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In supremae dignitatis - Per la storia dell’Università - Edizione a cura di Paolo Pontari

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Published by goroiamanuci, 2023-04-26 08:52:59

In supremae dignitatis - Per la storia dell’Università - Edizione a cura di Paolo Pontari

In supremae dignitatis - Per la storia dell’Università - Edizione a cura di Paolo Pontari

Gabriella Albanese teoria platonico-aristotelica della ‘città sul monte’ relativamente al problema della valutazione in positivo e in negativo delle «civitates marittimae». Sia in Bruni che in Lippi questo excursus teorico, seppure svolto con argomentazioni di segno opposto, occupa uno spazio assai rilevante, in relazione alle rispettive estensioni dell’intero testo. Nel testo di Bruni la tesi della perfezione del sito geografico di Firenze imponeva un’apologià delle città dell’entroterra, finalizzata a smontare i vantaggi della posizione sul mare di cui Firenze era priva, con l’appoggio alla teoria della ‘città sul monte’ esposta da Platone (Leggi IV 704-707) e da Aristotele (Politica 1330a). L’argomentazione si concludeva con una chiara allusione al confronto-scontro con la rivale Pisa, la città di mare per eccellenza della Toscana, non esplicitamente nominata ma evocata dall’allusione al porto. L’apparente difetto geografico di Firenze veniva abilmente ribaltato da Bruni in un pregio: la vicinanza ai porti della Toscana permetteva a Firenze di fruirne tutti i vantaggi senza sopportarne gli svantaggi. Proprio questo elemento ritorna, con una sorta di oppositio in imitando, nella laudatio Pisanae urbis di Lippi. Introdotta da una sententia, «omnes civitates marittimae nullam rerum penuriam perpeti possunt», la sezione dedicata al tema della posizione sul mare (Lippi, Oratio II 12-18), ovviamente da giocare per Pisa in termini opposti a quelli necessari per Firenze, assume subito i toni di una fisionomia urbanistica ideale. La dimostrazione della tesi della positività della posizione sul mare è infatti affidata da Lippi all’aneddoto dell’architetto Dinocrate e della sua offerta ad Alessandro Magno di un modello di città ideale, rappresentato dal monte Athos, scolpito in forma di statua virile con le sembianze di Alessandro, con a fianco il centro urbano situato appunto tra il monte, il fiume e il mare. L’aneddoto è registrato in varie forme, e con varianti diverse del nome, nella grecità, da Plutarco a Strabone a Luciano21, ma la forma in cui Lippi lo racconta riconduce da vicino a una fonte latina assai significativa in questo contesto, il De architectura di Vitruvio, in cui l’episodio è funzionale alla dimostrazione dell’importanza del territorio per la fondazione delle città, con una teoria urbanistica ripresa dall’oratore nella istituzione di un peculiare parallelo tra Pisa e la fondazione di Alessandria d’Egitto ad opera dell’architetto Dinocrate: una città ideale che conciliasse posizione sul mare, con un porto sicuro, ed entroterra agricolo arricchito da un grande fiume22. A questi elementi 21 Cfr. Plii . Alex. 72, 5-8; De Alex,fortuna 2,335 C-E; Strabo Geogr. XIV 23 (C 641); Lucian. Hist. conscr. 25, 12 (e Pro imag. 9). 22 V1TR. De arch. II, praef, 1-4: l’aneddoto funziona come raccordo tra I e II libro, in quanto ricopre un ruolo di sostegno della teoria urbanistica esposta nella parte finale del I libro (I, 4-7), basata sulla precettistica relativa alla fondazione delle città in relazione ai requisiti del situs geografico. Per la peculiare ripresa della fonte vitruviana da parte di Lippi e la trattazione completa delle fonti classiche di 54


Lorenzo il Magnifico e la riapertura dello Studio di Pisa (1473): l’orazione inaugurale di Lorenzo Lippi aveva già fatto riferimento Lippi basandosi sul testo della bolla trecentesca fondativa dell’Università riconoscendo in Pisa quella «fertilitas soli» e quella «copia et abundantia rerum» che unite al suo porto strategico e al grande fiume Arno che ne attraversava il territorio venivano ora a configurare anche, proprio in virtù dell’antico aneddoto di Dinocrate introdotto, quella caratteristica di ‘città felice’ che diverrà cifra della letteratura utopica cinquecentesca: «quapropter tum mari tum terra felicissimam et beatissimam Musarum alumnam indicabimus»23. questa teoria e dell’aneddoto di Dinocrate rinvio alla più ampia discussione critica di Albanese, «Et Pisas brevi novas Athenasfuturas», cit., part. pp. 26-29. 23 Cfr. LlPPl, Oratio II 17. 24 La definizione è di R. Mousnier, Le prince, in Florence au temps de Laurent le Magnifique, Paris 1965, pp. 50-95, da leggersi in filigrana con le osservazioni di Petralia, Pisa laurenziana, cit., che legge la trasformazione di Pisa in età laurenziana da «città soggetta» a «città fiorentina» come un abile tentativo di compierne «la vera, piena e definitiva conquista» (p. 980). La contingenza politica in cui Lippi scriveva, su committenza di Lorenzo e in qualità di strumento della sua politica filopisana, aveva ormai cancellato ogni rivalità tra Pisa e Firenze. Nulla di strano, allora, che nella memoria letteraria di un umanista fiorentino di stretta osservanza come Lippi il modello operativo fosse proprio quel testo bramano che aveva fondato l’immagine più perfetta della città ideale dell’umanesimo. Modello che riconduce al nocciolo del progetto politico-culturale del Magnifico: un recupero di Pisa non in quanto entità cittadina autonoma, bensì come una sorta di dependance funzionale a Firenze, la cui vicinanza permetteva di tentarne una sorta di conurbazione a maggior gloria della città principe della Toscana (e dell’Umanesimo) e a completamento della sua perfezione. Nei particolari: il sito geografico e soprattutto il prezioso porto di Pisa permettevano di colmare una lacuna presente nella altrimenti imperfetta urbs Fiorentina-, il decentramento dello Studio fiorentino nella sede pisana permetteva di concentrare le energie economiche a sostegno di un’unica Università, con il vantaggio di situarla fuori dal centro della Signoria, come già da tempo avevano intuito e realizzato Milano e Venezia, con i rispettivi Studi di Pavia e Padova. Inglobata a Firenze, Pisa poteva figurare, nei quadri del programma politico del Magnifico, come una «ville fiorentine», non più soltanto come «sujette de Florence»24. La Oratio in principio studii di Lorenzo Lippi si configura, dunque, per le valenze ideologiche e la committenza del testo, come un documento assai significativo di quella fase di transizione dell’Università dal vecchio modello della corporazione autonoma o comunale alla nuova forma della istituzione del principe, e successivamente dello stato. Una istituzione che nasce e prospera grazie 55


Gabriella Albanese al favore accordato agli studi dal Signore e diviene elemento di prestigio per lo ‘Stato’, e, in quanto tale, uno degli impegni politici primari del principe, che se ne sobbarca il finanziamento attingendo alle risorse provenienti dall’intero territorio del dominio. E un caso che illustra bene l’avvio di quel proceso di ‘statalizzazione’ degli Studi generali, che interessò alla fine del ’400 parallelamente gli Studi di Pisa, Padova e Pavia, nel contesto di una generale tendenza verso la ‘regionalizzazione’ delle istituzioni pubbliche, sia politico-amministrative che giudiziarie ed economico-finanziarie, in corrispondenza con lo sviluppo dei moderni stati territoriali25. 25 Una analisi storica di questo processo, focalizzato sui tre casi paralleli degli Studi di Pisa, Padova e Pavia, in G. SILVANO, Stato, territorio e istituzioni: lo ‘Studio generale’ a Padova, Pavia e Pisa al tempo di Lorenzo il Magnifico, in La Toscana al tempo di Lorenzo, cit., Ili, pp. 981-994. 56


Lorenzo Lippi ORATIO IN PRINCIPIO STUDII Nota al testo Oratio in principio Studii di Lorenzo Lippi è tramandata da un solo manoscritto, degli anni Ottanta del XV secolo (post 1481), oggi conservato presso la Biblioteca Corsiniana di Roma (C): una significativa silloge di testi letterari fiorentini allestita e vergata di propria mano dal poeta e copista laurenziano, Tommaso Baldinotti. C Roma, Biblioteca Corsiniana e dell’Accademia Nazionale dei Lincei, ms. 45 C 17 (olim 582)26 26 Cfr. Albanese, «Et Pisas brevi novas Athenasfuturas», cit., pp. 14-16, cui si rinvia per una più ampia descrizione storico-critica del codice, del suo contesto di produzione e dei suoi contenuti; approfondimenti in merito anche in G. Albanese, Un nuovo codice di Tommaso Baldinotti, in «Interpres», 18 (1999), pp. 244-258. Cart., mise., della seconda metà del XV sec. (post 1481), mm 212x142, ff. V+136+I, num. antica sul mg. sup. dx. da 1 a 135, a causa del salto di numerazione di un foglio dopo il f. 59 (numerato modernamente a matita 59 bis). Fascicolazione: 1-138, 1410, 15-168, 176, con parola di richiamo verticale sul mg. inf. dx. Vergato in una elegante ed equilibrata umanistica corsiva da Tommaso Baldinotti e rimasto nella sua biblioteca. A f. Ir, in corrispondenza del primo testo della miscellanea, capitale iniziale A azzurra filigranata in rosso con fregio sul bordo sinistro della pagina; in inchiostro rosso e vergati dallo stesso Baldinotti i titoli dei singoli pezzi, le capitali iniziali di ogni testo, nonché alcune rare rubriche marginali, quasi sempre relative a nomi propri del testo. Appartenuto alla biblioteca di Fabio Baldinotti; nel sec. XVIII (ante 1738) passato alla collezione libraria di Lorenzo Corsini, poi papa Clemente XII. Legatura settecentesca in pergamena (con la quale furono aggiunti i 5 ff. di guardia), recante sul dorso il titolo «Orationes Epistolae et Carmina», vergato nella forma completa sul f. Ilr, sotto la segnatura «Cod. 582»: «Orationes Epistolae et Carmina selecta variorum illustrium virorum, quorum elenchum versa pagina exhibet». E infatti a f. Illr, di mano settecentesca, è stato vergato un «Catalogus illustrium virorum, quorum orationes, epistolae et carmina in hoc tomo contineritur». Sul contropiatto ant. della legatura è stata vergata la segnatura «Cod. 45 C 17». Contiene: (ff. 46v-52r) Oratio Laurentii Lippii Collensis recitata in principio Studii. 57


Gabriella Albanese Contiene inoltre: una silloge di 17 carmi latini di Poliziano, ai ff. 2v, 9r-14v, 16rv, 73v-76r (editi da un apografo settecentesco di questo codice, esemplato dal padre scolopio Alessandro Politi, da I. Del Lungo, Prose volgari inedite e poesie latine e greche edite e inedite di Angelo Ambrogini Poliziano, Firenze, Barbèra, 1867, pp. 145-147, 231-232): 7 elegie, tre delle quali (II, III, Vili) assenti dall’edizione aldina, 8 epigrammi, sei dei quali in morte di Altiera degli Albizzi (LXV-LXX), e una elegia in lode dello stesso Tommaso Baldinotti, anch’essa assente dall’edizione aldina (ed. princeps curata da questo codice da Fabio Baldinotti nel Saggio delle Rime toscane di M. Tommaso Baldinotti di Pistoia estratto da i manuscritti del detto autore, Pisa, Francesco Bindi, 1702, pp. XI-XII); una collezione di carmi e prose in morte di Albiera degli Albizzi di vari autori, tra cui Naldo Naldi, Bartolomeo Scala, Ugolino Verino, oltre ai suddetti sei epigrammi e una elegia di Poliziano, raccolte in un nucleo unitario ai ff. 9v-28r, ad eccezione dei carmi di Ugolino Verino (f. 73v): il corpus include tre epistole consolatorie a Sigismondo della Stufa, di Francesco da Castiglione (datata 1 novembre 1473: ff. 22v-26v), di Marsilio Ficino (f. 26v) e di Carlo Marsuppini il giovane (ff. 26v-27r); la Nencia di Bartolomeo Scala (ff. 59v-62r), con due lettere latine di dedica a Sigismondo della Stufa e a Lorenzo de’ Medici, quest’ultima della stessa Nencia (ed. F. Patetta, La «Nencia da Barberino» in alcuni componimenti latini di Bartolomeo Scala, «Rendiconti dell’Accademia Nazionale dei Lincei», Classe di Scienze morali, storiche e filologiche, s. VI, XII, 1936, pp. 153-194); una consolatio di Francesco da Castiglione (f. 128r) al milanese Pietro Maria Maletta per la morte del fratello Girolamo (per la quale cfr. F. Bausi, Francesco da Castiglione fra umanesimo e teologia, «Interpres», XI, 1991, pp. 112-180); un’elegia di Niccolò Tommasoli celebrativa della nomina di Bartolomeo Fonzio a professore nello Studio fiorentino, in sostituzione di Francesco Filelfo, del 1481 (f. 127r); quattro componimenti per la morte di Simonetta Cattaneo (26 aprile 1476), di Francesco Bargellini (f. 135r), di Pietro Dovizi (ff. 80v-81v), dello stesso Tommaso Baldinotti (f. 81v), oltre ad uno adespoto (f. 81v); una serie di carmi, in ordine sparso, dedicati a Tommaso Baldinotti, oltre al suddetto di Poliziano, di Pietro Dovizi (ff. 65v-66r), di Alessandro Braccesi (f. 121r); Petrarca, Epystole metrice, I 12, III 9, III 8, III 34, III 28, III 24 (ff. 105r-120v). Bibliografia: E. Narducci, I codici petrarcheschi delle biblioteche governative del Regno, Roma, Tipografia romana, 1874, p. 34 n° 69; G. ZANNONI, Un elegia di Angelo Poliziano, «Rendiconti dell’Accademia Nazionale dei Lincei», Classe di Scienze morali, storiche e filologiche, s. V, 2 (1893), pp. 151-162; Id., Una sposa del Quattrocento, Roma, Accademia dei Lincei, 1893; F. Paletta, Una raccolta manoscritta di versi e prose in morte d’Albiera degli Albizzi, «Atti della R. Accademia delle Scienze di Torino», 53 (1917-18), pp. 290-294, 310-328; P.O. Kristeller, Supplementum Ficinianum, I, Florentiae, Olschki, 1937, p. XLVI; A. Perosa, Alexandri Braccii Carmina, Firenze, Bibliopolis, 1943; Mostra del Poliziano nella Biblioteca Medicea Laurenziana, a cura di A. Perosa, Firenze, Sansoni, 1955, p. 94 n° 97; A. Petrucci, Alcuni codici corsiniani di mano di Tommaso e Antonio Baldinotti, «Rendiconti dell’Accademia Nazionale dei Lincei», Classe di Scienze morali,.storiche e filologiche, s. Vili, 11 (1956), pp. 252-263 (con la recensione di C. Ciociola in «Annali della Scuola Normale Superiore di Pisa», Classe di Lettere e Filosofia, s. 58


Lorenzo il Magnifico e la riapertura dello Studio di Pisa (1473): rotazione inaugurale di Lorenzo Lippi III, IX, 4, 1979, pp. 1942-1945); Io., Baldinotti Tommaso, in DBI, N, 1963, pp. 493-495; A. Perosa, Studi sulla tradizione delle poesie latine del Poliziano, in Studi in onore di Ugo Enrico Paoli, Firenze, Le Monnier, 1956, pp. 539-562, e in part. 543-544; P.O. Kristeller, Studies in Renaissance Thought and Letters, I, Roma, Ed. di Storia e. letteratura, 1956, pp. 388, 394, 420; I. MaI'er, Les manuscrits d’Ange Politici!, Genève, Droz, 1965, pp. 298-299; A.C. de la Mare, New Research on Humanistic Scribes in Florence, in Miniaturafiorentina del Rinascimento, 1440-1525: un primo censimento, a c. di A. Garzelli, Firenze, La Nuova Italia, 1985, pp. 539-540 n° 31; A. Petrucci, Inventario dei manoscritti Corsiniani, Catalogo manoscritto, I, p. 75; P.O. Kristeller, Iter italicum, II, London-Leiden, J. Brill, 1977, pp. 109-110; VI, 1992, p. 166; Marsilio Ficino, Lettere. I, a c. di S. Gentile, Firenze, Olschki, 1990, p. CLIV; L. Badioli-F. Dami, Per una nuova biografia di Tommaso Baldinotti, «Interpres», s. II, 16 (1997), pp. 126-130; G. Albanese, «Et Pisas brevi novas Athenas futuras»: una ‘laudatio Pisanae urbis’ per l’inaugurazione dell’università (1473), in Studi per Umberto Carpi: un saluto da allievi e colleghi pisani, a cura dì M. Santagata e A. Stessi, Pisa, ETS, 2000, pp. 3-41 (pp. 14-19); G. Albanese, Un nuovo codice di Tommaso Baldinotti, in «Interpres», 18 (1999), pp. 244-258 (p. 253); Il trionfo sul tempo. Manoscritti illustrati dell’Accademia Nazionale dei Lincei, Catalogo della mostra (Roma, Palazzo Fontana di Trevi, 27 novembre 2002-26 gennaio 2003), a cura di A. Cadei, Modena, Panini, 2002, pp. 143-144 n° 45 (scheda a cura di Laura Forgione). Il testo deìVOratio del Lippi è stato pubblicato nelle seguenti tre edizioni: Mullner K. Mullner, Laurentii Lippii Collensis opuscolo tria, in Programm des K.K. Staats-Ober-Gymnasium zu Wiener-Neustadt am Schlusse des Schuljahres 1900-1901, Wiener-Neustadt, Selbstverlag 1901. Giustiniani V.R. Giustiniani, L’orazione di Lorenzo Lippi per l’apertura dell’università di Pisa, «Rinascimento», s. II, 4 (1964), pp. 265-284. Albanese G. Albanese, «Et Pisas brevi novas Athenasfuturas»: una ‘laudatio Pisanae urbis’ per l’inaugurazione dell’università (1473), in Studi per Umberto Carpi. Un saluto da allievi e colleghi pisani, a c. di M. Santagata e A. Stessi, Pisa, ETS, 2000, pp. 3-41. Criteri editoriali DOratio in principio Studii di Lorenzo Lippi è qui pubblicata secondo il testo critico stabilito in Albanese, basato sulla lezione di C e corredato di traduzione italiana. È stata introdotta la punteggiatura e l’uso delle maiuscole secondo criteri moderni, ed è stata stabilita la commatizzazione, riportata parallelamente nella traduzione italiana. Per il resto, è stata fedelmente rispettata la veste grafica del manoscritto, che rispecchia gli usi, vigili e meditati, del copista e poeta Tommaso Baldinotti, generalmente conformi alle tendenze del circolo fiorentino a cui Lippi apparteneva. L’ortografia attestata da C, per lo più riformata in senso 59


Gabriella Albanese classico, coincide, infatti, in larga misura, con le caratteristiche testimoniate dagli autografi conosciuti di Lorenzo Lippi. Si registrano in apparato critico le correzioni necessarie a sanare il testo, che si accolgono in parte dai precedenti editori Mullner e GIUSTINIANI, ma è stata restituita la lezione tràdita nei casi in cui essa è stata erroneamente letta o trascritta da Giustiniani. Ad es. nel caso della data, per la quale C attesta chiaramente, e in scriptio piena, l’accusativo kalendas novembrias (nonostante sia probabile un errore meccanico da contesto per la desinenza del secondo termine, che comunque conferma l’accusativo del primo termine, con la conseguente correzione novembris, ma si hanno attestazioni medievali anche della forma aggettivale novembrius), laddove l’edizione GIUSTINIANI leggeva erroneamente kalendis novembribus: l’accusativo obbliga a ipotizzare la caduta, prima del termine kalendas, del numero di giorni precedenti il I novembre che designavano la data effettiva, sottintendendo la preposizione ante secondo l’uso classico consueto allo stesso Lippi (come dimostra il sistema di datazione delle tante sue lettere conosciute: cfr. in particolare la lettera agli Ufficiali dello Studio datata «decimo nono kalendas aprilis, Pisis»). E verisimile pensare al 18 ottobre, la festività di San Luca che tradizionalmente segnava Yincoatio Studii in molte Università, quali Bologna, Perugia, Roma, Ferrara, fra Tre e Quattrocento, e anche nello Studio generale di Pisa, fin dalla sua fase trecentesca (cfr. S.M. FABRUCCI, De nonnullis quae constitutae recens Pisanae Universitati sinistra contigerunt vel incommoda, s.i.t., pp. XIXIII; Del GRATTA, L’età della dominazione fiorentina, cit., pp. 44-45, 61, il quale specifica che «le lezioni dovevano iniziare il 19 ottobre e terminavano il 31 luglio»), e della stessa Firenze, tanto più che dal luglio 1473 allo Studio pisano fu imposto globalmente in tutte le sue parti lo statuto dello Studio generale fiorentino del 1387, il quale restò in vigore fino alla riforma del 1478 (Fabroni, Historia Academiae Pisanae, cit., I, pp. 414 e 85; Gherardi, Statuti, I, pp. XLI, LV, 55; Verde, Lo Studio fiorentino, cit., IV 1, pp. 3, 7-8, 19-21, che, probabilmente anche sulla base della lettura inesatta kalendis novembribus registrata nell’edizione Giustiniani per la data dell’orazione inaugurale di Lippi, scriveva: «l’inizio di ogni anno scolastico, per regolamento, sarebbe dovuto coincidere con la festa liturgica di San Luca evangelista, 18 ottobre; di fatto esso coincideva con uno dei giorni immediatamente seguenti la festività di Tutti i Santi, 1 nov.»). Si restituisce inoltre la lezione tràdita da C in tutti i casi in cui essa appaia difendibile in base agli usi del latino umanistico e non giustifichi una correzione congetturale: in particolare, a II, 20 si preferisce non correggere il testo con la forma classica panegyricum, che è correzione proposta da Giustiniani, facendo osservare che la variante formale panage60


Lorenzo il Magnifico e la riapertura dello Studio di Pisa (1473): l’orazione inaugurale di Lorenzo Lippi ricum, tràdita da C, risulta attestata nell’uso comune del latino medievale, anche se non è escluso che possa rimontare al copista o a chi aveva raccolto il testo dell’orazione. Infine, una seconda fascia di apparato registra le fonti più significative sottese alla prosa latina di Lippi o che hanno costituito un modello e una base documentaria per la trattazione della storia dello Studium, come la bolla clementina di fondazione. 61


Oratio Laurentii Lippii Collensis recitata in principio Studii Pisis, < > kalendas novembri[a]s <1473> I. [1] In hoc celeberrimo Gymnasio, reverendissime antistes, ornatissime rector, in tam generoso civium adulescentium coetu, in tanta doctorum et clarissimorum virorum frequentia, tanti Gymnasii principium auspicaturus, nihil antiquius mihi duxi quam ut laudes et originem omnium scientiarum, brevius quam tanta res dici posset, complectar, si prius, ut par est, de Medice familia et de Laurentio, qui hoc Gymnasium constituit, pauca praelibaverim. [2] Si enim multum debemus illis qui aliquo praeclaro monumento humano generi profuerunt, si alios ad caelum laudibus nitimur efferre qui artes paene demortuas et extinctas in lucem revocarunt, quibus laudibus Medicen familiam tollemus? Quo honore prosequemur? Quibus beneficiis tot merita compensabimus? [3] Ab hac familia tot augusta templa aedificata, tot instaurata, tot egregia virtutis monumenta cum maxime in nostra civitate, tum in toto orbe terrarum relicta. [4] Sed haec omnia, quia multorum poetarum et scriptorum libris illustrata sunt, silentio involvenda esse duxi. Id in praesentia moliar, eo tendam, ut ostendam quemadmodum bonae artes et disciplinae, quae iam longo tempore horridae, squalidae, rubigine, situ, carie, pallore obsoletae atque absumptae, per hanc familiam nitidae, lucidae, clarae, fulgorem et splendorem quendam prae se ferunt. [5] Sed, ut a Cosmo, avo nostri Laurentii, incipiam, nullus ante eum per multa tempora virum non solum eruditum sed ne quidem litteris leviter tinctum audivit. Cosmus primus bibliothecas Florentiae publicavit, praeceptores tam graecos quam latinos Florentiae conduxit, praemia viris doctis proposuit, ampla et magnifica munera in viros studiosos contulit; tum plerique adolescentes, praemiis et honoribus compulsi, inflammati et incensi amore litterarum, ardore quodam et fervore animi, quadam generosa contentione et aemulatione adhibita, studiis invigilarunt et clari evaserunt. Multa volumina latine facta, multa poemata scripta et suo nomine dedicata argumento esse possunt. [6] Successit huic Petrus, qui, patrios mores et disciplinas imitatus, non a curriculo veteris et generosae familiae exorbitavit. Adiumento etiam ipse viris eruditis fuit, in poetas beneficentissimus, sacros Musarum cultores muneribus honestavit et litteras, iam in urbe nostra claras, clarissimas reddidit. [7] Post hos Laurentius, patritas et avitas virtutes secutus, hoc celeberrimum Gymnasium, hanc novam Academiam constituit. Tit. kalendas novembri[a]s] ante kalendas lacunam statui (fortasse XV: cf. Nota al testo), novernbnsforsitancorrigendum, kalendas novembrias C, kalendis novembribus Giustiniani 1. quam ut] quam et C, quam ut GIUSTINIANI corr. ut par] et par C, ut par GIUSTINIANI corr. 4. obsoletae] absolitae C, obsoletae MuiINER corr. quendam] in interi, add. interscr. C 62


Orazione di Lorenzo Lippi di Colle Val d’Elsa pronunziata in occasione dell’apertura dello Studio Pisa, <18> ottobre <1473> I. [1] In questa celeberrima Università, reverendo vescovo, illustre rettore, in così nobile consesso di giovani cittadini, in così grande concorso di dotti e illustri personalità, dovendo inaugurare uno Studio così importante, ho ritenuto opportuno celebrare tutte le discipline ed esporre la loro origine, certo, in questa sede, più brevemente di quanto un argomento così ampio meriterebbe; non senza prima essermi soffermato, come è giusto, e sia pure a volo d’uccello, sulla famiglia dei Medici e particolarmente su Lorenzo, al quale si deve l’istituzione di questa Università. [2] Se, infatti, dobbiamo molto a tutti coloro che hanno giovato al genere umano con qualche illustre fondazione, se ci impegniamo a portare alle stelle coloro che hanno resuscitato le arti, ormai quasi estinte, quanto grandi elogi dovremo tributare alla famiglia dei Medici? Quanto dovremo onorarla? Come potremo sdebitarci per così grandi meriti? [3] A questa famiglia, infatti, dobbiamo la costruzione e il restauro di tante splendide chiese, e il dono di tanti monumenti lasciati a perpetua memoria della virtù sia nella nostra città che in tutto il mondo. [4] Ma di tutto questo taccio: tanto è stato già decantato da poeti e scrittori. Ritengo invece che al momento debba ancora essere celebrato adeguatamente il patrocinio che questa famiglia ha offerto alle arti liberali e alle discipline tutte, che già da lungo tempo giacevano trascurate e in abbandono, invecchiate e corrose dalla ruggine, dalla putredine, dai tarli, dalla muffa, e che ora finalmente, grazie al favore dei Medici, tornate brillanti e nitide, sprizzano luce e splendore. [5] E voglio cominciare da Cosimo, l’avo del nostro Lorenzo: non era esistito per molto tempo, prima di lui, un signore non dico erudito, com’egli fu, ma neanche dotato di una sia pur minima infarinatura di cultura letteraria. È stato Cosimo ad aprire biblioteche pubbliche a Firenze, a portarvi maestri latini e greci, in lui i dotti hanno trovato un mecenate magnifico e generoso e un illuminato promotore degli studi; è stato allora, e per suo merito, che molti giovani, sollecitati da onori e premi, infiammati dall’amore per le lettere, si sono dati anima e corpo agli studi, con fervore di intelligenza, in una nobile gara che li ha portati ad affermarsi e conquistare notorietà. Ne sono prova eloquente le molte traduzioni latine e i molti poemi dedicati a lui. [6] A Cosimo successe Piero, il quale, ricalcando le orme di tanto padre, non si è allontanato dalla tradizione della sua antica e nobile famiglia. Anch’egli, infatti, ha patrocinato i dotti e i poeti, ha ricoperto di doni i vati sacri alle Muse e ha segnato un ulteriore progresso delle lettere, già fiorenti nella nostra città. [7] Dopo di loro Lorenzo, seguendo le gloriose orme del padre e del nonno, ha dato nuovo impulso a questo famoso Studio e ha fondato questa nuova Accademia. 63


Oratio Laurentii Lippii II. [8] Et Pisas brevi novas Athenas futuras haudquaquam dubitemus. Hic enim tanquam in gremio Palladis fovebuntur studia, alentur disciplinae. In posterum enim Pisae tot viros doctos emittent, quot strenuissimi milites ex equo Troiano in bellum prodierunt. [9] Tandem recognoscetis Pisas et a Pisa, graeca Peloponesi civitate, originem duxisse, et ab iis, qui e Peloponeso cum Nestore adversus Ilium militarunt, aedificatas fuisse, cum post decursa multa tempora tanquam antiquae originis memores vetera studia repetant, et Nestoream illam facundiam, de qua Homerus meminit, prae se ferant et suos auctores imitentur. [10] Quae enim civitas salubritate caeli, soli fertilitate, copia et abundantia rerum, oportunitate loci cum hac certare poterit? [11] Ex continenti omnes opulentissimae Etruriae et totius Italiae civitates finitimae, ex altera parte patet mare Tyrrhenum. Quot externae nationes cum commeatu, cum supellectile, cum sarcinis huc se transferre poterunt! Sicilia, insulae Aeoliae, Sardinia, Cyrnos, insulae Baleares, Hispania citerior, Hispania superior, quae Lusitania a lusu Liberi patris appellata, usque ad Gades, Britania, Ibernia, usque ad mare Oceanum, quanta facilitate Pisas navigabunt! Non potest dici quanta commoditas ex hoc mari proveniat. [12] Omnes civitates marittimae nullam rerum penuriam perpeti possunt: quod unico Dinocratis exemplo facile percipi potest. [13] Dinocrates, Macedonicus architectus, cum ingenium et artificium eius Alexandro Magno notum esse desideraret, et aditum in dies multo difficiliorem inveniret, nec videret quo pacto tanti regis benivolentiam sibi conciliaret, nudavit corpus, meile illinivit, plumis implicuit et ante tentorium Alexandri saltavit. Alexander rei novitate hominem introduci iussit; interrogavit quis esset. [14] Cui Dinocrates: «Architectus ego sum. Pulcherrimum opus ingenii mei ad te defero». Habebat in manibus montem Athon, ex cuius sinistra innumera profluebant flumina; in dextra erat civitas. [15] Ad quem Alexander: «Quomodo istam tuam civitatem alere poteris, cum agros non habeat? ». [16] Cui Dinocrates: «Omnia abunde per mare suppeditant». 8. dubitemus] dubitemus C, dubitamus Giustiniani corr. 9. aedificatas] aedificatam C, aedificatas GIUSTINIANI corr. 15. habeat] -at in ras., corr. interscr. ex habes C 9. Pisas ... aedificatas fuisse: cf. Strabo Geogr. V 2, 5 (A 340); Serv. adAen. X 249 de qua Homerus meminit: II. A 249 10-11. quae ... proveniat: cf. Bulla 3 Lusitania ... appellata: Plin. Nat. III 3, 8 («lusum enim Liberi patris aut lyssam cum eo bacchantium nomen dedisse Lusitaniae») 13-16. Dinocrates ... suppeditant: cf. Vitr. II 1-4 64


Orazione di Lorenzo Lippi II. [8] E non dobbiamo in alcun modo dubitare che Pisa disponga ora, con l’apertura della nuova Università, di tutti i requisiti che ne potranno fare in futuro la nuova Atene. Qui infatti saranno favoriti gli studi e coltivate le discipline come nel grembo stesso di Pallade, e col tempo l’Università di Pisa donerà al mondo tanti uomini dotti quanti valorosi guerrieri uscirono dal cavallo di Troia. [9] Allora apparirà manifesta l’origine di Pisa dall’antica omonima città greca del Peloponneso e la sua prima costruzione ad opera dei Greci del Peloponneso che, al seguito di Nestore, combatterono contro Troia: ora, passati tanti e tanti secoli, memori delle loro remote origini, i Pisani risuscitano la tradizione degli antichi studi e il ricordo di quella limpida eloquenza di Nestore celebrata da Omero, e si sforzano di imitare i classici antichi che l’hanno consacrata. [10] Quale città, infatti, potrà mai competere con Pisa per la salubrità del clima, per la fertilità della terra, per la ricchezza e l’abbondanza delle vettovaglie, per la posizione favorevole sotto ogni rispetto? [11] Dalla parte della terraferma, è vicina a tutte le più ricche e potenti città della Toscana e dell’intera Italia, dall’altra parte si apre il Mar Tirreno. Quante nazioni straniere potranno con agio raggiungere Pisa con carichi di varia natura, derrate alimentari, masserizie, rifornimenti militari! La Sicilia e le isole Eolie, la Sardegna, la Corsica, le isole Baleari, la Spagna orientale e la Spagna settentrionale, quella che è chiamata Lusitania da ‘lusus’, la scherzosa allegria indotta dall’ebbrezza del padre Bacco, fino a Gades, la Britannia e ITrlanda, fino al mare Oceano, con quanta facilità navigheranno alla volta di Pisa! Non si può dire quanta comodità provenga a Pisa da questo mare. [12] Tutte le città di mare per definizione non possono soffrire di alcuna penuria di approvvigionamento. E basta citare solo l’esempio di Dinocrate per dimostrarlo. [13] L’architetto macedone Dinocrate desiderava ardentemente far conoscere ad Alessandro Magno il suo talento e la sua opera, ma di giorno in giorno vedeva farsi sempre più difficile la possibilità di una udienza né riusciva ad escogitare un modo per conquistarsi il favore di un re così potente; ragione per cui infine decise di denudarsi, di cospargere il suo corpo di miele e incollarvi sopra delle piume, e, così conciato, saltò davanti al padiglione di Alessandro. Colpito dalla singolarità della scena, Alessandro diede ordine di farlo entrare e gli chiese chi fosse. [14] E Dinocrate rispose: «Sono un architetto, e ti porto uno splendido frutto del mio talento». Teneva fra le mani il monte Athos personificato, dalla cui sinistra scorrevano molti fiumi, mentre nella destra stava una città. [15] E Alessandro gli chiese: «Ma in che modo potrai approvvigionare questa tua città, dal momento che non ha una campagna? ». [16] Dinocrate rispose: «Tutto quanto serve potrà arrivare con abbondanza per via di mare». 65


Oratio Laurentii Lippii [17] Quapropter tum mari tum terra felicissimam et beatissimam Musarum alumnam iudicabimus. [18] Est praeterea ex toto orbe terrarum optio lectissimorum virorum facta, ad quos multitudines discentium tanquam ad oraculum Apollinis et sacrarium Musarum concurrent, et domicilium Musarum constituent. [19] Haec hactenus. Ne videar panagericum scribere, laudes huius civitatis in aliud tempus differemus. 17. tum mari] tum mari C, cum mari Giustiniani corr. 18. multitudines] multitudinem C, multitudines Giustiniani corr. sacrarium] sacrarium C, sacrarum Giustiniani 19. panagericum] panagericum C, panegyricum Giustiniani corr. 17-18. quapropter ... constituent: cf. Bulla 3-4 66


Orazione di Lorenzo Lippi [17] Di conseguenza si può giudicare Pisa, per le caratteristiche della sua posizione tanto dal lato della terraferma che del mare, una città felice sotto ogni profilo e alunna delle Muse. [18] Inoltre adesso l’Università pisana ha selezionato e cooptato i migliori professori del mondo, la cui fama richiamerà numerosissimi studenti, che accorreranno qui come all’oracolo di Apollo e al tempio delle Muse: e a Pisa si stabilirà così il domicilio stesso delle Muse. [19] Ma su questo argomento faccio ora veramente punto. Per non uscire dai confini del mio discorso inaugurale, rimando ad altra occasione un adeguato e completo panegirico della città di Pisa. 67


Il ‘ritorno’ di Lorenzo il Magnifico a Pisa nel nuovo millennio: la riscoperta di un arazzo mediceo Marina Riccucci La Fig. 6 riproduce una foto fornita dalla Soprintendenza per i Beni Ambientali Architettonici Artistici e Storici delle Province di Pisa e Livorno. Che cosa rappresenti quell’immagine dirò nelle pagine che compongono questo mio intervento. Anticipo soltanto che essa molto ha a che fare con Pisa, con Lorenzo de’ Medici e con il contesto culturale che i saggi di Paolo Pontari e Gabriella Albanese hanno ampiamente illustrato. La storia che ha visto la nascita di questo volume risale a diversi anni fa, per la precisione al 2014: a volte ci vogliono anni perché le ricerche trovino il loro spazio dedicato e precipuo, perché si configurino nessi e occasioni dai quali, poi, prendano il via collaborazioni, sinergie, indagini. È stato grazie a un’amica dei tempi deU’Università (a Pisa), che ho conosciuto il notaio Angelo Caccetta: il quale, in quel 2014, mi contattò perché quell’amica gli aveva parlato di me come di studiosa della letteratura italiana antica. Caccetta aveva appena acquistato sul mercato antiquario il documento datato 1559 intorno al quale questo volume ruota: lo conservava nel suo studio ed è in quello studio che me lo affidò, mettendolo letteralmente nelle mie mani, facendo nei miei confronti un atto di fiducia e di stima del quale non posso che essergli grata. Che lo custodissi per lui, mi disse, in attesa di trovare la via per dare una voce a quelle parole latine. Oggi questo suo auspicio si è fatto realtà. Leggendo la pagina che Caccetta ha dedicato a raccontare il suo “incontro” con il documento del 1559, mi sono definitivamente convinta di quanto già, per esperienza personale, avevo più volte verificato: che è stato il documento a trovare il notaio, e non il contrario. Come se quel manoscritto fosse rimasto sconosciuto per secoli perché proprio doveva essere Caccetta — e non altri - a trovarlo: Caccetta che, quando si è imbattuto, come dice nella sua narrazione, nel documento, stava gestendo pratiche notarili attinenti proprio a Pisa e al suo 69


Marina Riccucci Fi#. 6. Lorenzo dell’Accademia delli scultori e pittori. Arazzo mediceo tessuto nella bottega di Benedetto di Michele Squilli su cartone di Giovanni Stradano (Firenze 1571). Pisa, Museo Nazionale di Palazzo Reale. Ospedale1. C'è un verbo, in greco antico, che dice tutto questo: è il verbo tynkàno. Caccetta traduce il concetto quando dice che «nulla avviene per caso». Cfr. la Prefazione di Caccetta a questo volume, pp. 15-16. Stessa cosa posso dire per quanto riguarda me e il notaio: ho incontrato Caccetta sulla mia strada per lo stesso principio dinamico, cioè in nome della “legge” non scritta che a trovare noi è esattamente quello che si cerca e che sostanzialmente già sappiamo che esiste, da qualche parte, in attesa.* 70


Il 'ritorno' di Lorenzo il Magnifico a. Pisa nel nuovo millennio: la riscoperta di un arazzo mediceo Passarono, rapidissimamente, due anni. Nel 2016 proposi a due colleghi del mio Dipartimento, alla Prof, ssa Gabriella Albanese e al Prof. Paolo Pontari, ai quali sono legata da anni di interessi scientifici comuni e da amicizia ormai più che ventennale, di lavorare sul documento che Caccetta mi aveva affidato: loro, nella veste che li rappresenta, di filologi specialisti di letteratura latina del Medioevo e del Rinascimento, nonché di esperti di paleografia e di ricerche d’archivio. Gabriella Albanese ha attivato il canale con il Rotary Club Pisa Galilei, di cui è socia e che festeggia in questo 2020 il suo Quarantesimo anniversario; Paolo Pontari ha lavorato a lungo conducendo la ricognizione storico documentaria, e giorno dopo giorno siamo andati rendendoci conto che quel documento ci diceva molto, moltissimo anzi, di un aspetto peculiare della storia culturale di Pisa, e non solo dell’ospedale e dell’Università, che di Pisa sono le istituzioni principi: quello della presenza di Lorenzo il Magnifico in città. Il “documento Cuccetta” (mi permetto di chiamarlo così) ha cominciato a configurarsi, da un lato, come lo specchio su cui si rifletteva la storia della secolare presenza a Pisa di un uomo come Lorenzo de’ Medici e, dall’altro, il mezzo per arrivare a narrarla, quella storia, anche oltre i confini temporali entro i quali, materialmente, il documento la inscrive. Perché quel documento non solo invita a guardare dentro la cronologia che il suo essere testimone composito include e incorpora, ma induce anche a proiettare lo sguardo, oltre, dentro e fuori il secolo che lo ha visto nascere. Paolo Pontari ha disvelato il contesto tutto mediceo e tutto laurenziano di quel testo notarile, Gabriella Albanese ha letto quel testo e quel contesto dando rilievo al ruolo di protagonista di Lorenzo il Magnifico nella riapertura dello Studium di Pisa nel 1473: i due contributi illustrano e raccontano circa un secolo di storia all’insegna degli interessi di Lorenzo per la città e il territorio di Pisa (1476-1559). A me è stato riservato il compito di connettere quella storia laurenziana a un episodio, se si vuole sui generis, della presenza di Lorenzo a Pisa. Perché, come proverò a dire tra poco, il documento che il notaio Caccetta mise nelle mie mani ha una sua appendice e una sua propaggine in un’opera che a Pisa si trova da molti anni e che possiamo qualificare, anche, come il “volto di Lorenzo”. Essa nasce in un momento vicinissimo a quello della stesura del documento ratificato e sottoscritto a Pisa dal notaio Mariano Dal Campo. Un’opera che fa di Pisa la città in cui si può dire che Lorenzo è tornato in pieno nuovo millennio. L’opera in causa è quella che la Fig. 6 riproduce e a cui anni prima dell’incontro con il “documento Caccetta” avevo lavorato. Firenze, 26 aprile 1557. In questa data il pittore fiammingo Jan Van der Straet - più noto con il nome di Giovanni Stradano2 - viene nominato per proSul quale cfr., almeno, la monografia di Alessandra Baroni Vannucci, Jan Van der Straet detto Giovanni Stradano flandruspictor et inventor. Milano-Roma, Jandi Sapi Editori. 1997. 71


Marina Riccucci durre i disegni preparatori di una serie di arazzi: tra questi, sette, che compongono una serie e che sono dedicati alle Storie di Lorenzo il Magnifico. Dietro tutta l’operazione c’è Giorgio Vasari: il committente è Cosimo I de’ Medici. A essere incaricata dell’esecuzione è la bottega di Benedetto di Michele Squilli, arazziere di fiducia dei Medici. Oggi, di quei sette panni, ne rimangono sei: quattro conservati a Firenze e due a Pisa. La Fig. 6 riproduce il terzo arazzo della serie, il quale porta il titolo di Uno panno del detto Lorenzo dell’Accademia delli scultori e pittori e fu tessuto tra il febbraio e il maggio 1571. Si tratta di un grande arazzo in filo di lana, largo e lungo oltre quattro metri (cm 455x425). Una cosa sola, ora, mi preme precisare e sottolineare: quel panno è uno dei due della serie che si trovano conservati a Pisa3 e la sua presenza in città (volutamente non dico ancora dove, adesso) è il motivo per cui se ne parla in questa sede. Della presenza a Pisa dell’uno e dell’altro si è occupata Matilde Stefanini Sorrentino: ai suoi lavori4*e a conversazioni private che ho avuto con la studiosa sul tema specifico le pagine che seguono devono moltissimo. 3 Dell’altro dirò tra poco: cfr. qui. oltre, n. 12. 4 Cfr. Matii.de Stefanini Sorrentino, Arazzi Medicei a Pisa, Firenze, Università Internazionale dell’Arle di Firenze. 1993; Lorenzo deU’Accademia dellipittori e scultori, «Critica d’Arte», VI serie. 11/12. pp. 50-53; Tesori intestali: arazzi e dinastie in Pisa unite nelle arti. Un profilo di città, a cura di S. Bruni. Firenze, Polistampa, 2011, pp. 174-175 e Pieler Coecke van Aelsl un arazzo pisano e l'eredità della Granduchessa Vittoria, Pisa ETS. 2019. capitolo primo. Mostra di cui esiste anche il catalogo: cfr. Matters of Florence. Glory anfGenius at thè Court oj thè Medici, a cura di Annamaria Giusti, Memphis. Wonders, 2004. A p. 79 del volume si legge la scheda catalografica relativa all’arazzo. 6 Cfr. Stefanini Sorrentino. Arazzi Medicei a Pisa. cit.. pp. 60-62. Nel 2004 Lorenzo dell'Accademia delli scultori e pittori parte per Memphis per essere esposto in una mostra sui Medici3. Quando ritorna, Pisa non lo espone, ma lo rimette nei Depositi di Palazzo Reale: è lì che giace dai primi anni Novanta, dopo essere stato conservato e periodicamente esposto, a partire dal 1949, presso il Museo Nazionale di San Matteo6. Prima di Memphis, era uscito da Pisa solo per un lavaggio (che Stefanini non esita a definire “discutibile”) eseguito a Genova (nel laboratorio di Stefano Filippi), in quello stesso anno, e per un viaggio a Budapest, in occasione di un’altra mostra, nel medesimo 1979. Nella parte finale di questo mio contributo dirò qualcosa sulla storia degli spostamenti del panno dal Seicento al momento della sua collocazione in San Matteo. E stata una tesi di laurea che ho seguito nell’a.a. 2004-2005 a mettermi sulle tracce di quell’arazzo. Sostenuta dall’intraprendenza di un gruppo di amici, tra cui anche Paolo Pontari, mi misi in cerca del panno. Lo trovammo, autorizzati a ispezionare i Depositi di Palazzo Reale dall’allora Direttrice Dott.ssa Maria Giulia Burresi, chiuso dentro una grande cassa polverosissima, laddove l’in72


Il 'ritorno' di Lorenzo il Magnifico a Pisa nel nuovo millennio: la riscoperta di un arazzo mediceo ventano diceva che era, e dimenticato - posso ben dirlo - sotto una cospicua massa di altri materiali. Abbiamo letteralmente preso l’arazzo e lo abbiamo “srotolato” e poi abbiamo cominciato a studiarlo. I risultati di quella ricerca, che per tanti motivi merita ora un supplemento di istruttoria, sono stati esposti in un saggio del 2006'. Nel 2010 l’arazzo è stato restaurato dentro le pareti del Centro di Restauri Tessili di Pisa diretto dalla dott. ssa Moira Brunori ed esposto a Palazzo Reale insieme a un arazzo fiammingo dal titolo Le storie di Annibaie8: questo fino al 2016, anno in cui è stato rimesso in una cassa di conservazione, riavvolto su supporto idoneo e messo in deposito, al fine di tutelarne ordito e tessitura9. Nei successivi tre anni, fino al 2019, hanno preso il suo posto altri due panni medicei - due cacce, per l’esattezza -, anch’esse disegnate dallo Stradano: la collezione, come ha fatto rilevare il Direttore di Palazzo Reale, Fabrizio Vallelonga, nella sua Prefazione10, è espressione di un importante progetto che ambisce a fare di Pisa la “Città degli Arazzi” e che ha già al suo attivo il restauro di dieci panni*11. D. Cara, P. Pomari. L. Regali, M. Ricevaci. Trame letterarie e artistiche: un arazzo mediceo da rileggere, «Nuova Rivista di Letteratura italiana». 9, 2 (2006), pp. 25-52. Cfr. l’articolo Prezioso arazzo del '500 in mostra a Pisa appareso sul quotidiano «Il Tirreno», Cronaca di Pisa, il 25 settembre 2010. L’importanza della ‘riscoperta’ di questo panno è stata adeguatamente rilevata in un altro articolo, a firma di M. Barabotti, L’arazzo del ’500 portato alla ribalta da due italianisti, apparso tre giorni dopo sul medesimo quotidiano. Si consideri che non è possibile tenere gli arazzi appesi per lungo se non si vuole comprometterne la conservazione: questi panni hanno subito nei secoli moltissimi danni e proprio dalle precedenti e inidonee lunghe esposizioni. Si tenga conto del fatto che gli arazzi nascono per essere utilizzati solo temporaneamente, in specifiche, determinate ricorrenze e occasioni: dopo le quali necessitano di venire riposti. Cfr. qui, pp. 11-13. 11 Non è invece mai ancora stato esposto a Pisa l’altro arazzo del ciclo Storie di Lorenzo che a Pisa con panno di cui sto parlando è conservato. Esso reca il titolo Uno panno quando il duca di Calavria visitò Lorenzo Vechio e si trova anch’esso a Palazzo Reale: rimasto sempre in deposito, fu inviato alle grandi mostre medicee del 1980 a Firenze. Stefanini Sorrentino ha appurato che l’arazzo in questione si riferisce «ad anni posteriori alla congiura dei Pazzi, quando, dopo il 1479, il papa Sisto IV scomunicò Firenze, si alleò con il re Ferrante d’Aragona di Napoli e mosse guerra alla città. Firenze vide accamparsi le truppe di Alfonso Duca di Calabria, figlio del re Ferrante per predisporsi all’assedio. Lorenzo con un’abile mossa politica riuscì a strappare il re di Napoli all’alleanza previo però un riscatto in denaro per la rinuncia all’assedio, riscatto della città che egli pagò attingendo dal suo tesoro personale. In secondo piano nell’arazzo si nota sotto una loggia dell’edificio che fa sta sfondo il gruppetto di persone intente a contare il denaro del riscatto» (Stefanini Sorrentino, Arazzi Medicei a Pisa, cit., pp. 63-64). Lo studio del 2006 ha dimostrato che l’arazzo rappresenta il “volto di Lorenzo” che il mondo conosce e che i saggi di Pontari e Albanese hanno contribuito a definire: quello di un mecenate illuminato, motore e promotore di una politica culturale che lo ha fatto passare alla storia con l’appellativo di Magnifico. L’arazzo Lorenzo delVAccademia detti scultori e pittori ci presenta un 73


Marina Riccucci ambiente (ideale, probabilmente, ma alla definizione del quale contribuiscono dettagli inconfondibili proprio di due luoghi particolarmente cari al Magnifico: il Giardino di San Marco e la villa di Poggio a Caiano)12 nel quale ferve il moto artistico e nel quale sono rappresentati all’opera scultori e pittori. Presenzia la scena un Lorenzo seduto su una sedia patronale, con indosso una tunica leggera di lino bianco, il capo chino e la mano destra tesa a giudicare un prodotto artistico (Fig. 6). Lo circondano quattro personaggi. La loro identità può considerarsi certa: il primo alla destra di Lorenzo, colto nell’atto di mostrare al Magnifico un cartone su cui è disegnata una figura femminile è Sandro Botticelli; l’uomo che gli sta accanto, mentre regge una statua, è Bertoldo di Giovanni, il famoso scultore arbiter del gusto artistico laurenziano e maestro di Michelangelo; il personaggio accanto a Bertoldo è l’architetto Giuliano da San Gallo; alla sua sinistra sta, infine, Angelo Poliziano, che tiene tra le mani un cartiglio, emblema della propria ars, la filologia e la letteratura13. Impossibile non collegare questo gruppo a quello, tutto pisano, dell’affresco di Benozzo Gozzoli, in Camposanto, della Costruzione della Torre di Babele (Fig. 7). Nell’affresco di Gozzoli si vedono Cosimo il Vecchio, suo figlio Piero il Gottoso, i nipoti Lorenzo il Magnifico e Giuliano, ma anche Angelo Poliziano, nonché l’Arcivescovo Filippo de’ Medici di cui ci ha detto Pontari nel suo saggio14 e, seppure in absentia, anche Bertoldo di Giovanni, l’artista che su una delle due facce di una medaglia rappresentò proprio Filippo de’ Medici (come ha ricostruito Michele Luzzati nel suo studio del 2002)15 e che forgiò anche la medaglia commemorativa della delittuosa congiura pazziana ricordata ancora da Pontari16. Il gruppo dell’affresco, insomma, ci mette di fronte a un’iconografia laurenziana che sarà replicata, mutati i tempi e gli uomini, nell’arazzo di oltre un secolo dopo. Non solo: ci riporta al contesto di cui il documento notarile del 1559 e l’orazione per la riapertura dello Studium sono la testimonianza, quello nel quale Lorenzo il Magnifico promuove arti e cultura. Concludo aprendo (rapidamente) a due possibili, ulteriori vie di ricerca e a due potenziali nuovi canali di indagine. Possiamo essere sicuri che alla riapertura dello Studium pisano nel 1473, evento illustrato dall’orazione inaugurale del Lippi qui pubblicata da Gabriella Albanese, Lorenzo fu presente. Pei' quell’occasione avrà sicuramente alloggiato 74 Cfr. Cara-Pontari-Recali-Riccucci, Trame, letterarie e artistiche, cit.. pp. 35-51. Ibid., pp. 35-51. Cfr. qui. p. 40. Cfr. Luzzati. Su due ritratti di Filippo de’ Medici, cit. Cfr. qui, p. 44.


Il 'ritorno di Lorenzo il Magnifico a Pisa nel nuovo millennio: la riscoperta di un arazzo mediceo Fig. 7. Benozzo Cozzali, Costruzione della Torre di Babele. Particolare con gli esponenti dellafamiglia Medici. Pisa, Camposanto monumentale. - cosa che aveva già fatto e che più volte nel tempo tornerà a fare, accompagnato da Angelo Poliziano - nel Palazzo che era già stato della famiglia Appiani, e che suo padre, Piero il Gottoso, aveva acquistato nel 1446: di fatto, l’edificio, che ora ospita i locali della Prefettura, costituisce la prima abitazione medicea di cui si abbia notizia a Pisa. Non è questa la sede per censire tutti i soggiorni pisani del Magnifico posteriori a quello del 14731'. Ma possiamo dire che in qualche modo Lorenzo “abitò” di nuovo Pisa con suo figlio, il cardinale Giovanni, futuro papa Leone X, che era nato nel 1475: e quando dico che Lorenzo “abitò con suo figlio” intendo nel senso di “tramite” suo figlio. La qual cosa ci riporta, da un lato, al “documento Caccetta”, dall’altro al panno e alla serie di sette arazzi della quale quel panno fa parte.11 11 Sul merito, mi limito a rimandare a M. Dei. Piazzo, Protocolli del carteggio di Lorenzo il Magnifico per gli anni 1473-74, 1477-92, Firenze, Istituto Poligrafico e Zecca dello Stato. 1956. 75


Marina Riccucci Il 1489 è, accanto al 1476 e al 1559, uno degli anni del “documento Cuccetta”: ma è anche l’anno in cui arriva a Pisa, sedicenne, Giovanni de’ Medici. Nel febbraio il giovane rampollo di casa Medici aveva preso gli ordini di suddiacono e di diacono e conseguito una laurea in diritto canonico: ma la sua era una formazione fittizia, che richiedeva compiutezza e concretezza, tenuto conto che il 9 marzo Giovanni fu incluso nella lista degli eletti cardinali (anche se la nomina fu rimandata perché il candidato era troppo giovane). Giovanni, insomma, doveva studiare. Fu dunque a Pisa che suo padre lo mandò: “iscrivendolo” presso quello Studium di cui sedici anni prima aveva voluto e sostenuto la riapertura. Giovanni restò a Pisa fino al febbraio 1492 frequentando le lezioni di Filippo Decio e di Bartolomeo Sozzini, come anche quelle di diritto canonico di Antonio Cocchi Donati, così come quelle di teologia, quest’ultime, tutte, in San Michele in Borgo, nei locali della Chiesa che tanto spazio abbiamo visto avere nella storia del “documento Cuccetta”. E qui viene spontaneo, anche se i dati non danno ragione, fare entrare in gioco un altro dei sette panni della serie Storie di Lorenzo, nello specifico l’arazzo del ciclo - oggi conservato a Firenze (Dep. Sopr. Beni Art. e Amb., Inv. Arazzi 1915-25, n. 178) - che porta il titolo Uno panno quando il detto Lorenzo andò a rincontrare il cardinale suofigliuolo chefu poi Leone X.mo. Se non sapessimo che quando Giovanni tornò a Firenze, dopo gli anni della formazione pisana, suo padre si trovava, indisposto, nella dimora di Via Larga, e quindi impossibilitato ad andare incontro al proprio figlio che ritorna a casa, da Pisa, appunto, saremmo tentati di vedere nella scena del panno un Giovanni ormai adeguatamente formato nello Studium pisano che viene accolto da un padre oramai certo della dignitas del rampollo. Non mi resta, adesso, che fare il nome di Oreste Orsolini. Se oggi abbiamo la possibilità di ammirare l’arazzo di Palazzo Reale, lo dobbiamo, infatti, all’azione disinteressata e appassionata di un custode pisano. Come e quando l’arazzo Lorenzo dell’Accademia delti scultori e pittori arrivò a Pisa è impossibile dire con certezza18: alcune congetture sono però legittime. Stefanini Sorrentino ha dimostrato che almeno una volta Pisa vide esposti tutti i sette panni del ciclo di Lorenzo: per l’esattezza nel 1683, in occasione della traslazione delle spoglie di santo Stefano papa e martire in Borgo Stretto e in Via Ulisse Dini (già via del Monte)19. Ora, però, c’è un fatto. 13 Bisogna tenere conto che degli arazzi, nati per essere media mobili, spesso non venivano, annotati gli spostamenti. Cfr. G. Gaeta Bertela, Fortuna e sfortuna degli arazzi medicei, in Aa.Vv.. Le arti del principato mediceo, Firenze. S.P.E.S. - Studio per Edizioni Scelte. 1980. pp. 117-140 e Stefanini SORRENTINO. Lorenzo dett'Accademia delti pittori e scultori, cit., p. 53. nota 4. 19 Cfr. Stefanini Sorrentino. Arazzi medicei, p. 60. 76


Il ‘ritorno’ di Lorenzo il Magnifico a Pisa nel nuovo millennio: la riscoperta di un arazzo mediceo Tra il 1654 e il 1657 Pietro Févère e Giovanni Pollastri sottoposero a ritessitura, nella loro bottega di Firenze, sei dei sette pezzi delle Storie di Lorenzo e Funico a non conoscere questo trattamento fu proprio il nostro Lorenzo dell’Accademia delti scultori e pittori20. Viene allora da pensare che il panno in questione non si trovasse a Firenze, insieme agli altri “confratelli”, e a ipotizzare che nel 1683 fosse già a Pisa. 2 Cfr. L. Meoni, Gli arazzi nei museifiorentini. La collezione medicea. Catalogo completo. III. La manifattura all'epoca di Ferdinando II de' Medici. La direzione di Pietro Févere e Giovanni Pollastri e la produzione di Pietro e Bernardino vanAsseti (1630-1672). Livorno 2018, pp. 705-713 e M. Stefanini Sorrentino, Pieter Coecke vanAelst. Un arazzo pisano e l’eredità della Granduchessa Vittoria., Pisa 2019. pp. 11-16 e 58-71. 21 Cfr. Cara-Pontari-Regai.I-Riccucci, Trame letterarie e artistiche, cit., passim. -■ Cfr. Stefanini Sorrentino, Arazzi medicei, cit., p. 62. 23 Cfr. Stefanini Sorrentino. Lorenzo dell'Acrademia delli pittori e scultori, cit., p. 53, nota 4. Se si considera che quello che ora è Palazzo Reale, fu anche, a partire dal 1583, il secondo Palazzo Medici in città (a costruirlo fu in quell’anno, per Francesco I, Bernardo Buontalenti), è possibile che proprio lì, nel 1683, l’arazzo Lorenzo dell’Accademia delli scultori e pittori si trovasse: forse precedentemente arrivato da Firenze (prima cioè degli altri sei) o forse giunto a Pisa da altrove. La seconda ipotesi non è del tutto peregrina. Se infatti si tiene conto, come dimostrano i dati esposti nel saggio del 2006 a cui prima ho fatto riferimento, che il panno ha un rapporto strettissimo con la villa di Poggio a Caiano - questa è un’altra storia ancora, alla quale qui non posso che semplicemente accennare - allora non me la sento di escludere apriori che Lorenzo dellAccademia delli scultori e pittori sia arrivato a Pisa e nello specifico a Palazzo Medici proprio da quella residenza medicea, tanto amata da Lorenzo e tanto frequentata dal suo entourage21. Del resto, è esattamente in quel secondo Palazzo Medici, il quale nel frattempo era diventato prima Reale Imperiale Palazzo Lorena, quindi Palazzo Reale Savoia, che, alla fine dell’Ottocento, il pittore e patriota fiorentino Alessandro Lanfredini (1826-1900) avrebbe ritrovato il nostro panno. Lanfredini fu Direttore dell’Accademia di Belle Arti dal 1865 al 1876 e in quella sua veste, frugando nelle soffitte di Palazzo Reale, riscoprì, insieme al nostro, altri arazzi e molti dipinti relativi ai Medici22 (parte integrante della collezione del Rev. Zucchetti23: anche questa è una storia affascinante che meriterebbe di essere dettagliatamente raccontata). Lanfredini fece in modo che tutti questi beni venissero, prima, immagazzinati presso l’intendenza di Finanza, poi fatti confluire nella Pinacoteca Civica Pisana, e tra il 1888 e il 1889 ne redasse il primo catalogo. Nel 1892 il Conservatore della Pinacoteca Iginio Benvenuto Supino, avallando le istanze dei 77


Marina Riccucci predecessori (anche quelle dello stesso Lanfredini) e dei contemporanei, fautori della creazione di un vero Museo Civico che riunisse, rendendole visibili alla cittadinanza e ai forestieri, tutte le opere, pittoriche, scultoree, di antichità e di arti applicate, fece trasferire tutta la collezione, quella di arazzi compresa, presso il convento di San Francesco. Il Museo Civico apre i battenti nel 1893 e l’anno dopo Supino ne allestisce, ne cura e ne pubblica il catalogo21 *4. 21 Cfr. l.B. SUPINO, Museo Civico di Pisa, Roma, per cura del Ministero della Istruzione Pubblica, Tip. delTCnione Cooperativa Editrice, 1896. 2,1 Cfr. Catalogo del Museo Civico di Pisa, con Prefazione di A. Bellini Pietri, Pisa, Tipografia municipale 1906. Nel 1896 Supino abbandona la direzione: gli subentra Luigi Simoneschi, che terrà la carica fino alla morte, avvenuta nel 1904, anno in cui gli succede Augusto Bellini Pietri, il quale, nel 1906, dà alle stampe una nuova edizione del catalogo, preziosa anche perché, per la prima volta, vengono indicati i nomi dei donatori delle singole opere d’arte25: La copia di questa edizione del catalogo conservata presso la Biblioteca di Storia delle Arti di Pisa si caratterizza per essere fittamente postillata con marginalia manoscritti. Le mani nitidamente riconoscibili sono tre e non contemporanee tra loro: non una sola, come invece parrebbe di dover ricavare dalla scheda catalografica. La prima, in inchiostro scuro, è quasi sicuramente del Bellini Pietri: evidentemente, il Direttore corresse la nuova stampa su quella copia di lavoro. La seconda e la terza, entrambe a matita (lapis) e presenti solo nelle pagine della Prefazione, sembrerebbero essere posteriori di almeno trenta-quarant’anni. Al momento è impossibile dire a chi esse appartengano. Alla terza mano appartiene questa postilla, che qui di seguito trascrivo: [...] piace di ricordare una figura modesta di uomo di vecchio stampo, il custode capo Orsolini Oreste veterano nelle patrie campagne dal 1859 al 67 che troviamo fra i primi a dedicarsi alla collezione con amore e intelligenza e al quale si deve ascrivere il merito di avere salvati e conservati preziosi arazzi usciti dall’Arazzerla Medicea fondata da Cosimo I in Firenze nel 1546. Insomma: in questa storia plurisecolare tanti sono i nomi e i volti, celebri e non celebri, che si intrecciano, a Pisa, sulle due ripe d’Arno, da quello, magnifico, di Lorenzo de’ Medici, a quello, a cui essere grati, di un custode appassionato. A indicarci altre strade, anch’esse tutte pisane, da percorrere, da scoprire, da studiare. 78


Edizione dei documenti a cura di Paolo Pontari


La bolla di fondazione dell’Università di Pisa


Nota al testo Le testimonianze manoscritte La bolla In supreme dignitatis di papa Clemente VI per la fondazione dello Studium generale di Pisa del 3 settembre 1343 è tramandata dalla pergamena originale confezionata presso la cancelleria papale di Avignone e conservata oggi nell’Archivio di Stato di Pisa (0) e da due copie coeve, esemplate a Pisa e ivi conservate oggi nello stesso Archivio di Stato (A) e nell’Archivio Arcivescovile (B). Secondo la consuetudine della cancelleria papale dell’epoca, il testo della bolla spedita in pergamena originale da Avignone a Pisa venne parallelamente trascritto, per la sua registrazione e inventariazione presso la sede pontificia, prima in forma di minuta in un volume cartaceo, e quindi accuratamente ricopiato in un volume pergamenaceo: entrambe le copie di cancelleria della bolla In supreme dignitatis si leggono infatti oggi all’interno dei cosiddetti Registra Avenionensia (RA) e Registra Vaticana (RV) conservati presso l’Archivio Apostolico Vaticano1. 1 Sulla consuetudine della cancelleria pontificia di ‘registrare' le bolle e le lettere in appositi volumi e sulle vicende che hanno portato all'attuale composizione dei Registra Avenionensia e dei Registra Vaticana si veda soprattutto M. Giusti, Sludi sui registri di bolle papali. Città del Vaticano. Archivio Vaticano, 1968. In particolare, sui Registra Vaticana si veda In., / registri vaticani e le loro provenienze originarie, in Miscellanea archivistica Angelo Mercati. Città del Vaticano, Biblioteca Apostolica Vaticana, 1952. pp. 384-459: In.. I registri vaticani e la loro continuazione, in «La Bibliofilia», 60 (1958). pp. 131-140. 2 II testo completo della bolla di Urbano V del 10 novembre 1364 è stalo edito da Fkdkli. 1 documenti pontifici, cit., doc. V, pp. 99-102. Il testimoniale manoscritto è pertanto composto dai seguenti 5 esemplari trecenteschi: 0 Pisa, Archivio di Stato, Diplomatico, Atti Pubblici, 3 settembre 1343. A Pisa. Archivio di Stato. Comune, Divisione A, reg. 29, ff. 93v-94v. B Pisa, Archivio Arcivescovile, Dottorati, 1, ff. llr-12r n.n., 126r-127r v.n. RA Città del Vaticano. Archivio Apostolico Vaticano, Registra Avenionensia, 76, ff. 65r-66r. RV Città del Vaticano, Archivio Apostolico Vaticano, Registra Vaticana, 159, ff. 227v-228r. Per tradizione indiretta, il testo della bolla è altresì tramandato dalla bolla di Urbano V indirizzata il 10 novembre 1364 al doge, agli Anziani, al Consiglio e al Comune di Pisa (U), che sanzionava il privilegio dementino riportandone al suo interno il testo completo12. 83


Paolo Pontari Le edizioni a stampa Il testo della bolla In supreme dignitatis è stato stampato cinque volte nelle seguenti edizioni: Fabrucci Stefano Maria Fabrucci, Excursio historica, per subsequens vicennium, ah eo primum tempore, quo certior Pisanae Universitatis epocha constitutafuit, in Raccolta d’opuscoli scientifici efilologici, opusc. XXIII, In Venezia, appresso Simone Occhi, 1741, cap. I. De prima dote Pisani Publici Gymnasii, eiusdemque Privilegiis, pp. 6-11. Fabronius Angeli Fabronii Historia. Academiae Pisanae. I, Pisis 1791, pp. 404-406. Tronci Paolo Tronci, Annali. Pisani, III, Lucca, Giusti, 1829, pp. 179-181. Fedeli Carlo Fedeli, I documenti pontifici riguardanti l’Università di. Pisa, Pisa, F. Mariotti, 1908, pp. 85-88. SUP Storia dell’università di Pisa, voi. I, a cura della Commissione rettorale per la storia dell’università di Pisa, Pisa, Edizioni Plus, 20002 (prima ed. Pisa, Pacini, 1993), pp. 691-692 (ripubblica il testo dell’edizione Fedeli). Descrizione dei testimoni manoscritti 0 Pisa, Archivio di Stato, Diplomatico, Atti Pubblici, 3 settembre 13433 Pergamena originale della bolla Insupreme dignitatis di Clemente VI (Villeneuve-lès-Avignon, 3 settembre 1343. cfr. la datatio: «Datum apud Villamnovam Avinionensis diocesis iii Nonas Septembris»), mm 499x621. 28 linee di testo, la prima delle quali, con le formule di intitulatio e di perpetuatio, è trascritta, secondo la consuetudine delle litterae sollemnes, in litterae elongatae e con iniziale C del nome del pontefice in carattere onciale, di altezza doppia rispetto alle altre litterae elongatae e ornata (fessa nell’arco e negli elementi terminali ingrossati con lo stesso inchiostro del testo; sobriamente filigranata nelle estremità con pallini e filetti: il filetto sup. è allungato sopra l’intero nome del pontefice); le altre lettere del nome del pontefice e l’iniziale A della formula di perpetuatio (inchiostrata, come prescritto dalle regole di cancelleria: repleta encausti) sono in maiuscola gotica; così anche l’iniziale I dell'incipit dell’arenga, l’iniziale N della formula di prohibitio («Nulli ergo omnino hominum...») e l’iniziale S della seguente formula di comminatio («Siquis autem... »); il resto del testo è scritto in una bella minuscola gotica rotunda con poche abbreviazioni4, alcuni svolazzi e la tipica legatura estesa delle litterae cum filo serico ‘a ponte’ per i nessi -et- e st; l’ultima riga, contenente la 1 Eccetto alcune scarne informazioni sulle vicende relative alla storia della sua conservazione presenti in Fedeli, pp. 65-66. la pergamena originale della bolla In supreme dignitatis di Clemente VI non è mai stata descritta in precedenza, sicché se ne offre qui per la prima volta una descrizione analitica e completa. 1 L’uso morigerato di abbreviazioni nella stesura dei documenti papali è un precetto particolare delle Regulae della cancelleria. Si veda a questo proposito la restrizione dell’uso di abbreviazioni a pochissimi e particolari casi indicata da Walter Mumer di Strasburgo, scriptor della Penitenzieria e autore di una serie di precetti per la formalizzazione delle lettere ufficiali, composti intomo al 1382: cfr. Walter de Argentin a. Rotabilia de modo scribendi, litteras Penitentiarie. in E. GoLLER, Die papstliche Ponitentiarie non ihrem Ursprung bis c.u ihrer Umgestaltung unter Pius V, Roma. Loescher, 1907. voi. I. 2. pp. 79-80: «Item in medio et in orniti 84


La bolla difondazione dell Università di Pisa datatio, è appositamente spaziata per il rispetto dello specchio di scrittura, secondo le norme stabilite dalla cancelleria pontificia-. Sotto la plica, a sin., il nome del taxator, preceduto, in colonna, dall’indicazione della tassa: «.9 [nota tironiana per computantur o computavi] / C [scil. 100 grossi turonensi] / m. [scil. mattheus] paschalis»6. Nella plica si osservano i quattro fori attraverso i quali passava il filo a cui era appeso il perduto sigillo plumbeo di Clemente VI, sicuramente un filo di seta intrecciato di colore rosso e giallo (è ancora visibile sulla plica un leggero alone di colore rosso lasciato dal filo che attraversava iforamina a contatto con la pergamena), come era d’uso per i privilegi solenni e come è confermato dalla descrizione delle bolle papali ricopiate dal copista di B (cfr. infra), il quale descrive appunto tre privilegi di Clemente VI per lo Studium di Pisa, due con filo di canapa, corrispondenti alle bolle del 2 dicembre 1343 (una delle quali ancora oggi infatti conserva il piombo dementino e il filo di canapa) e uno «cum bulla plumbea in filis serici more Romane curie bullata». Sulla plica, a dx., è trascritto il nome del copista, «P[etrus] de Vigono», ossia il magister Pietro Ponzili! da Vigone, già canonico di Novara e della cattedrale metropolitana di Torino, divenuto scrittore apostolico della Curia avignonese nel 1310, estensore di molte bolle e lettere pontificie sotto Giovanni XXII e anche tassatore sotto i pontificati di Benedetto XII e Clemente VI'. Sul verso, di mano antica: «Concessione di studio generale / in pisa»; nel mg. sup. sin. del verso è disegnato a penna uno stemma, uno scudo gotico in campo bandato; nello stesso mg. sup. del verso, al centro, nota registrationis senza numero («R»); sul verso si legge anche «N° 67» e la data del documento secondo lo stile pisano («1344»), Vecchie segnature: in inchiostro rosso e in cifre romane nel mg. sup. sin. del recto («XXXVI»); essa è ripetuta a numeri arabi («N. 36») sul verso, dove si leggono anche, sul mg. dx. e in verticale, l’indicazione del fondo («Atti pubblici») e la data moderna del documento («1343 settembre 3»). Tagliandino moderno legato con filo alla pergamena parte dictionis vitande sunt abreviationes nisi in certis dictionibus que non debent extense scribi, sicut sunt ‘subscripta’ et plura alia, que non recolo pro presenti: ‘Ilius’, ‘Xpus’, ‘Scs’, ‘Spus’, ‘pp.’, ‘eps.’, ‘dioc.’». Una norma molto chiaramente illustrata anche per le lettere della Penitenzieria nei Notabilia de modo scribendi di Walter di Strasburgo, cfr. ed. Goller, I, 2, p. 81: «Quotitas seu numerum kalendarum, nonarum et yduum [...] et ipse kalende, none et ydus ac mensis debent esse in eadem linea [...], item in ultima linea ad minus debent esse quatuor dictiones et die proportionabiliter et equaliter collocari debent in dieta linea [...] et prima ipsarum dictionum ponatur in principio eiusdem linee et ultima concludant lineam, sic quod sint inter lineas collaterales». " Secondo l’uso specifico raccomandato nelle regole della cancelleria. Ancora una volta molto chiara è l’indicazione che ne dà Walter di Strasburgo per la stessa consuetudine che vi era nelle lettere della Penitenzieria. cfr. ed. Goller, I, 2, p. 85: «Distributor litterarum maioris officii debet taxare litteras [...] et in litteris apertis scribere taxam subtus plicam a parte sinistra intra lineam collateralem ad distantiam grassitudinis unius digiti vel duorum aut circa a scriptura littere». L’incarico di distributor-taxator era affidato dalla cancelleria per la durata di un solo mese a uno degli scriptores, appositamente eletto dai colleglli per ricoprire questo ruolo. ' Cfr. B. Barbiche, Les 'scriptores' de la chancellerie apostolique sous le pontificai de Boniface Vili (1295-1303), in «Bibliothèque de l’École des chartes», 128 (1970). pp. 115-187, alle pp. 165-166; Jean XXII (1316-1334). Lettres communes analysées d’après les registres dits d'Avignon et du Vatican par G. Mollat, voi. VII. Paris. E. de Boccard. 1919.passim. Nel 1343 Pietro da Vigone fu procuratore alla corte papale di Giacomo di Savoia, principe di Acaia. in una controversia con il marchese del Monferrato: cfr. C. Cipolla, Clemente VI e Casa Savoia. Documenti vaticani trascritti da F. Cerasoli e pubblicati da C. Cipolla. Appendice, in «Miscellanea di Storia italiana», s. III. 5 (1900), doc. XlIIfiis. pp. 163-168. 85


Paolo Puntali nel mg. inf. sin. con indicazione a penna della data e del fondo («1343 / settembre 3 / Atti pubblici»); al filo di questo tagliandino è stato di recente incollato l’adesivo del SIAS con indicazione del numero di inventario («SIAS / N° 4454»). Secondo il Tronci, p. 179, e secondo il Fedeli, p. 66, la pergamena originale fu custodita durante il principato mediceo nell’Archivio delle Riformagioni di Firenze; venne poi riportata a Pisa sotto i Lorena per poi tornare ancora una volta a Firenze; solo nel 1865 venne definitivamente restituita alla città di Pisa e conservata nell’Archivio di Stato. A Pisa, Archivio di Stato, Comune, Divisione A, reg. 29 Codice pergamenaceo, della seconda metà del XIV-inizi del XV sec. (cfr. a f. 171v l’ultimo atto copiato con data 9 agosto 1399), mm 290x445, ff. II, 172,1’ (cartacee le guardie; bianchi i ff. 23rv, 36v, 38rv, 42v, 50v, 58v, 60, 152v, 155v, 159v, 167v). La numerazione, antica e apposta nel mg. sup. dx. del recto, conta 171 ff., ma salta per errore dopo il f. 92 un foglio, che è stato numerato modernamente a lapis come f. 92bis. Vergato da diverse mani: la prima, una cancelleresca della metà del XIV sec., copia i ff. lr-67r, con particolare accuratezza grafica e decorazioni delle iniziali in inchiostro rosso e blu (cfr. infra)', la seconda, simile alla prima, copia i ff. 67v-79v, dove sono trascritti instrumenta relativi ai rapporti tra Pisa e Genova, alternandosi forse ancora con la prima mano, che potrebbe aver copiato i seguenti ff. 80r-81v; una terza, più simile alla seconda, copia i ff. 82r-93r; una quarta copia i ff. 93v-96v, ossia la bolla In supreme dignitatis e i due successivi privilegi di Clemente VI; una quinta copia i ff. 97r-112v; seguono varie mani, della seconda metà del XIV sec., che si alternano con maggiore evidenza nei seguenti intervalli: ff. 113r-120r; ff. 120v-128v; ff. 129r-130v; ff. 131r-138r; ff. 138v-151v; un’altra mano, infine, degli inizi del XV sec., copia i ff. 153r-171v. Iniziali filigranate e rubricate in inchiostro rosso e blu, titoli e notabilia rubricati da f. Ir a f. 63r; iniziali fesse, filigranate o semplicemente ingrossate in inchiostro nero a partire dal f. 63v. Coperta originale (mm 310x550): assi in legno semirivestite in cuoio, con fìbbie in cuoio e metallo: sul piatto post. «XV». Il codice si trova attualmente in restauro. Contiene: (ff. 93v-94v) Privilegium Studii concessum Comuni Pisanorum, (copia della bolla In supreme dignitatis di Clemente VI per la fondazione dello Studio generale di Pisa). Contiene inoltre: Instrumenta, vari del Comune di Pisa, relativi soprattutto a trattative di pace, tregua, compromesso e alleanza databili tra il 1316 e il 1399 (ff. lr-8v: Pax cum. rege Roberto del 12 agosto 1316; ff. 9r-13r: Pax cum Comunibus Tuscie; f. 13rv: Pax cum Comuni Vulterrarum.; ff. 13v-14r: Pax cum Comuni Masse Maritime.', ff. 14v-15v: Pax cum Comuni Sancti Miniatis'. f. 16rv: Pax cum castris vallis Ami; ff. 16v-18r: Pax inter Comunem Lucanum ex una parte et extrinsecos de Luca ex altera', ff. 18v-19r: Pax cum Comuni. Pistorii; f. 19v: Pax cum Comuni Prati; f. 20r: Pax cum Comuni. Sancti Geminiani; f. 20v: Pax cum Comuni Collis Vallis Else; ff. 21r-22v: Pax cum Pannocchieschis; ff. 24r-33v: Pax inter pluresfacta in Castro Montis Tepori: f. 34r: Pax cum Comuni Vulterrarum: ff. 34r-35r: Pax cum Comuni Masse; ff. 35r-36r: 86


La bolla difondazione dell'llniversità di Pisa Pax cum Comuni Pistorii; f. 37rv: Treugua cum rege Roberto; fi. 39r-42r: Pax inter Comunem Pisanum et regem Aragonum; ff. 43r-48v: Treugua cum Comuni lamie; ff. 49r-50r: Absolutio domini pape; ff. 51r-52v: Pax confirmata cum domino rege Roberto; ff. 53r-55v: Pax nova cum Comuni Senarum; ff. 56r-58r: Societasfacta inter Comunem Pisanum et Comunem Masse Maritime; f. 59rv: tregua con il Comune e il distretto di Lerici; ff. 61r-63v: Compromissum inter Comunem Pisanum et Comunem Senarum; ff. 63v-67r: Paxfacta inter Comunem Pisanum et Comunem Senarum; ff. 67v-68r: instrumentum di tregua con i Genovesi; f. 68v: instrumentum del notaio Corrado di Credenza, cancelliere del Comune di Genova; f. 69r: instrumentum del notaio Bonifacio da Camogli, cancelliere del Comune di Genova; ff. 69v-70v: instrumentum del notaio Bonifacio da Camogli relativo agli armamenti navali di Genova e di Pisa per la difesa comune dei mari e dei litorali8; ff. 75r-79v: tregua tra i Comuni di Genova e di Pisa; f. 80rv: Lega cum Luchino Vicecomiti; f. 81rv: lega con Luigi Gonzaga; ff. 82r-93r: trattato di pace tra Pisa, Firenze e Lucca del 13439*11; ff. 97r-103r: Pax inter Pisanos et Lucenses; ff. 103v-108v: Paxfacta inter dominum Luchinum et dominum Galeaz et Comunem Pisanum; ff. 109r-112v: Pax inter Comunem Pisarum et Luce; f. 113r: Pax inter dominos Anthianos prò Comuni Pisano et Alioctum quondam lohannecti de Modino, procuratorem nobilis viri Neri de Montecarullio [Neri da Montegarullo, vicario di Barga per Firenze]; ff. 113r-116v: instrumenta di Giorgio di Odoardo da Chiavali, cancelliere del doge di Genova Simone Boccanegra; ff. 117r-119r: Renovatio lige, societatis, unionis etfraternitatis inter Comunem Pisanum et Comunem Lucanum pro viginti annis; ff. 119v-120r: Paxfacta inter Comunem Pisarum et Luce ex una parte et Cortefiam de Montegarulleo ex altera; ff. 120v-127v: Paxfacta inter Comunem Pisarum et Comunem Florent,ie; ff. 128rv: instrumentum degli Anziani di Lucca sulla pace con il Comune di Pisa; ff. 129rv: trattative di pace tra Giovanni dell’Agnello doge di Pisa e il Comune di Firenze; ff. 130r-138r: Instrumentum concordie inter Karolum Quartum imperatorem et Comunem Pisarum, copie di lettere ufficiali e instrumenta di pagamenti: ff. 138v-151v: Instrumentum concordie, convenzioni e patti tra il Comune di Firenze e il Comune di Pisa, rogati dal notaio ser Bonaccorso di Benvenuto di Ciampolo da Pisa; ff. 153r-155r: patto di amicizia tra il Comune di Pisa e il Comune di Siena; ff. 156r-159r: Pax inter regem Tunithii et Comunem Pisarumw; ff. 160r-163v: Tregua decennalis inter ducem Mediolani et suos et ducem Venetiarum et suos colligatos; ff. 164r-165r: Ratificatio diete treguefacta per Comunem Pisanum; ff. 165v-171r: concessioni e disposizioni del duca Gian Galeazzo Visconti per il Comune di Pisa). " 0. Ban'I’I, IIrailati tra Genova e Pisa dopo la Meloriafino alla metà del secolo XIV, in II)., Scritti di stona, diplomatica ed epigrafia, a cura di S.P.P. Scaffali, Pisa. Pacini, 1995, pp. 351 -364. p. 362 e nota 28. Edizione in F. BaldasserONI, La pace tra Pisa, Firenze e Lucca nel 1343 (per le nozze Schiaparelli-Vitelli), Firenze, Tipografia Galileiana, 1904. 1,1 Gir. 0. Banti, Itrattati tra Pisa e Tunisi dal XII al XIVsecolo, in Lìtalia ed, t Paesi Mediterranei, Pisa, Nistri-Lischi e Pacini editori. 1988, pp. 43-74. a p. 73. 11 Gir. supra P. Pontari, La bolla In supreme dignitatis di papa Clemente VIper lafondazione dello Studium generale di Pisa, nota 15. 12 Cfr. ibid. Bolle pontifìcie (ff. 71r-74v: bolla di papa Bonifacio Vili Super reges et regna del 4 aprile 1297 per l’investitura di Giacomo II d’Aragona a re di Sardegna e di Corsica; ff. 94v-95r: bolla di Clemente VI Attendentes provvide ai dottori, ai maestri e agli scolari dello Studio di Pisa del 2 dicembre 1343"; ff. 95v-96v: bolla di Clemente VI Attendentes provvide agli abati di San Paolo a Ripa d’Arno e di San Michele in Borgo del 2 dicembre 134312). 87


Paolo Politali B Pisa, Archivio Arcivescovile, Dottorati, 1 Codice cartaceo, composito, mm 228x291, ff. IV, 11+2, IV’, con un fase, interno, rifilato, della metà del XIV sec. (post 15 maggio 1344: cfr. la datazione del primo atto al f. num. modem. 8r; bianchi i primi tre ff. di questo fase, e il f. lOv num. modem.), un ottavo più tardo, del terzo quarto del XV sec., utilizzato per comporre le guardie ant. e post, lasciate bianche (cfr. infra la filigrana rilevata per le guardie), e una pergamena originale cinquecentesca (datata 15 dicembre 1504) di papa Giulio II, piegata a metà e cucita tra la fine del fase, trecentesco e le guardie post. Numerazione moderna, nel mg. sup. dx. del recto, a lapis, che considera i fogli nei quali si succedono i testi e procede da f. 8 a f. 15, numerando anche di seguito come f. 16 la metà del verso del privilegio di papa Giulio II piegato e rilegato prima delle quattro guardie post.; numerazione antica, in cifre arabe, nello stesso mg. sup. dx. del recto, che numera i ff. 1 e 6-10 rispettivamente come ff. 122 e 126-130. Fascicolazione: l8 (a formare le guardie), 216'5 (fase, interno rifilato: tagliata la metà ant. del primo bifolio e le metà ant. dei bifoli dal terzo al sesto che componevano un originario sedicesimo; al centro del fase, il filo si scorge all’interno di lembi superstiti di un ulteriore bifolio), 32 (pergamena piegata e cucita per formare un bifolio). Filigrane: la prima, rilevabile nell’ottavo che compone le guardie, monts dans un cercle del tipo Briquet 11931 (Pisa, 1479); la seconda, rilevabile nel fase, interno, téte de boeuf del tipo Briquet 14119 (Pisa, 1343); la terza, ancora rilevabile nel fascicolo interno, deux clefs poseés parallèlement del tipo Briquet 3813 (varie provenienze, 1340-60). Scrittura di tre mani diverse: a) cancelleresca di piccolo modulo, che verga i ff. num. modem, da 8r a lOr con inchiostro marrone chiaro; b) altra cancelleresca che verga i ff. num. modem, da llr a 15v con inchiostro scuro; c) corsiva cinquecentesca minuta ed elegante, che verga la pergamena piegata e cucita tra la fine del fase, interno e le guardie post. La prima mano (a) è del notaio Leopardo Orlandi, che si sottoscrive («Leopardus filius Orlandi Ursi») con il suo signum tabellionatus ai ff. 8v e 9v; la seconda mano (b) è del notaio pisano Giovanni del fu Martino da Covinaia, che si sottoscrive a f. 15r con il suo signum tabellionatus (seguito a f. 15v dalle convalide di altri due notai, Francesco di ser Iacopo di Simone dal Borgo e Francesco di ser Guidone di Cavalca da Vicopisano, entrambe accompagnate dai rispettiva signa tabellionatus') e annota a f. 1 Ir in testa alla copia esemplata della bolla In supreme dignitatis e con riferimento a tutti e tre i privilegi clementini per il Comune di Pisa da lui copiati le seguenti parole: «In eterni Dei nomine amen. Hoc est exemplum quorundam litterarum apostolicarum <concessarum Communi Pisanorum add. in interi.>, una vero [cum sigillo pendente del.] cum bulla plumbea in filis serici more Romane curie bullata, altera cum bulla plumbea in fìlis serici etiam more Romane curie bullata et altera vero cum bulla plumbea in cordulis canapis more eiusdem curie bullata. Cuius quidem prime tenor de verbo ad verbum sequitur et est talis». Coperta in cartoncino rivestito in pergamena, sul recto della quale si legge «Privilegia vniversitatis pisarvm», di mano antica, e sotto, aggiunto a penna da mano moderna, «6 Febbraio 1882. / Questo Libro dei Privilegi dello Studio di Pisa / è entrato o rientrato nell'Arch<ivio> della Curia / il soprascritto giorno per cura del prof<essor> / P. Paganini / (Da tenersi unito ai Registri dei Dottorati)»; sulla stessa coperta, in basso, due tasselli cartacei incollati: il primo della Curia arcivescovile di Pisa, con l'attuale segnatura e la datazione dei contenuti (Dottorati / N. 1 / 1343-1504); il secondo dell'Archivio Diocesano di Pisa (2001). che ripete il numero «1» corrispondente all’attuale segnatura, ma colloca anche il documento nella «Attività degli arcivescovi / 48». Il volumetto fa parte del fondo "Dottorati” dell’Archivio Arcivescovile di Pisa, che 88


La bolla difondazione dell Università di Pisa conserva la documentazione universitaria di pertinenza dell’arcivescovo pisano, al quale sin dalla istituzione dello Studio, per volontà dello stesso Clemente VI, spettava il diritto esclusivo di conferire le insegne dottorali ai laureati. Contiene: (ff. llr-12r num. moderna, ff. 126r-127r num. ant.): Copia della bolla In supreme dignitatis di Clemente VI per la fondazione dello Studio di Pisa. Contiene inoltre (secondo num. moderna): (ff. 8r-10r) Privilegi relativi allo Studio di Pisa copiati per volontà del rettore Guglielmo Marzi il 15 maggio 1344; (ff. 12v-15v) Privilegi pontifìci di Clemente VI in favore dello Studio di Pisa, ossia le due bolle Attendentes provvide del 2 dicembre 1343: (ff. 16v-[17rJ) Privilegio emesso da papa Giulio II il 15 dicembre 1504 in favore della Studio pisano e indirizzato all’arcivescovo di Pisa. Bibliografia: L. Carratori, Inventario dell’Archivio Arcivescovile di Pisa, voi. I. Secoli VIII-XVI, Pisa, Pacini, 1986, p. 62. RA Città del Vaticano, Archivio Apostolico Vaticano, Registra Avenionensia, voi. 76 Codice cartaceo, della metà del XIV sec., facente parte della serie dei Registri Avignonesi, che contengono le originali minute, bozze e copie di lettere spedite dalla cancelleria avignonese: si tratta di 349 registri completi e 4 registri ricostruiti unendo materiale sparso. I registri avignonesi sono stati compilati dalla Cancelleria papale di Avignone tra il 1316 e il 1378 e da parte del papato scismatico tra il 1379 e il 1418. Nonostante non contengano tutte le copie delle lettere ricevute o inviate, la Cancelleria le considerava registrazioni effettive e da questi quaderni si ricavavano le copie in pergamena che oggi costituiscono la serie dei Registra Vaticana (cfr. infra, RV). Essendo andati perduti alcuni dei Registri Avignonesi, le due serie sono complementari, sebbene non tutte le registrazioni siano in realtà approdate alla copia pergamenacea nei Registri Vaticani. Contiene: (ff. 65r-66r) Minuta del testo della bolla In supreme dignitatis di Clemente VI eseguita presso la cancelleria papale di Avignone. Bibliografia: A AV, Indici 642-669. inventario analitico dei Registri Avignonesi intrapreso per volontà di papa Clemente XI e stilato nel 1711 ad Avignone da Joseph de Martin. 89


Paolo Pontari RVCittà del Vaticano, Archivio Apostolico Vaticano, Registra Vaticana, voi. 159 Codice pergamenaceo, della metà del XIV sec., facente parte della serie dei Registri Vaticani, che contengono il nucleo più consistente e completo di testimonianze di registri di lettere papali, le più antiche delle quali risalgono al V secolo, al pontificato di Leone I. Ad oggi la più antica e rilevante testimonianza è la serie di 314 lettere di Giovanni Vili (872-82), conservate nella copia redatta a Montecassino nell'XI secolo. Il primo registro originale di lettere papali è invece quello di Gregorio VII (1073-85), anche se la serie continua di registri inizia col pontificato di Innocenzo III nel 1198. Nonostante si ritenga che ogni lettera importante emanata dalla cancelleria papale fosse redatta in due copie, una per essere spedita ed una per essere conservata, in realtà di molte lettere inviate non esiste l’equivalente copia nei registri. L’ordinamento attuale dei Registri Vaticani riflette quello originario di inizio XVII sec. quando, alla formazione dell’Archivio Segreto Vaticano, questi registri vennero riuniti insieme indipendentemente dall’ufficio di provenienza (Cancelleria o Camera). Limitatamente al periodo avignonese, nella serie dei Registra Vaticana si ritrova spesso la trascrizione in pulito delle minute copiate nei RegistraAvenionensia. La bolla In supreme dignitatis è registrata con il numero M.C.XXX.II. Contiene: (ff. 227v-228r): Copia in pulito della minuta eseguita presso la cancelleria papale (cfr. supra, RA). Bibliografia: M. Giusti, Inventario dei registri Vaticani, Città del Vaticano, Archivio Vaticano, 1981 (Collectanea Archivi Vaticani, 8); G. Battelli, Schedario Baumgarten. Descrizione diplomatica di Bolle e Brevi originali da Innocenzo III a Pio IX, Città del Vaticano, Archivio Segreto Vaticano, 1965-66. Criteri editoriali dell’edizione diplomatica e dell’edizione critica Nell’edizione diplomatica della bolla clementina In supreme dignitatis, che pubblica il testo della pergamena originale conservata presso l’Archivio di Stato di Pisa, le 28 righe del testo sono state numerate in ordine progressivo e in cifre arabe, indicate a inizio di ogni riga tra parentesi quadre; la trascrizione riproduce gli elementi della scripta leggibili per esteso e, tra parentesi tonde, gli scioglimenti delle abbreviazioni usate dal copista. In conformità alla prassi delle edizioni diplomatiche, nel testo non è stata introdotta alcuna punteggiatura moderna e si è cercato di riprodurre il sistema interpuntivo originale, che si presenta piuttosto scarno, con la canonica distinctio tra comma, colon e periodos, rispettivamente resi dal copista con una verghetta (/), un punctus planus (.) e un punto molteplice, ossia tre punti allineati in verticale al termine 90


La bolla difondazione dell Università di Pisa delle litterae elongatae del primo rigo ( • ) e il più comune triplice punto con svolazzo verso il basso al termine dell’ultimo rigo (:,); si sono inoltre mantenuti l’omografia u per u e v, la forma allungata di i (j), la scriptio continua di alcune parole e l’uso delle maiuscole secondo la precisa volontà del copista. Una barra verticale ( I ) segnala gli a capo del manoscritto. Nell’edizione critica, il testo della bolla In supreme dignitatis di Clemente VI è offerto sulla base della lezione tràdita dalla pergamena originale conservata presso l’Archivio di Stato di Pisa (□), collazionata con quella offerta dalle copie coeve. In una fascia di apparato critico negativo sono state dunque registrate tutte le varianti (escluse quelle puramente grafiche) e le correzioni inter scribendum della minuta e della copia in pulito eseguite presso la cancelleria papale rispettivamente nei Registri avignonesi e vaticani (RA e RV) e delle due copie trecentesche prodotte a Pisa (A e B), nonché le varianti di tradizione indiretta di U e gli errori di lettura dei precedenti editori (FABRUCCI, Fabronius, Tronci, Fedeli). Rispetto all’edizione primonovecentesca del Fedeli, ritenuta non a torto ‘la migliore’ tra quelle eseguite in passato e per tale ragione ripubblicata nel 1993 e nel 2000 in Appendice ai volumi della Storia dell’Università di Pisa (SUP), è stato necessario restaurare il testo sulla base della lezione tràdita dall’originale in quattro casi: si è innanzitutto reintrodotta nella intitulatio la formula diperpetuatio «Adperpetuam rei memoriam», omessa dal Fedeli e invece chiaramente leggibile nella pergamena, formula che risulta presente anche nelle due copie dei registri della cancelleria papale (RA e RV), nelle copie trecentesche pisane A e B e nelle edizioni del Fabrucci, del Fabronius e del Tronci; si è restaurata al § 2 la lezione originale «quas», erroneamente trascritta come «quam» dal Fedeli, lezione confermata dal testo ricopiato nei registri della cancelleria papale (R4 e RV) e dalle copie trecentesche A e B, e correttamente trascritta dai precedenti editori Fabrucci, Fabronius e Tronci; si è recuperata al § 7 la lezione originale «fuerit», omessa già prima del Fedeli anche dal Fabrucci e dal Fabronius; e si è infine restaurata la lezione originale «consciendas» in luogo della lettura erronea «coscientiam» del Fedeli. Per quanto riguarda la veste grafica adottata nell’edizione critica, in considerazione della sopravvivenza del testo originale della bolla (0), rispetto alle precedenti edizioni nelle quali era stata prediletta una veste classicistica normalizzata, si è ritenuto ora adeguare Portografia ai criteri conservativi in uso per le edizioni dei testi mediolatini, mantenendo nel testo critico i tratti distintivi della grafia mediolatina dello scriptor della cancelleria avignonese Pietro da Vigone: oltre a rispettare la totale e caratteristica assenza dei dittonghi, si sono conservati a testo il nesso -ci- in luogo di -ti- (e.g. § 1: intendo-, §§ 1 e 3: scien91


Paolo Ponlari ciarum; §§ 6 e 7: licenciam-, § 7: consciendas), l’assenza o l’erroneo posizionamento dell’/z (e.g. § 3: auriant in luogo di hauriant; § 4: scolaribus in luogo di scholaribus e hanelantes in luogo di anhelantes), l’uso peculiare di y in luogo di i (e.g. §§ 5 e 7: ydonei, ydoneo e ydoneos) e la cosiddetta Regola di Prisciano e di Giovanni da Genova («ante c, d, t, q, f non est scribenda m sed n»). Non è invece stato mantenuto il raddoppiamento consonantico dell’aggettivo suppreme nella formula incipitaria dell’arenga (§ 1) che dà il nome alla stessa bolla13. In ossequio a criteri di leggibilità e interpretazione, nel testo critico si è applicata la divisione tra parole che figurano nell’originale in scriptio continua (e.g. § 4: non solum rispetto all’originale nonsolum; § 4: de cetero in luogo dell’originale decelero; § 9: si quis anziché siquis dell’originale), è stata introdotta coerentemente la distinzione moderna tra u e v e si è uniformata con i la distinzione tra i e j. Anche l’interpunzione e l’impiego delle maiuscole rispondono nel testo critico a criteri logici e interpretativi moderni. 13 Questo raddoppiamento non si ritrova nella minuta (7'1) e nella trascrizione in pulito (/»'I) del testo della bolla eseguite presso la cancelleria apostolica, e si configura come un peculiare influsso fonetico nella grafia dello scriptor Pietro da Vigono (che è stato rispettato anche nelle copie trecentesche pisane della bolla, A e B). Il fenomeno della geminazione della labiale sorda davanti alla liquida è un tratto fonetico caratteristico già del latino imperiale (cfr. M. L1NDSAY, Die lateinische Sprache, Leipzig, Hirzel. 1897, p. 129), rimasto particolarmente vivo nel latino merovingico e carolingio, e trasferitosi, a livello grafico, nei testi latini medievali: cfr. ad es. J. PlRSON, Le latin iles formides mérovingiennes et carolingiennes, in «Romanische Forschungen». 26 (1909), pp. 837-944. a p. 929. Richiamato con note esponenziali al testo, è altresì offerto in questa edizione un essenziale commento esegetico e illustrativo, in cui sono decifrati e corredati di eventuale bibliografia specifica gli elementi storici, politici e culturali nonché i tratti formulari e stilistico-linguistici più interessanti del testo della bolla. L’edizione della bolla In supreme dignitatis è infine arricchita dalla prima traduzione italiana del testo, che schiude finalmente a un pubblico di lettori più ampio, e non più confinato ai soli specialisti e studiosi del Medioevo, l’accesso al documento più importante della gloriosa storia dell’Università di Pisa. 92


| Edizione diplomatica


[i] Clemens ep(iscopu)s seruus seruorum dei Ad perpetuam rei memoriam ; | [2] In suppreme dignitatis specula superni dispositione consilij constituti ad uniuersas fidelium regiones n(ost)re uigilantie creditas / tanquam pastor uniuersalis gregis dominici aciem ap(osto)lice | [3] considerationis extendimus / ad ear(um) profectum quantum nobis ex alto permittitur intendentes / sed ad id precipue n(ost)ra uersatur intencio et affectus aspirat ut ubicunq(ue) | [4] terraifum) ip(s)or(um) fidelium scienciar(um) fructus continuum auctore domino suscipiat incrementum. Igitur considerantes fidei puritatem et deuotionem eximiam quas Ciuitas Pisan(a) ad nos et ap(osto)licam sedem gerere | [5] noscitur et q(uo)d illas ad sacrosanctam Roman(am) eccl(es)iam matrem cunctor(um) fidelium et mag(ist)ram eo amplius debeat augmentare quo per nos et sedem ip(s)am se prospexerit gratijs ap(osto)licis specialius honorari / | [6] pensantes quoq(ue) quietem et pacem uictualium / et hospiciorum insignium fertilitatem / et alias co(m)moditates plurimas quas Ciuitas ip(s)a tam per mare qua(m) per terram studentibus oportunas habere | [7] dinoscitur / feruenti non i(m)merito desiderio ducimur q(uo)d ip(s)a Ciuitas / quam diuina bonitas tot gratiar(um) dotibus insigniuit / sciendarum) etiam fiat fecunda muneribus / ut uiros producat consilij matu | [8] ritate conspicuos / uirtutum redimitos ornatibus ac diuersar(um) facultatum dogmatibus eruditos / sitq(ue) ibi fons scienciar(um) irriguus de cuius plenitudine auriant uniuersi litteralibus cupientes imbui | [9] documentis. Ad hunc itaq(ue) uniuersalem profectum nonsolum incolarum) Ciuitatis ip(s)ius et circumposite regionis sed etiam alior(um) qui preter hos de diuersis mundi partibus confluent ad | [10] eandem studio paterne solicitudinis hanelantes / et dilector(um) filiorum) Co(m)munis et populi dicte Ciuitatis deuotis in hac parte supplicationibus inclinati / auctoritate ap(osto)lica presentium | [11] tenore statuimus et etiam ordinamus ut in Ciuitate ip(s)a decelero sit Studium generale / illudq(ue) perpetuis futuris temporibus in ea uigeat / in sacra pagina / iure canonico et ciuili / | [12] et in medicina et qualibet alia licita facultate / ac docentes et studentes ibidem omnibus priuilegijs libertatibus et immunitatibus concessis doctoribus legentibus et scolaribus in Studijs ge | [13] neralibus co(m)morantibus gaudeant et utantur. Uolumus tamen q(uo)d ad docendum et regendum in ip(s)o Studio / doctores qui in Bononien(si) nel Parisien(si) aut alijs famosis generalibus | 95


Paolo Pontari [14] Studijs honorem doctoratus nel mag(ist)ratus receperint et alias experti et ydonei in nouitate huiusmodi Studij assumantur / ita q(uo)d Ciuitas ip(s)a tanto insignita honore dotibus fulgeat | [15] honori correspondentibus memorato. Insuper Ciuitatem et Studium prefata / ob profectus publicos quos exinde prouenire speramus amplioribus honoribus prosequi intendentes / auctori | [16] tate ordinamus eadem / ut siqui processu temporis in eodem Studio fuerint qui sciencie facultatis in qua studuerint brauium assecuti sibi docendi licendam ut alios erudire ualeant | [17] petierint impertiri / possint examinari diligenter ibidem et in eisdem facultatibus titulo doctoratus seu magisteri] decorari. Auctoritate ap(osto)lica statuentes ut quotiens aliqui in aliqua uel | [18] aliquibus facultatum ip(s)ar(um) in eodem Studio fuerint doctorandi / presententur Archiep(iscop)o Pisan(o) qui pro tempore fuerit uel ei sufficienti tamen et ydoneo quem ad hoc idem Archiep(iscopu)s | [19] duxerit deputandum uel eccl(es)ia pisan(a) Pastore carente I Uicario dilector(um) hlior(um) Capituli ip(s)ius eccl(es)ie qui erit pro tempore / qui omnibus doctoribus seu mag(ist)ris facultatis seu | [20] facultatum in qua uel quibus examinatio fuerit facienda / in Studio ip(s)o actu regentibus presentibus / conuocatis eos gratis pure et libere ac omni dolo fraude et difficultate cessa(n)tibus | [21] de scienda facundia / modo legendi et alijs que in promonendis ad doctoratus seu mag(ist)ratus honorem et officium requiruntur examinare studeant diligenter et illos quos ydoneos reppererit | [22] petito secrete pure et bona fide eor(un)dem doctor(um) et mag(ist) ror(um) consilio / quod utique consilium in ip(s)or(um) consulentium dispendium uel iacturam sub debito iuramenti super hoc prestandi tam | [23] ab Archiep(iscop)o et deputando ab eo ac Uicario et singulis doctoribus et mag(ist)ris huiusmodi reuelari quomodolibet districtius prohibemus / approbet et admittat / eisq(ue) petitam licendam largiatur | [24] alios minus ydoneos / postpositis gratia odio uel fauore nullatenus admittendo super quibus Archiep(iscop)i et deputandi ab eo ut premittitur / ac Uicarij predictor(um) consciendas oneramus. Uolentes | [25] ut illi qui in prefato Studio doctorati seu mag(ist)rati fuerint / in eo et alijs generalibus Studijs regendi et docendi absq(ue) approbatione alia liberam habeant facultatem. | [26] Nulli ergo omnino hominum liceat hanc paginam n(ost)ror(um) Statutor(um) ordinationum uoluntatum et prohibitionis infringere uel ei ausu temerario contraire. Siquis autem hoc attemptare | 96


La bolla difondazione dell’Università di Pisa [27] presumpserit indignationem omnipotentis dei et beator(um) Petri et Pauli Ap(osto)lor(um) eius se nouerit incursurum. Dat(um) apud Uillamnouam Auinionen(sis) dioc(esis) iij Non(as) Septembr(is) | [28] Pontificatus n(ost)ri Anno Secundo:, | 97


Edizione critica


Clemens episcopus, servus servorum Dei. Ad perpetuam rei memoriam1 [1] In supreme dignitatis specula superni dispositione consilii constituti2, ad universas fidelium regiones nostre vigilantie creditas, tanquam pastor universalis gregis dominici, aciem apostolice considerationis extendimus, ad earum Intit. ad ... memoriam] Ad P.R.M. Fabrucci Fabronius om. Fedeli SUP 1. constituti] instituti U creditas] creditur Tronci earum] eorum Tronci ' Uintitulatio, con il nome del papa, tradizionalmente privo del numerale relativo alla sequenza dei nomi pontificali e accompagnato dall’epiteto di episcopus, cioè di vescovo della città di Roma e vescovo supremo di tutta la Chiesa, e con la definizione di “servo dei servi di Dio”, è formulare sin dai tempi di Gregorio I. come rilevava anche Tangheroni, Pelò della Repubblica, cit., p. 9. In particolare, la formula servus servorum Dei, è un’espressione di umiltà mutuata dal linguaggio biblico in riferimento alla parabola evangelica dei figli di Zebedeo, Giacomo e Giovanni (Mt. 20.27: «Qui voluerit inter vos primus esse, erit vester servus» e Me. 10.44: «Qui voluerit in vobis primus esse, erit omnium servus») e più in generale in riferimento al celebre motto di Cristo “gli ultimi saranno i primi e i primi saranno gli ultimi” (Mt. 19.30; 20.16; Le. 13.30). Accanto a alla formula deìVintitulatio, altrettanto tipica è l'espressioneAdperpetuam rei memoriam, che nell’edizione Fedeli era stata omessa per errore e che invece appare chiaramente leggibile nella pergamena originale del notaio Pietro da Vigone (O) così come in tutti gli altri testimoni manoscritti: si tratta della tipica formula di perpe.tuatio dell’alto pontificio (una variante della quale è l’espressione ad futuram rei memoriam), fissata nella tradizione dei documenti di fondazione delle Università sin dalla bolla di Pamiers del 1295. Il protocollo iniziale delle cosiddette litterae sollemnes, così come stabilito dalle Regulae cancellariae apostolicae sin dal pontificato di Alessandro IV (1254-1261), prevedeva di norma sia la formula di intitulalio sia quella di perpetuatio. Ha inizio qui la cosiddetta arenga, con Yincipit che convenzionalmente dà il nome alla stessa bolla: In supreme dignitatis. Il medesimo incipit era stato usato da Bonifacio Vili nella bolla di fondazione dello Studium Urbis il 6 giugno 1303 e divenne poi formulare per i testi fondativi delle Università: lo si ritrova infatti ad esempio nella bolla per la fondazione dello Studio di Perugia (1308) e nella bolla dello stesso Clemente VI del 31 maggio 1349 per la fondazione dello Studio fiorentino, ma anche per le fondazioni degli Studia di Valladolid (1346) e di Praga (1347), continuando a figurare poi in bolle trecentesche di fondazione più tarde, come ad esempio in quella dello Studium di Pavia (1389) e di Ferrara (1391) e ancora in molte bolle del XV secolo. Nella tradizione formulare dei privilegi papali la nomina a pontefice e il potere che ne deriva vengono simbolicamente raffigurati come una ‘elevazione alla specola della suprema dignità’ (in supreme dignitatis specula ... constituti, formula altrove variata come in eminentis dignitatis specula ... constituti oppure come in suppreme preheminentia dignitatis ... constituti nella bolla di fondazione dello Studium Urbis): il punto più alto della gerarchia ecclesiastica (la ‘specola’, appunto, chiamata anche Petri specula), che si conquista per effetto di una volontà divina (superni dispositione consilii, anch’essa espressione formulare, altrove ricorrente anche come disponente Domino), permette di esercitare ex allo il potere della Chiesa sul popolo dei fedeli. Nella bolla di fondazione dello Studium di Pisa è assente l’espressione licet immeriti, tipico topos humilitatis ricorrente nella formulazione dell’elevazione al pontificalo delle arenghe, suggerita nel Liber cancellarie apostolice di Tommaso di Capua del 1380 (cfr. ed. M. Tancl. Die papstlichen Kanzleiordnungen von 1200-1500, Innsbruck, Wagner, 1894, Formulae, pp. 2.34. 250). 101


Paolo Ponlari profectum, quantum nobis ex alto permittitur, intendentes3; sed ad id precipue nostra versatur intendo et affectus aspirat, ut ubicunque terrarum ipsorum fidelium sciendarum fructus continuum auctore Domino suscipiat incrementum4*. 11 segmento formulare ricorre in maniera esattamente identica nella bolla di fondazione dello Studium Urbis. Uacies apostolice considerationis che il papa è in grado di estendere a tutte le terre dei fedeli affidate alla sua vigilantia costituisce il campo d’azione della legge apostolica della Chiesa romana: si tratta di un concetto politico e giuridico, che determina il potere esecutivo sovranazionale del papa in lutti i domìni territoriali in cui la Chiesa agisce localmente per regolamentare le Istituzioni sottoposte direttamente o indirettamente al governo e ai benefici ecclesiastici. 11 pontefice è infatti pastore di tutto il gregge di Dio (pastor universalis gregis dominici), e in quanto tale detiene il potere di guida suprema del popolo cristiano. 11 fine primario dell’azione papale è favorire Yincrementum del frutto delle scienze nelle terre dei fedeli: incrementum è espressione idiomatica tipica dell’arenga e introduce concettualmente all’oggetto della petitio (§§ 2-3). Ha qui inizio la petitio, con la dichiarazione dell’oggetto specifico della bolla, favorire cioè la fecondità dello Studio di Pisa, con motivazioni qui apertamente dichiarate, introdotte dai participi considerantes epensantes, di tradizione formulare nella tipologia delle bolle di fondazione delle Università: il privilegio di istituzione di uno Studio generale a Pisa viene infatti concesso come premio alla purezza della fede e alla devozione singolare (devotio eximia è espressione formulare ricorrente anche nel formulario del Liber cancellarie apostolice: cfr. ed. Tamil, cit., p. 341) che la città toscana ha sempre mostrato nei confronti della Sede apostolica e in prospettiva di una crescente gratitudine verso la Chiesa. Il topos del locus amoenus et aptus, tipico nella tradizione delle bolle di istituzione degli Studi, trova qui specifica applicazione per la città di Pisa, di cui è elogiato lo stato di pace e di tranquillità e Fabbondanza di vettovaglie, di alloggi e di varie altre comodità, legate sopprattutto alla sua posizione naturale strategica, facilmente raggiungibile sia per mare sia per terra. La medesima descrizione della qualità del sito sarà ripresa due secoli più tardi, quando Lorenzo Lippi, umanista della corte laurenziana. pronuncerà nel 1473 l’orazione perla riapertura dello Studium di Pisa, paragonata per la sua centralità nel mondo accademico a urrà nuova Alene’: cfr. qui il saggio di G. Albanese. Lorenzo il Magnifico e la riapertura dello Studio di Pisa (1473): l'orazione inaugurale di Lorenzo Lippi, con ed. critica, traduzione e commento dell’orazione del Lippi. Sulla topica dell'adeguatezza delle città e Fabbondanza di vitto e alloggi per gli studenti cfr. M. Bellomo, Studenti e "Popolus* nelle città universitarie italiane dal secolo .XII al XI]'. in Università e società nei secoli XII e A 1'7, Pistoia. Centro Italiano di studi di storia e d'atte, 1982, pp. 61 -78. [2] Igitur, considerantes fidei puritatem et devotionem eximiam quas civitas Pisana ad nos et apostolicam sedem gerere noscitur et quod illas ad Sacrosanctam Romanam Ecclesiam, matrem cunctorum fidelium et magistram, eo amplius debeat augmentare quo per nos et sedem ipsam se prospexerit gratiis apostolicis specialius honorari ; [3] pensantes quoque quietem et pacem, victualium et hospiciorum insignium fertilitatem et alias commoditates plurimas quas civitas ipsa tam per mare quam per terram studentibus opportunas habere dinoscitur , ferventi non immerito desiderio ducimur quod ipsa civitas, quam divina bonitas tot gratiarum dotibus insignivit, sciendarum etiam fiat fecunda muneribus, ut viros 3 6 incrementum] incrementum post corr. interscr. B 2. quas civitas] quam civitas Fabrucci Fabronius Fedeli SUP per nos] om. Fabrucci Fabronius Tronci augmentare] augumentare TRONCI prospexerit] prospexit RV 3. victualium] victualium abundantiam Fabrucci Fabronius Tronci insignium] insignem Fabrucci Fabronius Tronci terram] terrampost corr. RA dinoscitur] dignoscitur edd. 102


La bolla di fondazione deU’Università di Pisa producat consilii maturitate conspicuos, virtutum redimitos ornatibus ac diversarum Facultatum dogmatibus eruditos, sitque ibi fons scienciarum irriguus, de cuius plenitudine auriant universi litteralibus cupientes imbui documentis7. Il passaggio testuale risulta identico a quello della bolla di istituzione dello Studium Urbis ed è dunque parte del formulario della cancelleria apostolica utilizzato per la stesura di questo tipo di documenti. In particolare, l’espressione fons scientiarum, esemplata sulla scorta del fons sapientiae di matrice scritturale (Eccl. 1.5 e Proverò. 18.4), diventa formulare in tutte le bolle di istituzione delle Università fino agli esordi del XV secolo: con ogni probabilità il formulario mutuava questa espressione e l’aggettivo irriguus da Is. 58.11: «Erit quasi hortus irriguus, et sicut fons aquarum». L'origine dell’immagine dei cupientes che attingono alla plenitudo dei fons irriguus può essere individuata ancora una volta nella tradizione biblica: cfr. Gn. 24.25 e Is. 12.3. Obiettivo primario della fondazione di uno Studium è che gii studenti possano diventale viros consilii maturitate conspicuos, capaci cioè di maturità di giudizio, formula ripresa con qualche piccola variante in molte bolle di fondazione: in particolare, la bolla di Pisa ricalca esattamente le capacità e le virtù auspicate per gli allievi dello Studium descritte nella bolla di Roma, archetipo formulare di una lunga tradizione, con l’accostamento delle due espressioni virtutum redimitos ornatibus e diversarum Facultatum dogmatibus eruditos. Quest’ultima espressione introduce alla dispositio e anticipa la concessione di uno Studium generale articolato in tre Facoltà. Teologia. Diritto e Medicina, e la possibilità di aprirne anche altre (et qualibet alia licita Facultate). Il testo della bolla procede con la dispositio, nucleo giuridico del documento con cui viene stabilita e ordinata con autorità la fondazione di uno Studium generale (auctoritate apostolica presentium tenore statuimus et etiam ordinamus). I privilegi, i diritti e le immunità di cui i docenti e gli studenti dello Studium di Pisa dovranno godere sono elencati secondo una rigida e formulare espressione giuridica che si ritrova in moltissime bolle di fondazione, a partire da quella dello Studium Urbis fino alle bolle di inizi Quattrocento (privilegiis, libertatibus et immunitatibus ... gaudeant et utantur). [4] Ad hunc itaque universalem profectum non solum incolarum civitatis ipsius et circumposite regionis, sed etiam aliorum qui, preter hos, de diversis mundi partibus confluent ad eandem, studio paterne solicitudinis hanelantes et dilectorum filiorum Communis et Populi dicte civitatis devotis in hac parte supplicationibus inclinati, auctoritate apostolica presentium tenore statuimus et etiam ordinamus ut in civitate ipsa de cetero sit Studium generale illudque perpetuis futuris temporibus in ea vigeat in Sacra pagina, lure canonico et civili et in Medicina et qualibet alia licita Facultate, ac docentes et studentes ibidem omnibus privilegiis libertatibus et immunitatibus, concessis doctoribus legentibus et scolaribus in Studiis generalibus commorantibus, gaudeant et utantur8. maturitate conspicuos] maturitate pro conspicuos ante corr. sedpostea pro del. B Facultatum dogmatibus] facultatum corr. in mg. RA dogmatibus facultatum U facultatum dignitatibus Fabrucci Fabronius sitque] fitque Fabrucci Fabronius Trono auriant] haurirent Fabrucci Fabronius Tronci universi] universa Fabrucci Fabronius litteralibus] liberaliter Fabrucci Fabronius Tronci imbui] imber Tronci 4. et circumposite] et tam circumposite ante corr. sed postea tam del. RV hanelantes] athelantes Tronci et populi] ac Populi Fabrucci Fabronius Tronci et etiam] ac etiam Fabrucci Fabronius Tronci futuris] futurisque Fabrucci Fabronius Tronci iure] in jure Fabrucci Fabronius et studentes] ac studentes Tronci et immunitatibus] et om. Fabrucci Fabronius Tronci scolaribus] secularibus Fabrucci 103


Paolo Pomari [5] Volumus tamen quod ad docendum et regendum in ipso Studio doctores qui in Bononiensi vel Parisiensi aut aliis famosis generalibus Studiis honorem doctoratus vel magistratus receperint et alias experti et ydonei in novitate huiusmodi Studii assumantur, ita quod civitas ipsa tanto insignita honore dotibus fulgeat honori correspondentibus memorato9. [6] Insuper civitatem et Studium prefata ob profectus publicos quos exinde provenire speramus amplioribus honoribus prosequi intendentes, auctoritate ordinamus eadem ut, si qui processu temporis in eodem Studio fuerint qui, sciencie Facultatis in qua studuerint bravium assecuti, sibi docendi licenciam ut alios erudire valeant petierint impertiri, possint examinari diligenter ibidem et in eisdem Facultatibus titulo doctoratus seu magisterii decorari10.il [7] Auctoritate apostolica statuentes ut, quotiens aliqui in aliqua vel aliquibus Facultatum ipsarum in eodem Studio fuerint doctorandi, presententur archiepiscopo pisano qui pro tempore fuerit vel ei sufficienti tamen et ydoneo quem ad hoc idem archiepiscopus duxerit deputandum vel, Ecclesia Pisana pastore carente, vicario dilectorum filiorum Capituli ipsius Ecclesie qui erit pro tempore, qui, omnibus doctoribus seu magistris Facultatis seu Facultatum in qua vel quibus 9 La condicio sine qua non per 1’istituzione di uno Studium generale a Pisa è che a reggere e a insegnare presso questo Studio siano chiamati coloro che abbiano conseguito il titolo di dottore o di magister e la licentia ubique docendi presso gli Studi di Bologna, di Parigi e di altri famosi Studi generali, per garantire l’alta qualità sia della gestione amministrativa sia dell’offerta didattica. La medesima condicio verrà fissata set anni più tardi anche per lo Studium generale di Firenze. 10 Le disposizioni giuridiche relative alla licentia ubique docendi sono qui illustrate per le modalità di acquisizione del titolo attraverso un esame che potrà essere sostenuto a Pisa da parte di coloro che avranno ottenuto il bravium (dal lai. tardoant. e bibi, brabeum, e a sua volta dal gr. |3pa[3sìov, che indicava il premio destinato ai vincitori dei giochi pubblici: cfr. ad es. Pulii. Ilspì OT£(p. 5. 538: Tert. Adv. Marc. 3: Bibl. Veti;. 1 Cor. 9, 24), ossia il diploma di laurea, in una delle Facoltà dello Studium. La medesima disposizione si ritrova nella bolla fiorentina. 5. tamen] autem F.ABRUCCI Fabronius Tronci Fedeli regendum] gerendum ante corr. sed postea gerendum del. et regendum suprascr. B legendum F.ABRUCCI Fabronius Tronci huiusmodi] huius Fabrucci Fabronius correspondentibus] comspondentibus Tronci 6. prefata] prefatus ante coit, sed postea -us del. et -a suprascr. ex ras. RA praefatum Fabrucci Fabronius prefatae Tronci exinde] inde Fabrucci Fabronius eadem] eodem Tronci si qui] si om. Fabrucci Fabronius Tronci fuerint... facultatis] quique scientiae et facultatis Fabrucci Fabronius Tronci studuerint] studuerit Fabrucci Fabronius Tronci licenciam] licentia Tronci impertiri... examinari] ut impertiri possit examinati Fabrucci Fabronius Tronci magisterii decorari] Magistratus decorati Fabrucci Fabronius Tronci 7. statuentes] statuimus Fabrucci Fabronius Tronci quotiens] quostiens RA quosciens RV quoties Fabrucci Fabronius Tronci aliquibus] in aliquibus Fabrucci Fabronius presententur] praetendeatur Fabrucci Fabronius Tronci quem] quam Fabrucci Fabronius archiepiscopus] om. Fabrucci Fabronius Tronci 104


La bolla di fondazione dell’università di Pisa examinatio fuerit facienda in Studio ipso actu regentibus presentibus convocatis, eos, gratis pure et libere ac ornili dolo fraude et difficultate cessantibus, de sciencia, facundia, modo legendi et aliis, que in promovendis ad doctoratus seu magistratus honorem et officium requirantur, examinare studeant diligenter*i11. 11 Gli aspiranti candidati all’acquisizione del titolo di dottore, una volta superato l’esame con i docenti, dovranno presentarsi al cospetto dell’arcivescovo pisano (oppure di un suo delegato oppure ancora del vicario capitolare in caso di vacanza dell’autorità pastorale nella Chiesa pisana), affinché possano ricevere ufficialmente il titolo di dottore o di magister e di conseguenza la licentia ubique docendi. Questa parte dispositiva della bolla definisce con esattezza le modalità della prova finale da parte dei dottorandi: è infatti precisalo che l’arcivescovo (o in alternativa un suo delegato o il vicario del Capitolo), sentito il parere dei docenti, promuova i candidati reputati idonei in modo assolutamente imparziale. Il potere del conferimento del titolo è derogato totalmente alla coscienza dell’arcivescovo, il quale agirà in piena fede, obbiettività e trasparenza; allo stesso modo, i docenti ai quali è richiesto un giudizio finale sui candidati dovranno esprimersi in modo disinteressato, giurando di tenere segreto il loro parere. Le medesime disposizioni in materia di conferimento del titolo saranno enunciate anche nella bolla pei' la fondazione dello Studium generale di Firenze. 12 Nel testo si osserva una costruzione anacolutica: al soggetto qui e al verbo studeant della proposizione precedente, riferiti a tulli i potenziali soggetti (l'arcivescovo, un suo delegato o il vicario del Capitolo), seguono qui i verbi coniugati alla terza persona singolare reppererit. approbet e admittat, concordati ad sensum con un soggetto ‘unico’ tra quelli prima espressi. Sebbene la lezione studeat di A (cfr. l’apparato critico) risolva l’anacoluto conformando tutti i verbi alla terza persona (non crea difficoltà il pronome qui, che può esprimere anche un soggetto singolare), tuttavia il sospetto di una emendatio o della caduta di un compendio nasale (studeant > studeat) inducono a rifiutare questa lectio singularis, che si oppone a tutta la tradizione, ivi inclusi l’esemplare originale della bolla e le autorevoli copie di cancelleria. Nelle bolle di conferma degli Studia di Roma e di Perugia (ed. Panzanelli Fratoni, cit., pp. 62-69) il teslo formulare risulta identico, sebbene più articolato: la proposizione «et illos quos ydoneos reppererit [...] approbet et admittat [...]» ricorre infatti più in basso, preceduta da alcune disposizioni particolari, assenti sia nella bolla pisana sia in quella fiorentina, che furono dunque sunteggiate senza badare alla durezza sintattica che l’accostamento delle due proposizioni produceva. Et illos quos ydoneos reppererit, petito secrete pure et bona fide eorundem doctorum et magistrorum consilio - quod utique consilium in ipsorum consulentium dispendium vel iacturam sub debito iuramenti super hoc prestandi tam ab archiepiscopo et deputando ab eo ac vicario et singulis doctoribus et magistris huiusmodi revelari quomodolibet districtius prohibemus —, approbet et admittat eisque petitam licenciam largiatur, alios minus ydoneos, postpositis gratia odio vel favore, nullatenus admittendo; super quibus archiepiscopi et deputandi ab eo ut premittitur ac vicarii predictorum consciencias oneramus12. fuerit facienda] fuerit om. Fabrucci Fabronius Fedeli SUP regentibus] legentibus Fabrucci Fabronius et libere] ac libere Fabrucci Fabronius dolo fraude] fraude dolo Fabrucci FABRONIUS Trono legendi] elegendi ante corr. sedpostea e- del. B requiruntur] requirantur Fabrucci Fabronius studeant] studeat A reppererit] corr. in mg. RA respexerint Fabrucci Fabronius petito secrete] partito secreto Fabrucci Fabronius Trono quomodolibet] quomolibet B prohibemus] prohibentur Fabrucci Fabronius Trono licenciam largiatur] scientiam largiantur Fabrucci Fabronius Trono consciencias] conscientiam Fedeli SUP 105


Paolo Pontari [8] Volentes ut illi qui in prefato Studio declorati seu magistrati fuerint in eo et aliis generalibus Studiis regendi et docendi absque approbatione alia liberam habeant facultatem13. 13 La conclusione della dispositio è affidata a un'ultima formulazione relativa alla validità del titolo acquisito presso lo Studium generale di Pisa: è precisato infatti che i laureati possano avere libera facoltà di reggere e insegnare presso altri Studi generali absque approbatione alia. Si tratta di un’importante puntualizzazione, che convalida in modo universale il titolo conferito presso lo Studium di Pisa e prospetta dunque la licentia ubique regendi et docendi, senza alcuna necessità di altra conferma giuridica o esame supplementare. 14 Nella consuetudine della scrittura giuridica della cancelleria papale ogni bolla si conclude con la prohibitio, una formula consolidata facente parte delle cosiddette sanctiones che ogni delibera pontificia prevedeva nel caso di contravvenzione alla dispositio. La bolla è consideratapaginam nostrorum statutorum, ordinationum, voluntatum et prohibitionis, sostantivi corrispondenti ai verbi ‘dispositivi’ che si trovano all’interno del testo (par. 4: statuimus et etiam ordinamus', par. 5: volumus; par. 6: ordinamus; par. 7: statuentes,prohibemus; par. 8: volentes), con cui il pontefice stabilisce quindi la precisa volontà, attraverso un atto legale universale, di fondare lo Studium generale di Pisa. Alla prohibitio segue, come di consueto nelle litterae sollemnes, la comminatio o clausula comminativa, nella quale la sanctio morale prevista per coloro che intenderanno infrangere Ia dispositio papale è l’indignazione di Dio e degli Apostoli Pietro e Paolo. Sia la prohibitio sia la comminatio saranno riprese in modo identico nella formulazione della bolla per la fondazione dello Studium generale di Firenze. Nella copia dei Registra Avenionensia parte della formula di prohibitio e tutta la clausula comminativa sono state depennate e per questo mancano anche nella copia che fu tratta nei Registra Vaticana (cfr. apparalo): si tratta evidentemente di una prassi dei Registra Avenionensia, come sembrerebbe confermare il documento trascritto subito prima della boba In supreme dignitatis nel voi. 76. che nella formula conclusiva depenna allo stesso modo parte della prohibitio e tutta la comminatio (cfr. f. 65r). 15 La datatio della bolla clementina per la fondazione dello Studium generale di Pisa segue la consuetudine delle litterae sollemnes, con indicazione del luogo, del giorno (espresso rigorosamente secondo il sistema del calendario romano) e dell'anno pontificale. La precisazione della località di Villeneuve nella diocesi di Avignone e la data del 3 settembre confermano la consuetudine dei pontefici avignonesi di trasferirsi, nel periodo estivo, nel palazzo papale edificato sulla sponda opposta del Rodano. [9] Nulli ergo omnino hominum liceat hanc paginam nostrorum statutorum, ordinationum, voluntatum et prohibitionis infringere vel ei ausu temerario contraire. Si quis autem hoc attemptare presumpserit, indignationem omnipotentis Dei et Beatorum Petri et Pauli Apostolorum eius se noverit incursurum14.15 [10] Datum apud Villamnovam Avinionensis diocesis, III Nonas Septembris, pontificatus nostri anno secundo13. 8. et aliis] et in aliis Fabrucci Fabronius regendi] legendi Fabrucci Fabronius Tronci habeant] habeant post corr. interscr. B 9. omnino] om. Fabrucci Fabronius Tronci omnino ... paginam] del. RA om. RV voluntatum] voluntatis Fabrucci Fabronius Tronci vel ... incursurum] del. RA om. RV attemptare] aptemptare ante corr. sed postea aptem- del. et attem- suprascr. B 10. datum] datum Avinionensis ante corr. sed postea Avinionensis del. B diocesis] om. Fabrucci Fabronius Tronci III] tertio A B Septembris] Sempt. Fabrucci 106


| Traduzione italiana


Clemente vescovo, servo dei servi di Dio. A memoria perpetua del fatto [1] Elevati alla specola della suprema dignità per disposizione della volontà divina, in veste di pastore universale del gregge di Dio, estendiamo il campo d’azione della legge apostolica a tutte le regioni dei fedeli affidate alla nostra custodia, mirando al loro progresso, per quanto a noi sia concesso dall’alto dei cieli; ma a questo soprattutto è rivolto il nostro intento e aspira la nostra volontà, che ovunque nelle terre dei nostri fedeli, per mano di Dio, possa sempre germogliare il frutto delle scienze. [2] Pertanto, considerando la purezza della fede e l’esimia devozione che, come è noto, la città di Pisa ha mostrato verso noi e la Sede apostolica e che dovrà ancor di più accrescere nei confronti della Sacrosanta Chiesa Romana, madre di tutti i fedeli e maestra, per procurare di essere onorata in maniera speciale da noi e dalla stessa Sede con grazie apostoliche; [3] e pensando inoltre alla quiete e alla pace, alla ricchezza di vettovaglie, di ottimi alloggi e di molte altre comodità adeguate ad accogliere studenti che la stessa città notoriamente possiede per mare e per terra, siamo a buon diritto animati da un fervido desiderio che questa città, che la bontà divina ha voluto insignire di così tante qualità, possa divenire anche terreno fecondo dei doni delle scienze, affinché possa formare uomini dotati di maturità di giudizio, incoronati dell’ornamento delle virtù ed esperti nelle dottrine delle diverse Facoltà, e affinché vi sia in essa una fonte che diffonde la conoscenza, al cui flusso abbondante possano attingere tutti coloro che bramano di essere istruiti sui libri. [4] Per questo universale profitto, dunque, non solo degli abitanti di questa stessa città e della regione circostante, ma oltre a essi anche di altri che da diverse parti del mondo vi confluiranno, desiderosi di venire a studiare su sollecitazione dei loro padri ed esortati con inviti rivolti loro dai diletti figli del Comune e del popolo della suddetta città, decretiamo con autorità apostolica ai sensi della presente bolla e di conseguenza ordiniamo che nella stessa città sia fondato uno Studio generale e che questo Studio ivi rimanga attivo sempre nei tempi futuri in Teologia, Diritto canonico e civile. Medicina e in qualunque altra Facoltà riconosciuta, e che docenti e studenti fruiscano e si avvalgano di tutti i privilegi, diritti e dispense concessi ai dottori, ai lettori e agli scolari degli altri Studi generali. [5] Vogliamo tuttavia che a insegnare e a reggere siano assunti in questo Studio, nel suo primo avvio, coloro i quali abbiano ottenuto il titolo di dottore o di maestro a Bologna, a Parigi o in altri famosi Studi generali e altresì esperti e idonei, cosicché la stessa città, insignita di un così grande onore, risplenda di adeguate eccellenze. 109


Paolo Pontari [6] Inoltre, intenzionati a conferire onori ancora più ampi alla città e allo Studio suddetti per i profitti pubblici che speriamo ne provengano, con la stessa autorità ordiniamo che, se con l’avanzare del tempo nello stesso Studio vi saranno alcuni che, dopo aver conseguito il titolo della Facoltà scientifica nella quale avranno studiato, chiederanno venga loro concessa la licenza di insegnare per poter istruire altri, costoro possano essere diligentemente esaminati lì stesso ed essere insigniti nelle stesse Facoltà del titolo di dottore o di maestro. [7] E decretiamo con autorità apostolica che coloro i quali dovranno addottorarsi in una o più Facoltà nello stesso Studio si presentino al cospetto dell’arcivescovo di Pisa che sarà in carica in quel momento o al cospetto di chi lo stesso arcivescovo riterrà pari a sé o quantomeno idoneo a essere designato in sua vece oppure, nel caso in cui la Chiesa pisana fosse vacante del suo pastore, si presentino al vicario dei diletti figli del Capitolo della stessa Chiesa a quel tempo in carica, i quali, convocati nello Studio con uno stesso atto i reggenti in carica, tutti i dottori o i maestri della Facoltà o delle Facoltà nella quale o nelle quali dovrà essere fatto l’esame, si impegnino, a titolo gratuito, in modo puro e libero e desistendo da ogni dolo, frode e difficoltà, a esaminarli diligentemente sulla scienza, sulla eloquenza, sul modo di leggere e su tutte le altre cose che sono richieste per essere promossi all’onore e all’onere del titolo di dottore o di maestro; e quelli che avrà trovato idonei, dopo aver richiesto in modo segreto, incondizionato e con buona fede il parere degli stessi dottori e maestri — parere che in ogni caso sotto obbligo di giuramento da prestare su questo tema proibiamo rigorosamente che venga rivelato in qualsivoglia maniera, a scapito e danno degli stessi consiglieri, tanto dall’arcivescovo e dal delegato da lui designabile e dal vicario, quanto dai singoli dottori e maestri — li approvi e li ammetta, e a essi sia elargita la licenza richiesta, rinunciando fermamente ad ammettere altri meno idonei, tralasciato ogni debito di riconoscenza e ogni odio o favore; e di tutto questo facciamo carico di responsabilità alle coscienze dell’arcivescovo, del suo delegato e del vicario dei predetti. [8] E vogliamo che coloro i quali nel suddetto Studio saranno insigniti del titolo di dottore o di maestro abbiano libera facoltà di reggere e insegnare in questo e in altri Studi generali senza bisogno di alcuna altra approvazione. [9] A nessun uomo sia permesso di infrangere o contraddire in alcun modo con temeraria iniziativa questa pagina dei nostri statuti, ordinamenti, volontà e proibizione. E se qualcuno avrà l’ardire di provarci, sappia che andrà incontro all’indignazione di Dio onnipotente e dei Santi apostoli Pietro e Paolo. [10] Villanova, diocesi di Avignone, il giorno 3 settembre, nel secondo anno del nostro pontificato. ito


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