50 possa decidere, invece di relegare in apparato le sole varianti che distinguono il testo di una volontà precedente, di far leggere il testo nella sua interezza così come appariva in una forma precedente e di relegare in apparato tutte le varianti che appartengono alle volontà successive fino all’ultima. Quando si pubblica interamente il testo di una redazione precedente, a volte si può fare, se è già stata fatta un’edizione critica dell’ultima volontà dell’autore, un’operazione semplicissima, ossia pubblicare una cosiddetta edizione genetica, o avant-texte: si tratta di pubblicare direttamente per intero il testo di una volontà d’autore precedente, senza bisogno di apparati. Questo, però, è quello che succede in casi particolari, nei quali è indispensabile o si ritiene opportuno far conoscere anche una forma precedente del testo. A volte, nel processo compositivo di un’opera, un autore potrebbe aver modificato a tal punto il suo testo che la volontà precedente appare, nella sua facies, completamente differente dall’ultima e si può anche decidere di far conoscere questo testo che appartiene ad una volontà precedente. Ad esempio, può cambiare la trama di un poema, come nel caso della “Gerusalemme liberata” di Tasso, o possono cambiare caratteristiche formali, come nel caso di Manzoni, il quale ha voluto dare un aspetto toscanizzante alla lingua del suo romanzo. Vi sono varie e tali caratteristiche che un testo può assumere nella sua storia evolutiva fino a portarlo ad essere completamente un testo autonomo e differente da quello precedente o da quelli precedenti. Siccome ogni volontà dell’autore a sua volta si è diffusa verticalmente, un testo ha avuto una sua diffusione anche in una forma precedente: quindi, se l’editore critico sceglie di pubblicare quel testo corrispondente ad una volontà precedente, non sta compiendo un illecito e non sta in realtà usurpando la volontà dell’autore, perché l’autore ha diffuso il suo testo prima in una forma e poi in un’altra. Ad esempio, è interessante che i lettori di oggi conoscano anche la forma in cui precedentemente un testo era stato autorizzato alla diffusione. Pertanto, stabilire quale sia l’ultima e libera volontà d’autore è il problema più spinoso di tutta la filologia d’autore. Nella tradizione letteraria italiana vi sono stati casi in cui l’autore ha accettato il condizionamento esterno, ossia ha accettato di piegarsi alla censura, e lo ha fatto consapevolmente, pur dichiarando che non era quella la sua volontà. Quindi, l’autore si piega al potere perché ha deliberato di cambiare il suo testo e, in questo caso, l’editore critico deve accettare questa volontà che è di correzione coatta, come l’ha definita Firpo: si tratta di una correzione obbligata e imposta all’autore, il quale ovviamente l’ha accettata. Se si hanno prove del fatto che l’autore abbia accettato la volontà imposta dal potere, quella costituisce per l’editore critico un’ultima volontà. Invece, l’aggettivo “libera” interviene quando l’autore non ha accettato quell’imposizione e quell’influenza esterna, ma appare come se l’avesse fatto: allora in quel caso il lavoro del filologo è di rispettare l’originale volontà, che in quel
51 caso diventa anche libera da condizionamenti. Se esistono più volontà dell’autore ed è così difficile stabilire l’ultima e libera volontà dell’autore, nel caso in cui si ricostruisca il testo critico, ci si domanda a quale testimone si darà maggiore attendibilità. Questo problema si è verificato soprattutto inizialmente in ambito di filologia romanza e il filologo romanzo Joseph Bédier propose di rigettare totalmente il metodo del Lachmann e di ricorrere sempre al cosiddetto codex optimus, ossia quello che definiva il bon manuscrit: si tratta di quel testimone che si reputa essere il più autorevole della tradizione e a cui ci si appoggia per ogni lezione che sia stata da esso tramandata. In questa maniera, secondo Bédier, almeno si pubblicherebbe un testo che si è diffuso realmente e che ha avuto una sua storia, ossia una sua esistenza storica. Chiaramente, tutto ciò ha scatenato reazioni da parte dei filologi lachmanniani e oggi in Italia i filologi si definiscono neo-lachmanniani perché si ritorna ad accettare il sistema di Lachmann, seppur con qualche modifica necessaria. A Bédier risposero in molti, ma soprattutto Gianfranco Contini fu colui che identificò una falla nella proposta di Bédier in modo molto evidente: se si pubblica da un solo testimone della tradizione che si ritiene essere il più autorevole, ci si comporterebbe alla stessa stregua di un copista che copia dal suo antigrafo e l’edizione critica sarebbe, in sostanza, un codex descriptus. Gianfranco Contini ha così verificato la fallacia del metodo di Bédier, benché in generale il metodo di Bédier non fosse così errato: si trattava di una proposta alternativa a quella del Lachmann soprattutto in ambito di filologia romanza, dove il sistema lachmanniano di collazione tra testimoni aveva evidenziato delle problematiche. Vi sono stati anche altri metodi alternativi a quello del Lachmann e a quello di Bédier; tuttavia, oggi il metodo neo-lachmanniano è ancora quello più usato e quello che garantisce maggiore affidabilità perché,sulla base di uno stemma,si riesce a ricostruire quasi sempre la lezione imputabile con maggiore sicurezza alla volontà ultima e libera dell’autore. La filologia medievale e umanistica si serve, dunque, del metodo neo-lachmanniano, che sicuramente è da considerarsi un metodo applicabile anche e soprattutto nei casi di filologia d’autore, con la considerazione di un apparato specifico, che prende il nome di apparato diacronico, in cui le varianti d’autore saranno tutte registrate. Infine, un caso di tradizione unitestimoniale non impone grandi operazioni filologiche di ricostruzione stemmatica: infatti, in assenza di altri testimoni non si avrebbe necessità di individuare parenti di quel testimone che non esistono più, anche se si potrebbe immaginare che la tradizione di quel testo sia stata più ampia di quella che è realmente giunta e ciò dipende anche dalla decimazione naturale dei testimoni della tradizione che si sono persi nel tempo o che si sono danneggiati a tal punto da non essere più conservati. Questo accade spesso con problemi di natura anche congetturale, perché davanti ad un unico testimone, se quel testimone ha una lezione
52 erronea, l’editore critico deve necessariamente congetturare. Le “Epistole latine” di Dante hanno, in molti casi, una tradizione unitestimoniale: in questi casi, la critica e soprattutto i filologi hanno ritenuto che alcune lezioni di quell’unico codice che tramanda quell’epistola siano in realtà erronee e allora si sono cimentati nell’escogitare una congettura che potesse convincere. Quindi, davanti ad una tradizione unitestimoniale, si pongono differenti problemi che si devono considerare iuxta propria principia, ossia ogni caso ha le sue specificità che devono essere tenute in considerazione. Tuttavia, nei casi di tradizioni pluritestimoniali, si può sicuramente ricorrere ad un procedimento stemmatico di tipo neo-lachmanniano. Per quanto riguarda la distinzione tra originale in movimento e archetipo in movimento, se esiste un archetipo in uno stemma ideale, è probabile che l’autore sia intervenuto sull’archetipo oppure sull’originale: se gli errori d’archetipo si sono conservati anche nei testimoni che dipendono da una volontà d’autore ulteriore, allora si tratta di un archetipo in movimento; se, invece, quegli errori d’archetipo sono stati corretti, molto probabilmente l’autore ha agito direttamente sull’originale e allora si tratta di un originale in movimento. 22.03.2022 CODICOLOGIA La codicologia è la scienza che si occupa di descrivere e studiare il libro manoscritto nelle sue caratteristiche formali. Per un filologo è importantissimo conoscere a fondo come si debba descrivere un manufatto per ricavarne nozioni utili per l'edizione critica. "Descrivere un manoscritto" significa procedere a una illustrazione tecnica delle particolarità fisiche che compongono il libro, a partire dal supporto materiale, dal momento che un libro manoscritto può essere cartaceo o pergamenaceo/membranaceo. La prima fase dell'edizione critica è una fase di recensio e descrizione della tradizione manoscritta: quindi, innanzitutto si deve fare un censimento dei testimoni che sono giunti e poi descriverli adeguatamente. La codicologia si occupa di esaminare: Þ la confezione del manoscritto; Þ la struttura del libro manoscritto; Þ la rilegatura dello stesso; Þ altri dati tecnici del manoscritto.
53 I MATERIALI SCRITTORII Vari materiali si sono alternati nelle epoche storiche e nel Medioevo avviene quello che i paleografi definiscono come il passaggio fondamentale dal cosiddetto volumen, o rotolo, al codex, ossia al libro come lo si intende oggi: si tratta di un passaggio distintivo dell'epoca medievale. I materiali scrittorii che si sono utilizzati nel tempo sono: Þ il papiro; Þ la pergamena; Þ la carta, la quale fu introdotta solo verso la fine del Medioevo, benché fosse già giunta in Occidente nel XII secolo; Þ le tavolette cerate. Il papiro è il più importante materiale scrittorio dell'antichità ed è ricavato dalla pianta palustre del papiro. Una volta battuto lo stelo con dei martelli, si realizza il foglio, che prende il nome di plagula. Il papiro veniva usato sia singolarmente sia in forma di rotolo e dal II secolo d.C. anche in forma di codice. Si hanno papiri di testi sia grecisia latini rinvenuti in Egitto, ma anche in Oriente, ad esempio in Palestina; inoltre, vi sono i famosi "papiri di Ercolano", scoperti nel XVIII secolo in una villa distrutta dall’eruzione del Vesuvio. Vi sono, inoltre, alcuni "papiri medievali" e si tratta di: Þ 5 codici risalente al VI e al VII secolo; Þ 67 documenti privati di origine ravennate dei secoli V-X; Þ 13 diplomi dei re merovingi di Francia del VII secolo; Þ 25 privilegi e lettere di pontefici dei secoli VII-XI. Per confezionare il rotolo o volumen, si usava una stecca per arrotolare i fogli di papiro, i quali venivano tra loro incollati, in modo da formare un rotolo da "svolgere". Il termine volumen deriva dal verbo latino volvo, cioè "avvolgere", e il rotolo aveva il vantaggio di poter essere riposto con agilità ed economicamente, sfruttando poco spazio. Lo
54 svantaggio del rotolo, invece, era la scomodità nel leggere il testo, dovendo srotolare e arrotolare, a seconda del punto in cui si doveva leggere o controllare qualcosa. Il codice, invece, ha una maggiore comodità nell'essere consultato e per questo motivo il rotolo verrà pian piano soppiantato dal codice. La pergamena è il materiale scrittorio più adoperato nel Medioevo e proviene da pelle animale, in particolare agnello, capra o vitello, che deve essere conciata, ossia trattata. Essa presentava il lato pelo e il lato carne e solitamente si faceva molta attenzione a far sì che nella composizione dei fogli da rilegare in un codice manoscritto si potesse sempre accostare lato pelo con lato pelo e lato carne con lato carne: il lato pelo è più scuro del lato carne, in quanto la pelle dell'animale è stata rasata e presenta ancora una puntinatura che corrisponde ai bulbi piliferi. La pelle veniva lasciata macerare tre giorni in un composto di calce, poi la calce veniva lavata via e la pelle veniva tesa su un telaio, rasa, levita, tagliata e rifilata. Questa procedura si otteneva grazie ad una serie di supporti materiali, come il telaio e il cavalletto, il quale serviva ad asciugare la pelle. La pergamena era un prodotto molto costoso e pregiato e veniva chiamata pergamena virginea quella ricavata dalla pelle di agnellini non nati. Plinio il Vecchio dice, all’interno della “Naturalis historia”, che la pergamena fu inventata a Pergamo nel II secolo a.C. per mancanza di papiro: infatti, le zone che non producevano spontaneamente piante di papiro dovettero ricorrere ad altri supporti materiali per ricavare codici manoscritti. Le più antiche testimonianze dell'utilizzo della pergamena in forma di rotolo, per la scrittura, risalgono al II secolo d.C., ma la prima notizia è del I secolo d. C.; inoltre, si hanno tipologie di pergamena molto particolari, riservate soprattutto a codici di lusso molto dispendiosi. In epoca tardoantica fu anche in uso la pergamena colorata con porpora, riservata ai codici di lusso, biblici e liturgici, i quali erano scritti con inchiostro d’oro o d’argento: un codice di questo tipo prendeva il nome di codex purpureus. Il più famoso codex purpureus si trova conservato al Museo diocesano e del Codex a Rossano, in provincia di Cosenza, e si tratta del cosiddetto Codex Purpureus Rossanensis, un manoscritto onciale greco del VI secolo d.C. La scrittura originaria su pergamena poteva essere cancellata, per lavaggio o rasura, e sostituita, per manoscritti incompleti o testi non più ritenuti
55 d'interesse. I codici formati di pergamena riscritta sono detti palinsesti: ne è un esempio il Codex Ephraemi Rescriptus della Bibliothèque nationale de France. La possibilità di leggere la prima scrittura, definita scriptio inferior, varia a seconda dell'inchiostro usato, della tecnica adoperata per cancellarlo e delle sostanze chimiche eventualmente già utilizzate in passato per farla riaffiorare. La carta fu inventata dai Cinesi nel II secolo d.C. e si diffuse in Occidente soltanto a partire dall'XI secolo; in particolar modo, si diffuse attraverso il mondo islamico, a partire dalla metà del VII secolo, tramite prigionieri cinesi a Samarcanda. La tecnica di fabbricazione della carta rimase pressoché la stessa fino al XVIII secolo. Già nel Duecento, al centro del foglio si trovava un disegno schematico (animali, utensili, ecc), realizzato con un filo metallico che, asciugandosi la pasta e dando luogo al foglio di carta, restava impressa al centro, visibile in controluce. Questo disegno, detto filigrana, fu il marchio di fabbrica che in molti casi consente di stabilire la provenienza di un determinato foglio di carta, di datarlo e con esso di datare approssimativamente il manoscritto. Le prime cartiere italiane di cui si abbia notizia sono quelle di Fabriano, dalla metà del XIII secolo. Già nel XII secolo si usava carta di fabbricazione araba, talvolta spessa e flessibile, talaltra rigida e resistente. I documenti più antichi scritti su carta risalgono a quest'ultima epoca, ma l'uso negli atti pontifici, cancellereschi e notarili fu assai più tardo e rimase limitato prevalentemente alla redazione di minute, registri e protocolli notarili: infatti, i documenti più importanti, ufficiali e formali, continuavano a essere manufatti di pergamena, in quanto si distinguono per la loro preziosità, nonostante fosse diffusa la carta. La lavorazione della carta parte da stracci di cotone o corteccia di alberi messi a macerare: l'origine della carta è, dunque, vegetale. La macerazione, cioè l'impasto che ne viene fuori, è qualcosa che dev'essere steso accuratamente su un telaio dotato di cornice; le vergelle e i filoni sono fili metallici che compongono una sorta di griglia in questo telaio: Þ le vergelle sono i fili metallici orizzontali; Þ i filoni sono i fili metallici verticali. Essi si incrociano fino a formare questa griglia, su cui veniva messo l'impasto vegetale, il quale veniva lasciato a macerare. A volte le cartiere, per identificare i fogli di loro produzione, inserivano al centro
56 del foglio un filo metallico con una particolare forma, come quella di un’ancora, e una volta che l’impasto vegetale si fosse asciugato, il foglio di carta rimaneva impresso con quel disegno: si tratta della cosiddetta filigrana ed è possibile vederla in controluce. Inoltre, a partire dal Novecento si dispone di uno strumento bibliografico importantissimo, ossia il cosiddetto Briquet: si tratta di un dizionario delle filigrane, il quale risulta utile per classificare e identificare le filigrane, fornendo anche la data approssimativa della produzione e il luogo di origine di quel tipo di carta. Le tavole cerate venivano adoperate sia nell'Antichità sia nel Medioevo ed erano tavolette di legno o di avorio o di altro materiale duro, le quali venivano incavate in una cornice per il materiale malleabile, che poteva essere o gomma lacca fusa o impasto di cera e pece, destinato alla “scrittura a sgraffio”. Potevano essere usate da sole o riunite in vario modo e numero, formando piccoli libretti di due (dittici), tre (trittici) e più pezzi (polittici). Le tavolette cerate si usavano per appunti scolastici, conti, lettere, ma anche documenti. Gli altri supporti di scrittura sono: Þ l’intonaco dei muri, su cui si scriveva “a sgraffio” o con il pennello, come nel caso dei graffiti di Pompei; Þ la terracotta, che conserva sia scritture incise sia scritture tracciate con inchiostro; Þ le lamine di piombo, usate nell’Antichità e nel Medioevo per testi di carattere magico o esecratorio; Þ la pietra o il marmo, su cui il lapicida scriveva mediante incisione, con lo scalpello. STRUMENTI PER SCRIVERE Lo stilo è un’asticella di metallo (ferro o bronzo) o di osso, appuntita da una parte e a forma di spatola dall’altra, in modo da servire anche per togliere il rivestimento delle tavolette o per eradere il testo già scritto; veniva usato sull’intonaco, sulle tavolette cerate e sulla terracotta. Sul papiro e sulla pergamena si scriveva con il calamo, ossia una cannuccia che veniva affilata all'estremità a punta più o meno aguzza. Nel IV secolo cominciò l’uso della penna di volatile, non solo d’oca, che si alternò con quello del
57 calamo per quasi tutto il Medioevo; tuttavia, di penne a punta metallica si ha notizia anche per l’età romana. L'inchiostro, detto anche atramentum o encaustrum, poteva essere prodotto con nero fumo e gomma arabica, con nero di seppia, con noce di galla e gomma o con vetriolo. Il colore solitamente oscillava fra il giallo scuro e il marrone; tuttavia, per distinguere o evidenziare parti di testo si usavano anche inchiostri di colore rosso mattone (minium), azzurro, verde o giallo. Inchiostri preziosi, d'oro o d'argento, furono adoperati per manoscritti di lusso, spesso in combinazione con la pergamena purpurea, o per documenti particolarmente solenni. Altri strumenti utili sono: Þ il gesso; Þ la pietra pomice, come abrasivo; Þ il calamaio o il corno per l’inchiostro; Þ il coltello per temperare la penna o per raschiare la pergamena; Þ il punteruolo; Þ la mina di piombo; Þ la riga e il righello; Þ il compasso e la rotella con punte a distanza regolare per segnare i fori destinati a guidare la rigatura. La rigatura è un elemento che il codicologo osserverà e da cui potrà ricavare elementi utili per la datazione, sebbene approssimativa. Per eseguire la rigatura, si doveva eseguire dei piccoli fori sui margini esterni del foglio: ogni foro doveva essere equidistante dall'altro e per questo si usava la rotella con punte a distanza regolare. A partire da questi fori veniva tracciata la riga sulla quale il copista avrebbe apposto la sua scrittura. IL LIBRO Liber in origine indica la pellicola posta tra la corteccia e il legno dell'albero, che veniva adoperata per scrivervi prima che fosse conosciuto il papiro. Le forme dei libri sono principalmente due: Þ rotolo, o volumen; Þ codice.
58 IL ROTOLO (ROTULO, VOLUMEN, LIBER, TOMUS) La forma usuale del libro di papiro era il rotolo, costituito da una sequenza di fogli, più o meno quadrati, incollati di seguito facendo attenzione a porre sullo stesso lato i singoli fogli con le fibre vegetali disposte nel medesimo verso. Il primo e l'ultimo foglio erano detti, rispettivamente, protocollo ed escatocollo. Il rotolo si svolgeva orizzontalmente e terminava ad una o ad entrambe le estremità con una bacchetta di canna, di avorio o di legno attorno a cui era arrotolato. Si scriveva generalmente sulla parte interna (recto), che aveva le fibre disposte in senso orizzontale, in modo tale che la scrittura risultasse parallela al lato più lungo e ordinata in colonne, ciascuna della larghezza di un esametro e composta di un determinato numero di righe. I rotoli opistografi, ossia scritti anche sul verso, sono estremamente rari. La lunghezza del rotolo di papiro variava, ma per ragioni pratiche non poteva superare un determinato numero di fogli: pertanto, i testi letterari antichi erano divisi in libri, corrispondenti ad altrettanti volumina. Il testo iniziava spesso con una riga in caratteri più grandi, in inchiostro rosso, con il termine incipit seguito dal titolo dell'opera, e finiva con una riga analoga con l'espressione explicitus est. Il vocabolo explicit, in forma abbreviata, continuò ad essere usato anche nei codices, sebbene questi non si svolgessero più ma si sfogliassero, e fu interpretato col significato di “è finito”. IL CODICE (CODEX, LIBER, VOLUMEN, TOMUS) Il codice è il libro formato da fogli piegati, detti bifogli, e riuniti in uno o più fascicoli, cuciti mediante un filo lungo la linea di piegatura e racchiusi e difesi da una legatura, in genere formata da due assi di legno tra loro collegate da una "costola" e ricoperte di pelle. La forma di libro prevalentemente in uso nella tarda antichità e nel Medioevo è il codice. Quando si descrive un manoscritto, bisogna parlare di fascicolazione del libro e alla base del processo di formazione del fascicolo vi è il foglio, ossia la superficie rettangolare di pergamena o di carta come si presenta prima della piegatura o suddivisione per formare il bifoglio. Il foglio viene piegato a metà per formare due carte, ciascuna delle quali presenta una faccia anteriore (recto) e una faccia posteriore (verso) disponibili per la scrittura. I fascicoli possono essere costituiti da: Þ quattro bifogli cuciti fra loro e così si otterrà un quaterno, detto anche quaderno o quaternione: si tratta della forma prevalente nella produzione libraria continentale membranacea, dall’Antichità fino all’alto Medioevo;
59 Þ da cinque bifogli e così si otterrà un quinterno o quinione: si tratta del formato in uso crescente in Italia sul declinare del Medioevo; Þ da sei bifogli e così si otterrà un sesterno o serdone. Inoltre, i fascicoli possono essere formati: Þ piegando una sola volta a metà i fogli per fornire un unico bifoglio (in-folio, in-2°, in-f°); Þ piegando due volte a metà ogni foglio per ottenere quattro carte (in-quarto, in-4°); Þ piegando il foglio tre volte a metà per ottenere otto carte (in-ottavo, in-8°); Þ piegando quattro volte a metà per ottenere sedici carte (in-sedicesimo, in-16°). All’interno del fascicolo si badava ad appaiare pagina chiara (lato carne) con pagina chiara e pagina scura (lato pelo) con pagina scura, per evitare l’effetto antiestetico di vedere, ad apertura del codice, accoppiate pagine di colore diverso. 29.03.2022 La codicologia e la paleografia, intese come due scienze complementari che egualmente concorrono alla metodologia utilizzata dall’editore critico, sono in particolar modo utili per una particolare fase del lavoro di edizione critica, ossia la nota filologica al testo e la descrizione dei testimoni manoscritti. Il problema è anche quello di descrivere in maniera accurata un codice manoscritto, sapendo individuare quali sono gli elementi codicologici più interessanti per la datazione di un codice manoscritto o ancora per la provenienza di un codice manoscritto. Un’operazione consueta nella descrizione dei manoscritti è quella di verificare la composizione dei fascicoli all’interno di un codice partendo dall’unità fondamentale, ossia il bifolio: quindi, a partire da un foglio di carta o di pergamena appositamente confezionato, lo si piega a metà e questo bifolio costituisce l’unità fondamentale; tuttavia, è possibile piegare ulteriormente il bifolio e ottenere un formato più piccolo, ma capace di contenere più testo, perché si hanno più facciate di fogli disponibili. Un foglio, in realtà, va considerato in entrambe le sue facciate, ossia il recto e il verso, e l’unione di tutti questi fascicoli, sia nella forma di bifolio sia nella forma di in-quarto, ossia un bifolio piegato a sua volta a metà, costituisce l’anima materiale del codice manoscritto. RIGATURA Altra questione fondamentale per poter preparare la scrittura del codice manoscritto è la cosiddetta rigatura: i fogli vengono preparati per permettere l’apposizione della scrittura da parte del copista
60 grazie all’operazione finalizzata a tracciare delle righe precise che inquadravano il cosiddetto specchio di scrittura e queste righe venivano tracciate con l’ausilio di forellini posti sul margine del foglio ed equidistanti, i quali venivano eseguiti mediante uno strumento simile ad una rotella che lasciava dei fori impressi nel foglio alla medesima distanza l’uno dall’altro. A partire dalla foratura si otteneva una rigatura, ossia si tracciavano sulla pagina righe orizzontali parallele riservate alla scrittura e perpendicolari destinate ad inquadrarla, delimitando in tal modo lo spazio destinato alla scrittura, ossia lo specchio di rigatura, il quale si distingue dallo specchio di scrittura, cioè lo spazio effettivamente occupato dalla scrittura. Talvolta erano tracciate anche doppie righe verticali per scrivervi le iniziali maiuscole calligrafiche. I tipi di rigatura che si possono osservare nei codici manoscritti sono: Þ il sistema di rigatura a piombo, ossia effettuata con la mina di piombo che lasciava una traccia sottile di colore nero o grigio e talvolta anche una lieve incisione nel foglio; Þ a partire dal XII secolo, il sistema di rigatura a secco, ossia mediante un punteruolo guidato da un righello che non lasciava alcuna traccia di colore; Þ il sistema di rigatura a inchiostro, ossia mediante una sostanza simile all’inchiostro che lasciava una traccia bruno-rossastra, anche se meno frequente. Anche per le tipologie di rigatura si possono fare delle considerazioni: il codicologo è capace di distinguere, a seconda della rigatura che si osserva in un manufatto, se quel codice è stato eseguito prima o dopo il XII secolo o anche di ricondurlo ad un ambiente specifico, perché magari altri codici utilizzano il medesimo sistema di rigatura. Come la fascicolazione, dunque, anche la rigatura costituisce un elemento di osservazione molto importante per il filologo. Inoltre, fra XII e XIII secolo si verificò un’innovazione rispetto al passato, in quanto si cominciò a non scrivere più sulla prima linea superiore, che rimase libera a delimitare lo specchio di scrittura. Quindi, anche questo è un elemento che, con l’esperienza della descrizione dei codici, si è imparato a tenere in considerazione: ad esempio, se al di sopra del primo rigo non vi è scrittura, si può attribuire il codice ad un periodo che va dalla metà del XII secolo in avanti. Lo specchio di scrittura è delimitato da due righe che corrono parallele e molto strette tra di loro in senso verticale e in senso orizzontale, ad
61 inquadrare lo specchio, per la cosiddetta mise en page, ossia l’operazione che si cercava di favorire con l’esecuzione della rigatura. Inoltre, in questo caso al centro della rigatura vi è una delimitazione simile a quella dei bordi esterni, ossia due linee parallele che corrono al centro della pagina in senso verticale. Allora il foglio era predisposto perché il copista occupasse due colonne di testo per pagina, ovviamente in maniera ordinata, e questo si faceva non soltanto per ragioni di tipo estetico, a cui si teneva moltissimo soprattutto se il codice doveva essere confezionato per un destinatario illustre o su committenza, ma anche per un risparmio dei fogli stessi, in quanto scrivere in maniera ordinata con righe equidistanti e già calcolato per contenere una certa quantità di testo facilitava l’utilizzo di fogli senza sprechi. NUMERAZIONE, RICHIAMI, TITOLI CORRENTI Inoltre, un codicologo deve osservare la numerazione, i richiami e i titoli correnti. I fascicoli legati tra di loro vanno a comporre l’anima interna del manoscritto e il testo prosegue dalla prima carta del primo fascicolo fino all’ultima carta dell’ultimo fascicolo. Questo fornisce una composizione naturale che deve essere controllata: dunque, la numerazione delle carte o anche la numerazione dei fascicoli era un’operazione a cui si teneva particolarmente. Pertanto, la scrittura veniva apposta sui fascicoli ancora slegati e, affinché questi fossero disposti nell’ordine corretto dal rilegatore, si usava talvolta apporvi una numerazione progressiva, con un sistema che molto spesso è o per cifre romane oppure per lettere alfabetiche. Peraltro, il sistema delle lettere alfabetiche verrà ereditato anche dalla prassi dei testi a stampa: infatti, le prime tipografie utilizzavano un sistema per numerare i fascicoli che era proprio quello di apporre una lettera dell’alfabeto latino, in progressione, per ogni fascicolo. Questo sistema si chiama segnatura e vi è un’omonimia terminologica tra segnatura intesa come segnatura dei fascicoli e segnatura intesa come segnatura di un manoscritto, ossia relativa alla sua collocazione all’interno, ad esempio, di una biblioteca; ciononostante, il significato si capisce a seconda del contesto. Quindi, la numerazione dei fascicoli si riscontra generalmente nel margine inferiore dell’ultima pagina ed è in numeri, in certi casi preceduti dall’abbreviazione “Q” che sta per “quaternus”, o in lettere. Un altro sistema fu, dalla metà dell’XI secolo, di contrassegnarli con richiami, i quali segnalavano nel margine inferiore del verso dell’ultimo foglio di un fascicolo le prime lettere o parole che si incontrano sul recto del primo foglio del fascicolo successivo: in questa maniera era pressoché impossibile sbagliarsi, ossia la sequenza era garantita non soltanto dalla numerazione dei fascicoli, dal momento che la
62 numerazione poteva essere fraintesa, ma anche mediante la copiatura delle prime lettere o parole che comparivano per prime nel fascicolo successivo, fornendo così maggiore sicurezza di non commettere errori di sequenza nella disposizione dei fascicoli. Anche un sistema come quello dei richiami, a seconda che il richiamo si trovi al centro del margine inferiore oppure a destra oppure in senso verticale o orizzontale, ossia a seconda della tipologia di questi richiami, il codicologo è in grado di datare il codice, perché diverse tipologie di apposizione dei richiami rispondono ad usi specifici di determinate epoche. Quindi, questo è un altro elemento molto interessante e che serve al filologo per potere collocare sia filologicamente sia cronologicamente un testimone manoscritto nello stemma codicum. A partire dal XIII secolo, entra nell’uso la numerazione delle carte (foliazione o cartulazione), di solito apposta sul recto; e successivamente si diffonde la numerazione delle pagine (paginazione), che sarà propria del libro a stampa, e talvolta anche delle colonne di un testo. Ogni foglio è composto da un recto e da un verso: il sistema di numerazione per foliazione, o anche detto per cartulazione, viene considerata una carta soltanto come elemento da numerare. Dunque, il numero non viene posto sia sul recto sia sul verso, ma solamente sul recto: pertanto, il foglio 1 è composto da 1 recto e da 1 verso, ossia ha due facciate. Da un certo momento, ma già in epoca moderna, ossia a partire dal XV secolo, si sostituisce a questo sistema di numerazione per foliazione il sistema di numerazione per paginazione, ossia quello che si utilizza modernamente: qualunque libro procede per numerazione numerando entrambe le facciate di un foglio in sequenza. Il sistema per paginazione verrà usato in modo particolare a partire dall’invenzione della stampa dai primi tipografi in tutta Europa. Tardomedievale è, invece, la numerazione dei fascicoli con il sistema detto a registro, in cui il recto di ciascuna carta della prima metà del fascicolo era contrassegnato da una lettera riferita al fascicolo e da un numero riferito al bifoglio, mentre il recto della prima carta della seconda metà poteva presentare un segnale che indicava il superamento della metà del fascicolo. Inoltre, in molti manoscritti è presente il titolo corrente, ossia l’indicazione nel margine superiore relativa al contenuto di un testo, come autore, titolo dell’opera o di parte di essa contenuta nella pagina. Pertanto, i vari tipi di numerazione sono: Þ numerazione a registro: ogni fascicolo è composto da una lettera e su ogni recto del fascicolo si appone la lettera che connota quel fascicolo e magari anche il numero di sequenza; Þ numerazione a segnatura: viene indicato soltanto il numero che distingue un fascicolo;
63 Þ cartulazione, in cui il numero viene apposto solo sul recto del foglio e quel numero, ovviamente, vale sia per recto sia per verso; Þ paginazione, in cui i numeri vengono apposti su ogni facciata, sia sul recto sia sul verso di ogni foglio, e la numerazione prosegue in sequenza. FORMATO Le dimensioni di un codice possono variare a seconda del contenuto e della sua destinazione, come il libro di lusso o il libro tascabile. Il formato di un codice dipende dalle dimensioni, ossia altezza e larghezza, del foglio dopo la piegatura o della carta ed è generalmente rettangolare o quadrato. Tra le opere di formato più grande vi sono le Bibbie, esemplari di lusso delle opere di Virgilio, come il Vergilius Augusteus, e Lucano, come il palinsesto di Lucano di Napoli, e il codice fiorentino del Digesto. Ad esempio, i manoscritti liturgici, ossia i cosiddetti messali, oppure gli antifonari hanno questo tipo di dimensioni, ossia sono codici molto grandi e pesanti che hanno bisogno di essere poggiati su un sostegno come un leggio; ovviamente, ve ne sono di esemplari molto lussuosi e anche esageratamente grandi. Per le Bibbie, una tipologia molto in uso era la cosiddetta “Bibbia atlantica”: si tratta di una Bibbia dalle dimensioni molto ampie tali che questo manoscritto potesse essere visto anche da tutti i fedeli poggiato sul leggio del pulpito oppure adorato come una reliquia. Effettivamente la parola di Dio, come doveva essere considerata sacra secondo la liturgia cristiana, aveva la sua realizzazione in un codice dalle grandi dimensioni. Il Codex Gigas è costituito da fogli di pergamena riccamente miniati con le cosiddette “miniature a tutta pagina”, ossia decorazioni che prendono lo spazio di un intero foglio. Nel Codex Florentinus del Digesto si utilizza anche una scrittura di tipo onciale, ossia una scrittura che presenta un modulo molto grande. Mentre prima la produzione di manoscritti era essenzialmente circoscritta ai centri scolastici vescovili e soprattutto monastici, a partire dai secoli XII-XIII fu sempre più spesso affidata a scriptores di professione al servizio di privati, di docenti e scolari e di librai con botteghe, ossia i cosiddetti stationarii, autorizzati dalle Università. Per i testi che erano oggetto d’insegnamento, queste organizzarono un serivizio di peciae, ossia di testi scolastici scritti su fascicoli modello sciolti che dovevano essere tenuti in bottega dagli stationarii e dati in affitto, ad un prezzo stabilito, per farne copia.
64 LEGATURA La legatura è l’operazione che consiste nel confezionare un libro allo scopo di proteggerne il testo, cucendo assieme i fascicoli e aggiungendo eventualmente altri elementi come: Þ la coperta, ossia l’insieme degli elementi che proteggono esteriormente la compagine dei fascicoli, costituita generalmente da due piatti e da un dorso; Þ i capitelli, ossia le cuciture di rinforzo e di guarnizione poste alle estremità del dorso; Þ le carte di guardia. I codici medievali molto spesso non hanno conservato la loro legatura originale, ma sono stati rilegati una o più volte. Le legature dicono molto della storia di un codice ed effettivamente le legature possono essere originali oppure anche di restauro: infatti, è possibile accorgersi di ciò se una legatura appartiene ad un’epoca per le sue caratteristiche materiali, ma non corrisponde all’epoca in cui, invece, sono stati confezionati i fascicoli interni, sia confezionati materialmente sia anche trascritti da un copista. Quindi, si può essere davanti ad un codice che possegga una rilegatura di restauro, ossia una rilegatura posta successivamente, oppure si può avere la legatura originale, ossia quella che fu pensata all’epoca in cui furono confezionati i fascicoli interni del manoscritto. La legatura è composta da due piatti principali: il piatto anteriore e il piatto posteriore; ovviamente, questi due piatti hanno bisogno di essere legati tra di loro da una costola, che è il terzo elemento necessario per la legatura stessa. I piatti possono essere in legno oppure in cartone rigido, possono essere semplicemente di questo materiale e non rivestiti oppure ricoperti da pelle: allora, in quel caso si ha una legatura molto più lussuosa e complessa. Ad esempio, alcune legature sono distintive non solo di un luogo particolare in cui veniva confezionato un manoscritto, ma addirittura di una biblioteca personale. Il caso più interessante è costituito dalla cosiddetta Biblioteca Medicea: la famiglia dei Medici, a partire da Cosimo fino alle epoche più tarde, passando per Lorenzo il Magnifico, confezionava tutti i libri della loro biblioteca familiare con la medesima tipologia di legatura, ossia dei piatti di legno foderati di pelle malchino, di colore rosso scuro e che veniva incisa con decorazioni e borchiata. Infatti, le borchie venivano apposte semplicemente come dei punzoni sulla legatura esterna e addirittura poteva essere apposta un’altra borchia per tenere una catenella, la quale serviva a tenere custodito il codice, affinché potesse essere legato ai banchi della biblioteca. Infatti, le biblioteche medievali e umanistiche avevano ancora l’abitudine di porre i codici in banchi e, se si voleva consultare un codice, da un inventario si sarebbe stati in grado di individuare il posto del codice, il quale era legato con una catenella a questi banchi, che a Firenze vennero chiamati “plutei”;
65 tutt’oggi i manoscritti della Biblioteca Medicea hanno come segnatura l’indicazione di “pluteo”, dal momento che il pluteo era il banco in cui il manoscritto venivano appoggiato e incatenato per poter essere consultato. Quindi, le rilegature dei codici sono importanti perché sono distintive di un’origine e di una provenienza che magari ha voluto che tutti i codici di quella biblioteca avessero quella caratteristica. Ciò significa che dalla legatura si otterranno tante e tali informazioni utili non solo per datare il codice, ma anche per ricondurlo ad una provenienza specifica. Le legature medievali possono essere di tre tipi fondamentali: Þ legatura di lusso, fatta con materiali preziosi per ornamento, come l’oro, l’argento e le pietre preziose, riservata ai più solenni libri liturgici, come i messali, le Bibbie e gli antifonari; si tratta di veri e propri capolavori d’arte e sono dei manufatti preziosi, con materiali impiegati anche molto rari e preziosi; Þ legatura con piatti di legno ricoperti di cuoio: è la più generica e diffusa, spesso rinforzata con borchie metalliche agli angoli e al centro dei piatti e resa più elegante con impressioni a secco sulle coperte di cuoio, le quali possono offrire importanti informazioni per la storia del manoscritto; Þ semplice coperta in cuoio o in pergamena, utilizzata generalmente per i cosiddetti cartolari, libri di conti o libri scolastici: infatti, se all’epoca non si aveva esigenza di rinforzare i fascicoli di un quaderno o di un quinterno, si utilizzava semplicemente una coperta morbida in pergamena o in cuoio. TESTI MANOSCRITTI SOTTO ALTRE FORME I rotoli di pergamena medievalisi differenziano dai libri antichi in forma di rotolo perché la scrittura non è parallela al lato lungo, bensì a quello corto, e furono usati soprattutto in ambito liturgico e in ambito teatrale. Inoltre, vi sono i fogli piegati, contenenti calendari e preghiere, e le tabulae e le paginae, ossia pergamene molto grandi, formate anche da più fogli cuciti insieme, a volte stese su una cornice o fissate su tavole di legno e solitamente utilizzate per l’insegnamento della lettura e di altre materie.
66 DIPLOMATICA Collegata alla codicologia vi è una scienza che ha avuto una sua storia e una sua evoluzione al punto tale da renderla autonoma, ossia la diplomatica, la quale si occupa di diplomi, ossia di documenti. Una differenza fondamentale della produzione letteraria e della produzione documentaria regola le fonti del passato, ossia possono essere fonti letterarie, all’interno delle quali rientrano anche i testi sacri, ma soprattutto fonti documentarie, ossia non ad uso della cultura ma ad uso della politica e dell’istituzione che li ha prodotti. Quindi, la diplomatica è, secondo le parole di Alessandro Pratesi, «la scienza che ha per oggetto lo studio critico del documento, nell’accezione ora specificata, al fine di determinarne il valore come testimonianza storica». IL DOCUMENTO Il termine documento può indicare, in generale, ogni testimonianza, non soltanto scritta, destinata a dare prova di un fatto. Per le discipline storiche, giuridiche e diplomatistiche, però, il vocabolo si riferisce esclusivamente alle scritture. Dal punto di vista diplomatistico, il termine documento ha un significato ancora più specifico, dal momento che designa «una testimonianza scritta di un fatto di natura giuridica compilata con l’osservanza di certe determinate forme, le quali sono destinate a procurarle fede e darle forza di prova» (Cesare Paoli). A seconda che il documento attesti un fatto giuridicamente compiuto e pienamente valido già prima della documentazione oppure dia compimento e validità all’azione giuridica, si distingue tra: Þ documenti di prova, o notitiae; Þ documenti dispositivi, o chartae, i quali costituiscono la maggioranza dei documenti medievali. La documentazione si forma attraverso vari atti consecutivi: Þ il mandato di compilare e scrivere il documento; Þ la compilazione e minutazione del medesimo; Þ la trascrizione definitiva; Þ il compimento e l’autentificazione mediante le opportune forme legali. Le persone che partecipano direttamente alla formazione e alla stesura del documento sono tre:
67 Þ l’autore: è chi compie l’azione giuridica documentata, come il sovrano nella concessione di un beneficio, e generalmente colui che fa o per il cui ordine o in nome del quale si fa il documento; Þ il destinatario: è colui verso il quale è diretta l’azione giuridica, come il beneficiario di una concessione sovrana, e a cui il documento è destinato; Þ lo scrittore, o anche detto rogatario: è colui che provvede alla stesura del documento su richiesta delle parti o di una di esse. Infatti, i documenti si rogano, dal momento che vengono trascritti fedelmente da una persona che professionalmente ha il potere di validare quell’atto, ossia da un notaio, figura professionale importante sia nell’epoca medievale sia nell’epoca moderna. Dunque, il notaio era colui che aveva la facoltà riconosciuta dall’imperatore e dal Papa di rogare un documento, ossia di convalidare con la sua personale sottoscrizione quell’atto a fini giuridici. In base ad una differenziazione formale e generica, in stretto rapporto con il modo di emissione, i documenti possono essere distinti nelle seguenti categorie: Þ documenti pubblici: vengono rilasciati da una cancelleria e presentano forme solenni tipiche del documento cancelleresco, come nel caso dei documenti regi e pontifici; Þ documenti privati: vengono redatti da un semplice notaio, risultano privi di solennità e presentano varie denominazioni, tra cui: • carta; • lettera; • libello; • chirografo, per i documenti dispositivi; • notizia; • breve, per i documenti di prova; Þ documenti semipubblici: vengono emanati da autorità minori, come signori feudali e vescovi, ricorrenti a scrittori delle carte private, ma impongono loro di conferire al documento particolari forme di solennità. Ovviamente si hanno tipologie differenti a seconda del luogo di produzione, ossia del soggetto produttore di quel documento, e anche del destinatario. Inoltre, ogni documento presenta elementi che evidenziano la maniera secondo cui esso si è formato e che permettono di ricostruirne la genesi:
68 Þ caratteri estrinseci, che riguardano la fattura materiale e le forme esteriori del documento, le quali si esaminano indipendentemente dal contenuto, come ad esempio la materia scrittoria; Þ caratteri intrinseci, che riguardano la struttura del contenuto del documento, il modo in cui si articola e il formulario. I documenti presentano una struttura interna “tipica”, che può essere ripartita idealmente in tre sezioni principali: Þ protocollo; Þ testo; Þ escatocollo. Ciascuna di queste sezioni può essere a sua volta suddivisa in varie parti, le quali compongono il documento e sono oggetto di studio della diplomatica. Il documento medievale è solitamente scritto in latino; si tratta, però, del latino derivato dal latino rustico o “volgare” medievale, che si discosta tanto dai modelli classici quanto dai modelli letterari coevi e comincia ad essere più corretto solo a partire dalla fine dell’XI secolo, grazie al fiorire degli studi retorici e al diffondersi dei trattati di ars dictandi. Quindi, quasi tutta la produzione documentaria nel Medioevo e ancora in larga parte dell’epoca moderna è in lingua latina, dato che il latino continuò ad esercitare il ruolo di lingua giuridica e ufficiale per la redazione di documenti. Di particolare interesse dal punto di vista dello stile è l’adozione del ritmo prosaico, detto cursus, che fu in uso presso la cancelleria pontificia tra l’XI e il XIII secolo e derivava dalla prosa ritmica delle lettere pontificie del V e del VI secolo. Il latino classico si basava su un ritmo quantitativo e gli stessi metri utilizzati nella poesia classica sono basati sulla quantità sillabica. Quindi, nell’antichità vi erano delle regole rigide, ma corrispondevano ad una sensazione spontanea, sia dello scrivente sia del parlante, di quantità sillabica, non di ritmo. Già dalla fine del tardo impero, lo scrivente, così come il parlante, ha completamente perduto la sensibilità nei confronti della quantità di una sillaba, perché nell’antichità questa quantità doveva essere percepita come una pronuncia con un’estensione lunga o breve del suono; con la perdita di questa sensibilità si sostituisce una percezione ritmica, ossia uno stesso quantitativo del suono ma basato in maniera più forte o meno forte su alcune sillabe. Questo è il ritmo accentuativo che si utilizza ancora oggi, ma non riguarda soltanto la poesia, perché soprattutto, nel corso del Medioevo, questo interessò anche la composizione in prosa. Quindi, il ritmo accentuativo che si compone in una determinata frase testuale in prosa determina il cosiddetto cursus e, con l’evoluzione delle tecniche di composizione di testi giuridici o testi solenni, si perfezionò la tecnica del cursus nella
69 cosiddetta scienza dell’ars dictaminis, ossia la disciplina che regolava lo stile in cui un testo dovesse essere redatto. Si davano indicazioni di stile, quindi, anche in base al fatto di utilizzare un tipo di cursus piuttosto che un altro. Un autore di un documento teneva particolarmente in considerazione queste indicazioni di stile che gli provenivano dalla sua formazione di esperto di ars dictaminis. Il cursus di un documento è molto significato, ma questa tecnica venne utilizzata anche in ambito letterario: ad esempio, Dante utilizza un tipo di cursus molto particolare e connotativo della sua autorialità e anche altri autori della sua epoca stanno molto attenti a rispettare alcune regole di stile e di decoro che vigevano al tempo. In Italia, l’affermazione del volgare per la scrittura dei documenti fu più lenta che altrove. Per quanto le prime attestazioni, in cedole commerciali e in carteggi politici e amministrativi, risalgano ai secoli XIII e XIV, i documenti notarili continuarono ad essere scritti in latino fino al XVII secolo. L’esame della datazione di tempo e di luogo dei documenti è uno dei principali compiti del diplomatista. Gli usi cronologici variano, sia nel tempo sia da luogo a luogo: pertanto, si rendono necessarie conoscenze specifiche per intenderli correttamente. I documenti possono essere scritti e datati in stile fiorentino o in stile pisano, ossia hanno la particolarità di riferirsi ad un calendario tipico di un’istituzione o di una città o di una regione che utilizza quel tipo di datazione. Lo stile pisano è uno stile ab incarnatione, non uno stile a nativitate, che è un altro stile che può utilizzare: quindi, per la datazione non si parte dalla nascita di Cristo, ma dal suo concepimento, ossia dalla sua incarnazione. Quindi, il 25 marzo per lo stile fiorentino, così come per lo stile pisano ma in modo differente, è la data da cui comincia l’anno stesso. Inoltre, vi è l’uso di utilizzare il cosiddetto sistema dell’indizione, la quale era una pratica antichissima di segnalare le epoche con una ciclicità che veniva contrassegnata ad un numero corrispondente all’indizione di quello specifico torno di anni: quindi, non viene indicato solo il mese, il giorno e l’anno, ma anche l’indizione, ossia un elemento capace di datare con sicurezza e precisione un documento. La datazione è molto complessa, ma è molto importante per chi studia sia fonti documentarie sia fonti letterarie conoscere il sistema della datazione. Ad esempio, anche gli scrittori letterari, gli umanisti e gli intellettuali per datare le loro epistole utilizzano il sistema del calendario romano, il quale fa ricorso al sistema delle Calende e delle Idi: quindi, bisogna necessariamente interpretare in modo corretto l’indicazione della data così com’è stata intesa dall’autore stesso. Gli stadi della trasmissione di un documento sono tre: Þ la minuta, che consiste in un abbozzo più o meno sviluppato della stesura definitiva;
70 Þ l’originale, o authenticum, ossia il documento completo uscito direttamente dall’ufficio di cancelleria o dalle mani del rogatario e pervenuto nella forma e materia genuine con cui è stato emesso; Þ la copia, definita anche exemplar, exemplum o sumptum, ossia una trascrizione più o meno immediata dell’originale; inoltre, si distinguono tre tipi fondamentali di copie: • copia autentica, che ha avuto l’autenticazione in cancelleria o ad opera di uno scrittore legalmente investito di potere certificante, come un notaio o un tabellione; a questo gruppo appartengono anche gli inserti, ossia i documenti riportati, per rinnovazione o come precedenti dell’azione giuridica, in documenti successivi; • copia imitativa, che cerca di riprodurre anche gli elementi estrinseci dell’originale; • copia semplice, priva di qualsiasi segno di autenticazione. Nella tradizione di un documento si possono riscontrare più originali e più copie: in tal caso è necessario valutare l’epoca di ciascuna redazione e stabilirne i rapporti di discendenza rispetto all’originale. Le falsificazioni possono presentarsi sotto forma sia di originale sia di copia. I libri di archivio che contengono raccolte di documenti si distinguono principalmente in: Þ registri, i quali conservano lettere o documenti che devono essere spediti o pubblicati e sono compilati per volontà dell’autore, come i registri di cancelleria o i registri notarili, i quali erano volumi contenenti atti ricopiati dal notaio in maniera ordinata. Quindi, i registri notarili, ad esempio, non contenevano le copie originali, come il diploma in pergamena che veniva consegnato al destinatario di un atto giuridico, bensì le trascrizioni che il notaio, per suo ordine professionale, conservava in un suo specifico registro: pertanto, tutti gli atti che aveva rogato ufficialmente in una determinata occasione venivano ricopiati in maniera sintetica in un registro personale, il quale va a costituire l’archivio personale; Þ cartolari, che contengono documenti da conservarsi come titoli giuridici o per memoria storica, sono compilati per volontà del destinatario e assumono diversi nomi, come cartulario o bullario, a seconda del criterio di compilazione. ELEMENTI DI ANALISI DEL CODICE E DEL DOCUMENTO Come si esamina un libro manoscritto, che è una fonte solitamente letteraria, anche un manufatto documentario dovrà essere descritto con sue particolarità, come:
71 Þ la segnatura, indicando quella attuale, eventualmente anche quella immediatamente precedente, ma solo se citata da altri autori, riservando l’indicazione delle altre alla parte relativa alla storia del manoscritto; Þ la materia scrittoria, indicando la materia o le materie di cui è formato il codice ed eventualmente natura, modi di preparazione e aspetto; Þ la data, indicando il secolo, con ulteriori specificazioni o, se possibile, indicando periodi più brevi in quarti di secolo o in cifre; Þ le dimensioni, indicando altezza e larghezza delle carte in millimetri; Þ la consistenza, indicando la numerazione esistente, avvertendo di eventuali errori, omissioni o carte bianche e distinguendo le carte di guardia da quelle del testo, con le prime indicate con cifre romane e le seconde con cifre arabe; dando notizia di eventuali altre numerazioni, datandole e indicandone l’autore; infine, indicando il numero di fascicoli e la loro consistenza, ossia il numero dei fogli di cui ciascuno è composto, e segnalando l’eventuale presenza di numerazioni e richiami; Þ la rigatura, descrivendo il sistema e il tipo di rigatura; Þ la scrittura, definendo il tipo di scrittura adoperato nel codice, eventualmente segnalando le diverse mani e, se possibile, descrivendone le caratteristiche che ne permettono l’identificazione; dando notizia di commenti o notazioni marginali di altre mani, rilevando il numero, l’epoca e il tipo di scrittura; indicando le misure dello specchio di scrittura e il numero di colonne e righe e riportando l’eventuale formula di sottoscrizione e datazione del copista; Þ l’ornamentazione, distinguendo tra miniature a piena pagina e miniature inserite nel testo e indicandone il numero e le carte in cui si trovano; rilevando la presenza di fregi, iniziali figurate, decorate o calligrafiche e stemmi, i quali ultimi devono essere descritti e, se possibile, identificati; Þ la legatura, indicando il tipo di materie impiegate nella fattura, come legno o cartone, la coperta, che può essere di pelle o di cuoio, l’ornamentazione, la presenza di borchie e fibbie di chiusura, le scritte, se apposte su cartellini o impresse, e i tagli; datando la legatura e possibilmente stabilirne il luogo di provenienza; Þ la storia del codice, riportando integralmente le note di possesso, segnalando i timbri di appartenenza, le annotazioni di studio o di consultazione firmate e indicando ogni elemento che possa contribuire alla ricostruzione della storia del manoscritto, dando notizia di
72 eventuali passaggi di proprietà di cui si è a conoscenza citandone la fonte, come cataloghi di vendita, lettere e documenti, dei restauri subìti dal codice e di ulteriori dati desunti dall’archivio o dalla biblioteca, come l’esposizione in mostre. BIBLIOGRAFIA ESSENZIALE Alla fine di una descrizione di un manoscritto, il codicologo e l’editore critico che produce una descrizione di quel manoscritto dovrà offrire una bibliografia essenziale, ossia una bibliografia su quel manoscritto. Bisogna raccogliere, alla fine della descrizione di un manoscritto, tutti gli studi specifici, anche quelli tecnici, e la presenza del manoscritto in cataloghi, inventari e repertori, ossia tutto ciò che esiste di noto su quel codice. Quindi, la bibliografia essenziale ha lo scopo di delineare il quadro completo degli studi condotti sul manoscritto o per i quali il manoscritto è stato utilizzato e deve essere il più possibile completa, comprendere tutti gli studi, dalle monografie agli articoli fino alle semplici citazioni, ed ordinata cronologicamente. FONDAMENTI DI PALEOGRAFIA LATINA La scienza che si occupa di descrivere, datare e anche attribuire ad un determinato copista o autore la grafia prende il nome di paleografia; in particolare, per il Medioevo ci si interessa soprattutto di paleografia latina, ma esiste ovviamente anche una paleografia greca che ha le medesime caratteristiche metodologiche, seppur con connotazioni di tipo grafico differente. La paleografia latina studia la storia della scrittura basata sull’alfabeto latino nelle sue diverse fasi, le tecniche adoperate per scrivere e il processo di produzione di testimonianze scritte nelle varie epoche nel loro aspetto grafico, come libri, iscrizioni, documenti o scritti di altra natura. Essa ha lo scopo di insegnare a leggere le antiche scritture, datare le testimonianze scritte e trarre dal loro aspetto esteriore gli elementi utili allo studio del loro contenuto e dell’ambiente di cui sono espressione. Dunque, non è possibile che un filologo medievale non sia anche almeno un paleografo, ossia deve essere in grado di leggere le antiche scritture.
73 TERMINOLOGIA DELL’EVOLUZIONE DELLA SCRITTURA Per quanto riguarda la terminologia: Þ la forma è l’aspetto esteriore delle singole lettere e dei singoli segni; Þ il modulo è il rapporto tra le dimensioni (altezza e larghezza) delle singole lettere; Þ il ductus è il modo più o meno rapido di tracciare le lettere e può essere: • posato, per cui le lettere sono disegnate più che scritte; • corsivo, per cui la scrittura presenta numerosi legamenti tra una lettera e l’altra; Þ il peso è la natura spessa o sottile dei tratti che costituiscono le singole lettere e può essere: • pesante, ossia con forti contrasti tra tratti grossi e sottili; • leggero, ossia privo di contrasti. Nell’analisi paleografica si distinguono due categorie generali di scrittura: Þ la scrittura maiuscola: il suo alfabeto è compreso tra due linee parallele, che prende il nome di schema bilineare; Þ la scrittura minuscola: lo schema bilineare comprende solo il corpo delle lettere e occorrono altre linee parallele sopra e sotto per comprendere altri tratti, i quali possono essere ascendenti o discendenti; quindi, per la scrittura minuscola si avrà uno schema quadrilineare. EVOLUZIONE DELLA SCRITTURA LATINA Vi è un periodo che sostanzialmente è unitario nelle sue caratteristiche, ossia prevede l’uso delle medesime tipologie di scritture in tutti i paesi di cultura latina, ed è quello che si aveva nell’età antica romana. Dunque, i romani avevano una tipologia di scrittura valida per tutte le regioni del mondo conosciuto soggette alla cultura, o addirittura anche all’amministrazione e alla politica, di Roma. A questo periodo di unità grafica segue un periodo che i paleografi definiscono del particolarismo grafico, che va dal V-VI secolo fino all’VIII secolo: in questo periodo, la scrittura latina assume caratteristiche, atteggiamenti e forme diverse a seconda dei paesi in cui viene impiegata. Quindi, in tutto l’Occidente latino si trovano differenti tipologie di scrittura: si rompe l’unitarietà grafica che aveva contraddistinto l’Impero romano esattamente nel momento in cui l’Impero romano stesso si disgrega. Pertanto, il primo periodo medievale, ossia il cosiddetto Alto Medioevo,
74 fino all’VIII secolo è definito dai paleografi periodo del particolarismo grafico. A questo particolarismo grafico segue il cosiddetto periodo carolingio-gotico: è un periodo che va dall’VIII-IX secolo fino al XIV secolo e comprende due tipologie di scrittura che sono state nuovamente capaci di unificare tutta l’Europa cristiana: Þ la scrittura carolingia; Þ la scrittura gotica. L’ultimo periodo è il periodo umanistico moderno, nel quale gli umanisti riprendono le forme dell’età carolingia e post-carolingia, che poi vengono adottate anche in altri paesi europei. I paleografi utilizzano questa periodizzazione generica per distinguere: Þ l’unitarietà dell’Impero romano; Þ il periodo del particolarismo grafico; Þ il periodo carolingio-gotico; Þ il periodo umanistico moderno. Chiaramente, il periodo umanistico moderno recupera una tipologia che è già quella del periodo carolingio. IL SISTEMA DELLE ABBREVIAZIONI Un paleografo deve essere in grado di leggere le scritture antiche interpretando le cosiddette abbreviazioni, perché i copisti e gli scrittori del Medioevo utilizzano un sistema tachigrafico, ossia un sistema che abbrevia la trascrizione di una parola con segni convenzionali che venivano uniformemente e consapevolmente interpretati da tutta la comunità degli scriventi. Per leggere correttamente manoscritti, documenti e antichi libri a stampa, è necessario conoscere il sistema abbreviativo sviluppatosi in epoca medievale e poi passato alla prima generazione dei testi a stampa. I sistemi adoperati per abbreviare la scrittura di parole e di segni nel mondo romano erano: Þ abbreviazioni per sigla: sistema utilizzato nelle epigrafi romane per abbreviare prenomi, formule sacre e giuridiche, espressi solo dalla lettera iniziale; nei manoscritti si abbreviavano solo le desinenze finali que e bus; Þ abbreviazioni per troncamento: sistema secondo il quale della parola si dava solo la prima lettera e si può trovare all’interno di sillabe e di parole; Þ note tironiane: si tratta di un sistema tachigrafico, cioè di scrittura rapida per mezzo di segni convenzionali, che prende il nome da Tirone, il quale ne sarebbe stato l’ideatore, o piuttosto
75 colui che seppe per primo applicarlo alla lingua romana; tale sistema si basava sull’uso di segni principali per il tema o prefisso delle parole e di segni ausiliari, posti sopra o sotto il rigo, per le desinenze; Þ notae iuris: è un sistema abbreviativo che si sviluppò tra il II e il V secolo in ambiente giuridico-amministrativo romano e che influenzò la formazione del sistema abbreviativo medievale, perché molte di queste abbreviazioni passarono nell’uso comune e altre ne furono coniate sul loro modello; Þ nomina sacra: uso di abbreviare per contrazione i nomi indicanti Dio, Gesù Cristo e santo invalso nel mondo antico e nelle scritture greca e latina fin dai primi tempi del cristianesimo. Quindi, le iscrizioni utilizzano una C per consul e una M per Marius: questo tipo di abbreviazione era già presente nella Roma antica ed era un tipo di abbreviazione per sigla. I copisti, all’interno dei manoscritti, utilizzano questo sistema di abbreviazioni per sigla almeno per quanto riguarda le cosiddette desinenze finali: ad esempio, il -que enclitico, che veniva univerbato alla parola a cui si riferisce, poteva essere abbreviato con una q, ossia con una sigla che lo sostituiva; allo stesso modo, anche la desinenza -bus finale, presente nei dativi e negli ablativi della terza declinazione plurale, veniva abbreviata con una b in maniera particolare. Bisogna tenere a mente, in particolare, un sistema adottato per tutto il Medioevo e che pare che fosse tipico addirittura dello scriba di Cicerone, ossia lo schiavo Tirone, da cui prendono il nome: si tratta delle cosiddette note tironiane. Le più famose note tironiane sono quella per et, che è simile ad un 7, e quella di cum, che si abbrevia con un segno molto simile al 9; tuttavia, poi si comincerà a perdere la sensibilità per le note tironiane e, ad esempio, in luogo della et si troverà un simbolo molto famoso, in particolare nell’ambito della tradizione dei primi testi a stampa, ossia la cosiddetta et commerciale o &. Per quanto riguarda i nomina sacra, il nome Iesus è in realtà un trigramma, ossia non veniva scritto per esteso, ma veniva indicato semplicemente dal trigramma IHS: quindi, il paleografo riesce ad interpretare correttamente quel trigramma come Iesus. Nel Medioevo, il sistema abbreviativo si fondò soprattutto sui due principi del troncamento e della contrazione. Con l’affermazione della cultura universitario-scolastica, il sistema si uniformò in tutto il territorio europeo e tale rimase fino alle sue ultime apparizioni nella stampa. Dunque, tutto ciò che costituiva prassi di un particolare ambiente culturale venne uniformato in una serie di regole abbreviative che vennero codificate nel periodo finale del Medioevo, ossia con la nascita delle università: a partire da questo periodo, tutti gli scriventi sono capaci di utilizzare il medesimo sistema abbreviativo, che in effetti fu alla base anche della scrittura a caratteri mobili inventata a metà del Quattrocento.
76 30.03.2022 L’usus abbreviativo medievale risponde ad alcune esigenze particolari che si sono verificate nel corso dei secoli e vengono in qualche modo anche codificate, soprattutto nel tardo Medioevo con la nascita delle università, dove i copisti divengono figure professionali e condividono un sistema tachigrafico uniforme in tutta Europa. Due studiosi, Battelli e Petrucci, hanno classificato lo schema delle abbreviazioni raggruppandole in questo modo: Þ abbreviazioni con il punto (.), il quale designa un’abbreviazione per troncamento o per sigla (ad esempio, .i. = idest; .e. = est); Þ abbreviazioni con lineetta orizzontale soprascritta (-), che prende il nome di titulus e che il più delle volte sostituisce un suono nasale o un suono labiale: quindi, indica sia un’abbreviazione per contrazione (aıa̅ = anima; he̅o = habeo) sia un’abbreviazione per troncamento (ap̅= apud) sia mancanza di m o n; Þ abbreviazioni con lineetta ondulata, spezzata o obliqua, le quali segnalano la mancanza di r, generalmente unita ad altre lettere, e sono poste sopra determinate lettere; Þ abbreviazioni con apostrofo (‘), il quale posto in lato indica un’abbreviazione per troncamento o spesso la mancanza della desinenza -us; Þ abbreviazioni per -rum, costituite da un tratto obliquo in legamento con la r della desinenza -rum; Þ abbreviazioni con segno in forma di 2 soprascritto, il quale indica l’assenza delle desinenze -ur o -er (ad esempio, dicit2 = dicitur); Þ abbreviazioni con letterina soprascritta, la quale rappresenta un’abbreviazione per contrazione (ad esempio, sii = sibi) o speciali abbreviazioni per sigla; Þ abbreviazioni con segno di 7, il quale è un segno tironiano che sta per et o etiam o per un troncamento generico (ad esempio, mon7 = monet; at7 = atque, dal momento che la congiunzione atque è interpretata come se fosse at e -que enclitico e quest’ultimo vale come et); Þ abbreviazioni con segno tironiano 9, il quale indica con/cum; Þ abbreviazioni della p: • se la p ha una lineetta soprascritta (p̅), vale per pre/prae; • se la p ha una lineetta orizzontale attraverso l’asta inferiore (p̱), vale per per; • se la p ha un tratto obliquo attraverso l’asta, vale per pro;
77 Þ abbreviazioni della q: • se la q ha un tratto orizzontale attraverso l’asta (q̱), vale per qui; • se la q ha un tratto obliquo attraverso l’asta, vale per quod; • se la q ha una lineetta soprascritta (q̅), vale per que/quae; • se la q ha una lineetta ondulata soprascritta orizzontale e un tratto orizzontale attraverso l’asta (q̱ ̃), vale per quam; • se la q ha una lineetta soprascritta orizzontale e un tratto orizzontale attraverso l’asta (q̱ ̅), vale per quem; • se la q è unita ad un segno di forma 2 (q2), vale per quia; Þ segno a forma di due punti (:) o di punto e virgola (;) o un segno derivato simile a 3 possono indicare un’abbreviazione generica, per troncamento o per mancanza di m. Tuttavia, queste sono regole generali e le particolarità di abbreviazione da parte dei copisti possono anche derogare da questa regola generale. Per trovare una risposta convincente per i segni abbreviativi presenti in un testo antico vi è uno strumento che è stato compilato già alla fine del XIX secolo e che ancora oggi si utilizza: si tratta del “Dizionario delle abbreviature latine e italiane” compilato da Cappelli. Il “Cappelli” serve al filologo e al paleografo per sciogliere alcune abbreviazioni per tutte le parole che sono state censite dallo stesso Cappelli, individuando anche varie possibilità, perché vi sono diverse interpretazioni. Nel caso in cui vi sia una parola abbreviata con MTS e con un titulus soprascritto (MTYS), questa parola potrebbe valere per matris, mentis e mortis: a questo punto si utilizza il “Cappelli” per capire quante e quali possibilità si hanno per sciogliere quella abbreviazione. In generale, non si impara solo teoricamente questo sistema abbreviativo, ma è l’esperienza a rendere capaci di leggere correttamente i testi antichi, tenendo a mente le regole generali e utilizzando il “Cappelli” per i casi dubbi: quindi, la pratica di lettura di testi manoscritti è il filologo che riesce a farsi una competenza paleografica di questo tipo.
78 Come risulta evidente, si utilizzano anche lettere dell’alfabeto greco per creare il trigramma abbreviato di Christus. Quindi, il sistema abbreviativo latino, che ha caratteristiche differenti a seconda del luogo in cui si è evoluto, può essere assimilato ad un caso di codice cifrato. Infine, vi sono anche segni più complessi che sono stati censiti in area di scritture insulari, ad esempio nelle Isole britanniche; il segno che ha oltrepassato la Manica ed è stato usato anche nel continente è quello per est, ossia ÷. SINTESI DI STORIA DELLA SCRITTURA LATINA I paleografi sostanzialmente fanno una suddivisione generale per periodi della tipologia delle scritture che hanno segnato secoli della storia medievale e soprattutto hanno distinto epoche di particolarismo grafico da epoche di unità grafica. Il Medioevo si apre con una stagione di particolarismo grafico: fino all’avvento della minuscola carolina, in Europa non vi era un solo modo di scrivere, ma vi erano più modi ed espressioni grafiche che costituiscono gli archetipi di scritture che si specializzeranno molto più avanti. Dopo il periodo carolingio, si entra in un periodo contraddistinto dalla scrittura gotica, che sarà il modello di scrittura, anche se con diverse tipologie, unicamente adottato in tutta Europa fino al XIV secolo, fino all’avvento della scrittura umanisticorinascimentale, che imitava nuovamente la minuscola carolina, ma in forme espressive che somigliano alla scrittura moderna. Infatti, i caratteri tipografici inventati alla fine del XV per la stampa in Italia da Aldo Manuzio sono quelli che si utilizzano modernamente per la stampa dell’alfabeto latino. CAPITALE EPIGRAFICA A partire dalla metà del III secolo a.C., la scrittura inizia un processo di normalizzazione, riscontrabile nella tendenza a regolarizzare le forme: questo processo arriva a compimento con la canonizzazione della scrittura epigrafica. La capitale epigrafica è la capitale, ossia la maiuscola, utilizzata nelle cosiddette scritture esposte, come epigrafi e quanto altro stava visibile ad occhio umano all’aperto: si tratta di monumenti ed iscrizioni ufficiali che utilizzavano una tipologia di scrittura maiuscola, ossia iscritta in un sistema bilineare, in forma canonizzata ed elegante.
79 SCRITTURA CAPITOLARE LIBRARIA La diffusione della cultura e la formazione di una letteratura latina produssero l’esigenza di una scrittura calligrafica libraria, la quale si formò avendo a modello la capitale epigrafica, molto vicina ad essa per quanto riguarda l’uniformità dei tratti e l’andamento delle lettere, per poi subire nel tempo nuovi adattamenti. Vi sono due esempi di capitale: Þ capitale rustica: si tratta di una scrittura posata, caratterizzata da elementi molto vicini alla varietà epigrafica, come separazione delle lettere, andamento verticale, uniformità del modulo e assenza di elementi corsivi; Þ capitale elegante: è caratterizzata dalla larghezza delle lettere, dal forte contrasto tra tratti sottili e grossi e da tratti ornamentali al termine delle aste; ne costituisce un esempio la scrittura del “Virgilio Augusteo”, ossia il Codice Vaticano latino 3256. SCRITTURA MINUSCOLA ANTICA La scrittura minuscola primitiva o antica si diffonde soprattutto nel II secolo: sfruttando le forme delle lettere modificate, a seguito di ciò si trovò favorita la tendenza alle legature, ossia all’unione di tratti di lettere consecutivi. Sviluppando questa tendenza, quasi tutte le lettere dell’alfabeto assunsero un aspetto in parte nuovo: perciò, tra il III e il IV secolo giunse a piena maturazione la formazione di un alfabeto di forma minuscola. La s lunga è la forma che la lettera s assume nella minuscola corsiva sin dall’antichità e lungo tutto il corso del Medioevo fino all’avvento della scrittura umanistico-rinascimentale. SCRITTURA ONCIALE La più famosa delle scritture tardo-antiche è la scrittura onciale ed è una di quelle che si incontrano per prime nel periodo del particolarismo grafico. La formazione dell’alfabeto minuscolo creò l’esigenza di una nuova scrittura calligrafica libraria diversa dalla capitale, la quale non rispondeva
80 più al nuovo gusto estetico. Il desiderio di rendere più eleganti le forme della minuscola primitiva produsse la nuova scrittura onciale, il cui nome si deve ai paleografi del Settecento che, fraintendendo un passo di San Girolamo in cui si parla di «litterae unciales», ossia grandi (in riferimento alle capitali), chiamarono “onciale” questa scrittura. La scrittura onciale è considerata una scrittura maiuscola: infatti, sebbene abbia già tutti i tratti di una scrittura minuscola, come i legamenti tra le lettere o il fatto che le lettere hanno degli ornamenti che le rendono simili alle lettere della scrittura minuscola, tuttavia la scrittura onciale si iscrive in un sistema bilineare e non quadrilineare, ossia non vi sono aste o tratti ascendenti o discendenti che vanno a sconfinare rispetto ad un sistema bilineare. Fu la scrittura libraria più usata fino al VI secolo e fino al XII viene adoperata per la trascrizione di titoli o lettere iniziali di capitoli. Alcuni esempi molto belli di scrittura onciale sono la “Bibbia Amiatina”, conservata presso la Biblioteca Medicea Laurenziana, e il “Livio vaticano”, ossia il Codice Vaticano latino 10696, che è scritto in un’elegantissima onciale ed è uno degli esempi più alti e distintivi di questa scrittura. IL PARTICOLARISMO GRAFICO Con l’onciale si perviene al periodo del particolarismo grafico, che si colloca tra V-VI secolo e VIII secolo, ossia fino al momento della nascita dell’Impero carolingio e dell’invenzione di una scrittura poi uniformatasi in tutta Europa. Fra V e VI secolo, il sistema grafico unitario del mondo romano venne meno a causa della dissoluzione dell’Impero e la formazione dei Regni romano-barbarici, provocando l’isolamento culturale delle diverse regioni europee. Questo processo di frammentazione e diversificazione di una tradizione grafica un tempo unitaria produsse il cosiddetto particolarismo grafico altomedievale: la scrittura, nelle diverse regioni, assunse atteggiamenti e forme diverse, dando origine alle cosiddette scritture “nazionali”. Quindi, si ha la nascita di scritture che sono state etichettate come appartenenti ad aree geografiche e culturali differenti, come: Þ la scrittura merovingica, ossia una scrittura minuscola formatasi in Gallia e caratterizzata dalla compressione laterale delle lettere, dall’allungamento delle aste
81 superiori che si contrappone a quello scarso delle inferiori e dalle numerose legature strette e spesso artificiose; Þ la scrittura visigotica, ossia una scrittura minuscola dell’area della Spagna visigotica del VII secolo che si svolse dalla corsiva sotto l’influenza dell’onciale e che è caratterizzata da una generale inclinazione a sinistra e dal tratteggio verticale; Þ la scrittura beneventana, che, formatasi da una minuscola libraria ricca di elementi corsivi, viene così chiamata poiché ebbe come centro di diffusione il principato di Benevento; le sue caratteristiche principali sono il tratteggio contrastato, con tratti orizzontali, verticali e obliqui a sinistra molto grossi e a destra sottili, e le lettere molto accostate tra loro. LA MINUSCOLA CAROLINA La minuscola carolina deve il suo nome a Carlo Magno e alla politica culturale che l’imperatore promosse in tutta Europa sfruttando una squadra di intellettuali al suo servizio, capeggiata da Alcuino di York e riuniti nella Schola Palatina, ossia l’istituzione che promosse la nuova cultura dell’Impero di Carlo Magno, con la diffusione anche di una particolare scrittura. L’elemento che visivamente appare agli occhi è la rotondità delle lettere della minuscola carolina: mentre finora vi sono state scritture che sono state sempre molto geometriche ma lineari, con la minuscola carolina si ha per la prima volta un tratteggio molto rotondo, un disegno semplice ed equilibrato e una netta separazione tra le lettere. La minuscola carolina si distingue anche per una scarsa incidenza di legature e abbreviazioni: quindi, si tratta di una scrittura molto limpida e leggibile, come risulta evidente dalla cosiddetta “Bibbia di Alcuino”, oggi conservata alla Zentralbibliothek di Zurigo. L’unificazione politica di parte dell’Europa occidentale con la costituzione del Sacro Romano Impero ad opera di Carlo Magno trovò un parallelo nella riunificazione grafica che si ebbe con la nascita e la progressiva diffusione della minuscola carolina.
82 SCRITTURA GOTICA La scrittura carolina resta il modello imperante per circa quattro secoli, finché non verrà soppiantata dalla cosiddetta scrittura gotica, che a partire dalla seconda metà dell’XI secolo si innestò sul precedente modello della scrittura carolina, generando un processo di profonda modificazione stilistica per l’affermarsi di alcune tendenze: Þ irrigidimento del tracciato: quindi, la rotondità, che era il tratto caratteristico della minuscola carolina, viene meno perché le linee cominciano a spezzarsi, in maniera tale da avere un’esecuzione del tratto delle lettere più geometrico; Þ esagerazione del contrasto tra tratti grossi e sottili: quindi, la scrittura gotica sfrutta la capacità del calamo di eseguire tratti spessi e tratti sottili; Þ tendenza delle curve a diminuire e a spezzarsi in angoli acuti. Quando queste tendenze si sviluppano completamente, si produce una nuova scrittura, ossia la scrittura gotica, che è la scrittura tipica del cosiddetto tardo Medioevo: pertanto, a partire dall’XIXII secolo in tutta Europa si trovano esempi di scrittura gotica. L’aggettivo richiama alla mente anche uno stile architettonico, che è quello imperante nel medesimo tempo in cui la scrittura gotica si diffonde: ad esempio, la tendenza dello stile architettonico gotico a riprodurre in modo esagerato elementi architettonici spiccanti verso l’alto si osserva anche nella scrittura gotica. Le caratteristiche generali della minuscola gotica sono: Þ il disegno angoloso e la spezzatura delle curve; Þ l’aspetto stretto e serrato della scrittura, con lettere allungate e vicine fra loro; Þ l’accorciamento delle aste superiori e di quelle inferiori; Þ i tratti inferiori delle aste che si incurvano; Þ l’uso di numerose abbreviazioni. Le litterae elongatae sono lettere molto verticali che vengono avvertite esteticamente come molto eleganti dagli scriventi dell’epoca. A seconda dei modi di impiego e delle caratteristiche stilistiche si possono distinguere tra molti tipi di gotica: Þ la scrittura gotica rotunda è la scrittura che si diffonde in Italia, eccezion fatta per alcune regioni del Nord, ed è da questa scrittura che si arriverà alla concezione di una scrittura umanistica che verrà inventata proprio in Italia. Si tratta di una scrittura larga con lettere schiacciate e rotonde, accostata e compatta, con poche spezzature. Questa è la scrittura che
83 utilizzerà Francesco Petrarca nei suoi autografi e i paleografi hanno definito la sua scrittura una semigotica rotunda, per sottolineare il fatto che Petrarca avesse rotto con gli schemi rigidi della scrittura gotica, ancora però ne fosse influenzato e soprattutto riproducesse quelle che erano caratteristiche tipiche dell’applicazione della scrittura gotica in territorio italiano; Þ la littera bononiensis è la scrittura gotica impiegata in ambito universitario a Bologna, per certi aspetti simile alle rotunda, ma molto più stretta, con aste più corte, interlinee ridotte e uso frequente del segno tironiano per con; Þ la littera parisiensis è la scrittura gotica impiegata in ambito universitario a Parigi, che rispetto alla precedente risulta molto più piccola, irregolare e meno accurata e rotondeggiante. Il “Virgilio Ambrosiano” è un manoscritto appartenuto a Francesco Petrarca contenente tutta l’opera di Virgilio: Petrarca glossò questo manoscritto sui margini abbondantemente e questo manoscritto è un esempio molto significativo di scrittura gotica rotunda. SCRITTURA SEMIGOTICA La scrittura semigotica utilizzata da Petrarca è la prima attestazione in territorio italiano dell’uscita da un periodo di predominanza della scrittura gotica in tutta Europa. Petrarca mostrava segni di reazione negativa nei confronti del mondo della Scolastica, dato che Petrarca era avverso alla cultura medievale e universitaria, e ruppe con questa rigidità del sistema della cultura coevo: per questo viene considerato un vero e proprio umanista, se non addirittura il padre stesso dell’Umanesimo. Nel Trecento, Francesco Petrarca, manifestando segni di reazione contro la scrittura gotica, che giudicava difficile a leggersi e troppo ricca di ornamenti, tanto da sembrare più disegnata che scritta, sostenne la necessità di creare una nuova libraria ad imitazione della minuscola carolina, che aveva spesso visto nei mansocritti antichi e che considerava una scrittura elegante, semplice e chiara a leggersi. Quindi, a Petrarca si deve l’utilizzo di una scrittura che è in netta opposizione alla scrittura gotica più rigida e persino più dolce rispetto alla stessa gotica rotunda che si impiegava a quel tempo in Italia. La scrittura semigotica è la scrittura libraria e di glossa propria di Petrarca che, rispetto alla gotica, presenta un tracciato più chiaro e semplice. L’autografo di Petrarca del “De sui ipsius et multorum ignorantia”, ossia il Codice Vaticano latino 3359, fornisce un’idea chiara di come la sua scrittura non fosse più una gotica, ma una semigotica.
84 SCRITTURA «PRE-ANTIQUA» Agli inizi del XV secolo si arriva ad una scrittura che i paleografi definiscono «pre-antiqua», perché la scrittura antiqua fu la scrittura che gli stessi umanisti, quando andarono alla ricerca di codici di autori classici che si erano perduti nel corso del Medioevo e che venivano conservati nei monasteri e nei conventi europei, in realtà recuperarono alcune opere della classicità attraverso i cosiddetti archetipi medievali: ad esempio, Petrarca riscoprì opere di Cicerone in esemplari manoscritti risalenti all’epoca carolingia (IX-XI secolo). Gli umanisti, a partire da Petrarca, cominciarono a definire la scrittura dei codici antichi, da cui recuperavano i testi di autori e opere sconosciuti per gran parte del Medioevo, come antiqua, ossia credevano che quella scrittura fosse l’antica scrittura dei Romani e cominciarono ad imitare quella scrittura, perché filologicamente convinti che quella fosse l’antica scrittura e che si dovesse restaurare e reimmettere nella nuova epoca classicistica dell’Umanesimo italiano. Con l’avvento a Firenze di Poggio Bracciolini, la scrittura antiqua prenderà piede e si svilupperà una scrittura antiqua o umanistica che imita molti tratti della scrittura carolina. Prima che a Firenze venisse ideata questa scrittura antiqua, si ha uno stadio intermedio tra la semigotica di Petrarca e l’antiqua fiorentina: questa scrittura si chiama «pre-antiqua» e il processo di sviluppo che condusse alla riforma grafica umanistica è legato all’attività di alcuni copisti di rilievo, come Coluccio Salutati, il quale fece proprio ricorso a questa scrittura libraria a metà tra la semigotica e l’antiqua. La scrittura «pre-antiqua» è caratterizzata dal tratteggio sottile e uniforme, dall’andamento sinuoso delle aste e dalla presenza di numerose lettere di forma carolina. SCRITTURA MINUSCOLA UMANISTICA La scrittura minuscola umanistica è un’imitazione pura della scrittura carolina e fu inventata dal Cancelliere della Repubblica fiorentina Poggio Bracciolini, il quale fu un grande scrittore latino, ma anche un grande investigatore di antichità: infatti, andò a ricerca di codici in tutta Europa e grazie a Bracciolini sono state recuperate tradizioni manoscritte di autori classici che si erano perdute nel corso del Medioevo. Poggio Bracciolini, vedendo questi esemplari che erano quasi tutti di epoca carolingia, pensò che se ne dovesse imitare anche la scrittura e inventò per l’appunto la scrittura che si definisce “minuscola umanistica”. Quindi, la nuova scrittura libraria da lui eseguita fu inizialmente un’imitazione pedissequa della carolina dei secoli XI e XII, dal tratteggio piuttosto rigido. Solo dopo, ormai padrone del modello, lo eseguì liberamente con una grafia dalle caratteristiche
85 personali, ossia con aste sinuose e forme più rotondeggianti, e creò anche un nuovo alfabeto minuscolo avendo a modello le capitali manoscritte epigrafiche di età romana. Il Codice Pluteo XLIX, 24 della Biblioteca Medicea Laurenziana è un manoscritto autografo di Bracciolini che riproduce le Epistulae ad Atticum di Cicerone e in cui è possibile vedere un chiaro esempio di scrittura minuscola umanistica. Quindi, si è in piena età di classicismo e Poggio Bracciolini, che è un grande cultore dell’antichità, riproduce fedelmente una scrittura che riteneva antica e che vedeva in manoscritti di epoca carolingia, ma utilizza anche una capitale epigrafica romana che osservava nelle scritture esposte delle rovine di Roma antica. Pertanto, si tratta di un restauro e di un’imitazione di quello che i primi umanisti, soprattutto fiorentini, credevano che si trattasse di sistema grafico antico. SCRITTURA UMANISTICA CORSIVA La scrittura umanistica non è soltanto posata, ma è anche corsiva: infatti, l’invenzione di una scrittura umanistica corsiva si deve ad un altro fiorentino, ossia Niccolò Niccoli. Prima della metà del XV secolo, in ambito della Cancelleria e della Curia pontificia, si produsse una scrittura molto simile alla minuscola umanistica posata, ma dall’andamento corsivo, leggermente inclinata a destra e con aste lunghe. Il processo di formazione di questa scrittura fu anticipato dalla scrittura libraria di Niccolò Niccoli, di cui restano dieci codici cartacei in corsiva, contenenti testi di autori classici. La scrittura umanistica corsiva è una scrittura elegante, sottile, inclinata e con aste allungate in alto e in basso. FENOMENOLOGIA DEL LATINO MEDIEVALE E UMANISTICO Non esiste un solo latino medievale, ma esistono più latini medievali, perché ogni epoca ha rappresentato un mutamento e una metamorfosi della lingua latina e si può classificare per grandi periodi: Þ il latino alla fine dell’epoca imperiale; Þ il latino medievale pre-carolingio: così come vi era un particolarismo grafico prima dell’avvento dell’Impero di Carlo Magno, vi era anche un particolarismo linguistico; Þ la riforma carolingia: con l’avvento della Schola Palatina il latino viene risistemato e si confezionano strumenti grammaticali, lessicografici e linguistici per il suo studio;
86 Þ il latino medievale dopo l’anno Mille: quindi, l’anno Mille può costituire uno spartiacque anche per questa evoluzione linguistica; Þ il latino nell’età dell’Umanesimo. IL LATINO ALLA FINE DELL’EPOCA IMPERIALE Il latino alla fine dell’epoca imperiale è il primo latino che si incontra nella storia della sua evoluzione all’inizio del Medioevo. A seguito di contrasti esterni con i barbari e di rivolte interne, Roma non divenne più il centro del mondo, lasciando il posto a Costantinopoli, Milano e Treviri. Queste città offrivano un ambiente più favorevole alla vita intellettuale e in cui già si prevedeva la successiva decomposizione linguistica. L’imperatore si qualificava come dominus, mentre i funzionari di corte erano i comites (compagni), da cui deriva la parola “conte”: quindi, i primi conti, ossia nobiliari che affiancavano le operazioni imperiali, erano i comites della tarda antichità. Un effetto molto visibile delle particolarità lessicali di questo latino tardo-imperiale è l’estensione dell’uso del plurale di cortesia in luogo del singolare: Þ nos in luogo di ego (per rivolgersi all’imperatore); Þ vos in luogo di tu (per rivolgersi ai sudditi). Gli uffici dell’amministrazione e le cancellerie ecclesiastiche introdussero altre espressioni che confluirono nel latino medievale, come: Þ rara incidenza del pronome anaforico is, sostituito dai participi praedictus, supradictus e subrascriptus; Þ sostituzione di hic con praesens: l’aggettivo e il pronome hic comincia a perdere il suo valore connotativo nella percezione degli scriventi così come dei parlanti; Þ forte incidenza di ablativi assoluti del tipo habita districtione per dire cum districtione: quindi, un semplice cum seguito dall’ablativo, che esprimeva un complemento di modo, viene trasformato in un ablativo assoluto di cui non vi era bisogno nel latino classico; Þ uso di participi come consistens, constitutus e positus per supplire all’assenza del verbo esse: infatti, non si sente più forte l’uso del verbo essere per esprimere lo stato in luogo e si ricorre, ad esempio, al participio constitutus (es. Romae constitutus). In questo latino di età tardo-imperiale incide l’introduzione di un lessico di tipo cristiano e spesso di derivazione greca: si hanno, infatti, neologismi che fanno parte della cultura cristiana che si introducono nella lingua latina, ma che spesso sono dei prestiti dalla lingua greca, come i nomi che
87 designano le istituzioni ecclesiastiche che vengono latinizzati. Formando un gruppo isolato dalla maggioranza della popolazione, i cristiani avevano dato vita ad un particolarismo linguistico non compreso dalla componente pagana. Dopo l’editto di Milano del 392, essi imposero agli altri, insieme alle loro idee, anche la loro lingua. Gran parte del vocabolario cristiano è modellato sul greco: Þ nomi che designano le istituzioni ecclesiastiche latinizzati, come ecclésia, episcopus, diaconus, martir, evangelium; Þ neologismi per designare le nozioni astratte della nuova ideologia cristiana, come salvare, salvator, trinitas, incarnatio. I testi sacri, e in particolar modo la Bibbia, erano passati in Occidente nella traduzione dei Settanta, ossia in lingua greca. L’influenza di questa traduzione della Bibbia e l’uso di termini che si trovavano nella traduzione greca del testo originale ebraico influirono notevolmente per la creazione di gerarchie ecclesiastiche nell’organizzazione della nuova Chiesa cristiana. Quindi, un elemento molto forte sotto il profilo lessicale è l’introduzione di grecismi che sono tipici del lessico cristiano. I pagani cominciarono ad accusare i cristiani di alterare la purezza della lingua latina: vi era una sorta di resistenza, come se vi fossero dei “puristi” della lingua dell’epoca, che accusavano soprattutto la comunità cristiana di aver introdotto dei termini che snaturavano l’essenza stessa del latino. Alle loro accuse rispose Agostino di Ippona, a proposito del termine Salvator: Quella di Sant’Agostino è una riflessione molto lucida, dato che avverte che alcuni termini non esistevano nella lingua latina, ma che sono stati introdotti solo dopo l’arrivo dell’epoca cristiana. Quindi, dopo l’arrivo dell’epoca cristiana, questi termini si sono introdotti nel patrimonio lessicale della lingua latina, realizzando alcune realtà che prima non esistevano. Come dirà Lorenzo Valla, uno degli umanisti italiani più famosi per lo studio della lingua latina, «nova res novum vocabulum flagitat» («una nuova realtà esige anche un nuovo termine»): già Agostino aveva percepito questa necessità della lingua latina.
88 05.04.2022 La forte incidenza di un lessico cristiano, con neologismi e grecismi tipici dell’epoca, influisce nella trasformazione del dominio lessicale della lingua latina. Il latino cristiano ha subìto una profonda influenza dall’antica traduzione letterale della “Septuaginta”, ossia della cosiddetta “Bibbia dei Settanta”: si tratta di un’attività di traduzione del testo sacro dall’originale lingua ebraica alla lingua greca. In questo modo, l’ebraico e il greco antico hanno esercitato una certa influenza nella lingua latina. Non solo a livello lessicale, ossia mediante l’introduzione di termini estranei al dominio della lingua latina, ma anche a livello sintattico vi è un’influenza notevole da parte del latino cristiano: Þ l’uso di in strumentale o di limitazione, che imita la stessa funzione della preposizione greca ἐν (es. in manu tenere; offendere aliquem in aliqua re): quindi, invece di usare un ablativo semplice, che ha valore strumentale e di limitazione, si usa il costrutto formato da in e ablativo, il quale ricalca la funzione della preposizione greca ἐν. Quindi, la lingua latina, che nella sua dimensione classica del periodo imperiale soprattutto, si era caratterizzata per la sua sinteticità: la lingua latina è di per sé una lingua sintetica in quanto non abbonda nell’uso di locuzioni e di preposizioni, ma fa riferimento a casi che già esprimono sinteticamente una funzione sintattica. Tuttavia, già da questi due esempi è possibile vedere che sempre più si individua un’esigenza specifica nella lingua latina, che poi sarà quella che evolverà ancora nei secoli più bassi del Medioevo nelle parlate romanze, ossia l’uso abbondante di preposizioni, che non è assolutamente una necessità del latino classico ma che invece si individua già a partire dal latino tardo-antico cristiano e ancor più in quello medievale. Inoltre, nella traduzione del testo ebraico, i Settanta sceglievano spesso una parola greca per rendere una certa parola ebraica senza preoccuparsi della polisemia del termine originale. Quindi, se un termine ebraico aveva più significati e più accezioni e a questo significato viene associato un termine greco che esprime soltanto uno di quei significati, probabilmente si incorre in un fraintendimento semantico del termine di origine. Ad esempio, l’ebraico māšāl (“paragone, proverbio, discorso, parola”) viene tradotto in greco con la parola παραβολή, da cui deriva il latino parabola. Pertanto, parabola latino è un calco del greco παραβολή, ossia il latino è riuscito ad utilizzare un termine che nella sua morfologia non si distanzia dall’originale greco. Παραβολή, invece, è un termine che è stato appositamente escogitato per esprimere uno dei concetti che l’originale māšāl aveva nel suo significato. Nelle versioni latine della Bibbia, si è spesso mutato il greco παραβολή dell’originale ebraico, aggiungendo anche i significati di “vocabolo” e “parola”: infatti, la “parola”, che in italiano deriva dal latino parabola, è un significato proprio del greco παραβολή, che è derivato dall’ebraico.
89 La formazione del verbo parabolare è attestato per la prima volta nella “Visio Baronti” e si tratta di una neoformazione verbale derivata dal sostantivo usato per la prima volta in contesto di traduzione latina biblica. In sostanza, le innovazioni lessicali della lingua latina mostrano due aspetti: Þ una introduzione di termini nuovi, ossia di lessico non appartenente alla lingua latina; Þ una trasformazione della sintassi latina. Quindi, lessico e sintassi della lingua latina classica vengono totalmente stravolti con l’avvento del latino cristiano. Si hanno anche delle particolarità fonetiche che incidono molto nella trasformazione della lingua latina. In un’epoca di grandi trasformazioni sociali e spirituali (III-IV secolo), la crescente intensità dell’accento sconvolge del tutto l’antico ritmo quantitativo. Le vocali brevi rafforzate dall’accento sono diventate lunghe, così come le vocali lunghe non accentate si sono abbreviate, e ciò ha determinato una trasformazione sostanziale della pronuncia della lingua latina: Þ ĭ e ŭ nelle sillabe aperte accentate ricevono il medesimo timbro fonetico di ē e ō (es. pĭram > pēra; gŭlam > gōla); Þ ĕ e ŏ tendono a dittongarsi nella pronuncia latina medievale e nell’ortografia degli esiti romanzi (es. lat. nŏvum > nōvum > it. “nuovo”; sp. nuevo). Il ritmo quantitativo scompare e, dunque, l’antica regola della penultima non poteva essere più applicata. Per questo motivo, le parole di derivazione greca sono state trattate in una maniera differente durante l’epoca classica: Þ gr. φιλοσοφία > lat. class. philosóphia > lat. med. philosophìa Þ gr. ἀκαδήμεια > lat. class. academia > lat. med. acadèmia Quindi, il latino medievale presenta il medesimo esito accentuativo che si avrà nell’esito romanzo e nel volgare italiano. L’accento mediolatino ha già trasformato in maniera evidente ciò che si osserva ancora oggi come esito accentuativo della lingua di arrivo, ossia appunto l’italiano. Il latino parlato ha conosciuto cambiamenti considerevoli anche nel campo della sintassi e della morfologia e il sistema dei casi, attraverso il quale la lingua latina evitava un ricorso eccessivo a preposizioni, comincia a vacillare: Þ il vocativo viene sostituito dal nominativo; Þ il genitivo, il dativo e l’ablativo vengono sostituiti da espressioni di uso preposizionale con de, ad, per, cum e accusativo (cfr. lat. de ab > it. “da”). La forte incidenza di preposizioni nel latino medievale porta ad una complicazione: sul versante della formazione delle lingue romanze, l’effetto di preposizioni articolate o anche di preposizioni semplici proviene direttamente da una sovrabbondanza di uso delle preposizioni latine. Inoltre:
90 Þ i pronomi riflessivi pleonastici si aggiungono ai verbi (es. lat. ambulare sibi e cfr. it. ant. “andarsi”), benché il latino avesse verbi che avevano già un valore riflessivo e che non necessitavano di avere pronomi rafforzativi dell’idea di azione riflessiva; Þ confusione dei gradi positivo, comparativo e superlativo dell’aggettivo (es. omnibus maximus in luogo di maior omnibus); Þ semplificazione delle forme verbali deponenti, le quali cominciano ad essere regolarizzate nel latino medievale (es. lat. class. hortor > lat. med. horto). Contemporaneamente alla caduta in disuso del supino, si sviluppano diversi fenomeni, come: Þ forte incidenza del costrutto di ad e infinito (es. carnem dare ad manducare in luogo di carnem dare ad manducandum); Þ il gerundio ablativo rimpiazza il participio presente per esprimere concomitanza (es. redierunt dicendo psalmos in luogo di redierunt dicentes psalmos): infatti, nel latino classico il participio presente aveva proprio la funzione di esprimere un’azione in concomitanza con un’altra che contemporaneamente si stava svolgendo; Þ forte incidenza del suffisso -que pleonastico: quindi, si complica moltissimo, anche per una sorta di ipercorrettismo, l’uso del -que enclitico in luogo della congiunzione et e, per ipercorrettismo e per imitare una forma che appariva sintetica, gli scriventi del Medioevo abusano del -que enclitico al punto da farne diventare una caratteristica propria della lingua; Þ la congiunzione quod tende ad introdursi dappertutto, come nel caso del quod dichiarativo (es. dico quod in luogo di una proposizione oggettiva, formata da accusativo e infinito; timeo quod in luogo di timeo ne; volo quod in luogo di volo ut); Þ fenomeno di ibridazione di forme verbali mediante la sostituzione di forme monosillabiche con parole di due o più sillabe (es. eo ed eunt diventano monosillabici e is e it sono esclusi dalla coniugazione, che diventa vado, vadis, vadit, imus, itis, vadunt): questo dà una percezione concreta di come i verbi irregolari latini, come eo, si confondano tra di loro e producano in effetti qualcosa che oggi si ritrova anche nella lingua italiana; pertanto, l’uso di “andare” come “vado” è l’ibridazione di due verbi latini, ossia eo e vado. Si tratta di particolarità che si attestano già alla fine dell’epoca imperiale, ossia nella tarda antichità, e per tutto quel periodo che si definisce di “particolarismo linguistico”, fino all’avvento dell’epoca carolingia, che costituisce un periodo di riunificazione sia sotto il profilo grafico, mediante l’invenzione della minuscola carolina, sia sotto il profilo linguistico. Per cui si ha un particolarismo
91 pre-carolingio fino all’avvento della Schola Palatina, la quale tenta di unificare nuovamente e di normalizzare la lingua latina. IL LATINO MEDIEVALE PRE-CAROLINGIO Prima di introdurre il latino medievale carolingio, bisogna fare riferimento anche a ciò che lo precede, ossia: Þ il latino in Gallia prima di Carlo Magno; Þ il latino in Italia prima di Carlo Magno; Þ il latino in Africa e in Spagna; Þ il latino nelle Isole britanniche. IL LATINO IN GALLIA PRIMA DI CARLO MAGNO Era distintivo di alcuni latini diatopici, ossia di un’area geografica e culturale specifica, ad esempio del latino merovingico, ossia precedente rispetto all’avvento di Carlo Magno, la riduzione dei casi del soggetto e del complemento oggetto: in antico francese e in antico provenzale la forma portas soppianta il nominativo portae e questo fenomeno si trova già in un autore molto curato nello stile, ossia Gregorio di Tours. Inoltre, si verifica la scomparsa dei pronomi dimostrativi nelle proposizioni secondarie: quindi, eius, illius, eorum e illorum sono sempre sostituiti da suus, anche se il soggetto è distante dalla proposizione che contiene il pronome dimostrativo (es. uxor sua in libertate permaneat in luogo di uxor eius in libertate permaneat). Nell’VIII secolo si trovano intere frasi che riflettono la lingua parlata di quest’epoca e che permettono di scorgere l’influenza di costrutti sintattici romanzi. Ad esempio, il “Canto di Lione”, conservato in un antico manoscritto, presenta un ritornello intonato dal popolo: Christi, resuveniad te de mi peccatore Sebbene l’ortografia sia in parte latina (cfr. lat. class. Christe, resubveniat te de mi peccatore), la costruzione è romanza (cfr. fr. se ressouvenir de quelque chose), dal momento che in latino classico si sarebbe detto: Christe, respice me peccatorem. È presumibile che lo scriba abbia tentato di latinizzare l’ortografia di una frase della lingua popolare, per poi però lasciare la costruzione così com’era. Altro fenomeno di evoluzione linguistica è l’introduzione dell’articolo definito, come emerge nella Legge Salica:
92 «ipsa cuppa frangant la tota, ad illo botiliario frangnat lo cabo, at illo scanciono tollant lis potionis» “spezzino l’intera coppia, rompano la testa del coppiere e prendano tutte le bevande” «ipsam cupam frangant illam totam, ad illum butticularium frangant illum caput, ad illum scancionum tollant illas potiones» Vi è un’incidenza dell’uso di aggettivi dimostrativi, i quali vengono poisemplificati e che hanno dato origine agli articoli determinativi tipici delle lingue romanze. Quindi, si trovano: Þ l’articolo definito la, lo, lis (ossia les < las); Þ il dativo analitico; Þ le forme romanze cuppa, botiliario e cabo. I contemporanei non si rendevano conto dell’evoluzione linguistica alla quale stavano partecipando. Solo all’inizio del IX secolo, nel nord della Gallia, si fece manifesta la differenza tra la lingua scritta e la lingua parlata, dal momento che la lingua scritta non era più compresa da coloro che non l’avevano studiata. L’esistenza di una nuova lingua in Gallia venne ratificata in due occasioni: Þ in occasione del Concilio di Tours dell’813, durante il quale si decise che i sermoni dei vescovi fossero tradotti in rustica Romana lingua: quindi, per la prima volta la Chiesa, come istituzione che utilizza il latino come lingua ufficiale e come lingua della liturgia, comprende che il popolo non riesce più ad intendere le omelie degli officianti e con il Concilio di Tours viene stabilito che gli officianti possano servirsi anche della cosiddetta della rustica Romana lingua, ossia di quella che sotto il profilo linguistico si definisce latino volgare, vale a dire il latino parlato dal popolo che si era evoluto a tal punto da avere formato le cosiddette lingue romanze; Þ in occasione dei Giuramenti di Strasburgo dell’842, i quali sono dei patti di non belligeranza che il popolo germanico e il popolo gallico sanciscono scrivendo esattamente il testo nelle due lingue dei rispettivi popoli: quindi, i “Giuramenti di Strasburgo” sono un altro momento fondamentale della profonda trasformazione storica che la lingua latina sta subendo. IL LATINO IN ITALIA PRIMA DI CARLO MAGNO Pochi decenni dopo si ha la formazione delle prime attestazioni della lingua volgare italiana, dal momento che il famoso Indovinello veronese risale proprio al IX secolo, mentre il Placito capuano risale al 960. Questi fenomeni presenti all’interno del territorio italiano fanno intendere come il
93 latino ormai avesse lasciato spazio negli strati più bassi della società dell’epoca ad un nuovo fenomeno linguistico. IL LATINO IN AFRICA E IN SPAGNA Il latino, che per regola linguistica si parlava e scriveva ancora nelle cosiddette aree periferiche, come in Africa e in Spagna, mantiene caratteristiche più conservative: quindi, sulla base della “Norma delle Aree Laterali” del Bartoli, le aree periferiche si mostrano essere sempre più conservative di quelle centrali. IL LATINO NELLE ISOLE BRITANNICHE La medesima norma del Bartoli vale anche per il latino parlato e scritto nelle Isole britanniche, da cui provengono gli esponenti della cosiddetta Schola Palatina e, in particolar modo, il capo dichiarato di questa nuova istituzione carolingia, ossia Alcuino di York. In quest’area insulare, poiché il latino era sempre stata sentito come lingua artificiale e convenzionale, portata proprio in quei luoghi dall’espansione dell’Impero romano, allora il latino ha avuto sempre necessità presso questi popoli di strumenti linguistici, come dizionari ed enciclopedie che in qualche definissero questo particolare strumento linguistico. Gli intellettuali delle Isole britanniche furono maestri già nell’VIII secolo di lingua latina, insegnata, classificata e lessicalizzata attraverso la composizione di veri e propri trattati linguistici, enciclopedie e lessici dell’epoca. Alcuino di York fu protagonista di questa azione di rinnovamento linguistico che Carlo Magno individuò come elemento unificatore necessario per poter tenere saldo l’Impero ricostituitosi in Europa grazie alla sua azione militare e politica. LA RIFORMA CAROLINGIA Verso la fine dell’VIII secolo, la corte di Carlo Magno divenne il centro della vita intellettuale e il sovrano scoprì ben presto le grandi capacità dei più eminenti uomini di cultura del mondo occidentale, facendo della sua corte il luogo di fruttuosi scambi intellettuali. Tra i membri più influenti della corte di Carlo Magno vi sono: Þ gli irlandesi Dungal e Clemens;
94 Þ gli italiani Pietro da Pisa (grammatico), Paolo Diacono (storico) e Paolino di Aquileia (teologo); Þ lo spagnolo Teodulfo d’Orleans (poeta e vescovo); Þ l’irlandese Alcuino di York, consigliere in materia di istruzione di Carlo Magno e principale artefice della riforma culturale carolingia. L’Impero carolingio era sorto dall’unione di aree geografiche molto diverse tra di loro e l’obiettivo principale del sovrano, dunque, era la spinta alla coesione, come stimolo verso la creazione di un patrimonio culturale comune. Due sono i fattori principali della cosiddetta “Rinascenza carolingia”, ossia della rinascita culturale al tempo di Carlo Magno: Þ la renovatio classica, ossia la legittimazione del potere attraverso la ripresa di elementi tipici della classicità romana: con il concetto di translatio Romae e di translatio imperii da Roma, ossia dall’antica capitale dell’Impero, ad Aquisgrana, dove ha sede la nuova corte imperiale di Carlo Magno, non si ha soltanto un trasferimento politico di sede imperiale, ma un vero e proprio rinnovamento culturale; Þ l’impronta cristiana: la diffusione capillare del pensiero cristiano rese obbligatorio un collegamento con la Chiesa di Roma, che poteva fare da veicolo per le riforme amministrative dell’imperatore. Tra le riforme che Carlo Magno promosse, come la riforma ecclesiastica e la riforma giudiziaria, si può individuare come più significativa proprio quella di carattere culturale, la quale deve molto alla direzione della cosiddetta Schola Palatina da parte di Alcuino di York. Sotto la direzione di Alcuino di York, all’interno della Schola Palatina furono redatti testi e preparati programmi scolastici da impartire a tutti i chierici e agli uomini politici, sfruttando la cosiddetta “rete dei monasteri” collegati direttamente alla Schola Palatina. Il programma di riforma culturale carolingia prevedeva anche il recupero e il successivo restauro del latino letterario nella forma più vicina a quello classico e patristico, con lo scopo di ottenere una migliore istruzione del clero, onde il mantenimento dell’unità imperiale. È proprio con Alcuino di York, in virtù delle sue origini irlandesi e delle sue conoscenze linguistiche conservatrici, ad avviare il progetto di restaurazione del latino e della riconquista di un classicismo grammaticale e stilistico della lingua: infatti, il principale veicolo della riforma è il suo manuale incentrato sull’ortografia della lingua latina e intitolato De ortographia (796-800). Il De ortographia di Alcuino di York è, infatti, il primo strumento di cui si dota la riforma culturale carolingia per riunificare, risistemare e normalizzare la lingua latina. Dai fenomeni caratteristici della lingua carolingia è possibile comprendere che tipo di operazione di restauro
95 linguistico la Schola Palatina stava portando avanti. Durante il cosiddetto particolarismo linguistico, vi era stata una confusione tra quantità di vocali, soprattutto in sillaba aperta, e la riforma carolingia interviene per regolarizzare nuovamente quello che era particolarmente confuso, come: Þ l’eliminazione della confusione di e ed i, o ed u nelle sillabe accentate (es. fede > fide; gola > gula): quindi, si ritorna alle forme corretta latina, la quale era stata influenzata da una confusione anche quantitativa; Þ il restauro della b intervocalica (es. havere > habere): infatti, il processo di sonorizzazione influisce moltissimo sulla formazione delle lingue romanze e nel latino precedente alla riforma carolingia era già presente il fenomeno di sonorizzazione, il quale aveva coinvolto in particolar modo la b intervocalica. Dunque, la riforma carolingia ristabilisce nuovamente anche fenomeni di scorrettezza fonetica e grafica che erano già presenti nella lingua latina. Inoltre, Alcuino prescrive, all’interno del suo manuale, di scrivere hi e his con una sola i, perché il fenomeno più visibile all’interno del latino medievale dei primi secoli è quello di una confusione tra hi e hii; tuttavia, nonostante le raccomandazioni di Alcuino di York, si è continuato a scrivere hii ed hiis. Ancora, Alcuino e la sua équipe di intellettuali si sforzò di restituire la pronuncia scolastica di <c> e <g> davanti alle vocali palatali e ed i, mentre definitivo è il restauro del nesso <t> + [j]/<c> + [j] (es. stacio > statio; platitum > placitum); tuttavia, durante il Medioevo si confonderanno i due nessi e soprattutto le terminazioni -cia e -tia. Quindi, si cercava di ristabilire una norma sintattica, fonetica e morfologica della lingua latina grazie all’intervento di intellettuali che erano abituati a gestire la lingua latina come lingua artificiale, ossia non sentendola come lingua materna, ma come lingua strumentale che aveva bisogno di essere grammaticalizzata. Notevole, in ambito poetico, è lo sviluppo dell’impiego delle rime: mentre in epoca classica il poeta faceva uso della rima per produrre effetti particolari, ora si avverte una tendenza netta a creare un’assonanza tra le finali delle parole che si trovano davanti ad una cesura oppure a fine di verso. Un esempio tratto dal poeta Gotescalco d’Orbais (800-869) fa intendere come anche la metrica, ossia la formazione dei versi, si fosse molto mutata o quasi del tutto trasformata per effetto della sparizione del concetto di ritmo quantitativo. Si è in presenza di un esametro leonino, chiamato così a partire dal XII secolo dal nome del canonico parigino Leonio: si tratta di un esametro con una sorta di rima interna, ossia con cesura
96 pentemimera e con la sillaba ante censuram sempre in rima con la fine del verso. L’esametro viene stravolto completamente e, invece, viene posto un accento significativo nella prima cesura e anche in clausola. IL LATINO MEDIEVALE DOPO L’ANNO MILLE In tutta l’Europa occidentale, il latino era diventata la base dell’educazione; non aveva importanza quale fosse la lingua nazionale, ovunque i discepoli si applicavano sui medesimi autori latini, sia pagani sia cristiani. Venne così a crearsi, in tutto il continente europeo, una vera e propria Res publica litterarum, ossia un’ideale di letterati e uomini di cultura di qualsiasi nazionalità, ideologia e tendenza, tutti quanti partecipi, con uguali diritti e con assoluta libertà, del mondo delle lettere e degli studi. Mentre nell’età carolingia le abbazie erano i focolai più importanti di civilizzazione, dopo il X secolo le scuole episcopali iniziano a porsi alla testa dello sviluppo e della diffusione della cultura. Lo studio del latino si approfondisce sempre di più e la perfezione linguistica è uno dei tratti caratteristici della letteratura latina del XII secolo, benché i tratti medievali siano comunque avvertibili. Se nell’XI e nel XII secolo erano le scuole episcopali a dare ai letterati la preparazione linguistica minuziosa che ha consentito il progresso della letteratura latina, dal XIII secolo subentrarono le Università in numero sempre maggiore, tra le quali vi sono in primo luogo Bologna e Parigi. In questo periodo si parla del cosiddetto trionfo della Scolastica e questo sistema di cultura, prima di tutto ecclesiastica e istituzionalizzata nelle Università ma poi anche laica, cambia notevolmente il fenomeno linguistico della lingua latina sotto il profilo lessicale, perché la Scolastica introduce termini completamente estranei al dominio linguistico sia del latino classico sia di quello medievale fino all’anno Mille per esigenze particolari e disciplinari che derivano dall’istituzionalizzazione di discipline quali la logica o la stessa teologia e, in ogni caso, di tutte quelle discipline universitarie che rivelano per la prima volta la necessità di un linguaggio professionale e tecnico. A questo punto si hanno alcuni fenomeni di neoformazioni e di neologismi della lingua latina, che però molto spesso utilizzano fenomeni provenienti da sostrati linguistici che già erano in atto: questo fenomeno prende il nome di migrazione lessicale. Ad esempio, tutto ciò che era corrente a Parigi, sede di una delle più antiche Università d’Europa, fu subito importato dagli studenti in altri paesi. Infatti, questo è anche il periodo dei cosiddetti clerici vagantes, ossia studiosi di formazione universitaria o monastica che godevano di benefici ecclesiastici per muoversi liberamente in diversi ambiti dell’Europa: quindi, essi cominciarono a trasportare nel resto d’Europa
97 accezioni o neoformazioni lessicali che erano proprie del contesto parigino. Questo fenomeno è significativo per i sostantivi in -agium nei paesi non romanzi: infatti, questo suffisso proveniva dalla Francia, e in modo particolare dalla città di Parigi, dove la terminazione latina -aticum aveva dato come esito nella lingua antica francese -age (es. lat. class. hominaticum > ant. franc. hommage > lat. med. hommagium). Si assiste per la prima volta ad un’influenza del superstrato linguistico e non del sostrato linguistico: quindi, per effetto dell’esito dal latino ad una lingua romanza si torna, invece, alla formazione di un latino medievale. Quindi, si tratta di un fenomeno molto diverso dalla sequenzialità tra latino classico, latino medievale ed esito romanzo: in questo caso, invece, si assiste al contrario, ossia il latino classico dà immediatamente un esito romanzo, il quale torna a riflettersi sulla lingua latina, generando delle neoformazioni come quelle in -agium. In particolare, il termine passagium indicava “la spedizione militare in Oriente per il recupero del Santo Sepolcro”, ossia la Crociata: quindi, addirittura un termine importantissimo dal punto di vista politico e militare è una neoformazione latina con una desinenza -agium che ovviamente rivela la sua provenienza francese. Inoltre, vi sono delle sostituzioni o delle risemantizzazioni di termini già presenti nella lingua latina, soprattutto in riferimento alle cariche politiche e amministrative: Þ consul: dopo aver perso completamente il significato che aveva nel latino classico, viene usato a Roma per designare un funzionario pontificio, mentre in Germania viene impiegato per designare un membro del consiglio municipale. Benché sia difficile cogliere le differenze locali della pronuncia, qualche idea della pronuncia scolastica può essere fatta osservando la tecnica delle rime e, in particolar modo, si può osservare: Þ la perdita di -t finale in antico francese: la -t finale, che dopo molto tempo tendeva ad indebolirsi, è scomparsa del tutto nell’antico francese verso gli inizi del XIII secolo; di conseguenza, i poeti facevano rimare quicquid e reliquit, stravit e David, le cui consonanti finali si confondevano nella parlata dei Francesi; pertanto, queste rime derivano dal fatto che una pronuncia tipica dell’antico francese si rifletta nella lingua latina medievale. Quando si osservano i fenomeni di trasformazione della lingua latina nel Medioevo, il processo da latino medievale a lingue romanze non è sempre lineare, ossia potrebbe procedere dalle lingue romanze al latino medievale: quindi, sono due lingue che si trasformano parallelamente e che influiscono l’una sull’altra. Inoltre, la Scolastica ha formato nuove parole, tipiche di un cosiddetto lessico intellettuale, e in questo periodo nascono: Þ termini come organizare e specificare; Þ sostantivi che terminano in -alitas, come actualitas, causalitas e spiritualitas;
98 Þ sostantivi in -ista, come artista, iurista, thomista e latinista; Þ il sostantivo latino postilla, il quale identifica una nota ad un testo di carattere marginale: in realtà si tratta dell’univerbazione delle parole post illa (verba); quindi, “dopo quelle parole” si aggiunge una postilla, ossia qualche cosa che viene utilizzato come termine tecnico per le glosse ad un testo. Vi erano anche sistemi che sfruttano la tecnica mnemonica per ricordare le regole grammaticali della lingua latina. Questo componimento aiutava i cosiddetti latinantes, ossia coloro che si approcciavano alla lingua latina, a memorizzare i casi della lingua latina. Vi sono anche figure particolari che complicano l’uso della lingua latina anche nelle composizioni poetiche: ad esempio, vi sono tipologie di versi, come i versus recurrentes o i versus retrogradi, che sono tecniche particolari mai utilizzate nel latino classico e per la prima volta introdotte in questa poesia, la quale è molto retorica e costruita artificialmente. Una tecnica molto in uso era quella degli acrostici: si trattava di comporre dei versi la cui prima lettera, se letta in sequenza con le prime lettere dei versi successivi, rivelava un nome o una frase che in qualche modo era anche un codice cifrato per il destinatario dell’opera. Il latino comincia ad essere anche creativo ed artistico, non soltanto in poesia ma anche nella prosa; inoltre, diventa creativo anche tecnicamente poiché il mondo della Scolastica conia nuovi termini, i quali sono termini tecnici del lessico giuridico, filosofico e teologico. Il ritmo della prosa è il cosiddetto cursus, che gli scriventi più dotti ed eruditi utilizzavano per dare una musicalità al testo in prosa. Vi sono particolari figure che il cursus può assumere per la cosiddetta “prosa d’arte”, ossia quella che era insegnata da una disciplina che prendeva il nome di ars dictaminis: quindi, nell’ars dictaminis venivano suggerite le tecniche di composizione del cursus.
99 Quando si scrivevano opere con una prosa d’arte di questo tipo, gli autori facevano attenzione a concludere le loro proposizioni o addirittura i periodi con accostamenti di parole che, sotto il profilo accentuativo, suonava bene alle loro orecchie. IL LATINO NELL’ETÀ DELL’UMANESIMO L’Umanesimo è il periodo di maggior restauro della lingua latina: all’uscita dai secoli bassomedievali in cui imperante era stato il sistema della Scolastica, i primi umanisti intendono ricostituire la lingua latina classica riportandosi a regole che erano dettate proprio dai grammatici della tarda antichità, ossia quei grammatici che venivano riconosciuti come maggiormente attendibili rispetto ad un sistema scolastico che si era evoluto confondendo molto spesso l’originale regola grammaticale. Convenzionalmente, l’Umanesimo trova in Francesco Petrarca un primo vero intellettuale capace di riassumere in sé quelle che sono le caratteristiche d’avanguardia della lingua latina, anche se non perfettamente compiute come invece saranno nella metà del secolo successivo; tuttavia, sicuramente con Petrarca si ha una prima imitazione dei classici che induce soprattutto ad una più fedele riproduzione della lingua latina secondo le forme lessicali, morfologiche e sintattiche proprie dell’età classica. Parallelamente a questo restauro della lingua latina, si ha un ritorno della cultura e della lingua greca in Occidente: non bisogna intendere il Medioevo come completamente privo di cultura greca, ma per molti secoli la lingua greca non venne compresa né tantomeno studiata da molti scriventi e parlanti. Quindi, il ritorno che si individua per la prima volta durante l’Umanesimo della cultura greca in Occidente è possibile identificarlo con l’istituzione della prima cattedra di lingua greca a Firenze per l’invito esplicito che Coluccio Salutati, uno dei discepoli petrarcheschi più attivi nell’ambito della cultura fiorentina, rivolse al dotto diplomatico greco Manuele Crisolora: a partire dal 1397, egli tenne la prima cattedra di greco nello studium di Firenze e da lì formò le prime generazioni di intellettuali umanisti capaci di leggere, tradurre e addirittura comporre in lingua greca. Infatti, agli inizi del Quattrocento si hanno degli intellettuali trilingui, ossia latini, greci e volgari, perché l’affermazione della lingua volgare, almeno nel contesto italiano, era stata già certificata con Dante, Petrarca e Boccaccio. I protagonisti dell’Umanesimo sono: Þ indagatori di antichità, i quali si pongono alla ricerca di fonti classiche;