Gente di Caposele Gente di Caposele 100 Ieri ieri Lucano, per cui gli abitanti della contrada Buoninventre poterono fruire di notevoli miglioramenti di ordine sociale. - Il 1957 fu un brutto anno per Don Ciccio, come affettuosamente tutti lo chiamavano in paese. Infatti, con provvedimento dell’allora Ministro degli Interni on.le Tambroni, venne trasferito d’uffcio a Craco (MT). Si seppe che il provvedimento veniva adottato perché il Segretario Comunale aveva infuito, in maniera determinante, sul risultato delle elezioni amministrative del 1956. Non era vero. Il provvedimento per Craco fu revocato, ma, ugualmente, il Segretario Caprio venne trasferito a Nusco e poi, a domanda, ad Aiello del Sabato ove rimase fno al 1969 anno in cui venne collocato a riposo per raggiunti limiti di età. Sia che fosse a Nusco, sia che fosse ad Aiello del Sabato non sapeva resistere lontano dal suo paese natale, che Egli, con orgoglio ed entusiasmo, soleva defnire il paese più bello del mondo: ogni sabato era presente per ripartire il lunedì con le tasche gonfe di pratiche che i cittadini gli consegnavano, pregandolo di risolvere i loro piccoli grandi problemi presso questo o quell’uffcio del capoluogo ove aveva la propria abitazione. E Lui non sapeva esprimere diniego a nessuno. Nel 1964, ancora in servizio attivo, i Caposelesi vollero richiamarlo nella madre terra e lo elessero Sindaco. Nel 1970 e nel 1975 lo vollero ancora Sindaco, Sindaco a vita dunque! Negli anni del suo sindacato la sua vita fu ancora una completa dedizione alla sua gente, alla quale si sentiva legato da affetto profondo e disinteressato, ed alla soluzione di un problema vitale per il paese: la vertenza con l’Ente Autonomo Acquedotto Pugliese, insorta nel lontano 1939. In proposito Egli, dopo aver rotto il clima di freddezza stabilitosi fra l’Ente ed il Comune di Caposele con vero acume diplomatico e dopo aver raggiunto i preliminari accordi di massima, stese di proprio pugno la bozza di convenzione fra l’Ente ed il Comune, dimostrando, e questa volta più di tutte, le sue peculiari capacità tecniche, amministrative ed umane, tese, innanzitutto, a contemperare le esigenze delle parti in contesa, esaltando, cosi, anche il suo alto senso dell’equilibrio. E i benefci che il paese trasse da questa convenzione furono notevoli. Ad altri il nutrito elenco di opere da Lui volute e realizzate a favore di Caposele durante il quindicennio della sua attività di Sindaco. Fu da sempre il papà dei Caposelesi, come ebbe ad affermare un giovane subito dopo il suo inatteso ed insospettato trapasso. Non disse mai male di alcuno; per tutti, nelle avversità, ebbe parole di fducia, mostrò aiuto concreto, invitando alla speranza. Schivò le lusinghe e le morbidezze, fu tetragono nel sentimento del Giusto e dell’Onesto. Guidato dalla luce del Vero e da autentico cristiano spirito di amore verso la famiglia e di fratellanza verso il prossimo, entrò con eguale animo sia FRANCESCO CAPRIO
Gente di Caposele Gente di Caposele 101 Ieri ieri nella casa del ricco che nel tugurio del povero. Si spense serenamente all’alba del 21 gennaio 1979. Il Sindaco galantuomo da La Sorgente n. 79 di Alfonso Merola Trent’anni fa, nella notte tra il venti ed il ventuno gennaio 1979 si spegneva Francesco Caprio, il più amato tra tutti i Sindaci che hanno fnora avuto i Caposelesi. Io credo che sia giunto il momento che l’Amministrazione Comunale ne onori la memoria, intitolandogli un angolo di questa terra che egli tanto amò e tanto bene servì. La memoria, è utile ricordarlo, è un’operazione della mente che ha un valore pedagogico, perché conservando tracce di un percorso umano e radici identitarie spiana il cammino verso il futuro. Ciò vale ancora di più in una stagione politica in cui si naviga a vista, Francesco Caprio, ad esempio, nell’attuale congiuntura di fbrillazione istituzionale ci avrebbe suggerito di reagire con ottimismo alla crudezza della realtà, ammonendo a destra e a manca che, “quando si distruggono i monumenti, bisogna salvare i piedistalli, in quanto questi ultimi possono sempre tornare utili”. Io conservo di lui l’immagine di un uomo sorridente e pensoso, sereno e rassicurante, refrattario alle parole inutili e ridondanti, attento a trasmettere tranquillità e speranze. Insomma, un galantuomo, capace di gestire alla meglio i doveri di padre e gli oneri e gli oneri derivanti dalle cariche e dalle funzioni pubbliche. La sua nitidezza intellettuale, la sua schiettezza dialogica e la sua dedizione all’onestà gli consentirono di non recriminare niente del suo passato e allo stesso tempo di continuarsi a sentire a disposizione della collettività, senza sgomitamenti e senza imboscate, forte delle sole formidabili doti umane che possedeva. Non molti sono, per così dire, approdati dal Fascismo alla Repubblica, conservando intatta la stima dei loro concittadini. A lui questo è riuscito perché come ieri non aveva mai abusato del potere di cui poteva disporre, successivamente non usò strumentalmente le occasioni che gli si presentarono. Per dirla con Friedrich Hoderlin, “Là dove c’è pericolo, cresce anche ciò che salva” e Francesco Caprio è uscito adamantino dal Fascismo, Oggi gli dovrebbero le scusa quanti tentarono di elevarlo a eroe negativo e poi, comodamente, dalla D.C. transitarono nel P.S.I, per poi approdare in A.N., F.I e, dulcis in fundo, nel P.D.L., volendoci convincere che destra o sinistra “pari sono”. Nessuno avrebbe potuto impedire a Francesco Caprio di salire sul carro della Balena Bianca che all’epoca dispensava cariche e onori nell’opera di sostituirsi “burocraticamente” al Fascismo. Ciccio Caprio scelse, invece, il Fronte Popolare. L’alleanza PSI e PCI, che in Irpinia aveva la strada lastricata di pietre taglienti e spine. FRANCESCO CAPRIO
Gente di Caposele Gente di Caposele 102 Ieri ieri Egli pagò umanamente e professionalmente quella sua scelta: fu trasferito, come segretario comunale, dalla sera alla mattina, a Craco in Lucania. Perché, all’epoca dei governi Tambroni, si andava pesanti contro chi non era muto ed obbediente ai desiderata del potere. Egli, però, con quel suo atto di coraggio, trasmise a tanti giovani e a tanti contadini una certezza: in democrazia le libertà personali sono inviolabili e disobbedire ad ordini sbagliati, oltre che possibile, è doveroso. Questa era la forza morale di Francesco Caprio che unita alla sua speciale umanità, al suo sconfnato amore per Caposele e la sua competenza, gli consentì nel 1965 di essere salutato Sindaco di Caposele. Collaborato da Gennaro Majorana, in un’epoca in cui i segretari comunali non erano delle “colf”, impermeabile a rancori verso chi gli aveva preparato trappole, egli amministrò con la sensibilità unica di chi ama la pace e l’unità della sua comunità, sempre attento a coltivare la tolleranza ed il rispetto. Non amava, ad esempio, accanirsi contro gli avversari politici che gli avevano votato contro: il giorno dopo le elezioni, puntualmente lo vedevi a tavolino giocare a carte con loro. Non ti meravigliavi, allora, se nelle successive tornate elettorali essi ingrossavano le fle dei suoi sostenitori o addirittura te li trovavi in lista. I suoi non erano “inciuci”, ma operazioni alla luce del sole, sempre condivisi dal suo alleato di sempre, il P.C.I del vice sindaco Mazzariello, una sezione che nella “bianca” Irpinia veleggiava con il suo 40%. E fu sua l’intuizione di aprire la “Stretta di mano” al dialogo con la D.C. in nome del progresso di Caposele. La sua Stretta di Mano, d’altronde, non era un cartello politico di partiti ossessionato dalla spartizione, ma una ”proposta laica” che non consentiva a nessuno di bivaccare a danno della comunità; non vi albergava, infatti, nessuna concezione privatistica dell’istituzione. Questa sua concezione autorevole ma democratica del governo locale lo faceva apprezzare in ogni angolo dell’Irpinia: Caposele era divenuto “il paese di Ciccio Caprio”. Egli sapeva, inoltre, irrobustire il tessuto sociale di Caposele e, perciò, incoraggiava ogni iniziativa: la Pro Loco, La cooperativa agricola, la Polisportiva, il Circolo Caccia e Pesca, la comunità parrocchiale, le comunità evangeliche etc. Un paese, insomma, tutto immerso in un sociale che rendeva più collaborativa e meno noiosa la vita di un Comune di quattromila anime. “Questo è il paese più bello del mondo“ era solito dire, aggiungendo il suo programma racchiuso in uno slogan “ Caposele ha due Santuari da valorizzare: quello del Santo della collina e quello delle acque!” E su questi due obiettivi egli vi lavorò alacremente fno agli ultimi giorni, convinto com’era che la fortuna di un paese sta nelle sue forze e nelle sue opportunità. Avendo maturato, da segretario comunale, esperienze e conoscenze umane, con una maestria diplomatica ed il supporto congiunto di autorevoli dirigenti naFRANCESCO CAPRIO
Gente di Caposele Gente di Caposele 103 Ieri ieri zionali della D.C. e del P.C.I., portò all’incasso l’annosa vertenza del Comune contro l’EAAP con la stipula di una convenzione molto vantaggiosa per Caposele. Quel metodo collaborativo, inoltre, gli aprì le porte della CASMEZ. La qual cosa consentì a Caposele di realizzare una ftta rete di strade interpoderali, di acquedotti e di edilizia scolastica rurale ed urbana. Anni di fervore che si conclusero con l’istituzione del Liceo Scientifco che ha contribuire a elevare le condizioni culturali in un paese in cui le professioni, prima, erano, per così dire, fatalisticamente ereditarie. Egli si trovò a dover cimentarsi anche con il boom economico degli anni 60 con un comune sprovvisto di strumenti urbanistici generali, mentre la domanda edilizia e quella turistico-religiosa di Materdomini cresceva impressionantemente. Stretto tra l’obbligo di imboccare la via di un P.R.G. (le cui maglie burocratiche si presentavano realisticamente non percorribili nell’immediato) e le esigenze di dare, in via breve, sfogo ad una domanda crescente, optò per quest’ultima, assumendosi una pesante responsabilità sul fronte dell’abusivismo di necessità. A constatare, oggi, che un governo, seguito a ruota dalle regioni,legifera sulle “ rottamazioni” edilizie, anche nei centri storici con la concessione di volumetrie in aumento, se Francesco Caprio fosse vivo, direbbe di aver conseguito una vittoria “postuma” ma al riparo da scempi e speculazioni edilizie. Ma la vera scommessa egli la vinse a Materdomini quando agevolò la trasformazione del piccolo centro da rurale in turistico e per giunta a ridosso del complesso religioso dei Liguorini. Si dirà, oggi, che tutto è avvenuto a danno di una vera programmazione territoriale …C’è da chiedersi quale robustezza economica diffusa avrebbe avuto la frazione se il tutto fosse avvenuto alquanto distante dal nucleo centrale dei pellegrinaggi. In fondo egli riteneva che dovesse essere sconftto ogni modello monopolistico, in modo da dare opportunità a tutti. La controprova, d’altronde, ci è data da trent’anni di amministrazioni successive, le quali hanno sempre parlato di un turismo diverso, ma puntualmente si sono inchiodate a ciò che Francesco Caprio aveva creato dal nulla, caricandosi responsabilità solitarie in nome di una rete produttiva e commerciale che ancora regge e regge bene. Io credo che, oggi, gli debbano gratitudine e riconoscenza in tanti e gli debbano “l’onore delle armi” chi, non essendo in grado di batterlo sul campo della democrazia, imboccò la via giudiziaria, avvelenandogli gli ultimi giorni della sua preziosa vita. Di fatto egli è ancora vivo in chi lo ha veramente conosciuto e talvolta lo ha invocato come un Nume speciale nelle ore di avversità che pure sono suonate per Caposele, a partire dagli anni duri del terremoto, dell’emergenza e della ricostruzione. A trent’anni dalla sua scomparsa, onorandolo oggi e ringraziando la sua famiglia per averlo condiviso con tutti noi, noi tentiamo di mantenere accesa una speranza per chi crede che governare con onesta e con bontà è una missione laica che è possibile … FRANCESCO CAPRIO
Gente di Caposele Gente di Caposele 104 Ieri ieri Se davvero esiste un lassù, egli è certamente là e vigila su tutti noi, ricordandoci che i Capo-selesi non sognano lune nei pozzi, ma umili amministratori, attaccati alla loro terra e che si impegnano nella lotta per un progresso realistico, di cui il lavoro, e non l’affarismo, è il perno principale L’ultima sera della sua vita, i Caposelesi lo ricordano inchiodato nelle prime fle del cine-teatro di Materdomini a salutare la partenza dalla Diocesi del suo amico arcivescovo: nonostante non stesse bene, non volle disertare quell’appuntamento. A chi tentava di dissuaderlo egli rispose:” I doveri nella vita sono come i progetti; essi vanno portati a termine, a prescindere dalle poche o molte forze che ti restano. Questo vuol dire vivere e saper vivere i propri giorni ed io, credimi, li ho vissuti intensamente”. Un uomo straordinario da La Sorgente n. 74 di Vincenzo Di Masi Continuo la rubrica “l’Angolo dei Ricordi”, mediante la descrizione di una persona veramente eccezionale, appartenente al recente passato di Caposele, di cui fu oltre che segretario comunale, anche benemerito Sindaco per oltre 15 anni. Di Lui, della Sua eccezionale personalità, unanimemente riconosciuta in ogni luogo dell’Irpinia e dell’Alto Sele e, persino, in U.S.A., Australia, Canadà, Brasile, Argentina e altri Paesi del mondo ove i nostri connazionali emigrarono in cerca di fortuna, ha diffusamente parlato, in un numero speciale, il periodico “La Sorgente” del gennaio-marzo ’79, nel trigesimo della morte, avvenuta all’alba del 21 gennaio 1979. Francesco Caprio nacque a Caposele il 10 novembre 1904 e sin dai primi anni della Sua vita diede prova di singolare intelligenza, generosità, altruismo, onestà e rettitudine. Per quel che dicevano i Suoi coetanei e insegnanti, primeggiava negli studi e malgrado non avesse conseguito alcun titolo accademico (era iscritto alla facoltà di giurisprudenza dell’Università di Napoli), tuttavia possedeva cultura umanistica, giuridica e amministrativa di altissimo livello, invidiata da plurilaureati ed apprezzata da docenti universitari e uomini di cultura. Di Franco Caprio - così veniva conosciuto dalla generalità delle persone e dai suoi concittadini – non racconterò e non richiamerò alla memoria le vicende, ancorché encomiabili, della Sua esistenza, perché di esse molto e meglio di me hanno parlato i Caposelesi di ogni estrazione e le più alte Autorità civili, politiche e religiose che lo conobbero ed apprezzarono. Di Lui dirò soltanto delle qualità interiori, personali e morali, della Sua intelligenza, del Suo immenso amore per i concittadini e per il paese in cui nacque e visse. FRANCESCO CAPRIO
Gente di Caposele Gente di Caposele 105 Ieri ieri La consapevolezza di se stesso, del destino dell’uomo assegnato dal Creatore, la forza e la capacità di interpretare le Sue attività preminenti, costituivano anche la base per affrontare e risolvere i più grandi ma altresì i più piccoli problemi delle vita professionale e della collettività sociale in cui si era volontariamente inserito Egli, a mio giudizio, per quel tanto che ebbi modo di conoscere, possedeva in sommo grado due peculiari qualità: la capacità di prevedere, organizzare, dirigere, coordinare e controllare, senza farsene accorgere, gli altri e la capacità, alla stregua dei condottieri, di guidare, ossia di comandare, anche con l’esempio, che risulta essere una molla potente per tutti. Egli aveva un’abilità innata per affrontare e superare gli ostacoli della vita, rendendosi conto, razionalmente, di tutto ciò che la realtà delle cose ed il modo di essere gli presentava.. Anche nei momenti più duri e diffcili della Sua esistenza - e chi su questa terra non ne ha avuti ? – Franco Caprio, per quanto mi risulta, non si scoraggiò, ma seppe affrontarli con determinazione e con misura, mai lamentandosi con chi sapeva di averglieli ingiustamente procurati. Nessuna vera realizzazione è, infatti, possibile se l‘uomo non possiede la cognizione esatta delle forze da impiegare per costruire il suo avvenire! Vivere per i propri simili e per la famiglia, signifcava per il Sindaco Caprio rendersi conto di tutto ciò che sentiva e gli appariva dentro di sé. Il monito delfco del “nosce te ipsum” vuol dire appunto questo: “ Interroga te stesso, procedi oltre la tua individualità empirica, oltre le tue opinioni e le tue passioni, scendi nel tuo spirito, sino a ritrovare l’universale VERITA’ che abita in te “. In tal guisa visse Francesco Caprio, le cui sembianze mi si presentano ogni volta che mi reco al Cimitero di Caposele, per rendere omaggio ai miei genitori e congiunti, i cui resti sono nella tomba di famiglia. Là, passando lungo il viale anche dinanzi alla tomba dei Caprio che racchiude le spoglie mortali di tanti Suoi famigliari (Edmondo, la moglie Teresa, Dina, Vittoria, Clelia Orciuoli e di altri) non manco di fermarmi un istante, pensando appunto al Sindaco di Caposele, Francesco Caprio, nel cui ricordo, con ammirazione, abbasso la testa e prego per la Sua anima, dicendo dentro di me: che UOMO straordinario! FRANCESCO CAPRIO
Gente di Caposele Gente di Caposele 106 Ieri ieri ALFONSO LA MANNA La musica del silenzio di Vincenzo Malanga Nella piazza F. Tedesco, si radunò una piccola folla che, a poco a poco, crebbe sempre di più. Da qualche giorno erano cessate le piogge insistenti benché fosse già primavera inoltrata, ma il cielo non era del tutto sereno. Sul volto dei presenti si leggeva la mestizia mentre si diffondeva un leggero brusio. Le campane ancora più mestamente sonavano a rintocchi. La folla conversa in un sol punto, si raccolse rimanendo muta. Molti avevano gli occhi lucidi di pianto. Grida di dolore squarciarono la maestà del Silenzio nell’aria afosa. La bara fu sollevata dopo essere stata coperta. Uomini forti se la posero sulle spalle. La fanfara intonò una musica dalle note strazianti. In quel complesso di note mancava la più signifcativa, mancava il suono strumentale di ALFONSO LA MANNA. Era proprio Lui che, dopo una breve ed improvvisa malattia, era passato a miglior vita. Egli apparteneva a quella sparuta schiera di piccoli-grandi Uomini che pur sanno scrivere una pagina di storia in un ambiente e in una certa epoca, che pur fanno parlare di se stessi, delle loro cose semplici, del loro agire lineare, limpido, corretto, estremamente onesto, cristallino, coerente come un diamante, improntato al sentimento di religiosità primitiva e genuina. Egli, era fra questi. Dalla sua bocca mai un’espressione sconcia, mai un’invettiva, mai una maldicenza. La sua ragione di vita era stata il lavoro, la sua delizia la MUSICA. Da oltre quarant’anni, suonava il “bombardino tenore” nella fanfara S. Gerardo, quella stessa fanfara che ora suonava per Lui. Nel suo ruolo era insostituibile: se mancava Lui mancava a tutto il complesso la parte migliore, mancava il brio, la gioia alle allegre marcette, mancava la commozione. Egli sonava con sentimento, con passione, era capace di inventare variazioni personali durante l’esecuzione dei brani; il suono del suo bombardino, forte e dolce al tempo stesso, copriva anche le stonature dei principianti. Da lontano primeggiavano le note del suo strumento, col quale, sonando, formava un corpo solo, un’anima sola. Egli quasi voleva che quelle note raggiungessero i confni del mondo, sicuramente per ricordare agli Uomini che le vibrazioni musicali sono le stesse dei sentimenti sublimi, per dire a tutti che i palpiti stessi dei cuori umani sono MUSICA, MUSICA DIVINA, che le note musicali, come ogni altra espressione artistica sanno ad un tempo infondere alla vita la purezza dell’ermellino, il ver-miglio delle passioni come certe qualità di gerani, la speranza intensa come
Gente di Caposele Gente di Caposele 107 Ieri ieri il verde della felce, la dolcezza come il glauco del fordaliso, così che in tutta l’armonia del creato la materia diventa luce. Davanti alla Chiesa Madre la fanfara tacque. Cessò anche il leggero brusìo della gente. Cadevano “silenziose” gocce di pioggia minute e rade. Dal suo nuovo nido una rondine, di tanto in tanto, faceva capolino, perplessa, incredula per la dolcezza e la tristezza che diffondevano le note di quel linguaggio nuovo, eterno: LA MUSICA DEL SILENZIO. NONNA GILDA di Nannina Cuozzo Te ne stai presso l’uscio di casa tra il verde del bel tuo giardino o dietro vetri appannati quand’ei spoglio, in letargo soggiace al rigor di gennaio. Nelle ore di meritato riposo le tue mani son sempre operose, un gomitol di flo, un piccolo uncino formando arabeschi e cerchietti crei graziosi merletti. E’ hobbi, relax, passione questo tuo paziente lavoro? Alfn, paga, lo ammiri, lo pieghi, lo poni, sognando di farne dono prezioso a Gildina che un giorno va sposa.
Gente di Caposele Gente di Caposele 108 Ieri ieri Per la piccola Emma Merola PREGHIERA PER UN ANGELO di Vincenzo Malanga Ti prego, Signore, per quell’angelo di bimba che raccoglieva margherite, che sorrìdeva al giubilo dei giorni quando l’avvolsero lingue di fuoco e in un baleno fu come torcia al vento. Pianse Ella senza un grido, chiamò la mamma fnché visse ancora e se ne venne in volo da Te, Signore, recando in mano margherite in fascio; e nella casa rimase solo l’eco del suo frullo d’ali. GIUSEPPE DI CIONE Un caposelese che onorato il suo Paese interra straniera E’ il primo italiano che in Venezuela ha ricevuto un importante riconoscimento dal capo dello Stato per aver contribuito, in 33 anni di permanenza in quella nazione, in maniera notevole, allo sviluppo tecnologico dell’industria calzaturiera. MOTIVAZIONE DELLA PREMIAZIONE Giuseppe Di Cione emigrò in Venezuela circa 35 anni fa. Arrivò in questa Nazione con una gran voglia di lavorare e di contribuire con le sue conoscenze allo sviluppo dell’industria che alla nostra Nazione serviva in quel momento. Installò la prima modesta industria di sua proprietà che servì di slancio per le future industrie del Venezuela. Ti prego, Signore, ora che con Te si trova serbale un posto a parte, falla restare sola per un poco ancora, fnché sfogli e margherite che ha portato in dono... ad una ad una, e l’ultimo petalo le faccia dire; m’ama... giacché d’amore è il frutto del suo dono Signore, per tutti, non per Te solo.
Gente di Caposele Gente di Caposele 109 Ieri ieri Diventò in poco tempo uno dei più dinamici industriali nel ramo, riuscendo ad aprirsi le porte dei crediti per tutte le materie prime. Oggi gode la stima e l’affetto del mondo industriale. Giuseppe Di Cione ha contribuito ad incrementare in tutta la Nazione l’industria delle scarpe, rappresentando attualmente in Vene¬zuela una delle industrie più conosciute nel ramo delle macchine per la fabbricazione delle scarpe. Gli amici di Caposele, i soci della Pro Loco ed i redattori de “La Sorgente” si congratulano con Giuseppe Di Cione, per le sue prestigiose affermazioni in campo industriale e gli augurano successi sempre più lusinghieri e traguardi sempre più ambiti. LA PRO LOCO CAPOSELE HA CONFERITO A GIUSEPPE DI CIONE IL PREMIO CAPOSELE 1995 GERARDO ESPOSITO Santandrianu lu Capussulesu di Vincenzo Malanga Era nato a S. Andrea di Gonza, ma era cresciuto a Caposele, si era sposato a Caposele e qui viveva. Quando andava a S. Andrea lo chiamavano Gerardo “lu capussulesu” a Caposele lo chiamavano Gerardo “lu sandandrianu”. Il suo mestiere era quello di scalpellino, e si vantava di essere un “artista”. Se vuoi - soleva dire a qualcuno che intendeva “prenderlo per il naso” ti faccio così come sei. Ma, a proposito di naso. il suo era come il naso di mastro Ciliegia: una protuberanza tondeggiante e prominente cosparsa di butteri quasi sempre rossa come un peperone all’aceto. E aveva imparato, forse da sempre, la strofa di una canzone che soleva ripetere molto spesso: “Averlo grosso, no, non è difetto, si può chiamare naso calamita: la donna guarda al naso e non al petto per giudicare l’uomo che cos’è”. Faceva parte della compagnia dei suonatori dell’orchestrina, come venivano detti i “complessi” di altri tempi, compagnia che veniva chiamata in occasione dei matrimoni contadini; si suonava dall’inizio del pranzo nuziale fno a tarda sera quando gli sposi andavano a coricarsi, e poi, ancora, si portava loro la serenata. Gerardo il “sandandriano”, con la sua dodici corde d’accompagnamento fnito un pezzo, una polca, una mazurca, invocava un bicchiere di vino buono dei nostri vigneti, la richiesta era un colpo alla cassa armonica della chitarra. Quando la festa fniva “lu sandandrianu” non si reggeva più in piedi, tornando a casa compassava tutta la larghezza delle strade, si fermava per lo meno cento volte davanti alle por-
Gente di Caposele Gente di Caposele 110 Ieri ieri te poggiandovisi esausto e senza mai lasciare la sua dodici corde. Fino al tardo pomeriggio non saggiava vino, ma dopo era capace di trangugiarne un barile. Si vantava anche di essere compositore; infatti aveva composto “Mastu Briscu”. una serie di strofe con ritornello dedicato ad un altro personaggio locale che, per motivi di opportunità, non va nominato, ma è un personaggio ben individuabile specie da chi è sulla cinquantina. Una sera, in tempo di guerra quando c’era l’oscuramento, era andato a... mietere il grano in campo altrui, cadde da una loggetta e si ruppe una gamba. perciò era rimasto con una gamba più corta dell’altra. Negli ultimi anni, non potendo più effcacemente lavorare, si era improvvisato “lapidario” di cimiteri, e per lo più questa attività la svolgeva a Calabritto. Ogni pomeriggio si metteva sul pullman per quel paese e andava a contattare clienti e a concludere affari, ma più per ritrovarsi in cantina con gli amici. Tornava a sera con mezzi di fortuna. A tarda ora. specie d’estate, lo si poteva incontrare sui gradini dell’edifcio scolastico in piazza Dante, luogo di riunione dei soliti amici. Bastava dare il tono alla canzone a lui prediletta; “Con te, soli soli nella notte” perché subito mandasse a prendere la “dodici corde”; quando questa gli veniva portata cominciava ad accordarla e non si cantava più, perché l’accordo, continuamente interrotto da lazzi, scherzi e “pernaccchie” degli amici, durava ore intere. Ma lui non se la prendeva e la sua simpatia veniva proprio dal suo tratto gentile, cordiale, aperto. Gli era stata conferita una medaglia al merito per fedeltà al Partito in cui militava da sempre e un altro suo vanto era quando ricordava di essere stato in galera per otto giorni e per motivi politici nel carcere di Potenza. Fu egli il compagno e l’amico di serate indimenticabili ed irripetibili. Poi venne il terremoto e ci perdemmo di vista. Dopo qualche anno lo incontrai alle Fornaci dove gli era stato assegnato il prefabbricato. Era assai cambiato: il suo carattere allegro e gioviale aveva perduto di smalto e di freschezza, quando parlava non lo si capiva più, si trascinava, la sua claudicatio si era accentuata. il suo viso e le sue mani erano di un bianco ce-reo, e farfugliando agitava la mano sinistra con il mignolo storto. M’invase l’onda dei ricordi, avvertii strane sensazioni; lo salutai e tornai sui miei passi.Erano trascorsi pochi giorni da quell’incontro quando giunse in paese la notizia che “lu sandandrianu era passato a miglior vita”. Mi recai a Materdomini dove i familiari ricevevano la visita di condoglianze. Non ero ancora giunto quando il carro funebre che lo portava all’estrema dimora mi passò davanti; lo seguii con lo sguardo fno a quando il carro sparì dietro una curva. Un altro personaggio che aveva caratterizzato un’epoca nel nostro paese che, con tanti altri, aveva dato una nota di colore al nostro ambiente se ne andava tanto lontano, portando con sé un altro pezzo della nostra vita giovanile. Elevai per lui inni d’addio. GERARDO ESPOSITO
Gente di Caposele Gente di Caposele 111 Ieri ieri ANGELO PETRUCCI di Nicola Conforti Dopo tanti anni spesi a servizio del Comune di Caposele, Angelo Petrucci, per raggiunti limiti di età, è stato collocato a riposo. Il suo è un riposo meritato, dopo tanto lodevole impegno, tanta dedizione e dopo le tante avversità che hanno caratterizzato il corso della sua esistenza. Gli amici gli sono stati sempre affettuosamente vicino e non dimenticheranno la sua disponibilità e il suo attaccamento al lavoro. Angelo è stato un uomo forte e lo è tuttora a dispetto dell’età e malgrado gli acciacchi che la stessa età comporta. I suoi anni migliori li ha dedicati al servizio di una comunità che lo ha sempre stimato e voluto bene per il modo affabile e cordiale che lui ha saputo instaurare nell’assolvimento dei suoi compiti. Lascia il suo “posto di combattimento” per un più che meritato riposo. Gli auguriamo tutto il bene del mondo. Il 20 settembre 2010 muore all’età di 67 anni Il ricordo di Alfonso Merola Questa volta Angelo non ce l’ha fatta: l’altra sera si è dovuto arrendere ad un nemico inesorabile, dopo aver combattuto con convinzione e coraggio la sua battaglia in nome della vita. Poco più che bambino egli vide con i suoi occhi la morte che tragicamente non risparmiò un suo compagno che gli era accanto. Quell’evento lo segnò e gli fece amare la vita come un dono divino accordato ad una persona rinata. Non è stato così due giorni orsono: egli si è allontanato dai suoi cari, quando ancora non aveva varcato la soglia dei suoi settant’anni. Seguendo il suo feretro, mi sono commosso all’applauso in lacrime tributatogli dai dipendenti comunali, al passaggio della sua bara. Quell’applauso prima ed il commosso saluto, poi, della sua collega Gelsomina Frannicola in una chiesa affollata racchiudevano il riconoscimento fraterno di un sincero sodalizio, nonché la gratitudine corale verso un uomo che aveva speso bene più di quarant’anni di lavoro al servizio di Caposele. Bene accolto, non aveva mai staccato la spina col Comune nemmeno da pensionato e da sofferente. Egli era il “decano” dei dipendenti comunali, la memoria della vita amministrativa ed era (e resta) l’Uffciale dello stato civile per antonomasia. Poteva sembrare ossessiva la sua accurata conduzione dell’Uffcio, ma era fondata la sua intima convinzione derivata dai suoi maestri predecessori, che i dati sensibili vanno custoditi, in nome dello Stato, con riservatezza e scrupolosità. Questa speciale “missione” lo rendeva inquieto, tutte le volte che qualcuno debordava da questo principio e quando gli amministratori stabilivano traslochi d’uf-
Gente di Caposele Gente di Caposele 112 Ieri ieri fcio o trasferimenti dalla sede principale. “Io custodisco roba seria con cui non si può scherzare” diceva. Lo lo vedo ancora, a via Caprio, nel suo uffcetto pieno come un uovo, di registroni ben allineati, mentre si arrampicava sui muri per prendere tutta quella documentazione polverosa da cui estrarre certifcati … Lo rivedo attivo e indaffarato nella sede municipale di via Castello fno al 22 novembre 1980 e poi il 24 successivo, tra le macerie, per verifcare la fne delle sue carte dopo il sisma: scatoloni di carte trasferite nei baracconi in piazza Sanità, poi in via Imbriani ed infne a piazza Dante … Angelo era sempre là, come una sentinella, con i netturbini che lo aiutavano, con Mario che vigilava e con Pietro, Cenzino, Carla che lo sostenevano nel suo delicato compito. Angelo Petrucci ha saputo governare normalità, emergenze e rinascite in cui, per un vizio tutto italico, le certifcazioni non sono mai mancate, sorretto da una pazienza proverbiale nel soddisfare richieste e pretese, talvolta, di una popolazione abituata al “tutto e subito” ad ogni costo. Siamo in tantissimi a dovergliene essere grati, fosse pure per il semplice motivo che egli è stato cronista e notaio di tante nascite, promesse di matrimonio, nozze, di variazioni anagrafche, censimenti ed elezioni e non ultimo di decessi … Si è saputo che, qualche giorno fa, opportunamente l’Amministrazione Comunale ha consegnato ad Angelo Petrucci una targa di encomio che lo ha commosso e fatto felice: Caposele ha apprezzato unitariamente questo atto. A noi che lo abbiamo annoverato tra gli amici, non resta che rinnovare i nostri sentimenti di cordoglio a Paola, Nellina, Olivia ed Olimpia, sapendo con quale e quanta premura ed affetto lo hanno accompagnato nel suo Calvario, fno all’ultimo istante. Il Ricordo di un caro collega di Mimina Frannicola I o e mia sorella lo conoscevamo dapprima che diventasse nostro collega, ovvero conoscevamo più che altro la sua storia, raccontataci da nostro padre . Era da poco fnita la guerra e due bambini mentre giocavano in un campo, nei pressi delle proprie abitazioni, scovarono qualcosa simile ad una palla che, con la curiosità tipica dei bambini, cercarono di aprirla con un sasso. Quell’arnese altro non era che un ordigno residuato della guerra appena trascorsa, che all’impatto coi sassi, subito defagrò, inondando di schegge i bambini e tutt’intorno. Mio padre all’epoca ventenne, sentito lo scoppio da una vicina bottega dove apprendeva il mestiere di fabbro ferraio, si precipitò subito in strada e scorse da lontano due corpi di bimbi a terra, uno dei quali da subito, capì che era morto, mente l’altro si lamentava. Prese in braccio il bambino ferito, che con voce febile ANGELO PETRUCCI
Gente di Caposele Gente di Caposele 113 Ieri ieri sì fece riconoscere da subito, diceva a cantilena, sicuramente a causa dello schok subito: “mi chiamo Angelo Petrucci”, mi chiamo Angelo Petrucci e così di seguito senza mai smettere , anche se con un flo di voce, appena percettibile. Fu così trasportato in un vicino ospedale e da lì trasferito a Napoli, dove fu sottoposto a più interventi per estrarre le numerose schegge che si erano confccate nel suo corpo di bambino minuto e vi rimase per diverso tempo. E quel bambino eri tu. Poco tempo dopo fosti accolto in un collegio a Rimini, per i mutilati e gli orfani di guerra, dove studiasti per conseguire un diploma che ti permise poi di essere assunto presso il municipio del paese natio, quale Uffciale di anagrafe e stato civile, incarico che hai ininterrottamente ricoperto per quarant’anni e più. Rimanesti sempre riconoscente a mio padre e hai avuto sempre nei nostri confronti un particolare rispetto. Poco prima del terremoto fui assunta presso lo stesso municipio e da subito fui collocata nel tuo uffcio, l’uffcio anagrafe, dove tutt’ora presto servizio , da trenta anni, di cui ventotto trascorsi al tuo fanco. Sono entrata in quell’uffcio non ancora ventenne ed ho trascorso praticamente insieme a te gran parte della mia vita. Poiché noi abbiamo perso il padre troppo presto, tu per me e per mia sorella, sei stato oltre che un collega, un padre, una guida. Avevi a volte un carattere non facile, che veniva smussato dal mio Per cui io intervenivo con prontezza ogni volta che c’era qualche piccola frizione. Ancora oggi ricordo con commozione la sera che chiamasti al telefono per far sentire un’ultima volta la tua voce che perdesti a causa dell’ intervento chirurgico in seguito al quale ti fu compromesso l’uso delle corde vocali, per cui da quel momento, nonostante la riabilitazione e tutti gli sforzi che tu facevi era diffcile comprenderti soprattutto da dietro lo sportello, ecco che io ero attenta a non far pesare il tuo handicap, ti capivo a volo, appena tu muovevi le labbra, ancor prima che tu parlassi. Ed ero sempre io che rispondevo al telefono, che stavo allo sportello mentre tu continuavi ad occuparti del disbrigo di tutte le pratiche d’uffcio. E hai continuato ad occupartene fno a pochi mesi or sono, nonostante fossi in pensione da circa due anni; ogni mattina dopo essere stato dal medico passavi per l’uffcio anagrafe, anche quando tornavi da Avellino dopo aver fatto la chemioterapia, ad aiutare la tua collega. Sei venuto fno a quando le forze te l’hanno permesso, fno a quel giorno di giugno, quando per l’ultima volta ti sei affacciato nel tuo uffcio e non trovando me sei andato nell’uffcio di mia sorella, ed è stato allora che lei ha capito che il male che tu hai combattuto come un leone per tanti tantissimi anni, aveva iniziato a minare pesantemente il tuo già debilitato fsico. Non ce la facevi neanche a stare in piedi dal dolore che traspariva tutto dal tuo volto. Ti ha detto di sederti facendo apparentemente fnta di niente. Non hai voluto neppure aspettare che io ritornassi in uffcio. Mia sorella ha riferito la sua impressione agli altri colleghi, soltanto io non ho voluto mai accettare la realtà e cioè che tu te ne stavi andando e che sebbene facevi fnta di niente con noi altri, eri perfettamente consapevole della tua sorte. ANGELO PETRUCCI
Gente di Caposele Gente di Caposele 114 Ieri ieri Anche l’altro giorno, dal tuo letto di dolore mi hai detto che non appena ti saresti rimesso, saresti di nuovo venuto ad aiutarmi. Pure stamattina sei passato davanti all’uffcio, ma questa volta non sei entrato, e mai lo farai più, però sarai sempre nel mio cuore e in quello dei tuoi colleghi e noi continueremo a pensarti dietro un’altra scrivania dalla quale continuerai a guidarci e a vegliare su di noi, e noi a pregare per te. DANIELE PETRUCCI Illustre Caposelese Nella rassegna sugli uomini illustri di Caposele non poteva mancare Daniele Petrucci, biologo di fama mondiale, assurto agli onori della cronaca internazionale il 1961, quando rese noti i risultati nel suo singolare esperimento sulla fecondazione artifciale. In questo numero riportiamo alcuni articoli apparsi sulla stampa nazionale subito dopo la sua morte. I l professor Petrucci balzò agli onori della cronaca, non solo negli ambienti scientifci, allorché nel 1961 rese noti i risultati del suo singolare esperimento senza precedenti: la realizzazione di quello che fu chiamato il “fglio della provetta”. Insieme con alcuni collaboratori della sua città preparò e ottenne una fecondazione umana “in vitro». Pose a contatto del seme maschile un ovulo femminile allo scoperto, o meglio in un ambiente preparato alla bisogna che venne defnito «culla biologica». Il «feto», tale poteva essere considerato anche se concepito al di fuori di un grembo materno naturale, prese a svilupparsi e a vivere. Il prodotto di quell’unione in provetta con un suo normale accrescimento sollevò una serie di problemi dei quali si discusse a lungo su tutta la stampa del mondo. Ciò che stava formandosi doveva essere considerato un uomo? Fino a quale età sarebbe stato possibile portare avanti lo sviluppo? La interruzione di quella che era senz’altro una vita cominciata avrebbe dovuto essere considerata un aborto? I problemi scientifci si accavallavano con quelli morali. Si era, oltre tutto, in un’epoca in cui il costume non aveva subito l’attuale evoluzione. L’esperimento fu giudicato scandaloso. Anche la medicina uffciale si dimostrò molto cauta e avara di giudizi positivi nei confronti dell’intraprendente é-quipe del professor Petrucci. Quest’ultimo aveva dato notizia della sua singolarissima esperienza dopo la sua interruzione. Aveva tuttavia cinematografato a colori lo straordinario evento ed il flm si dimostrò di grande interesse scientifco. Lusinghieri gli apprezzamenti che vennero da parte della scienza sovietica. L’interruzione del «fglio della provetta», che dapprima
Gente di Caposele Gente di Caposele 115 Ieri ieri sembrò essere stata compiuta volutamente dal biologo bolognese, stava per procurare a lui e ai suoi collaboratori una incriminazione per voluto aborto. Si seppe successivamente che l’interruzione era stata spontanea e che essa aveva rappresentato proprio il limite invalicabile dell’esperimento. Nella «culla biologica» era possibile fornire all’ovulo fecondato ciò che egli era necessario per sviluppare il processo vitale solo nei primi giorni. Insuperabili si erano dimostrati, invece, anche in esperienze successive, i problemi di una più complessa alimentazione indispensabile al feto in crescita fuori del grembo materno. E nessuno tentò più da allora di portare «alla luce» un fglio da una provetta. Il professor Petrucci fu invitato a riferire delle sue esperienze all’Accademia delle Scienze a Mosca. I sovieiici apprezzarono soprattutto la tecnica della fotografa al buio impiegata per cinematografare il primo sviluppo del feto «in vitro». Infruttuosi erano apparsi, invece, i tentativi di esplorare le fonti della vita, neppure per una precoce determinazione del sesso di un nascituro. Il Padre della “Provetta” Bologna, 15 ottobre I I prof. Daniele Petrucci, il biologo che guadagnò notorietà internazionale nel ‘61 quando annunciò di aver ottenuto numerosi casi di fecondazione artifciale in vitro (e ne presentò le prove con un flm di 45 minuti in bianco e nero sugli esperimenti) è morto a Bologna d’infarto a 50 anni. Lascia la moglie e due fgli. Petrucci può essere considerato il « padre dei fgli della provetta » perché è stato il primo - in precedenza gli esperimenti erano riusciti soltanto sugli animali - a realizzare in laboratorio, appunto dodici anni fa, la fecondazione di un ovulo femminile al di Inori dell’alveo materno. Ma c’è di più. A tre anni di distanza dalla clamorosa notizia e dalle conseguenti polemiche che vide la Chiesa schierarsi contro questi esperimenti considerati immorali in guanto innaturali, Petrucci dichiarò a Glasgow che 27 embrioni erano stati concepiti in vitro, «allevati» in un utero artifciale ed infne «trapiantati» negli alvei femminili fno alla nascita dei bambini. Poi Petrucci, che era cattolico osservante e quindi sensibile alla condanna pronunciata dalla Chiesa contro chi usasse la provetta per esercizi di questo tipo. cessò di eseguire gli esperimenti e praticamente rientrò nell’ombra. Le sue esperienze vennero però raccolte da altri scienziati, specialmente dal biologo inglese Edwards che nel ‘69 a Cambridge rese noto di aver ottenuto diciotto embrioni di avanzata maturazione al di fuori dei corpi umani. DANIELE PETRUCCI
Gente di Caposele Gente di Caposele 116 Ieri ieri Il traguardo dei «fgli in provetta» diventava a quel punto più vicino anche se la prospettiva della «fabbricazione» di esseri umani in laboratorio continuava a dividere in due fronti gli ambienti scientifci. I sostenitori della fecondazione in laboratorio affermavano che centinaia di migliaia di donne sterili avrebbero potuto provare la gioia di avere bambini: gli oppositori insistevano invece sui rischi di un processo che avrebbe affdato agli uomini in camice la «gestione» della vita. Ma, nonostante le polemiche, le tecniche sono state aggiornate e migliorate in parecchi laboratori di tutto il mondo. Petrucci, come si è detto, si era ritirato da Questa «corsa»: negli ultimi anni, infatti, si era dedicato soprattuto alla professione medica. Dopo aver annunciato la sua decisione di interrompere gli esperimenti non aveva voluto più nemmeno parlare di questo diffcile ma appassionante problema. Ha dato la vita a “25 Figli impossibili” di Maurizio Polverini E’ morto Daniele Petrucci, docente all’università di Bologna: era il medico dei «fgli in provetta». Aveva 51 anni, ed è stato stroncato da un infarto. Gli infarti, è risaputo, possono essere conseguenza di preoccupazioni e di dubbi che logorano il fsico, di polemiche che distruggono la sicurezza in se stessi. E preoccupazioni, dubbi e polemiche non mancarono al professor Petrucci. Nel 1955 aveva iniziato una serie di impressionanti esperimenti: aveva disposto su vetrini da microscopio ovuli femminili e li aveva fecondati con sperma maschile. Ottenne embrioni che sarebbero diventati neonati se lui stesso non avesse interrotto tutti gli esperimenti. Nell’ultimo, fnito nel settembre del ‘64, lo strano embrione era vissuto 59 giorni nel « ventre » di un laboratorio. Il mondo scientifco si sgomentò. Se era possibile ottenere un bambino « in provetta » si stava avvicinando il tempo della profezia di Aldous Huxley, che nel 1932 aveva immaginato un mondo dominato da biochimici pazzi. Questi avrebbero creato uomini schiavi, con cervelli programmati in modo da agire secondo i loro desideri. Allo sgomento subentrarono le polemiche, che si scatenarono feroci. Petrucci, scienziato serio e responsabile, e uomo profondamente religioso, capì il pericolo dei suoi esperimenti e li interruppe. Spiegò: « I miei esperimenti non sono completamente nuovi. Sia pure su uova di mammifero, e non di uomo, essi furono iniziati da pincus, il creatore della “pilDANIELE PETRUCCI
Gente di Caposele Gente di Caposele 117 Ieri ieri lola”, nel lontano 1932. La profezia di Huxley sul pericolo di creare uomini soggetti al desiderio dei potenti è suggestiva, ma romanzesca. In realtà è più facile plagiare gli adulti con un’opportuna propaganda che preparare dei mostri che potranno servire vent’anni dopo. Basti pensare come Hitler trasformò in “mostri” milioni di pacifci tedeschi nati da madri amorose». Perché così parlava Petrucci: sarcastico, vivace, provocatorio, talvolta persino strafottente. Ma era solo una copertura alla sua timidezza, datagli da una grande sensibilità. In effetti lo scienziato bolognese voleva soltanto aiutare le donne. Pincus aveva studiato l’ovulazione e la formazione dell’embrione per evitare le gravidanze indesiderate; lui voleva invece mettere in grado di procreare anche quelle donne a cui la natura sembrava negarlo. Il «rivoluzionario esperimento» tendeva in realtà a dimostrare che le cellule genitali potevano vivere, senza danneggiarsi, anche fuori del grembo materno. E a questo punto, Petrucci era pronto per creare una specie di «banca dello sperma», al quale avrebbero potuto rivolgersi le donne desiderose di essere fecondate. Lo sperma sarebbe stato conservato con surgelazione e «attivato» al momento dell’impiego. Subito si disse che Petrucci creava degli illegittimi, che sconvolgeva la società e la morale. Ma erano accuse grossolane e ignoranti. Molte coppie non possono avere fgli per malformazioni che non consentono l’accoppiamento, pur avendo l’uomo la capacità di produrre sanissimo sperma, e la donna quella di creare un perfetto ovulo fecondabile: erano le coppie che lo scienziato voleva aiutare. «Soltanto Dio sa che ho ragione » Furono ventotto i «fgli della provetta» (anche se le loro generalità rimasero sconosciute: Petrucci rispettava il segreto professionale). Per averli, i loro genitori spesero circa mezzo milione di lire: una cifra non certo esorbitante, se si considerano le complessità tecniche. Nel grembo di 28 donne che altrimenti non avrebbero mai potuto diventare madri, Petrucci rimise i loro ovuli già fecondati: e questi «fgli impossibili», sani e felici, oggi dicono grazie all’uomo che ha compiuto il miracolo. All’uomo Petrucci fecero male soprattutto le accuse dei cattolici, che lo accusavano di sopraffare la natura, profanando un compito che spettava solo alla natura. A loro rispondeva: “ Dio sa che sono nel giusto *. Questo era il grande medico, il luminare sicuro delle sue opinioni. Ma chi era Petrucci uomo? Nato a Lovere, sul lago d’Iseo, da padre meridionale e da madre bergamasca, Daniele prese la licenza liceale a 16 anni, in Inghilterra. Si laureò in medicina a Milano e si perfezionò in chirurgia negli Stati Uniti. Non ancora trentenne, sposò Elena Venco che gli diede due fgli: Giovanni e Angiola Maria (oggi, rispettivamente, di 22 e 18 anni). «Proprio l’amore che porto ai miei fgli », disse una volta Petrucci, «mi ha spinto DANIELE PETRUCCI
Gente di Caposele Gente di Caposele 118 Ieri ieri a occuparmi del problema di quelle coppie che non possono averne». La moglie Elena fu sempre al suo fanco, solidale e coraggiosa. Petrucci era un uomo eclettico: si occupava di biologia, di chirurgia, di medicina generale, di anestesiologia, di elettronica, di fotografa e di cinematografa scientifca. Tutti questi interessi gli consentirono comunque di giungere dove altri non erano arrivati: anche la fotografa e la cinematografa gli servirono, per seguire lo sviluppo dei «feti in provetta». Nelle sue ricerche lo aiutarono la dottoressa in chimica Laura De Pauli Santandrea e l’anestesista Raffaele Bernabeo. Gli esperimenti, come spesso capita nel mondo scientifco, erano nati da una osservazione casuale. Petrucci ne intuì subito l’importanza. A chi lo accusava di voler « creare » la vita sostituendosi a Dio, rispondeva: «La vita nasce da un atto d’amore: e questo atto si è già compiuto, quando intervengo io. Il mistero della creazione, di quella scintilla da cui ha origine la vita, resta e resterà sempre nelle mani di Dio». L’accusa di voler creare dei «mostri» fu quella che lo ferì maggiormente e lo spinse ad abbandonare tutto. Le sue ultime parole sono state: «Spero che Dio mi perdoni per non aver avuto il coraggio di fare tutto il bene che avrei voluto». DOMENICO CAPRIO e sig.ra Maria I l tempo non fa dimenticare le persone che hanno ben operato e che sono state esempio di “amore” per i propri congiunti e di “cordialità e familiarità” nei confronti di chi chiedeva il loro supporto nelle tante circostanze legate alla vita. Parliamo dei compianti gen. Domenico Caprio e della sua adorata consorte Maria Caprio, la cui dipartita risale al novembre di 15 e 5 anni or sono. Il gen. Caprio, un fglio di Caposele, già combattente nella 1° guerra mondiale, con il grado di sottotenente, decorato con medaglia di bronzo, e comandante di reggimento, nella 2° guerra mondiale, della roccaforte di Bardia (Bengasi) ove meritò la Croce al Valor Militare. Dopo un breve periodo di prigionia, ritornato in Italia, fu, per breve periodo, da colonnello in servizio presso il Distretto Militare di Avellino per, poi, da Generale di Brigata, Presidente dell’UNUCI e dei Fanti d’Italia nonché membro dell’Associazione Nazionale del Nastro Azzurro, meritando la promozione a Generale di Divisione. Viene ricordato come il PADRE dei Fanti Irpini per avere aperto la “Sezione del Fante” in quasi tutti i paesi della provincia. Dobbiamo, per questo, sentire il dovere di ricordarlo e commemorarlo, per essere stato d’esempio, in trent’anni di Presidenza dell’ Ass. Naz. del Fante di Avellino, di sentimenti patriottici, inculcan-
Gente di Caposele Gente di Caposele 119 Ieri ieri do nei vecchi combattenti e nei giovani soldati un profondo senso di unità sociale, perché apolitico, con nell’animo un solo fne: LA PATRIA! Esempio di correttezza, onestà e affetto lo fu anche per i suoi fgli e nipoti, che si sono sempre sentiti legati a Lui, come pure alla loro carissima mamma e nonna, esempio, pur essa, di AMORE e signorilità che la fa ricordare, nel nostro paese, come Donna Maria. Noi di Caposele, fgli, nipoti, parenti, amici e conoscenti, sentiamo il dovere di manifestare, a distanza di anni, nell’anniversario della loro morte, il 13 novembre 1975 ed il 25 novembre 1985, il cordoglio e lo smisurato dolore di chi, come i parenti, alimentano il ricordo dei genitori, sentendosi orgogliosi e compiaciuti perché essi vissero sempre degnamente, profondendo, a piene mani, affetto verso la propria famiglia e gesti di bontà e generosità verso i compaesani e altri che ebbero il piacere di conoscerli lasciando, in loro, un vuoto nell’animo. Nel dolce ricordo di un tempo felice va il pensiero dei familiari che porta a dire “grazie” a Dio per avere permesso, negli anni addietro, un Paradiso nel quale ha racchiuso certamente le loro anime; un paradiso fatto di luce: beatitudine terrena prima, splendore divino ora. All’alba del 6.11 1994, I FANTI di Avellino, Cesinali, Pago Vallo Lauro, S.Martino V.C. e Serino, si sono recati a Caposele ed in corteo con in testa il Medagliere della Federazione del Fante e corona d’alloro si sono portati al cimitero iniziando la cerimonia con deposizione di una corona d’alloro, donata dalla Federazione del fante di Avellino, sulla tomba del Gen. Domenico Caprio in presenza di tutti i suoi familiari. Il Prof. Carmine Fernando Venezia, decano della Federazione, ha portato il saluto dei Fanti e delle altre associazioni combattentistiche e d’armi. E’ stata poi celebrata una messa nella chiesa della Sanità, ove con vibranti e signifcative parole è stato ricordato il cittadino di Caposele Generale Domenico Caprio, cosa che è stata ripetuta con il saluto del Sindaco di Caposele Ins. Alfonso Merola, dal Presidente degli Uffciali in congedo di Avellino Prof. Llenino Manganelli e dal Dr. Carmine Scianguetta per la Federazione del Fante di Avellino. La commemorazione è stata effettuata dal Col. Carmine Galasso che ha tracciato la vita militare del Generale ricordando che è stato cittadino esemplare di Caposele e della città di Avellino Il corteo con il Medagliere del Fante, di tutte le bandiere delle associazioni combattistiche d’Armi citate in precedenza con i labari del comune di Caposele ed Avellino si è recato nei pressi della casa natale del Gen. Caprio ed è stata scoperta la lapide in suo onore con la seguente dicitura: QUI NACQUE IL GENERALE DOMENICO CAPRIO FULGIDO ESEMPIO DEGLI IDEALI DI PATRIA COMBATTENTE PLURIDECORATO PAPA- DEI FANTI IRPINI NEL CENTENARIO DELLA NASCITA A RICORDO IMPERITURO LA FEDERAZIONE DEL FANTE DI AVELLINO, LA SEZIONE UFFICIALI IN CONGEDO DI AVELLINO. CAPOSELE 6.11.1994. DOMENICO CAPRIO
Gente di Caposele Gente di Caposele 120 Ieri ieri DON ALFONSO FARINA (1918-1990) di Nicola Conforti Da La Sorgente n. 42 del 1990 I naspettata è arrivata la triste notizia della morte di Don Alfonso Farina. La sua scomparsa colpisce tutti coloro che, come me, avevano avuto il privilegio di conoscerlo e di apprezzarne le doti di grande umanità e di profonda cultura. Oggi, ripercorrendo a ritroso tutti i momenti più signifcativi del suo grande impegno culturale, mi assale un forte senso di vuoto. Esso diventa ancora più grande quando subentra la consapevolezza di aver perduto un saldo punto di riferimento, una fonte inesauribile di conoscenze, un infaticabile ricercatore e critico di documenti storici, un pozzo di saggezza. Don Alfonso Farina era nato a Caposele il 16 giugno 1918 da Pasquale Farina e Peccatiello Adelina. Passò la sua prima fanciullezza a Caposele poi, per ragioni di studio. si trasferì a Cava e quindi a Salerno. Nel 1942 fu ordinato sacerdote e celebrò la sua prima Messa a Castellabate, suo paese di adozione, dove visse fno al 17 ottobre scorso, giorno della sua morte. Don Alfonso dedicò gran parte della sua vita alla ricerca storica, consultando, trascrivendo e vagliando tutto quanto era possibile reperire nei vari archivi diocesani, parrocchiali e di stato. Grande studioso delle opere di Nicola Santorelli, seppe riportare alla luce saggi e scritti in gran parte dimenticati. Il suo ricordo suscita sentimenti ed emozioni diffcilmente descrivibili. “La Sorgente” perde, con la sua scomparsa, un collaboratore di grande prestigio. Caposele lo ricorderà come uno dei suoi fgli migliori Dal suo libro “Gente della mia terra” abbiamo attinto tantissime notizie relative a personaggi storici del nostro Paese, alcuni dei quali morti in concetto di santità come Padre Andrea Morza, Padre Donato Antonio Del Guercio e Padre Salvatore Grasso. La sua introduzione al libro recita testualmente: “Io che scrivo, sono un caposelese. Vivo, per ragioni di ministero, lungi dal suol natio, ma non dimentico né la terra, che mi diede i natali, né i conterranei. Anzi, proprio per la lontananza fsica, il mio amore per la “piccola patria” genera dolcezze, che intendere non può chi non le prova. Scrivo, dunque, con e per amore, attingendo a documenti storici. E scrivo per
Gente di Caposele Gente di Caposele 121 Ieri ieri voi, soprattutto per voi, o Gente della mia terra”. Profondo conoscitore delle opere e della vita di Nicola Santorelli, Don Alfonso Farina, nell’agosto del 1989, in occasione della presentazione, a cura del prof. Lorenzo Malanga, di una ristampa anastatica del libro “Il fume Sele ed i suoi dintorni”, fece una descrizione dettagliata e particolareggiata della vita, delle opere e dell’impegno culturale e scientifco di Nicola Santorelli. Apprendemmo in quell’ occasione che il nostro “genius loci” nelle sue opere aveva illustrato le origini e le glorie del Sele, sacro fume dell’antichità, con tutti i dintorni. Lo stesso nel maggio 1832 scoprì ed illustrò una lapide del Collegio Silvano dell’anno 81 dell’era volgare, di notevole importanza storica, tanto che valenti archeologi come Momsen , Corcia, Guarino ed altri ne scrissero a lungo. Dai “Canti del padre”, sonetti editi a Salerno nel 1950 dall’Unione Universale Poeti e Scrittori cattolici ci piace riportare il sonetto dal titolo “Congedo” inserito a chiusura del suo libro e dedicato al suo Paese natio. CONGEDO Te, fra le doglie, che mi serba il mondo, Pervaso di lusinghe e di follie, Rimembro spesso, tepido, giocondo, O nido mio, cestello di malie. Dei sogni e dell’amor, sempre fecondo, Le recondite, arcane melodie, I tuoi tesori agli uomini diffondo Con le parole mie, con l’opre mie. Oh! Tornare, tornar tutti fanciulli, Sedere accanto ai focolari, or spenti, Ricoltivare i campi, or fatti brulli. I cuori tornerebbero innocenti, Le fatiche sarebbero trastulli, E i giorni della vita più clementi. DON ALFONSO FARINA
Gente di Caposele Gente di Caposele 122 Ieri ieri LEUCCIO CUOZZO La storia di una tragedia di Alfonso Merola Sedeva immobile su una panca di marmo dietro una vetrata fumé, quasi a confondersi all’interno di quel luogo in penombra anche a mezzogiorno. Se avesse potuto, avrebbe spento anche quei lumini sospesi nell’aria, che di bagliori proprio non ne emanavano Quei lumi, racchiusi in un cristallo spesso, dovevano restare li come tarli della memoria che le rodevano dentro e le davano la forza di vivere. Quelle fammelle stanche, consumando la cera, le segnavano lo scorrere del tempo e le rammentavano, ove fosse stato necessario, che lì erano stipati tutti i suoi affetti. Una donna minuta, invecchiata prima del tempo, nonostante i suoi cinquant’anni, un viso scavato come l’alveo di un torrente, occhi di ghiaccio, volutamente spenti: capelli bianchi e composti come marmo statuario. La sua testa era pressocchè piegata in avanti e il suo mento affondava sul nero del suo vestito su cui si stagliavano le sole mani abbandonate nervosamente in atteggiamento di preghiera nel suo grembo. Sulle nere scarpe uno schizzo qua e là di fango. Si levava dal letto alle sette e trenta in punto. Rassettava velocemente il suo angusto prefabbricato e con una puntualità ossessiva si presentava all’albergo. Qui, c’era sempre qualcuno che, non appena la vedeva in un angolo della hall, subito si precipitava ad accompagnarla in macchina verso l’unico posto che avrebbe voluto raggiungere. Alle dodici in punto qualcuno l’avrebbe riportata a casa e poi di nuovo li per tutto il pomeriggio, fno all’ultima luce del giorno. Consumava, cosi, le sue giornate senza emozioni. Eppure si sentiva esplodere dentro un vulcano che a fatica tratteneva: una forza distruttiva che ella accaniva contro di lei e che non voleva esternare perchè rifutava di sentirsi oggetto di pietà. Le pesava non poco quella solidarietà e quell’affetto, seppure sinceri, che la circondavano. Quel dolore era tutto suo e non intendeva dividerlo con nessuno, nemmeno con sua madre. Il suo dolore era incommensurabile e la sua situazione, frutto di una molteplicità di coincidenze, ormai catalogata come orchestrata congiura di un mondo a lei ostile. Sembrava assopita su quello scanno di marmo; invece arrovellava la sua mente a ricostruire la sua tragedia, ad imprigionarla in una trama perfetta al di sopra di ogni ragionevole confutazione. Quelle ore solitarie trascorrevano, giorno dopo giorno, anno dopo anno, come repliche di drammi teatrali in cui l’autore e l’attore ad ogni spettacolo successivo affnavano la loro monotonia tematica ed artistica. F., allora, le appariva Leo che era sul ballatoio a guardare quel cielo rossastro di novembre, mentre calava il sole.
Gente di Caposele Gente di Caposele 123 Ieri ieri Era stata una giornata particolarmente calda, tutt’altro che autunnale. La piazza era ancora affollata dalla gente riversatasi a passeggiare. F.lla era in cucina a preparare le ultime cose per la cena. Guardava nervosamente l’orologio, pensando che il marito, a breve, le avrebbe formalmente chiesto perchè mai Enzo non fosse ancora ritornato da Lioni. Non passò qualche minuto che suo marito, sbottò chiedendo qualcosa che già sapeva. Fu un’autentica fatica esigere che le fglie si mettessero in macchina e raggiungessero i! fratello a Lioni. La grande era rassegnata a non discutere l’ordine e sapeva che erano inutili le proteste della sorella che voleva trattenersi con le compagne a Caposele in quella serata calda e piacevole. Carmela sapeva che mai e poi mai le sarebbe stato consentito viaggiare da sola. La infastidiva, però, il fatto che sua sorella fosse stata costretta ad un ruolo che disdegnava e che, comunque, avrebbe dovuto recitare. Quella sera, poi, era andata oltre il dovuto: era stata capace, lei che non discuteva mai gli ordini del padre, di dire no, e no per poi soccombere in lacrime ed obbedire. Se solo avesse avuto la forza di resistere! Partite, infne, ritornò la calma. E con la calma, l’ansia di un’attesa, le continue occhiate all’orologio, uno sguardo oltre il muro di cinta ad ogni rombo di motore. Per un momento tutto sembrò fermarsi, l’aria diventò pesante. Ad un ceno punto si levò un vento caldo e polveroso e s’avvertì un senso di leggerezza. Poi, un boato, quello cupo e assordante di un treno in galleria. La terra si mise a tremare, a roteare, a sussultare, a ondeggiare Si sentivano i rumori più disparati in lontananza: grida, lamenti, scrosci. Era il terremoto. Distruzioni dovunque. La gente si precipitò nel cantiere, lontano da case squarciate e da muri pericolanti. La terra continuava a tremare e ad ogni sussulto pianti e clamori. Leo e sua moglie, nonostante fossero stati assaliti da tutta quella gente, s’erano isolati in loro stessi, ammutoliti e inebetiti dall’assenza dei loro fgli. S’erano fermati sul muro che fa angolo colla via di Diomartino e di lì controllavano le confuenze stradali che sfociavano in piazza. Era decisamente un’impresa distinguere al solo chiarore della luna le fgure frettolose che s’avvicendavano in quei luoghi. Erano degli sbandati che vagavano senza meta alla ricerca di questo o quel parente e che nel momento in cui si ritrovavano si avvinghiavano in segno di gioia e di soddisfazione, come se quello fosse un incontro festoso, incontro stridente con tutto quel trascinare in quel trambusto corpi sanguinanti o senza vita, quei corpi che si superava a fatica saltando o inciampando. Tutto ciò sembrava non interessarli e più passavano le ore, più i loro sguardi s’impietrivano e a nulla valevano notizie inventate là per là su Lioni risparmiata dal terremoto. “La mala nova, la porla lu viendu” si sentì di dire una donna nel tentativo di LEUCCIO CUOZZO
Gente di Caposele Gente di Caposele 124 Ieri ieri rincuorarli. Avvertivano, all’unisono, che s’era consumata una tragedia; quei fgli che amavano fno all’ossessione, che avrebbero strettamente protetti fno a soffocarli, non sarebbero più ritornati vivi a Caposele. Era un segno poco incoraggiante il fatto che da Diomartino non una macchina scendesse verso Caposele: tutto faceva presagire che Lioni fosse un’immensa rovina. Già si organizzavano i primi soccorsi, si componevano i morti alla meglio e si dava assistenza ai bambini e agli anziani, intirizziti da brividi di paura, più che dalla umidità che saliva dal fume ingrossato e spremuto dalle sue viscere benché non fosse piovuto. Un fume fangoso e minaccioso che strideva con quell’aria calda e calma. C’era chi, vinta la paura, si offriva volontario per raggiungere il più vicino ospedale a trasportarvi i feriti gravi. L’incolonnamento di macchine verso la Valle del Sele faceva presagire che quest’ultimo lembo d’Irpinia aveva reciso ogni contatto con la Valle dell’ Ofanto. Risultavano percorribili le strade per Materdomini e quella lungo il fume che si collegava con la statale. Tutte le altre erano un enorme ammasso di macerie che celavano nel loro ventre cadaveri o corpi che ancora si dibattevano. Don Amerigo, coadiuvato da alcuni giovani improvvisatisi infermieri, e, più in là il dottor Melillo visitavano alla svelta i feriti a loro sottoposti e con una rapidità eccezionale imposta dalla necessità del momento, come Minosse nel girone dantesco, allontanavano i meno bisognosi di cure, trattenendo i casi più preoccu-panti cui era assicurata una cura immediata per poi affdarli a qualche volenteroso che li dirottasse in ospedale. Si ricomponevano, frattanto, le famiglie, gli amici, i conoscenti: più passava il tempo e più si assottigliavano le fle di coloro che disperatamente ricercavano i propri cari. Meno erano questi sfortunati, più acuti erano i lamenti che lanciavano alla luna, sentendosi esclusi da quella gioia di ritrovarsi che pervadeva la maggior parte dei presenti. Non tardò molto ed ecco arrivare un giovane da Lioni, e dopo qualche minuto altri ancora: furono letteralmente assaliti perchè raccontassero di Lioni. Si riuscì ad avere la sola notizia che lì era stato un disastro, un massacro, soprattutto dove le case erano più recenti. Fu questo il secondo colpo mortale per quei due disgraziati dai cui occhi non scorreva una lacrima. Chissà se addirittura comprendevano il senso di quel racconto terribile. Non ci fu verso di convincerli a rientrare nel cantiere Solo all’una di notte, quando la terra riprese a tremare, si avviarono istintivamente verso casa Suo marito avanti e lei qualche passo dietro; muti ed assenti, l’uno estraneo al l’altra, tra l’assordante vociare di quella notte in cui nessuno avrebbe dormito o riposato Non una volta si udì pronunciare il nome dei fgli; quei nomi rimbombavano dentro e li distruggeva, attimo dopo attimo, un rimorso che non sentivano di confessarsi. Si faceva strada nella loro disperazione l’idea di aver mandato al maLEUCCIO CUOZZO
Gente di Caposele Gente di Caposele 125 Ieri ieri cello due fgli; di averli uniti al tragico destino dell’altro. Avevano sacrifcato ed immolato la loro ragione di esistere. Com’era devastante la parabola del buon pastore che lascia l’ovile per andare alla ricerca della pecorella smarrita. Passò la notte. La radio già dava notizie del disastro in Irpinia e Lucania: elencava 1 Comuni, parlava di una chiesa lucana che aveva seppellito una comunità, di un palazzo popolare a Napoli e poi di Lioni, S. Angelo, Laviano. già erette a capitali-simbolo di un terremoto. Parlava di migliaia di morti e di tantissimi feriti. Il sole non sorse quella mattina: dalla notte si passò ad un giorno plumbeo, l’n cielo giallastro come il fume limaccioso. Una fastidiosa pioggerella che impastava la polvere sul volto degli scampati. Le ispezioni uffciali delle autorità del luogo incominciavano a dare le prime direttive di organizzazione di una vita collettiva che sarebbe durata per qualche tempo. Sembravano spante le divisioni e i rancori di un tempo; in tutti, o quasi, si rafforzava l’idea che solo se uniti si sarebbe superata ogni diffcoltà. Tra quelle rovine si faceva largo l’idea di una città del sole che qualche settimana più tardi sarebbe stata cancellata dalle memorie. Le prime squadre di soccorso organizzate alla meglio, scavavano ovunque vi fosse indizio di qualche corpo: prima i vivi, si disse, poi i morti. E c’era già chi inchiodava quattro tavole per approntare una bara, chi scavava fosse nel cimitero. Don Vincenzo, tutt’altro che stanco di una notte trascorsa tra case in rovina alla ricerca di voci febili o invocanti, era già all’opera, a dare coraggio tra il suo popolo che stava piombando nella disperazione. Si seppe a mezzogiorno dei tre ragazzi di Caposele morti a Lioni nei crolli di palazzi che avevano ingoiato tante famiglie e fra queste tanti Caposelesi. Leo e sua moglie non seppero mai del recupero dei corpi dei loro fgli. Quando la loro morte fu certa, la moglie di Leo uscì dalla sua pietrifcata solitudine: sentì che sarebbe dovuta diventare compagna e madre di Leo, avvertiva che sarebbe stato fatale abbandonarlo al suo dolore incapace di esplodere. Sapeva, pure, che quel ruolo spettava a lei e non ad altri perchè solo lei sapeva leggere pazientemente nella mente di lui, solo lei poteva decifrare quell’apparente calma di uomo forte e infessibile. Non l’avrebbe lasciato nemmeno per un momento solo: doveva reprimere il dolore che la corrodeva dentro e rimandarlo a tempi più sereni. Ora non era tempo di piangere e disperarsi. Le sembrò una liberazione e un sollievo la notizia del fratello venuto per portarli lontano da Caposele. Comunicò subito la notizia al marito e non le sembrò che si opponesse. Certo aveva perduto la capacità di decisione che in passato non delegava a nessuno. La donna, allora, quasi ad anticipare i tempi per staccarsi da un posto familiare e carico di ricordi che poteva essere pericoloso per il marito, già nel primo pomeriggio aveva riempito valigie e pacchi. LEUCCIO CUOZZO
Gente di Caposele Gente di Caposele 126 Ieri ieri Li aveva posati nell’androne per convincere se stessa e Leo di una decisione ormai assunta dalla quale non era più possibile ritrarsi. Non le era, però, servito a niente affrettarsi, prima che calasse il sole. Le rimaneva ancora qualche ora e queste inevitabilmente le consumò vagando in quelle due stanze che pure aveva serrato per vietarle a suo marito. Stanze chiuse che già risentivano di una assenza. Ogni cosa era al suo posto; la scrivania con libri e quaderni aperti, come il fotogramma di un flm interrotto da uno spot, l’armadio socchiuso, la maglia rossa sulla spalliera di una sedia. Nella penombra di quelle stanze, la donna esplose in lacrime soffocando ogni lamento: un pianto abbondante tratteneva da giorni e che le aveva inondato tutto il viso. Non appena sentì il rumore di passi familiari, corse nel bagno, tacendosi cogliere nell’atto di lavare la faccia. Indugiò, vedendolo sulla porta, prima nell’asciugarsi e poi nel pettinarsi. Scesero entrambi giù nel cortile. Trascorsero un’altra notte in macchina avvolti tra coperte di lana. La donna non chiuse occhio pensando al viaggio: fu la stessa sensazione della prima partenza da Caposele. quand’aveva vent’anni ed era combattuta tra il desiderio di andare e quello di restare. Suo fratello arrivò puntualmente, caricò le valigie e i pacchi in macchina. Giusto il tempo per i convenevoli tra amici e parenti lì convenuti per salutarli. Leo sembrava aver riacquistato una rassegnazione, se non proprio la serenità, ed era lì appoggiato alla macchina ad ascoltare sua moglie che discuteva con i vicini. Si era li per mettersi in macchina, dopo un momento di indecisione, Leo corse su per le scale dicendo che aveva dimenticato la sua carta d’identità La donna ebbe appena il tempo di dire a suo fratello di raggiungere in fretta suo marito in casa, che si senti un forte sparo di fucile e dopo qualche secondo un grido. Le si rizzarono i capelli in testa e un brivido l’attraversò tutta. Ora era veramente sola: non era stata capace di salvare il suo uomo e il suo uomo non le aveva permesso di condividere la sua scelta di morte. Le ritornarono nella mente questi pensieri, stretta li tra la vetrata fumé e i loculi di marmo, quando senti qualcuno tossire. Non si curò nemmeno di sollevare la testa, si alzò, lanciò uno sguardo alle lapidi, fece un segno di croce e usci sul vialetto. Il cielo era quello di sempre, l’aria alquanto più fredda del solito. Sperava in cuor suo che l’indomani non piovesse; la tristezza della pioggia avrebbe attutito la sua voglia di sofferenza. LEUCCIO CUOZZO
Gente di Caposele Gente di Caposele 127 Ieri ieri FERDINANDO PALLADINO Un Caposelese di adozione di Alfonso Farina Sentenziavano ì latini: “Nomen est omen”, il nome è un presagio. Ferdinando deriva dal gotico e signifca “ardito nella pace” e il nostro Ferdinando confermò nella sua vita tale presagio, perché, come è stato testimoniato da quanti lo conobbero, “passò amando tutti e nessuno odiando”! Operando nella nostra Caposele, riferiva mio padre, aveva una predilezione per la Chiesetta di S. Lucia, perché il 13 dicembre, “memoria” della Vergine e Martire siracusana, coincideva col suo compleanno, essendo nato in tale giorno dello stesso mese del 1897. Chissà quale dolore avrebbe provato se fosse sopravvissuto al sisma del 1980, che distrusse la Chiesetta. Fu battezzato il giorno dopo la sua nascita e, in omaggio a S. Lucia, i suoi genitori gli imposero un secondo nome: Lucio. Nacque a Rutino, nel Cilento, la regione delimitata, secondo alcuni studiosi, da due fumi: il Sele e l’Alento, formando il toponimo Sdento, poi mutato in Cilento. Compiuti i regolari studi preparatori, si scrisse alla Facoltà di Portici, dove conseguì la laurea in Agraria a pieni voti. Subito dopo insegnò alla Scuola Media Agraria di Marsala. Trentenne, vincitore di concorso, resse per un decennio la sezione di Caposele della Cattedra ambulante di agricoltura di Avellino e mio padre, che seguì con passione le sue lezioni teoriche e pratiche, parlava di lui con venerazione per il suo impareggiabile magistero. Dal 12 agosto 1934 al 15 ottobre 1938 fu anche capo dell’amministrazione comunale di Caposele, riscuotendo la stima dei concittadini, perché si prodigò per il bene del nostro paese, come sua patria adottiva. Ne fa fede il telegramma, che inviò alla Vedova il Sindaco Avv. Michele Farina, quando apprese la notizia inopinata della fulminea morte: “Scomparsa uomo così caro a questa gente commuove et addolora Caposele tutta che stringesi intorno alla salma esternando inconsolabile dolore”. Dimostrò pubblicamente il suo amore a Caposele in due circostanze: il 27 gennaio 1938 sulle colonne de “Il giornale d’Italia” con un suo lungo articolo, i cui scrisse: “Non ci siamo mai stancati di chiedere la valorizzazione turistica di questa vallata che nulla ha da invidiare alle zone turistiche di fama mondiale” e, nel 1940, quando l’Arcivescovo Aniello Calcara diede alle stampe le sue liriche irpine, intitolate “La mia corona”. Infatti, leggendo il sonetto dedicato a Caposele: “Fonti di grazia”, si commosse sino alle lagrime e ricordò a se stesso e agli amici che anche a lui “l’acqua saliente nella vita eterna” lustrò la fronte col Battesimo e la fede, allora ricevuta, confermata col sacro crisma l’11 settembre 1905, “deve
Gente di Caposele Gente di Caposele 128 Ieri ieri risplendere nell’adamantina purezza della coscienza come in urna trasparente d’alabastro”! Sposò la N.D. Ernesta Terracciano, la “sua Titina”, che, arieggiando il Siracide (26,16), defniva “ornamento” della sua casa. Con la istituzione degli Ispettorati Agrari prestò la sua opera feconda prima ad Avellino e poi a Messina. Con la istituzione della Direzione generale dell’Alimentazione al Ministero dell’Agricoltura e Foreste fu chiamato a Roma, dove si distinse per le sue capacità di ottimo funzionario ed organizzatore. Soppresso tale servizio, passò alla Direzione generale Miglioramenti fondiari, dimostrando doti non comuni. Nel settembre 1952 fu nominato Capo dell’Ispettorato Provinciale Agrario di Avellino. Scrisse molto su numerosi periodici tecnici. Nell’Organo dell’Ispettorato Provinciale dell’Agricoltura di Napoli, nell’ottobre 1956, pubblicò: “Nuove prospettive per l’Agricoltura nell’Alta Irpinia”, che ebbe vasta risonanza. Nello stesso anno 1956, per il “Centro studi del Cilento e del Vallo di Diano”, seguì: “Aspetti e problemi dell’Agricoltura cilentana”: Volle e impostò il primo esperimento cooperativistico, la “Cantina del Cilento”, con sede nella natia Rutino; ideò gli acquedotti allo Scalo dello stesso Comune e a Moio di Agropoli; promosse strade interpoderali in diverse località e case rurali. Fu visto per l’ultima volta, nel 1957, alla Fiera dell’Agricoltura di Foggia, dove intervenne effcacemente nella discussione, riscuotendo l’unanime consenso dei convegnisti. E fu il suo “canto del cigno”, perché, all’alba del 5 giugno di quello stesso anno, colpito da infarto cardiaco, improvvisamente e immaturamente, morì ad Avellino. Vasto fu il cordoglio di tutti gli ambienti, specie quando la salma raggiunse Rutino, accolta da una folla strabocchevole, accorsa da vicino e da lontano, che tributò onoranze solenni allo Scomparso. Fra le innumeri testimonianze di cordoglio, segnalo quella dell’On. Fiorentino Sullo che rimpiangeva “immatura perdita funzionario impareggiabile per coscienza civica et valore morale tanto prezioso nella difesa degli interessi dell’Agricoltura et tanto amico contadini irpini”. E, difatti, amò gli agricoltori come fratelli e compagni di lavoro. Ligio al suo dovere, che fu costante norma di vita, umile, pronto a tendere la mano al fratello bisognoso, prodigo di consigli, fu caro a tutti. Quanto proftto trasse mio padre dalle lezioni, teoriche e pratiche, del Dr. Prof. Ferdinando Palladino lo dimostra il fatto che, parlandomene negli anni dell’adolescenza e, successivamente, quando nell’estate del 1934 feci ritorno a Caposele, dopo aver compiuto gli studi ginnasiali, mi entusiasmai a tal punto che, ispirandomi al virgiliano: “O fortunosus nimium sua si bona norit agricola”, composi il “Trittico della terra”, che inserii nel 1949 nei miei “I canti del padre”. FERDINANDO PALLADINO
Gente di Caposele Gente di Caposele 129 Ieri ieri In morte di MANLIO DI MASI (Maliuccio) Un idolo per i Caposelesi di Nicola Conforti Caro Manlio, la tua prematura scomparsa ci lascia increduli, sorpresi, addolorati. La nostra mente torna lontano nel tempo, ai ricordi della prima giovinezza, ai rapporti di grande affettuosa amicizia che sapevi intrattenere con tutti. Compagni di scuola e di gioco, non abbiamo mai dimenticato le “piccole grandi cose” che riuscivi a fare sul campo di gara e fuori. Eri l’idolo di tutti noi. Le vicende della vita ti portarono lontano dal paese natio, ma immutati rimasero in noi l’affetto ed il ricordo. Pur sofferente, hai continuato nel tuo lavoro sacrifcandoti nel rispetto dell’amicizia e della famiglia. L’intero paese ha pianto per la tua scomparsa. I tuoi amici di Caposele non ti dimenticheranno mai. L’OMINO DELLA STRADA (L’AUSTRIACO) di Antonello Malanga Era il più povero del paese. Ma non chiedeva mai niente a nessuno. Batteva giornalmente tutte le strade ed i vicoli del Paese e si accontenteva di quel poco che la popolazione gli offriva:gli bastava un pezzo di pane o qualche avanzo di cucina. Era felice se gli si offriva una vecchia giacca o solo una cravatta. Lo incontravo, spesso, nei meriggi secchi di fne primavera, dalle parti dell’ “Occhiaro”: ad un tratto, dopo una curva ed un’altra ancora, l’apparizione. Scorgevo in lontananza “sto fguro”, o meglio, la fgura di un involucro di materiale pannaceo, di tinta non bene unita e di forma non meglio defnita, da cui, all’estremità superiore, si protraeva grezza una tesa di cappellaccio tanto tetro, bizzarro, quanto elegante, loquace; all ‘estremità inferiore dell’involucro che, con l’avvicinarmi, lasciava intravedere un abbondan-emente lungo mantellaccio rigonfo alle spalle e quivi avvoltolato, serrato sul davanti, cadente a fotti e rivoli al polpaccio, notavansi due piedini ermeticamente chiusi da fbbie, anfbi, e stringhe, e serragli tutti annessi e connessi, il tutto creante due grossi coturni in stile tardo etrusco. Tutta l’apparizione, in fne, era di colorazione fortemente bigiastra con apertura a toni palude e crèmisi. Man mano lo avvicinavo, lo sbigottimento iniziale si chetava e, affancatolo, lo riconoscevo sospirando, per l’ennesima volta, come gendarme che sorprende il “fur”, come alba sorprende la notte, e lui era lì, a rubare briciole di vita, per la
Gente di Caposele Gente di Caposele 130 Ieri ieri strada, e lo salutavo felice lasciandolo dietro già nascosto dalle prime scarpate d’erba e di ciliegi, sicuro di ritrovarlo sempre li, viandante. Gerardo Castagno, “l’austriaco”, al passare dell’auto che lo sorprendeva al suono del clacson, aveva un attimo di sussulto: si bloccava nell ‘incedere eterno, semiclaudicante ma sicuro nel suo trascinarsi, e la sua prima reazione sembrava di sdegno, irata, come cavaliere fermatosi innanzi al pericolo della foresta; poi, però, il più delle volte riconosceva l’interlocutore transeunte, ricurvava il cappello sulla strada e continuava il passeggio, contento che i suoi conti gli tornavano di nuovo lucidi alla mente: era infatti, da sempre, intento alla questua incessante di indumenti nuovi e vecchi di tutti i tipi e misure, da altri smessi e che egli alacremente adattava riciclandoli al suo corpicciolo, ancor più piccolo sotto la coltre di vestiario, con maestria e classe; così creava moda nel suo continuo aggirarsi per le strade del territorio comunale; raramente extra moenia. Il suo volto, questuante maglieria e bijoutteria, tra il brontolio di qualche frase bofonchiata ed il “grisare” delle sue occhiate, era segnato dal tempo e dalla guerra, l’ennesima inutile, che lo aveva visto davvero cavaliere, templare della vita. Egli segnava l’incedere delle stagioni con piglio e orgoglio propri dell’orologio: tra le colline di vigne e uliveti antichi annunziava perentorio la rondine di primavera; laggiù, dove una volta il Sele si faceva mare e nel cui letto i pesci erano scoiattoli scherzosi, riceveva l’estate e ne cantava gli stornelli, gran mecenate; e là, poi, sulle panche del palazzo scolastico guardava, lontano, tra le foglie cadenti verso la foce del fume, gli ultimi uccelli migrare, aspettando mesto l’autunno, ma contento di salutare l’inverno sulla seggiola impagliata di intarsi accanto all’amico fuoco di patate e più felice, perchè avrebbe potuto fnalmente indossare i vestiti nuovi confezionatisi già da aprile... Così lo ricordo, altro genius loci, l’omino della strada; “... tre pantaloni, due cappotti, una giacca dal collo arrotolato, maglie multicolori...”, con le chiavi della saggezza in mano e una bigoncia di pezzi di tempo sulle spalle. Poi, un giorno, proprio una macchina del tempo decise di richiamarlo a casa; gli suggerì che forse era giunta l’ora di riposarsi un po’ poiché poteva essere stanco di tutto quel peregrinare; lo bloccò proprio ai calzari e così lo fermò: ma lui, ne sono certo, avrebbe voluto continuare, e andare, e continuare, e andare. Una volta l’ho anche sentito cantare e l’ultima volta che l’ho visto mi ha “chiesto” quell’impermeabile bianco di mio padre che gli piaceva molto, da molto. Non ho fatto in tempo a regalarglielo perchè se n’è partito, con la nuova primavera, per l’ultimo suo viaggio: ha lasciato detto che sarebbe andato a cercare il Tempo, l’Assoluto, che doveva per forza ritrovarlo, fermarlo come non mai e che sarebbe stato via a lungo. Invece qui da noi, ora, il tempo, l’altro, scorre scorrevole, uguale, a volte mobile nella sua staticità, a volte noioso nella sua estaticità: non so, non lo capisco più; forse mi manca il punto di riferimento dell’omino della strada; forse il tempo non torna più, o forse... Il dubbio grande che mi resta è non sapere se là dov’ è adesso lui, l’omino, piova o sia sereno. GERARDO L’AUSTRIACO
Gente di Caposele Gente di Caposele 131 Ieri ieri FERDINANDO COZZARELLI di Vincenzo Di Masi Primo Presidente della Pro Loco Caposele, Ferdinando Cozzarelli non è più. Egli lascia a chi lo ha veramente conosciuto ed apprezzato un grande vuoto, ma anche l’esempio di una personalità forte, leale e sincera al servizio di Caposele. E Caposele ricorderà, con gratitudine il suo ingegno ed il suo impegno professionale di avvocato, le sue appassionate battaglie civili di Sindaco e Consigliere Comunale e il suo immenso amore di cittadino per la sua terra natia. Quando mi reco, almeno una volta al mese, al mio paese natio, seguendo la strada provinciale che conduce al cimitero di Caposele , ove riposano i miei cari, hanno inizio i ricordi più vivi della mia fanciullezza e giovinezza, in cui si inseriscono vicende e fatti legati ad amici e parenti, purtroppo in massima parte non più viventi, ma pur sempre fermi in me, nel mio animo e nel mio affetto. Tra i tanti cari ricordi, vi è quello di Ferdinando Cozzarelli - per molti compaesani meglio noto col nome di Fernando - già Sindaco di Caposele e tanto apprezzato non solo per le sue qualità umane, per la sua cultura e per l’amore per il paese ma anche per le sue capacità di avvocato civilista, professione che svolgeva in molti paesi dell’Alta Irpinia, ma più ancora a Napoli, dove aveva casa e dove conduceva un importante studio professionale. Fernando, permettetemi di ricordarlo, apparteneva a una delle famiglie più antiche e prestigiose della zona e particolarmente di Caposele. La sua casa avita è, come tutti sanno, sullo sfondo della piazza intitolata al grande Francesco Tedesco, casa che i Cozzarelli dividono con l’altro ramo parentale del carissimo Lorenzino Cozzarelli, da poco deceduto, insegnante presso il Liceo Scientifco del luogo. Ma non posso ricordare il caro amico e coetaneo Fernando, se non parlassi, sia pure brevemente, dei componenti la Sua famiglia, che ho quasi tutti conosciuti, a partire dal padre avvocato Luigi, dal fsico prestante e uomo autoritario e severo; della madre Dora Caprio, insegnante, gentile e buona: delle sorelle Rosa detta Rosuccia e Gelsomina chiamata Mimì e per ultimo di Francesco detto Franco, attualmente dirigente assicurativo a Napoli. Per completezza espositiva, non posso tacere la gentile consorte di Fernando e soprattutto la fglia Dora, che egli tanto amava, ma che io non ho avuto il piacere di conoscere e che spero di poter fare al più presto. Riprendendo però l’argomento principale di questo mio scritto e parlando di Fernando e della fraterna amicizia che fn dall’infanzia ci legava, non posso tacere alcuni episodi che ci videro insieme, come ad esempio quando decidemmo con altri amici compaesani di recarci, attraversando impervie strade di montagna, a Lago Laceno situato in territorio del comune di Bagnoli Irpino,e che all’epoca (parlo dell’anno 1945, quasi al termine della Seconda Guerra Mondiale) era ancora in gran parte invaso di acqua, che affascinava noi giovanissimi, desi-
Gente di Caposele Gente di Caposele 132 Ieri ieri derosi di fare un bagno in un luogo d’alta montagna e lì prepararci il pasto a base di patate, trote e selvaggina cacciata in luogo. In merito rammento anche che per convincere Don Luigi ad autorizzare il fglio Fernando ad accompagnarci, ci volle tutta la mia personale opera di persuasione, perché l’avvocato mi voleva molto bene e si fdava di me. Partimmo la sera inoltrata con lampade da carrettiere e alcuni che erano maggiorenni armati di fucile da caccia.Tra i tanti amici che ci affancarono ed indirizzarono ricordo Leuccio Cuozzo, Pellicano, Salvatore Peccatiello ed un altro che incrociammo alla “castagneta”, di cui non ricordo il nome e che da allora non ho più incontrato, ma che se non erro era fratello di un compaesano che aveva subito l’amputazione della mano destra e che aveva frequentato la quarta classe elementare, il cui insegnante era Don Giovanni Benincasa. Ricordo che frequentava la mia stessa classe, scriveva con la mano sinistra, ma con una grafa talmente perfetta, da destare l’ammirazione di tutti i compagni e dello stesso insegnante, che lo additava come esempio per tutti. Il fratello, come ho prima precisato, incontrato alla “castagneta”, si unì al gruppo e noi lo accogliemmo con grande piacere. Il suo ricordo è per me tuttora tanto vivo, perché era armato di un rudimentale fucile, che aveva realizzato lui stesso, con le sue mani, su un sostegno di legno, sul quale aveva collocato una canna di un vecchio fucile ed un grilletto, non so dire in che modo. Molti dei presenti che di armi se ne intendevano, rimasero meravigliati e, al tempo stesso, preoccupati di quell’arma, per cui lo invitarono a non usarla. E in questo lo stesso Fernando con uno strappo rapido glielo tolse di mano e ricordo che gli disse a nome anche di noi tutti che lo avrebbe tenuto lui, fno al ritorno a Caposele. E così fu, alternandoci a turno nella custodia della pericolosa arma, che a mio giudizio se usata poteva provocare il ferimento e addirittura la morte del proprietario ed eventualmente di qualcuno dei gitanti. Una volta ritornati a Caposele, l’arma in questione venne eliminata, se non ricordo male, da Leuccio Cuozzo e di essa in seguito non se ne seppe più nulla, né mai se ne parlò più, anche per evitare pregiudizio al costruttore del pericoloso arnese, qualora ne fossero venuti a conoscenza i Carabinieri del luogo. Ma di episodi più o meno simili ne potrei citare tanti e tra essi quello riguardante il viaggio effettuato a bordo dell’autovettura da noleggio di Vittorio Nesta, in Calabria, per fare in modo che Fernando potesse incontrare una collega universitaria conosciuta a Napoli. Rammento che sull’auto, oltre che Fernando e il conducente Nesta, prese posto Ercolino Corona, all’epoca ancora fdanzato e poi marito di Mimì, sorella come prima accennato di Fernando. Ad essi mi unii anch’io, perché essendo da oltre due anni arruolato nell’Arma dei Carabinieri e trovandomi in licenza breve a Caposele, in divisa, col grado di FERDINANDO COZZARELLI
Gente di Caposele Gente di Caposele 133 Ieri ieri Vice Brigadiere, dovevo raggiungere Nicastro (provincia di Catanzaro) per riprendere servizio presso la locale Compagnia. Sfruttando l’occasione, su gentile offerta di Fernando ed Ercolino, li accompagnai per quasi l’intero itinerario, felice di trovarmi in compagnia anche del caro amico Vittorio. Lungo il percorso, che per vero non fu affatto agevole, in quanto le strade erano in parte ancora in terra battuta, ci divertimmo moltissimo. In più circostanze, abusando della mia uniforme e provocando l’ilarità dei compagni di viaggio, facendoci passare tutti per tutori dell’ordine, ingenerammo timori e preoccupazione in ignari cittadini e utenti della strada. Tra l’altro Fernando venne fatto passare per un Uffciale dell’Arma di alto grado in borghese, ed egli in tale ruolo si disimpegnò così bene da apparire quasi vero. Dopo molte ore, raggiungemmo Nicastro e là lasciai, con vero dispiacere, i miei amici, che proseguirono per Locri (Reggio Calabria), dove erano diretti. Tornando ai miei ricordo, quando affrontiamo le curve della strada provinciale che da Ponte Sele porta a Caposele, passando per la località detta “rena janca”,mi sovvengono tanti episodi della fanciullezza, che mi videro in compagnia di amici coetanei, quando correvamo su quella strada col fondo sconnesso e ancora in terra battuta, gareggiando con “lu ruotiello”, il quale non era altro che una ruota senza raggi né gomma di una vecchia bicicletta oppure la parte superiore in ferro di una caldaia casalinga in disuso, che opportunamente saldata alle estremità, consentiva di ruotare velocemente, sospinta da un’asta, anch’essa di ferro. Tra i molti amici c’era spesso anche Fernando Cozzarelli, nonché Gigino Corona, fratello minore di Ercolino, di cui con vero rammarico si perse la presenza dopo la sua partenza, in servizio militare di leva, in Africa credo in Libia, allorché ne venne affdato all’Italia il controllo temporaneo. Egli poi, dopo la guerra, si sposò e si trasferì a Roma, dove si ammalò e poco dopo vi morì. Anche di Gigino, che era di qualche anno più anziano, non posso dimenticare la vivacità e l’intelligenza. Egli, prima di partire militare aveva conseguito il diploma magistrale, ma non effettuò mai l’insegnamento, né mai ritornò stabilmente - non so dirne il motivo - a Caposele. Termino a questo punto, impegnandoni di riprendere l’argomento nel prossimo bimestre, all’uscita del successivo numero de “La Sorgente”, sempre che i miei scritti siano bene accetti dai miei compaesani e da chiunque altro riceverà il periodico. Saluto tutti affettuosamente. FERDINANDO COZZARELLI
Gente di Caposele Gente di Caposele 134 Ieri ieri Un esempio di vita giusta onesta e operosa di Alfonso Merola Signori Soci della Pro Loco, Signora Maria Cozzarelli, parenti tutti del compianto Fernando,ora che l’emozione dolorosa si è sopita e l’animo si è rasserenato, non potevamo non unirci a quanti l’hanno già fatto ed esternare tutta la gratitudine ad un uomo che è mancato a tutti noi un mese fa, sentendone ancora la sua presenza in un locale che ci parla tuttora di lui e che ci è più caro ed apprezzato proprio perché a lui amico e familiare. Sapevamo essere questa sala angusta per commemorare Fernando Cozzarelli, ma signifcativamente abbiamo voluto rimanere qui, perché questa è una creatura che egli fermamente volle e seppe degnamente avviare nei suoi primi e diffcili passi e non era giusto trasferire altrove una cerimonia che noi tutti sentiamo con orgoglio. Chi vi parla, vedete, ancora a stento riesce a convincersi della sua immatura e imprevista dipartita terrena. E spesso gli accade di muovere i suoi passi verso quella Piazza Tedesco che lo inorgogliva, di dirigersi verso il suo palazzo che vigila da almeno 200 anni sulla storia di Caposele. Gli accade pure di volgere lo sguardo verso fnestre che vorrebbe illuminate o di comporre meccanicamente un numero telefonico per sentire una voce forte, ferma e rassicurante. Segno è che non siamo convintamente abituati ed assuefatti ad un destino che ci è parso ingiusto. E non è un rito, o quanto meno solo un rito, ritrovarci, al dì là delle nostre irrinunciabili idee, tutti qui, perchè siamo convinti che l’omaggio, la gratitudine, la riconoscenza, la devozione e l’affetto che dobbiamo a quest’uomo, ci offrono anche un’intima rifessione utile a tutti quelli che lo conobbero e che da diverse sponde lo apprezzarono. Fernando Cozzarelli nasce qui a Caposele, terra cui si è sentita legata la sua famiglia. Nasce, dicevo, da genitori che tutti noi ricordiamo quali esempio di vita giusta, onesta e dedita al lavoro. Erano i tempi du-ri di un’epoca incerta, in cui la stessa possibilità di agiatezza non era assunta a modello di vita; tempi diffcili cui l’educazione alla serietà, al sacrifcio e al lavoro valeva più d’ogni altro linguaggio. E furono quei genitori a fargli capire che la virtù dell’intelletto e quelle dell’animo sono le uniche speranze su cui fondare e costruire la vita familiare, l’impegno civile e politico, l’esercizio professionale. Ferdinando Cozzarelli, sia da giovane che in età più matura, da studente e da professionista affermato, coltivò l’amicizia, superando ogni genere di steccato, ogni limite di età, ogni convinzione politica. E questo lo sanno bene quanti gli sono stati a fanco nella sua esuberante giovinezza, quanti hanno avuto modo di richiederlo come avvocato, quanti assieme a lui condussero battaglie per il riscatto di Caposele. FERDINANDO COZZARELLI
Gente di Caposele Gente di Caposele 135 Ieri ieri Era sicuramente nemico dell’ipocrisia e delle verità di comodo e in quei momenti sapeva essere implacabilmente ed inequivocabilmente sincero. Grande sincerità, dicevo, pari almeno alla generosità e all’altruismo che praticava, anche se, per sua scelta, non riteneva di esternarla. Egli fu il primo Presidente della Pro Loco, la volle e la coltivò come luogo ed occasione di valorizzazione di questo suo e nostro paese che amò profondamente. Lo abbiamo visto consigliere comunale per la prima volta, dopo quell’aspra e civilissima campagna elettorale del 1978 che riportò il suo stimato zio alla rielezione a Sindaco di Caposele. Ferdinando Cozzarelli seppe essere in quegli anni di grande speranza un autentico consigliere di Francesco Caprio. Capì comprese e trasmise ad altri il suo profonde rispetto per una persona che, al di là della parentela, sentiva essere il meglio che la Comunità Civile di Caposele sapesse mettere in campo. Egli ammirava, di quel Sindaco, ebbi più volte a dirlo, la competenza, la dedizione, il coraggio, l’affabilità e la carica di umanità, dubitando che altri potessero possedere, per rispondere alle domande esigenti, spesso eccessive, del popolo caposelese. Seppe essere in quegli anni fattivo e presente, discreto e disincantato a medesimo tempo, sempre comunque pronto ad intervenire a difesa di una coalizione, della compattezza d’un gruppo di maggioranza che egli avvertiva come unica ed originale formula di governo locale Furono, quelli, gli anni della chiusura dell’annoso contenzioso con l’Acquedottio Pugliese ed egli ne fu, assieme a tutte le forze politiche locali, discreto artefce tessendo e ritessendo con abile mediazione rapporti umani e relazioni pubbliche che avrebbero potuto dare, come in effetti diedero, i loro frutti. Fu, però, anche di duttilità politica, dote ormai più unica che rara, non si innamorò mai eccessivamente delle sue idee e dei risultati maturati. E allora non fu un caso che proprio egli fu pronto e lucido a denunciare la inapplicazione e la violazione della Convenzione del 1970 ed in un recente passato il sostenitore più convinto sulla necessità di rivedere quell’accordo con impegni più favorevoli e vantaggiosi per il Comune. Tra i diritti di Caposele e quelli degli altri Enti non ebbe dubbi; scelse i primi, indipendentemente da chi li propugnava, convinto com’era, che una battaglia intrapresa per Caposele, dovesse essere una battaglia da vincere ad ogni costo. Ed è anche a lui, vedete, che dobbiamo se si riapre la speranza di restituire i diritti violati al Sele e a Caposele. Lo abbiamo conosciuto direttamente come uomo impegnato nell’agone civile negli anni 75-80. Conducemmo su sponde opposte, ancorché nella stessa maggioranza consiliare, battaglie leali, ricevendo da lui una lezione utile a valutare l’importanza dell’unità e delle regole del consenso. Di Fernando avevamo un giudizio fortemente sbagliato e quegli anni servirono a ricrederci. FERDINANDO COZZARELLI
Gente di Caposele Gente di Caposele 136 Ieri ieri Ci colpì particolarmente il suo alto senso di responsabilità, quando su di lui cadde la scelta unanime di eleggerlo Sindaco, ricalcando le orme del suo compianto zio, Francesco Caprio. Quella fu una scelta faticosa, alla quale, “nonostante i suoi numerosi impegni professionali lo richiedevano altrove, non intese sottrarsi. E in quegli anni, seppure tra grandi diffcoltà, seppe essere all’altezza del compito prodigandosi a risolvere problemi che ci sembravano insormontabili e senza via d’uscita. Erano i giorni dei sequestri di alcuni cantieri edilizi, ma anche quelli in cui seppe dare impulso ad una stesura di P.R.G. che andava avanti stancamente. Ci piace ricordare ancora la sua dedizione alla cosa pubblica, l’impulso al lavoro collegiale di Giunta, ma soprattutto il senso di serena unità che seppe riportare tra noi. Ingiustamente volle caricarsi di una responsabilità per una sconftta elettorale, anche se non gli spettasse e non gli competesse. E sorrideva con superiorità quando altri, che pure gli erano amici, cercavano verità politiche che erano a portata di mano. Perchè era a portata di mano la vera ed unica spiegazione e non si chiamava Fernando Cozzarelli. S’era esaurita un’esperienza politica che era stata esaltante per decenni e che era giunta a compimento, senza essere stati in grado di dare gambe ad un rinnovamento nella comunità. Questa verità scomoda la rimuovevamo e ci rifugiavamo in quella più farisaica del capro espiatorio. Anche di questo dobbiamo chiedergli scusa! Allo stesso modo di come dobbiamo essergli grati di quegli anni di sana, robusta, leale e fattiva opposizione esercitata nel Consiglio Comunale degli anni 80-85.Anni durissimi per chi doveva reggere le sorti di un comune prostrato da un terremoto luttuoso; tempi egualmente duri per chi doveva svolgere un ruolo di minoranza. Da quei banchi ci insegnò che non sono le fredde ragioni di partito, né il calcolo personale e meno che mai l’odio, il rancore e la rabbia a dover guidare un consigliere comunale. Egli seguì solo ed esclusivamente la sua coscienza, lasciando a casa interessi ed opportunità inconciliabili anche dai banchi dell’opposizione. Come è attuale la sua lezione in una Caposele che ha smarrito le regole e le norme della civile convivenza politica! E le sue generose battaglie per una Caposele a misura d’uomo e rispettosa delle sue memorie, furono un contributo sincero e disinteressato per un paese che sentiva suo e al quale non voleva che nessuno sottraesse la sua identità. E seppe condurre quelle battaglie con convinzione e spesso anche in solitudine, salvo a rallegrarsi quando percepì che le sue idee trovavano consenso tra la gente. E non era e non fu uno spregio ed irriverenza nemmeno la sua battaglia di vedere risorgere l’antica Chiesa Madre, senza ardimentose, per quanto originali, fatture architettoniche estranee a Caposele. Risuona ancora questa sala del suo severo richiamo alla realtà e della premoFERDINANDO COZZARELLI
Gente di Caposele Gente di Caposele 137 Ieri ieri nitrice constatazione che a forza di chiedere il meglio e il massimo, si rischiava di rimanere con un pugno di mosche. Questo fu il Fernando prestato alla politica che non amava quando diveniva fredda, astrusa, bizantina nelle sue tattiche e strategie. Un uomo in linea con i tempi, direte. E’ vero! Ma non vi parlerò di Fernando Cozzarelli avvocato, altri lo hanno fatto in modo egregio e compiuto. Dell’avvocato vogliamo conservare l’idea nell’intimo, senza che alcuno possa scavare nelle parole e nelle coscienze. Vogliamo serbare in noi l’immagine trepidante, rassicurante, l’immagine amica e sincera di chi sente la sua professione come servigio e soccorso di chi chiede aiuto vogliamo tenere per noi quei ricordi che al solo pensare ci commuovono, ma con un augurio: chi da fglia ed allieva eredita i sacrifci di tanto padre, voglia e sappia calcare degnamente quelle orme che hanno onorato Caposele e chi lo ha avuto vero amico. Noi continueremo ad illuderci e ad immaginarlo qui assieme a tutti noi, tra gente sobria, umile, tra amici sinceri che non conoscono cosa sia il male e la disonestà intellettuale. E non ci abbandoneranno mai, perchè hanno amato troppo questo paese e non possono permettersi il lusso, al di là della loro vita immaturamente recisa, di non continuare a vegliare su questa comunità che ha sete di pace e di serenità, stima e di affetto con tutta la mia famiglia. Non ho capacità oratorie che mi permettano di esternare quanto nell’animo sento, ma sono certo di interpretare il sentimento comune di tutti i presenti, affermando che una parte del nostro essere amici, uomini e cittadini, se n’è andata con Fernando. Abbiamo tutti perso una personalità che sapeva interpretare, con affetto e sincerità esasperata, i fatti della vita e permetteva a tantissimi di noi di non perdere i contatti con la realtà ed i fatti veri dell’essere cittadini e Caposelesi. Quella che poteva essere scambiata per “brutalità” era per Fernando l’esternazione conseguenziale della sincerità di ogni suo atto; non era l’uomo delle risposte articolate e compiacenti, era l’uomo che, nonostante la sua professione di avvocato, aveva sulle labbra quello che aveva in cuore. Per me e per tanti di noi era la vera coscienza critica, mai avara di consigli e mai istituzionalizzata. Una passeggiata, lo scambio di un caffè, erano l’occasione per discutere, per avere consigli e consulenze mai pagate. Fernando è stato forse uomo di parte, ma era talmente al di sopra delle piccole beghe di paese da essere ritenuto da tutti la vera coscienza critica della nostra comunità. Primo Cittadino, primo Presidente, lo ricordiamo tutti come un vero protagonista della storia di Caposele. Interprete di un sentimento generale, assicuro che il rispetto, l’affetto, la stima per Fernando, per intero, li riversiamo su Dora e Maria alle quali va, da parte di tutti, un fortissimo abbraccio. FERDINANDO COZZARELLI
Gente di Caposele Gente di Caposele 138 Ieri ieri LORENZO CAPRIO L’uomo-fanciullo costretto a diventare adulto di Vania Palmieri Un personaggio semplice e simpatico, un fanciullone sempre presente e sempre informato su tutti gli eventi, belli o brutti, che accadevano intorno a lui. Amava il suo Paese e se allontanava con grande tristezza. A suo modo prendeva parte alla vita sociale con interesse e partecipazione. Era benvoluto da tutti. Lorenzo chiuse gli occhi mentre, costretto ad entrare in macchina. lasciava ancora una volta Caposele. Chiuse quegli occhi quasi spenti che fno a qualche istante prima avevano versato tante lacrime. Di gioia per aver rivisto il suo paese e gli amici carissimi, di dolore perchè nella sua mente di eterno bambino erano penetrate l’angoscia e la certezza di dover andare via. “Ginnarì,so’ turnatu”, “Adduvè Savatoru “, “Ch’bbella machina ca t’e fattu! “Amma je’ a Matirdommini?” c’hi s’è spusatu?”. Tante parole per non pensare o per convincersi e per convincerci che forse non era più uno di loro. Le vicissitudini, la morte, il destino gli avevano imposto nuove regole che, purtroppo, erano diventate la sua vita. Con lui piansero gli amici consapevoli che uno spaccato di vita caposelese si era ormai chiuso per sempre. Anche io ho conosciuto Lorenzo. Era un mio amico, mi voleva bene. Mi correva incontro quando arrivavo a Caposele e strizzando un occhio diventava mio complice. Lo rivedo ancora mentre scendeva dalla Sanità alla piazzetta. Si fermava con tutti e raccontava a tutti, a suo modo e con una mimica particolare, la vita del paese. Gennarino, Angelo, Nicola, Salvatore, Girolamo, Gerardo lo trattavano con simpatia ed amicizia. E Lorenzo era orgoglioso, felice. Svago, programmazioni, lavoro, sport, vacanze, politica erano interpretate dall’eterno fanciullo e trasmessi a tutta la collettività. Quando la radio o la televisione trasmettevano le notizie, Lorenzo le ascoltava attentamente. Nella sua mente scattava una molla che gli permetteva di trasformare e rendere folkloristiche anche quelle più drammatiche. Lo si incontrava spesso a ridosso di una fnestra, o sotto un balcone di questa o quell’altra abitazione. Non per curiosare o spettegolare, ma per inserirsi nella famiglia e partecipare, con umiltà, alle gioie o ai dolori. I rumori, le parole captate, gli facevano intuire la vita e l’andamento della “casa spiata”. Ma era un modo per sentirsi meno solo. Per allontanare quella monotonia che avvizzisce i sentimenti.
Gente di Caposele Gente di Caposele 139 Ieri ieri Le vicende liete o tristi di ciascuno erano vissute, dall’intera comunità, grazie a Lorenzo che le trasmetteva con estrema semplicità ed allegria. Alto, magro, dinoccolato con le mani enormi e un’eterna “coppola” in testa nel suo mondo immensamente piccolo era capace di suscitare sentimenti immensamente grandi. In lui c’era sempre il desiderio, il bisogno di elargire a tutti la sua disponibilità. Gli occhi innocenti, sereni, fduciosi a volte diventavano interrogativi quando subiva qualche delusione. Uomo-fanciullo protagonista di un sogno. Portabandiera di ingenuità e fducia, scopriva in tutte le cose, apparentemente comuni, l’essenza misteriosa per cui esse si trasformavano o si trasfguravano. La lunga strada di Lorenzo è una strada in cui cammina ancora un bambino, una strada nella quale, a volte, ci sono anche tenebrosi alberi e ombre nere. Come nel giorno del ritorno. La sua voce è stata un pianto del cuore. Forse ha capito che la vita è diventata un mistero senza speranza, un dolore sommerso, un rimpianto struggente. Forse Lorenzo è diventato adulto pur conservando il ricordo della sua eterna fanciullezza vissuta al paese e un grande amore pieno di smarrimento racchiuso nel suo grande cuore che quel giorno in cui ha dovuto lasciare Caposele, batteva all’impazzata. Oggi il sogno volto al tentativo di svelare il mistero delle cose, degli avvenimenti, delle situazioni è diventato inutile. Vive l’angoscia dell’ignoto. Sì, sempre e comunque tra di noi, sia che passeggi lungo la sua Via Roma, sia che segga su una panca di legno davanti a questo locale a discutere animatamente di tutto o di niente. Ci pare di vederlo li, in quell’angolo accanto alla porta, attorno ad un tavolo da gioco, insieme ai suoi usuali ospiti. Egli è qui, ne sono certo; come gli antichi spiriti omerici s’aggira assieme a personaggi grandi che hanno voluto bene a Caposele. LORENZO CAPRIO
Gente di Caposele Gente di Caposele 140 Ieri ieri VINCENZO MALANGA di Nicola Conforti Vincenzo Malanga è prematuramente scomparso il 28 settembre 1988. L’intero paese, commosso, gli ha tributato una grande attestazione di affetto e di stima. Cenzino, come usavamo affettuosamente chiamarlo, ha fatto di tutto: ha svolto con dedizione ed impegno il ruolo di insegnante, dedicandosi contemporaneamente alla poesia ed alla ricerca storica. Ha pubblicato due volumetti di poesie dal titolo “Desideri di Verde” e “Gocce di Tempo”. Ha scritto e pubblicato un saggio storico dal titolo: “Caposele: Dissertazione storico-critica fno al 1800”. Con la Sua scomparsa “La Sorgente” perde una presenza assidua ed operosa, una collaborazione prestigiosa ed appassionata. La Redazione si inchina alla Sua memoria e con profonda commozione gli porge l’estremo saluto. Gente di Caposele di Antonio Sena I l “Genius loci” è una forza portatrice di valori culturali e storici strettamente legati al sito (urbano e territoriale), come luogo dove interagiscono l’intelligenza dell’uomo e la forma del territorio. Il riferimento al luogo è, quindi, una componente permanente dell’immaginario collettivo, è un rifuto delle espressioni e dei gesti appiattiti su modelli consumati voracemente davanti ai video, è un’affermazione del diritto all’autenticità degli individui contro la massifcazione del linguaggio che investe, oramai, come processo irreversibile, l’intera umanità. Troppo importanti sono allora quei personaggi che hanno esercitato, e che esercitano ancora, in forma quasi sacrale, la custodia del “Genius loci”. Cenzino è sicuramente uno di questi custodi, nel senso che si rendeva continuamente interprete dell’immaginario collettivo caposelese e lo traduceva in versi, racconti, musiche, imitazioni, quadri e in tutto quanto faceva linguaggio tematizzato sulla base dell’ambiente e della “ratio” storica. Cenzino aveva esperito ogni forma espressiva e fgurativa per dare corpo a tutte le suggestioni e a tutti gli stimoli che quotidianamente lo colpivano incontrando la gente di Caposele, o visitando i luoghi di Caposele, o leggendo cose di Caposele. Cenzino aveva fatto il poeta, il narratore, il cantante, il musicista, il pittore, l’architetto, il mimo, l’attore ed aveva trovato anche il tempo di praticare l’agricoltura, l’artigianato, il calcio giocato, la ricerca storica, il giornalismo, la politica ed intervenire, sempre, in qualsiasi celebrazione, dibattito o avvenimento culturale. Si può dire che nella sua esistenza aveva consumato, al tempo stesso, il mito
Gente di Caposele Gente di Caposele 141 Ieri ieri di Prometeo e quello di Orfeo, eroi “civilizzatori” dell’umanità. Ogni segmento della sua produzione intellettuale è un tentativo linguistico per trasferire i simbolismi e gli archetipi strapaesani su un livello di comunicazione più immediata ed universale. Un solo esempio, forse il più manifesto: lo scenario paesaggistico, che si impatta salendo per Corso Europa, da qualche tempo non è più il semplice ed austero Campanile della Sanità, che si impenna sul bacino delle sorgenti del Sele e si immerge nel verde delle pendici del monte Pafagone, ma è diventato per tutti i Caposelesi il “Campanile d’acqua”. Campanile d’acqua, oltre che il titolo di una poesia, è una parola/ immagine che sintetizza in sé una parte corposa di quella storia trasparente ed alla portata di tutti, che, al tempo stesso, svela passato e futuro. Campanile d’acqua è una parola/immagine ambigua e totalizzante perché contiene il presente e l’assente, la realtà ed il concetto, la descrizione ma anche la suggestione di una possibile descrizione. Campanile d’acqua è, dunque, una parola/immagine che aderisce completamente al “Genius loci” e dalla quale sarà molto diffcile prescindere sia che ci si trovi sul versante della Conservazione che su quello della Mutazione. Ogni adattamento al “Genius loci” è un riconoscimento supremo a quanti hanno contribuito a custodirlo. Vincenzo Malanga Maestro unico di Alfonso Merola Vent’anni fa, il 28 settembre 1988, si spegneva Vincenzo Malanga. Caposele, che noi amiamo tanto, è un paese bello ma bizzarro: raramente apprezza i suoi fgli migliori in vita, salvo, poi, a sentirne la mancanza quando non ci sono più. Il maestro Cenzino, come eravamo abituati in tanti a chiamarlo, non era semplicemente un maestro elementare, ma un uomo dal carattere forte che non amava i giochetti politici ed allora era sempre pronto a sparigliare le carte, non essendo un cultore del “politically correct “ ad ogni costo. Raramente, poi rinunciava ai suoi punti di vista che sapeva ancorare su solide argomentazioni, il che lo portava a scontrarsi con quanti si trinceravano dietro quell’antico vizio tutto italiano del “quieto vivere”. In politica era puntiglioso e severo come il suo maestro di vita che era Ugo La Malfa, convinto come lui che la democrazia non vive solo coi partiti di massa, ma anche con “piccole formazioni” politiche condannate a restare tali per lo scomodo compito di dire “pane al pane e vino al vino”. Era tutt’altro il Vincenzo Malanga “malato di Caposele” che cantava da genius loci il suo villaggio che, a suo dire, non aveva pari al mondo. VINCENZO MALANGA
Gente di Caposele Gente di Caposele 142 Ieri ieri Si, perché Cenzino va ricordato come il moderno poeta della terra che sta “a capo della Valle Antica”… Caposele lo inebriava, lo caricava di emozioni, gli ispirava i sentimenti delicati ed irripetibili, infusi nella nitidezza di versi liberi e sciolti da preoccupazioni stilistiche “classiche”, dove pure la ricerca rigorosa delle parole non era casuale. Per dirla tecnicamente, nelle poesie che desiderano il verde ogni signifcante è l’anima del signifcato. Il Verde era il canovaccio delle composizioni di Cenzino, quasi a trasmetterci un messaggio di speranza contro i vortici di una modernità inevitabile che, malgrado le resistenze umane, deve avanzare. Egli sembra quasi dirci che, fno a quando questo verde riuscirà a prevalere con le sue tonalità pittoriche, la memoria di Caposele è salva. La natura che qui lussureggia e si scatena con fantasia, in fondo, si personifca, quasi a denunciare un antico scippo ma anche a sfdare e a resistere, malgrado tutto, contro questa mutilazione. Quel verde è lì a pietrifcare la laicità religiosa e non violenta di una Madre Terra che protegge, prima della nascita il fglio fume che non si nega agli uomini, buoni e meno buoni che siano. Egli sembra avere una certezza: Caposele vivrà a dispetto di tutto e di tutti, perché, inoltre, da una collina, vigila su di esso un Santo, nume taumaturgo, che anch’egli protegge madri gestanti e piccoli pargoli e soprattutto i poveri delle terre che chiedono giustizia e misericordia e non una fastidiosa compassione. La curiosità “storica” di Vincenzo Malanga si iscrive nello stesso alveo di amore per Caposele, nel senso che egli ha ricercato per tutta la vita e per come ha potuto, la riconferma di una “peculiarità” di questo paese nei secoli. In tal modo ha salvato “pezzi di storia locale”, tasselli di un mosaico ancora incompleto di cui altri, egli diceva, soprattutto i giovani avrebbero dovuto farsi carico … Ma è Cenzino Malanga, maestro elementare, di cui voglio parlare a conclusione di questa rifessione. In questi giorni di bufera e di attacchi ingenerosi contro la scuola italiana, che si sono spinti fno ad offendere la dignità dei docenti, io mi chiedo spesso che cosa avrebbe detto il maestro unico per eccellenza … Sicuramente non avrebbe compreso la deriva della Istruzione Pubblica causata da continui e sostanziali tagli di risorse fnanziarie e si sarebbe arrabbiato per certi tentativi maldestri di defnire riforme delle evidenti operazioni di puro contenimento della spesa pubblica. Né avrebbe mai abboccato alle polpette mediatiche di grembiulini e voti di condotta. La scuola, avrebbe detto, non è una caserma ma una palestra in cui si apprende la libertà … ed i voti in condotta andrebbero appioppati a genitori e a docenti che non aiutano i bambini ad “uscire dal disagio”. VINCENZO MALANGA
Gente di Caposele Gente di Caposele 143 Ieri ieri Egli era ancorato, infatti, ad una concezione della scuola, dove senso di responsabilità dei genitori e rigorose professionalità dei docenti devono saper dialogare e negoziare un percorso formativo. Egli era, inoltre, solito dire che “un maestro unico o trino che fosse, era un vero maestro per i risultati raggiunti con i più svantaggiati e non con quelli meglio dotati. E la scuola non la facevano i soli libri, ma l’ambiente nel suo insieme, la curiosità di apprendere e la magistrale capacità di suscitare interesse … perché nei libri non c’è tutto, e se un libro o un insegnante non spiega il valore e l’utilità pratica di una nozione, quella nozione scivola via come l’acqua sull’olio La sua era una strategia metodologica, come si vede, più che moderna, da servizio pubblico che non si sottrae né alla trasparenza, né alla misurazione dei risultati. Io lo sento ancora, quando cantava con i suoi alunni, quando recitava solennemente le sue e altrui poesie o leggeva brani e gli alunni lo emulavano. Lo vedo mentre li conduceva in palestra o si attardava a giocare a pallone nel cortile delle scuole Norvegesi e, di lì, poi, guidarli nelle escursioni di tutti gli angoli di Caposele. Non si stancava mai di rispondere alle torrenziali domande dei suoi allievi, convinto come era che la scuola erano loro e che bisognava innanzitutto ascoltarli se si voleva educarli all’idea che solo chi sa ascoltare i punti di vista degli altri è in grado di non avere paura di questo mondo. Le sue composizioni A distanza di oltre venti anni dalla prima pubblicazione, è stato ristampato, a cura di Antonello e Franco Malanga e Gerardo Ilaria tutto ciò che Vincenzo Malanga aveva scritto e pubblicato. Il volume comprende una dissertazione storico-critica su Caposele fno al 1800: due raccolte di liriche intitolate “Desideri di verde” e “Gocce di tempo”, alcuni ritratti in prosa, delle poesie inedite e. infne, l’ultima parte del commento al flm “Un anno a Caposele”.Le sue liriche, i suoi racconti, i ritratti di tanti personaggi, hanno sempre trovato ospitalità sulle pagine de “La Sorgente”. In questa occasione vogliamo ricordare la meravigliosa lirica “Mia terra, mio paese” che apre il flm “Un anno a Capasele” e la stupenda prosa “Caposele sotto la neve” che chiude lo stesso flm. Ancora una prosa toccante e commovente Vincenzo Malanga la scrisse per commentare un documentario girato nell’immediato dopo terremoto dal titolo “Caposele: ricordi e pensieri”. Il volume, stampato a cura della Poligrafca Irpina si presenta in bella veste tipografca con una copertina che riproduce un dipinto dell’autore. VINCENZO MALANGA
Gente di Caposele Gente di Caposele 144 Ieri ieri GERARDO ALFONSO GRASSO un caposelese che ha dato onore e prestigo al suo paese Caposele sente l’onore e l’orgoglio di avere avuto, tra i propri fgli, l’Autore della musica dell’inno nazionale dell’Uruguay. Gerardo Alfonso Grasso lasciò da giovane il proprio paese, Caposele, nel secolo scorso, senza più farvi ritorno. Oggi, lo ricordiamo per onorarne la fgura eminente, celebre in Sud-America ed, in particolare, nel Paese che Gli ha dato - in vita - lavoro e gloria, e cioè l’Uruguay. Ma, attraverso Lui, vogliamo rendere onore alle tante migliaia di Caposelesi, emigrati nel secolo scorso ed in questo, che hanno saputo affermarsi con sacrifìcio ed intelligenza, lontani dalla loro terra di origine. Cogliamo l’occasione anche per fare arrivare il nostro saluto ai tanti Caposelesi delle ultime generazioni - ormai affermati - che vivono e lavorano all’estero senza avere perso il ricordo e l’amore per il proprio paese ed affermando il buon nome dell’Italia. Il mio personale auspicio è che tutti, anche quelli che non conosciamo e che hanno portato in alto il nome di Caposele, trovino l’occasione per ristabilire un contatto con il paese di origine che desidera solo di poter rendere noti ed onorare i tanti ed altri esempi di impegno e capacità dimostrati. Avv. Antonio Corona Sindaco di Caposele Una carriera prestigiosa di compositore da “Campania nel mondo” di A. Giordano Siamo nel 1860: l’Italia vive pienamente il suo processo di unifcazione al quale dedica un intero secolo di lotta e di sangue. C’è molta miseria in quel doloroso Sud della Penisola, che aumenta con la tragedia provocata da fenomeni naturali come i terremoti, le eruzioni vulcaniche, le alluvioni. In questo contesto nasce, a Caposele, il 3 agosto 1860 Gerardo Alfonso Grasso.I suoi genitori di lì a qualche anno vanno ad incrementare la carovana di emigranti diretti verso terre lontane che possano offrire loro migliori condizioni di vita. Il loro animo, anche se elevato per l’idea di un nuovo mondo di pace e di progresso e, ciononostante, pieno di tristezza perché, oltre che lasciare la terra natia, hanno dato l’addio a parenti ed amici ed all’unico fgliolo, il piccolo Gerardo di appena otto anni. Lasciano Caposele che, anche se povero, è carico di vecchie e amate tradizio-
Gente di Caposele Gente di Caposele 145 Ieri ieri ni ed è capace di esercitare un grande fascino su tutti i suoi Figli. Sei anni più tardi Gerardo raggiunge i genitori a Montevideo. Qui ha inizio la sua lunga e prestigiosa carriera di compositore. Il 1875 entra come musico nella banda del Reggimento di Artiglieria; contemporaneamente continua i suoi studi di composizione, pianoforte e strumentazione. Gerardo diventa in breve tempo un virtuoso del fauto, conteso da numerose bande e gruppi orchestrali come quello del Teatro Solis. “ Il giuramento”, una delle più importanti testate di critica locale, assicura profeticamente che il giovane Gerardo Grasso occuperà ben presto un posto di rilievo tra i musicisti più distinti della città. E non sbagliò. Nel 1879 la Banda di Musica del la Scuola d’Arte dell’Uruguay si vanta, legittimamente, di avere due ottimi musici: Stanislao Grasso, clarinetto e Gerardo suo fglio. Gerardo continua come maestro di musica e solfeggio, riuscendo a formare, poco dopo, una Banda di valore tale che per i successivi sei anni viene considerata la migliore del Rio de la Piata, cioè di Montevideo e Buenos Aires. Gerardo Grasso ha appena 19 anni. Nel 1882 la Banda, ormai famosa ed arricchita col potente coro della scuola composto da 140 persone, si presenta alla Esposizione Continentale Sud Americana a Buenos Aires. Il successo è totale. Il Presidente uruguaiano Massimo Santos è profondamente entusiasta ed orgoglioso, come pure il grande Presidente argentino Domingo Faustino Sarniento. Nel febbraio del 1883 fa il suo debutto una nuova grande orchestra, intestata a Domingo Sarniento, organizzata a diretta da Gerardo Grasso. L’orchestra è conosciutissima a Montevideo e, condotta abilmente dal maestro Grasso, si presenta in tutti gli eventi importanti facendo sentire marce militari, tarantelle e canzoni, suscitando simpatia ed entusiasmo popolare. L’intero popolo uruguaiano rende omaggio al bravo maestro italiano. A 26 anni, ottenuti già un prestigio ed una posizione invidiabili, sposa la sedicenne Luisa Morelli, con la quale formerà una felicissima famiglia. Siamo, ormai, nel 1886. A questo punto Gerardo compone il suo “Pericon”. Tutto un popolo vi si identifca fno al punto che verrà ricosciuto non come un “Pericon” qualsiasi, ma come il “Pericon Nazionale” non solo in Uruguay ma anche in Argentina. Nessuno come lui era riuscito a riunire in un sol canto l’espressione della semplicità contadina attraverso i suoni lentamente compassati e calmi dei guachos. Il “Pericon Nazionale”, fu composto dall’artista in meno di un mese e registrato in partitura per pianoforte. Il nuovo pezzo acquista di giorno in giorno la più grande diffusione. Successivamente Gerardo Grasso arrangiò l’inno nazionale uruguaiano per canto e pianoforte e, questa versione, fu dichiarata l’unica uffciale. Il Conservatorio “La Lira” lo onorò con medaglia d’oro come maestro di fauto. Fu maestro di molti musici di grande rinomanza. Ebbe la cattedra di musica al Conservatorio La Lira ed alla Scuola Italiana di Montevideo. E così arriviamo all’anno 1937, quando Montevideo si dispone a celebrare i 50 anni del Pericon Nazionale: GERARDO ALFONSO GRASSO
Gente di Caposele Gente di Caposele 146 Ieri ieri l’inconfondibile opera, la più genuina delle composizioni native, la carta d’identità del popolo uruguaiano, aveva raggiunto l’esito pieno e assoluto. Gerardo Grasso si spense il 18 giugno 1937, poco prima di compiere 77 anni. Esattamente un mese dopo, nella Chiesa Italiana dei Cappuccini di Montevideo, durante la Messa offerta in suffragio, un gruppo di otto professori scelti fra i suoi migliori amici e colleghi, in mezzo al più profondo e rispettoso silenzio, fa sentire gli accordi della sua “Marcia Funebre”. Questo fu Gerardo Grasso: un grande musico, un valore eccezionale, uno dei tanti italiani che contribuirono in modo così decisivo e vitale allo sviluppo della musica in Uruguay. DONATO MAZZARIELLO il manifesto del comune di caposele E venuto a mancare Donato Mazzarielllo. Il Sindaco, la giunta, l’amministrazione Comunale, il segretario ed i dipendenti comunali si uniscono alla famiglia in questo momento di dolore. E’ nostro dovere, non solo come rappresentanti delle istituzioni locali, ma come cittadini di una società civile, ricordare una persona che ha speso la propria vita per la comunità. Tutti ricordano il suo impegno civile e politico al servizio del paese. La sua storia di umile ed onesto cittadino sarà di esempio a tutti per l’impegno appassionato ed intenso profuso per il progresso civile di Caposele. Tutto il paese è in lutto e ricorderà sempre con affetto un uomo che ha dedicato molti anni della sua vita a Caposele sia come amministratore sia come uomo di partito occupandosi, con impegno e competenza, delle vicende locali. Caposele renderà tutti gli onori dovuti ad un grande amministratore rispettato dai rappresentanti locali del suo partito, ma anche dai consiglieri di opposizione. Donato Mazzariello di Vincenzo Caruso Sono un entusiasta ammiratore di “Donato”, instancabile amministratore, fedele servitore, particolarmente dell’incallito e generoso Caposelese, egli stesso contadino, allevatore, operaio, sindacalista, socialista dell’idealità sociale più adamantina. L’ho visto in ogni mattino di ogni santo giorno, sulle vie e vicoli, disceso dalla sua modesta casa colonica in altura, sempre la stessa da sempre, al suo lavoro, e contestualmente dispensatore verso chiunque, amico od avversario, di confor-
Gente di Caposele Gente di Caposele 147 Ieri ieri to, di fraterni consigli, di aiuto, e poi presente ovunque e sul Comune per adempiere alle sue funzioni nell’interesse generale della sua comunità. Giovanissimo affronta una preziosa esperienza nella Federterra, anche da lui diretta, e contemporaneamente lo svolgersi della prima Amministrazione democratica insorta nel 1946 con il Sindaco dottor Amerigo Del Tufo, seguendone le vicissitudini, e così nel 1952 non esita a partecipare alla competizione elettorale ed indi acquisire cognizioni come consigliere di maggioranza nell’Amministrazione Sindaco avvocato Michele Farina, e nel 1956 essere collaboratore dello stesso Sindaco Farina in Giunta, quale delegato all’Agricoltura, e tale confermato nella successiva Amministrazione del 1960 con il solertissimo e perspicace professore Donato D’Auria, primo suo maestro di dirittura politica. La lista cìvica “Stretta di Mano” vince nelle elezioni del 1964 e Primo Cittadino diviene l’ indimenticabile Francesco Caprio, tanto navigato nella sua umanità, e Donato Mazzariello completa la sua già matura pratica politico-sindacale e di governo locale, Vice Sindaco e sempre Assessore all’Agricoltura, anche nelle successive Amministrazioni Caprio del 1970 e 1975. Donato, sempre assiduo collaboratore, sostiene, come del resto fanno tutti gli Amministratori di maggioranza e di minoranza, il Sindaco Francesco Caprio nella defnizione della pluridecennale confittualità tra il Comune e l’Ente Autonomo per 1’ acquedotto pugliese che si trascinava dal 1939 con l’espropriazione della riserva di acqua sorgentizia. Con la morte di Francesco Caprio, il 21 gennaio 1979, Donato Mazzariello, Vice Sindaco, può ben assurgere a successore del suo secondo maestro di vita politico-amministrativa, ma vuole che Caposele abbia una guida nell’avvocato Fernando Cozzarelli, un preparato e valente professionista Caposelese, non un autodidatta come lui, e così preferisce rimanere al suo posto, vicario e nel settore a lui congeniale dell’ Agricoltura. Alle elezioni del 1980 deve però passare all’ opposizione, perchè vince la lista civica guidata dall’avvocato Antonio Corona e, quando la tremenda iattura del terremoto del 23 novembre 1980 si abbatte tragicamente anche su Caposele, Donato Mazzariello, capo della minoranza, non lesina la sua fattiva e sincera collaborazione all’Amministrazione Corona, senza mai trascendere, come taluni avvoltoi, a villania e diffamazione contro il Sindaco Antonio Corona, che egli vedeva dedito fno a compromettere la sua salute per lenire le sofferenze della popolazione caposelese tutta. Nel 1985 e nel 1990 con il professore Alfonso Merola Sindaco, Donato Mazzariello ritorna nuovamente all’Assessorato all’Agricoltura ed alle sue funzioni vicarie, sempre convinto di lasciare ad un giovane di cultura la prestigiosa guida del governo cittadino, ed identica valutazione e suo comportamento impone nel 1992 con il Sindaco professore Agostino Montanari. Da un tale sintetico proflo ultraquarantennale balza il “Caposelese” dinamico e generoso, quanto la sua terra dalle abbondanti acque cerulee delle sue SorDONATO MAZZARIELLO
Gente di Caposele Gente di Caposele 148 Ieri ieri genti della Sanità, dispensatrice di progresso della Puglia, una volta “sitibonda”, Terra Caposelese che ha visto succedersi valenti galantuomini della generazione dei primissimi anni del Secolo, e Donato Mazzariello ora lascia l’impegno diretto non meno valente esponente della successiva generazione degli anni Venti. Ed egli lascia rammaricato di non essere riuscito a contenere quelle maldicenze del 1980, che tramano nell’ombra ai danni oltretutto della Città e dei Caposelesi. Caposele è privilegiata dalla Provvidenza nel vanto del Santuario di San Gerardo Maiella dei Redentoristi, nell’Altura di Materdomini frazione ospitale nell’accogliere Pellegrini da ogni contrada italiana, ma vanta anche un secondo Santuario quello delle fresche e copiose Sorgenti Madonna della Sanità, pure portato ad accogliere “visitatori” di ogni contrada dell’Italia e del Mondo, caposaldo del primo più grande Acquedotto della Terra. Caposele abbisogna di una sua tranquillità interna, di quella serena pace cittadina, che nella democratica alternanza di governi sappia rendere il Paese Perla dell‘ Irpinia. DONATO MAZZARIELLO IL LEGGENDARIO di Alfonso Merola Ho avuto modo di visitare Donato Mazzariello, non più di 15 giorni fa, insieme ad alcuni compagni, nella sua casa di sempre a Montemaggiore. Una visita del tutto eccezionale perché non lo si vedeva in paese solo da qualche mese; egli era invecchiato molto lentamente, quasi non te ne accorgevi, se non fosse stato per quei capelli sempre più bianchi. Per il resto dominavano i suoi occhi azzurri su quel volto calmo e sorridente verso tutti, perché, sfdo chiunque a dire il contrario, tutti si sentivano amici di Donato. Lo trovammo ancora a letto, quasi a scusarsi per il fatto che solo da qualche minuto aveva concluso una terapia e, quindi, s’era concesso un minuto di riposo. I tratti del suo corpo minuto ci raccontavano l’avanzare della malattia, ma al tempo stesso la sua voce espressiva e sicura ci comunicava una vitalità ed una voglia di discutere di passato, presente e futuro, come mai te lo aspetti da chi è minato dentro. Ci congedò con un sorriso e una stretta di mano, dopo averci promesso che nel giro di qualche settimana ci saremmo rivisti a Caposele. Ne era convinto; nondimeno ci consegnò, quasi come un testamento, la sua nozione di Politica. Ci disse: “La Politica è innanzitutto volersi bene”. E, poi ,aggiunse: “Non fate mai prevalere ad ogni costo le vostre ragioni su quelle degli altri, perché la verità non è mai da una sola parte!”. Una lezione di vita sicuramente cristiana e signifcativamente molto preziosa perché proveniente dalla sponda di un politico di grande esperienza umana, il quale sa quanto è diffcile mantenere diritto e saldo il timone della coscienza nel mondo dell’impegno civile e sociale. Egli, per davvero, sapeva amare ed avere rispetto del prossimo suo, per giunta. In un paese al quale, DONATO MAZZARIELLO
Gente di Caposele Gente di Caposele 149 Ieri ieri talvolta, piace dividersi e farsi del male. Donato non si è mai curato troppo delle ideologie, e pure ha creduto fermamente in un mondo in cui tutti avevano diritto a progredire, convinto, però, che il riscatto e l’ascensione sociale passino attraverso l’esercizio del dovere, il rigore etico, il paziente spirito di servizio alla comunità ed il dialogo con tutti. Egli si è sempre adoperato per un’idea di partito forte, democratico e di massa ma ha sempre ritenuto che il partito non è tutto, se non ha un’anima da spendere all’esterno per gli altri sia attraverso la condivisione di progetti che di realizzazioni. La sua flosofa era, in fondo, molto semplice e diretta: non inseguire il superfuo, fntanto che a tutti non è assicurato il necessario, a partire dal lavoro. A questo punto, non è banale ripercorrere brevemente le tappe signifcative della sua vita … Egli non è stato solo il costruttore convinto in sede locale di una grande sezione di partito, ma anche l’organizzatore del suo mondo contadino per il tramite della Federterra, della CGIL, della sua formidabile INCA, tutta tesa ad assistere quotidianamente braccianti e mezzadri, compartecipanti e pensionati. Era, ancora, in prima fla ad animare cooperative agricole per contrastare mediatori e speculatori; non si sottraeva nemmeno al gravoso compito di costruire, presiedere e dirigere società agricole fnalizzate alla costruzione di strade interpoderali e ad opere di miglioria fondiaria. Ma è pure come uomo delle istituzioni che abbiamo potuto apprezzarlo, anche perché ci era invidiato nei paesi vicini e nella provincia, per le sue battaglie a favore dell’umanizzazione delle campagne. Assessore competente all’agricoltura, indimenticabile vice-sindaco , consigliere alla Comunità Montana, dovunque ha lasciato la sua impronta con strade interpoderali, acquedotti rurali, opere di elettrifcazione e di telefonia, scuole rurali, quotizzazione di terre incolte e di demani da assicurare alla pastorizia. Settori che oggi possono sembrare marginali, ma che un tempo erano decisivi per l’economia in un paese in cui l’agricoltura era “quasi tutto”. Ascoltare la voce del territorio era la sua regola d’oro, ecco perché correva in lungo ed in largo le contrade, a vigilare sulle manutenzioni e sulle riparazioni, a raccogliere consigli e lamentele, a dirimere controversie private tra frontisti e confnanti, a suggerire perfno ai tecnici le linee per una equa valutazione dei fondi in caso di divisioni bonarie. Lo vedevi di buon mattino raggiungere Caposele per distribuire a domicilio il latte della sua stalla, poi andare a disbrigare le tante pratiche nella Camera del Lavoro ed in seguito salire le scale del Municipio, organizzare lavori e sopralluoghi ed. infne, mettersi alla testa delle guardie campestri e raggiungere le contrade dove era atteso. Non mancava mai alle riunioni di partito, alle assemblee sindacali e nemmeno alle sedute di giunta Municipale e di Consiglio Comunale, sempre puntuale, pronto a mediare, a smussare gli animi, a mitigare gli interventi, rispettoso delle minoranze e rispettato dalle maggioranze, al di là del ruolo che ricopriva. Egli non è stato mai sindaco di Caposele, ma per sua scelta: se solo l’avesse DONATO MAZZARIELLO