Gente di Caposele Gente di Caposele 150 Ieri ieri voluto, sarebbero stati in molti a cedergli il passo. Non di meno tutti lo abbiamo sentito come tale, per i suoi consigli, le lezioni di stile, di educazione e di saggezza che ci ha impartito. Ci mancherà Donato, molto a tutti noi ma ancor più alla sua famiglia, alla quale spesso l’abbiamo sottratto, in modo particolare alla sua Rosina. Noi tutti perdiamo un amico ed un solido punto di riferimento, ma sono convinto che se l’abbiamo apprezzato, come lo abbiamo apprezzato, tenendo viva la sua memoria, noi non solo onoriamo lui, ma operiamo una scelta utile anche per questo paese … perché si sappia che c’è un modo nuovo, anzi antico, di fare politica e di sentirsi umanità di cui si può andare feri, quando si è guidati dall’onestà, dalla nobiltà interiore e dallo spirito di servizio verso gli altri. Donato, cari Caposelesi, è stato tutto questo! PADRE ROCCO DI MASI di Giuseppe Palmieri Queste brevi rifessioni non vogliono essere un vero e proprio elogio funebre; né un panegirico per zio Rocco, Padre Rocco; e però non si possono sottacere alcuni aspetti della sua personalità che hanno caratterizzato la sua vita. Ne parlo con assoluta serenità: la stessa con la quale ha aspettato questo momento. L’ho conosciuto in occasione della festa che i confratelli gli organizzarono in occasione dei 25 anni di sacerdozio. Una festa sobria come era nella personalità di Padre Rocco. Incuriosito volli sapere da mio suocero come era da ragazzo, prima che fosse chiamato dal Signore. Mi disse che era un ragazzo normale. Quelli erano anni in cui si cominciava a lavorare e duramente da ragazzino. Un giovane come tanti; che di certo non preferiva il lavoro nei campi ad una dolce dormita. Poi d’improvviso la chiamata. E nulla fu più come prima. Quando tornava dal seminario non era più lo stesso. Completamente votato alla preghiera. E loro, i fratelli, faticavano a riconoscerlo. Pretendeva da loro la stessa fede. Ricordo che mio suocero ne parlava con grande ammirazione. La possanza della sua fgura tradiva una cordialità e gentilezza di comportamento. Sempre sorridente, non lasciava trasparire mai lo sconforto e la sofferenza per i tanti mali patiti. E’ come se il Signore avesse continuativamente messo a dura prova la sua incrollabile fede. Ha accettato sempre con serenità gli accadimenti della sua vita.
Gente di Caposele Gente di Caposele 151 Ieri ieri La sua immensa fede gli ha fatto vivere serenamente i tanti eventi luttuosi della sua famiglia: la morte della mamma, del papà, dei fratelli più giovani. Una fede vissuta con semplicità ma con grande rigore nel segno della castità, povertà e obbedienza. Rigore che veniva fuori nelle sue prediche, fatte di certezze e di amore infnito nei confronti di Maria. Rigore e semplicità che conservava anche nelle occasioni vissute in famiglia. Amava la sua terra. Era solito fare lunghe passeggiate anche in montagna, fno a quando il fsico glie lo ha consentito. Una volta, lo accompagnai in macchina in montagna. La natura, il creato lo avvicinava al Signore. E questo nel solco di Sant’Alfonso che era innamorato della bellezza. Ci lascia un grande insegnamento, una grande eredità: la serenità nell’affrontare le cose della vita, anche quelle più amare; la semplicità dell’essere come regola di vita; la fede come certezza inconfutabile. Grazie, zio Rocco per tutto questo. Sei stato un dono di grazia, per noi. E di questo non smetteremo mai di ringraziare il Signore. DON GIOVANNI BENINCASA di Nannina Cuozzo Molti a Caposele si ricordano di don Giovanni, il maestro burbero ma buono, originale ed estroso, strano nell’abbigliamento, ma con tanto buon senso e con tanto amore per l’insegnamento. Passando a caso in via Castello noto con piacere il restauro della vecchia scuola. Mi fermo dinanzi al cancello chiuso non per curiosità; un intimo moto dell’animo mi richiama a cose lontane e, improvviso, il ricordo della fanciullezza si fa innanzi. La mia scuola, la sola per me (nonostante la buona volontà per molti, allora, si chiuse alle elementari il ciclo di studi). Quanto baccano nel piccolo cortile con disperazione del povero Francesco quando gli mettevamo a soqquadro tutti gli arnesi; aveva, egli, diverse mansioni a carico: bidello, campanaro, messo, lucernaio ecc. Al piano di sopra la mia aula, la centrale, ove nelle ricorrenze nazionali al balcone si esponeva il Tricolore, m’appare com’era quaranta anni fa, fredda e disadorna. Alla parete di fronte il crocifsso, l’effgie dei reali, il calendario, a lato la mia Italia geografca, sciupata e ingiallita dall’uso perchè, all’occorrenza, passava di aula in aula. Quante volte il mio sguardo l’ha percorsa in cerca di monti, di fumi,
Gente di Caposele Gente di Caposele 152 Ieri ieri città e confni. Il mio banco di vecchia fattura, macchiato d’inchiostro e inciso di nomi dai temperini, vittima paziente della mia irrequietezza. I miei compagni di classe, oggi sparsi un po’ ovunque per le vie del mondo: Maria, Alessandro, Italia e il povero caro Riccardo son qui tutti con me. Ed eccolo là il mio Maestro, alto oltre il normale, dallo strano modo di vestire, quel viso magro e olivastro -dove spiccavano imponenti baff - lo rivedo in cattedra tra il registro, i compiti da correggere, le matite da appuntire e ogni comune oggetto diventar nelle sue mani materiale didattico. Quando ci guardava di sopra gli occhiali sembrava leggerci nella mente. Non so se il suo metodo seguiva la prassi, però ne lasciava il segno. Aveva appiccicato a ognuno di noi un nomignolo e quando, ritiratosi in pensione e sofferente, andavo a casa a fargli visita ne restava contento e continuò a chiamarmi alla stessa maniera; quanti i consigli e quanto buon senso, per me che l’ascoltavo era sempre una lezione. Son tanti i ricordi che tornano. Un giorno marinai la scuola, per il semplice gusto di vantarmene come di tanto in tanto faceva qualcuno. Vagai nei dintorni nascondendomi nei posti più impensati, temevo che qualcuno vedendomi l’avrebbe riferito ai miei. Mi rifugiai fnanche in Chiesa, sentivo su di me gli occhi delle statue come un rimprovero ed ebbi paura. L’orologio del Comune così lento nel battere i quarti, sentii vive le parole che avevo letto in un racconto del Collodi “... e l’ore, l’ore non passavan mai...” Fu quella per me una stupida, deludente trovata. Mente e cuore, depositari preziosi di ciò che il tempo appanna ma non cancella, io vi ringrazio d’avermi fatto rivivere per un attimo il felice tempo della scuola. CAMILLO CAPRIO Generale ispettore del Corpo Tecnico dell’Esercito Proveniente dai Corsi regolari dell’Accademia di Artiglieria e Genio di Torino, l’ing. Camillo Caprio fu nominato Tenente di Artiglieria in S.P.E. nel 1929. Laureato in ingegneria ed in chimica. Insignito delle onorifcenze di: Cavaliere - Cavaliere Uffciale - Commendatore - Grande Uffciale dell’Ordine della R.l. e della Medaglia Mauriziana (Croce d’Oro). Decorato della Croce di Guerra al Valor Militare. Dopo un periodo di servizio prestato presso il 3° Reggimento di Artiglieria P.C., e presso la Scuola Allievi Sottuffciali di Nocera Inferiore, partecipò al concorso speciale per l’ammissione al Corso biennale di alta specializzazione tecnica presso l’Istituto Superiore Tecnico di Artiglieria di Roma, per 6 posti di Uffciali laureati destinati a transitare, dopo il compimento di detto Corso, nel Servizio Tecnico di
Gente di Caposele Gente di Caposele 153 Ieri ieri Artiglieria. Superato brillantemente detto Corso e, promosso Capitano nel 1935, entrò nel Servizio Tecnico di Artiglieria ed assegnato al Polverifcio di Fontana Liri con la carica di Capo Sezione delle Lavorazioni Chimiche e meccaniche dei propellenti che venivano prodotti in quella fabbrica, e che erano polveri del tipo BALISTITE, alla nitroglicerina. Promosso Maggiore, nel 1940, viene trasferito a Roma presso la Direzione Superiore del Servizio Tecnico di Artiglieria, con la nomina a Capo dell’Uffcio Nuovi Impianti e, successivamente. a Capo dell’Uffcio Studi Esperienze e Normativa Tecnica dei nuovi esplosivi che, in quel periodo della nostra entrata in guerra, venivano studiati, sperimentati e adottati in servizio. Furono realizzati gli esplosivi detti autarchici perchè sostituirono quelli allora in servizio, per i quali mancavano in Italia le materie prime per la loro fabbricazione. Furono sperimentati e defniti circa un centinaio di nuovi sistemi di caricamento, studiati e realizzati i proiettili a “carica cava” e i nuovi potenti esplosivi denominati PENTRITE eT4. In data 1-1-1942, all’età di 34 anni, promosso a scelta speciale al grado di Tenente Colonnello, conservando gli stessi compiti. Dopo l’armistizio dell’8 settembre 1943, si rifutò di aderire alla R.S.I. e, sottrattosi alla cattura, si trasferì in Ciociaria, aderendo ai Gruppi di “Patrioti” che in quella zona andavano organizzandosi partecipando attivamente alla lotta clandestina, meritandosi il conferimento della Croce di Guerra al Valor Militare. Rientrato in servizio dopo la liberazione di Roma, viene nominato rappresentante dell’E.I. nella Commissione Tecnica di controllo per l’accertamento dei danni subiti all’industria del Nord per eventi bellici, istituita dal Comando Supremo Americano con sede a Chianciano, dove fu assegnato, alle dipendenze del suddetto Comando. Al termine di detta missione, fu nominato Capo Uffcio Munizioni ed Esplosivi presso l’Ispettorato dell’Arma di Artiglieria. Nel 1951 viene nominato Direttore del Polverifcio dell’Esercito di Fonta¬na Liri, con il compito di progettare e ricostruire la fabbrica completamente distrutta dai bombardamenti e dalle mine. Tale compito venne assolto con brillanti risultati, pienamente riconosciuti dalle Alte Autorità responsabili, che, in ripetute occasioni espressero lusinghieri giudizi di compiacimento, per il realizzatore della complessa ed impegnativa opera svolta, vivamente apprezzata anche in campo internazionale. In questo periodo viene promosso colonnello. Promosso Magg. Generale nel 1963, gli vengono conferiti i seguenti importanti ed impegnativi incarichi e cioè: -Vice Direttore Generale della Direzione Generale Armi ed Armamenti Terrestri. -Capo del Reparto Regolamenti e Controllo lavorazione della Direzione del Servizio Tecnico di Artiglieria, che controllava la produzione dei materiali di armamento sia degli Stabilimenti Statali, che dell’Industria Privata. CAMILLO CAPRIO
Gente di Caposele Gente di Caposele 154 Ieri ieri - Direttore Centrale dell’Uffcio Centrale Allestimenti Militari, organo Interforze alla dipendenza del Ministro della Difesa. Nel 1969 viene promosso a scelta al grado superiore, e nominato CAPO del Servizio Tecnico di Artiglieria, raggiungendo il vertice della scala gerarchica del Corpo di appartenenza. ALTRE ATTIVITÀ’ SVOLTE Didattiche: - Insegnante titolare di Chimica e fabbricazione degli esplosivi - Ai Corsi superiori Tecnici di Artiglieria per 20 anni - Al Corso per Uffciali di Balistica Superiore - Al Corso Superiore Tecnico del Genio - Ai Corsi Tecnici per Uffciali di Artiglieria sul munizionamento inglese ed americano - Corsi Antisabotaggio - Direttore dei Corsi Superiori tecnici e Balistici. ATTIVITÀ’ SCIENTIFICA -Pubblicazione di un testo sulla CHIMICA e FABBRICAZIONE degli ESPLOSIVI, che ha avuto molta diffusione ed apprezzamenti in Italia e all’Estero -Collaborazione a Riviste Tecniche e conferenze, fra le quali anche una al Centro Alti Studi Militari. ATTIVITÀ’ INTERNAZIONALI - Presso la NATO: Membro del Gruppo Esperti Balistica Interna Esplosivi e Propellenti dal 1951 al 1968. - Membro del Gruppo “ad Hoc” sui propellenti solidi per razzi e missili. - Presidente del Gruppo Esperti sulla Missilistica ed Elettronica del Comitato di Collaborazione Tecnica Italo-Inglese. - ATTIVITÀ • COLLATERALI - -Membro di numerose Commissioni interministeriali tecnicamente qualifcate quali: Commissione Consultiva Centrale per il controllo degli Esplosivi ed Infammabili del Ministero dell’interno. - -Commissione permanente per gas compressi liquefatti e disciolti. - Attualmente, ottobre 1997, fa ancora parte della sopracitata Commissione del Ministero dell’interno. - Roma 16/10/1997
Gente di Caposele Gente di Caposele 155 Ieri ieri ROCCO COLATRELLA di Donato Gervasio L’amore è un sentimento intrinseco della vita. Si ama sempre, si ama anche senza accorgersene. Si ama una donna, un uomo. Si ama la propria ragazza, i propri genitori, gli amici. Si ama non necessariamente dicendosi “ti amo”. Si ama semplicemente sentendo una necessità affettiva, accorgendosi di non poter fare a meno di quel qualcuno o qualcosa. Si ama anche la vita. Eccome che si ama. Proprio quella cosa di cui l’amore è parte integrante. E forse è per questo che vita ed amore muoiono insieme. Come è successo in quella tragica domenica di inizio estate che sarebbe dovuta passare alla cronaca solo per le temperature che i meteorologi annunciavano in continuazione “superiori alla media”. E invece è successo che quel tranquillo pomeriggio afoso e spensierato venisse squassato da una notizia tragica che ha rotto quella calma fn troppo piatta. La notizia di una morte drammatica. Una moto, un rettilineo, un muro, l’alta velocità. Poi il tragico epilogo. Una morte che giunge così, all’improvviso, dal nulla. Questa volta ad esserne vittima è stato Rocco Colatrella, appena 31enne. Un incidente che per dinamica e punto d’impatto non gli ha lasciato scampo. Ed ha così strappato all’amore un’altra esistenza, ed alla vita un altro amore. Per monsignor Vincenzo Malgieri, il nostro parroco, è stato il tempo di celebrare un altro funerale. Un altro addio ad un ragazzo giovane, un ragazzo buono. Funerali, addii, lacrime, sconforto. Una tragica routine a cui stiamo ancor più tragicamente abituandoci. Forse, sì, “la vita è fatta anche di funerali, di addii”, come mi disse saggiamente in quei giorni proprio don Vincenzo Malgieri. Ma è pur sempre una logica dura da digerire, seppure reale. Durante l’omelia del funerale di Rocco, don Vincenzo ha esortato più volte tutti i giovani a prendere come monito la sua tragica fne. Li ha esortati proprio ad amare la vita. Rocco era un ragazzo senz’altro attaccato alla sua vita. Di essa era innamorato, come dei suoi cari. Ed è successo così per tutti quelli che hanno perso la vita in circostanze tragiche. Ed è così che la vita si è vista strappare, ogni volta, dalle braccia l’amore e l’amore ha visto svanire la vita. In un attimo, quello che basta, quel che è necessario per morire. Ma questa pazza logica è diventata davvero insopportabile e fa tanta rabbia . Questo è il momento, per noi uomini, nessuno escluso, di fare davvero una lunga e profonda rifessione. Noi che sappiamo bruciare la nostra esistenza tanto semplicemente, a volte senza nemmeno accorgercene. Noi che ci priviamo della vita, e priviamo del nostro amore la vita premendo semplicemente un pochino in più il piede sull’acceleratore. Che ci priviamo della massima cosa di cui possiamo disporre, e ne priviamo anche i nostri cari. Un atteggiamento piuttosto arrogante, a pensarci bene. Ognuno di noi della vita deve esserne innamorato, perché nascere è già un miracolo.
Gente di Caposele Gente di Caposele 156 Ieri ieri E non può bastare della superfcialità, della disattenzione per permettere che davanti ai nostri occhi cali il buio per sempre, che un miracolo tanto bello ci sfugga così stupidamente dalle mani. Mi viene in mente il titolo di quella bella pubblicazione del compianto ed indimenticabile Vincenzo Malanga: dobbiamo chiuderci nell’amore. E dobbiamo farlo al più presto. DON PASQUALE ILARIA Un Caposelese da riscoprire di Michele Ceres Uomo estroso e sotto certi aspetti unico per carattere e per spirito di attacamento al paese e alle sue sorgenti. Molti lo ricordano per un motto che soleva pronunciare, gridare e imporlo in ogni occasione:” NON SI VENDE!, NON SI VENDE!” Ho avuto modo, ultimamente, di approfondire alcuni aspetti degli avvenimenti concernenti la giornata del 27 maggio 1939, quando i Caposelesi, guidati da don Pasquale Ilaria, gridarono all’unisono “L’acqua non si vende”; ho avuto modo, altresì, di leggere con attenzione le suppliche rivolte da don Pasquale al Re d’Italia, con le quali chiedeva che fossero tutelati i legittimi ed inalienabili diritti della popolazione caposelese, in merito alla rapina delle acque che in quel lontano 27 maggio 1939 si stava perpetrando a danno permanente dei Caposelesi. Mi sono soffermato, allora, a rifettere sulla persona di don Pasquale Ilaria che di quell’indimenticabile giornata fu l’animatore e dei diritti di Caposele fu l’alfere, tanto che per essi patì duramente la pena del domicilio coatto alle isole Tremiti. Oggi, le Tremiti sono un ricercato luogo di villeggiatura, ma allora erano soltanto una meta desolata per confnati politici, un carcere a cielo aperto per gli oppositori del fascismo. Caduto il fascismo don Pasquale rientrò a Caposele e ne fu, per qualche tempo, Sindaco su nomina prefettizia. Con alto senso di responsabilità decise di rinviare a guerra terminata la defnizione della vertenza con l’Acquedotto Pugliese: maiora premebant. Ben presto fu eretta intorno a Lui una cortina di emarginazione e di avversione. Di don Pasquale ricordo la fgura altera e dignitosa che a passo svelto, nonostante l’età, percorreva la salita di Corso Garibaldi e ricordo, anche, che di Lui si diceva che facesse ogni mattina la doccia con l’acqua fredda, per mantenersi in perfetta forma. Don Pasquale amava Caposele, ma dai suoi concittadini non era molto corrisposto in tale sentimento. Forse a tanto i Caposelesi erano spinti, per motivi di
Gente di Caposele Gente di Caposele 157 Ieri ieri prestigio, anche dal notabilato locale. Egli viveva la sua vita in solitudine, sempre pronto, comunque, a dare, disinteressatamente, consigli e suggerimenti a chiunque. Il rispetto che nutriva per la dignità di ogni persona, gli faceva sostenere che ognuno, al disopra di se stesso, non avrebbe dovuto riconoscere altra autorità che quella della “Maestà della Legge”. Era un comunista, ma un comunista strano per il contesto locale, perché soleva defnirsi “Comunista integrale cristiano”, suscitando in qualche sprovveduto un sorriso di suffcienza. Eppure, c’era poco da ironizzare sulla sua posizione politica, perché, probabilmente, se don Pasquale fosse vissuto in un ambiente caratterizzato da vivaci dibattiti culturali e politici, sarebbe stato un “cattocomunista”; avrebbe fatto parte, cioè, di quella schiera di cattolici che politicamente si riconoscevano nel partito comunista e al cui pensiero ricorse Enrico Berlinguer per l’elaborazione teorica del “compromesso storico”. Don Pasquale sembrava uno stravagante e la gente, forse anche per le sue apparenti stravaganze, non lo stimava nel modo dovuto. Ma, Egli stravagante non era; era un uomo che aveva solo improntato il suo stile di vita al rispetto delle regole in un mondo di furbetti sempre pronti ad eluderle. Don Pasquale, ormai vecchio, si trasferì in una casa di riposo a Roma ed a Roma morì in solitudine il 7 ottobre 1983. Ricordo che quando un Caposelese, residente nella capitale, telefonò al Comune per annunciare che l’indomani la salma di don Pasquale sarebbe giunta al cimitero di Caposele per esservi tumulata, un funzionario del Comune ebbe a lamentarsi dicendo che “Ha dato fastidio da vivo e continua a darlo da morto”. La giunta Comunale del tempo dispose, viceversa, che la salma di don Pasquale fosse uffcialmente ricevuta con gli onori dovuti ad un ex sindaco e, ancor di più, ad una persona che, in vita, aveva patito l’amore per la sua Terra. Eppure, ciò nonostante, non vi fu molta gente al cimitero. Ancora una volta i Caposelesi dimostrarono d’essere ingrati verso chi per loro tanto aveva sofferto. Molto tempo ormai è trascorso e, come comunemente usa dirsi, molta acqua è passata sotto i ponti. La realtà caposelese di oggi è molto diversa da quella dei tempi di don Pasquale Ilaria. È tempo, allora, che si faccia giustizia del pregiudizio diffuso tra i Caposelesi che ha accompagnato don Pasquale in vita e in morte. Lo richiedono la Verità e la giustizia. Nella prossima primavera Caposele sarà interessata dalle elezioni amministrative. giustizia e Verità esigono che chiunque vinca le elezioni si faccia promotore di un’iniziativa fnalizzata al recupero storico dell’operato di don Pasquale e ad attribuirgli i meriti che fn qui, in vita e in morte, gli sono stati negati. Ma, perché aspettare la prossima primavera? Perché tale iniziativa non l’assume, adesso, la Pro Loco? DON PASQUALE ILARIA
Gente di Caposele Gente di Caposele 158 Ieri ieri Non si vende, non si vende di Alfonso Merola Non s’erano mai viste dispiegate tante forze dell’ordine a Caposele, nemmeno nel giorno in cui il Principe ereditario s’era recato a visitare il Santuario di Materdomini. Il paese era sott’assedio; non era diffcile bloccare gli accessi al borgo costruito nel budello di una valle stretta tra il fume e il monte. Erano state sbarrate con veri e propri posti di blocco anche tutte le stradine rurali che, a ragnatela, stringevano il centro fno a qualche giorno prima sonnacchioso ed indifferente. Quel che più si temeva era un’improbabile calata di contadini dalle campagne circostanti e dai paesi viciniori. Sfuggiva alle autorità il fatto che il problema dell’acqua era avvertito dai soli abitanti del capoluogo, ove essa sgorgava un tempo copiosa. Certo la notizia s’era sparsa un po’ dovunque e tutti, nei dintorni, erano incuriositi dall’epilogo di una vicenda che diventava di giorno in giorno più preoccupante e che avrebbe potuto avere anche sbocchi drammatici. S’era in pieno periodo fascista e in quel lembo d’Irpinia, come d’altro canto in quasi tutta l’Italia meridionale, il regime era percepito come governo amico e prodigo verso regioni che avevano atteso invano da troppo tempo il loro riscatto e la loro rinascita. Nessuno avrebbe mai osato immaginare che il Duce e il suo apparato avrebbero usato la mano forte verso un paese generoso che aveva già rinunciato a gran parte del suo futuro e che, in fondo, difendeva il suo diritto alla sopravvivenza. Certo, anche lì giungeva l’eco di episodi di violenza scatenati nel Nord Italia, ma, per atto di fede, ogni azione di repressione era giustifcata come risposta inevitabile contro comunisti e socialisti sabotatori di una nuova Era che s’apprestava a costruire un futuro radioso per tutti gli italiani. La stessa avventura bellica, in cui si stava cacciando l’Italia, nonostante non fosse stato dimenticato il tributo di sangue pagato alla IV guerra d’Indipendenza, era vissuta enfaticamente come coraggiosa ed orgogliosa ribellione di una Nazione che chiedeva un giusto riconoscimento nel panorama politico internazionale. E allora la fducia nell’imparzialità fascista, piuttosto che spegnere gli ardori, fniva per dare esca alla protesta. Non appena, un giorno d’aprile, era circolata la notizia che l’Acquedotto Pugliese s’apprestava a captare le ultime acque del Sele già destinate agli usi civici, il paese sembrò ribollire e ritrovare un’unità d’intenti e di vedute sconosciuta in passato. A nulla erano valse le rassicurazioni del Podestà e del segretario del Fascio e il loro invito alla calma. Tutti, o quasi, ritenevano che l’ulteriore captazione fosse stato l’atto fnale di resa ai Pugliesi. L’atteggiamento di cautela delle autorità locali era bollato come ambiguo e fuorviante, stanti le circostanze che le trattative andavano avanti in gran segreto da qualche mese e che nessuno aveva avuto il coraggio di renderle pubbliche in tutti i dettagli. Invero, almeno il Podestà, persona affabile e cortese, DON PASQUALE ILARIA
Gente di Caposele Gente di Caposele 159 Ieri ieri celava i propositi del Regime per sola prudenza, attento e preoccupato a non provocare incidenti irreparabili, facilmente strumentalizzabili dai grossi calibri che ormai erano scesi in campo. Qualche settimana prima s’era visto convocare a Roma da Storace, lui, un Podestà di uno sconosciuto Comunello Irpino. Storace era stato categorico: Caposele avrebbe dovuto cedere le acque residuali alla Puglia senza battere ciglio e tutti i passaggi burocratici erano delegati al Prefetto di Avellino. A nulla erano valsi i dubbi e le rispettose osservazioni esternate dal Podestà, al quale si ricordava che gli interessi della comunità locale erano cura esclusiva dello Stato Fascista e non di altri, tenuti semplicemente ad obbedire. I primi contatti con la Prefettura, seguiti all’incontro romano, non avevano smosso le posizioni divaricate, fno al punto che il Podestà era addirittura apostrofato come un silenzioso sabotatore di un accordo che stava molto a cuore a Roma. II fatto, poi, che si parlasse di lauti indennizzi per quell’ulteriore prelievo, non faceva altro che confermare i timori dei più pessimisti, memori di altre vicende poco chiare in cui i comportamenti di passate amministrazioni non avevano certo brillato per trasparenza. “La storia si ripete” andava dicendo in giro Don Pasquale Ilaria, “e gli attori sono sempre gli stessi. Spero che questa volta almeno i Caposelesi abbiano sangue nelle vene e non acqua. Se è necessario, come credo sia necessario, questa volta tutta Caposele deve scendere in piazza ed insorgere, bloccando questa operazione vergognosa con la quale si decreta la morte di Caposele”. Il monito del giovane uffciale dell’Esercito Italiano, però, non raccoglieva grandi consensi. Per il fatto che fosse l’unico antifascista dichiarato e che le sue idee erano vagamente comuniste, Don Pasquale veniva accusato d’essere un pericoloso agitatore visionario. E, come tutte le Cassandre, fniva per non essere creduto. Era facile, infatti, per il solito stuolo di benpensanti, creargli tutt’intorno il vuoto. E collaborava ad isolarlo la locale stazione dei Carabinieri che puntualmente lo convocava in Caserma per trattenerlo qualche ora e poi rimandarlo a casa, ogni qualvolta che si riscaldava in strada. Ma Don Pasquale non si scoraggiava più di tanto: non appena metteva piede fuori dalla Caserma, riprendeva la sua predicazione apostolare soprattutto coi tanti giovani che sembravano interessati a capire cosa stesse succedendo. “Io parlo soprattutto per voi, era solito dire, perché i vostri padri e i vostri nonni non v’hanno raccontato o non hanno voluto raccontarvi cos’era questo paese. E non l’hanno fatto perché oggi si sentono responsabili per il coraggio che non hanno avuto ieri, perché sanno e non osano confessarvi che furono strumentalizzati… Caposele era un paese di favola e unico in Italia Meridionale, aveva una ricchezza incommensurabile. Non esiste paese al mondo, infatti, un solo paese che navighi sull’acqua e che non sia al tempo stesso ricco ed industrioso, Voi l’avete studiato a scuola; la civiltà ha camminato sull’acqua e sull’acqua ha camminato anche il progresso. Per il controllo di queste sorgenti ci sono state guerre nell’anDON PASQUALE ILARIA
Gente di Caposele Gente di Caposele 160 Ieri ieri tichità, ma in un modo o nell’altro le popolazioni sono sopravvissute. Anche quella parte del Nord Italia ricchissima deve le sue fortune alle acque… Qui, invece, la storia si è fermata. Vi dicevo Caposele era un paese di favola: industrie, molini, gualchiere, tintorie, opifci… tutta un’economia costruita sull’acqua e grazie all’acqua. Qui affuivano da tanti paesi dell’Irpinia, del Salernitano, del Potentino, aree in cui la natura era stata un pò matrigna. Pensate ancora alla pesca e a tutta una serie di attività mercantili nate per soddisfare il bisogno dei forestieri che venivano qua per molire le olive, per macinare il grano, per battere i tessuti, per tingerli. Era un paese industrioso che piano piano avrebbe costruito la sua fortuna su un bene che gli apparteneva per legge, essendo assegnato dalla legge alle disponibilità di un Comune. Ma quando si hanno amministratori poco accorti e poco lungimiranti, può accadere che anche un bene si trasformi in un male. E noi avemmo, alla fne dello scorso secolo, amministratori sciagurati che, abbacinati dal soldo dell’oggi, si vendettero la ricchezza del domani. Pensavano, all’epoca, di aver fatto un affare vendendo le Sorgenti della Sanità al primo avventuriero che si presentò, e oggi ci ritroviamo con un rigagnolo che del fume ha solo il ricordo nelle carte geografche. Divennero tutti buoni, in quei giorni, tutti più cristiani: dar da bere agli assetati, dare l’acqua alla sitibonda Puglia! Facevano a gara, ma nessuno si chiedeva perché altri paesi più accorti sbattevano la porta in faccia a quei mercanti. Vendettero Caposele per 30 denari e non ci fu verso di farli ragionare; isolarono i più avveduti, promettevano la luna nel pozzo, fecero addirittura festa il giorno in cui fu frmato l’atto di vendita delle acque. A chi contestava quella scelta sciagurata, ricordavano che il Comune s’era riservato i diritti sulle acque residue necessarie alla cittadinanza e che far scorrere tanta acqua gratuitamente non aveva senso. E quest’ubriacatura non passò subito; durò fno almeno a quando non terminarono il lavori della galleria di valico. Furono anni di piena occupazione: servivano muratori, operai, manovali, donne e bambini che trasportavano pietre e mattoni. Sembrò una stagione indimenticabile, salvo che, fniti i lavori, Caposele piombò in una crisi pesantissima dalla quale non è uscita più. Si presero tutte, o quasi, le acque e ci lasciarono solo le frane che oggi divorano il paese e tutte le campagne circostanti. Quella è una pagina vergognosa ed oscura della storia di Caposele, mai chiarita del tutto in cui se hanno guadagnato i Pugliesi e qualche nostro innominato da un lato, sicuramente chi ci ha rimesso è Caposele… Ora quella storia si potrebbe ripetere… Attenti, Caposelesi, questa volta ci giochiamo il poco che ci resta…” Non aveva bisogno d’andare oltre, Don Pasquale, e gli animi si infammavano al punto da dimenticare d’essere in un periodo in cui certe escandescenze non erano tollerate. Un risultato s’era raggiunto in quei giorni e non per merito di Don Pasquale: le autorità locali, sebbene con gran fatica e a malincuore, davanti al diktat di federali e prefetti si erano impaludate nell’indecisione, sbrindellate a destra e a manca da DON PASQUALE ILARIA
Gente di Caposele Gente di Caposele 161 Ieri ieri una cerchia ristretta di borghesucci interessati in vario modo alla vicenda, certamente non per spirito di equanimità e di giustizia sociale. Questo sodalizio, uffcialmente prono all’apoteosi del Fascismo e ai suoi desiderata, non usciva mai allo scoperto, ma attraverso canali sotterranei era impegnato a lavorare su un duplice fronte: bloccare ogni decisione amministrativa in sede locale e nel contempo alimentare nella discrezione e nell’anonimato il malcontento popolare, almeno fno a quando la trattativa in corso non avesse avuto uno sbocco ad esso favorevole. Questi abili burattinai che si fregiavano di una dubbia nobiltà per dei non ben precisati meriti, questa volta rischiavano d’essere intaccati pesantemente nei loro interessi. Non di meno, per aver sperimentato in passato la convenienza di cambiare casacca e bandiera, non osavano esporsi. Erano mimetizzati tra proprietari di molini, oleifci, e per 10 più tra i titolari di una serie di attività mercantili il cui fulcro era l’acqua la cui sottrazione avrebbe determinato l’affossamento dei loro negozi e dei loro proftti. Per dirla in breve: sarebbe stata una vera sciagura chiudere bottega e ritornare alla sola speculazione agraria. Davano, allora, in pasto alla gente comune la loro rassegnazione di dover tutto d’un colpo soccombere a ragioni superiori il cui costo sarebbe consistito nel chiudere i battenti di mulini, gualchiere, tintorie e “trappeti” con grave danno per i poveri Caposelesi che sarebbero dovuti emigrare altrove per attendere alle loro necessità. Ma questo atteggiamento di rinuncia fniva per essere percepito dai malpensanti come un ennesimo affare sottobanco di questi signorotti e da molti ingenui contadini come la riprova che solo una forte agitazione di piazza avrebbe scongiurato una iattura per la maggior parte della popolazione.Il loro fatalismo era, quindi, una ragione in più per ascoltare i moniti del visionario Don Pasquale e di ciò s’era convinto anche quel piccolo stuolo di frequentatori di casa Sturchio, del salotto bene, che tutti i pomeriggi si riuniva da Don Camillo e Donn’Ersilia. Era gente perbene questo drappello di galantuomini e gentildonne che amava serrarsi nel salotto che s’affacciava sulla piazzetta principale del borgo e che da quella torre d’avvistamento scrutava lo scorrere lento e quasi impercettibile della vita caposelese con civetteria, talvolta, ma anche con tanta bonomia. Esso era, forse, l’ultimo fortino romantico-risorgimentale di una piccola borghesia che registrava stagioni e fortune politiche, rifutando, però, di contaminarsi. Erano imbevuti di un cattolicesimo neutralista, ligio ad un ossequio clericale che li voleva lontani dal frastuono della politica e dell’affarismo post-unitario, tutti tesi a difendere un’idea di popolo militante e praticante assediato da un modernismo pericoloso. Essi esercitavano per lo più la loro egemonia sociale nelle scuole comunali e sentivano l’insegnamento come missione, come avanguardia delle coscienze contro pericoli passati e futuri che avrebbero potuto minacciare la comunità locale. Lì, più che altrove, era confermata l’ipotesi che il prelievo provvisorio delle acque residuali altro non era che una manovra dell’Acquedotto Pugliese e dei DON PASQUALE ILARIA
Gente di Caposele Gente di Caposele 162 Ieri ieri potenti parlamentari ed agrari di quella regione per depredare defnitivamente Caposele. Quel pericolo incombente riapriva in loro vecchie ferite e dischiudeva antiche certezze: i Pugliesi, con le solite complicità locali, stavano per regolare defnitivamente i conti con Caposele. Nel chiuso di quel salotto e al riparo da orecchie indiscrete si riesaminava, tassello dopo tassello, il mosaico bizantino di una vicenda durata almeno sessant’anni. Ercole Antico, Zampari, il Consorzio delle Province Pugliesi, la sarabanda di imprese settentrionali e il loro intreccio con parlamentari irpini e pugliesi, i foraggiamenti locali per comprare il silenzio e le complicità. Qualcuno si spingeva a far notare come le fortune di talune famiglie fossero improvvisamente mutate in meglio dopo la frma del famigerato contratto… Altri facevano, poi, notare come certi personaggi si ergessero pregiudizialmente a difensori unilaterali della regione pugliese, accreditando addirittura la legittimazione e la convinzione, di fatto, che Caposele fosse una sorta di “enclave” della Capitanata. Su tutti dominava forte il pensiero di Don Camillo al quale, da fne lettore dei fatti, erano lasciate le conclusioni. “Don Pasquale sarà un visionario, un anarchico o un comunistoide, ma questa volta delle verità le dice ed è stupido contrastarlo nella sua generosa foga oratoria, perché quella che i più chiamano pazzia, oggi è utile. Egli oggi è l’unico che, pur sapendo a cosa si espone, dice cose che molti di noi pensano ma non hanno il coraggio di dire in pubblico. E allora, io credo che non dobbiamo contraddirlo con quanti ci chiedono una nostra opinione in merito. Vedete, sarà molto diffcile che Caposele la spunterà questa volta. Noi possiamo avere dalla nostra parte leggi e ragione, ma, almeno qui possiamo dircelo, il Fascismo non sa che farsene di leggi e ragioni. Ognuno resti della sua convinzione sul Duce e sulla sua storica missione, ma questo regime non scherza, non ammette discussioni, esso chiede solo d’essere ascoltato ed ubbidito, tutto il resto non conta. L’atto di forza popolare è l’unica via d’uscita, non ci sono alternative. Noi dobbiamo sapere che dopo di esso, vada bene o vada male, il peggio non è fnito…Se i Caposelesi subiranno questa prepotenza senza battere ciglio, non meravigliamoci, poi, se i Pugliesi oseranno oltre. E tutti noi sappiamo che cosa hanno in testa quelli lì… Un paese che naviga sulle acque è un intoppo alla captazione di tutte le sorgenti che sgorgano a Caposele. Vi ricordate di discorsi più o meno bisbigliati circa il trasferimento totale del centro abitato, a causa di frane che, a loro dire, non sono risanabili e di come l’Acquedotto si sia offerto in passato di ricostruire una nuova Caposele verso Palmenta… Vi ricorderete, pure, come con la complicità del Genio Civile e della Prefettura essi scoraggino ogni nuova edifcazione e perfno la riparazione di case malandate… E poi la suffcienza e il disprezzo, il fastidio con cui essi guardano al nostro paese… un paese che ha rinunciato al meglio che aveva, a loro favore; trattato, se non proprio come un nemico, come un fastidioso ospite in casa propria. DON PASQUALE ILARIA
Gente di Caposele Gente di Caposele 163 Ieri ieri Noi dobbiamo assecondare il malcontento che serpeggia oggi e che ha antiche radici e ciascuno, per quello che può, deve alimentare la protesta che cova sotto la cenere. Ora, o mai più, Caposele potrà rialzare la testa…” Donn’Ersilia annuiva e confermava la sua identità di veduta col marito. Quella donna mite e timorata di Dio, dalla voce dolce ma ferma e persuasiva… aveva già da qualche tempo interpretato il pensiero dominante e non lasciava cadere occasione nel parlare a tante altre donne del pericolo incombente. Le sue parole, alle ricorrenti motivazioni, aggiungevano anche la ferma convinzione di non lasciare soli gli uomini in quella diffcile battaglia, consapevole del fatto che solo le donne, con la loro irruenza, avrebbero potuto evitare di esporre i mariti e i fgli in una vicenda rischiosa. Ella era solita ricordare che le rivolte e le proteste condotte dai soli uomini in passato avevano sempre avuto esiti disastrosi: la legge sapeva essere dura e poco conciliante con gli uomini e sbandava quando a scendere in campo erano le donne. Coltivava in sé, inoltre, la speranza che la proverbiale combattività delle donne di Caposele, già messa alla prova in più di un’occasione, anche questa volta sarebbe stata utile e decisiva. E, così, auspicava che fossero le donne innanzitutto a scendere in prima linea e in forma massiccia infschiandosene delle intimidazioni delle forze dell’ordine, del fatalismo di certi benpensanti e delle tiepidezze del clero locale. Quel giorno d’aprile era atteso l’arrivo del prefetto Tamburrini. Quella venuta era vissuta e sentita come la presa di posizione fnale dello Stato, che di fronte al tentennamento delle autorità locali, assumeva uffcialmente la decisione di sostenere le ragioni dell’Acquedotto Pugliese. Un vero e proprio atto di pressione avrebbe dovuto piegare le ultime resistenze. Piazza Plebiscito, già dalle prime ore del mattino, andava affollandosi. Ai primi capannelli di anziani che si assiepavano lungo le mura della Chiesa Madre, man mano si univano tanti giovani. Apparentemente dominava la calma e le discussioni di tanto in tanto erano smorzate dall’intervento dei carabinieri della locale stazione, capeggiati dal brigadiere Pappacena. Nel frattempo si riversavano in piazza e nei vicoli circostanti altri carabinieri spediti dalle stazioni viciniori e tra loro spiccava la presenza di agenti in borghese. Verso le 9.30 scesero in piazza Don Camillo, Donn’Ersilia, Antonio Farina, Rocco Iannuzzi e dopo di loro alcuni contadini combattivi… Come se si fossero dati appuntamento, ecco verso le 10.00, schiere di donne giungere da ogni dove; venivano da Capodifume, dal Castello, dai Casali, dalla Portella. Sembravano assediare una piazza già carica di nervosismo e di tensione, il loro vociare insistente ormai surclassava tutti gli altri convenuti. La piazza, verso le 11.00, era ormai stipata e surriscaldata all’inverosimile: bastava l’arrivo di qualche sconosciuto dal fare sospetto che si levavano, ad ondate, mugugni e grida. Fino a quell’ora Don Pasquale non s’era visto in piazza; furono alcune donne DON PASQUALE ILARIA
Gente di Caposele Gente di Caposele 164 Ieri ieri combattive ad accorgersi della sua assenza e si precipitarono per invitarlo a salire in piazza con loro. Egli, dopo qualche attimo di esitazione, le seguì, noncurante del divieto notifcatogli dai Carabinieri di non farsi vedere in giro quella mattina. Non appena su via Zampari apparve la sagoma nera di una “Balilla” scortata da camionette dei carabinieri, la piazza sembrò infammarsi ed esplodere. Le forze dell’ordine presenti cominciarono a constatare la loro impotenza e a convincersi della sottovalutazione di una sommossa che si sarebbe potuta sollevare ad ogni minimo atto di provocazione. Si trattava, allora, di scegliere tra la vigilanza attiva in mezzo alla gente per scoraggiare intemperanze e tra la tutela delle autorità provinciali ormai giunte al Piano. Si scelse, allora, di aprire un varco tra la folla mediante un servizio d’ordine a catena per garantire al prefetto un sicuro accesso verso via Caprio. Non si poteva sperare, d’altra parte, in un intervento collaborativo degli squadroni dei giovani fascisti Caposelesi, schierati lungo via Zampari in atteggiamento più caricaturale che intimidatorio. AMATO MATTIA da Direttore generale de l’Unita’ a editore Amato Mattia, caposelese purosangue, Direttore Generale de L’UNITA’, il manager che ha risanato il giornale del PDS partendo da un defcit di 40 miliardi, compra una testata gloriosa “TUTTOSPORT” e fonda la casa editrice “ROSABELLA”.Gli articoli riportati in questo servizio sono stati tratti dalle riviste “PRIMA COMUNICAZIONE” e “IL VENERDÌ di REPUBBLICA”. Siamo lieti ed orgogliosi di ospitare nelle pagine del nostro giornale questo illustre caposelese che con i suoi successi onora il Paese di origine. Sprofondato nel grande divano damascato che occupa quasi tutta una parete della sua nuova editrice Rosabella, Amato Mattia sembra molto compiaciuto del camino, delle grandi fnestre e del suo uffcio che dà sull‘alberato viale Giulio Cesare, a Roma. Sul grande terrazzo che prende tutta l’area della palazzina dove hanno sede gli uffci di Rosabella, lunedì 20 maggio, industriali ed editori della carta stampata e politici del Pds hanno salutato Amato Mattia che lascia l’incarico di amministratore delegato dell’ Unità (ma resta nel consiglio di amministrazione) e muove i primi passi come editore indipendente. In un clima di doppio festeggiamento (quello per Mattia e quello per l’arrivo al governo del Pds) amici di affari e amici di ideolo-
Gente di Caposele Gente di Caposele 165 Ieri ieri gia hanno augurato ad Amato Mattia lunga vita felice tra giornali e cassette, rese e fatture, abbonamenti che non funzionano e pubblicità che scalchigna, giornalisti inamovibili. Il meglio insomma del mondo editoriale moderno. Alla festa c’erano Lorenzo Niccolini, amministratore delegato della Marco e socio di minoranza diTuttosport; Riccardo Beretta con il fglio Roberto (stampatore dell’ Unità a Bologna); Marco Benedetto, amministratore delegato dell’Editoriale L’Espresso; Alfredo Roma, amministratore dell’Ansa. Naturalmente c’erano anche i due direttori dei giornali che, ciascuno a suo modo, devono a Mattia la poltrona: Giuseppe Caldarola dell’ Unità e Gianni Mina diTuttosport, accompagnato da una giovane e robusta signora che con un certo brivido veniva indicata come “la fglia del Che” (cioè di Che Guevara, il mitico guerrigliero cubano). A testimoniare amicizia e riconoscenza a Mattia (che dall’87 si è dedicato anima e corpo all’Unità: nel ‘94 ha continuato a lavorare mentre si curava per un tumore a una gamba) alla festa di Rosabella erano presenti molti importanti dirigenti del Pds tutti di ottimo umore. C’era il segretario Massimo D’Alema con Linda, la giovane moglie, Fabio Mussi, Piero Fassino, Giorgio Macciotta, Vincenzo Vita. C’erano Cito Maselli e Ettore Scola, in rappresentanza del mondo del cinema; Miriam Mafai, che dopo una breve esperienza da parlamentare è tornata al giornalismo e ai libri (è appena uscito da Mondadori il suo “Botteghe oscure addio”) e i cugini Simona e Alfo Marchini. Assente giustifcato Walter Veltroni, impegnato come vice presidente del Consiglio nella riunione per le nomine dei sottosegretari. Mattia debutta come editore a fne dicembre ‘95 acquistando la maggioranza - il 79% poi sceso al 57,5% - di Tuttosport, per poi mettere in piedi nell’aprile ‘96 Rosabella, che decolla con il contratto di gestione delle testate della Juventus, si garantisce i diritti per l’italia delle guide di Time out e tratta l’acquisto di Italia Radio. Per un comunista ingraiano che sembrava votato alla politica un bel cambiamento esistenziale: “Qualsiasi scelta Amato faccia, la fa in maniera totale e appassionata”, racconta il fratello Rocco che lo ha aiutato a ristrutturare i nuovi uffci (dotati anche di cucina, viste le ore che Mattia passerà lì dentro). Nella carta stampata Mattia ha cominciato a lavorare per caso (lui dice “per fame”) quando è stato assunto all’Unità come capo del personale nell’87, dopo essere stato uno scatenato attivista di base, responsabile per dieci anni della segreteria del sindaco di Roma, funzionario della federazione del Pei ad Avellino. Nato nel 1951 a Caposele nell’Altalrpinia, dove il padre gestiva il mulino e il frantoio (ancora di proprietà della famiglia), Mattia nasce e cresce comunista, ma per fare il liceo classico è costretto ad andare in seminario, come spesso succedeva ai ragazzi di quei paesi isolati: “Il ginnasio più vicino era a due ore di corriera”, ricorda. “Così sono andato al piccolo seminario di Sant’ Andrea di Conza. Ed è stata una vera fortuna perchè quegli anni mi hanno insegnato cosa signifca vivere e lavorare in comunità”. AMATO MATTIA
Gente di Caposele Gente di Caposele 166 Ieri ieri I due anni e mezzo passati nel piccolo seminario di tono francescano sono nel ricordo di Mattia eccezionali: l’intensa vita collettiva della minuscola comunità riempie a tal punto la fame sociale del giovane che arriverà a confonderla con la motivazione religiosa fno a sforare l’idea di prendere i voti. Ma basta il trasferimento al più importante istituto di Sant’Angelo dei Lombardi, dove le regole sono schematiche e rigide e le gerarchie clericali, perchè la vocazione iniziale del giovane seminarista evapori di colpo. Grazie all’interessamento del vescovo locale (che gli invia persino 50mila lire in regalo, accompagnate dal biglietto ‘Semper melius abundare quam defcere’), Mattia viene spedito a Bologna, presso la comunità Onarmo (Opera nazionale di assistenza religiosa e morale operai), organizzazione antesignana di preti operai: “I preti sono sempre stati molto tolleranti nei miei confronti”, ricorda Mattia, che a Bologna frequentò il liceo e si butta nell’attività politica e sociale. Ed è proprio a Bologna che fa la sua prima esperienza in campo editoriale come venditore esclusivo per un vecchio professore che edita un libro (con la copertina fatta di specchio) di massime flosofche per imparare a vivere meglio. Stessa vita all’insegna della precarietà (dormire e mangiare dove capita, pochi soldi in tasca) anche a Roma dove Mattia si iscrive a giurisprudenza e continua a fare attività politica nel Pei. Insofferente, resiste pochi giorni alla mitica scuola di partito che forma la classe dirigente comunista. “Era di una noia infernale: la battuta che girava era che ci preparavano non per la dittatura, ma per la dettatura al proletariato”. L’intollerante Amato preferi-sce lavorare alla federazione romana del Pei e fare attività politica tra gli studenti dove diventa vice presidente dell’Opera universitaria. Nel 1975, quando i comunisti vincono le elezioni amministrative a Roma, Luigi Petroselli, allora segretario regionale del Pei, segnala Mattia per il posto di capo della segreteria del futuro sindaco, lo storico dell’arte Giulio Carlo Argan. Mattia riceve la proposta dell’ incarico mentre è a Lecce ospite dei suoi amici Gianni e Cesare Saivi. Parte in fretta e furia e quando arriva a Roma si rende conto di non avere le chiavi di casa e di non potersi cambiare d’abito per l’incontro con Argan. Si presenta, dunque, in Campidoglio in jeans e maglietta. Il sindaco non fa una piega, mentre allibiscono i compagni comunisti della giunta. Argan stabilisce un rapporto molto stretto con l’intemperante Mattia che diventa il suo consigliere politico. Mattia decifra per Argan metodi e trucchi della politica; Argan insegna a Mattia regole e modi della buona educazione oltre al cerimoniale del Campidoglio, dove in quegli anni passano personaggi importanti della politica e della cultura internazionali. In Campidoglio Mattia lavora dieci anni: dopo Argan collabora con Petroselli e poi con Ugo Vetere (con cui non ci sarà mai feeling). Prima delle amministrative dell’ 85 decide di cambiare vita e di tornare al partito e alla sua gente. Nell’86, in occasione del 17° congresso del Pei, Mattia, ingraiano, si dà da fare per i suoi compagni in Irpinia. AMATO MATTIA
Gente di Caposele Gente di Caposele 167 Ieri ieri Ci riesce, ma non gli porterà buono: alla federazione di Avellino questo giovanotto poco più che trentenne, di grande attivismo e un po’ insofferente suscita sospetti e malumori. Mattia - che soffre ancora oggi quella esperienza - abbandona e nell’87 torna a Roma senza un lavoro, senza soldi. L’amico Ingrao gli affda un lavoretto al Crs, il Centro riforma dello Stato, dove un giorno Mattia incontrando Piero Sansonetti, giornalista dell’Unità, viene a sapere che al quotidiano cercano un segretario di redazione. Si candida, ma per quel posto è necessaria la qualifca di giornalista professionista. Emanuele Macaluso, direttore del giornale, insiste con l’editore, Armando Sarti, per trovare un ruolo a Mattia. Sarti gli offre quello di vice capo del personale, Mattia chiede la piena responsabilità. E la spunta. Nel 1987 incomincia, così, la sua carriera nel mondo dei giornali con la spinosa trattativa per la chiusura della tipografa del quotidiano comunista già allora sfancato dai debiti. In un mese e mezzo arriva all’accordo. Da capo del personale diventa responsabile dell’organizzazione, poi direttore generale e consigliere di amministrazione e nel ‘93 amministratore delegato. Alla direzione, dopo Macaluso si succedono Massimo D’Alema, Renzo Foa e Walter Veltroni. Il giornale cerca di distinguersi sempre più dal foglio di partito, lancia alcune brillanti iniziative promozionali come le fgurine dei calciatori e soprattutto i flm in videocassetta. Intanto vanno avanti il taglio dei costi e la riduzione dei debiti. Nel ‘94 Mattia porta a segno il trasferimento della gestione della testata a una nuova società, l’Arca, lasciando i debiti pregressi, circa 40 miliardi, all’ Unità spa. La gestione dei rapporti con le banche creditrici, tra cui c’è la Banca di Roma, fanno di Mattia un esperto del sistema creditizio. AMATO MATTIA di Massimo D’Alema Ho appreso con grande dolore della scomparsa di Amato Mattia. Ricordo che solo poco tempo fa venne a trovarmi nel mio uffcio. Ormai erano visibili i segni della sua lotta contro il male. Eppure Amato non smetteva di sorridere, di scherzare, trasmettendo una carica vitale impensabile per un uomo nelle sue condizioni. In questa sua capacità c’era un tratto distintivo della sua personalità, la sua grande forza. Non ha mai smesso di combattere contro la malattia, cercando di far pesare il meno possibile, a se stesso e agli altri, la sua drammatica condizione. Amato Mattia ha fatto molte cose nella sua vita, tutte animate dalla tenacia e dalla passione politica, sempre ispirato da un ‘interpretazione moderna AMATO MATTIA
Gente di Caposele Gente di Caposele 168 Ieri ieri del ruolo della sinistra nel nostro Paese. E’ stato dirigente di partito, collaboratore prezioso di Argan e Petroselli a Roma, dirigente de “l’Unità” impegnato nel risanamento e il rilancio del giornale. E’ stato imprenditore privato, abile e fantasioso, che ha costruito importanti iniziative editoriali. Tutto questo lo ha fatto convivendo a lungo con la malattia, affrontandola con la stessa intelligenza, la stessa tenacia e la stessa serenità con la quale ha affrontato tutte le sfde della sua vita, compresa l’ultima, la più terribile. Questo suo modo di essere trasmetteva fducia a chi lo circondava, agli amici, ai familiari, ai suoi colaboratori. Ora lo abbiamo perso. Ci mancherà molto, a tutti noi che lo abbiamo conosciuto, al suo partito che gli ha voluto bene, ai suoi cari e anche a me che ho avuto la fortuna, poco tempo fa, di vederlo sorridere un‘ultima volta. Amato Mattia di Antonio Sena Amato Mattia diceva sempre, citando B. Brecht, che la differenza tra le classi subalterne e quelle dominanti consiste sostanzialmente nella conoscenza e nell’uso appropriato delle parole: un contadino, un operaio, un artigiano può, al massimo, arrivare a conoscere nel corso della sua esistenza un centinaio di parole legate, per lo più, al proprio specifco contesto ambientale e lavorativo; viceversa, un capitalista e tutti coloro che esercitano il potere sicuramente ne arrivano a conoscere più di mille. Amato Mattia, giovane virgulto e organizzatore della prima F.G.C.I. di Capasele, ragionava spesso intorno a questo argomento e, citando A. Gramsci, aggiungeva che uno dei compiti più specifci ed ardui degli intellettuali meridionali fosse quello di imparare quante più parole possibili e, tramite loro, saper stabilire un rapporto di comunicazione con le classi subalterne, riuscire ad interpetrarne i bisogni, inseriti in una strategia di emancipazione e costruire insieme una linea coerente di condotta politica. Nel corso dei nostri incontri giovanili, quando anche a Caposele si parlava serratamente di tutte queste cose, quando si riconosceva palesemente il primato della “politica”, quando si avvertiva in ogni dove che stesse per succedere “qualcosa”, quando si discuteva appassionatamente sul “che fare”, Amato Mattia era solito fare ardere una candela a simboleggiare la luce delle idee che dovevano rischiarare i discorsi, le parole e le azioni, che, in quel particolare periodo, tutti amavano profondere in grande libertà. Questo rito propiziatorio, importato chissà da dove, era oggetto di bonaria, ma feroce, celia per l’inconsueto, in quei tempi, accostamento del leninismo ad una sorta di tardoplatonismo. E’ nel carattere dei Caposelesi la connaturata predisposizione alla battuta allusiva, eufemistica, sdrammatizzante. Amato Mattia non si scomponeva più di tanto, accettava di buon grado e lui per AMATO MATTIA
Gente di Caposele Gente di Caposele 169 Ieri ieri primo era pronto a riderci sopra. Amato Mattia era convinto che alla chiarezza ed alla bontà delle idee doveva seguire un’altrettanta chiarezza e bontà delle parole, tanto che, per esorcizzare i vari settarismi alla moda, non disdegnava di esporre le proprie tesi nel campo degli avversari politici; sosteneva infatti con sicurezza che alla fne di un qualsiasi incontro, dibattito o assemblea gli sarebbe stato suffciente, come risultato minimo, riuscire a strappare il consenso di un solo ascoltatore e a farne restare nel dubbio un altro paio; e questo, a suo parere, lo si poteva ottenere solo con un’esposizione chiara e rigorosa delle proprie tesi, mettendo le parole giuste al posto giusto. Amato Mattia, già in quegli anni, si era allontanato da Caposele, ma interveniva comunque con assiduità ed impegno nelle vicende della locale Sezione del Partito Comunista ; nelle assemblee organizzate, come pure in qualsiasi riunione improvvisata, dimostrava che ormai di parole ne conosceva già più di mille ; ma il fatto importante è che dietro le parole c’era un discorso strutturato, mediante il quale veniva comunicato agli astanti una lucida organizzazione strategica che legava continuamente i problemi locali all’evoluzione della politica nazionale. Affabulazione e vis oratoria: il passo per salire su di un palco fu breve. Alla fne degli anni settanta un comizio di Amato Mattia a Caposele era già un evento : “Muserà parla Matucciu”. Durante le campagne elettorali, sia in quelle perse che in quelle vinte, infondeva nei compagni baldanza e sicurezza. Le parole che riusciva a mettere una dietro l’altra erano più di diecimila. Negli anni seguenti, quando svolgeva un ruolo importante e di prestigio all’interno della vita politica capitolina Amato Mattia aveva bisogno continuamente di incrementare, nel senso brechtiano, il suo patrimonio linguìstico per far fronte ad un sistema di relazioni e di poteri sempre più complesso. Nel suo prorompente attivismo ed effcientismo trovava il modo di dare un valido contributo anche alle vicende, che in quegli anni segnarono la storia postsisma del suo paese natio, senza, peraltro, cadere nel “clichè” dell’interessato dispensatore di posti e di favori. Nella sua, seppur discontinua, presenza politica caposelese. Amato Mattia ha mostrato talento di attivista e di dirigente, capace, come pochi, di trasmettere una sorta di “unio mystìca” tra militanti comunisti e Partito, prima della trasformazionedissoluzione-scomparsa di quest ‘ultimo; all’apertura di un Congresso nella seconda metà degli anni ottanta, in seguito a speciose montature di parte, non esitò a dichiarare che i compagni e gli amici vanno difesi sempre e comunque, perché la relazione di “appartenenza” a quel Partito era la prima garanzia di una dirittura morale e politica. Per molti caposelesi resta un rammarico: la sua non assidua partecipazione alla vita amministrativa di Caposele dopo che fu eletto a consigliere comunale. Questo, a suo parere, lo si poteva ottenere solo con un’esposizione chiara e rigorosa delle proprie tesi, mettendo le parole giuste al posto giusto. Qualche anno fa (n°57 de “La Sorgente”) abbiamo avuto l’occasione di mettere AMATO MATTIA
Gente di Caposele Gente di Caposele 170 Ieri ieri l’accento sulla specifcità caratteriale dei caposelesi : gente di fume ; quel fume Sete una volta copioso ed impetuoso. All’acqua che scorre ed al suo amaro invito al viaggio senza ritorno i caposelesi debbono una loro piena cognizione del divenire, a volte carico di spavento, di precarietà, di irrevocabilità. L’acqua che scorre è anche portatrice di eufemismi che smussano le avversità. Amato Mattia sembrava essere consapevole di queste impronte caratte-riali : alzava il tono dello “scherzo” strapaesano o goliardico solo per provocare scenari di bonario divertimento; a sua volta accettava con autoironìa anche di esserne vittima; trascinava i coetanei in situazioni al limite del buon senso comune, siautoproponeva al confronto con il sacro e l’ineffabile nel tentativo di svelarne la vera natura. La drammatizzazione dell’acqua che scorre e l’opera umana che ne immunizza gli effetti devastanti è la metafora che più lega Amato Mattia alla gente di Caposele. Tra le cose che più provava gusto a raccontare c’era l’episodio del “verderame”, realmente accaduto nella sezione del P.C.I. di Caposele, che qui, purtroppo, sarebbe troppo lungo rievocare nelle sue sfumature più surreali e divertenti. L’ultima volta che vidi Amato Mattia fu, qualche anno fa, in occasione di una cerimonia funebre a Caposele; mi disse, ricordandomi anche dell’occasione precedente, che doveva succedere un evento funesto per farci incontrare. Avemmo tuttavia modo di parlare per pochi minuti, articolando insieme un breve ragionamento su come il supporto sociale durante tali tristi circostanze venisse spontaneamente in soccorso per far fronte alla rottura della rete di relazioni di cui la persona scomparsa era nodo; commentammo, se ben ricordo, come l’insieme dei convenuti tendesse ad autorappresentarsi come comunità, al pari di un qualsiasi altro evento festivo. Anche quell’ultima volta il discorso non era stato formalmente banale o scontato né era mancata la solita connaturata ironia. Dopo di allora dagli altri e dalla stampa ho appreso come Amato Mattia avesse continuato a trovare affermazione e consenso in ambienti dirigenziali a livello nazionale. Un passo indietro di circa 35 anni. Eravamo alle soglie delle scuole superiori. Andavamo io ed Amato Mattia, in orari diversi, a ripetizione per gli esami di riparazione di settembre presso la casa di una assai brava e preparata professoressa. Ci incontrammo una mattina, come spesso accadeva, sotto l’ampio e fresco androne di ingresso di quella nostra scuola estiva. Io avevo fnito il mio turno, lui iniziava quello successivo. Quella volta Amato Mattia aveva un’aria stranamente preoccupata. Mi trattenne per un braccio e mi fece sedere su una soglia di pietra lisciata, aprì un libro di grammatica latina con delle frasi sottolineate e puntò il dito sulla parola “Mirmidoni” e me ne chiese concitatamente il signifcato. Di sicuro negli ultimi anni della AMATO MATTIA
Gente di Caposele Gente di Caposele 171 Ieri ieri sua vita Amato Mattia di parole ne conosceva quasi centomila. A me fa piacere pensare che quella mattina Amato Mattia abbia imparato la sua centounesimaparola. Un amico perduto di Gerardo Ceres Amato Mattia prima di ogni cosa credo possa essere ricordato il suo forte amore per la goliardia. il gioco, il sorriso e l’amicizia. Che poi é come dire amore per la vita e per gli uomini.Di Amato Mattia, ora che non c’è più, ora che una morte infame lo ha sottratto alla vita e ai suoi sconfnati progetti di lavoro e di impegno, non può non essere rispolverato qualche sprazzo di ricordo di quel tempo breve e tuttavia intenso che molti di noi hanno con lui condiviso a metà degli anni ottanta, quelli successivi al terremoto che colpì Caposele e larga parte dell’Irpinia. In questi ricordi c’è Amato che diede un impulso prezioso all’azione politica della Federazione irpina dei comunisti italiani, con quella tenacia della quale erano capaci i funzionari forgiati alla scuola quotidiana del partito, ma con una dose di fantasia del tutto sconosciuta nelle stanze fumose e grigie di Via del Balzo. In questi ricordi c’è Amato che lavora a riannodare i n modo più sistematico la rete della Federazione con le sezioni locali e tra queste e i tanti militanti impegnali coraggiosamente a gestire le fasi successive alla prima emergenza che seguì al terremoto del 1980. La metafora di questo suo generoso sforzo è stata, in quegli anni, una sbuffante e stanca Renault 2 CV, letteralmente massacrata lungo le strade polverose dell’Alta Irpinia. In questi ricordi, pensando ad Amato, è facile rincontrare i volti di tante persone; quelle di Calitri, di Aquilonia. Sant’Andrea, Andretta e di tanti altri comuni con i quali egli, appunto, non perdeva occasione per motivarli alle iniziative politiche di cui si faceva il naturale promotore. Sarebbe stato del tutto naturale se in occasione del congresso provinciale di Grottaminarda del 1986 fosse stato eletto alla massima responsabilità politica della Federazione. Pesarono allora gli intrighi di vertice e vinsero le paure dì chi soffriva e guardava con sospetto il protagonismo di questo dirigente. Amato, venuto da Roma, anche se dai natali irpini. Tuttavia l’amarezza è sempre dietro l’angolo per chi è impegnato in politica ricoprire altri incarichi. In questi ricordi c’è l’appassionato oratore della campagna elettorale per le comunali di Caposele del 1985 in cui rifacendo il verso - in lui certamente sincero - a Giorgio Amendola, a conclusione dei comizi, accoratamente invitava “al lavoro e alla lotta” tutti i compagni ed i militanti. Tanto acclarata è stata questa sua grande capacità comunicativa, peraltro tanto temuta dagli avversari, che, tornato già a Roma, gli fu chiesto di tornare ancora, AMATO MATTIA
Gente di Caposele Gente di Caposele 172 Ieri ieri come in occasione delle comunali del 1990 e per il ballottaggio alle elezioni provinciali del 1995, a contribuire al successo del suo partito e dei compagni. In questi ricordi c’è la soddisfazione di tanti di noi nel vederlo direttamente impegnato nel rilancio editoriale de “L’Unità”, il giornale del suo partito, prima come direttore del personale, poi come direttore generale ed infne come amministratore delegato. Anche in questa occasione si è potuto apprezzare il grande slancio creativo di Amato che con lo staff del giornale e con l’ allora direttore editoriale, Walter Veltroni, lanciarono l’idea di allegare a “L’Unità” prima delle collane di libri, poi delle audio cassette e infne le collane tematiche di grandi flm. E’ anche colpa sua, per esempio, se i miei scaffali sono ricolmi disordinatamente di questo preziosissimo materiale che gelosamente custodisco tra la polvere. E’ anche colpa sua se quell’idea, poi copiata da tanti altri giornali, è degenerata in un fenomeno incontrollato di overdose da gadget di cui è oggi malata la stampa italiana. In questi ricordi, terminata l’esperienza appassionante de “L’Unità”, lo si ritrova azionista di controllo di “Tutto sport”, giornale torinese, pronto a rischiare tutto in un impegno diretto come editore. In tale veste è facile comprendere l’emozione di saperlo, io juventino da sempre, editore addirittura dell’organo uffciale della Juventus, con l’esclusiva sulle immagini della Vecchia Signora. E che avrebbero detto Togliatti, Berlinguer e Lama, grandi comunisti e grandi juventini? Eppure un imprenditore non può mai cullarsi su ciò che già è acquisito, deve necessariamente mettere in cantiere nuove idee e realizzare nuovi progetti. In questo senso nascono pregevoli iniziative come “Time out”. mensile sugli avvenimenti culturali romani, e “Il Diario della settimana”, che resta ancora oggi trai migliori strumenti informativi del panorama della carta stampata italiana. In più, come se non bastasse, volle assumersi anche l’onere di rilanciare Italia Radio, l’emittente del Pds, da tempo in crisi di risorse fnanziarie. Nel turbinio di queste sue appassionanti vicende politiche ed imprenditoriali fu una mazzata incredibile sapere, da timide voci sussurranti, che Amato stava, tra le altre cose, combattendo una battaglia cruciale e cosciente contro il tumore. Eravamo in tanti arrivati a credere che ce l’avrebbe fatta: perché, per uno come Amato non poteva essere diversamente. Nel turbinio di questi ricordi, solo in parte qui riproposti, ci sono gli ultimi ed amari di una serata allegra di festa, quest’estate, interrotta dalla notizia della sua morte, dei giorni di attesa per il ritorno della salma dagli Stati Uniti, la camera ardente nel salone de “L’Unità”, la commemorazione di Walter Veltroni nella sala della Promototeca del Campidoglio, la presenza di tanti uomini noti e non del mondo della cultura e dello spettacolo, della politica e del sindacato, i funerali di Caposele sotto gli scrosci di un acquazzone agostano (mi è parso di vederlo, Amato, da qualche parte, che se la rideva per quel suo ultimo scherzo gioioso). AMATO MATTIA
Gente di Caposele Gente di Caposele 173 Ieri ieri Alcuni di noi lo ricorderanno poi per particolarissimi ed intimi episodi di vita quotidiana dove prevalevano, in Amalo, le doti di grande affabulatore ed inventore di giochi e di scherzi indicibili. Anche per questo e per tanti altri motivi, non ultimo quello di aver sempre “gettato il cuore oltre gli ostacoli”, spero che ad Amato, così come auspicalo da Veltroni a conclusione della commemorazione capitolina, sia davvero “lieve” la terra del cimitero di Caposele sotto cui riposa, quello stesso cimitero che quando ci passava in automobile era solito, laicamente con la mano, salutare -diceva - “i miei amici di Caposele”. AMATO MATTIA
Gente di Caposele Gente di Caposele 174 Ieri ieri ANGELINO MEO di Vania Palmieri Di lui resta il ricordo unito alla esortazione di non abbandonare chi soffre la solitudine. Di lui restano la cordialità, la simpatia, l’ingenuità dell’eterno ragazzo che, per sembrare adulto, guardava il mondo con fnta aria spavalda, con l’eterna sigaretta tra le labbra, aggrappato a quel bicchiere, unico suo nemico. Angelo ha capito la favola della vita. Ha attraversato con semplicità l’esistenza annullando il contrasto tra il corpo e la mente, tra il bene e il male. Ha sfdato perbenismo, classi sociali, indifferenza, emarginazione. Aspetti di una cosiddetta cultura che sta morendo, di una “civiltà” che è in crisi per mancanza di ideali, di speranze, di sogni. ‘Ngiulino era idealista, ottimista, sognatore. ‘Nghilinu di Antonello Malanga Tutt’a un tratto, mentre ci si accingeva alla rituale passeggiata in Via Roma, un famelico urlo ci scuoteva: era Lui che sghignazzando compiaciuto si presentava, rodomonte, prendendosi gioco di noi, supponente, supponendo di farci paura; ripeteva poi più volte lo stesso rito ai danni di altri od altre passanti ... Lui era ’Ngiulinu Papusciu, ’Nghilinu per la maggior parte; gli ho contato una buona dozzina di ”sturtinomi”(tutti meritati) con cui veniva scherzosamente chiamato in paese: uno per tutti Kempes, del quale ricordava a tratti il gesto atletico piuttosto che la capigliatura fuente. Ho cominciato a sentir parlare di ’Nghillo più o meno verso la metà degli anni ’70, quando pare si impossessò di una macchina a caso che guidò, narrano, lungo tutto il paese senza patente e in prima marcia, fno a fonderle letteralmente il motore (!), scusandosi con il proprietario di non averlo fatto apposta! Fatto il militare, dove potè sfogare la sua indole di persona libera da tutto e tutti librandosi e liberandosi nell’aria attraverso ripetuti lanci col paracadute dei quali, smargiasso, si vantava, ritornò defnitivamente a Caposele prima del terremoto, non dopo qualche altra peripezia. Raccontano di lui che fosse un tipo burbero, permaloso, manesco, sempre incline alla legge della percossa che fermamente dava (poco) e riceveva (spesso): erano altri tempi quelli! Il dopo terremoto, come per tutti, gli aveva cambiato un po’ la vita e lo aveva indirizzato defnitivamente ad una strada senza ritorno ... Gli piacevano le donne e la birra Peroni, ma ben presto abbandonò le prime per la seconda: beveva ad libitum dalle prime luci dell’alba fno al crepuscolo, quando stanco a dir poco ti chiedeva il passaggio sino a casa nella quale sempre, ringraziandoti cordialmente per averlo accompagnato, ti invitava per poterti offrire
Gente di Caposele Gente di Caposele 175 Ieri ieri un bicchierino ... Il suo fare, spaccamonte, a taluni non troppo era gradito; molestamente simpatico, tronfamente rodomonte, machiavellicamente e bellamente servizievole, elegantemente vanitoso, candidamente arrogante, saccentemente umile: ignorante. Non aveva ”scuole alte” ma nascondeva benissimo dietro i suoi occhiali da intellettuale basco il non saper affatto leggere e far di conto. Troppo presto si era infatti trovato a dover far di conto con le cose ”pratiche” della vita, tanto che tempo (e voglia) per studiare non ce n’era ... Capivi che voleva a volte ”spiccare” l’italiano da quella leggera e strascicata infessione musicale che egli conferiva all’ultima sillaba della parola pronunciata comunque in dialetto, il tutto accompagnato da gesti di piglio guappesco e da pose alla ”yuppi du” (tono rudemente dolce o sigaretta biascicata tra pollice ed indice). Famosissimo il suo improprio uso degli ausiliari dialettali, quelli che non si studiano a scuola: ”so dittu” anzichè ”aggiu rittu”(ho detto) (notare il cambio di consonante da ”rittu” a ”dittu”, che esiste si in dialetto, ma solo alla terza persona del passato prossimo); oppure il famoso ” so pa’atu” anziche ”aggiu pa’atu (ho pagato), fnissimamente passiveggiante ... Sovente ti fermava per strada propinandoti uno dei suoi arcinoti e mo¬lesti aneddoti-indovinello; non potevi assolutamente esimerti dal partecipare al gioco, pena minacce. Uno famosissimo del quale riteneva essere Lui unico depositario della soluzione (!?) era il seguente (testuali parole): ” ’Na gaddina, probbiu ’ngimma a la ponta r’ la mundagna, fa l’uovuuu???! (in italiano) . Addu car’ l’uovu, ... a nord o a sud? ” – E rideva schiamazzando compiaciuto di sè. Ma c’era poco da ridere, poichè commetteva sempre l’errore di mettere la gallina al posto del gallo nell’indovinello! ...Ah, ’Nghillo, ’Nghillo!! Altre volte per stare al suo gioco gli ponevamo noi quesiti tra i più vari, come il seguente: ” ’Ngiuli’, la mamma dà 1.500 lire alla fglia e la manda a comprare la frutta. Se le pesche vanno a 1.000 lire al chilo, a quanto vanno le mele? Pensaci bene prima di rispondere! ” – Lui, dopo aver pensato un po’, mani ai fanchi, poi aiutandosi col suo proverbiale dito indice a mo’ di calcolatrice, rispondeva più che sicuro: ” Vann’a 450 a testa!! ” – Risate generali. Io me lo ricordo cosi; burbero e benefco, guascone, dal cuore buono e dall’indole in fondo generosa. Ma ora non c’è più. Un piccolo pezzo di un piccolo paese non c’è più. Una mattina freddissima di questo freddissimo inverno ci ha defnitivamente lasciati. No, non lo rivedremo più, mai più seduto sugli angoli di questo paese, il vecchio paese. Anzi no. Lo abbiamo visto ancora, una sera qualunque e anticipandolo gli abbiamo chiesto a bruciapelo, caduti nel suo ennesimo ”tranello” lì all’angolo, quanto esattamente valesse un Euro!? Lui ha subito posato l’ennesima ANGELINO MEO
Gente di Caposele Gente di Caposele 176 Ieri ieri bottiglia di Peroni vuota si è letteralmente rimboccato le maniche del giubbotto ha preso tempo ... pensando... pensando e poi ci ha risposto: ”... Accumm’ sacciu ìu ’p’mmè val’ ...: Ciendu lir’!!!!! ”– E sghignazzando, sicuro, convinto di averci dato l’esatta risposta anche questa volta, cantando un suo ritornello che fa ”... E tu ... e noi ... e la vedi in un sogno ...” è sparito là, in fondo alla strada, un’altra volta e per l’ultima volta … questa volta. VINCENZO CETRULO di Antimo Pirozzi Vincenzo CETRULO, il giorno 8 settembre 2002, ha cessato la sua esistenza in conseguenza di un male inesorabile. Il suo ricordo è sempre presente in noi soprattutto per il suo modo d’essere: Schietto e gioviale. Lo ricordiamo particolarmente perché teneva un linguaggio simpatico e appropriato. Non aveva mai abbandonato quelle espressioni di “vecchio e autentico carabiniere” che accompagnano l’esistenza. Viene ricordato dai suoi commilitoni come un ottimo carabiniere e un distinto operatore stradale delle Provincia. La sua linea di condotta era improntata nel segno della signorilità. Era schietto, simpatico ed intelligente; sapeva relazionarsi con gli amici anche di ceto sociale elevato. Attento e fedele socio della Pro Loco fn dalla sua istituzione. Era scevro da cariche od incarichi, desiderava essere solo un socio fedele e rispettoso. Il Parroco don Vincenzo, nella sua omelia ne ha tracciato un proflo reale, elogiandolo anche come fgura fedele non distaccandolo dal motto dei Carabinieri “NEI SECOLI FEDELE” come era suo costume esprimersi in circostanze di rilievo.Per noi, caro Vincenzo, la tua dipartita crea un vuoto incolmabile, come del resto, il tuo trapasso non è passato inosservato all’intera comunità. Ti ricordiamo sempre con il tuo vestito particolare da “cacciatore” di velluto color bleu che indossavi nei giorni particolari anche per evidenziare la tua grande passione di “cacciatore molto raffnato”.
Gente di Caposele Gente di Caposele 177 Ieri ieri LA GRANDE TRAGEDIA Nicola Conforti Un anno triste L’anno che sta per concludersi lascia una traccia profonda ed indelebi- l e nell’animo dei Caposelesi e segna un brutto momento nella storia del nostro Paese: una immane tragedia ha ferito a morte quattro famiglie e ha sconvolto e addolorato l’intera cittadinanza. Un anno triste, una storia di dolore e di fragilità umana: quattro giovani hanno perduto la vita in un incidente d’auto alle porte di Caposele. Quattro vite spezzate in così giovane età hanno gettato nel lutto, nel dolore e nella disperazione l’intera comunità. E’ stata, dopo quella del terremoto, la più grave sciagura verifcatasi nel nostro Paese, la più crudele delle disgrazie capitata a quattro nostri giovani e promettenti concittadini. Il Paese tutto, unito e solidale come non mai, si è stretto intorno ai familiari delle vittime ed ha pianto con loro la scomparsa di tante giovani vite. Maurizio Corona Lorenzo Viscido Donato Sozio Alfonso Sozio resteranno sempre nel nostro cuore e nei nostri ricordi La grande tragedia di Vania Palmieri Una corsa nella notte, come in un gioco a rimpiattino con la morte. Poi lo schianto! La dea vestita di nero, mai sazia, ha preteso le sue vittime. Ancora una volta ha colpito. In quella notte di allegria, le risate si sono trasformate in lamenti, in singhiozzi. L’alba per i quattro giovani di Caposele non è mai spuntata. Sull’erba e sull’asfalto, brandelli di corpi, lamiere contorte, silenzi senza più speranze di voci e di vita. Sbigottimento, incredulità, angoscia hanno avvolto Caposele e l’Irpinia. La notizia della dipartita di MAURIZIO Corona, LORENZO Viscido, DONATO Sozio e ALFONSO Sozio ha colpito le orecchie ed è scesa dolorosamente fn nella parte più intima del cuore. La dea vestita di nero ha ghermito senza pietà quattro esistenze che programmavano lunga e felice la linea del futuro. Per loro non ci saranno più. stagioni, albe, emozioni, sogni. C’è stato solo un unico tragico tramonto che ha inghiottito il breve giorno spalancando la porta ad una notte infnita. Noi tutti ci siamo fermati per un attimo a rivivere le sensazioni, ripercorrere le emozioni, a meditare. E con noi i tanti giovani che spesso percorrono le strade con l’incoscienza dell’età, senza rendersi conto che il piede pigiato sull’acceleratore dell’auto può essere l’inizio
Gente di Caposele Gente di Caposele 178 Ieri ieri di una tragedia e la fne della spensieratezza, della felicità, del futuro. Domenica 1° giugno, nella chiesa della Sanità di Caposele, insieme alla Madonna hanno pianto quattro mamme sulla sorte dei loro quattro fgli crocefssi. Quattro croci sono cadute sulle spalle di quei genitori che le trascineranno all’inifnito. Il pianto silenzioso dei presenti si è trasformato in una nenia malinconica che ha accompagnato l’ultimo viaggio di Maurizio,Lorenzo, Donato e Alfonso.Dei quattro amici sempre insieme, anche nella morte. Quando è calata la sera, i ricordi tenuti fno a quel momento lontani, nascosti nelle pieghe di una veste nera, sono tornati, per accarezzare la fronte di chi non ha più lacrime. Piange Caposele, ancora legata a quelle quattro meravigliose piante sradicate, recise. I quattro giovani dormono il sonno eterno in un altro giardino . Nelle loro case, trasformate in piccoli santuari, la gente mormora l’ultima preghiera. Poi il silenzio! Ma nel silenzio, all’improvviso, uno schianto ed un grido disperato: MAMMA!. In quattromila per l’addio ai ragazzi E’ durata quasi due ore la cerimonia funebre per la tragedia che ha colpito Caposele. In piazza Sanità, che si è trasformata in una Chiesa all’aperto, padre Salvatore Nunnari, arcivescovo di S. Angelo dei Lombardi, ha voluto offciare una celebrazione che è stata un susseguirsi di lacrime, accompagnate da grida di dolore. “Siamo stati feriti al cuore - ha detto Nunnari -. Quattro giovani, quattro lavoratori, quattro speranze di questa terra se ne sono andate”. Anche l’arcivescovo non può trattenere la commozione. Il pathos, l’emozione, la tragedia sono troppo grandi. “Diffcile, in questi momenti andare avanti - dice l’arcivescovo con voce rotta dalla commozione, ma è proprio ora che dobbiamo essere saldi, è proprio ora che la nostra fede deve essere più forte”. “Un pensiero anche per le famiglie che stanno affrontando con grande dignità l’immane tragedia dalla quale usciranno con l’aiuto di Dio”, dice Nunnari. Non manca però, da parte del prelato, anche un monito per i giovani. “Da questa vicenda - ha spiegato - dobbiamo capire ancora di più quanto sia importante e forte il senso della vita. Questa triste vicenda, queste quattro vite distrutte siano per tutti i giovani di Caposele una motivazione a non lasciarsi andare e ad apprezzare quanto già hanno”. Dopo l’omelia dell’arcivescovo, è toccato al sindaco di Caposele, Giuseppe Melillo, tracciare un ricordo dei giovani. “In questo momento - ha detto con le lacrime agli occhi Melillo - mi sento piccolo, perché non ci sono parole, non ci sono discorsi che tengano e che possano lenire l’immenso dolore di queste quattro famiglie”. “Perdiamo, ha aggiunto Melillo, quattro onesti lavoratori, quattro giovani che erano stati compagni di giochi dei nostri fgli. Spero solo che il grande sentimento di comune commozione che ha unito questa comunità possa da adesso in poi aiutare questi genitori e questi fratelli affranti per la morte dei loro cari a rendere meno dura e meno amara la loro esistenza”.
Gente di Caposele Gente di Caposele 179 Ieri ieri In ricordo di DONATO CONFORTI Un eterno ragazzo di Vania Palmieri Le rose foriscono a maggio. Profumano e colorano la vita della gente del mondo. La vita di Donato Conforti si è spenta, a dispetto della natura, proprio in una giornata di maggio. L’eterno ragazzo, dagli occhi profondi e spalancati sull’universo, in silenzio, chiedendo scusa ai suoi cari per il dolore che avrebbe procurato, ha interrotto il cammino. Ha spento la linfa che alimentava la pianta. Ha fatto appassire la rosa che profumava l’esistenza di tutti coloro che gli volevano bene. Compresa la mia. Ricordo ancora quando, ancora ragazzo, incontrai Donato per la prima volta in un’aula dell’Istituto Professionale di Lioni. Egli alunno, io novella insegnante. I nostri sguardi si incrociarono e fu subito affetto, amicizia, stima reciproca. Nei suoi occhi limpidi, sinceri, colmi di dolcezza, captai mille domande. Nei miei un po’ più apprensivi e preoccupati, egli lesse, forse, timore per quel lavoro che stavo iniziando. Con semplicità cercò di rendermi quel lavoro meno traumatico il primo giorno di insegnamento. Quando terminai l’appello, ci guardammo. Sorridemmo entrambi e, senza tante parole, siglammo il patto di amicizia, stima e affetto. Patto che, negli anni ci ha sempre unito. Anche quando, coinvolti e distrutti da tante vicissitudini, percorrevamo strade diverse. Donato amava la vita. Amava la musica. Ogni momento per lui era una melodia. Suonata con la fsarmonica o a pianoforte. Suonata spesso con i meravigliosi sentimenti che custodiva nel cuore. Tanti. Tutti belli e coinvolgenti. Tutti legati alla spontaneità, alla speranza. Alla gioia di svegliarsi la mattina ed assaporare la magia di un nuovo giorno. Di addormentarsi la sera, cullato dall’amore dei suoi cari, felice dell’affetto degli amici, riconoscente a Dio per avergli regalato una giornata di serenità. Le strade, le piazze, la gente di Caposele erano il suo mondo. Il periodico “La Sorgente” era il suo orgoglio, la sua passione, il suo affettuoso impegno. Ne curava l’impaginazione. Catalogava articoli e foto. Voleva che ai Caposelesi sparsi nel mondo arrivassero notizie e ricordi della terra natia. Alla chiusura di ogni numero, tirava un sospiro di sollievo e di soddisfazione. Poi, dopo averlo sfogliato, accarezzato, lo lasciava partire e, con la sua aria di eterno ragazzo diceva al fratello; “Nicola, ce l’abbiamo fatta. Il nostro è proprio un bel foglio. Perché in ogni riga c’è la nostra anima, c’è il nostro cuore”. Quel tuo cuore, caro Donato, che in un giorno di maggio, ha preteso il riposo. Tu, malgrado gli affetti ed il dolore, hai dovuto cedergli la chiave dell’esistenza. Del giardino in cui foriva la tua rosa profumata. E’ calato il silenzio. Si è spenta la luce. Il buio ti ha avvolto. Ma solo per un attimo.
Gente di Caposele Gente di Caposele 180 Ieri ieri Ti sei subito ritrovato in una meravigliosa, eterna luce. In un giardino in cui la tua rosa forirà per sempre. Perché alimentata dalla sorgente della fede. La tua. Quella dei tuoi cari, dei tuoi amici, di chi ti è vissuto accanto. Mentre scrivo questo pensiero, rivedo il ragazzo che, in un giorno di ottobre del 60, mi aiutò ad affrontare il mio primo giorno di scuola da insegnante. Rivedo i tuoi occhi. Sento la musica della fsarmonica. Ascolto commossa l’allegro e spensierato vocio di voi alunni di allora. Poi arriva prepotente il silenzio. La lezione è fnita. La tua vita si è spenta. Tutto sembra l’immagine triste e lontana di un istante. Ma nel giardino dell’Eternità la tua rosa è forita. Bella, rigogliosa, profumata, dolce, senza età. Come è stata la tua vita terrena tu, oggi, fai parte dei ricordi. Fai parte di un tassello di vita vissuta ed affrontata con coraggio. Ti sei trasformato in un pensiero. In uno di quegli attimi in cui ci rifugiamo per non morire dentro. Per ascoltare la melodia della speranza. Per abbracciare un raggio di sole. Per essere certi che “la vita oltre la vita” è il vero traguardo della gente del mondo. L’ultimo racconto di Alfonso Merola I n una stanza bianca ed angusta, era serenamente assopito sotto il peso silenzioso delle lacrime dei suoi cari. Pietrifcato? Non direi. Il suo viso non era ancora vinto dal pallore; giurerei che sorrideva ancora, sembrava che sfdasse beffardo la morte. Che brutti scherzi ti fa l’amicizia! Fuori splendeva un sole tanto atteso, dopo giorni e giorni di una uggiosa pioggia incessante che aveva annacquato la primavera.... L’ultima volta che l’avevo visto, Donato mi aveva parlato, appunto, di una stagione che s’era presa gioco di noi tutti, mentre incombeva una campagna elettorale. Lo vedo ancora là, seduto dietro la sua scrivania che, all’occorrenza, si trasformava in laboratorio “tipografco”, stretto tra scaffali ed il suo computer, con un occhio intendo a sbirciare sul cortile chiassoso, dove, in genere, i bimbi giocano e le donne, sedute su scanni, ragionano. E lì a farsi in quattro tra montagne di carte, pressato dalle scadenze e dai committenti che riceve cordialmente e pazientemente nello studio. “Chiedi a Donato!” dice Nicola”.Parla con mio Zio”! gli fa eco Salvatore. Si, perché Donato, in fondo, è l’anima di quello studio, è il testimone muto e laborioso di tante vicende che si sono sgranate come un rosario, in questi ultimi trent’anni... Ha fretta Donato in questi giorni: è come se non voglia concedere più tempo al tempo. Eppure è sempre calmo ed imperturbabile, per niente nervoso, non ti nega l’ascolto e meno che il suo inconfondibile sorriso. Si intuisce, però, che tenta di accelerare il corso delle cose. Discutiamo di tutto partendo dal nulla e alla fne si affastellano idee, timori, ricordi e progetti futuri. Ripercorriamo assieme, come solo sanno fare due vecchi DONATO CONFORTI
Gente di Caposele Gente di Caposele 181 Ieri ieri amici, gli anni del terremoto, i primi vagiti de “La Sorgente” ormai adulta che reclama di esistere. Mettiamo alla prova la comune passione per l’Inglese. E, alla fne, il discorso va sempre a cadere su un libro di “acquerelli Caposelesi” che pure reclama di vedere la luce. “Me lo prometti una buona volta di incollarti a quella sedia e di discutere seriamente di questo progetto? In fondo, tutto è pronto, si tratta solo di dare ordine cronologico ai racconti e poi per il resto sarà cura mia?” Io gli dico per l’ennesima volte si ed egli prontamente mi risponde: “Speriamo che sia la volta buona!”. Tento di mollargli istintivamente una sigaretta, dicendogli che Nicola non c’è.... Declina gentilmente e mi ricorda che ormai non fuma più da mesi. Aggiunge:”Non posso più scherzare col fuoco, la cosa è diventata tremendamente seria e non mi posso permettere il lusso di trasgredire”: Avverto che si sente appeso ad un flo: è il suo prolungato silenzio a farmelo capire. Gli chiedo come stanno a casa. E come un fume in piena, ritrova vigore e parla di Rosetta, della fglia lontana di cui sente nostalgia, dell’altra così premurosa, del suo adorato ometto e dell’ altra ancora che lo ha reso nonno per la prima volta. Ritorna a sorridere e non sta più nella pelle: non è cosa da niente essere nonno quando si deve sentirsi ancora necessariamente padri. Lasciamo lo studio per andare a bere un caffè al solito bar; si rientra e si lavora duro sulle bozze di un altro racconto che egli ha corretto meticolosamente e con discrezione. Ormai è tardi e decide di rientrare a Petazze. Lo attende la sua casa; a guardarla bene, sembra un cottage inglese, immerso in un giardino lussureggiante su una collina brulla e frustata incessantemente dal vento. Quel giardino è curato nei minimi particolari tanto da apparire artifciale... Sarà vero? Ad un tratto mi sovviene che Donato è un Conforti e allora mi convinco che quello è un miracolo verde che solo chi ama la natura, come i Conforti, sa fare. DONATO CONFORTI
Gente di Caposele Gente di Caposele 182 Ieri ieri Ricordo di ANTONIO SENA di Gerardo Ceres Quanto m’è costato il pensarti così scrivere pensandoti così... Chi l’avrebbe mai detto martedì alle quattro del mattino, quando mi chiamasti perché corressi da te, che quei lancinanti dolori erano solo il prologo dei tre giorni più lunghi e disperati, ma anche gli ultimi, della tua vita? Abbiamo vissuto attoniti ogni fase di questa tua corsa, durante la quale sempre più ostacoli, rivelatisi poi insuperabili, si sono frapposti tra te e il traguardo. Abbiamo colto incredulità negli occhi della gente che chiedeva delle tue condizioni. Abbiamo colto occhi lucidi di pianto anche quando da Roma rimbalzavano notizie solo appena rassicuranti. Seppure preparati all’epilogo più drammatico, la tua morte ci ha sopraffatto, ci ha ammutolito, ci ha trasferito, per la prima volta, l’idea che tanti aspetti del nostro vivere vadano davvero relativizzati. E oggi ti piangiamo col senso di quella amicizia serena e leggera che tu ci hai insegnato in ogni momento trascorso insieme. Oggi ti piangiamo nel modo in cui tu avresti voluto. E lo facciamo ricordando soprattutto l’uomo e l’amico. Lo facciamo ricordando alcune istantanee che tu ci lasci di momenti vissuti insieme e che resteranno sempre chiare nella nostra memoria. Ci piace intanto pensare come tu abbia attraversato questa vita librandoti sempre in volo, sì, proprio come fanno gli uccelli, tanto che mai soprannome è risultato tanto aderente quanto inoffensivo come quello col quale venivi comunemente evocato. Volavi, appunto, portandoci con te, quando con la spitfre verde scorazzava¬mo per i paesi della valle del Sele. Volavi come un condor quando scalasti la cima del Machu Pichu e mi inviasti una cartolina postale che conservo gelosamente da ventidue anni tra le cose più care. Volavi quando giocavamo a pallone. Volavi quando ballavamo il rock che con te abbiamo scoperto ed amato. Volavi sul monte Calvello nelle aurore dei tanti 24 giugno trascorsi ad attendere il sole che si levava ad est. Volavi quando ci arrancavamo sul versante nord del monte Cervialto, con lo spirito di chi stesse conquistando l’Everest. Volavi tra un falò e l’altro la sera di ogni 13 giugno. Volavi quando solcavamo le onde del golfo di Salerno e tu, al timone di un piccolo motoscafo, sembravi il comandante di un grande veliero. Volavi quando ci invitavi a viaggiare con te e di quel viaggio, dicevi, non contava tanto la méta quanto il modo di arrivarci. Dei tuoi voli goliardici ne possono essere fedeli testimoni i coetanei del 1951, cioè i tanti che hanno vissuto con te gli anni dell’infanzia e poi gli anni delle scuole medie a Calabritto, poi al convitto nazionale di Salerno, gli anni dell’università, a Napoli, dove ti sei laureato con lode. Dei tuoi voli politici lo possono testimoniare i tanti, ed io tra questi, che con te hanno condiviso l’impegno civile negli anni dopo il terremoto del 1980, quando ci
Gente di Caposele Gente di Caposele 183 Ieri ieri animò l’idea che quella frattura radicale dovesse almeno servire a rafforzare e a rilanciare l’identità di una comunità ferita. Lo facemmo con quello spirito forte e determinato che è tipico della militanza politica. Lo facemmo animando, tu più di ogni altro, il comitato popolare e le battaglie per la ricostruzione di un paese che mantenesse il suo assetto urbanistico ma che nel contempo (coniasti proprio tu questa defnizione) fosse modernamente attrezzato. Lo facemmo animando la redazione di quello che è stato ed è rimasto il nostro artigianale gioiello di comunicazione. Rosso Rinascita, infatti, periodico dilatato in un tempo mai defnibile e che tu volesti fosse di agitazione culturale, è stato certo dissacrante e, a volte, corrosivo, ma scritto con passione e pensato da te sempre con acuta intelligenza. Lo facemmo, ancora, inventandoci, attraverso Radio Caposele, autentiche chicche di genere, portando ai microfoni le persone che capitava per caso di incontrare per strada la sera, così da fare su due piedi un Guitar bar che sottraesse tanti ragazzi alla solitudine dei villaggi prefabbricati. In ogni cosa vissuta con te ci trasferivi l’essenza stessa della curiosità che si ap¬prossima alla conoscenza e alla ricchezza mai defnitiva ed esaustiva del sapere. Restavamo infatti incantati dal tuo eclettico sapere, frutto non tanto degli studi classici, ma di una ricerca continua che tu hai sempre sviluppato e che ha riguardato gli uomini e il mondo. Nell’ultimo racconto che hai scritto per il numero di Rosso Rinascita che doveva essere pronto per ieri, e che dal letto dell’ospedale di Oliveto Citra hai insistito che io andassi a prendere a casa tua perché non se ne bloccasse l’impaginazione e la stampa, emerge una grande e per te naturale capacità affabulatrice; emerge, ancora con grande evidenza, questa profonda conoscenza, tratteggiata da una visione autenticamente cosmopolita; ne emerge, poi, il senso di una religiosità che intreccia la genuinità del Corano dei primordi a quella, altrettanto genuina, della Regola di Francesco d’Assisi. Ma che scherzo, però, ci hai fatto! Quel racconto si interrompe ad un certo punto, quando il giovane emiro afgano si converte al francescanesimo, con la promessa che per il seguito del racconto avremmo dovuto aspettare il numero successivo. Tu ci hai incantato anche con gli articoli e i racconti scritti per La Sorgente, cui non facevi mai mancare l’acutezza per quelle storie fantastiche che riuscivi a costruire partendo da semplici fatti storici o da consolidate usanze locali o da personaggi considerati minori ma cui tu attribuivi la stessa importanza riconosciuta a quelli più noti. Tu sei stato un intellettuale, certo mai organico a niente e a nessuno, che ha speso spazi del proprio tempo per questa terra. Infatti tutta la produzione di articoli, racconti, storie hanno sempre al centro Caposele, il suo fume, la valle e le montagne a noi prossime. Tu sei stato, e così ti ricorderemo sempre, un grande contaminatore di idee ed intuizioni. Solo a te veniva facile mettere in relazione persone diverse tra loro, non badando mai, mai, alla scolarizzazione, alla professione, allo status sociale o, si sarebbe detto una volta, di censo. Solo a te riusciva di provocare discussioni che ANTONIO SENA
Gente di Caposele Gente di Caposele 184 Ieri ieri aggregavano decine di persone, tanto per fare notte, sugli scalini del vecchio Palazzo scolastico. Anche, ma non solo per questo, io credo, alla notizia della tua scomparsa, con moto spontaneo, si sono interrotti l’altra sera i comizi di questa stagione elettorale. Tu sei stato un grande animatore. Fare una semplice cena o fare solo una festa con te acquistava un altro sapore. Quante volte, dopo un invito, abbiamo sentito chiedere ma ci sarà Antonio? La tua presenza, infatti, faceva diventare tutto più accattivante ed interessante, come ad esempio giocare addirittura a dei banali e fanciulleschi giochi di società. Come dire, con te tutto diventava un’altra storia e ciascuno non perdeva occasione per esserci. Già solo questo ci porta a dire e a convincerci che da oggi saremo più soli. Immaginiamo già le panchine di questa piazza, nelle giornate d’estate, vuote di te. Già solo questo ci porta a dire che ci mancherai davvero, Antonio. Mancherai ad Elena, che con caparbietà in queste ore ha combattuto con te per strapparti alla morte, dando prova, e non ce n’era assoluto bisogno di conferma, di quanto intensamente ti amasse e della disperazione che sta provando ad immaginare un futuro senza te. Mancherai ad Esmeralda, la tua Esmeralda, che con il suo muto dolore ti è stata vicina nelle ore che trascorrevano drammaticamente, vivendo da adulta e matura la lacerazione più forte che si potesse per lei consumare. Mancherai alle tue sorelle per le quali sei sempre stato molto più di un fratello, seppure minore.Ma siine certo: Elena ed Esmeralda godranno della fraterna e fedele tutela dei tuoi amici e ne potranno disporre per qualunque bisogno e necessità. Non ti sia, dunque, lieve solo la terra sotto la quale riposerai, ma anche questa naturale preoccupazione di marito e di padre. Tu pensa al viaggio e poi riposa. Per questo viaggio vogliamo accompagnarti con le parole fnali di un romanzo che molto hai amato e che noi abbiamo scoperto grazie a te. Sono le parole fnali del Viaggio al termine della notte di Louis-Ferdinand Céline. Lui è crollato là, fnalmente, tra enormi sospiri e gli odori. Ha dormito. Lontano, il rimorchiatore ha fschiato; il suo richiamo ha passato il ponte, ancora un’arcata, un’altra, la chiusa, un altro ponte, lontano, più lontano... Chiamava a sé tutte le chiatte del fume tutte, e la città intera, e il cielo e la campagna, e noi, tutto si portava via, anche la Senna, tutto, e che non se ne parli più. Dunque, oggi ti onoriamo con l’affetto semplice di chi ti è stato amico e ha potuto godere della tua amicizia. Ti onoreremo anche in futuro, pensandoti con immutato affetto e coltivando il solco dei ricordi belli, di quando la tua risata ci rallegrava con il mondo e ci faceva amare la vita. Ti abbracciamo, qui, oggi, pubblicamente e lo fa una comunità intera che tu hai amato. Addio, Antonio, amico nostro carissimo. ANTONIO SENA
Gente di Caposele Gente di Caposele 185 Ieri ieri ALFREDO ALAGIA di Nicola Conforti Alfredo Alagia era rientrato a Caposele, dopo molti anni di vita all’estero, per godere dell’affetto dei suoi genitori e di tanti amici che gli volevano bene. Un tragico incidente non gli ha consentito di vivere nel paese natio gli ultimi anni della sua vita. La stessa sorte è toccata a Tina, sua adorata sposa, tradita da un male incurabile e costretta a consumarsi nel dolore per chi l’ha lasciata troppo prematuramente. Parlare della tragica, incredibile ed immatura scomparsa di Alfredo Alagia, riempie il nostro animo di commozione, di dolore e sgomento, tanto familiare, intima e affettuosa era la sua presenza tra noi, tanto intenso era il rapporto che aveva saputo instaurare con tutti gli amici. La sua scomparsa ci lascia increduli, sorpresi, sgomenti, profondamente addolorati. Oggi, ripercorrendo tutti i momenti che hanno legato la vita di Alfredo al suo Paese, alla sua famiglia ed ai suoi amici, ci assale un forte senso di vuoto. Tanti i ricordi che si affollano nella nostra mente, tanti gli episodi di generosità e di abnegazione che vorremmo raccontare. Era un uomo tenace, volitivo, forte, sempre pronto, sempre disponibile alla lotta ed all’impegno sociale, profondamente legato alla sua famiglia che tanto adorava. Dopo una vita di lavoro e di sacrifci in terre lontane, era tornato defnitivamente al suo Paese natio per godere dell’affetto dei suoi genitori e dell’amicizia di tanti amici di infanzia. Un tragico incidente lo ha strappato agli affetti dei suoi cari, lo ha sottratto alle tante persone che gli volevano bene. Diffcilmente dimenticheremo il buio e lo sconforto di questi momenti. Il ricordo di Alfredo resterà per sempre impresso nei nostri cuori. TINA E ALFREDO di Alfonso Merola Ho visto una delle fglie di Tina stringere a sé una minuscola urna cineraria, la stringeva con orgoglio ed amore, quell’amore che è l’unica forza che gli esseri umani possono opporre al mistero della vita e della morte. In quell’esatto momento mi è venuto in mente e mi è stato veramente chiaro il pensiero di Edgar Morin sulla straordinarietà della natura umana: “Non si nasce mai per davvero perché già si esiste nei gameti di chi ci ha generati e non si muore mai perché si continua ad esistere nei propri fgli e nelle idee che si riesce a trasmettere a
Gente di Caposele Gente di Caposele 186 Ieri ieri loro”. Tina non ha avuto il tempo, né la voglia di piangere per sé, per un destino che l’ha costretta a consumarsi nel dolore per chi l’ha lasciata troppo prematuramente. In fondo tutti noi siamo inchiodati al nostro programma genetico e alle accelerazioni che il contesto ci im-pone. Tina ha accettato con coraggio questo paradosso e ci ha dato una lezione magistrale di empatia, di senso della comunità e della comunione. Ha ritrovato un antico paradigma perduto in una umanità che spesso si agita troppo per nulla ed inutilmente. Tanti di noi immaginiamo che riposi serena accanto a chi non avrebbe mai voluto, nella buona e nella cattiva sorte, abbandonarla. PASQUALE ALBANO di Romolo Ricciardiello Creò fn dal 1945 il movimento Evangelico a Caposele: Presto divenne il fulcro della comunità locale, di quelle limitrofe e successivamente anche dei paesi dell’Alta Irpinia. Tanti gli insegnamenti che ha impartito alle tante comunità che si spinse a visitare e a curare con grande sacrifcio. Dopo una densa attività ministeriale, fece ritorno al Signore, promosso ad incarico più alto, il 15 settembre 1970, dopo circa un anno di dura infermità. Sono tali e tante le parole che vengono alla mente e gli insegnamenti che passano nello spirito nostro che, quasi, ora, non sappiamo come esprimerci per l’edifcazione nostra e della fratellanza che ci legge, in questo primo decennale della “chiamata a casa” del nostro amato fratello ALBANO Pasquale, o Pasqualino, come registrato allo Stato Civile. Consapevoli dell’insuffcienza delle nostre parole pure a delineare i tratti spirituali salienti di un uomo di Dio, il cui ministero è di lunga e vasta portata sopratutto nelle Comunità Evangeliche della Valle del Sele, dove esso nacque, crebbe e si sviluppò nell’arco di un trentennio circa, ma anche in quelle del Piemonte, Lombardia, Toscana, Calabria e Sicilia, ove fu concessa l’occasione di godere alla luce di tale lampada, benché per breve tempo (Giovanni 5:35), abbiamo chiesto al Signore l’aiuto e la guida per onorarne il ricordo con questo scritto, tornando, prima di tutto, a quel giorno che, dieci anni fa, ci vide smarriti intorno al suo feretro. Venne quinto in una famiglia di undici fgli, nascendo a Caposele il 4 aprile 1918 da genitori di modeste condizioni che furono costretti a mandarlo, ancora bam-
Gente di Caposele Gente di Caposele 187 Ieri ieri bino, a servizio, come “garzone”, presso una delle aziende agricole della zona. Non ancora ventenne volle avere una famiglia propria e sposò la sua coetanea Giovannina Cibellis, che gli fu poi compagna anche nel servizio divino; ma per servire in armi la patria, ben presto fu strappato alla sua famiglia e, per circa sei anni, ne restò lontano. Al rientro trovò la moglie divenuta evangelica e dovette far fronte alla nuova situazione religiosa in famiglia col rendersi conto di persona della sincerità della nuova maniera di adorare Dio, e della fedeltà all’insegnamento del Vangelo da parte di quel piccolo nucleo di fedeli. Appena se ne fu personalmente accertato, cominciò a leggere il Vangelo alla sua famiglia, in casa sua, ove si formò una riunione di adorazione, senza alcun contatto con i fratelli del posto. Successivamente un intervento diretto del Signore lo spinse ad avvicinarsi alla nascente comunità. Dopo aver fatta l’esperienza del battesimo con lo Spirito Santo un giorno in cui, in un fondo isolato nelle montagne dell’Appennino Caposelese, Gesù lo incontrò personalmente e lo vinse, e chiese ai fratelli di essere battezzato in acqua, secondo Il comandamento evangelico e ciò fu fatto dopo alcuni mesi: aveva circa 27 anni. Da quel giorno, nella sua vita vi fu un continuo susseguirsi di avvenimenti: infermità e prove lo andavano temperando, dopo le fatiche e gli stenti già patiti nel lungo servizio militare, mentre la luce divina cresceva e la rivelazione celeste andava allargandosi. Né gli mancarono denunce dalle autorità e conseguenti comparse in questura ed in pretura per giustifcare e spiegare il movimento evangelico che si andava costituendo; ma questi avvenimenti non lo intimorirono, anzi, preso da una irrefrenabile ansia, cominciò ad annunziare ovunque la salvezza tramite la Pura Grazia del Signore, quasi intimamente sapesse tutto il lavoro che era condensato per lui in un corso così breve di vita! Presto divenne il fulcro della comunità di Caposele sparsa nelle campagne limitrofe e, successivamente, anche delle altre comunità vicine. Per prima cosa notò il vuoto dottrinale nei fedeli che gli capitava d’incontrare, e volle perciò una riunione mensile per tutti quelli che avevano la cura e la responsabilità dei vari gruppi. La prima sede di tale incontro fu a Lioni: erano i tempi dei Comitati per le costituende Assemblee di Dio in Italia ed egli, in armonia con questi, si spinse a visitare e curare, con grande sacrifcio, varie comunità dell’Alta Irpinia. Successivamente, non potendo aderire alle costituite Assemblee di Dio, volle restarne fuori, dopo aver doverosamente dichiarato come, a suo sentire, la Chiesa, organismo vivente e dinamico sotto la guida diretta dello Spirito Santo, non è un’organizzazione umana che possa essere sottoposta a statuti; per questo dovette subire l’ostracismo, lo scherno ed il disprezzo da parte dei “fgliuoli della madre” PASQUALE ALBANO
Gente di Caposele Gente di Caposele 188 Ieri ieri (Cantico dei Cantici 1:6-8). Ebbe, frattanto, rivelazione di un nuovo campo e, consideratolo, si adoperò per l’evangelizzazione prima alle altre contrade di Caposele e poi ad altri centri dell’Alta Irpinia. Fu in questo periodo che si avvicinò al ministero del fr. Giuseppe Petrelli, col quale, sebbene non si conoscesse mai in carne, tenne una corrispondenza. epistolare molto intensa ed ebbe l’occasione di leggere ed assimilare molti scritti di quell’uomo del Dio. Non gli mancarono visite da parte di servi collaboratori del menzionato fr. Petrelli, primo fra tutti il fr. Michele Giorgio e, successivamente, il di lui fratello Pietro che, visitandolo più d’una volta nelle sue venute al paese nativo, lo Introdusse anche nella fratellanza dl Foggia. Fu visitato, in seguito, dal fr. Paolo Verna, dal fr. Angelo Benvenuti, dal fr. Francesco laropoli, dalla sor. Elisabetta Patti, dal fr. Giuseppe Pagano e da altri fratelli a cui egli volentieri apriva la porta ricevendo con rispetto ed umiltà tutto il sano insegnamento che il Signore gli metteva a disposizione per mezzo di loro. Più volte ricevette le visite del fr. Salvatore Garippa, originario di Contursi, anch’egli collaboratore dei fr. Petrelli e proveniente dagli U.S.A., il quale nella sua prima venuta aveva già iniziato una singolare evangelizzazione nel paese nativo. Ed allorché il fr. Albano ebbe modo d’incontrarsi con lui, fu confermato innanzi tutto nel suo personale ministero e fu lieto di prendere cura diretta non solo della nascente comunità di Contursi, ma, con animo sincero e nello spirito di fraterna collaborazione, di iniziare col fr. Garippa anche una profcua evangelizzazione nelle campagne di Oliveto Citra che portò a vedere il campo del Signore allargato per il sorgere di altre comunità sull’una e sull’altra sponda del Sele. Di esse egli ebbe la costante cura spirituale per tutta la sua vita. Nel frattempo stabilì ovunque anziani del posto, i quali prendessero cura dei popolo in sua assenza e, per consentire il loro ammaestramento ed indottrinamento, trasferì a Contursi quel culto mensile già iniziato anni addietro; questo incontro che, in un primo tempo era ristretto ai soli anziani dell’opera, fu successivamente allargato a tutto il popolo, il quale, con la sua massiccia partecipazione, poteva così porre dei quesiti, riceverne delucidazioni e godere nel contempo delle benedizioni nell’insieme per il personale avanzamento. Dovette prendere cura anche di quei fratelli emigrati per lavoro in Lombardia e in Toscana e poi di quelli espatriati nella Svizzera, che mal si adattavano alle maniere verbose della fratellanza di quei posti: sorsero così le comunità di Clivio (Varese), Altopascio (Lucca), ecc... Fu introdotto nella fratellanza di Mesoraca (Catanzaro), sorta a cura del fr. Giovanni Ferrazzo, e nella fratellanza di Timparello di Luzzi (Cosenza), Sorta a cura del fr. Angelo Benvenuti ed, in uno scambio di vedute spirituali, volle visitare il fr. Salvatore Spinella a Giarre (Catania) e la fratellanza sotto la sua cura. Visitò anche la sorella Aida Chauvie a Torre Pellice (Torino), responsabile del periodico “II PASQUALE ALBANO
Gente di Caposele Gente di Caposele 189 Ieri ieri Regno di Dio” su cui scriveva il fr. Petrelli. Giunse, per altre vie misteriose della Provvidenza, a dare man forte, nelle sue brevi ma fruttuose visite, al fr. Lucio Tomasello, che ha tuttora cura della fratellanza di Palermo e circondario e di Termini Imerese, e,successivamente, anche al fr. PietroTomasello in Bagheria. Visitò anche alcune comunità nel Napoletano, nel Materano ed in altri centri ove veniva chiesto aiuto e consiglio sul modo di portare avanti l’opera del Signore. Dopo una così densa attività ministeriale, fece ritorno al Signore che ce l’aveva dato, promosso ad incarico più alto, a ministerio migliore, il 15 settembre 1970, dopo circa un anno di dura infermità. Ci piace riportare quanto fu detto di lui dal fr. Pietro Giorgio, quella volta in cui il fr. Luciano Martino, anch’egli da oltre 17 anni nel “Riposo”, gli chiedeva notizie intorno al fr. Petrelli: “Voi avete qui davanti, nella persona del fr. Albano, un’immagine viva, benché minore, di un tale servo: certo, gli manca la vasta cultura del fr. Petrelli, ma, per il resto, la sua forte personalità è identica nell’esplicare il ministero affdatogli dal Signore “. Ed aggiungeva: “Questo vostro Sele, che ha origine qui, è stato creato dal medesimo Signore che poi vi ha donato il fr. Albano “, quasi a signifcare che, come queste sorgenti alimentano vari acquedotti e dissetano alcune aride regioni dell’Italia meridionale, così il servizio del fr. Albano avrebbe alimentato vari corsi ministeriali per dissetare, spiritualmente, le contrade della nostra nazione. Il fr. Garippa, da parte sua, si spingeva ben più oltre quando ci incoraggiava col dire che da questa Valle sarebbero sorti, in futuro, ministeri da varcare perfno i confni della nazione e da solcare gli oceani per portare anche all’estero la parola del Signore. PASQUALE ALBANO
Gente di Caposele Gente di Caposele 190 Ieri ieri AMERIGO DEL TUFO di Nicola Conforti Commemorazione nella sede della Pro Loco Medico Chirurgo molto apprezzato e amato. Persona di grande prestigio e valore morale, sociale, culturale e professionale. L’intera vita di Amerigo, attesa altresì la Sua eccezionale e singolare intelligenza, fu un susseguirsi di successi in ogni campo: professionale e socio-politico.Un uomo buono, benvoluto da tutti. Rendendomi interprete dei sentimenti dei soci della Pro Loco, con profondo dolore e con grande commozione, mi accingo a rivolgere queste mie parole di estremo saluto ad un uomo che tutta una vita dedicò al miglioramento delle condizioni di vita della nostra popolazione, ad un amico che seppe con il suo senso profondo di umanità dar forza e lustro al suo paese, ad un professionista che con onestà e saggezza seppe onorare la sua terra. Amerigo Del Tufo, nostro indimenticabile amico, con me e pochi altri fondatore della Pro Loco, sostenitore appassionato de “La Sorgente”, ci lascia nella desolazione più completa, nello sconforto più profondo. In questa sala risuona ancora l’eco della sua voce calda e penetrante, si avverte ancora il calore della sua presenza, si percepisce ancora l’atmosfera cordiale e allegra che il suo tono suadente, pacato, scherzoso e bonario sapeva infondere. Ci mancherà per sempre la sua parola di incoraggiamento, il suo esempio di Caposelese modello dedito al suo paese, la fgura di cittadino integerrimo, la sicurezza del professionista affermato ed esperto, l’uomo buono. Ci mancherà nelle consuete passeggiate serali, dove con piglio giovanile e con entusiasmo sempre nuovo tracciava idealmente i programmi di ricostruzione del nostro paese, nel rispetto del disegno originario e del signifcato storico di ogni casa, di ogni piazza, di ogni angolo, di ogni pietra. E in quelle passeggiate alternava a momenti di scoraggiamento e di sgomento per le lentezze della ricostruzione, momenti di autentica esaltazione in cui tutto vedeva più facile, più semplice, più accessibile, purché prevalesse il buonsenso, la volontà, l’attaccamento al Paese, il cambiamento, il rinnovamento. Profondamente legato a Caposele, se ne allontanava di rado, avvertendo il disagio della distanza dalla sua terra e dalla sua gente con cui condivideva ansie, angosce e tormenti. La sua eloquenza era profondamente suggestiva. La sua voce, che pareva addolcita da un rimpianto interiore, incantava e affascinava. Mi ritorna, dolce nella memoria, quella sua parola penetrante, quel suo gesto parco che pareva disegnare il pensiero, quella sua narrazione semplice e chiara, quelle sue citazioni latine sempre nuove e sempre calzanti, i suoi aneddoti, le sue affermazioni di principio.
Gente di Caposele Gente di Caposele 191 Ieri ieri La sua vita non conobbe pause ‘o soste: si logorò in un costante bisogno di donazione. La sua professionalità, guidata da un intuito particolare, sorretta da una lunga esperienza, sospinta da un’ansia instancabile di alleviare le sofferenze, non si piegava né indietreggiava di fronte alle diffcoltà. Ricordiamo Amerigo Del Tufo soprattutto negli anni bui del dopoterremoto, tra i disagi e le sofferenze, pronto ad ogni chiamata, nei casolari più sperduti, nelle baracche più disagiate, accorrere ad ogni chiamata, di giorno, di notte, sempre infaticabile, in ogni direzione, in ogni contrada del nostro territorio, sospinto non da prospettive di guadagno ma da un biso-gno pre¬potente di aiutare il prossimo, di sconfggere il male, di portare la sua parola di incoraggiamento e di aiuto. Sapeva infondere fducia negli ammalati, sapeva risollevarli e tranquillizzarli, sapeva sdrammatizzare i casi diffcili con semplicità e con spontaneità, sapeva riconciliare l’uomo con la vita. Il suo impegno sociale lo portava spesso in prima linea a lottare, a spingere, a proporre con coraggio la soluzione dei problemi. “Chi vuole realmente il progresso - soleva dire - non deve coprirsi la faccia e recitare preghiere, ma deve affrontare coraggiosamente la realtà e combatterla per trasformarla”. “Absit iniuria verbis” avrebbe aggiunto a questo punto. Sono tanti gli insegnamenti che ha voluto trasmettere a tutti noi in tantissimi anni di amicizia leale e fraterna, in tante occasioni di confronto di posizioni anche diverse in cui consensi e dissensi si esprimevano liberamente al di fuori di schemi prefssati o prefabbricati. La sua vita si è spenta immaturamente e inaspettatamente. Amerigo Del Tufo non risponderà più all’appello delle nostre assemblee. Se n’è andato in silenzio, in umiltà, in armonia con il suo stile di vita. Un’altra luce si è spenta in questo nostro piccolo, amabile e martoriato paese. Un’altra stella è caduta dal frmamento caposelese; “ma anche le buone stelle - dice un vecchio adagio - seguono il cammino degli astri: salgono lentamente nel cielo, splendono per qualche ora e poi tramontano, cosi come è nell’ordine naturale delle cose”. Ma la morte non potrà attenuare o cancellare la comunione di affetti che ha saputo stabilire con gli amici e con quanti lo conobbero e gli vollero bene. Lascia in noi l’esempio della sua modestia, della sua rettitudine, della sua onestà professionale. Addio Amerigo, quelli che oggi piangono la tua immatura scomparsa ti porteranno sempre nel cuore e ti ricorderanno come uno dei fgli migliori della nostra terra. AMERIGO DEL TUFO
Gente di Caposele Gente di Caposele 192 Ieri ieri Ricordo di un “Magister Medicinae” di Gerardo Ceres Pensare a lui durante queste serate invernali è come pensare all’uomo che nelle ore del dolce far niente potevi incontrare per le vie che ambedue amavamo, dove ogni angolo stimolava in lui un racconto ad aneddoti sui personaggi - pochi esclusi! - che hanno scritto la storia del paese che lui amava e del quale (orgogliosamente lo ricordava) fu sindaco, “il primo dopo la proclamazione della Repubblica”. Non conosco, se non appunto attraverso i racconti di coloro che c’erano, quell’epoca di Amerigo Del Tufo, impegnato professionalmente e politicamente nella crescita democratica di Caposele. Di lui conosco invece gli ultimi due anni della sua vita, in cui ho avuto la possibilità di scoprire questo personaggio amato da alcuni e odiato da altri. C’era gente che nei suoi confronti ha usato sempre l’arma della denigrazione, ed io ritengo a torto, anche perché non ho mai badato molto alle voci di alcuni non tanto oscuri detrattori: io incontravo l’uomo angosciato e preoccupato del destino della terra, che riteneva soprattutto gli americani i veri responsabili della corsa al riarmo nucleare e con sguardo amareggiato guardava le Olimpiadi di Los Angeles divenute - secondo lui - una grande kermesse commerciale in cui il fattore sportivo passava in secondo piano. Non posso dimenticare quel giorno di settembre in cui con palese orgoglio mi mostrò una lettera inviatagli dall’Associazione di Amicizia Italia-URSS, e alla fne disse: “prima di morire questo paese straordinario devo visitarlo”. Ancora viva in me poi è l’atmosfera che trovavo entrando nel suo studio dove sinceramente mi sentivo accolto e dove ogni volta lo vedevo offrire un pacchetto di Pack ad un mio amico: insieme poi si parlava di Maradona e del suo Napoli, di malattie stagionali e della situazione politica locale. Passai un giorno di metà dicembre e qualcuno mi disse che trovandosi a Napoli e non sentendosi bene aveva pensato fosse opportuno entrare in ospedale per dei controlli. Mi venne alla mente allora quel viso che nell’ultimo periodo avevo visto lentamente afflarsi e diventare sempre più spigoloso. Pregai sinceramente per lui, forse anche per dimenticare in me stesso la speranza di rivederlo presto. Purtroppo cosi non è stato. L’ho atteso con molta altra gente piangente in una mattinata domenicale carica di pioggia. Eravamo i suoi amici e i suoi pazienti - tutti uniti ad accogliere sulla sua terra la salma di Amerigo Del Tufo per l’estremo congedo. Ora passeggiando la sera per Caposele so con certezza che mancherà a me ed ai miei amici quell’uomo che esprimeva tutta la sua saggezza in famose, ma pur sempre originali, locuzioni latine. Con la tua morte, caro “mièrucu”, Caposele ha perduto un Maestro di vita e di professione, noi - semplicemente - il nostro Magister Medicinae. AMERIGO DEL TUFO
Gente di Caposele Gente di Caposele 193 Ieri ieri Un passato da non dimenicare di Vincenzo Di Masi Riprendo la trattazione della rubrica “l’Angolo dei Ricordi”, spinto oltre che dal cortese invito dall’amico Nicola Conforti, anche per dare concreto valore a ciò che ritenni di affermare nel mio scritto precedente, ossia che il ricordo del passato costituisce un coerente fattore dell’agire e che senza la memoria di fatti, avvenimenti e persone nulla siamo, restandoci soltanto l’amnesia fnale, la quale cancella non solo la nostra vita intera, ma anche tutto ciò che di più caro appartiene alla storia di ieri e di oggi del nostro amato paese. Il concittadino che mi permetto ricordare e portare all’attenzione delle attuali generazioni, fu persona di grande prestigio e valore morale, sociale, culturale e professionale, che il tempo - sempre inesorabile nel distruggere le cose buone, belle ed importanti - non può assolutamente cancellare nella memoria di coloro che ebbero la fortuna di conoscerlo. Egli appartiene infatti alla nostra storia, alla storia del nostro paese, insieme con tanti altri personaggi illustri. Il dott. Amerigo Del Tufo, medico-chirurgo, illustre pediatra, apparteneva a una famiglia di esemplare dignità comportamentale e prestigio, così come peraltro erano quasi tutti i caposelesi contemporanei. La madre Concetta, donna religiosa e buona, la sorella di nome Marietta, sposata con Tobia Caprio, avevano dedicato la loro esistenza all’affermazione negli studi di Amerigo, il cui papà, Salvatore, emigrato negli U.S.A., assicurava col suo lavoro, con l’abnegazione ed il sacrifcio, il sostentamento economico e fnanziario della famiglia e, segnatamente, del fglio. Del padre Salvatore ricordo con vivo piacere il ritorno a Caposele, dopo la seconda guerra mondiale, cosa che procurò ad Amerigo, già da tempo laureato, gioia indescrivibile, pur se per breve tempo in quanto la morte colse dopo appena qualche anno l’esistenza del caro genitore. L’intera vita di Amerigo, attesa altresì la Sua eccezionale e singolare intelligenza, fu un susseguirsi di successi in ogni campo: professionale e socio - politico. Subito dopo la Seconda Guerra Mondiale venne eletto alla carica di Sindaco del paese, succedendo in tale impegno, al Geom.Pasquale Ilaria, oppositore integerrimo del Regime Fascista e severissimo amministratore comunale. Fu quello un periodo di grande risveglio cittadino, durante il quale la ricostruzione e le opere pubbliche furono incentivate al massimo, pur nei limiti della modesta ripresa nazionale e col supporto del famoso Piano Marshall (nome preso dal segretario di stato americano G.C. Marshall) rivolto al risanamento economico dei Paesi dell’Europa dopo le distruzioni provocate dalla guerra. Infatti, ebbe luogo tra l’altro proprio in quel tempo la costruzione del campo sportivo, voluto dal Sindaco Del Tufo mediante l’utilizzazione dei c.d. “campo AMERIGO DEL TUFO
Gente di Caposele Gente di Caposele 194 Ieri ieri scuola”, in cui trovavano lavoro, ancorchè per tempo limitato, i numerosi disoccupati e nullatenenti del paese. In merito, giova precisare che prima della realizzazione del detto campo sportivo, il gioco del calcio si praticava sul piazzale della Sanità, attraversato generalmente da asini e muli e da qualche autoveicolo. Ciò determinava una situazione di oggettiva precarietà, poiché il fondo del piazzale all’epoca era acciottolato, talchè l’accidentale caduta del calciatore nel corso della partita poteva provocare lesioni personali, talvolta anche di rilevante gravità. Di ciò il lungimirante Sindaco Del Tufo - che peraltro praticava anch’egli con ammirevole destrezza e capacità il gioco del calcio - si rese conto e, sapendo anche, per essere medico, che la pratica sportiva avrebbe potuto giovare alla salute fsica e morale della gioventù del luogo da poco uscita dai disastrosi effetti di una guerra perduta, si impegnò con ammirevole coraggio e senso di responsabilità personale ad avviare i lavori di spianamento dell’area situata a ridosso del fume, a tutti nota col nome di “lavanghe”. Nel corso della realizzazione di tale opera, accadde però che un imprevisto ed improvviso smottamento di terra seppelliva un operaio, tale Liloia Antonio - grande lavoratore ma anche bevitore senza limite - il quale riportava lesioni mortali. Fu una tragedia di immane proporzione per gli effetti che ne derivarono ma che il Sindaco Del Tufo si trovò ad affrontare da solo, in tal guisa dando prova di ammirevole attaccamento al paese capacità amministrativa, serenità d’animo e spirito di sacrifcio personale anche sotto il profo economico, onde risolvere gli annosi problemi che di volta in volta si presentavano, taluni molto gravi, come ad esempio quello che riguardava l’assistenza e il risarcimento della famiglia del morto. Ma fare la biografa del dottore Amerigo Del Tufo e citare ciò che Egli con grande umanità e generosità profuse per i suoi concittadini e per la ripresa economica del paese, è sicuramente cosa ardua se non addirittura impossibile, richiedendo tanto tempo, approfondimento della personalità, indagine retrospettiva, capacità di analisi e valutazione di fatti e situazione afferenti la vita dell’interessato; talchè sento di dovere limitare questo mio modesto impegno a quel poco che mi sovviene, tenuto conto anche che, a causa della mia professione, sono stato costretto a vivere lontano dal mio amato paese, al quale mi legano, attualmente, non certamente i beni materiali, che non ho più, ma la memoria del passato, insieme con le cose e le carissime persone che vi sono rimaste e che vi vivono. Di Amerigo, del mio amico e, come si suole dire a Caposele quando si parla delle persone care,“del mio compare” citerò soltanto alcuni aspetti della Sua multiforme e al tempo stesso singolare personalità, lasciando ad altri il compito di evidenziare e descrivere con maggiore effcacia le qualità morali di questo nostro grande concittadino, sviluppandone in scritti più adeguati la Sua biografa. L’amore per la famiglia originaria, ma anche di quella acquisita, per i due fgli Salvatore e Cettina, la Sua deontologia professionale, al pari della Sua fede poAMERIGO DEL TUFO
Gente di Caposele Gente di Caposele 195 Ieri ieri litica - sempre coerente e profondamente convinta sin dal tempo della proclamazione della Repubblica e dell’affermazione dello Stato democratico - il Suo sentimento religioso contenuto, mai istrionico od eclatante nella pratica quotidiana, col quale intimamente conviveva, sia nell’operare che nell’agire, costituiscono i caratteri essenziali della Sua condotta di vita, che dev’essere indicata di esempio per le nuove e future generazioni, e molla potente, da cui tutti - ed anch’io, personalmente - dovremmo trarre forza trainante. L’indole quasi sempre allegra, gioviale ed ottimista, che alcune volte si proiettava anche in atteggiamenti faceti, la si vedeva poi quando, con amici di ogni estrazione sociale ed età si intratteneva, spesso al Caffè di Romualdo, per giocare a bigliardo, per bere, ma sempre con moderazione, birra durante il gioco delle carte del cd.“ Padrone e Sotto”ovvero per fare“scherzi”, che destavano l’ilarità dei presenti, in ciò trovando compiacente supporto in Nicola Vetromile, altro caro amico di cui è sempre vivo il ricordo. Ad Americo Del Tufo si deve altresì la realizzazione di un’altra opera pubblica di Caposele, in quel tempo sicuramente straordinaria (infatti,il bilancio e le risorse fnanziarie del Comune erano molto precarie, con scarse entrate e molto indebitamento), ossia la pavimentazione, con mattoni calcarei della piazza principale del paese, allora piazza Plebiscito, oggi piazza Vincenzo Di Masi ( tengo a sottolinearlo ancora una volta, che essa non si chiama “ Vincenzo Masi”, persona che peraltro non è mai nata o vissuta a Caposele), antistante la Chiesa Madre di San Lorenzo, piazza realizzata in economia mediante l’impiego di straordinari e valenti artigiani (scalpellini e muratori del posto), ma interamente fnanziata, appunto, da Vincenzo Di Masi, mio omonimo zio paterno, caposelese di vecchio stampo, emigrato all’inizio del secolo scorso in U.S.A., al quale venne intitolata l’opera, mediante collocazione sul muro, all’altezza dell’attuale studio dei medici Russomanno, dell’epigrafe e busto in basso rilievo, andati distrutti dal terremoto del 1980 e mai più ricostruiti (attualmente, infatti, la piazza, non si sa perché, è senza nome). Questa breve biografa afferente la mitica fgura del dott. Amerigo del Tufo sarebbe monca se non facessi accenno al periodo del terremoto del 23 novembre 1980, durante il quale il paese, con la frazione di Materdomini e Santuario omonimo di San Gerardo Maiella, rimase quasi interamente distrutto e la popolazione gravemente decimata dalla violenza del sisma. In tale luttuosa circostanza (se non erro, era Sindaco l’Avv. Antonio Corona, meglio noto come “Tonuccio”) l’intera popolazione, abbandonate le case pericolanti o distrutte, trovò rifugio, in massima parte, nel campo sportivo o nelle campagne circonvicine. Le scosse sismiche, di tale violenza, da far saltare i pennini dei sismograf degli osservatori, vennero percepite in tutta Italia, dalla Sicilia all’Alto Adige, e si ripeterono per circa due ore, una trentina di volte, in particolare in Campania e Basilicata. Fu una terribile frustata - affermarono i sismologi di tutto il mondo - paragonabiAMERIGO DEL TUFO
Gente di Caposele Gente di Caposele 196 Ieri ieri le ad un’esplosione di un milione di tonnellate di tritolo ovvero a quella di quindici bombe atomiche del tipo di Hiroshima scoppiate contemporaneamente, a trenta chilometri di profondità. I morti ed i feriti di Caposele e di altri comuni dell’Alta Irpinia non si contarono. In quel gravissimo contesto, la solidarietà umana proveniva da tutte le parti e si manifestò sotto ogni forma e maniera. Tutti cercavano aiuto e di aiutarsi, più di tutti ovviamente il medico Del Tufo, che rimasto miracolosamente illeso, in conseguenza della professione svolta e del fatto che era all’epoca anche medico-condotto e quindi direttamente responsabile della salute dei propri concittadini, sin dai primi istanti successivi al terremoto, con il consueto suo vivissimo senso del dovere, spirito di sacrifcio ed abnegazione, si prodigò per fornire assistenza medica, in ogni luogo ad a favore di tutti coloro che la chiedevano. Caposele oggi è interamente ricostruito, al pari della frazione Materdomini che ha acquistato, anche per merito dei Padri Redentoristi, i caratteri di uno dei centri religiosi più belli ed importanti d’Italia e oserei dire dell’intera Europa. Le famiglie, anche delle borgate rurali, attualmente vivono in case decorose e moderne, dotate di quasi tutti i conforti che la vita giustamente riserva e senza più distinzione di classi sociali. Ma di chi è il merito? Certamente, in gran parte anche di coloro che oggi non sono più presenti in mezzo a noi, che vissero di stenti e sacrifci immani, per la ricostruzione del Paese e per assicurarci agio e piacere di vivere. Ecco perché di essi non ci si deve dimenticare, ma è giusto che siano sempre tenuti presenti nel ricordo di tutti noi! In un’epoca dominata dall’urgenza, dalla fretta, dalla frenesia, dall’attivismo, ma anche dal materialismo più accentuato, è vero, da un canto, che non ci si deve mai fermare, ma è anche fondamentale che si viva nel rispetto dei valori che ci hanno indicati i nostri antenati. Amerigo Del Tufo è stato un uomo che arricchisce ognuno di noi caposele-si, per la Sua straordinaria personalità, che si vestiva senza apparenze di una profonda umanità, capace di fornire, insieme con la vasta capacità professionale di medico , quello di cittadino onesto, forte di tanta idealità e amore verso il prossimo. La Sua presenza in mezzo a noi fu “una benedizione di Dio” che conforta le persone, umanizza le istituzioni, trasforma la cultura e la società. AMERIGO DEL TUFO
Gente di Caposele Gente di Caposele 197 Ieri ieri FERDINANDO MATTIA di Alfonso Merola Un uomo buono e assennato. Si è occupato di politica e di sindacato con molta discrezione e con molto equilibrio. Amato anche dagli avversari politici, tanto era misurato, attento e rispettoso delle idee e delle posizioni degli altri. Lascia un bel ricordo di persona affabile, paziente e seria. E’ partito silenziosamente da noi nel perfetto stile che lo ha sempre contraddistinto: egli era maestro di discrezione. Il percorso del suo Calvario gli era ben noto da almeno tre anni, eppure i suoi passi verso un nemico impari non sono stati mai incerti. Io credo che egli abbia lottato strenuamente fno alla fne, senza mai farsi vincere dalla disperazione, insegnandoci che la vita è il più prezioso dei valori che l’Uomo ha a disposizione. Egli non ha sprecato nemmeno un attimo del tempo che gli rimaneva. Egli era fatto così. Nonostante il fardello pesante che si portava addosso, sorretto dall’affetto dei suoi cari, e dei suoi amici, ha dato aneliti al suo cuore e alla sua mente. Egli ha vissuto, così, i suoi ultimi anni, come sempre, spendendoli per gli altri. Ci aveva abituato a vederlo sparire di tanto in tanto per i suoi pellegrinaggi nei santuari ospedalieri della Campania, ma poi, ritornava ricaricato in mezzo a noi al suo lavoro quotidiano. Che forza aveva Ferdinando! Chi non lo ricorda nelle riunioni in sezione, nelle assemblee congressuali, nelle feste de L’Unità o della Pro Loco, dietro una scrivania al Sindacato. Ferdinando assessore o segretario in tempi duri, con la sua pazienza sconfnata, il suo sorriso costante, la sua capacità di risolvere confitti e le sue arrabbiature che non lasciavano traccia un minuto dopo. Questo era Ferdinando che ci mancherà. Era nato incendiario (per le sue idee inossidabili su una sinistra che non doveva mai colorirsi di un “ rosso relativo”), eppure era costretto in molte circostanze a fare il pompiere. Egli non era stato mai un problema per nessuno: ci risolse molti problemi… Io sono convinto che non ci sia, in un paese inquieto come Caposele, un solo avversario politico che non abbia apprezzato il suo equilibrio e la sua capacità di mediare in situazioni di confitto e questo patrimonio ci è stato trasferito da lui esemplarmente affnché nessuno si senta depositario di verità assolute. Nella sua scelta di vita non c’era spazio per gli opportunismi politici: egli ha sempre dato e non ha mai nulla ricevuto o preteso. Da lui abbiamo imparato che la Politica è il prodotto di una intelligenza collettiva che non può tradire le attese dei più deboli ai quali bisogna sentirsi uniti in spirito di servizio per una sana convivenza democratica. Di tutto questo dobbiamo essere grati a Ferdinando, assicurando alla sua Elvira, ai suoi Antonio, Nunzia, Gelsomina e Stefania che noi lo continueremo ad amare anche ora che non è più tra noi.
Gente di Caposele Gente di Caposele 198 Ieri ieri GIUSEPPE MELILLO l’annuncio della morte di Nicola Conforti La morte del Sindaco Giuseppe Melillo ha destato in tutti grande commozione e sgomento. Lo ricorderemo per l’amore e la competenza con cui ha svolto la sua missione di medico, per l’attaccamento al suo Paese per il quale ha speso tutte le sue migliori energie per farlo progredire sul piano della crescita civile e morale, ma soprattutto per le sue doti di uomo buono e sensibile, capace di grandi sacrifci, rispettoso delle idee altrui: un uomo di grande cultura e saggezza. I Caposelesi hanno partecipato in massa alle esequie, rendendo così un doveroso e sentito omaggio al Medico, all’Uomo, al Politico. Un sindaco per amico di Alfonso Sturchio Mi sia consentito, per una volta, di scrivere di fatti assolutamente personali. Una mattina di ventisette anni fa, al mio risveglio, mia madre mi accolse con uno sguardo insolitamente solenne. Non attese molto per dirmi “E’ morto il sindaco” e ricordo ancora adesso la mia reazione insieme di stupore e dispiacere. La notizia inizialmente mi sorprese perchè, nella mia concezione di bambino di otto anni, la fgura del sindaco andava al di là del comune essere umano sforando quasi l’immortale. Era come se quella carica lo rendesse immune da ogni male e lo obbligasse a conservarsi energico fno alla scadenza del mandato. Inoltre Don Ciccio, come ero abituato a sentirlo chiamare, era l’unico sindaco che avessi mai conosciuto e – sempre nella mia visione di bambino – ero persuaso che quel contesto dovesse durare in eterno. In questo ero ingannato anche dal fatto che gli anni dell’infanzia, al contrario degli anni successivi alla maturità, si avvicendano molto lentamente, ed ogni situazione sembra immodifcabile. Ma, come dicevo, ero anche molto dispiaciuto perchè il sindaco era il nonno della mia cara compagna di scuola e del mio amico Franco, con il quale passavo intere giornate sotto casa. Lo immaginavo assai triste in quel momento e ripensavo a quella volta che il sindaco ci fermò mentre bighellonavamo “ammondu” e ci diede cento lire ciascuno. La qual cosa mi sorprese perchè all’epoca, dai grandi per strada, al massimo potevi buscarti una sgridata. Ma per Franco quello era un comportamento del tutto usuale da parte del nonno, che ai miei occhi divenne ancora più simpatico. Dopo quasi trent’anni, purtroppo, si è ripetuta una situazione analoga: la morte
Gente di Caposele Gente di Caposele 199 Ieri ieri del sindaco. E il segno che il tempo passa, e che i bambini di allora sono gli adulti di oggi, è dato dal fatto che a darmi la notizia, questa volta, è stato mio fratello, e la persona che se ne è andata non era il nonno ma il padre di un mio amico. Questa volta, naturalmente, non ho provato la stessa sensazione di stupore di quando ero bambino, perchè la vita ti porta ad avere molte prove della mortalità dell’uomo, ma non nascondo di avere provato un enorme dolore ed un enorme senso di perdita. Penso che molti abbiano provato ed avvertano tuttora lo stessa sensazione. Perchè il sindaco non era esattamente un uomo comune: per la sua capacità di parlare a tutte le persone indistintamente, di saperle ascoltare, di coinvolgerle e persuaderle senza necessariamente alzare la voce e senza mai parlare di sé, dei suoi successi, della sua popolarità e della stima riconosciuta di medico. Penso proprio che il dottore, per questo ed altro ancora, mancherà a tanti amici, a tanti caposelesi, ed a tanti che, come me, hanno avuto solo pochi anni per conoscerlo davvero. Sono certo che ognuno tra quelli che mi stanno leggendo, avrà memoria di almeno un episodio che lo lega a lui. Io ricordo esattamente il primo giorno che l’ho visto, o almeno, la prima volta che l’ho guardato per davvero. Era la mattina successiva al terremoto e la mia famiglia, come molte altre, aveva trovato riparo nel campo sportivo. Il terreno di gioco era stato invaso dalle automobili dove avevamo trascorso la notte, ma sotto una delle porte, la più vicina all’entrata, si era messo questo giovane medico, su una sedia, che con caparbietà suturava ferite e somministrava bendaggi e cure urgenti. Rimasi a guardarlo per un poco ed ebbi, quindi, il primo segno che, nonostante tutto, la vita continuava, ed ognuno doveva tirare fuori le proprie capacità per far ripartire il paese. Il secondo episodio che mi viene in mente non è molto differente. Quasi dieci anni dopo, una caduta al campo sportivo mi aveva aperto tutto il gomito sinistro ed il buon Cenzo Biondi mi portò sanguinante dal dottore, che all’epoca aveva lo studio in Corso Europa. Senza proferire parola prese ago e flo e, mentre il buon macellaio mi teneva fermo come un agnello, a caldo mi cucì un rattoppo lungo dieci centimetri che, naturalmente, porto tuttora con me. Ma chi non è passato dal suo studio? Per fortuna, i ricordi successivi hanno a che fare con la sua esperienza di sindaco, e sono quelli che maggiormente mi hanno permesso di conoscerlo, di apprezzarlo e di esserne conquistato. Durante il suo secondo anno da sindaco, stavo seguendo una specializzazione a Napoli dove avevo trovato temporanea dimora. Una mattina mi chiama il centralinista del comune e mi invita a recarmi d’urgenza a Caposele perchè avevo avuto la nomina a difensore in un procedimento che aveva tempi molto stretti. Non nascondo di essermene meravigliato perchè l’anno precedente non avevo appoggiato quella amministrazione alle elezioni ma, per un giovane avvocato, quella era una buona opportunità e l’afferrai al volo. GIUSEPPE MELILLO