pubblicazione, ha saputo, in questi quarant’anni di attività, essere ricordo della nostra storia, ma anche fotografa della realtà attuale. Le pagine del giornale hanno pennellato i diversi spaccati di vita di Caposele


Gente di Caposele Gente di Caposele 264 Ieri ieri dando la possibilità di ritrovare brandelli di vita vissuta; gli anziani hanno così la possibilità di rivedersi in tanti ricordi, i giovani possono comprendere il substrato che ha determinato, per alcuni versi, la realtà dei fatti odierni. A proposito di memoria storica, qualche settimana fa, sono andata con le ragazze del Servizio Civile Volontario, a fare visita ad Alfonsina Testa, una dolce signora che il prossimo 3 dicembre compirà 101 anni, è una signora dal cui sguardo, nonostante le tante sofferenze vissute, traspare un’infnita tenerezza e, nel contempo, una grande forza, a tratti offuscata, dai tristi ricordi che si spingono prepotentemente nella sua mente. Ad un certo punto della visita, i nostri sguardi si sono incrociati e con essi la mia voglia di chiedere, di ascoltare e da parte sua, il desiderio di raccontarsi e di raccontare... Alfonsina, chiamata affettuosamente Lelella dal padre, nasce a Materdomini nel 1914 dopo che i genitori si sono spostati da Caposele, perché la mamma è chiamata dal superiore dei Padri Redentoristi affnché sposti la taverna “ra lu chiazzinu r’ lu guardiu” appunto a Materdomini per offrire un posto di ristoro ai pellegrini. E così a Materdomini si ha il primo ristorante denominato prima “Ristorante del Santuario” e poi “Ristorante Testa”. Alfonsina con le tre sorelle Maria, Gerardina e Ninuccia e i due fratelli Salvatore e Nicola, cresce in un unico ambiente (l’attuale negozio di oggetti sacri dei Padri Redentoristi) dal quale la mamma, saprà sapientemente ricavare più spazi sia per la famiglia che per i pellegrini, dividendo il tutto con dei tendoni. La bambina impara presto “l’arte” di cucinare con una tale maestria che, a soli 12 anni, le consentirà di preparare un gustosissimo pranzo per venti persone, ottenendo l’apprezzamento di Don Pasquale Ilaria, il famoso trascinatore di folle, Don Pasquale che a Materdomini era solito pranzare. Il tempo passa ed il locale, nel 1933, viene trasferito in un posto più ampio e cioè nei locali sottostanti la costruenda “Casa del Pellegrino” la cui costruzione sarà ultimata nel 1938. Il padre Giuseppe, detto “Peppu lu Napolitanu” (perché originario di Napoli) abbandona il suo mestiere di calzolaio, per aiutare la famiglia nella conduzione del ristorante e tutti, genitori e fgli, si adoperano, già da piccoli, a dare il proprio contributo per migliorare la loro situazione. A Materdomini non c’è una scuola e così Alfonsina impara i primi rudimenti del leggere e dello scrivere da alcune signorine di Calabritto in un’angusta stanza di una casa privata; in seguito, da Caposele, sale il maestro Don Camillo Benincasa ed Alfonsina frequenta fno alla terza elementare. A settembre del 1929, a Materdomini, si festeggia l’inaugurazione della basilica di San Gerardo; la ragazza dice di non aver mai visto tante autorità come in quell’occasione, tra queste il Cardinale Ascalese di Napoli e circa 100 carabinieri che agli occhi di Alfonsina, sembrano feri e coraggiosi cavalieri pronti a sguainare la spada per accorrere in aiuto di chi fosse in diffcoltà. ALFONSINA TESTA


Gente di Caposele Gente di Caposele 265 Ieri ieri Gli anni passano e Alfonsina diventa una bella giovane che attira l’attenzione di Alfonso Malanga, al quale, però, la ragazza, nonostante sia interessata, non dà segno di ricambiare il sentimento per un eccessivo senso di pudore. E così Alfonso, pressato dai genitori e da due zii che vivono con loro e con gli otto fgli, chiede la mano di una benestante giovane di Caposele. Al momento di “combinare il matrimonio” l’accordo viene meno in quanto le due famiglie dissentono sulla dote, cosa che, a quei tempi, avveniva spesso, perché i matrimoni erano decisi dai genitori, per motivi tutt’altro che sentimentali. Alfonso è così libero di tornare al suo vero interesse, cioè Alfonsina; i primi timidi sguardi avvengono mentre la ragazza sì reca in chiesa. Passa un po’ di tempo ed un giorno la ragazza dice al giovane che è cosa opportuna presentarsi ai suoi genitori, i quali acconsentono al fdanzamento in quanto Alfonso è un bravo giovane, esperto falegname e gran lavoratore. Il giorno del matrimonio, Alfonsina è radiosa nel semplice abito bianco con il tradizionale velo a strascico; i due giovani vanno ad abitare in una casa di proprietà degli zii di Alfonso che vivono in una casa attigua, con i suoceri di Alfonsina e con i loro fgli. La giovane divide il suo tempo tra i lavori di casa e i lavori nei campi; successivamente assisterà anche i due anziani zii che non avendo fgli, strumenteranno la casa ai due sposi. Dal matrimonio nascono quattro fgli Gerardo, Faluccia, Gaetano e Pinuzza. Intanto l’Italia viene sconvolta da un tremendo evento bellico, la seconda Guerra Mondiale. Anche a Materdomini la situazione è critica; i bombardamenti si susseguono incessantemente, pertanto Alfonsina ed Alfonso conducono la famiglia , con altre persone, sotto la Chiesa di San Vito e Alfonso, periodicamente, si reca con un asino a Materdomini a pigliare i viveri, mettendo a repentaglio la sua stessa vita. Dopo San Vito la famiglia si trasferisce, per un altro paio di mesi, in un pagliaio in contrada Bosco nel podere di proprietà di Ceres Giovanni. Sono tempi molto duri; la Casa del Pellegrino viene adibita, dalla Croce Rossa ad Ospedale, mentre al piano di sotto vengono accolti dei bambini, rimasti orfani e sfollati dai loro paesi di provenienza. Finalmente la guerra fnisce, Alfonsina ed Alfonso nel 1947, decidono di aprire per conto proprio, una trattoria (dov’è oggi l’attuale Jerry Pub) tale esercizio funzionerà per sei mesi l’anno come ristorazione, mentre come locanda tutto l’anno e vengono ospitati, oltre ai pellegrini, anche le maestrine forestiere che insegnano a Materdomini. In occasione della festività di San Gerardo di settembre, il giorno precedente, viene imbandita la tavola dei poveri a cui, inizialmente, partecipano persone che vivono una situazione di estrema povertà quali Donato di Porzia, Gerardo Chichione, Vicienzu la Cammisa e tanti altri; poi questa tradizione, voluta dal Santo dei poverelli, fnisce. Nella vita di Alfonsina si alternano momenti sereni a momenti di sofferenza ad esempio, quando, le muore la mamma, a soli cinquant’anni; ma lei va avanti con ALFONSINA TESTA


Gente di Caposele Gente di Caposele 266 Ieri ieri grande forza e determinazione. I dolori per Alfonsina non sono fniti; il tempo è passato, i fgli sono sposati e lei ha tanti bei nipoti; siamo nel novembre del 1980, esattamente la sera del 23 novembre, quando Caposele viene sconvolta da un catastrofco e terribile sisma; una tragedia immane si abbatte sulla famiglia di Alfonsina e della fglia Faluccia sottraendo loro gli affetti più cari: Pinuzza e la sua intera famiglia, i fgli ed il marito di Faluccia. È diffcile riprendere la vita dopo una simile tragedia, ma è la vita stessa che ti riprende in un’apparente normalità, in una quotidianità che scorre nonostante ci sia la morte nel cuore, una morte così dura e nera come gli abiti che Alfonsina e Faluccia indosseranno da quel tremendo giorno. Alfonsina però non cede, c’è Gerardo il fglio che abita a Milano che, essendo il maggiore dei fgli, diventa il suo punto di riferimento, essenziale per andare avanti ed affrontare l’ennesimo dolore, la morte del caro marito avvenuta nel 1990. Alfonsina non crolla nemmeno adesso, il legame con Gerardo diventa sempre più forte, ma un destino crudele, nel 2005, le sottrae il fglio adorato. A questo punto Alfonsina avverte tutta l’atrocità che la perdita, prima di Pinuzza e poi di Gerardo signifcano. È assurdo, inaccettabile che una madre, debba sotterrare i propri fgli. Cosa sarà adesso di lei, come farà ad andare avanti, sapendo che anche la fglia Faluccia ha la morte dentro per la perdita degli adorati fgli e del marito. Gaetano, l’altro fglio che abita a Salerno, dopo la morte di Gerardo, assolve oltre al naturale ruolo affettivo, anche al ruolo di rappresentare, per Alfonsina e per Faluccia, il necessario sostegno per continuare ad andare avanti, nonostante tutto. Tutte queste tragedie sottopongono Alfonsina ad una prova che è troppo grande, una prova che tocca il suo cuore per sempre, ma che non distrugge la sua forza, fatta di una dolcezza che guardandola, ti fa desiderare di accarezzare i suoi candidi capelli e le sue mani che tanto hanno dato e che oggi sì intrecciano così spesso, accompagnando la mente che insegue chissà quali domande, senza peraltro avere risposte. I giorni così passano, scanditi dai tanti ricordi di vita vissuta. Arriva così il 3 dicembre del 2014, quando Alfonsina, circondata dall’affetto di quanti la amano, compie 100 anni; é un giorno in cui le assenze si fanno sentire più che mai, ma Alfonsina va avanti… Io mi ritrovo ad ascoltarla, già sapendo che il suo racconto non può esaurirsi in pochi incontri, lei é depositaria della memoria della sua famiglia, ma anche della nostra comunità, la sua fa parte della nostra memoria storica. Io continuerò ad attingere ai suoi ricordi, ad immergermi in un passato lontano nel tempo, ma che ascoltando i suoi racconti, mi scorre davanti vivo e presente ed è questa la forza che Alfonsina trasmette e che vorrei condividere con chi leggerà questo scritto. Il ricordo e la storia continuano… Siamo in autunno inoltrato, i colori della natura cambiano, si fanno più caldi ALFONSINA TESTA


Gente di Caposele Gente di Caposele 267 Ieri ieri quasi a contrastare il freddo che comincia a farsi sentire. Alfonsina, invece, non cambia colore nell’abbigliamento, è sempre di nero che la veste, anche se gli indumenti si sono fatti più pesanti, più caldi per affrontare il freddo e le giornate che diventano sempre più corte ed il buio si fa spazio troppo presto nelle nostre giornate. Fra qualche giorno, il 03 dicembre, sarà il suo compleanno, compie 101 anni; quando glielo ricordiamo, io e le ragazze del Servizio Civile, lei sembra quasi chiedere scusa di essere ancora qui, non comprendendo la grande gioia che per noi tutti continuano ad essere la sua presenza, i suoi spaccati di vita, che ormai fanno parte di me e mi avvolgono come in una nuvola, che spostandosi con leggerezza, mi porta agli anni da lei vissuti sempre con grande forza, dignità e coraggio. Cara Alfonsina, la tua vita ha scritto pagine per noi indimenticabili, perché si intrecciano con le tante esistenze della gente di Caposele; sono brandelli di una vita che ci appartiene e che, in una visione cosmica del dolore e della capacità di sopportarlo, ci indica l’alternativa coraggiosa alla sofferenza. Durante un nostro incontro, i tuoi occhi si riempiono di una gioia mista a tenerezza e tristezza quando parli dei tuoi fIgli…. …. Torni, così, ad essere giovane sposa in attesa del tuo primo fglio. Le tue giornate, nonostante l’avanzare della gravidanza, sono scandite da un continuo lavoro, che si alterna nella trattoria, nei lavori domestici e nella cura ed assistenza ai due anziani zii. Il momento del parto si avvicina, tu sei alla “Carcara” nei pressi “r’ la croci r’ la paletta”, (dove attualmente è ubicato il ripetitore RAI). Dentro una spazio scavato a mo’ di cupola, il caldo è insopportabile, bisogna alimentare sempre più il fuoco per far liquefare le pietre calcaree ed ottenere così, ad una temperatura molto elevata, la calce e come prodotto secondario, la carbonella. Alla fne della giornata i dolori diventano sempre più lancinanti e ravvicinati, il parto è imminente ma la “vammana”, Domenica, detta “Zi Mica” si trova a Caposele. In casa di Alfonsina arriva Girolama Casale, che in caso di emergenza, aiuta le donne a partorire. Nella stanza, con la partoriente, sono presenti la mamma, la suocera ed altre parenti che si avvicendano nello scaldare acqua e preparare panni, mentre il marito deve aspettare fuori. In groppa ad un asino ecco arrivare fnalmente “Zi Mica” da Caposele e dopo poco nasce Gerardo il primogenito di casa Malanga. Alfonsina, dopo il parto rimane otto giorni a letto per riprendere le forze e poter dare il giusto nutrimento al piccolo, perché è consuetudine riposare e mangiare brodo di pollo per facilitare la “calata” del latte. Siccome la donna lavora fno al momento del parto, qualche volta accade che possa partorire nei campi, con tutti i rischi possibili, sia per la madre che per il neonato. Spesso, difatti, si muore di parto per mancanza di assistenza e di norme igieniche. La partoriente affda la sua salute e quella del nascituro a S.Anna protettrice ALFONSINA TESTA


Gente di Caposele Gente di Caposele 268 Ieri ieri delle partorienti e tutto si consuma secondo un destino che sembra prestabilito. Alfonsina, dopo il parto, riprende a lavorare e quando va nei campi, con la tipica “spara” in testa porta con sè il piccolo Gerardo dentro la “Conn’la” realizzata, con maestria, dal marito Alfonso. Il lavoro per lei, con l’arrivo del piccolo, aumenta di molto perché la biancheria da lavare è tanta, in quanto si usa, fasciare il piccolo ben stretto con le mani, i piedini e le gambette, il tutto avvolto nelle fasce che vengono cucite dalla stessa mamma o comprate presso l’unica merceria esistente a Caposele di proprietà dei Sica. Spesso Alfonsina per alleviare il rossore del piccolo usa la farina di granturco e appena Gerardo si regge sulle gambine viene messo nella “chianca” (l’attuale girello) costruita in legno e ben salda al pavimento.Ad allietare il matrimonio di Alfonsina ed Alfonso, nascono altri tre fgli, Gaetano, Faluccia e Pinuzza, che già da piccoli aiutano i genitori nei lavori, mentre nei momenti di svago si divertono a giocare a nascondino, alla settimana, a n’duzza a muru e a la ruticella, e nelle fredde serate invernali, seduti vicino al caminetto, Alfonsina insegna loro delle antiche nenie. Mentre i maschi dopo le elementari continuano gli studi, infatti Gerardo frequenterà le Scuole Medie e il Liceo Classico a Salerno e Gaetano, dopo aver frequentato la Scuola di Avviamento a Caposele, conseguirà il Diploma di Perito Agrario sempre a Salerno, le due ragazze invece non proseguono gli studi perché questi sono, nella maggior parte dei casi, privilegi riservati ai maschi. Gli anni passano, Gerardo si laurea in Giurisprudenza e dopo qualche tempo, vince un Concorso al Comune di Milano dopo diviene Capo Ripartizione del Demanio e da dove si adopererà per aiutare il suo paese, durante il sisma dell’80, sisma che travolge e stravolge anche la sua vita, seppure vissuta a tanti chilometri di distanza, perché il dolore per la perdita dei tanti cari ed il pensiero per la sorella ed i genitori cambiano e stravolgono anche a lui la vita, in quanto sente forte la responsabilità nel dovere alleviare una sofferenza atroce e nell’essere quanto più possibile vicino ai cari rimasti. Parlando di Gerardo, c’è nello sguardo di Alfonsina tanto orgoglio ma anche la lacerazione straziante di una ferita sempre presente…. … Leggo sul suo viso una grande stanchezza, le chiedo se vogliamo fermare il suo racconto e lei dice che quando la strada che si ha alle spalle è tanto più lunga di quella che si ha davanti, il tempo per riposare verrà presto e così continua i suoi racconti sul flo dei ricordi. Dalle tapparelle del balcone noto che è diventato buio, il tempo trascorso con Alfonsina vola velocemente, perché , come dicevo prima, spazia nei ricordi di una storia piena di vicende personali e collettive. Nel salutarla e nell’accarezzare le sue mani calde, rugose e nello stesso tempo morbide, penso che la sua vita sia stata (nelle gioie e nei dolori che l’hanno fortemente segnata) un profondo atto d’amore, di cui tutti le siamo grati perché è la testimonianza autentica di quei valori ai quali dovremmo, sempre e comunque rapportare anche le nostre vite. ALFONSINA TESTA


Gente di Caposele Gente di Caposele 269 Ieri ieri GERARDINA CAROLA di Alfonso Merola Un’altra centenaria ha raggiunto un traguardo che in genere è inimmaginabile per tanti di noi. Compiere cento anni, infatti, non è proprio un evento ordinario. Quest’anno un brindisi di cuore, alle porte del Natale e del Capodanno, se lo merita Maria Gerardina Carola. Io sono sempre stato affascinato da questa donna, un po’ perché coetanea di mio padre, compagna di scuola di mia madre, nonché mamma di un mio compagno d’infanzia . Una fgura femminile che, quando osservo mi richiama alla mente certi autoritratti di donna del pittore fammingo Brueghel, un artista che coglieva le madri nella loro quotidianità di una vita operosa ed attenta ai valori della famiglia, del lavoro e dell’intima religiosità. Una donna dolce, col sorriso appena accennato, capelli radi e ben pettinati, occhi abbassati sul suo viso d’avorio ... La storia di Gerardina è parte di una saga caposelese di fne ottocento . Il padre Giuseppe e la madre Consiglia Rizzolo emigrano in Uruguay nel 1899: è un fume di italiani a muoversi verso le Americhe per lavoro. A Montevideo nascono i fgli Rocco, Luisito, Josefna e Colomba; poi il rientro in Italia verso il 1910, quando nasceranno altre tre fglie: Rosina, Gerardina e Nina. Dunque Maria Gerardina è la penultima, essendo nata il ventinove novembre millenovecentoquindici, in via Pontesele n.3 a Caposele. A quell’epoca si nasceva in casa tra donne indaffarate che assistevano l’ostetrica comunale. Aveva di che sudare l’ostetrica in un paese in cui nascevano in media cento e più bimbi all’anno. ... anche se solo la metà superavano il fatidico anno di vita. E Gerardina superò alla grande quella prima inesorabile barriera, in un’epoca in cui la vita era grama ed il futuro incerto. Caposele annaspava perché i lavori della Pavoncelli erano terminati e si ritornava alla consueta disoccupazione ed ai campi. Era scoppiata da qualche anno la Quarta Guerra d’Indipendenza che a tanti del Sud faceva tremare le vene ai polsi. Papà Giuseppe non andò soldato, essendo padre di famiglia numerosa. Ritroviamo qualche anno più tardi la piccola tra i banchi di scuola. Crescerà in una famiglia, come si è detto, di artigiani: il mestiere di calzolaio a quei tempi non era un’attività di nicchia nel senso che la fabbricazione di scarpe maschili e femminili avveniva nel circuito interno del paese. Il 9 ottobre 1947 Gerardina contrarrà matrimonio con Rocco Nisivoccia, artigiano falegname, a lei unitosi in seconde nozze, essendo vedovo da qualche tempo. Darà alla luce due bambini: Rosa e Luigi.


Gente di Caposele Gente di Caposele 270 Ieri ieri Io la ricordo con simpatia questa donna minuta alternarsi tra la bottega del marito e la cucina: gli artigiani, salvo qualche apprendista, solevano spesso avvalersi dell’aiuto delle mogli in particolari periodi in cui era richiesta ulteriore collaborazione . Perderà il marito nel marzo 1976, quando ormai la bottega artigiana era saldamente in mano al fglio Luigi . E da quel periodo in poi vivrà coi fgli, la cui devozione verso di lei è sicuramente esemplare. Qualcuno dirà che ho esagerato in questo scritto. Tutt’altro: ciò che oggi ci manca è proprio la narrazione celebrativa di valori quale l’umiltà e la normalità, la misura e la sobrietà. Questo ossessivo e cieco guardare avanti, senza indagare sulle proprie radici ci fa vivere nella costante insoddisfazione. Gerardina pare dirci che in questo modo non si vive cent’anni. E allora, cento di questi giorni, Gerardina! SALVATORE DELMALANDRINO nel ricordo di un suo nipote Quella di nostro nonno è la storia di un grande uomo di famiglia, un gran lavoratore. Di recente mi ha raccontato che da giovanissimo andò a mietere il grano in Puglia per un pasto e qualche lira. Il problema, lui mi diceva, non era il lavoro duro ma era che lì a lavorare o far fnta di lavorare c’erano anche i furbi che non appena si accorgevano che il pasto, pane e cipolle, era arrivato, si allontanavano di nascosto e si mangiavano tutto. E gli altri, gli onesti e lavoratori, incluso mio nonno, rimanevano a digiuno. Allora mi ha raccontato che lui prese da parte il padrone e gli disse: “qua la cosa accussi’ nun funziona, viri tu ch’vo fa, ma nui p’ fat’a amma puru mangia”. E si fece così portavoce di tutti quelli che come lui erano rimasti a stomaco vuoto. Questo breve racconto racchiude le sue grandi qualità che tutti noi abbiamo ammirato. Il suo amore per il lavoro duro e la terra, la sua onestà, il suo essere portavoce di chi non è in grado di far sentire la propria voce, la sua fermezza, la sua bontà e generosità. Dopo qualche anno, dalle campagne del sud Italia partì con la valigia di cartone alla ricerca di fortuna in Svizzera. A quel tempo non esistevano i trolley e le valigie p ’savano cum nu t’rramotu, ma per un uomo forte come lui attraversare a piedi i venti binari della stazione di Milano per prendere il treno per la Svizzera era una vera e propria passeggiata.


Gente di Caposele Gente di Caposele 271 Ieri ieri Dopo anni a lavorare in giro all’estero e per Italia è ritornato fnalmente a casa dalla sua famiglia e dalla sua terra. E’ ritornato non perché aveva perso la voglia di lavorare, ma perché il male che ha caratterizzato quasi venti anni della sua vita si è ripresentato. Lui non si è fatto abbattere ed ha affrontato con forza di volontà e coraggio le diffcoltà. Per anni ha avuto appuntamento tre volte a settimana con quella macchina per la dialisi che gli dava vita ma anche dolore. Poi fnalmente è arrivato il giorno del trapianto che lo ha fatto rinascere. Ogni giorno, però, venti e più pillole lo aspettavano; non so come facesse a ricordarsi di tutti i diversi tipi. Lui con precisione svizzera li prendeva così come gli erano stati prescritti e se ne ricordava sempre. Orgoglioso com’era, quando andava alle varie visite voleva andare da solo per non essere di peso a nessuno. In tutti gli anni della malattia e fno a pochi mesi fa usava ancora la motozappa come fosse un ragazzo, un ragazzo di una volta, con una forza antica. Io dopo nemmeno dieci minuti ne sarei uscito distrutto. Quando tornava dalla campagna la sera tardi dopo una lunga giornata di lavoro e doveva scaricare qualcosa dalla macchina per portarla in casa, capitava che trovasse la strada chiusa alla Sanità, magari per una festa di paese o un altro avvenimento. Ma lui riusciva sempre ad arrivare davanti a casa sua con la macchina. E come fai nonno, gli chiedevo. Lui mi rispondeva fero: “I so’Malandrino, mi fann passa”. E io a sentire le sue storie mi facevo grosse risate. Ci mancherai tanto, ma ci ha lasciato molto di più. Eri cosi orgoglioso della tua famiglia e dei tuoi nipoti. Noi tre, io, Bettino ed Emiliano vivremo con il tuo esempio sempre ben presente nella mente per renderti ancora più orgoglioso mentre ci guardi da lassù. Ti ricorderemo sempre così forte, fero, onesto, buono e generoso. Oggi è un giorno di celebrazione della tua vita, di quello che ci hai dato e di quello che ci hai lasciato. Grazie Nonno GIUSEPPINA CAPRIO di Luigi Fungaroli Cara Piny, Sai bene quanto è importante per me quel “cara” davanti al tuo “nome” terminante in y, perché è così che frmavi i tuoi biglietti sempre sentiti e originali. Sai bene perché ho deciso di scriverti una lettera... Sicuramente di parole, di versi sensibili e leggeri ne hai ricevuti molti, versi che ti hanno accompagnato e sostenuto nei momenti poco felici di una storia d’amore stroncata troppo presto... Conosco bene la tua anima sognante, l’orgoglio misto a commozione di quando ascoltavi recitare le poesie di tuo marito, per poi alla fne con le lacrime agli occhi, esclamare: “Ho


Gente di Caposele Gente di Caposele 272 Ieri ieri sposato un poeta!”. È mattina presto, il sole è ancora pallido ma diventerà, quasi sicuramente, protagonista di una tarda mattinata che vedrà il consueto passeggio Caposelese. Tutto sembra in ordine come i saluti di rito dell’incontro inaspettato, istanti fugaci di un dialogo già eseguito. Ogni istante sembra essere inglobato nell’ordinaria normalità. Illusioni. Se solo pensassimo a quante cose perdiamo giornalmente e che non ritorneranno più. In tutti noi, però, Piny, è mancato all’improvviso qualcosa. Manca un pezzo importante del puzzle della stabilità, del delicato equilibrio tra passato e presente. Manchi tu. Cara Piny, avevi ragione quando dicevi, citando tuo nonno, che “Ciò che è scritto nel magno volume non si cambia né col bianco né col nero!“. Il destino è stato subdolo, potevi stare ancora con noi, senza lasciarci con il rimorso di dirci ancora tanto ma questi sono desideri umani. Il Signore, che tanto amavi, ha avuto altri progetti per te... Sei andata via in modo inaspettato, veloce e silenzioso. Ci sono giorni diffcili da dimenticare, scalfendo così, le memorie della propria vita. 4 Ottobre 2016. San Francesco. Un giorno a te caro, onomastico di tuo padre e tuo fglio. Una telefonata. Un brivido fa slalom dentro me. Ho avuto l’impressione che per un attimo il tempo si fosse fermato, come se fosse arrivato un gelido inverno all’improvviso. In tutti noi urlava la voce del ricordo, di immagini veloci della propria vita, di interrogativi che segnano le pagine del dubbio sconfortante, dell’impotenza straziante di non poter cambiare le cose. Ti scrivo, cara Piny, in una giornata di sole. Una di quelle giornate che tu osservavi dalla tua fnestra, una di quelle giornate che sicuramente avrai vissuto da bambina, da ragazza innamorata, da maestra prima di andare a scuola, da giovane donna e madre premurosa, donna che non dimentica mai l’amore anche quando la vita porta via l’amore di una vita. Il passato sembra un “ieri infnito” negli occhi di chi ti vuole bene. Guardo la tua foto con il tuo caratteristico sorriso entusiasta e mi rivedo, così, piccolo, vicino a te, nel mese Mariano da zia Felicetta. Ti osservavo mentre strofnavi le dita tra i piccoli grani della corona del rosario, comprendendo, così, che la forza della Fede e della Preghiera possono davvero risollevare i cuori. Ti rivedo nelle serate d’inverno da zia Felicetta seduta insieme ad Agnesina rivivere volti, gesti, accadimenti... La vostra era ed è un’amicizia senza tempo, fatta di parole vere, gesti sentiti, accortezze delicate e tenere. Rivedo zia Felicetta alle nove del mattino al telefono con te. Era il momento dell’ascolto reciproco, degli aneddoti dei nipotini, del racconto quotidiano, dei consigli del momento. Il racconto di due amiche. Purtroppo, però, a quella cornetta non si sentirà più la tua voce pacata e rassicurante. Vengo pervaso da un sentimento di nostalgia verso un passato che non ritornerà, è un sentimento intimo che mi accompagnerà per tutta la vita... Quando GIUSEPPINA CAPRIO


Gente di Caposele Gente di Caposele 273 Ieri ieri ti rivedevo dopo un viaggio, dopo qualche tempo lontano da Caposele, rivedevo casa, l’approdo... Cara Piny, è come se fossero mancate le rose dal giardino, come se il vento cambiasse rotta destabilizzando le certezze di tutti giorni. Non ti vedremo più camminare con la cara Gelsomina verso la Chiesa, uscire da casa di tua sorella Italia, sosta che ti riportava alle origini, alle proprie radici... Sarai con noi nel momento dello sconforto, negli sguardi della tua famiglia, ogni qual volta guarderò casa tua, nel cuore del paese, così come lo sei tu e lo sarai sempre... Tra noi c’era un bellissimo rapporto. Eri e continui ad essere per me una carica di autostima incredibile come quando dicevi scherzosamente “Se fossi ragazza, ti sposerei!”. Chi mi dirà, adesso, dopo l’appuntamento immancabile della presentazione de “La Sorgente” : “Appena vado a casa il primo articolo che leggerò sarà il tuo!”? La tua ammirazione nei miei confronti ti portò a insignirmi (lo ricordo sorridendo) del titolo di “Bello, Buono e Bravo” secondo le famose “3 B D’ORO” di Don Ciccio, tuo padre. Un legame forte, il nostro, che nasceva molto tempo fa, capelli lunghi o corti che fossero, mi volevi un bene che partiva dall’anima. “Non piangere perchè una cosa fnisce, sorridi perchè è accaduta...” diceva Gabriel García Márquez. Aveva ragione ma non è semplice. Non è semplice dire addio a persone come te. Sai, Piny, mi sento, però, molto fortunato. Fortunato di averti conosciuto. Racconterò a chi verrà, di una donna di “un’altra generazione “ con la leggerezza di una faba, la storia di una donna dalle attenzioni delicate, dalla forte generosità, una donna che ha caratterizzato la vita di tanti diventando una sorta di patrimonio per tutti noi. Come è triste, però, l’abbandono, la mancanza della certezza dei contatti. Non ho un rimedio, non c’è risposta, solo opaca rassegnazione. Come sarebbe bello capire che non siamo inglobati in un barattolo di latta, che il perdono, il rispetto, l’affetto, valori che tu hai rappresentato, non andrebbero dimenticati...Con te, vola via un pezzo della vita di tanti, permettimi di dire, di tutti... Cara Piny, non conosco l’indirizzo, mi perdonerai... Spero che queste parole, questa mia lettera possa essere trasportata dalla brezza del ricordo che scalda il cuore, che si alzerà alta fno a superare le barriere di questo mondo... Arriverà dritta al tuo cuore e sono sicuro che i tuoi occhi brilleranno come quando incrociavi i nostri sguardi lungo il cammino... Con l’amore e il bene del mondo, Con la riconoscenza del tuo tempo... Tuo “Bello, buono e bravo”, Luigi GIUSEPPINA CAPRIO


Gente di Caposele Gente di Caposele 274 Ieri ieri LA MAESTRA PINI’ di Alfonso Merola La cara maestra Pinì ci ha lasciato prematuramente ed in modo inatteso da poco meno di tre mesi e si fa fatica a pensare che lei non sia più tra di noi. Da quando si era congedata dalla scuola la si vedeva di mattina affacciata alla fnestra di casa in Corso Europa o al massimo fuori dal portone. Pinì adorava la sua abitazione che l’aveva vista accanto a suo marito ed ai suoi adorati fgli e che era costata sacrifci ai coniugi Malanga. Di pomeriggio, poi, quando la campana della chiesa madre invitava i fedeli alla messa vespertina, la vedevi scendere, tutta sorridente e solare, lungo Via Roma e fno a Piazza Masi; fnita la Messa, dopo un’occhiata fugace e nostalgica ai luoghi della sua infanzia e della sua giovinezza , ripercorreva la stessa strada salutata dai tanti che la conoscevano e l’apprezzavano. Si sarebbe fermata per una visita lampo a casa della sorella Italia a parlare del più e del meno per poi rincasare. Pinì era la seconda fglia dei cinque rampolli di Ciccio Caprio, il sindaco più amato dai Caposelesi e andava fera di questa eredità e guai a chi le toccava quel padre galantuomo. Il suo attaccamento era esemplare e non è per puro caso che riposi nella tomba di famiglia accanto al padre. La casa paterna per lei era un tempio. Si pensi che ,da coniugata, nonostante avesse una casa in ftto in Piazza Tedesco, di fatto abitava presso i suoi genitori, dove era nata e aveva dato alla luce almeno uno dei due fgli. Era solita dire che Piazza Masi era la “bomboniera“ di Caposele con la Chiesa Madre d’un tempo ed i palazzi che le facevano compagnia su un Piano dove si disperdevano ben quattro strade che vi confuivano come ruscelli in un lago ...e poi quella nobile pietra bianca che la piantumava e che si disponeva al centro a mo’ di stella. Pinì nasce a Caposele il quindici settembre 1934 e qui vive l’infanzia e l’adolescenza coltivando le sue amicizie innanzitutto con le sorelle Sena ed in particolare con Rinuccia, sua compagna inseparabile . Si iscrive all’Istituto Magistrale di Salerno e nel 1956 ne consegue il diploma di abilitazione di maestra elementare. Nel biennio successivo frequenta la Scuola per Assistente Sociale che all’epoca era una vera e propria novità nel panorama sociale e scolastico di quegli anni . Nel 1959 rientra a Caposele e comincia la peregrinazione degli incarichi di supplenza nelle scuole elementare di Caposele e del Circondario, una sorta di prova di fuoco alla quale erano abituati i maestri dell’epoca, prima di vedersi proclamare vincitori di concorso. GIUSEPPINA CAPRIO


Gente di Caposele Gente di Caposele 275 Ieri ieri Sempre quell’anno fu costretta a lasciare Caposele per seguire il padre segretario comunale trasferito d’uffcio a Nusco: all’epoca gli scontri politici nei piccoli paesi erano aspri ed il partito di maggioranza a livello nazionale in molte situazioni non usava i guanti di velluto. Nel 1960 partecipa al concorso magistrale e ne consegue la promozione; l‘anno successivo si cimenta in una seconda selezione ed è proclamata vincitrice Il suo primo incarico da insegnante di ruolo risale al 1962 con sede a Pasano: è lo stesso anno quando si unisce in matrimonio al maestro-poeta di Caposele, Vincenzo Malanga. Insegna poi a Materdomini per un breve periodo e poi ottiene l’assegnazione defniva a Caposele Centro dove ininterrottamente sarà in cattedra fno al 1996. Che dire, a questo punto, di Pinì collega e maestra? Innanzitutto quello che direbbe chiunque l’abbia veramente conosciuta : chi pensa per un attimo a lei o la osservi in una fotografa, non può fare a meno di sorridere e dopo aver sorriso di avvertire un senso di serenità. Io l’ho conosciuta da sempre, nel senso che abitavamo nello stesso quartiere e le nostre famiglie erano legate da sincera amicizia e rispetto; quando poi divenni suo collega di lavoro la frequentazione si irrobustì, trasferendosi sul piano professionale. Sia lei che Cenzino mi hanno guidato nei primi passi di maestro elementare: Cenzino con l’alta considerazione che aveva della Scuola e Pinì con la sua carica di positività e di ottimismo che sapeva trasmettere in ogni situazione. In fondo lei aveva scoperto “l’elisir della Buona Scuola “ e consisteva nel dare tempo ai bambini che avevano bisogno di tempo ed in ogni caso di non far mancare affetto e serenità a nessuno, evitando di cadere nella sindrome della chioccia e nella trappola dei favoritismi . Diceva con convinzione: “Non affiggiamo questi bambini con tante astruserie inutili e soprattutto facciamoli sentire felici. ..perché la tristezza non mancherà di certo nel futuro!“. Pinì non ha mai creduto nei grandi sistemi didattici, ispirati dai pedagogisti di turno, convinta che ogni alunno doveva essere dotato dei soli strumenti di base per esplorare il mondo; certo è che i suoi allievi l’hanno sempre adorata e hanno ricordato gli anni trascorsi con lei come i più belli. Ricordo con simpatia gli anni del dopoterremoto: si era un po’ tutti scossi ed incerti sull’avvenire e lei spronava i colleghi, rammentando che peggio di quel disastro non ci poteva essere nient’altro. Che giorni quelli! Le notti in macchina, le tende, le baracche, il piano di destinazione gli hotels di Paestum, eppoi le tende scuola a Santa Caterina, i prefabbricati in orto Russomanno, le scuole norvegesi, le scuole in via Imbriani. Mi mancherà la sua sottile ironia mai ispirata a cattiveria, il suo senso della vita GIUSEPPINA CAPRIO


Gente di Caposele Gente di Caposele 276 Ieri ieri guidato dalla comprensiva e religiosa accettazione del mondo e quell’incrollabile certezza che anche dalle più ingarbugliate diffcoltà si può uscire. La più grande gioia di Pinì è stata aver visto il suo Franco felicemente unito ad Ofelia ed ai cari nipotini Vincenzo e Luigi nonché il suo Antonello fnalmente sposato a Grazia Maria: sono certo che i suoi cari, sapendo chi hanno perduto, coltiveranno con affetto la Sua memoria, in nome dei bei giorni vissuti con lei. NICOLINA CONFORTI La dolcezza trasparente di una donna dipinta in un sorriso. Il tenace affetto di una madre che trepida per i suoi fgli. E poi, l’amore cristallino di una moglie che ha saputo coltivare nel suo tenero cuore il fore della Memoria. ROCCO SISTA di Pasquale Farina, Sindaco di Caposele Cara Angelina, caro Mimino, Umberto, Walter e parenti tutti, oggi sono sicuro che il pensiero di tutti i Caposelesi va a Rocco, ma anche a tutta la sua famiglia che tanto soffre per la prematura scomparsa e per un destino che è stato poco clemente con Rocco. Un Sindaco in genere non è mai sicuro di parlare a nome dell’intera comunità o di interpretarne i suoi sentimenti ma questa è una di quelle occasioni in cui veramente rappresenta tutti. Infatti, io non credo che ci sia un solo Caposelese che oggi non sia addolorato e dispiaciuto per questa perdita, tanto egli era amico di tutti noi, nessuno escluso. Rocco era costantemente seguito da strutture ospedaliere per una seria patologia, ma nonostante tutto, non faceva mai mancare un sorriso a nessuno. Nell’ultimo anno ho avuto modo di vedere quasi quotidianamente Rocco, impegnato presso il Comune nel suo lavoro, e di lui oggi voglio ricordare la sua serenità, la sua tranquillità, la sua propensione alla disponibilità, il suo modo affabile, il suo modo educato, la sua evidente bontà. Questa chiesa che oggi lo ha accolto, è triste ed addolorata perché questa perdita lascerà un vuoto tra di noi: noi perdiamo un amico… ma voglio abbracciare ancora questi genitori e tutta la famiglia che perde un fglio e che mai, avrei voluto vedergli vivere questo triste giorno.


Gente di Caposele Gente di Caposele 277 Ieri ieri Noi possiamo, solo augurarci che conservando nella memoria fgure umili e buone, come quella di Rocco Sista, sapremo tutti agire con coerenza e rispetto reciproco in nome di questa nostra amata vita che è stata così avara con Rocco. È dunque con questo sentimento, unitario e sincero, avendo negli occhi la scritta che ci ha accolti davanti alla chiesa “chi vive nel cuore di chi resta, non muore mai”, che abbraccio simbolicamente Angelina, Mimino, Umberto, Walter e tutti voi parenti. Rocco, non resterà solo nei vostri cuori ma anche in quelli di ogni Caposelese. ANNAMARIA SENA di Alfonso Merola Da qualche mese Annamaria Sena non è più tra di noi. L’abbiamo salutata per l’ultima volta in Piazza Masi, mentre la sua salma veniva accolta nella Chiesa Madre di Caposele . Eravamo in tanti e tanta era pure l’emozione per una dipartita inattesa ed improvvisa. Non di meno io continuo ad immaginarmela seduta su una poltrona del soggiorno della casa paterna in Vico Plebiscito; eccola accanto alla fnestra che si affaccia sull’Orto Cozzarelli, poco distante da un tavolino colmo di compiti da correggere, di riviste e di romanzi della letteratura contemporanea di cui era lettrice assidua. Annamaria era letteralmente legata alla sua casa e caparbiamente s ‘era battuta affnché, dopo il terremoto dell’Ottanta, fosse ricostruita “ com’era e dov’era “. Ricordo con quanta trepidazione ne seguiva la riedifcazione quasi archeologica, dopo lo scampato pericolo di una sua cancellazione per ragioni urbanistiche; sapere, poi, che era suo fratello, giovane architetto a seguire passo passo il ritorno alla vita di quell’immobile, la rassicurava non poco. Sarà nostalgia per un mondo che si dilegua ma per le persone nubili o celibi rappresentarsi nella mente la propria esistenza per fotogrammi che dall’infanzia si spingono fno all’anzianità, ridà tanta linfa vitale perché anche le cose più insignifcanti ti parlano e si raccontano. Chissà quante volte Annamaria avrà spalancato le fnestre sulla pergola del sottostante orto che muta il colore del suo fogliame coll’avvicendarsi delle stagioni , tra le voci amiche dei coloni radicati in quel pezzo di paradiso verde dall’alba fno al tramonto. .... La “ strettola “ dell ‘ Arco dei Cozzarelli che si precipita su Vico Plebiscito, dal quale si avvertono chiare le voci di bambine, ragazzi che giocano e schiamazzano tra il Piano e il Piazzino . A quell’epoca le amicizie erano molto selettive e marcate dai confni del quartiere: quelli del Piano erano perciò una sorta di sodalizio che durava una vita intera.


Gente di Caposele Gente di Caposele 278 Ieri ieri Ecco il Piazzino del “Guardio”, dove gli oleandri fanno a gara per diffondere nell’aria il loro aspro profumo che tiene lontani i fastidiosissimi insetti estivi su cui regnano incontrastate le zanzare ..... un piazzino di forma rettangolare che accoglie lungo le balaustre della terrazza pubblica le panchine gradite a chi è in cerca di fresche brezze nella stagione afosa. E poi il terrazzino superiore sul quale insiste il bar Romualdo, il mitico caffè della Caposele bene con le porte di vetro, le pareti di un bianco folgorante , le poltroncine ed i tavolini verde pisello , e l’enorme biliardo rivestito di panno verde scuro. Sono questi i luoghi che Annamaria ha sempre serbato nel cuore: essi come in tutte le saghe familiari dei romanzi di costume, sono una specie di casseforti nelle quali custodiamo gioie ma anche dolori, quei dolori che talvolta diventano il combustibile della nostra esistenza. E di dolore se n’è consumato nella famiglia Sena nel 1959, quando venne a mancare il capofamiglia che aveva avviato allo studio le sue fglie ancora minorenni; a partire da quell’anno si misurerà la forza e la determinazione di sei donne che a cavallo degli anni 50 e 60 scommetteranno su un futuro migliore per loro ma anche e soprattutto per il loro fratellino. Annamaria in quegli anni conseguirà con successo la licenza di scuola media che le consentirà frequentare l’Istituto Magistrale Teresa Confalonieri di Campagna. Diplomatasi maestra elementare già nel 1957 la vedremo impegnata tra i banchi in veste di insegnante. E dico tra i banchi perché Annamaria non ha mai amato cattedre e lavagne, convinta che la partita in classe la si debba giocare in interazione continua con gli alunni. Erano quelli gli anni della forte alfabetizzazione di in epoca repubblicana; con una varietà di strumenti e di approcci lo Stato si impegnava a diffondere una robusta istruzione di base in un’ottica di modernizzazione del Paese. Annamaria la ritroveremo nella scuola sussidiata di Pianigrandi, poi nel plesso montano di Boninventre e in tanti incarichi di supplenza. Nel 1967 sarà vincitrice di due concorsi, uno speciale e l’altro ordinario e con titolarità di cattedra prima a Caposele capoluogo, poi a Pasano ed infne senza soluzione di continuità sempre a Caposele Annamaria ha cresciuto intere generazioni, accolte in prima ancora nude e crude e licenziate in quinta ormai robuste e pronte ad affrontare il successivo grado d’istruzione. È stata sempre un punto saldo di riferimento per tanti di noi che ci affacciavamo al primo insegnamento; sempre generosa nel trasmettere esperienze e competenze da lei costruite con rigore scientifco e con la curiosità professionale di chi vuole superare se stessa, nella convinzione che la Scuola muore se si fossilizza La sua abnegazione d’altra parte era nota come noto era il suo rispetto dei ANNAMARIA SENA


Gente di Caposele Gente di Caposele 279 Ieri ieri colleghi. Certo soffriva un po’ quando avvertiva che la Scuola di un tempo era al tramonto e quella che si affacciava all’orizzonte non era del tutto convincente. Erano appassionate le discussioni con Pini’, Cenzino, Sisina, Rinuccia ed in genere lei lasciava il segno di un tocco di classe. Era nemica delle perdite di tempi e di certa moda burocratizzante che sottraeva impegno ad una genuina azione educativa. Che dire ancora dì Annamaria , se non che negli ultimi anni ha ingaggiato una lotta impari con le trappole di cui è disseminata la vita ? Registrare la morte improvvisa del suo amato fratello nello stesso mese in cui va in pensione, subire gli ulteriori colpi infami della sorte che si accaniscono prima su Elena e poi su Maria Antonietta che cosa le avrà provocato nel profondo dell’anima? Sicuramente un terremoto di quelli che sconquassano l’ esistenza nitida, pacifca ed ordinata di chi accetta la vita come inevitabile testimonianza . Io di rado ho visto Annamaria dopo che è andata in pensione; le colleghe che hanno continuato a frequentarla, mi hanno sempre parlato di lei con la soddisfatta convinzione che lei non aveva perso la sua sensibilità e la sua vitalità. Spesso mi chiedo se mai è possibile alleggerire il peso dei ricordi di chi non c’è più, richiamando nella mente i soli momenti più belli. ... Ma poi mi convinco che la vita non è un libro dal quale è possibile strappare le pagine tristi e conservare quelle gioiose : il romanzo va letto dall’ inizio alla fne. La vita di Annamaria è stata spesa utilmente ed in caso essa è di insegnamento a tanti di noi che ne avvertono la sua assenza . GAETANO VITALE di Nicola Conforti La morte di Gaetano Vitale ha lasciato un profondo vuoto nel nostro Paese. Oltre quaranta anni fa ha creato dal nulla un complesso bandistico “La Vedetta di Caposele” famoso in tutta la valle del Sele, orgoglio e prestigio per tutti i Caposelesi. Con capacità, passione ed impegno, ha allevato ed educato numerose generazioni di giovani allo studio della musica mantenendo in vita, per moltissimi anni, un complesso musicale di tutto rispetto. Il suo ricordo resterà indelebile nella memoria di chi lo ha conosciuto ed apprezzato la sua capacità organizzativa e per il suo carattere affabile e buono.


Gente di Caposele Gente di Caposele 280 Ieri ieri LISANDRO SPATOLA di Gerardo Ceres Din Don Da. Din Don Da. Din Don Da. E’ così calato il sipario sulla vita terrena di Alessandro Spatola. Non poteva calare se non accompagnato dal suono delle campane, delle sue campane. Appena raggiunto dalla notizia della sua morte, nella mente ho cominciato ad avvertire il rintocco tipico di quelle che lui ha fatto risuonare per decenni tra le vie di Caposele e le contrade del primo tratto della valle del Sele. Lisandro per almeno 40 anni è stato il messaggero di un’intera comunità. Infatti, egli ha annunciato le belle notizie, col “tocco a gloria”, così come le cattive notizie, col “tocco a morte”. Per questo, ma non solo, resterà indimenticabile nella memoria di tutti i caposelesi. Mestiere nobile ed antico il suo, che non ha trovato continuità. Tant’è che dopo la certifcazione della sua cardiopatia, la parrocchia di S. Lorenzo ha dovuto adeguarsi a meccanismi elettromeccanici. Possiamo, dunque, considerare Lisandro come l’ultimo campanaro di Caposele. Ma la mitezza di Lisandro lo ha caratterizzato nel suo rapporto con le persone. Quando passava per strada non si sottraeva mai ad una considerazione di giornata o ad un semplice saluto. Lui era custode di capacità, oggi si direbbe di carattere autistica. Ricordava le date di nascita di centinaia e centinaia di caposelesi. Anche la mia. Si avvicinava, chiudeva a coppetielli le dita della mano destra e, a mo’ di toc toc, la rivolgeva al petto e aggiungeva: “Gerardo Ceres, 12/5/1962”. Come con me, lo faceva - appunto - con tantissime altre persone. Lui aveva una passione: amava la radio. Radio Caposele, prima di ogni altra, e poi anche Radio Mpa di Palomonte. L’amava così tanta che, quando invitato da Salvatore Conforti, non si sottraeva a partecipare alle trasmissioni in diretta. Oppure quando io lo invitavo nelle mie trasmissioni come “GuitarBar” o “The doors of the night”.Proprio stamane, tra una telefonata di lavoro e l’altra, sono andato a riascoltare alcune registrazioni di Erreci Club, imbattendomi in una “Tombolata radiofonica” del 1992, che resta un mirabile esempio di fare radio comunitaria. Ed egli faceva parte, da protagonista, di quella comunità. Lui era mite ed umile: un valore assoluto nella società confusa e contraddittoria di oggi. La sua prematura morte ci impoverisce. Impoverisce Caposele. Egli era diventato, a suo modo, un personaggio. Ma soprattutto una persona perbene. Lo salutiamo, come se stessimo davanti al microfono della radio, mentre le campane suonano a gloria. Vogliamo che gli siano risparmiati i rintocchi “a morte”, perché i “serafni del cielo” lo accoglieranno per far festa. La festa per chi le feste le ha annunciate ed accompagnate. Con i suoni della gloria. Addio, Alessandro Spatola. Per noi semplicemente Lisandro.


Gente di Caposele Gente di Caposele 281 Ieri ieri In memoria di Colomba Tobia - detta N’DUNETTA da Radiolontra Negli ultimi 10/15 anni la sua è stata vita da esule: lontana dal paese natìo per abitare in un mondo che per tanti non poteva essere accessibile. La mente, a volte, è capace di scrivere copioni inattesi ed inaccessibili. La memoria dei silari non può lasciare scivolare nel crudo ed ingiusto oblio una donna che – seppure appellata come “la paccia” - ha abitato l’immaginario collettivo della Caposele degli anni settanta, almeno fno al terremoto, e dei primi anni ottanta. Tra le prime donne, a Caposele, a guidare un’automobile, ebbe anche la capacità imprenditoriale, certo nel suo signifcato ante litteram, di introdurre una visione moderna della “somministrazione da intrattenimento”, quando installò in Piazza D’Auria – ora Piazza XXIII Novembre – un chiosco ed attorno ad esso vi piazzò dei tavolini all’aperto. D’estate quel chiosco divenne il punto di aggregazione di tanti giovani: vi si consumavano bibite (prevalentemente birre Peroni rinfrescate sotto la fontana vicino al vecchio cinema), panini, pizzette, patatine e gelati della Sanson. Ma, soprattutto, intorno al chiosco scorreva, lenta, la vita pomeridiana e serale dei giovani di Caposele. E attorno al chiosco si consumavano dispute picaresche. Lei ci metteva del suo, rifutata dalla sfera dei sentimenti istintivi. Ma questa è un’altra storia. Non può Caposele dimenticare una fgura come N’dunetta Tobia (detta la paccia). Si farebbe un torto non tanto a lei, che l’altro ieri si è spenta in una corsia di ospedale nel silenzio di legami spezzati col paese di origine, ma alla Storia stessa di Caposele. Di certo non la si vuole dimenticare su questa pagina, dove vogliamo lasciare un segno del suo passaggio sulle rive del Sele, per ricordare una fgura pubblica che, per le bizzarrìe di quello sconfnato mistero che è la mente, ha vissuto gli ultimi anni della sua vita ricevendo le cure confortevoli di un Istituto di suore, in quel di Paternopoli, dove è stata seppellita. Lontano dalla sua terra natìa, lontano dalla sua gente. FILOMENA MEROLA I l 29 ottobre 2010 Filomena Merola si è arresa ad un nemico inesorabile, dopo una lotta impari durata quattro anni, sostenuta esemplarmente dall’affetto di Rossella, Raffaella,Giuseppe e di suo fratello Alfonso. Tanti di noi abbiamo “tifato” per lei in questi anni vissuti in bilico tra speranze e paure di una madre premurosa, di una lavoratrice instancabile, di una donna che ha fronteggiato, in silenzio e a testa alta, l’impeto di vicende che mettono a dura prova la vita umana.


Gente di Caposele Gente di Caposele 282 Ieri ieri AMATO GERVASIO Matuccio la Guardia di Rocco Gervasio Con il suo passato reduce di Guerra con orgoglio di Carabiniere, salvo dalle rappresaglie Tedesche nel lontano Egitto, riuscendo a scappare portando con sè altri Italiani Prigionieri, che rischiavano di essere fucilati, tornando in Italia dopo tre anni di prigionia, rimanendo fedele alla benemerita solo il tempo di realizzare che anche in quegli anni l’Italia doveva rialzarsi dalle ferite della Guerra appena fnita, lui con il cuore ritorna a Caposele, svolgendo il servizio come Guardia Comunale, dando tutto il suo amore al territorio e alle persone, fermo e ligio nel suo compito anche durante il sisma del 23 Nov. dell’ottanta. A me personalmente lascia l’insegnamento di vita, l’amore per tutto ciò che possa aiutare il prossimo senza secondi fni, è ai miei occhi resterà sempre un vero Eroe...ciao Papà FILOMENA LALLO Grazie di cuore a chi ricorda donna Memena. Dire che era una gran donna è sicuramente poco. Mi riempie il cuore di gioia sapere che verso di Lei mostrate questo grande affetto. Donna esemplare, costernata e vissuta da un’ immensa gratitudine verso chicchessia. Grazie ancora. Il fglio Nicola A ELENA MANZILLO di Gerardo Ceres Mi libro in volo con te, tenera e forte amica. Seguo la tua scia in questa notte sciagurata, per sospingerti in volo lontano, in quel luogo di libertà -lontano dal dolore – e disegnare nel cielo il tuo volto bello e forte -lontano dal doloreserbando così il ricordo tuo, per tutto il tempo che verrà


Gente di Caposele Gente di Caposele 283 Ieri ieri PIETRO SPATOLA di Antonio Cione Non e’ un caso che mi trovo a scrivere queste poche righe proprio questa mattina del 6 luglio 2013 alle 5, 30 del mattino, proprio nel giorno del genetliaco di mio padre e ad un anno dalla frma della convenzione-truffa a Caposele tra il sindaco Farina e il presidente Vendola (Aqp=Regione Puglia). Ho aspettato quasi un mese per cercare di mettere nero su bianco quello che ho vissuto prima e dopo quel maledetto mezzogiorno dell’ 8 giugno 2013, quando ho avuto l’infausta notizia della morte del mio amico gemello Pietro da una concitata telefonata di Nino. Io e Pietro siamo nati entrambi il 6 marzo del 1955 nella mattinata, a distanza di due ore circa uno dall’altro, per cui ci siamo considerati fratelli gemelli, così come, tra l’altro lo siamo anche con gli altri amici della Colonia che e’ il nome della nostra storica compagnia. Pietro come Giuseppe, cosi’ come Gerardo, Nino e Vito, sono per me come per tutti noi, non solo amici fraterni, ma sempre compagni di vita nel bene e nel male, senza vincoli di appartenenza, ma legati da una amicizia particolare ed indissolubile, diffcile da defnire, ma cocente da vivere e sopravvivere. Non accettiamo ancora la morte di Bianco, ma soprattutto non ci rendiamo conto della improvvisa ed inaspettata tragedia che ci ha colpito con la morte fulminea di Pietro, perché lo ritenevamo invincibile e sano come un pesce, e forse lo era, ma il suo destino ha voluto portarcelo via a tutti noi. Il dolore più forte è soprattutto per la moglie amica Rosaria, le fglie Raffaela e Francesca, il fratello Silvio e le sorelle Antonietta, Carmelina e Angioletta, ma, consentitemi di dire che, è anche del nostro caro amico Gerardo Fabio, che è stato l’amico soccorritore di Pietro e che in questa occasione si è dimostrato un leone, richiamato dal grido di aiuto dell’ amico prossimo alla sua imminente e non prevedibile morte improvvisa. Caro Gerardo hai fatto più di quello che potevi e dovevi fare, e non ti devi rammaricare di non aver potuto salvare Pietro, perché anche un medico come me, o più bravo di me in ambiente ospedaliero avrebbe potuto mantenere in vita il nostro amico-compagno-fratello. Sono e siamo orgogliosi di quello che hai fatto! Non potevi fare di più e meglio! Ti devi e ci dobbiamo tutti rassegnare che per Pietro la strada era segnata e non si poteva derogare. Ma a questo punto, consentitemi di ricordare il Pietro che ci vogliamo e ci dobbiamo non dimenticare. Pietro è stato un fglio, un amico, un fratello, uno studente, uno sportivo atleta, un professore, un educatore, un marito e un padre, modello per tutti noi e per tanti


Gente di Caposele Gente di Caposele 284 Ieri ieri che noi neanche immaginiamo. Pietro aveva forza di volontà, carattere e determinazione, metodo e costanza. Diceva sempre quello che pensava anche a costo di far male ed io lo apprezzavo proprio per questo. Era ed è rimasto la mia coscienza, ed io cercherò di onorare la sua memoria comportandomi con coscienza così come lui faceva sempre e comunque. Pietro sapeva ridere, sorridere e scherzare, ma era il primo ad accorrere in caso di bisogno e di aiuto fsico, morale, psicologico ed intellettuale. Non dovevi neanche chiederglielo; Pietro c’era sempre e comunque ed era sempre il primo in tutte le occasioni. Aveva il senso del dovere e la giusta considerazione del dovuto; insomma era un uomo buono e giusto. Come non ricordare i giochi di infanzia alla Sanità, la sua esperienza di macellaio al posto del padre, qualche viaggio notturno a Genova dove si è laureato, la sua passione per la fotografa e la camera oscura alla Portella dove ha stampato centinaia di foto della nostra avventura in Francia, alla quale non ha partecipato, ma alla quale ha contribuito in maniera essenziale, consentendoci di dividerci, a peso, un enorme quantitativo di foto in 5 parti uguali, come ogni altra cosa. Pietro era sempre presente nei momenti importanti, ma non appariva mai per mettersi in mostra. Lavorava dietro le quinte, dietro la macchina fotografca o la videocamera e il computer. Preparava e preveniva le situazioni, e non riesco a spiegarmi come mai non sia riuscito a prevenire e prevedere la sua improvvisa e mortale malattia, forse a questo punto inevitabile. Perché Pietro, a tutti , dava la sensazione e la certezza di essere il più forte e per certi versi invincibile sia fsicamente che psicologicamente. Era un contenitore unico ed inesauribile, ma pieno di contenuti e di valori a volte a noi sconosciuti. Forse aveva dei segreti e dei vissuti che non conosciamo a fondo, ma era ed é stato sempre un signore, un professionista, un lavoratore, un consigliere unico e franco che ci manca a tutti noi che abbiamo avuto il privilegio di condividere con lui parte della sua vita e del suo vissuto. Ma ci piace ricordarlo in mezzo a tutti noi con il suo bel sorriso quasi ironico e beffardo e, come dice Gerardo, la Colonia è sempre formata da 6 amici-compagni, anche adesso che Pietro e Giuseppe non sono più con noi su questa terra di lacrime. Ci piace ricordarti così come sei stato in mezzo a noi e alla tua famiglia, a scuola come in campagna. Hai sempre dedicato tanto tempo agli altri; sembrava non avessi bisogno mai dell’aiuto di noi altri. Ora prenditi tutto il tempo che vuoi e stai sereno perché tutti noi che ti abbiamo conosciuto conserviamo il tuo sorriso e te stesso. Ciao Pie’ ........ PIETRO SPATOLA


Gente di Caposele Gente di Caposele 285 Ieri ieri Sempre nei nostri pensieri di Dora Garofalo Non ho nascosto la profonda commozione quando Gerardo Ilaria mi ha comunicato telefonicamente l’improvvisa e inaspettata dipartita di Pietro Spatola, mio grande amico e valido docente del Vanvitelli di Lioni, diretto per oltre dieci anni dalla scrivente. La stessa commozione che ho provato per un altro caro e generoso professore scomparso qualche anno fa, Gerardo Monteverde, ambedue di Caposele. Un tumulto di emozioni e di amarezza oggi mi assale nel pensare di non aver potuto presenziare ai funerali di entrambi per motivi familiari. Ora che sono in pensione e che questi amici non ci sono più, mi passano davanti tante scene delle quali sono stati protagonisti, scene che restano scolpite nella memoria come inchiostro indelebile. Si affollano ricordi, immagini, storie vissute insieme nella scuola e fuori. Sono immagini e ricordi incancellabili che non si possono dimenticare né tacere perché servono a diffondere quel messaggio di onestà intellettuale, di umanità, di lealtà, di impegno sociale e culturale che fa crescere la fducia dei giovani nella scuola. Dal lontano 1967, anno dell’accorpamento degli Istituti Professionale e Tecnico di Lioni, è bastato scambiarsi il saluto, ascoltare le loro opinioni, constatarne la serietà di intenti, la disponibilità e la professionalità in campo didattico perché scattasse subito quella reciproca stima mai disgiunta da sincero affetto. Dal giorno in cui sono stata dirigente scolastica anche dell’Istituto Professionale un’immagine più di tante altre è rimasta impressa nella mia memoria con forza, superando il decadimento a cui i ricordi sono obbligati: quel modo unico di agire da galantuomo di Gerardo e quel donarsi agli altri sempre sorridendo, senza obiettivi defniti, se non nell’interesse degli alunni, di Pietro. Porto nel cuore un album di ricordi che sfoglio soprattutto quando continuo a leggere nella rubrica del mio cellulare i nomi dei professori a me vicini come leali collaboratori. La sola certezza che mi resta di tanti ricordi è la ricchezza di dignità e di enorme sensibilità di questi due docenti. Gerardo, professore di elettronica, dall’aspetto riservato, chiuso, tanto da essere talvolta temuto dai suoi allievi, tuttavia uomo dalla profonda sensibilità e umanità e padrone di una ineguagliabile cultura. Di Gerardo abbiamo conosciuto l’amore verso la sua terra e verso i deboli, l’aspirazione a servire l’umanità che soffre, la bontà e la tolleranza nel rispettare le opinioni degli altri, il culto dell’amicizia, la forza necessaria ad affrontare la sofferenza e la luce della fede attraverso il suo stile di vita e tramite i suoi scritti, tra i quali: Terra di Caposele e Semplici pensieri di un uomo in cerca di Dio. Si resta colpiti dalla moltitudine dei temi trattati che confuiscono tutti in un percorso di introspezione intrapreso fn da giovanissimo, in cui si fondono pensieri puliti di verità senza tempo, anche le più dure e gravi della vita. Gerardo, l’amico PIETRO SPATOLA


Gente di Caposele Gente di Caposele 286 Ieri ieri di tutti, se n’è andato in punta di piedi come è sempre vissuto, discreto, silenzioso, sereno, sempre elegante anche nel bel vestito dell’ultimo viaggio. Pietro, docente di chimica, ci lascia il suo entusiasmo per la vita e per la scuola, l’umiltà e la conoscenza per poter adempiere al meglio il suo lavoro e, soprattutto, il forte amore per la sua famiglia. Di Pietro ricordo il suo gesto consueto, quale l’affacciarsi improvviso sulla soglia della presidenza per chiedere il permesso di sottoporre alla mia attenzione un nuovo metodo di insegnare quell’ informatica che per me era sempre un tabù. Aveva la straordinaria serena capacità di aggregare tutto il personale scolastico, persino vezzeggiando i più riottosi con una sana e simpatica ironia. E’ stato un punto di riferimento per il Vanvitelli per la sua generosità e la disponibilità fuori dal comune. In questo modo mi piace ricordare Pietro, persona equilibrata, gentile, cordiale, che ha lasciato un robusto tratto della sua presenza in una comunità scolastica che lo ha stimato e che egli ha considerato da subito sua. Ma il ricordo più forte che ho di lui è uno di quelli che permettono di andare oltre la scorza del professore, del suo ruolo professionale e di cogliere la dimensione umana e affettiva che gli permetteva di obbedire a particolari valori di correttezza, umiltà e sincerità anche in situazioni diffcili. Il suo cuore, purtroppo, ha smesso di battere. Che brutta notizia per tutti! Che grave perdita per la sua famiglia! Non solo l’intero paese di Caposele ha pianto incredulo e sgomento la prematura scomparsa di Pietro, hanno pianto altresì tanti colleghi, alunni e amici di paesi viciniori. Intanto, quando il Datore della vita dice “basta”, certamente per chi crede, al fne di una collocazione migliore nell’eternità, si è soliti dire: fat voluntas Dei - quasi a volerci imporre una sorta di rassegnazione come se Dio avesse un determinato progetto per ciascuno di noi. Ma è molto doloroso pensare che questi cari amici non ci sono più. Ci piace credere che siano in un luogo accogliente dove chi non appartiene più a questa terra cammina e rifette aiutato dalla voce dei suoi cari. Quando i veri amici se ne vanno, tutti dicono che erano i migliori. Non voglio ribadire questo trito luogo comune. Gerardo e Pietro se ne avrebbero a male perché so per certo che essi preferivano essere considerati soltanto persone comuni. Sono stati insegnanti eccezionali che hanno avuto a cuore il loro mestiere, che hanno esaltato le peculiarità e i talenti degli alunni, che, anche quando li hanno sgridati, ne hanno conservato in cuore e nelle intenzioni l’affetto più profondo. Purtroppo è nel destino umano la separazione, ma tutti sappiamo quanto sia lacerante. Gerardo e Pietro, padri affabili, mariti affettuosi, docenti preparati, ci apparivano inossidabili ed invincibili. Ma la realtà puntualmente ci ha smentito. In tutto questo, però, non c’è una logica che riesce a convincerci e ad esorcizzare il dolore. E riafforano le immagini di tempi non troppo lontani, un caleidoscopio di un passato che diventa memoria perché i morti hanno sempre qualcosa di profondo e di bello da far ricordare e PIETRO SPATOLA


Gente di Caposele Gente di Caposele 287 Ieri ieri da stimolare le nostre speranze. Gerardo e Pietro lasciano un grande vuoto nei nostri cuori. La morte è un avvenimento drammatico, misterioso, troppo temuto e troppo poco accettato perché lo si possa affrontare e risolvere con uno scritto di due righe. Ma queste poche righe vogliono dire che essi non hanno meritato un pensiero solo adesso, bensì che li abbiamo stimati da sempre perché hanno saputo trasmettere cultura, amicizia, energia e amore per la vita. Riesce diffcile mettere insieme immagini e ricordi e tirare le somme di tante belle esperienze condivise. Si affacciano alla mente soltanto poche spontanee rifessioni, sensazioni e pensieri che nascono dal profondo del cuore, prima ancora che da un atteggiamento dovuto. Sappiamo che di fronte alla morte non c’è lacrima che tenga e che le parole sono ben poca cosa per lenire il dolore dei familiari, ma siano queste poche parole l’espressione più sentita del sincero e profondo cordoglio di chi li ha conosciuti. PIETRO SPATOLA


Gente di Caposele Gente di Caposele 288 Ieri ieri ANTONIETTA FENIZIA Signore si nasce di Alfonso Merola La Sorgente, che custodisce tante memorie di questa Terra, con questo articolo pone riparo ad un’incolpevole quanto non più giustifcabile dimenticanza riguardante una donna, caposelese di adozione, ma per questo non meno apprezzata da tutti quelli che hanno avuto modo di conoscerla tanti anni fa. Forse questa dimenticanza accade quando le famiglie di appartenenza non amano sgomitare e preferiscono piuttosto coltivare nella riservatezza i loro fori di cui, a ragione, si sentono orgogliosi. Mi riferisco alla compianta professoressa Antonietta Fenizia che qui ha vissuto più di qualche lustro, avendo sposato un nostro conterraneo, l’insegnante Giocondo Corona, al quale ha dato cinque fgli: Giuseppina, Alessandro, Emilio, Maria e Lorenzo. Mi si dirà: “Ma che cosa aveva di speciale la signora Antonietta per meritare di essere ricordata dopo tanti anni ? “ Io ovviamente non l’ ho conosciuta, ma le tracce che ha lasciato di sé, ce la fanno apprezzare, a prescindere dalla conoscenza diretta. Innanzitutto era una Signora, con la “S” maiuscola, di un’educazione veramente unica e di un’ affabilità rara, capace di farsi rispettare da tutti, essendo da tutti ammirata, in un paese in cui armarsi gli uni contro gli altri in nome delle baruffe politiche era ed è ancora la regola . Antonietta era nata a Napoli il diciotto settembre del millenovecentotredici in una rispettabile famiglia della media borghesia partenopea. Suo padre Alessandro, di professione farmacista , abbandonò l’attività privata, quando fu nominato a capo della Real Farmacia degli Ospedali Riuniti di Napoli. Fu lui ad impiantare la nota Farmacia degli Incurabili. Figlia unica, fu avviata agli studi liceali e, cosa rara a quei tempi, conseguì la Laurea in Lettere e Filosofa. Di lì a poco la ritroveremo docente di Italiano, Storia e Geografa presso la Scuola di Avviamento Professionale di indirizzo agrario a Caposele. Caposele, godeva nella Valle del Sele del privilegio di una consolidata scuola del genere, quando altrove prevalevano scuole elementari per giunta strutturate in pluriclassi. La professoressa Fenizia fu assegnata alle classi femminili; un’altra chicca dell’epoca, infatti, era normale separare rigidamente le sezioni in maschili e femminili. A detta di chi la ha avuta, come insegnante, Antonietta era di una disponibilità eccezionale, di una pazienza non indifferente ma soprattutto di un rigore professionale che, per robustezza, la teneva a distanza da atteggiamenti severi o da vuoti autoritarismi.


Gente di Caposele Gente di Caposele 289 Ieri ieri Quella scuola, allora, viveva gli anni belli di una comunità educativa che sapeva dare il meglio di sé anche nei rapporti umani, in un periodo in bilico tra i disastri di uno sconsiderato conftto mondiale e le speranzose attese del dopoguerra. Attorno al sorridente direttore Edmondo Caprio, si stringevano il tenore don Pietro Ilaria, le professoresse Antonietta Fenizia, Esther Corona, Ida Bavaro Anna Guarino ed i professori Pasquale Acanfora, Nicola D’Ambrosio . In quegli anni di docenti laureati non ce n’erano tanti in giro e per giunta i professori di lettere erano davvero una rarità. Ed allora la professoressa Fenizia era chiamata a farsi carico anche, per così dire di “ defcienze locali: era lei il punto di riferimento anche per alcuni studenti locali che di pomeriggio le si rivolgevano per la preparazione agli esami d’idoneità per l’accesso alle scuole superiori . Chi l’ha conosciuta in quella veste ne conserva con lucido entusiasmo ricordi inestinguibili. Quando nel 1952 le fu proposta la candidatura nella lista del dottor Pasquale Russomanno, si dice, mostrò qualche reticenza, certamente non dettata dal fatto che fosse una donna, quanto piuttosto dal timore che le campali campagne elettorali caposelesi potessero incrinare le ottime relazioni con i suoi colleghi, intrappolati in una logica assurda di coalizioni contrapposte. Alla fne accettò, vincendo ogni remora a ragione e così, ancorché nel gruppo di minoranza, entrò nel consiglio comunale che elesse sindaco l’avvocato dottor Michele Farina. Ovviamente fu grande lo stupore dei caposelesi vedere che una candidata del gentile sesso fosse stata addirittura eletta, lasciandosi alle spalle ben dodici candidati del cosiddetto sesso forte. In fondo non ci volle molto a convincersi che quella rarità era un onore per il paese: fu da tutti rispettata, anzi la sua presenza fu utile a temperare un clima in seno al civico consesso che, quando era composto da soli uomini, non di rado era rissoso ed irriverente. A certi estimatori delle cosiddette quote rosa si ricorda che a quei tempi le donne non avevano, né pretendevano paracadute per candidarsi. Nel 1955, quando i fgli erano ormai in età per frequentare le scuole , con un occhio rivolto ad un corso di studio più adeguato per loro, i coniugi Corona si trasferivano a Napoli nel palazzo dei Fenizia in vico Forio. Qui la professoressa Fenizia riprendeva la sua attività di docenza, sempre presso la Scuola di Avviamento Professionale F. De Sanctis Colta da improvviso malore Antonietta Fenizia si spegneva il cinque maggio millenovecentosessantasei: i suoi fgli erano pressoché tutti minorenni La notizia della sua morte prematura colpì molto i caposelesi, sicuramente perché era in un’età in cui una madre vede crescere i suoi virgulti, ma ancor di più perché chi segna l’animo degli altri di ricordi positivi, raccoglie tanta commozione e tanta umana simpatia . ANTONIETTA FENIZIA


Gente di Caposele Gente di Caposele 290 Ieri ieri GERARDINA MALANGA In ricordo di zia Gerardina di Tania Russomanno Durante il corso dell’esistenza si succedono avvenimenti belli e brutti, che per sempre ti cambiano la vita e il mondo che ti circonda. Tuttavia mentre gli attimi di felicità svaniscono velocemente nella ripresa delle attività quotidiane, al contrario, le tragedie - sebbene consumate in pochi istanti - lasciano per sempre il segno. Eppure tutto scorre e ad ogni notte subentra una nuova alba, i giorni passano e quel dolore inizialmente visibile all’esterno, piano piano trova rifugio in fondo all’anima e nel profondo del cuore. E’ un dolore forte che conservi ben stretto nella tua intimità, senza sperare che svanisca, perché annullarlo potrebbe farti dimenticare ciò che non vuoi dimenticare. Sono trascorsi pochi mesi dalla tua assenza, ancora non è facile parlare di te senza provare – ogni volta – quella sensazione che ti stringe la gola e che come una ferita aperta brucia dolorosa costringendoti ad ammettere che non ci sei più. Mai ci sarà spazio per la rassegnazione nella mente di chi ti ha amato! Rappresentano una lieve consolazione, invece, i ricordi che indelebili sono vivi in tutti quelli che ti hanno conosciuta. Soprattutto la sera prima di addormentarmi e nei momenti di maggiore sconforto mi piace ricordarti e – attraverso quelle immagini sfocate della memoria – ripenso alla donna che sei stata. Di te rammento soprattutto la serenità del sorriso e la dolcezza del saluto, un saluto che non negavi mai a nessuno. Eri una donna semplice, ma proprio quella semplicità ti rendeva elegante nei modi di fare e di parlare con la gente. Amavi intrattenerti con chiunque incontravi nel corso delle tue lunghe passeggiate per le strade di Caposele. Dedicavi agli altri parte del tuo tempo e con altruismo prestavi il tuo aiuto a chi ne aveva bisogno. In ogni situazione riuscivi a confrontarti con gli altri sugli argomenti più svariati, dando a tutti la giusta considerazione ed importanza. I momenti più belli li condividevi con le tue amiche di sempre, con le quali spesso facevi giri in macchina, che parcheggiavi - la domenica sera - sempre al solito posto. In qualsiasi momento della giornata chiedevi di vedere i tuoi nipotini, li adoravi, gioivi e, nello stesso tempo, ti meravigliavi di fronte ad ogni loro piccolo progresso. Dicevi di invidiarli perché i bambini vedono tutto con occhi innocenti ed ammiravi la loro ingenuità e il fatto che non fossero in grado di subire le tristi emozioni che ti opprimevano durante i momenti di solitudine. Eri interessata a tutto ciò che avveniva nel tuo paese, ti informavi sempre sugli avvenimenti e ti piaceva prenderne parte o semplicemente osservare da lontano quello che accadeva, come l’uscita della sposa dalla chiesa. In passato sei stata protagonista di tante iniziative divertenti, tra le quali spicca – indimenticabile – il matrimonio che organizzasti durante un carnevale per le vie


Gente di Caposele Gente di Caposele 291 Ieri ieri di Caposele. Chiamasti intorno a te un gruppo numeroso di donne e desti loro il compito di recuperare i vestiti più eccentrici nei vari mercatini dell’usato e, dopo aver curato tutti i particolari dei singoli travestimenti, dalla Portella iniziò un lungo corteo che giunse a sflare fno in piazza Sanità per poi ridiscendere, durante il quale ti fermavi a tormentare scherzosamente tutti quelli in cui ti imbattevi. Un’altra volta, insieme ai tuoi vicini “purt’ddari”, organizzasti il falò di S. Antonio vincitore del premio Proloco Caposele. Ricordo bene quella serata in cui tanti caposelesi, provenienti da altri quartieri, scesero alla Portella accolti dalla generosità e dall’ospitalità tua e delle altre donne che si erano adoperate per la riuscita della festa, con l’unico scopo di unire le persone e di farle divertire. Bei tempi quelli, quando ancora c’era l’entusiasmo di organizzare le serate per stare tutti insieme a bere un bicchiere di vino. Rimpiango il tuo entusiasmo di vivere la vita cogliendo di essa tutta l’essenza naturale e incontaminata! Dal giorno della tua scomparsa il tempo inesorabile non ha fermato la sua corsa, le rose del tuo giardino sono forite solitarie e l’estate è arrivata e arriverà anche l’autunno, ma tutto si svolgerà senza di te e non sarà più la stessa cosa. AMATO PATRONE di Gerardo Ceres Ammutoliti. Altro termine suonerebbe non adeguato. Una telefonata sul fnire della sera ti squarcia e ti strappa la serenità. -“E’ morto Amato Patrone” -“Amato chi?” -“Amato, Matuccio di Roma” -“Porca puttana. Non è possibile!” Non è possibile, non deve essere possibile, che un infarto fulminante stronchi la vita giovane di un amico di sempre. Eppure la realtà, dura e inaccettabile, è questa. Amato Patrone, fglio di Michele e Sisina Baldi, se n’è andato così, nella sera del 19 marzo. Dolore autentico ci spinge a scrivere, pochi minuti dopo la notizia, questo ricordo istintivo che riporta a galla tanti momenti della nostra bella gioventù. Comunanze culturali e sensibilità sociali ci spinsero a vivere piacevoli stagioni sulle rive del Sele. Da ragazzo egli viveva a Roma, nel quartiere Trieste, coi genitori, il fratello Cesare e le sorelle Olimpia ed Enza. Ogni estate Amato scappava a Caposele, terra che sentiva sua e non solo perché vi fossero le radici delle famiglie paterna e materna.


Gente di Caposele Gente di Caposele 292 Ieri ieri A Caposele è stato capace di imbastire rapporti intensi e stretti che sono rimasti negli anni. Con Amato, negli anni del dopo terremoto, abbiamo vissuto bei momenti. Eravamo giovani e belli, pieni di speranze. Amavamo la vita. Amavamo e ci univa la passione per il cinema, la musica, la letteratura e per alcune altre cose ancora. Conosceva e parlava perfettamente il nostro dialetto caposelese, con un’infessione tipica di quelli che abitano “ a lu pontu”. Purtroppo negli ultimi anni le sue venute si sono limitate ai riti funebri, in occasione della scomparsa dei propri parenti. Pativa questo distacco prolungato, ma quando metti su famiglia devi contemperare i tuoi desideri alle altrui esigenze, nel suo caso di due belle fgliole. Di Amato conserveremo il ricordo di quel suo sguardo che esprimeva sempre la necessità di capire meglio, e di più, le cose che gli si raccontavano, come se gli mancasse sempre un particolare per lui fondamentale. Di Matuccio conserveremo il ricordo che si serba ad una bella persona, mite e garbata, amichevole e socievole. Lo piangiamo e ci stringiamo alla sua famiglia. , alla moglie e alle fglie (che perdono il papà proprio nel giorno della sua festa), ma anche alla mamma e a Cesare, ad Olimpia e ad Enza. Gli amici di RadioLontra ETTORE MONTANARI di Gerardo Vespucci Caro Ettore, gli amici della Sorgente mi hanno chiesto di renderti onore con un ricordo della tua persona. Ho accettato di buon grado, ma ho pensato che la cosa peggiore sia parlare di te in terza persona: oltre a renderti più estraneo, una simile modalità mi limiterebbe la spontaneità. Ed ecco perché ho immaginato di scriverti una lettera, come se ti avessi di fronte, in un dialogo ininterrotto, con le parole dirette a te che mi ascolti, fnalmente in silenzio, per una volta senza minimizzare le mie affermazioni, facendo spallucce, come tuo solito. Da quanto tempo che ci conosciamo, caro Ettore! Venticinque anni sono tanti e, diciamo, un po’ retorici, che sembra ieri, per dirla con Guccini. È dal 1990 che ci siamo conosciuti, ed all’inizio non capivo se il tuo nome era Ettore oppure Ettòrre, come il grande eroe dell’Iliade, sposo di Andromaca, e fglio di Priamo re di Troia. Poi capii che la seconda versione era solo un gioco, dei tuoi tanti amici ed alunni, che, però, non ti dispiaceva per niente, visto che il tuo mondo - umano e culturale insieme -era debitore in toto a quel mondo classico, sia nella versione greca che latina, delle cui espressioni spesso amavi riempire le tue affermazioni colorate (ad maiora semperque era il tuo augurio preferito!). Quando nel settembre 1990 fui trasferito dal Liceo scientifco di Muro Lucano e ti conobbi per la prima volta, eri il Fiduciario del Liceo di Caposele, perché eri


Gente di Caposele Gente di Caposele 293 Ieri ieri davvero uomo di fducia del professore Antonio Altieri, Preside del Liceo scientifco Leonardo Da Vinci di Calitri: allora, come dal 1975 e fno al 1995, il liceo di Caposele era sezione staccata del Liceo di Calitri. Nei primi mesi di scuola, a fare da tramite tra me e te fu il prof. Pasquale Lamanna, mio concittadino, che a Caposele già vi insegnava Italiano e Latino, mio docente al liceo, mio compagno di lotte politiche e fnalmente collega di insegnamento. Dopo pochi mesi di frequentazione, capimmo, caro Ettore, che io e te eravamo fatti per intenderci: avevamo la stessa apertura agli altri, lo stesso spirito di sacrifcio, una medesima cura degli alunni, la condivisione della critica di Don Milani alla scuola come ospedale che cura i sani e respinge i malati; ed infne, diciamocelo, non eravamo convinti di vivere nel migliore dei mondi possibili, e che c’era spazio per un impegno politico e culturale per costruire il sole dell’avvenire, quel mondo nuovo all’altezza dei bisogni di giustizia ed uguaglianza, allora ancora fortemente presenti nel vissuto, specie a Caposele e Sant’Andrea, dei nostri giovani allievi. Costoro, anche grazie alla nostra presenza, spesso si sentivano spronati e protetti anche nelle annuali battaglie di contestazione, che più che politiche erano culturali (le assemblee, le occupazioni, i tanti dibattiti nell’atrio della sede provvisoria post terremoto: uno per tutti, quello con l’Arcivescovo Nunnari). Ora non ci giurerei, tuttavia mi pare fosti proprio tu a far coincidere la fne dell’anno scolastico con la tre giorni nel bosco, e di sicuro fosti tu in quei tre giorni del giugno a rendere protagonisti i ragazzi, con le gare in piscina, la pulizia del bosco, la giornata della creatività (ricordi la sflata di moda con gli abiti di carta?), con tanta musica e tanto vino: e fu proprio in quei giorni che un po’ tutti capimmo quanto fosse essenziale una scuola per il territorio e il territorio per la scuola! Così come fu proprio in quei pomeriggi al bosco che, tramite mio e di Pasquale Lamanna, conoscesti i nostri amici di Sant’Andrea, professionisti e giovani creativi, che, a loro volta, impararono a conoscerti e ad apprezzarti, scoprendo le comuni esperienze politiche e culturali.Domenico, il prof Cicenia qualche anno dopo divenne nostro collega al Liceo; Michele, il prof Giorgio, socialista come te, divenne il tuo amico di molte occasioni di impegno politico, di spettacoli e di feste: fu allora che ti innamorasti del teatro estivo, all’aperto, all’Episcopio di Sant’Andrea, cui non mancavi mai. Nelle continue discussioni che facevamo per favorire lo sviluppo delle nostre terre, così provate dalla natura, non esclusa quella umana, scoprii che, quando insegnavi a Como, eri stato presidente delle associazioni Italia URSS e Italia DDR; capii che dopo il terremoto ti sembrò quasi una fuga il tuo restare lontano e così pensasti bene di tornare per dare una mano alla ricostruzione e allo sviluppo di Caposele e dell’intera area, da Segretario della locale sezione PSI e da consigliere di minoranza consiliare. Intanto, sempre in quei primi anni novanta, mentre la nostra intesa si cementava, l’armonia della nostra piccola comunità scolastica diventava mito (come ancora oggi ti riconoscono tanti). Chiunque veniva ad insegnare, trovava nel Liceo di Caposele una disponibilità non paragonabile al resto della provincia, e soprattutto per merito tuo: eri capace di impegnarti per cinque ore al giorno pur di sistemare l’orario dei colleghi pendoETTORE MONTANARI


Gente di Caposele Gente di Caposele 294 Ieri ieri lari, e non poche volte rinunciavi al giorno libero pur di non trascurare la tua scuola. Quando mi toccò sostituirti nel 1996, quale Fiduciario del preside Romualdo Marandino, poiché il liceo di Caposele era diventato sezione associata al Liceo di Sant’Angelo dei Lombardi, il mio lavoro fu davvero semplice, poiché mi bastò seguire il tuo esempio. Ma tu non eri solo il docente attento ai bisogni dei nostri ragazzi e del personale (in quante foto di gite scolastiche sei stato immortalato come un condottiero - ductor, ti appellava Pasquale! -, sempre scrupoloso, controllore mai distratto!), tu eri innanzi tutto l’insegnante di matematica e fsica, impegnato a far crescere una visione rigorosa del nostro Liceo, curandone l’intero settore scientifco, con un occhio particolare al laboratorio di informatica, che sentivi tuo: ricordi i nostri allievi capaci di programmare in Pascal ed usare il DOS come altri mai? Quante volte mi hai orgogliosamente indicato il destino di successo dei pionieri Pasquale Ceres, Petruzziello e di tanti altri di quei primi anni? Furono quei successi e questo comune orgoglio il motivo vero che ci ha tenuti legati per ben quindici anni di insegnamento comune! Grazie a questo nostro spirito di apertura al nuovo, ed alla adesione convinta di Pasquale, riuscimmo a recuperare la sperimentazione Brocca, rifutata dalla sede centrale, allora Calitri, ove i colleghi, timorosi delle novità da introdurre, dopo mesi di preparazione curata dal Preside Altieri, vero precursore dei tempi nuovi, fecero il gran rifuto. Andammo a Roma, a Viale Trastevere, al ministero, dove il dott. Cosentino ci aspettava a seguito della telefonata dell’on. Gerardo Bianco, ex ministro della Pubblica Istruzione, sollecitato dal nostro impiegato amministrativo, Alfonso del Guercio. Il dott. Cosentino ci ascoltò con attenzione (oggi meno probabile!), capì la nostra determinazione e, sebbene quasi contra legem, si impegnò a farci attivare la maxisperimentazione Brocca anche senza la disponibilità della sede centrale, se solo avessimo riproposto la richiesta del Collegio docenti. Il buon Preside Altieri non ebbe dubbi e fu così che Caposele, prima in provincia, ha potuto sperimentare la migliore riforma della secondaria superiore, a cui l’Alta Valle del Sele – Caposele, Calabritto e Senerchia in primis - deve la formazione di centinaia di giovani laureati in discipline scientifche, che oggi onorano centri di ricerca, università, ed aziende prestigiose. Caro Ettore, andammo io e te con la tua macchina, senza chiederci chi pagasse, né cosa ne avremmo guadagnato. Andammo e basta! Spinti da quel sogno di crescita scolastica che speravamo divenisse culturale e civile per le nostre terre ed i nostri giovani. Così come quando ci recammo, sempre noi due e sempre con la tua macchina, nel 1994 a Vasto, per la scelta del laboratorio scientifco che doveva servire per l’insegnamento del laboratorio di chimica e fsica, vera novità del Liceo Brocca: ne facemmo acquistare due, uno per Calitri e l’altro per Caposele. Quello di Calitri, te lo dico da attuale dirigente di quella scuola, è ancora nuovo; quello di Caposele è ormai da sostituire! Ma, caro Ettore, non fosti solo l’artefce del nuovo Liceo scientifco, ne eri, magari inconsapevole, come ti ho sempre detto, essenzialmente l’anima: se non fosETTORE MONTANARI


Gente di Caposele Gente di Caposele 295 Ieri ieri se stato per il tuo modo di concepirne il ruolo, a quest’ora del Liceo ne avremmo parlato al passato. Grazie al tuo senso di onestà culturale, quel piccolo Liceo di paese è diventato una scuola rigorosa e di qualità: quando nel 1999 vi furono le ispezioni nelle scuole sperimentali, fu scelto il nostro Liceo perché vi era in atto la didattica di tipo laboratoriale più avanzata della provincia. Perché ciò fu possibile? Perché tu hai avuto il coraggio di non fare della valutazione una operazione di scambio strapaesano, resistendo ad ogni tentazione localistica ed evitando così la chiusura, per progressivo calo di iscrizioni a causa dello scadimento, come una qualsiasi sezione staccata di provincia. Infatti, quando si trattò di non promuovere ragazzi poco motivati, tuoi concittadini di Caposele, fgli di tuoi amici di una vita, non avesti dubbi in quale direzione far pendere il tuo giudizio, anche a costo di rischiare incomprensioni ed inimicizie. Da quel momento, chiunque si sia iscritto nella scuola di Caposele sapeva di non rischiare discriminazioni e trattamenti di favore, e che sarebbe stato valutato – ed apprezzato -solo per le sue qualità: ecco perché, caro Ettore, abbiamo potuto far crescere giovani responsabili, ora laureati o solamente cittadini consapevoli, ed una visione di impegno scolastico che ancora vive e perdura. Al tuo rigore, però, sapevi sommare la tua infnita semplicità e bontà, infatti, se i ragazzi di allora hanno potuto realizzare, contro ogni regolamento, continui viaggi di istruzione in Italia o in Europa – mentre Calitri e Sant’Angelo non ne realizzavano – lo si doveva proprio alla infnita disponibilità di noi docenti ( a cui si aggiungeva volentieri Gerardo Fungaroli!), a partire dalla tua: addirittura costringesti la tua Antonietta a condividere il viaggio di nozze con l’accompagnamento degli alunni in Grecia!. E in quei viaggi ho avuto modo di averti accanto per giorni e capire l’uomo che era in te, oltre che il docente, collega. E tu mi sei apparso subito un buon compagno di viaggio, vitale e curioso, sempre desideroso di girare per strade e viali delle città da scoprire, pronto a discutere dei palazzi e dei monumenti che avevamo di fronte. Ed ho potuto condividere le gioie del palato ed il piacere di una discussione all’aperto nei tanti bar da Taormina a Gubbio; da Alassio a Iesolo; da Vienna A Corinto; da Barcellona a Praga, da Cannes a Nizza, dal principato di Monaco a Monaco di Baviera. Anche in questi momenti gioiosi era visibile la fede religiosa che ti riempiva la vita: era nell’affetto per i clochard di Nizza a cui donare un sorriso e dei franchi; era in quel pregare in ginocchio davanti all’effge della Madonna, nella Chiesa di Santo Stefano di Vienna quella sera in cui tu pensasti di scongiurare la nostra paura per la guerra nei Balcani così prossima. Ed è proprio in uno dei viaggi di istruzione che ti ricordo col volto più gioioso e più radiante di sempre, caro Ettore; come un novello Orazio, ti vedo, ora come allora, allorquando, dall’alto delle rovine di Baia, ispirato, declamavi a memoria, con enfasi mai più udita, i famosi versi del Carmen Saeculare: Alme Sol, curru nitido diem qui promis et celas aliusque et idem nasceris, possis nihil urbe Roma visere maius. [O Sole che dai la vita, che con il carro lucente fai sorgere e tramontare un giorETTORE MONTANARI


Gente di Caposele Gente di Caposele 296 Ieri ieri no dopo l’altro, possa tu giammai vedere qualcosa più grande della città di Roma]. Poi nella tua vita è entrata Antonietta e grazie al lei è giunta Giusy: forse, ma senza forse, hai capito che qualcosa di più grande della città di Roma può esserci, magari solo per una persona, ma è suffciente. Da allora, infatti, con Dante ti sei detto “incipit vita nova” ed il tuo tempo lo hai affdato alle tue donne, a cui dovrai essere eternamente grato per avere goduto la scoperta, per te inedita, della bellezza della vita privata, oltre che coniugale.Ed incontrarti per un certo periodo era quasi impossibile, anche se ultimamente le tue apparizioni pubbliche erano andate crescendo. Ma quando ci incontravamo le nostre rifessioni nel giro di pochi collegamenti logici rievocavano quei giorni vissuti con grande gioia ed energia: avevi il Liceo come chiodo fsso, così quando hai saputo della richiesta di verticalizzarlo con il comprensivo, mi hai scritto semplicemente, non arrenderti! Quando osavo dirti che hai fatto male a pensionarti presto, tu spegnevi i miei entusiasmi citando l’Ecclesiaste: c’è un tempo per tutto e per tutti e questo non è più il nostro tempo. È vero, caro Ettore, verrà il tempo per ogni cosa e per ognuno: tu ci hai solo preceduto! E con questo posso momentaneamente salutarti, ringraziandoti per quello che sei stato, per quello che mi hai dato, e dicendoti, con Guccini, ci vediam più tardi. Il tuo Gerardo RICORDO DI ETTORINO Di Mario Sista Chissà se, da buon matematico, ora ti metterai a contare i gradini per il Paradiso, caro prof. Ettorino, o se chiederai agli angeli, a bruciapelo, la x, la y, il coseno, la cotangente; o se, ancora, contemplando l’immensità di Dio che ti ha chiamato, esclamerai ancora una volta, come quando spiegavi in classe qualche teorema, “bello, bellissimo!”, e noi ridevamo. A me non entusiasmava il teorema, ma il piacere che provavi nello spiegare. Poteva esser mai che la cultura fosse estasi? Sì. Paradossalmente, grazie a te, anche io posso dire di essere stato colpito dalla matematica, a cui ero notoriamente allergico. Eh, si... Caposele oggi davvero è più povera. Ma si sa, i fori belli per forire per sempre devono essere tolti da questo ‘vrasscalu’ che è la Terra ed essere trapiantati altrove. Lì un giorno ti raggiungeremo. Salutaci il “Teacher”, il caro prof. Ceres e, tu e lui, mettete una buona parola pure per noi lassù, così che possiamo essere promossi anche noi agli Scrutini del Cielo, quando poi sarà. p.s. Tranquillo, come si calcola il fuoco di una parabola me lo andrò a rivedere. La terra ti sia leggera, prof. Ettore Montanari. Se sono professore oggi è anche grazie a un professore eccezionale come te. Parlerò di te ai miei studenti, entrando in classe oggi, qui a Roma. È il modo più bello per onorarti. ETTORE MONTANARI


Gente di Caposele Gente di Caposele 297 Ieri ieri NICOLA TESTA di Antimo Pirozzi I l tocco delle campane di martedì 11 aprile scorso annuncia una triste notizia: la morte di Nicola Testa, vecchio Direttore dell’Uffcio Postale di Materdomini e di Caposele. Una persona amica che con la sua morte ci induce a qualche rifessione ed a tanti ricordi. Era molto stimato per le sue qualità umane e professionali. Era denominato “ l’assessore di Materdomini” per i vari incarichi amministrativi ricevuti nell’ambito della lista “stretta di mano”. Eravamo diventati amici fn dal 1962 e cioè da quando fui assegnato in servizio a Materdomini. Spesso, accompagnati anche dall’allora comandante della stazione brigadiere Ginocchi, facevamo delle escursioni in macchina in tutto il territorio di Caposele spingendoci a volte fno a Ponte Oliveto, limite consentitoci dalle nostre regole. Ed in quelle passeggiate allegre e spensierate si gioiva della reciproca compagnia. Nicola, persona di cultura, conosceva fatti e persone; molto bravo in tante attività extraprofessionali, ci intratteneva gradevolmente in lunghe e piacevoli conversazioni. Spesso dava una mano alla sorella Gerardina nell’attività di Ristorante in continuità con l’arte culinaria tramandata dal loro genitore don Peppino detto “o napulitano”. Nicola ha cresciuto una bella famiglia, collaborato da “Faluccia” moglie instancabile, brava e riservata. Caro Nicola, sicuramente ci mancherai perché a Materdomini eri una persona di grande rispetto e punto riferimento per tutti noi. Caro papà, I n questi mesi troppe volte ti abbiamo visto battere la mano, prima sulla poltrona e poi sul tuo letto e, scuotendo la testa, ci dicevi: - non è possibile che mi sono ridotto così! E’ vero non so come sia stato possibile vederti soffrire e non aver potuto fermare la malattia. L’impotenza ha consumato un po’ tutti noi, poco alla volta. Strana la vita! Ad un bambino si insegna a camminare, a mangiare da solo. Noi ti abbiamo visto così come un bimbo, andare però a ritroso. Strana la vita! Nei tuoi giorni “si” volevi camminare da solo, venire a tavola con noi; che forza papà! Papà ora ti vediamo lì in una bara, freddo, senza vita, ci sembra impossibile ed inaccettabile averti perso. Certo soffrivi, ma c’eri, eri qui: pensiero egoistico, ma è vero! Punto di riferimento per tutti noi, ci hai trasmesso il valore della famiglia e di questo te ne siamo grati. Quando si perde una persona cara, in questo caso un padre, non si è mai pronti; ma dobbiamo accettare, chinare il capo. Si dice così: è la vita, no? I fgli


Gente di Caposele Gente di Caposele 298 Ieri ieri UMBERTO ROSANIA di Gerardo Ceres Domenica siamo stati a Matera. Una gita molto gioiosa ed allegra. Umberto lo era più di tutti: aveva con sé i due nipotini, fgli di Mariangela. Tuttavia al ritorno non si è sentito bene, ma tutti abbiamo pensato ad un virus intestinale. Quando ci siamo salutati in piazza Sanità sembrava tutto risolto. È stata l’ultima volta che l’ho visto. Stamane il colpo seguito alla notizia della sua morte. In un solo istante si sono sommate le immagini di una lunga amicizia, nonostante i 15 anni di distanza anagrafca. Ricordo quando, io piccolo, veniva a Torino dalla Svizzera, dove era immigrato, a vedere i “partitoni” della Juventus, prima a pranzo a casa mia e poi tutti insieme al vecchio comunale; ricordo la sua migrazione in Venezuela, per raggiungere i fratelli più adulti; ricordo il suo ritorno a Caposele; ricordo il suo lavoro - io sindacalista degli edili - al cantiere della Ferrocemento; ricordo gli anni in cui ci divertivamo ad editare “il periodico di agitazione culturale permanente”; ricordo il lungo periodo di inoccupazione; ricordo le sue letture sudamericane, con le quali rafforzò il suo amore “anarchico e romantico” per la fgura di Che Guevara; ricordo le nostre scalate da viaggiatori del dharma per le cime dei nostri Picentini; ricordo l’arrapatezza di quando acquistava la Settimana Enigmistica; ricordo le pagine che di tanto in tanto mi rifava per un incompiuto dizionario della “lingua caposelese”; ricordo le sue passeggiata lungo le rive del Tredogge, dove meditare ed ascoltare, in silenzio, le voci delle acque che formano il Sele. Poi c’è un destino che neppure la cabala o, se preferiamo, la numerologia riuscirà mai a spiegarci: Umberto si è spento, oggi, il 10 giugno, lo stesso giorno di 13 anni fa, quando ci lasciò il comune amico Antonio Sena. Maledetto questo giorno, dunque, che accomuna due abbandoni di due fgure non comuni di silari a tutto tondo. Idealmente, mi piace pensare che Umberto ed Antonio si siano già ritrovati e con sorriso grasso se la spasseranno ad “agitare in modo permanente” quello spazio di cielo da loro occupato. È il solo modo che ci aiuta a non versare lacrime per un amico che non sarà più tra noi e a cui non potremo più chiedere: “hombre, que pasa? Todo bien?”...


Gente di Caposele Gente di Caposele 299 Ieri ieri VINCENZO DI MASI di Alfonso Merola Grande amico di tutti Caposelesi, grande sostenitore de La Sorgente, Vincenzo Di Masi si è spento nel mese di ottobre del 1917. Ha tratteggiato con eleganze e competenza tantissimi personaggi locali sulle pagine del nostro giornale. Nel numero 94 di agosto 2017 ha scritto le sue ultime poche parole inneggiando alle bellezze di Caposele ed incitando i Caposelesi ad amare e rispettare il loro paese. C’era una parola magica che faceva brillare gli occhi di Vincenzo Di Masi e che non riusciva a fargli trattenere l ‘emozione, quando la sentiva pronunciare. Questa parola era Caposele. Si dirà : “Ma dai, che c’è di tanto magico in una parola priva di preziosità ?“ “C’è che siamo divenuti tutti superfciali e dozzinali, noi che non proviamo alcun sentimento di quelli che un tempo costituivano i pilastri di appartenenza alle comunità di destino.“ L’emozione di Vincenzo, poi, si tramutava in commozione quando si parlava della casa che lo aveva visto nascere. Palazzo di Masi in via Bovio è una costruzione sulle cui mura è scivolato un pezzo di storia locale e conserva una sua freschezza, nonostante si sia cimentato con più di un terremoto. Palazzo Di Masi col suo portale di pietra che racchiude la sapienza artigiana di autentici scultori; e poi l’emblema araldico col suo motto gentilizio : “MENS BENE SANA VIRET“, quasi a testimoniare che solo una mente volta al Bene cresce verdeggiante in salute. Ed il nostro concittadino non tradiva questo motto: egli era intimamente buono. Vincenzo Di Masi nasce a Caposele il 3 aprile 1929 da Giuseppe e Cornelia Cozzarelli. Consegue il diploma di Liceo Classico al “Torquato Tasso “di Salerno. Si arruola da carabiniere semplice, nel 1951 frequenta la Scuola Allievi di Moncalieri per poi iscriversi al corso Allievi Sottuffciali a Firenze. Nel 1954, da vincitore di concorso, è ammesso alla prestigiosa Accademia Militare di Modena. Qui conosce Franca Grandi che sposerà nel 1957: dal loro matrimonio nasceranno Giuseppe, Marco e Luca. Ottiene il primo comando territoriale presso la Tenenza di Pavullo nel Frignano (MO) e poi da Capitano a Milano, Legnago, Torino e Lodi; negli anni diffcili delle Brigate Rosse, conosce e collabora col Generale Dalla Chiesa ed il suo Gruppo Operativo. Finalmente nel 1978 chiede ed ottiene il trasferimento alla Legione Carabinieri di Salerno: durante il terremoto del 1980 è al comando delle operazioni di soccorso, ricevendo riconoscimenti dal Presidente della Repubblica Sandro Pertini. Termina la sua carriera da Generale di Brigata nel 1987.


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