so di sé. Lo snodo vs sarà dunque l’anello di passaggio dall’originale della transmissiva alle copie che ne sono state tratte, presto corrotte da interventi deteriores per senso e prosodia, nonostante siano circolate in ambienti ristretti, mentre lo snodo ch discenderà dalla transcriptio tenuemente ritoccata per entrare nelle sillogi celebrative di Boccaccio. Per ragioni di prudenza, in virtù del fatto che è molto probabile che fossero esistite altre raccolte dal contenuto simile a quello chigiano, è forse il caso di ipotizzare che alcuni membri di ch siano derivati da autografi boccacciani diversi, ancorché prossimi a Chig. Mantengo quindi Chig in un ramo stemmatico a parte rispetto ai vari e più tardi testimoni ad esso legati. L’albero raffigurante i rapporti tra i testimoni del carme rispecchia i vari snodi della tradizione superstite. Dunque, se i miei rilievi sono corretti, cade l’ipotesi di una doppia redazione del carme dovuta a Boccaccio e il solo ed unico invio del componimento a Petrarca va posticipato al 1359. Ad ogni modo, molto lavoro, nelle più svariate direzioni, resta ancora da fare. Davvero, come ha scritto Billanovich: «in questo nodo in cui s’intrecciano tradizioni difficili e abbondanti di scritti capitali di Dante, Petrarca e del Boccaccio, anche gli studi migliori portano progressi lenti, quasi sempre disturbati da giri inutili o erronei»114 . APPENDICE I La redazione Vaticana Molti aspetti ‘del nodo’ potrebbero essere ancora e meglio approfonditi e molte ipotesi potrebbero ancora essere avanzate a giovamento del progresso degli studi. Tra le tante indagini da portare avanti, sarebbe importante capire chi possa essere intervenuto sul Vaticano e a che scopo. Ammesso che il ms. sia effettivamente passato per le mani di Petrarca, una prima ipotesi prevede un fedele del Petrarca che, diverso tempo dopo la morte, avendo accesso alle carte del poeta, trasferisce il carme da una carta sciolta o da altro supporto al libro della Commedia. Per non alterare l’aspetto del codice questi potrebbe aver deciso di avvalersi di un calligrafo o aver attinto alle proIL CARME YTALIE IAM CERTUS HONOS 114 G. BILLANOVICH, Petrarca letterato…, cit., p. 272 n. 1.
prie doti per dare al carme la stessa forma della scrittura del poema. Alle consuete difficoltà di reperimento delle fonti (compatibilità del tipo di scrittura, assenza di autografi giunti fino a noi su cui condurre il confronto) si aggiungono i problemi derivanti dal fatto che la scrittura del carme sia imitativa rispetto al testo della Commedia. Il rilievo paleografico si fa dunque arduo e non è stato possibile individuare una mano simile tra i sodali dell’ultima fase della vita di Petrarca come Dondi dall’Orologio (che forse assistette la morte e sicuramente volle copiare alcune opere della sua biblioteca) e Lombardo della Seta, che si incaricò del riordino filologico delle carte di Petrarca e completò il De viris illustribus del suo maestro115. Non è stato possibile ottenere e spesso neppure operare riscontri positivi tra le personalità che si occuparono della diffusione degli scritti di Petrarca dopo la sua morte, a partire dal genero Francescuolo da Brossano per finire con Pier Paolo Vergerio, responsabile del completamento dell’Africa in contatto con la cerchia salutatiana che cercava in quegli anni di impossessarsi e pubblicare le opere di Petrarca. Naturalmente vi sono tanti altri possibili indiziati, con i quali risulta impossibile effettuare un riscontro. Vastissima la bibliografia sul codice, che, in ogni caso non è giunta a determinare le traversie che videro protagonista il manoscritto all’uscita dalla biblioteca di Petrarca: Alla morte del Petrarca non era stato infatti incluso fra i libri consegnati ai carraresi ed era rimasto agli eredi del poeta. Da questi doveva essere passato nelle mani di altri possessori, trattenendosi quasi sicuramente in area veneta, come fa pensare tra l’altro il colorito veneto, probabilmente padovano, del sonetto riportato sulla c. a1 , di cui sopravvivono, dopo la mutilazione della pagina, solo le sillabe iniziali di ciascun verso. Bernardo trova dunque a Padova il suo codice […] e custodisce evidentemente il manoscritto con cura ben diversa da quella di chi l’aveva preceduto. Egli non aggiunge però, come fa – l’abbiamo visto – per altri codici passati per le mani di Petrarca o di Boccaccio nessuna annotazione che faccia riferimento alla singolarità del codice116 . ELISABETTA TONELLO 115 G. FERRANTE, Lombardo della Seta umanista padovano (?-1390), in «Atti del Reale Istituto Veneto di Scienze Lettere e Arti», XCIII, 1933-1934, pp. 445-487; G. BILLANOVICH, Una nuova lettera di Lombardo della Seta e la prima fortuna delle opere di Petrarca [1964, in collaborazione con É. Pellegrin], in ID., Petrarca e il primo umanesimo…, cit., pp. 557-579; E. PASQUINI, v. Della Seta, Lombardo in Dizionario Biografico degli Italiani, vol. 37, Roma, Istituto dell’Enciclopedia Italiana, 1989, pp. 481-485. 116 N. GIANNETTO, Bernardo Bembo…, cit., p. 344.
Sambin dimostra, grazie al ritrovamento di un documento dell’Archivio di Stato di Padova, che l’eredità libraria di Petrarca, trasmessa a Francescuolo, fu divisa tra gli eredi con due sentenze pronunciate da Francesco Zabarella117. Ecco dunque che, se per pura ipotesi il codice fosse tra quelli passati in eredità ai nipoti del poeta, la qual cosa non è possibile dimostrare poiché non si conserva documentazione della prima spartizione, il cerchio si stringerebbe ancora di più sugli anni di latitanza del pregevole manoscritto anteriori al suo approdo nella collezione di Bernardo Bembo. In ogni modo, forti indizi portano il codice lontano da mani accorte e gelose. I fogli di guardia ora ridotti a una sottile striscia mostrano ancora alcune righe di conti e l’abbozzo di un sonetto. Dobbiamo risalire (e le grafie ce lo consentono) a possessori che ancora si permettevano di trattare il volume con un eccesso di familiarità: all’incirca della metà del secolo XV. Quelli che ci paiono residui di note di conti nel verso ci riportano alle case di uno dei figli o dei nipoti di Francescuolo, commercianti bonari? Ma più ci premerebbe conoscere il verseggiatore veneto, o piuttosto padovano, che nel secolo dopo la morte del Petrarca tentava di raddrizzare i magri endecasillabi di una banale perorazione a Amore su questo atrio di un Dante venerando118 . Purtroppo i tentativi di risalire all’autore del sonetto attraverso i controlli che ho effettuato grazie allo IUPI e al corpus LirIO sono stati vani119. Un interessante capitolo della tradizione del testo della Commedia e, a quanto pare, della trasmissione della biblioteca del Petrarca resta ancora aperto, e non sembra possibile determinare se il carme fosse aggiunto al codice con l’intento di lucrare sulla vendita o in alternativa riportato sul codice da un intellettuale che ne comprese il valore e intese conservarlo con cura120 . IL CARME YTALIE IAM CERTUS HONOS 117 P. SAMBIN, Libri del Petrarca presso suoi discendenti, in «Italia Medioevale e Umanistica», I, 1958, pp. 359-369. 118 G. BILLANOVICH, Petrarca letterato…, cit., p. 423. 119 Incipitario Unificato della Poesia Italiana, vol. I-II a cura di M. Santagata, Modena, Panini, 1988; vol. III a cura di B. Bentivogli-P. Vecchi Galli, Modena, Panini, 1990; LirIO. Corpus della lirica italiana delle Origini su cd-rom, 1. Dagli inizi al 1337, a cura di L. Leonardi-A. Decaria-P. Larson-G. Marrani-P. Squillacioti, Firenze, Edizioni del Galluzzo per la Fondazione Franceschini, 2011. 120 Verso questa seconda ipotesi (un possessore colto) orienterebbe l’impressione di Sandro Bertelli, che si riserva di verificarla, che la mano del carme sia la stessa che verga alcune postille sui margini della Commedia.
Resta dunque da spendere qualche parola sull’unico altro testimone della redazione Vaticana oltre, per l’appunto, a Vat. Il carme fu copiato, come già ribadito più volte, sulla guardia, ora mobile, del codice S. Sarebbe interessante capire chi effettuò la copia e perché, dal momento che l’argomento scientifico dei trattati contenuti nello Strozziano nulla ha a che fare con il componimento d’occasione boccacciano. Se alla seconda domanda si può rispondere con una certa facilità, data la fama e l’importanza presto acquisita dalle tre corone fiorentine e la conseguente cura e attrattiva nei confronti delle opere loro, per la prima questione molto lavoro resta ancora da fare. Non è affatto insolito che un documento privato come un’epistola in versi appositamente scritta e indirizzata a qualcuno diventasse di dominio pubblico e si diffondesse in circoli di cultura più o meno ampi. Al contrario, in questo caso, si può essere certi che l’autore fosse interessato alla sua trasmissione, dal momento che il carme viene inserito nella sua silloge Chigiana e la sua (nuova) intestazione è chiaramente diretta al più largo pubblico dei lettori. Ma la lettera che fu effettivamente spedita al Petrarca dovette conoscere altro destino. La datazione molto alta del manoscritto laurenziano e della mano che verga Ytalie iam certus honos e postilla i trattati, fa supporre che il carme potesse circolare in cerchie ristrette, presumibilmente di letterati o eruditi devoti al Petrarca o al Boccaccio, fin dalla sua prima stesura e invio. Ampio era già allora il pubblico di dotti che si dedicavano al culto di Dante, Petrarca e Boccaccio e tra questi dobbiamo forse immaginare un personaggio (ma saranno stati probabilmente più d’uno) che, avendo accesso alle carte private di Petrarca, su richiesta o direttamente, ne traesse copia per sé o per altri. La versione che si legge in Vat e in S deriverà dunque dalla revisione operata da una figura vicina al Boccaccio o al Petrarca. Non è certo una prassi inconsueta quella che vede il copista agire più o meno profondamente e consapevolmente sul testo che ha di fronte. Cito in proposito un esempio del tutto sovrapponibile al caso in esame. Si tratta di un altro carme di Boccaccio: noto come Versus ad Affricam, tramandato da due codici testimonianti la transmissiva e la transcriptio. Si ritiene che il Marc. Lat. XIV 223 rappresenti la redazione originaria inviata da Boccaccio a Petrarca e il Bodl. 558, di mano di Domenico Silvestri, ammiratore e cultore di Petrarca e Boccaccio, contenga una stesura rivista dall’autore e poi passata nelle mani di Silvestri. Secondo Velli il manoscritto marciano attestante la transmissi- ELISABETTA TONELLO
va proviene dall’ambiente padovano e sarebbe «nato nell’immediata cerchia dei fedeli del Petrarca»121. Il testo è scorretto e colmo di difetti (salta due versi, ripete per errore un gruppo di versi e presenta numerose altre lievi mende). La situazione sembra essere la stessa che si presenta per Ytalie iam certus honos: una transmissiva copiata in maniera imprecisa nel Vat e in S (con posticipo di un verso (S), errori di ripetizione e altre lievi imprecisioni, nonché una variante di sostanza) da un lato e la transcriptio dell’autografo boccaccesco destinato alla circolazione dall’altro. Altro caso esemplare è quello dell’epitaffio composto da Boccaccio stesso per la propria tomba nella chiesa dei SS. Michele e Jacopo a Certaldo che, nel già citato ms. di Silvestri (Bodl. 558), riporta un incipit differente rispetto alla versione nota incisa sulla lastra fissata al muro. Un ammiratore, forse Silvestri stesso, dovette mutare «Hac sub mole iacent cineres ac ossa Iohannis», nel più ampolloso e di petrarchesca memoria «Conspicui sub mole iacent hac ossa Iohannis»122 . Non stupisce dunque più di tanto che nell’atto di trascrizione del documento letterario ad opera degli accoliti fossero immesse varianti di sostanza creando così un binario parallelo, corrotto e minoritario, di diffusione del testo. Del resto, le ragioni per variare la coppia di versi 20-21 in Ytalie iam certus honos certo non mancavano, considerando, come si è già detto, l’ambiguità del riferimento che poteva facilmente chiamare in causa Petrarca in luogo di Claudiano, dando al punto in questione un sapore sgradevole. D’altro canto la fretta e la voracità degli adepti al culto del Petrarca e del Boccaccio nei confronti dei loro prodotti letterari spiegano la precoce circolazione della versione Vaticana ritoccata, parallela alla Chigiana, del carme. Basti ricordare il trattamento riservato ai primi versi dell’Africa, diffusi da Barbato da Sulmona contro la volontà di Petrarca che glieli aveva ceduti a patto che non li rendessi pubblici. Sdegnate le parole di Petrarca nella Sen. II, 1 indirizzata a Boccaccio per l’accaduto: Avidissimo di ogni letteraria produzione, non so dirti quanto ansioso ei sia delle mie, nelle quali non al merito della materia, non all’eleganza delle parole, ma bada solo alIL CARME YTALIE IAM CERTUS HONOS 121 G. BOCCACCIO, Carmina…, cit., p. 463. 122 Il verbo ricorre nel primo verso dell’Africa: «Et mihi conspicuum meritis belloque tremendum».
l’autore, e sol che sappia esser mie vuol possederle, anzi senza pur saperlo di certo, gli basta l’averlo di lontano subodorato123 . Eppure Boccaccio stesso aveva goduto del frutto della sottrazione illecita di Barbato: E quando Barbato, mancando ai patti con cui il poeta gli aveva ceduto nel 1343 quel deposito aveva divulgato il frammento dell’Africa con la morte di Magone, certo il Boccaccio fu tra i primi a ottenere una copia di questi esametri da quel suo cordiale collega di clientela petrarchesca124 . Più garbata, ma con il medesimo scopo, la richiesta di Boccaccio al suo Petrarca nell’epistola XV di spedirgli alcune lettere per completare la raccolta che ne sta allestendo «in volumen unum eo ordine quo misse seu scripte sunt»125. Tracce di un simile atteggiamento si trovano all’inverso anche in Petrarca e proprio nei confronti delle lettere ricevute. Si tratta ancora una volta della bella epistola XV del Boccaccio, scritta in occasione di una visita del Certaldese alla dimora di Petrarca a Venezia, durante la quale, assente il poeta, fu accolto dalla figlia di costui, dal marito Francescuolo da Brossano e dalla piccola Eletta che desta in Boccaccio il tenero ricordo della figlioletta morta. Essa ci è tramandata dal cod. Par. lat. 8631, un ms. «che va annoverato tra quelli originari della biblioteca del Petrarca»126. Secondo Auzzas, l’intitolazione preposta alla lettera di Boccaccio («Iohannis Boccaccii de Certaldo ad Franciscum Petrarcham laureatum familiaris epistola una ex mille») e «soprattutto l’“una ex mille” testimonia della particolare predilezione del Petrarca per questa fra tutte le let- ELISABETTA TONELLO 123 F. PETRARCA, Lettere senili, volgarizzate e dichiarate con note da G. Fracassetti, Firenze, Le Monnier, 1869-1870, I, p. 93. Anche in F. PETRARCA, Res Seniles. Libri I-IV, a cura di S. Rizzo, con la collaborazione di M. Bertè, Firenze, Le Lettere, 2006, pp. 110-111. 124 G. BILLANOVICH, Petrarca letterato…, cit., pp. 88-89. 125 G. BOCCACCIO, Epistole…, cit., p. 640. 126 Ivi, p. 816. Non si deve però pensare che il manoscritto provenga direttamente dalla biblioteca del Petrarca. Al contrario si tratta di un codice chiaramente quattrocentesco (ringrazio Sandro Bertelli per la datazione e i rilievi paleografici) che però si dovrà ritenere copiato da un antigrafo trecentesco (di cui si sforza di mantenere alcuni tratti grafici) probabilmente allestito per volontà di Petrarca. «Ms. lat. 8631 of the Bibliothèque Nationale, […] undoubtedly reflects a collection made by Petrarch himself» (E.H. WILKINS, A survey of the correspondence between Petrarch and Francesco Nelli, in «Italia Medioevale e Umanistica», I, 1958, pp. 351-358, ora in ID., Studies on Petrarch and Boccaccio, Padova, Antenore, 1978, pp. 89-94: 89).
tere dell’amico»127. Nello stesso codice anche una lettera del gran siniscalco Niccolò Acciaiuoli e le lettere del Nelli, a conferma delle pratiche di conservazione personale, per le più svariate ragioni, del materiale di scambio epistolare. Lettere private e testimonianze culturali non circolavano solo tra gli amici avidi di documenti di pregio delle celebrità letterarie, ma costituivano merce ambita anche per sconosciuti messi in grado di intercettare e diffondere epistole e testi che finivano nelle loro mani. Un’utile testimonianza si legge al termine della famosa Sen. XVII, 3 del Petrarca che traduce la Griselda del Boccaccio. Riporto per intero il passo in questione: Del resto: ora mi vien saputo come né quella né altre due mie lunghe lettere ti sono mai pervenute. Che farvi? Vi vuol pazienza. Sdegnarcene possiamo: vendicarci no. Sparsi per ogni dove, tutta la Gallia Cisalpina infestano colle fastidiose loro ricerche questi cui chiamano «Custodi dei passi» che tormentando i messi tutti, dissigillan le lettere, e curiosamente le leggono, e durano un secolo a contemplarle; e forse scusa ad essi è il comando de’ loro Signori, che consapevoli a se medesimi della propria condotta, pieni d’orgoglio e di paure, di tutti vivono in sospetto, credon che tutti parlino male di loro, e vogliono tutto sapere, tutto scoprire. Ma quello che non ammette scusa veruna si è che se nelle lettere intercettate trovano alcuna cosa capace di grattar loro le orecchie asinine, in vece di perdere il tempo, come facevano una volta per copiarle, e trattenere alquanto il corso dei messi, ora fatti più audaci risparmiansi la fatica del trascriverle, e rimandano i messi senza le lettere: e quello che più muove la bile, egli è che questo commettono genti ignorantissime simili a coloro che per morbo divorando ingoiano a gola aperta, e poi son lentissimi a digerire. Ed io non so dirti quanto di questa noia sia stucco e ristucco, per la quale spesso mi astengo dallo scrivere e più spesso mi pento di avere scritto. Né v’è a sperare vendetta alcuna contro questi ladri di lettere, tutte essendo le cose in disordine, e totalmente distrutta la libertà della repubblica128 . Resta naturalmente da indagare la circolazione della redazione Vaticana. Il panorama che potremmo immaginare è quello dei circoli di devoti padovani e fiorentini che raccoglievano in quegli anni ogni tipo di materiale su Petrarca e Boccaccio, come lasciano intendere le parole della Sen. II, 1 riportate poc’anzi. Se i rivoli della tradizione portano, per il ms. S, dal nome del possessore Donato Acciaiuoli, alla logica conclusione che il codice potesse appartenere già alla famiglia AcIL CARME YTALIE IAM CERTUS HONOS 127 G. BOCCACCIO, Epistole…, cit., p. 816. 128 F. PETRARCA, Lettere senili…, cit., I, pp. 1391-1392.
ciaiuoli ai tempi del Gran siniscalco Niccolò, l’esame paleografico non sconforta questa tesi129. I rilievi condotti da Sandro Bertelli sul carteggio Acciaiuoli conservato a Firenze non individuano infatti corrispondenze tra la mano che verga il carme in S e i membri della potente famiglia napoletana. I candidati copisti del carme sono molti e tutti altamente probabili ma il riscontro, ove non è stato reso possibile per assenza di autografi o per la presenza di documenti stesi in scritture corsive inadatte al confronto, ha dato fin’ora esito negativo. Tra gli Acciaiuoli, oltre a Niccolò che ebbe profilo di mediocre studioso oltre che di uomo politico e amava circondarsi di uomini di lettere, va escluso anche Francesco Buondelmonti, noto per quella sua richiesta del libro del Decameron a Giovanni Acciaiuoli, che è stata spesso assunta a prova dell’immediato successo dell’opera. Si può poi probabilmente scartare anche la responsabilità di Zanobi da Strada sia per ragioni paleografiche sia per la natura degli errori che sembrano essere troppo grossolani per uno studioso con quel profilo. Allontanandosi dagli Acciaiuoli il responsabile andrà cercato in quei cultori delle glorie letterarie contemporanee come Silvestri, che abbiamo già visto all’opera sulle opere di Boccaccio o, più probabilmente, visti gli indizi paleografici, con soggetti orbitanti attorno al circolo Salutatiano. Il profilo del copista doveva essere dunque quello di un uomo che non ignorava il latino. Trascurato nella pratica di trascrizione, tuttavia non rinunciò a custodire quello che ai suoi occhi dovette apparire come un piccolo gioiello letterario, tanto da mettere a disposizione il foglio di guardia di un codice di tutt’altra pertinenza per conservarlo (si veda Fig. 5). Le note apposte sui trattati contenuti nel codice dimostrano che non era ignaro neppure di scienza. Occorrerà continuare a cercare130 . ELISABETTA TONELLO 129 Sia Petrarca che Boccaccio ebbero rapporti con Niccolò Acciaiuoli testimoniati da scambi di lettere e visite documentate. Per un ritratto del Gran siniscalco si rimanda a F.P. TOCCO, Niccolò Acciaiuoli: vita e politica in Italia alla metà del XIV secolo, Roma, Istituto Storico Italiano per il Medio Evo, 2001. 130 A bozze oramai corrette, Sandro Bertelli mi segnala che la mano di S risulta affine a quella che trascrive il ms. Riccardiano 514, contenente la traduzione latina dell’Oratio ad iuvenes di Basilio dedicata dal Bruni al Salutati e le Tusculanae disputationes di Cicerone. Il ms. Riccardiano è un prodotto fiorentino degli inizi del sec. XV, alla cui scrittura è stato recentemente associato proprio il nome di Leonardo Bruni (cfr. Coluccio Salutati e l’invenzione dell’Umanesimo. Catalogo della mostra, a cura di T. De Robertis, G. Tanturli, S. Zamponi, Firenze, Mandragora, 2008, pp. 89-90).
APPENDICE II La tradizione fdd della Commedia (Dur. 13, Dur. 16 e Pal. 323) Come si è già anticipato, quattro codici contenenti il carme, sono anche testimoni del poema dantesco: oltre a Chig, anche Dur. 13, Dur. 16 e Pal. 323. Uno studio dei loro rapporti genealogici sul versante della Commedia, permette di verificare le relazioni stemmatiche ipotizzate per il carme. Per prima cosa si tenterà di osservare il comportamento dei tre mss. dur nei luoghi caratteristici che contribuiscono a definire la vulgata di tipo Boccaccio. Per comodità del lettore indicheremo Dur. 13 come D13 e Dur. 16 come D16. Poiché in molti casi il comportamento di Pal. 323 e D13 è il medesimo si sceglie di indicarli con fd, mantenendo la sigla proposta per la tradizione del carme. P indicherà la lezione assunta a testo da Petrocchi, che viene impiegata qui come lezione di riferimento. Alcune note di commento, dove opportuno, informeranno sulla diffusione della variante in questione. Se per alcune famiglie già individuate da tempo (per es. cento* *) verranno adottate le sigle proposte in NP131, altre sigle saranno introdotte per indicare grossi raggruppamenti che si raccolgono intorno a codici o gruppi di codici già relativamente noti. Così, ad esempio bocc& indicherà i tre mss. autografi del Boccaccio, To Ri e Chig e tutto il complesso di codici ad essi legati; pr& starà per Pr e per tutti i codici coi quali intrattiene rapporti e così via. Nonostante la ridondanza, per evitare confusione si preferisce esplicitare sempre il comportamento di Chig, anche nei casi in cui il suo comportamento si allinea con bocc&. Tav. a Errori di Chig caratteristici di bocc& assenti o presenti solo in margine in Pal. 323, D13 (= fd) e D16 1.1.28 Poi ch’ei posato un poco il corpo lasso P, fd (che p.)] posato ebbi bocc& (incluso Chig); ch’io ebbi posato D16 Pal. 323marg È interessante osservare che Pal. 323 presenta in margine la variante ch’io ebbi, ossia la lezione che si legge a testo in D16. IL CARME YTALIE IAM CERTUS HONOS 131 Nuove prospettive sulla tradizione della «Commedia». Una guida filologico-linguistica al poema dantesco, a cura di P. Trovato, Firenze, Cesati, 2007.
1.3.72 perch’io dissi: Maestro or mi concedi P fd + D16] dissi al Maestro bocc& (incluso Chig) L’errore è circoscritto al gruppo bocc&. 1.5.126 dirò come colui che piange e dice P fd] farò come colei bocc& (incluso Chig); farò come colui D16 fdmarg Anche in questo caso la lezione di D16 coincide con quella indicata in margine a Pal. 323 e D13. 1.7.108 al pié de le maligne piagge grigie P fd + D16] malvage bocc& (incluso Chig) Nonostante la variante sia attestata a sprazzi anche in altre zone della tradizione, e nello specifico in parm& e lau&, è recata compattamente solo da bocc&. 1.10.20 a te mio cuor se non per dicer poco P fd + D16] dir bocc& (incluso Chig) La variante si legge in una parte di vat& e in bocc&. 1.11.84 men Dio offende e men biasimo accatta P fd + D16] più bocc& (incluso Chig) L’errore si trova in Fior. Pal. 314, uno dei codici di mano del copista di Vat e in alcuni suoi affini. È presente regolarmente nello schieramento bocc&. 1.12.28 Così prendemmo via giù per lo scarco P fd + D16] su bocc& (incluso Chig) Anche questo errore si legge sia in vat& che in bocc&. 1.13.43 sì de la scheggia rotta usciva insieme P fd] così di quella scheggia bocc& (incluso Chig); così di quel troncone D16 Errore di vat& e bocc&. 1.14.52 Se Giove stanchi ’l suo fabbro da cui P fd + D16] i suoi fabbri bocc& (incluso Chig) Anche in questo caso l’errore compare compattamente solo in vat& e bocc&. 1.17.51 o da pulci o da mosche o da tafani P fd] da pulci son da mosche bocc& (incluso Chig); o da mosche o da vespe D16 (su vespe segno di richiamo) o da pulci D16marg. L’innovazione è propria di vat& e bocc&. Il comportamento di D16 lascia presupporre ancora una volta la compresenza di modelli. Presenta infatti a testo un’innovazione e a margine la variante che compare in fd (e nella stragrande maggioranza dei codici). ELISABETTA TONELLO
1.22.6 fedir torneamenti e correr giostra P fd + D16] muover bocc& (incluso Chig) Si tratta di un’altra variante ammessa solo in vat& e bocc&. 1.23.132 che vegnan d’esto fondo a dipartirci P fd + D16] loco bocc& (incluso Chig) L’errore, prevalentemente in vat& e bocc& è presente anche in altri raggruppamenti (pr& e a intermittenza in parm& e cento&). 1.24.119 Oh potenza di Dio, quant’è severa P fd + D16] giustizia bocc& (incluso Chig) Vat& è immune dall’innovazione. To presenta ancora la lezione a testo ma Ri e Chig mostrano l’errore che da qui passa a una larga parte di bocc&. 1.26.41 del fosso ché nessuna mostra ’l furto P fd + D16] foco bocc& (incluso Chig) La variante è presente compattamente in vat& e bocc&, ma appare a sprazzi anche in altre zone della tradizione. 1.27.8 col pianto di colui e ciò fu dritto P fd + D16] mugghio bocc& (incluso Chig) L’innovazione non compare se non in bocc&. 1.27.65 non tornò vivo alcun s’i’ odo il vero P fd + D16] ritornò bocc& (incluso Chig) – To L’errore è presente in buona parte di vat& e in Ri e Chig, da cui si trasmette agli affini. To presenta la lezione a testo. 1.30.6 andar carcata da ciascuna mano P fd + D16] venir bocc& (incluso Chig) Altro caso di errore esclusivo di vat& e bocc&. 1.30.87 e men d’un mezzo di traverso non ci ha P fd + D16] più bocc& (incluso Chig) Oltre che in vat& e bocc& la variante si trova in pr&; sottofamiglia che mostra legami costanti con il gruppo vaticano e bocc&. 1.31.39 fuggiemi errore e cresciemi paura P fd + D16] giugnemi bocc& (incluso Chig) L’errore è caratteristico del gruppo vaticano e di bocc&. IL CARME YTALIE IAM CERTUS HONOS
1.33.43 Già eran desti e l’ora s’appressava P fd + D16] era desto bocc& (incluso Chig) Altro caso di errore presente solo in vat& e bocc&. 3.5.120 di noi chiarirti a tuo piacer ti sazia P fd + D16] chiarire bocc& (incluso Chig) Errore esclusivo di vat& e bocc&. 3.8.64 Fulge(a)mi già in fronte la corona P fd + D16] capo bocc& (incluso Chig) L’errore è presente in Ri e Chig; ne sono immuni vat& e To. È presente, compattamente anche in pr&. 3.10.112 entro v’è l’alta mente u’(n) sì profondo P fd + D16] luce bocc& (incluso Chig) Già presente in una minoranza di codici vat&; la variante è presente poi in tutto bocc&. 3.14.21 levan la voce e rallegrano li atti P fd + D16] la voce muovon bocc& (incluso Chig) L’errore è caratteristico di Ri e Chig e ai molti codici che vi sono legati all’interno di bocc&. La variante muovon la voce, assolutamente affine, è recata invece dal solo Vat all’interno di vat& e da To nel gruppo boccaccio. 3.17.81 son queste rote intorno di lui torte P fd + D16] stelle bocc& (incluso Chig) Un ulteriore caso di variante attestata in vat& e bocc&. È presente in qualche zona di parm& e in Pa, all’interno dell’antica vulgata. 3.24.61 E seguitai: “Come ’l verace stilo P fd + D16] cominciai bocc& (incluso Chig) Anche in questo caso, oltre che in vat& e bocc&, l’errore si legge anche in pr&. 3.25.135 tutti si posano al sonar d’un fischio P fd + D16] quetan bocc& (incluso Chig) Lo schieramento vede ancora affiancarsi vat&, bocc&, pr&. 3.27.140 pensa che ’n terra non è chi governi P fd + D16] sappi bocc& (incluso Chig) L’errore non fuoriesce dalla zona vat&, bocc&, pr&. ELISABETTA TONELLO
Possiamo quindi respingere l’ipotesi, di Massèra e altri132, che i tre codici, fd + D16, facciano parte dello schieramento bocc&. Si tenterà di verificare ora la direzione dei loro accordi in errore, in primo luogo per via negativa, accertandosi che essi non siano condivisi da Chig (e da bocc&). Tav. b Errori di fd + D16 contro Chig (e bocc&) 1.1.15 che m’avea di paura il cor compunto P Chig] dolor fd + D16 La variante ha scarsissima diffusione; si legge in pochissimi codici appartenenti a diverse zone della tradizione: Fior. Pal. 317, Fior. Pal. 318, Laur 40.5, Laur. 40.33, Laur. Acq. 219, Marc. IX 31 a, Ott. 2865, Parm. 3181, Ricc. 1011, Ricc. 1047. 1.14.75 ma sempre al bosco tien li piedi stretti P] gli ritieni fd; gli mantieni D16; fa gli tenga Chig Il primo errore è presente nel LauSC, in Berl e Caet e nei loro rispettivi affini con regolarità. Inoltre compare in modo intermittente in altri pochi codici. 1.16.104 trovammo risonar quell’acqua tinta P Chig D16] sentimmo fd D16marg D16 presenta la lezione di fd in margine, a dimostrazione del loro legame. Si tratta di un errore poco diffuso. È presente solo in Co, Berl, Caet e nei loro affini e in margine nel LauSC, a testo nei suoi due affini più stretti (Fior. II I 42, Nap. XIII C 3) e in altri consanguinei. Al di fuori di questo schieramento che, come si intuisce, è piuttosto compatto, compare in Ashb. App. 3 e Ashb. App. 9, di mano del medesimo copista, nel Marc. Zan. 53, Ricc. 1017 e nei due congiunti Est. It. 1513 e Vat. 10272. 1.19.59 per non intender ciò ch’è lor risposto P Chig fd] proposto D16 fdmarg Si verifica qui il caso diametralmente opposto al precedente. D16 presenta a testo la lezione che fd mostra in margine. L’innovazione è presente, presumibilmente per poligenesi in un altro piccolo gruppo di codici (Harl. 3513, Laur. 40.2, Lione, Nov.) e nel Fior. II IV 135. IL CARME YTALIE IAM CERTUS HONOS 132 A.F. MASSÈRA, Di tre epistole…, cit.; C. PULSONI, Il Dante di Francesco Petrarca…, cit.
1.19.117 che da te prese il primo ricco patre P Chig] ricevette fd + D16 L’errore si limita a questi tre soli codici, cui va aggiunto Triv. 1048. 3.8.120 Non, se ’l maestro vostro ben vi scrive P Chig] discrive fd + D16 Errore congiuntivo presente in questi tre mss. e in pochi altri (Laur. 40.20, Par. 76, Par. 530). 3.29.100 e mente, ché la luce si nascose P] altri fd; mentre – luna Chig + D16 La variante altri/altre compare in Berl Caet e LauSC e nei loro affini in modo costante. Inoltre si registra nel gruppo dei codici latori del commento del Buti, in qualche membro di vat&, nel Chig. L VI 212, Chig. LVII 292 e Triv. 1083. Compare poi nell’Ashburnham Combination133, col Barb. 4112 e nel Ricc. 1031 su revisione. 3.29.125 e altri assai che sono ancor più porci P Chig] vie più che fd + D16 L’innovazione è circoscritta a questi tre codici. 3.30.31 ma or convien che mio seguir desista P Chig] cantar fd + D16 Cantar si legge in diverse zone della tradizione. Oltre a leggersi in Caet e nei suoi affini, è in Mad e in alcuni suoi congiunti, in Ash e nell’intero sottogruppo di cui fa parte e in 3 codici su 4 della sottofamiglia già menzionata sopra (Harl. 3513, Laur. 40.2, Nov.). 3.31.54 in nulla parte ancor fermato fiso P Chig] fermata fd + D16 Oltre che nei tre codici in questione, l’errore è in Bo. Arch. A 418, Cas. 251, Eg. 2085. In aggiunta a quelli proposti, sufficienti a dimostrare il legame tra i tre mss., è possibile riscontrare altri errori condivisi dai tre mano- ELISABETTA TONELLO 133 Il riferimento è alla famiglia felicemente individuata da Moore (E. MOORE, Contributions to the Textual Criticism of the “Divina Commedia”. Including the Complete Collation throughout the Inferno of all the Mss. at Oxford and Cambridge, Cambridge, The University Press, 1889), ma ignorata nella letteratura successiva, e che, secondo i miei rilievi, si compone di Ash. 406, Ash. 830, Ash. 834, Ash. App. 5, Barb. 4112, Madr. 23.1, Ricc. 1031, Vat. lat. 3200.
scritti comuni ad altre zone della tradizione, di cui si fornisce appena qualche prova utile a testare l’aderenza del gruppo ai diversi rami dell’albero. 1.1.122 Anima fia a ciò più di me degna P] di me più fd + D16 L’inversione di fd + D16 è in β, in La, Po, nel suo congiunto Est. It. 747, e in una parte di vat& e dei codici che presentano il commento del Buti. Inoltre si legge in Berl e nel Caet (e nel suo affine Laur. 90 sup. 132, mentre manca qui il suo consanguineo Lond. Add. 26771). 1.7.11 vuolsi ne l’alto là dove Michele P] così colà fd + D16 Si legge anche in β e in una parte di p. Compare in Parm e a tratti in parm&, in qualche membro di pr& e in LauSC. 1.11.56 pur lo vinco d’amor che fa natura P] vincol fd + D16 L’errore è in una parte dell’Ashburnham Combination, in vat&, in bocc&. 1.27.4 quand’ un’altra che dietro a lei venia P] noi fd + D16 Si tratta di un’innovazione tipica del cento& e di pr&, che compare a tratti anche in altre aree stemmatiche (lei>lui>nui>noi?). 1.33.72 tra ’l quinto dì e ’l sesto ond’io mi diedi P] e ’l sesto dì fd + D16 Al di là delle consuete oscillazioni, che fanno sì che si legga anche in Ham, in Laur (e nel suo consanguineo Cagliari) e in alcuni membri di parm&, l’errore è recato compattamente da lau&. 3.15.48 che nel mio seme se’ tanto cortese P] sangue fd + D16 La variante è presente in buona parte dell’Ashburnham Combination, nel La su revisione, e in qualche raro caso nei testimoni appartenenti a parm&. Inoltre si registra nel gruppo di codici col commento del Buti e in Co (e nei suoi affini Trent e Landau 123). 3.19.71 de l’Indo, e quivi non è chi ragioni P] nilo fd + D16 L’errore si registra in un circoscritto insieme di codici. È presente nel gruppo di affini di a (a0 ) 134, in Co (nel suo affine Landau 123, mentre nel Trent questo punIL CARME YTALIE IAM CERTUS HONOS 134 E. TONELLO, La tradizione della “Commedia” secondo Luigi Spagnolo e la sottofamiglia a0 (Mart, Pal. 319, Triv e affini) in Nuove prospettive sulla tradizione della “Commedia”. Seconda serie (2008-2013)… cit., pp. 71-118.
to è illeggibile), in qualche esemplare di tipo cento*& e sistematicamente nei codici con il commento del Buti. 3.31.142 che’ miei di rimirar fé più ardenti P D16 fdmarg] si fer fd Pal. 323 e Dur. 13 riportano in margine la lezione accolta dal Dur. 16. L’errore è presente in qualche affine di Lau, in La (su revisione, e nei suoi congiunti), in Berl e Caet e nei loro consanguinei su scrittura prior e in LauSC su revisione. Il testo di Pal. 323, D13 e D16 appare quindi come un prodotto isolato nel panorama del testimoniale della Commedia. È possibile nominare questo snodo, con la sigla fdd. Gli accordi, incostanti, con varie zone della tradizione, rivelano che il testo è frutto di ripetute contaminazioni. Alcune presenze, più massicce, indicano un legame particolare con alcune sottofamiglie: l’Ashburnham Combination e il nodo stemmatico che denominiamo Berl-Caet-LauSC, il quale, riconducibile solo alla lontana alla famiglia bocc&, mostra una serie di elementi in comune, ma un capriccioso alternarsi delle uscite dei congiunti che ne rendono difficile la messa a fuoco. Altra presenza ricorrente nei tre mss., e in particolare in D16, è quella di lau&, che ora si tenterà di approfondire. Il comportamento di questi codici e la loro provenienza da un’unica mano, li qualificano come prodotti di una bottega. In un’officina dove circolavano diversi modelli, magari sciolti in fascicoli, era facile creare esemplari di questo tipo in cui un certo numero di lezioni caratteristiche assicura dell’iniziativa di un copista e altre mostrano la derivazione da differenti antigrafi che si succedevano nel processo di copia. Altro indizio a favore della loro parentela e a conferma dell’origine di bottega è di tipo esterno. Il loro formato e la mise en page sono del tutto assimilabili (Pal. 323 e D13 sono composti da circa 260 carte, mentre D16 ne conta 240. Pal. 323 e D13 presentano iniziali di cantica in oro con fregio a bianchi girari alle cc. 1r, rispettivamente 91r e 89r, 181r e 178r e le iniziali di canto azzurre. Stesse decorazioni per D16, ma a 1r, 81r e 161r. Colpisce poi la presenza, in Pal. 323 e in D13, di varianti alternative a margine – che rafforzano l’ipotesi dei diversi modelli cui attingere e della comune volontà di creare un’editio variorum – relativa ai medesimi luoghi e nella medesima posizione sulla pagina). Nella tavola seguente si vuole quindi dimostrare l’indipendenza di D16 da fd, situazione che riflette la posizione stemmatica intravista per il carme boccacciano. Gli errori presentati non saranno neces- ELISABETTA TONELLO
sariamente circoscritti e poco diffusi. Si segnaleranno, per contro, i casi in cui, al contrario, ciò si verificasse, in modo da tentare di ancorare D16 a qualche zona specifica dell’albero genealogico. Per ragioni che saranno presto chiarite, si sceglie di esplicitare caso per caso il comportamento di Panc. 2 (un composito formato da una prima sezione, ascrivibile all’ultimo quarto del sec. XIV, contenente la Commedia fino a Pd XXI 123 e una seconda parte che porta a termine la Commedia e aggiunge il Capitolo di Jacopo. La mano di questa sezione è quattrocentesca e interviene anche sulla prima parte con ampie glosse)135. La sua posizione stemmatica è vicina a lau&, dal quale si discosta però in tutta una serie di punti, per iniziativa congetturale del copista o per contaminazione. Tav. c Errori di D16 contro fd 1.1.3 che la diritta via era smarrita P fd Panc. 2] avea D16 1.1.28 Poi ch’ei posato un poco il corpo lasso P fd] ch’io ebbi posato D16; ch’io ebbi riposato Panc. 2 1.6.26 prese la terra e con piene le pugna P fd] ambe D16 + Panc. 2 1.7.31 così tornavan per lo cerchio tetro P fd] poi se volgean – sasso D16 + Panc. 2 D16 condivide l’errore unicamente con Panc. 2 tra tutti i mss. collazionati. 1.11.108 prender sua vita e avanzar la gente P fd] suo via D16 + Panc. 2 Anche questo errore congiunge solo i due soli codici all’interno dell’intero testimoniale. 1.13.43 sì de la scheggia rotta usciva insieme P fd] così di quel troncone D16 + Panc. 2 Altro errore comune esclusivo dei due mss. IL CARME YTALIE IAM CERTUS HONOS 135 S. BERTELLI, La “Commedia” all’antica…, cit., p. 141.
1.15.26 e chinando la mano a la sua faccia P fd] porgendo D16 + Panc. 2 Di nuovo l’errore si limita a D16 e Panc. 2. 1.30.105 col braccio suo che non parve men duro P fd Panc. 2] pugno D16 L’errore è presente in qualche membro di vat&, in una zona del gruppo di codici col commento del Buti, in Co, nel Berl e nel LauSC su revisione (con i relativi affini). 1.34.17 ch’al mio maestro piacque di mostrarmi P fd Panc. 2] parve D16 Errore di Po e del suo gemello, di qualche codice appartenente a vat&, di Co (e Trent) e di Caet (Laur. 90 sup. 132, Lond. Add. 26771). 1.34.96 e già il sole a mezza terza riede P fd Panc. 2] notte D16 + fdmarg La provenienza dell’errore, nient’affatto diffuso, va cercata nel margine di Pal. 323 e D13 che riporta la variante. Questa e altre situazioni dello stesso tipo fanno propendere per l’ipotesi di un testo nato dalla mescolanza di fd alternato a un modello di tipo Panc. 2. 3.8.94 questo io a lui ed elli a me s’io posso P fd] ond’egli D16 + Panc. 2 La lezione è limitata a un certo numero di codici legati a lau&, ovvero Ashb. 836, Borg. 338, Cas. 393, Cors. 608, Cors. 1265, Fior. II I 47, Laur. 40.30, Manch. 2. 3.10.133 Questi onde a me ritorna il tuo riguardo P fd] suo D16 + Panc. 2 Corruzione presente nei soli D16 Panc. 2. 3.20.117 fu degna di venire a questo gioco P fd] la D16 + Panc. 2 L’errore è in lau&, in Gv, nel Caet e in Barb. 4112. 3.26.1 Mentr’io dubbiava per lo viso spento P fd] lume D16 + Panc. 2 (mano B) 3.28.71 l’altro universo seco, corrisponde P fd] che risponde D16 + Panc. 2 (mano B) Ancora un errore esclusivo dei due codici, nonostante il passaggio di mano del Panc. 2. ELISABETTA TONELLO
3.30.30 non m’ è il seguire al mio cantar preciso P fd] mil segui(r) D16 + Panc. 2 (mano B) Oltre che in D16 + Panc. 2 la lezione è in Laur. 90 sup. 127, Nap. XIII C 7, e nel sottogruppo costituito da Marc. Zan. 52, Laur. 40.28. Non trascurabili indizi portano dunque a credere che D16 abbia copiato anche da un altro manoscritto: un antigrafo o un descriptus del Panc. 2 se non il codice stesso, pur senza abbandonare il modello fd. Se si tiene conto che in D16, viene aggiunto un ulteriore elemento paratestuale rispetto a Pal. 323 e D13 (il pur frequentissimo Capitolo di Jacopo Alighieri, che è presente proprio in Panc. 2 e più precisamente nella seconda parte) si è portati a ipotizzare l’immissione nella bottega di fdd di questo testo o di un suo derivato, poiché anche la copia che ne fa D16, come varie lezioni, sembra dipendere dal manoscritto già assemblato, completo di entrambe le sezioni. Resta ora da completare l’indagine attraverso l’individuazione degli errori separativi di fd rispetto a D16. Tav. d Errori separativi di fd contro D16 1.12.125 quel sangue sì che cocea pur li piedi P D16 + Panc. 2] copria fd 1.28.71 e cu’ io vidi in su terra latina P D16 + Panc. 2] su in fd 3.25.14 di quella spera ond’uscì la primizia P D16 + Panc. 2] schiera fd 3.26.121 e vidi lui tornare a tutt’i lumi P D16 + Panc. 2 (mano B)] questi fd + D16marg In questo caso la lezione a testo in fd è accolta in margine da D16. 3.28.23 alo cinger la luce che ’l dipinge P D16 + Panc. 2 (mano B)] della fd + D16marg Ancora una volta D16 mette a margine l’uscita di fd. È dunque possibile concludere con uno stemma che rappresenti la situazione dei mss. presi in esame. IL CARME YTALIE IAM CERTUS HONOS
Stemma mss. Commedia ELISABETTA TONELLO ELISABETTA TONELLO
III. I TESTIMONI CITTÀ DEL VATICANO, BIBLIOTECA APOSTOLICA VATICANA 1 Vaticano latino 3199 [= Vat; Fig. 1] [Firenze], sec. XIV quinto decennio 1. Giovanni Boccaccio, Carme: Ytalie iam certus honos (f. dv), aggiunta di mano recenziore (diversa dalle altre mani presenti in fine codice), forse della fine del XIV secolo o, più probabilmente, degli inizi del sec. XV 2. Dante Alighieri, Commedia (ff. 1rA-78rA) 3. Bernardo di Canaccio Scannabecchi, Epitaffio: Iura monarchie (f. 80v), di mano recenziore 4. Epitaffio: Frigida Francisci lapis (f. 80v), di mano recenziore 5. Epitaffio: Cura labor meritum (f. 80v), di mano recenziore 6. Bernardo Bembo, Epitaffio: Exigua tumuli Dantes (f. 80v), di mano recenziore Membr.; ff. VI, 80, I’ (bianchi i ff. 26r-v, 52v, 78v e 79v)*; numerazione in cifre arabiche, sul recto, nell’angolo superiore destro dei fogli; fasc.: 1-28 , 310 (Inf.), 4-58 , 610 (Purg.), 7-88 , 910 (Par.), 102 , con cesura di fascicolo fra le cantiche; richiami; mm 361 × 246 = 26 [256] 79 × 38 [70 (18) 69] 51 (f. 13r); rr. 49/ll. 48 (16 terzine); rigatura mista a secco e a mina di piombo. Scrittura di mano del cosiddetto «copista di Vat»**: bastarda su base cancelleresca; rare correzioni di mano del copista; rare postille e segni di nota attribuiti alla mano di Francesco Petrarca; altre sporadiche varianti di mano recenziore, forse ancora trecentesca (la mano del Carme?)***; sporadici interventi di mano di Pietro Bembo; maniculae ai ff. 59v e 60v (secondo Pulsoni, del Petrarca). Iniziali di cantica figurate in oro con fregio ai ff. 1r, 27r e 53r; iniziali di canto ornate in oro, talvolta con volti all’interno (ff. 13v, 20v, 34r con fregio che corre lungo tutto l’intercolumnio, 35r, 36v, 39v, 47r, 48r, 51r, 54v, 68v e 77r); rubriche latine brevi (1 linea, di mano del copista); letterine maiuscole toccate di giallo; al f. 80r, è incollata una carta contenente i ritratti a penna, probabilmente di mano del sec. XVI, acquerellati di Dante e di Petrarca, che si presentano in piedi coi libri aperti in mano. Legatura moderna in cartone riIL CARME YTALIE IAM CERTUS HONOS
gido ricoperta di pergamena; sul dorso, incisioni dorate con stemmi e i cartellini con l’attuale segnatura. Storia del codice: al f. 1r, al centro del margine inferiore, entro il fregio, stemma di un antico possessore, molto deteriorato (non identificato); altro stemma, più piccolo e anch’esso deteriorato e maggiormente rovinato (con caduta anche di colore), al centro del margine superiore, sempre entro il fregio****. Al f. 53r, entro il fregio sul margine destro, altro stemma su campo rosso, sempre di piccole dimensioni (e parzialmente danneggiato), con all’interno una colonna. Se si accetta l’attribuzione della postilla di f. 1v (come pare probabile), il ms. è appartenuto a Francesco Petrarca. Passò poi a Bernardo Bembo (1433-1519; al f. b, di sua mano: «Invidiam qui habet non solet esse dives») e quindi al di lui figlio, Pietro (1470-1547). Nel 1582, Fulvio Orsini (1529-1600) acquistò il manoscritto da Torquato Bembo*****. Alla morte dell’Orsini, per legato testamentario, il codice passò alla Biblioteca Vaticana******. Bibliografia (essenziale): Inventarium manu scriptorum latinorum Bibliothecae Vaticanae (BAV, Consultazione sala mss., n. 304), t. IV, p. 298; P.C. DE BATINES, Bibliografia dantesca, ossia catalogo delle edizioni, traduzioni, codici manoscritti e comenti della Divina Commedia e delle opere minori di Dante, I/2-II, Prato, Tipografia Aldina Editrice,1845-1846 [ma 1848] (nuova ed. anastatica Roma 2008), I, pp. 148-150, 195, 359 nr. 14, 370-371 nr. 62; II, 165-168 nr. 319, 181 nr. 341, 227 nr. 413, 250 nr. 446, 302 nr. 552; III, p. 49; G. FRANCIOSI, II Dante Vaticano e l’Urbinate descritti e studiati per la prima volta, Città di Castello, S. Lapi Tipografo-Editore, 1896, pp. 15-18, 24-25, 29-31, 105-119; G. BILLANOVICH, Petrarca letterato, Roma, Edizioni di Storia e Letteratura, 1947 (rist. anast. Roma 1995), pp. 147, 161, 163-164; V. BRANCA, Tradizione delle opere di Giovanni Boccaccio, I. Un primo elenco dei codici e tre studi, Roma, Edizioni di Storia e Letteratura, 1958, p. 83; A. PETRUCCI, La scrittura di Francesco Petrarca, Città del Vaticano, Biblioteca Apostolica Vaticana, 1967, p. 118 nr. 5; D. ALIGHIERI, La Commedia secondo l’antica vulgata, a cura di G. Petrocchi, Milano, Mondadori, 1966-1967, 4 voll. (si cita dall’edizione riv., Firenze, Le Lettere, 1994), I, pp. 89-91 (= Vat); M. RODDEWIG, Dante Alighieri, Die Göttliche Komödie. Vergleichende Bestandsaufnahme der Commedia-Handschriften, Stuttgart, Hiersemann, 1984, pp. 270-271 nr. 632; G. POMARO, Codicologia dantesca. I. L’officina di Vat, in «Studi danteschi», LVIII, 1986, pp. 343-374; C. PULSONI, Il Dante di Francesco Petrarca: Vaticano latino 3199, in «Studi petrarcheschi», X, 1993, pp. 155-208; M. BOSCHI ROTIROTI, Sul carme “Ytalie iam certus honus” del Boccaccio, nel Vaticano Latino 3199, in «Studi danteschi», LXVIII, 2003, pp. 131-137, (con bibl. pregressa); M. BOSCHI ROTIROTI, SANDRO BERTELLI
Codicologia trecentesca della “Commedia”. Entro e oltre l’antica vulgata, Roma, Viella, 2004, p. 114 nr. 47, fig. 5; F. PASUT, Il «Dante» illustrato di Petrarca: problemi di miniatura tra Firenze e Pisa alla metà del Trecento, in «Studi petrarcheschi», n. s., XIX, 2006, pp. 115-147, e figg.; S. BERTELLI, La tradizione della “Commedia”: dai manoscritti al testo. Vol. I. I codici trecenteschi (entro l’antica vulgata) conservati a Firenze, Firenze, Olschki, 2011, pp. 36-37, 80-81, 331. * Il f. I non è numerato; i ff. II-VI sono numerati (da mano moderna) rispettivamente a, a 1 , b, c, d. Il f. a 1 è costituito da un lembo di pergamena lungo e stretto (mm 355 × 33), che mostra tracce di scrittura quattrocentesca (in rima di area veneta). Al f. av, è applicata, nella parte superiore, una carta velina che riproduce la mano del Boccaccio, così come avverte una nota a matita di mano moderna: «Fac-simile del Terentius della Laurenziana di mano del Boccaccio». Al f. 80v, al centro del margine superiore, sempre di mano recenziore, descrizione dello stemma della famiglia Alighieri. ** Alla mano del «copista di Vat», che si identifica con la sigla del nostro codice (probabilmente l’esemplare donato dal Boccaccio al Petrarca tra l’estate del 1351 e il maggio del 1353), si devono – oltre al Vaticano lat. 3199 – altri sei manoscritti della Commedia: Chantilly, Museé Condé 597 (Cha); Città del Vaticano, BAV, Barberiniano lat. 3644; Firenze, Biblioteca Medicea Laurenziana, Pluteo 40.13; Firenze, Biblioteca Nazionale Centrale, Banco Rari 330 (già Pal. 314); Firenze, Biblioteca Riccardiana 1012; e Venezia, Biblioteca Nazionale Marciana, Italiano Z.55. *** Ad un primo esame, a questa mano, sembrerebbero potersi ricondurre le varianti presenti ai ff. 36v (postura), 38v (Gherardo), 40v (al. laperto), 44v (ale), 46r (ciel e alti), 49v (di la) 50v (fansi e -tor). Le due varianti di 38v (Gherardo) e 46r (ciel) sono state tuttavia attribuite da Vattasso (Codici petrarcheschi, 21) – attribuzione poi confermata da Armando Petrucci – alla mano del Petrarca (Pulsoni, Il Dante di Francesco Petrarca, 180). Sulla questione, ci riserviamo di tornare in altra sede. **** Da ciò che si può ancora vedere sul codice, lo stemma più grande sembra uno scudo su campo azzurro, diviso diagonalmente da una barra in oro con una stella nella metà di destra. Dovrebbe essere lo stesso stemma che è stato inserito, sebbene in dimensioni più ridotte, nel fregio sia al f. 27r (anch’esso parzialmente danneggiato), sia in quello di f. 53r. ***** Al f. b, di mano del bibliotecario Zaccagni (1652-1712), si legge: «Dante, Le poesie, scritto di mano del Boccaccio, una epistola sua in verso latino diretta al Petrarca, con la mano d’esso Petrarca in alcuni luoghi, in foglio. Ful. Vrs.». ****** Tuttavia, nel 1797, il manoscritto fu confiscato dai francesi e portato alla Bibliothèque Nationale de Paris (timbro ai ff. dv, 1r e 80v), da dove fu recuperato nell’ottobre del 1815 (al f. b, sul margine inferiore: «ricuperato dì 14 8bre 1815 / Dalla Biblioteca parigina. Angeloni, Frusinate»; sotto la data, parzialmente erasa, si legge ancora una sigla: «M.M.»). Al f. cr, al centro, è applicata una cedolina cartacea in francese con le indicazioni del contenuto del manoscritto. IL CARME YTALIE IAM CERTUS HONOS
2 Barberiniano latino 2082 [= Barb; Fig. 2] Composito. Costituito di 108 fogli cartacei di vari secoli (per lo più dei sec. XVI-XVII). Legatura moderna in cartone marmorizzato; dorso ricoperto in pergamena. Storia del codice: appartenne al letterato senese Giulio Piccolomini, che lo donò al cardinale Francesco Barberini (1597-1679); fu poi acquistato da papa Leone XIII (Vincenzo Gioacchino Pecci, 1810-1903; cfr. Moroni, Tradizione manoscritta, 37). Sulla controguardia anteriore, oltre al cartellino dell’attuale collocazione, l’indicazione di una precedente segnatura barberiniana: «XXX.155» (ripetuta sul dorso). Interessa: ff. 37-40 [Toscana], sec. XVI seconda metà Giovanni Boccaccio, Carme: Ytalie iam certus honos (ff. 38r-39r) Cart.; ff. 4 (bianchi i ff. 37v, 39v-40v); numerazione dei fogli sul recto, verso l’angolo superiore destro, che sostituisce un’altra numerazione moderna (per 175-178), poi depennata; in-4°; mm 240 × 167 = 25 [190] 25 × 30 [125] 22; rr. 0/ll. 18 (f. 38v). Scrittura corsiva; una parola (sedis, al v. 4) e una riscrittura (-mbris al v. 26, poi depennata), forse aggiunte di mano coeva o di poco posteriore. Bibliografia (essenziale): Inventarium codicum, mmss., Bibliothecae Barberinae, a cura di S. Pieralisi, vol. XVI (BAV, Consultazione sala mss., n° 348), t. 9, ad vocem; V. BRANCA, Tradizione delle opere di Giovanni Boccaccio, I…, cit., pp. 83, 235-236; O. MORONI, La tradizione manoscritta della Commedia. I codici Barberiniani latini, in «L’Alighieri», XIV, 1973, pp. 25-51. 3 Chigiano latino L.V.176 [= Chig; Fig. 4] [Firenze], sec. XIV terzo quarto 1. Dante Alighieri, Vita di Dante (ff. 1r-13r), testo del cosiddetto secondo compendio SANDRO BERTELLI
2. Dante Alighieri, Vita nuova (ff. 13r-28v), con le chiose, o divisioni, smarginate 3. Guido Cavalcanti, Canzone: Donna mi prega (ff. 29r-32v) 4. Dino del Garbo, Commento a Donna mi prega (ff. 29rA-32vB). Inc.: «Incipit scriptum super cantilena Guidonis de Cavalcantibus a magistro Dino del Garbo egregio medicine doctori editum»; (testo) «Ista cantilena, que tractat de amoris passione, dividitur in tres partes» 5. Giovanni Boccaccio, Carme: Ytalie iam certus honos (f. 34r)* 6. Dante Alighieri, Rime: quindici canzoni (ff. 34v-43r) 7. Francesco Petrarca, Canzoniere (ff. 43v-79r), secondo l’ordinamento del 1359-1362. Membr.; ff. VI, 79, II’ (bianchi i ff. 33r-v, 72v e 79v); tracce di antica numerazione in cifre arabiche, sul recto, nell’angolo superiore destro dei fogli (erasa e rifilata: suggerisce un ordinamento dei fogli diverso da quello attuale); numerazione moderna (sec. XVI con inchiostro marrone chiaro) in cifre arabiche, sul verso, nell’angolo superiore esterno dei fogli (anch’essa suggerisce un ordinamento dei fogli diverso da quello attuale e collima con la precedente numerazione); numerazione moderna in cifre arabiche (anch’essa del sec. XVI, ma più tarda della precedente, con inchiostro nero), da 1 a 79 (non numera un foglio dopo f. 48, poi numerato da mano più recente 49; numera 79 f. I’)**; fasc.: 1-38 , 44 , 55 , 65 , 7-118 , 121***; richiami; mm 268 × 184 = 17 [178] 72 × 38 [93] 53 (f. 13r)****; rr. 43/ll. 42; rigatura a secco. Scrittura di mano di Giovanni Boccaccio (attr.): littera textualis; glosse, integrazioni e correzioni di mano del Boccaccio; sporadiche varianti di due mani recenziori (sec. XV); rare note di altra mano recenziore (forse già sec. XVI) più incerta (scrive con inchiostro scuro); frequenti postille (in greco, in latino e in volgare) di mano di Iacopo Corbinelli (1535-1590 ca.), eseguite in tempi diversi (quindi con variazioni di scrittura e d’inchiostro); sporadiche note a matita di mano di Fabio Chigi (poi papa Alessandro VII, 1599-1667); segni di nota. Iniziali medie bipartite rosse e azzurre filigranate; iniziali piccole rosse e azzurre alternate e filigranate; iniziali piccole rosse e azzurre alternate; rubriche; segni di paragrafo rossi e azzurri alternati; letterine maiuscole toccate di giallo; al f. 1r, aggiunta di mano del tardo sec. XV, un’iniziale riquadrata in oro su sfondo rosso e azzurro con fregio. Legatura di restauro (a. 2001, laboratorio BAV: cartellino controguardia posteriore) in assi ricoperta di pergamena, IL CARME YTALIE IAM CERTUS HONOS
con recupero di parti della legatura moderna (tipica legatura chigiana in cuoio verde con fregi in oro ed emblema della famiglia Chigi). Storia del codice: al centro del margine inferiore, sorretto da due putti alati, lo stemma di un antico possessore (non identificato)*****. Sulla controguardia anteriore, l’indicazione «1279», probabile vestigia di un’antica segnatura (ripetuta a matita al f. ar); nell’angolo superiore sinistro, cartellino dell’attuale collocazione. Al f. cr, probabilmente della stessa mano moderna, altra indicazione numerica: «317», anch’essa probabilmente una precedente segnatura chigiana. Al f. er, di mano moderna (a matita), si legge: «Lassato per legato a papa Alessandro VII dal conte Federigo Ubaldino, che l’acquistò da Parigi, ove l’haveva portato seco Iacobo Corbinelli fiorentino, autore delle postille moderne, e come fuoruscito era andato in Francia a ricoverarsi dalla regina Caterina de’ Medici»******. Non più visibile l’indicazione della sala (era la «D») dove il ms. si trovava conservato all’interno della biblioteca Chigiana. Nel 1922, insieme all’intera collezione chigiana, il codice fu donato dallo Stato italiano alla Biblioteca Apostolica Vaticana. Costituiva un unico volume col Chigiano L.VI.213, come dimostrato da De Robertis in apertura del facsimile dedicato proprio al Chigiano L.V.176 (in part. pp. 19-27). Bibliografia (essenziale): Inventario dei manoscritti Chigi, 255-256; D. ALIGHIERI, La vita nuova, a cura di M. Barbi, Firenze, Le Monnier, 1907 (2a ed. Firenze, Bemporad, 1932), pp. XXII-XXV (= K2 ); V. BRANCA, Tradizione delle opere di Giovanni Boccaccio, I…, cit., pp. 75, 83; G. AUZZAS, I codici autografi. Elenco e bibliografia, in «Studi sul Boccaccio», 7, 1973, pp. 1-20: 3-5 (con bibl. pregressa); D. DE ROBERTIS, Il “Dante e Petrarca” di Giovanni Boccaccio, introduzione all’edizione fototipica Il codice Chigiano L. V. 176 autografo di Giovanni Boccaccio, Roma-Firenze, 1974, pp. 7-72, (facsimile del ms.); V. BRANCA, Tradizione delle opere di Giovanni Boccaccio, II. Un secondo elenco di manoscritti e studi sul testo del “Decameron” con due appendici, Roma, Edizioni di Storia e Letteratura, 1991, pp. 14, 218n, 224, 249n, 477; G. BOCCACCIO, Carmina, a cura di G. Velli, in Tutte le opere di Giovanni Boccaccio, V/1, Milano, Mondadori, 1992, pp. 375-492: 461; F. MALAGNINI, Il libro d’autore dal progetto alla realizzazione: il “Teseida delle nozze d’Emilia” (con un’appendice sugli autografi di Boccaccio), in «Studi sul Boccaccio», XXXIV, 2006, pp. 3-102, 61-66, 70 e ss., figg. (con bibl. aggiornata). * Da notare che Boccaccio, al f. 79r, alla fine del Canzoniere e dopo uno spazio lasciato in bianco (corrispondente a circa una decina di linee di scrittura), ripete i vv. SANDRO BERTELLI
1 («Italie iam certus honos cui tempora lauro») e 3 («Dantis opus doctis vulgo mirabile nullis») del Carme. ** Questa mano più recente corregge la numerazione moderna a partire da f. 49 (numerato 50) fino alla fine, ossia fino al f. 79 (numerato 80, in realtà f. I’). Si segnala anche che i ff. I-II sono cart. mod. e di formato ridotto, numerati a-b; i ff. IIIIV sono membr. mod. numerati c-d; f. V è cart. mod. e numerato e; f. VI è membr. ant. numerato I; e i ff. I’-II’ membr. mod. sono numerati per 80-81. *** Al fasc. 5, asportati tre fogli (molto probabilmente bianchi): il quinto foglio del fascicolo (f. 33) è stato applicato al primo (f. 29) e presenta uno schema di rigatura sul verso (59 righe tracciate a secco: le prime due più distanziate dalle altre). Al fasc. 6, probabilmente asportato – senza lacuna di testo – il quinto foglio. Il fasc. 12 è ora costituito da un foglio originario (f. 79) e da f. I’, che vi è stato applicato mediante brachetta. **** Diversa la mise en page dei ff. 29-32, che presentano il testo della canzone di Cavalcanti al centro del foglio (con numero variabile di versi) con chiosa distribuita tutto intorno, divisa su due colonne (al f. 29r: rr. 64/ll. 63, con rigatura a secco). ***** Lo stemma è a forma di scudo su sfondo d’oro, presenta al centro un leone rampante rosso e nella parte inferiore tre fasce orizzontali sempre di color rosso. ****** Federico Ubaldini (1610-1657) fu segretario del cardinale Francesco Barberini (1597-1679), entrò poi al servizio della famiglia Chigi. Erudito e bibliofilo, raccolse una cospicua biblioteca: gran parte dei ‘codici Ubaldini’ si conservano nel Fondo Chigi della Vaticana. FIRENZE, BIBLIOTECA MEDICEA LAURENZIANA 4 Strozzi 22 [= S; Fig. 5] [Toscana], sec. XIV ca. metà 1. Onorio d’Autun, De imagine mundi (ff. 1r-23r) 2. Trattato De sphaeris (ff. 23v-26r) 3. Breve commento al De sphaeris (ff. 26v-27v) 4. Altro breve commento al De sphaeris (ff. 27v-28v) 5. Aristotele, Meteorologica (ff. 29r-48r) 6. Avicenna, De mineralibus (f. 48r-v); Sermo de generatione montium (ff. 48v-49r); De generatione corporum mineralium (f. 49r-v) 7. Giovanni Boccaccio, Carme: Ytalie iam certus honos (f. 50r), aggiunta di mano della fine del sec. XIV* Membr.; ff. I, 50; numerazione antica in cifre arabiche, sul recto, nell’angolo superiore destro dei fogli; fasc.: 112, 216, 310, 412, numeraIL CARME YTALIE IAM CERTUS HONOS
ti in cifre arabiche al centro del margine inferiore del primo foglio di ciascun fascicolo; richiami; mm 190 × 123 = 11 [136] 43 × 19 [71] 33 (f. 21r); rr. 41/ll. 40; rigatura a secco. Scrittura: littera textualis; glosse, note, correzioni e maniculae della stessa mano che aggiunge il carme al f. 50r. Iniziali medie azzurre filigranate; iniziali piccole rosse e dello stesso inchiostro del testo; rubriche; disegni esplicativi. Legatura moderna in cartone ricoperta di cuoio rosso; dorso in pelle (tracce di borchie e fermagli). Storia del codice: al f. 49v, poco sotto la metà, di altra mano recenziore, nota di possesso con sigla: «Libellus est N.C.» (con le due lettere incastonate). Al f. Iv, sul margine superiore, nota di possesso di mano del sec. XV: «Donati Acciaioli [1429-1478] n° 30 [numero ritoccato]». Sulla controguardia anteriore, altra sigla (accompagnata da disegni ornamentali) di un possessore forse cinquecentesco: «b.b.» (a lettere gotiche di modulo grande anch’esse incastonate). Al f. Ir, sul margine superiore, oltre l’indicazione «Isidoro cosmografia fior(ini) 1 lar(go)», quella di due precedenti segnature strozziane: «N° 12» (depennata) e «[N°] 642» (ripetute al f. 1r). Il codice è entrato in Laurenziana nel 1785, quando la collezione del senatore Carlo Strozzi (1587-1670) fu smembrata e ripartita tra l’Archivio delle Riformagioni (ora annesso all’Archivio di Stato di Firenze), la Biblioteca Magliabechiana (ora Nazionale Centrale di Firenze) e, appunto, la Biblioteca Medicea Laurenziana, alla quale giunsero 183 manoscritti. Bibliografia (essenziale): Bibliotheca Leopoldina Laurentiana, seu Catalogus manuscriptorum qui iussu Petri Leopoldi… in Laurentianam translati sunt, … A.M. Bandini… recensuit, illustravit, edidit, 3 voll., Florentiae 1791-1793, Supplementum, II, coll. 320-322; P.C. DE BATINES, Bibliografia dantesca…, cit., I, p. 371; V. BRANCA, Tradizione delle opere di Giovanni Boccaccio, I…, cit., p. 81; AVICENNA LATINUS, Codices, par M.-T. D’Alverny, La Neuve-Leiden, Louvain, 1994, pp. 395-398; ARISTOTELES LATINUS, Meteorologica. Liber quartus, Bruxelles, ed. E. Rubino, 2010, p. XI nr. 27. * La stessa mano è presente al f. Iv, dove esegue un disegno della Terra (con indicazioni relative alle zone abitabili e no, con i poli e i segni dello zodiaco, e col disegnino dell’orsa maggiore); annota anche il contenuto del codice e il motto ciceroniano: «Quid dulcius quam habere amicum cum quo omnia sicut tecum audeas loqui. Tullius ubi de amicitia» (adattamento di Cic. Amic. 22,5). SANDRO BERTELLI
FIRENZE, BIBLIOTECA NAZIONALE CENTRALE 5 Magliabechiano VI.30 [= Magl. VI 30; Fig. 3] [Italia centrale], 1522 ottobre 13 1. Dante Alighieri, Vita nuova (ff. 1r-63v) 2. Giovanni Boccaccio, Carme: Ytalie iam certus honos (ff. 64r-65r) 3. Versi Mantua Vergilium, qui talia carmina finxit e su Simone Martini del Virgilio Ambrosiano (f. 65r) 4. Andrea da Perugia, Sonetto a Francesco Petrarca: La santa fama, de la qual son prive (f. 65r-v), con l’incipit della risposta: Se l’honorata fronde che perscrive 5. Dante Alighieri, Sonetto: Sonar brachetti e cacciator inizzare (ff. 65v-66r) 6. Brevi notizie biografiche su Dante, Petrarca e Boccaccio (f. 66r) Cart.; ff. I, 66, I’; numerazione moderna in cifre arabiche; fasc.: 1-154 , 166 ; in-4°; mm 210 × 142 = 25 [165] 20 × 32 [80] 30 (f. 7r; variabile); rr. 0/ll. 21 (f. 7r; variabili). Scrittura corsiva di mano di Camillo Aleutii (Camillo Aleotti?), con qualche variante e integrazione marginale. Legatura moderna in pergamena floscia. Storia del codice: al f. 64r, di mano del copista: «In aedibus Camilli Aleutii fan’ die decima tertia 8bris M.D.XXIJ». Al f. 1r, sotto al titolo («Vita nuova»), di mano di poco posteriore a quella del copista, la nota di possesso: «Di Benedetto degli Alessandri». Al f. Ir, verso l’angolo superiore destro del foglio, l’indicazione di una precedente segnatura magliabechiana: «183». Sulla controguardia anteriore, il cartellino dell’attuale collocazione e l’indicazione della provenienza: «Magliabechi». Bibliografia (essenziale): P.C. DE BATINES, Bibliografia dantesca…, cit., I, p. 371; Inventario dei manoscritti delle biblioteche d’Italia, a cura di G. Mazzatinti-F. Pintor, voll. VII-XIII, Forlì (poi Firenze), Bordandini, 1897-1905/6 (rist. Firenze 1963), XII, p. 131; Catalogo della mostra dantesca alla Medicea Laurenziana nell’anno MCMXXI in Firenze, Milano, Bertieri e Vanzetti, 1923, p. 64 nr. 297; D. ALIGHIERI, La vita nuova…, cit., pp. XXXIII-XXXIV; V. BRANCA, Tradizione delle opere di Giovanni Boccaccio, I…, cit., p. 82; D. ALIGHIERI, Rime, a cura di D. De Robertis, Firenze, Le Lettere, 2002, vol. I/1, p. 228. IL CARME YTALIE IAM CERTUS HONOS
6 Magliabechiano VII.1040 [= Magl. VII 1040; Fig. 6] Ms. composito di 10 unità (fascicoli o singoli fogli di diversa provenienza e misura, dei secoli XIV, XV e XVI); ff. V, 57, IV’; numerazione moderna nell’angolo superiore destro dei fogli. Legatura moderna in cartone marmorizzato; dorso ricoperto di pergamena. Storia del codice: sulla controguardia anteriore, il cartellino dell’attuale collocazione e l’indicazione della provenienza: «Strozzi f°, n° 1394». Altre precedenti segnature strozziane ai ff. 8r («[n°] 1972»), 25r («769» depennata, e «181»), 38r («767»), 44r («620»). Interessa la sezione: V. f. 22 [Firenze], sec. XVI prima metà Giovanni Boccaccio, Carme: Ytalie iam certus honos (f. 22r-v) Cart.; mm 282 × 185 = 6 [270] 6 × 20 [115] 50 (f. 22r); rr. 0/ll. 28. Scrittura corsiva. Bibliografia (essenziale): Catalogo dei codici della Libreria Strozziana comprati dopo la morte di Alessandro Strozzi da S. A. R. Pietro Leopoldo Granduca di Toscana e passati alla Pubblica Libreria Magliabechiana, compilato dal bibliotecario F. Fossi nel 1789 e trascritto da A. Montelatici secondo aiuto de’ custodi di questa libreria, voll. I-II (ripr. fotografica: BNCF, Sala manoscritti, cat. 45), I, pp. 103-105; P.C. DE BATINES, Bibliografia dantesca…, cit., I, p. 371; Poesie italiane inedite di dugento autori dall’origine della lingua infino al secolo decimosettimo, a cura di F. Trucchi, voll. I-IV, Prato, Ranieri Guasti, 1846-1847, I, pp. 258-261; II, pp. 39, 49-52; Le opere volgari a stampa dei secoli XIII e XIV, vol. I, a cura di F. Zambrini, Bologna, Zanichelli, 1884 (quarta edizione con Appendice); vol. II, Supplemento con gli indici generali dei capoversi, dei manoscritti, dei nomi e dei soggetti, a cura di S. Morpurgo, Bologna, Zanichelli, 1929 (rist. anast. Torino 1961), II, p. 264; Mostra di codici romanzi delle biblioteche fiorentine. Catalogo della mostra (Firenze, Biblioteca Medicea Laurenziana, 1956), Firenze, Sansoni, 1957, p. 161; V. BRANCA, Tradizione delle opere di Giovanni Boccaccio, I…, cit., pp. 4, 58, 82, 105; D. DE ROBERTIS, Un codice di rime dantesche ora ricostituito (Strozzi 620), in «Studi danteschi», XXXVI, 1959, pp. 137-205; Poeti del Duecento, a cura di G. Contini, voll. I-II, Ricciardi, Milano-Napoli, 1960 (rist. 1995), II, pp. 884-910 e ss.; Mostra di codici ed edizioni dantesche. Catalogo della mostra (Firenze, Biblioteca Nazionale Centrale di Firenze, 1965), Firenze, Sandron, 1965, nr. 42; G. DA LENTINI, Poesie, a cura SANDRO BERTELLI
di R. Antonelli, Roma, Bulzoni, 1979, p. XLV; D. ALIGHIERI, Rime…, cit., I/1, pp. 243-245. 7 Palatino 323 [= Pal. 323; Fig. 8] [Firenze], sec. XV terzo quarto 1. Dante Alighieri, Commedia (ff. 1r-269v) 2. Glosse alla Commedia (ff. 1r-194r), in volgare. Inc.: (Inf. I 20; f. 1r) «Secondo e philosophy naturali, nel quore humano è tre ventricoli: che in quello di mezo si genera lo spirito»; expl.: (Par. VI 5; f. 194r) «nella città di Constantinopoli che è vicina a Troya donde prima uscì»* 3. Giovanni Boccaccio, Carme: Ytalie iam certus honos (f. 270r-v) Membr.; ff. I, 274, I’ (bianchi i ff. 89v-90v, 180r-v e 271r-274v); tracce di numerazione antica in cifre arabiche, sul recto, nell’angolo superiore destro, ubicata al di sopra di quella moderna (in gran parte caduta per rifilatura); fasc.: 1-2710, 284 ; richiami verticali; tracce di antica segnatura a registro, sul recto, nell’angolo inferiore destro dei fogli (caduta per rifilatura); mm 230 × 160 = 20 [155] 55 × 20/5 [80] 5/50; rr. 28/ll. 27 (9 terzine); rigatura a secco. Scrittura: littera antiqua, con cambi di modulo; rare glosse di mano del sec. XVI. Iniziali di cantica in oro con fregio a bianchi girari ai ff. 1r, 91r e 181r; iniziali di canto semplici azzurre; rubriche in volgare (1 linea, di mano del copista); spazi riservati per le rubriche da f. 114v (Purg. X) a f. 177r (Purg. XXXIII). Legatura moderna in cartone ricoperta di seta verde. Storia del codice: al centro del margine inferiore di f. 1r, entro il fregio, lo stemma della famiglia Medici (con giglio di Francia nella palla azzurra). Appartenne alla Libreria Guadagni col «N° 105» (cartellino sul dorso); poi a Gaetano Poggiali (1753-1814). Sulla controguardia anteriore, nell’angolo superiore sinistro, il cartellino con l’indicazione di una precedente segnatura (forse della biblioteca Poggiali): «774»; sempre sulla controguardia anteriore, l’indicazione manoscritta di due precedenti segnature palatine: «E. 5. 7. 41» e «V. 128». La scrittura presenta notevoli affinità sia con quella del manoscritto Genova, Biblioteca Durazzo-Giustiniani, A IV 7 (cfr. scheda IL CARME YTALIE IAM CERTUS HONOS
nr. 9), sia con quella del codice A IV 9 (cfr. scheda nr. 10). Bibliografia (essenziale): P.C. DE BATINES, Bibliografia dantesca…, cit., I, pp. 370-371; II, p. 95 nr. 174, 357 nr. XXXIII; F. PALERMO, I manoscritti Palatini di Firenze ordinati ed esposti, voll. I-III, Firenze, coi tipi di M. Cellini, 1853, I, p. 542 nr. 474; I codici Palatini della R. Biblioteca Nazionale Centrale di Firenze, a cura di L. Gentile, voll. I-II, Roma, 1885-1890, I, p. 537; Catalogo della mostra dantesca alla Medicea Laurenziana…, cit, p. 52 nr. 214; Le opere volgari a stampa…, cit., II, p. 268; V. BRANCA, Tradizione delle opere di Giovanni Boccaccio, I…, cit., p. 82; Mostra di codici ed edizioni dantesche…, cit., p. 106 nr. 148; D. ALIGHIERI, La Commedia secondo l’antica vulgata…, cit., I, p. 524; M. RODDEWIG, Dante Alighieri, Die Göttliche Komödie…, cit., pp. 116-117 nr. 273; S. BERTELLI, La “Commedia” all’antica, Firenze, Mandragora, 2007, p. 141 nr. 34 e figg. XI-XII e 34 (con altra bibl. pregressa). * Le chiose dipendono in gran parte dal commento di Giovanni Boccaccio. 8 Palatino 561 [= Pal. 561; Fig. 7] [Firenze], sec. XV primo quarto 1. Giovanni Boccaccio, Vita di Dante (ff. 1r-22r), testo del cosiddetto secondo compendio 2. Dante Alighieri, Vita nuova (ff. 22v-51v) 3. Giovanni Boccaccio, Carme: Ytalie iam certus honos (ff. 51v52r) 4. Dante Alighieri, Rime: quindici canzoni (ff. 52v-69r) Membr.; ff. I, 71 (bianchi i ff. 69v-71); numerazione moderna in cifre arabiche dei fogli iniziali dei singoli fascicoli; fasc.: 1-88 , 97 ; richiami; mm 258 × 172 = 33 [163] 62 × 33 [86] 53 (f. 13r); rigatura a secco. Scrittura: littera textualis; sporadiche correzioni di mano del copista; segni di nota. Iniziali grandi azzurre filigranate; iniziali medie rosse e azzurre alternate e filigranate; iniziali piccole rosse e azzurre alternate e filigranate; rubriche; segni di paragrafo rossi e azzurri. Legatura moderna in cartone ricoperto di cuoio; incisioni dorate sul dorso. Storia del codice: al f. 1r, al centro del margine inferiore (di aggiunta successiva), lo stemma della famiglia Medici (con giglio di Francia nella palla azzurra). Al f. Iv, vestigia di un’antica segnatura: SANDRO BERTELLI
«N° 11». Appartenne a Gaetano Poggiali (1753-1814), che sulla controguardia anteriore annotò: «Compìto». Sempre sulla controguardia anteriore, oltre al cartellino dell’attuale collocazione, l’indicazione manoscritta di due precedenti segnature palatine: «E. 5. 4. 57» e «V. 280». Bibliografia (essenziale): P.C. DE BATINES, Bibliografia dantesca…, cit., I, p. 371 (cit. Pal. 280); I Codici Palatini…, cit., II, 124-125; Catalogo della mostra dantesca alla Medicea Laurenziana…, cit., p. 64 nr. 290; Le opere volgari a stampa…, cit., II, p. 268; V. BRANCA, Tradizione delle opere di Giovanni Boccaccio, I…, cit., pp. 74, 82; D. ALIGHIERI, Rime…, cit., I/1, p. 313. GENOVA, BIBLIOTECA DURAZZO-GIUSTINIANI 9 A IV 7 (già Ms. 13; D 36) [= Dur. 13; Fig. 9] [Firenze], sec. XV terzo quarto 1. Dante Alighieri, Commedia (ff. 1r-266v) 2. Glosse alla Commedia (ff. 1r-266v), in volgare*. Inc.: (Inf. I 20) «Secondo e philosophy naturali nel quore humano è tre vent[ri]coli»; expl.: (Par. XXXIII 143) «[ci]oè che ’l desiderio della mia [v]olontà avea facto perfectamente tucto il cerchio del suo corso» 3. Giovanni Boccaccio, Carmina: Ytalie iam certus honos (f. 267r-v) Membr.; ff. VII, 267, II’**; fasc.: 1-2610, 277 ; richiami (in gran parte caduti per rifilatura); tracce di antica segnatura a registro, sul recto, nell’angolo inferiore destro (caduta per rifilatura); mm 245 × 165 = 20 [160] 65 × 25 [95] 45; rr. 27/ll. 27 (9 terzine); rigatura a secco. Scrittura: littera antiqua; glosse, note e correzioni di mano del copista. Iniziali di cantica in oro con fregio a bianchi girari ai ff. 1r, 89r e 178r; iniziali di canto azzurre; rubriche in volgare (1 linea, di mano del copista). Legatura moderna in cartone ricoperto di cuoio verde. Storia del codice: sul margine inferiore di f. 1r, al centro del fregio, delineato uno stemma (non eseguito). Al f. 267v, di mano del sec. XVI: «Hic liber est Laurenty Rescy (?)». Appartenne a George Jackson (fine sec. XVII-1763), la cui biblioteca probabilmente fu acquistata nel 1775 dal Duca de La Vallière (1708-1780); nel 1784 passò, per 87.05 lire genovesi, a Giacomo Filippo Durazzo (ex libris al f. IL CARME YTALIE IAM CERTUS HONOS
IIIr), che lo acquistò a Parigi dal libraio fiorentino Claudio Molini in seguito alla vendita della biblioteca La Vallière (cfr. Archivio Durazzo, conto nr. 401, datato 6 aprile 1784). Timbro della Biblioteca Durazzo Giustiniani ai ff. 266v e 267v. La scrittura presenta notevoli affinità sia con quella del manoscritto Genova, Biblioteca Durazzo-Giustiniani, A IV 9 (cfr. scheda nr. 10), sia con quella del Palatino 323 della Nazionale di Firenze (cfr. scheda nr. 7). Bibliografia (essenziale): Catalogus librorum italicorum, latinorum, et manuscriptorum, magno sumptu, et labore per triginta annorum spatium Liburni collectorum, a cura di [B. Giovanazzi], Livorno, Liburni, 1756, p. 640 nr. 88; Catalogue des livres de la bibliothèque de feu M. le Duc de La Vallière, a cura di G. de Bure, voll. I-III, Paris, G. de Bure fils aîné, 1783, II, p. 488 nr. 3557; Catalogo della biblioteca di un amatore bibliofilo, a cura di [G. B. Pittaluga], [Genova], s.n., [1834- 1835?], p. 64; P.C. DE BATINES, Bibliografia dantesca…, cit., II, pp. 162-163 nr. 314, 315 nr. VI; F.L. MANNUCCI, I codici Durazzo della “Divina Commedia”, in Dante e la Liguria. Studi e ricerche, a cura di E.G. Parodi [et alii], Milano, Treves, 1925, pp. 274-277 nr. II; V. BRANCA, Tradizione delle opere di Giovanni Boccaccio, I…, cit., p. 82; D. ALIGHIERI, La Commedia secondo l’antica vulgata…, cit., I, p. 531; D. PUNCUH, I manoscritti della raccolta Durazzo, Genova, Sagep, 1979, p. 120 nr. 51, fig. 60; M. RODDEWIG, Dante Alighieri, Die Göttliche Komödie…, cit., p. 149 nr. 358; S. BERTELLI, La “Commedia” all’antica…, cit., p. 146 nr. 42 e fig. 43 (con altra bibl. pregressa). * Le glosse sono per lo più desunte dal commento di Giovanni Boccaccio. ** I ff. IV-VII contengono le Osservazioni dell’abate Gaspare Oderici sopra il presente codice. 10 A IV 9 (già Ms. 16; D 35) [= Dur. 16; Fig. 10] [Firenze], sec. XV terzo quarto 1. Dante Alighieri, Commedia (ff. 1r-240v) 2. Iacopo Alighieri, Capitolo (ff. 241r-243v) 3. Giovanni Boccaccio, Carmina: Ytalie iam certus honos (f. 244r-v) Cart.; ff. VIII, 244, II’ (bianco f. 80v)*; fasc.: 1-2410, 254 ; richiami (talvolta caduti per rifilatura); in-folio; mm 270 × 175 = 25 [185] 60 × 30/5 [75] 5/55; rr. 30/ll. 30 (10 terzine); rigatura a secco. Scrittura: littera antiqua; note, integrazioni e correzioni di mano del copi- SANDRO BERTELLI
sta. Iniziali di cantica in oro con fregio a bianchi girari ai ff. 1r, 81r e 161r; iniziali di canto azzurre; rubriche in volgare (1 linea, di mano del copista). Legatura moderna in cartone ricoperto di cuoio rosso. Storia del codice: sul margine inferiore di f. 1r, al centro del fregio, delineato uno stemma (non eseguito). Appartenne a Giacomo Filippo Durazzo (ex libris al f. IIIr), che acquistò il manoscritto a Genova nel 1780, per 81.14 lire genovesi, dal libraio G. Ludovico Baillieux insieme al codice 231 (B VI 20), della seconda metà del sec. XV, contenente Statuti e privilegi del castello di Bonifacio (cfr. Archivio Durazzo, conto del 21 luglio 1780, al nr. 498 del 1781). Timbro della Biblioteca Durazzo Giustiniani ai ff. 243v e 244v. La scrittura presenta notevoli affinità sia con quella del manoscritto Genova, Biblioteca Durazzo-Giustiniani, A IV 7 (cfr. scheda nr. 9), sia con quella del Palatino 323 della Nazionale di Firenze (cfr. scheda nr. 7). Bibliografia (essenziale): Catalogo della biblioteca di un amatore bibliofilo…, cit., p. 64; P.C. DE BATINES, Bibliografia dantesca…, cit., II, p. 162 nr. 313; F.L. MANNUCCI, I codici Durazzo della “Divina Commedia”, pp. 278-281 nr. III; V. BRANCA, Tradizione delle opere di Giovanni Boccaccio, I…, cit., p. 82; D. ALIGHIERI, La Commedia secondo l’antica vulgata…, cit., I, p. 532; D. PUNCUH, I manoscritti della raccolta Durazzo…, cit., p. 124 nr. 53 e fig.; M. RODDEWIG, Dante Alighieri, Die Göttliche Komödie…, cit., pp. 149-150 nr. 359; S. BERTELLI, La “Commedia” all’antica…, cit., p. 146 nr. 43 e fig. 44 (con altra bibl. pregressa). * I ff. III-VIII contengono le Annotazioni dell’abate Gaspare Oderici sopra il presente codice. SANDRO BERTELLI IL CARME YTALIE IAM CERTUS HONOS
LEONARDO FIORENTINI IV. TESTO E COMMENTO* 1. Storia breve di una fortuna Nel De origine civitatis Florentie et de eiusdem famosis civibus136 , Filippo Villani, contemporaneo di Boccaccio, non manca di dedicare un medaglione al Certaldese137: secondo lo schema che regola quasi tutti i capitoli dell’opera, ne propone uno schizzo biografico, quindi si concentra sull’attività poetica, di cui ricorda l’imponente produzione in latino. Tra i vari testi, Boccaccio «edidit […] metro eglogas sedecim pulcherimas et quam plures epistolas nexu vagas et alias que librato pede procederent, non parvi apud peritos pretii». Villani ha notizia dunque sia delle epistole in prosa sia di quelle poetiche, sebbene di questa produzione ‘minore’ egli non menzioni nulla di specifico, fatta eccezione per il cosiddetto Autoepitaffio138, sempre in latino, riportato nel § 27. Non sappiamo se egli conoscesse nel dettaglio il carme Ytalie iam certus honos, sebbene l’assenza di elementi bio-bibliografici e propriamente poetici nel medaglione su Boccaccio, magari autoschediasticamente riportati a corredo delle informazioni lì fornite, sconsigli una simile ipotesi139 . Nei secoli successivi, il carme appare stampato per lo più nella ‘versione Ludovico Beccadelli’, una riscrittura in fondo140 definitivamente consacrata nella seconda edizione del Petrarcha redivivus di Tomasini del 1650. Una maggiore attenzione a codici ben più vicini cronologicamente a Boccaccio derivò dalla pubblicazione della Commedia di Dante a opera di Fantoni, che nel 1820 aveva stampato La * Ho discusso queste osservazioni con gli altri autori del presente lavoro, nonché con Gabriella Albanese, Marco Bernardi, Marco Ercoles, Alberta Lorenzoni, Vinicio Tammaro che qui ringrazio. 136 Qui e in séguito per il latino utilizzeremo la grafia adottata dai vari editori, senza alcun processo di normalizzazione. Si cita l’edizione a cura di G. Tanturli (v. Tonello supra nota 108). 137 Red. A XXV Tanturli. 138 Carmina X. Vedi G. BOCCACCIO, Carmina, a cura di G. Velli, in Tutte le opere di Giovanni Boccaccio, V/1, Milano, Mondadori, 1992, p. 454. 139 Secondo una prassi ben operante nel Medioevo, che ha radici antiche, in quanto facilmente riscontrabile già nel lavorìo esegetico, ormai frammentario, degli Alessandrini, e che ha continuità ininterrotta fino all’età moderna. 140 Si veda supra Tonello, pp. 14s., 18, 26.
IL CARME YTALIE IAM CERTUS HONOS 141 L’opera fu pubblicata a Roveta. 142 G. CARDUCCI, Studi letterari, Livorno, F. Vigo, 1874, p. 325. 143 Si veda A.F. MASSÈRA, Di tre epistole metriche boccaccesche, in «Giornale Dantesco», XXX, 1927, pp. 31-41: 32. 144 Ma si vedano sopra le precisazioni di Sandro Bertelli, pp. 72-74. 145 A. HORTIS, Studj sulle opere latine di Boccaccio, Trieste, 1879, Julius Dase, p. 301 (rist. Studio Bibliografico Adelmo Polla, Cerchio, AQ, 1981, p. 301). 146 Ivi, pp. 350-356. Stampava gli attuali I e II dell’ed. Velli e aggiungeva un carme, sempre inedito, ma più probabilmente da attribuirsi a Niccolò di Montefalcone (cfr. Ivi, p. 309). Ci si potrebbe chiedere se essi siano o no da identificarsi con quelli menzionati da Villani. 147 Ivi, p. 301 n. 3. Il rilievo non è esatto: basti pensare ad actor al posto di auctor stampato al v. 12. Divina Commedia di Dante Alighieri manoscritta da Boccaccio141 . Come si ricava dal titolo, nel riprodurre il Vat. lat. 3199 egli aveva riportato, non senza imprecisioni in realtà, anche il carme Ytalie iam certus honos e, a torto, aveva creduto autografo il manoscritto. Sull’edizione Fantoni si era concentrato Carducci, che lamentava la scarsa precisione metrica e stilistica che trasparirebbe dal carme, in quanto «almen gli esametri, i quali precedono il poema, non possono essere scritti di man del Boccaccio»142. Si tratta di un giudizio eccessivamente duro143, sebbene implicitamente metta in dubbio l’autografia del manoscritto, o, almeno, del carme. Le osservazioni di Carducci, come si vede, sono di ordine stilistico e tuttavia in qualche modo anticipano l’attuale valutazione paleografica, secondo la quale il manoscritto non è vergato da Boccaccio e la mano del carme è imitativa (ma diversa) rispetto a quella che ha trascritto l’opus maius di Dante144. Nel 1879, Hortis lamentava la scarsa attenzione conferita dagli studiosi alle epistole e ai carmina di Boccaccio145 e in tal modo spiegava la cura speciale che egli aveva dedicato a questa produzione nel proprio monumentale volume sulle opere in latino del Certaldese, dove presentava, peraltro, svariati carmina inediti146. Tra i carmina ‘nuovi’ non compare di fatto, in quanto già nota, l’epistola esametrica indirizzata a Petrarca in lode di Dante Ytalie iam certus honos, oggetto del resto di fatiche editoriali ed esegetiche già nel corso dei secoli precedenti, vuoi per l’importanza di alcuni codici che la tramandano vuoi in quanto testimonianza intellettuale e nondimeno biografica delle tre corone. Si accodava quindi a Carducci nei giudizi di stile: «si badi che l’edizione rovetana [Fantoni] è meno spropositata del codice Vaticano»147 .
LEONARDO FIORENTINI 148 O. HECKER, Boccaccio-Funde, Braunschweig, George Westermann, 1902, pp. 12-26. 149 A.F. MASSÈRA, Di tre epistole…, cit., pp. 31-41. 150 G. BOCCACCIO, Opere latine minori (Buccolicum carmen, Carmina et epistolarum quae supersunt, Scripta breviora), a cura di A.F. Massèra, Bari, Laterza, 1928. 151 A. PAKSCHER, Aus einem Katalog des Fulvius Ursinus, in «Zeitschrift für romanische Philologie», X, 1886, pp. 205-245: 232. 152 P. DE NOLHAC, La bibliothèque de Fulvio Orsini. Contributions à l’histoire des collections d’Italie et à l’étude de la Renaissance, Paris, Champion, 1887. 153 P. DE NOLHAC, Pétrarque et l’humanisme, Paris, Champion, 1907. 154 I due studiosi ritenevano di fatto che la Commedia non fosse di Boccaccio, mentre avrebbe potuto, con varî dubbi, esserlo il carme (cfr. supra Tonello, p. 8). Nessuno di questi studiosi aveva tenuto presente l’intero testimoniale, ovviamente, e non aveva pertanto avuto modo di soffermarsi sulla questione delle varianti: questione però sempre spinosa e che tanto più complessa dovrà dirsi nel nostro caso, in quanto, per spiegarla, è stata invocata quell’ipotesi di doppia redazione ricordata e contestata qui da Tonello. Impostata più o meno implicitamente già nel corso dell’Ottocento e ampiamente approfondita da Hecker nel 1902148, la valutazione delle varianti, dopo imputazioni (e assoluzioni) di scorrettezze metriche e stilistiche, fu compiutamente riesaminata da Massèra nel 1927149, cui si deve, tra l’altro, un’edizione − postuma (1928) − delle opere latine ‘minori’ di Boccaccio150. Stretto tra chi, come Hecker, individuava nella redazione del Vaticano veri e propri errori che, al di là dei giudizi di Hortis, lo inducevano a suggerire che il Vaticano non poteva esser ascrivibile direttamente a Boccaccio, e chi, come Pakscher nel 1887151 e Nolhac, sempre nel 1887152 e di nuovo il solo Nolhac nel 1907153 senza tener conto dei rilievi di Hecker, si manteneva su posizioni meno ultimative154, Massèra intraprende una propria via esegetica: la redazione di Vat. rappresenterebbe una prima versione del carme composto per accompagnare il dono della Commedia a Petrarca (si veda supra Tonello § 1.2); tale testo da parte di Boccaccio sarebbe stato rivisto, corretto e risp ed ito a Petrarca in una forma nuova, cioè in quella che ora appare, ad esempio, nel ms. Chig L V 176. È forse il caso di dire senz’al tro nel Chigiano, in quanto c’è un elemento che interviene nella cronologia di questi studi moderni, un elemento di cui Massèra tenne ovviamente il debito conto: il riconoscimento del fatto che il Chigiano è autografo di Boc-
caccio. Si tratta di una precisazione non certo di poco momento dovuta in particolare all’acume e alla perizia di Michele Barbi155, che ne diede segnalazione in sede di introduzione alla Vita nuova di Dante156 . In sostanza, basandosi di fatto su tre codici in particolare (Vat, Chig, Pal. 323), Massèra arrivava a definire che: 1. il carme fu composto per l’invio del dono della Commedia a Petrarca e fu fatto trascrivere sul codice (ora) Vat. lat. 3199 nel 1352; 2. di ritorno da Milano nel 1359 Boccaccio provvide a un secondo invio del carme accompagnato da un biglietto (perduto, beninteso), carme che corrisponderebbe alla versione ‘chigiana’, cui Petrarca rispose con Fam. XXI 15; 3. della versione ‘chigiana’ restano varie copie due delle quali particolarmente importanti, Chig, trascritto di sua mano da Boccaccio, e Pal. 323157 . A parte alcuni aggiustamenti di prospettiva, segnalati con precisione da Velli158, e di cui ha già dato conto nel dettaglio Elisabetta Tonello qui sopra, si ipotizzano da Massèra in poi due redazioni che, sulla base dei codici più significativi chiameremo “vaticano-strozziana” (vs) e “chigiana” (ch). Se dunque gli studi paleografici meglio permisero a Massèra di formulare questa ipotesi, è da osservazioni paleografiche che intendiamo partire per riesaminare l’intera questione della doppia redazione. Di notevole peso si rivelano le recenti annotazioni della Boschi Rotiroti e di Sandro Bertelli (qui sopra), che hanno segnalato come la mano del Vaticano non sia una soltanto: la Commedia, in sostanza, non è vergata dalla stessa mano che ha trascritto il carme di dedica. Quest’ultima, anzi, è decisamente successiva, di fine Trecento se non adIL CARME YTALIE IAM CERTUS HONOS 155 Uno spunto in tal senso è già in Pakscher, una ventina d’anni prima, come ricavo da O. HECKER, Boccaccio…, cit., p. 16 (il quale non lo seguiva) e da V. BRANCA, Tradizione delle opere di Giovanni Boccaccio, II. Un secondo elenco di manoscritti e studi sul testo del “Decameron” con due appendici, Roma, Edizioni di Storia e Letteratura, 1991, p. 477 (non ho potuto verificare direttamente Pakscher). 156 D.ALIGHIERI, La vita nuova, per cura di M. Barbi, Firenze, Le Monnier, 1907, p. CLXXIV, (2a ed. Milano, Bemporad, 1932, p. CX). 157 Così A.F. MASSÈRA, Tre epistole…, cit., p. 35. 158 Il quale ha messo in dubbio con condivisibili argomenti il quadro cronologico proposto da Massèra, pur accogliendo la doppia redazione (per la questione si vedano le osservazioni di Tonello supra). GIOVANNI BOCCACCIO, Carmina, cit., pp. 375-492: 388s.
LEONARDO FIORENTINI dirittura quattrocentesca159. Così Boschi Rotiroti: se, come è mia impressione, la trascrizione del carme è avvenuta in un periodo storico e culturale di rivalutazione dell’antico, cioè almeno una generazione dopo la copia della Commedia (certamente dopo il ’75, ma più probabilmente alla fine del secolo se non agli inizi del successivo) si ha un copista di buon livello grafico, che adatta la sua scrittura ad un modello ‘gotico’160 . 2. Questioni testuali Accanto alla doppia redazione, e anzi preliminarmente, conviene tener conto di un aspetto che è stato presente sempre all’attenzione degli studiosi in via teorica, ma che è stato trascurato nella valutazione effettiva delle varianti, e cioè da un lato la natura di componimento esametrico del carme, con tutte le norme di genere e metricoprosodiche che ciò comporta, e dall’altro il fatto che siamo dinanzi a un’epistola vera e propria161. La natura del componimento di Boccac159 Cf. comunque O. HECKER, Boccaccio…, cit., p. 3 n. 4. 160 Così M. BOSCHI ROTIROTI, Sul carme “Ytalie iam certus honus” del Boccaccio, nel Vaticano Latino 3199, in «Studi Danteschi», LXVIII, 2003, pp. 131-137: 137. 161 G. PASQUALI, Storia della tradizione e critica del testo, Firenze, Le Monnier, 19522 , passim individuava negli epistolari un àmbito privilegiato per circoscrivere varianti d’autore: al di là degli aggiornamenti intervenuti sulle tesi di Pasquali, quegli studi hanno il merito, indiscutibile direi, di aver richiamato l’attenzione e posto l’accento sugli aspetti peculiari della tradizione epistolografica, aspetti che talora sono considerati secondari, ma che appaiono invece fondamentali per capire alcuni accidenti testuali delle lettere antiche e medioevali. Non stupisce che un’epistola abbia avuto una doppia redazione, perché esisteva una copia transmissiva, da consegnare effettivamente al destinatario, e una transcriptio che il mittente teneva ed archiviava per sé. Così si ricava dagli studi ancora attuali di Peter sull’epistolografia a Roma. Lo studioso, sulla scia, tra gli altri, di Bardt, richiamava l’attenzione sull’eccezionalità costituita da una lettera di Cicerone (Fam. V 8), dove «abbozzo e bella copia sono confusi nella medesima lettera» (Pasquali, Ivi, p. 450 n. 2): da qui ricavava, insieme ad altri dati, quella che si ritiene essere la normale procedura nella composizione, diffusione e conservazione delle lettere. Ci appare opportuno, almeno in questa sede e in relazione allo specifico caso del carme di Boccaccio, parlare di “doppia stesura” per la prassi epistolografica tradizionale, mentre utilizzeremmo il concetto di “doppia redazione” per casi in cui la transmissiva o talora la transcriptio siano oggetto di lavorio successivo, come si suppone (da Massèra in poi) sia accaduto per la transcriptio del carme di Boccaccio. E certo non solo di Boccaccio, perché come ribadiva opportunamente Pasquali (Ivi, p. 451), sempre sulla scorta di Peter, la pubblicazione delle lettere avveniva talora in seguito a profonda revisione, da parte del mittente, dei propri materiali epistolografici. L’ipotesi di un tal processo di revisione, nei casi in cui si sia verificato, si fonda sulle dichiarazioni di lavoro (Petr. Fam. I 1) e sulle richieste (Cic. Att. XVI
IL CARME YTALIE IAM CERTUS HONOS cio − letteraria e ad uso privato in quanto reale epistola − già di per sé induce a ridurre a uno, in assenza di altri dati, i momenti delle due redazioni. Boccaccio, in altre parole, avrebbe potuto tranquillamente comporre il carme nella versione vs e immediatamente mutarlo nella versione ch. Ma, come cercheremo di mostrare, anche l’idea secondo cui la redazione ch porterebbe varianti d’autore rispetto a vs può essere superata. Tenteremo cioè di spiegare perché può esservi stata una sola redazione e un solo invio che coincide con la redazione ch, e cercheremo di mostrare come le lezioni peculiari di vs possano più agevolmente spiegarsi in altro modo rispetto all’ipotesi delle versioni d’autore. Cominciamo pertanto dallo specifico epistolare, vale a dire da intestazione e firma (per un regesto completo si veda supra Tonello § 1.4). vs Chig Francisco Petrarche poete unico atque illustri Illustri viro Francisco Petrarce laureato Iohannes de Certaldo tuus 162 Iohannes Boccaccius de Certaldo Florentinus Se ne possono ricavare due destinazioni: una, quella della tradizione vaticano-strozziana, rivolta concretamente a Petrarca, l’altra, quella del Chigiano (autografo), appare nella forma eventualmente destinata a una raccolta. Massèra riteneva che la redazione del Chigiano fosse solo l’ultimo stadio della revisione163. A uno stadio più vicino al comune anti5,5) degli scriventi, secondo pratiche non dissimili per antichità e Medioevo. Tale ipotesi, ribadiamo, si muove entro un orizzonte teorico o comunque fortemente indiziario, perché sono rarissimi i casi in cui si conservano le due versioni della medesima lettera, sicché è molto difficile − o più spesso impossibile − valutare il peso delle eventuali modifiche apportate. Un altro elemento rilevante messo in luce da Pasquali è la facoltà che, negli epistolari più che in altre situazioni, si arroga il destinatario, o un copista del corpus di lettere ricevute dal destinatario, di intervenire sull’epistola ricevuta (cfr. Ulp. D. XLVII 2,14,17). Si tratta di un modus operandi perfettamente comprensibile alla luce della natura privata o comunque non totalmente e indistintamente pubblica di una lettera − anche quando essa sia un documento senz’altro già immaginato dal suo mittente nelle mani di più di un destinatario (cfr. H. PETER, Der Brief in der Römischen Literatur: Literaturgeschichtliche Untersuchungen und Zusammenfassungen, Leipzig, Teubner, 1901, p. 142). 162 Spaziato nostro. 163 A.F. MASSÈRA, Tre epistole…, cit., p. 32.
LEONARDO FIORENTINI grafo con Chig assegnava quanto si legge in Pal. 323 che suggerirebbe nell’intestazione un luogo di residenza di Petrarca: Versi di messer Giovanni Boccacci a messer Francesco Petrarcha mandatigli a Vignone choll’opera di Dante ne quali loda detta opra e persuadegli che la studi. Un’intestazione corredata dalla seguente nota a latere: Versus Iohannis Boccaccii ad Franciscum Petrarcham cum ei librum Dantis ad Avinionem transmitteret transcripti ex originalibus ipsius Boccaccii. Ciò che Massèra lascia irrisolto è il rapporto dell’intestazione e della firma del Chigiano in relazione al supposto antigrafo della seconda redazione. Sarà il caso di considerare, a mo’ di confronto, una sorta di epistola tardoantica, di cui − caso abbastanza eccezionale − sono conservate quelle che potremmo comunque definire transmissiva e transcriptio. Si tratta della famosissima relatio che il praefectus urbi Simmaco inviò a Valentiniano II nel 384 per la restitutio dell’altare della Vittoria: un caso ricordato da Pasquali a proposito delle varianti d’autore164. Evidentemente non si tratta di una vera e propria epistola, ma la prassi e lo scopo della comunicazione non sembrano in fin dei conti differenti da una tradizionale missiva. Nella copia che Simmaco tenne per sé e che, non a caso, si trova nei manoscritti delle opere di Simmaco pubblicate in parte da Simmaco stesso e in parte dal figlio, il praefectus urbi si rivolge normalmente ai sovrani con la formula ddd. nnn. imperatores. Così avviene anche nel corso della relatio, allorché l’intestazione vera e propria è evidentemente errata in questa tradizione, in quanto fa riferimento al solo Teodosio − Augusto per l’Oriente − mentre, dalla lettera I 57, 2 M. di Ambrogio, si capisce inequivocabilmente come il destinatario unico della missiva fu Valentiniano II. La redazione conservata nei codici dell’antagonista Ambrogio (20, 21 e 57), che ne aveva richiesta copia dalla cancelleria imperiale, è evidentemente la transmissiva: qui si legge domini, imperatores, Valentiniane, Theodosi et Archadi, inclyti victores ac triumphatores semper Augusti; e la medesima formula si trova nelle apostrofi al posto del compendiario ddd. nnn. imperatores dei codici di Simmaco165. Se ne ricava una situazione paragonabile a quella che si trova in Boccaccio tra la redazione vs e il Chigiano. 164 G. PASQUALI, Storia…, cit., p. 453. 165 Cf. Q. AURELII SYMMACHI quae supersunt, ed. O. Seeck, Berlin, Weidmann, 1883, p. XVII; F. Canfora in L’altare della Vittoria. Simmaco, Ambrogio, a cura di F. Canfora, con una nota di L. Canfora, Palermo, Sellerio, 1991, pp. 160s. Pare discutibile la scelta di Callu (Symmaque, vol. V, Discours, rapports, texte établi, traduit et commenté par J.-P. Callu, Paris, Les Belles Lettres, 2009, p. LXIs. n. 5) di omettere dall’apparato le varianti di intestazioni e apostrofi che si trovano nel ramo ambrosiano e in quello propriamente di Simmaco; e discutibile è anche la scelta di non segnalare laddove egli ha apportato variazioni a tali intestazioni e apostrofi in sede di edizione delle relations. In tal modo si disperde il patrimonio di varianti che testimoniano anche la complessa vicenda delle epistole antiche.
IL CARME YTALIE IAM CERTUS HONOS In sostanza, il confronto, a mo’ di esempio, con la relatio di Simmaco non aiuta a giustificare sulla base di una doppia redazione le diverse intestazioni del carme epistolare di Boccaccio: anzi, sconsiglia una simile via. Quanto all’intestazione del Palatino (supposto descriptus di una versione più vicina sul piano cronologico rispetto al Chigiano all’antigrafo del secondo invio), a noi sembra che, anche a tacere del volgare, esso non possa in nessun modo essere emanazione diretta della penna di Boccaccio, ma piuttosto un autoschediasmo dedotto da alcune notizie non già interne al carme ma risalenti alla biografia di Boccaccio e, in particolare, di Petrarca. Le indagini più approfondite sul carme, quelle che più di altre hanno portato a mettere in luce dati tali da indurre a postulare una doppia redazione, si sono concentrate sul testo poetico vero e proprio. Come ha osservato condivisibilmente Massèra166 sulla scia di Hecker167, molti degli errori che hanno scandalizzato Carducci e poi Hortis non sono gravi e, in fondo, tra le due versioni, non interviene una messe considerevole di varianti. Anzi, a ben guardare, l’unica pericope significativa sul piano testuale è di fatto una, vale a dire quella dei vv. 20s. che qui riportiamo nella redazione vaticano-strozziana e chigiana per più immediato confronto (vv. 18-22): vs ch hinc illi egregium sacro moderamine virtus hinc illi egregium sacro moderamine virtus theologi vatisque dedit, simul atque sophye theologi vatisque dedit, simul atque sophye agnomen, factusque fere est par gloria gentis agnomen, factusque fere est gloria gentis inque datura fuit meritas quas improba lauros altera Florigenum: meritis tamen improba lauris mors properata nimis vetuit vincire capillos mors properata nimis vetuit vincire capillos In vs il testo sembrerebbe alludere a Dante e a Petrarca, mentre in ch, sebbene Massèra168 abbia ritenuto di poter pensare ai due poe166 A.F. MASSÈRA, Tre epistole…, cit., p. 31. 167 O. HECKER, Boccaccio…, cit., pp. 18s. 168 A.F. MASSÈRA, Tre epistole…, cit., p. 35.
LEONARDO FIORENTINI ti, risulta molto più probabile l’ipotesi avanzata per la prima volta da Hortis169, secondo cui Boccaccio richiamerebbe, velatamente, Claudiano170. In tal modo, si rispettano l’ordine anche temporale (altera) e la contiguità poetica che tra Dante e Claudiano si postulava nel Medioevo. Filippo Villani, fra gli altri, nel menzionato trattato sui cittadini illustri di Firenze, colloca Dante immediatamente dopo Claudiano e, fra le altre vicende, ricorda la mancata laurea poetica di Dante, ottenuta invece, osserva Villani, da Claudiano. Si tratta di notizie, quelle di Villani, che coincidono con quelle di Boccaccio, ma la cui maggior estensione non può farci pensare che siano state prese di peso da Boccaccio stesso bensì da una comune fonte. Se si ipotizzano le due redazioni − nell’ordine temporale, vaticano-strozziana e chigiana − si deve immaginare che Boccaccio, in un’epistola su Dante a Petrarca, decida in un secondo tempo di sopprimere il contemporaneo e illustre amico Petrarca a favore dell’antico Claudiano. Velli sembrerebbe ritenere che nella redazione vaticana vi sia già l’allusione a Claudiano171: ma, in tal caso e ammesse le due redazioni, non sarebbe necessaria una revisione che attenui la dichiarazione. Sul piano stilistico Massèra giudicava «molesto»172 lo iato che interviene tra fere ed est. Tale giudizio è stato ripreso da Velli, che si limita ad aggiungere come l’avverbio sia in buon accordo con la «generale tendenza espressiva nel carme a ridurre la perentorietà delle singole dichiarazioni»173. Ma, in realtà, non è stato dato peso al fatto che lo iato della redazione chigiana si colloca in corrispondenza di una pausa ritmica così da isolare l’avverbio fere e da conferirgli particolare risalto. Inoltre, la cesura eftemimere, che cade appunto dopo fere, costituisce un legame sintattico significativo con la seconda parte del verso, che si inizia con est, necessario alla diatesi verbale (factus est). In definitiva, lo iato, non è affatto «molesto», come volle Massèra, bensì un raffinato impiego dei mezzi espressivi offerti dalla metrica classica (cfr. e.g. Verg. Ecl. 10,13 illum etiam laurih , etiam flavere myricae) 174. C’è inoltre un elemento, finora sfuggito, che non ha 169 A. HORTIS, Studj…, cit., p. 302 e n. 1. 170 Così anche G. VELLI, Carmina…, cit., p. 478, che segue l’intuizione di Hortis. 171 Ibidem. 172 Così A.F. MASSÈRA, Tre epistole…, cit., p. 35. 173 G. VELLI, Carmina…, cit., p. 478. 174 Con iato, tra lauri ed etiam in cesura.
IL CARME YTALIE IAM CERTUS HONOS nulla che vedere con l’usus di Boccaccio, ma che sarebbe invece testimoniato nel Vaticano, e cioè l’impiego di par senza il dativo. Boccaccio usa sempre − almeno in poesia − il dativo con par (si vedano per esempio Egl. 9, 106 e v. 119)175 . Scartata l’ipotesi della doppia redazione per giustificare le diverse inscriptiones e subscritiones, alla luce di queste osservazioni sugli esametri, ci si può chiedere se tale ipotesi sia davvero necessaria per spiegare almeno le varianti del testo. L’epistolario metrico tra Ausonio e Paolino di Nola costituisce un caso problematico, che ci sembra paragonabile al nostro. Green, ultimo editore dell’imponente produzione letteraria di Ausonio, ha stampato con numerazione distinta un testo epistolare esametrico, il noto discutimus Pauline per render ragione, così, delle notevolissime difformità di quel testo nei vari rami della tradizione176. Nella raccolta di Paolino mancano i vv. 5-19 e 38-122 presenti nella tradizione che discende direttamente da Ausonio; e sempre nella raccolta di Paolino la lettera si conclude con i vv. 31- 37, assenti nell’altra. I vv. 21s. della tradizione discendente da Ausonio sono sostituiti da un solo verso in Paolino in cui compare ast in incipit a differenza dell’usus di Ausonio. Se, dati anche i molti punti in comune, si ipotizza un’unica epistola, una semplice constatazione sarebbe quella per cui nella tradizione di Paolino c’è la transmissiva della lettera esametrica di Ausonio, mentre sulla transcriptio Ausonio avrebbe continuato incessantemente a lavorare, ampliando la lettera ben oltre la data di consegna a Paolino. In sostanza, si sarebbe comportato come i critici ritengono si sia comportato Boccaccio nel nostro caso, sebbene con una qualità e una quantità di aggiustamenti ben diversa rispetto ai più lievi interventi dei vv. 20s. di Boccaccio. L’attenzione di Ausonio alla propria produzione poetica, la vocazione alla riscrittura anche dopo l’edizione è prassi attestata per altre sue opere tout court letterarie: varrà lo stesso anche per questa lettera? Potrebbe esser così se nella versione ritenuta essere la transmissiva non vi fossero usi stilistici non presenti in Ausonio, come osservava Friedrich Leo già nel 1896177. Lo stesso Leo ipotizzò, felicemente a nostro av175 Appare assolutamente fuori luogo invocare qui il comprovato atteggiamento distratto, tipico di Boccaccio copista di se stesso: un aspetto sul quale vedi ad esempio A.F. MASSÈRA, Opere…, cit., pp. 315s.; G. VANDELLI, Un autografo della “Teseide”, in «Studi di Filologia Italiana», II, 1929, pp. 5-76: 35; GIOVANNI BOCCACCIO, Decameron, facsimile dell’autografo conservato nel codice Hamilton 90 della Staatsbibliothek Preussischer Kulturbesitz di Berlino, a cura di V. Branca, Firenze, Alinari, 1975, passim. Nel caso del carme esametrico, infatti, non si può immaginare l’omissione per errore di un par nel Chigiano, perché il testo che ne risulterebbe (factusque fere est par gloria gentis / altera Florigenum) non avrebbe nessun senso. 176 The works of Ausonius, ed. with Intr. and Comm. by R.P.H. Green, Oxford, Clarendon Press, 1991, p. 655. 177 F. LEO, Zum Briefwechsel des Ausonius und Paulinus, in «Nachrichten der Got-
LEONARDO FIORENTINI viso, che la transmissiva conservata nelle opere del destinatario è in realtà un rifacimento a partire dalla versione più lunga di Ausonio, rifacimento di un successivo redattore, che, a livello di precisione metrica sarebbe migliore di Ausonio, ma che sarebbe meno capace sul piano stilistico. L’ipotesi di Leo, fu accolta da Jachmann nel 1941178 e da Pasquali179, il quale giungeva a suggerire che il redattore della versione brevior fosse lo stesso Paolino, anche perché è proprio il redattore della versione brevior che dimostra di conoscere la risposta di Paolino e pare reimpiegarla180. Non sapremmo esprimerci sulla posizione di Pasquali, ma senz’altro le obiezioni di Pastorino181, riprese ora da Green182, alla tesi di Leo non soddisfano perché non spiegano, tra le altre cose, come mai la versione breve mostri elementi stilistici affatto inediti in Ausonio, mentre la versione amplior no. In sostanza accederemmo all’interpretazione di Leo e la proporremmo come un possibile e felice confronto col caso di Boccaccio per rifiutare l’ipotesi della doppia redazione e del doppio invio. Un ultimo elemento da discutere è l’inversione di alcuni imperativi al v. 38, inversione comune solo ai codici della famiglia dur che reca suscipe, iunge tuis, cole, perlege, comproba. Già questo fatto determina un accordo tra Chig e la redazione vs e isola l’autografo da larga parte della redazione ch. Senz’altro l’ordine della redazione vs, del Chigiano e della famiglia fm (suscipe, perlege, iunge tuis, cole, comproba) è migliore della serie di azioni consigliate da Boccaccio a Petrarca in dur (suscipe, iunge tuis, cole, perlege, comproba) 183, ma ciò non è sufficiente per dire che l’ordine degli imperativi di dur costituisce davvero una lezione scorretta. Recuperando un’osservazione di Massèra184 sull’intestazione del Pal. 323 − appartenente alla famiglia dur − tinger Gesellschaft der Wissensschaften», 1896, pp. 253-264 (= Ausgewählte Kleine Schriften, vol. II, hrsg. und eingl. v. E. Fraenkel, Roma, Edizioni di Storia e Letteratura, 1960, pp. 319-331). 178 G. JACHMANN, Das Problem der Urvarianten und die Grundlagen der Ausoniuskritik, in Concordia Decennalis: Festschrift der Universität Köln zum 10jahrigen Bestehen des Deutsch-Italienischen Kulturinstituts Petrachahaus, Köln, Pick, 1941 [1944], pp. 47-104. 179 G. PASQUALI, Storia…, cit., p. 457. 180 In tal senso la proposta di Green appare meno economica, perché ipotizza due lettere di Ausonio, in molti punti uguali, di cui una decisamente più lunga dell’altra: un caso unico nell’epistolario e, in fin dei conti, senza paralleli a noi noti, paralleli che, se esistenti, non sono segnalati dall’editore. 181 A. PASTORINO, A proposito della tradizione del testo di Ausonio, in «Maia», XIV, 1962, pp. 41-68; 212-243. 182 R.P.H. GREEN, Ausonius…, cit., p. 655. 183 Così già A.F. MASSÈRA Tre epistole…, cit., p. 32 n. 1. 184 A.F. MASSÈRA, Tre epistole…, cit., p. 33.
grazie alla quale egli giudicava il codice quale descriptus di una fase redazionale più antica rispetto a Chig, si potrebbe utilizzare la Wortstellung di dur per suffragare tale supposizione: la famiglia dur, cioè, deriverebbe da un comune antigrafo precedente Chig. Ma, come abbiamo già ipotizzato sopra, le precisazioni dell’intestazione del Pal. 323 sono più probabilmente autoschediasmi. E non va dimenticato come Boccaccio sia stato generalmente un pessimo copista di se stesso (cfr. n. 175): pertanto nulla vieta, in via ipotetica, che la famiglia dur discenda (e non preceda) da una copia di Boccaccio in tutto identica, per gli esametri almeno, a Chig, senza volontà di modifiche da parte del Certaldese. Di conseguenza nulla vieta che il copista del capostipite della famiglia dur sia altri da Boccaccio. Dopo le considerazioni paleografiche di Boschi Rotiroti e di Bertelli, attraverso questi esempi epistolografici e attraverso l’analisi stilistica e propriamente poietica interna alla produzione di Boccaccio si potrà ipotizzare questa situazione: 1. il Chigiano non è la minuta della lettera, ma è copia della transcriptio, cosa che spiega la diversa e più semplice intestazione nonché la firma; una vera transcriptio pensata per la pubblicazione, contestuale alla transmissiva; 2. la versione vs, la cui mano è successiva rispetto alla Commedia (cfr. supra Boschi Rotiroti e Bertelli), è copia della transmissiva, cosa che giustifica solo l’inscriptio e la subscirptio diverse; 3. nel testo esametrico della versione vs, si assiste a una serie di rimaneggiamenti che non seguono l’usus di Boccaccio e potrebbero risalire al redattore dell’antigrafo della versione vs: in tal caso dunque vanno imputati a un copista-filologo. In definitiva, dovendo proporre una versione grafica dei rapporti tra i codici, propenderemmo per uno stemma codicum che includa in qualche modo (vd. supra Tonello pp. 50s.) la famiglia vs e la famiglia ch, e imputeremmo al copista da cui discendono il Vaticano e lo Strozziano (dunque la famiglia vs) una competenza filologica e una vicinanza almeno culturale a Boccaccio o a Petrarca che gli ha permesso di intervenire sui vv. 20s., gli unici che conservano errori imputabili a una volontà interpretativa del copista, il quale corresse la metrica e inserì un’allusione a Petrarca perché non aveva colto in gloria gentis / altera Florigenum l’allusione a Claudiano. Non escluderemmo, infine, che l’ipotesi della doppia redazione IL CARME YTALIE IAM CERTUS HONOS
LEONARDO FIORENTINI sia stata contemplata anche a fronte dell’attitudine alla revisione e alla riscrittura comprovata e segnalata dagli studiosi per Boccaccio: attitudine che però sembrerebbe investire opere di ben maggior respiro e ampiezza, come si ricava dalle ricerche condotte a più riprese sul Buccolicum carmen185 e sulle monumentali Geneaologie deorum gentilium186. Per opere più brevi, e peraltro occasionali quale anche questo carme si rivela, varranno le osservazioni di Renata Fabbri sulla Vita di Petrarca: la studiosa rivendica l’unitarietà del progetto e della redazione della biografia del maestro, un’ipotesi certo più persuasiva che non quella, metodologicamente ammissibile, di aggregazioni o integrazioni su un nucleo originario, possibilità da accettare sempre con grande cautela e contro cui urterebbe, nel nostro caso, la mancanza di altre e più precise informazioni187 . 3. Lingua e stile Un autoritratto di Boccaccio alle prese con la poesia classica si trova, per allegoriam, in Egl. XII 176-182, dove il poeta evoca la difficoltà compositiva e l’intrico testuale che ha fatto desistere molti suoi contemporanei dall’impresa di scrivere in latino, per rivolgersi infine alla sola poesia in volgare: turbavere quidem vestigia longa viarum / et nemorum veteres rami cautesque revulsi, / implicite sentes pulvisque per ethera vectus; / velleris atque fames et grandis cura peculi / neglexit latos montis per secula calles. / Hinc actum ut, scrobibus visis, in terga redirent / iam plures peterentque suos per pascua fines188. Un’impre185 Si vedano già O. HECKER, Boccaccio…, cit., pp. 45 e ss.; A.F. MASSÈRA, Opere…, cit., pp. 264 e ss. Tali ricerche sono state riprese e approfondite da Bernardi Perini in G. BOCCACCIO, Buccolicum carmen, a cura di G. Bernardi Perini, in Tutte le opere di Giovanni Boccaccio, V/2, Milano, Mondadori, 1994, pp. 689-1090. 186 Bastano i rimandi alla trattazione di Romano (G. BOCCACCIO, Genealogie deorum gentilium, vol. II, a cura di V. Romano, Bari, in part. pp. 846, 852-857) e alle acute osservazioni di Zaccaria (G. BOCCACCIO, Genealogie deorum gentilium, ll.1-11, a cura di V. Zaccaria, in Tutte le opere di Giovanni Boccaccio, Milano, Mondadori, 1998, passim). 187 Così Renata Fabbri, in G. BOCCACCIO, Vite di Petrarca, Pier Damiani e Livio, a cura di R. Fabbri, in Tutte le opere di Giovanni Boccaccio, V/1, Milano, Mondadori, 1992, pp. 879-962: 884. 188 «Le tracce dei lunghi sentieri, le hanno confuse i rami secchi dei boschi, i macigni divelti, l’intrico dei pruneti, la polvere portata dal vento; e la fame di lana, la brama di un grande peculio hanno via via nei secoli negletto gli ampi calli del mondo. Ond’è che
IL CARME YTALIE IAM CERTUS HONOS già molti, alla vista dei dirupi, hanno dato di terga e riguadagnato le loro terre tra i pascoli» (trad. di G. Bernardi Perini, in G. BOCCACCIO, Buccolicum…, cit., p. 845). 189 V. ZACCARIA, Appunti sul latino del Boccaccio nel “De mulieribus claris” (dall’autografo Laur. Pl. 90 sup. 98’), in «Studi sul Boccaccio», III, 1965, pp. 229-246. 190 Cf. in part. Bernardi Perini (GIOVANNI BOCCACCIO, Buccolicum…, cit., pp. 700s.). 191 Rimando soprattutto alle note esplicative e di commento stese da Bernardi Perini come sussidio per la comprensione del Buccolicum carmen, ma si veda già Romano (GIOVANNI BOCCACCIO, Genealogie…, cit., vol. II, pp. 857-864). 192 Così G. VELLI, Carmina…, cit., p. 377. sa cui il Certaldese, invece, non si sottrasse. Nel 1965 Zaccaria annoverava tra i desiderata della letteratura latina medioevale (e della filologia italiana) un capitolo sul latino di Boccaccio189. Il capitolo, sebbene impostato nelle sue problematiche essenziali già da Zaccaria stesso nel menzionato lavoro, continuava di fatto a mancare nel 1994, quando Giorgio Bernardi Perini lamentava l’assenza di sistematici studi di questo tipo in sede di introduzione al Buccolicum carmen da lui curato190. E tale capitolo, in realtà, non è stato ancora sistematicamente scritto, per quanto le note di commento redatte da alcuni benemeriti editori alle opere latine di Boccaccio abbiano nel dettaglio parzialmente supplito a questa mancanza191. Nello specifico caso dei versi latini di Boccaccio, si avverte anche l’esigenza di una puntuale analisi della tecnica versificatoria del poeta, ciò che permetterebbe peraltro indagini più sicure sul piano della metrica semantica e più certe acquisizioni nella constitutio textus. Velli, in relazione allo stile latino di Boccaccio, nota, cursoriamente, come esso non sia immobile ma in difficile crescita col progressivo perfezionamento della varia strumentazione, pur nel ribadimento di certe costanti, di opzioni di fondo si direbbe primordiali, prima di ogni altra l’uso letterale tranquillamente eversivo del materiale letterario precedente, la vocazione al centone192 . E in tal prospettiva, Velli tendenzialmente preferisce parlare, in sede di commento, di “tessere”, piuttosto che di allusioni o di reminiscenze. Probabile che l’affermazione di Velli colga generalmente nel segno, se non altro per l’aiuto che il prelievo centonario forniva al poeta alle prese con la metrica e la lingua latine; tuttavia, non escluderemmo la necessità di verificare caso per caso richiami anche minimi alla poesia latina classica (per così dire) e nondimeno tardoantica o medioevale.
LEONARDO FIORENTINI Va da sé che per cogliere la multiforme presenza di autori non solo antichi nelle opere di Boccaccio sarebbe importante, nei limiti del possibile, poterne ridefinire la biblioteca, così gravemente dispersa, né solo quella concreta, ma anche quella mentale. Ad esempio, l’importanza di Ovidio all’interno della produzione di Boccaccio può essere radicata negli anni di Napoli, dovuta cioè alla conoscenza dell’agostiniano Dionigi da Borgo Sansepolcro, teologo e maestro di retorica classica, che aveva composto un commento alle Metamorfosi193 . Travalica i limiti del presente lavoro una simile indagine. Considerato il prestigio del destinatario del testo in esame, sono state indagate, seppur non sistematicamente, le riprese da Petrarca. Billanovich194 individuava con sicurezza debiti del carme di Boccaccio nei confronti dell’epistola petrarchesca a Virgilio (Fam. XXIV 11), soprattutto per l’apertura e la chiusa195. Debiti che, tuttavia e come si vede dal confronto stesso, non appaiono definitivamente dimostrati. Più probabili i complimenti (in senso pasqualiano) nei confronti della Metrica II 10 a Zoilo, rimarcati con precisione sempre da Billanovich: in tal caso le riprese sono non solo più stringenti, ma anche più pertinenti sul piano funzionale, come rilevato giustamente da Velli196 . Ma il repertorio che necessita di maggiori indagini è non tanto e non solo la poesia latina medioevale, ma, soprattutto, quella classica. Nel presentare Dante, Boccaccio si sofferma sulla triste condizione di exul del poeta (vv. 5s.). L’aggettivo, solo in incipit, ricorre ad esempio 6x in Lucano, 9x in Stazio, 14x in Ovidio. A un primo sguardo risulterebbe pertanto immediato e ragionevole concludere che non vale la pena di parlare qui di un recupero, men che mai di remi193 Cf. U. MARIANI, Il Petrarca e gli Agostiniani, Roma, Edizioni di Storia e Letteratura, 1946, pp. 31-49; G. BILLANOVICH, Petrarca letterato, Roma, Edizioni di Storia e Letteratura, 1947 (rist. anast. Roma 1995), p. 62 e ora in particolare G. VELLI, Dionigi e i classici, in Dionigi da Borgo Sansepolcro fra Petrarca e Boccaccio, a cura di F. Suitner, Città di Castello, Petruzzi, 2001. A Dionigi fa riferimento lo stesso Boccaccio a più riprese, tra cui è particolarmente significativa quella della Vita petrarchesca (§ 10) in quanto costituisce un trait d’union tra Boccaccio e l’illustre maestro Petrarca. 194 G. BILLANOVICH, Petrarca letterato…, cit., p. 148 e n. 2. 195 Ibidem: segnalava gli esametri 1-3 (Eloquii splendor, latie spes altera lingue, / clare Maro, tanta quem felix Mantua prole / Romanum genuisse decus per secula gaudet) e vv. 66s. (Eternum, dilecte, vale nostrosque rogatus / Meonium Ascreumque senes salvere iubeto) che metteva in relazione con l’inizio e la fine della lettera di Boccaccio. 196 G. VELLI, Carmina…, cit., p.477. Per le segnalazioni di dettaglio rimandiamo al commento.