100 Þ imitatori degli auctores classici. Una delle questioni più spinose che emerse negli ambienti umanisti riguarda il problema del rapporto tra latino e volgare, che ha il documento di maggior rilievo nella relazione che Biondo Flavio dà della discussione avvenuta nel 1435 tra un gruppo di umanisti. L’argomento della disputa ruotava su due posizioni: Þ secondo Leonardo Bruni gli antichi Romani avevano parlato una sorta di volgare, per cui la lingua del volgo sarebbe stata una lingua diversa da quella letteraria; Þ secondo Biondo Flavio gli antichi Romani avevano parlato latino, ma con delle differenziazioni stilistiche addotte dal diverso livello sociale dei parlanti; egli ammetteva, dunque, una sostanziale continuità tra latino e volgare. In alcune personalità influenti nella scena letteraria e linguistica del tempo, come Lorenzo Valla ed Angelo Poliziano, si riassumono diverse modalità di restauro della cultura classica attraverso operazioni dedicate alla restaurazione della lingua latina. Molti di loro, e soprattutto Valla, si interrogano proprio sulla sovrapposizione della lingua latina con il volgare materno, impiegato non solo come mezzo di comunicazione tra parlanti, ma anche come mezzo di trascrizione degli scriventi. La svolta linguistica del XV secolo agisce in senso opposto: quello degli umanisti è un ritorno alla classicità realizzato in maniera artificiale, nel tentativo di restaurare una lingua che stava perdendo molte posizioni di vantaggio rispetto al volgare illustre. La tendenza del ritorno all’uso del latino è significativa per comprendere quale fosse la portata dell’operazione degli umanisti: essa concerne, infatti, un esame completo della lingua latina in tutti i suoi aspetti. Quindi, vi è un classicismo imperante che porta ad una vera e propria rivoluzione culturale, la quale prende corpo in tre correnti stilistiche della lingua latina: Þ il ciceronianismo, ossia una corrente letteraria che puntava all’imitazione di Cicerone come modello fondamentale per la scrittura in prosa, ma in generale per una costruzione sintattica latina tipica della scrittura ciceroniana, caratterizzata dalla concinnitas, alla quale si adeguano gli umanisti più esercitati nella scrittura di opere retoriche, come Bartolomeo Facio e Paolo Cortesi; Þ l’eclettismo, ossia una corrente stilistica di cui protagonista fu in particolare Angelo Poliziano alla fine del Quattrocento e che puntava ad un’imitazione “melliflua”, ossia come un’ape che prende il miele da diversi fiori per costituire un buon miele;
101 Þ l’apuleismo, che vide in Filippo Beroaldo uno dei suoi principali esponenti e che puntava all’imitazione di Apuleio e di quegli autori della tarda antichità che venivano sentiti come molto più capaci di guardare ad una lingua latina ormai in evoluzione. Quindi, si tratta di correnti linguistiche vere e proprie che, in qualche modo, influiscono anche sulla composizione di opere letterarie nel Quattrocento. Vi sono anche altri fenomeni che l’Umanesimo studia per restaurare la forma della lingua latina classica, ma soprattutto vengono composte delle opere che sono veri e propri manuali della lingua latina che rivoluzioneranno il modo di scrivere per tutta l’età moderna: Þ le Regulae grammaticales(1414-1419) di Guarino Veronese: la prima grammatica scritta da un umanista; sono tradizionali per dottrina, terminologia e struttura; Þ le Elegantiae latinae linguae libri (1449) di Lorenzo Valla, in cui vengono affrontate, con eccezionale competenza di filologo, questioni lessicali, sintattiche, stilistiche e relative all’emendamento dei testi; Þ i Rudimenta grammatices (1468) di Niccolò Perotti. Sono tre opere grammaticali importantissime che segnano ormai l’inizio di uno studio scientifico della lingua latina. 06.04.2022 STRUMENTI PER LA FILOLOGIA MEDIEVALE E UMANISTICA Il termine recensio viene dal verbo recensēre (“passare in rassegna”) ed indica il censimento dei testimoni conservati, manoscritti o a stampa, del testo di cui si sta allestendo l’edizione critica; ed esistono degli strumenti specifici che permettono di procedere al censimento dei testimoni manoscritti e a stampa. Per quanto riguarda la ricerca di testimoni manoscritti, si fa riferimento all’Iter italicum di Kristeller: si tratta del catalogo più completo dei codici manoscritti medievali e umanistici conservati nelle biblioteche italiane ed estere. Si tratta di un’opera poderosa divisa in sei volumi: i primi due volumi sono dedicati alle biblioteche italiane, mentre i restanti quattro sono dedicati alle biblioteche straniere; inoltre, vi è un’area specifica, denominata Utopia, che registra i manoscritti appartenenti a collezioni private che Kristeller ha potuto osservare sotto concessione dei proprietari; infine, chiude l’opera l’indice complessivo, il quale è necessario per la consultazione dell’opera stessa. All’interno di ogni volume, le città, le biblioteche di ogni città, i fondi di ogni
102 biblioteca e i manoscritti di ogni fondo sono ordinati seguendo un ordine alfabetico: quindi, i codici sono ordinati per successione di segnatura all’interno dei fondi delle biblioteche in cui sono conservati. Di ogni manoscritto Kristeller propone una brevissima descrizione, che riguarda la datazione e il formato, e poi un’analitica illustrazione dei contenuti con incipit ed explicit di ogni opera. L’indice complessivo è cumulativo di tutte le occorrenze, ordinate per successione alfabetica di autore, e presenta una serie di elementi che devono essere correttamente interpretati: Þ il numero romano indica il volume cui Kristeller fa riferimento; Þ il numero arabo può essere: • in tondo e indica il numero di pagina in cui l’autore è citato come autore dell’opera; • in corsivo e indica il numero di pagina in cui l’autore ricorre come destinatario di un’opera scritta da altri; Þ l’asterisco accanto al numero di pagina significa che il nome dell’autore ricorre più volte. L’elenco dei manoscritti dell’Iter italicum è posto in due colonne: Þ se il nome dell’autore ricorre nella colonna di sinistra, accanto al numero arabo si trova la lettera A; Þ se il nome dell’autore ricorre nella colonna di destra, accanto al numero arabo si trova la lettera B. Ovviamente, non sono indicate le opere, ossia l’Iter italicum non è suddiviso per opere, ma per autore: quindi, è necessario controllare ogni occorrenza registrata nell’indice alla ricerca dell’opera cercata. Per gli autori la cui produzione è molto ampia e la tradizione delle opere sovrabbondante, come nel caso di Dante Alighieri, per semplificare e accelerare la ricerca si ha anche l’Iter italicum in CD-ROM, in modo tale da poter svolgere le ricerche tramite stringhe di testo o parole chiave da inserire in un’interfaccia. La ricerca tramite parole chiave o attraverso una stringa di nomi o di titoli può far giungere, dunque, ad un’occorrenza che nella consultazione del catalogo poteva essere sfuggita o non era stata registrata: quindi, l’utilizzo di questo strumento digitale è prezioso perché è flessibile e perché la ricerca è condotta secondo i criteri del filologo che deve fare la recensio. Tuttavia, bisogna fare attenzione alle varianti grafiche e alle varianti morfologiche. Dopo aver consultato l’Iter italicum e dopo aver fatto la prima ricerca per quanto riguarda i testimoni manoscritti, la recensio non è finita, dal momento che è possibile che il testo sia stato tramandato da alcune stampe. Infatti, una volta censiti i testimoni manoscritti, il filologo deve passare al censimento delle stampe antiche e proprio per questa particolare sezione esistono dei cataloghi specifici: per quanto riguarda gli incunaboli, ossia le prime edizioni a stampa di un’opera pubblicate
103 tra il 1454-1455 e il 1500, il filologo deve controllare l’IGI, ossia l’Indice Generale degli Incunaboli delle Biblioteche d’Italia. L’IGI cataloga tutti gli incunaboli conservati nelle biblioteche d’Italia, i quali sono ordinati alfabeticamente per autore ed opera; inoltre, ciascun incunabolo è accompagnato dall’indicazione degli esemplari dell’edizione schedata presenti nelle biblioteche italiane. Quindi, il filologo ha controllato sia i manoscritti sia gli incunaboli, ma deve controllare anche le “Cinquecentine”, ossia i testi a stampa prodotti nel Cinquecento, per i quali bisogna controllare due cataloghi: Þ l’Index Aureliensis, ossia il Catalogus librorum sedecimo saeculo impressorum; Þ l’“EDIT 16”, ossia Le edizioni italiane del XVI secolo, che è un censimento nazionale. A questo punto bisogna cercare di collocare nel tempo e nello spazio i testimoni cartacei raccolti: infatti, è importante sapere quando sono stati confezionati, dove sono stati confezionati e possibilmente da chi. A questo proposito è utile il Catalogo del Briquet, ossia Les filigranes. Dictionnaire historique des marques du papier dès leur apparition vers 1282 jusqu’en 1600 (1974), dal momento che è uno strumento indispensabile per lo studio delle filigrane: infatti, la filigrana, ossia il marchio distintivo della fabbrica di produzione della carta con la quale si è confezionato un codice manoscritto, ottenuto mediante l’impressione con un filo metallico sulla pasta molle durante la fabbricazione della carta, può essere studiata ed identificata grazie al repertorio compilato da Briquet. Briquet, dunque, ha inventariato circa 16.000 tipi di filigrane, catalogandole per ordine alfabetico di tipologia, come croci, fiori e teste di bue; tuttavia, le tipologie non presentano numerosissime varietà di esecuzione e non sempre è possibile identificare la filigrana del codice che si sta descrivendo tra quelle inventariate da Briquet. Quindi, la stampa dei volumi fino all’inizio del XIX secolo, ossia fino all’avvento della carta di produzione meccanica, riportava quasi sempre al centro o al margine l’insegna della filigrana della cartiera che la produceva: pertanto, analizzando la filigrana, si può risalire alla cartiera, dove essa lavorava e in quale periodo e di ciascuna filigrana il Briquet, di cui esiste anche una versione online, fornisce il luogo o i luoghi di produzione e l’anno a partire dal quale quel tipo di carta è stato messo in circolazione. STRUMENTI LINGUISTICI È necessario che un filologo, nel momento in cui si dedica all’edizione critica di un’opera, conosca la lingua dell’autore e dell’epoca in cui l’autore operava. La disciplina della Filologia medievale e umanistica è relativamente giovane e i primi filologi che si approcciarono allo studio della lingua
104 mediolatina di un autore non avevano neanche gli strumenti per comprendere quella lingua, dal momento che era poco studiata. Negli ultimi decenni, però, è emersa la volontà di far fronte ai vuoti di conoscenza e di strumentazione, sia in ambito storico-letterario sia in ambito linguisticolessicografico, portando ad un decisivo progresso della ricerca in ambito mediolatino. Tra il 1996 e il 2004 è approdato alle stampe il poderoso lavoro del filologo svizzero Peter Stotz, che ha pubblicato in cinque volumi l’Handbuch zur lateinischen Sprache des Mittelalters; ogni volume è dedicato ad un aspetto della lingua, come sintassi, morfologia, fonetica e neologismi. Infatti, la lingua medievale era in continuo aggiornamento,sia per influsso del greco, dell’ebraico, della lingua germanica e di altre sia per influsso del latino cristiano e della Bibbia, e Stotz analizza sia il fenomeno dei neologismi sia il fenomeno della risemantizzazione, perché termini che nel latino classico avevano un significato, nel latino medievale ne assumono un altro: ad esempio, la parola comes nel latino classico significa “compagno di viaggio”, ma questo significato etimologico derivante dalla preposizione cum viene perso quasi subito e già nel latino tardo e alto-medievale la parola comes ha il significato di “conte”, ossia di “persona che governa su una porzione di territorio che è la contea”. Quello di Stotz si configura come un manuale in grado di fornire una panoramica completa delle problematiche linguistiche e lessicografiche della latinità medievale dal 500 al 1500. Anche sul versante lessicografico, il lessicografo medievale era il grammatico che produceva dizionari e recentemente sono state fatte le edizioni critiche di numerose opere lessicografiche mediolatine, come: Þ l’Elementarium di Papia (X-XI secolo); Þ le Derivationes di Osberno di Gloucester (XII secolo); Þ la Summa Britonis di Guglielmo il Bretone (XII secolo); Þ le Derivationes di Uguccione da Pisa (XII secolo). È particolarmente importante l’edizione delle Derivationes di Uguccione da Pisa, perché fornisce un lessico di sicuro uso dantesco, dal momento che lo stesso Dante, nel “Convivio”, cita le Derivationes di Uguccione. Quindi, si tratta di un’opera importante per lo studio della lingua latina e volgare dantesca, dal momento che Dante era uno scrittore bilingue. In linea generale, il lessico dell’autore di cui si occupa deve essere confrontato sui dizionari dell’epoca: infatti, come Dante, mentre scriveva, aveva accanto a sé una copia delle Derivationes di Uguccione da Pisa, così altri autori potevano avere Papia o Giovanni Bardi, che era un altro lessicografo medievale. Inoltre, un altro lessicografo fondamentale, che era di riferimento per tutti gli altri, è Isidoro di Siviglia. Analizzare l’impianto e la struttura di questi lessici e le culture in essi riflesse permette di comprendere a fondo
105 le complesse vicende del patrimonio di conoscenze di un’epoca come quella medievale, la quale era continuamente soggetta a trasformazioni, riassetti di dottrine e di linguaggi. I lessicografi medievali, infatti, furono attenti non solo a raccogliere il tesoro lessicale formatosi in età classica, ma anche a cogliere l’evoluzione dello strumento linguistico, il quale si arricchiva continuamente di nuovi termini che prendevano vita con il frantumarsi della lingua latina, con l’interferenza delle lingue volgari o di altre lingue come il greco e l’ebraico e con l’avvento di nuovi concetti come quelli della Bibbia e della liturgia del mondo cristiano. Per lo studio della lingua mediolatina si dispone anche di strumenti digitali che permettono l’interrogazione non solo di autori e di opere latine dalla classicità al Cinquecento, ma anche dei principali lessici dell’età classica, patristica e medievale, come: Þ Brepolis: sito con richiesta di licenza contenente testi della letteratura latina classica e medievale; Þ ALIM (Archivio della latinità italiana del Medioevo): intende offrire alla libera consultazione i testi mediolatini composti in Italia dall’VIII al XV secolo, secondo l’edizione critica più recente. Se la lingua mediolatina è poco studiata, la lingua latina dantesca presenta molte lacune, a differenza invece del volgare dantesco che ormai è iper-studiato: infatti, l’“Enciclopedia dantesca” registra tutti i lemmi volgari utilizzati da Dante. Per sopperire a questa grave lacuna della bibliografia dantesca, dal momento che pochi scrivono riguardo al latino dantesco, in occasione dell’anniversario della morte di Dante è nato il Vocabolario dantesco latino (2021): si tratta di un progetto in fieri che ha l’intento di catalogare tutto il lessico latino dantesco. 26.04.2022 LA LINGUA DI DANTE NEL DE VULGARI ELOQUENTIA Il De vulgari eloquentia di Dante Alighieri è un trattato dottrinale di argomento linguistico-retorico, in cui Dante riflette sull’origine della lingua volgare, sulla sua funzione e sul rapporto che la lega al latino, nella prospettiva di dimostrarne la dignità letteraria. Dante compie ciò in un modo canonico, ossia utilizzando la lingua latina: il trattato è in lingua latina perché si rivolge ai dotti e non al pubblico comune e ai primi deve essere trasferito il messaggio secondo cui la lingua volgare ha una sua propria dignità letteraria. Secondo Mirco Tavoni, il De vulgari eloquentia fu composto tra la metà
106 del 1304 e l’inizio del 1306, in parallelo alla scrittura del Convivio. Si tratta di anni che nella biografia dantesca sono particolarmente significativi, in quanto si è nei primi anni dell’esilio, dato che Dante comincia il suo esilio alla fine del 1301: quindi, da tre anni è un errante esiliato dalla sua città, è già stato ad Arezzo e a Forlì e nel 1304 approda a Bologna, dove Mirco Tavoni ha dimostrato che il De vulgari eloquentia ha avuto origine e per la stessa città di Bologna sembra che sia stato anche realizzato. Il progetto originario comprendeva almeno quattro libri, secondo quanto si intuisce da un riferimento nel libro II dove Dante accenna alla forma metrica della ballata e del sonetto, promettendo di parlarne nel IV libro; tuttavia, l’opera si interrompe al capitolo XIV del II libro: sostanzialmente, si tratta di un’opera incompiuta. I biografi danteschi concludono che la composizione non ebbe mai termine, dato che Dante non riuscì a portare a termine il suo progetto originario: dunque, molto probabilmente ciò che si ha non è quello che è sopravvissuto di un progetto più ampio, ma è semplicemente il punto in cui Dante arrivò a scrivere per la sua opera. L’impiego del latino, ossia la lingua universale dell’erudizione e della scienza, da parte di Dante risponde al proposito di rivolgersi ad un pubblico di specialisti ed eruditi, con fini non divulgativi. Quindi, si tratta di un trattato altamente specialistico con argomentazioni anche complesse della definizione della lingua volgare e delle sue caratteristiche. Il testo è conservato in forma integrale, ossia fino al XIV capitolo del II libro, da soli cinque manoscritti: Þ B: Berlin, Staatsbibliothek, Lat. Fol. 437 (ora a Tubingen); Þ G: Grenoble, Bibliothèque Civique, 580; Þ S: Straßburg, Bibliothèque Municipale et Universitaire, 206; Þ T: Milano, Biblioteca dell’Archivio storico Trivulziano, 1088; Þ V: Città del Vaticano, Biblioteca Apostolica Vaticana, Reg. Lat. 1370. Inoltre, è tramandato in forma parziale, dato che contiene un frammento del II libro, da parte del Vaticano Latino 4817. Si tratta di una tradizione manoscritta abbastanza esigua, considerando il fatto che V è copia diretta di T e anche S, in realtà, è una copia tarda dell’edizione a stampa che fu fatta a Venezia per cura di Zatta nel 1758. Quindi, si hanno sostanzialmente cinque manoscritti di tradizione integrale del testo, in cui è possibile identificare due codices descripti, ossia il V copia di T e S che è copia di un’edizione a stampa. T è un codice cartaceo miscellaneo, composto da due unità codicologiche: Þ la I unità contiene il De vulgari eloquentia ed è significativo che il titolo tramandato sia Liber de vulgari eloquio sive idiomate;
107 Þ la II unità contiene l’Ecerinis di Albertino Mussato: si tratta di una tragedia scritta in esametri latini da Albertino Mussato, un intellettuale padovano contemporaneo di Dante e che peraltro aveva ricevuto la laurea poetica dal collegio dei giuristi dell’Università di Padova nel 1315 proprio per aver scritto quest’opera poetica dedicata a Ezzelino III da Romano, il quale fu tiranno della città di Padova. Era un’opera rivoluzionaria per il tempo perché aveva come fonte le tragedie di Seneca, testo ignorato durante il Medioevo e riscoperto dagli umanisti padovani. Mussato fu anche segretario e storico dell’imperatore Enrico VII, verso il quale Dante nutriva moltissime speranze di salvezza per la sua patria e per l’Italia in genere. Dunque, non si tratta di un testo sganciato dalla cultura dantesca, dato che nel medesimo codice vi sono trascritti due testi rivoluzionari: il De vulgari eloquentia, ossia il trattato che era un vero e proprio tassello d’avanguardia per il tempo e che promuoveva il volgare come lingua degna di essere utilizzata dai dotti, e una tragedia umanistica che per la prima volta aveva rispolverato il modello classico di Seneca. L’origine di questo codice è padovana e lo rilevano alcune particolarità ortografiche del testo. Il codice ebbe numerosi possessori: Þ Bartolomeo Zambelli; Þ Giacomo Clementi, notaro a Padova nella prima metà del Quattrocento; Þ Marco da Piacenza; Þ Giovan Giorgio Trìssino, il cui possesso è testimoniato dalla presenza di glosse marginali e appunti databili intorno al 1514-1521. Il Trìssino fu uno dei principali esponenti della “Questione della lingua” nel corso dei primi anni del XVI secolo e un codice appartenuto al Trìssino che contiene il De vulgari eloquentia è importante perché egli era interessato a conoscere il pensiero linguistico di Dante; Þ Pietro Bembo, altro grande protagonista della “Questione della lingua”, il quale trasse direttamente dal Codice Trivulziano del Trìssino (T) il testimone V, ossia copiò il testo del De vulgari eloquentia nel manoscritto V, aggiungendovi anche glosse marginali e correzioni; Þ Angelo Colocci, autore del breve trattato del II libro, incollato sopra le ultime pagine di una sua copiosa miscellanea, ossia il Vaticano Latino 4817: quindi, ancora un altro rappresentante del tempo si interessa al Codice Trivulziano e, in particolare, alla copia che ne fu eseguita dal Bembo. T passò, nella metà del XVI secolo, alla Congregazione somasca e rimase sconosciuto per tre secoli, fin quando i francesi non sequestrarono il codice nel 1797 dal convento somasco di Santa Maria
108 della Salute e lo trasferirono alla Pubblica Libreria Nazionale. Dopo essere stato restituito ai Somaschi, T emigrò per entrare nella biblioteca del principe Giangiacomo Trivulzio, all’incirca prima del 1817. G è un codice membranaceo, di scrittura elegante e con fine rilegatura cinquecentesca, e contiene soltanto il De vulgari eloquentia: perciò si definisce codice monografico; invece, se un codice contiene più opere, si dice codice miscellaneo. Come T, anche il manoscritto G ha un’origine padovana, ma risulta essere di qualche anno posteriore. I possessori del codice sono davvero indicativi e importanti: Þ Piero Del Bene, l’abate che trasse il codice da una chiesa padovana nel 1570; Þ Jacopo Corbinelli, intellettuale italiano che fu esiliato in Francia e che utilizzò, lasciando sui margini del codice segni abbondanti, questa copia del manoscritto, oggi conservato a Grenoble, per stampare il testo del De vulgari eloquentia per la prima volta, ossia per realizzare l’editio princeps del De vulgari eloquentia, pubblicata a Parigi nel 1577. Dopo che fu usato dal Corbinelli per la pubblicazione dell’editio princeps, G fece perdere le sue tracce per due secoli e sono ancora oggi ignote le circostanze per le quali poi approdò alla Biblioteca Municipale di Grenoble nell’Ottocento. Il testo di G è probabilmente disceso dallo stesso antigrafo da cui è stato tratto anche il manoscritto Trivulziano: quindi, G e T appartengono al medesimo ramo della tradizione ed entrambi sono stati copiati da un antigrafo comune; tuttavia, il testo di G è stato anche sottoposto ad una sorta di ricollazione, ossia ad una sorta di revisione del testo, a partire da un codice indipendente (G2), che determinò espunzioni, supplementi, varianti marginali e interlineari. Pertanto, gli interventi di G lo rendono un testimone sicuramente migliore rispetto al Codice Trivulziano. L’altro codice importante della tradizione manoscritta è il codice B, ossia quello conservato a Berlino e rimasto ignoto fino al 1917: quindi, fino al 1917 la tradizione del De vulgari eloquentia era ancora priva del manoscritto conservato alla Biblioteca Nazionale di Berlino. Lo scopritore del codice fu Ludwig Bertalot, uno studioso tedesco della fine dell’Ottocento e dei primi del Novecento che si interessò moltissimo alla letteratura umanistica italiana: gli capitò di trovare questo codice sconosciuto del De vulgari eloquentia nella Staatsbibliothek di Berlino, dove era entrato nel 1878 per acquisto dell’antiquario Praeger, ed immediatamente ne diede notizia. Nel frattempo, in Italia si era pubblicata una prima edizione del De vulgari eloquentia di tipo scientifico: Pio Rajna aveva pubblicato per la Società dantesca italiana alla fine dell’Ottocento il testo del De vulgari eloquentia con importanti notazioni filologiche. Quando Bertalot scopre il codice di Berlino, l’edizione del Raina
109 era già stata pubblicata: per questa ragione, si comprese subito la necessità di collazionare il codice B per capire se questo testimone potesse apportare qualcosa di significativo a quanto già noto dall’editore Rajna. Delle precedenti vicende del manoscritto non si sa nulla né si è un grado di stabilire con sicurezza dove e quando venne copiato, dal momento che la rilegatura è moderna. Il codice contiene anche altri testi, come il commento di Dionigi di Borgo di San Sepolcro a Valerio Massimo, ma la cosa che interessa è che questo codice, oltre al De vulgari eloquentia, tramanda anche il testo della Monarchia di Dante: quindi, si tratta di un codice miscellaneo che tramanda, nella seconda unità codicologica, ben due opere di Dante. Il testo della Monarchia è copiato senza titolo: in codicologia il testo di un’opera privo del titolo si definisce anepigrafo; tuttavia, il copista che ha copiato il De vulgari eloquentia e di seguito anche la Monarchia, ma priva del suo titolo, scrive nell’explicit endivinalo sel voy sapere. Quindi, vi è una sorta di reticenza voluta sull’identificazione del testo della Monarchia ed è indicativo che il copista abbia copiato, di seguito al De vulgari eloquentia, anche il testo della Monarchia, lasciandolo però privo del titolo. Il testo della Monarchia, infatti, ebbe subito una reazione da parte della Chiesa molto negativa: il cardinale Bertrando del Poggetto, il quale ristabilì il potere ecclesiastico in Romagna al tempo di Dante, dopo la morte di Dante a Bologna fece un rogo della Monarchia, ossia bruciò in pubblica piazza il trattato dantesco. Dunque, sulla Monarchia pesava un giudizio negativo della Chiesa e il copista del manoscritto berlinese decise di rendere non immediatamente riconoscibile il testo della Monarchia di Dante copiandolo senza soluzione di continuità dopo il De vulgari eloquentia. In realtà, il fatto che il De vulgari eloquentia e la Monarchia siano copiati in sequenza, senza un titolo per la Monarchia che possa distinguerla dal De vulgari eloquentia, rende curiosi di conoscere il titolo dato al De vulgari eloquentia: il manoscritto B intitola il trattato dantesco Incipit Rectorica Dantis. Su B sono state fatte molte ipotesi di origine, perché il codice contiene anche una nota di possesso che recita domini Bini de Florentia e da cui deriva il nome di “Codice Bini” dato da Bertalot al manoscritto: probabilmente, questo Bino da Firenze è il personaggio che possedette il codice almeno nel XV secolo, ma vi sono varie ipotesi di identificazione. È un codice membranaceo e che per il suo supporto materiale ha una certa rilevanza; presenta una scrittura gotica su due colonne ed è possibile identificare tre mani; l’origine fiorentina quella del codice, che fu presunta da Ludwig Bertalot, ma che fu smentita da Schneider, il quale giudicò il codice di origine bolognese, come confermano le grafie «Scicilia» e «Scicilianum», riflessi di pronuncia padovana. Il codice di Berlino è un codice che si separa dal resto della tradizione, ossia non appartiene al medesimo ramo a cui appartengono i manoscritti T e il manoscritto G, con anche V che è copia di T. Tutti gli studiosi sono
110 concordi sull’importanza di questo testimone Berlinese per la ricostruzione del testo: gli altri due manoscritti, infatti, sono legati da speciali rapporti e rappresentano un comune e prossimo ascendente; al contrario, il Berlinese si palesa per sé stante e da solo basta a controbilanciarli. B, pur non derivando direttamente dall’autografo e pur avendo certi errori comuni con l’altro ramo della discendenza, è molto più corretto di G e di T e più vicino all’archetipo di quanto non fosse l’ascendente degli altri due manoscritti. Dunque, recuperata la lezione di B, è stato possibile sanare alcune delle scorrettezze e delle corruttele che erano proprie del ramo di G e di T. Inoltre, Pio Rajna aveva già pubblicato il testo del De vulgari eloquentia e alcune delle congetture che Pio Rajna aveva fatto sul testo del De vulgari eloquentia furono addirittura confermate dal manoscritto B: quindi, il filologo, pur non disponendo della soluzione ope codicum, ossia della risposta ad un luogo corrotto della tradizione manoscritto, con la sua forza di divinatio della lezione corretta riesce addirittura ad indovinare la lezione corretta, poi confermata quando finalmente venne scoperto il manoscritto B, il quale appartiene ad un altro ramo che bilancia quello degli altri due codici. Dall’autografo di Dante, che si configura come un originale perduto,si postula l’esistenza di un archetipo x, da cui discendono: Þ da un lato direttamente B, ossia il Codice Berlinese scoperto da Bertalot; Þ dall’altro un subarchetipo y, che a sua volta è progenitore comune di G e di T. Da T si dipanano poi alcuni manoscritti conservati in Biblioteca Vaticana, tra cui anche il famoso V1 , ossia il famoso codice di Pietro Bembo, che fu il copista che trasse il testo del De vulgari eloquentia direttamente dal manoscritto del Trìssino. Invece, da G si dipana la prima edizione a stampa, ossia l’editio princeps del Corbinelli stampata a Parigi (Pa). Nello stemma codicum è rappresentato anche un ramo di contaminazione, perché il Corbinelli, nel pubblicare il testo del De vulgari eloquentia, attinse anche all’altro ramo attraverso il manoscritto Vi: quindi, questo ramo di contaminazione diede origine anche alla realizzazione della prima edizione a stampa. È uno stemma bipartito, in cui da una parte si trova B e dall’altra T e G: dunque, il testo del De vulgari eloquentia si costruisce con tre codici, ossia B, T e G, ma tenendo che T e G sono fratelli, ossia collaterali discendenti da un comune subarchetipo y. Tutte le volte che la lezione sarà apparentemente maggioritaria, ossia con G e T che hanno la medesima lezione che si oppone a quella di B, in realtà il rapporto è sempre di 1 a 1, perché T e G valgono come y. In questo modo si
111 costruisce il testo del De vulgari eloquentia, che oggi si legge in edizioni non ancora critiche: infatti, è in corso di realizzazione per l’edizione nazionale delle opere di Dante presso la Società dantesca italiana, ma le edizioni del testo realizzate fino ad oggi dopo quella di Pio Rajna hanno posto sul tavolo una serie di problematiche. DANTE ALIGHIERI, DE VULGARI ELOQUENTIA, I 1-5 Nei primi cinque paragrafi del I libro del De vulgari eloquentia, ossia nel cosiddetto proemio, Dante definisce l’argomento del suo trattato e presenta il volgare come lingua nobile e degna, viva e naturale, appresa dal parlante già nei primi anni di vita: proprio per questa sua caratteristica di naturalezza e di spontaneità è giudicata superiore alla lingua latina, che invece è considerata una lingua artificiale e che non si eredita naturalmente dalla madre, ossia non si apprende spontaneamente, ma la si apprende sostanzialmente con lo studio. Quindi, essendo una lingua artificiale e convenzionale, a parere di Dante è meno nobile della stessa lingua volgare: si tratta di un messaggio molto rivoluzionario. Il proemio si presenta come una sede privilegiata per esporre concetti e idee fondamentali e ha uno stile solenne, il quale è molto alto e retoricamente costruito: pertanto, il latino dantesco, in questo proemio, è perfettamente iscritto nei canoni della cosiddetta ars dictaminis, ossia quella tecnica specialistica che era stata ideata appositamente e che si insegnava nelle scuole e nelle università per scrivere in prosa secondo definizioni e categorie stilistiche ormai rese comuni e condivise in tutta Europa. Inoltre, la lingua di Dante è aderente non solo a questi canoni dell’ars dictaminis, ma addirittura infarcita di figure retoriche e di un lessico tecnico e intellettuale; infine, largo spazio è accordato all’uso del cursus, ossia il ritmo accentuativo che la prosa latina assume in epoca medievale con l’intento di ottenere la dignitas, vale a dire il decoro e l’eleganza dello stile.
112 Si tratta di un proemio complesso sia per le figure retoriche utilizzate per identificare l’argumentum del trattato stesso sia perché linguisticamente e stilisticamente il passo è molto artificioso. Dante annuncia l’assoluta novità della sua trattazione ed è anche molto categorico nel ritenere che nessuno prima di lui stesso abbia trattato di questo argomento: si tratta del τόπος del primus ego, che è presente anche nella poesia classica di Orazio e in genere nella poesia augustea. Vi sono tutti i connettivi tipici dei cosiddetti elementa narrationis: Þ cum, che indica il perché dell’opera («cum neminen…permictit»); Þ cui, che indica a chi è rivolta («illorum qui…putantes»); Þ quid, che indica il contenuto («locutioni…temptabimus»); Þ quomodo, che indica in che modo si svolgerà («non solum…ydromellum»). Sono tutti presenti in questo periodo iniziale, che è particolarmente complesso, soprattutto dal punto di vista sintattico, dal momento che è un unico periodo. Dunque, per quanto riguarda la sintassi: Þ si tratta di un periodo molto lungo, complesso e articolato e lo si è scelto appositamente per conferire una certa solennità al testo stesso; Þ la struttura è ipotattica, ossia con una principale che è collocata al centro del periodo stesso e non, come ci si aspetterebbe, all’inizio o alla fine; Þ il verbo della principale è temptabimus (“tenteremo”), che si trova al centro del periodo, e la principale, ossia «locutioni vulgarium gentium prodesse temptabimus», è preceduta e seguita dalle subordinate; Þ si hanno anche una serie di participi presenti, particolarmente usati nella prosa latina solenne (volentes, aurientes, putantes, miscentes). Da un punto di vista grafico, si osservano alcuni fenomeni tipici della scripta latina: Þ completa assenza dei dittonghi, i quali sono, secondo la grafia latina medievale, ridotti e chiusi ad e (eloquentie, ceci, celis);
113 Þ il nesso -ct- in luogo di -tt- o -t- classico (permictit in luogo di permittit): è il classico esempio di ipercorrettismo. In realtà, da un nesso -ct- si tendeva ad assimilare e si aveva spesso un fenomeno di assimilazione consonantica, per cui da un -ct- classico si poteva avere un -tt-, con assimilazione e raddoppiamento, oppure un -t- semplice: ad esempio, da grafie come auctor si trova nel latino medievale autor. Per evitare che questo si verificasse, gli scriventi cominciarono ad essere talmente attenti da ipercorreggersi: quindi, anche ciò che nel latino classico era -tt- passa ad essere -ct- per fenomeno di ipercorrettismo; Þ uso della h divergente rispetto alla norma classica: ad esempio, il participio presente aurientes è scritto senza la h incipitale; Þ adesione alla regola di Prisciano, grammatico tardo-antico da cui tutti gli scriventi latini del Medioevo traggono precetti di scrittura. Secondo Prisciano, davanti ad alcune consonanti i fonemi [m] e [n] si scambiavano e dunque stabilisce una regola valida per tutti: davanti a queste particolari consonanti non si doveva scrivere m ma n (tanquam in luogo di tamquam; plerunque in luogo di plerumque). Dal punto di vista del lessico, vi sono delle parole che sono identificative dell’argomentum dell’opera, come eloquentia e locutio, dato che si definisce l’eloquentia volgare, ossia la parlata volgare. Benché i sostantivi eloquentia e locutio siano sinonimi, tuttavia: Þ la locutio è intesa nel senso più ampio di “linguaggio” e di “espressione linguistica”; Þ l’eloquentia è la forma retoricamente coltivava dalla locutio, ossia la tecnica con cui si è arrivati a definire delle norme per la locutio. Ovviamente la locutio è la parlata naturale verso la quale tendono, per propria natura, non soltanto gli uomini, ma anche le donne e i bambini. Altri aspetti lessicali sono: Þ tractasse in luogo di tractavisse dato che è una forma sincopata; Þ aliqualiter è un avverbio di attestazione medievale; Þ lucidare è un verbo estraneo al latino classico, ma di attestazione medievale; le Derivationes di Uguccione da Pisa, uno dei lessicografi dell’età di Dante, definiscono il verbo lucidare come lucidum facere (“rendere lucido, chiaro, esplicito”); Þ verbo adspirante: Dante invoca l’ausilio dell’ispirazione divina e il tono solenne del testo del trattato è confermato anche da una volontà divina che guida l’autore nella scrittura, per sottolineare quanto sia importante l’obiettivo di Dante, considerando anche il fatto che vi è una sorta di missione profetica nella sua composizione. Il verbo adspiro è riferito ad un
114 concetto cristiano, ma è usato in un simile significato di “ispirare alla composizione di un’opera” da Virgilio nell’Eneide e da Ovidio nelle Metamorfosi; Þ potionare non è un verbo del tutto assente nella tradizione letteraria precedente, dato che compare nel latino cristiano di San Girolamo, da cui Dante lo riprende, ed è presente nelle Derivationes di Uguccione da Pisa nel significato di miscere potiones (“somministrare una pozione”); all’interno del proemio del De vulgari eloquentia, questo verbo viene usato in riferimento all’ydromellum, ossia una bevanda che si otteneva mediante un procedimento che portava a miscelare diversi ingredienti; Þ ydromellum è un grecismo che designa una bevanda fermentata di acqua e mele; è importante sottolineare la caratteristica della fermentazione, che porta ad una confectio, ossia ad una preparazione elaborata: infatti, la metafora indica l’inedita dottrina dell’eloquenza volgare che Dante si accinge a somministrare e che risulterà non da una semplice mescolanza, bensì da un processo trasformativo che non solo amalgama, ma genera il nuovo. Dal punto di vista morfologico, è molto insolita la costruzione haurire ad, che non è attestata nel latino classico né registrata nelle Derivationes di Uguccione. Infine, per quanto riguarda le particolarità retoriche: Þ nella parte finale della metafora dell’idromele, giocata sulla metafora dell’acqua e del liquido, emerge l’impegno educativo di Dante, che si esprime nel dare da bere agli assetati: quindi, la dottrina dell’eloquenza volgare è la bevanda che offre a vantaggio di chi non è letterato, ossia di chi non ha accesso ad una tecnica come quella linguistica grammaticale; Þ una similitudine particolare, ossia «qui tanquam ceci ambulant per plateas», è di matrice biblica e rimanda alle Lamentationes di Geremia: indica un senso di disorientamento totale, accentuato dal successivo «plerunque anteriora posteriora putantes» (“credendo posteriori le cose che in realtà stanno davanti agli occhi”); Þ vi sono una serie di allitterazioni («plerunque…posteriora putantes»; «potiora…potionare possimus»); Þ «accipiendo vel compilando» è una dittologia sinonimica di gerundi che serve a rendere retoricamente più alto il dettato prosastico e che dà luogo ad omeoteleuto.
115 Anche in questo caso si ha una definizione ancora più accurata dell’argomentum del trattato stesso. Dante focalizza l’attenzione sul subiectum del suo trattato (etim. “ciò che sta sotto” di esso, ossia il suo argomento): si tratta della vulgaris locutio, che comprende anche la vulgaris eloquentia, finalità primaria del trattato. Da un punto di vista lessicale si ha: Þ l’interessante coppia probare-aperire, utilizzata con valore semantico sinonimico: si tratta di due termini tecnici propri del linguaggio della Scolastica e riferiti qui a subiectum: • probare significa “dimostrare l’esistenza e l’essenza” del subiectum; • aperire significa “dischiudere i contenuti” del subiectum e “spiegarlo in tutti i suoi aspetti”. Dante utilizza termini che sono parte integrante di un lessico tecnico ed intellettuale specifico, ossia quello della logica, che è il linguaggio professionale dei docenti dell’Università più famosa in cui la logica e la Scolastica presero avvio, ossia l’Università di Parigi. Si notano poi le due dichiarazioni di brevitas, che costituiscono una sorta di τόπος: Þ «celeriter actendentes»; Þ «quod brevius dici potest». Dato che la dottrina non ha l’obbligo di dimostrare l’esistenza del soggetto di cui tratta, è sufficiente una sua definizione per focalizzare ciò di cui si sta parlando. Inoltre, si ha una doppia definizione della vulgaris locutio («vulgarem locutionem appellamus» e «vulgarem locutionem asserimus») e in entrambi i casi il parlar volgare si presenta come linguaggio naturale che i bambini apprendono sin da piccoli da chi li alleva, mediante l’uso, e caratterizzato da mancanza di regole. In base alla sintassi, anche questo secondo paragrafo si mostra complesso e articolato:
116 Þ presenta una costruzione piramidale, dal momento che la principale «dicimus» è collocata al centro, preceduta e seguita dalle subordinate; Þ degna di evidenza è la costruzione dicimus…quod, con il quod dichiarativo dopo un verbum dicendi, che nel latino classico avrebbe richiesto l’infinito. Dal punto di vista dell’ortografia, si ha il rispetto della regola di Prisciano, la quale impone di trasformare la m in n davanti ad alcune consonanti (unamquanque), e la grafia actendens in luogo di attendens, con lo scambio -ct-/-tt-. Un linguaggio di secondo grado rispetto alla lingua naturale, che è di primo grado, ha delle regole e per poter essere appreso ha bisogno di tempo e di dedizione mediante lo studio. I Romani hanno quella che definiscono gramatica, ossia la lingua latina, e i Greci stessi e anche altri popoli hanno questo tipo di linguaggi artificiali e di secondo grado che si apprendono attraverso lo studio e che non sono naturali perché non tutti coltivano questo tipo di lingua, ma si fermano al linguaggio di primo grado, ossia alla lingua naturale appresa dalla madre. Dante introduce un’opposizione fondamentale tra due forme di linguaggio qualitativamente diverse, ossia tra vulgaris locutio e locutio secundaria: Þ la vulgaris locutio è universale, propria di tutto il genere umano e naturale; Þ la locutio secundaria è posseduta solo da alcuni popoli («Greci habent et alii, sed non omnes») e, all’interno di questi, solo dagli individui scolarizzati, dato che il suo possesso dipende dallo studio ed è artificiale. Il sostantivo gramatica è un termine-chiave nel senso di “lingua grammaticale” e designa il latino in opposizione al volgare. Per quanto riguarda la sintassi, il periodare si fa lineare, semplice ed incisivo, con frasi brevi scandite da punteggiatura forte. Al principium artificiale comincia ad opporsi ora il principium naturale, improntato a brevità e semplicità. Una particolarità retorica è la dittologia verbale regulamur et doctrinamur:
117 Þ regulamur indica l’apprendimento delle regole; Þ doctrinamur indica uno stadio successivo e conseguente, ossia il divenire esperti della lingua e padroneggiarla appieno. Dante rende esplicita l’opposizione tra lingua naturale e lingua artificiale e afferma con forza la superiorità del volgare («nobilior est vulgaris»). Tre sono i punti nodali che motivano la superiorità del volgare rispetto alla gramatica: Þ primarietà, ossia il carattere primigenio che la lingua naturale ha rispetto alla lingua artificiale; Þ universalità; Þ naturalità, ossia la naturalezza tipica di questa lingua. Queste tre motivazioni sono anche scandite retoricamente dalla triplice anafora di «tum quia», che sta ad indicare la tripartizione del periodo stesso. Dal punto di vista sintattico, domina ancora il principium naturale su quello artificiale, in ottemperanza ai precetti delle poetiche medievali che prescrivevano l’alternanza misurata dei due. Nell’ultimo periodo, Dante esplicita il suo proposito di approfondire la trattazione sulla forma di linguaggio nobilior, ripetendo il comparativo introdotto nel paragrafo precedente. Per quanto riguarda il lessico, si notino le forme verbali rafforzative perfruitur e pertractare e la dittologia prolationes et vocabula: Þ prolationes indica le diverse “pronunce”, ossia fatti fonetici; Þ vocabula indica la varietà del lessico. Dal punto di vista morfologico, quoque è da intendersi nel senso di “e, inoltre”, con rimando a Prisciano. La forma verbale fuit usitata deriva dal verbo usitor, forma frequentativa di utor, rato nel latino classico e già ricercato sotto il profilo lessicale; in origine deponente della I coniugazione, è slittato alla diatesi attiva (usito) e impiegato alla forma passiva con l’ausiliare sum. Inoltre, l’ausiliare fuit per il perfetto non rispetta la norma classica che richiederebbe est: si tratta del tipico fenomeno
118 medievale di avvicinamento dei tempi composti all’uso che ne fa il volgare. Infine, Dante utilizza con frequenza il cursus, di tutte le tipologie, anche se più ricorrente è quello di III tipo, ossia il cursus velox, mentre è meno attestato quello di II tipo, ossia il cursus tardus. Lo impiega in maniera consapevole e diversificata in tutte le sue opere, ma nel De vulgari eloquentia l’elevamento stilistico porta ad un uso del cursus più accentuato. Però, laddove l’argomentazione del discorso si fa più razionale e sillogistica, anche il cursus si adatta e tende a prevalere quello di I tipo, ossia il cursus planus (parola piana + trisillabo piano): Þ «inveniàmus tractàsse; Þ «natùra permìctit»; Þ «posteriòra putàntes». Sono tutti dei ritmi calcolati, come una sequenza di cursus planus, che tende a conferire alla prosa una certa musicalità molto consapevole e calibrata. 27.04.2022 IL LATINO DI PETRARCA Petrarca è considerato il padre dell’Umanesimo e gli stessi umanisti riconoscevano in lui un iniziatore di una stagione culturale davvero diversa e tutta improntata all’imitazione dei classici. Petrarca attuò questa svolta classicistica non banalmente soltanto attraverso il recupero di fonti classiche, ma anche attraverso una rivisitazione del proprio stile e della propria lingua per effetto di emulazione o di imitazione vera e propria di testi che il Medioevo o aveva ignorato o aveva ritenuto non fondamentali. La svolta classicistica di Petrarca è visibile nella sua produzione letteraria, oltre che nella sua attività di scopritore di classici. Il rinnovamento più importante si nota, però, in ambito linguistico, perché il latino di Petrarca differisce tantissimo dal latino dantesco: infatti, tra le epistole di Dante e le epistole di Petrarca vi è un enorme divario, sia sia sotto il profilo prettamente linguistico sia sotto il profilo di una ricercatezza di stile e di impianto retorico ormai sganciato dalle norme dell’ars dictaminis, che invece Dante segue fedelmente con un’artificiosità del dettato che è ormai superata nello stile petrarchesco. In particolare, Petrarca terrà presenti due grandi autori della classicità, entrambi epistolografi oltre che autori di altri generi letterari: Þ Cicerone; Þ Seneca.
119 Sono due modelli fondamentali per le proprie bussole stilistiche e linguistiche per la scrittura epistolare di Petrarca, oltre che autori sentiti come davvero un riferimento costante dall’autore stesso e anche motivo di orgoglio per Petrarca, il quale fu lo scopritore di alcuni epistolari ciceroniani. Il fatto che si consideri Petrarca un vero e proprio padre dell’Umanesimo non è una visione moderna, ma era già un giudizio formulato a breve distanza dalla morte di Petrarca stesso, ad esempio da uno dei più grandi umanisti dell’Umanesimo civile fiorentino, ossia Leonardo Bruni. Leonardo Bruni scrisse una biografia di Petrarca, intitolata Vita di Messer Petrarca (1436), da cui tratto questo passo: Questo giudizio fu formulato da un autorevole scrittore della prima stagione umanistica quattrocentesca e riassume le cose più importanti che si possono affermare sul ruolo di Petrarca nella storia della cultura umanistica, ossia il fatto di essere stato un rivoluzionario, cioè il fondatore di una nuova visione della classicità anche nella sua limitatezza. Bruni, infatti, sottolinea che il latino di Petrarca e la sua consapevolezza della classicità non arrivò mai a perfezione, ossia non fu mai un atteggiamento così perfetto quanto invece ottennero i primi umanisti nel secolo successivo; nonostante questa imperfezione e questa limitatezza, Bruni dice che il merito più grande fu quello di aver aperto la via e di aver iniziato generazioni di umanisti che proprio da lui continuarono un percorso di acquisizione del mondo classico, così come fece lo stesso Petrarca quando riscoprì e degustò le opere di Cicerone. Bruni fa riferimento ad una delle scoperte più famose effettuate da Petrarca, ossia la scoperta degli epistolari di Cicerone Ad Atticum, Ad Brutum e Ad Quintum fratrem, che Petrarca ritrovò in un codice della Biblioteca Capitolare di Verona nel 1345. La scoperta fu rivoluzionaria perché, grazie alla scoperta di un Cicerone inedito per l’epoca e di un Cicerone scrittore di epistole familiari, anche se le Familiari di Cicerone furono scoperte dopo Petrarca grazie ad un suo allievo, ossia Coluccio Salutati, il quale pensava di trovare a Vercelli un’altra copia delle Epistulae Ad Atticum. Il fatto che Petrarca conoscesse già il Cicerone delle Ad Atticum, delle Ad Quintum fratrem e delle Ad Brutum è significativo perché per la prima volta Petrarca poté imitare uno stile di Cicerone che si ignorava completamente. Petrarca rappresenta
120 uno spartiacque tra Medioevo e Umanesimo: non è più legato ai vincoli ideologici e formali del Medioevo, ma non può essere considerato neppure arrivato alla perfezione stilistica e al restauro completo della lingua latina che fu una conquista soltanto del secolo successivo. La svolta sul piano della lingua è comunque evidente: in effetti, Petrarca tende al recupero della latinità classica e alla restaurazione classicistica che investe tutti i settori della lingua. Manca però una normalizzazione, ossia una regolamentazione della sua scrittura: essendo un innovatore e un iniziatore di un restauro classicistico, Petrarca si mostra anche incoerente e alternante nelle sue scelte. La codifica di una lingua latina restaurata avverrà soltanto alla metà del secolo successivo, quando finalmente si avranno fissate le regole della lingua latina dalle grammatiche umanistiche, per esempio, di Lorenzo Valla e di Niccolò Perotti. Prima di questo grande momento di restauro della lingua latina, non si può ritenere che vi siano stati autori che fossero capaci di seguire coerentemente un indirizzo linguistico o un indirizzo stilistico. Mentre Dante adotta un cursus consapevole, anche complicando le figure ritmiche e cercando di essere il più possibile aderente ai precetti dell’ars dictaminis, Petrarca impiega il cursus in maniera più libera e più ridotta, ossia non vincolata ad esigenze continue e costanti nella definizione della sua prosa. Dunque, Petrarca contrasta un atteggiamento artificioso tipico delle artes dictandi e soprattutto inizia a nutrire insofferenza per quel sistema stilistico-retorico e culturale dell’epoca della Scolastica. Petrarca fu il più netto nemico della Scolastica intesa non soltanto come cultura ideologica, ma anche formale: in effetti, Petrarca contrastò un sistema rigido di scrittura, travalicò gli stessi generi letterari imposti dalla cultura del tempo e propose un ritorno al modello classico. Anche il lessico delle epistole petrarchesche si connota per essere più tradizionale e meno artificioso. Mentre nella prosa latina dantesca sono presenti termini specifici di un lessico tecnico e intellettuale che provengono dal mondo intellettuale della logica, della filosofia e della teologia, Petrarca cerca di ridurre il più possibile il ricorso ad un lessico medievale ormai canonico e specialistico, rifacendosi ad un latino più piano e non meno ricercato per questo, ossia un latino che trova corrispondenza nell’uso di termini negli autori di riferimento della classicità, come in Seneca e in Cicerone. Si oppone, dunque, a quel dettato ampolloso e artificiale tipico del periodo della Scolastica e in generale delle artes dictandi e predilige una costruzione anche sintattica, oltre ad una ricercatezza lessicale, più lineare, più piana, chiara ed elegante, con una struttura ipotattica che evidenzi la successione logica delle proposizioni e i loro legami tramite le congiunzioni, così come si osservava in modo evidente nella prosa epistolare di Cicerone. Dunque, con la rivoluzione stilistica e linguistica petrarchesca si ha la creazione di un modello: Petrarca che imita una scrittura classica, che è sostanzialmente quella di Cicerone e si
121 Seneca, diventa a sua volta modello per le scritture epistolari successive, ad esempio nel periodo immediatamente successivo dell’Umanesimo quattrocentesco. Le lettere di Petrarca, infatti, furono lette ed imitate proprio dai primi umanisti, in particolare gli umanisti fiorentini, che guardarono alla scrittura latina delle epistole petrarchesche come modello generale per la nuova prosa umanistica. Di Petrarca vengono imitati alcuni aspetti di tipo esteriore e formale, come il modo di concepire la struttura di una lettera (ad esempio, la salutatio e la datazione) e l’uso del tu in luogo del medievale vos: questo è un primo elemento, che Petrarca ritrovava già nelle scritture ciceroniane e senecane, di contrasto con la lingua medievale che invece utilizzava il vos. Petrarca, ad esempio, trovava il tu anche riferito a personalità importanti, come imperatori e sovrani dell’antichità, e dunque ritiene di abbandonare la pratica medievale del vos. Sebbene vi siano questi restauri così forti, il perfezionamento stilistico e linguistico di Petrarca non fu mai coerente né sistematico. LE EPISTOLE DI PETRARCA Le Epistole (Epistulae) di Petrarca sono più raccolte di lettere in prosa latina, in parte progettate già per la pubblicazione e pensate per un pubblico più vasto del destinatario esplicito; inoltre, Petrarca scrisse anche epistole in versi o epistole metriche. Oltre alle epistole in versi, si hanno due raccolte principali di epistole in prosa: Þ le Familiares, il cui titolo indica la volontà di imitazione dell’epistolario ciceroniano da parte di Petrarca, che però lo conobbe in via del tutto indiretta; Þ le Seniles. A queste due grandi raccolte si associa anche il libro delle Sine nomine e alcune epistole che non entrarono a far parte di queste due raccolte, definite Disperse. Le Familiares sono organizzate in 24 libri composti da 350 lettere, scritte tra il 1325 e il 1361: si tratta della raccolta epistolare più corposa di Petrarca e abbraccia un arco cronologico della biografia dell’autore molto ampio, dato che riguarda quarant’anni di scrittura e comprende epistole indirizzate a personaggi della sua cerchia di amicizie o a personaggi influenti del tempo. Quindi, ben oltre il titolo che dichiara una certa familiarità con il destinatario, in realtà la raccolta è un vero e proprio monumento autobiografico. Infatti, Petrarca costruì, con queste due raccolte epistolari, un vero e proprio monumento a se stesso e volle cristallizzare la sua attività culturale che emergeva proprio dal dialogo che l’autore aveva intrapreso con intellettuali e personaggi influenti del suo tempo.
122 Le Senili sono la raccolta della maturità petrarchesca e si collocano tra il 1361 e il 1374, anno della morte stessa dell’autore; sono formate da 17 libri e comprendono 125 lettere. L’ultimo libro delle Senili è scritto a pochissimi giorni dalla morte di Petrarca: sono le ultime lettere che Petrarca indirizza all’amico Giovanni Boccaccio; nel XVII libro, la III epistola contiene anche la riscrittura latina dell’ultima novella del Decameron di Boccaccio, ossia della famosa Griselda. Si tratta di due raccolte attraverso le quali è fondamentale comprendere quale sia la genesi e lo sviluppo dell’opera, ma anche quale Petrarca consegnano ancora oggi agli occhi del lettore. Quindi, queste due raccolte epistolari sono il documento più interessante dell’attività letteraria petrarchesca. PETRARCA, FAM. IV, 1 – L’ASCESA AL MONTE VENTOSO La Familiare IV, 1 narra un episodio autobiografico, ossia la scalata che Petrarca tentò al monte Ventoso, un’altura della Provenza non distante dai luoghi in cui Petrarca visse per gran parte della sua prima esperienza di vita. Una delle Familiari più famose è rivolta a Dionigi da Borgo di San Sepolcro, frate agostiniano che aveva regalato a Petrarca una copia delle Confessioni di Sant’Agostino, testo fondamentale di cui Petrarca si servirà a partire da quest’epoca per intraprendere scritture filosofiche più mature come quella del Secretum, che è considerato un romanzo interiore di Petrarca dialogato con Sant’Agostino. Questo episodio autobiografico ha una sua realtà storica, perché Petrarca è considerato il primo ad essere riuscito a raggiungere la sommità del monte Ventoso nel corso di questa gita alpestre compiuta insieme al fratello Gherardo. Questo episodio, al di là della sua realtà storica, diventa anche un episodio simbolico della biografia stessa di Petrarca, perché è a partire dalla narrazione di questo evento che si insinuano in Petrarca convinzioni di tipo filosofico e morale: è una svolta e una sorta di catarsi evidente dal senso che questa epistola trasmette come valore culturale. Rappresenta in qualche modo, metaforicamente, l’ascesa ad un “punto più alto di vista”, ossia una scalata verso la sommità di consapevolezza che non è soltanto quella fisica, ma anche di una consapevolezza soprattutto morale e filosofica data dalla lettura delle Confessioni di Sant’Agostino. Infatti, una volta arrivato alla cima, Petrarca legge la celebre frase di Agostino: «E vanno gli uomini a contemplare le cime dei monti, i vasti flutti del mare, le ampie correnti dei fiumi, l’immensità dell’oceano, il corso degli astri e trascurano se stessi». Nel pensiero agostiniano è fortissimo il concetto del nosce te ipsum, ossia un precetto filosofico già greco, ma fatto proprio dalla cultura cristiana e veicolato da Sant’Agostino, secondo cui la vita
123 interiore e contemplativa è più importante della vita attiva. Si tratta di un concetto che viene ribadito da Petrarca anche con la sua esperienza autobiografica di ascesa al monte Ventoso: per quanto sia riuscito a conquistare la vetta di questo monte delle Provenza, da cui si distinguono terre, fiumi e persino il mare, tuttavia la sua statura intellettuale non è data da questo episodio, ma è data dall’aver conosciuto se stesso, ossia anche per aver saputo individuare i suoi limiti fisici e invece puntare ad un’ampiezza di orizzonti tutta interiore. Tra l’altro è ciò che Agostino raccomanderà proprio a Petrarca nel suggerirgli di abbandonare la sua vita frenetica, fatta di rapporti culturali e di peregrinus ubique, e di dedicarsi invece allo studio dei classici e soprattutto ad una riflessione interiore di matrice cristiana. L’epistola è datata 26 aprile 1336: in effetti, la scalata dovrebbe essere avvenuta tra il 24 e il 26 aprile del 1336; tuttavia, Giuseppe Billanovich, che fu un grande petrarchista del secolo scorso e che studiò in modo particolare questa lettera, ritenne che la data che Petrarca inserì per concludere la stesura dell’epistola fosse fittizia, ossia che la lettera fosse stata composta in un periodo successivo, cioè tra il 1352 e il 1353, quando l’autore stava finendo di riordinare il IV libro della raccolta delle Familiares. Già nel secolo scorso il filologo classico Giorgio Pasquali aveva definito Petrarca «falsificatore di se stesso»: infatti, Pasquali aveva guardato dentro la genesi e l’evoluzione redazionale delle Epistole petrarchesche e si era reso conto, sotto il profilo filologico e compositivo dell’opera, che Petrarca rimaneggiò molte scritture realmente ideate per essere lette e spedite a destinatari, ma poi ripensate e ritoccate per poter essere inserite in una raccolta coerente e finalizzata a realizzare un’opera letteraria. Quindi, nelle grandi raccolte di epistole di Petrarca, ci si troverà sempre davanti a due diverse realtà: Þ una stesura di una lettera realmente spedita; Þ una stesura più avanzata, ossia una stesura che è stata ripensata perché potesse entrare a far parte di una raccolta di tipo letterario. Quando il primo editore critico delle Familiares, Vittorio Rossi, pubblicò il testo dell’opera petrarchesca, decise di offrire al pubblico di lettori un apparato genetico, segnalando che molte delle epistole petrarchesche erano state conservate anche in uno stadio redazionale precedente a quello che si leggeva nella sua edizione critica come esito finale del lavoro compositivo di Petrarca: si tratta del famoso stadio γ, così chiamato da Vittorio Rossi in contrapposizione allo stadio α, ossia allo stadio finale a cui Petrarca era pervenuto rimaneggiando il testo delle lettere realmente scritte. Oggi si ha la fortuna di avere conservati alcuni manoscritti che tramandano la redazione originaria e autentica della lettera spedita da Petrarca: dunque, si è in grado di discernere, grazie al lavoro di edizione critica di Vittorio Rossi, quali varianti redazionali Petrarca ha inserito nel suo testo per
124 pervenire ad una stesura che giudicasse idonea per la sua raccolta di tipo letterario. In molti casi Petrarca modifica la data, modifica il destinatario, riduce o amplifica il dettato oppure alcune volte si è in grado di verificare che più lettere sono state fuse in una o viceversa una lettera è stata smembrata in più lettere: in sostanza, si è davanti ad un processo redazionale di composizione dell’opera molto complesso. Questo processo redazionale si osserva anche per la Familiare IV, 1 e Billanovich sostiene che gran parte dei dati riferiti nel racconto dell’ascesa al monte Ventoso siano puramente simbolici e soprattutto che questo testo non possa essere in alcun modo considerato uno scritto giovanile, dal momento che rivela alcuni tratti consapevoli della prosa linguistica e stilistica di Petrarca che non possono collocarsi prima degli anni Cinquanta del Trecento. Quindi, si tratta di un Petrarca già maturo e dotato di una consapevolezza ideologica e formale dell’uso delle fonti che non avrebbe mai potuto avere alla data simbolicamente inserita per questa lettera, ossia nel 1336. Si ha un destinatario dichiarato («Ad Dyonisium de Burgo Sancti Sepulcri»): ad e accusativo è un aspetto linguistico di impronta rivoluzionaria nel latino di Petrarca rispetto al dativo che si usava più comunemente per tutto il Medioevo. L’esplicitazione dell’argomento della lettera stupisce il lettore, perché in realtà non si tratta di una lettera che narra banalmente l’ascesa al monte Ventoso: infatti, nel titolo Petrarca esplicita l’argomento dicendo «de curis propriis». Petrarca sta istituendo un parallelo con il Secretum, il cui titolo esteso è De secreto conflictu curarum mearum, attraverso il titolo de curis propriis: quindi, è possibile confermare la tesi del Billanovich secondo cui si tratta di un Petrarca più maturo. Si ha una prima descrizione del monte Ventoso come la cima più alta dalla
125 quale si può scorgere tutto il paesaggio della Provenza e anche il desiderio che Petrarca ha avuto fin dall’infanzia di poter raggiungerne la vetta. Dunque, a Dionigi da Borgo di San Sepolcro comunica di essere riuscito ad esaudire un desiderio che aveva da molti anni, ossia quello di salire in cima al monte Ventoso. Petrarca richiama un episodio famosissimo nel secondo paragrafo: il paragone letterario che Petrarca inserisce per celebrare la sua impresa di ascesa al monte Ventoso è quella con l’episodio di Filippo il Macedone che sale sulla vetta del monte Emo, riferito da Tito Livio e interpretato in maniera discorde dalle fonti. È interessante che Petrarca indugi a comprendere se quell’episodio fosse vero o no, ma subito rinuncia a comprenderne la verità perché non ha potuto constatarlo di persona e soprattutto perché vi è una forte discordanza tra le fonti. Questo atteggiamento lo porta a concludere che anche imprese mirabili possono essere trasferite e rese celebri dagli scrittori, ma a volte anche modificate nella loro realtà. Si tratta di ciò che Petrarca non vuole che succeda alla sua impresa, nell’affermare in conclusione del secondo paragrafo che, se ne avesse avuto la facoltà, certamente non sarebbe risultato così ambiguo come le fonti che riferiscono dell’episodio di Filippo il Macedone.
126 Petrarca consegna un’operazione molto raffinata: i compagni di viaggio si scelgono molto attentamente, soprattutto se il viaggio è così impegnativo come quello che Petrarca stesso ha affrontato. Quindi, per poter conquistare la vetta del monte Ventoso era necessario scegliere un compagno di viaggio che fosse adeguato. Petrarca lo cercò tra i suoi amici più intimi e tra le sue conoscenze, perché era necessario che fosse un viaggiatore esperto e desideroso di raggiungere la vetta, ma non tanto da agile da lasciarlo indietro. I difetti che il compagno di viaggio può avere non diventano tollerabili se questo compagno è un semplice amico: quindi, il compagno di viaggio deve essere qualcosa di più di un amico, ossia deve avere una condivisione fraterna, e si capisce come mai Petrarca abbia scelto il fratello Gherardo.
127 Un pastore del luogo aveva, prima di Petrarca, tentato l’ascesa al monte, ma aveva trovato l’impresa inutile. La differenza tra l’impresa realizzata da Petrarca stesso e quella riferita dal pastore sta nel fatto che Petrarca ne trarrà un insegnamento morale, mentre il pastore si era limitato ad un itinerario fine a se stesso. I periodi della sintassi latina petrarchesca sono più lineari e più brevi rispetto a quelli di Dante e non si rileva quell’artificiosità presente nel proemio del De vulgari eloquentia: si tratta di un periodare più sobrio ed elegante, in aderenza al modello classico e soprattutto ciceroniano. La norma classica è rispettata anche nella costruzione della frase con: Þ aderenza alla consecutio temporum; Þ dislocazione del verbo della reggente in fondo al periodo. Nonostante sia dominante la costruzione ipotattica, tuttavia non si generano quei complessi accumuli di subordinate visti in Dante; in caso di periodi più articolati, le subordinate sono disposte in maniera equilibrata e ben si rilevano i nessi logici tra le proposizioni, sulla base dello stile ciceroniano. Quindi, la costruzione sintattica risulta essere molto equilibrata e sempre evincibile, grazie al fatto che i connettivi tra le subordinate sono sempre molto evidenti su quale sia il senso complessivo del periodo. Vige la costruzione classica dell’infinitiva e la legge dell’accusativo + infinito, mentre viene meno l’uso del quod dichiarativo con l’indicativo: infatti, Petrarca è consapevole della norma classica, anche se non è ancora stata regolamentata nella sua epoca, ma
128 si basa sulla semplice osservazione del modello ciceroniano e senecano che segue. Inoltre, nella prosa petrarchesca, si estende anche l’uso del congiuntivo sull’indicativo ed è significativo che questo passaggio, soprattutto di verbi all’indicativo che divengono al congiuntivo, si vede proprio tra la fase redazionale autentica γ e la fase redazionale finale a: quindi, vi è una sorta di labor limae anche di tipo grammaticale e sintattico che Petrarca esegue nel rivedere la lingua e lo stile delle sue lettere. Anche l’ortografia è diversa da quella dantesca, anche se rivela ancora vincoli molto forti alla scripta latina medievale: Þ la completa chiusura dei dittonghi (sacre pagine, cepit, que), i quali verranno restaurati nel corso del XV secolo; Þ grafie particolari come michi e nichil/nil, che sono scritture tipicamente medievali in luogo di mihi e nihil, affinché fosse conservata quella h che non produceva suono e che era a rischio di sparizione anche nella scripta latina: quindi, l’infisso c era un tipico infisso che garantiva la conservazione dell’h in questi due termini; Þ il rispetto della regola di Prisciano (quanquam, quenquam, unquam); Þ l’oscillazione -ci-/-ti- (sotium per socium), dettata dall’ipercorrettismo; Þ la confusione nell’uso del nesso consonantico -ct- (cuntos per cunctos); Þ uso di y in luogo di i (ydoneus per idoneus): questa confusione è imperante nel latino medievale in tutte le epoche. Da un punto di vista ortografico si tratta di una lingua non ancora restaurata ed è questo che indusse Leonardo Bruni a considerare ancora non perfetto il latino petrarchesco; sotto il profilo sintattico, invece, l’aderenza al modello ciceroniano e anche ad altri autori classici fa del latino di Petrarca già un latino molto differente da quello di autori della sua epoca e del precedente periodo medievale. Per quanto riguarda la morfologia, si ha un ritorno alla regola classica, con un uso corretto di casi, declinazioni e tempi verbali: Þ ricorso a verbi deponenti (versor, opinor, videor) con attenzione alla scelta degli ausiliari (visum est); Þ costruzione di gratulor seguito da quod + indicativo; Þ uso corretto degli aggettivi al grado comparativo, secondo la norma classica della forma sintetica in -ior, a discapito delle forme analitiche spesso attestate nel latino medievale. Per quanto riguarda il lessico, Petrarca rigetta i termini rari e artificiosi, bandisce i neologismi medievali e ricorre solo a termini di attestazione classica, nella loro forma canonica: infatti, evita
129 diminutivi e composti invalsi nell’uso medievale; sono privilegiati i verbi semplici rispetto a quelli composti. Vi sono, poi, delle bellissime figure retoriche: Þ figura etimologica (versante, versatus sum, § 1); Þ ripetizione anaforica (hic…ille, huius…illius, § 3). Proprio il latino ciceroniano costituisce una delle fonti privilegiate di questa lettera e Petrarca ne fa un uso molto consapevole: in particolare, i modelli principali per l’epistolario sono Ad Atticum di Cicerone e le Ad Lucilium di Seneca. Significativa è anche la citazione di due auctores come termini di confronto per la propria argomentazione, ossia Tito Livio e Pomponio Mela. Petrarca glossò interamente il testo di Livio, dato che aveva avuto accesso alla Biblioteca Papale di Avignone, dove si conservava il testo di Livio più completo del tempo. Pomponio Mela era un geografo classico che Petrarca riscoprì ad Avignone e che copiò in un manoscritto, insieme a Plinio, che donò all’amico Boccaccio. Quindi, si è davanti a quelli che Petrarca stesso definiva libri mei peculiares, ossia quelli che Petrarca considerava gli auctores di riferimento della sua produzione letteraria: dunque, oltre a Cicerone e a Seneca, anche il più grande storico romano Tito Livio e il geografo Pomponio Mela. Si tratta di fonti richiamate per una discrasia di riferimento all’episodio di Filippo il Macedone: Petrarca sta assumendo un atteggiamento umanistico, facendo una critica delle fonti. Dunque, tiene un atteggiamento più consapevole e svincolato da pregiudizi, dal momento che nel Medioevo vigeva il principio dell’ipse dixit: Petrarca è il primo ad operare una critica delle fonti e arriva a dubitare della realtà trasferita dallo stesso Livio che aveva narrato quell’episodio. Mentre Dante usa un cursus molto calibrato, studiato e che si avvale di figure ritmiche che privilegiano anche la forma più complessa, nel latino petrarchesco l’uso del cursus è più ridotto, sobrio e meno insistito; e Petrarca se ne serve in maniera non sistematica e non costruisce figure ritmiche, ma crea dove ne ha bisogno soltanto alcuni effetti stilistici. Quindi, il latino di Petrarca è davvero un latino di frontiera, ossia al confine tra quella che era una prassi linguistica, stilistica e retorica ancora vigente fino a Dante, ma con Petrarca gli schemi rigidi della latinità medievale si rompono per lasciare spazio ad un’imitazione più consapevole degli autori classici, i quali costituiscono una bussola di riferimento nella produzione letteraria petrarchesca.
130 03.05.2022 IL LATINO DI LEONARDO BRUNI E POGGIO BRACCIOLINI Mentre Dante si colloca tra la seconda metà del Duecento e i primi del Trecento e Petrarca si colloca su tutto l’arco del Trecento, Leonardo Bruni e Poggio Bracciolinisi collocano a cavallo tra il Trecento e il Quattrocento. Petrarca ha un ruolo fondamentale in quanto precursore dell’Umanesimo e come primo studioso che riporta in auge lo studio dei classici, esercitando nei loro confronti un’attenzione filologica. Con Bruni e Bracciolini si approda all’Umanesimo vero e proprio: quindi, con questi due autori si dà avvio alla prima grande stagione dell’Umanesimo che gli studiosi hanno etichettato come Umanesimo civile. In quanto umanisti in senso stretto, sono degli intellettuali attenti e aperti allo studio delle lettere: quindi, la riscoperta degli studi di latino e di greco si affaccia, con Bruni e Bracciolini, in maniera preponderante nella cultura di fine Trecento e inizio Quattrocento. La definizione di “civile” riguarda il fatto che questi intellettuali non erano chiusi nelle biblioteche e nei loro studi, ma erano attivamente impegnati nella vita politica e civile del tempo e mettevano il proprio sapere a disposizione della collettività. LEONARDO BRUNI, RERUM SUO TEMPORE GESTARUM COMMENTARII Leonardo Bruni o Aretino, dato che era originario di Arezzo, nasce nel 1370 e muore nel 1444. La città a cui lo si lega maggiormente per formazione e per attività nel governo dell’epoca è Firenze, dove poté entrare in contatto con la cerchia dei primi umanisti dell’Umanesimo civile. Il padre intellettuale di questa prima generazione di umanisti e l’iniziatore di questo movimento era Coluccio Salutati: dunque, Bruni venne a contatto con questa prima cerchia di intellettuali umanisti e con Coluccio Salutati, che sarà una figura di riferimento. Bruni, iniziato ai principi dell’Umanesimo dal maestro Coluccio, si volgerà allo studio dei classici e alla riscoperta dell’importanza dei classici, non studiandoli passivamente sui libri, ma anche applicandoli al servizio della collettività, dei suoi concittadini e del bene comune. Spesso questi umanisti non erano degli studiosi di lettere inizialmente, dato che per l’epoca lo studio più tradizionale da fare era quello di giurisprudenza: quindi, lo studio delle lettere spesso avveniva in un secondo momento. Infatti, Bruni inizialmente fu indirizzato dalla famiglia agli studi di diritto civile e in un secondo momento, venuto in contatto con
131 un bravo e dotto maestro di lettere, deciderà di abbandonare quegli studi per dedicarsi agli studia humanitatis. A Firenze Bruni lasciò perdere il diritto e si dedicò allo studio dei classici latini e greci e questo gli fu possibile anche perché nel frattempo era giunto a Firenze, proprio su invito di Coluccio Salutati, Manuele Crisolora. Durante il Medioevo gli studi di greco erano stati abbandonati, nonostante i tentativi di Petrarca e di Boccaccio di imparare il greco, e vi erano dei maestri di greco, i quali erano intellettuali di origine bizantina, che venivano chiamati in Italia perinsegnare una lingua ormai dimenticata a chi avesse intenzione di apprenderla. Nel 1397 giunse in Italia, prima a Venezia e poi a Firenze, il dotto maestro bizantino Manuele Crisolora. Di fronte a questa importante occasione, Bruni si rivolgerà allo studio del greco e in questo senso la figura di Bruni rappresenta un primato, perché fu il primo intellettuale ad avere piena e completa conoscenza della lingua e della letteratura greca. Quindi, si approda ad un Umanesimo trilingue, perché vi erano il volgare, il latino e il greco. Questo lo si rileva sia a livello teorico sia a livello pratico, perché Bruni stesso realizzò importanti traduzioni dal greco al latino: infatti, la lingua di riferimento per i dotti era il latino e vi era bisogno di traduzioni di opere greche in latino per poter divulgare ai contemporanei importanti opere della grecità. Bruni è anche un grande traduttore di opere di grandi filosofi, poeti e autori greci in latino, in modo da mettere a disposizione dei suoi contemporanei delle traduzioni affidabili di questi testi. Si rivolse alle traduzioni dell’Etica e della Politica di Aristotele e di alcuni dialoghi platonici, come il Fedone, il Gorgia, il Fedro e il Critone e in questo senso costituì un primato per questa sua operazione versoria. Però Bruni, come Salutati e gli altri intellettuali di questa cerchia, fu attivamente impegnato nella vita civile del suo tempo. Per un breve periodo, ossia dal 1405 al 1415, fu anche segretario apostolico presso la Curia pontificia a Roma, ma il nome di Bruni è principalmente legato alla sua attività verso Firenze: infatti, nel 1415, una volta terminato l’incarico presso la Curia pontificia, tornò a Firenze e ricoprì una carica politica e amministrativa importante, ossia dal 1427 al 1444 fu Cancelliere della Repubblica fiorentina. A quest’epoca Firenze aveva un ordinamento repubblicano e la carica politico-amministrativa più importante era il cancellierato: quindi, il suo impegno letterario si affianca al suo impegno politico e diviene un intellettuale pienamente inserito nelle dinamiche storico-politiche dell’epoca e anche con un osservatorio privilegiato. Bruni lavorava alla Cancelleria della Repubblica fiorentina e disponeva di moltissimi documenti: quindi, il cancellierato era una carica prestigiosa dal punto di vista politico e importante per uno studioso che avesse degli interessi storico-letterari. Di fatto, Bruni trasferirà i dati che poteva trarre dai documenti all’interno delle sue opere. Le opere principali di Bruni sono di storiografia: Bruni fu scrittore in proprio di opere storiografiche, in particolare di due
132 importantissimi scritti in latino. Il suo capolavoro sono le Historiae Florentini populi: è un’opera monumentale in 12 libri e si tratta di una storia di Firenze e del suo popolo dalle origini al 1404. Quest’opera gli fu commissionata dal governo di Firenze, dato che era a stretto contatto con la schiera dirigente, e fu realizzata in un tempo piuttosto prolungato, dal momento che fu iniziata nel 1415 e fu continuata per tutta la vita di Bruni. Si tratta di un’opera proiettata sui tempi più recenti: quindi, la parte iniziale relativa alle origini della città, al suo primo sorgere in epoca romana, alla sua decadenza durante l’età barbarica e al suo successivo risorgere è trattata più velocemente, mentre Bruni si concentra sui secoli più recenti, dato che vi era maggiore disponibilità di documenti ufficiali. Infatti, Bruni intendeva scrivere una storiografia veritiera, basata su fonti veritiere e storicamente attendibili, e poteva avere a disposizione, grazie al suo ruolo di Cancelliere, documenti risalenti alle epoche più recenti: quindi, si ha una netta rottura rispetto alla tradizione medievale, dal momento che nel Medioevo si scrivevano delle storie universali che andavano dai primordi dei tempi fino all’epoca contemporanea. Bruni abbandona questa prospettiva universalistica: si concentra sulla città di Firenze e, dopo una breve sintesi sulla storia più antica, si concentra maggiormente su quella dei suoi tempi. Essendo un umanista calato nelle vicende politiche del suo tempo, Bruni esaltava la forma di governo di Firenze, che era una Repubblica: quindi, Bruni esalta la libertasfiorentina, ossia la forma di governo della Repubblica, la quale maggiormente consentiva l’applicazione dell’ideale di libertas. In questo senso, Bruni vedeva Firenze come l’erede della grande Roma repubblicana, come se la grande Roma repubblicana con la sua grande tradizione secolare avesse ritrovato vita nella Firenze del suo tempo. Di contro, opponeva Firenze a Milano, dato che già nel Trecento aveva la signoria dei Visconti. A Milano si era impiantata una forma politica che era del tutto diversa, ossia una signoria che già sfociava nella tirannide: quindi, Bruni contrappone la libertas fiorentina alla tirannide milanese, dato che vi erano dei contrasti politici tra le due città che si riverberano a livello di ideali. Le fonti principali di Bruni, dal punto di vista storico-archivistico, erano quelle a cui poteva attingere grazie al suo ruolo di cancelliere: dunque, quella di Bruni è una storiografia basata sui documenti e per questo innovativa. In realtà, come tutti gli scrittori, ha dovuto avere anche dei modelli letterari dal punto di vista stilistico-retorico e si tratta di scrittori di storia: dunque, per definire un proprio stile storiografico e per dare forma al proprio latino storiografico, Bruni si rifece ai grandi storici della classicità, ossia Livio, Sallustio, Cesare e Tacito. Naturalmente, la sua prosa risentì anche di quello che era il modello della prosa latina per eccellenza, ossia Cicerone. Anche con Lorenzo Valla e con buona parte degli umanisti, Cicerone è il modello per eccellenza di una prosa aurea, cristallina e dotata di concinnitas. Per quanto riguarda la narrazione della storia di Firenze,
133 Bruni si rifaceva ai documenti, ma su alcuni eventi e alcune dinamiche dovette rifarsi ad una storia di Firenze che aveva scritto Giovanni Villani. Giovanni Villani aveva scritto una Chronica di Firenze, ossia una narrazione che si articolava in maniera cronologica e che riportava tutte le vicende di Firenze, anno per anno. Dunque, Bruni si rifà anche a questa storiografia precedente e i vari fattori che convergono nella produzione storiografica di Bruni sono: Þ i documenti di prima mano, ossia i documenti archivistici che poteva trarre dagli uffici cancellereschi in cui lavorava; Þ la Chronica di Giovanni Villani, che aveva descritto anno per anno gli avvenimenti della città di Firenze. I Rerum suo tempore gestarum commentarii di Bruni non costituiscono una storia estesa dalle origini fino all’inizio del Quattrocento, ma i commentarii costituiscono un genere storiografico più ristretto e che fanno riferimento ad un arco cronologico più limitato: infatti, gli eventi di riferimento sono quelli che vanno dal 1378 al 1440. Dunque, è un’opera che corre parallela alla vita dell’autore stesso e anche la scrittura di quest’opera lo impegnò meno rispetto alle Historiae: infatti, questa seconda opera storiografica è stata scritta tra la seconda metà del 1440 e la prima metà del 1441. Essendo così paralleli alla vita dell’autore, Bruni vi ha riversato in maniera dettagliata le vicende del suo tempo, ma si tratta di vicende che l’autore stesso ha vissuto in prima persona: quindi, quest’opera spesso indulge a informazioni di carattere autobiografico da parte dell’autore, il quale era attivamente impegnato nella vita politica del suo tempo. Pertanto, Bruni rispecchiava all’interno di questa opera tutto ciò che viveva in prima persona e tutto ciò con cui egli veniva in contatto da due osservatori privilegiati: dapprima dalla Curia pontificia e poi dalla Cancelleria fiorentina. All’interno di questo brano, Bruni espone la sua scelta di abbandonare gli studi di diritto che stava intraprendendo a Firenze proprio perché a Firenze era giunto il grande maestro di greco Manuele Crisolora, chiamato da Coluccio Salutati nel 1397 e divenuto insegnante di greco presso lo Studium fiorentino. Bruni racconta in prima persona la sua esperienza: quindi, questo carattere autobiografico dei commentarii si trova riversato all’interno della sua opera, dal momento che espone le sue preoccupazioni. Bruni apprende la notizia dell’arrivo di Crisolora, alcuni suoi compagni decidono di affrontare questo corso e anche lui decide di abbandonare lo studio del diritto e di abbracciare lo studio delle lettere.
134 Bruni racconta i fatti in maniera più oggettiva e descrive l’arrivo di Manuele Crisolora, il dotto bizantino che avrebbe insegnato greco allo Studium fiorentino a partire dal 1397. Dopo aver riferito il dato oggettivo, passa al dato biografico, come emerge chiaramente dall’ego posto in posizione di spicco ad apertura di periodo. L’immagine del giovane Bruni è quella di un intellettuale che ardeva per l’amore di tutte le discipline; si trova una notevole insistenza sulla prima persona (ipse ad me inquiebam). Si è passati dalla notizia riferita in maniera oggettiva al coinvolgimento in prima persona dell’autore. Nel terzo paragrafo, si apre un discorso diretto che riproduce il “flusso di coscienza” del povero Bruni, il quale è indeciso sul da farsi e riproduce le domande che affollano la sua mente.
135 Questi intellettuali che diventano grecisti credono che senza la conoscenza del greco non sia possibile conoscere le altre discipline, perché tutte derivano dal greco stesso: si tratta di un τόπος che caratterizza l’Umanesimo. Dunque, questo risulta essere anche uno dei motivi che lo va a convincere ad abbracciare lo studio del greco con Manuele Crisolora. Quindi, Bruni considera i pro e i contro che gli deriverebbero dalla conoscenza di questa lingua. Bruni ha abbracciato lo studio del greco e ne è stato talmente convinto che anche durante la notte ripensava a ciò che aveva studiato durante il giorno. Il latino di Bruni si avvicina, dal punto di vista linguistico-stilistico, alla norma classica. A livello sintattico, i periodi sono chiari, lineari e ben calibrati e le costruzioni latine sono tutte rispettate, come il cum e il congiuntivo, il gerundio e il gerundivo e il participio futuro con valore finale. Quindi, vi sono una grammatica, una sintassi e un periodare che si avvicinano molto a quello classico e anche nei periodi più complessi i nessi logici
136 sono evidenti o vi sono dei correlativi esplicativi, come et…et o vel…vel. Inoltre, dal punto di vista stilistico, le interrogative elaborate retoricamente riproducono i dubbi che si affollavano nella mente dell’autore: quindi, quando le interrogative si fanno più complesse è anche perché riproducono l’intarsio dei pensieri dell’autore. A livello ortografico, vi è completa aderenza alla grafia classica, che si osserva in primo luogo nel restauro dei dittonghi; inoltre, sono trattati correttamente i nessi consonantici e solo in unquam al paragrafo 3 si rileva l’applicazione della regola di Prisciano, frequente negli scrittori umanisti. Il primo elemento macroscopico che gli umanisti restaurano sono i dittonghi, che non sono più chiusi, dal momento che gli umanisti saranno artefici di una corretta scrittura della lingua latina. Il latino del Bruni è corretto, rispettoso dei casi, delle coniugazioni, delle declinazioni e della consecutio temporum. I manoscritti sia delle Historiae sia delle traduzioni sono spesso manoscritti di pregio e miniati, i quali talvolta riportavano anche il busto o l’effigie dell’autore. POGGIO BRACCIOLINI, EPISTOLAE Poggio Bracciolini appartiene alla temperie dell’Umanesimo civile e i massimi esponenti dell’Umanesimo civile sono: Þ Coluccio Salutati, il quale è stato l’iniziatore e il maestro di questa prima cerchia di umanisti; Þ Leonardo Bruni; Þ Poggio Bracciolini. Bracciolini nacque nel 1380 e morì nel 1459 e fu in stretto contatto e amico di Coluccio Salutati e Leonardo Bruni; inoltre, compì gli studi notarili a Firenze: quindi, anche lui non era un letterato strettamente inteso, ma era stato indirizzato a studi di diritto. A partire dal 1403 si trasferì a Roma presso la Curia pontificia e per molti anni ricoprì l’incarico di segretario papale: quindi, Bracciolini è un intellettuale più attivamente impegnato alla Curia pontificia; soltanto nel 1453 fa ritorno a Firenze, presso i Medici, e riveste per cinque anni la carica di Cancelliere della Repubblica. Anche Bracciolini è un umanista, ossia un profondo estimatore dei classici e un fautore del recupero del patrimonio della classicità: pertanto, mette al centro gli studia humanitatis. Questo ardore di Bracciolini nei confronti dei classici lo spinge all’attività di copiatura di testi manoscritti: a Firenze, Bracciolini e i suoi colleghi si impegnavano a trascrivere i testi della classicità in modo da divulgarli presso i dotti e gli intellettuali della loro epoca. In questo senso, bisogna ricordare Bracciolini per due operazioni: la prima è una riforma calligrafica. Una grafia fondamentale nel corso del Medioevo
137 era stata la minuscola carolina, ossia quella che si è sviluppata presso la corte di Carlo Magno; tuttavia, nei secoli basso-medievali si era affermata la gotica, che era molto più complessa e difficile da comprendere: Poggio Bracciolini, invece, volendo anche divulgare su larga scala lo studio dei classici, intende restaurare una scrittura più leggibile e più fruibile rispetto alla gotica. Dunque, Bracciolini è fautore di una riforma calligrafica che riporta in auge una scrittura chiara e limpida e lui stesso, insieme ad alcuni amici umanisti, sviluppa una nuova grafia che si chiama minuscola umanistica rotunda o littera antiqua, la quale era ispirata alla minuscola carolina. Infatti, durante le sue campagne di ricerca di codici, Bracciolini era venuto in contatto con dei manoscritti scritti in minuscola carolina e decide di reintrodurre una nuova forma grafica, che prende il nome di minuscola umanistica rotunda o littera antiqua, ispirata alla minuscola carolina stessa; però Poggio Bracciolini non sapeva che la minuscola carolina fosse la grafia sorta alla corte di Carlo Magno (IX secolo), ma pensava che fosse quella in uso presso i Romani della classicità. Questa littera antiqua sarà anche fondamentale per la nascita della stampa: infatti, i caratteri tipografici erano tondi, perché le prime edizioni a stampa furono ispirate alla littera antiqua introdotta da Poggio Bracciolini. Dunque, la sua riforma calligrafica avrà esiti fondamentali anche per la tradizione delle opere a stampa, perché i primi caratteri tipografici furono ispirati alla minuscola umanistica. Il secondo aspetto importante che si lega a Bracciolini sono le scoperte dei codici: a Poggio si deve il ritrovamento di manoscritti di autori latini sconosciuti durante i secoli medievali. Durante il Medioevo, la cultura si era ristretta: quindi, venivano letti e interpretati anche in chiave allegorica i medesimi autori, come Virgilio, Ovidio e Orazio, mentre alcuni autori erano completamente ignorati. Bracciolini, forte del suo incarico di segretario apostolico,seguiva il Papa nelle sue missioni e durante questi suoi spostamenti poteva anche andare a visitare le biblioteche di conventi e abbazie per cercare dei codici di autori latini da copiare e da trasmettere. Grazie a queste sue campagne di ricerca, egli poté riportare alla luce manoscritti di autori che nei secoli medievali erano stati dimenticati e ignorati. Questo avvenne soprattutto durante una campagna di ricerca che egli poté svolgere tra il 1414 e il 1417, ossia negli anni del Concilio di Costanza. Bracciolini, in qualità di segretario apostolico al seguito di papa Giovanni XXIII, poté andare a Costanza e usufruire delle biblioteche e delle abbazie che si trovavano nei dintorni di Costanza per poter cercare i codici manoscritti di cui aveva passione. Nei monasteri di San Gallo e di Cluny riportò alla luce opere fino ad allora ignorate e che nel corso nei secoli medievali non si leggevano più. Nel 1415 presso l’abbazia di Cluny trovò un codice in cui si trovavano due orazioni di Cicerone che fino a quel momento erano ignote: la Pro Roscio Amerino e la Pro Murena; inoltre, tra la Germania e la Francia, nel 1417,
138 riscoprì altre sette ignote orazioni ciceroniane. Oltre a Cicerone, a Bracciolini si deve anche la riscoperta di opere di poeti della latinità classica di cui si era persa conoscenza, come Lucrezio, Manilio, Silio Italico, le Silvae di Stazio, che erano divenute rare ed inaccessibili nel Medioevo e una parte delle Argonautica di Valerio Flacco. Tra gli scrittori in prosa, si ha la riscoperta di Quintiliano, la cui opera circolava in maniera parziale, frammentaria e spesso corrotta, e di Ammiano Marcellino. Quindi, il ruolo di Bracciolini come scopritore di codici rappresenta una svolta nel corso dell’Umanesimo e si arriva anche ad una concezione della storicità del sapere, ossia si inizia ad avere la percezione che tra la classicità e l’epoca degli umanisti vi era stata una Media Aetasin cui i classici erano caduti nell’oblio. Bracciolini vede gli antichi come dei padri con cui dialogare, da cui i contemporanei devono trarre insegnamento ed emularli. La produzione di Bracciolini rispecchia quella degli altri umanisti e pertanto scrive epistole, orazioni, invettive e dialoghi e trattati morali, ma non traduzioni dal greco. Il suo capolavoro è sicuramente l’Epistolario, ossia una raccolta di epistole in dieci libri: gli epistolari umanistici sono importantissimi perché sono delle raccolte di lettere che gli umanisti stessi si prendevano la briga di sistemare e di ripartire in libri. Al suo interno trovano spazio le sue innumerevoli lettere, nelle quali confluiscono svariate informazioni sulle sue esperienze biografiche, sui suoi dialoghi con gli altri intellettuali umanisti o con le sfere del potere e sui suoi ideali e concezioni della vita, nonché le sue scoperte. I suoi modelli non sono solamente gli epistolari ciceroniani, ma anche quelli contemporanei di Petrarca o Coluccio. A sua volta l’epistolario di Bracciolini diventerà modello per quelli di Enea Silvio Piccolomini e di altri umanisti. 04.05.2022 Nell’epistola di Bracciolini a Guarino Veronese, altro grande esponente del pre-Umanesimo veneto, l’autore annuncia la riscoperta di Quintiliano e di alcuni libri delle Argonautiche di Valerio Flacco nell’abbazia di San Gallo: nell’estate del 1416, impegnato nel Concilio di Costanza, Bracciolini si reca presso questa abbazia insieme ad alcuni amici e lì riscopre un importante nucleo di libri, che vengono poi portati a Costanza e trascritti. Il testo si caratterizza non solo per la grande efficacia con cui le nuove scoperte sono presentate, ma anche per l’alta valutazione che l’autore dà di Quintiliano, grande maestro di oratoria che si va ad affiancare a Cicerone, in un rinnovamento del canone retorico, fondato fino a quel momento sulle opere di Cicerone e sulla Rhetorica ad Herennium.
139 Ille è riferito al codice di Quintiliano di cui si narra la riscoperta: Poggio realizza un’umanizzazione del codice di Quintiliano, anche mediante l’aggettivazione salvum e incolumen. Il processo di umanizzazione è sempre più esplicito, dato che chiama i testimoni viros e introduce l’immagine del carcere: Bracciolini caldeggia queste campagne di ritrovamento perché, così come lui ha potuto ritrovare Quintiliano, si potrebbero ritrovare altrettanti codici di grandi autori di cui si è persa conoscenza nel corso del Medioevo. La scoperta principale è quella di Quintiliano, ma ad essa si affiancano altre scoperte.
140 Expositio era il termine tecnico per indicare il commento: quindi, Bracciolini trova i commenti ad otto orazioni ciceroniane ad opera di Quinto Asconio Pediano e citati addirittura nell’opera di Quintiliano. Nicolaum Florentinum è Niccolò Niccoli, un altro esponente della cerchia degli umanisti. Il catalogo delle scoperte effettuate da Bracciolini presso l’abbazia di San Gallo finisce con il ritrovamento di una parte delle Argonautiche di Valerio Flacco, dimenticate nel corso del Medioevo, e dei commenti di Quinto Asconio Pediano alle orazioni di Cicerone; tuttavia, subito la soddisfazione per la scoperta lascia spazio all’ardore della divulgazione presso gli amici umanisti, Bruni e Niccoli. Inoltre, nell’ultimo paragrafo emerge la voluta sottolineatura dell’atto di copia: infatti, Bracciolini specifica di aver subito trascritto i codici di propria mano in nuovi esemplari da inviare («Haec mea manu transcripsi»). Dal punto di vista sintattico, la prosa è elegante, senza eccessi di ricercatezza formale e retorica; il periodare scorre spontaneo, utilizzando uno stile vivo ed efficace. L’articolazione del discorso è chiara e lineare, la sintassi razionale; ben chiari sono i rapporti logici tra le diverse componenti del periodo, scandite da preposizioni, pronomi relativi e participi. Per quanto riguarda la morfologia, il latino è corretto e aderente alla norma classica, come dimostrano: Þ la costruzione di gratia + genitivo del gerundivo per esprimere la finale (§ 1); Þ la costruzione personale di dico al passivo con nominativo + infinito (§ 1). Per quanto riguarda l’ortografia, la grafia è aderente alla norma classica, con apertura dei dittonghi; tuttavia, alla prima riga si ha ocium per otium e inoltre l’oscillazione grafica cum / quum: infatti, alcune consuetudini che erano invalse nel latino medievale talvolta vengono ereditate anche dagli umanisti, ma si tratta soltanto di una piccola peculiarità che non inficia il giudizio sul latino di Bracciolini, il quale risulta pienamente classico. Infine, non è applicata la regola di Prisciano, come
141 risulta da tamquam al paragrafo 3. Nel lessico vi è l’insistenza sui termini che rimandano all’area semantica del ritrovamento e della scoperta e comincia ad evidenziarsi il ricorso al lessico filologico («mea manu transcripsi»). LORENZO VALLA Lorenzo Valla è legato alla scoperta della falsità della Donazione di Costantino: infatti, ha composto un opuscolo in cui va dimostrando, attraverso varie e serrate argomentazioni, la falsità di questo documento. Valla è un personaggio di eccezionale importanza per la cultura italiana e per l’Umanesimo europeo: può essere considerato il “fondatore” della filologia umanistica, in quanto fautore di una nuova coscienza teorica e critica della lingua latina. Con Valla non ci si trova più nella temperie dell’Umanesimo civile, ma si approda all’Umanesimo filologico, il quale si colloca nel pieno del Quattrocento, i cui principali rappresentanti sono: Þ Lorenzo Valla; Þ Angelo Poliziano. Nato e formatosi a Roma, all’inizio degli anni Trenta si trasferisce a Pavia, dove ottiene l’incarico di professore di eloquenza e inizia ad avvicinarsi all’analisi critica dei testi, inaugurando un nuovo approccio filologico. Dal 1435 al 1447 è al servizio di Alfonso d’Aragona a Napoli, mentre dal 1448 al 1457 è segretario apostolico: in quest’ultimo ambiente, Valla matura la sua riflessione storicocritica e filologica, fondendola con l’ambito dottrinale teologico-religioso e giuridico. Dunque, si scaglia contro la corruzione della Chiesa romana del suo tempo, divenendo un precursore di Lutero: in generale, Valla è animato da un forte spirito polemico, riflesso anche nella sua prosa. Pertanto, Valla voleva riscoprire il messaggio cristiano più autentico e non voleva che esso fosse intaccato dalla corruzione delle gerarchie ecclesiastiche. La produzione di Valla è molto vasta, ma i principali scritti di carattere filologico e linguistico sono: Þ De falso credita et ementita Constantini donatione (1440): opera in cui dimostrò, con argomentazioni storico-giuridiche, filologiche e linguistiche, la falsità della Donazione di Costantino, il documento con cui la Chiesa giustificava il proprio potere temporale sulla base della donazione di territorio fatta dall’imperatore Costantino a papa Silvestro I; Þ Adnotationes in Novum Testamentum (1444): applicando la filologia alla Bibbia, Valla mette in discussione il testo latino della Vulgata di San Girolamo, sulla base del confronto con
142 l’originale greco nella traduzione dei Settanta, per restituire l’autenticità del messaggio cristiano; Þ Elegantiae linguae latinae (1444): opera che raccoglie una serie di passi attinti dai più grandi auctores latini, come Cicerone, Virgilio e Livio, dallo studio dei quali possono essere codificati i canoni linguistici, stilistici e retorici della lingua latina. Questo testo costituisce una solida base per quella parte del movimento umanistico impegnato a riformare il latino sulla base di Cicerone. Valla appartiene alla corrente del ciceronianismo: dunque, vi era una serie di umanisti che considerava come fonte privilegiata per una restaurazione più adeguata della lingua latina le opere di Cicerone. Con il nome di Constitutum Constantini (Donazione di Costantino) si indica un documento che l’imperatore Costantino I, in segno di gratitudine per essere stato guarito dalla lebbra, avrebbe inviato a papa Silvestro I nel 313, allo scopo di fornire le dignità ecclesiastiche e i beni temporali della Chiesa. Il testo è diviso in due parti: Þ la prima parte è la confessio, in cui è contenuto il racconto della guarigione dalla lebbra di Costantino e la successiva conversione alla religione cristiana; Þ la seconda parte è la donatio vera e propria. Il Constitutum Constantini è conservato in copia nei decretali dello pseudo-Isidoro (IX secolo), mentre a partire dal XII secolo fu introdotto nel Decretum Gratiani e in altre raccolte di Decretali per via di interpolazioni. Con questo documento, Costantino avrebbe concesso al papa e ai successori: Þ la prevalenza sulle chiese orientali, come quella di Costantinopoli, Alessandria d’Egitto, Antiochia e Gerusalemme; Þ la sovranità del pontefice su tutti i sacerdoti dell’Impero; Þ il possesso di proprietà immobiliari estese fino in Oriente, di onori, delle insegne e del diadema imperiale; Þ la giurisdizione civile sulla città di Roma, sull’Italia e sull’Impero romano d’Occidente.
143 Il documento fu utilizzato dalla Chiesa per avvalorare i propri diritti sui vasti possedimenti territoriali in Occidente, ma anche, in quanto prova della supremazia del papato nei confronti dell’Impero, per legittimare il suo potere temporale sulla base di una legge imperiale. Anche Dante fu convinto dell’autenticità del documento, come emerge da un passo dell’Inferno: «Ahi, Costantin, di quanto mal fu matre, non la tua conversion, ma quella dote che da te prese il primo ricco patre!» (Dante, Inferno XIX, vv. 115-117) Si mostrò, però, particolarmente polemico nei confronti degli effetti giuridici che la Donazione aveva causato. Nel III libro della Monarchia, Dante affronta il problema del rapporto tra Impero e Papato, affermando che il potere dell’imperatore non deriva dal papa, ma direttamente da Dio. Gli argomenti addotti a sostegno di tale tesi si ricollegano sia ad interpretazioni delle Sacre Scritture sia ad elementi di carattere storico; tra gli argomenti più importanti, vi è quello che cerca di smentire il valore giuridico della Donazione. LORENZO VALLA, DE FALSO CREDITA ET EMENTITA CONSTANTINI DONATIONE Fu proprio Lorenzo Valla ad aprire la questione dell’autenticità del documento e con il De falso credita et ementita Constantini donatione sconfessa filologicamente la presunta donazione, dichiarando per la prima volta con convinzione che il documento fosse un falso confezionato nell’VIII secolo dalla stessa Cancelleria pontificia. Valla stese questa dissertazione nel 1440, intervenendo riguardo all’ingerenza pontificia nella successione al trono del Regno di Napoli. L’opera, tuttavia, poté essere pubblicata solo nel 1517 dall’umanista protestante Ulrich Von Hutten, mentre la Chiesa cattolica difese per secoli la tesi dell’originalità della Donazione. La scrupolosa analisi condotta da Valla si articola nella doppia forma di invettiva e declamatio. La struttura e la modalità argomentativa operata da Valla comprendono sia prove più astratte e di principio, sia anche prove più concrete, fondate su dati giuridici, storici, linguistici e filologici. Già l’apertura dell’opera intende dimostrare che la Donazione di Costantino è un falso e che non la conobbero né papa Silvestro I né l’imperatore Costantino I, dal momento che fu confezionata quattro secoli dopo all’interno della Curia pontificia.
144 L’importanza di Valla nella stesura della sua dissertazione è dovuta principalmente al fatto che, dimostrando la falsità della Donazione, egli ha “smascherato” la Chiesa. Quello di Valla non intende essere un lavoro esclusivamente filologico, ma anche un’analisi dell’epoca storica in questione. È importante l’atteggiamento di fondo, che è quello di un uomo moralmente indignato di fronte alla menzogna e alla truffa perpetrate per secoli. Le prove addotte da Valla a sostegno della sua tesi principale furono molte: Þ premesse di buon senso: nessun imperatore avrebbe rinunciato a Roma e a tutti i beni d’Occidente, pur essendo comunque cristiano; la donazione non può essere spiegata sulla base della conversione di Costantino poiché, secondo Valla, regnare non è incompatibile con la religione cristiana, ma l’esatto contrario; Þ argomentazioni storiche: è storicamente accertato che nessun papa ha mai preteso obbedienza dall’imperatore. Roma e l’Italia intera erano sotto il dominio imperiale e le uniche fonti storiche attendibili attestano soltanto la donazione del Palazzo Lateranense e alcuni terreni al predecessore di Silvestro, Melchiade; Þ argomentazioni giuridiche: spostandosi da argomentazioni di principio sul piano giuridico, Valla nota come manchi un’accettazione da parte di Silvestro stesso; inoltre, non sono presenti titoli e vi sono irregolarità procedurali e vizi di forma; Þ argomentazioni filologiche: altre motivazioni addotte da Valla derivano dalla tradizione e dall’attestazione del testo, dal momento che esso è assente nelle copie più antiche del Decretum Gratiani, dunque non è stato inserito da Graziano, ma si tratta di un’aggiunta posteriore; Þ argomentazioni linguistiche: attraverso un’analisi della morfologia, del lessico e della sintassi utilizzati dall’autore del documento, Valla riuscì a dimostrare che esso non rispecchia la lingua dell’epoca in cui visse Costantino, ma quella in uso molti secoli dopo. Il latino della Donazione risente molto di influssi barbarici, avendo forme lessicali peculiari e utilizzando
145 costruzioni che nel latino del IV secolo non erano usate, come il dativo per il complemento di moto a luogo invece di ad e accusativo o il ricorso al vos in luogo del tu. Dopo aver dimostrato con lucida argomentazione storica, linguistica e filologica la falsità della Donazione di Costantino, Valla prosegue negando il potere temporale della Chiesa e facendosi sostenitore di una riforma del papato, in modo da delimitare le sue funzioni in rapporto a ciò che è di pertinenza solo dello Stato. Lo stile di Valla è sostenuto da un’argomentazione forte e rigorosa: un’argomentazione logica, razionale e serrata, che esprime il suo spirito polemico e riflette tutta la tensione ideale che anima tutto l’opuscolo.
146 Nonostante si tratti di un opuscolo, lo stile, ossia la vis, è quello ciceroniano. Per quanto riguarda il lessico, quello di Valla è un latino modellato sui classici, anche se, sotto il profilo lessicale, egli non rinuncia a neologismise deve esprimere nuove entità non esistenti in epoca romana. Del resto, nella questione dei neologismi sorta nell’ambito del ciceronianismo, Valla appartiene alla posizione più moderata per cui «nova res novum vocabulum flagitat»; a questa posizione si contrappone quella dei puristi, i quali ritenevano che i neologismi non dovessero essere introdotti in latino perché ritenevano che il latino era quello di Cicerone: pertanto, quando non vi era il termine adeguato per fare riferimento ad una cosa, era necessario ricorrere ad una perifrasi, utilizzando i termini di cui già si disponeva. Il brano al paragrafo 93 comincia in medias res, con una serie di interrogative retoriche, seguite da risposte lapidarie, che riprendono il solito verbo della domanda e riproducono lo sdegno di Valla nei confronti dell’operato del pontefice. In seguito, l’argomentazione è serrata, fatta di periodi brevi che risuonano come sentenze incisive; inoltre, si nota la successione «pro patria…pro domino…non pro hoste atque carnifice», ripresa e ribaltata dopo in «patrem aut dominum non vis, sed hostem et carnificem». Infine, al paragrafo 99 si osservano le iterazioni, anche in variatio, di: Þ contra (contra Ecclesiam, contra Perusinos, contra Bononienses); Þ pater (Pater sanctus, pater omnium, pater Ecclesiae); Þ pugnat (contra Perusinos pugnat, contra Christianos pugnat). Questi espedienti stilistico-retorici hanno un effetto di intensificazione espressiva e amplificazione retorica del discorso. 10.05.2022 BOLLA IN SUPREME DIGNITATIS La bolla è un diploma pontificio solenne che possiede una bulla, ossia un sigillo che poteva essere bronzeo, come quello che questa bolla aveva, legato con dei fili alla pergamena stessa. Il Cherubino è il simbolo dell’Università di Pisa almeno dal XVI secolo: è un emblema che è stato ufficializzato molti secoli più avanti, ma certamente attorno all’immagine del Cherubino, ossia del volto dell’angelo con le ali, vi è una scritta che recita In supremae dignitatis. Questo è il motto dell’Università di Pisa, ma corrisponde al testo fondativo dell’Università stessa, ossia la Bolla che il 3 settembre 1343 papa Clemente VI, il quale era un papa francese, da Avignone, sede ufficiale della Curia papale, emana autorizzando la fondazione a Pisa di un cosiddetto Studium generale, ossia
147 quello che modernamente si chiama Ateneo. Le facoltà che erano presenti in uno Studium generale componevano lo Studium generale stesso; in luogo di facoltà, potevano essere chiamate studia le singole facoltà: allora l’aggettivo generale sta ad indicare l’insieme dei vari studia. In realtà, la definizione di Studium generale contiene una caratteristica ulteriore, ossia non tutte le sedi universitarie potevano fregiarsi del titolo di Studium generale. Allora questo titolo così particolare concesso nientemeno che dal pontefice stesso indicava uno studium autorizzato a rilasciare diplomi di laurea, ossia titoli, che potessero valere in tutti gli altri Studia generalia d’Europa: quindi, se uno studente acquisiva il titolo di laurea a Bologna, poteva far valere questo titolo anche a Perugia, a Pisa e a Montpellier. Questo non era l’unico aspetto insito nella concessione del titolo di Studium generale: negli studia generalia e lì soltanto vi era anche la possibilità di acquisire il cosiddetto ius ubique docendi (“il diritto di insegnare ovunque”), ossia una licenza che veniva rilasciata a chi acquisiva il titolo di dottore all’interno dello Studium generale per poter insegnare a sua volta ad altri studenti in altri Studia generalia. Allora, questa bolla di fondazione che papa Clemente VI emana il 3 settembre 1343 nel palazzo papale di Villeneuve-lès-Avignon, sito sulla sponda opposta della città di Avignone. In effetti, la Bolla è datata con il luogo di Villanova, diocesi di Avignone, il 3 settembre 1343. Si tratta di una bolla che possiede una data ben precisa e che possiede anche il luogo di emanazione; inoltre, questo documento è stato associato alla scritta che oggi è emblematica dell’Università di Pisa, ossia In supremae dignitatis. La scritta In supremae dignitatis è l’incipit del testo latino integrale della Bolla di Clemente VI: quindi, è un incipit privo di senso, che è stato tagliato senza un riferimento sintattico utile per collegare quell’in iniziale. È sempre stata consuetudine nella prassi pontificia intitolare le bolle o le lettere solenni emanate da tutti i pontefici con le prime due o tre parole del testo stesso. Ecco perché oggi si hanno le prime tre parole della Bolla di Clemente VI che non restituiscono un senso e non danno il valore sintattico e ovviamente anche semiologico capace di interpretarne il senso vero, ma è così che viene indicato il documento. Quindi, In supremae dignitatis indicano l’atto fondativo dell’Università di Pisa ed è l’incipit di un testo che, sebbene non sia molto esteso, occupa una pergamena molto grande. Bisogna immaginare che un testo non molto esteso occupa una pergamena di dimensioni certamente non modeste, ma il primo rigo di questa bolla ha un tipo di scrittura leggermente diverso: sono le cosiddette litterae elongatae, ossia lettere che sono state eseguite graficamente in maniera molto allungata e ammassata, in modo tale da rendere distinguibile questo primo rigo dal resto del testo. Era consuetudine farlo per la formula di salutatio, come viene indicata ancora oggi tecnicamente la prima parte di un documento epistolare solenne: quindi, la formula di salutatio è scritta in litterae
148 elongatae per dare eleganza estetica all’esecuzione grafica del testo e per distinguere questa formula di saluto dal resto del testo. Al bas de page, ossia in fondo al documento, si trovano quattro forellini, che sono quasi disposti a formare un quadrato: in realtà, questi quattro forellini sono ciò che resta dei fori attraverso i quali passavano dei fili di seta che intrecciati costituivano una piccola cordicella alla quale era legato il sigillo bronzeo, il quale ovviamente riproduceva l’effigie di Clemente VI, con le sue iniziali e anche i simboli del suo pontificato, come la tiara. Nella parte bassa del diploma, come avveniva solitamente per tutti i documenti pergamenacei originali in forma di diploma, ossia di foglio slegato che veniva piegato, oltre alla piegatura questo documento era piegato in fondo con una piegatura più sottile: questa piegatura prende il termine tecnico di “plica”. La plica si trova in tutte le bolle pontificie e, in generale, in tutti i diplomi pergamenacei solenni per piegare il foglio in maniera tale che sia ancora più resistente e, attraverso la piegatura, venivano praticati due fori che ovviamente oltrepassavano i due lembi. Quindi, in realtà erano due fori coincidenti del foglio che, piegato, veniva attraversato dal filo di seta intrecciato recante il sigillo pendente, ossia questa bulla che dà il nome al documento stesso riproducente l’effigie del pontefice. Sotto la plica vi sono anche delle informazioni, come il nome del cosiddetto tassatore, ossia colui che tassava l’esecuzione materiale della bolla stessa: infatti, il pontefice aveva una squadra di collaboratori che produceva documenti ufficiali emanati dalla Curia pontificia e in questa squadra vi erano: Þ il copista, che eseguiva la copiatura del testo sul documento ufficiale; Þ il correttore, il quale era specificamente incaricato di rileggere e ricontrollare il testo copiato; Þ nella tesoreria papale colui che imponeva una tassa sull’esecuzione di questo diploma: in questo caso, il diploma era destinato alla città di Pisa e sarebbe stato pagato nella sua esecuzione anche dal ricevente. Tutto questo, fino all’edizione critica curata nel 2020, era stato ignorato, ossia nessuno si era preso la briga di guardare sotto la plica e di identificare né il tassatore né il copista che ha eseguito questa copia della Bolla pontificia. Per fortuna è sopravvissuta la copia originale che fu confezionata ad Avignone affinché potesse arrivare alla città di Pisa: infatti, oggi la si trova conservata nell’Archivio di Stato di Pisa. Questa copia della Bolla non è l’unica, ma è certamente l’esemplare più importante perché è la copia ufficiale: in effetti, il testo della Bolla di fondazione dello Studium generale di Pisa venne pubblicato sempre e soltanto dal testo originale della Bolla conservato all’Archivio di Stato di Pisa. Innanzitutto, occorreva, sulla base del metodo filologico neolachmanniano, una recensio, ossia un censimento di tutte le testimonianze, manoscritte e a stampa, della tradizione del testo della
149 Bolla. Fino all’edizione del 2020, tutti quanti avevano ripreso il testo della copia autentica, conservata presso l’Archivio di Stato di Pisa; tuttavia, si conoscevano già altre due copie trecentesche, ossia coeve alla copia autentica e originale, mentre non si conoscevano altre due testimonianze che si conservano oggi presso l’Archivio Apostolico Vaticano. Dunque, le copie trecentesche sono in totale cinque: Þ O: è l’originale, conservato presso l’Archivio di Stato di Pisa: quindi, nel fondo Diplomatico nel sottonucleo intitolato Atti Pubblici, sotto la data 3 settembre 1343 si ha conservata la copia autentica della Bolla clementina; Þ A:sempre nell’Archivio di Stato, nella documentazione dell’antico comune trecentesco della città di Pisa e, in particolar modo, nel nucleo intitolato Divisione A, si trova un registro, ossia un codice con diversi fogli chiamato “registro” perché nella documentazione d’archivio si ha a che fare, solitamente, con registri, ossia volumi che contengono copie di atti, ossia di testi che hanno un loro originale; il registro A, conservato nello stesso Archivio di Stato dove si trova l’originale slegato, ossia il diploma autentico, presenta una copia del testo della Bolla, la quale era stata prodotta dal Comune di Pisa, che alla metà del Trecento aveva voluto conservare copia di questo testo in un registro ufficiale; Þ R: sempre a Pisa si trova un’altra copia del testo della Bolla presso l’Archivio Arcivescovile; un’altra grande istituzione che era interessata a tenere copia del testo del privilegio papale che era stato concesso alla città di Pisa era appunto l’Arcivescovado. Al tempo in cui venne fondato lo Studium di Pisa, e in generale all’epoca di fondazione delle prime università in Europa, a conferire il titolo di laurea era l’arcivescovo: quindi, l’Arcivescovado era l’altra grande istituzione, insieme al comune di Pisa, interessata a tenere copia nei suoi registri ufficiali del testo del privilegio di Clemente VI; infatti, questa copia del testo della Bolla si trova nel fondo Dottorati, che è un fondo particolare perché contiene tutta la documentazione ufficiale relativa alla concessione che l’arcivescovo di Pisa faceva agli studenti dello Studium generale del titolo di Doctor. Infine, copia del testo della Bolla si trova nei cosiddetti Registra Avenionensia (RA) e nei cosiddetti Registra Vaticana (RV). Questa doppia copia ha una sua precisa motivazione: infatti, il testo della Bolla veniva confezionato in maniera solenne da una squadra di professionisti al servizio del pontefice e poi veniva spedito il diploma ufficiale con il sigillo, affinché il comune di Pisa e l’arcivescovo ne conservassero la copia ufficiale fuoriuscita dalla Curia pontificia come testimonianza del privilegio concesso. Poi, il comune di Pisa e l’Arcivescovado trassero due copie