150 proprio da questo diploma ufficiale; tuttavia, la stessa Curia pontificia, dopo aver spedito il testo nella forma solenne della Bolla pontificia, doveva poter conservare copia di questo testo di privilegio concesso alla città di Pisa e lo annotò prima di tutto nei cosiddetti Registra Avenionensia, perché sono l’annotazione fedele che alla Curia pontificia di Avignone si faceva di tutti i documenti emanati dalla Curia stessa. Quindi, i Registra Avenionensia sono sicuramente la prima copia minuta di tutti i documenti ufficiali emanati sotto Clemente VI e gli altri pontefici che sedettero sul soglio pontificio durante la cattività avignonese (1309-1377). Quando la cattività avignonese si concluse e i papi tornarono a Roma, si cominciarono a confezionare i cosiddetti Registra Vaticana, ossia dei registri che avrebbero annotato copia di tutti i documenti ufficiali emanati dal papato, ma nei Registra Vaticana ci si curò di copiare tutti i documenti che erano stati copiati nei Registra Avenionensia. Ecco il motivo per cui si hanno due copie nell’istituzione che ha realizzato la Bolla stessa: Þ RA: una copia in forma di minuta contenuta nei Registra Avenionensia, che fu subito realizzata per poter tenere copia di questo documento ad Avignone; Þ RV: una successiva copia che si ritrova nei cosiddetti Registra Vaticana. Tuttavia, a questi cinque testimoni bisogna aggiungerne un sesto, che è un testimone di tradizione indiretta: quando un testo o una sua parte viene citato all’interno di un’altra opera, quel testimone, che non è un testimone dell’opera di cui si occupa che cita il testo, è un testimone di tradizione indiretta. Per tradizione indiretta, il testo della Bolla è tramandato anche da un’altra bolla: quindi, il testo della Bolla clementina è citato per intero all’interno di un’altra bolla, che è sempre trecentesca, ma emanata da papa Urbano V, che il 10 novembre del 1364 si era rivolto al Doge, agli anziani e al Consiglio del Comune di Pisa. Questa copia (U) contiene il testo della Bolla di Urbano V che sanzionava il privilegio clementino riportandone per intero il testo. Quindi, Urbano V ebbe bisogno, nella Bolla emanata il 10 novembre 1364, di ricopiare il testo della Bolla clementina. Come gran parte dei documenti pontifici, non si hanno edizioni antiche a stampa, ossia non si hanno nella stampa quattrocentesca e cinquecentesca riproduzioni a stampa del testo delle Bolle pontificie: infatti, la Curia pontificia conservava scrupolosamente tutta la sua documentazione in forma originale e in copia nei registri; inoltre, la grande stagione della scienza diplomatica può avere una prima genesi nel XVII e nel XVIII secolo: basti pensare al nome di Ludovico Antonio Muratori, che fu il primo grande editore dei documenti della storia d’Italia e anche della Chiesa. Quindi, avvicinandosi alle epoche moderne, è possibile trovare edizioni a stampa anche di questi documenti e, in effetti, si ha una prima edizione del testo della Bolla che fu realizzata da Stefano Maria Fabrucci, uno storico della Chiesa, ma soprattutto uno storico dell’Università di Pisa, nel 1741. Egli fu poi seguito
151 dal Fabronio soltanto cinquant’anni dopo: Angelo Fabronio fu un altro erudito del XVIII secolo particolarmente interessato alla storia della città di Pisa e della sua Università e difatti il Fabronio compose una Historia Academiae Pisanae. Già nel XVII secolo, però, il testo della Bolla era stato parzialmente citato all’interno di un’opera storica del cronista pisano Paolo Tronci; tuttavia, la Storia del Tronci fu a sua volta manoscritta per tutto il XVIII secolo e la prima edizione a stampa della Storia del Tronci si ebbe nel 1829. Dunque, se anche il testo della Bolla era già stato citato dal Tronci nel Seicento, bisognerà attendere i primi decenni del XIX secolo per avere un’edizione a stampa anche della Cronaca del Tronci. Infine, nel Novecento, un medico dell’Università di Pisa, Carlo Fedeli, pubblicò il testo della Bolla facendo attenzione a riprodurre in maniera rigorosa il testo della copia autentica conservata all’Archivio di Stato di Pisa. Carlo Fedeli nel 1908 pubblicò questo testo che è rimasto, per tutto il Novecento e fino all’edizione critica del 2020, il testo di riferimento per tutti. In realtà, il Fedeli aveva pubblicato questo testo, senza alcuna traduzione, e i volumi che vennero realizzati tra la fine degli anni Novanta e il Duemila della storia dell’Università di Pisa ripubblicarono il testo di Carlo Fedeli. L’edizione critica di Pontari viene dopo questa vicenda editoriale abbastanza lineare, che va dai primi testi del Fabrucci e del Fabronio fino al testo del Fedeli che viene considerato il testo di riferimento per il Novecento e per i primi anni Duemila. Il testimoniale manoscritto è molto più ampio, dato che non si ha soltanto la copia autentica, che certamente rappresenta il testimone più autorevole. Tuttavia, era necessario vedere se altre copie recassero varianti testuali; oppure, nel caso in cui esaminando il testo originale della Bolla si fosse avvertito un errore e non si fosse letto chiaramente una parola, una lettera o un’abbreviazione, si sarebbe potuto ricorrere ad altre testimonianze manoscritte; inoltre, di questa bolla non vi era alcuna traduzione italiana. Quindi, occorreva fare un’operazione critica completa: pubblicare il testo criticamente facendo una nota filologica, con una descrizione anche tecnica e materiale di tutti i testimoni. L’edizione diplomatica è esattamente la trascrizione di ciò che si legge nella copia autentica della Bolla conservata all’Archivio di Stato: sulla sinistra vi sono le indicazioni delle righe del testo; il primo rigo è anche stato riprodotto cercando di rispettare il fatto che si tratta di litterae elongatae; soprattutto, è una riproduzione pedissequa del testo, ossia senza lo scioglimento delle abbreviazioni, senza interpretazione testuale e senza una punteggiatura moderna, ma riproducendo i segni diacritici dell’epoca, con tra parentesi tonde quello che si potrebbe intuire essere lo scioglimento dell’abbreviazione usata dal copista. L’edizione diplomatica non è un’edizione critica, dal momento che non vi è alcun intervento editoriale, ma è semplicemente un supporto per interpretare fedelmente ciò che oggi è leggibile sul documento originale. All’edizione diplomatica
152 segue l’edizione critica, in cui il testo è accompagnato da un apparato critico e dalle note di commento esegetiche, ossia delle note esplicative che illustrano e spiegano ciò che il testo comunica. Il testo critico non ha bisogno di rispettare esattamente il testo che sta trascritto all’interno di una riga, perché è il frutto di una costruzione filologica, che è una costruzione editoriale: l’editore ha consultato tutte le fonti, sia manoscritte sia a stampa, per capire se in quelle edizioni vi fossero varianti testuali o addirittura errori. La formula di salutatio che si trova subito in litterae elongatae all’interno della Bolla clementina recita: Clemens episcopus, servus servorum Dei. Ad perpetuam rei memoriam. «Il vescovo Clemente, servo dei servi di Dio. A memoria eterna del fatto.» Si tratta di formule di umiltà che il pontefice utilizza e poi vi è la cosiddetta formula di perpetuatio: quasi tutte le lettere solenni del pontefice possedevano, oltre alla salutatio iniziale che identifica il soggetto che ha emanato il documento, la formula di perpetuatio, ossia una formula che ufficializza il documento stesso come valido in eterno per volontà del pontefice e, dunque, per volontà divina, in quanto per la Chiesa romana il pontefice è il vicario di Cristo. La formula di perpetuatio, che si trova nella cosiddetta intitulatio della Bolla stessa, non era stata sciolta dal Fabrucci e dal Fabronio (Ad P.R.M.). In realtà, nel testo originale non si ha una sigla, ma si legge chiaramente il testo per esteso: quindi, Fabrucci e Fabronio avevano siglato la formula di perpetuatio senza che ve ne fosse bisogno. Soprattutto, l’edizione che è rimasta per tanto tempo di riferimento, ossia quella di Carlo Fedeli, aveva omesso la formula di perpetuatio. Dunque, occorreva ristabilire tale formula, che è stata recuperata non solo dalla copia originale, ma anche dalle copie ulteriori del testo, dal momento che in tutti i testimoni è presente la formula di perpetuatio. In questo caso, l’edizione critica ha un apparato critico negativo e il testo è interpretato modernamente, ossia è stata inserita una punteggiatura moderna che non è quella originaria che si trova nelle copie autentiche o nelle altre copie del testo, ma si tratta di una punteggiatura che fa intendere il testo stesso. Dal punto di vista storico, questo testo rappresenta l’inizio di una storia ufficiale dell’Università di Pisa; tuttavia, è necessario precisare che, sebbene Clemente VI conceda il 3 settembre 1343 il titolo di Studium generale allo Studium di Pisa, prima ancora di questa data, a Pisa, vi era già uno Studium ben organizzato e attivo, che però non aveva carattere ufficiale, ossia non aveva alcun titolo ufficiale e concesso dall’autorità pontificia perché potesse essere considerato autorizzato ad emettere titoli di laurea. A Pisa si era concentrata una comunità studentesca nel momento in cui il precedente pontefice rispetto a Clemente VI, ossia Benedetto XII, aveva deciso di chiudere temporaneamente lo Studium generale di Bologna. Bologna detiene il primato nella storia delle fondazioni delle
153 università in tutta Europa, insieme con l’altro glorioso Studium generale di Parigi: dunque, Bologna e Parigi avevano da molti anni riconosciuta la validità dei loro titoli di laurea, ma pochi anni prima che Pisa divenisse Studium generale lo Studium di Bologna viene sanzionato dal pontefice Benedetto XII e chiuso temporaneamente. Si ha, dunque, un esodo di studenti verso altre città e, in particolar modo, venne scelta l’Università di Pisa, dove era presenti in maniera non ufficiale, come studia singoli, uno studium di teologia molto importante presso il Convento domenicano di Santa Caterina, il quale aveva una sua scuola in cui veniva impartita la teologia. Soprattutto, a Pisa si era cominciato ad insegnare anche diritto canonico e diritto civile. In effetti, quando Clemente VI nel 1343 concede il titolo di Studium generale alla città di Pisa lo fa dicendo che siano aperte in questo Studium generale le facoltà di teologia, diritto canonico e civile, medicina e qualunque altra lecita facoltà che potesse essere istituita. Questa è la concessione che Clemente VI fa, ma prima ancora di questo privilegio Pisa era già diventata uno Studium capace di accogliere gli studenti provenienti dallo Studium di Bologna. Da Bologna, dove insegnava Ranieri Arsendi da Forlì, arrivò proprio questo maestro di diritto per iniziare a Pisa le sue lezioni. Dopo il riconoscimento, lo Studium di Pisa divenne a tutti gli effetti uno Studium autorizzato a rilasciare la licentia docendi, ossia lo ius ubique docendi, ma soprattutto un primato fu quello di avere la prima facoltà di teologia in Europa. Pertanto, a Pisa, pur non essendo il primo Studium generale fondato in Italia, dato che prima di Pisa fu fondato lo Studium Urbis a Roma da Bonifacio VIII, il quale fondò anche lo Studium di Perugia, tuttavia vi erano già le condizioni perché si fondasse uno Studium e l’attività studentesca era stata favorita dall’esodo degli studenti bolognesi che arrivarono a Pisa per seguire le lezioni di Ranieri Arsendi, ma soprattutto venne scelta Pisa per la sua posizione strategica. Pisa, a metà del Trecento, era ancora una città capace di sfruttare pienamente la sua posizione geografica davvero esemplare: città gloriosa, dato che un secolo prima si era conclusa la sua parabola di Repubblica Marinara, in seguito alla Battaglia della Meloria (1284) contro la flotta genovese; tuttavia, fino a quel momento, la città di Pisa era una delle quattro Repubbliche Marinare capaci di dominare l’intero Mediterraneo. La sua posizione geografica era particolare non soltanto perché Pisa disponeva di un porto importante, capace di ospitare imbarcazioni di notevoli dimensioni e collegata attraverso la foce dell’Arno alla città stessa, ma anche perché la fertilità del suo territorio costituiva un’altra qualità particolarmente distintiva della sua posizione geografica; infine, anche la vicinanza alla stessa città di Firenze è un elemento di fondamentale importanza per la città di Pisa. Quindi, vi è una posizione geografica strategica che è anche un vantaggio politico: infatti, si sa molto bene dalla documentazione superstite che, immediatamente dopo la concessione del privilegio di Studium generale, lo stesso
154 Clemente VI, forte di questo credito che ha acquisito nei confronti della città di Pisa, chiederà ai Pisani di partecipare ad una guerra a difesa del re di Cipro, Ugo di Cipro, contro i musulmani. Quindi, non si trattava di un privilegio concesso per generosità e per istituzionalizzare un’attività studentesca già in atto, ma si trattava di fidelizzare la città di Pisa in maniera tale da renderla disponibile, anche sotto il profilo militare, ogni qualvolta se ne fosse presentata l’occasione. Allora il privilegio papale era anche una strategia per ricondurre la città di Pisa, che fino a pochi decenni prima era stata sempre una città ghibellina, ossia filoimperiale, alla fedeltà totale alla Chiesa romana. Pisa rispetta questa fedeltà e partecipa alla Battaglia di Cipro, inviando aiuti militari in soccorso alle truppe pontificie, e dunque si ha la prova che il privilegio papale di fondazione dello Studium generale avesse funzionato anche politicamente, secondo i piani di Clemente VI. Certamente, il privilegio era onorifico e la città di Pisa lo sfruttò al meglio tant’è che, ripercorrendo la storia dell’Università di Pisa, fino alla conquista definitiva di Pisa che Firenze fece nel 1406 lo Studium continuò ad esercitare molta influenza nel sistema universitario italiano ed europeo. Con la conquista di Pisa lo Studium generale pisano venne chiuso per circa 70 anni, fino a quando, nel 1472, Lorenzo il Magnifico, che a Pisa esercitava interessi di tipo economico e fondiario, decise di riaprire questo Studium e di congiungerlo allo Studium di Firenze. Infatti, fino alla cacciata dei Medici, ossia fino ai primi decenni del Cinquecento, lo Studium di Pisa fu lo Studium congiunto di Firenze e di Pisa. Quindi, la storia originaria dell’Università di Pisa ha a che vedere con una qualità del sito, che è una caratteristica fondamentale del τόπος del locus amoenus, che Pisa possiede, ma è anche la storia di un cambio di indirizzo politico. Infatti, nel periodo delle lotte tra guelfi e ghibellini, Pisa aveva addirittura ospitato anche la corte imperiale di Enrico VII, il famoso imperatore che aveva rappresentato una speranza per Dante; e proprio a Pisa Enrico VII fu sepolto. Pisa, così tanto filoghibellina, a metà del Trecento cambia rotta e indirizzo politico, si sottomette alla Chiesa di Avignone, rispolvera il passato glorioso di Repubblica Marinara e cerca di sfruttare questa sua particolarità del sito geografico per diventare una città universitaria, dimensione che mantenne e che mantiene tuttora come primaria nella sua economia. 11.05.2022
155 Si tratta di un’introduzione, anche chiamata tecnicamente arenga, ossia una sorta di prima esposizione del contenuto della Bolla di tipo formulare. Per la scrittura di questo tipo di documenti, spesso si faceva riferimento a regole di cancelleria, ossia a dei veri e propri formulari a cui le Cancellerie più organizzate, come quella papale di Avignone, potevano far riferimento utilizzando dei sintagmi testuali e delle formule che ricorrono quasi del tutto identiche in molti documenti dell’epoca. La cosiddetta specula Petri era la cosiddetta “dignità pontificia”, ossia il punto più alto gerarchicamente della Chiesa: dunque, Clemente fa riferimento al suo ruolo di pontefice. Nel primo paragrafo, la formularità della prosa insiste sull’universalità del potere pontificale e soprattutto sul concetto dell’obbedienza dei fedeli alla Chiesa romana. Questo, ovviamente, è bilanciato da un intento particolare del pontificato, ossia quello di provvedere affinché tutte le terre sottoposte al dominio pontificale possano sempre progredire, ossia avere sempre uno stato di benessere perpetuo. Questa formula iniziale è un po’ slegata dal fine del documento stesso, ma non è da leggere solamente come un incipit retorico. Il connettivo igitur è consequenziale a ciò che si è espresso nel primo paragrafo e non casualmente consequenziale. Si fa riferimento all’obbedienza della civitas Pisana, che ha già mostrato una purezza della fede e una devozione nei confronti del pontefice Clemente VI e della Chiesa romana
156 in genere. Infatti, prima che il privilegio fosse concesso, in realtà la città di Pisa aveva perpetrato nei confronti della Curia pontificia di Avignone alcune richieste, come la specifica richiesta di attivare presso la città uno Studium riconosciuto dall’autorità pontificia e di poter godere di privilegi, derivati dai benefici ecclesiastici, per poter stipendiare i docenti che si erano incaricati di insegnare presso lo Studium e provvedere anche al sostentamento degli studenti. Queste richieste vennero fatte pochi anni prima dell’arrivo di questo privilegio e la città di Pisa dichiarò di essere soggetta e fedele alla Chiesa di Avignone. Dunque, questa dichiarazione di purezza della fede e di devozione sta ad indicare che il desiderio avanzato dalla città di Pisa è ora concesso ufficialmente dalla Chiesa di Roma. Tuttavia, la formula «se prospexerit honorari specialius gratiis apostolicis» sta ad intendere che, benché si stia concedendo il privilegio di fondare a Pisa uno Studium generale, Pisa dovrà comunque impegnarsi di essere onorata ancora più specialmente con grazie apostoliche, ossia riconoscimenti e meriti derivati dalla fedeltà alla Chiesa romana. La città di Pisa possiede una posizione strategica vicina al mare e con un entroterra fertile e ricco; inoltre, ha molte altre comodità, come gli alloggi destinati agli studenti. Quindi, Pisa ha già tutte le condizioni affinché possa diventare a tutti gli effetti uno Studium generale. Questo è ciò che il pontefice ha stabilito: in base al locus amoenus et aptus che Pisa rappresenta e in base alla sua fedeltà nei confronti della Chiesa di Roma, a Pisa è possibile far nascere una terra feconda di doni. Auriant è da intendere con h incipitale che nella grafia medievale non viene trascritta. Dunque, la richiesta inoltrata al pontefice viene esaurita attraverso una disposizione divina, rappresentata dal
157 volere del pontefice, il quale autorizza che a Pisa, luogo sicuramente adatto perché vi si possa fondare un’università, nasca un centro dedicato al sapere e alle scienze e che questa fonte di scienza possa sgorgare in eterno e che qui possano attingere a quella stessa fonte tutti coloro che desiderano accedere a questo sapere ed essere istruiti sui documenti della letteratura che si utilizzano per formare gli uomini del futuro. Quindi, questa dichiarazione è molto solenne, ma già dà modo di vedere come la formula di fondazione dell’Università di Pisa sia conforme anche ad una serie di formule che si ritrovano in altre Bolle di fondazione delle Università, con la particolarità che per Pisa vengono sottolineate la fertilità del sito e la sua posizione geografica. Si giunge ad una esplicitazione del privilegio concesso: si deve fondare uno Studium generale che abbia almeno le facoltà di Teologia, Diritto canonico e civile e Medicina, ma con la possibilità di ampliare l’offerta agli studenti con qualunque altra facoltà che sia riconosciuta dall’autorità papale. In più, gli studenti e i docenti di questo Studium generale devono poter godere e servirsi (gaudeant et utantur) di tutti quei privilegi, quei diritti e quelle dispense che sono propri degli Studia generalia. Si tratta, ovviamente, delle caratteristiche del titolo di laurea che si ottiene in uno Studium generale, ossia la cosiddetta licentia ubique docendi: gli studenti di Pisa potranno, dal momento in cui è stato
158 fondato lo Studium generale, godere del diritto di poter spendere il loro titolo di laurea in altri Studia generalia. All’interno degli Studia generalia era possibile ottenere sia il titolo di doctor sia il titolo di magister ed erano entrambi spendibili, ma con prerogative differenti: Þ il doctor era un esperto di primo livello in una determinata disciplina; Þ il magister aveva in più la facoltà di poter insegnare anche ad altri. Quindi, quel tamen concessivo costituisce una condicio che il documento sta imponendo: infatti, la regola degli Studia generalia era che ad insegnare e a governare vi fossero docenti titolati che avessero conseguito il loro titolo, ossia la licentia ubique docendim, in uno Studium generale. Quindi, Pisa potrà avere insegnanti che provengono soltanto da altri Studia generalia già fondati e già attivi. La città di Pisa, pur essendo già considerata degna di ricevere questo privilegio, perché possa assumere la dignità di uno Studium generale regolarmente autorizzato, deve avere nel proprio Studium docenti titolati, ossia che abbiano acquisito la loro esperienza in Studia generalia. Ovviamente vengono citati i primi Studia generalia che furono fondati, ossia lo Studium generale di Bologna e lo Studium generale di Parigi, ma nel frattempo ne erano stati fondati altri, sia in Italia sia in Europa.
159 Quindi, l’esame per la concessione della licentia ubique docendi potrà essere sostenuto allo Studium generale di Pisa stesso, ossia in loco potrà essere sostenuto l’esame che coloro che chiederanno di poter insegnare ad altri hanno conseguito a Pisa il titolo di maestro. Molti Studia generalia, soprattutto i primi dopo Parigi e Bologna, furono istituiti senza questo privilegio: coloro che ottenevano il titolo di dottore o di maestro dovevano sostenere l’esame di licentia necessariamente a Parigi o a Bologna. Tuttavia, ormai a livello temporale, in realtà gli Studia generalia hanno ormai riconosciuto anche questo ulteriore privilegio, ossia di poter istituire delle commissioni d’esame locali. Si tratta di un periodo complesso che introduce la figura dell’arcivescovo: si tratta di colui che può conferire il titolo di dottore e di maestro. Vi è una disposizione secondo cui tutti coloro che
160 intendano acquisire alla fine dei loro studi il titolo di dottore o di maestro debbano presentarsi davanti all’arcivescovo di Pisa, il quale conferisce ufficialmente il titolo di laurea. Questo titolo è dato solennemente dall’arcivescovo: peraltro, nella storia dell’Università di Pisa, il corteo che accompagnava coloro che dovevano addottorarsi presso lo Studium di Pisa era un corteo solenne che procedeva dal vecchio luogo dello Studium verso il palazzo dell’Arcivescovado, presso il quale coloro che dovevano assumere il titolo dovevano presentarsi. Se non vi fosse stato un arcivescovo, per un impedimento personale o perché la stessa Chiesa pisana non avesse ancora eletto il nuovo arcivescovo, vi poteva essere in alternativa un vicario rappresentante dell’arcivescovo pisano designato dallo stesso oppure, in caso di vacanza dell’arcivescovo, da uno dei figli “diletti” del popolo e del comune di Pisa. Quindi, solo in assenza del potere dell’Arcivescovo si ricorre al potere comunale, ossia è il comune di Pisa a poter conferire il dottorato o il magistero. Questa dichiarazione è interessante perché prevede tutte le casistiche possibili affinché l’erogazione di titoli di laurea potesse essere sempre garantita: dunque, si tratta di un atto dispositivo molto dettagliato. Inoltre, questo conferimento è anche dettagliato dal testo per la commissione che deve stabilire l’idoneità del richiedente il titolo di dottore o di maestro: si dice chiaramente che coloro che vengono convocati per esaminare il richiedente prima dell’acquisizione del titolo siano docenti e lettori dello studio che, liberamente e senza condizionamenti e senza che vi sia alcun sospetto di corruzione (dolo ac fraude), possano promuoverli al titolo di dottore o di maestro dopo averli esaminati sulla loro sciencia, ossia sulla loro conoscenza, sulla loro facundia e sul loro modo legendi. Questi saranno, possibilmente, laureati che chiederanno la licentia ubique docendi e devono essere in grado anche di fare lezione ad altri: dunque, la commissione dovrà valutare anche la loro capacità di insegnamento.
161 Ancora una volta si insiste sulla correttezza della procedura: si fa fede sull’atto di responsabilità che questa commissione deve avere nel conferire il titolo di laurea, ossia deve giurare di non rendere noto il giudizio che è stato dato per coloro che hanno richiesto di ottenere il titolo di maestro o di dottore. Viene sottolineato l’alto livello di responsabilità nell’emissione del giudizio: coloro che esaminano i richiedenti hanno l’obbligo non solo di tenere segreto il giudizio che esprimeranno, ma anche di giudicare coloro che non sono idonei liberamente, senza che questo, però, sia pregiudicato da odio o favore nei confronti dell’esaminando. Quindi, il carico di responsabilità è tutto dell’arcivescovo e del suo delegato o del suo vicario: in questo modo, il pontefice declina ogni responsabilità all’arcivescovo stesso, che è colui che è designato anche del compito di sorvegliare la correttezza nell’attribuzione dei titoli di dottore e di maestro. Dunque, la licentia ubique regendi ac docendi, ossia la possibilità di governare e di insegnare in questo Studium e in altri Studia generalia, è automaticamente concessa all’atto di concessione del titolo di dottore o di maestro. Infatti, la procedura rigorosa è importante perché il conseguimento del titolo di dottore o di maestro, presso lo Studium generale di Pisa, dà immediatamente facoltà di insegnare o di governare in questo Studium generale o negli altri Studia generalia che sono stati autorizzati.
162 Si è arrivati alla cosiddetta formula di prohibitio: è una formula che ricorre in quasi tutti i documenti solenni emessi dalla Curia pontificia e fa parte delle cosiddette sanctiones pontificie, ossia il pontefice stabilisce quale sia la pena a cui va incontro chi disobbedisce a questa disposizione. Dunque, la formula di prohibitio è espressa nella formula di una scomunica preventiva nei confronti di coloro che tenteranno di infrangere la norma stabilità in questo documento o di contraddirla. Questo è il motivo finale topico di tutti i documenti pontifici che si ritrova anche per la dispositio di fondazione dell’Università di Pisa. Si tratta della datatio del documento: vi sono l’indicazione del luogo dove la Bolla è stata emanata, ossia il palazzo papale di Villeneuve-lès-Avignon, del giorno secondo il calendario romano, ossia tertio die ante Nonas Septembris, e dell’anno, ossia “nel secondo anno del nostro pontificato”, dal momento che Clemente VI era stato eletto nel 1341. Il testo è molto formulare, come risulta evidente dalle formule ricorrenti di intitulatio, di salutatio, nella parte dell’arenga, in cuisi sottolinea la fedeltà della città di Pisa, e nella parte dispositiva, ossia quella sezione dispositiva dell’atto che stabilisce tutte le regole relative allo Studium generale; lo si nota anche nella cosiddetta formula di prohibitio. Quindi, si tratta di un testo formulare costruito anche rispettando rigorosamente le cosiddette partitiones, ossia quelle sezioni che compongono retoricamente un’epistola. Tutte le Bolle vengono incluse in un insieme più grande di documenti pontifici che sono le cosiddette Litterae Solemnes, ossia le epistole del pontefice che rispettano i canoni stabiliti dalla Cancelleria pontificia. Dunque, ogni documento deve essere organizzato e strutturato secondo norme e schemi precisi stabiliti dalle artes dictaminis, ossia quelle discipline che regolano lo stile, la lingua e la retorica formulare degli scritti ufficiali e istituzionali. Il testo è
163 conforme a questa tipologia, dal momento che è un testo che fuoriesce dalla Cancelleria pontificia con tutte le caratteristiche che sono proprie del genere a cui esso appartiene. Inoltre, si tratta di una scrittura latina fortemente medievale: Þ la sintassi è particolarmente complicata; Þ l’uso di participi presenti che introducono le proposizioni; Þ periodi molto complicati, come quello del settimo paragrafo dove vi è una lunga incidentale; Þ il ricorso ad un lessico tecnico, come nel caso dell’uso del termine bravium al sesto paragrafo: Ovviamente questo termine ricorre, come lessico tecnico, sia in questa Bolla sia in altre Bolle di fondazione: quindi, si ha anche un esempio del linguaggio tecnico e del lessico intellettuale specifico del mondo universitario dell’epoca. Il testo è privo di dittonghi e vi sono grafie tipicamente medievali come sciencia, ma vi sono anche grafie meno evidenti come quella di auriant senza h incipitaria. Vi sono caratteristiche ortografiche, oltre che lessicali, morfologiche e sintattiche, che rendono questo testo ancora legato a schemi linguistici puramente di latino medievale e la Chiesa, ancora alla metà del Trecento, utilizzava una scrittura latina certamente non restaurata. Anche in questo caso il cursus è molto studiato: infatti, alla fine del quinto paragrafo si hanno un polisillabo e un quadrisillabo piano (correspondentibus memorato) e quindi si è di fronte ad un cursus planus. Una delle indicazioni delle regole di Cancelleria preferiva l’uso preponderante di una tipologia di cursus per tutto il dettato prosastico del documento e in questo caso si può segnalare la prevalenza del cursus planus. La data topica si ritrova nella Bolla materialmente inserita esattamente nell’ultimo rigo con una scrittura “spaziata”: infatti, dato che sono quattro parole che non riescono ad occupare l’intero rigo, sono state appositamente spaziate per occupare interamente l’ultimo rigo di testo. Si tratta di una serie di soluzioni, come anche il ricorso alle litterae elongatae, che rendono eleganti l’impostazione grafica e il testo della Bolla nella sua confezione ufficiale nella pergamena con sigillo. Certamente, si tratta di un testo che, riferendosi alla fondazione dello Studium generale di Pisa, rispetta regole, canoni e formule che sono presenti anche in molte altre Bolle di fondazione delle Università. Pochi anni dopo l’emanazione di questa Bolla clementina, lo stesso papa Clemente VI emanerà una Bolla di fondazione dello Studium di Firenze: dunque, anche Firenze si doterà delle medesime disposizioni
164 che sono state emanate per Pisa e il testo della Bolla di fondazione dello Studium generale di Firenze riprende sostanzialmente le disposizioni che già erano state previste per Pisa. 17.05.2022 BIONDO FLAVIO, ITALIA ILLUSTRATA L’Italia Illustrata è l’opera composta dall’umanista Biondo Flavio, il quale lavorò presso la Curia pontificia di Eugenio IV e di Niccolò V. La sua opera costituirà un vero e proprio archetipo letterario erudito per tutta la stagione letteraria moderna successiva: si tratta di un’opera che si propone di illustrare e di descrivere le regioni italiane, mediante una descrizione geografica e storica di tutta la Penisola italiana, non comprendendo le isole; inoltre, l’opera non risulta compiuta perché l’autore non riuscì a descrivere le estreme regioni meridionali. Tuttavia, l’opera riscosse subito un enorme successo e si tratta di un’impresa veramente colossale, dal momento che Biondo riesce a recuperare informazioni su ogni singola città, paese e luogo d’Italia e propone una divisione della Penisola italiana in regioni che non hanno più l’antica divisione delle regioni augustee, ma codifica una nuova geografia regionale, tant’è che l’Italia Illustrata costituisce il primo documento che si ha della cultura umanistico-rinascimentale che denomina le regioni nel modo in cui ancora oggi sono denominate. Inoltre, è anche un’opera erudita e Biondo inserisce anche aspetti culturali dei luoghi d’Italia che descrive, ossia digressioni su monumenti, antichità o caratteristiche anche popolari dei luoghi descritti, e soprattutto aggiunge anche gli uomini illustri, dall’antichità fino ai suoi giorni, che con il loro operato hanno reso celebri i loro luoghi d’origine. Si tratta di un’operazione che Biondo aveva ideato e sviluppato dietro commissione che gli arrivò direttamente dal re Alfonso il Magnanimo, re di Napoli, ossia un re spagnolo che aveva conquistato la città di Napoli e aveva creato una delle corti intellettuali e artistiche più famose di tutta Europa. Re Alfonso desiderava, infatti, avere un quadro di tutte le personalità più famose nelle categorie professionali della società moderna e commissionò a Biondo un vero e proprio De viris illustribus. Tuttavia, Biondo, fin dall’inizio di questa committenza, volle ampliare gli orizzonti del lavoro e, piuttosto che di scrivere un puro De viris illustribus, ossia un trattato dedicato ai personaggi più famosi della sua epoca, decise di descrivere l’Italia, dando un’illustrazione storica e geografica di tutti i luoghi d’Italia, e collocare gli uomini illustri nei loro luoghi di nascita. Questo progetto risultò davvero rivoluzionario e Biondo passò subito alla storia come il primo moderno geografo d’Italia e la sua esperienza storica, antiquaria e archeologica gli valse per comporre un trattato che sarà il più ricco bacino di notizie a cui attingeranno per secoli
165 tutti gli eruditi che vorranno conoscere le antichità d’Italia. Il testo di Biondo passò subito alla tradizione manoscritta: si conservano più di 25 manoscritti dell’opera, ma immediatamente l’opera di Biondo passò anche alla tradizione a stampa e infatti si contano numerosi incunaboli e “Cinquecentine”, per poi avere una brusca frenata alla sua fortuna proprio nel Cinquecento, quando il frate domenicano Leandro Alberti compose un’opera identica nel genere a quella di Biondo, ma in lingua volgare. Leandro Alberti compose, infatti, la Descrizione di tutta Italia, ossia un’opera che aveva come modello Biondo, ma che traghettava finalmente le informazioni di Biondo, anche spesso aggiornandole e completandole, al pubblico più ampio di lingua volgare. Quindi, la brusca battuta d’arresto che l’Italia Illustrata subisce la si osserva anche nella tradizione a stampa: l’Italia Illustrata non venne stampata nel Seicento e nel Settecento, nell’Ottocento non si ha nemmeno un’edizione parziale, fin quando ai primi del Novecento si cominciarono a studiare i codici della tradizione dell’opera e si cominciarono a scoprire alcune versioni dell’opera precedenti allo stadio vulgato che la stampa cinquecentesca aveva traghettato al pubblico. Quindi, viene scoperta una prima redazione del testo di una regione, ossia la Regio VI, che è anche la regione dove si trova la sua città natale, Forlì: si tratta della Romandiola, corrispondente grossomodo alla Romagna moderna, più parte dell’Emilia moderna. Si tratta della regione nella quale Biondo, anche con orgoglio identitario, descrive in particolar modo, nella città di Ravenna, tramite un excursus letterario molto importante quale fosse stata l’ondata rivoluzionaria dell’Umanesimo italiano e come Ravenna colga i frutti di questa rinascita culturale che Biondo identifica nella città che era stata famosa per l’esarcato bizantino e che aveva dato i natali a Giovanni da Ravenna. Giovanni da Ravenna era una figura che Biondo stesso confonde tra due diverse identità: Þ Giovanni Malpaghini, ossia il copista di Petrarca; Þ Giovanni Conversini, il quale fu anche in contatto con Petrarca e continuò a Firenze l’insegnamento petrarchesco. A Ravenna, Biondo situa particolari eventi della cultura umanistica, rendendo la città capace di far rinascere l’eloquentia antica. Negli anni Trenta del Novecento, Augusto Campana dà notizia per la prima volta del ritrovamento di un codice, nella Biblioteca Classense di Ravenna, che contiene soltanto il testo della Regio VI dell’Italia Illustrata, ma in una versione testuale che non coincide con il resto della tradizione. Augusto Campana si era, infatti, accorto che il testo della Romandiola, che viaggiava autonomamente in questo codice della Biblioteca Classense di Ravenna, era dedicato al signore di Cesena, Malatesta Novello. Si trattava, e Campana lo aveva intuito, di una prima redazione del testo della Regio VI che Biondo aveva composto nel 1450 per presentarsi come dotto,
166 storico, geografo e storico della cultura al più potente signore di Romagna del tempo, appunto un esponente della casata dei Malatesta, il quale era divenuto signore della città di Cesena, dove aveva fondato la Biblioteca Malatestiana. A Cesena, Biondo trovava un mecenate della cultura a cui potersi rivolgere per sottoporre alla perizia del signore romagnolo il suo scritto e ricevere eventualmente indicazioni, suggerimenti e correzioni alla descrizione che egli aveva appena ultimato della regione Romandiola e anche della città di Cesena. Questa non fu l’unica prima redazione di una regione: proprio nel 2001 Paolo Pontari ha trovato una prima redazione della Regio II, ossia dell’Etruria, conservata in due manoscritti fiorentini: un manoscritto della Laurenziana tramandava il solo testo della Regio II dedicato al signore di Firenze Piero de’ Medici. Quindi, da questo episodio si può dedurre che era abitudine di Biondo dedicare prime redazioni dei testi di alcune regioni della sua opera a signori eminenti della regione stessa. Successivamente, questa redazione, che era anch’essa datata 1450, confluì in un’opera completa che Biondo raccolse in 17 regioni, delle quali soltanto 14 composte, che dedicò anche abbastanza frettolosamente al pontefice Niccolò V. Biondo si era, in realtà, allontanato dalla Curia pontificia nel 1449, ossia prima che iniziasse la stesura delle prime redazioni delle regioni Romandiola ed Etruria, e questa fase redazionale dell’opera dimostra che Biondo fosse in cerca di mecenati e di committenti. Però, nel 1453 succede qualcosa nella biografia dell’autore che determina anche un cambiamento nella stesura dell’opera: infatti, Biondo viene riammesso in Curia dal pontefice Niccolò V, lo stesso pontefice che, secondo le testimonianze dell’epoca lo aveva allontanato dalla Curia pontificia, dal momento che Biondo era stato il segretario apostolico del papa precedente, Eugenio IV. Dunque, Niccolò V, il pontefice che subentra ad Eugenio IV, in un primo momento aveva deciso di non affidarsi alla persona che più aveva costituito la forza e il sostegno del suo predecessore. Tuttavia, nel 1453 Biondo Flavio viene riammesso in Curia e in segno di omaggio dedica tutte le regioni fino ad allora composte, ossia 14 delle 17 che aveva intenzione di comporre, al pontefice Niccolò V. Nella tradizione manoscritta dell’Italia Illustrata si ha un codice che segna in modo evidente questo cambiamento: si tratta di un codice conservato alla Biblioteca Vaticana, ossia il Codice Vaticano Ottogoniano Latino 2369, che contiene la stesura dell’Italia Illustrata completa di tutte le 14 regioni composte dedicata a Niccolò V, ma anche una serie di correzioni, aggiunte e cancellature autografe di Biondo stesso. Quindi, in questo codice si ritrova un passaggio fondamentale, ossia quello dalla redazione con dedica a Niccolò V ad una redazione che cancella, nel 1455, qualunque riferimento al pontefice a cui Biondo aveva dedicato tutte le regioni composte. Nel 1455, infatti, il pontefice Niccolò V muore: il suo breve pontificato era stato molto negativo per la carriera di Biondo, dal momento che egli aveva fatto in tempo a rientrare
167 in Curia alla fine del 1453, ma nel 1455 il pontefice che lo aveva riammesso in Curia e a cui aveva dedicato la sua opera muore. A quel punto, Biondo decide di cassare qualunque riferimento a Niccolò V e prosegue nella composizione della sua opera, ma non riesce egli stesso a completare le regioni meridionali d’Italia, tanto meno ad aggiornare il contenuto delle regioni fino ad allora composte. Si tratta, dunque, di una tipica situazione testuale umanistica: lo stemma a cui si è pervenuti ricostruendo gli stadi redazionali dimostra come l’opera abbia subito quattro fasi redazionali: Þ la prima fase redazionale (O1) è corrispondente alla fase in cui Biondo dedica singole regioni ai singoli signori del tempo; Þ la seconda fase redazionale (O2) è risalente al 1453 e corrisponde all’Italia Illustrata con dedica a Niccolò V; Þ la terza fase redazionale (O3) è formata dall’Italia Illustrata privata dei riferimenti e della dedica a Niccolò V per mano di Biondo stesso, certificata da un codice che ancora oggi esiste ed è conservato alla Biblioteca Vaticana; Þ la quarta fase redazionale (O4) corrisponde all’ultimo tentativo che Biondo fa di aggiornare e correggere la sua opera: due codici soltanto tramandano il testo delle cosiddette
168 Additiones corretionesque che Biondo farà prima di morire nel 1462 e che dedicherà al pontefice Pio II, ossia l’umanista Enea Silvio Piccolomini. L’edizione critica dell’Italia Illustrata è organizzata con due fasce di apparato: Þ una fascia d’apparato diacronica, che trasmette le varianti redazionali d’autore; Þ una fascia d’apparato sincronica, relativa agli errori e alle varianti di tradizione. Il paragrafo 42 costituisce l’esordio della descrizione della città di Ravenna. “Si vede posto al di fuori delle mura di Ravenna il monumento di quel re (scil. Teodorico) che è stato edificato dalla figlia Amalasunta, nel quale è stato edificato il monastero di Santa Maria “in Rotondo”, chiamato così per la ragione che l’altare maggiore della chiesa e il coro, capace di contenere venti tra monaci in fila come è consuetudine nella pedana dei cantori, sono ricoperti da un unico e intero masso di forma rotonda. E a capo di quel monastero si trova l’abbate Matteo Biondo, nostro fratello di sangue.” Questa descrizione corrisponde al Mausoleo di Teodorico, che nel Medioevo era stato trasformato in una chiesa cristiana intitolata alla Vergine e denominata “in Rotondo” proprio per la forma circolare dell’edificio. Biondo insiste sul fatto che nel coro della chiesa, ossia nella struttura architettonica circolare in cui erano stati posti la pedana dei cantori e l’altare maggiore, vi fosse una cupola lapidea costituito da un unico pezzo, ossia da un’unica grande pietra di forma rotonda: dunque, l’eccezionalità del Mausoleo di Teodorico sotto il profilo architettonico è proprio quello di avere una cupola così costruita. Biondo sta menzionando a Ravenna non soltanto un famoso monumento dell’età ostrogota che è stato trasformato in chiesa cristiana durante il Medioevo, ma sta anche dicendo che a capo di quel monastero di Santa Maria Rotonda vi è l’abate Matteo Biondo, ossia suo fratello. Dunque, Biondo sta menzionando nella sua opera, che raccoglie anche informazioni di questo tipo, ossia notizie su uomini illustri delle città e dei luoghi che vengono descritti, il proprio fratello. Tra il paragrafo 42 e il paragrafo 43, le parole germanus e populo subiscono qualcosa di differente a livello testuale nella prima redazione (O1): significa che Biondo, nella prima fase redazionale dell’opera, aveva scritto qualcosa di differente, ossia vi era un passo in
169 più, che a partire dalla seconda redazione del testo (O2) Biondo ha cancellato. Dunque, un’intera porzione di testo è caduta nel passaggio redazionale da O1 a O2: “per niente degenerante nella vera milizia del beato Benedetto” “recante lustro nell’ordine monacale di San Benedetto” Quindi, Matteo Biondo, che è abate di San Maria Rotondo ed è fratello dell’autore, aveva nella prima redazione dell’opera un elogio, anche troppo smodato perché proveniente dal fratello stesso, in riferimento al fatto che fosse una persona eminente dell’ordine benedettino. Biondo ha eliminato questa variante perché sarebbe sconveniente che l’autore esaltasse così tanto il fratello nella sua opera, dal momento che si tratta di un suo familiare: quindi, per essere più neutrale e super partes, questo elogio fu reputato eccessivo nel passaggio alla seconda fase redazionale. “Ravvena ora è scarsa a livello di popolazione, che un tempo ebbe uomini sia santi sia anche dotti, Apollinare, Vitale e i suoi figli Gervasio e Protasio e il medico Ursicino, tutti coronati dal martirio; Giovanni, nell’ordine del nome diciassettesimo pontefice romano; Pietro ravennate, vescovo di Imola, il quale spiegò in maniera molto eloquente molte scritture del sacro eloquio; e Cassiodoro, senatore della città di Roma e scrittore delle epistole dei re ostrogoti e in seguito monaco, il quale, a parte alcuni scritti di argomento secolare per niente da disprezzare, ha lasciato dei libri Sull’anima scritti in maniera molto erudita e in stile molto alto. Sembra che abbia dato i natali anche a Faustino, al quale il poeta Marziale scrisse molte cose: «Quali giorni, o Faustino, quale Ravenna ti ha sottratto Roma?»”
170 Si fa riferimento alla grande tradizione ravennate dell’esarcato bizantino e ai primi vescovi della Chiesa ravennate: Apollinare, il primo vescovo della Chiesa ravennate, i suoi figli Protasio e Gervasio e il medico Ursicino. Da parte di Biondo vi è un errore storico, ma che non viene corretto dal momento che dipende dalla sua cultura: non si tratta del pontefice romano Giovanni XVII, bensì di Giovanni X, il quale era stato arcivescovo di Ravenna. Il vecchio nome di Imola era Forum Cornelii: quindi, Biondo usa sia nomi antichi sia nomi moderni all’interno della sua opera. Biondo commette un errore banalissimo, che tuttavia era una credenza dell’epoca: infatti, dice che Cassiodoro era senatore della città di Roma, ma in realtà commette un errore perché senator è semplicemente uno degli epiteti che compone il nome completo di Flavio Magno Cassiodoro. In poche parole, Biondo ha condensato tutta la biografia di Cassiodoro, ma anche con un errore abbastanza ingenuo, ossia il fatto di aver confuso il suo nome con una carica rivestita nella città di Roma. Biondo fa riferimento ad un altro personaggio ancora che la città di Ravenna può vantare, ossia Faustino, e riporta un verso di Marziale, mostrando di conoscere questo autore latino. Ciò significa che nella prima stesura (O1) della Regio VI, Biondo non aveva composto il passo in cui nominava Faustino e inseriva anche un famoso verso di Marziale che il poeta latino stesso aveva rivolto a questo Faustino ravennate. La spiegazione di ciò si conosce solo attraverso un’indagine più accurata sulla biblioteca dell’autore: in realtà, Biondo nel 1450 non conosceva in particolar modo i versi di Marziale, ossia non aveva avuto accesso alle raccolte poetiche di Marziale. Solo quando viene in possesso di un codice che contiene tutti i componimenti poetici di Marziale, e in particolar modo gli Xenia, in quei componimenti poetici trovava materia per poter attingere a notizie da inserire nella sua opera. Dunque, una volta venuto a conoscenza delle poesie di Marziale, trovò il nome di un certo Faustino di Ravenna, a cui Marziale si rivolgeva e, approfittando della notizia appena recuperata da Marziale, inserisce nella sua opera un breve passo e la citazione esplicita del verso di Marziale, tant’è che la terza fascia di apparato, che è l’apparato delle fonti, riporta il luogo di Marziale. Tuttavia, le moderne edizioni critiche del testo di Marziale indicano che quel verso era scritto in maniera differente: al posto di quales vi era qualem. Un lemma dell’apparato sincronico è proprio dedicato alla lezione quales:
171 I testimoni Fr1 ed Fr sono le stampe “cinquecentine” degli Opera omnia di Biondo che furono pubblicate a Basilea dai fratelli Frauben, i quali erano i tipografi più attivi in Svizzera per la pubblicazione dei classici; e nella loro tipografia collaborava, come intellettuale di riferimento, Erasmo da Rotterdam. Queste due stampe dicono che il testo di Biondo è stato corretto perché gli editori cinquecenteschi si erano accorti dell’errore di citazione dell’opera di Marziale e i tipografi Frauben erano gli stampatori per eccellenza dei classici latini e greci nel Cinquecento. Dunque, accortisi di questo errore, lo hanno emendato, ma in realtà, a parte le due edizioni Frauben e a parte il manoscritto R, tutto il resto della tradizione ha quales e non qualem. Nella tradizione manoscritta del testo di Marziale esiste la variante quales, che è molto attestata nel Medioevo e nell’Umanesimo: significa che quello è il testo che Biondo leggeva di Marziale nella sua epoca. Tuttavia, non si è autorizzati a emendare perché quello è il testo che Biondo ha letto e ha voluto trascrivere nella sua opera: non si può fare il medesimo errore che hanno fatto i tipografi cinquecenteschi che, pur correggendo il testo di Marziale, non hanno rispettato la coscienza culturale, ossia il grado di conoscenza del testo di Marziale, di Biondo stesso e hanno alterato la volontà dell’autore. All’interno dell’Italia Illustrata, Ravenna costituisce l’occasione per un’ἔκφρασις che Biondo inserisce appositamente per descrivere quale sia stata la grande rivoluzione che l’Umanesimo italiano ha portato nella sua epoca. “Primo fra tutti, Francesco Petrarca, uomo dal grande ingegno e dall’ancora più grande diligenza, cominciò a risvegliare sia la poesia sia l’eloquenza, né tuttavia colse quel fiore dell’eloquenza ciceroniana con il quale molti vediamo ornati in questa nostra epoca, a proposito di questo certamente noi attribuiamo la colpa alla carenza e alla mancanza di libri piuttosto che di ingegno; egli infatti, sebbene si vantò di aver trovato a Vercelli le epistole di Cicerone indirizzate a Lentulo, non vide se non laceri e mutili tre libri di Cicerone Sull’oratore e i libri delle Istituzioni oratorie di Quintiliano, alla cui conoscenza
172 non pervennero per niente anche i libri di Cicerone dell’Orator maior e del Brutus sugli oratori famosi.” Quindi, Biondo realizza un giudizio piuttosto critico nei confronti di Petrarca ed è simile a quello che aveva formulato Leonardo Bruni: si tratta di un giudizio umanistico, dal momento che durante l’Umanesimo si è arrivati a conoscere molto di più l’eloquenza antica di quanto la conoscesse Petrarca. Non è colpa di Petrarca se non è riuscito a cogliere il fiore dell’eloquenza ciceroniana, ma è colpa del fatto che alla sua epoca non si conoscevano tanti testi classici quanti oggi si conoscono: non è un limite dell’ingegno, ma è un limite della conoscenza di fonti classiche. È un giudizio severo, ma allo stesso tempo obiettivo su Petrarca. Biondo fa riferimento all’epistolario delle Familiari di Cicerone, che, come prima lettera, hanno una lettera indirizzata a Lentulo. Il De oratore di Cicerone e l’Institutio oratoria di Quintiliano sono considerati, da tutto l’Umanesimo, i testi che hanno fatto rinascere l’eloquentia latina: l’Institutio oratoria di Quintiliano fu scoperta da Poggio Bracciolini e Petrarca non conobbe mai il testo completo dell’opera di Quintiliano. Quindi, Biondo ha detto tutte cose obiettive, ma ha commesso un errore storico, perché Petrarca non scoprì a Vercelli le Familiari. Tra gloriatus est e tres Ciceronis, nelle prime due redazioni dell’opera, ossia O1 e O2, vi era un passo più lungo: “Petrarca non vide anche quell’altro volume di quelle epistole che, indirizzate ad Attico, hanno una così grande eloquenza così come cose più importanti e contengono un Cicerone più intimo e più preoccupato”. Quindi, Biondo aveva scritto nelle sue prime due redazioni dell’opera che Petrarca non aveva avuto modo di vedere le epistole di Cicerone Ad Atticum: anche questo è un errore, perché fu proprio Petrarca a scoprire a Verona, presso la Biblioteca Capitolare nel 1345, l’epistolario delle Ad Atticum, oltre a quelli Ad Brutum e Ad Quintum fratrem. Quindi, Biondo ha cancellato tutto questo passo nel manoscritto Vaticano e ha voluto che, a partire dalla terza redazione, il testo della sua opera non contenesse più questo passo, dato che era un errore storico, perché Petrarca era stato proprio lo scopritore delle Ad Atticum. Tuttavia, nel testo è rimasto un errore, ossia Biondo è convinto che Petrarca avesse scoperto le Familiari a Vercelli. In realtà, le Familiari furono scoperte dopo la morte di Petrarca e a scoprire a Vercelli le Familiari di Cicerone fu un certo Pasquino Capelli, che fu segretario dei Visconti. Coluccio Salutati gli aveva chiesto di recarsi a Vercelli e di copiare un codice
173 delle Ad Atticum: Salutati non sapeva che a Vercelli vi fosse un codice delle Ad Atticum e Pasquino Capelli, anziché trovare un codice delle Ad Atticum, trova un codice delle Ad familiares di Cicerone. Dunque, Biondo sapeva che Petrarca aveva scoperto le Familiari a Vercelli e in un primo tempo credeva che Petrarca non avesse conosciuto per niente le Ad Atticum, ma evidentemente dovette in seguito correggersi e pensare che Petrarca in realtà avesse conosciuto le Ad Atticum, ma non che ne fosse lo scopritore. «incerto nobis datae libertatis patrono, Ciceronis Ad Atticum epistolae.» “Non sappiamo chi abbia dato libertà alle Epistole ad Attico di Cicerone.” Si tratta di una metafora che Poggio Bracciolini aveva utilizzato per il Quintiliano scoperto nel monastero di San Gallo, quando diceva di averlo liberato dalla prigione del monastero: le Ad Atticum sono state liberate dalla prigione di qualche monastero, ma non si sa chi sia l’autore di questa libertà data all’epistolario ciceroniano. È facile capire che Biondo si autocorresse per l’errore che aveva inizialmente commesso, secondo cui Petrarca non aveva conosciuto le Ad Atticum, ma si scopre che Biondo aveva compiuto questa correzione non perché scoprì che Petrarca era stato colui che aveva trovato per la prima volta le Ad Atticum, ma solo perché aveva avuto notizia che Petrarca le aveva comunque conosciute. Infatti, nel paragrafo 50 dichiara di non sapere chi sia letteralmente lo scopritore dell’epistolario Ad Atticum. Quindi, nel testo di Biondo si trovano errori storici ed errori formali: gli errori storici non possono essere corretti e quelli che l’autore ha corretto si riportano in apparato. Questo insegna che, effettivamente, nella ricostruzione di un testo che abbia una dinamica redazionale così importante, ossia dove vi siano varianti redazionali d’autore, l’editore deve sempre fare molta attenzione ad utilizzare con cautela lo strumento della congettura e anche quello dell’emendatio.