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Published by urbanapneaedizioni, 2016-09-22 15:32:53

0-9. ZERONOVE | 16Ruelle - FreeVersion

0-9. Zeronove - 16Ruelle - FreeVersion

2001

DUEMILAUNO

RECENSIONI 2001

LUPO: Air – 10000 Hz Legend
POMPEO: Mercury Rev – All Is Dream
ZUMPANI: Radiohead – Amnesiac
CATALDI: Daft Punk – Discovery
LUPO: Télépopmusik – Genetic World
ZUMPANI: The Strokes – Is This It
CASANO: Sparklehorse – It’s a Wonderful Life
PAULSEN: Tool – Lateralus
DI FIORE: Röyksopp – Melody A. M.
PAULSEN: Nick Cave – No More Shall We Part
LAMARTINA: Giardini di Mirò – Rise and Fall of Academic Drifting
PERRICONE: Zero7 – Simple Things
LUPO: Tortoise – Standards
LUPO: Björk – Vespertine

di ALESSANDRO LUPO

AIR
10000 Hz Legend
2001

ETICHETTA: Virgin 2001
NAZIONALITÀ: Francia
GENERE: Easytronica,
Psichedelia, Soundtrack
BRANI MIGLIORI: Tutti
DOVE ASCOLTARLO: In un drive-in
abbandonato, sullo sfondo la
Monument Valley
SE FOSSE UN COLORE:
Terra di Siena digitalizzata
SE TI PIACE ASCOLTA: The Flaming Lips,
Beck, Ennio Morricone

AIR
10000 Hz Legend

10000 Hz Legend è la colonna sonora di un film immagina- 2001
rio, di un mondo fantastico sinteticamente stilizzato nella
copertina in stile Roger Dean (Yes). L’album è costellato da
ricercatissimi suoni sintetici e invenzioni sonore eccen-
triche e geniali. Ogni traccia è un microcosmo, una storia
fatta di immagini musicali retro-futuristiche tra elettronica,
country, western, science fiction, horror e psichedelia.
[We are] Electronic Performers è un ironico manifesto este-
tico, dall’incedere maestoso tra splendidi tocchi di pianoforte
e gloriosi archi alla Morricone. How Does It Make You Feel
fa il verso a Wish You Were Here, ma qui la parte vocale è
un software text to speech che si scopre comicamente esse-
re qualcuno che “dovrebbe smettere di fumare”. Radio #1 è
un omaggio a Radio Ga Ga dei Queen. The Vagabond è una
esemplare psych-folk song. Nel finale la voce di Beck è ma-
nipolata elettronicamente con spassosa abilità. Radian ini-
zia con l’atmosfera sospesa di un vocalizzo orientaleggian-
te fino allo sviluppo dell’aggraziato downbeat tra Rhodes,
flauti e archi mellotronici. Nella coda il piano con effetto
“leslie” riech(oes)eggia i Pink Floyd... C’è poi la prostituta
tettona del west idealizzata di Wonder Milky Bitch, la biz-
zarra struttura techno con l’incantevole synth lisergico di
Lucky and Unhappy e le ammalianti strofe di Sex Born Poi-
son che sfociano nell’horror fumettistico fino al dramma-
tico epilogo. L’ultima traccia Caramel Prisoner è un addio
triste e contemplativo: l’astronave decolla e si sentono an-
che i motori.
Questo è il mondo leggendario degli Air: musicisti elettro-
nici, cacciatori lunari, narratori di nuove storie dagli ocea-
ni topografici, viaggiatori universali nel cielo di Lucy tra le
stelle di Kelly e folli diamanti. Buon viaggio.

di VITO POMPEO

MERCURY REV
All Is Dream
2001

ETICHETTA: V2 Records
NAZIONALITÀ: Stati Uniti
GENERE: Rock, Psichedelia
BRANI MIGLIORI:
The Dark Is Rising, A Drop In Time,
Spiders and Flies, Hercules.
DOVE ASCOLTARLO: Su un deltaplano
SE FOSSE UN COLORE: Azzurro
SE TI PIACE ASCOLTA: Flaming Lips,
Pink Floyd, Yo La Tengo

2001

MERCURY REV
All Is Dream

Di certo non si può dire che la caratteristica principale dei
Mercury Rev sia la sobrietà. Reduci dalla scorpacciata psi-
chedelica dei precedenti lavori, in All Is Dream Donahue e
soci definiscono il lavoro iniziato nel precedente e bellissimo
Deserter’s Songs dando vita a un caleidoscopio sonoro di as-
soluta suggestione. Tappeti di archi si fondono con chitarre
dissonanti, mentre theremin e mellotron creano immagini al
limite del cinematografico. Emblematiche da questo punto
di vista A Drop In Time e Spiders and Flies: colonne sono-
re di un film la cui proiezione è destinata elusivamente alla
mente dell’ascoltatore, dove si fa strada la stridula e a vol-
te stonata voce fuori campo di Jonathan Donahue, creando
un’atmosfera rarefatta e suggestiva. Eccessivi, stucchevoli?
Forse. Di certo padroni delle melodie e della loro capacità
evocativa. Non è rock. Non è più psichedelia. È musica totale.

2001

di FEDERICO ZUMPANI

RADIOHEAD
Amnesiac
2001

ETICHETTA: Parlophone 2001
NAZIONALITÀ: Regno Unito
GENERE: Alternative Rock,
Elettronica, Free Jazz, Krautrock
BRANI MIGLIORI: Pyramid Rock,
Morning Bell (Amnesiac),
Life In a Glass House
DOVE ASCOLTARLO:
Alla fine dell’estate, in una stanza
SE FOSSE UN COLORE:
Diverse tonalità di rosso
SE TI PIACE ASCOLTA:
Sempre i Radiohead

RADIOHEAD
Amnesiac

Quando ancora si parlava di experimental rock come di una 2001
nicchia artistica, soprattutto se c’era di mezzo la matrice
elettronica a far da guida, Amnesiac è stato un messaggio
premonitore forse per la ricerca di dimensioni isolanti come
autonomia emotiva (Pyramid Song; Pulk/Pull Revolving Do-
ors; You And Whose Army?) o per un tentativo di emersio-
ne dal tempo opprimente (Packt Like Sardines In a Crushd
Tin Box; I Might Be Wrong; Dollars and Cents). Il disco ri-
vela un’identità musicale imprevedibile e tutta da scoprire:
la tracklist, priva di ritornelli orecchiabili, intreccia pulsioni
e ricerche emotive in un tripudio di immaginazioni elettroni-
che. Amnesiac è astrazione al servizio della realtà, impianta
il senso del futuro eliminando quell’automazione che conta-
minava la natura umana in Kid A. I segnali che indicano una
fuga dall’isolamento sono forse in Knives Out o nella quiete di
Morning Bell (Amnesiac), ma la strategia è quella di lascia-
re spazio all’irrisolto. I tre brani conclusivi stanno a metà fra
immensità e sogno: se Hunting Bears rimane quasi un inter-
mezzo, Like Spinning Plates si presenta reduce di impianti
sonori reiterati. Ma il finale, Life In a Glass House, rende Am-
nesiac uno dei manifesti del 2000, immerso in un’atmosfera
jazz in cui tradizione e sperimentazione si fondono. Amnesiac
è la parte mancante di Kid A, nonché inizio di una ricerca che
cambia interpretazione e suono, un’architettura di immagini
sonore che abbandona l’equilibrio (illusorio?) di Ok computer.
Rimangono le inquietudini, le derive krautrock e l’armonia
elettronica degli spasmi emozionali. Non è facile scindere la
quiete dalla tempesta, ma la novità sta nella crasi musicale,
l’insieme di tormenti e gioie, l’immobilismo influenzato dal
dinamismo umano. La memoria diviene messaggio musicale
infinito, capace di illuminare molteplici strade.

di SERGIO CATALDI

DAFT PUNK
Discovery
2001

ETICHETTA: Virgin Music 2001
NAZIONALITÀ: Francia
GENERE: French House,
Elettronica, Nu-Disco
BRANI MIGLIORI: Harder Better Faster
Stronger, Verdis Quo, Digital Love
DOVE ASCOLTARLO: A casa durante
le pulizie settimanali
SE FOSSE UN COLORE:
Bianco fosforescente
SE TI PIACE ASCOLTA:
Justice, Digitalism, Kavinsky

DAFT PUNK
Discovery

Da deejay ho sempre guardato con enorme ammirazione (e
un pizzico d’invidia) ai Daft Punk. Se non altro perché sono
anche miei coetanei. Non è proprio da tutti partorire un ca-
polavoro di musica elettronica come il loro album d’esordio
Homework a soli 21 anni e diventare subito famosi. Ricordo
a chi legge che il disco in questione è quello che contiene
Around The World. Sfido a trovare qualcuno che non la co-
nosca e che non l’abbia ballata (anche tra le mura di casa)
più e più volte. I due re Mida dell’elettronica francese negli
anni non hanno mica perso colpi, anzi. La loro fama è cre-
sciuta a dismisura di anno in anno (ed anche la mia invidia)
sino al recentissimo successo planetario del singolo Get
Lucky e del relativo album Random Access Memories. Ma
parliamo di Discovery, per me l’apice insuperabile della loro
carriera: sei singoli estratti dall’album su quattordici brani
in totale e un fantastico filmato d’animazione giapponese a
supporto intitolato Interstella 5555 contenente tutti i brani
del disco e realizzato da Leiji Matsumoto (soltanto il creato-
re di Capitan Harlock per intenderci!). Discovery è la sintesi
perfetta di ciò che dovrebbe essere la musica elettronica
composta e pensata per le piste da ballo, ovvero brani pop
a sufficienza, ma mai banali, dai suoni ricercati e che striz-
zano l’occhio a chi già ci aveva provato prima, con magri
risultati, riuscendoci meglio. C’è del genio in tutto ciò, e il
genio è di pochi eletti. Infatti io continuo solo a fare il deejay
suonando sempre i brani dei miei coetanei francesi.

2001

di ALESSANDRO LUPO

TÉLÉPOPMUSIK
Genetic World
2001

ETICHETTA: Capitol
NAZIONALITÀ: Francia
GENERE: Synthpop, Trip-Hop
BRANI MIGLIORI: Breathe, Dance Me,
Love Can Damage Your Health
DOVE ASCOLTARLO: In aeroporto, di
notte, e fuori è aperta campagna
SE FOSSE UN COLORE:
Fucsia e verde clorofilla
SE TI PIACE ASCOLTA:
Röyksopp, Laika, Lamb

2001

TÉLÉPOPMUSIK
Genetic World

Nei primi anni duemila trip-hop e downtempo avevano già
espresso tutto il loro potenziale estetico e commerciale, ma
i francesi Télépopmusik rimescolano i generi e si inventa-
no un ibrido originale. Un sound notturno e lussureggiante,
dove elementi naturali come versi di animali, grilli, cicale
e uccelli sono “geneticamente modificati” con automazio-
ni ed elaborazioni elettroniche. In Genetic World è ancora
forte l’influenza di gruppi come Portishead, Massive Attack
e Lamb: ci sono i sample orchestrali, le atmosfere trippy e
la voce raffinata della scozzese Angela McCluskey. Ma l’al-
bum si ispira anche a synthpop, minimalismo ed elettronica
kraut: ritmi a cassa in quattro, synth sequenziati e abbon-
dante uso del vocoder. Ci sono soffici dancebeat: la splen-
dida apertura vocale quasi a cappella del singolo Breathe,
l’irresistibile Dance Me e la misteriosa Love Can Damage
Your Health con gli arrangiamenti orchestrali da spy mo-
vie anni sessanta. E poi contaminazioni hip-hop (Let’s Go
Again, Da Hoola), il trip-hop classico di Trishika, digres-
sioni nella canzone jazz (Yesterday Was a Lie) e Smile che
è un'idea di ballata elettronica. La dance senza iper com-
pressioni e mega effetti che “pompano” suonerebbe come
in Genetic World, sommessa, morbida e dinamica. Proprio
una boccata d’aria, just breathe...

2001

di FEDERICO ZUMPANI

THE STROKES
Is This It
2001

ETICHETTA: RCA
NAZIONALITÀ: Stati Uniti
GENERE: Indie Rock, Post-Punk
Revival, Garage Rock
BRANI MIGLIORI: The Modern Age,
Someday, Last Nite
DOVE ASCOLTARLO: Dovunque
SE FOSSE UN COLORE: Bianco e Nero
SE TI PIACE ASCOLTA: The Libertines,
Arctic Monkeys, Little Joy

2001

THE STROKES
Is This It

Nel 2001 arriva un disco ineccepibile, una miniera di intui- 2001
zioni, mai forzato, perfetto nel circoscrivere il dettaglio di
un’emozione. Probabilmente un’opera come questa rimar-
rà unica e tutto il resto sarà o un riferimento o un fiasco.
Sin dall’inizio, Is This It, aleggia come un rintocco sonoro a
passo composto, lasciando percepire il contesto, il suono
nudo e crudo come dovrebbe essere, corde e tamburi. Ad ar-
ricchire il tutto la voce di Julian Casablancas, che mantiene
tonalità e atteggiamenti da rocker maledetto. The Modern
Age possiede quel ritmo risoluto e costante che accompa-
gna pennate distorte tipiche di un punk rock in cui assoli
brevi e moderati firmano un brano perfetto. Soma e Barely
Legal tornano alle atmosfere sobrie iniziali, consolidando il
riferimento ai tempi andati. Someday è il brano più intimo,
fatto di poche note e di un coinvolgimento sonoro ben coor-
dinato. Alone, Together è fra i momenti più interessanti, con
un inizio controllato e un epilogo più svincolato. Last Nite,
apice del disco, resuscita una certa visione del rock’n’roll,
simboli, orpelli, tutto quello che appartiene al passato, solo
che si tratta di un brano del 2001. Hard to Explain è il brano
giusto nel posto giusto. New York City Cops è un’esplosio-
ne post-punk che colpisce più bersagli con pochi accordi e
un ritornello convincente. Is This it conferma la sua com-
pletezza con Trying Your Luck e Take It Or Leave It, per la
versatilità e l’elasticità espressiva. Ascoltare questo disco è
quasi necessario, perché regala realtà e reazioni differenti,
per quella semplicità e schiettezza che impedisce di scor-
gere la ricerca di facili consensi. Visti da lontano, gli Strokes
sono una foto ricordo del rock’n’roll di gloriosa tradizione
nel futuro, capaci di superare gli anacronismi e di regalare il
meglio con poche note necessarie e tanto talento.

di FABIO CASANO

SPARKLEHORSE
It’s a Wonderful Life
2001

ETICHETTA: Capitol Records 2001
NAZIONALITÀ: Stati Uniti
GENERE: Indie Painful Pop
BRANI MIGLIORI: Gold Day, Apple Bed,
It’s a Wonderful Life
DOVE ASCOLTARLO: Dopo un’operazione
di appendicite. O in alternativa,
dal dentista, con la testa ancora
gonfia per la novocaina
SE FOSSE UN COLORE: Per gli antichi greci
il blu era il colore della sofferenza…
SE TI PIACE ASCOLTA: Mercury Rev, Elliott
Smith, Vic Chesnutt

SPARKLEHORSE
It’s a Wonderful Life

È cosa risaputa che alcuni artisti hanno bisogno della soffe-
renza per creare. Non è una posa, in alcuni casi avere sto-
rie infelici alle spalle, è proprio una necessità. Ci si avvol-
gono dentro come in un rassicurante bozzolo e si isolano
dal mondo, mentre ogni giornata che passa è solo agonia
di ore. Quando poi riemergono, ecco che sfornano un capo-
lavoro. It’s a Wonderful Life è un capolavoro. Mark Linkous,
appartenente alla genia degli angeli decaduti – categoria in
cui figurano anche Elliott Smith e Vic Chesnutt – offre una
serie di piccoli bozzetti, quasi dei Vermeer, dove la musica si
dispiega in progressioni simil-beatlesiane, che somigliano
alle nuvole rosa che possiamo osservare al tramonto di un
giorno d’estate. Con compagni di strada del calibro di Tom
Waits, PJ Harvey, John Parish, Nina Persson dei Cardigans
(che ritroverà nel sodalizio musico-sentimentale del proget-
to A Camp) il buon Mark offre il meglio del suo talento. Le
sue canzoni fanno pensare alla quiete country dei Lamb-
chop o ad alcune libere reinterpretazioni dei Mercury Rev
o dei Radiohead. È un grande rimpianto che oggi Linkous
non sia più tra noi. Ascoltatelo nella cover di Wish You Were
Here dei Pink Floyd, inserito nella colonna sonora del film
Lords of Dogtown, un duetto con Thom Yorke, e capirete
cosa ci siamo persi.

2001

di FEDERICO DILIBERTO PAULSEN e SILVIA SIANO

TOOL
Lateralus
2001

non presente su spotify

ETICHETTA: Volcano Entertainment 2001
NAZIONALITÀ: Stati Uniti
GENERE: Progressive Rock,
Alternative Metal
BRANI MIGLIORI: Schism, Parabola,
Ticks and Leeches
DOVE ASCOLTARLO: Prima di una seduta
dallo psicologo
SE FOSSE UN COLORE: Qualunque colore
vi sembri, cambierà alla seconda
osservazione
SE TI PIACE ASCOLTA:
Isis, Follakzoid

TOOL
Lateralus

C’è chi non si fa domande e chi se ne fa troppe. Accade in
ogni campo e le arti non fanno eccezione. Noi forse rientria-
mo nella seconda categoria. Se anche voi, ad esempio, non
avete dormito per giorni dopo aver visto Mulholland Drive di
David Lynch e vi siete lambiccati il cervello alla ricerca della
spiegazione che trovasse un senso a ogni singolo delirante
fotogramma, capite di cosa stiamo parlando. I Tool affasci-
nano quelli come noi per la loro capacità di costruire labi-
rinti di universi sovrapposti, di insinuare il dubbio, di indurre
a un’ermeneutica delle loro menti bizzarre (per usare un
eufemismo). Di questo potere, i Tool sono ben consapevo-
li, e non si lasciano scappare occasione per disseminare in
ogni lavoro ghiotte esche per tutti gli amanti degli enigmi e
della stratificazione dei significati, nella migliore tradizione
psichedelica. Se poi, in Lateralus, i messaggi nascosti siano
stati inseriti per convinzione o per gioco è irrilevante. Ciò che
conta è l’irresistibile attrazione ipnotica che l’album suscita,
il suo farsi ascoltare e riascoltare nel tentativo di afferrarne
l’essenza. Qualora, invece, una simile ricerca non fosse nel
vostro interesse, Lateralus si può anche accettare per quel
che è: una galassia lontana, perfetta, misteriosa, imponen-
te, eppure, allo stesso tempo accessibile. Una nebulosa da
contemplare, in stato di catarsi ipnotica, aspettandosi brividi
lungo la schiena. Complici soprattutto la magnifica presta-
zione del batterista Danny Carey e il canto viscerale di May-
nard James Keenan, l’anima metal dei Tool non viene meno,
trovando però, una diversa collocazione all’interno di una
complessità sonora articolata, compiuta e coerente.

2001

di MARGHERITA G. DI FIORE

RÖYKSOPP
Melody A. M.
2001

ETICHETTA: Wall of Sound 2001
NAZIONALITÀ: Norvegia
GENERE: Elettronica,
Downtempo, Ambient
BRANI MIGLIORI:
Eple, Poor Leno, Remind Me
DOVE ASCOLTARLO: Nella tua camera
dopo una giornata fredda
SE FOSSE UN COLORE:
Giallo, dall’oro al pallido
SE TI PIACE ASCOLTA:
The Knife, Air

RÖYKSOPP
Melody A. M.

Un abbraccio caldo e confortante dopo ore all’aperto sotto 2001
zero: questo album è un consolatorio e seducente recu-
pero di energie che si diffondono traccia dopo traccia. Un
movimento di suoni senza apici con una capacità costante
di sollevarti dall’inquietudine, di accarezzare le pieghe del
viso per distenderle, e in un momento non esiste altro che la
breve, invitante prospettiva di restare immobili. Così, seduti
sul bordo di una giornata che sta per finire, o di una notte
che porta con sé frammenti dolorosi, si spalancano aurore
downtempo, si intercettano irresistibili beat che per un at-
timo portano i piedi altrove, e non mancano idilli ambient e
inquadrature synth pop. So Easy trasporta nel punto più a
nord che riusciamo a immaginare, ci lascia intrappolati nei
bassi per poi aprire ogni passaggio con un canto leggero che
evoca leggende del mare, Eple è un incantesimo sintetico
che conquista con facilità, è felicità al netto dei rimpianti.
In Space l’incrocio esatto tra la nostalgia e un presente di
morbidezze e sogni, scene in bianco e nero di noi che ballia-
mo stretti mentre corde celestiali creano il sottofondo idea-
le. Poor Leno con la voce di Erlend Øye è la disco che scivola
su pavimenti dreamy, una dancefloor dove la materia non
risponde alle leggi gravitazionali. La stessa voce guida Re-
mind Me attraverso un passato di fitti boschi che si estendo-
no dal Baltico alla luna per arrivare in questa stanza fresca
in tinte pastello, senza scordare fiori per te e lucciole per
me. Il sassofono di She’s So è sentimento che si insinua tra
i ghiacci, una mano che afferra un istante perduto: l’istante
in cui l’abbraccio caldo finisce ma a te rimane addosso il
profumo, il desiderio di trovarlo di nuovo dopo ore, giorni di
freddo polare sulla pelle e temperature volubili sopra al dia-
framma, dietro lo sterno, tra i polmoni, proprio lì.

di FEDERICO DILIBERTO PAULSEN e SILVIA SIANO

NICK CAVE
AND THE BAD SEEDS
No More
Shall We Part
2001

ETICHETTA: Mute Records 2001
NAZIONALITÀ: Regno Unito
GENERE: Dark Rock, Cantautorale
BRANI MIGLIORI:
As I Sat Sadly By Her Side,
Hallelujah, Fifteen Feet of Pure
White Snow
DOVE ASCOLTARLO: In casa, nella
giornata più grigia di novembre
SE FOSSE UN COLORE: Rosso scuro
SE TI PIACE ASCOLTA:
Leonard Cohen, Shilpa Ray

NICK CAVE AND THE BAD SEEDS
No More Shall We Part

La serenità è un concetto relativo. A volte, affrontare l’oscu-
rità in cui risiedono i nostri demoni può essere terapeutico.
Per quanto incredibile, può capitarci anche di desiderare
le condizioni ideali per un pianto disperato e liberatorio. In
quei momenti, l’ascolto di No More Shall We Part può ri-
velarsi risolutivo. Nel disco è lo stesso Nick Cave a uscire
vincitore dal confronto con i suoi demoni (e ne ha tanti, cre-
deteci). Ricorrono i temi della malattia e della guarigione,
riferiti a uno stato non tanto fisico quanto emotivo. L’autore
viene a patti con il suo animo tormentato. Trasforma moda-
lità espressive e tematiche, ma non la sua natura. L’inquie-
tudine rimane forza vitale e imprescindibile. Cave non può
fare a meno di essere inquieto o inquietante anche nella
pacificazione. Come il folle protagonista di Hallelujah, l’ar-
tista ha raggiunto un equilibrio al quale non vuole rinun-
ciare. Non per questo, però, le tenebre hanno abbandonato
il suo cuore. Gli archi e il piano assumono un ruolo domi-
nante. Versi e suono si fanno sussurrati e struggenti, ma
non perdono in potenza rispetto alle urla dei Birthday Party
o dei primi Bad Seeds: sono altrettanto in grado di colpire
al cuore. All’epoca della sua uscita, l’album ci ha rivelato
un volto inedito di Re Inkiostro. Oggi, esso rappresenta un
imperdibile viaggio nell’abisso che passa per racconti an-
goscianti (Fifteen Feet of Pure White Snow), invocazioni
strazianti (Sweetheart Come) e una personalissima visione
del divino che pervade l’intero lavoro. L’ascolto pone anche
noi di fronte al dio che ossessiona Nick Cave: onnipresente
eppure distaccato, incurante delle umane sofferenze così
come dei buoni sentimenti.

2001

di MANFREDI LAMARTINA

GIARDINI DI MIRÒ
Rise and Fall
of Academic
Drifting
2001

ETICHETTA: Homesleep Records 2001
NAZIONALITÀ: Italia
GENERE: Post-Rock
BRANI MIGLIORI: Pet Life Saver,
Little Victories, Penguin Serenade
DOVE ASCOLTARLO:
In una stanza in penombra,
abbracciati alla persona amata
SE FOSSE UN COLORE:
Avrebbe le sfumature di una
Jazzmaster dai legni pregiati
SE TI PIACE ASCOLTA:
Good Morning Finch

GIARDINI DI MIRÒ
Rise and Fall of Academic Drifting

Rise and Fall of Academic Drifting dei Giardini Di Mirò è una
sorta di colonna sonora dolente e post-rock, con una gram-
matica dei riverberi che avvolge e consola, portandoti un
po’ più in alto rispetto alle bassezze del pianeta. Pet Life
Saver suggerisce che ci vorrebbero dei salvatori di anima-
letti sparsi per le strade del mondo. Perché questo è ciò che
siamo: animaletti. Alcuni comici, altri spaventati, la mag-
gior parte guerrieri. Quando esce questo disco, nel 2001,
viene ammazzato un manifestante al G8 di Genova. Altri
vengono torturati, umiliati, terrorizzati e i carnefici restano
impuniti. Ma il peggio non è che l’inizio: in America cadono
le torri gemelle, fanno qualche migliaio di morti e lasciano
un buco nero nel centro della Storia. Insomma, non solo un
altro mondo è impossibile, ma quello in cui ci ritroviamo
ha azionato il timer per l’autodistruzione. Comincia dunque
quella catena di eventi che renderà la Terra un posto domi-
nato dalla paranoia e il decennio zeronove qualcosa di si-
mile a una lunga, tortuosa e snervante seduta dall’analista.
Un analista di nome George W. Bush.

2001

di FRANCESCA PERRICONE

ZERO7
Simple Things
2001

ETICHETTA: Ultimate Dilemma
NAZIONALITÀ: Regno Unito
GENERE: Downtempo,
Elettronica, Ambient
BRANI MIGLIORI: I Have Seen, Destiny,
In the Waiting Line
DOVE ASCOLTARLO: A casa in una
domenica uggiosa d’autunno
SE FOSSE UN COLORE: Bianco
SE TI PIACE ASCOLTA:
Thievery Corporation, Bonobo, Sia

2001

ZERO7
Simple Things

Ricordo bene i primi del duemila, in cui c’è stato il boom
della musica chill out.
Nella Palermo da bere i nuovi locali in stile Buddha Bar ci
drogavano di album Cafè del Mar ambient, jazz e soft sam-
ba. Ai primi happy hour “alla milanese” tra un pezzo risicato
di sfincione, la guida sull’India e un aperol spritz, si parlava
di buddismo, yoga e Ibiza pianificando il prossimo viaggio
radical freak alla ricerca di se stessi. Ok, ai tempi ero un po’
schizzinosa, appassionata a generi simili ma di qualità su-
periore come il trip-hop e l’electro-ambient degli Air, tolle-
ravo a malapena questa fuffa modaiola senza anima. Eppure
mi ricordo felice nel 2001 quando scoprii un album chill out
diverso dagli altri, con le palle. Inaspettatamente romanti-
co e sexy, Simple Things senza dubbio rientra per direttis-
sima nella categoria easy listening molto in voga in quegli
anni. La traccia soul/pop Destiny ha accompagnato diverse
pubblicità in tutta Europa, persino Alitalia ce lo propinava in
aereo poco prima del decollo (il brano In the Waiting Line ci
cascava proprio a pennello). Non ci vuole molto con gli Zero7
per sentirsi a proprio agio, magari seduti comodi a casa a
sorseggiare un bicchiere di vino. Dietro le atmosfere soul
ovattate e calde, dai ritmi elettronici leggeri ed easy liste-
ning, questo disco rivela un carattere passionale deciso in
cui possiamo rispecchiarci. Simple Things, come suggerisce
il titolo, è un album semplice ma con una grande forza che
resiste al passare del tempo e delle mode.

2001

di ALESSANDRO LUPO

TORTOISE
Standards
2001

ETICHETTA: Thrill Jockey
NAZIONALITÀ: Stati Uniti
GENERE: Post-Rock
BRANI MIGLIORI:
Seneca, Monica, Speakeasy
DOVE ASCOLTARLO:
In casa giocando a Tetris
SE FOSSE UN COLORE: I colori frastagliati
di un film in VHS rovinato
SE TI PIACE ASCOLTA: To Rococo Rot,
Mouse on Mars, Matmos

2001

TORTOISE
Standards

Standards potrà essere ricordato come l’ultimo album del
post-rock classico, un genere ”inventato” dagli Slint con
David Pajo ed il produttore Steve Albini, che per tutti gli anni
novanta si è diversificato in varie forme e interpretazioni.
Standards è un laboratorio: melodie brillanti, elettronica
kraut, avanguardia minimalista americana e soprattutto una
grande ricerca ritmica con una cura puntigliosa dei sample
di batteria. Percussioni, chitarre, bassi, vibrafoni, marim-
ba e synth lavorano in concerto e costruiscono complesse
architetture strumentali. Seneca apre l’album con travol-
genti rullate seguite da un poderoso groove hip hop destrut-
turato, incalzano poi i beep impazziti di Eros tra succulenti
armonie a due bassi e il bislacco synth “parlante”. Ci sono
trame sonore incastonate in tempi irregolari come la mo-
notona Eden 1 e le briose Benway e Sixpack. C’è l’ambient
di Firefly e lo strabiliante funk di Monica con gli irresisibili
loop di batteria passati al phaser ed editati con precisione
maniacale. E a concludere l’ispirato tema jazz di Speakeasy.
Difficile trovare un altro album dove Steve Reich convive così
bene con Dj Shadow, i Weather Report con i Don Caballero e
i Neu! con Morricone.

2001

di ALESSANDRO LUPO

BJÖRK
Vespertine
2001

ETICHETTA: One Little Indian
NAZIONALITÀ: Islanda
GENERE: Orchestral Pop, Elettronica
BRANI MIGLIORI: It’s Not Up to You,
Aurora, Pagan Poetry
DOVE ASCOLTARLO:
In una gigantesca grotta marina
SE FOSSE UN COLORE: Acquerello color
ghiaccio e blu oltremare
SE TI PIACE ASCOLTA:
Jóhann Jóhannsson, Mùm, Lamb

2001

BJÖRK
Vespertine

Vespertine è il punto di arrivo di una ricerca estetica iniziata
nei primi anni novanta, un apice artistico in perfetto equili-
brio tra sperimentazione e pop. Dopo, con Medùlla, Biophi-
lia e Vulnicura, Björk si sarebbe spinta fino all’avanguardia
più estrema.
Mixato e co-prodotto da Mike “Spike” Stent, l’album è un
capolavoro per idee musicali, tecnica del suono, arrangia-
menti e soluzioni peculiari: basi elettroniche minimaliste,
(featuring Matmos e altri producers), una grande orchestra
e un imponente coro di voci femminili. E poi i glockenspiel,
i clavicembali, la celesta, nonché la stessa voce di Björk,
veicolo espressivo di un intenso mondo emozionale. Il tema
chiave di Vespertine è l’amore, mondano, sensuale e tra-
scendentale: c’è amore nella creazione artistica, nella na-
tura, nell’esistenza stessa. Il sesso è un atto sacro e totale
ed è pagana poesia come nella solenne Pagan Poetry. Hid-
den Place è il luogo fisico e spirituale dove si incontrano gli
amanti. La paradisiaca It’s Not Up to You, con sferzate im-
pressioniste dell’orchestra, è un invito all’abbandono estati-
co alla vita. Björk si fonde poi col paesaggio del crepuscolo
personificato dalla dea Aurora cantando melodie celestiali
accompagnate dal suono terso dell’arpa. In Cocoon invece
sospira e ansima come una bambina innamorata raccontan-
do con disarmante fragilità l’amore per un giovane ragazzo.
Björk è un’artista matura e totale, che non ha paura di mo-
strare i propri lati più profondi e Vespertine è un colosso, un
solido monumento alla potenza dionisiaca della Natura.

2001



2002

DUEMILADUE

RECENSIONI 2002

LAMARTINA: Sigur Rós − ()
CASANO: Johnny Cash − American IV: The Man Comes Around
PERRICONE: The Chemical Brothers − Come with Us
PERRICONE: Sharon Jones & The Dap-Kings −
Dap Dippin’ with Sharon Jones and The Dap-Kings
BAJARDI: Boards of Canada − Geogaddi
LAMARTINA: The Notwist − Neon Golden
CASANO: Damien Rice − O
CASANO: Beck − Sea Change
LUPO: Low − Trust
ZUMPANI: Interpol − Turn On the Bright Lights
POMPEO: Wilco − Yankee Hotel Foxtrot
ZUMPANI: The Flaming Lips − Yoshimi Battles the Pink Robots
LAMARTINA: Broken Social Scene − You Forgot It in People

di MANFREDI LAMARTINA

SIGUR RÓS
()
2002

ETICHETTA: Fat Cat Records
NAZIONALITÀ: Islanda
GENERE: Post-Rock
BRANI MIGLIORI: I primi tre
DOVE ASCOLTARLO: In auto percorrendo
i silenzi della Hringvegur
SE FOSSE UN COLORE:
Avrebbe i riflessi turchesi degli
iceberg del Jökulsárlón
SE TI PIACE ASCOLTA:
Múm, The Album Leaf

2002

SIGUR RÓS
()

A Reykjavik la pioggia orizzontale rende obsoleto il con-
cetto di ombrello. Ma questo non ferma una quindicina
di ragazzine che rappano in islandese su un palco mezzo
sgarrupato che si trova alla fine di una via del centro. Alcu-
ne di queste giovani donne sono vestite come delle piccole
Wonder Woman col trenta per cento di sconto, altre sem-
bra che abbiano appena dato diritto privato all’università.
Poco distante il cartellone del Solstice Festival annuncia
Wu-Tang Clan, FKA Twigs e Kelis. Non proprio la mia tazza
di tè. Chiedo allora a una presunta diciottenne dove pos-
so ascoltare roba post-rock alla Sigur Rós: lei mi guarda
come se fossi Gaetano Curreri al Gods of Metal e capisco
che non è aria. Insomma, in Islanda cercavo malinconia e
ho trovato euforia. Eppure basta uscire da Reykjavik e per-
correre in senso antiorario la strada principale dell’Islanda,
la Hringvegur, per trovare quello che cerco: spazi infiniti,
desolazione necessaria, panorami che riempiono lo sguar-
do per sempre, come un ricordo che si inceppa nel cervel-
lo e non va più via. L’Islanda è davvero una parentesi del
mondo. Con i Sigur Rós che, lentamente, ti accompagnano
a sfiorare il circolo polare artico con un paio di note e tutta
la magia aliena che sanno esprimere solo loro.

2002

di FABIO CASANO

JOHNNY CASH
American IV:
The Man Comes
Around
2002

ETICHETTA: American Recordings 2002
NAZIONALITÀ: Stati Uniti
GENERE: Johnny Cash
(è un genere inimitabile...)
BRANI MIGLIORI: Tutti
DOVE ASCOLTARLO: Seduti su una sedia
di plastica sul pianerottolo del vostro
monolocale, immaginando di dondolarvi
sul patio di una fattoria in Kansas
SE FOSSE UN COLORE:
Lo chiamavano The Man in Black…
SE TI PIACE ASCOLTA: Johnny Cash,
Johnny Cash e ancora Johnny Cash

JOHNNY CASH 2002
American IV:
The Man Comes Around

Avete mai visto il film L’ultima Profezia di Gregory Widen?
È una storia di lotta tra angeli, buoni e cattivi, di uomini che
perdono la fede e poi la ritrovano, della ricerca di un’anima
dannata che può far volger il conflitto a favore di uno schie-
ramento piuttosto che dell’altro. A un certo punto spunta
fuori anche il Diavolo, Lucifero in persona, che avrà una par-
te importante nella vicenda. Prima di scomparire, piuttosto
adirato, perché si è reso conto di essere stato giocato an-
cora una volta (non vi racconto la trama. Satana è il buon
Viggo Mortensen pre-Aragorn), lancia un ultimo anatema a
uno dei protagonisti, l’uomo che si è schierato con gli an-
geli buoni: ricordati di lasciare sempre una luce sul comodino
la sera. E mentre svanisce, trasformandosi in uno stormo di
uccelli notturni, il suono minaccioso di questa frase risuona
nell’aria, lasciando la sensazione di un pericolo oscuro, della
presenza di un Male al quale non vogliamo dare un nome.
È proprio la lotta tra il bene e il male, l’oscurità e la luce,
che evoca l’ultimo lavoro di Johnny Cash, le registrazioni
prodotte da Rick Rubin, effettuate nella solitudine della sua
casa trasformata in un fatiscente mausoleo. Fatevi un re-
galo: comprate l’opera completa. Esiste anche un cofanetto
con tutto quello che non è stato inserito nei dischi. Ha voluto
lasciare una luce accesa proprio quando avvertiva di essere
giunto al termine della sua pista e l’oscurità che gli si strin-
geva intorno presto l’avrebbe inghiottito.
La sua voce, l’intensità delle sue interpretazioni, trasforma-
no Hurt dei Nine Inch Nails in un requiem ateo, Personal Je-
sus dei Depeche Mode nella professione di fede di un grande
peccatore, In My Life dei Beatles in un testamento spirituale.
Accendiamo sempre un lume la sera. E preghiamo ogni tanto
per l’anima di Johnny Cash.

di FRANCESCA PERRICONE

THE CHEMICAL
BROTHERS
Come with Us
2002

ETICHETTA: Virgin Records
NAZIONALITÀ: Regno Unito
GENERE: Big Beat, Elettronica
BRANI MIGLIORI:
Hoops, My Elastic Eye, The Test
DOVE ASCOLTARLO:
Dal vivo, in cuffia a volumi alti
SE FOSSE UN COLORE: Sabbia
SE TI PIACE ASCOLTA: Fat Boy Slim,
Fischerspooner, Basement Jaxx,
The Prodigy

2002

THE CHEMICAL BROTHERS
Come with Us

Bologna 2002. «Non puoi capire Frà, sti mesi sono sta- 2002
ti bestiali, altro che Palermo, all’Uni ci sono certi bonaz-
zi, venerdì scorso festino techno al Link, poi mercoledì ho
iniziato il corso di circo acrobatico e tessuti che è una fi-
gata pazzesca! Benvenuta a Bolo! Come vanno le cose?».
Alzo le spalle: «Bah Palermo la conosci, solita palla, stessa
gente di sempre, piuttosto che facciamo in questi giorni?».
Espone il suo piano divertimenti: «Domani giro al mercato
Montagnola, di sera festa del raccolto al Livello 57, dome-
nica mangiamo le crescentelle, poi rassegna di cinema rus-
so..». La interrompo: «Lo sai che oggi suonano i Chemical
Brothers a Milano?». Mi guarda con occhi sgranati: «Stai
scherzando? I Chemical? No vabbè andiamo al volo, sono
solo due ore di treno!».
Non potevo desiderare un programma migliore. Ho sempre
amato i fratelli chimici e la loro elettronica pulita, travolgen-
te. Quell’anno era pure uscito Come With Us, un mix di suoni
world (It Begans in Africa), breakbeat (Hoops), funk (Gala-
xy Bounce) e addirittura pop (The Test) che aveva sancito il
trionfale ritorno dei Chemical Brothers sulle scene electro
underground.
Dal vivo, il sound potente e i visuals ad effetto loop mandano
sempre il pubblico su un altro pianeta, quasi ipnotizzandolo.
Assistere a quest’evento a diciannove anni con la tua cara
compagna di avventure è un’esperienza davvero indimenti-
cabile. Ricordo di aver danzato fino allo sfinimento. All’usci-
ta del concerto, l’ultimo treno era già partito, abbiamo fatto
l’autostop, ci hanno dato un passaggio dei ragazzi emiliani
simpatici e non troppo sballati. Abbiamo tagliato la nebbia
sulla Pianura Padana di notte, Setting Sun alla radio, sfrec-
ciando felici alla volta di Bolo.

di FRANCESCA PERRICONE

SHARON JONES
& THE DAP-KINGS
Dap Dippin’ with
Sharon Jones and
The Dap-Kings 2002

ETICHETTA: Daptone Records 2002
NAZIONALITÀ: Stati Uniti
GENERE: Funk, Soul, R&B
BRANI MIGLIORI:
Gotta a Thing On My Mind,
Ain’t It Hard, Got to Be the Way It Is
DOVE ASCOLTARLO: Quando la festa
diventa un mortorio, è il momento
di suonare questo disco
SE FOSSE UN COLORE: Giallo, Rosso
SE TI PIACE ASCOLTA:
Lynn Collins, Marva Whitney,
Mary J Hopper, Aretha

SHARON JONES & THE DAP-KINGS 2002
Dap Dippin’ with Sharon Jones
and The Dap-Kings

Ah, grazie a Dio esistono etichette come Daptone Records
pronte a investire tempo, denaro e risorse su artisti Soul/
Funk alla vecchia maniera. Sebbene questo genere sia sta-
to messo da parte per qualche decade, tacciato di essere
troppo di nicchia e old fashion (come diavolo si sono per-
messi?!), possiamo tirare un sospiro di sollievo, ragazzi: il
funk è vivo e lotta insieme a noi!
Fra gli emergenti dei primi duemila è doveroso citare l’esplo-
siva Sharon Jones accompagnata dalla band The Dap Kings.
Avete presente il disco James Brown’s Original Funky Di-
vas? Bene, considerate la Jones come la prima funky diva del
nuovo millennio, la Lynn Collins dei giorni nostri, solo un po’
più matura. Ha raggiunto il successo grazie all’album debut-
to Dap Dippin’ nel 2002, alla soglia dei 50 anni dimostrando
energia e carisma da vendere. Basta ascoltare Introduction
per sentirsi parte di uno show esclusivo e divertentissimo
che ricorda molto l’intro di Soul Finger nella versione Blues
Brothers. Il presentatore invita sul palco Miss Sharon Jones
che fa il suo regale ingresso in sala tra applausi fragorosi.
Got a Thing On My Mind apre le danze infiammando il pubbli-
co e qualcosa ci suggerisce che non riusciremo a star fermi
neanche un minuto. Tutto l’album richiama le immagini di
balli ritmati dai jingles, organi hammond, sudori, gente presa
bene, trombe, sax, sculettamenti, gonne al vento, mani all’a-
ria, heavy funk, soul, r&b, gospel ohhh yeah e ci sembra di
raggiungere il cielo a suon di musica, di avvicinarci a quel Dio
onnipotente che rilasciava interviste tv con occhialoni impro-
ponibili completamente ubriaco le cui iniziali stanno stampa-
te su tutte le bottiglie verdi e gialle del whiskey.
E che veniva proprio da Augusta, South Carolina, la stessa
città della nostra Soulsister Sharon Jones.

di MARIO BAJARDI e ALESSANDRO SANFILIPPO

BOARDS OF CANADA
Geogaddi
2002

ETICHETTA: Warp
NAZIONALITÀ: Scozia
GENERE: IDM, Ambient, Trip-Hop
BRANI MIGLIORI: 1969
DOVE ASCOLTARLO:
In una navicella per Marte
SE FOSSE UN COLORE:
Rosso e giallo, come la copertina
SE TI PIACE ASCOLTA: Autechre

2002

BOARDS OF CANADA
Geogaddi

Una vibrazione che aumenta brano dopo brano. Uno stile,
una forma, uno spessore e pochi accordi, l’inizio e il LA di
Geogaddi. Poi una massa enorme e informe di suoni, una
vastità così grande che è difficile, se non impossibile, de-
scrivere nel dettaglio tutti i brani. Un album così strano che i
due, folli, artisti decisero di presentarlo in sei chiese sparse
per il mondo: da Londra a Tokyo da Berlino a New York. Ma,
cosa più importante, il valore storico di questo albumone è
il susseguirsi di melodie, ritmi di precisione architettonica
e rumori: soundesign ipermoderno. Descriverne la vastità,
non secondo i brani, ma secondo i suoni, gli spezzoni radio-
fonici di cori di bimbi geneticamente trasformati, drones,
suoni spaziali. E tutto questo possiede un calore e una dol-
cezza donati dalla strumentazione analogica. Non vengono
usati pc o mac o laptop ma solo drum-machine e synth: un
lungo viaggio nell’elettronica d’avanguardia. Potrebbe esse-
re una soundtrack per un film o potrebbe essere la vostra
mente mentre guidate una macchina per un lungo viaggio
surreale. Solo così potrà far parte della vostra biblioteca.

2002

di MANFREDI LAMARTINA

THE NOTWIST
Neon Golden
2002

ETICHETTA: Virgin Records 2002
NAZIONALITÀ: Germania
GENERE: Indietronica
BRANI MIGLIORI: One Step Inside
Doesn’t Mean You Undersand,
Pick Up the Phone, Consequence
DOVE ASCOLTARLO: In un parco in un
sabato pomeriggio d’autunno
SE FOSSE UN COLORE: Sarebbe il colore
rosso, quello che traspare dal viso
quando ci si emoziona
SE TI PIACE ASCOLTA: Tellaro

THE NOTWIST
Neon Golden

Milano quest’estate ha deciso di trasferirsi a Istanbul sen- 2002
za dire niente a nessuno: fuori ci sono ventinove gradi alle
undici di sera. Io che sono un tipo che suda pure sotto la
doccia, mi trovo in grande difficoltà. Il freddo lo combatti,
il caldo lo subisci, soprattutto se sei al primo piano e devi
tenere chiuse le finestre perché un gruppo di quarantenni
sul marciapiede ha deciso che il fine settimana comincia il
martedì sera. Mi ritrovo blindato in camera da letto, senza
un condizionatore ma con un ventilatore che frulla l’aria
come se fosse un phon senza mezze misure. Dormire è
impossibile, non ci riuscirei nemmeno davanti a una pun-
tata di True Detective o Mad Men. E allora fisso la parete
davanti a me. Che di solito racconta tutto senza dire nulla.
Perché una parete è un concetto in evoluzione, cresce e
cambia con te. Se ripenso alle numerose camere da letto
che mi hanno accolto da quando sono nato a oggi esce fuori
una sequenza interessante di robe appese e poi rimosse
dai muri: un trenino adesivo coloratissimo; Pippo tennista;
un eccesso di adesivi di Topolino schermidore; una me-
daglia d’oro del nuoto; la prima pagina del Corriere dello
Sport con il terzo posto dell’Italia nel 1990; un calendario
di animali dell’Asia; un poster con dedica di Fargetta; gli
Smashing Pumpkins; i Nirvana; la copertina di Hail to the
Thief dei Radiohead con una serie di parole a caso, delle
quali la più rassicurante è “decay”; i Clash; i Notwist; una
zanzara morta da una settimana con del sangue secco in-
torno; una ragnatela; una crepa lunga e irregolare. Ecco,
io non so che cosa voglia dire tutto ciò. Nel dubbio prendo
lo smartphone, cerco Consequence dei Notwist, chiudo gli
occhi e lascio che sia un’indietronica gentile e un po’ triste
a trarre le conclusioni.

di FABIO CASANO

DAMIEN RICE
O
2002

ETICHETTA: 14th Floor Records 2002
NAZIONALITÀ: Irlanda
GENERE: Folk Cantautorale con
tendenza alla svenevolezza
BRANI MIGLIORI: Cannonball, Volcano,
The Blower’s Daughter
DOVE ASCOLTARLO: A Wimbledon,
mentre assaporate una coppa di
fragole e panna
SE FOSSE UN COLORE: Verde e basssssta…
per la Barba di San Patrizio !!!
SE TI PIACE ASCOLTA: John Martyn,
Glen Hansard, Van Morrison

DAMIEN RICE
O

Permettetemi di auto citarmi: Damien Rice è un Lucky Loser.
È come quei giocatori di tennis che per un casuale dono
della dea bendata, accedono al tabellone principale di Wim-
bledon e riescono a vincerlo. Nessuno, quando è uscito O,
si aspettava che il nuovo bardo irlandese, totalmente sco-
nosciuto al suo debutto, riuscisse a sfornare tante canzoni,
così semplici e così indimenticabili. Poi arriva il film Closer,
con la sequenza finale sulla bellissima Natalie Portman che
cammina tra la folla, e il sottofondo musicale affidato alla
ballata strappalacrime The Blower’s Daughter e vai con
game, set, partita e incontro…
È innegabile che pezzi come Cannonball, la figlia del soffia-
tore qui sopra, Volcano siano miniature dense di romanti-
cismo e sentimento, cose che il buon John Martyn riusciva
a comporre a testa in giù e completamente ubriaco, anche
se molto ha contribuito al successo, il physique du rôle di
Damien, triste e tormentato come manco un poeta ossiani-
co poteva essere. La storia non ha avuto un lieto fine. Nelle
prove successive, Rice non è stato più capace di ritrovare
lo stato di grazia del primo disco. Anche se apprezzabili, i
nuovi lavori appaiono incompleti e con brani scritti più con
mestiere che con il cuore.
Come un Lucky Loser che si rispetti, Damien ha vinto Wim-
bledon, ma da allora non è riuscito più a passare un primo
turno. Peccato.

2002

di FABIO CASANO

BECK
Sea Change
2002

ETICHETTA: Geffen Records 2002
NAZIONALITÀ: Stati Uniti
GENERE: Country, Acoustic Mood
BRANI MIGLIORI: The Golden Age,
Round the Bend, Sunday Sun
DOVE ASCOLTARLO: Seduti su uno
scoglio a Stinson Beach, vicino a San
Francisco. Uno squalo bianco vi ha
strappato le gambe. Non si surfa più.
SE FOSSE UN COLORE: Ottanio oceano… ;-)
SE TI PIACE ASCOLTA: Nick Drake,
Beth Gibbons and Rusty Man,
Gram Parsons

BECK
Sea Change

Quando Beck debutta nel 1994 con Mellow Gold, molti lo
vedono come il nuovo salvatore della musica rock. Cobain
si è fatto saltare le cervella da poco e il ragazzino bion-
do che mescola con bravura hip-hop, rock classico, folk,
low fidelity viene visto come il nuovo sovrano della scena
alternativa. Ma si vedrà con i lavori successivi, aperti a in-
fluenze di ogni genere, dal soul al tropicalismo di Velosia-
na memoria, al noise delle uscite parallele alla discografia
“ufficiale”, che il tipo in questione si diverte a confondere
le idee ai Soloni delle classificazioni. Nel 2002, causa una
delusione amorosa (la colpevole una famosa attrice, che
non menzioniamo) il Nostro licenzia un lavoro old style, ri-
flessivo, acustico con rimandi all’opera di Gram Parsons o
di Nick Drake.
Ed è proprio l’atmosfera drakish, quella più forte, che tin-
ge le incantevoli ballate californiane di Sea Change, con gli
arrangiamenti di archi di David Campbell che meritereb-
bero una causa di plagio da parte di Robert Kirby.
Un’ultima annotazione: è un peccato non avere inserito la
cover di Everybody's Got to Learn Sometime dei Korgis, che
invece è stata dirottata per la soundtrack del film Eternal
Sunshine of Spotless Mind (da noi arrivato con l’osceno titolo
Se Mi Lasci Ti Cancello).
Però le ristampe esistono per questo…

2002


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