Gente di Caposele Gente di Caposele 200 Ieri ieri Cominciai a dover salire e scendere più volte le scale del municipio per una frma, un documento, un chiarimento, e tutte le volte ne approfttavo per restare qualche minuto in più nella stanza del sindaco per osservarlo - così come avevo fatto la mattina successiva al terremoto - e studiarlo mentre interagiva con i dipendenti, parlava con gli assessori, risolveva i problemi che quotidianamente si presentavano, strigliava per telefono coloro che intralciavano col burocratese la macchina amministrativa. Una volta mi disse che, dopo il liceo, si era iscritto alla facoltà di giurisprudenza, ma, mentre scendeva le scale della segreteria se ne era già pentito, aveva stracciato tutto e si era iscritto a medicina. La causa che mi avevano affdato si risolse felicemente per il comune e mi confermarono la fducia per un secondo procedimento molto delicato. Le mie presenze nella stanza del sindaco si fecero più intense. Devo confessare che, quando mi restava un pò di tempo alla fne della ordinaria mattinata in tribunale, passavo dal sindaco anche solo per salutarlo, commentare i titoli dei giornali che comprava in gran quantità, e soprattutto assorbire quanto più possibile della sua naturale capacità di trattare con le persone. Col tempo ebbi la conferma di quanto avevo supposto sin dalle prime volte che lo avevo frequentato: aveva un coraggio da leone. Un coraggio che non ho mai riscontrato in altri individui che abbiano una qualche responsabilità. Nella vita ti capita di avere a che fare con tante persone le quali hanno il potere di decidere sulla sorte degli altri, sulla loro libertà, sulla loro proprietà, sul loro posto di lavoro, o solo sul rilascio di un misero certifcato. Il più delle volte ti rendi conto che nessuno ha il coraggio di fare un passo al di fuori dell’ordinario, nessuno rischia qualcosa di suo per il prossimo, nessuno muove una foglia per aiutarti se ritiene che la cosa sia minimamente azzardata. Il dottore Melillo, invece, aveva coraggio da vendere. Quando riteneva che un’azione, un progetto, una sua idea, andavano a vantaggio della comunità, non c’era verso di fermarlo. Credo che avesse dalla sua parte la convinzione che quando si agisce onestamente, per il bene del paese e dei suoi cittadini, non ci sia nulla da temere. Ma in più aveva la forza che gli derivava dall’essere un bravo medico, sindaco Melillo. In memoria di Peppino Melillo di Antonio Corona Ho avuto con Peppino Melillo un rapporto durato quaranta anni e vissuto con reciproca intensa e, per lunghi tratti, quasi fraterna assiduità e compartecipazione. Ora, a poche settimane dalla Sua morte, GIUSEPPE MELILLO
Gente di Caposele Gente di Caposele 201 Ieri ieri alla quale ancora non riesco ad abituarmi, avverto fsicamente la Sua mancanza, quasi un vuoto che non mi permette di ricordarne la fgura e l’opera, come merita e come spero avrò occasione di fare. - Nel vuoto si affollano, tutti insieme, i ricordi e gli affetti di una vita intera, a cominciare da quelli familiari e privati che ora si colorano della luce vivida e lontana della giovinezza e che, in questo momento di mestizia, sono certo di sapere affdati, per sempre, alla custodia amorevole di Franca, sua meravigliosa compagna di una vita, ed, insieme a lei, alla memoria dei loro quattro magnifci fgli Angela, Nicola, Lorenzo e Marco. - E ritornano pure i ricordi di una forte e coerente passione civile che, a partire dagli anni della prima giovinezza, ha animato un impegno umano, professionale e politico mai interrotto e che ha portato Peppino ad intrecciare le Sua attività di medico ed operatore sanitario, esercitata sempre con profondo senso di umanità e dedizione, con le esperienze più propriamente politiche ed amministrative che lo hanno visto presente sulla scena della vita pubblica di Caposele, con grande vivacità ma anche con compostezza e con la Sua naturale apertura al dialogo, sempre in posizioni di primo piano e negli ultimi sette anni al vertice della Amministrazione Comunale. Era impegnato a dare corpo alle idee ed ai sogni della Sua giovinezza ed a completare, così, la Sua opera di amministratore, già ricca di tante concrete e signifcative realizzazioni, ma negli ultimi e brevissimi mesi della Sua vita si è manifestato il morbo insidioso ed incurabile che ne ha segnato la fne e del quale è stato pienamente consapevole. Ricordo una luminosa giornata estiva ed una chiesetta posta in alto sulla montagna di Calabritto. Si era appena celebrato il matrimonio religioso di Nicola con Bianca, e nell’accostarmi a Lui e nell’abbracciarlo ho colto sul Suo viso un segno di commozione e di turbamento. Da qualche giorno – mi disse - Gli era stato diagnosticato un tumore ed era già stato programmato il Suo ricovero presso un ospedale specializzato di Torino, ma non era ancora partito per non mancare al matrimonio di Nicola. Era chiaro il perché della Sua commozione che nasceva dalla coscienza della grave insidia che irrompeva, a tradimento, nella Sua vita e veniva a turbare persino quel momento di profonda gioia familiare. Ma non ebbi il tempo di dire qualche parola, in ogni caso insuffciente; fu solo un momento e subito si riprese, come Lui sapeva fare nei momenti diffcili. Il seguito è noto e purtroppo assai doloroso ma esso ha dimostrato la volontà ferma di Peppino di combattere fno in fondo la Sua più diffcile battaglia, senza arrendersi. Così è stato, e così Lo ricordo, nel Suo attaccamento alla famiglia, sorretto e quasi protetto dalla infaticabile tenacia di Franca, circondato dall’affetto dei suoi ragazzi che sapeva ancora tenere raccolti intorno a sé in una stanza di ospedale come tante volte mi era capitato di osservare all’interno della Sua casa, confortato dalla presenza di Gerardo ed Ernestina, sostenuto dalla testimonianza degli amici ammessi al Suo capezzale e dalla partecipazione discreta e commossa manifestataGli, da lontano, da una intera popolazione. GIUSEPPE MELILLO
Gente di Caposele Gente di Caposele 202 Ieri ieri Lo ricordo così, fno alla fne, con la mestizia del Suo sguardo consapevole che all’improvviso si rianimava, nella discussione, e ritrovava l’umore abituale e l’interesse alla vita. Così anche ha voluto resistere fno alla fne, nel Suo uffcio di Sindaco di Caposele. Ai Suoi assessori e consiglieri, che sempre ne hanno riconosciuto il ruolo, istituzionale ma anche politico e morale, di guida ed animatore delle attività municipali e che con affettuosa partecipazione hanno seguito la Sua vicenda umana, avrebbe potuto certamente chiedere di essere liberato dalla posizione e dai vincoli che Gli derivavano dalla carica ma non lo ha fatto. Non lo ha fatto perché non si è arreso alla Sua malattia e ha voluto testimoniare, fno alla fne, il Suo attaccamento al mandato ricevuto per ben due volte ed in condizioni certamente non facili dal popolo di Caposele. Si può dire perciò, senza retorica, che è morto sulla breccia e che anche nella morte ha manifestato il Suo amore per il proprio paese e per i suoi concittadini. - Della Sua eredità forse è prematuro parlare, ma, come tanti segni del Suo lavoro e della Sua opera resteranno a lungo sul territorio e nel tessuto sociale di Caposele, così il patrimonio delle Sue idee, mai abbandonate o barattate nel volgere delle più generali vicende politiche, sono certo costituirà un punto di riferimento per quanti vorranno partecipare alla vita pubblica del proprio paese con spirito di libertà e di giustizia. Di ciò Gli sono grato e Lo ringrazio pubblicamente. Carissimo Sindaco di Gerardo Montevede Tocca a me tuo vice, rivolgerti un breve ma affettuosissimo saluto quale portavoce dell’Amministrazione comunale e dei tanti caposelesi qui convenuti. Tutti qui davanti a questa bara che racchiude il tuo corpo, ci sentiamo privati di qualcosa: chi si sente privo del sindaco, chi si sente privo del medico, chi si sente privo dell’amico ed i familiari attoniti si sentono privi del marito, del padre del fratello. E’ questo senso di mancanza improvvisa ci attanaglia togliendoci la verve di fare o pensare qualsiasi cosa. Questa morsa, per me si allenta pensando al quel tuo senso fatalistico che avevi degli avvenimenti che coinvolgono l’uomo: per te solevi ripetere, è tutto scritto se una cosa deve succedere non c’è cosa che possa impedirla. E questo pensiero ti faceva essere positivo in qualsiasi occasione di diffcoltà. E oggi anche io seppur con un moto, sopito a forza di ribellione per il destino che così presto ha voluto portarti via dalla tua famiglia carnale e da quella dei caposelesi dico che tutto è nel naturale ordine delle cose. GIUSEPPE MELILLO
Gente di Caposele Gente di Caposele 203 Ieri ieri Più di sette anni fa insieme iniziammo l’avventura politica che ti ha visto eletto nostro Sindaco per due mandati consecutivi. E devo dire che anche se le nostre strade fno a quel momento non si erano mai incontrate ben presto ci accorgemmo di avere molte cose in comune che furono il cemento per la costruzione della piattaforma amministrativa e dei programmi per lo sviluppo di Caposele. Il tuo altruismo ed il tuo entusiasmo nel credere possibile la realizzazione di progetti che la mia mente più radicata alla razionalità faceva fatica a immaginare mi ha contagiato positivamente più volte, ed alcuni successi amministrativi si sono realizzati grazie a questo. Il nostro progetto ancorato allo sviluppo possibile e sostenibile del territorio si è basato e si basa sulle risorse più importanti del territorio: turismo e ricchezza dell’acqua. Il tutto che crescesse insieme ad una comunità che si sentisse perfettamente ed armoniosamente integrata con la consapevolezza di esseri tutti trattati allo stesso modo sia nei diritti che nei propri doveri. Poteva sembrare utopia all’inizio ma le tante lotte affrontate insieme ci hanno fatto fare un bel pezzo di strada,tale da iniziare a vedere l’obiettivo fnale. Sindaco, come adesso ti sento vicino a me ti sentirò presente nei giorni a venire allorquando, insieme agli altri consiglieri, lotterò e farò fatica per percorrere quest’ultimo pezzo di strada che abbiamo individuato e condiviso insieme. Ci lasci un grosso peso, una grossa responsabilità e un grande vuoto ma insieme a te tante vittorie sono state possibili e per te io con gli altri conquisterò tante altre mete per il progresso ed il benessere della nostra comunità tanto amata da te e da noi. Non posso lasciarti senza spendere una parola sull’uomo e sul medico. La tua grande capacità di diagnosticare le malattie abbinata ad un forte senso di adesione al giuramento di Ippocrate hanno fatto sì che hai sempre operato con spirito missionario :la tua ricompensa era nel vedere alleviate le sofferenze dell’ammalato. E di questo siamo testimoni tutti noi caposelesi. Infatti da uomo equilibrato e saggio quale sei stato avevi un rapporto molto distaccato col denaro, non hai mai deciso o operato per denaro. Ti sei sempre alimentato di idee e sentimenti preoccupandoti sempre del bene comune: per te il denaro era solo un mezzo di sostentamento per condurre una vita parca. Tutto questo è stato uno stile di vita che certamente ha avuto le basi nel passaggio degli studi liceali alla Badia di Cava. Il tuo modo di sentire era impregnato dal messaggio evangelico e per quanto non più assiduo praticante non hai smesso di vivere i valori cristiani e del credere. Ti ricordo e mi ricordo di quando nella basilica di S. Gerardo durante una messa io andai a prendere la comunione al ritorno guardandomi mi hai chiesto se anche senza la confessione una persona poteva cibarsi dell’ostia, velando un forte desiderio di farlo; ed io ti risposi sindaco se sei in pace con la tua anima puoi farlo. GIUSEPPE MELILLO
Gente di Caposele Gente di Caposele 204 Ieri ieri La tua risposta fu uno di quei tuoi sorrisi che comunicavano un gioioso grazie Sindaco, in questi ultimi giorni hai scritto le ultime pagine del libro della tua vita intingendo il pennino in quel grosso calamaio che hai riempito nella tua non lunga ma intensa esistenza: quando venivo a renderti visita con grande dignità e mostrando un’altrettanta tranquillità e sicurezza si conversava delle cose politiche e di quelle della vita cercando per ognuna di esse una spiegazione ed una soluzione, come se per te il male che ti consumava non ti appartenesse come se tu avessi scisso dal tuo spirito quel corpo che continuava a deperire. E’ questa una conquista di solo quegli uomini che hanno saputo vivere e che hanno vissuto interrogandosi e cercando continuamente il senso di questa vita terrena. Allorquando ti stringevo la mano per andare via i tuoi occhi che al mio arrivo mi avevano comunicato la tua gioia di incontrarmi di poterti intrattenere un po’ con me, tornavano a comunicarmi con dolcezza e serenità quello che non mi hai mai detto a parole: sono in compagnia di questo terribile male di cui come medico conosco la sua portata devastatrice, è una lotta senza speranza ma lotto per comunicare il mio amore a mia moglie ed ai miei fgli che mi vogliono vedere lottare contro questo nemico che ha messo radici nel mio corpo. Che grande lezione di umanità e coraggio hai voluto impartire a me e a quanti ti sono stati vicini, lezioni di vita che senza rumore entrano in noi per trasformarci in uomini che sanno vivere bene ma che sanno altrettanto morire bene, accettando la morte come ultimo atto della vita senza grossi traumi e senza grande rumore avendola riconosciuta come parte integrante della natura delle cose che ci circondano. Sindaco grazie per tutto questo, grazie per l’impegno civile che hai speso per il bene della nostra comunità, grazie per l’amore e la comprensione verso l’altro che accompagnava sempre la tua opera di medico: tutta questa affettuosa ed indimenticabile riconoscenza che ti viene dal popolo di Caposele possa esserti di conforto in questo misterioso viaggio , ma altrettanto pieno di speranza per chi crede, come te e me. Ciao Sindaco Giuseppe Melillo. GIUSEPPE MELILLO
Gente di Caposele Gente di Caposele 205 Ieri ieri PIETRO PALLANTE di Alfonso Merola Anche Pietro Pallante, in quest’anno che affastella lutti come legna da ardere, ci ha lasciato prematuramente. La notizia si sparse in un baleno. E’ stato, anche in questo caso, il fume amico, a lui tanto caro, a prenderselo. Pietro amava veramente il Sele e passava tanto tempo lungo i suoi argini: diventava triste quando guardava le ferite che l’uomo procurava al suo fume che ormai si nascondeva sotto i ciottoli bianchi per poi respirare in profondità in qualche slargo. Viveva la sua vita di pensionato con la soddisfazione di chi sa di aver fatto il suo dovere in anni di lavoro al Comune. Portava impresso sul volto il sorriso, di quelli che non sono di facciata, e sapeva unirlo alla pazienza del pubblico dipendente che sa d’essere pagato per assicurare risposte cortesi e non invettive ai cittadini. Dedicava le sue mattinate, in genere, coi nipotini che erano il suo orgoglio. Di pomeriggio una visita veloce a Dio Martino e, poi, se il tempo lo permetteva, … a pescare. Pietro non nascondeva le sue idee politiche: era tutto di un pezzo e questo lo rendeva rispettabile agli avversari. La sua è stata sempre una presenza discreta, eppure, mancherà a tanti, soprattutto a quanti hanno imparato da lui che la famiglia, in una comunità, è uno dei beni più preziosi. MARIA CORONA La notte chiara di agosto si è fatta buia quando Tu ci hai lasciato, in un istante, leggera come il tuo respiro. Ritornano ora, non sfumati nella luce abbagliante del giorno, i fatti che hanno intessuto la tela della tua vita, lunga un secolo e ormai racchiusa nel breve spazio della memoria: gli anni lontani e felici della infanzia e della giovinezza; l’affizione dei tanti colpi subiti, addolcita nella mestizia silente del ricordo; il calore degli affetti tenuti al riparo della cerchia familiare; la dolce carezza di un sorriso. Stenteremo a colmare il tuo vuoto, ma l’esempio che ci hai dato non verrà meno con la tua persona. Sarà di guida, per noi, il tuo amore per la vita, il rispetto del prossimo, l’attaccamento alla famiglia. I tuoi fìgli Nellina, Tonuccio, Gianfranco e Giuseppina nel ricordo anche degli indimenticabili Pinuzzo e Federico. Caposele. 5 agosto 2012
Gente di Caposele Gente di Caposele 206 Ieri ieri GERARDO SISTA di Mario Sista La notizia mi giunse inaspettata nel cuore della notte. Solo qualche ora prima ero stato ad Oliveto Citra da te, a trovarti: ero stato informato del fatto che le tue condizioni destavano preoccupazione perciò, presa la macchina, mi ero diretto da Sarno alla volta della Valle del Sele. In ospedale trovai tua mamma Pia e le altre mie cugine Donatella e Lucia. Soprattutto trovai te, seduto sul letto, in pigiama, con accanto il tuo compianto nonno, da poco scomparso. Eri affaticato, ma non lasciavi certo trasparire uno stato di prostrazione fsica tale da poter immaginare l’imminente decesso che di lì a poco si sarebbe purtroppo verifcato. Rimasi con te più di un’ora. Parlammo di diverse cose: eri una miniera di informazioni sul paese e i suoi abitanti; conoscevi soprannomi e fatti di tanta di quella gente che ascoltarti era un piacere. Ad un certo punto, cambiando bruscamente discorso, ricordo che mi dicesti che eri preparato a tutto, che la mattina ti eri confessato da don Vincenzo Malgieri che, di passaggio per Oliveto, si era fermato all’ospedale; e che se Dio lo voleva, ti sentivi pronto: “Si Dìu mi vòl quà sò, ì sò prontu”, proprio così mi dicesti. Io rimasi colpito da queste tue parole e ti dissi di non pensare affatto a queste cose, ma di pensare a stare bene e a tornare quanto prima a Caposele. Giunto il tempo di ritornare a Sarno in seminario (che proprio in quello stesso anno poi lasciai), ti salutai e mi rimisi in macchina. Mai avrei immaginato che la mattina dopo avrei dovuto rifare la strada per Caposele per portarti il mio ultimo saluto. Ricordo che saputa la notizia la mattina dopo, appena giunto a Materdomini ancora stupito per la tua morte andai alla tomba di San Gerardo per raccomandarti a lui. Fratello Gerardo Savino ‘l’anziano’, in quel momento stava sistemando delle cose all’altare maggiore della Madonnina. Vedendomi scese piano piano i gradini al lato sinistro della tomba di San Gerardo e venendomi incontro mi disse: “Io lo so perché sei venuto qui per Gerardo ho saputo che è morto”. Io annuii. Lui proseguì: “Non temere per lui perché gli hanno preparato un bel posto...” e alzata leggermente una mano indicò il cielo. Poi voltatosi tornò alle sue cose. Caro Gerardo fratel Gerardo buonanima aveva ragione: se i Santi non hanno preparato per te un bel posto lassù in Cielo, beh, allora non so proprio a chi potrebbero farlo... Ti ricordi quando, piccolino, a Temete e a Ponte Sele durante i lavori dei campi, dovevamo guardarti a vista, sempre pronto com’eri a combinare qualche scungiértu? E quando poi arrivò tua sorella Maria, com’eri contento!, ma soprattutto
Gente di Caposele Gente di Caposele 207 Ieri ieri che complicità poi nel mettere in atto i vostri giochi e le vostre puerili malefatte. Ricordo i rimproveri di mamma e di nonna Nicolina, ma anche i loro teneri abbracci e baci da te così profondamente ricambiati. “Fratellini, fratellini!”, così chiamavi me, i miei due altri gemelli Gerardo e Raffaele e mio fratello maggiore Angelo. E veramente ci sentivamo tali. Che anni, ricchi di lavoro e di spensieratezza, che bei momenti, specie quelli trascorsi a Pasano. Poi la vita giustamente ci ha portato a dividerci: tu sei cresciuto, io sono andato via dal paese. Ma non mancavamo mai di salutarci. Quelle poche volte in cui ci incontravamo per le strade di Caposele rimanevo colpito dal fatto che tutti ti salutavano. Eri popolare e benvoluto da tutti. Ma qual era il tuo segreto? Semplice: il buon cuore che tenevi. Quel cuore malato che alla giovane età di venticinque anni non ce l’ha fatta più a far pulsare la vita nelle tue vene, ebbene proprio quel cuore era capace di voler bene tutti. Ti sentivi libero di amare, senza barriere sociali o quella discrezione troppo umana che spesso soffoca un saluto o un gesto di bene. La tua libertà ti portava ad entrare nelle case delle signore per fare due chiacchiere o semplicemente per andare a trovarle; ti portava a unirti alla compagnia dei tuoi amici, magari per partire, spensierato, alla volta della Calabria per dieci giorni (dopo aver istruito tua sorella circa il silenzio e la segretezza della cosa) senza avvertire tua mamma se non quando eri già lì, e lei non poteva far altro che rassegnarsi ed aspettare, ansiosa, il tuo ritorno. Eri talmente libero da riuscire addirittura a recitare in un flm di importanza nazionale (E dopo cadde la neve...) ed io ancora adesso non so come cavolo sei riuscito ad entrare su un set cinematografco, privilegio unico concesso dal destino solo a te, qui a Caposele: ma tu eri così, stupivi e basta, nella tua spontaneità, nella tua semplicità. Soprattutto, ricordo la tua premura nel visitare le persone anziane o ammalate. La tua attenzione, poi, per chi partiva per l’ultimo viaggio da questa vita era encomiabile: chissà se immaginavi che di lì a poco anche tu avresti spiccato il volo per il Cielo... Te ne sei andato nel sonno. Avevi paura della morte, come tutti in questo mondo, e non volevi affrontarla di petto. Ti è stato concesso ciò che desideravi: prima ti sei addormentato e poi sei volato via. Anche questo mi fa rifettere... Hai lasciato un grande vuoto nel cuore di noi caposelesi. Manca la tua giovialità per le strade del paese, la tua ammuìna, il tuo essere... poeta, proprio come nel flm! Il giorno in cui dalla porta della chiesetta della Sanità tua mamma ti diede, in un dolore straziante, l’ultimo saluto, piangevamo tutti. Anche il cielo. Pioveva infatti a dirotto e, nonostante questo, c’era una folla enorme che era venuta per salutarti l’ultima volta. Permettimi di frmare questo mio articolo in tua memoria non solo con il mio nome, ma anche con quello di tutta la gente di Caposele, che ti ha amato e ti ha stimato, come tu l’hai amata e voluta bene. Sono sicuro che nessuno si lamenGERARDO SISTA
Gente di Caposele Gente di Caposele 208 Ieri ieri terà di questo mio azzardo, e se anche ci dovesse essere qualcuno che volesse dissentire, beh, credo che lo farebbe per un unico motivo: semplicemente perché non ti ha conosciuto. Concludo facendo mie le parole di Sant’Agostino: “Signore, non ti chiediamo perché ce l’hai tolto, ma ti ringraziamo perché ce l’hai donato...”. Ci mancherai, caro ed indimenticabile Gerardo... TERESA RUGLIO Nostra Madre ci ha insegnato che: - saper amare è uno dei doni più belli della vita - l’umiltà, unita ad una bella intelligenza, disarma la cattiveria popolare...ma per combattere le grandi cattiverie occorre ben altro: - l’esibizionismo e la prepotenza caratterizzano le persone illuse di essere dei vincenti; - l’ingratitudine è una forma di debolezza e mediocrità (anche quella di alcune fgure più rappresentative delle scuole per cui ha lavorato, umanamente assenti in questo triste evento); - un amico fedele vale più di diecimila parenti; - costruirsi senza compromessi, ma con il coraggio di vivere onestamente, permette di afferrare il vero senso della vita... e coloro che non sono in grado di farlo saranno sempre pronti ad esprimere giudizi gratuiti e negativi, perché pervasi dall’ invidia, dal bigottismo e dal falso moralismo; - gli errori umani si pagano con la sofferenza, ma sono rimediabili se si gode di buona salute mentale, di pazienza e di tempo; - la morte è vita e le belle parole solo dopo la morte non servono a nulla Ringraziamo la partecipazione di tutti al nostro dolore, ma ringraziamo di vero cuore solo coloro che le hanno voluto veramente bene in vita... Con la speranza, Cara Mamma, che anche ora ci sarai da guida nel contesto ipocrita in cui hai vissuto e per il quale noi fgli Ti chiediamo scusa in nome della Tua autenticità e delle persone come Te! Grazie per i Tuoi SORRISI che per noi non si sono mai spenti... Giovanni, Carmela e Gerardo
Gente di Caposele Gente di Caposele 209 Ieri ieri VINCENZO CARUSO Cittadino Onorario di Caposele di Francesco Caprio Vincenzo Caruso, cittadino onorario di Caposele, uomo politico di fede socialista, Sindaco di Trani, avvocato giunto nella stima generale alla “Toga d’oro”, era amato stimato per la sua generosità e per il suo impegno nel campo politico e sociale. E’ stato determinante nella risoluzione dei problemi relativi ai rapporti con l’Acquedotto Pugliese. L’avvocato Vincenzo Caruso, avendo conosciuto nei minimi particolari la grandiosità e l’importanza dell’Acquedotto pugliese - opera di cui il mondo non ricorda l’eguale - ha voluto onorare con sentimenti fliali la « generosa» Caposele, come il Santuario delle Acque, che scorrono verso la Puglia non più sitibonda. Le sue espressioni hanno un alto valore morale, che commuovono noi di Caposele e tutta l’Irpinia per il riconoscimento più genuino che proviene da questo Compendiario, frutto di una vasta e tenace esperienza. Nella mia lunga attività amministrativa al servizio di questa ridente cittadina ho vissuto anni di ansia e di trepidazione per le acque perennemente in viaggio dalle sorgenti Madonna della Sanità nella più schietta consapevo lezza che i sacrifci di Caposele valevano per la gioia e per il progresso delle città e contrade pugliesi. Oggi il «Compendiario sugli Acquedotti pugliesi e lucani» si presenta come un’opera ricca di notizie e di dati, che dovrebbe essere conosciuta da tutti, specialmente dalle popolazioni benefciate, affnché si possano rendere conto delle ragioni e delle cause antiche e recenti che hanno consentito il loro attuale stato di benessere sociale ed economico. Nel lontano marzo 1905 la transazione tra il Comune di Caposele e lo Stato sulla demanialità delle acque di «Madonna della Sanità» fu l’avvio più propiziatorio, nel maggio 1970 la convenzione sui buoni rapporti tra il Comune di Caposele e l’Ente Autonomo per l’Acquedotto Pugliese ha cementato una realtà di bisogni primari da non mai sottovalutare, e perciò noi riconosciamo a questo Compendiario fnalità sociali, che travalicano i confni delle nostre Regioni - Campania, Basilicata e Puglia - nei primordiali problemi degli Acquedotti Il multiforme ingegno di Vincenzo Caruso di Domenico Di Palo Ora che anch’egli, all’età di 84 anni, se n’e andato, non è facile ricordare la multiforme attività di Vincenzo Caruso e, per il grande impegno da lui profuso in ciascuna di queste attività, per la generosità la serietà che l’hanno sempre caratterizzato, mi sembra davvero di fargli torto se di esse se ne trascura una sola: Avvocato del Foro di Trani giunto, nella stima generale, alla “Toga d’oro”; uomo
Gente di Caposele Gente di Caposele 210 Ieri ieri politico di coerente fede socialista fn dall’età giovanile; consigliere comunale eletto ininterrottamente dal 1952 al 1990; assessore, in diversi turni amministrativi, alla Polizia urbana ed Annona, alle fnanze e al Bilancio, ai Lavori Pubblici e all’Urbanistica; presidente dell’Assemblea generale della USL BA4 dal 1982 al 1984, sindaco della città dal 7 agosto del 1985 al 22 novembre del 1986; componente, per molti anni e per nomina del Ministero dei Lavori pubblici, del Consiglio di amministrazione dell’Acquedotto pugliese, un ente nel quale maturò un’esperienza così ricca che gli valse, insieme alla pubblicazione di un voluminoso Compendiarlo degli Acquedotti pugliesi e lucani e un più recente lavoro su Acquedotto Pugliese. L’illusorio assalto alla realtà idrica ultrasecolare del Mezzogiorno, la ferma convinzione della ricchezza delle risorse idriche del Sud Italia e, nel 1970, “per l’azione e l’opera da lui svolta tenacemente a favore dell’affermazione dei diritti civili e morali del Comune”, la stessa cittadinanza onoraria di Caposele. E, infne, appassionato studioso di storia locale, un’attività, questa, intrapresa quasi a coronamento del suo lungo e operoso dialogo con la città natale, e che si tradusse nella pubblicazione di una ponderosa opera in tre volumi e sei tomi, “Meridione Puglia Trani nella storia universale”, nella quale le vicende di Trani e della Puglia vengono collocate nel più vasto contesto degli avvenimenti mondiali; de Il Castello di Trani, bene demaniale comunale; e La Repubblica Napoletana del 1799 docet, un lavoro, quest’ultimo, già annunciato in corso di stampa ma purtroppo tuttora inedito. A me, che ai tempi di Singola/plurale ebbi l’onore della sua preziosa collaborazione, piace naturalmente ricordare anche i suoi numerosi interventi sul mio giornale, ma fu la sua calda e schietta umanità che, insieme alla sua profonda conoscenza dei problemi cittadini, me lo resero alfne non solo punto di riferimento nella conduzione di una vita amministrativa coerentemente tesa al progresso di Trani e al benessere di tutti, ma simpatico e amico sincero. Per questo, ancora oggi, mi resta scolpita nella mente l’immagine di lui che, nel grigiore di certe sedute consiliari, parlava, parlava, argomentava con cognizione di causa le sue proposte; si accendeva d’entusiasmo nei suoi suggerimenti e che, di tanto in tanto, con una delle sue classiche impennate, apostrofando con ironia quei consiglieri comunali che, inconsapevoli del loro ruolo. mostravano indifferenza al dibattito in corso, rinfacciava ad essi l’indegnità del comportamento. RICORDO DELL’AVV. CARUSO di Nino Chiaravallo Poche parole per ricordare il compianto avvocato Vincenzo Caruso, che ho avuto modo di conoscere personalmente. Toga d’oro del Foro di Trani, ove era nato il 7 agosto 1922, uomo di grande spessore culturale, persona schietta e coraggiosa, di squisita gentilezza ed impaVINCENZO CARUSO
Gente di Caposele Gente di Caposele 211 Ieri ieri gabile ospitalità, era legato al nostro paese da un profondo affetto. Il suo attaccamento era di antica data. Aveva conosciuto Caposele perché era stato componente, per nomina del ministro dei Lavori Pubblici, del Consiglio di Amministrazione dell’Acquedotto Pugliese. E durante l’espletamento di tale incarico, nel 1970, fu insignito della cittadinanza onoraria di Caposele per “l’azione e l’opera da lui tenacemente svolta per l’affermazione dei diritti civili e morali di Caposele nei confronti dell’Acquedotto Pugliese e di tutta la Regione Puglia dissetata dalle acque del Sele”. Da allora il suo legame con il nostro paese si è andato consolidando e nel corso del tempo si è trasformato in affetto sincero verso persone e luoghi. Da quando i suoi impegni professionali erano diventati meno pressanti, aveva preso l’abitudine di trascorrere ogni anno alcuni giorni qui a Caposele, solitamente in estate, portando con sé i nipotini, cui evidentemente intendeva trasmettere il suo attaccamento. Vi è tornato per l’ultima volta lo scorso anno, poco prima della sua morte avvenuta il 16 agosto, quando il suo fsico era vistosamente segnato da una inguaribile malattia, dando prova, oltre che del suo fortissimo legame per il nostro paese, di grande vitalità e di una non comune forza di volontà. E’ stato in quella occasione che l’avvocato Caruso ha donato due copie della sua “Storia del meridione” al nostro Istituto Comprensivo, una destinata alla biblioteca della scuola, l’altra da consegnare all’alunno più meritevole. Egli ha scritto altre opere tra cui un Compendiario sugli Acquedotti Pugliesi e Lucani, ma certamente “Meridione, Puglia, Trani nella storia universale”, è quella che lo inorgogliva di più. Pubblicata nel 1999, dopo 14 anni di studi e di ricerche, fu presentata presso l’Istituto Italiano degli Studi Filosofci di Napoli, con la partecipazione del prof. De Martino, cui era stato molto legato durante gli anni del suo impegno politico che lo aveva portato a ricoprire la carica, per circa 40 anni, di consigliere comunale a Trani, oltre a quella di assessore e Sindaco dello stesso Comune, nonché di presidente dell’assemblea della ASL di Bari. Oggi, nel ricordare l’avvocato Caruso, lo ringrazio a nome di tutti del suo pensiero per la nostra comunità scolastica e v’invito a salutarlo con un caloroso applauso. VINCENZO CARUSO
Gente di Caposele Gente di Caposele 212 Ieri ieri CELESTINO CIFRODELLI di Raffaele Russomanno Caro Celestino, non riesco a pensare a te se non in termini presenti, perché sento viva la tua presenza in mezzo a tutti noi. Sono tra coloro che hanno avuto il piacere di esserti stato amico crescendo insieme, ma sono anche fra i molti che ti hanno conosciuto ed apprezzato professionalmente. Essere qui a scriverti mi riempie di rabbia, rabbia contro un destino che ti ha strappato non solo ai tuoi affetti più cari ma anche a tutti noi, ad un’intera comunità, perché tu sei una di quelle persone che hanno sempre dato molto per il proprio paese, ed il merito più grande è che lo hai fatto senza clamori, senza mostrarti, con estrema disponibilità ed educazione verso tutti, accompagnando sempre ogni tuo gesto con un sorriso. Oggi posso scriverti al presente perché tutto ciò che tu hai rappresentato lo ritrovo nei tuoi fgli. Vederli mi riporta alla mente la nostra infanzia e la nostra gioventù, entrambi periodi felici della nostra vita, quando il dolore non aveva ancora scavato solchi profondi nei nostri cuori. Da padre posso solo dire che puoi essere orgoglioso di come sono cresciuti i tuoi fgli, perché ti rassomigliano, e per un padre non c’è gioia più grande. Tutto ciò che noi facciamo, ogni nostro sforzo è proteso verso di loro, alla loro crescita sia fsica che morale, ed io credo che tu ci sia riuscito pienamente. Certo nulla potrà mai compensare l’enorme vuoto lasciato dal loro papà, in particolare per la piccola Michela. Non si è mai grandi abbastanza per fare a meno di un genitore, ma essi sanno che il tuo amore per loro non verrà mai meno, perché lo portano impresso, come un marchio incandescente, nei loro cuori, esattamente come tua moglie sa di non essere sola, perché l’amore e l’affetto che tu hai nutrito per lei non verranno mai meno, perché solo su sentimenti puri e granitici si edifcano famiglie come la tua, famiglie che stanno a ricordare a tutti noi il concetto di amore. Ho incontrato tuo padre e nel suo sguardo vi ho letto tutto il dolore di un padre che ha la sventura di sopravvivere al proprio fglio, dolore portato con compostezza e dignità, quella dignità che è propria dei nostri anziani. Infne voglio dirti che il ricordo che noi tutti abbiamo di te è un ricordo forte, un ricordo che non svanirà, che non si affevolirà col tempo, perché vivo e ben radicato in noi, ma anche perché una comunità ha il dovere di ricordare chi l’ha amata e tu l’hai amata. Ciao Celestino.
Gente di Caposele Gente di Caposele 213 Ieri ieri GIOVANNI DAMIANO Agosto 2010 muore Giovanni Damiano Il Ricordo di Alfonso Merola Giovanni Damiano si è spento all’età di 90 anni, nel mese di agosto: è un altro pezzo di storia locale che se n’è andato. Chi ha avuto modo di conoscerlo da guardia municipale prima e da comandante dei vigili urbani dopo, non può non convenire sullo spiccato senso del dovere e dell’attaccamento al servizio che lo contraddistingueva. Abbiamo sicuramente sbagliato a percepirlo come esagerato nell’adempimento del suo uffcio, ma ai suoi tempi il valore di un impiego pubblico e la riconoscenza verso le istituzioni non erano un dettaglio banale. Essere dipendente, ad esempio, di un comune che doveva farsi in quattro per far quadrare i conti dell’Ente, caricava di una più robusta responsabilità e Giovanni era in linea con quella tendenza d’epoca. Con Giovanni Damiano, in effetti, non si parlava mai di turnazioni, ferie e congedi, straordinari e riposi festivi, di progetto obiettivo e nemmeno di contratti ed indennità aggiuntive. Giovanni era interessato solo ad un lavoro funzionale all’aspettative di un Comune che amministra per il tramite di regolamenti che “se vogliono veramente regolare” devono essere osservati. Eccolo, allora, attento alla circolazione delle auto, al loro corretto parcheggio, ai bambini che sfrecciavano come bolidi sulle biciclette o trasformavano ogni angolo del paese in campo di calcetto … Egli era anche puntigliosamente attento alla pulizia del paese: ne sentivano il fatone i netturbini, i commercianti “indisciplinati”, i proprietari di stalle in area urbana, qualche massaia che faceva uso “estemporaneo” dei fontanini pubblici e dei lavatoi. Te lo trovavi dovunque a proteggere il patrimonio comunale, sul municipio ad organizzare la giornata con sindaci e segretari comunali, a vigilare dentro e fuori gli edifci scolastici ad accompagnare con la macchina gli amministratori ad Avellino. Il suo rapporto fu eccezionale con un Sindaco altrettanto eccezionale, Don Ciccio Caprio, ma quelli che lo seguirono non ebbero mai a lamentarsi. Sapeva trovare anche il tempo per la sua famiglia che educò anch’essa al senso del dovere. Era orgoglioso del suo Gerardo, dipendente EAAP, del suo Eliseo che aveva fatto carriera senza sgomitare nella giungla della burocrazia italiana. Quando andò in pensione, preferì ritirarsi, come un Coriolano, nella sua casa di campagna, lontano dai frastuoni, accanto a sua moglie e suo fglio Giuseppe, con cui condivise pazientemente la sofferenza propria di una malattia perniciosa, di quelle che costringono un giovane a riformulare il senso ed il percorso della vita.
Gente di Caposele Gente di Caposele 214 Ieri ieri Era molto legato a Salvatore, Davide, Rocchino e alle sue fglie Beniamina e Sanità. Io mi sentivo legato a Giovanni, non solo e non tanto per la fattiva collaborazione datami quando ero sindaco, ma anche perché in lui intravvedevo anche la fgura del mio “leggendario” nonno, guardia campestre, di cui di tanto in tanto sento ancora parlare. Gente di altri tempi, le cui storie umili sono degne d’essere ricordate perché se ne sente nostalgia in giorni in cui sembra che in tanti abbiamo smarrito il valore della missione civica. PINUCCIO SPATOLA Consigliere Provinciale da La Sorgente n. 29 Caro Pinuccio, sei immaturamente scomparso lasciando in noi sgomento e sconforto. Ti ricorderemo per la linearità politica e morale, per la correttezza dei tuoi comportamenti. Eri un uomo buono e generoso, sempre pronto a trovare il giusto equilibrio nelle tormentate e diffcili vicende politiche del nostro paese. Ci mancherà anche il tuo equilibrio: hai lottato per l’unità e la concordia: ed è l’ultimo insegnamento che hai lasciato a tutti noi. Addio. Nicola Conforti Caposele, 30.05.84 Lettera postuma a Pinuccio Spatola di Michele Ceres Caro Pinuccio, sono ormai ventiquattro anni che non ci sei più. Molto è cambiato in quest’arco di tempo, ma non sempre le cose sono mutate per il meglio. Certo vi è stato un generale progresso tecnologico che ha permesso alla gente di utilizzare strumenti utili nella vita di ogni giorno, impensabili quando ancora eri in vita. Tramite, per esempio, un minuscolo telefono tascabile, che noi chiamiamo cellulare, siamo in grado di comunicare con altri in qualsiasi momento e in qualsiasi luogo; tramite quello strumento che ancora giovani chiamavano calcolatore oppure cervello elettronico e che oggi viene detto più semplicemente computer, da tavolo o portatile, siamo in grado di fare operazioni di scrittura, calcolo, grafca etc. inimmaginabili ancora negli anni Ottanta, quando ci hai lasciato. Sono sicuro che sapere queste cose ti farà piacere, ma sono anche certo che
Gente di Caposele Gente di Caposele 215 Ieri ieri sarà angosciante per te sapere che in questi 24 anni, dal punto di vista politico e sociale, le condizioni generali non sono migliorate granché. Anzi! La Democrazia Cristiana, in cui con tanto orgoglio mostravi di militare, il Partito Socialista e tanti altri partiti ormai non esistono più da circa 15 anni, spazzati via da un’ondata di processi giudiziari per corruzione e concussione. Non esiste più nemmeno il vecchio Partito Comunista, messo in crisi, a sua volta, dal crollo del comunismo in campo internazionale, anche se suoi importanti rappresentanti occupano alte cariche istituzionali, sebbene siano stati espressione di idee politiche condannate dalla storia. Lo scenario politico è, oggi, dominato da nuove formazioni partitiche che, quantunque nuove, hanno molto da invidiare ai partiti del tuo tempo. La società è, oggi, dominata da un materialismo ed un relativismo pervasivi, che sono sicuro avresti combattuto con la passione che ha caratterizzato la tua breve esistenza e che ti animava anche da ragazzo. Eravamo ragazzi quando nel 1953 con tuo fratello Giannino e Salvatore Caprio fummo messi in collegio a Campagna per frequentare la scuola media e, quindi, per continuare negli studi fno al conseguimento di un titolo di studio superiore. Provenivamo tutti dalla stessa quinta elementare. Una classe costituita da poco più di venti 20 alunni, dei quali in circa dieci sostenemmo gli esami di ammissione alla scuola media, grazie all’ottimo maestro Donato D’Auria al quale debbo molto. Si trattava di una rivoluzione sociale vera e propria. Per la prima volta un gruppo nutrito di ragazzi, fgli di artigiani e di piccoli commercianti, veniva in massa avviato agli studi. Del periodo in cui siamo stati in collegio a Campagna ricordo che, sebbene talvolta entravamo in competizione per motivi futili, propri dell’età, sempre dimostravi di essere un vero amico non solo verso di me, ma verso tutti. Oggi, del gruppo dei quattro sono rimasto solo: anche Giannino e Salvatore non ci sono più. Ma probabilmente questo già lo sai, forse tutti e tre state assieme e talvolta volgete lo sguardo su di noi ancora in vita. Dopo Campagna ci siamo divisi per un anno o due, ma presto ci siamo ritrovati a frequentare la stessa scuola a Napoli. E, a Napoli abbiamo vissuto un periodo ricco di esperienze, maturate nell’ambito di un progresso economico che era tanto manifesto che quasi lo si poteva toccare concretamente con le mani. Erano gli anni del boom economico che proiettarono l’Italia nel concerto dei paesi più ricchi del mondo, nonostante le disparità geopolitiche con cui tale progresso fu realizzato. Conseguito il diploma, la ricerca del posto di lavoro non durò a lungo per entrambi ed iniziò, per te un po’ prima, il percorso politico, nell’ambito della Democrazia Cristiana. Alle elezioni amministrative del 1964 fosti candidato con la lista capeggiata da Gerardino Malanga in contrapposizione all’altra guidata Ciccio Caprio, che era destinato a reggere le sorti del Comune per un quindicennio, cioè fno alla sua morte. PINUCCIO SPATOLA
Gente di Caposele Gente di Caposele 216 Ieri ieri Perdemmo le elezioni, ma l’esperienza che maturasti ti servì per dare un senso e un obiettivo alla tua attività politica. Il senso era costituito dalla vicinanza ai problemi della gente; l’obiettivo era rappresentato dalla possibilità di dare un carattere politico all’amministrazione comunale, che si era sempre mantenuto nei limiti di un civismo la cui effcacia non oltrepassava i limiti territoriali del Comune. Per perseguire queste fnalità le istituzioni e le sedi politiche della provincia erano quasi diventati la tua nuova casa. Memorabili furono anche le battaglie che conducemmo all’interno della sezione della DC per scalzare una granitica maggioranza che si riconosceva nelle posizioni dell’on. Fiorentino Sullo. Ci riuscimmo nel congresso del 1967. Fosti, quindi, segretario di sezione per un anno, poi io presi il tuo posto, perché tu fosti nominato segretario di zona. Non è questa la sede opportuna per una ricostruzione storica delle vicende politiche che ci videro coinvolti in prima persona. Tuttavia, non posso non ricordare le tue candidature al Consiglio Provinciale: la prima fnita non bene nel 1974, la seconda nel 1980 la quale, anche se non seguita dall’elezione immediata al parlamentino provinciale, costituì un grande successo poiché, in un collegio vietato per un candidato DC, più voti di quanti ne prendesti era quasi impossibile prenderne. Ed infatti, risultasti il primo dei non eletti, ma ben presto fosti chiamato alla carica di consigliere provinciale. Poi venne il terremoto. Una sera, di fronte allo scenario surreale e spettrale delle macerie, promettemmo di intensifcare la nostra attività politica per contribuire positivamente alla ricostruzione del nostro paese. Seguirono incontri e colloqui con autorità appartenenti a tutti i livelli istituzionali per sollecitare la realizzazione di interventi tendenti a promuovere lo sviluppo della martoriata Caposele. Se in vita, oggi saresti stato un gigante in un contesto dominato dalla mediocrità e dal nanismo politico. Traguardi prestigiosi ti stavano, infatti, aspettando, che ti avrebbero consentito di privilegiare in modo signifcativo la nostra Comunità a cui eri tanto affezionato, ma la morte, inaspettata, ti colse in quella triste alba del 30 maggio 1984. PINUCCIO SPATOLA
Gente di Caposele Gente di Caposele 217 Ieri ieri GERARDO MONTEVERDE Nato a Caposele, laureato in ingegneria Elettronica presso l’Università degli studi di Napoli. Partecipa come volontario in Senegal ad un programma di missione per Comunità Promozione e Sviluppo dal 1979 al 1981. Insegnante di elettronica in diversi Istituti Professionali. Assessore, Vice Sindaco, Sindaco pro tempore e Consigliere di minoranza (1999-2010). Coautore del libro “Fantasticando alle Sorgenti del Sele” (2006). Autore di una ricerca storica “Le Sorgenti del Sele e il suo acquedotto”. Autore di “Semplici pensieri di un uomo in cerca di Dio”. Autore di “Terra di Caposele” libro stampato postumo. IL VANVITELLI RENDE OMAGGIO AL PROF. GERARDO MONTEVERDE di Catia Multari I n un’atmosfera densa di commozione sincera e silenziosa si è svolta sabato 21 gennaio 2012 alle ore 10 presso la sede IPSIA di Via Torino a Lioni la cerimonia commemorativa a ricordo del Prof. Gerardo Monteverde, nel trigesimo della sua prematura e dolorosa scomparsa. L’intera Comunità Scolastica del Vanvitelli, su proposta del Consiglio di Istituto, ha voluto dedicargli a perenne memoria l’intitolazione del Laboratorio di Elettronica dove il prof. Ing. Monteverde ha svolto, con competenza, passione ed assoluta discrezione, la sua apprezzata attività per circa un ventennio. Presenti alla celebrazione la moglie Maria, i fgli, il fratello Ing. Raffaele Monteverde, anch’egli docente dell’IPSIA, alcuni familiari più stretti, Monsignor Tarcisio Gambalonga, il Dirigente Scolastico del Vanvitelli, Prof. Vincenzo Lucido, la Collaboratrice del Dirigente, Professoressa Nicla Popoli, il Presidente del Consiglio di Istituto, Sig. Emilio Cozzolino, molti docenti dei vari plessi e tutti gli alunni dell’IPSIA. Dopo la benedizione di Don Tarcisio, la Sig.ra Monteverde ha scoperto la targa all’ingresso del laboratorio di elettronica dove suo marito era solito far esercitare gli alunni e che ora porterà il suo nome. Il Dirigente, Prof. Lucido, visibilmente commosso, ha speso parole sentite di riconoscimento umano e professionale per il Prof. Monteverde, descrivendolo così: - “una persona discreta, mite, dal sorriso appena abbozzato, dai toni sempre garbati, rispettosa nei confronti di tutti, capace come poche di ascoltare l’interlocutore, seria e allo stesso tempo vicina alle esigenze formative dei ragazzi, i suoi tanti alunni. In un mondo così devoto all’apparire, lui aveva scelto invece di essere. Semplicemente.” E proprio alcuni dei “suoi” ragazzi hanno voluto, a nome di tutti,
Gente di Caposele Gente di Caposele 218 Ieri ieri leggere pensieri e ricordi a testimonianza del rammarico per aver perso il loro “maestro” così presto: Se insegnare è lasciare il segno, tu hai lasciato un segno in tutti noi. Grazie Professore” hanno concluso, emozionati. La famiglia ha voluto condividere con la scuola un aspetto molto personale, che pochi conoscevano: la sua profonda fede cristiana, che lo ha guidato con serenità nel lungo e diffcile percorso della malattia e che lo ha spinto a scrivere brevi preghiere, pensieri, rifessioni, raccolte ora insieme e intitolate Semplici Pensieri di un uomo in cerca di Dio. E’ stato uno dei suoi colleghi di sempre dell’IPSIA, il Prof. Di Popolo, con voce rotta, a leggerne uno: Fermati, nel silenzio ascolta la voce dell’eternità. Non farti sballottare dal vento ingannevole dell’apparenza. A concludere la commossa e partecipata cerimonia, il Preside, Prof. Lucido, che ha ringraziato la famiglia, sottolineando che il testamento spirituale che Gerardo Monteverde ha lasciato a tutti quelli che lo hanno incontrato nel loro percorso di vita resterà sempre nella scuola attraverso la testimonianza del suo valore umano e pedagogico. Tra i suoi scritti, molti i passi veramente toccanti e che ne tracciano un proflo di grande rilievo: Il mio inverno m’imprigiona la freschezza dei sentimenti gli slanci d’amore sono là li vedo ma non riesco più a raggiungerli Prego, incessantemente, il Signore di concedermi un altro giorno di primavera. Gerardo Monteverde: uomo di fede e di cultura di Rodolfo Cozzarelli Ringrazio “La Sorgente” e il suo Direttore di avermi dato l’opportunità di scrivere qualche rigo su Gerardo Monteverde, persona umanamente e spiritualmente completa che manca a tutti. In un tempo di crisi di valori umani e morali, l’esempio che ci ha offerto di dignità e coerenza acquista maggiore rilievo e lo fa crescere nella nostra considerazione e nel nostro affetto. Uomo integro, incapace di offendere anche se provocato, ha risposto alle malignità e all’ipocrisia impegnandosi con i fatti e con i suoi scritti nel perseguire la GERARDO MONTEVERDE
Gente di Caposele Gente di Caposele 219 Ieri ieri crescita umana, culturale e politica di Caposele sempre con spirito di servizio. Convinto cattolico, vero uomo di fede, ha manifestato l suo amore verso gli altri recandosi come volontario in Senegal per assistere ed aiutare chi ne aveva e ne ha bisogno. L’adesione alla fondazione “AMRE ONLUS”, che raccoglie fondi e va in soccorso di chi è in diffcoltà, esprime compiutamente l’esigenza di Gerardo di rendersi utile al prossimo in modo continuo, duraturo ed intelligente. Lo scopo che si propone non è, infatti, quello di arrecare un sollievo economico momentaneo, ma di dare impulso al progresso del popolo senegalese, nella loro stessa terra, attraverso l’insegnamento di arti e mestieri che promuovano il lavoro e la creatività. Anche nei suoi scritti, Gerardo, esprime e manifesta il suo amore verso Dio, verso Caposele e verso tutti. La sua ultima fatica letteraria, dal titolo “Terra di Caposele”, ispirata dall’amata terra natia, dedicata alla moglie ed ai fgli e curata in modo impeccabile dalla prof.ssa Teresa Castello testimonia il valore del passato e un intenso sentimento di affetto nei confronti delle proprie radici umane e culturali. Il libro inizia con una “cronistoria di Caposele” che offre un panorama storico che va dal 71 a.c. al 1980 e che riporta in vita un tempo lontano altrimenti dimenticato. Prosegue descrivendo Caposele e le sue origini, l’evoluzione della sua comunità e le sue attività. Cita il Castello che risale all’XI secolo e che, ampliato da Federico D’Aragona, conobbe momenti di splendore per cadere in rovina in seguito al terremoto verifcatosi nel 1694. Nelle “note di approfondimento” vengono elencati i nomi delle chiese, dei sacerdoti e delle famiglie vissute a Caposele alla fne del 1600. Un supporto informatico consente, ad ogni nostro concittadino, di rintracciare le linee della propria discendenza. In “Cenni Storici” scrive della prodigiosa immagine di Maria SS della Sanità e descrive le vicende vissute nel tempo dalla Chiesa a Lei dedicata. La portata delle sorgenti Sanità, l’etimologia del nome Sele introducono l’argomento che tratta la realizzazione dell’AQP e dei diffcili rapporti tra questo ente e la comunità caposelese. Nel Capitolo intitolato “Stagioni di vita” Gerardo ricorda gli eventi che hanno segnato la vita del nostro Paese dal medioevo al 1980. Si tratta spesso di vicende tragiche e dolorose che narrano di peste e terremoti sofferti dai nostri antenati ma che ora, accompagnate da un senso di pietà, risultano essere preziose informazioni per il presente ed il futuro. “Terra di Caposele” narra la nostra storia ritrovata in archivi civili e religiosi in testi passati e recenti grazie ad una ricerca diffcile e paziente che viene messa al servizio di tutti. Si tratta di una miniera di informazioni frutto di un lavoro tenace e meticoloso che, col trascorrere del tempo, diventerà un’eredità sempre più preziosa. Stimato e benvoluto nel suo ambiente di lavoro ha partecipato attivamente alla vita politica locale ricoprendo il ruolo di assessore ed in seguito la carica di Sindaco f.f. GERARDO MONTEVERDE
Gente di Caposele Gente di Caposele 220 Ieri ieri Terra di Caposele La nostra storia come non è stata mai raccontata di Alfonso Sturchio La curiosità e la sete di conoscenza riguardo alle proprie origini è umana. E per origini non intendo semplicemente la ricerca genealogica dei propri ascendenti, ma anche la ricerca delle proprie radici culturali, di come gli eventi storici hanno forgiato il territorio ed il carattere della comunità in cui si vive. Chi ama Caposele e vuole provare a conoscere ed approfondire gli elementi che lo hanno reso, nel corso dei secoli, il paese che oggi si presenta ai nostri occhi, non può prescindere dal libro “Terra di Caposele” di Gerardo Monteverde. Il volume, pubblicato postumo quest’anno, colpisce subito per la cura dei dati raccolti e per l’enorme lavoro di ricerca che si intravede dietro la miriade di notizie ed osservazioni riportate. Si resta letteralmente sbalorditi dalla quantità di informazioni inedite trascritte sin dalle prime pagine e dall’estrema accuratezza con la quale si esaminano fonti fnora ritenute attendibili, per sottoporle alla puntuale analisi della critica storica. Il libro si apre con un’ampia ricostruzione degli eventi che hanno caratterizzato il nostro territorio sin dall’epoca romana, approfondendo i fatti a mano a mano che ci avviciniamo alla nostra epoca grazie alla maggiore disponibilità di fonti scritte. Si apprende della prima diffusione degli opifci azionati con la forza dell’acqua sin dall’anno 1000 e della successiva presenza dei cavalieri normanni nelle nostre terre a ridosso della fne del periodo longobardo. Vengono individuati i Balbano (o Balvano) come i primi feudatari delle terre di Caposele dopo il periodo longobardo e la nostra appartenenza al Ducato di Puglia. Per la prima volta, per quanto mi è dato sapere, si afferma la partecipazione di militi caposelesi alle crociate, a seguito dell’invio in Terra Santa nel 1187, da parte del conte Filippo di Balbano, di uomini armati e fanti provenienti da Caposele. La precisione della narrazione è supportata da dati e fonti incontrovertibili, recuperate nei labirinti degli Archivi di Stato di Napoli e Salerno. Apprendiamo, per esempio, della condanna comminata nel 1416 dalla Gran Corte della Vicaria all’università di Caposele al pagamento di 100 once d’oro, ed al pagamento di 60 once d’oro per alcuni cittadini che avevano illecitamente occupato le terre di Pasano. Vengono, altresì, elencati i signori che nel corso dei secoli sono entrati in possesso delle terre di Caposele e lo sviluppo della popolazione ed il suo decremento a seguito di malattie e catastrof naturali. I circa 600 abitanti del 1494, diventavano 728 nel 1545, 1012 nel 1545 e 1284 nel 1561. La peste tuttavia colpì la nostra terra nel 1656, quando la popolazione aveva raggiunto il numero di 1200 abitanti, e ben 642 caposelesi ne perirono. Si legge che l’anno successivo, quando l’epidemia ebbe termine, i 500 superGERARDO MONTEVERDE
Gente di Caposele Gente di Caposele 221 Ieri ieri stiti eressero su un basamento una colonnina di pietra sormontata da una croce viaria in pietra: la Croce dell’Angelo che ancora oggi si trova in via Ogliara. Ma la vita ricomincia e, nonostante i vari terremoti, pestilenze e carestie puntualmente descritti (la carestia del 1764 provocò ben 329 morti), Caposele nel 1789 – l’anno della Rivoluzione Francese – contava ben 3512 abitanti. Molto interessante è anche la parte centrale del volume, quando l’autore – attraverso un’analisi delle fonti storiche – ricostruisce in maniera meticolosa le origini di Caposele, del suo nome e dei suoi simboli. Le attività dei suoi abitanti, la presenza dei greci sul territorio, l’evoluzione della comunità con la costruzione delle prime case nella zona Capo di fume e la prima lavorazione delle stoffe, la presenza dei primi pellegrini ed il miracoloso sviluppo di Materdomini. Chi è interessato massimamente alle origini della propria famiglia troverà nel libro una ricerca ed un’esposizione dei nomi e cognomi dei caposelesi iscritti nei registri parrocchiali ed in quelli dell’anagrafe civile dal 1748 al 1900 a dir poco eccezionale. Solo con un lavoro ciclopico si potevano sfogliare uno ad uno questi antichi registri, estrarne le singole informazioni riguardanti tutti gli iscritti e farne una statistica sui ceppi familiari. Qual era il nome femminile più diffuso a Caposele in quegli anni? Naturalmente Maria, il cui nome è stato attribuito alle neonate caposelesi – senza contare le sue numerose variazioni – 1912 volte. Con il nome del nostro Santo Patrono, Lorenzo, sono stati invece battezzati in quell’arco temporale ben 1308 caposelesi. Quali erano le famiglie caposelesi con più componenti in quei 250 anni? Ebbene dal 1748 al 1900, 571 neonati furono iscritti con il cognome Ceres, 573 Lo scopo che si è proposto è stato la ricerca del bene di tutti attraverso le idee ed i programmi di sviluppo da realizzare a Caposele rifuggendo dalle false promesse tese ad ingannare i cittadini. La vita di Gerardo è un esempio di altruismo e dedizione da seguire, gli scritti un dono per tutti ma in particolare per le nuove generazioni che ritroveranno in essi la storia del loro Paese, storia che grazie a Gerardo, non andrà più sicuramente perduta. https://issuu.com/lasorgente/docs/terra_di_caposele_-_gerardo_monteverde_web SULLA “SELETECA” GERARDO MONTEVERDE
Gente di Caposele Gente di Caposele 222 Ieri ieri ROSA CURATOLO Zia Rosa, fa male non vederti, ma molto di pù il non vederti sorridere. Il tuo sorriso ci riempiva di felicità. Eri una donna speciale, con una grande voglia di vivere, immensamente bella nella tua semplicità e spontaneità. Ed è così che noi ti ricorderemo: come una piccola stella pulsante di vita che splenderà per sempre nei nostri cuori. CONCETTA CIBELLIS Di fronte a un dolore cosi grande, ogni parola può sembrare inutile, vuota, perché in queste occasioni non si sa mai cosa dire! Ma noi sentiamo ugualmente la voglia di ricordarti.. e con noi ti ricorderanno tutti, perché chi non conosceva “La Furnara”!!! Non abbiamo avuto nemmeno il tempo di capire che cosa ti stesse succedendo… La tua malattia ha sconvolto tutti, come un fulmine a ciel sereno. Ma purtroppo la vita è beffarda, la vita è ingiusta. Purtroppo succede e succede alle persone migliori o a quelle persone che nella vita avevano tanto bene, tanto amore da donare. A tutti! E tu cosi sei sempre stata: una donna che ha fatto del lavoro e della famiglia i pilastri portanti della propria vita… una vita che ti ha chiesto di combattere fno all’ultimo respiro, ma che allo stesso tempo ha saputo donarti un compagno meraviglioso, che ti ha sostenuta ed amata fno alla fne.
Gente di Caposele Gente di Caposele 223 Ieri ieri GENNARO MAJORANA Umanità, competenza, rigore morale di Alfonso Merola Anche se con un ingiustifcato ritardo, sentiamo di porre riparo ad una mancanza, sicuri che la famiglia del caro compianto Gennaro Majorana ci vorrà perdonare. Il 22 dicembre 2012 veniva a mancare a tutti noi il segretario comunale Majorana, caposelese di adozione che attraverso la sua preziosa ed unanimemente apprezzata funzione di dirigente pubblico è stato testimone ed ha accompagnato la vita amministrativa della nostra comunità per oltre 5 decenni Io ero poco più che ragazzo quando per la prima volta ne sentii parlare con ammirazione e rispetto da parte di mio padre: di lui apprezzava l’immagine di pubblico funzionario che dava compiutezza al suo ruolo, innanzitutto esaltando il senso dello Stato ed il valore dei servigi doverosi da garantire La mia ammirazione e il mio rispetto nei suoi riguardi non sono mai venuti meno, né sono stati delusi, soprattutto quando da sindaco ho potuto constatare di persona la sua umanità, la competenza, il rigore morale, lo stile personale e l‘amore per il lavoro. So di parlare di qualcosa di iperuranio in quest ‘Italia che si spappola in assenza di ogni pudore e di ogni senso di rigore intellettuale e morale, ma vero é che quell ‘ Italia fece grandi progressi anche grazie ad uomini come Majorana, i quali da instancabili servitori dello Stato sudarono sette camicie per tenere a bada sindaci abbacinati dal “tutto e subito e a prescindere “ e mantenerli nel solco della legalità. Oggi, senza CORECO, consigli e giunte comunali, forti di una malintesa legittimazione di derivazione popolare, i segretari non sono più tali ....al massimo li percepiamo come maggiordomi e colfs sotto ricatto di sindaci ed assessori. Dicevamo che il segretario Majorana ha vissuto almeno 50 anni della sua vita qui a Caposele, radicando la sua presenza in mezzo a noi con una discrezione e una riservatezza che gli erano naturali e che si sono rivelate decisive nel suo inappuntabile uffcio di funzionario pubblico Era un giovane funzionario pubblico, appunto, quando, per ordinanza del Ministro agli Interni, fu destinato nel 1957 a reggere la segreteria comunale di Caposele per tre mesi, a seguito del trasferimento d ‘uffcio del titolare Francesco Caprio e del quasi contemporaneo arrivo del commissario prefettizio dottor Severino Freda. Da pochi giorni era stata disarcionata l‘amministrazione del giovane e compianto sindaco avvocato Michele Farina, per una perniciosa quanto strumentale decisione di annullare i risultati di voto in una sezione elettorale, il che portò dritto dritto il paese a dover rinunciare obtorto collo al suo amatissimo sindaco. Fatto sta che Majorana catapultato da mattina a sera a Caposele si ritrovò a fanco di un commissario prefettizio, spedito in missione speciale, in un comune rosso di
Gente di Caposele Gente di Caposele 224 Ieri ieri un una provincia monotonamente tutta candida, dove il districarsi era alquanto problematico; ma egli ne seppe uscire bene grazie ad un’altra sua indubbia dote: la pazienza diplomatica. Egli sapeva smussare con autorevolezza e convinzione le diffcoltà e mediare tra contendenti, sempre geloso ed accorto nell‘essere e nell‘apparire imparziale. E così i suoi tre mesi si tramutarono in cinque decenni o forse più di permanenza nel comune città di sorgente che per certi aspetti rassomigliava tanto alla sua Cassano Irpino, fosse pure solo per il fatto che ambedue i centri avevano un comune destino che li legava all’ EAAP. Erano anni di una durezza economica inusitata che solo chi aveva vissuto il dopoguerra poteva comprendere: gli interventi statali per la ricostruzione postbellica andavano ad innestarsi su un tessuto sociale martoriato dalla povertà di lunga data che solo allora emergeva nella sua drammaticità, essendo caduto il Fascismo e tutto il suo apparato propagandistico che creava illusioni e suggestioni. L’emigrazione addirittura era considerata una misura economica per lo sviluppo, per cui numerosi furono i caposelesi a dispiegare vele ed ali verso gli Eldorado degli anni cinquanta. Disarcionata l‘amministrazione Farina, egli si ritrovò a fanco di un commissario prefettizio, il dottor Severino Freda, anch‘egli destinato a restare a Caposele per qualche mese, fno all‘indizione di nuove elezioni municipali; ma come si sa a quell ‘epoca la Politica si muoveva con l ‘ascia e non con flo ed ago e “ i pochi mesi” divennero ben trentotto lune! Vedemmo Majorana, suo malgrado, anche nelle vesti inedite di “sindaco”, dovendo supplire le funzioni di commissario prefettizio, dato che il titolare molto raramente raggiungeva il comune in Alto Sele. In quei mesi in paese tutti poterono saggiare il suo equilibrio scevro da qualsivoglia partigianeria: erano proverbiali i suoi dissensi col dottor Freda, il quale nelle sue rare visite non disdegnava di tuffarsi in vicende paesane, evidentemente ispirato da altri. Il nostro segretario invece non gradiva queste incursioni e lo diceva a viso aperto, interpretando al meglio il ruolo e la funzione per cui era stato chiamato in un paese che egli cominciava a sentire come il suo. Le elezioni del 1959 registrarono la vittoria della stessa compagine che era stata disarcionata, nonostante fossero stati dichiarati ineleggibili tutti gli amministratori che si erano succeduti dal 1948 in poi: in effetti il commissario aveva alacremente lavorato in tale senso, forte di un decreto legge del governo Scelba, che inibiva l ‘elettorato passivo a chiunque fosse stato denunciato alla Prefettura per irregolarità amministrative. Così il segretario Majorana si ritrovò a fanco del neoeletto sindaco insegnante Donato D’Auria. Quello fu un quinquennio diffcile e Caposele saggio’ il realismo di un sindaco ma anche la bravura professionale del segretario comunale: essi risanarono GENNARO MAJORANA
Gente di Caposele Gente di Caposele 225 Ieri ieri le esauste casse comunali con un ‘accorta politica improntata al risparmio fno all‘osso pur di non gravare di tasse una popolazione tutt‘altro che benestante. In tempi in cui da mattina a sera si parla di debito pubblico e di risanamenti quell‘esperienza ci dimostra che se le cose si vuole farle per davvero, non ci sono ragioni od ostacoli che tengono, a patto che si è suffcientemente armati di responsabilità istituzionale. Ma il capitolo più signifcativo per Gennaro Majorana iniziò nel 1965 e si protrasse ininterrottamente fno al gennaio 1979, ovvero l ‘elezione a sindaco di Francesco Caprio che ricoprì quella carica per ben tre mandati Due segretari comunali (Don Ciccio era segretario a Nusco), ma soprattutto due amici - colleghi si ritrovavano insieme in una sincera e fattiva collaborazione per un periodo non breve che costitui’ certamente uno dei periodi più belli per Caposele: il boom economico ed edilizio, l‘ emigrazione verso il Nord, la scoperta del turismo religioso, la valorizzazione dell‘associazionismo, la Convenzione con l‘ EAAP. Majorana fu certamente protagonista di quella stagione nel senso che non fece mai mancare l ‘entusiasmo, gli sforzi ed i consigli al suo amico collega Don Ciccio, ora frenandolo nelle sue fbrillanti azioni a sostegno della popolazione, ora incoraggiandolo, quando esse erano ancorate ad una solida legittimità, in ogni caso sempre rispettoso delle prerogative della minoranza. Fu nel quinquennio 1975/ 80 che io ebbi modo di conoscerlo nelle mie vesti di assessore comunale e ne apprezzai le sue qualità. Mi colpirono innanzitutto le relazioni positive tessute col personale, educato all‘orgoglio di sentirsi pubblici dipendenti legittimati a sentirsi una specie di “noblesse“ dal solo attaccamento ai doveri. Io credo che siano in tanti a dovergli essere grati per quella sorta di formazione in servizio alla quale egli si vincolava, in un‘epoca in cui si faceva strada un altro modello gestionale dei comuni che egli non condivideva in quanto foriero di una decadenza della missione burocratica ed istituzionale Ad esempio, egli era alquanto perplesso, quando, legislazione permettente, molti comuni ricorrevano a facili indebitamenti per realizzare opere pubbliche, ricordandoci che tali comportamenti conducevano a sicure bancarotte scaricate in genere sui cittadini meno benestanti; censurava spesso i sindaci di comunelli che scimmiottavano quelli delle grandi città quando ricorrevano acriticamente alla Cassa Depositi e Prestiti . E sorrideva quando l’opposizione consiliare tuonava contro politiche poco coraggiose in merito agli investimenti. Nel gennaio 1979 e per circa un anno collaborò col sindaco Ferdinando Cozzarelli, subentrato al defunto sindaco Caprio: un periodo breve ma intenso di collaborazione (ma anche di supplenza) che cemento’ un’amicizia precedentemente appena accennata. Nel maggio 1980 diventò sindaco l’avvocato Antonio Corona: Caposele voltava pagina, affdandosi al centrosinistra, da sempre perdente fno ad allora. GENNARO MAJORANA
Gente di Caposele Gente di Caposele 226 Ieri ieri Il “ cambio della guardia “ non scompose più di tanto il segretario che dovette lavorare non poco nel dare spiegazioni ad amministratori nuovi di zecca, orientati innanzitutto a capire e a rendersi conto di quanto ereditato. Trascorsero pochi mesi, quando un evento straordinario fni per dettare l‘agenda a tutti i caposelesi , amministratori in primis. Un terremoto disastroso distrusse Caposele, seminando tanti lutti in un‘area vasta dell’Irpinia e della Lucania. Majorana fu tra quei funzionari pubblici che nelle ore tragiche della prima emergenza non fuggì e soprattutto non sfuggì alle sue responsabilità di uomo delle istituzioni sempre accanto agli amministratori dell’ epoca impegnati in una dura guerra contro il tempo. Sembrò scomparire per qualche giorno in quelle ore diffcili, salvo poi a scoprire che alla testa di un drappello di dipendenti presenziò il recupero degli atti dell’anagrafe, dei documenti degli archivi storici e di quelli dell’ archivio corrente: senza quel lavoro prezioso saremmo tutti piombati in una sorta di anonimato collettivo. Furono mesi ed anni duri e il nostro segretario seppe essere all’altezza del momento, sempre sollecito a risolvere alla meglio tutte le questioni che si ponevano in un comune che doveva coniugare esigenze di trasparenza ordinaria, piani di reinsediamento della popolazione terremotata e primi passi della ricostruzione. Nel 1985 la STRETTA DI MANO con a capo il sottoscritto riconquistava il Comune: di lì a poco la ricostruzione urbana sarebbe letteralmente esplosa con tutti i piccoli e grandi problemi connessi. Egli fu a mio fanco per un intero quinquennio ovvero nella fase più complessa della ricostruzione urbana. Majorana, e a ragione, da solido funzionario statale, non condivideva l’ impianto legislativo complessivo della ricostruzione urbana, in quanto lo ritrovava ridondante, caotico e per certi aspetti anche confggente col quadro normativo ordinario. Erano numerose le discussioni garbate con me; per cui quando si decise di fatto di separare la gestione ordinaria del bilancio di previsione da quella straordinaria e speciale del processo di ricostruzione privata fu più che contento. Non era quello un modo di deflarsi, quanto piuttosto una strategia per meglio concentrarsi su tutto il resto per evitare che un comune terremotato si adagiasse eccessivamente su un modello semplifcato, salvo, poi, a ricostruzione avvenuta, ritrovarsi disarmati ed incompetenti rispetto ad una legislazione che in ogni caso si sarebbe evoluta. Egli sosteneva con convinzione che il personale non doveva irruginirsi appiattendosi sulla sola ricostruzione altrimenti non ci sarebbe stato futuro per un comune. Il terremoto, diceva spesso, non può essere un alibi per la decadenza e la banalizzazione di ruoli e funzioni. Il primo ottobre 1990 egli andò meritatamente in pensione, non certamente perché ci volesse abbandonare ma in quanto doveri improcrastinabili lo chiamaGENNARO MAJORANA
Gente di Caposele Gente di Caposele 227 Ieri ieri vano altrove . Da qualche anno era iniziato il calvario della compagna di tutta la sua vita che di lì a poco sarebbe venuta a mancare. Un altro colpo inaspettato lo avrebbe ricevuto con la prematura dipartita del suo adorato primogenito. Gennaro Majorana, incamminatosi sulla strada della quiescenza e dopo aver superato per quanto possibile il vuoto per la scomparsa dei suoi cari, fu tra tutti noi con la discrezione ed il garbo di cui era dotato, sempre con un occhio mai censorio rivolto verso la Casa Comunale e con l‘altro attento a tutto ciò che gli accadeva intorno; in ogni caso stretto al suo Nicola, alla sua Paola e alle rispettive famiglie. Non aveva ragioni che avessero potuto spingerlo oltre la cortina di monti che fanno corona a Caposele perché qui in fondo aveva trascorso gli anni più signifcativi della sua vita, tra gente che gli avevano dimostrato affetto e rispetto. In genere un funzionario pubblico, ossequiato in servizio, quando va in pensione, é per lo più dimenticato se non addirittura odiato. Non é stato questo il destino toccato al nostro caro segretario, ancora ora presente nella memoria di chi lo ha frequentato in municipio, per non parlare dei cittadini che hanno potuto apprezzare doti e qualità. Io continuo a coltivarne la memoria attraverso le parole di mio padre e me lo immagino ancora tra montagne di carte che egli minuziosamente archiviava col suo fedele scudiero Pietro Pallante; altro che archivi e protocolli di oggi! Ma l’immagine più bella che serbo del segretario Majorana é la quotidiana passeggiata per il corso assieme ai suoi nipotini tutti attenti ad ascoltare le storie di una vita operosa, dal sapore di favole e fabe di un tempo, che come tutti i racconti del passato si concludono con una rifessione morale, quasi a dirci che una vita spesa senza slancio etico, non è una vera vita. Premio Caposele 2008 di Raffaele Russomanno Cari amici, gentili soci è con immenso piacere e con commozione che questa sera, riprendendo un evento che nei precedenti anni ha caratterizzato la vita della nostra Pro Loco, mi ritrovo a conferire al Segretario Gennaro Majorana il Premio Caposele, premio istituito dalla Pro Loco per attestare la gratitudine dei caposelesi a quanti con il loro operato hanno reso grande il nome di Caposele. Per me è stato semplice aderire sul nome del Segretario Majorana perché ho avuto l’onere di conoscerlo da sempre, di aver potuto frequentare la sua casa e di essere amico dei suoi fgli, mi è stato semplice perché in lui vivono tutti quei valori che mi sono stati insegnati e che oggi fanno parte della mia vita, ma un valore in GENNARO MAJORANA
Gente di Caposele Gente di Caposele 228 Ieri ieri particolare può più di tutti descrivere chi è Gennaro Majorana, L’ONESTÀ. La sua onestà intellettuale, la sua rettitudine morale sono stati, sin dal lontano 1957, quando giunse a Caposele come giovane segretario comunale, faro per quanti hanno amministrato il nostro, paese e per quanti hanno con lui operato presso il nostro Comune. Non nascondo che non mi meravigliò la sua decisione, una volta conseguita la pensione, di rimanere a Caposele, forse perché avendolo sempre sentito attento ai problemi del nostro paese che in cuor mio l’ho sempre considerato a tutti gli effetti un Caposelese. Gli anni mi hanno insegnato che ciò che è preminente è l’amore che abbiamo per la terra che ci ospita e non soltanto l’esserci nato e devo dire che il Segretario Majorana ha amato ed ama molto il nostro paese e questo fa di lui un Caposelese doc. Il suo impegno per Caposele è stato sempre costante e silente, come è costume delle persone che non amano apparire, e senza ombra di dubbio credo che non esista caposelese che non possa dire di essere stato accolto sul Comune con un sorriso o che non abbia trovato un padre o un fratello con cui condividere un problema, una preoccupazione e trovare conforto e soluzione al suo problema. Eppure gli anni trascorsi come segretario presso il nostro comune sono stati anni per alcuni versi diffcili, l’Italia era da poco uscita dalla guerra e bisognava ricostruire un intero tessuto urbano, e per altri versi entusiasmanti si andava formando una nuova società, ed è in momenti come questi che persone come Gennaro Majorana sono fondamentali per lo sviluppo di una comunità, in particolare come quella caposelese attraversata da profonde fratture, la sua serenità e la sua obbiettività ne hanno permesso uno sviluppo coerente con i tempi proiettando Caposele fno ai giorni nostri. Fondamentale il suo contributo dietro scelte come la convenzione con l’Acquedotto Pugliese, la costruzione della piscina comunale, oggi vanto della nostra collettività e tante altre opere che oggi fanno di Caposele un paese al passo con i tempi. Noi Caposelesi tutti dovremo non disperdere il patrimonio che Gennaro Majorana ha costruito in tutti questi anni e a Paola e Nicola mi sento di dire di conservare gelosamente gli insegnamenti del loro papà, che tanto ha dato alla nostra comunità. GENNARO MAJORANA
Gente di Caposele Gente di Caposele 229 Ieri ieri EDMONDO CAPRIO di Vincenzo Di Masi Edmondo CAPRIO - per chi non ha avuto l’onore e il piacere di conoscerlo di persona, fu un illustre e benemerito docente di istituto professionale ad indirizzo agrario, da Lui stesso avviato, indirizzato e fatto affermare in qualità di Preside. Egli deve essere ricordato per la sua signorilità, onestà e bontà d’animo, per la sua coerenza nell’improntare la vita alle regole più assolute della legalità. Devo ammettere che allorché con l’ing. Nicola Conforti, ben noto direttore e responsabile del periodico caposelese “LA SORGENTE”, stabilimmo di pubblicare le eccezionali doti personali e morali che caratterizzarono la vita di Edmondo Caprio, nostro illustre concittadino, ne fui immensamente felice. Anzi, mi meravigliai con me stesso di non averlo fatto prima, quando incominciai a parlare, dandone concretezza e risalto, dei personaggi e degli avvenimenti storici del nostro paese, per evitare il vuoto della memoria collettiva. Edmondo CAPRIO - per chi non ha avuto l’onore e il piacere di conoscerlo di persona - e mi riferisco in particolare alle giovani generazioni di Caposele, fu un illustre e benemerito docente di istituto professionale ad indirizzo agrario, da Lui stesso avviato, indirizzato e fatto affermare in qualità di Preside. Egli deve essere ricordato soprattutto per la Sua eccezionale cultura umanistica e tecnica, che si avvicinava molto a quella del suo illustre genitore, all’intelligenza fuori misura di suo fratello Francesco -meglio noto come segretario comunale e poi Sindaco del nostro paese - per la sua signorilità, onestà e bontà d’animo, per la sua coerenza nell’improntare la vita alle regole più assolute della legalità. Il suo “credo” fu la rettitudine costante nel rispettare le proprie opinioni, in tutti i sensi, anche sul piano politico, in cui non espresse mai pubblicamente i propri sentimenti, volendo rispettare le opinioni degli altri. Edmondo Caprio, fglio del geom. Rocco e di Giuseppina Urciuoli, nato a Caposele (AV.) il 15 aprile 1909, sposato felicemente con Teresa Ilaria e per questo anche mio parente acquisito - fu un brillantissimo e coraggioso Uffciale di Fanteria, combattente dell’intera Seconda Guerra Mondiale, decorato di Medaglia di Bronzo al Valor Militare e di altri numerosi riconoscimenti. Al termine dell’ultimo conftto, dopo avere espletato, con grande merito, funzioni delicatissime sul fronte dell’Egeo come addetto al S.M.I. (Servizio Militare Informativo) alle dipendenze di un generale dei Carabinieri, si congedò col grado di Capitano, riprendendo la Sua attività nel campo civile, come iniziatore e Preside dell’Istituto caposelese di Agraria. Padre di tre fgli (Ezio, Giuseppe e Franco) affermati professionisti nel campo dell’avvocatura e della medicina, condusse una vita, fno al momento della morte avvenuta, purtroppo, prematuramente in data 15 dicembre 1962, con costante
Gente di Caposele Gente di Caposele 230 Ieri ieri dedizione alla professione e alla famiglia. La società italiana, subito dopo gli anni cinquanta e sessanta, aveva compiuto un vero e proprio “giro di boa”, si era spezzettata e frazionata e decine di professionisti si erano affacciati alla ribalta, anche nel nostro piccolo paese, dove però il progresso giungeva col ritardo dovuto all’atavica tradizione meridionale. Eppure Edmondo Caprio in quei momenti tanto importanti e diffcili seppe essere protagonista, inserendosi, come abbiamo visto, in qualità di Preside, tra gli attori delle nostre tradizioni e cultura. Di Edmondo Caprio posso concludere, dicendo che la Sua vita fu bella, dolce, gradevole e soave, interamente rivolta al bene della collettività in cui era inserito e così come scrive Fëdor Michajlovič Dostoevskij, in una delle sue opere immortali, ”Ogni piccola erba, ogni scarabeo, la formica, l’ape dorata, tutte le creature conoscono in modo stupefacente la loro vita, testimoniano del mistero di Dio, e di continuo lo adempiono nelle loro azioni”, alla stessa stregua è da considerare il suo cammino”. L’amore per i nostri cari defunti è il solo fore che cresca e sbocci senza l’aiuto delle stagioni: Dio ha inserito un’arte segreta nelle forze della natura, in modo da consentire all’uomo di modellarsi su di Lui. ZE’ PEPPA di Nicola conforti Caposele perde un personaggio che si è saputo imporre ben oltre i confni del suo Paese per i prodotti artigianali del famoso “Forno di Ze Peppa”. Con la morte di Giuseppina Cibellis, che ricordiamo china sul suo tavolo di lavoro, instancabile, laboriosa, sempre tesa a dare il meglio della sua professionalità per l’affermazione dei suoi inimitabili prodotti, scompare un mito delle tradizioni locali. “Ze’ Peppa”, così amava farsi chiamare, resterà nella storia di Caposele come la persona che con umiltà, con sacrifcio e laboriosità, ha saputo lasciare una traccia indelebile del suo nome. I suoi prodotti artigianali, di grande pregio, continuano ad affermarsi in molti paesi dell’Irpinia.
Gente di Caposele Gente di Caposele 231 Ieri ieri FIORENZO CONFORTI di Alfonso Merola E’ proprio vero che la morte si ostina a sparare nel mucchio, non curante di tutto e di tutti. Infatti, che cosa mancava a Fiorenzo alle soglie della sua giovanile maturità che egli avrebbe potuto vivere in serenità? Egli aveva la sua Maria, compagna adorabile e premurosa di un bel pezzo di vita coniugale trascorsa a cementare il culto della famiglia; aveva Gilda, Salvatore,e Mariassunta, modelli di rispetto fliale che ai giorni nostri cominciano a scarseggiare. E, poi, poteva godersi i nipotini, già benvenuti o in arrivo. Infne, non gli mancava l’affetto dei fratelli e sorelle, anche questo un modello di coesione umana e familiare che apprezzano solo coloro ai quali viene meno anzitempo il padre e che ti fa maturare una precoce responsabilità. Io ho conosciuto Fiorenzo per il tramite di suo fratello Nicola e da subito ho potuto apprezzare le sue doti personali: sulle tante spiccavano la sua discrezione, la sua gentilezza, direi da gentiluomo inglese, e il senso realistico nel misurare le cose in modo stoico, da benpensante che ha un’idea progressista e positiva del mondo, senza accordare eccessive passioni alla Politica. Di lui le istituzioni non ricorderanno mai strattonamenti e pressioni, molto ricorrenti nel dopo-terremoto: la sua emigrazione professionale verso altri luoghi irpini, d’altronde, ci conferma la tempra di dignità che accordava al suo lavoro di tecnico. Fiorenzo amava le discussioni tra amici: non avrebbe, poi, mai rinunciato nelle serate domenicali alle sue passeggiate lungo il corso principale di Caposele, parlando del più e del meno. Non voleva meno bene a Materdomini e perfno ai suoi frastuoni estivi, propri di una frazione che si industriava e si cimentava con un turismo “miracoloso”. Soleva ricordare a chi lanciava strali ironici contro Materdomini: “morendo qui S.Gerardo, ha dato un’occasione unica a tanti che altrimenti sarebbero stati condannati a prendere il volo, in cerca di fortuna”. Quando un’ingrata malattia ha minato la sua salute, io ho alquanto indugiato a fargli visita, perché non mi sento mai suffcientemente corazzato in occasioni così cruciali. In effetti, l’unica volta che l’ho incontrato a casa sua, già sofferente. fu su sua sollecitazione. Anche allora egli non smentì se stesso: nonostante i suoi problemi, mi chiedeva, nel caso avessi avuto la possibilità, di dare una mano ad una persona estremamente bisognosa. Questo era Fiorenzo. In quella occasione ebbi modo di soffermare lo sguardo sulla sua abi¬tazione che disvelava nella cura degli interni una calda ed attenta progettualità, propria di chi considera la casa un tempio della famiglia … una casa, per così dire, che invita a trattenersi e a non evadere oltre il circostante giardino, il quale trasuda di
Gente di Caposele Gente di Caposele 232 Ieri ieri pari cura quotidiana. Mi verrebbe da dire che quegli alberi e quel prato di fori, quei vialetti e quegli scalini sono la narrazione di una vita che ha gocciolato utilmente fno all’ultimo giorno. Fiorenzo certamente mancherà a Maria ed ai suoi fgli: ricaveranno, però, un qualche sollievo se, interrogando quel giardino e quella casa, dettaglio per dettaglio, immagineranno di poter continuare a parlare con lui. In fondo, chi si ama, non parte mai del tutto da noi, se si è capaci di trattenerlo serenamente nella memoria e nei ricordi. Caposele 10/04/2010 Da Ezio Caprio Caro Fiorenzo, Sempre più spesso, nelle mie frequentazioni caposelesi, mi aggiro tra le tombe del nostro cimitero, alla riscoperta di Amici del tempo lontano. Così ho rivisto la Tua immagine sorridente, o Fiorenzo, matura e signorile, nella sobria tomba della Famiglia Conforti. Ed il pensiero è volato lontano, agli anni della nostra comune adolescenza. La Tua coincise, purtroppo, con la lunga malattia paterna, che Ti costrinse ad assumere più grandi ed improvvise responsabilità nella gestione della impresa edile già egregiamente avviata. Ricordo i Tuoi rientri serali, in compagnia di muratori che Tu stesso trasportavi dai cantieri, a bordo di una storica “giardinetta”. E ricordo precisamente i bustini di carta di giornale, da Te abilmente confezionati, distribuiti ai compagni di lavoro e, con disinvolto atteggiamento, da Te stesso indossati. E riprendevi così la lettura notturna dei libri che tanto Ti incuriosivano ed intorno ai quali spesso intrecciavi discorsi con amici di Te più fortunati. E poi, mi sia consentito un accenno al Tuo ostinato amore contemplativo che Ti portava, in ogni attimo di libertà, verso Materdomini allora deserta, ma dove Tu potevi “respirare la stessa aria” della Tua Maria, come Tu stesso candidamente confdavi agli amici che, su questo tema, un po’ Ti “sfruculiavano”. Poi sopraggiunse la maturità, per tutti, e Tu sapesti conquistare il Tuo onorato titolo accademico che Ti ha consentito di elargire nella professione, onestamente e con decoro esercitata, i tesori della Tua pregressa esperienza tecnica, acquisita sul campo operativo. Addio, Fiorenzo, nella vita terrena tanto schivo e discreto quanto sinceramente amico. Da Altirpinia I l nove aprile, purifcato dalle sofferenze, ha chiuso il libro della vita, Fiorenzo Conforti. Signore nel cuore e nell’aspetto, grande lavoratore, cittadino onesto, marito integerrimo, padre affettuoso lascia una grande eredità fatta di rettitudine FIORENZO CONFORTI
Gente di Caposele Gente di Caposele 233 Ieri ieri e solidarietà. Chi lo ha conosciuto non dimenticherà mai la grande dignità della sua vita silenziosa ma presente in quella dei familiari, degli amici, della comunità caposelese a cui orgogliosamente apparteneva. Fiorenzo è stato accanto a tutti e come ha scritto Sant’Agostino “in questo doloroso momento i familiari possano trovare il coraggio di non chiedere a Dio perché lo ha loro tolto ma ringraziarlo per averlo loro dato”. Alla moglie Maria, ai fgli Gilda, Maria Assunta e Salvatore, al fratello Nicola, alle sorelle Nicolina e Clelia, ai parenti le nostre più sentite condoglianze. Ciao Fiorenzo! Mancherai a tutti, ma resterai sempre vivo nei ricordi di chi ti ha conosciuto ed apprezzato. P. ANTONIO DONATO DEL GUERCIO Il Servo di Dio di Alfonso Farina I l Servo di Dio P. Antonio Donato del Guercio appartiene a quella stupenda foritura di Santi, di cui, nel secolo XVIII, nel Mezzogiorno, va giustamente orgogliosa la famiglia francescana dei Frati Minori Conventuali. Egli nacque in Caposele (Avellino), il 17 Settembre 1731, primo di numerosa fgliolanza, da Giuseppe Del Guercio e Lucia Casieri. Al neonato era toccata una delle più grandi fortune: quella di avere ottimi genitori. Di povera e onesta condizione essi godevano nel paese una meritata larghissima stima. Cosicché all’ombra di sì benefca infuenza, il piccolo Donato, avendo sortito da natura un’indole docile e quieta, sebbene d’ingegno vivace, ebbe quasi spianata la via del bene e rimossi gl’inciampi, in cui facilmente s’imbatte l’inesperienza giovanile. Chi lo conobbe fanciullo, lo ricordò alieno dai trastulli della sua età e tutto dedito alla ritiratezza, in cui, a guisa di fore che si orienta verso il sole, egli più vantaggiosamente percepisce la luce di Dio, ne ascolta la voce e per rifesso avverte nel cuor suo quei primi palpiti che lo inebriano arcanamente. Intanto sonava per i buoni genitori l’ora del sacrifcio, il giovane Donato, avendo dimostrato spiccate tendenze per lo stato ecclesiastico, si veste da Chierico, ma le diffcoltà per l’ingresso in seminario si moltiplicano a ogni passo e allora si rivolge ai Frati Minori Conventuali. Ma anche questi, mirandolo gracile e avanzato negli anni, stentano a vestirlo del santo abito, fnché rimossi tutti gli ostacoli, più che ventenne, il nostro giovane poté compiere i suoi voti, consacrandosi in eterno al suo Dio. Fece il Noviziato a Benevento e gli studi nel Collegio di S. Angelo de’ Lombardi fu ordinato Sacerdote a Montemarano, nel Settembre del 1755, nel giubilo dei suoi Confratelli e nella piena d’affetto del cuor suo, vedendo aperto al suo zelo un
Gente di Caposele Gente di Caposele 234 Ieri ieri vasto campo d’apostolato Dopo due mesi il novello Sacerdote fu stabilito di famiglia in Marsiconovo, ove si trattenne più di otto anni. Ma nel grande favore popolare da cui vedevasi circondato, temendo un ostacolo alla perfezione religiosa fugge di là e va a gettarsi ai piedi del Ministro Provinciale, perché lo destini in luogo romito, dove possa vivere con Dio in raccoglimento perfetto, Ma il buon Religioso s’inganna e nella sua umiltà non vede che quell’aura di stima e di affetto con cui il popolo ama circondare i santi non è che la testimonianza della gratitudine degli umili e dei benefcati e il sigillo con cui Dio ordinariamente conferma la virtù dei suoi prediletti. E a Ravello, dove l’obbedienza lo invia, e in tutta la costiera d’Amalf in cui era viva l’eco benefca lasciata dal Ven. P. Domenico da Muro e dal B. Bonaventura da Potenza, ritrovò la via già tracciata e, con la via, le diffcoltà, le opposizioni, le spine insomma da cui il fore della santità non va mai scompagnato. Il tenore di vita menata dal Servo di Dio a Ravello ci viene minutamente descritto dal suo Direttore Spirituale P. M. Gioacchino Mansi. Rigido seguace della regola francescana, fu esemplarissimo nell’osservanza dei tre voti professati. Diede molteplici prove dell’eroica sua obbedienza, studiandosi d’imitare, in tutto, colui che fu detto il martire dell’obbedienza, il B. Bonaventura, di cui era devotissimo, per opera specialmente di alcuni superiori che a bella posta lo martoriavano in tutti i sensi. La povertà fu in cima ai suoi pensieri e da vero fglio di S. Francesco, facevasi scrupolo di toccare perfno moneta. Vestiva panni umili ed era solito viaggiare a piedi. Nel voto di castità fu d’una illibatezza veramente angelica ed il suo confessore rammenta commosso come mai si fosse accusato di benché minima negligenza nel tener lontano pensieri men che retti e santi. Ma ciò che nel nostro Servo di Dio spiccò altamente e pare che abbia dato l’impronta caratteristica a tutto il corso della sua vita è la virtù della penitenza. Quando siete tentati, era la sua massima preferita che sovente inculcava dal pulpito e dal confessionale, ricorrete a Dio con umiltà; se il tentatore insiste, digiunate, date di piglio ai cilizi e alle discipline.... E di tal massima egli fece norma severa di vita. Portava continuamente il cilizio ai lombi, catenelle ai fanchi e alle braccia che gli producevano piaghe e strazi indicibili. Parco, di solito, nel cibarsi, nelle vigilie di parecchie solennità digiunava a pane e acqua, dispensando le sue vivande ai poveri che egli amava e nutriva con le sue sante e caritatevoli industrie. Soleva disciplinarsi a sangue e lo strepito che egli faceva in questo atto, inorridiva i religiosi e talvolta anche i secolari che si trovavano nelle adiacenze del Convento. Negli ultimi tre anni, presentendo vicina la morte, crebbe nei suoi esercizi di penitenza: la tradizione locale ancora ricorda la grotta nel bosco di Cimbrone, luogo incantevole e delizioso, ove il Servo di Dio in ore insolite si portava a PADRE ANTONIO DONATO DEL GUERCIO
Gente di Caposele Gente di Caposele 235 Ieri ieri disciplinarsi con più agio, per sfuggire all’ammirazione degli altri. Ma ciò che egli rifuggiva umilmente, stimandosi uomo inutile, di spetto e scuro, il Signore gli donava largamente, facendo si che la voce del popolo, seguisse la voce di Dio, che con i prodigi fedelmente lo esaltava. Da tutta la Costiera correvano ai suoi piedi, infelici sofferenti, angustiati da mille travagli per chiedere lena e sollievo, perfno da Vietri da Salerno e da altri luoghi più lontani giungevano suppliche o venivano di persona perché si raccomandassero alle sue preghiere. Ed egli confuso, col sorriso sul labbro: E chi sono io? Beato chi prega per me; Ma le sue fatiche, le continue uscite di notte per correre al letto degli infermi, egli che era divenuto per antonomasia l’assistente dei moribondi, le penitenze aspre e continue gli affrettarono sensibilmente la fne, che già presentiva. Ma volle cadere da forte sulla breccia. Avendo contratto un grave morbo, nel recarsi, la notte del 19 Gennaio, ad assistere due religiose moribonde del vicino Monastero di S. Chiara, egli tentò dissimularne la gravità. Fu costretto però dall’atrocità dei dolori a mettersi a letto il di seguente, quando già i medici giudicavano grave il suo stato. E l’agonia, sopravvenuta rapidamente, si protrasse lenta e dolorosa per cinque giorni continui, fnché nel pomeriggio del martedì. 25 gennaio 1774, spirava, stringendo al petto il Crocifsso e rimirando affettuosamente le immagini dell’Immacolata e del B. Bonaventura. I suoi funerali riuscirono un trionfo: popolo e clero, con a capo lo stesso Vescovo della Città che lo aveva assistito nella infermità, cantando inni e cantici di gioia lo portarono in processione. Tre giorni dopo, il cadavere, ancora caldo e fessibile aprì gli occhi e dette sangue abbondante e rosso come di persona viva, mentre il popolo, accoltosi presso la bara, chiedeva a gran voce grazie dal novello suo celeste Benefattore. PASQUALE ESPOSITO Addio sogni di gloria di Vincenzo Malanga L’ultima volta che ti vidi trascinavi il tuo corpo stanco. Un braccio non ti funzionava più e sul viso lessi chiara la sofferenza; non era la sofferenza fsica, secondo me, che ti affiggeva. Sicuramente era il rimpianto, la nostalgia del passato che ti assaliva, che ti tormentava senza tregua; infatti mi dicesti: “Nun’ fa niendi, cumbà, ma m’n’aggìu vistu ben”! Anch’io”, in quel momento, provai un senso d’angoscia e mi tornarono alla mente le serate al chiar di luna, con il “santandriano” alla chitarra e tu che intonavi le canzoni della prima grande guerra, come: Ta pum, Il Cinema - La Liggiera... e tante altre. Una
Gente di Caposele Gente di Caposele 236 Ieri ieri sera, dopo aver mangiato e “ben bevuto” andammo a casa di un amico che aveva il registratore; il primo che fosse arrivato in paese e tu cantasti, con la tua voce sottile, intonata, carezzevole, tutte le canzoni del tuo repertorio, senza accorgerti che tutto veniva registrato. Poi ti facemmo ascoltare. Eri fuori dai panni, non volevi credere e volesti riascoltare, ma più per riascoltarti. E ripetevi: “Ma nunn’ è cosa!”. Ci raccontasti che, una notte, tornando in campagna, a pochi passi dalla tua casa colonica, ti fermasti per un attimo di riposo e ti mettesti a sedere per terra, poi, anziché continuare verso casa, tornasti indietro e, giunto al Pianello, nel vedere le lampadine accese, esclamasti: “E che, muserà hannu mesta la luci fòr! — Poi ti accorgesti, avvinazzato com’eri di esser tornato in paese. Una notte, sul fnir dell’estate, non ricordo di quale anno, dopo una pantagruelica gozzoviglia, capimmo che, da solo, non saresti potuto tornare in campagna: noi eravamo pieni, ma tu pieno fno all’ ugola. Decidemmo di accompagnarti con la macchina. Non riuscivi ad entrare dallo sportello che pur avevamo spalancato per metterti agevolmente seduto; volevi ad ogni costo stendere i piedi verso i sedili posteriori e poggiare la testa sul cruscotto della mia sgangherata seicento. Un’altra sera ancora, era molto tardi, ci invitasti a casa tua, nella campagna del... Sacramento e, appena giunti, portasti sul tavolo di pietra annoso, che è davanti alla casa, un prosciutto intero, curato dalle abili mani di quella santa donnona di tua moglie, e un grosso pane casereccio. E noi fettammo a sazietà. Si o no, del prosciutto, lasciammo l’osso. E tu eri felice, leale, aperto, generoso, preso da gioia incontenibile, dalla gioia di aver potuto dare a piene mani. E poi cantammo, come sempre, inni alla spensieratezza, presi da sogni di gloria, sogni che ti sei portato con te, perché pure noi abbiamo chiuso... quel lieto discorso. Lo continueremo venendo a parlare col “tuo cenere muto”. Ci sarà di sollievo almeno il ricordo. A GIUSEPPE CERES di Antonio Cione Dopo trenta giorni dalla tua dipartita sentiamo il desiderio di dirti, caro Bianco, che hai lasciato un vuoto incolmabile nella tua famiglia, nella nostra compagnia, in tutto il paese e tra tutti i tuoi amici e colleghi. Ci mancano i tuoi gesti consueti e quotidiani, le tue disquisizioni e le tue risate, le tue intuizioni e la tua sottile ironia che non ti mancava mai. Persino in ospedale, a due giorni dal tuo venir meno ci hai fatto sorridere, quando ti ho detto che avevi avuti i migliori consulti per la tua malattia, e tu hai detto: -“Allora posso morire contento! Sono stato studiato bene!”. Il tuo era un
Gente di Caposele Gente di Caposele 237 Ieri ieri modo di irridere e di esorcizzare la morte che ci ha fatto sempre sorridere, anche quando facevi gli scongiuri o la drammatizzavi, non potevamo sapere che tu la sentivi più vicina di noi e non abbiamo osato crederti quando a settembre tu ci dicevi che non saresti arrivato a Natale. Non lo accettavamo allora, non lo accettiamo adesso! Non ti meritavi questa accelerazione, tu che eri così femmatico. Ci ricordiamo sempre che a cavallo della mezzanotte quando stavamo in compagnia dicevi sempre: -“E mo’ già v’ n’ vuliti ie’, è bietta ancora! Stam’n natu pocu!”. Tu diffcilmente avevi fretta, ma forse negli ultimi giorni della tua vita, ho capito e me lo hai pure detto che volevi fnire in fretta. Hai aspettato il martedì pomeriggio per stare insieme a tutta la tua famiglia: li hai fatti arrivare a casa e te ne sei andato senza fartene accorgere in silenzio ma con grande dignità. Eri ormai pronto al grande passo ed avevi capito e ti eri rassegnato perché non c’era più niente da fare. Ci hai lasciato un grande esempio di umanità, di coraggio, di lucidità, di amore per la vita e di rispetto anche per la morte. Tu ti esaltavi per un brano o una lettura, o anche, per una tua intuizione, ma condividevi con noi i nostri piccoli successi e le nostre piccole o grandi preoccupazioni. I nostri ricordi si perdono fno da quando eri bambino e ti dava fastidio anche il sole cocente d’estate perché ti procurava eritemi alle gambe scoperte dei calzoncini corti. Ti ricordo una volta quando ti ho visto scendere i gradini della strada di campagna con il sedere per terra perché ti facevano male le cosce e le gambe arrossate. Eri sempre pronto ad ogni appuntamento ed avevi sempre il dono giusto per ogni occasione. Hai sempre drammatizzato, o meglio reso commedia, ogni tuo problema piccolo o grande che sia stato, e lo hai spettacolarizzato sempre con grande intelligenza. Eri un uomo di scienza con la gentilezza di un poeta. Eri e sei il nostro amico, anzi il compagno, il marito, il padre, il fratello, il professionista ed il fglio che tutti noi vorremmo ancora avere. A nome di tutti ed in qualità di capo della Colonia ho pensato forse, non tempestivamente, ma in occasione del trigesimo della tua morte di ricordarti con queste poche parole che non esprimono certamente tutto quello che noi tutti pensiamo e che tu meritavi. Restano solo parole, spero che almeno resteranno i nostri gesti, la nostra amicizia ed il nostro reciproco rispetto nato nel 1955 e durato 55 anni. Ciao Giuseppe. Caposele, 30 dicembre 2010 Per la Colonia Antonio Cione GIUSEPPE CERES
Gente di Caposele Gente di Caposele 238 Ieri ieri Si è spento in via Caprio un altro lumicino acceso circa un secolo fa. Via Caprio, oggi più buia e noi siamo ancora più soli. Non è vero che quando muore un centenario il dolore sia meno greve ed il rimpianto meno intenso. Vero è che chi lascia porta via con sé il fardello dei suoi anni carichi di esperienze più utili a chi resta che a chi parte. E solo Dio sa di quanta luce e saggezza ha bisogno questo secolo da poco nato che si muove come un bambino di otto anni, senza padri, né madri che lo guidino. Amerigo Conforti porta via con sé il suo candore di fanciullino che non ammette l’esistenza del male e coltiva la sola speranza di un bene che, prima o poi, conquisterà il mondo. Egli trascina nel segreto di una tomba, tra le tante che egli costruì con umana pietà, il suo personalissimo rapporto con Dio che, ahimè altri non hanno conosciuto e non conosceranno mai. Io credo che su quella sua originale comunione con l’Eterno, di cui andava orgoglioso, egli aveva ancorato il suo ottimismo verso un’Umanità stanca che si sarebbe prima o poi risvegliata. Mi è restata impressa nella mente la sua mansuetudine che non gli ha mai messo sulla lingua una parola scomposta o disdicevole; anche in circostanze comprensibili egli sfoderava la sua arma di risposta che era il sorriso. Ma egli mi resterà caro anche per altre ragioni. Nei suoi occhi chiari e spenti ho spesso rivisto l’immagine di mia madre. Egli mi ha visto crescere tra le vie Caprio, Imbriani e Santorelli ed io l’ho visto inorgoglirsi per i miei successi e rattristarsi per le mie amarezze. Ancor di lui mi piacevano i suoi racconti fuidi, calmi e maestosi, come il corso del Sele alla foce. AMERIGO CONFORTI (1911-2008) Una lunga vita semplice ma laboriosa, malgrado il grosso handicap della vista. Da non vedente ha fatto cose incredibili: ha registrato, senza la possibilità di leggere, per circa un’ora, con minuziosità e precisione, la storia dei Conforti, elencando tutte le opere di edilizia ecclesiastica che gli stessi hanno realizzato nel tempo. Lui stesso ha costruito varie tombe, quelle situate lungo il vialone centrale del cimitero, operando con metodi empirici ed avvalendosi unicamente delle indicazioni tecniche del fratello maggiore Salvatore e dell’aiuto materiale di un solo operaio (Faluccio Sansone). Riportiamo di seguito la lettera che Alfonso Merola scrisse ai fgli Nicola ed Annunziata all’indomani della sua dipartita.
Gente di Caposele Gente di Caposele 239 Ieri ieri Era piacevole ascoltare Amerigo quando ti proiettava con le parole la storia del secolo breve vissuta attraverso le cronache del paese. Era un maestro: guerre mondiali, gli anni delle Repubblica, terremoti e, poi ancora terremoti, emigrazioni, politica avevano nomi e cognomi, carne ed ossa di caduti, dispersi, vedove, vittime e carnefci, anonimi eroi locali di microstorie degne di essere raccontate. Era tutto questo Amerigo, il nostro caro vicino che ha tenuto acceso il lume della vita fn quando egli ha potuto. Ecco perché mancherà tanto ai suoi fgli Nicola e Annunziata e ai suoi adorati nipoti; egli, però, mancherà a tutti noi che lo abbiamo conosciuto, compreso e stimato. Caposele 16/11/2008 Alfonso Merola
Gente di Caposele Gente di Caposele 240 Ieri ieri ANTONIO E GELSOMINA CETRULO di Alfonso Merola Non mi trovavo a Caposele, quando seppi della morte di Antonio Cetrulo. Non sapevo, perciò, che essa fosse dietro l’angolo, nel momento in cui gli esternai le mie condoglianze per la dipartita di sua sorella. Gelsomina ed Antonio che sono mancati ai loro cari e a chi li conobbe veramente, sono accomunati da una identica educazione familiare che dà al lavoro (e alla dignità nel lavoro) un valore da non sottovalutare. Gelsomina, ad esempio, oltre le sue doti personali ed umane, a me piace ricordarla per il contributo “di donna” che ha saputo dare alla crescita turistica di Materdomini. Perché, sia ben chiaro, non passi nella mente di nessuno l’idea che “quel miracolo turistico”sia solo “opera di uomini”. Senza il sacrifcio, l’abnegazione, il realismo di tante donne, Materdomini non sarebbe quella che è oggi, ma di questo avremo modo di parlare in altre occasioni. Ritornando ad Antonio che io ho conosciuto da vecchio iscritto del PSI e mi sono ritrovato “fontaniere/idraulico comunale, io ammiravo la sua passione per il lavoro nella quale egli ci metteva anche tanta curiosità “laboratoriale” nel dare soddisfazione alla domanda di un’utenza che a Caposele è egoisticamente esagerata.Ci saranno anche “ingegneri idraulici”, ma la sua esperienza “accoppava tutti”, incluse, talvolta, le leggi della Fisica che qui a Caposele sono spesso faccate e confutate “dall’abuso del servizio” che inesorabilmente inibisce l’uso. Se le giornate invernali, quindi, per Antonio erano relativamente “calme” (in ogni caso di tempo ne passava a mantenere in effcienza tutte le reti comunali interne ed esterne) quando scoppiava l’estate, il suo lavoro non aveva limiti temporali. Te lo trovavi dovunque sui cocuzzoli a controllare serbatoi, a manovrare saracinesche, a verifcare attacchi privati e roba del genere. Rispondeva col sorriso a quanti protestavano per le “crisi idriche cicliche nelle campagne” ricordando che la vera disciplina in un paese che rifutava i contatori era la responsabilità degli utenti, come a dire, che non si può avere “la botte piena e la moglie ubriaca”. Si arrabbiava Antonio di fronte a proteste ingenerose per un suo lavoro che, comunque, era costante. Doveva essere il sindaco di turno a calmarlo ricordandogli che si fa quel che si può in contrade, le une contro le altre armate, che pretendono acqua corrente da bere ma non accettano limitazione nella coltivazione degli orti e dei campi di tabacco. Da Sindaco, di Antonio io ammiravo la sua esperienza personale di giovane emigrato in Svizzera che si era fatto una famiglia e, poi era rientrato a Caposele
Gente di Caposele Gente di Caposele 241 Ieri ieri per aprire un’offcina non del tutto suffciente a garantire redditi sicuri; un emigrato partito per tornare e che, tornato, lottava in nome di un’idea politica che desse speranza all’ascensione sociale anche per i più umili. Non ho mai goduto, pur essendogli amico,di un suo voto, non di meno lo apprezzavo. Socialista, dispersosi nelle nebbie della seconda Repubblica, è vero, ma sicuramente abbarbicato ai suoi ideali. Di questa eredità devono andare orgogliosi i suoi fgli ed i suoi parenti. NICOLA SANTORELLI di Alfonso Maria Farina I l I0 agosto 1811, a tre mesi e mezzo di distanza dalla soppressione della Scuola medica salernitana, nacque il Santorelli in Caposele, allora nella provincia di Salerno. Nell’aristocratico e religioso ambiente familiare, dietro l’esempio virtuoso dei genitori Raffaello e Camilla Vitamore, ebbe modo di formarsi a quella serietà che lo contraddistinse nella vita. Frequentate in paese le classi elementari, dodicenne entrò nell’Istituto Cirelli di Calabritto, a pochi Km. da Caposele, dove compì gli studi medi. Per la sua diligenza ed intelligenza, per il suo proftto, che s’impose alla concorde ammirazione di condiscepoli e docenti, egli, dopo quattro anni, fu incaricato dal Direttore di impartire lezioni nelle scuole inferiori. In pari tempo, pur ossessionato dall’idea dell’insegnamento, compose odi latine su i metri di Orazio, del quale tradusse in versi sciolti l’Arte poetica. Passò a Napoli, dove, prima nello studio di Giuseppe Ebolì, dotto maestro del tempo, compì i corsi di fsica e matematica, poi, in quello del Galluppi, assistè alle lezioni di flosofa. Anche qui si distinse. Finalmente varcò le soglie della R. Università per assidersi nelle scuole medico-chirurgiche, dove ebbe a maestro il chiaro prof. Vincenzo Lanza. Addottoratosi in Medicina e chirurgia, non abbandonò gli studi, ma cercò di approfondirli e diede pubblica prova della sua capacità nel concorso per pratico nell’Ospedale degli Incurabili di Napoli, nel 1833, riportandone quasi il massimo dei punti. Si dedicò allo studio delle epidemie, al quale, dopo aver letto attentatamente Sydhenam, si sentì sospinto. Di qui cominciò la sua multiforme attività, che non conobbe sosta se non sul letto di morte. Le corsie dell’ospedale della Pace di Napoli per gli epidemici della città (1832-33) ed i casolari e tuguri della Valsele, soprattutto Caposele, per l’epidemia che v’inferì l’autunno del 1835, lo videro lavorare instancabilmente per stroncare il morbo implacabile. Si conservano ancora
Gente di Caposele Gente di Caposele 242 Ieri ieri le minute relazioni, che il nostro giovane epidemista stese, tenuto conto delle specialità patologiche dei luoghi e dei climi, e che furono lette nell’Accademia medico-chirurgica di Napoli ed approvate in pieno, tanto che alcuni suoi emuli, spinti da invidia, impedirono che il plauso accademico si volgesse in riconoscimento effettivo. Questo, però, il Santorelli ebbe nel maggio del 1841, allorquando l’illustre consesso nominò una commissione nei proff. Vulpes, Minichini e Turri per giudicare le due sue memorie del 1834 e 1837, che furono dichiarate degne di pubblicazione negli Atti accademici e del premio di 2^ classe, mentre l’autore fu nominato socio corrispondente. In mezzo a siffatte cliniche fatiche trovò tempo di curare molte pubblicazioni sui giornali medici di allora, quali I’ “Osservatore medico, il Filiatre Sebezio ecc. Nel novembre 1838 fu nominato medico straordinario dell’ospedale della Pace di Napoli. Il consenso dell’Accademia, intanto, l’incoraggiò a continuare gli studi prediletti e, perciò, si condusse nelle basse pianure tra Paestum e Capaccio, esaminò i dintorni del Sele, sostò in ogni misero abituro, considerò minutamente ogni manifestazione morbosa e scrisse un’apposita memoria, che esibì al R. Istituto d’incoraggiamento alle scienze naturali partenopeo, riportandone l’approvazione e la nomina di socio corrispondente. La memoria s’intitola: “Agronomici, idraulici provvedimenti onde arrestare il malefcio della malaria e metodo curativo per i morbi cronici risultanti,,. In questo, e non soltanto in questo, si dimostrò un vero precursore delle opere di bonifca, che in questi ultimi anni sono state realizzate nella pianura di Paestum.Nell’Archivio di Stato di Salerno si conserva pure, insieme a svariati diplomi e manoscritti, un’interessante opera inedita del Santorelli,che io ebbi la fortuna di ripescare tra le vecchie ed ingiallite carte, dal titolo “Prime linee d’istoria comparata delle principali epidemie, epizoozie, endemie, enzoozie e morbi pestilenti con tentativi di ragionamento, presentata alla R. Accademia delle scienze di Napoli l’8 giugno 1841, che l’approvò e nominò l’autore, con voto unanime, socio corrispondente. Nell’anno 1844 pubblicò un’operetta sulle perniciose che De Renzi riprodusse quasi intera nel suo giornale di scienze mediche. In essa, fra l’altro, si levò ad attaccare la teoria delle omopatie dell’illustre patologo Puccinotti e la ridusse in limiti strettissimi. Il Minzi, idoneo arbitro dell’argomento, dichiarò questo lavoro cosparso di ottime ed originali idee. Con la veste di tante benemerenze, il Santorelli, nel 1844, entrò nel concorso per meriti della cattedra di medicina, vacante nella R. Università di Napoli, e dalla Commissione fu giudicato eleggibile senz’altro esperimento. Andrei troppo lungi dai fni propostimi, se volessi lumeggiare, sia pure a sprazzi, tutti i lavori e tutte le ricerche santorelliane. Lo studioso potrà farsene un’idea, sfogliando una bibliografa, da me compilata, che inviai al P. Gemelli e che si conserva nella Biblioteca della Università Cattolica di Milano. Di lì a poco il Santorelli, NICOLA SANTORELLI
Gente di Caposele Gente di Caposele 243 Ieri ieri la cui dottrina era ormai unanimemente apprezzata, venne a Salerno, dove la fama della celebre Scuola medica era ancora viva. Questa si era eclissata il 29 nov. 1811, allorquando l’invadente governo gallico, rappresentato da Gioacchino Murat, col nuovo ordinamento della pubblica istruzione, la soppresse. Era rettore Matteo Politi, autore di un pregevole commento ai versi della scuola, allora conosciuti. Ho detto: si eclissò, perchè allo Studio salernitano rimasero ancora dei corsi universitari facoltativi, con privilegio di dare licenze. In questi corsi il 1 nov. 1848 il ventisettenne Santorelli ottenne la cattedra interinale di medicina forense e farmacologia ed il 21 agosto 1850 divenne titolare di Patologia, cattedra che serbò ininterottamente per più di un decennio. Quanto fece è storia troppo lunga! Noi la sforeremo, anche per debito di gratitudine, giaché il Sinno, nel suo “Traduzione e note al Regimen sanitatis, (Salerno 1941), quantunque doverosamente abbia ricordato il Santorelli, non ha potuto segnalarne tutte le benemerenze. Il 29 agosto 1848 svolse il Santorelli la sua prima orazione in latino, dal titolo: “De Scholae salernitanae gloria in pristinum restituenda … In essa, rifacendosi all’elogio del Petrarca: “Salernum medicinae fontem ac gymnasium nobilissinum,,, traccia tutto un programma di rinascita e di progresso per il Collegio. Insinua, come base, la cultura religiosa, di cui tanto rifulse l’antica scuola, ed umilia una domanda alla maestà del Re Ferdinando II, perchè l’accresca di altre cattedre e facoltà. Il 29 agosto 1850 fece seguito l’altra orazione: “Scholae salernitanae auctores principes,,. Illustra in essa le varie opinioni sulle origini dello studio, ne mette in rilievo la tradizione medica greco-latina e ne scopre i veri riformatori, scientifcamente parlando: Petrocello (a 1035), Garioponto (a 1040) e Cofone il vecchio. Decanta, infne, la triplice gloria della Scuola: l’Antidotario, il Clinico interprete, il Flos. Mentre esplicava questa multiforme attività, vennero a Salerno dall’estero insigni medici e vollero consultarlo sui loro studi. Tra questi, Daremberg da Parigi ed Henschel, lo scopritore e illustratore dell’Herbarius, da Breslavia, i quali nell’itinerario che pubblicarono a Parigi ebbero parole di stima per Santorelli. Non accenno all’amicizia, veramente sentita che legò il nostro scienzato al De Renzi, perchè è cosa notissima. Nel maggio 1851 fu a Salerno anche O’ Loston, medico inglese, desideroso di assistere ad una lezione del collegio medico e lo introdussero nella facoltà di Patologia. Il Santorelli dalla sua cattedra, senza punto scomporsi, pregò l’illustre visitatore di annunziare il tema della conversazione, ma si accorse che l’ospite ignorava la nostra lingua. Allora trattò in latino il seguente argomento: “De abditis organici vitii incunabulis”’. Accorsero i giovani di altre cattedre e gli stessi professori Zottoli, Cerenza e Mastelloni, i quali osservarono che, quando il Santorelli additava i mezzi clinici, NICOLA SANTORELLI
Gente di Caposele Gente di Caposele 244 Ieri ieri onde sgombrare i nervosi velamenti che nascondono la cruna dei morbi organici, si alzò quel medico inglese a fargli riverenza e tutti, al termine della lezione, gli mostrarono la propria riconoscenza, fatta dì ammirazione e stupore. Il Santorelli cooperò alla riforma degli Studi medici nei licei universitari del Regno di Napoli e fu richiesto dal Ministero di un piano di miglioramenti, che fu tradotto in pratica, come se ne accorse egli stesso, leggendo i decreti per i gabinetti’ di Fisica, Chimica e Storia naturale, rispecchianti le sue idee. In riconoscimento dei suoi meriti scientifci varie Accademie s’onorarono di nominarlo socio. Così l’Accademia medico chirurgica e pontaniana di Napoli il 12 luglio 1842; la Cosentina il 15 giugno 1846; l’Accademia delle scienze di Palermo il 19 maggio 1847; quella di Tropea il 31 maggio 1847; l’altra di Noto il 25 ottobre 1847. Salerno lo volle membro della Commissione Sanitaria il 10 nov. 1849, la R. Società Economica suo socio ordinario il 2 dic. 1857 e la Provincia consigliere il 22 giugno 1851. Nel 1856 pubblicò in Salerno l’opera: “Osservazioni e ricerche su le febbri continue dell’indole delle intermittenti”. Nei primi mesi del • 1861 iniziò la stampa dell’opera: “ lo. Bapt. Morgagni historias exercitationes pathologico - criticae. Salerni, annis 1858, 59, 60 cum selectioribus discipulis habitué,” che non potè ultimare per la soppressione del Collegio medico, che avvenne in quell’epoca. Si trattava di disamine diligenti e profonde, alle quali prendevano parte tutti gli allievi, su di una storia di Giov. Batt. Morgagni, medico insigne e professore di anatomia all’Università di Padova, morto il 1771. Una grave sciagura, però, stroncava tanta attività. Il 14 Aprile 1861 il nuovo Governo d’Italia aboliva il Collegio. Colpito da simile iniquo provvedimento, il Santorelli improvvisò una commoventissima orazione, che lesse dinanzi ad una folta schiera di colleghi e discepoli, autorità e popolo nel R. Liceo universitario. Mentre le prime reazioni incominciavano a manifestarsi, egli, vindice della gloriosa Scuola, si recava al dicastero della Pubblica istruzione italiano, cui erano preposti Emilio Imbriani e Luigi Settembrini, per difendere la conservazione dello Studio salernitano. Fu un buco nell’acqua. Tornato, allora, a Salerno, sciolse il malinconico canto della resa, formulando un voto, che fa fremere: “Quando inito meae missionis et conatus successu, orationem” De immerita salernitanae scholae abolitione et de rebus in ea gestis habui, ultima eius fuit dies, sed, magna me fdes tenet, non erit fnis.” Appena soppressa la Scuola, il Santorelli se ne tornò a Caposele, ardendo di vedere gli amici, ma li trovò, in gran parte, morti e ad essi dedicò alcuni suoi lavori poetici. Poco appresso aderì all’invito, fattogli dal Prof. Lauro in Napoli, di dare un corso di anatomia patologica nel suo studio. Dettò queste lezioni per un biennio e poi si diede tutto alla pratica privata, pur non abbandonando gli studi preferiti. Nel 1896, infatti, pubblicava il suo “Saggio NICOLA SANTORELLI
Gente di Caposele Gente di Caposele 245 Ieri ieri di epidemologia”. Da tanta produzione emerge imponente la personalità del Santorelli nel campo scientifco. Il Prof. Antonio Villanova, ordinario di patologia speciale medica nella R. Univ. di Napoli, lo defniva: “clinico e patologo distinto”. Angelo Zuccarelli, docente di clinica psichiatrica, antropologia criminale e medicina legale, nella stessa Università, lo appellava: “nestore dei medici”. (9) Il Vigorito: “Egregio cultore della medicina antica, seppe connettere il nerbo con la moderna e con gli ultimi progressi della scienza, ma sema la mania di adoperar nuovi farmaci e di sottoscrivere ad ogni recente teorìa”. (10) P. Gemelli il 5 ott. 1940 accoglieva con giubilo le pubblicazioni mediche del Santorelli, perchè interessanti, e scriveva: Essi (volumi) saranno conservati con cura, perchè possano servire in futuro ai giovani e illustrino ad essi soprattutto la grande Scuola salernitana. Mentre in Napoli il Santorelli esercitava la sua professione e coltivava il campo scientifco, il cuore era avvinto alla famiglia ed al paese natio, che amava intensamente. Gli tornarono pure grati gli studi letterari, per cui aveva conseguito il 20luglio 1844 la laurea in Lettere e Filosofa dalle mani del Galluppi e mostrò di godere, ancora vecchio, il favore delle muse. Impiegò tutti i suoi talenti per testimoniare il suo implacabile amore agli oggetti del suo culto: Religione, Patria, Famiglia. Illustrò le origini e le glorie del Sele, sacro fume dell’antichità, con tutti i dintorni; (11) scoprì ed illustrò nel maggio 1832 una lapide del Collegio silvanico dell’anno 81 dell’era volgare, di notevole importanza storica, tanto che valenti archeologi, come Corda, Guarini, Mommsen ed Avellino, ne scrissero a lungo. L’opera sul Sele ha riscosso nutriti applausi dalla critica. Primo, il prof. Zuccarelli, che apostrofò l’autore: “Peregrino ed erudito scrittore del Caposelese”; poi, il comm. Annunziata ed il Prof. Felice Cuomo, due poeti del Mezzogiorno, che s’impegnarono a eternare nel canto il Medico ad Umanista. L’anno 1885 Santorelli pubblicò in Napoli un’opera latina: “Inscriptiones sepulcrales adno-tationibus illustratele”, contributo alla storia degli uomini, più rinomati, della Valsele. A gloria d’Italia stampava un discorso, commemorante l’eroica fgura del Col. De Cristofaris, caduto a Dogali. (12) In letteratura incarna il Santorelli quanto vi fu di buono nell’ottocento. Il suo latino è di stampo classico; l’italiano sa, direbbe Papini, di trecento e di Mugello. Le rime hanno anch’esse il loro valore, per cui possiamo affermare che il Santorelli fu un vero umanista del sec. XIX. Emerge costante dalla sua copiosa produzione il tono educativo e morale con una netta presa di posizione contro quei poeti che “dando preferenza a versi licenziosi, imitano l’accento delle sirene e spargendo fori sul vizio, accendono impure famme”. Amava la Patria, amò di conseguenza tutto ciò che fa parte del patrimonio spirituale di essa, il Cristianesimo, la Chiesa. NICOLA SANTORELLI
Gente di Caposele Gente di Caposele 246 Ieri ieri In tempi, in cui vigeva un sordido anticlericalismo, seppe, alla pari dell’abate Zanella, lanciare in faccia ai suoi detrattori il noto adagio: Questa pia fé già reo non fammi o stolto tal che ne copra per vergogna il volto. Visse, praticò, propugnò la sua fede, la fede dei grandi, la fede degli umili, la fede di tutti. Nel 1892 pubblicava in Napoli un poema lirico: “Satana”, che è tutto un canto di vittoria per la Chiesa Cattolica. Rifacendosi ad un passato glorioso e serbando intatte le più fulgide tradizioni familiari, legate all’Istituto di S. Alfonso, nel 1893 compose e pubblicò un poemetto lirico, in omaggio a S. Gerardo Maiella, meritandosi con ciò il titolo di primo e più fecondo poeta gerardino. (13) Nel 1896 scese in lizza con la veste del polemista, stampando il suo: “Cattolicesimo e libero pensiero”, dedicato ad Antonio Buglione. Arcivescovo di Conza. Era convinto della fne dell’ateismo e dell’instaurazione del Cattolicesimo nel mondo. Seguì: “Variazioni ad alcune poesie italiane di sapore materialistico e pessimistico”, operetta pregevole per il fne che la dettò, e per il contenuto. Nel 1896, ridotto da mortifero morbo sull’orlo del sepolcro, stampò i suoi: “Ultimi di mia vita pensieri ed affetti”, in metro monotono, ma ricchi di sentimento e di cuore. E accenno appena alle sue opere minori, tra cui le “Rime morali”, in sei volumi, e gli “Inni”, in latino, per Gesù Cristo e la Vergine, opere che gli valsero l’ardito encomio del Vigorito: “Niuno dei medici contemporanei l’avrà, a mio giudizio, nello studio delle divine cose facilmente superato”. Morì sulla breccia il 1 marzo 1899, mentre correggeva le bozze del suo: “Manuale di preghiere” — Aveva 88 anni. SULLA “SELETECA” NICOLA SANTORELLI
Gente di Caposele Gente di Caposele 247 Ieri ieri EMIDIO ALAGIA di Nicola Conforti Emidio Alagia,era l’amico di tutti, famoso per il suo grande attaccamento al Paese natio e per il suo amore incondizionato per la Pro Loco e per La Sorgente. Si entusiasmava anche per le piccole cose che riguardavano il progresso per quello che amava defnire “il Paese più bello del mondo”. Ho pianto per la scomparsa del mio più grande amico. Emidio Alagia mi è stato vicino in ogni circostanza, adoperandosi sempre al limite delle sue possibilità. In tutta la sua vita si è prodigato per gli altri. Ha sempre fatto della bontà e della disponibilità una propria ragione di vita. Ha amato il suo Paese come nessun altro. Ha sostenuto ed amato “La Sorgente” fno agli ultimi istanti della sua vita, si è speso per essa con grande generosità e dedizione. Cercherò di perseguire ideali e valori che lui mi ha trasmesso e di amare il nostro Paese come lui l’ha amato. Vivrà nel mio cuore, sempre. EMIDIO ALAGIA di Alfonso Merola Con l’ avanzare degli anni e, credo, con quella affannosa fretta che assale chi intimamente sa di non avere troppo tempo a disposizione, nell’ultimo scorcio della sua esistenza Emidio Alagia sembrava ossessionato dal chiodo fsso di non lasciare le cose a metà . Nella Pro loco, ad esempio, che considerava a ragione anche una sua creatura, s’ era ritagliato il ruolo scomodo di padre burbero in difesa di una associazione che meritava rispetto, e non tollerava che decisioni assunte nel buon nome del circolo il giorno prima, fossero disattese il giorno successivo per quel vizio del quieto vivere che piace a tanti. La sola idea che la Pro Loco un giorno potesse chiudere i battenti, come ogni cosa che ha un inizio e una fne, lo rendeva triste, ma per l’irruenza di carattere che si ritrovava, non si perdeva d’animo e si rimotivava. Salutò così il passaggio di testimonio nella Pro Loco a forze più fresche con l’ entusiasmo e il sollievo di un comandante che aveva appena concluso una diffcile operazione militare ... Emidio, però, esplodeva di una gioia quasi fanciullesca quando un’ altra creatura a lui altrettanto cara vedeva la luce: era La Sorgente . “Ingegegnè, ce l’ abbiamo fatta anche questa volta !“ gridava assalito da entusiasmo e commozione anche se da lì a poco si sarebbe sobbarcato quel lavoraccio della spedizione del giornale negli angoli … più impensabili del mondo! Essere orgogliosamente lo spedizioniere de La Sorgente nelle Americhe, in
Gente di Caposele Gente di Caposele 248 Ieri ieri Australia, in tutta Europa disvelava un suo fraterno sentimento di rispetto e di affetto per persone tanto lontane che, per caso, per scelta o per disperazione, non dimoravano più a Caposele, “Il paese più bello del mondo“, come era solito defnire questo serpentone di case stretto tra la montagna e il fume . In tutta evidenza, il suo era un amore esagerato, indotto, se si può dire, da una esperienza vissuta da giovane già sposato e con prole, costretto in nome del lavoro e della famiglia a spingersi fno in Argentina, la terra promessa di tantissimi italiani ....poi il suo ritorno ed il magro lavoro nella terra natia, la ripartenza verso la Svizzera, l‘ Eldorado degli Anni Sessanta, dove vi lasciò il fglio Alfredo, la nuora Tina e le sue care nipoti. Famiglia di emigranti, quella degli Alagia, se si pensa che la sola Felicetta non si è mai mossa da Caposele, qui trattenuta dall’amore flale, mentre Eduardo e Filippo si sono stabilmente insediati negli U.S.A., sempre col loro paese nel cuore....L’emigrazione, quindi, aveva lasciato il segno in quest‘uomo laborioso, stimato anche per la passione civile, quasi epidermica, che lo infervorava quando in gioco era il buon nome di Caposele e dei Caposelesi. Forse perciò gli andavano stretti gli steccati dei partiti in armi: la sua fedeltà emotiva alla DC non gli impediva in sede locale di optare per il meglio, come era solito dire, e sono stampate in tutti noi le accese ma pur sempre affettuose discussioni “ politiche col suo Raffaele e l ‘ altrettanto caro Alfredo , diceva tra il rassegnato ed il soddisfatto: “A casa mia c’ é tutto l’ arco costituzionale!” Era terribilmente serio e si imbestialiva di fronte alle strumentalizzazioni localistiche ed elettorali degli emigrati tirati per la giacca in ogni consultazione municipale, ma anche più recentemente non era dolce con certi benpensanti che se la prendevano con gli extracomunitari, metafora moderna di una umanità sempre in marcia su una terra disseminata di stupidi confni. Era instancabile Emidio che smontava dai turni di lavoro alla Ferrocemento e rimontare da navigato capocantiere ad allestire le strutture dei suoi Ferragosti Caposelesi: trovava sempre una soluzione tecnica ad ogni diffcoltà per poi esclamare con una punta di orgogliosa soddisfazione con il suo motto preferito: “Ingegnè, la pratica batte la teoria 1 a 0 ! Emidio, già messo alla prova da un nemico inesorabile, ha continuato a farsi vedere in paese, anche se preoccupato di lasciare sola la sua Maria lo abbiamo rivisto in occasione della visita di Nichi Vendola, a Caposele, seduto nelle vicinanze del tabacchino Russomanno, emozionato come non mai per un evento da lui ritenuto storico, perché non è di tutti i giorni sentire un politico scusarsi con Caposele per un ritardo lungo oltre un secolo. Lo si è rivisto sereno e soddisfatto anche in qualche serata di sagra agostana a presenziare le manifestazioni inossidabili della sua Pro Loco ... certo le sue visite erano sempre più rade e fugaci: un saluto a Felicetta, un’ occhiata da sua fglia Nina, una mezz’ oretta davanti al Mister Bar e poi via col suo puntuale e fedele “autista “ Alfredino. EMIDIO ALAGIA
Gente di Caposele Gente di Caposele 249 Ieri ieri L’altro Alfredo se lo portava nel cuore a denti stretti e sorriso serrato, come solo sa fare un padre che perde il fglio troppo prematuramente. Non era più ormai l’ Emidio delle lunghe passeggiate con gli amici lungo via Roma, quello che compariva quotidianamente in piazza Tedesco e quello ancora che sprizzava orgoglio per l’ attivismo di maestra e di presidente ANPAS di sua fglia Cesarina. La sua è stata la parabola di vita di un uomo comune, eppure la sua esistenza è stata speciale. Lo ricorderemo? Sicuramente sì, se stampiamo nella mente il suo sorriso espansivo, i suoi occhi chiari pronti a cogliere i dettagli, la sua voce a tratti nervosa, il suo parlare franco e schietto mai soffocato dalle convenienze, la sua irruenza da fume in piena che in un attimo guadagna il cammino calmo e sereno. Egli si è accomiatato da noi in una giornata di fne ottobre, di un mese che trattiene il sole per riscaldare il duro lavoro degli ultimi raccolti, prima che l’ inverno conceda il meritato riposo ... è bello immaginare che Emidio abbia scelto questo particolare mese autunnale per separarsi da tutti noi col suo sorriso solare, con tanta voglia di quiete, ma anche con un gran fardello di nostalgia per chi gli ha voluto bene in un paese che egli ha amato a dismisura. Caro Emidio di Antimo Pirozzi Ti ho sognato ed in sogno abbiamo parlato a lungo: nel corso del colloquio mi hai rimproverato per non averti ricordato su “La Sorgente”. Ed io, a mia giustifcazione, ti ho ricordato che durante le sedute per l’allestimento del giornale, parlando dei tanti personaggi che passavano a nuova vita, ti dicevo spesso “chissà se un domani si ricorderanno di noi”. Tu me lo hai ricordato in sogno ed io sono qui a palare di te. La nostra conoscenza risale al lontano 1962, anno in cui venni assegnato al Posto Fisso Carabinieri di Materdomini e tu lavoravi alla “Casa del Pellegrino”. Nacque una reciproca stima. Ci siamo rivisti nel 1973 anno di fondazione della Pro Loco nella qualità, entrambi, di soci fondatori. E poi ci siamo alternati nelle cariche di Presidente e Vice Presidente del prestigioso sodalizio con un’amicizia che diventava sempre più intensa. Quanti eventi, quanti ricordi, quante discussioni, talvolta con toni alterati, che però non hanno mai pregiudicato la nostra stima e amicizia. Credevamo entrambi, fermamente, nella Pro Loco e nella Sorgente. Io mi limitavo ad attenermi ai programmi discussi e stabiliti, nonché all’operatività strettamente necessaria. EMIDIO ALAGIA