1 G. BILLANOVICH, Petrarca letterato, Roma, Edizioni di Storia e Letteratura, 1947 (rist. anast. Roma, 1995), pp. 147-148. 2 C. DIONISOTTI, Dante nel Quattrocento, in Atti del Congresso Internazionale di Studi Danteschi, Firenze, Sansoni, 1965, pp. 333-378: 344-345. LA TRADIZIONE E IL TESTO DEL CARME YTALIE IAM CERTUS HONOS DI GIOVANNI BOCCACCIO I. PRESENTAZIONE (ossia indiscrezioni su una ricerca) Appena tornato a Firenze [sc. da Padova, nell’aprile 1351] il Boccaccio si propose di donare al suo ospite, forse una copia della corrispondenza tra Dante e Giovanni del Virgilio, certo un esemplare della Commedia. E da uno scrittoio donde un’ampia serie di codici del poema di Dante si diffuse a Firenze e nella Toscana prima e subito dopo la metà del Trecento si procurò l’attuale Vaticano Latino 3199, dove volle premettere un suo carme di presentazione del dono e di elogio del poeta della Commedia: “Ytalie iam certus honos, cui tempora lauro…”1 . Il Rossi che in realtà ne diede l’interpretazione a tutt’oggi più convincente [sc. dei Dialogi del Bruni] si arrischiò a dire […] che era ormai tempo di considerare chiusa la discussione sull’argomento. Era naturalmente in errore: su nessun testo mai o fatto o uomo, la discussione può dirsi chiusa, il giudizio universale e finale non essendo di questo mondo2 . Avendo avuto nella genesi di questo lavoro a più mani la parte modesta ma partecipe di chi ha messo in contatto tra loro gli autori, tutti ferraresi di adozione, e ha cercato, pro viribus, di incoraggiarli nel corso delle loro ricerche, ne rievoco volentieri quello che nel cinema si direbbe il backstage.
In principio erat palaeographia. Da più di un anno, complice una delle ultime reiterazioni del decreto cosiddetto del rientro dei cervelli, Sandro Bertelli, formatosi alla bella scuola fiorentina di Stefano Zamponi e Teresa De Robertis e vissuto a lungo a Losanna, è sbarcato sulle rive del Po, creando con i filologi del nostro gruppetto, spiaggiati a Ferrara da precedenti ondate della imperscrutabile “politica” italiana dell’università, efficaci sinergie, dentro e fuori dal recinto dantesco. Mesi fa, durante un frugale convito, in cui, concluse le immancabili deprimenti impellenze burocratiche, discorrevamo finalmente di cose dantesche, Bertelli, fresco di autopsia del Vaticano lat. 3199, confermava che (come già avvertito da Marisa Boschi Rotiroti) la mano che aveva vergato l’epistola Ytalie iam certus honos era diversa da quella del copista di Vat: decisamente più tarda, più tarda anche della morte degli stessi Petrarca e Boccaccio. Non devastato, o forse non ancora devastato, dalle libagioni, ho immediatamente esortato Elisabetta Tonello − dottoranda instancabile che mi è riuscito di arruolare nella mia personale guerra contro il caos della tradizione dantesca − a studiare il testimoniale, non infinito, del carme boccacciano coll’auspicio che riuscisse a trovarvi altri corpi contundenti: così da allargare la crepa apertasi in un edificio che, come tutti, avevo creduto solidissimo, cioè la consecuzione Boccaccio-Petrarca-Dante ricostruita in modo appassionatamente suggestivo da un gigante dei nostri studi, Giuseppe Billanovich. Il quale era riuscito a saldare in un insieme coerente materiali e suggestioni presenti negli studi di Hecker, Massèra e tanti altri. A lavoro inoltrato ho suggerito a Bertelli e a Tonello di coinvolgere, in una prima fase come consulente per la prosodia del Boccaccio latino, ben presto come curatore dell’edizione critica che le loro ricerche rendevano augurabile, Leonardo Fiorentini, un giovane e versatile filologo classico le cui competenze avevo già avuto modo di apprezzare dopo un’antica segnalazione dell’amica Angela Andrisano. Non credo di esagerare se, a distanza di pochi mesi, giudico che, sotto i colpi coordinati dei tre bravi demolitori, più di qualche muro della superba, geniale costruzione, frequentata con reverenza da noi come dai nostri maestri, si sia sgretolato. Come in ogni crollo che si rispetti, occorrerà aspettare che tutti i calcinacci siano caduti e che la polvere che ancora per qualche tempo rimarrà in sospensione si diradi per poter ispezionare quel che resta dell’edificio e valutarne la residua agibilità. Ben inteso, è possibile che, tra tanti colpi mandati a se- PAOLO TROVATO
gno dai tre operai della nostra tradizione letteraria (la parola operaio ha per me il senso nobilissimo che aveva, tra gli altri, per Ascoli), qualcuno non sia stato assestato a regola d’arte: cioè, fuor di metafora, che qualcuna delle tante novità contenute nelle pagine che seguono vada sfumata o riformulata. Tuttavia, se non m’inganno, il poderoso trittico costituito dall’apertura d’inchiesta di Tonello, dalle expertises codicologiche di Bertelli e dall’edizione critica di Fiorentini rimarrà a lungo un punto di partenza imprescindibile per gli studi sul carme di Boccaccio e sul Dante di Petrarca. PAOLO TROVATO IL CARME YTALIE IAM CERTUS HONOS
II. APPUNTI SULLA TRADIZIONE DI YTALIE IAM CERTUS HONOS Se l’allestimento della silloge dantesco-petrarchesca dei due Chigiani rappresenta “l’atto costitutivo del canone delle tre corone ad opera e per subordinata intromissione dell’ultimo di queste”, sarà bene non dimenticare quanti episodi e documenti manchino tuttora all’appello per chiarire il lungo e appassionato dibattito che ha preceduto, accompagnato e seguito quell’evento capitale per la storia della poesia volgare3 . 1. Boccaccio, Petrarca e Dante 1.1. Le vicende che legano le tre corone fiorentine, presentano a tutt’oggi confini incerti e sfumati ed esiti in parte controversi. Se da un lato è certa l’influenza di Dante su Petrarca (testimoniata dalle citazioni più e meno puntuali rilevate nell’opera di Petrarca da una lunga scuola di analisi comparativa), dall’altro, anche a non voler scomodare Harold Bloom e il suo The Anxiety of Influence, l’atteggiamento di Petrarca nei confronti del predecessore non è proprio trasparente4 . Se è sicuro che Boccaccio e Petrarca ebbero a discutere di Dante e della Commedia nei loro colloqui, tanto da spingere il certaldese a scrivere e inviare il carme Ytalie iam certus honos all’amico letterato, non sono chiare le circostanze e la cornice di tale dono. Le presenze dantesche nella produzione di Petrarca sono tante e tali da non rendere credibile che «Francesco riuscisse veramente a tener fede fino quasi ai cinquant’anni a un presunto programma di non leggere la Commedia» 5 . La fama dell’Alighieri era troppo vasta perché Petrarca potesse ignorarla ed oggi si ritiene «che egli l’abbia letta per tempo, probabilmente a Bologna»6 . Con l’eccezione della celebre postilla “Nota contra Dantem”7 , il nome di Dante non viene mai ELISABETTA TONELLO 3 C. PAOLAZZI, Petrarca, Boccaccio e il “Trattatello in laude di Dante”, in «Studi danteschi», LV, 1983, pp. 165-249: 248-249. 4 Per il rapporto tra i tre autori, si veda ora P. VECCHI GALLI, Padri. Petrarca e Boccaccio nella poesia del Trecento, Padova, Antenore, 2012. 5 M. FEO, Petrarca, Francesco, in Enciclopedia Dantesca, IV, Roma, Istituto della Enciclopedia Italiana, 1970-1978, pp. 450-458. 6 Ivi, p. 450. 7 «Solo una piccola, preziosa orma è stata scoperta dalla vista acutissima di Giusep-
IL CARME YTALIE IAM CERTUS HONOS pe Billanovich nell’Ambrosiano H 14 inf., f. 8v, in margine a Pomponio Mela De chor. I 13, 76. Dove il geografo antico, descrivendo la Cilicia, parla di uno speco nominato Tifone, il Petrarca scrisse: “Nota contra Dantem”, intendendo cioè che il testo si oppone alla tradizione raccolta in Pd VIII 67-70, che colloca Tifeo in Sicilia. La postilla nell’Ambrosiano non è autografa, ma tutto il codice è apografo della raccolta curata e postillata dal Petrarca dopo il 1335» (Ibidem). 8 Il riferimento naturalmente è agli Essays on Petrarch, che ora si leggono nel vol. X di U. FOSCOLO, Edizione nazionale delle opere, a cura di M. Fubini, Firenze, Le Monnier, 1933-1994, 23 voll. 9 F. PETRARCA, Senile V 2, a cura di M. Bertè (Materiali per l’edizione nazionale delle opere di Francesco Petrarca 1), Firenze, Le Lettere, 1998, p. 77. 10 ID., Epistole, a cura di U. Dotti, Torino, Utet, 1978 (rist. 1983 da cui si cita), p. 472. 11 G. CONTINI, Un’interpretazione di Dante, in «Paragone», XVI, 1965, pp. 3-42, poi in ID., Varianti e altra linguistica, Torino, Einaudi, 1970, pp. 369-405: 385. citato esplicitamente dal Petrarca nei suoi scritti, e, neppure nella celebre Fam. XXI, 15 tutta concentrata sul giudizio del sommo poeta, ne viene fatta esplicita menzione. Tuttavia, silenzio non significa ignoranza, tanto che generazioni di studiosi del Petrarca, a partire da Foscolo in campo moderno, hanno avuto buon gioco nel documentare gli apporti e i richiami che costellano la sua produzione8 . La dubbia e altalenante sincerità di giudizio del Petrarca, il quale ora si dimostra ammiratore e stimatore di Dante e ora ne ridimensiona il valore trovandosi costretto a difendersi dalle accuse di invidia nei suoi confronti, lascia ampio spazio alla congettura e all’interpretazione personale degli studiosi. Se infatti egli definisce nell’epistola Sen. V, 2 Dante «dux nostri eloquii vulgaris» 9 , al tempo stesso, fedele all’atteggiamento ufficiale secondo il quale le opere volgari sarebbero state un giovanile incidente di percorso, altrove chiede: Quam tandem veri faciem habet ut invideam illi qui in his etatem totam posuit, in quibus ego vix adolescentie florem primitiasque posuerim? Ut quod illi artificium nescio an unicum, sed profecto supremum fuit, michi iocus atque solatium fuerit et ingenii rudimentum10 . Assolutamente inconfutabili sono invece i richiami, gli echi, le presenze dantesche nell’opera di Petrarca. Con Contini, che nota come «una rammemorazione ritmico timbrica della Commedia ha luogo in […] Petrarca»11, si apre una feconda stagione di ricerche sistematiche
ELISABETTA TONELLO 12 A partire da M. SANTAGATA, Presenze di Dante “comico” nel “Canzoniere” di Francesco Petrarca, in «Giornale storico della letteratura italiana», CXLVI, 1969, pp. 163-211, fino a ID., Per moderne carte. La biblioteca volgare di Petrarca, Bologna, Il Mulino, 1990. 13 G. ORELLI, Dantismi del “Canzoniere”, in ID., Accertamenti verbali, Milano, Bompiani, 1978, pp. 67-81 e ID., Il suono dei sospiri. Sul Petrarca volgare, Torino, Einaudi, 1990. 14 P. TROVATO, Dante in Petrarca. Per un inventario dei dantismi nei “Rerum vulgarium fragmenta”, Firenze, Olschki, 1979. 15 M. FEO, Petrarca…, cit., p. 455. I pioneristici studi di Calcaterra e Billanovich inaugurano un filone di studi tuttora in incremento (C. CALCATERRA, La prima ispirazione dei “Trionfi” del Petrarca, in «Giornale storico della letteratura italiana», CXVIII, 1941, pp. 1-47; G. BILLANOVICH, Dalla “Commedia” all’“Amorosa Visione”, ai “Trionfi”, in «Giornale storico della letteratura italiana», CCXXIII, 1945, pp. 1-52). 16 V. PACCA, Petrarca, Roma-Bari, Laterza, 1998, p. 207. 17 F. PETRARCA, Epistole…, cit., p. 468. 18 E.H. WILKINS, Petrarch’s epistola metrica to Pietro Alighieri, in «Modern Philology», LI, 1953, pp. 9-17. sull’argomento. Dopo gli studi di Santagata12, Orelli13 e Trovato14, per citarne solo alcuni, non c’è dubbio che la memoria di Petrarca dovette essere ben più che involontaria. Nei Triumphi poi «la presenza della Commedia si fa più massiccia e scoperta, sia in virtù di una rimeditazione teorica, sia della concreta imitatio» 15. Petrarca fu affascinato a tal punto dalla novità strutturale e concettuale dell’opera dantesca che «l’esigenza di misurarsi con la Commedia non era […] eludibile»16; i Triumphi rappresentano infatti, com’è noto, una vera e propria emulazione del sommo poeta, a dispetto di quanto affermato dal poeta stesso: Hoc unum non dissimulo, quoniam siquid in eo sermone a me dictum illius aut alterius cuiusquam dicto simile, sive idem forte cum aliquo sit inventum, non id furtim aut imitandi proposito, que duo semper in his maxime vulgaribus ut scopulos declinavi, sed vel casu fortuito factum esse, vel similitudine ingeniorum, ut Tullio videtur, iisdem vestigiis ab ignorante concursum. Hoc autem ita esse, siquid unquam michi crediturus es, crede; nichil est verius17 . Quanto ai contatti personali tra le due corone, è stato ipotizzato un possibile incontro tra il Petrarca giovanetto e Dante maturo che, dato l’abisso d’età, non poté concretizzarsi in esperienza significativa. Fu invece col figlio di Dante, Pietro Alighieri, che Petrarca venne certamente in contatto e forse in amicizia, come testimonia l’epistola metrica III, 7 a lui indirizzata18 .
Insomma, «il rapporto con le opere di Dante fu molto intenso, ma del tutto privato. All’esterno Petrarca non lasciò mai trapelare niente: di Dante, eccettuato un paio di menzioni senza importanza, egli non parlò mai nei suoi scritti. […] Ci vollero le insistenze e i pungoli affettuosi di Boccaccio perché egli si decidesse, infine, a prendere pubblicamente posizione»19. Il ruolo del Certaldese viene infatti unanimemente considerato fondamentale in quanto tramite del rapporto tra i poeti, e attraverso le frequenti discussioni che portavano Dante all’attenzione di Petrarca, e per la copia della Commedia che si ritiene abbia donato al Petrarca, da tempo identificata con il manoscritto Vat. lat. 3199 (in séguito anche: Vat). Tuttavia, come si è già accennato, le convergenze sono troppe e tali da far ritenere che Petrarca avesse avuto contatti profondi con l’opera dantesca molto prima che l’amico e discepolo ne facesse materia di dibattito. 1.2. Lasciando sullo sfondo la questione più generale, si vuole qui affrontare un episodio se si vuole marginale e tuttavia interessante per le sue ripercussioni, cioè l’invio della Commedia a Petrarca da parte del Boccaccio. Il manoscritto di cui gli fece dono è stato riconosciuto nel Vat. lat. 3199, grazie, in particolare, alla presenza del carme laudatorio firmato da Boccaccio che precede il testo della Commedia. Quanto alle tracce inequivocabili di un uso da parte di Petrarca solo una postilla, brevissima, si è potuta attribuire alla sua mano. Ma a questi risultati la critica è giunta per gradi, dopo anni di ipotesi, di ricostruzioni fantasiose e generose attribuzioni che sono state via via ridimensionate. Vale la pena ripercorrere le tappe principali. Alla fine dell’Ottocento, Nolhac, ne La bibliothèque de Fulvio Orsini si esprime in questi termini a proposito del Vat. 3199: la Divine Comédie, écrite par Boccace, […] et offerte par lui à son ami Pétrarque, qui l’aurait annotée. Cette tradition comprend, comme on voit, plusieurs parties distinctes; elle est religieusement conservée en son entier à la Vaticane, où le volume figure dans les vitrines sous la côte 3199 <M. M. 3>. Cette tradition, dont je crois inutile de rappeler les témoignages, s’est trouvée attaquée, en ce siècle, par plusieurs érudits: un éditeur allemand de la Divine Comédie, M. Carl Witte, en a nié les diverses parties; elle a été admise formellement et en totalité par Baldelli et défendue, dans les mêmes conditions, par M. Fracassetti; M. Carducci l’a admise avec de justes réserIL CARME YTALIE IAM CERTUS HONOS 19 M. SANTAGATA, I frammenti dell’anima, Bologna, il Mulino, 1992, p. 201.
ves. Le résumé de cette intéressante question serait aujourd’hui tout à fait superflu; je avais étudiée à nouveau et avais essayé à mon tour de la résoudre; mais le travail de M. Pakscher ayant été imprimé avant le mien et arrivant aux mêmes conclusions que celui-ci, m’a paru devoir être préféré comme plus complet, et il me suffit d’y renvoyer le lecteur. Les résultats auxquels nous arrivons en commun sont les suivants: le Dante du Vatican est bien l’exemplaire qui a été offert par Boccace à Pétrarque, don auquel celui-ci parait répondre dans une lettre célèbre. Il est douteux que la dédicace en vers latins, intitulée: Francisco Petrarche poète unico atque illustrij et signée: lohannes de Certaldo tuus, soit de la main de Boccace; en tous cas, le corps du manuscrit ne saurait être un autographe de lui. Les marges portent un tout petit nombre d’annotations de Pétrarque et des Bembo, et M. Pakscher y a même reconnu la main de Boccace et de Gherardo Petrarca. On peut ajouter diverses observations sur l’histoire du célèbre manuscrit. Il n’y a aucune raison de croire avec M. Witte et M. Cian, que le manuscrit n’a pas appartenu à la bibliothèque du cardinal Bembo. L’écriture de son père se reconnaît aux feuillets de garde de la fin du volume; c’est Bernardo Bembo qui a écrit la note suivante sur le feuillet 79 […]. Il y a d’autres transcriptions de la même main au feuillet 80, et parmi celles-ci l’épitaphe en trois distiques, que Bembo lui-même a composé pour le célèbre tombeau de Ravenne […]. Il est plus que vraisemblable que Bernardo a mis toutes ces notes sur un manuscrit qui lui appartenait; et ce qui achève de démontrer qu’il était bien resté chez Pietro Bembo, c’est que nous pouvons établir avec certitude son passage dans la collection d’Orsini20 . Già pochi anni dopo, nel 1897, Franciosi tornava sull’argomento per smentire, almeno in parte, gli assunti di Nolhac. A seguito di un’attenta analisi del codice Vat. lat. 3199, giunge ad affermare: Dopo studi e riscontri fatti con mente pacata e sincera, debbo ritogliergli il vanto d’essere stato scritto dall’autore del Decameron, ben posso confermargli quello d’esser nato da un pensiero nobilissimo di Giovanni Boccaccio e d’aver fatto parte prima della libreria del Petrarca, poi di quella dei Bembo. Chi lo mise in voce di esemplato dal Boccaccio? Sarebbe, credo, difficilissimo rintracciarlo con tutta certezza; ma se Fulvio Orsini non fu padre della voce, onde tanto s’ accrebbe l’autorità del Dante bembesco, certo egli, bibliomane gelosissimo, dovette molto volentieri prestar fede a quella voce ed avvalorarla. L’uomo agevolmente crede ciò che desidera, ne forse mai avaro ebbe ghiotta voglia dell’oro quanta ne ha il bibliomane della rarità e preziosità de’ suoi libri. Ad ogni modo il Dante, che Fulvio Orsini acquistava da Torquato Bembo, può serbare, anco se spogliato del suo primo onore, altero nome; e male gli Editori di Padova, il Betti, il Foscolo ed altri, negando al Codice la gloriosa pa- ELISABETTA TONELLO 20 P. DE NOLHAC, La bibliothèque de Fulvio Orsini. Contributions à l’histoire des collections d’Italie et à l’étude de la Renaissance, Paris, Champion, 1887, pp. 303-305.
ternità, che gli si volle attribuire, ne dedussero ch’e’ non può essere il manoscritto inviato dal Certaldese all’amico suo Francesco sul finire del 135921 . Sulla scia di queste considerazioni proliferavano le congetture sul dono di Boccaccio al suo amato maestro e sulla sua attività di editore di Dante. Vandelli, in un celebre saggio del 1923 riporta le medesime conclusioni avvalorandole degli studi paleografici recentemente condotti sulla scrittura del Boccaccio e segnando così sempre più profondamente il solco della tradizione che voleva legare insieme il manoscritto della Commedia e il carme preposto al testo Ytalie iam certus honos. Lo studioso ripete quindi che sua, almeno nel senso che dové acquistarla (e sul mercato librario d’allora si trovava con somma facilità), fu la copia della Divina Commedia che dopo il 1351 (non si è per ora riusciti ad accordarsi sulla data precisa) mandò in dono al Petrarca, il quale ancora non la possedeva, […] tale copia s’è identificata con un ms. […] ritenuto autografo del Boccaccio; ma che a lui è stato tolto con ogni sicurezza, dacché si sono accertati gli autografi del Certaldese e s’è potuta così seguire l’evoluzione della sua calligrafia dalla gioventù fino alla vecchiaia. […] Quando fece il suo dono al Petrarca, il Boccaccio non doveva dunque avere ancora pensato a trascrivere di suo pugno il Poema. A trascriverlo e a fare un corpus di esso e di altre opere di Dante volse l’animo solo di poi22 . Quanto al carme, è dato per scontato che esso (copiato e sottoscritto nel Chig. L V 176, ossia una silloge dantesca di mano del Certaldese), ritrovandosi nel III foglio di guardia del Vat. lat. 3199, accompagnasse ab origine il testo della Commedia inviato al Petrarca. A più riprese Vandelli lo associa alla lettera Fam. XXI, 15 responsiva del poeta del Canzoniere al regalo dell’amico e discepolo. In un punto lo studioso nota che la Familiaris in questione «parla in termini espliciti del carme latino con che il Boccaccio aveva accompagnato il suo dono»23. Altrove ricorda che «l’epistola di questo al Boccaccio […] rispondeva ad altra, perduta, con la quale il Boccaccio si era scusato IL CARME YTALIE IAM CERTUS HONOS 21 G. FRANCIOSI, II Dante Vaticano e l’Urbinate descritti e studiati per la prima volta, Città di Castello, Lapi, 1896, pp. 105-106. 22 G. VANDELLI, Giovanni Boccaccio editore di Dante, in «Atti della R. Accademia della Crusca», Anno Accademico 1923, pp. 47-95, ora in ID., Per il testo della “Divina Commedia”, a cura di R. Abardo, saggio introduttivo di F. Mazzoni, Firenze, Le Lettere, 1989, da cui si cita, p. 150. 23 Ivi, p. 152.
ELISABETTA TONELLO 24 Ivi, p. 153. 25 G. BILLANOVICH, Petrarca letterato, Roma, Edizioni di Storia e Letteratura, 1947 (rist. anast. Roma, 1995), pp. 146-148. 26 Ivi, p. 238. 27 A.F. MASSÈRA, Di tre epistole metriche boccaccesche, in «Giornale Dantesco», XXX, 1927, pp. 31-41. 28 O. HECKER, Boccaccio-Funde, Braunschweig, G. Westermann, 1902. delle alte lodi date all’Alighieri nel carme e con cui aveva accompagnato al Petrarca la copia della Commedia» 24 . Il suggestivo quadro delineato da Billanovich in Petrarca letterato ripropone e autorevolemente conferma tale interpretazione. Narrando della permanenza del Boccaccio a Padova nel 1351, presso la dimora del Petrarca, lo studioso ne ricostruisce suggestivamente le discussioni letterarie. In particolare, Boccaccio elogiò tra le opere di Dante specialmente la Commedia: stupendosi che il raccoglitore di una biblioteca unica per la sua ampiezza e per la rarità di parecchi volumi confessasse di non possederne copia. […] Quindi, appena tornato a Firenze il Boccaccio si propose di donare al suo ospite, forse una copia della corrispondenza tra Dante e Giovanni del Virgilio, certo un esemplare della Commedia. E da uno scrittoio donde un’ampia serie di codici del poema di Dante si diffuse a Firenze prima e subito dopo la metà del Trecento si procurò l’attuale Vaticano Latino 3199, dove volle premettere un suo carme di presentazione del dono e di elogio del poeta della Commedia: “Ytalie iam certus honos, cui tempora lauro…”25 . Nel 1359, il Boccaccio fu nuovamente ospite del Petrarca a Milano. Qui i due strinsero i lacci della loro amicizia; Boccaccio passò da discepolo a intimo familiare. Quando tornò a Firenze Boccaccio scrisse a Petrarca per ringraziarlo e, con le parole di Billanovich, «entro questa sua lettera del maggio 1359 accluse una trascrizione del nuovo testo del carme», la cosiddetta seconda redazione26 . Gli studi centrati sul carme sono invece più attenti a riconoscere che il carme non poteva essere stato scritto dal Boccaccio e probabilmente nemmeno fatto scrivere sotto la sua sorveglianza perché corrotto da errori che l’autore non avrebbe potuto commettere. È questa la tesi di Massèra27, che tenta una nuova sistemazione del testo, basandosi sugli studi di Hecker28, precedente editore del carme. Massèra mette a confronto il testo del carme come si legge in Vat con quello stabilito da Hecker constatando che esistono divergenze nel te-
sto tali da far pensare a due redazioni dello stesso componimento. Hecker ha infatti preso a fondamento della sua edizione il Palatino 323, ovvero un testimone quattrocentesco della Commedia di Dante che presenta il testo del poema seguito dal carme con la seguente titolazione: “Versi di messer giovanni boccacci a messer franco petrarche mandatigli avignone chollop(er)a didante nequali loda decta op(er)a et p(er)suadegli ch(e) lastudi”. E in margine: “Versus johannis boccacij ad franciscu(m) petrarcha(m) cu(m) ei librum dantis ad avinione(m) tra(n)smitter(et) transscripti ex originalibus ipsius boccaccij”29 . Da queste informazioni il Massèra deduce che il Palatino 323 deriverebbe da un originale boccaccesco, ma che, non potendo essere Vat, e neppure l’autografo del Boccaccio, il Chig. L V 167 che ne riporta il testo, dovrà derivare da una delle sillogi intermedie andate parzialmente o totalmente perdute30. Quindi, lo studioso conclude che tra il 1351 e il ’53 (e mettiam pure nel 1352), ebbe luogo l’invio di V[at] – versi e Commedia – ad Avignone: il Petrarca o rispose subito, ringraziando, con un biglietto che non è giunto sino a noi, ovvero, per qualche ragione che non possiamo tentar d’indovinare non avrà risposto affatto; ma ciò è meno probabile. Questo è il primo tempo della storia del carme. Sette anni dopo (1359), a Milano, si viene a parlare di Dante tra i due amici e il Boccacci ne fa l’elogio con un calore che più tardi, ripensandoci, gli sembra o soverchio in sé o tale da poter ferire l’ombrosa suscettibilità dell’ospite: ebbene appena ritornato a Firenze vuole dissipare ogni nube e scrive al Petrarca la lettera excusatoria, alla quale unisce il vecchio carme laudatorium, di cui, nel frattempo ha ritoccato lievemente il testo (e non senza motivo). A questo nuovo invio – secondo tempo – il Petrarca risponde con la Fam. XXI, 1531 . L’edizione di tutte le opere del Boccaccio diretta da Branca32 presenIL CARME YTALIE IAM CERTUS HONOS 29 Offro in entrambi i casi la trascrizione semidiplomatica, desunta direttamente dal codice Pal. 323 (per la cui descrizione, si veda il saggio di Bertelli, scheda nr. 7). Cfr. infra Fiorentini, pp. 90 e 93. 30 Sembra assodato che Boccaccio abbia confezionato più raccolte contenenti le opere di Dante simili a To, Ri e Chig. La dimostrazione filologica dell’esistenza di almeno un altro paio di raccolte ora perdute si deve a Michele Barbi che si è basato sullo studio della tradizione delle diverse versioni del Trattatello in laude di Dante (M. BARBI, Qual’è la seconda redazione della “Vita di Dante” del Boccaccio, in Studii su Giovanni Boccaccio, a cura della Società Storica della Valdelsa, Castelfiorentino, 1913 pp. 101-141, poi in ID., Problemi di critica dantesca, I, Firenze, Sansoni, 1934, pp. 395-427). 31 A.F. MASSÈRA, Di tre epistole…, cit., p. 35. Cfr. infra Fiorentini, p. 90. 32 Tutte le opere di Giovanni Boccaccio, vol. I-VIII, a cura di V. Branca, Milano, Mondadori, 1967-1998.
ta nel V volume tutti i carmina del Boccaccio a cura di Giuseppe Velli, tra cui Ytalie iam certus honos. Il Velli ripropone l’ipotesi del Massèra, ma fa notare come questa sia viziata da un errore di metodo. Nota che il periodo della prima stesura del carme è assegnato al 1351-53 sulla base delle scrizioni del Pal. 323, ma che tale codice contiene la versione che si legge nel Chigiano, individuata come seconda redazione. In questo caso, «il periodo 1351-53 vale per il testo ritoccato, non per quello del Vat. Lat. 3199. Di conseguenza, per quest’ultimo, nessun dato obiettivo esiste veramente (ma poiché i ritocchi subiti sono, sì è detto, del tutto marginali, non sarà da anticipare di molto rispetto al definitivo)»33. In altre parole, l’opinione vulgata delle due redazioni è passata in giudicato. 1.3. Recenti studi paleografici accertano che la mano che stende il carme in una guardia del Vaticano che si ritiene appartenuto al Petrarca è quattrocentesca e imitativa rispetto alla grafia della mano fondamentale34. Il dato costringe a una radicale riconsiderazione, cronologica e culturale, dell’intera vicenda; e rende particolarmente desiderabile un esame allargato all’intero testimoniale dei mss. che riportano il testo di Ytalie iam certus honos. Per prima cosa fornisco la lista, in ordine alfabetico, dei manoscritti che contengono il carme (sostanzialmente conforme a quella fornita da Branca) accompagnandola, ove possibile, con qualche parola di commento35 . ELISABETTA TONELLO 33 G. BOCCACCIO, Carmina, a cura di G. Velli, in Tutte le opere di Giovanni Boccaccio, V/1, Milano, Mondadori, 1992, pp. 375-492: 388. 34 M. BOSCHI ROTIROTI, Sul carme “Ytalie iam certus honus” del Boccaccio, nel Vaticano Latino 3199, in «Studi danteschi», LXVIII, 2003, pp. 131-137, nonché infra Bertelli, pp. 72-74. 35 Mi baso sugli elenchi di codici contenenti il carme III (ovvero Ytalie iam certus honos) forniti da Branca (V. BRANCA, Tradizione delle opere di Giovanni Boccaccio, I. Un primo elenco dei codici e tre studi, Roma, Edizioni di Storia e Letteratura, 1958, e ID., Tradizione delle opere di Giovanni Boccaccio, II. Un secondo elenco di manoscritti e studi sul testo del “Decameron” con due appendici, Roma, Edizioni di Storia e Letteratura, 1991). Una precisazione: il ms. indicato in quest’ultimo elenco con la segnatura GD2 (il codice 51 della biblioteca dei marchesi Durazzo-Pallavicini di Genova, già A IV 7, già 13 D, XXXVI) è in realtà ancora il Durazzo 13, presente nel primo elenco con la segnatura GD. La confusione discende dalla doppia segnatura che i codici della biblioteca di Genova riportano. Per una puntuale descrizione paleografica di questi codici rimando fin d’ora alle schede fornite da Bertelli nel saggio che segue.
1. Barb. lat. 2082 (= Barb) Contiene diversi componimenti italiani e latini e alcuni disegni. Il carme è scritto in un inserto di dimensioni notevolmente inferiori a quelle della misura media dei fogli che compongono il manoscritto, da una mano che non ricompare all’interno del codice. 2. Chig. L V 176 ( = Chig) Al f. 79r si segnala la riproposizione programmatica, di pugno del Boccaccio, di due versi del carme, il primo allusivo a Petrarca (Ytalie iam certus honos cui tempora lauro) e il terzo riferito all’opera di Dante (Dantis opus doctis, vulgo mirabile, nullis), ciò che sembra confermare la volontà di riunire (e di riunirsi a?) le opere dei massimi esponenti della letteratura fiorentina contemporanea. G. VANDELLI, Boccaccio editore…, cit.; G. AUZZAS, I codici autografi. Elenco e bibliografia, in «Studi sul Boccaccio», VII, 1973, pp. 1-20; e D. DE ROBERTIS, Il “Dante e Petrarca” di Giovanni Boccaccio, introduzione all’edizione fototipica Il codice Chigiano L. V. 176 autografo di Giovanni Boccaccio, Roma-Firenze, Alinari, 1974, pp. 7-72. 3. Durazzo A IV 7 (= Dur. 13) S. BERTELLI, La “Commedia” all’antica, Firenze, Mandragora, 2007, p. 146 nr. 42. 4. Durazzo A IV 9 (= Dur. 16) S. BERTELLI, La “Commedia” all’antica, cit., p. 146 nr. 43. 5. Fior. Pal. 323 (= Pal. 323) S. BERTELLI, La “Commedia” all’antica, cit., p. 141 nr. 34. 6. Fior. Pal. 561 (= Pal. 561) I codici Palatini della R. Biblioteca Nazionale Centrale di Firenze, vol. II, a cura di L. Gentile, Roma 1885-1890 e D. ALIGHIERI, La vita nuova, a cura di M. Barbi, Firenze, Le Monnier, 1907 (2a ed. Firenze, Bemporad, 1932). 7. Laur. Strozz. 22 (= S) Il manoscritto è ricco di postille e maniculae a testimonianza dell’interesse del possessore per l’universo scientifico. L’acquirente del codice dimostra quindi una certa propensione alla sfera più propriamente umanistica, e del resto sarebbe anacronistico ritenere i due ambiti separati. Come avverte ad es. Doris Ruhe riguardo agli interessi scientifici di Boccaccio; «une introduction à l’astronomie […] faisait parti au XIVème siècle d’une formation universitaire normale»36. In particolare proprio l’oIL CARME YTALIE IAM CERTUS HONOS 36 D. RUHE, Boccaccio astonomien?, in Gli Zibaldoni di Boccaccio. Memoria, scrittura, riscrittura. Atti del seminario internazionale (Firenze-Certaldo, 26-28 aprile 1996), a cura di M. Picone e C. Cazalé Bérard, Firenze, Cesati, 1998, pp. 65-79: 72.
pera di Sacrobosco De sphaera, della prima metà del XIII sec., aveva fatto scuola; «ce texte […] était conçu pour servir de manuel d’enseignement dans tout les universités»37 . 8. Magliabechiano VI 30 (= Magl. VI 30) D. ALIGHIERI, La vita nuova…, cit., pp. XXXIII-XXXIV, e D. ALIGHIERI, Rime, a cura di D. De Robertis, Firenze, Le Lettere, 2002, vol. I/1, p. 228. 9. Magliabechiano VII 1040 (= Magl. VII 1040) D. DE ROBERTIS, Un codice di rime dantesche ora ricostituito (Strozzi 620), in «Studi danteschi», XXXVI, 1959, pp. 137-205; ID., Nuove integrazioni allo Strozzi 620, in «Studi danteschi», XXXVIII, 1961, pp. 157-165; ID., Del codice Strozzi 619 (per lo Strozzi 620), in «Studi danteschi», XXXIX, 1962, pp. 107-117; A. BETTARINI BRUNI, Un manoscritto ricostruito della “Vita di Dante” di Boccaccio e alcune note sulla tradizione, in «Studi di filologia italiana», LVII, 1999, pp. 235-255; D. ALIGHIERI, Rime…, cit., vol. I/1 pp. 243-245. 10. Monaco Ital. 167 Il manoscritto cartaceo è composto da diversi fascicoli e fogli e scritto da mani diverse. Contiene vari discorsi e trattati. La terza sezione (del XVII sec.) ospita il carme (f. 138-139), all’interno della Vita del Petrarca di Ludovico Beccadelli38 . 11. Vat. lat. 3199 (= Vat) N. GIANNETTO, Bernardo Bembo, umanista e politico veneziano, Firenze, 1985, pp. 344-347; M. BOSCHI ROTIROTI, Sul carme…, cit.; EAD., Codicologia trecentesca della “Commedia”. Entro e oltre l’antica vulgata, Roma, Viella, 2004, p. 114. Giannetto però, come la maggior parte degli studiosi, non sembra notare che la mano che verga il carme è differente e più tarda rispetto a quella del testo. Bisogna in primo luogo avvertire che l’elenco stilato da Branca non può dirsi completo. Il ms. Monaco Ital. 167, segnalato tra gli altri, è in realtà un testimone di tradizione indiretta. Conserva il carme riportato da Beccadelli nella sua biografia del Petrarca: la Vita del Pe- ELISABETTA TONELLO 37 Ivi, p. 73. Bibliotheca Leopoldina Laurentiana, seu Catalogus manuscriptorum qui iussu Petri Leopoldi … in Laurentianam translati sunt, … A.M. Bandini… recensuit, illustravit, edidit, 3 voll., Florentiae, 1791-1793, Vol. II, pp. 319-322; ARISTOTELES LATINUS, Codices. Pars posterior, descripsit G. Lacombe in societatem operis adsumptis A. Birkenmajer, M. Dulong, Aet. Franceschini, supplementis indicibusque instruxit L. Minio-Paluello, Cantabrigiae, 1955, II, p. 56, nota; AVICENNA LATINUS, Codices, par M.-T. D’Alverny, Louvain La Neuve-Leiden, 1994, pp. 395-398. 38 http://www.manuscripta-mediaevalia.de/.
trarca. I codici che attestano quest’opera sono in realtà molti di più; se ne conoscono due redazioni e in entrambe figura il carmen. La prima si diffuse, seppur per vene non larghe, nei manoscritti e nelle stampe. Dal manoscritto Palatino 974/3 della Biblioteca Palatina di Parma, vergato da uno scriba del Beccadelli, ma corretto dal Beccadelli medesimo e da Antonio Giganti essa fu trascritta, sempre da uno scriba del Beccadelli, nel Palatino 973/1, bella copia del testimone precedente del quale accoglie correzioni e aggiunte marginali. La Vita, attestata nel codice 167 della Bayerische Staatsbibliothek di Monaco, appartenuto a Pier Vettori, compare anche nel Vaticano lat. 3220, che fu di Fulvio Orsini e nei Vaticani lat. 6168 e Urb. 81439 . Un unico ms. testimonia invece la seconda redazione: il Marc. lat. XIV 79 (= 4331). Di questi manoscritti, compreso il Mon. Ital. 167, si dirà in seguito, essendo la loro importanza limitata rispetto alla questione principale che si vuole affrontare. Il carmen viene inserito dall’autore nella narrazione, e di conseguenza copiato nei vari codici, nella versione che ne dà il Beccadelli o il suo antigrafo, che è, come si vedrà, «un raffazzonamento cinquecentesco»40. Si prenderà dunque come unico riferimento il ms. idiografo della prima redazione (Palatino 974/3) cui si è deciso di affiancare il suo primo derivato (Palatino 973/1), escludendo quindi gli altri descripti. 1.4. La novità fondamentale che emerge dall’elenco è, naturalmente, l’età della mano che copia il carme di Boccaccio sulla carta di guardia di Vat. Come si è anticipato, il dato è già di per sé sufficiente per mettere in crisi le ricostruzioni fino ad ora formulate. Data anche l’importanza assunta nelle ricostruzioni critiche dei nostri tempi dalla testimonianza di Pal. 323 («Versi di messer Giovanni Boccacci a messer Franco Petrarche mandatigli a Vignone choll’opera di Dante…»), sembra opportuno collazionare integralmente tutti i testi. Il dato di partenza non può non essere l’iscrizione che precede il carme: questa infatti si differenzia in vario modo negli esemplari. Nel Chig. L V 176, autografo del Boccaccio, così come nel Pal. 561 e nel Magl. VI 30 si legge Illustri viro Francisco petrarce laureato. Il solo MaIL CARME YTALIE IAM CERTUS HONOS 39 G. FRASSO, Studi sui “Rerum vulgarium fragmenta” e i “Triumphi”. Vol. 1: Francesco Petrarca e Ludovico Beccadelli, Padova, Antenore, 1983 pp. 12-13. 40 A.F. MASSÈRA, Di tre epistole…, cit., p. 294.
gl. VI 30 aggiunge Domino tra viro e Francisco e continua con Joannes Boccatius, Certaldi S.D. omettendo la firma dell’autore alla fine del carme. Anche il Palatino 974/3 (= Pal. 974/3) omette la firma del poeta (essendo il carme riportato all’interno di un discorso più ampio) e sceglie una titolazione del medesimo tipo: Illustri viro domini Francisco Petrarca laureato. Altri due testimoni recano una scrizione del tutto simile: Pal. 323 e Dur. 13: Versi di messer Giovanni Boccacci, a messer Francesco Petrarche mandatigli Avignone coll’opera di Dante, ne quali loda detta opera e persuadegli che la studi. Entrambi recano in margine: Versus Johannis Boccacci ad Franciscum petrarcham cum ei librum dantis ad avinionem transmitteret transcripti ex originalibus ipsius Boccaccij. Sono vicini a questa soluzione Barb e Magl. VII 1040 che riportano la stessa iscrizione, ma non la replica in latino a margine. Leggermente diverso il comportamento di Dur. 16, che però, almeno nel significato, presuppone il medesimo tipo di lezione: Pistola di messer Giovanni Boccacci a Messer Francesco Petrarca quando gli mandò l’opera di dante la quale non avea ancor veduta. Nessuno di questi testimoni riporta il nome dell’autore a conclusione del carme, e il solo Dur. 16 chiude con la parola: Finis. Chig e Pal. 561 invece registrano il nome di Boccaccio al termine dei versi: Iohannes Boccaccius de Certaldo florentinus. Anche Vat e S, che intitolano il carme Francisco Petrarche poete unico atque illustri (lo Strozziano aggiunge: super Dantis opere), terminano con la firma, però meno formale e più intima, Iohannes de Certaldo tuus. Riassumo i dati in una tabella sinottica, per agevolare il confronto. La sequenza dei manoscritti è, per ora, congetturale. Ms. Inscriptio Subscriptio Vat Francisco Petrarche poete unico Iohannes de Certaldo tuus atque illustri S Francisco Petrarce poete unico Iohannes de Certaldo tuus atque illustri Chig Illustri viro Francisco petrarce laureato Iohannes Boccaccius de Certaldo florentinus Pal. 561 Illustri viro Francisco petrarce laureato Iohannes Boccaccius de Certaldo florentinus ELISABETTA TONELLO
Magl. VI 30 Illustri viro domino Francisco petrarce – laureato. Joannes Boccatius, Certaldi S.D. Pal. 974/3 Illustri viro domino Francisco Petrarca – laureato Pal. 973/1 Illustri viro domino Francisco Petrarca – laureato Pal. 323 Versi di messer Giovanni Boccacci, a mes- – ser Francesco Petrarche mandatigli a Vignone coll’opera di Dante, ne quali loda detta opera e persuadegli che la studi. Marg.: Versus Johannis Boccacci ad Franciscum petrarcham cum ei librum dantis ad avinionem transmitteret transcripti ex originalibus ipsius Boccaccij Dur. 13 Versi di messer Giovanni Boccacci, a mes- – ser Francesco Petrarche mandatigli a Vignone coll’opera di Dante, ne quali loda detta opera e persuadegli che la studi. Marg.: Versus Johannis Boccacci ad Franciscum petrarcham cum ei librum dantis ad avinionem transmitteret transcripti ex originalibus ipsius Boccaccij Barb Versi di messer Giovanni Boccacci, a mes- – ser Francesco Petrarche mandatigli Avignone coll’opera di Dante, ne quali loda detta opera e persuadegli che la studi. Magl. VII Versi di messer Giovanni Boccacci, a mes- – 1040 ser Francesco Petrarche mandatigli Avignone coll’opera di Dante, ne quali loda detta opera e persuadegli che la studi. Dur. 16 Pistola di messer Giovanni Boccacci a Finis Messer Francesco Petrarca quando gli mando l’opera di dante la quale non avea ancor veduta Premesso che la ridotta estensione del carme non agevola la classificazione secondo il metodo degli errori comuni, si può anticipare che, come vedremo, questa prima suddivisione rispecchia già a grandi linee la posizione stemmatica che assumeranno i vari codici. Mentre Vat e S rappresenteranno la famiglia vs, Chig, Magl. VI 30 e gli alIL CARME YTALIE IAM CERTUS HONOS
tri formeranno la famiglia ch; Pal. 323, Dur. 13, Barb, Magl. VII 1040 e Dur. 16 costituiranno la sottofamiglia dur. Resta isolato il capostipite della tradizione Beccadelli, Pal. 974/3 (+ Pal. 973/1) che pur presentando un assetto in parte assimilabile a quello di ch introduce varianti di sostanza di notevole peso. Scelgo quindi per comodità di esplicitarne separatamente gli esiti. Presento qui i fondamenti di questa classificazione, avvertendo però che, data appunto la brevità del carme, si tratta per lo più di errori non propriamente monogenetici e, in qualche caso, poco significativi. Si impiega come testo di riferimento l’edizione curata da Velli, condotta sulla base del Chigiano41 . L’unico errore di qualche entità che lega dur (= Barb, Dur. 13, Dur. 16, Fior. Magl. VII 1040, Pal. 323) è un’inversione, cui aggiungiamo alcuni facili errori paleografici: Tav. 1 Varianti di dur (= Barb, Dur. 13, Dur. 16, Magl. VII 1040, Pal. 323) v. 38 suscipe, perlege, iunge tuis, cole, comproba: nam si ch + vs] suscipe iunge tuis cole p(er)lege comproba dur; suscipe iunge tuis lauda cole perlege [comproba] Pal. 974/3 + Pal. 973/1 A giudizio del Massèra la lezione di riferimento sarebbe «secondo la logica, di gran lunga superiore, essendo, infatti, nell’ordine naturale delle cose che un libro donato incontri prima la grata accoglienza di chi lo riceve, poi la lettura e poi l’immissione tra i libri già posseduti e quindi, per effetto della lettura, l’ammirazione e l’apologia»42. Forse vale la pena notare che il significato di perlege non implica una semplice lettura, ma un esame approfondito e di conseguenza si potrebbe ritenere in questo caso valida l’ipotesi di un intervento cosciente da parte del copista che sposterebbe la rilettura attenta dell’opera su di un piano temporale successivo rispetto alle altre azioni. v. 4 ante, reor, simili compactum carmine seclis ch + vs + Pal. 974/3 + Pal. 973/1] sedis dur La facilità di fraintendimenti dovuta alla vicinanza grafica tra cl e d trova conferma nel comportamento di Barb che, pur scrivendo a testo sedis, appone in mar- ELISABETTA TONELLO 41 G. BOCCACCIO, Carmina…, cit. Si veda poi infra Fiorentini. 42 A.F. MASSÈRA, Di tre epistole…, cit., p. 32.
gine l’esito seclis. Difficile pensare ad una editio variorum, giacché questa è l’unica annotazione a margine; si dovrà quindi supporre lettura dubbia da parte del copista. v. 21 altera florigenûm meritis tamen improba lauris ch + Pal. 974/3 + Pal. 973/1] altera florigenûm meritis tamen – laurus dur (lauros Barb); inque datura fuit meritas quas – lauros (lauro S) vs L’esito del Barb potrebbe spiegarsi paleograficamente per affinità con quello degli altri rappresentanti di dur. Completamente diverso il comportamento di vs, per il quale si rimanda la discussione alla tavola successiva. All’interno di dur è possibile intravedere un’ulteriore suddivisione, tra Barb, Magl. VII 1040 (= bm) da un lato e i testimoni restanti dall’altro. Due errori legano infatti i primi due manoscritti contro gli altri, che ne sono esenti: Tav. 2 Errori di bm (= Barb, Magl. VII 1040) contro Pal. 323, Dur. 13 e Dur. 16 v. 29 cuncta trahi; dicesque libens: – Erit alter ab illo ch + dur (- bm) + vs + Pal. 974/3 + Pal. 973/1] tibi bm v. 33 ingentes fert grande suum duce nomine nati ch + dur (- bm) + vs + Pal. 974/3 + Pal. 973/1] fere bm Non vi sono, al contrario, errori che permettano di avvicinare Pal. 323, Dur. 13 e Dur. 16 contro bm. Nonostante ciò, tenendo conto dell’intitolazione e della mano del copista saremmo indotti a credere che vi sia un più stretto rapporto tra Pal. 323 e Dur. 13 (= fd). Dur. 16 invece si stacca decisamente dal resto del gruppo, non solo per argomenti esterni43, ma anche per la presenza di alcune lezioni singulares, che lasciano intravedere una certa frettolosità e trascuratezza: IL CARME YTALIE IAM CERTUS HONOS 43 Rimando alla discussione sulle titolazioni poco sopra. Il ms. è l’unico a offrire un tipo di inscriptio e a chiudere il carme con Finis.
Tav. 3 Errori esclusivi di Dur. 16 v. 3 Dantis opus doctis, vulgo mirabile, nullis Chig. L V 176 + dur (- Dur. 16) + vs ] [doctis] Dur. 16; datis Pal. 561, Magl. VI 30; dantis opus vulgo quo numquam doctius ullis Pal. 974/3 + Pal. 973/1 v. 5 nec tibi sit durum versus vidisse poete ch + dur (- Dur. 16) + vs + Pal. 974/3 + Pal. 973/1] dixisse Dur. 16 (in interr. vid-) v. 23 Insuper et nudas coram quas ire Camenas ch (- Magl. VI 30) + dur (- Dur. 16) + vs] curam – ire Dur. 16; coram – ille Magl. VI 30; et coram si nudas ire Pal. 974/3 + Pal. 973/1 Molto più sostanziosi gli errori di vs (= Vat, S). Si tratta di quella che viene considerata la I redazione del carme e che qui, per mantenere sospeso il giudizio, scelgo di chiamare redazione Vaticana, cui si oppone quella che si è ritenuto essere la seconda versione, che si legge nell’autografo di Boccaccio e negli altri testimoni e che verrà indicata qui come redazione Chigiana. Tav. 4 Varianti di vs (= S, Vat) v. 9 quid metrum vulgare queat monstrare modernum ch + dur + Pal. 974/3 + Pal. 973/1] metris vs In questo punto Boccaccio difende Dante dall’accusa di aver scritto in volgare perché incapace di misurarsi col latino: il poeta, al contrario, voleva dimostrare di cosa fosse capace la poesia volgare. A giudizio del Velli, la variante implicherebbe una formula più diretta: «il volgare nella poesia»44 . v. 15 nature celique vias terreque marisque ch + dur + Pal. 974/3 + Pal. 973/1] celique vs L’errore di ripetizione, direi altamente significativo, è una palese svista del copista. La sua presenza escluderebbe la responsabilità del Boccaccio. Non è segnalato né da Velli, né da Massèra, al contrario degli altri 4 casi. Il codice Vat mostra però in questo punto un segno di rimando e sul margine sinistro riporta, pur se difficilmente percettibile nelle riproduzioni, la lezione corretta terreque. Lo stesso errore ELISABETTA TONELLO 44 G. BOCCACCIO, Carmina…, cit., p. 389.
non viene sanato in S e, se non si tratta di intervento posteriore in Vat, ciò potrebbe costituire un indizio della collateralità tra i due testimoni, che copierebbero da un antigrafo che offriva, oltre all’errore anche la correzione, magari poco visibile o in posizione infelice tanto da impedirne la percezione. v. 20 agnomen, factusque fere est gloria gentis ch + dur] fere est par gloria vs; est magne gloria Pal. 974/3 + Pal. 973/1 Già il Massèra fece osservare che al v. 20, così come sta nella seconda redazione, bisogna ammettere «un molesto iato dopo fere» 45. Al contrario la prosodia è più regolare con l’inserzione del monosillabo, che muta però il senso della frase, come si vedrà nella discussione del verso successivo, a questo naturalmente legato. v. 21 altera florigenûm meritis tamen improba lauris ch + Pal. 974/3 + Pal. 973/1] inque datura fuit meritas quas – lauros (lauro S) vs; altera florigenûm meritis tamen – laurus dur (lauros Barb) La variante investe la logica prosecuzione del verso in cui Dante viene additato come seconda gloria fiorentina (altera rispetto al poeta Claudiano): che viene qui obliterata in favore di una soluzione più neutrale. Dante, nella traduzione del Massèra diviene “quasi una simile gloria della sua gente, e fu per dargli il meritato alloro di cui la crudel morte troppo affrettata gli vietò coronarsi”. L’oscurità del riferimento a Claudiano (fraintendibile persino con Petrarca, come per es. ritiene erroneamente Massèra) potrebbe avere indotto a cambiare il testo, in modo però inaccettabile. v. 31 quem genuit grandis vatum Florentia mater ch + dur + Pal. 974/3 + Pal. 973/1] vatum grandis vs Semplice inversione. A livello di metrica semantica si avverte qualche differenza. S vanta errori propri, oltre a quelli in comune con Vat. Innanzitutto il posticipo di un intero verso (v. 30 quem laudas meritoque colis, per secula, Dantes), che finisce due versi sotto (v. 33); altre corruzioni invece sono: Tav. 5 Errori esclusivi di S v. 23 Insuper et nudas coram quas ire Camenas ch + dur (- Dur. 16) + Vat] coram – ille S; curam – ire Dur. 16; et coram si nudas ire Pal. 974/3 + Pal. 973/1 IL CARME YTALIE IAM CERTUS HONOS 45 A.F. MASSÈRA, Di tre epistole…, cit., p. 32.
v. 32 atque veretur ovans; nomen celebrisque per urbes ch + dur + Vat] atque veretur – orbes S; et veneratur – urbes Pal. 974/3 + Pal. 973/1 v. 36 nec Latium solum fama sed sydera pulses ch (- Magl. VI 30) + dur + Vat + Pal. 974/3 + Pal. 973/1] nec – si S; hec – sed Magl. VI 30. Nessuna di queste corruttele si legge in Vat; che a sua volta non presenta errori separativi nei confronti dello Strozziano. Si ricorda che la datazione di S parrebbe più alta rispetto a Vat; se così fosse, i due codici deriverebbero dunque da un comune ascendente, disponendosi in rapporto di collateralità. All’interno di ch, Pal. 561 e Magl. VI 30 si collocano in posizione isolata rispetto a Chig. L V 176. Essi presentano infatti due errori congiuntivi estranei all’autografo del Certaldese, ma non possiedono neppure gli errori tipici degli altri sottogruppi. Dovremmo quindi immaginarli come descripti del testo di Chig. L V 176 o di un suo affine, magari contenuto in una delle sillogi boccacciane perdute. Gli errori più notevoli di Pal. 561 e Magl. VI 30 (= fm) sono i seguenti: Tav. 6 Errori congiuntivi di fm (= Pal. 561 e Magl. VI 30) v. 3 Dantis opus doctis, vulgo mirabile, nullis Chig. L V 176 + dur (- Dur. 16) + vs] datis, vulgo mirabile, nullis fm; [doctis], vulgo mirabile, nullis Dur. 16; dantis opus vulgo quo numquam doctius ullis Pal. 974/3 + Pal. 973/1 v. 17 Iulia Pariseos dudum serusque Britannus Chig. L V 176 + dur + vs] serasque fm (Parisea Magl. VI 30); extremosque Pal. 974/3 + Pal. 973/1 In questo verso il Magl. VI 30 introduce un’ulteriore corruzione. Vi sono inoltre altre corruttele, presenti in Magl. VI 30, da cui è esente Pal. 561. Tuttavia si legge anche un errore separativo in Pal. 561, che fa propendere per l’ipotesi della collateralità. Ecco dunque gli errori di Magl. VI 30. ELISABETTA TONELLO
Tav. 7 Errori esclusivi di Magl. VI 30 e lectio singularis di Pal. 561 v. 4 ante, reor, simili compactum carmine seclis ch (- dur) + vs + Pal. 974/3 + Pal. 973/1] reo Magl. VI 30; reor – sedis dur v. 7 frondibus ac nullis redimiti. Crimen inique ch (- Magl. VI 30 Pal. 974/3 + Pal. 973/1) + dur + vs] carmen Magl. VI 30; crimine Pal. 974/3 + Pal. 973/1 v. 34 Nunc, oro, mi care nimis spesque unica nostrum inique ch (- Magl. VI 30) + dur + vs + Pal. 974/3 + Pal. 973/1] Hunc Magl. VI 30 v. 36 nec Latium solum fama sed (si S) sydera pulses ch (- Magl. VI 30) + dur + vs + Pal. 974/3 + Pal. 973/1] hec – sed Magl. VI 30. Infine presento l’errore di Pal. 561. v. 22 mors properata nimis vetuit vincire capillos ch (- Pal. 561) + dur + vs + Pal. 974/3 + Pal. 973/1] venit Pal. 561. Come si sarà notato, il comportamento di Pal. 974/3 (e quello sempre concorde del suo derivato Pal. 973/1) è in più casi notevolmente diverso da quello di tutti gli altri mss. in esame. Possiamo certamente escludere che faccia parte di vs non presentando alcuno dei suoi errori caratteristici. Non si accorda neppure con gli errori di dur, anche se va segnalato l’accordo parziale al verso 38 (vedi supra p. 18). Infatti dur sposta perlege dalla seconda alla penultima posizione nella lista di imperativi (suscipe iunge tuis cole perlege comproba) e anche Pal. 974/3 sceglie di spostare il verbo in fondo, ma interviene anche inserendo lauda al posto di comproba: suscipe iunge tuis lauda cole perlege. Presento e commento solo alcune delle sue uscite caratteristiche in una tavola a parte. IL CARME YTALIE IAM CERTUS HONOS
Tav. 8 Lezioni singulares di Pal. 974/3 (+ Pal. 973/1) v. 3 Dantis opus doctis, vulgo mirabile, nullis Chig. L V 176 + fd + bm + vs] vulgo quo numquam doctius ullis Pal. 974/3 + Pal. 973/1; datis vulgo mirabile nullis fm; [doctis] vulgo mirabile nullis Dur. 16. v. 7 frondibus ac nullis redimiti. Crimen (Carmen Magl. VI 30) inique ch (- Pal. 974/3 Pal. 973/1) + dur + vs] crimine Pal. 974/3 + Pal. 973/1. Il cambiamento di caso, da nominativo ad ablativo genera un rivolgimento sintattico. Dante non è stato incoronato dell’alloro a causa della fortuna malvagia. v. 8 fortune exilium; reliquum, voluisse futuris ch + dur + vs] Hoc etenim exilium potuisse Pal. 974/3 + Pal. 973/1 v. 13 traxerit hunc iuvenem studiis per celsa nivosi ch + dur + vs] ut iuvenem Phoebus Pal. 974/3 + Pal. 973/1 La costruzione del verbo noscere senza la congiunzione ut è più raffinata perché più aderente all’uso classico. Forse concorre alla variazione l’eco della lettera a Pizzinga dello stesso Boccaccio, nello specifico la tessera testuale «in citharam traxisse Phoebum»46, inserita in un contesto molto simile dal punto di vista contenutistico trattandosi di un altro elogio che l’autore del Decameron fa di Dante. v. 17 Iulia Pariseos (Parisea Magl. VI 30) dudum serusque (serasque fm) Britannus ch (- fm) + dur + vs] extremosque Pal. 974/3 + Pal. 973/1. v. 20 agnomen, factusque fere est gloria gentis ch + dur] est magne Pal. 974/3 + Pal. 973/1; fere est par vs Sembrerebbe aggiustamento prosodico e insieme contenutistico. Al copista sfugge l’oscuro riferimento a Claudiano e, con l’intento di lodare Dante, elimina il “riduttivo” avverbio fere e immette magne. v. 23 Insuper et nudas coram quas ire Camenas ch + fd + bm + Vat] coram si nudas ire Pal. 974/3 + Pal. 973/1; nudas curam quas ire Dur. 16; nudas coram quas ille S ELISABETTA TONELLO 46 G. BOCCACCIO, Epistole, a cura di G. Auzzas, in Tutte le opere di Giovanni Boccaccio…, cit., V/1, pp. 493-856: 666.
v. 24 forte reris primo intuitu, si claustra Plutonis ch + dur + vs] putas Pal. 974/3 + Pal. 973/1 La scelta del verbo putativo non intacca la sostanza del discorso. v. 25 mente quidem, reseres tota montemque superbum ch + dur + vs] amnem Pal. 974/3 + Pal. 973/1 v. 32 atque veretur ovans; nomen celebrisque per urbes ch + dur + Vat] et veneratur – urbes Pal. 974/3 + Pal. 973/1; atque veretur – orbes S Potrebbe essere banalizzazione di un copista (veretur > veneratur) che obbliga a sostituire la congiunzione bisillabica con un monosillabo per evidenti ragioni prosodiche, oppure potrebbe essere intervento volontario in direzione di un’intensificazione del valore verbale. v. 39 feceris, ipse tibi facies multumque favoris ch + dur + vs] hoc magnis et te decorabis et illum Pal. 974/3 + Pal. 973/1 v. 40 exquires; et, magne, vale, decus Urbis et orbis ch + dur + vs] laudibus nostrae eximium Pal. 974/3 + Pal. 973/1 Nel complesso, l’esame delle innovazioni conferma che si tratta, con tutta probabilità, di una riscrittura cinquecentesca. Chiameremo dunque becc lo snodo dello stemma, dipendente da ch, da cui si dirama il testo Beccadelliano qui rappresentato dal solo testimone Parm. 974/3, da cui dipendono tutti gli altri esemplari, compreso il Marc. Lat. XIV 79 recante la seconda redazione. Per approfondimenti si rimanda a Frasso, Studi. È venuto il momento di trarre alcune conclusioni: la collazione dei vari manoscritti, suggerisce una contrapposizione tra la redazione vaticana (vs) e la redazione Chigiana, autografa in Chig, del carme (ch). Si individua poi abbastanza nettamente una riscrittura cinquecentesca del carme che trae origine da ch (= becc). Infine, ma qui i rapporti reciproci risultano meno sicuri, va considerato il testo di dur, del quale è probabilmente responsabile un copista attivo in un’officina. Prima di tracciare uno stemma, sarà quindi di qualche utilità un supplemento di indagine, che permetta di precisare la posizione stemmatica di alcuni testimoni. IL CARME YTALIE IAM CERTUS HONOS
2. Altre indagini sui membri di ch 2.1. Come si è già accennato, solo quattro, degli undici testimoni che conservano il carme, sono latori della Commedia di Dante. Avendo a disposizione le collazioni sui loci barbiani di approssimativamente tutta la tradizione per quanto riguarda l’Inferno e il Paradiso e di 250 codici in Purgatorio, è possibile ragionare sulle relazioni stemmatiche esistenti tra questi esemplari alla ricerca di conferme delle posizioni genealogiche or ora individuate47 . Ricordo che, oltre a Vat, i manoscritti contenenti il poema dantesco sono: Dur. 13, Dur. 16, Pal. 323. A questi va aggiunto il già ricordato autografo Chigiano di Boccaccio. L’autografo, come è noto, riporta un tipo di testo che viene a più riprese rielaborato e mondato di quelli che al Certaldese dovettero apparire errori e corruttele. Boccaccio agì sul poema copiandolo diverse volte e creando un testo che via via introduceva sempre maggiori ripensamenti e varianti. Con le parole di Vandelli: La pluralità stessa di queste sillogi autografe dimostra che il Boccaccio non lavorò già per sé solo, ma per divulgare sempre più le opere del Poeta. Anche la dichiarazione che egli fa per giustificare il distacco delle Divisioni della Vita Nuova dal testo, è rivolta evidentemente al gran pubblico, dicendovisi “Meraviglierannosi molti” con quel che segue; i molti sono il pubblico dei lettori, presso i quali il novello editore vuole preventivamente giustificare la novità48 . Altro movente, che spinge l’autore a copiare e unire insieme le opere dantesche più volte, sempre secondo Vandelli, fu il «tentativo di offrire al pubblico testi migliori, soprattutto della Commedia» 49. Come si sa, ci sono pervenuti tre codici di mano del Certaldese che testimoniano le diverse fasi del suo lavoro di editore: To, Ri e, appunto, Chig, secondo quello che è considerato, dalla maggior parte degli studiosi, l’ordine cronologico di successione50. Il Toledano (To. 104.6) ELISABETTA TONELLO 47 Per la precisione dispongo delle collazioni di tutti i mss. contenenti almeno trenta canti in Inferno e Paradiso, ad esclusione di 28 esemplari. 48 G. VANDELLI, Giovanni Boccaccio editore…, cit., p. 151. 49 Ivi, p. 152. 50 Un diverso ordine è proposto da F. MALAGNINI, Il libro d’autore dal progetto alla realizzazione: il “Teseida delle nozze d’Emilia” (con un’appendice sugli autografi di Boccaccio), in «Studi sul Boccaccio», XXXIV, 2006, pp. 3-102: 57-88.
contiene la Vita di Dante, seguita dalla Vita Nuova, dalla Commedia intervallata dagli argomenti in terza rima e da quindici canzoni dantesche. Ri (Ricc. 1035) è un grosso lacerto che offre quasi per intero la Commedia seguita dalle 15 canzoni. I due spezzoni del fondo Chigi che costituiscono Chig (Chig. L V 176 + Chig. L VI 213) comprendono Trattatello, Vita Nuova, Donna me prega, Ytalie iam certus honos, le 15 canzoni, sonetti del Petrarca e Commedia (con argomenti in terza rima e rubriche in prosa). Inoltre, Barbi studiando le diverse redazioni del Trattatello in laude di Dante, afferma: Prima che nel Chigiano L, V, 176, il Boccaccio credo avesse già trascritto il secondo Compendio a capo di un’altra raccolta di opere dantesche, la quale, come quella che dové avere in testa il primo Compendio, non c’è rimasta; difatti se confrontiamo la lezione del Trattatello qual è nel Chigiano con quella del Pal. 204 della Nazionale di Firenze e d’altri testi affini, veniamo alla stessa conclusione a cui son venuto per la Vita Nuova […], cioè che il Palatino non deriva dal Chigiano, né questo da quello, ma tutte e due risalgono a un testo comune; il quale dové essere certo di mano del Boccaccio, se in esso apparve per la prima volta il Compendio ridotto alla forma più breve51 . Se il dato rilevato da Barbi resta saldo nella sostanza, ovvero che deve essere esistita una ulteriore silloge, l’ordinamento di questa all’interno della successione dei testi è stato messo in dubbio da Ricci52 . Nel suo saggio Barbi parla poi di un altro ms. facendo crescere così ulteriormente il computo delle copie; e il numero salirebbe ancor più se si tenesse conto di tutta una serie di lezioni marginali alternative annotate da Boccaccio in To Ri Chig in corrispondenza di diversi punti della Commedia. Molte di esse sfuggirono a Petrocchi, ma sono state evidenziate dal lavoro di Pulsoni sul Vat. lat. 319953. Si arriva così a parlare del «carattere composito dell’editio boccacciana»54 IL CARME YTALIE IAM CERTUS HONOS 51 M. BARBI, Qual’è la seconda redazione…, cit., pp. 424-425n. 52 P.G. RICCI, Le tre redazioni del “Trattatello in laude di Dante”, in «Studi sul Boccaccio», I, 1974, pp. 197-214 ora in ID., Studi sulla vita e sulle opere del Boccaccio, Milano-Napoli, Ricciardi, 1985 e GIOVANNI BOCCACCIO, Trattatello in laude di Dante, a cura di P.G. Ricci, in Tutte le opere di Giovanni Boccaccio…, cit., vol. III, pp. 423-538 (testo), pp. 848-911 (nota al testo, bibliografia e note). 53 C. PULSONI, Il Dante di Francesco Petrarca: Vaticano latino 3199, in «Studi petrarcheschi», X, 1993, pp. 155-208. 54 Ivi, p. 177.
che naturalmente darà vita ad una tradizione compromessa e fluttuante. I copisti, avendo l’opportunità di scegliere tra le diverse lezioni offerte dal testo, copieranno ora una ora l’altra variante (o entrambe) contribuendo a incrementare il disordine nella tradizione del testo della Commedia. Petrocchi ritiene che il «complesso Toledano-Riccardiano-Chigiano di copiatura boccaccesca sia stata determinante per deviare il corso della trasmissione»55. E aggiunge che «non vi potrebbe essere, nel modo più assoluto, prodigio di acribia che riesca a mettere ordine nella selva selvaggia della tradizione boccaccesca»56. Tuttavia, sarebbe sbagliato ritenere, con Petrocchi, che nella trasmissione del testo dantesco sia ravvisabile uno spartiacque corruttore rappresentato dall’edizione del Boccaccio. In realtà il panorama è molto più variegato di quanto si è fino ad ora ritenuto. I rami che compongono la compagine delle copie quattrocentesche della Commedia sono folti e intricati, ma solo in parte derivano dal gruppo Boccaccio. Molte altre tradizioni (del cento, dei copisti di Pr, di Parm, di Lau ecc.) proliferano nel corso del secolo e rendono meno monolitico il testimoniale. In un recente saggio Mecca indaga proprio la consistenza della tradizione Boccaccio per giungere a queste conclusioni: per quel che riguarda il Purgatorio, il gruppo Vaticano-Boccaccio, dall’alto dei suoi sessanta testimoni, rappresenta poco più del 10% dell’intera tradizione della Commedia; i restanti manoscritti non mostrano contatti diretti o affinità particolari di sorta con i codici di Boccaccio, mostrando quindi come la tradizione recenziore della Commedia non dipenda ex toto dalle copie del certaldese. Di più: già l’esistenza di gruppi di manoscritti recenziori afferenti a famiglie toscane in ogni caso antecedenti l’editio del Boccaccio – ad esempio il cento, o addirittura a (Mart Triv) – dimostra in maniera chiara come numerosi codici recenziori travalichino il presunto “sbarramento cronologico” del Boccaccio, e quindi non siano influenzati da esso, come invece da assunto di Petrocchi57 . Come si ricorderà, i tre codici di dur premettono al carme una nota ELISABETTA TONELLO 55 DANTE ALIGHIERI, La Commedia secondo l’antica vulgata, a cura di G. Petrocchi, Milano, Mondadori, 1966-1967, 4 voll. (si cita dall’edizione riv., Firenze, Le Lettere, 1994), I, p. 9. 56 Ibidem. 57 A.E. MECCA, Il canone editoriale dell’antica vulgata di Giorgio Petrocchi e l’editio dantesca del Boccaccio, in Nuove prospettive sulla tradizione della “Commedia”. Seconda serie (2008-2013), a cura di E. Tonello e P. Trovato, Padova, libreriauniversitaria.it, pp. 179- 180.
che ne denuncerebbe la dipendenza da un autografo boccacciano. Diversi studiosi prestandovi fede hanno fatto risalire i tre esemplari alla tradizione di Boccaccio, considerandoli aprioristicamente membri del gruppo appena delineato58 . L’analisi del testo della Commedia di Dur. 13, Dur. 16 e Pal. 323, svolta nell’Appendice II di questo saggio, dimostra anzitutto che le tre copie discendono da antigrafi diversi. Lo stemma codicum che si ottiene riflette la medesima situazione riscontrata per il carme: Dur. 13 e Pal. 323, affini piuttosto stretti, discendenti dallo snodo fd, e Dur. 16 collaterale, dipendente da ffd, un rango sopra (e mostra traccia di contaminazione extrastemmatica). Ma il dato più interessante è che i tre manoscritti mostrano di essere indipendenti da Chig (e dall’intera tradizione Boccaccio (= bocc&). Ne discende che la nota va derubricata da possibile indizio di discendenza boccacciana a banale vanto di un copista che cerca di promuovere la produzione della propria bottega. 2.2. Altre conferme della classificazione suggerita sopra per il carme vengono da altri materiali contenuti nei mss. Per la precisione, il Palatino 561 è portatore della stessa versione del Trattatello in laude di Dante del Chig, e più precisamente della seconda versione nota dopo quella che si fa risalire a To, cui segue una terza versione, sempre compendiata, testimoniata da un altro gruppo di mss59. Inoltre il ms. è individuato da Barbi, nella sua edizione della Vita Nuova del 1932, come discendente dell’autografo di Boccaccio. «Un codice molto simile a Chig. L V 176 è il Palat. 561 della Biblioteca Nazionale di Firenze. […] Contiene le stesse scritture del codice Chigiano L V 176 (meno la canzone del Cavalcanti col relativo commento e le rime del Petrarca), tutte nello stesso ordine e copiate da una mano sola […]. Identiche sono pure le rubriche iniziali e gli explicit» 60 . Situazione diversa si ha invece per il Magl. VI 30. Il codice contiene diversi materiali di interesse dantesco, petrarchesco e boccaccesco. Nonostante la Vita Nuova preceda il carme come accade per il Palatino 561, il testo del prosimetro dantesco non è quello rielaboraIL CARME YTALIE IAM CERTUS HONOS 58 A.F. MASSÈRA, Di tre epistole…, cit.; C. PULSONI, Il Dante di Francesco Petrarca…, cit. 59 G. BOCCACCIO, Trattatello…, cit., p. 854. 60 D.ALIGHIERI, La vita nuova…, cit., pp. XXXVIII, XXXIX.
to dal Boccaccio. Non è dunque possibile immaginare che i due pezzi fossero copiati insieme da una stessa fonte, ma bisogna ipotizzare che, a un qualche punto nella linea di successione del testo o direttamente nel Magl. VI 30 le due opere siano state estratte da due modelli diversi e accostate. Una notazione riportata in fine della Vita Nuova, prima che venisse copiato il carme potrebbe essere interpretata come spartiacque fra le copiature delle due opere. Terminata la stesura del primo testo, il copista riprende a scrivere su una nuova carta e appone un’indicazione spazio temporale (In aedibus Camilli Aleutij fan’ die decima tertia 8bris. M. D. xxij), possibile indizio che la copia derivi da un altro esemplare, mentre si potrebbe supporre che i restanti materiali provengano da altre fonti. 3. Le due redazioni 3.1. Come è noto, secondo i critici il carme sarebbe stato spedito a Petrarca nel 1351 insieme ad un testo della Commedia, a seguito di un incontro avvenuto tra la fine di marzo e l’inizio di aprile a Padova. Durante le loro conversazioni i due ebbero modo di discutere di letteratura e naturalmente di Dante. Infatti Giovanni Boccaccio, quasi quarantenne, non poteva in quell’incontro rappresentare appena la parte mediocre del discepolo, unicamente prono nella trascrizione di pagine esemplari e nelle istruzioni delle conversazioni serali. La sua maggiore scioltezza culturale e stilistica di autodidatta di genio gli concessero di guidare qualcuna delle conversazioni di quelle sere della primavera padovana61 . Il Certaldese allora, tornato a Firenze, avrebbe provveduto all’invio dell’opera per sanare la grave lacuna della biblioteca del maestro e vi avrebbe apposto un carme in cui ne lodava e consigliava calorosamente la lettura al Petrarca. La sequenza, per le ragioni paleografiche addotte da Boschi Rotiroti 2003 e da Bertelli in questa sede, è difficile da accettare in quanto la mano che verga il carme nel foglio di guardia del Vat. 3199 è più tarda e forse quattrocentesca e imitativa del testo della Commedia. La stessa posizione, nel verso della III carta ELISABETTA TONELLO 61 G. BILLANOVICH, Petrarca letterato…, cit., p. 145.
bianca rivela l’intenzione di tenere davanti agli occhi del copista il modello dal quale copiare. Inoltre, non ci è giunta nessuna lettera o biglietto che ringraziasse l’amico del dono e il Petrarca non ha apposto «la solita nota di entrata del volume nella sua biblioteca»62. Neppure le postille, che solitamente affollano i libri letti e studiati dal Petrarca, si leggono in Vat, ad eccezione di un caso. Ciò ha fatto a lungo dubitare che la Commedia fosse effettivamente appartenuta al poeta del Canzoniere. Non è questa la sede per mettere in discussione simili assunti della critica, quanto piuttosto per porre all’attenzione alcuni fatti degni di nota e fino ad ora, a mio avviso, trascurati. Si vuole in primo luogo riflettere sul ruolo di Boccaccio in questa fase del rapporto con Petrarca63 . I due si trovano al primo vero incontro. Troppo brevi erano state infatti le due soste fiorentine che avevano concesso agli scrittori di conoscersi. L’ammirazione di Boccaccio, tenace e di lunga durata, l’aveva spinto ad indirizzargli un carme elogiativo per ottenere i suoi scritti, dopo aver a lungo raccolto brani della produzione di Petrarca, il quale era rimasto fino a quel momento «ignaro di tanta devozione»64. Si videro dunque a Firenze, tappa del Petrarca in cammino sulla strada per il Giubileo, all’andata e al ritorno del pellegrino. Rientrato a Parma, al principio del 1351 scriveva a Boccaccio la Fam. XI 2 insieme al carme in risposta a quello mandato dall’amico. Boccaccio, dunque, che cercava in Petrarca un precettore e amico65, ottenne di essere suo ospite a Padova. Ma se le cose stanno così, la conoscenza non sarebbe forse ancora troppo immatura per permettere a Boccaccio una simile insistenza sull’accoglienza della Commedia nella sua biblioteca e nei suoi studi? Ad ogni modo, quello che più conIL CARME YTALIE IAM CERTUS HONOS 62 Ivi, p. 175. 63 Da ultimo, F. RICO, Ritratti allo specchio (Boccaccio, Petrarca), Roma-Padova, Editrice Antenore, 2012, interpreta sotto una nuova luce i rapporti intellettuali tra Petrarca e Boccaccio. 64 G. BILLANOVICH, Petrarca letterato…, cit., p. 93. 65 Billanovich in più punti sottolinea che Petrarca permise a Boccaccio di copiare i suoi testi e che a questi vennero impartite letture e insegnamenti di vario genere, secondo il canonico rapporto tra maestro e discepolo (Ivi, p. 149, pp. 181-182, 190-191 ecc.). La testimonianza diretta del Boccaccio si legge nell’epistola 9: «Tu sacris vacabas studiis: ego compositionum tuarum avidus ex illis scribens summebam copiam. Die autem in vesperum declinante a laboribus surgebamus unanimes, et in ortulum ibamus tuum iam ob novum ver frondibus atque floribus ornatum» (GIOVANNI BOCCACCIO, Epistole…, cit., p. 574).
ta è che, come si è accennato, non è rimasta traccia della gratitudine di Petrarca per il dono della Commedia. Al contrario, la Familiaris XXI, 15 del 1359 rappresenta una puntuale risposta alla ricezione del carme e dell’epistola excusatoria spedita dal Certaldese. Purtroppo non ci è pervenuta la lettera del Boccaccio, ma la risposta di Petrarca è abbastanza limpida da consentire di ragionare sui suoi possibili contenuti. I due si erano incontrati a Milano, dove il Boccaccio era stato nuovamente ospite del Petrarca. Qui ebbe certamente modo di trascrivere alcuni scritti del maestro, riprendere i colloqui serali ma soprattutto consultare l’ampia biblioteca del Petrarca e forse annotare alcune postille sui codici posseduti dal maestro66. «I giorni che trascorsero insieme a Milano valsero a stringere più saldamente i nodi della loro amicizia»67. Fatto ritorno in patria, il Boccaccio scrisse all’amico inviando il noto carme. Possiamo ritenerci certi che Petrarca lo abbia ricevuto per via dell’esplicita ammissione contenuta nella risposta. Vi si legge infatti: «carmen illud tuum laudatorium amplector et laudatum illic vatem ipse quoque collaudo»68. L’epistola sembra essere una risposta alla lettera di scuse e insieme al carme di Boccaccio. Vi si ritrovano quindi accenni ambivalenti che derivano dal cortocircuito che si sarà probabilmente venuto a creare quando il Boccaccio volle rendere conto delle lodi tributate a Dante (a voce e nel carme), a dispiacere, a quanto sembra, del Petrarca. La preoccupazione del Boccaccio si chiarisce nell’incipit della Fam. XXI, 15, quando l’autore scrive: Duo ex omnibus non pretereunda seposui; ad hec breviter que se obtulerint, dicam. Primum ergo te michi excusas, idque non otiose, quod in conterranei nostri – popularis quidem quod ad stilum attinet, quod ad rem hauddubie nobilis poete – laudibus multus fuisse videare; atque ita te purgas quasi ego vel illius vel cuiusquam laudes mee laudis detrimentum putem69 . Che Dante sia conterraneo di Petrarca è sottolineato anche nel carme, ELISABETTA TONELLO 66 G. BILLANOVICH, Petrarca e il primo umanesimo, Padova, Antenore, 1996, pp. 142-157. 67 M. SICCA, L’amicizia fra il Petrarca ed il Boccaccio studiata nella loro corrispondenza, Napoli, Giannini, 1919, p. 101. I toni delle epistole che seguono l’incontro milanese sono decisamente più intimi e fraterni (si veda per es. Sen. I, V). 68 F. PETRARCA, Epistole…, cit., p. 464. 69 Ivi, p. 462.
in cui al v. 37, l’esortazione ad accogliere l’opera di Dante si basa proprio sul legame di patria (concivis). Ma non è il caso di dedurne un’eco dell’epistola in versi in quanto il dato era piuttosto palese. Più preciso il riferimento al carme, nella sequenza: «Itaque quicquid de illo predicas, totum si pressius inspiciam, in meam gloriam verti ais»70. Il poeta sembra qui rispondere all’affermazione contenuta nei versi 38- 40: «suscipe, perlege, iunge tuis, cole, comproba: nam si / feceris, ipse tibi facies multumque favoris / exquires» e magari ribadita distesamente nella lettera in prosa. Ancora una volta, in questa prima parte, le parole di Petrarca sembrano convergere con quelle di Boccaccio su un altro argomento, anch’esso però piuttosto diffuso e poco significativo: la fama “popolare” di Dante. Boccaccio scrive che «Florentia […] veretur ovans» (vv. 31-32) e che l’opera di Dante è, oltre che gradita ai dotti, «vulgo mirabile» (v. 3) e il controcanto di Petrarca è la definizione del poeta come «facem [..] vulgi plausibus agitatam»71 . Segue il corpo centrale dell’epistola incentrato, com’è noto, sul tema dell’invidia. Il poeta impiega diverse strategie retoriche e adduce un certo numero di ragioni a dimostrazione del fatto che egli non nutra alcun sentimento di gelosia o invidia nei confronti dell’Alighieri. È interessante in particolare il punto in cui si riallaccia al carme di Boccaccio per mostrare la relativa incompatibilità di campi nell’esercizio della poesia: Dante ha scelto la musa volgare, Petrarca quella latina, relegando ad essa gli esercizi giovanili. Non confrontandosi sullo stesso piano, non ha senso provare invidia. In ogni caso Petrarca riconosce il genio di Dante, accordandosi esplicitamente con quanto Boccaccio dice nel suo elogio. Riporto il passo in questione: Nam quod inter laudes dixisti, potuisse illum si voluisset alio stilo uti, credo edepol – magna enim michi de ingenio eius opinio est – potuisse eum omnia quibus intendisset; nunc quibus intenderit, palam est72 . Sembrerebbe dunque che Petrarca dialoghi allo stesso tempo con il carme laudatorio e con la lettera di excusatio che l’accompagnava. L’atteggiamento dei due poeti, per quanto avvinto dai lacci della reIL CARME YTALIE IAM CERTUS HONOS 70 Ibidem. 71 Ibidem. 72 Ivi, p. 472.
torica, lascia spazio ad una ulteriore speculazione. L’affettata cautela con la quale Boccaccio elogia il poeta della Commedia sembra il segnale di una franchezza appena conquistata73. A seguito delle loro conversazioni («Multa sunt in literis tuis haudquaquam responsionis egentia, ut que singula nuper viva voce transegimus»)74 decide di riproporre i termini della questione, confermando le sue lodi per Dante attraverso i versi del carme ma curandosi di ridurre la portata dell’elogio attraverso una lettera in cui, presumibilmente, si premurava di non offendere il maestro e di non istigarne la gelosia. Si rileggano le prime parole dell’epistola del Petrarca: Primum ergo te michi excusas, idque non otiose, quod in conterranei nostri – popularis quidem quod ad stilum attinet, quod ad rem hauddubie nobilis poete – laudibus multus fuisse videare; atque ita te purgas quasi ego vel illius vel cuiusquam laudes mee laudis detrimentum putem75 . A questo punto, Petrarca, recitando doverosamente la parte del magister, rassicura l’allievo e gli dà il suo benestare: Age ergo, non patiente sed favente me, illam ingenii tui facem, que tibi in hoc calle, quo magnis passibus ad clarissimum finem pergis, ardorem prebuit ac lucem, celebra et cole, ventosisque diu vulgi plausibus agitatam atque ut sic dixerim fatigatam, tandem veris teque seque dignis laudibus ad celum fer76 . Viene spontaneo chiedersi se davvero sia possibile immaginare che il copione, più o meno sincero, più o meno obbligato da norme formali si fosse già ripetuto in occasione del precedente invio del carme, mandato da un Boccaccio di quasi un decennio prima, con, dovremmo immaginare, tutt’altro grado di confidenza nei confronti del Petrarca. Ritengo che sia più probabile che il 1359 sia la data del primo e dunque unico invio del carme al poeta del Canzoniere. Se così non fosse, non si capirebbe perché mai, vivendo Boccaccio, Petrarca avrebbe dovuto rispondere ringraziandolo del carme (non di una nuova versione del carme) e riallacciandosi a vari punti del testo. ELISABETTA TONELLO 73 Velli nota una «generale tendenza espressiva nel carme a ridurre la perentorietà delle singole dichiarazioni» (GIOVANNI BOCCACCIO, Carmina…, cit., p. 478). 74 F. PETRARCA, Epistole…, cit., p. 462. 75 Ivi, p. 462. 76 Ivi, pp. 462-463.
Fino ad oggi le ricostruzioni dello scambio si sono basate sulla presenza, ritenuta coeva a quella della Commedia, di Ytalie iam certus honos nel codice dantesco che si ritiene appartenuto a Petrarca e sull’interpretazione che ne propone un copista professionale in uno dei suoi prodotti. Non è, nemmeno quest’ultimo, un dato sul quale fare affidamento: il testo dantesco che le tre copie di dur trasmettono presenta lezioni diverse vicendevolmente, in primo luogo, e soprattutto distanti da Vat (e da Chig). Se ammettessimo che la notizia fosse autentica (ma l’idea che il Boccaccio spedisse il carme ad Avignone ne denuncia la natura di grossolano autoschediasmo, cfr. infra Fiorentini pp. 90-99), dovremmo supporre che il copista o il suo antigrafo abbia copiato un testo della Commedia estraneo alla tradizione Boccaccio pur avendo a disposizione, a quanto lascia ad intendere, un autografo di Boccaccio (“Versus Johannis Boccacci ad Franciscum Petrarcham cum ei librum Dantis ad Avinionem transmitteret transcripti ex originalibus ipsius Boccaccij”). Invece, come capita spesso nelle tradizioni sovrabbondanti, lo scriba si sarà trovato di fronte alla possibilità di arricchire il suo testo con elementi paratestuali (il carme, ma anche il capitolo di Jacopo che appare nel Dur. 16) che potevano aumentare il valore del manufatto e impreziosirlo in virtù della loro rarità e del prestigio degli autori. E avrà confezionato una didascalia, in volgare e in latino che ripetè identica in due esemplari (forse addirittura apposta in seguito, a giudicare dalla mise en page della carta), per rendere il suo prodotto più appetibile. Insomma, tolto di mezzo l’indizio esterno, in quanto il carme è stato copiato da uno scriba quattrocentesco e prestando la debita fiducia alle parole di un copista di professione, non vi sono appigli per rilanciare la tesi tradizionale. 3.2. Resta da affrontare, alla luce dei nuovi dati, la questione delle due redazioni. La versione che si legge su Vat e su S non può più essere considerata anteriore a quella di Chig, né sulla base delle indicazioni del Pal. 323, che si riferiscono a un presunto autografo, né sulla base della erronea datazione della copia del carme presente in Vat. Caduti gli indizi esterni, le due redazioni vanno dunque prese in esame per le loro caratteristiche intrinseche. L’analisi filologica del carme ha dimostrato che (subscriptio a parte) vi è un’unica divaricazione consistente tra le due redazioni in cui è la sostanza testuale ad essere intaccata. Solo per la variante contenuta nei versi 21-22 sarebbe IL CARME YTALIE IAM CERTUS HONOS
possibile infatti invocare la responsabilità dell’autore; per quanto riguarda le inversioni infatti, nulla di certo si può dire; quanto poi all’errore di anticipo al v. 15 trattasi quasi sicuramente di una svista da imputare al copista. Si dovrà procedere quindi verificando la coesione delle affermazioni dell’una e dell’altra versione nella produzione di Boccaccio affine per età e contenuto. Il Trattatello in laude di Dante è certamente il testo più appropriato per procedere con i riscontri. Già Paolazzi ha segnalato una serie di corrispondenze tra il carme e la Fam. XXI, 15 e tra questa e il Trattatello. Dovendo ipotizzare che il carme era già noto a Petrarca da tempo, lo studioso assegna maggior spazio alle consonanze tra l’epistola e il Trattatello e offre una efficace ipotesi, secondo la quale la missiva di Petrarca si trova a cavallo tra la prima e la seconda redazione del Trattatello, della quale sarebbe addirittura ispiratrice77. La prima versione della Vita di Dante andrà collocata certamente prima che il Petrarca divulgasse le sue Invective contra medicum (1355), senza peraltro risalire al di là dell’estate del 1351. In realtà certi testi utilizzati dal Boccaccio quali fonti per discutere intorno all’origine e alla natura della poesia provenivano dallo scrittoio del Petrarca e tutti vennero conosciuti dal Boccaccio prima dell’estate del 1351: la Collatio per l’incoronazione del 1341; la Metrica, II 10 a Zoilo (cioè Brizio Visconti), scritta intorno al ’44; la Fam., X, 4 “de proportione inter theologiam et poetriam” che è della fine del ’49; la Fam., XI, 6 inviata dal Petrarca al Boccaccio poco dopo il 1° luglio 1351. Nulla, invece, che provenga dalle Invective contra medicum che pure sarebbero state fondamentali per certe discussioni svolte nel Trattatello. D’altro canto, la cronologia indicata dall’esame delle fonti è confermato da una prova di tutt’altra natura: dal carattere, cioè, della grafia, che nel codice Toledano, autografo, della prima stesura del Trattatello, è da giudicare alquanto più tarda di quella della lettera Quam pium a Zanobi da Strada, stesa nel 1348 e trascritta nello Zibaldone Laurenziano; ma senza dubbio non di troppo, essendo ancora molti i graduali mutamenti che l’ortografia del Boccaccio dovrà percorrere prima di raggiungere la sistemazione tipica degli autografi databili intorno al 136078 . Per la seconda redazione invece si deve far riferimento agli anni certaldesi del Boccaccio, quando la sua condizione personale lo rendeva distante, fisicamente e moralmente, da Firenze. E infatti è con animo più pacato che torna ad agire sul Trattatello, trasformandolo in ELISABETTA TONELLO 77 C. PAOLAZZI, Petrarca, Boccaccio…, cit. 78 G. BOCCACCIO, Trattatello…, cit., p. 426.
quello che è stato definito Compendio proprio per la misura più breve, ma anche per la sua natura più densa e lineare rispetto alla prima redazione. Spariscono le lunghe digressioni e i toni troppo aspri anche se permangono gli spunti polemici. In diversi punti il carme appare come una sorta di condensazione in versi del Trattatello. È interessante passare in rassegna i nodi concettuali della celebrazione di Dante, in prosa e in versi, di cui è artefice Boccaccio per saggiare il grado di coesione tra le opere e la conseguente possibilità di fare della Vita di Dante un riscontro affidabile. Dopo essersi rivolto all’illustre interlocutore e destinatario del carme, Boccaccio lo invita ad accogliere l’opera di Dante, esaltata dal favore dei dotti, del popolo e dallo scrivente, secondo il quale uno stile simile non ha precedenti nei secoli passati («hoc suscipe gratum / Dantis opus doctis, vulgo mirabile, nullis / ante, reor, simili compactum carmine seclis» vv. 2-5). Lo stesso valore pionieristico della poesia di Dante è ribadito nel Trattatello al momento di parlare della sua opera in volgare; la quale, secondo il mio giudicio, egli primo non altramenti fra noi Italici esaltò e recò in pregio, che la sua Omero tra’ Greci o Virgilio tra’ Latini. Davanti a costui, come che per poco spazio d’anni si creda che innanzi trovata fosse, niuno fu che ardire o sentimento avesse, dal numero delle sillabe e dalla consonanza delle parti estreme in fuori, di farla essere strumento d’alcuna artificiosa materia; anzi solamente in leggerissime cose d’amore con essa s’esercitavano. Costui mostrò con effetto con essa ogni alta materia potersi trattare, e glorioso sopra ogni altro fece il volgar nostro79 . Nel Compendio, l’intero discorso, si limita a un breve inciso sul «dire in rima, la quale maravigliosamente esaltò»80. Chiara l’allusione all’epitaffio delvirgiliano, riportato per intero nel Trattatello (in tutte le redazioni), nel chiasmo gratum doctis / vulgo mirabile. Il verso che agisce su questi sintagmi è «gloria musarum, vulgo gratissimus auctor»81 . I versi successivi nel carme sono incentrati sul tema dell’esilio; che viene preso in causa due volte a distanza ravvicinata, quasi a volerne rimarcare la drammaticità e l’ingiustizia che ne è alla base: «nec IL CARME YTALIE IAM CERTUS HONOS 79 Ivi, pp. 457-458. 80 Ivi, p. 510. 81 Ivi, p. 459 (ripetuto a 511).
tibi sit durum versus vidisse poete / exulis et patrio tantum sermone sonoros, / frondibus ac nullis redimiti. Crimen inique / fortune exilium» (vv. 5-8). Nelle prime righe della Vita di Dante (e in modo del tutto speculare nel Compendio) si comprende che il bersaglio delle critiche è l’esilio del chiarissimo uomo Dante Alighieri. Il quale, antico cittadino né d’oscuri parenti nato, quanto per vertù e per scienzia e per buone operazioni meritasse, assai il mostrano e mostreranno le cose che da lui fatte appaiono: le quali, se in una republica giusta fossero state operate, niuno dubbio ci è che esse non gli avessero altissimi meriti apparecchiati82 . Nel Trattatello, l’invettiva contro Firenze riappare in occasione del racconto dell’esilio e continua con più veemenza quando giunge a narrare la morte del poeta, lontano dalla sua patria, colpevole di averlo allontanato e di non essersi neppure adoperata per riavere le sue spoglie. Qui si concentra lo sdegno del poeta che nella prima redazione giunge a occupare diversi paragrafi mentre nel Compendio si concentra in un passo vibrante di collera e indignazione: Sogliono gli odii nella morte degli odiati finirsi; il che nel trapassamento di Dante non si trovò avvenire. L’ostinata malivolenza de’ suoi cittadini nella sua rigidezza stette ferma; niuna compassione ne mostrò alcuno, niuna pubblica lagrima gli fu conceduta, né alcuno ufficio funebre fatto. Nella qual pertinacia assai manifestatamente si dimostrò i Fiorentini tanto essere dal conoscimento della scienzia rimoti, che fra loro niuna distinzione fosse da un vilissimo calzolaio ad un solenne poeta83 . Nonostante un evidente ridimensionamento, l’atteggiamento di Boccaccio nei confronti della questione va ritenuto il medesimo; i toni sono però decisamente più distaccati ed equilibrati anche se l’indignazione, autentica e tenace, mantiene la sua asprezza. La lode a Dante continua con la difesa, che è anche autodifesa, dell’impiego del volgare per la sua opera. Nel carme scrive infatti: «reliquum, voluisse futuris / quid metrum vulgare queat monstrare modernum / causa fuit vati: non, quod persepe frementes / invidia dixere truces, quod nescius olim / egerit hoc auctor» (vv. 8-12). Nel Trat- ELISABETTA TONELLO 82 Ivi, p. 438. 83 Ivi, p. 512.
tatello (e specularmente nel Compendio) Boccaccio si fa portavoce delle critiche che gli invidiosi84 muovono a Dante per ribattere alle loro calunnie, affermando: Muovono molti, e intra essi alcuni savi uomini, generalmente una quistione così fatta: che con ciò fosse cosa Dante fosse in iscienzia solennissimo uomo, perché a comporre così grande, di sì alta materia e sì notabile libro, come è questa sua Comedia, nel fiorentino idioma si disponesse; perché non più tosto in versi latini, come gli altri poeti precedenti hanno fatto. A così fatta domanda rispondere, tra molte ragioni, due a l’altre principali me ne occorrono. Delle quali la prima è per fare utilità più comune a’ suoi cittadini e agli altri Italiani: conoscendo che, se metricamente in latino, come gli altri poeti passati, avesse scritto, solamente a’ letterati avrebbe fatto utile; scrivendo in volgare fece opera mai più non fatta, e non tolse il non potere essere inteso da’ letterati, e mostrando la bellezza del nostro idioma e la sua eccellente arte in quello, e diletto e intendimento di sé diede agl’idioti, abbandonati per addietro da ciascheduno85 . La cultura di Dante, vasta e cosmopolita, è dimostrata dai suoi viaggi, metaforici e reali. Nel carme, rivolgendosi a Petrarca, Boccaccio ricorda: «Novisti forsan et ipse, / traxerit hunc iuvenem studiis per celsa nivosi / Cirreos mediosque sinus tacitosque recessus / nature celique vias terreque marisque, / aonios fontes, Parnasi culmen et antra, / Iulia Pariseos dudum serusque Britannus» (vv. 12-17). Anche nel Trattatello si ripercorrono gli itinerari di formazione del poeta: Egli li primi inizii, sì come di sopra è dichiarato, prese nella propia patria e di quella, sì come a luogo più fertile di tal cibo, n’andò a Bologna; e già vicino alla sua vecchiezza n’andò a Parigi, dove, con tanta gloria di sé, disputando, più volte mostrò l’altezza del suo ingegno, che ancora, narrandosi, se ne maravigliano gli uditori. E di tanti e sì fatti studii non ingiustamente meritò altissimi titoli: perciò che alcuni il chiamarono sempre “poeta”, altri “filosofo”, e molti “teologo”, mentre visse86 . La successione logica tra la grande erudizione di Dante e la serie di attributi che gli vengono assegnati è significativa perché viene manIL CARME YTALIE IAM CERTUS HONOS 84 Nel carme i detrattori di Dante sono definiti «frementes invidia truces» (G. BOCCACCIO, Carmina… , cit., p. 430). Certo Boccaccio non intendeva includere tra essi il maestro, col quale conduceva più profonde discussioni in merito, ma è possibile che Petrarca si sia sentito punto anche da questa affermazione, che si potrebbe quindi aggiungere ai motivi che spingono il poeta a scrivere un’epistola intitolata Purgatio ab invidis obiecte calumnie. 85 G. BOCCACCIO, Trattatello…, cit., p. 486. 86 Ivi, pp. 443-444.
tenuta anche nel carme, anche se il nesso è tutt’altro che esplicito. I versi a seguire recitano: «Hinc illi egregium sacro moderamine virtus / theologi vatisque dedit, simul atque sophye / agnomen» (vv. 18-20). Le lodi proseguono attraverso l’individuazione di Dante come gloria fiorentina, cui spettava la corona d’alloro, che la morte precoce gli vietò. I versi in questione contengono la variante significativa. Boccaccio, stando al comune giudizio della critica, avrebbe scritto in un primo momento: «factusque fere est par gloria gentis / inque datura fuit meritas quas improba lauros / mors properata nimis vetuit vincire capillos», e avrebbe successivamente mutato i versi in «factusque fere est gloria gentis / altera florigenûm meritis tamen improba lauris / mors properata nimis vetuit vincire capillos» (vv. 20-22). La prima versione presenta alcune oscurità di lettura. Carducci volle leggere, come soggetto di datura fuit, un nominativo gens ricavato dal verso precedente87. Naturalmente, ciò è inammissibile sia in riferimento alla realtà dei fatti storici, sia in riferimento all’atteggiamento di Boccaccio nei confronti dei Fiorentini, che accusa a più riprese per aver cacciato il sommo poeta e per non averne riconosciuto il valore nemmeno dopo la morte. Massèra ristabilisce la corretta dipendenza della perifrastica da virtus, che regge, appena sopra, lo stesso verbo: dedit88. Infine Velli, commentando la seconda redazione, nota che Dante è, in ogni caso, proposto quale seconda o altra gloria di Firenze (nella prima stesura, par / uguale) partendo da Claudiano, ritenuto, all’epoca, originario di Firenze […], non da Petrarca, come ritenne erroneamente il Massèra (e altri con lui) immettendo nel discorso un’inammissibile nota di brutale immediatezza: Petrarca è fuori causa (ad onta dell’insinuante concivem di v. 37), definito com’è all’inizio “Ytalie iam certus honos” e alla fine “decus Urbis et orbis” 89 . Il passo corrispondente, nella Vita di Dante va ricercato separatamente per il discorso della laurea poetica e per il parallelo con Claudiano, finalizzato alla creazione di un retroterra culturale per Dante. Dopo aver ribadito la sua solidità negli studi e l’ammirazione che suscitava per le sue doti di teologo e scrittore, Boccaccio aggiunge che ELISABETTA TONELLO 87 G. CARDUCCI, Opere. Edizione nazionale, Bologna, Zanichelli, 1935-1940, vol. X, p. 364. 88 A.F. MASSÈRA, Di tre epistole…, cit., pp. 32-33. 89 G. BOCCACCIO, Carmina…, cit., p. 478.
Vaghissimo fu e d’onore e di pompa per avventura più che alla sua inclita virtù non si sarebbe richiesto. […] E perciò, sperando per la poesì allo inusitato e pomposo onore della coronazione dell’alloro poter pervenire, tutto a lei si diede e istudiando e componendo. E certo il suo disiderio veniva intero, se tanto gli fosse stata la Fortuna graziosa, che egli fosse giammai potuto tornare in Firenze, nella quale sola sopra le fonti di San Giovanni s’era disposto di coronare; acciò che quivi, dove per lo battesimo aveva preso il primo nome, quivi medesimo per la coronazione prendesse il secondo. Ma così andò che, quantunque la sua sufficienza fosse molta, e per quella in ogni parte, ove piaciuto gli fosse, avesse potuto l’onore della laurea pigliare (la quale non iscienzia accresce, ma è dell’acquistata certissimo testimonio e ornamento); pur, quella tornata, che mai non doveva essere, aspettando, altrove pigliar non la volle; e cosi, senza il molto disiderato onore avere, si morì90 . Tra le due redazioni del carme quella che sembra aderire maggiormente al pensiero del Boccaccio è la chigiana. In questa infatti afferma che la morte prematura impedì al poeta di essere coronato del meritato alloro. Diverso il senso della redazione Vaticana, che attraverso il costrutto perifrastrico, suggerisce l’idea di una possibilità, di un’ipotesi in procinto di realizzarsi interrotta dalla morte sopraggiunta inaspettatamente. Sebbene il soggetto della frase, la responsabile dell’imminente incoronazione poetica, sia la virtus e ciò di conseguenza faccia slittare il concetto in un àmbito metaforico, astratto e dunque complesso da esaminare; non si può negare che una tale rappresentazione dei fatti sia assente nella produzione del Boccaccio. La sfumatura di significato non è affatto trascurabile se si considera che Boccaccio riutilizza qui una sorta di topos della sua propaganda a favore di Dante (basato con tutta probabilità sui versi 7-9 della Commedia del canto XXV del Paradiso: «con altra voce omai, con altro vello / ritornerò poeta, e in sul fonte / del mio battesmo prenderò ’l cappello») che non giunge però mai a contemplare il riconoscimento dell’alloro poetico come ipotesi concreta in cui intravedere una progettualità, bensì come un desiderio. Anche in altri punti della medesima opera è ribadito esplicitamente che la laurea poetica fosse per Dante nulla più che un desiderio, certamente meritato, e tuttavia ben lontano da qualsivoglia possibilità di realizzazione. In occasione del sogno profetico della madre di Dante si torna infatti a parlare de «l’ardente disiderio avuto da lui, come di sopra si dice, della corona IL CARME YTALIE IAM CERTUS HONOS 90 G. BOCCACCIO, Trattatello…, cit., p. 468.
laurea»91 e di come queste «frondi mentre ch’egli piú ardentemente disiderava, lui dice che vide cadere; il quale cadere niuna altra cosa fu se non quello cadimento che tutti facciamo senza levarci, cioè il morire; il quale, se bene si ricorda di ciò che di sopra è detto, gli avvenne quando piú la sua laureazione disiava»92. Stesso accento sul «desiderio» della laurea anche nei Compendi93 . Altri testi affini per argomento presentano la medesima successione di pensiero, espressa attraverso le stesse parole. Nel suo commento alla Commedia l’autore torna a ribadire che l’ingrata patria non solo non ha concesso la laurea a Dante, ma ha addirittura allontanato la sua gloria cittadina costringendola a passare a Parigi94 e poi a Ravenna dove finì la sua vita e dove fu appo la chiesa de’ Frati Minori seppellito, senza aver preso alcun titolo o onore di maestrato, sì come colui che ’ntendea di prendere la laurea nella sua cittá, come esso medesimo testifica nel principio del canto venticinquesimo del Paradiso. Ma al suo desiderio prevenne la morte, come detto è95 . Inoltre le Esposizioni riprendono alcuni dei luoghi topici del discorso su Dante visti fin’ora: la vasta cultura di Dante, l’esilio, e per l’appunto la questione della laurea poetica. Ma ciò che si rivela essere più interessante è che Boccaccio rimandi al Trattatello per tutto quello che concerne la vita del poeta della Commedia, chiaro segnale che, giunto alla fine della vita, non aveva bisogno di smentire o di tornare sulle questioni affrontate nell’opera dedicata all’ingegno di Dante: «i suoi costumi furono gravi e pesati assai e quasi laudevoli tutti; ma, per ciò che già delle predette cose scrissi in sua laude un trattatello, non curo al presente di più distenderle»96. Il rimando è importante perché segnala che non esiste una presa di distanza rispetto alle posizioni assunte in quest’opera. ELISABETTA TONELLO 91 Ivi, p. 496. 92 Ibidem. 93 Ivi, p. 535. 94 Si sarà notato come anche questo elemento topografico torni nel carme («Iulia Pariseos») e nel Trattatello (si veda supra): «se n’andò a Parigi e quivi ad udire filosofia naturale e teologia si diede» (G. BOCCACCIO, Esposizioni sopra la Comedia di Dante, a cura di G. Padoan, in Tutte le opere di Giovanni Boccaccio…, cit., VI, p. 8). 95 Ibidem. 96 Ibidem.
Anche nell’epistola al Pizzinga torna a parlare di Dante e anche in questo caso non si avverte nessun tipo di progettazione nei confronti dell’incoronazione poetica, ma solo il consueto rammarico per l’assenza del riconoscimento: «quod equidem deflendum, incliti voluminis superato labore, immatura morte merito decori subtractus, inornatus abiit»97. Nell’epistola solo poche righe sono dedicate alla figura di Dante, ma sono perfettamente aderenti a quanto compare nel carme, a riprova che il bagaglio di argomentazioni, riflessioni (e persino figure retoriche) intorno all’autore e alla sua opera rimane sempre il medesimo. Per prima cosa si accenna alla novità assoluta della scelta del volgare, portato ai vertici estremi dello stile, e all’accusa che gli viene rivolta di aver adoperato una lingua bassa. Riporto dunque anche le poche parole spese prima della conclusione sulla mancata incoronozione: primum in astra levatum montem superantem, eoque devenisse, quo ceperat, et semisopitas excivisse sorores, et in cytharam traxisse Phebum, et eos in maternum cogere cantum ausum, non plebeium, aut rusticanum, ut nonnulli voluere, confecit, quin imo artifitioso schemate sensu letiorem fecit, quam cortice. Infine, anche quando è l’esilio ad essere imputato della mancata laurea, così come è possibile arguire dal passo delle Genealogie, non vi è comunque alcun sospetto che la cerimonia potesse concretizzarsi: «Fuit et hic circa poeticam eruditissimus, nec quicquam illi lauream abstulit preter exilium; sic enim firmaverat animo numquam nisi in patriam illam sumere, quod minime illi permissum est»98. Anche in questo caso il passaggio è inserito nella medesima cornice logica; Boccaccio presenta Dante come personaggio di grande fama, costantemente dedito agli studi, anche in sedi lontane, nonostante gli ostacoli della famiglia e dell’esilio. IL CARME YTALIE IAM CERTUS HONOS 97 G. BOCCACCIO, Epistole…, cit., p. 666. 98 G. BOCCACCIO, Genealogie deorum gentilium, a cura di V. Romano, Bari, 1951, II, p. 760. L’edizione di Romano è a tutt’oggi la sola basata sull’autografo laurenziano del Boccaccio. Va comunque ricordata l’edizione di Zaccaria (G. BOCCACCIO, Genealogie deorum gentilium, a cura di V. Zaccaria in Tutte le opere di Giovanni Boccaccio…, cit., VII-VIII) e, in particolare la sua introduzione al testo per la dibattuta questione delle redazioni dell’opera. A riguardo si veda almeno P.G. RICCI, Contributi per un’edizione critica della “Genealogia deorum gentilium”, in «Rinascimento», II, 1951, pp. 99-144 e 195-208, ora in ID., Studi sulla vita e le opere di Boccaccio, Milano-Napoli, Ricciardi, 1985, pp. 189-225.
Meretur quidem, fuit enim inter cives suos egregia nobilitate verendus, et quantumcunque tenues essent illi substantie, et a cura familiari et postremo a longo exilio angeretur semper, tamen, phylosophicis atque theologicis doctrinis imbutus, vacavit studiis. Et, ut adhuc Iulia fatetur Parisius, in eadem sepissime adversus quoscunque circa quamcunque facultatem volentes responsionibus aut positionibus suis obicere, disputans intravit gymnasium99 . E chiude accennando ancora alla sua scelta di scrivere in volgare fiorentino: Qualis fuerit, inclitum eius testatur opus, quod sub titulo Comedie rithimis, Florentino ydiomate, mirabili artificio scripsit. In quo profecto se non mythicum, quin imo catholicum atque divinum potius ostendit esse theologum; et, cum fere iam toto notus sit orbi, nescio utrum ad celsitudinem tuam sui nominis fama pervenerit100 . Questo passaggio dimostra una volta di più come nel Boccaccio fosse saldo lo schema interpretativo e argomentativo dell’esperienza poetica dantesca e in particolare la convinzione che Dante non avesse ottenuto l’alloro poetico poiché solo a Firenze «s’era disposto di coronare» e la patria ingrata aveva anzi allontanato il suo figlio condannandolo all’esilio. Trovandosi ribadito in opere tarde come le Genealogie e le Esposizioni e in altre più precoci, come la Vita, il nesso logico tra i due eventi acquista un certo spessore e una validità che lo trasforma in assunto stabile, incompatibile, o quanto meno diverso dal concetto espresso nella redazione vaticana del carme. Qualcosa si può forse dire anche riguardo all’immissione dell’aggettivo par al verso 20. Nella redazione Chigiana Dante è proposto come seconda gloria di Firenze («factusque fere est gloria gentis altera florigenum»), mentre in quella Vaticana, il poeta sarebbe “uguale” gloria delle genti («factusque fere est par gloria gentis»). Il riferimento naturalmente è a Claudiano, ritenuto erroneamente originario di Firenze, e in realtà nato ad Alessandria d’Egitto. Nel ms. Par. Lat. 8082 contenente il De raptu Proserpinae, la dedica del poeta latino al prefetto Fiorentino, è evidenziata da una manicula di Boccaccio proprio sul verso Florentine mihi: tu mea plectra moves. È possibile che il segno sia stato visto da Petrarca. Secondo Fiorilla: ELISABETTA TONELLO 99 G. BOCCACCIO, Genealogie…, cit., p. 760. 100 Ivi, p. 761.
Boccaccio e Petrarca potrebbero aver inteso dunque Florentine del passo del De raptu come aggettivo, nato a Firenze, oppure potevano pensare che il nome di battesimo del praefectus avesse un legame con la città di Firenze. […] Il passo del De raptu dedicato a Fiorentino era dunque probabilmente l’unico dato su cui Petrarca e Boccaccio potevano ragionare circa la città in cui nacque Claudiano e furono forse attratti, specialmente il secondo, dalla possibilità di annoverarlo tra le glorie poetiche di Firenze101 . Il riferimento a Claudiano si legge esplicitamente nel Trattatello, all’interno del lungo rimprovero che Boccaccio muove ai Fiorentini per aver costretto Dante all’esilio. Il parallelo nasce spontaneo: «avendoti lasciato l’antico tuo cittadino Claudiano cadere de le mani, non hai avuto del presente poeta cura»102 . È palese l’intento da parte di Boccaccio di creare un aggancio alla cultura classica, fondamento della letteratura coeva e, più in particolare, una serie di poeti illustri che fondi le sue radici nell’antichità e prosegua nel presente dando smalto a Firenze e alle celebrità che ha generato. Secondo la prassi tipica del tempo, venivano stilati canoni di meritevoli in ordine cronologico. Tipico il criterio dei poeti coronati impiegato da Boccaccio, nel quale Claudiano è sempre il punto di partenza a cui far seguire Petrarca, Zanobi e, per merito, anche se non di fatto, Dante. L’effige apposta in prossimità del De raptu Proserpinae nel Par. 8082 di proprietà petrarchesca rappresenta un’ulteriore conferma dello status imputato a Claudiano. Boccaccio infatti vi avrebbe disegnato una testa di poeta incoronato d’alloro di foggia imperiale103 . Al verso 29 di Ytalie iam certus honos si trova il riferimento esplicito al posto occupato da Dante nella rassegna dei poeti fiorentini rispetto a Claudiano: «alter ab illo». L’accento è posto quindi non tanto sul valore dell’uno rispetto all’altro, che è parimenti indiscusso, quanto sulla successione temporale, utile a creare un antecedente su cui basare una tradizione che dal classico procede al contemporaneo. IL CARME YTALIE IAM CERTUS HONOS 101 M. FIORILLA, Marginalia figurati nei codici di Petrarca, Firenze, Olschki, 2005, pp. 69-70. 102 G. BOCCACCIO, Trattatello…, cit., p. 462. Nel Compendio, il riferimento a Claudiano sparisce, in quanto compreso nell’invettiva contro Firenze che verrà completamente tagliata e ridotta alle poche righe citate sopra. 103 M. CICCUTO, Immagini per i testi di Boccaccio: percorsi e affinità dagli Zibaldoni al “Decameron”, in Gli zibaldoni di Boccaccio…, cit., pp. 141-160: 146.
Anche nel carme Si bene conspexi, scritto in risposta a Zanobi da Strada, Boccaccio sottolinea la dimensione diacronica nella lista delle autorità letterarie fiorentine. Qui è il destinatario stesso a seguire a Claudiano, recentemente e controversamente incoronato, in un florilegio di epiteti e lodi che «suonano, nell’esagerazione, ambigui»104. Il poeta si situa infatti, scavalcando anche la posizione di Petrarca ed escludendo Dante, «secundus rispetto a Claudiano». Altri contemporanei di Boccaccio compilano simili “graduatorie”. È il caso di Francesco Moccia che riprende, nel suo componimento Gratulor Italie, la nota successione: «Claudianus erit primus, Petracca secundus. / Tertius ante diem moriens Zenobius ille»105. Si potrebbe poi aggiungere la testimonianza di Domenico Silvestri che scrive una serie di epigrammi in accompagnamento alle effigi dei poeti fiorentini dipinte nella sala della corporazione dei giudici e dei notai a Firenze106 . Naturalmente sfugge la dimensione diacronica del gruppo d’insieme anche se va detto che il canone cui si fa riferimento è anche in questo caso composto dai medesimi soggetti (Claudiano, Dante, Petrarca, Boccaccio, Zanobi, Salutati) e che nell’epigramma per Claudiano è evidente il rilievo dato al ruolo di fondatore, di padre della dinastia di poeti fiorentini: «Claudianus adest hic noster origine civis / Quem parit Egiptus; peperit Florentia patrem»107. Infine Villani, nel suo Liber de origine civitatis Florentie et eiusdem famosis civibus, ripete la successione Claudiano-Dante108 . Se non m’inganno, le argomentazioni che precedono confliggono con la tesi della duplice redazione del carme. Le uniche varianti della redazione Vaticana che è possibile analizzare vanno a peggiora- ELISABETTA TONELLO 104 G. BOCCACCIO, Carmina…, cit. p. 396. 105 R.C. JENSEN-J.T. IRELAND, Giovanni Moccia on Zanobi da Strada and other florentine notables, in «Studies in Philology», LXXIII, 1976, pp. 365-375: 374. 106 Per il ritratto del Boccaccio si veda almeno M. DONATO, Per la fortuna monumentale di Giovanni Boccaccio fra i grandi fiorentini. Notizie e problemi, in «Studi sul Boccaccio», XVII, 1988, pp. 287-342: 298-300 e una conferenza della stessa Donato, rimasta inedita, di cui si trova traccia nel Notiziario dell’Ente Boccaccio pubblicato in «Studi sul Boccaccio», XXXIV, 2006, p. 295. Il ritratto è visibile sul sito Casa del Boccaccio, all’indirizzo http://www.casaboccaccio.it/casa-boccaccio.html#ritratto. 107 D. SILVESTRI, The Latin Poetry, edited with an introduction and notes by R.C. Jensen, München, Fink, 1973, p. 174. 108 PHILIPPI VILLANI, De origine civitatis Florentie et de eiusdem famosis civibus, a cura di G. Tanturli, Padova, Antenore, 1997, pp. 72-73.
re il dettato rendendo malcerta la sostanza del discorso rispetto al testo chigiano. Nel verso 20 l’introduzione di par lo rende più stabile dal punto di vista prosodico, ma, eliminando la specificazione Florigenum al verso successivo e inserendo un rapporto di parità tra Dante e Claudiano rende più fumoso il messaggio, che al contrario è chiaramente teso a fondare una tradizione in cui inserire Dante come in altre opere boccacciane, tra i suoi concittadini. Inoltre, come già anticipato, il paragone con Claudiano diviene più esplicito ai v. 29 e ss., quando Boccaccio si riferisce a Petrarca ingiungendo: «dicesque libens: “Erit alter ab illo / quem laudas meritoque colis, per secula, Dantes, / quem genuit grandis vatum Florentia mater / atque veretur ovans; nomen celebrisque per urbes / ingentes fert grande suum duce nomine nati”». L’aggettivo alter si trova così ripetuto per la seconda volta («altera») creando un evidente legame e un parallelismo che continua anche nella doppia esplicita chiamata in causa di Firenze («Florigenum» e «Florentia»). L’ambiguità della versione Vaticana ha spesso lasciato spiazzati i critici che, come si è già messo in evidenza, hanno creduto di poter coinvolgere Petrarca nell’accoppiata di sommi poeti e che si sono visti costretti a ipotizzare faticose reggenze per il verbo della perifrastica. Naturalmente è forse possibile ammettere che l’incertezza della costruzione abbia spinto il Boccaccio a introdurre delle modifiche, ma sembra più economico scartare l’ipotesi di una prima versione compromessa e distante dalle convinzioni o quantomeno consuetudini di pensiero attribuite al Certaldese. 3.3. Un ultimo elemento da considerare è la cornice esterna. Le formule della inscriptio (Francisco Petrarche poete unico atque illustri) e della subscriptio (Iohannes de Certaldo tuus), che si leggono in Vat (e in S) rispecchiano lo schema epistolare e suggeriscono che il testo discenda, senza troppi interpositi, da una copia della trasmissiva, di cui ripete fedelmente, se non il testo, l’intestazione e la sottoscrizione. La firma in particolare sembra suggerire una certa intimità col maestro, da cui è aliena la sottoscrizione, più formale, che si riscontra nell’autografo Chigiano e nei suoi affini: Iohannes Boccaccius de Certaldo Florentinus. Questa indicazione sembra indirizzata ai posteri più che ad una persona cara e poco si accorda con la confidenza riservata a Petrarca. Quanto al terzo tipo di intestazione, presente nei codici con la Commedia, e sottoscrizione, la sua formula esplicativa è già di per sé un buon indizio del passaggio da un documento privato IL CARME YTALIE IAM CERTUS HONOS
a un uso ‘strumentale’ del carme in qualità di complemento di un testo famoso. Quanto all’età del codice Strozziano, come propone Bertelli, esso va collocato nel terzo quarto del Trecento. In questo caso, il carme è stato copiato in calce ad un libro di argomento nient’affatto affine, probabilmente solo in virtù del suo pregio, riconosciuto dal committente del libro o dal copista. Considerati dunque i nuovi dati, è possibile tentarne una sintesi. Boccaccio ebbe certamente a parlare di Dante con Petrarca in occasione della sua visita a Milano nel 1359. Rientrato in patria, gli scrisse per fargli avere sue notizie e il carme Ytalie iam certus honos. Petrarca gli rispose con la Fam. XXI, 15 per ringraziarlo del carme laudatorium e per rispondere alla lettera excusatoria dalla quale era accompagnato, e ne approfittò per difendersi dalle accuse di invidia nei confronti di Dante. Non è necessario pensare che anche il Trattatello, di cui è agli atti la consonanza di argomenti col carme, fosse stato inviato insieme alla lettera: più probabilmente, essendo i riscontri di natura contenutistica e non formale e puntuale, occorrerà pensare che fosse viva in Petrarca la memoria delle argomentazioni trattate col discepolo nelle conversazioni serali. Si aggiunga che i rimandi costanti tra Trattatello e carme si interrompono al momento di affrontare il tema dell’esilio e della morte di Dante in relazione alla patria Firenze. Mentre la prima redazione della Vita di Dante dà ampio spazio all’invettiva contro Firenze, nel carme è assente ogni polemica contro la città ingrata. Non si può dire però che l’argomento dell’esilio venga taciuto. Come fa notare Rossi, nella produzione di Boccaccio solo il carme ricorre alla «giustificazione geminata» per la mancata laurea poetica di Dante. In seguito prevarrà la causa della morte affrettata o dell’esilio109. Nella seconda redazione del Trattatello, degli anni attorno al 1360, come già accennato, tutti gli attacchi polemici vengono drasticamente eliminati e resta solo un breve, ma sprezzante accenno al comportamento ingiusto di Firenze. Velli, commentando il carme, lamentava il fatto con queste parole: ELISABETTA TONELLO 109 A. ROSSI, Dante e Boccaccio e la laurea poetica, in «Paragone», fasc. 150, giugno 1962, pp. 3-41: 29.
Appare significativo, credo, che nel carme ogni accenno polemico nei confronti di Firenze, che ingrata ha cacciato in esilio il suo figlio migliore sia, anche quando il contesto lo comportava, taciuto o smussato o addirittura della città si parli come di una “gran madre di poeti” che “plaudendo onora” suo figlio e che orgogliosa sulla scia della fama di lui diffonde nel mondo il proprio nome. Ora come si concili tutto questo con l’aspra invettiva del Trattatello, I redaz. (§§ 92-109), che si suole assegnare al medesimo periodo del carme (1351-53), non appare del tutto chiaro110 . Ritengo che il carme non potesse essere, in ogni caso, un luogo adatto ad ospitare una lunga e pesante invettiva; tuttavia i toni pacati e conciliatori presenti in Ytalie iam certus honos, si accordano decisamente più alla revisione del Trattatello e agli altri testi, tutti posteriori al 1359, che non alla prima stesura, infiammata e partecipe del 1351-1353. Negli interventi più tardi, al momento di trattare il delicato nodo della mancata laurea poetica di Dante, Boccaccio attenua infatti le polemiche antifiorentine. Così nella lettera al Pizzinga, del 1371111 e così anche nelle Esposizioni sopra la Commedia, commissionategli nel 1373, dove tocca il tema della laurea adducendo le medesime motivazioni e con i medesimi toni112. I Fiorentini con le loro colpe e i loro demeriti non entrano più in causa, mentre permangono i motivi concorrenti della morte precoce e della lontananza dalla patria. Persino quando l’accusa di aver impedito a Dante di ricevere le adeguate onorificenze è rivolta contro l’esilio, nelle Genealogie, la polemica aspra contro i fiorentini non trova spazio113. Si dovrà quindi concludere che, postdatando l’invio e la stessa composizione del carme, come suggeriscono più linee argomentative accennate sopra, si risolve nel modo più economico anche un apparente contrasto di natura contenutistica interno all’opera del Boccaccio. Prima di trascrivere l’epistola in versi nel Chigiano, Boccaccio dovette pensare di introdurre un’intestazione più neutrale e appose la sua firma, completa e ben riconoscibile perché anche per i suoi lettori meno provveduti non ci fossero dubbi sulla paternità. La versione riportata in Chig è attestata dalla maggior parte dei testimoni (ad eccezione di S Vat) a conferma della diffusione che ebbero le raccolte dantesche autografe di Boccaccio. Come abbiamo visto, non semIL CARME YTALIE IAM CERTUS HONOS 110 G. BOCCACCIO, Carmina…, cit., pp. 478-479. 111 ID., Epistole…, cit., pp. 658-673. 112 ID., Esposizioni…, cit. 113 ID., Genealogie…, cit.
pre il carme si legge accompagnato dalla Commedia, bensì è presentato autonomamente, come una poesia o un documento di notevole interesse. Nel caso della tradizione ffd il copista, forse consapevolmente, introduce almeno una variante significativa e appone un’intestazione che accresce il valore delle copie, millantando una diretta dipendenza dalle carte boccacciane. Ma l’analisi testuale ha dimostrato che il testo della Commedia è notevolmente diverso in Pal. 323, Dur. 13 e 16 rispetto a Chig e che anche quello del carme è decisamente inferiore rispetto all’autografo. ELISABETTA TONELLO Stemma dei testimoni di Ytalie iam certus honos 3.4. Tornando allo stemma dovremmo quindi ipotizzare la presenza di un originale in movimento, dovuto allo sdoppiamento degli elementi paratestuali del carme: una versione testimonia la transmissiva, ovvero la copia per il destinatario e una seconda rappresenta la transcriptio cioè la copia che il mittente stendeva e manteneva pres-