Dario Argento
Paura
A cura di Marco Peano
Einaudi
Da qualche mese vivo all’Hotel Flora, in via Veneto. Ho una piccola suite
tutta per me, all’ultimo piano: due stanze e una porta-finestra da cui posso
spiare il mondo senza essere visto. Ai miei piedi Villa Borghese e la sua quiete,
sfumato sullo sfondo il caos di Roma.
Ogni giorno all’alba passeggio per il parco, sento i leoni dello zoo ruggire
in lontananza, osservo la rugiada asciugarsi piano sulle foglie. Appena mi
accorgo che la città si sta svegliando, al primo rombo di motore o voce
umana, torno in fretta al riparo. Il mio universo in fondo è tutto chiuso qui
dentro.
È l’inverno del 1976. Il mio nuovo film, Suspiria, è quasi pronto. Mi
permetterà di parlare a un pubblico cosí vasto che mai avrei sperato di
raggiungere quando ho deciso di voler fare il regista.
Sono lontano dalle mie due figlie: Fiore abita in Toscana con sua madre,
Asia ha da poco compiuto un anno ed è come se non l’avessi mai vista.
Fino a oggi ho sempre concepito l’isolamento come un dono prezioso, ma
questo è troppo. Ho tutto, e non ho niente.
Ogni tanto apro le porte della suite, e organizzo delle piccole feste con
alcune attrici, con gli scenografi, o con i collaboratori piú stretti. Persone
fidate. Mangiamo, beviamo, chiacchieriamo: sembra che ogni cosa vada per il
meglio.
Eppure, quando tutti se ne vanno, un senso di oppressione mi stringe il
petto. Avverto una specie di desiderio di sparire, non farmi piú vedere, non
farmi piú sentire da nessuno. È una sensazione molto acuta, che inutilmente
provo ad attenuare stordendomi con questi festini.
Mi butto vestito sul letto, sperando che il sonno arrivi il prima possibile.
Quando mi sveglio, però, mi trovo nella mia camera d’hotel, ed è ancora
notte fonda – sono ancora solo, sono ancora io.
Allora mi alzo in piedi, guardandomi intorno spaesato. La porta-finestra
mi chiama come le sirene devono avere attratto Ulisse, e io ubbidiente mi
avvicino: se mi getto da una simile altezza, di me non rimarrà nulla.
Posso pregustare l’abbraccio freddo dell’aria, il vento che mi scompiglia i
capelli. Il fischio nelle orecchie mentre precipito al suolo. Riesco a sentire
l’impatto, violentissimo, e vedo persino il mio corpo sfracellato accanto a
Villa Borghese. «Morto suicida il regista del brivido».
Da uno spiraglio fra le tende intravedo il mondo esterno, sento che mi
reclama. Non ho piú dubbi, avanzo sicuro. Ma un armadio e un tavolino –
con tanto di sedie intorno – ostruiscono il passaggio.
Con rabbia sposto il tavolo, le sedie finiscono a terra. L’armadio invece è
piú pesante, e io m’infurio perché non ho i muscoli per smuoverlo. Digrigno i
denti, batto i pugni contro il legno intarsiato.
Scivolo lentamente a terra, appoggiando sconsolato la testa contro le tende.
Soffio fuori l’aria dai polmoni. Mi accorgo solo allora di avere le lacrime agli
occhi.
Poi, è come se qualcuno premesse un interruttore dentro di me.
Ricordo.
Qualche sera prima, mi sono svegliato nel mezzo della notte con quella
stessa inspiegabile, fortissima, voglia di gettarmi nel vuoto. Ho sporto la testa
nell’aria fresca. Sono rimasto un po’ di tempo cosí, a guardare il parco
scintillante di sotto, poi per fortuna mi sono svegliato.
Appena è spuntato il sole ho chiamato un amico medico. Gli ho raccontato
ogni cosa, anche la mia incredulità: tutto avrei voluto, tranne che
abbandonare le mie figlie. È stato lui a consigliarmi di barricarmi nella suite,
di mettere i mobili davanti alla porta-finestra. Mi ha spiegato che il suicidio è
una strada a senso unico: se la imbocchi non puoi piú tornare indietro, se
invece riesci a evitarla sei salvo.
Allora mi sono fatto aiutare dai camerieri: perplessi ma discreti, senza
domandare nulla hanno fatto ciò che chiedevo. «E mi raccomando, dite ai
vostri colleghi di non spostare i mobili per nessuna ragione».
Ecco il motivo per cui, adesso, mi ritrovo accasciato fra l’armadio e le
tende. Disperato.
Com’è stato possibile arrivare fino a questo punto?
Ma soprattutto: chi è quell’uomo riflesso nella finestra che mi fissa con
insistenza?
Paura
Mia madre e le altre dive
Mi chiamo Dario Argento.
Sono nato a Roma, in via del Tritone 197. A quell’indirizzo c’era lo «Studio
Luxardo», un importante studio fotografico dove lavorava mia madre Elda. Lí
abitavano anche i proprietari e fondatori di quella prestigiosa attività, Alfredo
e Margherita – i miei nonni. Negli anni Trenta e Quaranta i divi del teatro e
del cinema, i campioni sportivi, gli intellettuali e gli artisti, le modelle,
facevano a gara per essere fotografati da noi: avere un ritratto realizzato dallo
«Studio Luxardo» era l’eccellenza.
Sono nato sotto i riflettori, dunque.
Dell’infanzia ho pochi e confusi lampi di memoria. Mi viene in mente il
sorriso intrigante di mio zio Elio, il fratello di mia madre (anche lui era un
affermato fotografo). Ho un’immagine precisa di me piccolissimo tenuto in
braccio proprio da mio zio, entusiasta, mentre dice: «Ecco il primo Argento
della nuova generazione».
Non so se questi sono ricordi veri e propri o se è qualcosa che mi hanno
tramandato, o magari soltanto scene che ho visto in fotografia.
Un pomeriggio, avrò avuto quattro anni, mia madre e mio padre avevano
deciso di portarmi con loro a teatro. Non ho mai scoperto il perché: forse la
tata non poteva occuparsi di me, chissà come andò veramente. Fatto sta che
mi ritrovai in un teatro di Roma a vedere l’Amleto. I miei genitori, un po’
incoscienti, non potevano immaginare quanto in profondità mi avrebbe
segnato quella loro leggerezza.
Tutto sembrava andare per il meglio, certo non capivo con precisione
quello che stava accadendo sul palco ma a quanto pare mi divertivo
parecchio. Fino a quando apparve il fantasma del padre di Amleto, e io lanciai
un urlo cosí forte che qualcuno fra il pubblico si spaventò. Poi presi a tremare
tutto, avevo la bava alla bocca. Non avevo mai sofferto di convulsioni, e non
mi sarebbe mai piú successo, ma quella volta stetti cosí male che mi dovettero
portare via.
Da allora non fui piú lo stesso. Se mi concentro riesco a visualizzare l’esatta
angolazione da cui assistetti a quella rappresentazione teatrale: da un
palchetto laterale. L’entrata in scena dell’attore che interpretava il fantasma fu
simile a una pugnalata in pieno petto.
Quel giorno sono nate tante fascinazioni. Nessuno lo sapeva, neppure io
ne ero cosciente, ma un seme era stato gettato.
Ho sempre adorato le storie, e siccome nessuno me le raccontava ho
iniziato presto a leggere.
Mi vergognavo molto di questa cosa: i miei compagni di classe non
leggevano se non per obblighi scolastici, la lettura era considerata un
passatempo femminile, o una cosa per presuntuosi. Per fortuna la nostra
biblioteca era sterminata, pescavo un libro dopo l’altro e mi nascondevo in
soffitta per degli interi pomeriggi. C’era di tutto: romanzi d’avventura, classici
del teatro, letteratura russa… Ogni tanto mio fratello minacciava di fare la
spia con i nostri genitori.
Un giorno, facevo la quinta elementare nella scuola di via di Gesú e Maria,
durante la lezione il maestro disse: «Se tu hai una mela e io ho una mela, e ce
le scambiamo… Abbiamo una mela ciascuno. Ma se tu hai un’idea e io ho
un’idea, e ce le scambiamo… Allora abbiamo entrambi due idee».
Io ad alta voce replicai, quasi istintivamente, che l’aveva già detto George
Bernard Shaw. Lui si voltò esterrefatto: «Che ne sai tu di George Bernard
Shaw?»
Mi lasciai andare, e ragionai un po’ con il maestro di libri e di scrittori,
mentre il resto della classe era in perfetto silenzio. Mi ricordo questo silenzio
totale, quasi spaventoso, nel quale si sentiva soltanto la mia voce. Non
riuscivo a fermarmi, era come se dovessi confessare lí, davanti a tutti, il
perché di ogni riga che avevo letto.
A un certo punto il maestro uscí dall’aula, e quando ritornò aveva con sé il
preside. Era un uomo alto, minaccioso, di cui avevamo tutti paura, credo
fosse un prete.
«Ma tu come fai a sapere queste cose?» tuonò.
«Le ho lette», risposi con un certo orgoglio.
«E dove le hai lette?»
«Nei libri, a casa…»
Insomma, alla fine il preside convocò mio padre e mia madre.
Per me fu un’umiliazione tremenda. Studiare l’avevo sempre considerata
una cosa sciocca, inutile, ma la facevo perché non potevo evitarla. Adesso la
scuola si complicava, e solo perché mi ero lasciato sfuggire qualche parola di
troppo. Improvvisamente i miei compagni mi consideravano una specie di
alieno, e anche a casa presero a trattarmi in modo diverso. Pure i miei
genitori erano sorpresi e anche un po’ inquietati da questa scoperta.
«Non dirò piú nulla», promisi a me stesso. Non volevo che gli altri
sapessero qualcosa di me che io consideravo solo mio. Ora che il mio segreto
era diventato di tutti, avevo paura che le storie potessero perdere il loro potere
magico.
Spesso il pomeriggio lo trascorrevo con mia madre, nello «Studio
Luxardo». Lei era nata in Brasile, e proprio come me il cinema l’aveva
respirato fin da piccola: mio nonno, prima di aprire lo studio fotografico,
aveva fatto il produttore in Sudamerica, e lei aveva posato come modella per
qualche scatto. Per un certo periodo era stata anche una campionessa di
nuoto.
Io mi mettevo buono buono nella saletta per il trucco a fare i compiti, a
disegnare. E intanto, tutt’intorno, si agitavano le dive del cinema o della
moda: mia madre era specializzata nel ritrarre i volti femminili, era la piú
importante fotografa del dopoguerra italiano. Cosí mentre io ripassavo la
lezione di geografia, poco piú in là c’erano Gina Lollobrigida, Isa Miranda e
Silvana Pampanini – insieme a tante altre attrici famosissime all’epoca e oggi
dimenticate – che si cambiavano d’abito, che si sistemavano i capelli, che si
sottoponevano a lunghissime sedute di trucco. Ho ancora nel naso l’odore del
cerone, della cipria, del belletto, di questi rossetti che c’erano una volta e
avevano una fragranza dolciastra, molto penetrante. Mia madre sistemava le
luci, posizionava i volti, faceva alzare il mento, ordinava di sorridere o di
mantenere un’espressione seria a queste ragazze, che erano bellissime. Ero
estasiato da quelle visioni.
Crescevo, e la notorietà dello studio fotografico pure. Anche le star
internazionali, quando capitavano a Roma, volevano farsi fotografare dai
Luxardo. Io frequentavo il piú antico collegio di Roma: il Nazareno, affidato
all’ordine dei Padri Scolopi – nello stesso complesso dove ora c’è la sede del
Partito Democratico. Era a un passo da via del Tritone: ormai per me era una
consuetudine, non appena uscivo da scuola, fermarmi da mia madre anziché
andare dritto a casa. Nello studio potevo incontrare Sophia Loren, o le
vincitrici di Miss Italia: per loro io ero una presenza abituale, non facevano
caso a me. Ma io le spiavo, quando si cambiavano: si mettevano un vestito da
contadinella, o un abito da sera, ridevano, scherzavano fra di loro. E io ero
sempre lí, in fondo in fondo al camerino.
Si spogliavano sotto i miei occhi: davanti a me all’improvviso si paravano
queste cosce, questi seni… Sentivo aumentare l’eccitazione, ma per loro io ero
poco piú che un bambolotto. A volte si crede che i bambini non sappiano
decifrare i giochi della seduzione, e invece non è vero: li capiscono meglio
degli adulti.
Mia madre aveva cura soprattutto del volto, sentivo sempre parlare delle
proporzioni occhio-naso-bocca. Io ero affascinato dal modo in cui le luci e le
ombre potevano ridisegnare un’espressione, un’emozione, o dare movimento.
Sarà per questo che, ancora oggi, una delle prime cose che mi colpisce in una
donna è il viso. La magia della luce che si riflette e accende i capelli, gli occhi,
dona grazia all’incarnato.
Ancora non posso saperlo, ora che sono un ragazzino nello studio di mia
madre, ma un giorno io mi metterò sulle tracce di queste attrici.
Farò telefonate e viaggi, spenderò soldi e tempo e spesso m’imbatterò in
vicoli ciechi. Ma la mia ostinazione sarà tanta e tale che alla fine riuscirò a
trovarle: qualcuna sarà invecchiata in modo quasi irriconoscibile,
qualcun’altra sarà morta, altre saranno cadute in povertà. Però io mi prenderò
cura di loro, come mia madre ha fatto tanti anni prima. Nei miei film scriverò
parti appositamente pensate per loro: sarà un omaggio a quello che hanno
rappresentato per il teatro e il cinema dell’epoca, e insieme un tributo alla mia
infanzia. Le illuminerò con le luci del set, truccando quegli occhi per farli
brillare di nuovo.
Qualcuno sostiene che i primissimi piani delle attrici, il trucco eccessivo
intorno agli occhi, sono un marchio di fabbrica inconfondibile del mio
cinema. Hanno senz’altro ragione, ma quell’impronta era già tutta nel mio
sguardo bambino.
Dario a due anni, ritratto da mamma Elda. (Foto Archivio GBB / Contrasto).
Il fantasma
Abitavamo in via Principessa Clotilde, all’ultimo piano di un palazzo
umbertino che dava su piazza del Popolo. Era una casa enorme, che per noi
della famiglia era assolutamente inutile: c’erano tre saloni vuoti, non
utilizzati.
Ma cosí potevamo prenderci i nostri spazi: io, Claudio e Floriana ci
facevamo ognuno la propria vita, era come se fossimo tre figli unici. Insieme a
noi abitavano anche nonna Laudomia (la madre di mio padre), la domestica,
e poi c’era una tata che badava a noi tre durante il giorno, ci portava in giro
per Roma, allo zoo, ai giardini.
Mio padre era figlio di un ferroviere, morto quando lui era un ragazzo. Le
Ferrovie dello Stato, per aiutare questo giovane orfano, l’avevano messo
prima in un collegio – era compagno di Pietro Koch, che con la sua banda
avrebbe terrorizzato Roma negli anni Quaranta –, e poi, sempre a spese loro,
gli avevano fatto frequentare l’università. In questo modo imparò un paio di
lingue straniere, e si fece un’istruzione che diversamente forse non sarebbe
riuscito a conquistarsi.
Era alto quanto lo sarei diventato io da adulto, dunque non esattamente un
gigante, e assomigliava in maniera impressionante a Cesare Pavese – persino
nella montatura degli occhiali. Ebbe una vita avventurosa: fu un partigiano di
Giustizia e Libertà, e combatté in Jugoslavia. Ogni tanto raccontava a me e ai
miei fratelli come avesse salvato la vita al suo ufficiale, il direttore d’orchestra
Carlo Maria Giulini. Alla fine della guerra gli diedero la croce al valore
militare.
In casa lo si vedeva poco, era spesso all’estero. Lavorava all’Unitalia, un
ente che – per conto del ministero dello Spettacolo – faceva propaganda per il
cinema italiano nel mondo: organizzava i festival e le rassegne in molte città
dai nomi esotici. Stringeva amicizie con attori e produttori, e con tanta altra
gente importante: in Argentina ad esempio conobbe Evita Perón, che gli fece
una bellissima dedica sul suo libro autobiografico, La razón de mi vida. Una
volta finí persino allo stesso tavolo con la regina Elisabetta e il duca di
Edimburgo. Mio padre era a Londra in veste di accompagnatore della Loren e
della Lollobrigida, che non si sopportavano: il suo scopo in realtà, piú che di
promuovere il cinema italiano, in quel caso era di evitare che le due attrici
litigassero… Insieme a loro c’era pure un cantante molto famoso all’epoca: si
chiamava Fausto Cigliano. Dopo cena si spostarono tutti quanti in una specie
di androne, dove Cigliano tenne un piccolo concerto privato. La regina
Elisabetta fece una cosa che forse non aveva mai fatto in vita sua: si sedette sui
gradini di un’enorme scalinata, e insieme al duca e a tutta la nobiltà presente
si mise ad ascoltare, rapita, le canzoni sentimentali della tradizione
napoletana. Mio padre raccontava che la regina si sdilinquí, e non la smetteva
piú di applaudire.
Comunque, un giorno in cui era a Roma gli era capitato di accompagnare
un attore, non so chi, a fare delle fotografie presso lo «Studio Luxardo».
Mentre il divo si metteva in posa davanti all’obiettivo, mio padre aveva
adocchiato una ragazza, sicuramente un’inserviente, che posizionava i
riflettori in attesa dell’entrata in scena del fotografo. Chissà che espressione
gli si disegnò sul volto quando vide proprio lei sistemarsi dietro la macchina
fotografica! Era minuta ma muscolosa, e sembrava quasi volersi fare ancora
piú piccola sotto quell’imponente chioma di capelli sottili e scuri. Quella volta
forse non si parlarono, si scambiarono dei sorrisi e degli sguardi che
andavano di pari passo con i flash: probabile che mio padre quasi si fosse
scordato il motivo per cui si trovava lí. Probabile pure che l’attore avesse
equivocato, credendo che tutte quelle attenzioni da parte della fotografa
fossero per lui.
Qualche giorno dopo, con la scusa di voler ritirare gli scatti di persona,
mio padre tornò nello studio. Fu nuovamente sorpreso nello scoprire che
quella giovane donna, poco piú di una bambina, fosse la titolare: dava le
direttive ai suoi dipendenti con piglio sicuro, deciso. Ma di certo non si stupí
nell’apprendere che, prima di stabilirsi a Roma, aveva posato come modella.
La trovò bellissima, e se ne innamorò all’istante. Evidentemente quel
sentimento fu ricambiato, perché poco dopo Salvatore Argento ed Elda
Luxardo si sposarono e nacqui io.
Quando mio padre era a casa, capitava che ci fossero a cena insieme a noi
dei produttori o dei registi famosi: le dinastie del cinema stavano sedute a
chiacchierare sul nostro divano, spesso venivano a farci visita i De Laurentiis.
Il cinema italiano all’epoca godeva di ottima salute: ogni anno usciva un
nuovo film di Visconti, di Fellini, di Petri; mio padre aveva il compito di farli
conoscere all’estero, e inevitabilmente diventava amico di tutti. In uno dei
saloni avevamo un tavolo da ping-pong, dove io e mio fratello dopo cena
sfidavamo i nostri ospiti. Eravamo bravissimi, una coppia imbattibile.
Quando era ora di andare a dormire, mio padre ci invitava a salutare gli
ospiti, e poi accompagnandoci verso le nostre camere da letto ci sorrideva:
«Lo sapete chi avete appena stracciato a ping-pong?» Cosí ho cominciato a
conoscere il cinema.
Il momento in cui bisognava andare a dormire, però, era il mio incubo.
Non avevo paura del buio, come tutti i bambini, no: avevo paura del corridoio
di casa. Dopo cena, cercavo sempre di prolungare la serata raccontando
qualche storiella, o facendo domande alla nonna sugli anni della sua gioventú.
Facevo il buffone per intrattenere gli ospiti. Tutto, pur di non affrontare quel
corridoio.
La mia camera da letto era l’ultima giú in fondo, quindi non avevo scampo:
dovevo attraversarlo interamente. L’atmosfera era molto inquietante: quel
corridoio era pieno di tende e finestre, illuminato da luci basse, e mi
terrorizzava. Non so spiegare perché, non sognavo mostri o mani che mi
ghermissero, avevo paura e basta. Era una forma perfetta di terrore: puro,
senza condizionamenti. In piú c’era l’onta di essere il fratello maggiore, guai
se gli altri due avessero sospettato che me la facevo sotto per una cosa simile.
Dunque lo percorrevo quasi di corsa, poi finalmente, col fiato in gola,
riuscivo a raggiungere camera mia. Mi chiudevo la porta alle spalle e
m’infilavo nel letto: anche per quella notte ero salvo.
Amo da sempre la solitudine, mi serve per riflettere e fantasticare; la mia
stanza era il mio regno, il mio rifugio. Piú crescevo, piú mi rendevo conto di
essere una persona diversa da tutti quelli della famiglia.
Ad esempio, ricordo il giorno in cui vidi per la prima volta Biancaneve.
Quando la regina cattiva diceva: «Specchio, servo delle mie brame: chi è la piú
bella del reame?» E lo specchio rispondeva: «Bella tu sei bella, mia regina…
Ma attenta: al mondo c’è una fanciulla assai piú bella di te».
Non ero affatto d’accordo con lo specchio magico! Quella ragazzina
angelicata, Biancaneve, non mi piaceva per niente… Se fossero state donne in
carne e ossa, non avrei avuto dubbi. La piú bella del reame per me era la
regina cattiva.
Qualche volta mio padre e mia madre tornavano piú tardi la sera, noi
avevamo già mangiato e loro avevano cenato fuori. Non si toglievano
nemmeno i cappotti, venivano a bussare alla porta di camera mia e mi
dicevano: «Andiamo al cinema, vuoi venire?» Io impazzivo di gioia. Adoravo
quelle tende rosse e pesanti che bisognava attraversare per ritrovarsi in sala, il
chiacchiericcio che smetteva all’improvviso quando partivano i titoli di testa,
adoravo persino l’odore della sala cinematografica: un misto di dolciastro,
sigarette e polvere. Restare immerso nel buio e vedere le immagini sul grande
schermo, seduto sulla seggiola, era un’emozione che nient’altro riusciva a
darmi. Mi sentivo precipitato in una dimensione magica: vivevo il gesto di
andare al cinema come un rito, entrare in sala era l’equivalente di entrare in
un luogo sacro.
C’erano un paio di cinema intorno a casa nostra: lo Smeraldo, il
Metropolitan, l’Arcobaleno… Io e mio fratello potevamo andarci anche da
soli. Nonna Laudomia era un po’ bigotta, ogni volta che io o Claudio
dicevamo di voler andare al cinema lei si faceva dire il titolo del film e poi
controllava sul giornale. «Questo no, questo è per adulti», commentava.
Oppure: «Questo è per adulti con riserva, ah!» Insomma, la censura con cui
avrei lottato per tutta la vita si manifestava già quand’ero un ragazzetto,
attraverso le parole di mia nonna. Alla fine andavamo a vedere quello che ci
pareva a noi, e se alla biglietteria facevano storie, il modo per entrare da un
ingresso laterale – e vedere il film pure gratis – lo trovavamo sempre.
Ricordo in particolare una vacanza estiva, non avevo ancora dieci anni.
Con mia nonna e i miei fratelli eravamo andati in villeggiatura sulle Dolomiti,
a Monguelfo. C’era una rassegna di film all’aperto, e quella sera davano Il
fantasma dell’Opera. Fu in assoluto il mio primo incontro con il cinema
dell’orrore. La storia di questo vecchio violinista che – dopo aver perso la
ragione – inizia a uccidere, e rapisce la donna che ama per condurla nel suo
rifugio sotterraneo, mi avvinse totalmente. Non ero spaventato, quanto
piuttosto impressionato. Mi colpí molto l’atmosfera torbida del film, il modo
in cui era rappresentato il disagio mentale, l’aspetto mostruoso del
protagonista (che indossava una maschera per nascondere il volto sfigurato).
Era la versione a colori di Arthur Lubin, con un grande Claude Rains nei
panni del violinista-fantasma, ma all’epoca per me era un film e basta. Fu
quella la porta che mi permise di accedere a un universo di cui nessuno mi
aveva mai parlato, e di cui non sospettavo l’esistenza. Un universo abitato da
persone sfigurate, mostri e assassini che vivevano amori impossibili.
Lo proiettavano anche il giorno dopo, e io volli tornare a vederlo. Mia
nonna si arrabbiò tantissimo: «Ma perché devi rivedere un film che hai già
visto?» Non sapevo rispondere, ma sentivo che quella storia stava parlando a
me: se lo avessero replicato all’infinito non mi sarei mai stancato di rivederlo.
Presi con me anche Claudio e Floriana, e tornammo al cinema. La sera,
ciascuno nel proprio lettino, prima di prendere sonno giocammo a
interpretare i personaggi del film, ripetendo alcune battute.
E quando la vacanza finí e tornai a casa, raccontai la trama del film ai miei
genitori. «È una vicenda molto triste, – commentò mia madre, commossa dal
mio racconto, – ma molto bella». Quella storia non mi avrebbe mai piú
abbandonato. La metamorfosi era completa: io ero diventato il fantasma, o
forse lui era diventato me.
Gli altri
Quello era il periodo in cui facevo il lupetto: non vedevo l’ora che arrivasse
la domenica per tirare fuori dall’armadio il berretto e la divisa. I miei genitori
mi accompagnavano al ritrovo con gli altri bambini, tutti in divisa, pronti per
un’avventura nei boschi. Ero entusiasta all’idea di stare lontano dalla famiglia,
di sentirmi già grande. C’era una specie di giuramento da recitare ogni volta,
«Prometto di fare del mio meglio…», poi insieme facevamo le escursioni,
camminavamo in silenzio per i sentieri di montagna. Osservavamo i ruscelli,
gli animali, sentendo la natura che viveva.
L’esperienza del lupetto, e piú tardi quella fra i boy-scout, mi permise di
fare la conoscenza di qualcosa che a casa mia mancava del tutto: i giochi di
potere. C’erano gerarchie precise a cui rispondere: capo-pattuglia, capo-
reparto, vice capo-reparto… Mi ci trovavo abbastanza bene, rispettavo i
superiori ed eseguivo gli ordini con la massima efficienza.
Crescendo diventai anch’io capo-pattuglia: guidavo un gruppo di bambini
piú piccoli di me, facevo attenzione che fra di loro nessuno si sentisse
trascurato, era importante evitare che si scontrassero o si facessero del male,
ma era altrettanto importante che ascoltassero quel che dicevo io. Piú o meno
come dare indicazioni a una troupe cinematografica, avrei scoperto molti
anni dopo.
Quando potevo anche a Roma uscivo di casa da solo, facevo lunghe
passeggiate nei dintorni senza però spingermi mai troppo in là. Sapevo che in
quelle strade c’erano delle bande di quartiere: c’era la banda della Frezza, e
un’altra che spadroneggiava in via dell’Oca. Alcuni miei compagni di scuola
mi avevano messo in guardia, dicevano che andavano a caccia di ragazzini
benestanti, per derubarli o anche solo per picchiarli.
Un giorno, stavo portando a spasso il cane nel giardinetto davanti a casa,
quando all’improvviso sentii una voce alle mie spalle che urlava: «Ehi, Secco!»
Sapevo benissimo che si stavano rivolgendo a me: «Secco», «Smilzo»,
«Rachitico», addirittura «Mauthausen», erano tutti nomignoli a cui avevo
dovuto abituarmi. Mangiavo poco, quasi mai carne, e ogni tanto – soprattutto
se non c’era qualcuno a controllarmi – saltavo i pasti senza rendermene
conto. Capitava che per via della mia magrezza stessi un po’ gobbo, come se
volessi chiudermi in me stesso. A scuola ero il piú mingherlino della classe,
una cosa di cui mi vergognavo parecchio. Ero molto agile, ma ogni volta che
formavano le squadre per giocare a calcio venivo puntualmente scartato: «Tu
stai in porta», mi dicevano tutt’al piú. Me la cavavo piuttosto bene solo
quando si trattava di correre o di saltare: nell’arte della fuga ero imbattibile.
«Secco, sei sordo?»
Non mi girai, Peggy stava correndo verso di me per riportarmi un legnetto
che le avevo tirato poco prima. Con gli occhi perlustrai la zona intorno, in
cerca di un adulto. Inutile dire che non c’era nessuno.
A un certo punto sentii due mani che mi agguantavano. Mi voltai,
terrorizzato: già solo quella morsa, sulle mie spalle sottili, riusciva a farmi
male. Erano in tre. Vestiti normalmente, di poco piú grandi di me. Tutti però
indossavano una mascherina da carnevale di stoffa bianca, alla veneziana, che
copriva il naso e il contorno degli occhi. Non sembravano minacciosi, non
avevano bastoni, coltelli o simili, ma c’era qualcosa nel loro sguardo…
qualcosa di famelico, difficile da spiegare.
«Che volete?» balbettai.
«Secondo te cosa vogliamo, Secco?» mi domandò il piú grosso dei tre.
Aveva una peluria sottile sul labbro superiore, appena accennata.
«Siete una banda?» domandai stupidamente.
Si scambiarono un’occhiata, prima di mettersi a ridere.
Mi spinsero contro un albero. «Ti conviene non urlare», mi dissero mentre
mi legavano, e io ubbidii. Mi sottoposero a un interrogatorio: come mi
chiamavo, quanti anni avevo, dove abitavo, che scuola frequentavo, che
lavoro faceva mio padre… Nessuno mi frugò in tasca, né mi picchiò.
Volevano solo intimidirmi, e farmi capire che in quel giardinetto
comandavano loro.
Quando si stufarono, sciolsero le corde.
«Ci si vede in giro, Secco», mi salutò il loro capo.
Ripresi a respirare regolarmente. Le gambe non mi tremavano piú come
prima. Solo allora spuntò fuori Peggy, chissà dove si era andata a cacciare.
La accarezzai sulla testa: «La prossima volta però difendimi, eh?» In tutta
risposta si mise ad annusare l’albero al quale ero stato legato, si accovacciò lí
accanto e fece pipí. Era lei la vera padrona di quel giardinetto.
Estate di paura
Dunque studiavo al collegio Nazareno. Era un palazzo antico, con le pareti
affrescate, grandi finestre con tende molto spesse, le aule piene di quadri
raffiguranti vecchi vescovi o importanti condottieri, statue… C’erano corridoi
di marmo lunghissimi, tetri – al cui confronto quello di casa mia era una
bazzecola – che convergevano nella cappella, dove ogni mattina si teneva la
messa.
Io però non andavo mai a messa. Non lí, almeno. Non mi piaceva che gli
altri miei compagni mi vedessero come uno di loro, che seguiva supinamente
gli ordini. Perché chi andava a prendere la comunione nella cappella del
collegio, volente o nolente, diventava lo schiavetto dei preti. Volevo sentirmi
libero di pregare per conto mio, di vivere la religione senza condizionamenti.
Ero stato allenato da nonna Laudomia a frequentare la messa: nessuno in
famiglia le dava grandi soddisfazioni sul versante religioso, tranne me. Era
orgogliosa di poter condividere con qualcuno le preghiere, il rosario, il rito
della comunione.
Quando a maggio c’era il mese mariano, per me era una consuetudine
andarci da solo. La mattina, prima di entrare a scuola, entravo di nascosto in
una chiesa dove si teneva la messa delle 7,30. Non era una fatica svegliarmi
presto: avvertivo un senso di sacro che mi avvolgeva, che mi scaldava. Mi
sentivo piú adulto rispetto ai miei coetanei. L’estraneità che avrei provato in
altri momenti della mia vita cominciò a manifestarsi a quei tempi, che ricordo
come un momento di puro misticismo infantile.
Il giorno del mio tredicesimo compleanno mia madre mi fece un regalo
bellissimo, che conservo ancora. Il pacchetto era grande all’incirca quanto
una scatola da scarpe, ma quando lo scartai dentro ci trovai due libri
apparentemente identici. Avevano la copertina arancione, e sopra vi erano
impresse due lettere: E G. Era l’Enciclopedia Universale Garzanti, che poi
tutti avremmo chiamato la «Garzantina». A casa avevamo la Treccani, ma
quei libroni erano grossi, ingombranti. Ora invece quei due volumi li potevo
portare dappertutto, mi sembrava un’invenzione rivoluzionaria.
Presi a leggerla dalla prima pagina, come fosse un romanzo, e nelle
settimane seguenti scorsi tutte le voci del primo voume A-L, e poi passai al
secondo, M-Z. Me la portavo anche a scuola, e quando mi annoiavo sbirciavo
la mia enciclopedia portatile. Trovavo straordinaria la possibilità di tenere
nella cartella tutto lo scibile umano.
Un po’ perché stare in mezzo ai preti proprio non mi piaceva (sospettavo
persino di aver perso la fede a causa loro), un po’ perché la nuova scuola era
piú vicina a casa, abbandonai il Nazareno e per un paio d’anni frequentai il
liceo Mamiani. Molta gente dice di ricordare il periodo scolastico come il
peggiore degli incubi, e io pure non sono da meno, tanto che in quegli stessi
corridoi del Mamiani – dove fra una lezione e l’altra mi aggiravo guardingo –
ci avrei ambientato una sequenza di Profondo rosso.
Ero l’ultimo arrivato, e per via del mio carattere introverso mi feci subito
qualche nemico: la professoressa di italiano, ad esempio. Si capiva che non le
stavo simpatico, quando poteva cercava sempre di mettermi in difficoltà
davanti alla classe.
Eppure ero bravo a scrivere, le storie mi venivano facili. Passavo pomeriggi
interi a imbastire inizi di racconti, brevi trame, poesie, insomma un turbinio
di idee. Quando acquistai un po’ di coraggio cominciai a recensire i primi
film, se cosí si può dire: stavo davanti alla macchina per scrivere e battendo
sui tasti li commentavo, li raccontavo – prima di tutto a me stesso. Pubblicavo
questi pezzi sul giornalino della scuola, e su alcune riviste specializzate
autoprodotte che trovavo nei cineclub. Era l’epoca delle fanzine, e io ero
molto fiero di questa cosa. Guardare film, scrivere e leggere: non avrei fatto
altro.
L’insegnante di italiano una volta mi disse: «Perché non hai letto le pagine
di Manzoni che ti ho assegnato?»
Io sollevai le spalle e risposi serafico: «Perché dovevo leggere Dos Passos».
Tornai a casa con una bella nota: quella strega mi aveva sospeso per un
paio di giorni, e avevo il riassunto di non so piú quanti capitoli dei Promessi
sposi da presentare in bella copia per quando sarei stato riammesso in classe.
Ho sempre avuto un rapporto burrascoso con la scuola (e con le istituzioni
in generale), ma almeno non mi vergognavo piú di ammettere che leggere mi
piaceva cosí tanto. Da quando i miei genitori avevano scoperto che andavo
pazzo per i libri, poi, avevo libero accesso alla biblioteca di mio padre.
Il peccato peggiore che potessi compiere, l’ultimo tabú, era leggere i
romanzi gialli: me li facevo prestare da qualche ragazzo piú grande. Quando
ricevevo clandestinamente quei libri dalle pagine mezze rovinate, consumate
da chissà quanti occhi prima dei miei, lungo la schiena mi correva un brivido
di piacere. Quelle vicende piene di morti ammazzati con un coltello in pancia,
di strangolamenti, di veleno per topi nell’impasto della torta, mi davano
emozioni fortissime. Era strano e forse può sembrare un po’ presuntuoso, ma
al contrario dei miei coetanei, dei miei fratelli, di tutte le persone che mi
erano vicine, sentivo che le cose che leggevo – non solo i gialli, tutte quante –
facevano parte di me. Le capivo benissimo, anche le piú lontane o bizzarre:
era come se, leggendo, ricordassi qualcosa che avevo dimenticato.
Questa consapevolezza mi incoraggiò a divorare davvero qualsiasi cosa
trovassi: i soliti russi che abbiamo letto tutti da ragazzini, e poi gli americani, i
francesi… Certo c’era pure la tv: m’interessava meno, anche se qualche anno
dopo avrei seguito con inquietudine ed eccitazione la serie di Ai confini della
realtà. Rimasi molto impressionato da un episodio in particolare: quello in
cui sulla Terra sopravvive un solo uomo, e lui è contento perché finalmente –
adesso che l’umanità non c’è piú – può leggere tutti i libri che vuole. E
proprio in quel momento gli si rompono gli occhiali! Mi sembrava di poter
toccare con mano la sua disperazione.
Ebbi una fastidiosa febbre reumatica che mi tenne a letto per alcuni mesi.
Essere costretto a stare sotto le coperte sembrava la scusa perfetta per leggere
in santa pace senza nessuno intorno: proprio come in Ai confini della realtà. E
cosí in un paio di giorni divorai Cyrano de Bergerac, quella romantica e
tormentata storia d’amore mi conquistò e commosse come poche cose. Ma
trovai anche dei libri che non erano proprio adatti alla mia età: come Il
piacere di D’Annunzio (la scena in cui Andrea ed Elena bevono a piccoli sorsi
il tè l’uno dalla bocca dell’altra mi turbò moltissimo), o Le mille e una notte
nell’edizione integrale Einaudi. Erano vicende molto spinte, c’era questo
mistero che gli adulti chiamavano sesso. La scoperta della masturbazione per
me avvenne cosí.
Dietro piazza di Spagna, al numero 8 di vicolo del Bottino, all’ultimo piano
c’è la casa in cui si dice che D’Annunzio abbia scritto proprio Il piacere. Io
diedi la mancia al portiere e mi avventurai nella sua abitazione: avevo una
curiosità sfrenata. Era stretta, e anche se non ricchissima si trattava
comunque di una casa molto bella: mi figurai il Vate che sul finire
dell’Ottocento scriveva alla luce di quelle finestre, che si affacciava al balcone
e guardava di sotto, e immaginava chissà quali torbide vicende.
Una mattina, però, durante uno dei miei abituali saccheggi alla biblioteca
di casa, successe qualcosa di imprevisto. M’imbattei in un libro che riuscí a
spazzare via in un colpo solo le trame piú fantasiose di Dashiell Hammett e
Raymond Chandler, cosí come le avventure amorose narrate da Shahrazād.
Era un grosso volume dalla copertina nera e dal titolo in rilievo, a lettere
dorate: I racconti del Grottesco e dell’Arabesco, di Edgar Allan Poe. Lo lessi da
cima a fondo, e poi ricominciai dalla prima pagina. Un po’ alla volta,
inoltrandomi nelle sue storie, mandandole a memoria, mi resi conto che era
come se avessi trovato la chiave di una stanza che c’era da sempre nella mia
testa, ma di cui ignoravo l’esistenza. Era una stanza vuota, senza un mobile né
null’altro, però c’erano delle finestre. Sapevo che bastava spalancarle, proprio
come mi bastava aprire il libro di Poe, e davanti a me si sarebbe schiuso un
paesaggio popolato da creature ignote. Non ero piú un bambino magro e
timido, ammalato nel suo letto, forse non avevo piú neppure un corpo.
All’improvviso avevo scoperto un mondo dove c’erano persone sepolte vive,
dove i gatti murati rivelavano la presenza di cadaveri, dove i denti e i cuori
delle persone amate venivano strappati via dai corpi… E in quel mondo mi
sentivo finalmente me stesso. Come mi è già capitato di dire, quel giorno
accadde qualcosa di fondamentale. In un batter d’occhio, e senza soluzione di
continuità, passai dalla masturbazione al culto dell’orrore e del mistero.
Anni dopo, quando rilessi i racconti di Poe in un’altra edizione, ne ricavai
un’impressione strana: mi sembravano diversi. Le trame erano sempre le
stesse, certo, però era come se i dettagli macabri e truculenti si fossero
moltiplicati. Ormai quel volume appartenuto a mio padre chissà dov’era
finito, quindi non potei fare un confronto, ma mi convinsi che la versione
letta da bambino fosse stata edulcorata. Dunque, incredibile ma vero, si era
ripetuto ciò che già era accaduto con mia nonna e con i film, e che negli anni
a venire avrebbe segnato tutta la mia esistenza: la censura era una creatura
subdola, e poteva annidarsi ovunque come un serpente velenoso pronto ad
aggredirti.
Fra i compagni di scuola avevo degli amici, non molti a dire la verità, che
frequentavo piú che altro per andare al cinema; ogni tanto facevamo sega a
scuola e andavamo tutti alla matinée, spesso senza pagare. Ci imbucavamo,
entravamo da una porticina che aveva scoperto il piú scaltro di noi. La
maschera lo sapeva ma non ci diceva niente, si vede che gli stavamo simpatici.
Eravamo quattro o cinque e ci guardavamo un film dopo l’altro, senza essere
mai sazi: western, storie d’amore, peplum, tutto ciò che passava la casa.
Quello che c’era c’era.
Se fra i banchi di scuola, nei corridoi e in generale quando stavo insieme ai
miei coetanei cercavo di spostarmi senza far rumore, come se dovessi
scomparire da un momento all’altro, non appena entravo in un cinema
perdevo tutta la timidezza e diventavo quasi sfrontato. La mia passione per i
film era aggressiva, totalizzante, anche a scuola cominciai a organizzare dei
dibattiti, ci confrontavamo, e io mi trasformavo in un’altra persona. Facevo il
gradasso, sapevo di aver visto piú film dei miei compagni e quindi pretendevo
sempre di avere l’ultima parola.
Con Sandro e Vincenzo, in particolare – quelli che allora si dicevano
«amici del cuore» –, andare al cinema era qualcosa di piú che un semplice
passatempo.
Ricordo che a un certo punto io e Sandro, chissà perché, ci mettemmo in
testa di partecipare a un quiz radiofonico. Avremmo portato come argomento
il cinema: ci sentivamo abbastanza preparati e ci dicevamo, credendoci, che
avremmo potuto vincere una bella sommetta. A parte i film di Totò e Alberto
Sordi, il cinema italiano mi interessava poco. Prendemmo cosí a studiare in
maniera sistematica la storia del cinema americano, a percorrerla come dei
pazzi in lungo e in largo. Ci facevamo le domande sui titoli originali, i nomi
degli attori, i premi vinti… Ma andavamo ben oltre il puro nozionismo,
azzardavamo collegamenti e ragionamenti sulla tecnica di regia o sulla messa
in scena, paragonavamo un regista a un altro: eravamo due giovani critici
pieni di entusiasmo e ingenuità.
Un giorno eravamo in sala mentre scorrevano i titoli di coda di Giungla
d’asfalto, di John Huston: la storia di una rapina andata a finire male, tra gli
attori c’era pure una Marilyn Monroe ragazzina. Prima ancora di alzarmi
dalla seggiola domandai quasi a tradimento a Sandro: «Non ti ha ricordato
niente, questa storia?»
Lui sembrava smarrito, e allora io gli dissi che quell’altro film ci era
piaciuto cosí tanto che eravamo tornati a vederlo. Anche il regista della
pellicola a cui mi stavo riferendo doveva aver visto e amato Giungla d’asfalto:
in entrambi i film – dissi dandogli un’imbeccata – c’era addirittura lo stesso
attore, Sterling Hayden.
Ancora niente, taceva e mi fissava.
«Guarda che dal quiz ti avrebbero già cacciato, – lo stuzzicai. – Prova a
concentrarti».
Punto nell’orgoglio stette al gioco: «Sono pronto!»
«Hai un minuto di tempo per rispondere, – dissi a mio agio nel ruolo del
presentatore. – È un film del ’56, tratto da un romanzo e…»
«Rapina a mano armata di Kubrick!» m’interruppe con foga.
«Bravo!» replicai assestandogli un pugno sulla spalla.
«Immagina di poter intervistare John Huston, – mi fece Sandro di
rimando con gli occhi sognanti. – Cosa gli chiederesti?»
Mi venne da ridere: «Seeee, adesso John Huston sta ad ascoltare me…»
«Ma tu immagina, – insistette. – Che ti costa? Tu e John Huston soli, gli
puoi chiedere tutto quello che ti passa per la testa».
Ci pensai su un po’. «Non lo so, – risposi alla fine, – forse lo ringrazierei e
basta…»
Le cose che si dicono da ragazzini, uno dovrebbe segnarsele, metterle da
parte e poi rileggersele quando è uomo fatto. Quante sciocchezze e
contraddizioni, quante speranze e sorprese, ma soprattutto quante assurde e
incomprensibili promesse di futuro ci troverebbe dentro?
Come quando mio padre mi propose di accompagnarlo un fine settimana
per un viaggio di lavoro.
«Ti faccio vedere una città molto bella», mi disse soltanto, ma io dentro di
me avevo già accettato: mi piaceva l’idea di spostarmi, conoscere altri luoghi.
Era inverno, e la sera in cui arrivammo a Torino aveva piovuto da poco.
L’impressione che mi fece fu molto nitida: i lastroni bagnati, le luci gialle dei
lampioni che si riflettevano sull’acqua e rendevano le strade simili a serpenti
luccicanti… Era una città livida e misteriosa, e mi conquistò subito. In quel
paio di giorni vagai per le sue piazze maestose e austere, imbattendomi nei
monumenti che spuntavano nei posti piú impensati, o scoprendo gli scorci
mozzafiato che si trovavano dietro ogni angolo di strada. Aveva un’aria
malinconica ma anche piuttosto inquietante: le case Art déco, i cortili, le
palazzine Liberty… La mia mente aveva cominciato a fantasticare. Mi dissi
che sarebbe stato un posto ideale per girarci un film, anche se all’epoca mai
avrei immaginato di fare cinema. Di un fatto però ero certo: quella città mi
stava parlando, mi comunicava qualcosa. Pensieri strani, forse persino un po’
morbosi. I paesaggi bizzarri hanno ricoperto un ruolo fondamentale nella
formazione del mio immaginario. Sono certo che, se il cinema non avesse
avuto la meglio su di me, sarei potuto diventare un architetto.
Un giorno mio zio Elio, il fratello di mia madre (da un pezzo lui lavorava a
Milano, dove faceva importanti mostre fotografiche), venne a trovarci a Roma
in compagnia di mio cugino Livio, il figlio maggiore. A fine pranzo, mentre
sorseggiava il caffè, mi chiese di seguirlo: voleva farmi scoprire una parte della
città che, assicurò, «non avevo mai visto prima». Cosí caricò in macchina me
e mio cugino e si mise alla guida: dopo alcuni giri, finimmo in una strada
molto ampia che sbucava in un campo. Era una bella giornata di sole, e in
lontananza s’intravedevano delle strutture bianche, dalle forme insolite.
Effettivamente lí non c’ero mai stato, non mi sembrava neppure piú di essere
a Roma.
Parcheggiò l’auto e ci disse che avremmo dovuto proseguire a piedi: man
mano che ci avvicinavamo pareva di entrare in una città del futuro.
Percorremmo un lungo viale costeggiato da pini mediterranei, e dopo un po’
raggiungemmo l’Eur, completamente abbandonato a se stesso come in quel
vecchio film dell’orrore con Vincent Price, L’ultimo uomo della Terra.
Mio zio era un fascista, tanto nelle idee quanto nell’aspetto fisico (aveva
persino la mascella quadrata), e non perse l’occasione per fare un po’ di
propaganda. Era troppo orgoglioso all’idea di farci vedere quel quartiere che
dopo la guerra era stato ignorato dallo Stato italiano. Ci spiegò che Mussolini
aveva ordinato ai piú grandi architetti dell’epoca di realizzare una città di
marmo, e quello che avevamo davanti agli occhi era il risultato. Sebbene ogni
cosa intorno a noi fosse in totale balia delle erbacce, il mio sguardo si riempí
di costruzioni meravigliose: il Colosseo quadrato, edifici di marmo con
pinnacoli, obelischi che si stagliavano minacciosi e piazze che sembravano
essere lí solo per noi.
Camminammo per un po’, in giro non c’era davvero nessuno.
Raggiungemmo una chiesa bellissima, imponente. La pesante porta di bronzo
era appena accostata. Ricordo che, quando entrammo, sentimmo un
improvviso e spaventoso frusciare di ali: era pieno di piccioni che si erano
sollevati in volo tutt’insieme, disegnando nell’aria le parabole piú inaspettate.
La luce filtrava dalle finestre, alcune avevano ancora il vetro mentre altre
erano mezze spaccate: la chiesa era stata interamente colonizzata dai piccioni,
e noi eravamo gli unici spettatori di quella meraviglia. Fu impressionante
ritrovarmi al centro di quello spettacolo.
Rimasi cosí colpito che anni dopo, vedendo quel capolavoro che è L’eclisse
di Michelangelo Antonioni e ritrovandovi gli stessi luoghi messi a nudo, mi
dissi che anch’io avrei dovuto fare altrettanto. Ecco perché quando diressi
Profondo rosso, nella Torino che tanto mi aveva inquietato da bambino, scelsi
via Roma e piazza Cln, ed ecco perché Tenebre fu quasi interamente girato
all’Eur: lo strutturalismo dell’architettura fascista era il modo piú diretto ed
efficace per tornare a essere quel ragazzino con lo sguardo colmo di stupore.
Avrei scoperto che per far venire i brividi al pubblico trovare la città giusta
è senz’altro un ottimo punto di partenza, ma non è sufficiente: dipende da
come la si inquadra, da come la si illumina. Proprio come accade coi volti
degli attori. Stando per ore nello studio di mia madre avevo imparato a
guardare il mondo con gli occhi del cinema.
Un’altra rivelazione che avvenne in quel periodo, e che forse è il primo
progetto importante fra i tanti che non ho mai realizzato, riguarda il Don
Chisciotte. La lettura di Cervantes mi aveva affascinato cosí in profondità che
mi sembrava lampante quale sarebbe stato il mio futuro: sarei diventato uno
scrittore. I miei romanzi avrebbero raggiunto tante persone nel mondo, e tutti
si sarebbero finalmente accorti di me.
Un giorno decisi quale sarebbe stata la mia opera prima: una biografia del
grande scrittore spagnolo. Allora tutti i pomeriggi, sul tardi, presi ad andare
alla Biblioteca Nazionale. Cervantes aveva avuto una di quelle vite che sono
troppo belle, troppo ricche, per non essere raccontate: era stato prigioniero
dei pirati, accusato di omicidio, e oltre ad aver composto un testo
fondamentale per la storia della letteratura mondiale era stato anche un valido
soldato. Insomma, mi documentai in maniera seria, prendendo una valanga
di note su un quadernetto. Fino a quando, come spesso succede, mi annoiai e
lasciai perdere.
Non ho mai piú pensato di raccontarla da adulto, questa storia: è una di
quelle cose che si perdono per strada quando si è giovani, con il piacere unico
che dà lasciarsele alle spalle.
A quindici anni mi bocciarono. Va bene, me lo aspettavo, però fu
comunque spiacevole.
«Papà, che devo fare?» fu la prima cosa che dissi quando tornai a casa,
portandomi appresso la brutta notizia.
Mio padre era al tavolo della sala da pranzo, chino su un voluminoso
fascio di fogli tenuti insieme da una cartelletta rosa. Il posacenere era pieno di
mozziconi. «Non devi mollare», disse sistemandosi gli occhiali sul naso.
Era il suo motto, «non mollare», e lo sarebbe sempre stato. Ancora oggi gli
sono gratissimo per averlo ripetuto in ogni occasione sfavorevole, per
avermelo inculcato.
«Cosa leggi?» chiesi avvicinandomi al tavolo.
«Lavoro, – si limitò a dire chiudendo la cartelletta e accendendosi un’altra
sigaretta. – E anche tu dovresti cominciare a lavorare, se non ti va di
studiare».
E cosí mi mandò in una tipografia dove lavorai per qualche mese, facendo
l’operaio. Mio padre aveva pensato che la cosa mi avrebbe fatto molto soffrire,
che dopo un paio di giorni – umiliato e sconfitto – l’avrei implorato di poter
tornare subito a scuola: invece io, forse per via della mia costante curiosità, mi
trovavo bene.
Sono sempre stato di indole indiscreta e ribelle, se mi si diceva di non fare
o non toccare una cosa si poteva star certi che l’avrei fatta o toccata. I fogli
dentro la cartelletta rosa, per esempio: quelli che mio padre consultava
quando gli avevo detto che mi avevano bocciato.
Non appena mi ero avvicinato aveva richiuso quasi furtivamente il grosso
plico, e poi non ne aveva piú fatto parola. Un paio di giorni dopo avevo
trovato quella cartelletta abbandonata in bella vista sul mobiletto del telefono,
in casa non c’era nessuno. L’avevo agguantata e mi ero chiuso in camera per
leggerla, mi aspettavo che dentro ci fosse nascosto chissà quale segreto.
Raccontava una storia e c’erano dei personaggi che parlavano fra di loro –
proprio come in tutti i libri del mondo –, ma a differenza dei romanzi ogni
foglio era diviso a metà, tagliato in verticale. Da un lato c’era la descrizione
degli ambienti, del posto in cui si svolgeva la scena, dall’altro i dialoghi.
Insomma, era la prima volta che tenevo in mano una sceneggiatura, e ne
rimasi ammaliato.
In tipografia ero l’addetto alla composizione. Potermene restare tutto il
giorno in un ambiente in cui c’erano solo adulti mi incantava: era tutto
nuovo, da scoprire. Ero preciso e veloce, dunque in breve tempo divenni
aiuto-tipografo, e dopo un po’ mi diedero l’incarico di tipografo.
Terminata quell’esperienza, tornai sui banchi del liceo e conclusi l’anno
scolastico. Ma in agguato c’era ancora una volta il cinema: «Mi hanno
regalato questa», disse mio padre rientrando a casa una sera. Dalla tasca aveva
estratto una tesserina di cartone: ESTATE DI PAURA, c’era scritto sopra, e me la
stava porgendo. Era un invito omaggio, valido per una persona, con cui si
poteva assistere a tutte le proiezioni di una retrospettiva che iniziava quella
sera stessa al Metropolitan. «Ti interessa?»
Per le tre settimane seguenti non feci altro. Ho il sospetto che mio padre
ignorasse che la retrospettiva fosse di genere: erano tutti film horror e gialli.
Ogni giorno andavo al Metropolitan e me ne beccavo uno: L’uomo lupo,
Dracula, L’uomo invisibile… Ho visto dei veri e propri capolavori, film
bellissimi, classici come Frankenstein, ma anche pellicole americane degli
anni Quaranta davvero inquietanti come La settima vittima. Purtroppo non
ricordo tutti i titoli, però mi è rimasta impressa la forza dirompente di quelle
proiezioni.
Tre settimane sono lunghe, e posso dire con una certa sicurezza che lí s’è
formata veramente la mia coscienza di spettatore. Quando avevo avuto la
febbre reumatica ero stato costretto a restarmene fermo, bloccato nel letto,
potevo solo leggere. Ora invece me ne stavo con il culo sulla seggiola di un
cinema e potevo solo guardare.
Però la cosa strana è che non avevo terrore di ciò che accadeva sullo
schermo. Il pubblico intorno a me urlava, si dimenava, si copriva gli occhi
con le mani. Le mostruosità raccontate in L’isola del dottor Moreau, ad
esempio, non mi facevano strillare: anzi quella dimensione cosí surreale mi
affascinava, ne ero attratto come una mosca dal miele. Finalmente avevo
accesso a quel luogo misterioso e inquieto di cui tutti tacevano neanche fosse
una cosa sporca: in famiglia non se ne parlava, a scuola non se ne parlava, nei
libri non era mai affrontata questa dimensione altra. Solamente sullo
schermo, e in alcune novelle di Poe, veniva raccontata questa diversità. Io ero
come ipnotizzato.
È una cosa che i ragazzi di ogni età provano di fronte alle storie dell’orrore
o dell’ignoto, e che spesso mi confessano di avvertire gli spettatori piú giovani
dei miei film. Il grande Howard Phillips Lovecraft ha scritto che l’emozione
piú antica dell’animo umano è la paura, e che la paura piú forte è quella
dell’ignoto. Ebbene, ricordo che io guardavo quei film come fossi uno
scienziato che studia una forma di vita nuova, aliena… ignota, appunto.
Sentivo che parlavano a me, di me. Poi magari a fine proiezione ascoltavo i
commenti del pubblico, e mi rendevo conto che tanta gente li liquidava
dicendo «Che schifo ’sti film». Anche gli amici di mio padre, i critici e la gente
di spettacolo che frequentava casa mia, parlavano sempre con sufficienza di
queste pellicole, le disprezzavano. Non so se fu per spirito di contraddizione
che reagii in quel modo, ma piú gli altri dicevano «Che schifo», piú quei film
mi piacevano, piú capivo che facevano parte di me.
Il periodo parigino
«Papà, io mollo tutto», dissi una sera a cena.
Credevo di aver sganciato l’equivalente di una bomba atomica in casa,
invece la mia affermazione perentoria, esagerata, ebbe dei risvolti insperati.
Era l’inizio di settembre, un mese dopo sarebbe ricominciata la scuola e io
non avevo intenzione di rimetterci piede. Mio padre l’aveva già capito da un
pezzo che in mezzo agli altri studenti mi sentivo costretto in un ruolo che non
era il mio.
Mia madre non disse nulla, Claudio e Floriana si fecero riempire il piatto
come in una serata qualunque. Sembrava quasi non avessi parlato. Una cosa
però mi era chiara: i miei genitori, giustamente, volevano che almeno il liceo
lo finissi – che esempio sarei stato per i miei fratelli?
Dunque mio padre s’inventò qualcosa che potesse funzionare per
entrambi, e mi spedí in una specie di vacanza-studio in Costa Azzurra, perché
aveva un amico che era proprietario di un albergo: «Studiare una lingua
nuova ti farà bene». Fu un’esperienza memorabile, imparai il francese
semplicemente girando per le strade, in spiaggia o nei locali, facendo amicizia
un po’ con chi capitava.
Poi dalla Costa Azzurra, con l’inizio delle lezioni, mi trasferii a Parigi. I
miei mi pagarono un corso di studi al liceo Leonardo da Vinci, che aveva
stipulato un gemellaggio con il prestigioso liceo Chateaubriand di Roma.
Dovevano essere due o tre settimane, alla fine delle quali sarei dovuto tornare
in Italia e diplomarmi, invece Parigi era cosí piena di cose che ci rimasi per sei
mesi, ma in modo coatto. Mio padre aveva architettato un ottimo piano, ma
non aveva messo in conto che i film c’erano anche in Francia, e che film!
Stava nascendo la Nouvelle Vague, e io ero lí a raccogliere i suoi primi vagiti.
Alla mattina studiavo, mentre il resto del tempo lo passavo chiuso dentro
la Cinémathèque Française a guardarmi cose che magari avevo già visto, ma
pure tante altre che in Italia ancora non erano arrivate. C’erano anche dei
club dove facevano proiezioni multiple: prima Bergman, poi Lang. In quel
periodo ho visto di tutto: il cinema americano, il cinema russo,
l’espressionismo… Non mi bastava mai, io ne volevo ancora, e ancora. Sono
sempre stato ingordo, pazzo e ingordo. La sera me ne andavo a mangiare
qualcosa in certi ristorantini miserabili, non mi importava granché del cibo,
bastava stare un po’ al calduccio. Intanto nella mia testa rielaboravo i film che
avevo visto, ripensavo alle scene, alle storie. Era tutto mescolato e bellissimo.
Mio padre, al quale telefonavo ogni tanto per fargli sapere che ero vivo, che
stavo bene, continuava a ripetermi «Che ci stai a fare lí?» Mi disse che se
volevo poteva farmi avere un biglietto prepagato per il treno Parigi-Roma, ma
io rifiutai fieramente. E allora, nel tentativo di farmi tornare in Italia, mi
mandava pochissimi soldi. Quindi vivevo di espedienti, un po’ rubacchiavo,
ogni tanto facevo il lavapiatti, ne architettavo di tutti i colori. Se non avevo di
che pagare l’ostello, andavo a dormire di nascosto in altri ostelli o dormitori:
ci entravo a tarda notte, quando il guardiano era già mezzo addormentato. Mi
nascondevo in una stanza comune, e poi al mattino prestissimo me ne andavo
via senza pagare. Certe volte venivo cacciato in malo modo da quelli delle
pulizie, ma dormire in una branda anziché per strada valeva bene un paio di
calci in culo.
Strinsi amicizia con due prostitute che dividevano una camera nello stesso
complesso in cui c’era il mio ostello. Loro battevano i marciapiedi, quindi
uscivano di casa solo la sera per lavorare. Ben presto diventai una specie di
mascotte, erano entrambe molto piú grandi di me, e una in particolare mi
prese sotto la sua ala: qualche volta la aspettavo, quando tornava a casa
all’alba. Chiacchieravamo, ogni tanto mangiavamo persino insieme una
minestra. E se la sua collega era ancora fuori, o dormiva, mi impartiva lezioni
di sesso. Ero solo un ragazzino, e lei mi sembrava cosí adulta, quasi una
vecchia. A ripensarci adesso non doveva avere neppure trent’anni.
Io con le mie coetanee al massimo avevo avuto qualche strofinamento
dentro un portone, di sfuggita. Dei bacetti, delle toccatine… Con qualcuna mi
ero dato anche un vero e proprio appuntamento, come gli adulti: eravamo
andati insieme al cinema. Ricordo che quando alcuni anni dopo uscí Psyco, il
primo giorno di programmazione nelle sale di Roma andai insieme alla mia
fidanzatina dell’epoca al primo spettacolo. Ero cosí su di giri che arrivammo
in largo anticipo. Certo, lei forse si aspettava che io la sbaciucchiassi nel buio
della sala, mentre a me interessava di piú vedere il film!
Della ragazza francese ho scordato ogni cosa, pure il nome: ma non i suoi
occhi, il modo che aveva di rivoltare indietro la testa quando rideva, di
offrirmi il collo. Lei m’insegnò tutto quel che c’è da sapere fra le lenzuola.
La mia vita da bohémien andò avanti cosí per un po’, finché a un certo
punto mio padre mi diede un ultimatum: «Adesso basta, o torni in Italia o
muori di fame». Io feci molte resistenze, gli dissi che a Parigi stavo cosí bene,
che Roma era una città che non aveva piú nulla da darmi, che forse avrei
potuto trovare un lavoro in Francia e chissà che altro m’inventai lí per lí. Mi
sembrava una cosa sensata, per la mia formazione: tutti i piú grandi scrittori
del mondo avevano soggiornato per qualche tempo a Parigi: io potevo essere
da meno? Alla fine lui m’attaccò il telefono in faccia, furibondo. Lo
immaginavo rosso di rabbia dietro gli occhiali, mentre tranquillizzava mia
madre dicendole: «Tanto questo quando non ha piú una lira torna, vedrai che
torna».
Mentre camminavo su e giú per gli Champs-Élysées e cercavo una
soluzione che mi permettesse di prolungare un altro po’ la mia vacanza
francese, mi ricordai di una cosa. Da bravo ficcanaso quale ero, ascoltando le
conversazioni di mio padre m’ero accorto che ogni tanto faceva capolino il
nome di un corrispondente dell’Unitalia che abitava a Parigi. Era un
funzionario, e lavorava per conto del ministero dello Spettacolo francese, o un
ente simile. A quanto avevo capito era molto amico con mio padre. Allora io
rintracciai l’indirizzo sull’elenco del telefono, mi diedi una ripulita per non
sembrare proprio un clochard, e misi su una specie di sceneggiata.
Un mattino mi presentai nel suo ufficio dicendogli che avevo tanto sentito
parlare di lui, e dato che in quel periodo mi trovavo in Francia per motivi di
studio, mi faceva piacere conoscere quel caro amico di famiglia. Lui mi
abbracciò, tutto contento, mi fece accomodare e mi diede pure qualcosa da
bere.
Mi domandò un po’ di cose sulla scuola, su come stavano i miei genitori,
sulle mie passioni in generale. Fino a che non gli dissi: «Purtroppo ho finito i
soldi per pagarmi l’ostello, e mio padre ha detto di rivolgermi a lei… – cercai
di fare una faccia da bravo bambino. – È un po’ imbarazzante, ma in questi
giorni è molto impegnato e non riesce a passare in banca… Mi ha detto che
lei avrebbe potuto anticiparmi qualcosina, poi ovviamente le ridarà indietro
tutto quanto».
Lui mi guardò per qualche secondo. «Ah, davvero?»
Io feci un sorriso molto largo, e annuii.
«Bene, allora ci penso io, – disse dandosi una pacca sulla coscia. –
Figuriamoci se non aiuto il figlio di un mio collega in difficoltà».
Si alzò dalla poltrona, e sparí nell’altra stanza.
Rimasi per qualche minuto immobile, a contemplare gli oggetti che
c’erano in quell’ufficio. Se all’improvviso avessero fatto irruzione i gendarmi,
con cosa mi sarei potuto difendere? Del resto il tizio non mi aveva neppure
chiesto un documento, io potevo essere chiunque, fingere di essere
chiunque… Cominciai a sudare: in che guaio mi ero cacciato? Mi accorsi che
stavo stringendo il bicchiere troppo forte: lo posai sulla scrivania.
Stavo per svignarmela quando lui rientrò dalla porta, con in mano una
busta gonfia di banconote. Non ci potevo credere, erano piú soldi di quanti
mi aspettassi: se fossi riuscito a non sperperarli tutti subito per l’entusiasmo,
se li avessi impiegati bene, ci potevo campare ancora un altro mese e mezzo,
forse due.
Lo ringraziai, ebbro di felicità. Quando me ne andai il mio benefattore mi
disse di salutare caramente mio padre, e mi augurò pure in bocca al lupo.
Qualche tempo dopo finalmente tornai a Roma. Se possibile ero ancora
piú magro di prima, ma nel frattempo sentivo di essere maturato parecchio
rispetto ai ragazzi della mia età.
A Termini venne a prendermi mio padre, e la prima cosa che mi disse fu:
«Ma che, credi proprio che siamo tutti fessi?»
Ovviamente era successo questo: il suo amico aveva chiamato mio padre
mentre io stavo nel suo ufficio a bermi un’aranciata. Gli aveva detto qualcosa
tipo: «Guarda che di là c’è tuo figlio, mi ha chiesto dei soldi per pagarsi
l’ostello…» Mio padre doveva aver scosso la testa sconsolato all’altro capo del
telefono, e poi aveva concesso: «Vabbè, dagli un po’ di soldi, però pochi!» Si
vede che alla fine dovevo averlo intenerito, perché era stato piú generoso del
previsto.
«Comunque adesso finisci di studiare», m’intimò mentre parcheggiava
l’auto sotto casa.
Dissi di sí, ma quando si tornò a parlare di un possibile ritorno in un’aula
scolastica mi opposi con tutte le mie forze. L’esperienza in tipografia mi aveva
conquistato a tal punto che pensavo finalmente di aver capito cosa avrei fatto
da grande: il giornalista. Mi sembrava una versione piú accettabile del mio
desiderio di affermazione originario. Il mio nome sarebbe entrato ogni giorno
in tutte le case, avrei raccontato agli altri ciò che accadeva nel mondo: sí, mi
piaceva molto questa cosa.
E poi, per scrivere un romanzo c’era sempre tempo.
La gavetta
A diciassette anni entrai a far parte della redazione dell’«Araldo dello
Spettacolo» in qualità di tuttofare. Mio padre conosceva bene Ugoletti,
l’editore, che mi mise subito alla prova. Il giornale si occupava di cinema,
teatro e musica, e per me era tutto nuovo ed eccitante: all’inizio non vidi un
soldo, poi presero a pagarmi regolarmente.
Strinsi ben presto amicizia con uno dei giornalisti piú anziani, al quale
stavo parecchio simpatico. Un giorno mi raccontò che «Paese Sera» gli aveva
chiesto di curare una rubrica sui film piú visti in sala. In Italia era una novità
assoluta, mi disse, nessuno la faceva. Lui però non aveva tempo per
occuparsene, forse io ero interessato. Accettai senza esitare.
Ogni lunedí andavo a consegnare il mio lavoro alla redazione di «Paese
Sera». Stilavo una vera e propria hit-parade, disegnando l’andamento degli
spettatori nel corso dell’anno: facevo le statistiche di affluenza, i picchi di
ascolto, segnalavo i film piú visti nei cinema di Roma.
Lavoravo in due testate giornalistiche diverse, dunque cercavo di dare un
taglio differente, mi orientavo a seconda dell’interlocutore che avevo davanti.
Per me era importante fare in modo serio il mio lavoro, ma c’è da dire che mi
piaceva moltissimo. Andò avanti cosí per qualche mese, fino a che quelli di
«Paese Sera» mi proposero di entrare stabilmente al giornale. Era una realtà
molto piú grande, e io scalpitavo all’idea di poter iniziare davvero la vita
d’ufficio, cosí dissi addio all’«Araldo» senza pensarci su due volte.
Il direttore, Fausto Coen, mi ripeteva che era molto soddisfatto di me, e io
ogni volta che lo incontravo provavo a buttargli lí delle riflessioni sul cinema
contemporaneo, degli spunti su come migliorare le altre rubriche. Ero pieno
di idee, di voglia di fare.
Mi ritenevo assai fortunato: a diciott’anni – mentre altri miei coetanei si
preparavano a frequentare l’università –, io ogni mattina andavo già in
redazione.
«Paese Sera» era legato al Partito Comunista, e io ci avrei lavorato per
buona parte degli anni Sessanta. Del resto mi consideravo, e mi considero
ancora oggi, una persona di sinistra: in uno scompartimento della mia libreria
conservo intere annate di «Lotta Continua».
Ero un simpatizzante, aderivo a tutte le loro iniziative anche se non avevo
la tessera del partito. Questa in qualche modo fu anche la mia salvezza, perché
non partecipando ad esempio alle assemblee di cellula riuscii a schivare le
epurazioni interne. Il partito cambiava pelle, diventando dapprima piú
liberale, poi piú ristretto: c’erano teste che cadevano, rivoluzioni al vertice,
colleghi che sparivano da un giorno all’altro… Tutte le vicende che si
susseguirono all’interno del PCI, tutta l’invadenza dei dirigenti e le lotte
intestine, le potei toccare con mano senza esserne sfiorato.
Ricordo che una volta ero in auto con i miei genitori, di ritorno dal mare:
mio padre alla guida, mia madre davanti e io sul sedile posteriore con i miei
fratelli. Di lí a poco ci sarebbero state le elezioni, e io avrei votato per la prima
volta.
Mio padre, tanto per chiacchierare, mi domandò con noncuranza: «Dario,
ma tu che voti?»
«Ma io veramente… Sono comunista».
La macchina prese a sbandare, poco ci mancò che mio padre uscisse di
strada. «Ma come? Comunista? – gridò. – Che vuol dire?»
Lui era di area liberale, era stato un partigiano di Giustizia e Libertà: la
parola «comunista» non gli piaceva per niente. Argomentai la mia scelta,
orgoglioso, ma ormai in auto era calato il silenzio. Oltretutto mia madre era
fascista, e in casa di politica non parlammo mai piú.
Abituato com’ero a quegli ufficetti dell’«Araldo», ritrovarmi precipitato di
punto in bianco nel caos di una redazione grande come quella di «Paese Sera»
fu uno shock. C’era uno stanzone zeppo di scrivanie, e altri uffici piú piccoli
in cui stavano chiuse tutto il giorno cinque-sei persone. Ovunque regnava un
grande disordine, telefoni che squillavano in continuazione, gente che
scriveva a macchina, parlava a voce alta, fumava, chiacchierava…
All’inizio era molto faticoso. Intorno a me tutti pestavano sulle loro
Olivetti come dei pazzi, c’era un frastuono infernale. Mi sforzavo di
concentrarmi, sembrava una tortura. A ben vedere è una situazione
diametralmente opposta alla completa solitudine che avrei ricercato quando,
anni dopo, avrei scritto i miei film. Insomma, il primo giorno ci misi dieci
minuti buoni per riempire una colonnina: mi dissero che non andava bene.
«Sgarra una consegna e sei fuori», m’intimò il capo-redattore.
Non so come, ma imparai a estraniarmi. Non c’era un «intorno»: non li
sentivo piú, non m’importava che tutti parlassero, raccontassero, mi
chiamassero, telefonassero… la cosa aveva smesso di infastidirmi.
L’importante per me era mettere insieme la mia rubrichetta settimanale.
Bisogna dire che i numeri degli incassi delle sale, all’epoca, erano un po’
segreti. A questi dati avevano accesso solamente quelli che lavoravano
nell’industria cinematografica, ed erano molto gelosi delle loro informazioni.
Ma io conoscevo un vecchio comunista che lavorava alla Control Cine, e che
un po’ mi aveva già aiutato ai tempi dell’«Araldo», passandomi sottobanco
qualche dritta. Inutile dire che quando scoprí che mi avevano preso a «Paese
Sera» fu entusiasta all’idea di darmi una mano in modo continuativo. E cosí il
lunedí mattina andavo di buon’ora alla Control Cine e lui mi consegnava il
foglio degli incassi della settimana e quello del weekend.
Col tempo la rubrica crebbe e diventò nazionale: ora però quello che avevo
non mi bastava piú, mi stava stretto. Fu cosí che con un po’ di spavalderia un
giorno azzardai: «Potrei anche aggiungere un paio di righe di commento ai
vari film, mostrare le differenze tra una pellicola e l’altra… Insomma, qualche
parola per non schematizzare troppo».
Il capo-redattore mi disse di provare, ma per scrivere qualcosa sui film
appena usciti non bastavano le tabelle, dunque cominciai ad andare al cinema
col taccuino e a prendere appunti. Ero pazzo di gioia: capitava che guardassi
anche sei film al giorno. Me ne stavo in sala e mi bevevo tutte quelle immagini
gratis, e in piú mi pagavano pure… Il paradiso.
Fu piú o meno in quel periodo che presi a uscire con una ragazza, la mia
prima storia importante: il Primo Amore.
Con lei chiacchieravo a lungo, di tutto, e ogni istante libero lo
trascorrevamo insieme: facevamo passeggiate, qualche gitarella, andavamo al
ristorante o al cinema, facevamo tantissimo l’amore… Lei aveva due anni
meno di me, e il nostro rapporto era di una sensualità indescrivibile. Eravamo
felici, ci sentivamo due anime elette e ci consideravamo fortunati a esserci
incontrati. Stava a casa mia giorno e notte: per i miei genitori e i miei fratelli
era ormai diventata una presenza abituale. Pensavo che sarebbe durata per
sempre.
Decidemmo che saremmo andati a vivere insieme, io e Primo Amore. La
scelta forse era un po’ frettolosa, ci disse qualche amico comune, ma ce ne
fregava poco del parere degli altri: volevamo diventare subito adulti. Grazie al
lavoro al giornale qualche soldo l’avevo messo da parte, e agognavo il giorno
in cui avrei potuto raggiungere la totale indipendenza.
L’unico intoppo era che di mezzo c’era l’estate da far passare, ma non
appena fosse arrivato settembre – ci dicevamo – ci saremmo messi alla ricerca
di un appartamento, un posto dove costruire insieme il nostro futuro. Non mi
sfiorava minimamente il dubbio se avrei dovuto sposarla o meno, e neppure
lei si poneva la questione: stavo bene quando ero con lei, e lei pure quando
era con me. Questo ci bastava.
Ma durante quell’estate accadde il disastro.
Lei stava con la madre a Grottaferrata, e non mi telefonava. Io la cercavo al
numero dell’hotel che mi aveva dato, ma non la trovavo mai… Con una
specie di sesto senso avvertivo che qualcosa non andava, era davvero strano
questo suo silenzio. Però ero cosí innamorato che cercavo di mettere a tacere
le voci dentro di me che dicevano: «La perderai, anzi l’hai già persa».
Una domenica, mi decisi a farle una sorpresa: presi la macchina e andai a
Grottaferrata. Mentre guidavo, mi ripetevo le cose che le avrei detto. Sarei
stato inflessibile: se due stanno per andare a vivere insieme, uno non può
sparire cosí all’improvviso… Ma forse, mi dissi, c’era qualche problema…
magari mi stava nascondendo qualcosa. Le avrei spiegato che le persone
adulte affrontano insieme le difficoltà, che non doveva avere paura: avremmo
superato ogni ostacolo.
Arrivai, e la trovai nel giardino dell’albergo, seduta a un tavolino con delle
amiche. Mi venne subito incontro, sorridente. Era abbronzata, e aveva un
profumo inebriante. «Stavo proprio parlando di te, – mi disse quasi
saltandomi al collo. – Mi sei mancato tanto», e mi stampò sulle labbra un
bacio lunghissimo. In un solo secondo mi scordai di tutta la ramanzina che
avrei voluto farle.
Quando Primo Amore e sua madre tornarono a Roma, una settimana
dopo, lei mi telefonò subito, prima ancora di disfare i bagagli. Mi disse che
voleva passare due giorni insieme: non ce la faceva piú a stare senza di me.
Eccitato e felice, feci in modo di trovare subito l’occasione adatta: mio zio
Elio aveva una villa bellissima a Sperlonga – totalmente vuota. Chiesi le chiavi
a mia nonna, che me le diede senza farmi troppe domande.
Io e Primo Amore ci chiudemmo dentro per due giorni, e praticamente
scopammo ininterrottamente. Ci alzavamo giusto per andare in bagno, o per
mangiare qualcosa, ma poi tornavamo subito a letto e ci davamo dentro come
dei pazzi. Pensai che ero stato uno stupido ad avere il timore di perderla: lei
era mia, io suo, e cosí sarebbe stato per sempre.
Poi quei due giorni finirono, e solo allora mi accorsi che settembre era
iniziato e noi non avevamo piú parlato del nostro progetto di andare a vivere
insieme. Ognuno tornò a casa sua, e quando ci salutammo mi resi conto che
c’era in lei qualche cosa di sbagliato, di combattuto. Di nuovo prese a non
telefonarmi, io la cercavo e lei si negava: sua madre diceva sempre che era
appena uscita, o che stava studiando, e chissà quante altre scuse mi rifilava…
Finché una sera mi rispose: le diedi appuntamento per il giorno dopo, in
un bar. Quella notte dormii malissimo. Quando la incontrai lei indossava un
paio di grossi occhiali da sole, non ce la faceva nemmeno a guardarmi in
faccia. Accadde tutto rapidamente, il tempo di un caffè: «Senti, è finita… io
non voglio piú stare con te». Non mi disse il perché, e io non glielo chiesi.
Tornai a casa distrutto, annientato da quelle poche parole. Mi chiusi in
camera e mi buttai sul letto. Credevo che il dolore mi avrebbe ucciso: non
riuscivo quasi a respirare. Per un po’ smisi quasi del tutto di mangiare, di
dormire. Non mi davo pace: perché mi aveva lasciato? Dove avevo sbagliato?
Poi scoprii cos’era successo: Primo Amore aveva conosciuto un’altra
persona, un tizio benestante, che la corteggiava spietatamente. Era il figlio del
proprietario dell’albergo di Grottaferrata: oltre al danno, la beffa. La madre
voleva che sua figlia stesse con uno come lui, non con uno come me. Ai suoi
occhi facevo una vita da pazzo: ero un giornalista, e per giunta comunista!
Alla fine i due si fidanzarono. Io provai ancora a farle cambiare idea, a
dirle che se fosse tornata con me l’avrei perdonata… Poi lasciai perdere. La
prima volta in cui nella vita ricevi una pugnalata che non ti aspetti fa davvero
male.
Per lenire la sofferenza mi concentrai al massimo sul lavoro. Mi consolavo
dicendomi che in fondo ero fortunato, ero giovane e avevo tante distrazioni: il
giornale, i film, qualche amichetta con cui spassarmela… Evidentemente
doveva andare cosí, mi ripetevo, Primo Amore non era la donna giusta per
me.
Crescendo, avrei imparato che quello che mi era appena accaduto era un
momento magico, e che in futuro si sarebbe ripetuto chissà quante volte,
mescolando il dolore al sollievo. Può sembrare strano, ma alcuni fra i periodi
piú belli della mia vita sono stati quando una storia d’amore destinata a finire
è finita. Quando mi accorgevo che una relazione era sbagliata, e la lasciavo
morire. Accadeva questo: io e alcune donne che avevo amato, o che credevo
di aver amato, ci lasciavamo… e io mi sentivo euforico. Pronto per andare
incontro al futuro.
Un pomeriggio in redazione – nel frattempo ero diventato il vice del
critico cinematografico – qualcuno venne da me e mi disse che la persona che
si occupava di balletto era malata. «Vuoi occupartene tu, questa settimana?»
Accettai senza esitare, anche se di balletto non sapevo un bel niente.
Dunque quella settimana mi toccò sciropparmi una sfilza di balletti che mi
sembravano uno uguale all’altro, sui quali poi avrei dovuto pure scrivere
qualcosa di intelligente. Non prendevo appunti, però. Uscito da teatro me ne
andavo dritto alla Biblioteca Nazionale, e leggevo tutte le recensioni famose
che qualcun altro aveva già scritto su quello stesso balletto. Le rielaboravo
camuffandole un po’, e le adattavo a ciò che avevo effettivamente visto, fino a
quando ottenevo un pezzo nuovo di zecca. Il capo-redattore mi diceva
«Bravissimo, bravissimo», e nessuno si accorgeva di quel trucchetto… E
allora, da quel momento in poi, quando c’era qualcuno che stava in vacanza o
era ammalato, io arrivavo e lo rimpiazzavo. Cosí cominciai a scrivere anche di
teatro, di musica, di concerti, di melodramma, di opere liriche… Un po’
perché mi veniva bene, un po’ perché ero furbo, diventai il jolly di «Paese
Sera». Firmavo i pezzi come «vice», o li siglavo con un «D.A.» – solo dopo un
po’ mi fu concesso di usare il mio nome e cognome.
Una volta, accadde che in un articolo parlai in modo un po’ brutale di
Mina. Non ricordo esattamente cosa scrissi, ma quando consegnai il pezzo al
capo-redattore, che ovviamente leggeva tutto per l’approvazione finale, lui mi
chiese di «ammorbidire un po’ i toni». Io non ero uno aggressivo, cioè non
reagivo in modo violento – anche perché non avevo tanto il coraggio di
mettermi contro gli adulti –, ma quella volta, come poi sarebbe sempre
accaduto, non mi piegai. Dissi «Va bene», tornai alla mia scrivania e presi a
battere un po’ a caso sulla macchina per scrivere. Spostai un paio di virgole,
cambiai qualche aggettivo e riconsegnai il pezzo uguale a prima.
Non ero nuovo ai rimproveri, ogni tanto al mattino l’usciere mi diceva: «Ti
vuole il direttore». Quando l’usciere mi diceva cosí, già sapevo cosa avrei
trovato quel giorno nella mia casella: un bigliettino di Fausto Coen con su
scritto Convocato o La prego di venire nel mio ufficio.
Andavo, mi sedevo, e mi sorbivo la ramanzina. Di solito era molto
bonaria, perché anche lui sapeva che c’era qualcosa di sincero in ciò che
scrivevo, qualcosa di inedito rispetto al lavoro degli altri. Nelle mie recensioni
c’era uno sguardo privo di sovrastrutture, dicevo le cose come stavano, era
chiaro che con un atteggiamento del genere potevo dare fastidio. In un
contesto dove tutti dovevano fingere di pensarla allo stesso modo – e
qualcuno ci credeva pure – ero una figura un po’ scomoda. Certo non ero un
eversivo, ma mi entusiasmavo per i western, o per i thriller, e questa era una
cosa che faceva innervosire moltissimo alcuni miei colleghi. Per me non
esistevano dei «film brutti»: in ogni pellicola c’era qualcosa da salvare, magari
anche solo cinque minuti scarsi, un’inquadratura, un commento sonoro.
Quando con fervore recensivo i film di John Ford, un fascistone che nessuno
voleva sentir nominare, oppure mi esaltavo per Hitchcock, o inneggiavo alla
gestione della suspense nei film statunitensi, puntualmente trovavo nella mia
cassetta un messaggio del direttore: Quello americano è fatuo divertimento.
Insomma, ero un po’ una mosca bianca, e venivo visto con sospetto dai miei
colleghi. Li incrociavo per i corridoi e mi fissavano guardinghi, come a dire
«Sei bravo e ti rispetto, però…» Altri invece mi ignoravano deliberatamente,
ero l’ultimo arrivato ed ero davvero molto giovane.
Il responsabile della pagina degli spettacoli mi trattava un po’ da
schiavetto: lo scorrazzavo in giro per la città, facevo commissioni per lui.
«Tu a che ora vai a dormire?» mi domandò una sera mentre lo stavo
accompagnando a casa in macchina.
«Verso le tre, le quattro…» Di solito rientravo al giornale per sistemare
alcune faccende sospese, e rincasavo a tarda notte.
«Ceni alla mensa?»
«No, a casa…» Non capivo dove volesse andare a parare.
«E mica sveglierai tua madre per farla cucinare?»
In realtà era proprio cosí: non avevo mai toccato un tegame in vita mia. «È
importante mangiare qualcosa di caldo prima di andare a dormire»,
sentenziò. Insomma, fu lui a insegnarmi come preparare la pasta al
pomodoro.
Da quel giorno non disturbai piú mia madre: mi lasciava sul ripiano della
cucina gli spaghetti, il pomodoro e l’olio. Tornavo a casa e in silenzio mettevo
l’acqua sul fuoco, poi mangiavo in solitudine, aspettando l’alba.
Furono quelli gli anni in cui tentai l’esame di ammissione al Centro
sperimentale. La mia passione per la materia era tale che mi presentai davanti
alla commissione con una certa spavalderia: conoscevo la storia del cinema a
menadito, consideravo quel colloquio una pura formalità. Ma fin da subito –
quando iniziai a parlare – mi resi conto che tutti mi fissavano con enorme
scetticismo.
Una domanda dopo l’altra, sentivo che le cose si mettevano sempre peggio.
Dentro di me mi domandavo: «Dove sto sbagliando?» Eppure rispondevo
sempre con precisione, e ricchezza di dettagli. Ma il problema non era il
nozionismo, piuttosto erano i miei ragionamenti a infastidirli. Mi trovavo di
fronte alla vecchia generazione di critici e teorici che la pensavano in modo
diametralmente opposto al mio: piú mi dilungavo sul solito John Ford, piú
quelli mi guardavano con aria feroce.
Alla fine dell’esame, mi dissero che non ero assolutamente adatto. Mi
sentii umiliato. Era chiaro che a loro, con quelle idee, uno come me non
serviva. L’essere stato respinto in maniera cosí brutale mi fece soffrire. Ma a
distanza di tempo mi sarei reso conto che non aver superato l’esame
d’ammissione mi aveva permesso di mantenere uno sguardo personale sul
cinema. Se avessi frequentato quei corsi avrei comunque fatto il regista, ma
forse i miei film sarebbero stati troppo aderenti a un certo formalismo.
So che molti altri registi non sono stati ammessi al Centro sperimentale, e
il destino è cosí beffardo che qualche anno dopo mi chiamarono per tenere
un ciclo di lezioni. Ringraziai, ma dissi di no.
Un po’ alla volta, al giornale, cominciai a vivere sul serio la vita della
redazione: andavo alla mensa con gli altri, mi fermavo in lunghe riunioni,
trattenendomi ben al di là delle ore d’ufficio… la notte capitava addirittura
che passassi in tipografia per controllare che tutto andasse per il meglio.
Sono stati anni molto belli, molto vari: conobbi alcuni critici importanti,
dei veri professionisti del mestiere, come Callisto Cosulich, o Maurizio
Liverani. Insomma, strinsi delle amicizie, e scoprii che c’erano tanti amanti
dei film come me, persone preparate e intelligenti con cui parlare di questa
passione che non lascia spazio ad altro. Andavo al cinema, scrivevo di cinema,
al lavoro e a casa parlavo di cinema, sognavo il cinema… Altro che lo
scrittore, o l’architetto: ormai per me non esisteva nient’altro che il cinema,
sarei diventato il piú importante critico cinematografico italiano.
Era la metà degli anni Sessanta, e io ero convinto di aver trovato la mia
strada, ma ancora una volta mi sbagliavo.
L’amore, davvero
All’epoca le vacanze estive nelle redazioni dei giornali erano simili a quelle
scolastiche: duravano un mese e mezzo, certe volte due. I responsabili delle
varie sezioni sparivano per un lungo periodo, e durante la loro assenza
bisognava sostituirli. Un’estate proposero a me di seguire la terza pagina,
quella della cultura. Io colsi la palla al balzo, ma ovviamente feci a modo mio:
mi occupavo delle cose piú strane, degli autori meno conosciuti… Avevo dato
un taglio inedito, giovane, che piacque molto al direttore, tanto che quando
tornò il responsabile (chissà come prese le innovazioni apportate al suo
orticello), mi venne assicurato che l’estate successiva sarei stato riconfermato
in quel ruolo.
Fu durante una di quelle estati che un giorno mi dissero: «C’è una delle
nostre collaboratrici che ha portato un pezzo, ha detto che vorrebbe
incontrare il responsabile». Io ero esigente già allora, ma molto disponibile:
dissi che l’avrei ricevuta volentieri. La riconobbi appena aprí la porta, e lei
pure: non ci potevo credere, era la mia professoressa di italiano! Indicandole
la sedia di fronte alla mia scrivania le dissi in maniera molto formale: «Prego,
si accomodi». E lei, cercando di ostentare sicurezza: «Ma siamo compagni,
diamoci del tu».
E cosí allora cominciammo, dandoci del tu. La compagna – mai avrei
immaginato potesse essere una comunista – aveva scritto un pezzo su non so
piú quale argomento, e me lo stava porgendo perché lo valutassi. Ricordo che
afferrai il foglio, incominciai a leggerlo e poi mi presi tutto il tempo
necessario, forse anche qualche istante in piú. La sentivo che si muoveva a
disagio sulla sedia, ma volevo godermi per bene quel momento, farlo durare a
lungo. Con gli occhi finsi di scorrere su e giú il suo articolo un paio di volte,
come alla ricerca di qualcosa, poi feci un bel sorriso e con la voce piú calda
che avevo a disposizione le dissi: «Guarda, non mi va di darti un parere cosí
su due piedi, forse è meglio se me lo lasci… Lo leggerò stasera, con piú calma,
e poi domani ti dico che cosa ne penso».
La professoressa si alzò in piedi, e tenendo lo sguardo basso s’incamminò
verso l’uscita. Quando fu sulla porta la chiamai e le dissi: «Di’ un po’, te lo
saresti mai immaginato?» Lei rifletté qualche istante. Poi, schietta, ammise:
«Sinceramente no…»
Quando tornò l’indomani le restituii il foglio con il suo articolo. Lei
sbiancò, ma non disse una parola. Era pieno di correzioni, di righe cancellate,
di frecce e asterischi. La massacrai, letteralmente: «La grafia di questo nome è
sbagliata», «Questo periodo che vuol dire?», «Perché qua sei andata a capo?»,
«Questo paragrafo me lo devi riscrivere!» Insomma, glielo feci risistemare una
mezza dozzina di volte, e poi un giorno le dissi che aveva raggiunto una
versione accettabile, finalmente glielo avremmo pubblicato. Dopo
quell’episodio lei non si fece mai piú vedere. Sui banchi di scuola mi aveva
cosí umiliato, e il destino per qualche motivo mi aveva concesso di rifarmi. È
la vendetta che tutti gli studenti vogliono avere, e che però nessuno ha.
Una mattina venni svegliato di buon’ora da mia madre: c’era lo sciopero
dei mezzi pubblici, e prima di andare al giornale avrei dovuto accompagnare
Floriana a scuola.
Era una bella seccatura, ma non potevo farci niente. Mia sorella mi
aspettava vicino alla porta, già vestita di tutto punto e pronta per affrontare la
giornata. Svogliatamente mi preparai, bevvi un caffè al volo e scendemmo in
strada. Non appena salimmo in macchina, Floriana mi chiese la cortesia di
passare a prendere una sua compagna: anche lei era rimasta a piedi e aveva
bisogno di un passaggio. Io guardai l’ora, sbuffai, poi mi feci dire qual era
l’indirizzo di questa sua amichetta. L’idea di fare da taxista a due ragazzine
non mi elettrizzava, ma sarei riuscito comunque ad arrivare al lavoro in
tempo e dunque presi la cosa con calma.
Quando salí sulla mia vecchia 500, sedendosi sul sedile posteriore e
ringraziandomi per la cortesia, dapprima neanche la guardai in faccia.
Guidavo in silenzio nel traffico nervoso di Roma, procedendo piú lentamente
del solito per via degli ingorghi che si erano creati quella mattina. Le due
ragazze chiacchieravano, e io mi accorsi che l’amica di mia sorella si
esprimeva come se fosse molto piú adulta della sua età. Frequentava il liceo
linguistico, eppure piú la sentivo parlare e piú mi sembrava una mia coetanea.
Quando arrivai alla loro scuola quasi mi dispiacque di dover andare in ufficio,
e per qualche giorno continuai a pensare a quel nome che mi aveva detto in
un sussurro presentandosi: Marisa.
L’occasione giusta capitò un paio di settimane dopo, quando una
domenica pomeriggio questa Marisa venne a casa nostra per fare i compiti
insieme a mia sorella. Le sentivo ridere in camera di Floriana, poi abbassare di
colpo la voce per dirsi all’orecchio chissà quale segreto, e poi di nuovo
scoppiare in una risata cristallina.
Approfittai del fatto che Floriana si fosse allontanata per rispondere al
telefono, che era nella sala da pranzo, e andai a salutarla. Non ricordavo che
fosse anche cosí bella. Ci mettemmo a chiacchierare, le domandai cosa
stavano studiando a scuola, e mi resi conto che non solo parlava come
un’adulta, ma era molto colta. Chissà perché, ma fino a quel momento avevo
immaginato che le ragazze di diciott’anni fossero delle ignoranti, delle
sfaticate… e invece lei mi teneva testa. Un attimo prima che mia sorella
rientrasse buttai lí il mio asso nella manica: in quanto recensore di un
importante giornale – dissi gonfiando il petto – avevo un invito per una
prima valido per due persone. Sarebbe stato il sabato successivo: voleva
accompagnarmi?
Da lí in poi cominciai a portarla sistematicamente a vedere i film con me,
alle anteprime, alle retrospettive… Mostravo il mio pass all’ingresso, e
condividevo con lei il buio della sala, e poi i dibattiti, i vernissage. Il cinema
ha questo di fantastico: unisce, come poche altre cose nella vita. Lei era
un’entusiasta, passavamo ore a chiacchierare di film, di libri, di arte… Ci
innamorammo.
Certo, non ero proprio il massimo della cavalleria: non appena in sala si
riaccendevano le luci io dovevo correre al giornale, dove restavo fino a tarda
notte per scrivere la recensione. Ma la mia vita era fatta cosí, prendere o
lasciare. Devo dire che lei accettava di buon grado questo mio volatilizzarmi
all’improvviso, capiva che era importante per la mia carriera e non si
opponeva mai.
Andammo in vacanza insieme. Mi era già successo di fare delle vacanze
con gli amici, ma erano state tutte esperienze virili: con loro si andava a
pescare, dormivamo dove capitava, vivevamo delle avventure da maschi allo
sbando… Con Marisa no. Era la prima volta che facevo una vera vacanza con
una fidanzata, e per lei immagino fosse lo stesso. Entrambi intendevamo
vivere un’esperienza da adulti, anche se a dire la verità non ci spingemmo
tanto lontani da Roma: ci fermammo a dormire nel Parco d’Abruzzo. Era
tutto molto selvaggio, vicino a un fiume montammo la nostra tendina e
sistemammo i fornelli e le nostre attrezzature. L’intenzione era di fermarci un
paio di settimane: cucinare lí e goderci la natura il piú possibile, del resto ero
stato un lupetto e in mezzo ai boschi sapevo come cavarmela.
Per qualche giorno andò tutto bene, finché una notte fummo svegliati da
una specie di fischio in lontananza. Quello era un posto isolato, pieno di
animali e di rumori inquietanti. Con la luce del sole era tutto affrontabile, ma
al buio ogni suono sembrava ingigantirsi: all’epoca cominciavano a circolare
brutte storie sulle coppiette che si appartavano da sole. All’inizio facevo un
po’ il cretino, dicevo che magari in quei boschi c’era una bestia feroce
affamata di sangue, oppure che il fantasma di un campeggiatore assassinato si
aggirava in cerca di vittime… Poi quando un uccello notturno, o chissà
cos’era, si posò proprio sopra la nostra tenda me la feci sotto anch’io, e
proposi a Marisa di andare in albergo. L’avventura era finita.
Trovammo una pensione: che bello che era, sembrava un paradiso, sul
letto, tranquilli… Non eravamo fatti per la natura selvaggia.
Fu un periodo entusiasmante. Al lavoro cominciarono ad affidarmi delle
interviste, ma all’inizio erano un mezzo disastro: ero troppo timido, me ne
stavo in un angolo, incapace di spiccicare parola… Era una lotta, mi
emozionavo per un nonnulla e sudavo in maniera bestiale. Non volevo
neanche stringere la mano al mio intervistato: a nessuno fa piacere toccare
una mano molliccia, bagnata. Ma col passare del tempo la mia
determinazione ebbe la meglio: imparai a controllare la timidezza, e il
confronto con gli altri divenne dapprima naturale, poi estremamente
appagante.
Una mattina, mentre facevo colazione al bar sotto la redazione, lessi sul
giornale che John Huston era a Roma, stava preparando La Bibbia: alloggiava
al Grand Hotel di via Veneto. Mi dissi che dovevo avvicinarlo a tutti i costi, e
fargli un’intervista esclusiva – sarebbe stato il mio capolavoro.
Quando proposi al giornale la mia idea, il capo-redattore mi guardò quasi
con tenerezza e mi spiegò che in redazione sapevano da tempo che Huston
sarebbe stato a Roma, purtroppo però non voleva parlare con nessuno:
«Meglio se ci rinunci». Eppure mi sembrava un’occasione unica, lui da solo
valeva mezza Hollywood… sarebbe stato da pazzi arrendersi. Cosí lo dissi a
tutti: «Vedrete che lo intervisterò», e in cambio ricevetti qualche risatina.
Certo, mi rendevo conto che era un’impresa tutt’altro che facile. Come al
solito, la prima cosa che feci fu chiedere a mio padre. Lui però non aveva degli
appigli concreti da offrirmi: «Se ci provi, ci riesci», fu piú o meno il suo
consiglio, e ancora una volta aveva ragione. Solo che John Huston non si
sarebbe fermato a Roma per sempre, dunque dovevo darmi da fare, e in fretta.
Brigai e brigai, feci telefonate e promisi favori a destra e a manca, fin quando
venni a scoprire a quale piano alloggiava. Cosí un giorno presi il coraggio a
due mani e mi presentai al Grand Hotel con il mio taccuino, le mie penne e
una buona dose di faccia tosta: ormai ero lanciatissimo. Nessuno mi fece
domande, nessuno mi fermò: con passo sicuro e sguardo fiero andai dritto
agli ascensori. Mentre salivo, mi guardai allo specchio e fu come se la
maschera da professionista che fino a quel momento avevo ostentato fosse
caduta all’improvviso: ero davvero un ragazzino. Ma dove volevo andare,
visto che sapevo sí e no tre parole di inglese? Anche se fossi davvero riuscito a
trovare John Huston, avrei rimediato la peggiore figura di merda della mia
vita. Mi avrebbe cacciato a pedate, e i colleghi avrebbero riso di me per
mesi… L’ascensore raggiunse il piano, e il suono delle porte che si aprivano
mi riportò alla realtà.
Davanti a me c’era un lungo corridoio, ancora una volta mi sarebbe
toccato attraversarlo in preda al panico, anche se per tormenti ben diversi da
quelli che avevano abitato la mia infanzia. A quei tempi il Grand Hotel non
era stato ancora rimodernato, ed era veramente il miglior albergo di Roma:
era antico, austero, e non si vergognava di esibire il lusso. Senza sapere in che
direzione andare, svoltai un paio di volte a destra e a sinistra, e mi dissi che
forse ero ancora in tempo per tornare indietro. A un certo punto passai
davanti a una suite, si capiva che non era una semplice stanza perché c’erano
quattro porte di legno massello. Avrei tirato dritto, se ai piedi di queste porte
non avessi visto una montagna di bottiglie: erano di whisky, di rum, di vino…