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In supremae dignitatis - Per la storia dell’Università - Edizione a cura di Paolo Pontari

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Published by goroiamanuci, 2023-04-26 08:52:59

In supremae dignitatis - Per la storia dell’Università - Edizione a cura di Paolo Pontari

In supremae dignitatis - Per la storia dell’Università - Edizione a cura di Paolo Pontari

*343 Università di Pisa IN SUPREME DIGNITATIS Per la storia dell’Università e dell’Ospedale di Pisa Edizione, traduzione e commento della bolla di fondazione dello Studio generale (1343) e un nuovo documento di età medicea Sull’Ospedale (1476-1559) a cura di Paolo Pontari UN1VERS1TY PISA PRESS


In supreme dignitatis : per la storia dell'università e dell’Ospedale di Pisa : edizione, traduzione e commento della bolla di fondazione dello Studio generale (1343) e un nuovo documento di età medicea Sull'Ospedale (1 176-1559) / a cura di Paolo Pontari - Pisa : Pisa university press, 2021 378.15551 1WD) I. Ponimi. Paolo 1. Pisa - Università - Origini - Fonti documentarie 2. Pisa - Ospedale - Stona - Fonti documentarie ------------------------------------------------------- 01P a cura del Sistema bibliotecario dell’Università di Pisa UPI UNIVERSITY PRESS ITALIANE Membro Coordinamento University Press Italiane Rotary Club Pisa Galilei *3^ Università di Pisa Volume pubblicato con il contributo del Rotary Club Pisa Galilei e con il patrocinio dell’Università di Pisa. In copertina: Bolla di papa Clemente VI per la fondazione dello Studio di Pisa (particolare). Pisa, Archivio di Stato, Diplomatico, Atti pubblici, 3 settembre 1343. Sul retro di copertina: Documento inedito relativo all’Ospedale di Pisa di età medicea (particolare). Pisa, Università di Pisa, Rettorato, donazione del notaio Angelo Caccetta. ® Copyright 2021 by Pisa University Press srl Società con socio unico Università di Pisa Capitale Sociale € 20.000,00 i.v. - Partita IVA 02047370503 Sede legale: Lungarno Pacinotti 43/44 - 56126 Pisa Tel. + 39 050 2212056 - Fax + 39 050 2212945 [email protected] www.pisauniversitypress.it ISBN 978-88-3339-440-4 Progetto grafico: Paolo Pontari L’Editore resta a disposizione degli aventi diritto con i quali non è stato possibile comunicare, perle eventuali omissioni o richieste di soggetti o enti che possano vantare dimostrati diritti sulle immagini riprodotte. Le fotocopie per uso personale del lettore possono essere effettuate nei limiti del 15% di ciascun volume/fascicolo di periodico dietro pagamento alla SIAE del compenso previsto dall’art. 68, commi 4 e 5, della legge 22 aprile 1941 n. 633. Le riproduzioni effettuate per finalità di carattere professionale, economico o commerciale o comunque per uso diverso da quello personale possono essere effettuate a seguito di specifica autorizzazione rilasciata da CLEARedi - Centro Licenze e Autorizzazione per le Riproduzioni Editoriali - Corso di Porta Romana, 108 - 20122 Milano - Tel. (+39) 02 89280804 - E-mail: info@ cleareadi.org - Sito web: www.cleareadi.org.


Indice Prefazioni Paolo Maria Mancarella Rettore dell’Università di Pisa 7 Giuseppe Saggese Past President del Rotary Club Pisa Galilei 9 Fabrizio Vallelonga Direttore del Museo Nazionale di Palazzo Reale di Pisa 11 Angelo Caccetta «Habent suafata libelli». Il recupero e la donazione di un antico documento 15 Premessa Paolo Pontari 17 Introduzione La bolla In supreme dignitatis di papa Clemente VI per lafondazione dello Studium generale di Pisa (Villeneuve-lès-Avignon, 3 settembre 1343) Paolo Pontari 27 Un nuovo documento dell’età medicea (1476-1559): Lorenzo il Magnifico e l’Ospedale di Pisa tra XV e XVI secolo Paolo Pontari 35 Lorenzo il Magnifico e la riapertura dello Studio di Pisa (1473): l’orazione inaugurale di Lorenzo Lippi Gabriella Albanese 47 Il ‘ritorno’ di Lorenzo il Magnifico a Pisa nel nuovo millennio: la riscoperta di un arazzo mediceo Marina Riccucci 69 3


Edizione dei documenti a cura di Paolo Pontari La bolla di fondazione Dell’Università di Pisa Nota al testo 83 Edizione diplomatica 93 Edizione critica 99 Traduzione italiana 107 Un nuovo documento di età medicea Sull’Ospedale di Pisa Nota al testo 113 Edizione del documento 115 Indici a cura di Paolo Pontari Indice dei nomi 141 Indice dei manoscritti e dei documenti d’archivio 151 Indice delle figure 153 4


Prefazioni


Paolo Maria Mancarella Rettore dell’Università di Pisa Negli anni sono state molte le pubblicazioni dedicate alla storia dell’Università di Pisa. Quello che tenete in mano, però, è un libro particolarmente prezioso. Si tratta, infatti, della prima traduzione in italiano, nonché della prima edizione critica, della bolla papale In supreme dignitatis con la quale, nel 1343, fu ufficialmente fondato il nostro Ateneo. Un documento non inedito, certo, ma che qui viene riproposto sotto una luce completamente nuova, segnando un passo fondamentale nella direzione di una miglior conoscenza e comprensione di quella che è la nostra storia. È completamente inedito, invece, il documento che riguarda la storia del nostro Ospedale in età medicea, ritrovato dal notaio Angelo Caccetta che ne ha fatto dono al nostro Ateneo. Un gesto di grande generosità per il quale merita tutta la nostra gratitudine. Lo trovate anch’esso pubblicato e commentato nelle pagine che seguono e per le quali non posso che ringraziare il prof. Paolo Pontari, a cui si deve questo pregevole progetto editoriale, promosso dal Rotary Club Pisa Galilei e diretto dalla prof.ssa Gabriella Albanese. Rileggere il testo della ‘bolla’ che papa Clemente VI emanò il 3 settembre 1343, per chi come me, 677 anni dopo, si trova a guidare lo Studio pisano, è stato motivo non solo di orgoglio ed emozione, ma anche di profonda riflessione. Quel documento, infatti, segna l’inizio di una storia certo non priva di difficoltà, ma anche decisamente gloriosa. Da Galileo ai giorni nostri, d’altronde, il cammino della nostra comunità universitaria è punteggiato di allievi e docenti di grande valore, con tre premi Nobel all’attivo. Quella scritta qui a Pisa, d’altro canto, è la storia di una grande Università che ha contribuito, e non poco, alla costruzione del nostro Paese, dalle guerre d’indipendenza, con la partecipazione di nostri docenti e studenti alla battaglia di Curtatone e Montanara, fino alla proclamazione dell’Unità italiana. Poco dopo la quale, l’Ateneo pisano viene inserito tra le sei Università primarie del Regno. Importante riconoscimento di un’eccellenza secolare, come lo era stato, qualche tempo prima, l’ospitare la prima riunione degli Scienziati italiani. Non dobbiamo dimenticare, d’altronde, che il nostro è uno Studio dove fioriscono, ancor prima del 1343, la Giurisprudenza, la Medicina e la Matematica. 7


Paolo Maria Mancarella Un’eccellenza quest’ultima, la cui storia si lega ovviamente al nome di Leonardo Fibonacci - di cui quest’anno ricorrono gli 850 anni dalla nascita. Proprio ripensando alla gloria e al prestigio che ancora oggi circondano il nostro Ateneo, sono rimasto colpito da un passaggio della “bolla”, in cui papa Clemente VI esprime il “desiderio” che lo Studium generale di Pisa «possa divenire anche terreno fecondo dei doni delle scienze, affinché possa formare uomini dotati di maturità di giudizio, incoronati dell’ornamento delle virtù ed esperti nelle dottrine delle diverse Facoltà, e affinché vi sia in essa una fonte che diffonde la conoscenza, al cui flusso abbondante possano attingere tutti coloro che bramano di essere istruiti sui libri». Se c’è qualcosa di vero nell’antica locuzione latina di ispirazione ciceroniana, che ci ricorda come la storia sia maestra di vita, devo dire che l’Università di Pisa è stata e continua ad essere una sua discepola di gran valore. Capace di lasciare un segno profondo in tanti studi. Penso ai primati in Scienze Agrarie o in Informatica. 0 all’eccellenza della nostra Università nei campi della Fisica Teorica, della Matematica, delle Scienze della Terra, dell’Archeologia o della Linguistica, ma potrei elencarne molti altri. Ancora oggi sono tantissimi gli studenti fuori sede che ci scelgono come ateneo in cui completare la propria formazione, conseguendo qui la Laurea Magistrale. Segno di un’offerta formativa che si è saputa mantenere di altissimo livello e aggiornata in ogni campo. Riflettendo sul nostro presente attraverso la lente dei documenti contenuti in questo volume, allora, mi viene da dire, citando J.R.R. Tolkien, che “apparteniamo anche noi alla medesima storia, che continua attraverso i secoli”, perché i grandi racconti non terminano mai, sono semmai i protagonisti “che vengono e se ne vanno” quando è terminata la loro parte. Se oggi Pisa continua ad essere una grande Università, in un panorama internazionale sempre più competitivo, è anche grazie a questa storia di cui vogliamo essere degni eredi e che studi come quelli del prof. Pontari, che ringrazio nuovamente assieme a tutti gli autori che con lui hanno collaborato a questa pubblicazione, contribuiscono a mantenere viva. Un ringraziamento, infine, al Rotary Club Pisa Galilei che con il suo contributo ha reso possibile la pubblicazione di questo importante volume. 8


Giuseppe Saggese Past President del Rotary Club Pisa Galilei È con grande piacere che mi accingo a scrivere la prefazione a questo pregevole volume. Prima di entrare nel merito, vorrei spendere giusto poche parole per dire che cosa è il Rotary. Il Rotary è una delle maggiori associazioni internazionali di servizio umanitario, fondata nel 1905, che oggi conta oltre 1.200.000 soci, appartenenti a 33.000 Club distribuiti in tutti i Paesi del mondo. Il motto del Rotary, che ne spiega anche la filosofia, è Service above self(“Servire al di sopra di ogni interesse personale”). Molti sono i progetti umanitari che hanno caratterizzato negli anni l’azione del Rotary, uno su tutti l’impegno in prima linea, da oltre 40 anni, nel programma di eradicazione della poliomielite, grazie al quale siamo ora molto vicini a dichiarare tutto il mondo poliofree. Nell’anno in cui ho avuto l’onore di presiedere il Rotary Club Pisa Galilei (Anno Rotariano 2018-2019), tra i vari obiettivi da perseguire, ho cercato di dare un rilievo particolare alla valorizzazione del patrimonio culturale e artistico del territorio pisano. In questo intento, sono stato facilitato dalla presenza tra i nostri soci della Prof, ssa Gabriella Albanese, persona di rara cultura umanistica, molto sensibile alle tematiche culturali e sociali del Rotary, nonché Presidente della Commissione Progetti del Club, la quale ha promosso e diretto il progetto legato al presente volume. Il progetto nasce dall’intuito del socio notaio Angelo Caccetta, il quale nel 2018 ha acquistato sul mercato antiquario un antico fascicolo contenente atti notarili quattro-cinquecenteschi riguardanti l’Ospedale di Pisa. Il documento rappresenta un’importante testimonianza storica, che getta luce su luoghi e persone della città di Pisa, configurandosi quindi come una tessera significativa per ricostruire il quadro storico-politico, culturale ed economico pisano tra Quattro e Cinquecento. Il documento è stato poi donato aU’Università di Pisa e, con il patrocinio del Rettore dell’Università e del Rotary Club Pisa Galilei, viene ora pubblicato in questo volume, curato dal Prof. Paolo Pontari ed edito dalla casa editrice Pisa University Press. La pubblicazione e lo studio del documento fino ad ora inedito sono impreziositi, sempre ad opera del gruppo di lavoro coordinato da Gabriella Albanese, dalla prima edizione critica con commento e traduzione della Bolla di 9


Giuseppe Saggese fondazione dell’Università di Pisa In supreme dignitatis di papa Clemente VI, dall’orazione inaugurale di Lorenzo Lippi per la riapertura congiunta dello Studio generale fiorentino e pisano nella sede unica di Pisa a opera di Lorenzo de’ Medici nel 1473 e dallo studio su un arazzo mediceo raffigurante Lorenzo nella sua cerchia di intellettuali e artisti e conservato a Pisa nel Museo Nazionale di Palazzo Reale. In conclusione, posso ritenere che il progetto rotariano diretto dalla Prefissa Albanese, finalizzato al recupero e alla valorizzazione del patrimonio documentario medievale e rinascimentale del nostro territorio, abbia trovato la sua piena espressione nel volume curato dal Prof. Pontari, che delinea con maestria i rapporti sempre esistiti fra due istituzioni della città di Pisa, l’Università e l’Ospedale, e il loro legame con la dinastia dei Medici. 10


Fabrizio Vallelonga Direttore del Museo Nazionale di Palazzo Reale di Pisa Neli’accingermi a scrivere alcune righe di presentazione a questo volume che ripercorre la storia deU’Università e dell’Ospedale di Pisa dalle origini sino all’età medicea, non posso che prendere le mosse dall’arazzo di Lorenzo dell’Accademia delli scultori e pittori che chiama direttamente in causa il Museo Nazionale di Palazzo Reale di Pisa. L’arazzo le cui vicissitudini -tali si possono definire le circostanze che lo hanno portato, o probabilmente riportato, a Palazzo Reale insieme agli altri panni entrati a far parte della collezione del Museo civico nel 1893 — sono state puntualmente ripercorse da ultimo, con efficace sintesi, negli studi di Matilde Stefanini nel primo capitolo del recente volume Pieter Coecke vanAelst. Un arazzo pisano e l’eredità della Granduchessa Vittoria (Pisa 2019), e vengono qui approfondite e contestualizzate nel contributo di Marina Riccucci. Mi soffermerò sugli ultimi avvenimenti che hanno condotto al recupero, al restauro e alla valorizzazione dei 34 panni dell’arazzeria medicea e granducale conservati nel Museo. La condizione di conservazione “polverosissima” in cui Marina Riccucci e il curatore di questo volume, Paolo Pontari, trovarono quindici anni fa l’arazzo nei Depositi di Palazzo Reale oggi, per fortuna, non è più attuale. Grazie, infatti, all’impegno di Maria Giulia Burresi, già direttrice del museo, si è avviato un ambizioso progetto di recupero degli arazzi, proseguito dai direttori che si sono avvicendati alla guida di Palazzo Reale, Dario Matteoni, Alba Macripò e Rosanna Morozzi. Il progetto ha comportato il restauro per primo proprio del nostro arazzo, con fondi del Ministero per i Beni e le Attività Culturali e per il Turismo, e poi di altri dieci arazzi restaurati negli anni successivi grazie al contributo della “Fondazione Pisa” e il costante supporto dell’Associazione “Gli Amici dei Musei e Monumenti Pisani”. Recentemente questa sinergia ha permesso l’allestimento di tre arazzi che non erano presentati al pubblico da più di quarant’anni e che sostituiscono altrettanti esemplari esposti in precedenza, permettendo di proseguire il sistematico restauro e la rotazione dei panni, favorendone così una più ampia fruizione pubblica e garantendone le condizioni per una migliore conservazione. Uno dei tre arazzi esposti, Caccia all’Orso al Dardo, tessuto entro il 1569, faceva parte di un grandioso ciclo di 11


Fabrizio Valielonga trentasei arazzi ideato dallo stesso duca Cosimo I con la consulenza di Giorgio Vasari per la villa medicea di Poggio a Caiano del quale sopravvivono solo quindici arazzi, tre dei quali a Palazzo Reale, e qualche frammento. L’altro panno esposto, Ercole e il Leone Nemeo, realizzato su disegno di Alessandro Allori e tessuto entro il 15 febbraio 1659, faceva parte di una serie di sei colonne tessute per la ripresa seicentesca delle Storie del Battista. L’ultimo arazzo, San Paolo riceve onori divini a Listra, infine, è stato realizzato su disegno e cartone, per la scena centrale, di Pieter Coecke van Aelst, nel 1529-1530, e tessuto neU’arazzeria di Bruxelles di Jacob Geubels I, tra il 1585 e il 1605. L’arazzo di Lorenzo il Magnifico è stato oggetto recentissimamente di un altro intervento conservativo propedeutico al prestito dell’opera alla mostra Michelangelo divino artista, a Palazzo Ducale di Genova, di prossima inaugurazione. L’operazione, effettuata nel laboratorio di Restauri Tessili di Moira Brunori con la supervisione di Lucia Nucci, restauratrice della Direzione regionale musei della Toscana, ha comportato la sua accurata pulitura per aspirazione e una revisione totale della fodera con perfezionamento del sistema di sospensione, e completa così, ad oggi, le vicende recenti degli arazzi di Palazzo Reale. Il nostro arazzo, noto neU’inventario della Guardaroba medicea del 1571 con l’indicazione di uno panno del detto Lorenzo dell’Accademia delli scultori e pittori, è registrato nell’inventario della Pinacoteca Civica di Pisa, curato da Alessandro Lanfredini nel 1888-1889, come «Arazzo, rapp(resentante) Lorenzo dei Medici detto il Magnifico, gran Mecenate delle arti belle. Incoraggia i giovani allo studio del disegno, con decorazione di figure e ornato». Nel catalogo a cura di Iginio Benvenuto Supino del 1894, e poi in quello del 1906 di Augusto Bellini Pietri, come Lorenzo de’ Medici incoraggia le arti, per arrivare, con gli studi della Stefanini, alla denominazione di Lorenzo il Magnifico incoraggia le arti, oggi propria dell’apparato didascalico del museo. Sono dei passaggi non privi di significato, che si allontanano dall’essenzialità dell’indicazione inventariale per sostituirla con una intitolazione ricca di implicazioni, che inserisce un elemento dinamico nella rappresentazione, trasformando Lorenzo, ora Magnifico, in figura non solo centrale, ma anche propulsiva. L’incoraggiamento rivolto alle arti ha un evidente nesso anche con l’orazione di Lorenzo Lippi per lo Studio Pisano pubblicata per le cure di Gabriella Albanese in questo volume, nesso condensato dal termine patrocinio che sintetizza, nella traduzione, l’attività della famiglia Medici nei confronti delle bonae artes et disciplinae estesa, dal nostro arazzo, alle arti figurative. Insomma una denominazione che risponde a quel “volto di Lorenzo” di cui parla Riccucci, entrata a far parte della rappresentazione del museo, della sua narrazione, usando un termine oggi in voga, e che rende esplicita la trasformazione dell’arazzo da mero supporto materiale a veicolo di significati. 12


Prefazioni Un impegno pluridecennale e incessante verso la collezione degli arazzi, che mi auguro possa proseguire negli anni a venire, ma anche uno sforzo corale con tanti protagonisti e lunghe vicissitudini che è andato nella direzione del riconoscimento del valore di queste opere dopo anni di relegamento a semplici oggetti di arredo, di decorazione, di espressione, soprattutto a partire dal 1700, di un’arte considerata minore, come ancora denunciava sulle pagine del Bollettino d’Arte del 1980 Giovanna Gaeta Bertelà, all’indomani della mostra Palazzo Vecchio: committenza e collezionismo medicei 1537-1610. Stessa profonda trama, fitta di uomini e avvenimenti, è quella che si trova alla genesi di questo volume. Vicende che mi'sembrano avere un denominatore comune nella forte coscienza della communitas civica che segna la nascita dello Studium Pisanum, il suo “riconoscimento” con la bolla In supreme dignitatis, qui ora per la prima volta pubblicata in edizione critica con commento e traduzione italiana per le cure di Paolo Pontari, e la sua elevazione a Generale Studium Florentinae Reipublicae. Lo stessofil rouge, mi si consenta l’ardito parallelismo, segna a secoli di distanza la nascita del Museo Civico e, con analogo sviluppo, il riconoscimento di un valore sovralocale con la sua incorporazione nelle collezioni statali e ancora, da ultimo, le vicende del cosiddetto ‘documento Caccetta’. Tra i tanti personaggi che popolano le pagine del libro, colpisce la figura di Oreste Orsolini, il custode capo del Museo civico di Pisa all’inizio del secolo scorso, ricordato da Marina Riccucci, il cui impegno nella conservazione degli arazzi è stato encomiato dall’anonima mano che ha commentato a margine la copia dell’edizione del 1906 del catalogo del museo conservata presso la Biblioteca di Storia delle Arti di Pisa. Un contributo che oltre a riconoscere il ruolo di un personaggio, se vogliamo leggerla in un’ottica bottom-up, agli antipodi del Magnifico, è di estrema attualità oggi nella reintepretazione del ruolo dei musei, sempre più distante da quello di una ‘torre d’avorio’, e nella loro rappresentazione non più incentrata unicamente sulle ‘cose’ ma anche sulle ‘persone’, che pone l’attenzione sulla dimensione immateriale dell’eredità culturale, sulle identità della comunità che l’ha creata e trasmessa, sulla sua infungibilità che si sostanzia proprio dal contesto di riferimento. Un recupero del patrimonio immateriale, dei rapporti, delle interrelazioni tanto più importante di fronte alla modernità liquida, mirabilmente tratteggiata da Zigmunt Bauman, e le sue ripercussioni sulle forme di fruizione e valorizzazione connotate da un turismo, o meglio consumismo culturale, di massa, le cui contraddizioni, già ampiamente emerse negli anni passati, sono in questi difficili mesi del 2020 sempre più evidenti. 13


«Habent suafata libelli». Il recupero e la donazione di un antico documento Angelo Caccetta La storia, si sa, si ripete. E anche se le cose più belle sono quelle inaspettate, “nulla accade per caso”. Mai avrei pensato che un giorno mi venisse richiesto di scrivere ‘due parole’ di prefazione a un libro di tale portata, e ancor meno mai avrei immaginato di farlo in veste di protagonista del recupero e della donazione di un antico documento riguardante la storia dell’Ospedale di Pisa. Mi limiterò dunque qui a raccontare brevemente e dal mio punto di vista le vicende che hanno portato alla realizzazione di questo libro. Tutto ebbe inizio in una ordinaria giornata di lavoro in cui, come di consueto nella mia professione di notaio, ricevevo la richiesta di redigere un atto. Tutto normale fin qui, se non che il contratto in questione aveva ad oggetto un trasferimento, l’attuale Ospedale di Santa Chiara, fra l’Università di Pisa e l’Azienda ospedaliera pisana. Contratto dunque alquanto peculiare, sia per il contenuto che per i soggetti implicati, essendo Enti Primari nella Pubblica Amministrazione. Tra la preparazione dell’atto e la stipula, una mattina, leggendo come di consueto i giornali, i miei occhi si soffermarono su una notizia che richiamò subito la mia attenzione: a Firenze, in una nota casa d’aste, veniva venduto un antico fascicolo manoscritto, contenente atti notarili quattro-cinquecenteschi attestanti il trasferimento di beni terrieri di proprietà dell’antico “Spedale di Pisa”, ratificato dai Capitani del Collegio dei giudici e notai dell’Università di Pisa. Nacque così in me il desiderio di acquistare l’antico fascicolo che sarebbe stato battuto di lì a poco all’asta fiorentina. Venuto in possesso dell’antico documento, maturai fin da subito l’intenzione di sottoporlo preventivamente all’esame di esperti, capaci di interpretare e valutare storicamente quel fascicolo, e di donarlo poi a un’istituzione pisana in grado di conservarlo e valorizzarlo. Per il tramite della Professoressa Gabriella Albanese, docente dell’Università di Pisa e socia del Rotary Club Pisa Galilei, la quale ha preso a cuore il mio 15


Angelo Caccetta desiderio di far studiare e donare il documento che avevo acquistato, l’impresa ha preso rapidamente forma e si è alla fine ottimamente realizzata: accogliendo il suggerimento del Rotary Club Pisa Galilei, di cui nel frattempo entravo a far parte in qualità di socio, scelsi di donare questo ‘pezzo’ del patrimonio storico pisano alla medesima Istituzione che più di quattro secoli e mezzo fa lo aveva prodotto, l’Università, cosicché tale documento ritornasse e fosse conservato nel suo luogo naturale, e cioè la città di Pisa. Il fascicolo manoscritto si era rivelato nel frattempo di notevole interesse in quanto, grazie ai lavori di edizione e interpretazione effettuati dal Prof. Paolo Pontari, filologo medievale dell’Università di Pisa, sono emersi importanti risvolti storici e culturali riguardanti la città di Pisa, il suo Studium e il suo Ospedale, complessivamente riconducibili alla figura rinascimentale emblematica di Lorenzo il Magnifico. Richiamando ancora una volta il famoso detto “nulla accade per caso”, sono molto felice che questa vicenda, contrassegnata dal destino, ci abbia condotto a realizzare un’iniziativa culturale di altissimo valore scientifico, pubblicando un volume che segna un notevole progresso nella conoscenza della storia dell’Università e dell’Ospedale di Pisa e che ci pregiamo ora qui di presentare. 16


Premessa La storia pluricentenaria dell’Università e dell’Ospedale di Pisa, ottimamente ricostruita sulle solide fondamenta di uno scavo erudito intrapreso fin dal Secolo dei Lumi, può riservare ancora oggi - senza troppo stupore per gli addetti ai lavori, ma con unanime compiacimento - sufficiente spazio per un supplemento d’indagine. Non di rado nel mestiere del filologo accade che inattese novità affiorino sia da quei documenti del passato che si credevano ormai pienamente conosciuti e valorizzati, sia da quelle testimonianze che, non giacendo nei fondi di biblioteche e archivi accessibili al pubblico, idealmente orbitano in quello spazio astratto e insondabile a cui Paul Oskar Kristeller attribuì la calzante definizione di ‘Utopia’ schedandovi quei manoscritti esistenti al di fuori degli Istituti di conservazione che per alia itinera egli aveva avuto l’esclusiva di visionare su concessione di collezionisti privati1. 1 Cfr. P.O. Kristeller, Iter Italicum. A Finding List of Uncatalogued or Incompletely Catalogued Humanistic Manuscripts of thè Renaissance in Italian and other Libraries, voi. I, London-Leiden, Brill, 1965, p. XXII: «The manuscripts owned by private collectors or by dealers are often inaccessible. In some instances I was permitted to see and to describe certain manuscripts, but not to disclose their owner or location. I have gathered these data in a special section ofmy work which I cali Utopia». L’approfondimento delle ricerche ha portato a far riemergere, tra le pagine di una storia in larga parte conosciuta e già scritta, risvolti e frammenti ancora ignoti riguardanti le vicende politiche e culturali di due Istituzioni primarie della città di Pisa, l’Università e l’Ospedale, e a valorizzarne così le radici identitarie nel contesto dell’Europa medievale e dell’Italia rinascimentale. I primi secoli di vita delYHospitale Novum e dello Studium generale di Pisa, dall’epoca della loro rispettiva fondazione nel 1257 e nel 1343 per volere di due papi (Alessandro IV e Clemente VI) fino al superamento di una dura crisi finanziaria scongiurata nel Quattrocento grazie all’intervento di Lorenzo il Magnifico, sono stati oggetto in questo volume di una rilettura storico-critica sostanziata da un nuovo esame filologico-documentario. I due documenti sui quali il volume si concentra, la ben nota bolla clementina di fondazione dell’Università e uno sconosciuto e inedito fascicolo pergamenaceo1 17


Paolo Pontari con atti notarili quattro-cinquecenteschi riguardanti l’Ospedale, si configurano, per tipologia, funzione e contenuto, come testimonianze di indubbia rilevanza. Il legame tra la città di Pisa, con la sua Università e il suo Ospedale, e Lorenzo il Magnifico è il filo ideale che attraversa e cuce fra loro i suddetti documenti con altre due testimonianze prese in esame nelle pagine di questo volume: l’orazione deU’umanista Lorenzo Lippi per la riapertura dello Studium di Pisa voluta dal Magnifico nel 1473 e un arazzo mediceo della metà del XVI secolo raffigurante lo stesso Lorenzo e conservato a Pisa presso il Museo Nazionale di Palazzo Reale. Le ragioni specifiche che legano culturalmente tutte queste testimonianze e che contribuiscono a far emergere inaspettate connessioni di storia universitaria, ospedaliera e artistica pisana si individuano con chiarezza all’interno dei saggi introduttivi, ma l’accostamento in questo volume di ricerche condotte su diversi fronti è invece l’esito di una storia più recente, dei nostri giorni, di cui corre l’obbligo qui ricordare brevemente i principali eventi e i protagonisti. L’idea di pubblicare la prima edizione critica completa, con traduzione e commento, del più importante documento della Storia dell’Università di Pisa, la bolla In supreme dignitatis di Clemente VI del 3 settembre 1343 per l’istituzione dello Studium generale, è nata piuttosto casualmente, mentre ero impegnato nel 2018 insieme con Gabriella Albanese in un progetto del Rotary Club Pisa Galilei finalizzato alla valorizzazione del patrimonio culturale del territorio con il recupero e lo studio di un nuovo documento inedito e del tutto sconosciuto, riguardante l’antico Ospedale di Pisa, acquistato sul mercato antiquario dal notaio Angelo Caccetta, poi donato su sollecitazione di Gabriella Albanese all’Università di Pisa. E tutto ciò avveniva in coincidenza con i preparativi delle celebrazioni per i quarant’anni del Rotary Club Pisa Galilei, che proprio in questo anno 2020 giunge a festeggiare il suo solenne anniversario, ripercorrendo i suoi fecondi e intensi otto lustri di storia in un volume commemorativo appena approdato alla stampa2. 2 Rotary Club Pisa Galilei. Quarant’anni. 1980-2020, a cura di G. Albanese, F. Cortesi, C. Gelli, Pisa, SEC s.r.L, 2020. All’interno del volume, nella sezione dedicata ai progetti dell’a.r. 2018-2019 promossi sotto la presidenza del Prof. Giuseppe Saggese, alle pp. 98-99, è illustrato il progetto relativo allo studio del documento recuperato dal socio Angelo Caccetta e alla bolla di fondazione dell’Università di Pisa che approda qui ora alla stampa. Il testo del documento fondativo dell’Università di Pisa, il cui incipit latino campeggia ancora oggi sulle insegne istituzionali dell’Ateneo come ‘motto’ distintivo attorno al cosiddetto dogo del cherubino’, in accoppiata all’anno di fondazione (1343) e a chiare lettere, con classicizzazione anacronistica del dittongo (IN SUPREM7E DIGNITATIS) rispetto alla grafia autentica mediolatina per la prima volta ora ripristinata nel testo dell’edizione critica offerta in questo volume 18


Premessa (In supreme dignitatis), giaceva finora privo di un’edizione critica condotta con i moderni strumenti della filologia medievale, ma anche di una traduzione italiana e di un commento storico ed esegetico. Tanto che ancora oggi il ben noto motto distintivo dell’Ateneo pisano a tanti ignari del suo reale significato storico-documentario (le bolle pontificie, vale qui ricordarlo, si intitolano con le prime parole del testo), ma sufficientemente latinizzati per tentare di comprenderne il senso, risulta spesso assumere le sembianze di un inspiegabile monstrum sintattico! Nei monumentali volumi dedicati alla Storia dell’Università di Pisa pubblicati in occasione del seicentocinquantesimo anniversario dell’Ateneo, il testo della bolla clementina è stato oggetto del robusto inquadramento storico di un maestro autorevole e indimenticabile come Marco Tangheroni, ma l’edizione del documento ivi pubblicata rimaneva ancora quella primonovecentesca curata dal medico e storico pisano Carlo Fedeli (1851-1927), giudicata non a torto la migliore tra quelle prodotte in passato, ma ormai vecchia di più di un secolo e bisognosa perciò di una accurata revisione alla luce del progresso degli studi filologici e linguistici che si è compiuto in un così ampio arco di tempo e segnatamente nell’ambito dei testi mediolatini. Lo scorso anno fui contattato dal regista pisano Lorenzo Garzella, il quale stava realizzando un docufilm sulla storia dell’antico Palazzo della Sapienza. Per dare effetto alla rappresentazione cinematografica delle origini dell’Università, il regista desiderava prelevare alcuni passaggi testuali dall’antico privilegio papale dementino, per utilizzarli come inserti documentari pronunciati da una voce fuori campo, preferibilmente tradotti in italiano, in modo da risultare facilmente comprensibili dal pubblico che avrebbe assistito, durante la “Notte Europea dei Ricercatori” (27 settembre 2019), alla proiezione del suo video mapping intitolato La Sapienza Night Experience. Constatata l’assoluta mancanza di una traduzione della famosa bolla di fondazione dell’Università, il regista era stato infatti indirizzato dall’Ateneo di Pisa a ricorrere a una mia consulenza in qualità di filologo mediolatino, finalizzata alla traduzione di alcuni stralci del documento. Il lavoro, inizialmente destinato alla proiezione del docufilm, è apparso poi interessante e di importanza primaria per lo stesso Ateneo, come anche Garzella aveva auspicato in un’intervista rilasciata al giornalista Carlo Venturini e pubblicata sul quotidiano «Il Tirreno», in cui si augurava che venisse emanata ai nostri giorni ‘un’altra bolla’, quella del Rettore, affinché quella mia traduzione della bolla clementina potesse divenire ‘ufficiale’3. Accolta con entusiasmo 3 C. Venturini, «Èfacile da raggiungere». Per questo Clemente VIfondò ^Università in città, in «Il Tirreno», martedì 22 ottobre 2019, Cronaca di Pisa, p. VII. 19


Paolo Pontari dal Rettore Paolo Maria Mancarella l’idea di pubblicare, in uno stesso volume, sia l’antico documento Sull’Ospedale donato aU’Università dal notaio Caccetta sia la traduzione della bolla clementina di fondazione, intrapresi così la traduzione completa del privilegio papale. Anche questa evoluzione della ricerca congiunta sulla documentazione medievale dell’Università e dell’Ospedale di Pisa aveva trovato subito accoglienza nei Progetti del Rotary Club Pisa Galilei, nel cui programma del 2020 era stata prevista la proiezione del docufilm sulla Sapienza con la presentazione del regista Garzella e la presentazione congiunta con la Pisa University Press e il Rettorato del volume finale, ancora non realizzata per le restrizioni causate dalla sopravvenuta grave pandemia. U’importanza del progetto era stata del resto ben intravista da un’istituzione come il Rotary Club Pisa Galilei, che in forte spirito di identità con il più famoso scienziato pisano nel mondo a cui il Club è intitolato, ha sostenuto e promosso questa impresa, nella quale convergono ambedue gli orizzonti del sapere del genio galileiano, incorniciati nel quadro storico e culturale della sua stessa patria di nascita: quello scientifico, qui simboleggiato dall’illustre tradizione medico-ospedaliera pisana, e quello umanistico, ampiamente rappresentato dai testi e dai contesti che sorreggono la storia dell’Università. Nel cantiere della traduzione ho maturato la curiosità (e la necessità) di verificare anzitutto che il testo latino della Bolla fosse stato editato ai primi del Novecento dal Fedeli riproducendo la lezione tràdita dalla pergamena originale, eccezionalmente sopravvissuta e conservata presso l’Archivio di Stato di Pisa. La verifica del testo latino pubblicato dal Fedeli ha a sua volta aperto la strada a uno scavo ancora più incisivo a livello della recensio del testimoniale manoscritto: in aggiunta alle due copie coeve realizzate e conservate a Pisa, già segnalate da Tangheroni, rilevavo infatti l’esistenza di altre due copie coeve della Bolla, di cui lo stesso Fedeli aveva fornito una superficiale notizia. La loro sopravvivenza è preziosa, perché queste due copie non risalgono ai fondi documentari del Comune di Pisa, bensì all’istituzione che produsse il testo della bolla: la cancelleria papale di Avignone. Presso l’Archivio Apostolico Vaticano (questa la denominazione dell’Archivio Segreto Vaticano storicamente ripristinata motu proprio da papa Francesco il 22 ottobre dello scorso anno), nei Registra Avenionensia e nei Registra Vaticana, i volumi che nella Curia pontificia furono predisposti per la copia e la conservazione dei documenti emanati e spediti in forma di litterae sollemnes sigillate dall’autorità del papa, il testo della bolla In supreme dignitatis di Clemente VI per l’istituzione dello Studio generale di Pisa risulta correttamente registrato sia nella forma di minuta sia nella forma di trascrizione in pulito. Con entrambe le copie di cancelleria papale, la pergamena originale conservata a Pisa viene a costituire perciò una triangolazione perfetta 20


Premessa e completa del processo di ‘produzione’ del testo, a cui si affiancano altre due copie, anch’esse rimaste inutilizzate e derivate direttamente dall’esemplare originale pisano: esse testimoniano l’immediata ‘diffusione’ del privilegio papale in città, presso le due Istituzioni più importanti dell’epoca, il Comune e la Sede arcivescovile, interessate a conservare opportuna memoria di quel documento. Un’ulteriore lacuna d’indagine appuravo contestualmente non solo a livello di recensio, ma anche sul piano della descrizione diplomatica della pergamena originale pisana e degli altri testimoni manoscritti. Basti dire che le scarne informazioni catalografiche disponibili per l’esemplare originale non contemplavano neppure il nome dell’estensore materiale della bolla, chiaramente leggibile invece sulla pergamena. E neppure altri dati di particolare interesse, come ad esempio l’indicazione del nome del tassatore e il relativo importo per la realizzazione della pergamena, erano stati mai decriptati. Allo stesso modo, anche le due copie manoscritte conservate a Pisa non erano state oggetto di un opportuno esame codicologie© e paleografico, tanto che la loro storia, per quanto facilmente deducibile per la loro appartenenza a fondi documentari originatisi da contesti peculiari di chiara matrice politico-istituzionale, era rimasta abbozzata in maniera confusa e talora persino erronea, a dispetto del valore fondamentale che queste testimonianze, tutte prodotte contestualmente all’immediata diffusione del testo, rivestono invece per la storia del documento fondativo dello Studium generale di Pisa. Scoperchiato il vaso di una vicenda testuale e testimoniale ancora poco nota, correva l’obbligo di sottoporre il testo della Bolla a un metodico esame filologico-ecdotico, attraverso la collazione di tutte le testimonianze superstiti, finalizzata a una restitutio textus condotta con completezza su tutta la tradizione manoscritta e a stampa. Ciò ha permesso di constatare che la gran parte delle corruttele testuali è imputabile alle quattro moderne edizioni a stampa che si sono susséguite fino ad oggi: dalla editio princeps stampata nella Excursio historica dell’Università di Pisa di Stefano Maria Fabrucci (1741) all’edizione condotta da Angelo Fabroni nella sua Historia Academiae Pisanae (1791), al testo incluso nell’edizione dei cinquecenteschi Annali Pisani di Paolo Tronci (1829), fino all’ultima edizione compresa tra i documenti pontifici dell’Università di Pisa pubblicati del Fedeli (1908). L’artificiosità del latino della bolla, contraddistinto da un lessico tecnico e formulare tipico dello stile ‘solenne’ della cancelleria pontificia, imponeva inoltre un confronto con testimonianze coeve e similari della diplomatica pontificia, ossia con altre bolle di fondazione di Studi generali, tutte confezionate secondo rigide Regole di cancelleria, che ne governano non solo il lessico e la sintassi, ma anche la struttura e le argomentazioni. Da questo opportuno appro21


Paolo Pontari fondimento è scaturito un commento puntuale al testo della bolla, funzionale a una interpretazione corretta dei luoghi contraddistinti da usi peculiari della prosa latina ufficiale della cancelleria pontificia e anche alla realizzazione di una traduzione capace di traghettare in modo più coerente il significato proprio di termini e locuzioni al pubblico dei lettori moderni. Dall’esame dell’altro documento sul quale stavo lavorando, il fascicolo pergamenaceo contenente atti notarili quattro-cinquecenteschi relativi all’Ospedale di Pisa, scaturivano frattanto nuove acquisizioni, alcune delle quali connesse con la storia stessa deU’Università. Se questa testimonianza documentaria è riuscita a sottrarsi all’inesorabile destino a cui solitamente vanno incontro i beni librari e documentari battuti nelle aste antiquarie, finire cioè gelosamente custoditi nelle “carceri” improduttive di collezionisti privati, è merito indiscusso del notaio Caccetta: nei suoi intenti, l’acquisto sul mercato antiquario fiorentino di questo antico documento dell’Ospedale pisano era l’atto doveroso da compiere per ‘riportare a casa’ un pezzo della storia di Pisa. Piace credere che nessun altro meglio del notaio Caccetta il destino avrebbe potuto incrociare per il recupero di questo antico fascicolo, dato che esso trasmette atti sottoscritti più di quattro secoli fa da un omologo esponente del notariato pisano, il quale aveva curato per conto dell’Ospedale e dell’Università la trascrizione dei documenti relativi al trasferimento di proprietà terriere nell’area delle Colline pisane. Pratiche assai simili a quelle che lo stesso Caccetta stava gestendo esattamente nel momento in cui la sua attenzione fu richiamata dall’annunzio, nelle pagine di un quotidiano, della vendita all’asta di un documento dell’antico Ospedale di Pisa. Ma a Caccetta va riconosciuto soprattutto il merito di aver fatto giungere il documento a conoscenza di alcuni specialisti deU’Università di Pisa (Gabriella Albanese, Marina Riccucci e il sottoscritto), perché potesse essere esaminato e valorizzato: un raro esempio di mecenatismo dei nostri tempi, che ha innescato una taskforce accademica, nella quale, in totale spirito di cooperazione, si è generata l’idea di studiare e pubblicare il testo di questo antico fascicolo, coinvolgendo, per il tramite di Gabriella Albanese, professoressa dell’Università di Pisa e socia del Rotary Club Pisa Galilei, anche il Presidente dell’a.r. 2018-19, Professor Giuseppe Saggese, al fianco dell’Università, a cui si decideva di destinare la donazione del nuovo documento recuperato da Angelo Caccetta, contribuendo così anche alla sua conoscenza e conservazione grazie all’interesse subito manifestato dalla illuminata curiositas storica del Magnifico Rettore Paolo Maria Mancarella. Il documento fotografa un momento saliente della storia dell’Ospedale di Pisa e coinvolge personalità di primo piano della Toscana del Quattrocento: 22


Premessa l’indagine ha permesso infatti di approfondire le vicende legate alla crisi finanziaria delle istituzioni ospedaliere pisane tra Quattro e Cinquecento, un contesto peculiare dietro cui si cela Lorenzo il Magnifico e il suo noto interesse per la città di Pisa, per il suo Ospedale e per le proprietà fondiarie del suo contado. Acquirente dei terreni di proprietà dell’Ospedale, gestiti a quel tempo dall’abate di San Michele in Borgo Pietro Tanagli da Volterra, governatore dell’Ospedale e uomo di fiducia di Lorenzo a Pisa, era stato infatti Francesco di Antonio Nori, funzionario del Banco dei Medici e vero e proprio ‘eroe laurenziano’: fu grazie al sacrificio della sua vita che Lorenzo riuscì a scampare alla morte nell’episodio culminante della cruenta Congiura dei Pazzi, il feroce agguato avvenuto durante la messa del 26 aprile 1478 nella Cattedrale di S. Maria del Fiore in cui fu assassinato Giuliano de’ Medici, amato fratello del Magnifico. Proprio alla centralità del binomio Lorenzo-Pisa, che il documento rivela, si riconnettono in questo volume i due saggi introduttivi di Gabriella Albanese e di Marina Riccucci: il disvelamento nel fascicolo pergamenaceo della politica speculativa laurenziana interessata all’Ospedale e al contado pisano ha richiamato alcune ricerche compiute in precedenza incentrate sul medesimo binomio che contraddistingue il documento recuperato da Caccetta, le cui risultanze sono ora accolte in questo volume. Viene a delinearsi così un percorso ideale che, dalla bolla medievale di fondazione dell’Università, attraverso la rinascita umanistica dello Studium e dell’Ospedale, approda a nuovi studi sulla riscoperta di un’identità storica e culturale ‘laurenziana’ della città di Pisa. La datazione del primo atto notarile trascritto nel fascicolo pergamenaceo, 1476, ci riconduce infatti a un momento cruciale della politica medicea pisana, a soli tre anni cioè dalla riapertura dello Studium pisano con la sua rifondazione come Studium generale congiunto di Pisa e Firenze voluta dallo stesso Lorenzo nel 1473: la rinascita del sistema ospedaliero a Pisa va letta in filigrana con la ripresa delle attività accademiche nella città toscana, prescelta dal Magnifico come nuovo centro propulsore dell’economia e della cultura della Signoria medicea. L’Università, come è noto, aveva attraversato un lungo periodo di crisi in seguito alla conquista fiorentina del 1406, che aveva portato alla definitiva chiusura delle attività accademiche nel 1449. L’umanista della corte laurenziana Lorenzo Lippi pronunziò una splendida orazione per la cerimonia di riapertura dello Studium, esaltando sia l’operato dei Medici sia l’Ateneo pisano: nel testo del solenne discorso inaugurale, edito, tradotto e studiato da Gabriella Albanese, un passaggio in particolare sottolinea la straordinarietà del sito di Pisa, magnificandone la posizione, la salubrità del clima e la fertilità della terra. Qualità che ricalcano con esattezza le caratteristiche evocate per la perfezione del sito geografico pisano nel testo della bolla di fondazione dell’Università e 23


Paolo Pontari che non erano sfuggite allo stesso Lorenzo, il quale proprio in quegli anni aveva avviato una speculazione fondiaria nella città e nel contado di Pisa. Il binomio Lorenzo-Pisa può essere letto anche in chiave storico-artistica: è ciò che dimostra lo studio di Marina Riccucci sull’arazzo tessuto per Cosimo I de’ Medici nel 1571 su disegno del pittore fiammingo Jan van der Straet (Giovanni Stradano), conservato oggi a Pisa presso il Museo Nazionale di Palazzo Reale. Il panno, che ebbi il privilegio di ‘srotolare’ con la collega Marina Riccucci quindici anni fa rileggendone assieme l’iconografia e le vicende storiche, raffigura Lorenzo il Magnifico nell’Accademia degli scultori e dei pittori, circondato da esponenti della sua corte, tra i quali è possibile riconoscere, fra gli altri, Angelo Poliziano e Sandro Botticelli, quest’ultimo rappresentato nell’atto di mostrare a Lorenzo il bozzetto di una Pallade, lo stesso soggetto dello stendardo dipinto per Giuliano de’ Medici in occasione del torneo fiorentino del 29 gennaio 1475 celebrato dalle famose Stanze per la Giostra di Poliziano. La data della giostra ci riconduce agli stessi anni in cui Lorenzo si fece promotore della riapertura dello Studium di Pisa e fu speculatore fondiario nell’ager pisano; la data della realizzazione dell’arazzo, invece, ci riconduce al periodo in cui fu redatto il fascicolo pergamenaceo recuperato da Caccetta. Ma la connessione più importante è che a Pisa Lorenzo sia idealmente ‘tornato’ grazie a un arazzo che ne raffigura l’identità più emblematica, quella del sommo mecenate del Rinascimento toscano. Questo volume, che approda alla stampa per volere del Rettore, con il patrocinio del Rotary Club Pisa Galilei e grazie alla preziosa professionalità di Pisa University Press, ai quali va la nostra più profonda riconoscenza, ha preso forma durante uno degli eventi più drammatici della nostra epoca, la pandemia che ha rivoluzionato tutte le attività didattiche e di ricerca tradizionalmente svolte in presenza e nei luoghi istituzionali dell’Ateneo, ma che non ha potuto fermare, pur fra tante difficoltà e tragici lutti, la passione, l’operosità e la collaborazione che contraddistingue da sempre la comunità scientifica e le istituzioni della città di Pisa. Mi piace perciò immaginare questo volume come un nuovo punto di partenza per l’Università di Pisa che “non si ferma” e che riscopre le sue origini e la sua storia connessa a quella dell’Ospedale, dove più che in ogni altro luogo e da sempre la scienza si pone al servizio dell’umanità. Pisa, novembre 2020 Paolo Pontari 24


Introduzione


Ea bolla In supreme dignitatis di papa Clemente VI per lafondazione dello Studium generale di Pisa (Villeneuve-les-Avignon, 3 settembre 1343) Paolo Pontari Poco più di un anno dopo la sua elezione (7 maggio 1342), e per la precisione il 3 settembre 1343, nel palazzo papale di Villeneuve-lès-Avignon, una ridente bastide regia fondata sulla riva del Rodano opposta alla città di Avignone e divenuta luogo di villeggiatura estiva per i cardinali e i pontefici della Sede apostolica transalpina, papa Clemente VI, al secolo Pierre Rogers, originario di Rosiers-d’Egletons nel Limosino, quarto in successione tra i pontefici del periodo della cosiddetta ‘cattività avignonese’, emanava la bolla In supreme dignitatis, con la quale veniva ufficialmente decretata e ordinata la fondazione di uno Studium generale nella città di Pisa1. 1 Sulle origini dell’Università di Pisa e sulla bolla In supreme dignitatis si veda Stefano Maria Fabrucci, Excursio historica per subsequens vicennium, ab eo primum tempore, quo certior Pisanae Universitatis epocha constitutafuit, in Raccolta d’opuscoli scientifici efilologici, opusc. XXIII, In Venezia, appresso Simone Occhi, 1741; Flaminio Dal Borgo, Dissertazione epistolare sull’origine della Università di Pisa, In Pisa, Francesco Polloni Libraio, 1765; Angeli Fabronh Historia Academiae Pisanae, Pisis 1791; C. Fedeli, I documenti pontifici riguardanti l’Università di Pisa, Pisa, F. Mariotti, 1908; N. Caturegli, Le origini dello Studio di Pisa e G. Picotti, Lo Studio di Pisa dalle origini a Cosimo Duca, entrambi in «Bollettino Storico Pisano», n.s., 11-13 (1942-44), rispettivamente alle pp. 1-16 e 17-56, volume monografico per il sesto centenario dell’Università di Pisa dal titolo Studi sulla storia dell’Università di Pisa, rist. anast. Pisa, ETS, 1994; e soprattutto M. Tangiieroni, L’età della Repubblica dalle origini al 1406, in Storia dell’Università di Pisa, voi. I, a cura della Commissione rettorale per la storia dell’Università di Pisa, Pisa, Edizioni Plus, 20002 (prima ed. Pacini, 1993), pp. 5-32. 2 Sul concetto giuridico di Studium generale cfr. G. ERMINI, Il concetto di ‘Studium generale’, in «Archivio giuridico», s. V, 7 (1942), pp. 3-24 (poi in Io., Scritti di diritto comune, Padova, CEDAM, 1976, pp. 213-237); G. Arnaldi, Sul concetto di ‘Studium generale’, in «La cultura», 18 (1980), pp. 411-415; J. Il documento papale è di particolare importanza, non solo in quanto costituisce l’atto fondativo ufficiale della nascita dell’Università di Pisa, ma anche perché esso è uno dei più antichi privilegi concessi in territorio italiano dall’autorità pontificia per l’istituzione di uno Studium generale, ossia di un centro universitario nel quale il titolo di studio rilasciato (licentia) potesse avere valore legale universale, secondo lo ius ubique docendi12. 27


Paolo Pontari La facoltà di rilasciare titoli di studio universalmente validi era stata inizialmente riconosciuta in tutta Europa in modo esclusivo (benché giuridicamente inespresso) alle due più antiche Università di Bologna e Parigi, fondate tra l’XI e il XII secolo, alle quali il riconoscimento ufficiale di Studia generalia si applicò formalmente molto più tardi: ciò avvenne infatti solo nel 1292, per volontà di papa Niccolò IV, il quale aveva già rilasciato questo stesso privilegio per la prima volta allo Studium di Montpellier il 26 ottobre 1289 con la bolla Quia Sapientia, all’Estudo Cerai di Coimbra fondato dal re Dionigi Alfonso il 9 agosto 1290 con la bolla De statu Regni Portugalliae e allo Studio di Gray, nella contea di Borgogna, con la bolla Sollicite considerationis indagine del 7 marzo 1291. La prassi dell’attribuzione del privilegio papale di Studium generale alle Università di antica e nuova fondazione si consolidò nella prima metà del XIV secolo, a partire da Bonifacio Vili, il quale concesse questo particolare privilegio allo Studio di Pamiers con la bolla Dum sollicite considerationis (18 dicembre 1295) e a quello di Roma con la bolla In supreme preminenza dignitatis (20 aprile 1303). Sotto il pontificato di Clemente V furono istituiti invece gli Studia generalia di Perugia con la bolla Super specula militantis (8 settembre 1308)3, di Dublino con la bolla Apertis glorie sue (13 luglio 1311) e di Cambridge con la bolla Inter singula (10 luglio 1318); lo stesso privilegio toccò poi allo Studium di Cahors con la bolla Sedes Apostolica (7 giugno 1332) di Giovanni XXII e a quello di Grenoble con due bolle del 12 maggio e del 30 settembre 1339 di Benedetto XII. Dopo aver conferito a Pisa il titolo di Studium generale nel 1343, fu lo stesso Clemente VI ad attribuire nel 1346 il privilegio allo Studium di Valladolid, su richiesta di re Alfonso XI di Castiglia, e all’antico Studium di Padova; un anno dopo il privilegio fu concesso allo Studium di Praga, su sollecitazione di Carlo IV di Boemia, e infine a quello di Firenze con la bolla In suprema dignitatis apostolice specula constituti (31 maggio 1349). Verger, Pattems, in A History ofthe University in Europe, voi. 1. Universities in thè Middle Ages, ed. by H. de Ridder-Symoens, Cambridge, Cambridge University Press, 1992, pari. pp. 35-37; P. Nardi, Le origini del concetto di ‘Studium generale’, in «Rivista intemazionale di Diritto comune», 3 (1992), pp. 48-78. 3 Se ne veda l’edizione critica con traduzione italiana a cura di M.A. Panzanella Fratoni, Due papi e un imperatore per lo Studio di Perugia, con un saggio di A. Bartoli Langeli, Perugia, Deputazione di Storia Patria per l’Umbria, 2009, pp. 54-55. In Italia, dunque, se si eccettua il caso dello Studium di Bologna, che ebbe di fatto sin dalla sua antichissima fondazione il privilegio di concedere ai suoi laureati la licentia ubique docendi, Pisa fu la terza città, dopo Roma e Perugia, a ricevere dal papa il titolo di Studium generale. Già dal 1338, però, il Comune di Pisa aveva iniziato a stipendiare docenti di diritto e di medicina e il numero dei discenti in città era notevolmente 28


La bolla In supreme dignitatis di papa Clemente VIper lafondazione dello Studium generale di Pisa aumentato a seguito di una migrazione di studenti provenienti dallo Studium generale di Bologna, le cui attività erano state interdette dal predecessore di Clemente VI, papa Benedetto XII. Proprio a causa dell’esodo bolognese, per citare un caso significativo, il famoso giurista Ranieri Arsendi da Forlì era giunto a Pisa per insegnare ius civile, portandosi dietro un folto numero di studenti, i quali avevano iniziato a fruire delle sue lezioni nello Studio felsineo4. È certo dunque che un sistema di insegnamento pubblico a Pisa fosse già stato avviato prima della bolla clementina, grazie alla quale fu più che altro ‘riconosciuta’ la presenza di uno Studium di fatto già attivo e funzionante, ma che occorreva regolamentare e rendere ufficiale attraverso unprivilegium papale e soprattutto sostenere economicamente, considerato l’alto esborso che comportava per il Comune la gestione finanziaria complessa delle attività di docenti e studenti. In questo senso, infatti, il conte Fazio di Donoratico della Gherardesca, principale promotore della nascita di uno Studio a Pisa, aveva già inviato ambasciatori ad Avignone perché ottenessero da Benedetto XII l’imposizione di una decima ai benefici ecclesiastici pisani, introito utile per stipendiare i lettori dello Studio: la missione aveva avuto però esito negativo, in quanto il pontefice aveva nettamente rigettato la richiesta. Immediatamente dopo l’elezione di Clemente VI, seguì una seconda ambasciata del Comune di Pisa ad Avignone, questa volta promossa dall’arcivescovo di Pisa Dino da Radicofani. 4 Sull’insegnamento di Ranieri Arsendi a Pisa si veda F. Martino, Dottrine di giuristi e realtà cittadine nell’Italia del Trecento: Ranieri Arsendi a Pisa e a Padova, Catania, Tringale, 1984; N. Carranza, Lo Studio pisano e una provvisione degli anziani di Pisa in materia universitaria del 20 dicembre 1382, in Studifilologici, letterari e storici in memoria di Guido Favati, a cura di G. Varanini e P. P1NAGLI, voi. I, Padova, Antenore, 1977, pp. 177-203, alle pp. 181-183. 5 Cfr. D. Stiaffini, Dino da Radicofani, in Dizionario Biografico degli Italiani, voi. XL, Roma, Istituto dell’Enciclopedia Italiana, 1991, pp. 165-167. Il successo di questa seconda richiesta del Comune di Pisa al pontefice fu determinato con ogni probabilità dalla più forte influenza che ebbe in seno alla corte papale avignonese proprio l’arcivescovo Dino da Radicofani, eletto alla cattedra episcopale pisana il 7 ottobre 1342, la cui carriera brillante nelle gerarchie ecclesiastiche lo aveva visto ricoprire il ruolo di patriarca di Grado e dal 1336 quello di arcivescovo di Genova5. A ciò si aggiunga anche la maggiore munificenza di Clemente VI, il quale rispetto al suo predecessore si mostrò particolarmente aperto ad accogliere richieste di benefici e concessioni inoltrate a vario titolo durante tutto il suo pontificato. Ma al di là della generosa predisposizione del pontefice limosino, la concessione di uno Studio generale al Comune di Pisa avrà certo avuto anche ragioni di natura politica, soprattutto per il vantaggio che avrebbe procurato la garanzia di obbedienza e di fedeltà dei 29


Paolo Pontari Pisani al papato in situazioni di emergenza militare, considerata la posizione strategica della città toscana, il suo porto e la sua tradizione navale: non a caso, infatti, il 15 febbraio 1346 Clemente VI, facendo leva sulla gratitudine di Pisa per i privilegi che le erano stati appena concessi e assicurando il conseguimento delle indulgenze, inviò una bolla con la quale esortava il Comune pisano a soccorrere con uomini, navi e denaro Ugo re di Cipro e i cavalieri gerosolimitani, il doge di Venezia e Umberto delfino di Vienna, generale dell’esercito cristiano in Terrasanta contro i Turchi6. 6 La pergamena originale della bolla clementina ai Pisani per la richiesta di soccorso militare in Terrasanta è conservata presso l’Archivio di Stato di Pisa, Diplomatico, Atti pubblici, 15 febbraio 1346. ' Cfr. infra l’edizione critica del testo della bolla, § 2: «Igitur, considerantes fidei puritatem et devotionem eximiam quas civitas Pisana ad nos et apostolicam sedem gerere noscitur et quod illas ad Sacrosanctam Romanam Ecclesiam, matrem cunctorum fidelium et magistram, eo amplius debeat augmentare quo per nos et sedem ipsam se prospexerit gratiis apostolicis specialius honorari». Dietro la formularità che caratterizza il testo della bolla In supreme dignitatis, e in particolare nel passaggio che sottolinea lafidei puritas e la devotio eximia che Pisa ha sempre apertamente dimostrato nei confronti della Sede apostolica, si può cogliere in modo neppure troppo velato un obiettivo strategico di alleanza e di obbedienza della città toscana al papato, essenzialmente fondato sulla gratitudine per i privilegi a essa ora concessi, insieme con l’auspicio di una subordinazione ancora maggiore del Comune alla Chiesa, tramontato ormai da tempo il periodo più aspro delle lotte tra guelfi e ghibellini e con esso anche il forte impulso filoimperiale della città7. La positiva condizione politica e il vantaggioso ‘sito naturale’ della città di Pisa, con la sua ricchezza e adeguatezza di strutture ed edifici, perfetti per accogliere le attività di docenti e studenti («pensantes quoque quietem et pacem, victualium et hospiciorum insignium fertilitatem et alias commoditates plurimas quas civitas ipsa tam per mare quam per terram studentibus opportunas habere dinoscitur»), sono allo stesso tempo dunque non solo un elemento topico della tradizione diplomatica universitaria, che verrà ribadito anche in età laurenziana nella prolusione per la riapertura dello Studio pronunciata nel 1473 daU’umanista Lorenzo Lippi e nel poemetto latino di Carlo Massimo, ma anche la dichiarazione implicita di una conveniente aggregazione al papato di un avamposto strategico in Toscana e più in generale in Italia e nel Mediterraneo. Clemente VI era certo insomma che la fondazione ufficiale di uno Studium a Pisa avrebbe migliorato notevolmente la situazione politica ed economica della città toscana e del suo contado e assicurato un vantaggio bilaterale per lo stesso Comune e per il papato. Riconoscere un’attività universitaria di fatto già esistente ed elevarla alla condizione di Studium generale era un’operazione 30


La bolla In supreme dignitatis di papa Clemente VIper lafondazione dello Studium generale di Pisa piuttosto facile nel caso di Pisa, dove già dal 1338 il Comune aveva stipendiato docenti di diritto e di medicina, chiamati a tenere le loro lezioni davanti a un crescente numero di studenti migrati soprattutto dallo Studium di Bologna, a seguito della scomunica di Benedetto XII che la città felsinea aveva subito e che aveva provocato l’interruzione delle attività universitarie. Secondo la bolla clementina di fondazione, lo Studium di Pisa avrebbe potuto dotarsi delle Facoltà di Teologia, Diritto canonico e civile, Medicina «et qualibet alia licita Facultate»8. Di grande interesse, in particolare, è la volontà di Clemente VI di concedere proprio allo Studium di Pisa, primo in assoluto in Italia, la facoltà di rilasciare la licentia ubique docendi in teologia9. Come è stato notato, oltre a costituire un primato temporale in Italia, l’istituzione a Pisa di una Facoltà di Teologia è il riflesso precoce di una politica di ‘decentramento teologico’ universitario che il papato di Avignone avviò alla metà del XIV secolo. La presenza di scuole teologiche domenicane in città, e in particolare il prestigio assunto dal Convento pisano di Santa Caterina, dove era attivo uno Studio di filosofìa e uno Studio di logica, dovette influire non poco sulla decisione di Clemente VI di attivare una Facoltà di Teologia nello Studium generale di Pisa1011. 8 Cfr. infra il testo dell’ed. critica della bolla, § 4. 9 Su questo primato si veda soprattutto G. Fioravanti, Lafilosofia e la medicina (1343-1543), in Storia dell’Università di Pisa, cit., pp. 259-287. 10 Cfr. a questo proposito Tangheroni, L’età della Repubblica, cit., pp. 20-24. 11 Cfr. infra il testo dell’ed. critica della bolla, §§ 4-5. Condizione perentoria imposta dalla bolla In supreme dignitatis era che i docenti autorizzati a insegnare nello Studio generale di Pisa avessero acquisito il titolo di dottore o di magister a Bologna, a Parigi «aut aliis famosis generalibus studiis». Il nuovo Studio generale di Pisa, in definitiva, entrava a far parte di una ‘rete’ di Atenei privilegiati, ai quali il papato aveva imposto un preciso ‘regolamento’, che rispondeva ai princìpi e ai requisiti fondamentali di identità e attività degli Studia generalia. Il testo esprimeva infatti la volontà che i docenti e gli studenti dello Studio generale di Pisa potessero godere e servirsi di tutti i privilegi, i permessi e le esenzioni previsti negli altri Studi generali istituiti e riconosciuti fino ad allora dal papato («docentes et studentes ibidem omnibus privilegiis, libertatibus et immunitatibus concessis doctoribus, legentibus et scolaribus in Studiis generalibus commorantibus gaudeant et utantur»)11. Diritti e doveri, insomma, che erano stati applicati ai più famosi Studia d’Europa e che in sostanza costituivano l’essenza giuridica delle Università capaci di rilasciare la licentia ubique docendi. In questo senso, non solo la certificazione del ‘curriculum’ dei docenti chiamati a insegnare nello Studio, ma anche le modalità dell’esame finale per il 31


Paolo Pontari conseguimento del titolo di dottore o di maestro rispondevano a regole fondamentali appositamente prescritte per gli Studi generali. All’arcivescovo di Pisa la dispositio papale attribuiva il diritto esclusivo di consegnare le insegne dottorali e prescriveva con esattezza le modalità del conferimento della laurea, contemplando anche l’eventuale temporanea impossibilità o assenza dell’arcivescovo, sostituibile nella cerimonia di proclamazione dei laureati da un suo delegato o, nel caso di vacanza della sede episcopale, dal vicario del Capitolo della Chiesa pisana («Auctoritate apostolica statuentes ut quotiens aliqui in aliqua vel aliquibus Facultatum ipsarum in eodem Studio fuerint doctorandi presententur archiepiscopo pisano qui pro tempore fuerit vel ei sufficienti tamen et ydoneo quem ad hoc idem archiepiscopus duxerit deputandum vel, Ecclesia Pisana pastore carente, vicario dilectorum filiorum Capituli ipsius Ecclesie qui erit pro tempore»). Rientra in questo stesso ambito dispositivo del testo della bolla la raccomandazione a selezionare e promuovere i candidati idonei al conseguimento del titolo con la massima neutralità e trasparenza di giudizio: l’arcivescovo di Pisa (o il suo vicario prò tempore), alla cui coscienza veniva demandata la responsabilità di laureare o respingere gli aspiranti al titolo di dottore o di maestro, si sarebbe dovuto avvalere di un giudizio preventivo e istruttorio formulato gratuitamente, liberamente e con garanzia di imparzialità («gratis, pure et libere ac omni dolo, fraude et difficultate cessantibus») da una commissione di dottori e maestri dello Studio, i quali a loro volta avrebbero dovuto giurare di tenere segreto l’esito della loro valutazione («petito secrete, pure et bona fide eorundem doctorum et magistrorum consilio, quod utique consilium in ipsorum consulentium dispendium vel iacturam sub debito iuramenti' super hoc prestandi tam ab archiepiscopo et deputando ab eo ac vicario et singulis doctoribus et magistris huiusmodi revelari quomodolibet districtius prohibemus»)12. 12 Cfr. ibid. § 7. 13 Cfr. ibid. § 7. Anche i requisiti di idoneità da verificare durante Vexaminatio ricordati nel testo della bolla rivelano il rigore di giudizio raccomandato dalla Sede apostolica: la commissione infatti avrebbe dovuto analiticamente esprimersi «de sciencia, facundia, modo legendi et aliis que in promovendis ad doctoratus seu magistratus honorem et officium requiruntur», ossia sulle conoscenze e sulle abilità comunicative e didattiche che erano richieste per l’acquisizione del titolo di dottore o di maestro13. Significativa infine è la concessione ai laureati a Pisa di poter ricoprire ruoli direttivi e didattici anche in altri Studi generali (regendi et docendi libera facultas), senza sottoporsi ad altra valutazione della 32


[,a bolla In supreme dignitatis di papa Clemente VIper lafondazione dello Studium generale di Pisa loro idoneità («absque approbatione alia»): un’attestazione molto forte dell’equipollenza dei titoli rilasciati dallo Studium di Pisa, spendibili dunque per la carriera universitaria presso tutti gli Studi, compresi cioè quelli elevati a Studi generali dall’autorità pontifìcia14. 14 Cfr. ibid. § 8. 15 Gli originali delle due bolle clementine sono conservati presso l’Archivio di Stato di Pisa, Diplomatico, Atti pubblici, 2 dicembre 1343. 16 Cfr. infra il testo dell’ed. critica della bolla, § 4. Per la città di Pisa l’ambito privilegio papale con l’elevazione dello Studio a Studium generale rappresentò sotto ogni aspetto una straordinaria conquista, frutto della diplomazia comunale che seppe cogliere al momento opportuno l’atteggiamento propizio del nuovo pontefice, la stessa diplomazia che reputò altrettanto opportunamente di far seguire aU’ottenimento del privilegio una supplica a nome del governo cittadino (regimen) e del conte Ranieri di Donoratico, divenuto capitano delle città di Pisa e di Lucca: la giurisdizione nell’orbita pisana della città di Lucca, infatti, aveva comportato un esborso notevole delle disponibilità finanziarie del Comune di Pisa, che avrebbe di certo ostacolato l’avvio delle attività della nuova istituzione universitaria. Qualche mese più tardi, alla bolla In supreme dignitatis ne seguirono altre due, entrambe datate Avignone 2 dicembre 1343 e vergate dal notaio Albertino da Parma: la prima Attendentes provvide, con la quale Clemente VI, aderendo alla supplica fatta pervenire dal Comune di Pisa, confermava tutti i privilegi all’Università dei dottori, maestri e scolari dello Studio di Pisa e concedeva ai docenti e agli studenti, durante il loro periodo di attività presso lo Studium, di conservare tutte le rendite dei benefizi ecclesiastici goduti altrove senza obbligo di residenza per un quinquennio, e la seconda Attendentes provvide, indirizzata agli abati di San Paolo a Ripa d’Arno e di San Michele in Borgo, con la quale il pontefice chiedeva ai due prelati di versare le rendite dei benefici dei più importanti monasteri pisani ai docenti e agli studenti, in modo da garantire Vincrementum dello Studium di Pisa15. La debolezza finanziaria del Comune di Pisa trovava dunque un’immediata risoluzione, finalizzata, almeno per un lustro, a garantire la partenza delle attività accademiche e soprattutto l’affluenza di docenti e studenti forestieri, come raccomandato dalla bolla di fondazione («Ad hunc itaque universalem profectum, non solum incolarum civitatis ipsius et circumposite regionis, sed etiam aliorum qui, preter hos, de diversis mundi partibus confluent ad eandem»16), grazie a due provvedimenti papali che iniettavano nell’economia dello Studium risorse di fatto già erogate in seno alle istituzioni ecclesiastiche: non si trattava dunque della auspicata imposizione di 33


Paolo Pontari una decima in favore dello Studio, quale aveva sperato di ottenere la delegazione a suo tempo inviata dal Comune di Pisa a Benedetto XII, ma di un piccolo incentivo al decollo dello Studium generale pisano, favorito dall’interesse specifico che la Chiesa aveva maturato per la politica universitaria. Aveva così ufficialmente inizio la gloriosa storia dell’Università di Pisa, il cui testo fondativo è ancora oggi, dopo quasi sette secoli, la bussola che orienta l’eccellenza che questo Ateneo ha conquistato nel mondo con la sua innovazione nell’ambito di tutte le scienze e in linea di continuità con quella tradizione che affonda le sue radici nell’eroico passato medievale di una città che non si è adagiata sui fasti della Repubblica marinara, ma ha saputo individuare nella sua Università, riprendendo le parole della bolla clementina, una “fonte inesauribile di conoscenza”, alla cui abbondanza avrebbero davvero attinto tanti uomini dotati di maturità di giudizio, virtù e conoscenza in ogni campo della scienza e della cultura, come profeticamente auspicava la stessa bolla, primo fra tutti Galileo Galilei, il pisano più illustre nel mondo e padre della scienza moderna, che di questa Università fu studente e docente e che continua a rappresentare il punto più elevato della ricerca di un’armonia tra saperi scientifici e saperi umanistici. 34


Un nuovo documento dell'età medicea (1476-1559): Lorenzo il Magnifico e POspedale di Pisa tra XV e XVIsecolo Paolo Pontari Al mosaico complesso della storia della città di Pisa, del suo antico Ospedale e della sua Università tra XV e XVI secolo, ricostruito nel suo insieme e nel dettaglio da pregevoli studi di riferimento, è possibile aggiungere una piccola ma significativa tessera documentaria: un fascicolo pergamenaceo, parzialmente ancora cucito e sopravvissuto allo smembramento di un’antica unità codicologica, che restituisce con chiarezza il contesto storico-politico, sociale ed economico di uno dei periodi più travagliati della città toscana e delle sue due più importanti istituzioni in età medicea1. 1 Sulla storia delle istituzioni ospedaliere di Pisa si vedano soprattutto i volumi di M. Vaglimi, La storia delPOspedale di S. Chiara di Pisa: dalle origini fino al 1771, Pisa, Felici, 1994; A. Patetta, Gli ospedali di Pisa. Sanità e assistenza nei secoli XI-XV, Pisa, ETS, 2001; A. Patetta - A. Martinelli, L'Ospedale di S. Chiara, Pisa, ETS, 2004. 2 Su Mariano Dal Campo cfr. L. TANFANI, Della Chiesa di S. Maria del Pontenovo detta della Spina e di alcuni uffici della Repubblica pisana, Pisa, Nistri, 1871, pp. 72-78, 221-223. Il documento, del tutto ignoto fino a oggi, recuperato sul mercato antiquario fiorentino dal notaio Angelo Caccetta e da lui spontaneamente donato alTUniversità di Pisa, si configura sotto il profilo della tipologia giuridico-notarile come una trascrizione e relativa convalida di tre atti che il notaio pisano Mariano del fu Giuliano di Mariano Dal Campo, eletto dagli Anziani del Comune Operaio della Chiesa di Santa Maria del Pontenovo di Pisa (Santa Maria della Spina) e gestore delle rendite dell’Ospedale di San Iacopo e di Sant’Anna (sito nell’antica via del Pontenovo, oggi via Sant’Antonio)12, ricopiò interamente di suo pugno il 13 novembre 1559 (1560 stile pisano), apponendo in calce al secondo atto il suo elegante signum tabellionatus. Il primo, ma anche il più articolato e il più importante dei tre atti copiati da Mariano Dal Campo certifica il trasferimento nel 1476, sotto forma di permuta al cittadino e mercante fiorentino Francesco di Antonio Nori, di 54 appezzamenti terrieri a uso agricolo di proprietà dell’Ospedale Nuovo di Pisa e localizzati nell’area delle Colline pisane. Il trasferimento è autorizzato da Pietro di Niccolò 35


Paolo Pontari dei Tanagli da Volterra, abate dell’abbazia e del monastero camaldolese di San Michele in Borgo a Pisa e procuratore e governatore dell’Ospedale Nuovo, a fronte del pagamento annuo di 14 sacelli di grano carvellino al detto Ospedale, con l’elenco dettagliato di tutti gli appezzamenti, in cui sono puntualmente indicati i confini e riportate le relative misure in staia e in pani, ossia secondo la modalità più in uso nell’ambito dell’agrimensura coeva e in specie nel territorio toscano, capace di determinare la rendita agricola degli appezzamenti (lo ‘staio’, il cui nome derivava dal sextarius romano, era infatti l’antico recipiente a forma cilindrica per cereali e grani, la cui capacità venne assunta a unità di misura per stabilire la corrispondente ampiezza del terreno da seminare; la sottomisura del ‘pano’ era invece la quantità di farina necessaria per realizzare una forma di pane e uno staio corrispondeva a 12 pani). Il secondo atto trascritto e sottoscritto da Mariano Dal Campo è invece il rinnovo della concessione autorizzata dal Tanagli nel 1476 disposto il 6 agosto 1489 dallo spedalingo Carlo di Bindo Galletti all’omonimo figlio del precedente beneficiario fiorentino, Francesco (detto anche Franceschino) di Francesco di Antonio Nori, il quale si era impegnato a garantire, a fronte dei beni ereditati, il versamento dell’imposta annua pattuita dal padre di quattordici sacchi di grano da consegnare a proprie spese all’Ospedale pisano. Il terzo atto trascritto dal notaio Dal Campo, infine, ricostruisce fino al 1539 i successivi passaggi, che vedono il trasferimento della concessione, con identiche modalità di affitto (ribadite nel testo in modo ancora più esplicito con un inserto in volgare «Sia tenuto pagarlo come pagava in el primo et sicondo contracto Francesco di Francesco di Antonio Nori»), da Franceschino Nori al nobile fiorentino Federico di Francesco di Tanai de’ Nerli e, alla morte di questi, ai fratelli Bernardo e Alfonso di Niccolò di Niccolò Capponi. In particolare, Bernardo Capponi confessa allo spedalingo Onofrio del Pitta di non aver versato all’Ospedale di Pisa per 6 anni, dal 1533 fino a tutto il 1538, i 14 sacchi di grano dovuti e si impegna a saldare il debito accumulato di 84 sacchi versando 6 sacchi di grano in più ogni anno nella medesima data del 15 agosto e a partire dall’anno 1540. Il fascicolo si chiude con una disposizione dei Capitani Ammonitori e Revisori del Collegio dell’Università e dell’ufficio dei tabellioni, giudici e notai di Pisa, i quali il 18 novembre 1559, per mano del loro cancelliere e segretario, il notaio Bartolomeo di Francesco di Giovanni l’Aulla, convalidano a maggior garanzia di legittimità la trascrizione dei tre atti ricopiati da Mariano Dal Campo, registrando così ufficialmente l’antica concessione di alcuni beni terrieri di proprietà dell’Ospedale di Pisa e le condizioni di permuta imposte. Dalla convalida dei Capitani e dalla sottoscrizione di Mariano Dal Campo si apprende inoltre che il Dal Campo eseguì copia fedele dei primi due atti quattrocenteschi 36


[Jn nuovo documento dell’età medicea (1476-1559): Lorenzo il Magnifico e l’Ospedale di Pisa tra XVe XVIsecolo dai protocolli e dagli atti originali autografi di ser Niccolò del fu Niccolò di Donato Donati da Volterra, notaio pisano e nonno materno dello stesso Dal Campo. Per comprendere appieno la natura di questa nuova testimonianza documentaria è opportuno ripercorrere brevemente le circostanze storiche che determinarono la permuta da parte dell’Ospedale pisano dei suddetti 54 appezzamenti terrieri, operazione che si era profilata necessaria essenzialmente per far fronte a una crisi finanziaria che aveva investito il sistema ospedaliero cittadino sin dai primi decenni del Quattrocento, e concentrarsi in particolar modo sul coinvolgimento diretto nell’operazione di risanamento del deficit di Lorenzo il Magnifico, che agli esordi della sua carriera politica mostrò particolare interesse verso la città e il territorio di Pisa. L’importanza di questa fonte documentaria nel contesto della speculazione fondiaria di Lorenzo il Magnifico nel territorio di Pisa è immediatamente evincibile, come si vedrà, non solo dai personaggi coinvolti negli atti di permuta e di conferma giuridica, ma dagli stessi appezzamenti terrieri che risultano oggetto del trasferimento, dato che si tratta di vari lotti di terreno perlopiù localizzati nell’area delle Colline pisane (tra Perignano e Lari), particolarmente fruttuosi sotto il profilo dell’economia agricola e facenti parte di un’area di investimenti rurali compresa nel piano strategico dell’espansionismo fondiario mediceo3. La concessione di questi appezzamenti era peraltro mirata a risanare le casse dell’istituzione ospedaliera pisana, di cui i Medici erano divenuti patroni. 3 Sugli investimenti di Lorenzo e della famiglia Medici nel territorio pisano si veda in particolare P. Malanima, La proprietàfiorentina e la diffusione della mezzadria nel contado pisano nei secoli XVe XVI, in Contadini e proprietari nella Toscana moderna. Atti del Convegno di studi in onore di Giorgio Giorgietti, voi. I, Firenze, Olschki, 1979, pp. 345-375; Io., La distribuzione della proprietà fondiaria nel territorio pisano, in Livorno e Pisa: due città e un territorio nella politica dei Medici, Pisa, Nistri-Lischi e Pacini, 1980, pp. 80-82; A. Lillie, Lorenzo de’ Medici’s Rural Investments and Territorial Expansion, in «Rinascimento», n.s. 33 (1993), pp. 53-67; P. Salvadori, Dominio e Patronato. Lorenzo dei Medici e la Toscana nel Quattrocento, Roma, Edizioni di Storia e Letteratura, 2000, pari. pp. 168-172. 4 Per il ruolo da protagonista di Lorenzo nella vicenda della riapertura congiunta, a Pisa, nel 1473, degli Studi generali di Firenze e Pisa, si veda in questo volume lo studio di G. Albanese, Lorenzo il Magnifico e la riapertura dello Studio di Pisa (1473): l’orazione inaugurale di Lorenzo Lippi, che pubblica il testo dell’orazione inaugurale per la riapertura composta e recitata da Lorenzo Lippi, umanista della corte laurenziana. 3 Sull’interesse di Lorenzo per la città e il territorio di Pisa si rinvia al fondamentale studio di G. Petralia, Pisa laurenziana: una città e un territorio per la conservazione dello ‘stato’, in La Toscana al tempo di Lorenzo il Magnifico, III, Pisa, Pacini, 1996, pp. 955-80. Lorenzo de’ Medici, infatti, fu non solo il protagonista della riapertura dello Studium generale congiunto di Pisa e Firenze nel 14734, ma anche il principale promotore di una rinascita economica innescata da importanti e numerose speculazioni fondiarie, che evidenziano l’interesse specifico che il Magnifico manifestò per la città e il territorio di Pisa, giuridicamente soggetta a Firenze sin dal 1406, ma di fatto mai adeguatamente sfruttata dalla Signoria5: un contesto 37


Paolo Pontari al quale proprio il documento recuperato da Caccetta rinvia particolarmente, registrando la concessione sotto forma di permuta di beni terrieri di proprietà dell’Ospedale a un esponente della cerchia politica più stretta del giovane Lorenzo, di cui è ora possibile qui svelare l’importante identità storica e politica. Il piano riorganizzativo dell’economia toscana di Lorenzo puntava a valorizzare le potenzialità economiche dell’ager Pisanus, da sempre contraddistinto da una vantaggiosa posizione naturale, prossimo al mare, dove lo storico porto dell’antica Repubblica marinara garantiva il commercio agile delle merci, e persino navigabile al suo interno, sfruttando l’ampia rete di canali naturali e artificiali affluenti dell’Arno. Con l’acquisto diretto e indiretto di larghe porzioni del territorio pisano e con la crescente influenza politica all’interno delle Istituzioni principali della città, Lorenzo aveva dunque avviato una vera e propria rinascita economica e sociale, che presto divenne anche una rinascita culturale, con lo spostamento nella sede unica di Pisa dello Studium fiorentino e la ripresa ufficiale dunque della vita accademica pisana. Mette conto perciò partire da una lettera di Lorenzo il Magnifico, conservata oggi presso l’Archivio di Stato di Firenze, inviata da Pisa al fratello Giuliano il 22 aprile 1476 e vergata dalla mano di Angelo Poliziano, il famoso umanista, classicista e poeta che fu precettore dei rampolli di casa Medici e segretario personale di Lorenzo (Fig. 1). Nella lettera Lorenzo chiede al fratello di intercedere con l’ufficiale preposto alla riscossione delle imposte a favore di Pietro Tanagli da Volterra, abate di San Michele in Borgo e governatore dell’Ospedale Nuovo di Pisa, e ribadisce il forte legame dell’abate con la famiglia Medici, rivelando dunque quel patronato finanziario che i Medici esercitavano da vari anni ormai Sull’Ospedale pisano: Giuliano, tu sai quanto è nostro l’abate di San Michele di Pisa. Per questo ti prego lo raccomandi a questi della imposta. Ha grande spesa, et maggiore che non sopporta la sua entrata. Nominatamente puoi raccomandare la Chiesa di San Michele et lo Spedale Nuovo, di chi è governatore, ché, oltre al merito dello abate, c’è qualche interesso, per esserne noi padroni. Noi siamo sani. Pisis, die XXIP Aprilis 1476. Laurentius frater6. 6 Cfr. Lorenzo de’ Medici, Lettere, voi. II (1474-1478), a cura di R. Fubini, Firenze, Giunti-Barbera, 1977, pp. 167-168. La lettera è significativa perché, oltre a citare Pietro Tanagli, che nel nostro documento è colui che nel primo atto ricopiato da Mariano dal Campo concede in permuta, nello stesso 1476, in veste di governatore dell’Ospedale Nuovo di Pisa, 54 beni terrieri localizzati nell’area delle Colline pisane, rivela anche la strettissima dipendenza delle Istituzioni ospedaliere pisane dalla famiglia dei 38


Un nuovo doi limolilo dell’età medicea (1476-1559): Lorenzo il Magnifico e l’Ospedale di Pisa tra XVe XVIsecolo Fig. 1. Firenze, Archivio di Stato, Mediceo Avanti il Principato, V, 849. Lettera di Lorenzo il Magnifico al fratello Giuliano, Pisa, 22 aprile 1476. Originale di mano di Angelo Poliziano. Medici e la dura crisi finanziaria che il Tanagli stava affrontando in quegli anni («Ha grande spesa, et maggiore che non sopporta la sua entrata»), Pietro di Niccolò Tanagli, monaco camaldolese di origine volterrana e abate di San Michele in Borgo, è dunque il protagonista di un risanamento delle finanze dell’Ospedale di Pisa: nominato governatore dell’Ospedale da papa Niccolò V7, egli promosse e curò una ristrutturazione dei complessi ospedalieri pisani8. 7 Così si evince da A. Feroci, Degli antichi spedali in Pisa, Pisa, Vannucchi, 1896, pp. 218, 302. 8 Dalla data di fondazione dell’Ospedale Nuovo di Pisa (1257), voluta da papa Alessandro IV, fino alla riorganizzazione medicea delle antiche strutture ospedaliere urbane, numerose erano state le evoluzioni architettoniche degli edifici adibiti alla cura degli infermi. Il sistema ospedaliero basso-medievale e rinascimentale di Pisa era molto complesso e annoverava numerosi hospitia e xenodochia in diversi siti cittadini, tradizionalmente legati a istituzioni religiose, come per esempio l’Ospedale dei Trovatelli, che sorgeva nella chiesa di San Giorgio ai Tedeschi, e l’antico Ospedale della Misericordia, poi detto di Santa Chiara. Cfr. Patetta, Gli ospedali di Pisa, cit. 9 Sulla storia del monastero camaldolese si veda ora il puntuale contributo di M. Ronzani, Fra Pisa e Camaldoli: il monastero di San Michele in Borgo dallafondazione al secolo XV, in Sazi Michele in Lorenzo e Giuliano de’ Medici sono invece i protagonisti di attività speculative relative a ingenti beni della città e del contado di Pisa e il loro legame particolare con San Michele in Borgo è a doppio filo: da un lato si individuano interessi fondiari di proprietà dell’Ospedale Nuovo di Pisa, gestiti dal governatore Tanagli, e dall’altro la riapertura congiunta a Pisa dello Studio pisano e di quello fiorentino nel 1473 per volere di Lorenzo stesso. San Michele in Borgo, infatti, oltre a essere il più antico e importante monastero urbano9, era uno dei luoghi istituzionali dello Studium, dove si tenevano le lezioni di teologia, si riunivano i Collegi dottorali (nella sacrestia), si assegnavano i punti ai 39


Paolo Pontari laureandi, si conferivano le lauree dottorali e si celebravano i riti religiosi dell’Università (in particolare le festività solenni di S. Caterina il 25 novembre e di S. Nicola il 6 dicembre). Ma la chiesa pisana era anche e soprattutto tappa fondamentale della cerimonia per 1’inaugtirazione dell’anno accademico1011. La cerimonia di inaugurazione dell’anno accademico procedeva in luoghi storici deputati ai riti universitari: nel XVI secolo, proprio dalla chiesa di San Michele in Borgo il Rettore, seguito da un folto corteo di docenti e studenti, si dirigeva al Palazzo della Sapienza (voluto sin dalla riapertura dello Studium nel 1473 proprio da Lorenzo de’ Medici nella trecentesca Piazza del Grano, ma i cui lavori ebbero inizio solo nel 1486 e la cui edificazione fu ultimata vari anni dopo la morte del Magnifico)11, dove, nella schola magna, un docente di humanae litterae recitava l’orazione inaugurale, al termine della quale tutto il corteo si dirigeva in cattedrale per udire la messa officiata alla presenza dell’arcivescovo. Borgo. Mille anni di storia, a cura di M.L. Ceccarelli Lemut e G. Garzella, Pisa, Pacini, 2016, pp. 27-40. 10 Su San Michele in Borgo e sulla sua centralità nel contesto urbano politico-istituzionale e accademico di Pisa si vedano i saggi di G. GARZELLA, Il ruolo del monastero nello spazio urbano medievale e M.L. Ceccarelli Lemut, Un legame particolare: San Michele e l’Università, in San Michele in Borgo. Mille anni di storia, cit., pp. 41-54 e 135-138. 11 Sulla costruzione del Palazzo della Sapienza si veda E. Karwacka Codini, Il Palazzo della Sapienza a Pisa: della sua edificazione rinascimentale, in L’Università di Roma “La Sapienza” e le università italiane, a cura di B. Azzaro, Roma, 2008, pp. 235-246; Ead., La Sapienza, in Architettura a Pisa nel primo periodo mediceo, Roma, Gangemi, 2010, pp. 48-61. 12 Si deve al compianto Michele Luzzati, medievista pisano, l’identificazione di Filippo de’ Medici nella figura a capo del corteo dipinto da Benozzo Gozzoli nelTaffresco sulla Costruzione della Torre di Babele nel Camposanto: la somiglianza di questo personaggio con l’effigie della medaglia di Bertoldo di Giovanni rende ancora più sicura questa identificazione. Si riconoscono poi tutti i massimi esponenti di Casa Medici: Cosimo il Vecchio, suo figlio Piero il Gottoso, e i nipoti Lorenzo il Magnifico e Giuliano, e persino un probabile ritratto di Angelo Poliziano, precettore dei giovani rampolli della Casata (Fig. 7). Unpendant perfetto dunque con il corteo che lo stesso Benozzo Gozzoli aveva realizzato a Firenze nella celeberrima Cappella dei Magi a Palazzo Medici, dove erano raffigurati ancora una volta tutti i principali esponenti della famiglia e persino un autoritratto del pittore. Cfr. M. Luzzati, Su due ritratti di Filippo de’Medici arcivescovo di Pisa (1461-1474): un affresco di Benozzo Gozzoli e una medaglia di Bertoldo di Giovanni, in «Bollettino Storico Pisano», 72 (2002), pp. 193-198. 13 II rito dell’insediamento del nuovo Rettore e la cerimonia per l’inaugurazione dell’anno accademico, con tappa a San Michele in Borgo, rimasero pressoché invariati anche durante tutta l’età medicea: cfr. D. Marrara, L’età medicea (1543-1737) e Id., Gli Statuti di Cosimo I, in Storia dell’Università di Pisa, cit., pp. 158 e 586. Anche la funzione dell’arcivescovo nella vita dello Studium di Pisa era fondamentale. All’epoca del governatore dell’Ospedale Pietro Tanagli da Volterra, arcivescovo di Pisa era Filippo de’ Medici, parente di Lorenzo il Magnifico, con il quale intrattenne una fitta corrispondenza per un decennio, dal momento del suo insediamento, nel 1464, fino alla morte. Come è noto, Filippo de’ Medici promosse una rinascita culturale e artistica di Pisa, edificando il nuovo palazzo arcivescovile e chiamando Benozzo Gozzoli ad affrescare il Camposanto Monumentale12. Nella stessa chiesa di San Michele in Borgo il Rettore, eletto nel Palazzo Arcivescovile, riceveva il solenne omaggio e il giuramento di tutto il corpo accademico13. Il 40


Un nuovo documento dell’età medicea (1476-1559): Lorenzo il Magnifico e l’Ospedale di Pisa tra XVe XVIsecolo legame di San Michele in Borgo con l’Università di Pisa è del resto ancora oggi visibile sulla facciata della chiesa, dove rimangono alcune scritte goliardiche di epoca cinquecentesca per l’elezione del Rettore, la meglio conservata delle quali è quella in onore di Perseo Cattaneo da Carrara («W IL CAT<TA>NEO DA C<ARRA>RA») (Fig. 2), rettore dello Studium pisano eletto il 1° maggio 1558, giusto un anno prima cioè della stesura del nostro documento per mano di Mariano Dal Campo14. 14 Si veda a tal proposito N. CARRANZA, Scritte goliardiche del XVIsecolo sullafacciata della chiesa di San Michele in Borgo di Pisa, in «Antichità Pisane», 2, 3 (1975), pp. 24-28. 15 Cfr. R. Amico, Maria da Sancasciano d’Appiano, in «Bollettino Storico Pisano», 78 (2009), pp. 79-104, alle pp. 97-98. 16 Cfr. Amico, Maria da Sancasciano, cit., p. 92. E proprio al nostro documento occorre ora tornare, alla luce delle varie connessioni fin qui evocate tra Lorenzo il Magnifico, l’Università e l’Ospedale di Pisa, per posizionare l’ultimo tassello nel mosaico complesso che fa da sfondo all’atto del 1476 copiato da Mariano Dal Campo. L’atto quattrocentesco ci informa infatti che Pietro Tanagli, “per chiara comodità e utilità” dell’Ospedale di Pisa («prò evidenti commodo et utilitatis dicti Hospitalis»), cedette questi terreni a Francesco di Antonio Nori, cittadino e mercante fiorentino, al patto di ricevere ogni anno, nella festività dell’Assunzione della Vergine Maria (15 agosto), 14 sacchi di grano carvellino al peso di Firenze («ad consignandum de suo proprio solvere promixit et per solemnem stipulationem convenit singulo anno in festo Sancte Marie mensis Augusti in grano carvellino bono et siccho Pisis»). Si trattava dunque con ogni evidenza di un’operazione di risanamento delle casse dell’Ospedale, che stava attraversando un periodo di forte crisi economica, soprattutto a causa di un debito contratto dall’Ospedale dei Trovatelli (che sorgeva nei pressi della Chiesa di San Giorgio dei Tedeschi) con il monastero pisano di Santa Marta e stimato da un lodo arbitrale in 500 fiorini. Arbitro di questo lodo era stato, peraltro, lo stesso Pietro Tanagli15. I possedimenti terrieri dell’Ospedale di Pisa erano numerossimi, sia all’interno della città sia nel contado e in Maremma. Una vastissima area, che si concentrava non solo nei territori urbani e negli immediati sobborghi, ma soprattutto nell’area della pianura di Ponsacco e nelle Colline pisane. Questi appezzamenti, in gran parte lasciati in eredità all’Ospedale dei Trovatelli da Maria da Sancasciano, nobildonna pisana andata in sposa ad Antonio di Vanni d’Appiano (nipote di Iacopo d’Appiano, signore di Pisa dal 1392 al 1398)16, servirono proprio a risolvere i debiti contratti con il Monastero di Santa Marta e, più in generale, a risanare le finanze dell’Ospedale, notevolmente gravate dalle imposte, come si è visto nella lettera che Lorenzo stesso inviò da Pisa nel 1476 al fratello Giuliano. 41


Paolo Pontari Fig. 2. Pisa, Chiesa di San Michele in Borgo, facciata e particolare con la scritta goliardica per l’elezione del Rettore Perseo Cattaneo da Carrara (1558). Per poter far fruttare i terreni agricoli di sua proprietà, l’Ospedale pisano dovette ricorrere all’istituto giuridico della permuta, ossia concedere a un acquirente i propri terreni a garanzia della riscossione annua di un tributo quantificabile in sacchi di grano. A questa operazione, tuttavia, la specula42


Un nuovo documento dell’età medicea (1476-1559): Lorenzo il Magnifico e l’Ospedale di Pisa tra XVe XVIsecolo zione fondiaria di Lorenzo non poteva rimanere estranea: il patronato mediceo dell’Ospedale pisano agì evidentemente curando in modo indiretto le trattative del trasferimento dei beni, in modo da trarne il massimo profitto nell’ottica di una dipendenza politica ed economica non solo dell’istituzione ospedaliera ma anche delle terre a essa pertinenti nell’area delle Colline pisane. E infatti l’acquirente a cui l’abate Tanagli concedette in permuta i 54 terreni di proprietà dell’Ospedale non era certo un uomo d’affari qualunque ed estraneo al patronato mediceo: Francesco di Antonio Nori era stato il direttore delle filiali del Banco dei Medici a Ginevra e a Lione17, personaggio della cerchia ristrettissima di Casa Medici e per di più colui che avrebbe salvato la vita allo stesso Lorenzo il Magnifico durante il tragico agguato del 26 aprile 1478 ordito durante la messa in Santa Maria del Fiore dalla famiglia dei Pazzi, la notissima Congiura dei Pazzi, nella quale perse la vita Giuliano de’ Medici, fratello di Lorenzo. 17 Cfr. R. De Roover, The Rise and Decline ofthè Medici Bank (1397-1494), Cambridge, Mass., Harvard University Press, 1963 (trad. it., Firenze, La Nuova Italia, 1976), ad indicem. 18 Cito il testo latino del Coniurationis commentarium di Poliziano dalla recente edizione a cura di M. Celati, Alessandria, Edizioni dell’Orso, 2015, pp. 54-56, corredandolo di una mia traduzione italiana. Francesco Nori, infatti, frappose il suo corpo tra l’attentatore Bernardo Bandini Baroncelli e Lorenzo il Magnifico, lasciandosi trafiggere il ventre da un pugnale e permettendo così a Lorenzo di mettersi in fuga e di rifugiarsi in sacrestia, come racconta chiaramente il più celebre opuscolo storico sulla Congiura, il Coniurationis commentarium di Angelo Poliziano, testimone autoptico della sanguinosa aggressione: Qui lulianum trucidarat, Bemardus Bandinus, non contentus suis partibus, ad Laurentium contendit. Ille se commodum cum paucis in sacrarium coniecerat. Bandinus ob iter Franciscum Norium, prudentem virum et mercaturis Medicae familiae praefectum, ense per stomachum adacto, uno vulnere perimit. Eius cadaver spirans adhuc idem in sacrarium, quo se Laurentius receperat, invectum est. Tum ego, qui eodem me contuleram, aliique nonnulli fores, quae aheneae sunt, occludimus: ita periculum, quod a Bandino ingrueret, propulsavimus. Bernardo Bandini, che aveva assassinato Giuliano, non ancora pago del suo apporto all’impresa, cercò di raggiungere Lorenzo, il quale avevafatto appena in tempo a rifugiarsi con pochi altri in sacrestia. Bandini, trovatosi davanti Francesco Nori, uomo saggio e agente di commercio dellafamiglia Medici, conficcatagli la spada nel ventre, lo uccise con un sol colpo. Il suo cadavere, ancora palpitante, fu trasportato nella stessa sacrestia in cui Lorenzo si era messo in salvo. Allora io, che mi ero rifugiato in quello stesso luogo, e alcuni altri sbarrammo le porte di bronzo: e così respingemmo il pericolo del Bandini che ci stava assalendo18. 43


Paolo Pontari Fig. 3. Bertoldo di Giovanni, Medaglia commemorativa per la morte di Giuliano e la salvezza di Lorenzo de’Medici nella Congiura dei Pazzi. Firenze, Museo del Bargello (esemplare). Nel 1476 Francesco Nori aveva acquistato in permuta i 54 appezzamenti terrieri di proprietà dell’Ospedale di Pisa, e questo trasferimento non fu certo indipendente dalla volontà del Magnifico, interessato a mantenere il suo controllo Sull’Ospedale pisano e sulle relative pertinenze fondiarie, anche attraverso strategie di acquisto indiretto ricadenti nella sua sfera di influenza politica. Soltanto due anni più tardi lo stesso Nori perse la vita nella cattedrale di Santa Maria del Fiore: una vita dunque, quella del Nori, contraddistinta da una completa devozione alla famiglia dei Medici, a tal punto da essere sacrificata nell’agguato del 26 aprile 1478 per proteggere quella di Lorenzo, miracolosamente sfuggito aU’aggressione dei cospiratori. Il luttuoso evento della morte di Giuliano e la miracolosa salvezza di Lorenzo vennero immortalate sulle due facce di una medaglia commemorativa realizzata da Bertoldo di Giovanni, raffiguranti la scena dell’agguato nel coro ligneo ottagonale di Santa Maria del Fiore (costruito dal Brunelleschi e demolito nel 1520) e contrassegnate dai ritratti di profilo dei due rampolli di Casa Medici, con le rispettive scritte «LVCTVS PVBLICVS» per Giuliano e «SALVS PVBLICA» per Lorenzo (Fig. 3). Un anno dopo, lo sguardo del giovane Leonardo da Vinci veniva rapito dalla truce fine dell’assassino di Giuliano e di Francesco Nori, Bernardo Bandini dei Baroncelli, catturato a Costantinopoli, condotto a Firenze e giustiziato in pubblica piazza con addosso ancora abiti turcheschi: il cadavere penzolante del Bandini sulla facciata del Palazzo del Bargello ispirò infatti il notissimo e realistico schizzo che Leonardo, spettatore dell’esecuzione capitale, prontamente eseguì in uno dei suoi tanti taccuini di studio (Fig. 4). Il figlio del Nori - ce lo dice ancora il documento recuperato da Caccetta — mantenne in permuta, rinnovandone il contratto nel 1489, i possedimenti ac44


Un nuovo documento dell’età medicea (1476-1559): Lorenzo il Magnifico e l’Ospedale di Pisa tra XVeXVIsecolo Fig. 4. Leonardo da Vinci. Impiccagione di Bernardo Bandmi dei Baroncelli. Bayonne, Musée Bonnat. 45


Paolo Pontari in c^wnfc.: ," n , - . n t ' £- > . f -i fi. ' ' " fi ' • "•■'•' -•' fi"' ;■ , ’ V ' ' r : '- -;,4 -- -fifi r -? r .- fifitfifi a e- ' ; ~ LtgffJ' ' ‘"F . n . n I L " >fi< J“' ' ' o ' -• ’ -- i f ' n ~ r -, " ~ Z7'^ 4^' 'M f',, ’■ - r;_-r.'.'^--7-"’'- ’ ' .. -, ... • .fi' ' , ■r , ■ ' r‘l '"■ ~c '. ~ fi t ■ j •*' 5 " - - , - , ~tZ ' - :' r. y? £ * r . . . . — wsw'fe.z. '•- bj,' - f, ■ - ,- "' ~ .* L _ - '- , - ■ - i ■ na J-S Fig. 5. Sottoscrizione e signum tabellionatus del notaio pisano Mariano di Giuliano Dal Campo (1559). Documento donato da Angelo Caccetta alVUniversità di Pisa. Pisa, Rettorato. quisiti dal padre, di cui calcò peraltro le orme professionali, continuando a operare nell’ambito degli investimenti fondiari e degli affari finanziari medicei19. Cfr. De Roover, The Rise and Decline ofthè Medici Bank, cit., ad indicem. Settantanni più tardi, il notaio Mariano Dal Campo avrebbe ricopiato gli atti di questa permuta dai registri ereditati dal suo avo materno e per conto dei Capitani del Collegio dell’Università e dei giudici e notai, apponendo in calce il suo splendido signum tabellionatus: tre monti sovrastati dal bastone di Asclepio, da una stella a otto punte e dalla croce pisana e poggiati su un cherubino, simboli ancora oggi distintivi del Comune di Pisa e della sua Università (Fig. 5). 46


Lorenzo il Magnifico e la riapertura dello Studio di Pisa (1473): Vorazione inaugurale di Lorenzo Lippi Gabriella Albanese La pubblicazione di un volume che procura la prima edizione critica e traduzione italiana della bolla papale di fondazione dello Studium generale di Pisa e al contempo recupera un nuovo documento sconosciuto e inedito di età medicea relativo all’Ospedale pisano è sembrata la sede più opportuna per valorizzare anche una testimonianza letteraria singolare della storia politico-culturale della città e della sua prestigiosa Università, meritevole di adeguata considerazione, oltre che strettamente connessa, per attinenza tematica e di contesto, alle suddette fonti documentarie: l’orazione inaugurale per la riapertura congiunta dello Studio generale fiorentino e pisano nella sede unica dell’Università di Pisa, composta e recitata nel 1473 da Lorenzo Lippi, umanista di punta della corte di Lorenzo il Magnifico1. 1 Su Lippi si veda ora la voce aggiornata di P. Falzone, Lippi Lorenzo, in DBI, LXV, 2005, pp. 212-216. 2 Solo un cenno cursorio in R. Del Gratta, L’età della dominazione fiorentina (1406-1543), in Storia dell’Università di Pisa, I, cit., p. 36, e in G. FIORAVANTI, Lafilosofia e la medicina (1343-1543), ibid., p. 267, che però ne segnalava la rilevanza per il contesto storico-politico della ‘restaurazione’ dello Studio del 1473. 3 Cfr. la completa ricostruzione della biografia di Tommaso Baldinotti di L. Badigli - F. Dami, Per una nuova biografia di Tommaso Baldinotti, «Interpres», s. II, XVI (1977), pp. 126-130, che raccoglie tutta la bibliografia precedente. Rimasta perlopiù marginale persino nella recente ed esaustiva monografia storica dell’Ateneo pisano12, VOratio inprincipio Studii di Lippi è trasmessa oggi solo da una copia vergata dal poeta e raffinato copista laurenziano Tommaso Baldinotti negli anni Ottanta del Quattrocento nell’ambito di una silloge di testi letterari fiorentini della cerchia medicea degli anni Settanta, da lui stesso allestita nell’attuale ms. 45 C 17 (olim 582) della Biblioteca Corsiniana di Roma. Allo Studio pisano Baldinotti stesso era infatti legato e interessato, dato che suo fratello Bartolomeo fu professore di Diritto civile presso lo Studio riformato dal Magnifico fin dalla sua inaugurazione, nell’anno accademico 1473-743. 47


Gabriella Albanese Nel 1964 ne è stata pubblicata un’edizione moderna per le cure di Vito Rocco Giustiniani4: ma il pur meritorio lavoro ecdotico sul testo àell’Oratio e la registrazione delle fonti classiche e dei più vistosi debiti nei confronti della produzione retorica coeva non hanno tuttavia prodotto da parte dell’editore una più ampia contestualizzazione dell’orazione nel quadro storico, politico e culturale nel quale nasce e da cui è condizionata. 4 V.R. Giustiniani, L’orazione di Lorenzo Lippi per l’apertura dell’Università di Pisa, «Rinascimento», s. II, 4 (1964), pp. 265-284; l’orazione era già stata pubblicata, insieme al Liber proverbiorum e alle Satyrae di Lippi, da K. Mullner, Laurentii Lippii Collensis opuscula tria, in Programm des K.K. Staats-Ober-Gymnasium zu Wiener-Neustadt am Schlusse des Schuljahres 1900-1901, WienerNeustadt, Selbstverlag, 1901. 5 G. Albanese, «Et Pisas brevi novas Athenas futuras»: una ‘laudatio Pisanae urbis’ per l’inaugurazione dell’Università (1473), in Studi per Umberto Carpi: un saluto da allievi e colleghi pisani, a cura di M. Santagata e A. Stussi, Pisa, ETS, 2000, pp. 3-41. Di questo contributo riutilizzo qui, con opportuni aggiornamenti, le principali risultanze storico-critiche, e l’edizione critica della prima parte della Oratio in principio studii (d’ora in avanti Lippi, Oratio). 6 In una lettera di raccomandazione al Magnifico, scritta per appoggiare la causa del Lippi allo Studio pisano in concorrenza con il collega Bartolomeo da Pratovecchio, pubblicata da A.F. Verde, Lo Studio fiorentino, 1473-1503. Ricerche e documenti, Firenze, Olschki, 1973-85, IV, 2, pp. 586-587, che la data al 1485 (diversa datazione, al 1479, assegnava invece alla lettera G.B. Perenti, Lettere inedite del Poliziano, in «Athenaeum», 3, 1915, pp. 289-291). Venti anni fa, in un volume di studi in onore di Umberto Carpi, ho offerto una lettura e una interpretazione completa dell’orazione di Lippi, anche con l’appoggio alle nuove acquisizioni della ricerca storica e biologica Sull’Ateneo pisano e sull’entourage intellettuale e gli scriptoria della Firenze medicea, pubblicando la sezione iniziale della Oratio, relativa alla laudatio Pisanae urbis preceduta dall’elogio dei Medici, che per molti versi costituisce la parte più originale e caratterizzante di questa orazione5. Questa sezione, certo canonica nella struttura retorica delle orationes in principio Studii per celebrare la città sede dell’Università, assume nell’esemplare di Lippi un’ampiezza e un rilievo inconsueti nella coeva produzione accademica: collocata in posizione di eminenza, in apertura dell’orazione, subito dopo l’encomio dei Medici, a cui è strettamente legato il rilancio politico-culturale di Pisa e del suo Studio, anch’esso insolitamente ampio, appare dotata di una sua autonomia e di un’evidenza voluta e pensata consapevolmente dall’oratore, nella sua doppia veste di professore della nuova Università, dove gli era stata affidata la cattedra di poetica e retorica che tenne per un decennio consecutivo fino alla morte nel 1485, e di «laurentianus cliens», come ebbe a definirlo l’amico Angelo Poliziano6. Appare interessante soffermarsi su questa più peculiare e originale sezione e cercare di chiarirne le ragioni politico-culturali, per le sue strette impli48


Lorenzo il Magnifico e la riapertura dello Studio di Pisa (1473): l’orazione inaugurale di Lorenzo Lippi cazioni con la storia dell’Università e della città di Pisa e per i suoi rapporti con la Bolla di fondazione dello Studium. La sezione successiva, che sviluppa il tema, topico per questo genere retorico, delle laudes disciplinarum, è non soltanto meno caratterizzata, ma anche in gran parte mutuata di peso dall’orazione pronunziata nel 1424 da Giovanni Toscanella allo Studio bolognese e dall’orazione inaugurale dell’anno accademico 1447-48 dell’Università di Ferrara di Guarino Veronese7. E assai significativo che Lippi si dedichi qui in maniera più mirata e del tutto originale al panegirico del principe e della città, nonostante la sezione dedicata alle laudes disciplinarum costituisse il nerbo stesso della costruzione retorica delle orationes in principio Studii proprio a seguito della attualissima disputa delle arti: basti pensare all’importante esempio della Oratio in principio Studii di Lorenzo Valla, tenuta a Roma nel 1448, nella quale è questa la sezione centrale su cui punta tutta l’architettura compositiva8. 7 Debiti già segnalati da Giustiniani, L’orazione, cit., p. 270. Sulle orazioni accademiche del Toscanella e di Guarino si veda la lettura critica comparata offerta da M. Campanelli, L’Oratio e il ‘genere’ delle orazioni inaugurali dell’anno accademico, in Lorenzo Valla, Orazione per l’inaugurazione dell’anno accademico 1455-1456, a c. di S. Rizzo, Roma, Roma nel Rinascimento, 1994, pp. 25-61, e pari. p. 32 n. 19, p. 39 n. 30, il quale non esclude l’ipotesi che Lippi conoscesse anche la prolusione accademica valliana. 8 Cfr. Valla, Orazione, cit., alla cui introduzione si rimanda per le peculiari valenze a cui qui si accenna. 9 La svolta epocale che caratterizza la riapertura dello Studio pisano voluta dal Magnifico nel 1473 è stata evidenziata soprattutto da G. Fioravanti, Lafondazione dello Studiofiorentino a Pisa ed un poemetto in lode di Lorenzo il Magnifico, in Filosofia e cultura. Per Eugenio Garin, a cura di M. CILIBERTO e C. Vasoli, II, Roma, Editori Riuniti, 1991, pp. 173-182. La dilatazione del tema della laudatio principis, con cui si apre l’orazione (cfr. qui LlPPI, Oratio I 1-7), è di taglio squisitamente politico e connessa alla storia di Pisa nella evoluzione dei suoi rapporti con Firenze nel XV secolo: veicola implicitamente la ratifica del nuovo «Studio della Signoria» in contrapposizione con il medievale «Studio della città», espressione della civiltà comunale9. E infatti l’elogio è interamente sostenuto e orientato sull’attività dell’intera famiglia dei Medici come promotori degli studi, mecenati, fondatori di biblioteche pubbliche e di scuole d’avanguardia. Nel caso di Lippi, la laudatio dei Medici ha uno spessore politico particolarmente robusto, omogeneo al corale consenso e sostegno degli intellettuali fiorentini nei confronti della politica signorile e contestualizzabile nella coeva costruzione del mito del Magnifico. Essa ha le sue solide ragioni nella politica del giovanissimo Lorenzo, nel suo progetto di recupero della più importante città del dominio fiorentino, umiliata e,abbattuta da una crisi diffusa a tutti i livelli. Una politica culturale 49


Gabriella Albanese abbinata a solidi interventi di carattere economico e fiscale, di cui gli investimenti fondiari e immobiliari della famiglia Medici nel distretto pisano1011e la parallela rifondazione dello Studio di Pisa come Studio generale della Repubblica fiorentina non furono che il primo atto, seguito a ruota dall’istituzione nel 1475 deU’«Opera per la reparatione del contado» per il risanamento del territorio pisano11. 10 Come ora conferma anche il documento inedito qui recuperato relativo alla vendita nel contado pisano di terreni di pertinenza dell’antico Ospedale cittadino, favorita dallo stesso Lorenzo per la sopravvivenza dell’istituzione ospedaliera e per il rilancio dell’economia locale: cfr. infra l’introduzione all’edizione del documento di P. PONTARI, Un nuovo documento dell’età medicea (1467-1559): Lorenzo il Magnifico e l’Ospedale di Pisa tra XVe XVIsecolo. 11 Per la politica dei Medici, e del Magnifico in particolare, nei confronti di Pisa e del suo Studio cfr. Petralia, Pisa laurenziana, cit.; Del Gratta, L’età della dominazionefiorentina, cit., pp. 35-36. E, infatti, la connessa dilatazione nella Oratio di Lippi del tema della laudatio urbis, sezione di norma assai breve nella struttura retorica della prolusione, nasce dalle esigenze di sviluppo del medesimo programma politico laurenziano di avvio di una sottile operazione diplomatica di riallaccio di rapporti di collaborazione con la sottomessa civitas pisana, mirati a una politica di distensione nelle relazioni di forte tensione che avevano contrapposto per tutto il XV secolo le due città toscane. Ma al contempo rilancia il panegirico della città con la inventio di un prototipo di stretta osservanza classicistica, legato ad autorevoli modelli del mondo antico greco-latino, che getta le fondamenta di una immagine finalmente umanistica di Pisa: in certo senso un archetipo. In primo luogo perché il panegirico della città rinasce con una immagine nuova all’unisono con la celebrazione deU’Università, potenziata dalla magnanimitas medicea e dalla collaborazione con l’avanguardia culturale fiorentina. Non a caso, nella definizione di Lippi, la rinascita di Pisa ‘umanistica’ si struttura in stretta dipendenza dalla rinascita dell’antico Studio generale, ormai da tempo in crisi ma incrementato dalla nuova congiunzione Pisa-Firenze. Il panegirico, recitato da un Lippi inquadrato nell’organico del corpo docente del nuovo Studio, nella sede ufficiale e solenne della sua inaugurazione, di fronte all’intero establishment politico e culturale delle due città promotrici e allo stesso princeps di quel dominio, quel Lorenzo giovanissimo ma già lucido politico a cui risaliva la concezione stessa del progetto, non può che essere ricondotto proprio alla committenza del giovane principe, che si avvalse per l’occasione di uno dei suoi intellettuali di riferimento. A Lippi va ascritta invece la costruzione del panegirico secondo ascendenze e modelli classicistici, una costruzione destinata a costituire un modello, anche 50


Lorenzo il Magnifico e la riapertura dello Studio di Pisa (1473): l’orazione inaugurale di Lorenzo Lippi per altre coeve celebrazioni dell’Università pisana: i motivi portanti della sua inventio intramano, infatti, anche quel poemetto in esametri De studio Pisanae urbis et eius situs maximafelicitate ad Laurentium Medicem composto successivamente a Pisa dallo studente Carlo Massimo, appartenente alla nobile famiglia romana di Giulio Massimo e probabilmente vicino ai Medici12. E anche in questo testo la celebrazione dello Studio pisano è funzionale all’encomio dei Medici. 12 E si noti che anche questa celebrazione nasce nell’anibiente universitario pisano, giacché l’autore Carlo Massimo, studente di legge a Bologna, si trasferisce poi a Pisa, e un suo parente, Francesco di Paolo Massimo, è Vicerettore e successivamente, dal marzo 1474 al giugno ’75, Rettore dello Studio di Pisa: Verde, Lo Studio, cit., Ili, 1, p. 212; IV, 1, p. 76; Fioravanti, Lafondazione, cit., p. 175. 13 Per la problematica, a lungo agitata dagli storici tra Otto e Novecento, relativa al ruolo dei precedenti Studi di Pisa e Firenze nella nuova istituzione del 1473 dello Studium Pisanum, si veda la moderna ricostruzione della querelle di Del Gratta, Riapertura dello Studio pisano o trasferimento di quello fiorentino a Pisa: due tesi a confronto, in Id., L’età della dominazione fiorentina, cit., pp. 34-36. A quest’altezza cronologica, e dopo due secoli di silenzio della tradizione encomiastica cittadina in loco, una laudatio Pisanae urbis che sorge nel deserto, irrelata da qualunque tradizione locale, non può che essere contestualizzata nella politica e nella cultura fiorentina. Essa va collegata al nuovo lungimirante progetto laurenziano di inglobamento della ‘perla’ del suo dominio nella vita politico-culturale ed economica di Firenze. Un inglobamento che oltretutto permetteva a Lorenzo di collocare in zona franca l’Università, fuori dal raggio d’azione della sua corte fiorentina, libera così di dominare la vita culturale cittadina da protagonista assoluta senza scomode concorrenze istituzionali, ma al contempo in una sede prestigiosa dal glorioso passato: la «madonna del mare» toscana nota a tutto il Mediterraneo. Il progetto è da contestualizzare in un’ottica sostanzialmente fiorentinocentrica, anche se illuminata, come dimostrano poi le definizioni ufficiali dello Studium Pisanum, successive alla sua fondazione, come Generale Studium Florentinae Reipublicae13. La prima parte della laudatio, declinando la celebrazione della storia della città secondo le innovazioni umanistiche del ‘genere’, rilancia la città moderna facendo leva sulle sue riscoperte origini classiche. In questo caso Lippi cita la filiazione di Pisa dalla omonima città del Peloponneso e la fondazione per opera di un mitico progenitore greco, collegandolo significativamente e simbolicamente a Nestore e alla guerra di Troia, con l’appoggio al famoso passo di Servio (ad Aen. X 179 «Alpheae ab origine Pisae») conosciuto e utilizzato nella letteratura cittadina già nei secoli precedenti, ma consolidato 51


Gabriella Albanese ora anche con un repertorio di geografia storica specialistico come Strabone (V 2, 5, A 340)14: 14 Per le fonti del passo cfr. Giustiniani, L’orazione, cit. In particolare, per il passo di Servio cfr. M. Bonamici, «Alii ubi modo Pisae sunt, Phocida oppidumfuisse aiunt». Qualche osservazione a Servio, in Verg., Aen. X, 179, in «Studi Classici e Orientali», 43 (1995), pp. 399-425. 15 Cfr. qui Lippi, Oratio II 9, cui si rinvia per la traduzione italiana del passo. 16 Cfr. Leonardo Bruni, Laudatio Fiorentine Urbis, edizione critica a cura di S.U. Baldassarri, Firenze, SISMEL-Edizioni del Galluzzo, 2000. 17 Una novità assoluta in rappoilo alla tradizione encomiastica cittadina preesistente che, nel periodo più glorioso della Repubblica pisana, tra XI e XII secolo, aveva forgiato una imago urbis tutta fondata sulla romanitas e sul parallelo Pisa-Roma: rinvio in proposito al mio studio precedente Albanese, “Et Pisas brevi novas Athenasfuturas”, cit., con bibliografia specifica. Tandem recognoscetis Pisas et a Pisa, graeca Peloponesi civitate, originem duxisse, et ab iis, qui e Peloponeso cum Nestore adversus Ilium militarunt, aedificatas fuisse, cum post decursa multa tempora tanquam antiquae originis memores vetera studia repetant, et Nestoream illam facundiam, de qua Homerus meminit, prae se ferant et suos auctores imitentur15. Questo attacco permetteva la riconduzione anche culturale alla prestigiosa civiltà greca: un’operazione che ascendeva al modello della Laudatio Fiorentine urbis di Leonardo Bruni, la quale aveva rilanciato la nuova fisionomia umanistica di Firenze riconducendola alla sua filiazione romana1617. La progenitura mitica da Nestore, simbolo dell’eloquenza greca, permetteva a Lippi, con la compiaciuta allusione alYauctor per eccellenza, Omero (II. A 249), di giocare la laus della città sede dello Studio principalmente sulla eccellenza retorica della sua antica tradizione e sull’appello alla imitatio di quei prestigiosi modelli rivolto ai Pisani coevi: in qualche modo, una reductio umanistica della civitas alle proprie origini culturali e alla propria fisionomia classicistica. E al contempo la fondazione di un pendant alla Firenze umanistica di bruniana memoria: Pisa novella Atene a fianco di Firenze, erede legittima della Respublica Romana11. La sequenza dedicata al situs urbis appare invece maggiormente legata alla tradizione storico-documentaria cittadina: essa si rifà, infatti, a quella celebrazione della opportunitas loci, con il connesso esame delle caratteristiche della posizione geografica e delle sue valenze economiche sotto il profilo specifico degli insediamenti umani e dell’abitabilità, che era prevista anche nelle orazioni inprincipio Studii delle Università in area medievale e umanistica. In questo caso Lippi preferisce costruire il nocciolo dell’argomentazione con l’appoggio a fonti documentarie ufficiali della tradizione dello Studio generale pisano, la celebre e autorevole Bolla In supreme dignitatis di Clemente VI con cui era stato 52


Lorenzo il Magnifico e la riapertura dello Studio di Pisa (1473): l’orazione inaugurale di Lorenzo Lippi ufficialmente istituito lo Studio generale nel 1343, nella quale questo motivo, nonostante avesse già un carattere di codificazione topica, appare dotato di una sua reale specificità: Lorenzo Lippi Orazione per la riapertura dello Studio di Pisa (1473)18 18 Si cita dall’edizione critica offerta in questa sede: Lippi, Oratio II 10-11; 17-18, alla quale si rinvia per la traduzione italiana del passo. 19 Si cita dall’ed. critica della Bolla per la prima volta pubblicata in questa sede: cfr. infra, §§ 3-4 e la relativa traduzione italiana. 20 Sulle fonti greche della Laudatio bruniana cfr. ora C. Guest, Figurai Cities: Bruni’s Laudatio Urbis Florentinae and its Greek Sources in Ead., Rhetoric, Theatre and thè Arts ofDesign, Oslo, Novus, 2008, pp. 126-145. Quae enim civitas salubritate coeli, soli fertilitate, copia et abundantia rerum, oportunitate loci, cum hac certare poterit? Ex continenti omnes opulentissimae Etruriae et totius Italiae civitates finitimae, ex altera parte patet mare Tyrrhenum. Quot externae nationes cum commeatu, cum supellectile, cum sarcinis huc se transferre poterunt! [...] Non potest dici quanta commoditas ex hoc mari proveniat. [...] Quapropter tum mari tum terra felicissimam et beatissimam Musarum alumnam iudicabimus. Est praeterea ex toto orbe terrarum optio lectissimorum virorum facta, ad quos multitudines discentium, tanquam ad oraculum Apollinis et sacrarium Musarum concurrent, et domicilium Musarum constituent. Clemente VI Bolla per l’istituzione dello Studio generale di Pisa (1343)19 Pensantes quoque quietem et pacem, victualium et hospitiorum insignium fertilitatem et alias commoditates plurimas quas civitas ipsa tam per mare quam per terram studentibus opportunas habere dinoscitur, ferventi non immerito desiderio ducimur quod ipsa civitas, quam divina bonitas tot gratiarum dotibus insignivit, scientiarum etiam fiat fecunda muneribus, ut viros producat consilii maturitate conspicuos, virtutum redimitos ornatibus ac diversarum Facultatum dogmatibus eruditos, sitque ibi fons scientiarum irriguus, de cuius plenitudine auriant universi litteralibus cupientes imbui documentis. Ad hunc itaque universalem profectum non solum incolarum civitatis ipsius et circumposite regionis sed etiam aliorum qui, preter hos, de diversis mundi partibus confluent ad eandem [...], statuimus et etiam ordinamus [...]. Il modello tacito sotteso all’orazione di Lippi è però la Laudatio Fiorentine urbis di Bruni, con la quale essa entra in concorrenza, in positivo e in negativo, in un sottile gioco di intertestualità. La sezione dedicata alla opportunitas loci, infatti, in quanto canonica nel genere del panegirico di città, figura anche nel testo bruniano con una struttura retorica assai simile, che certo Lippi ha tenuto presente pur adattandola per la species alle caratteristiche peculiari di Pisa, così come Bruni aveva adattato a Firenze l’astratto elogio della posizione di Atene, intermedia fra pianura e monte, del suo modello, il Panathenaicon del tardo retore greco Elio Aristide20. Questa sezione della laudatio urbis è agganciata, seppure in modo opposto, al dibattito sul problema del sito della città ideale sviluppatosi intorno all’autorevole 53


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