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Published by lapazienzadiercolino, 2020-06-10 10:00:52

RACCONTI ARCANI

PUBBLICAZIONE ON LINE

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A Linda, Maria Grazia e
Giovanna.
A tutti gli studenti di 1^D

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“If dogs could fly, nobody would go out
without an umbrella”. S.K:

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RACCONTI ARCANI

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INTRODUZIONE

In questi giorni così particolari il pensiero andava
spesso al concetto di spazio. Non tanto la sua mancanza, la
sua fruizione quanto proprio la sua definizione, la sua
capacità di esprimere, intercettare, codificare l’esperienza
intesa nella sua natura più scarna e autentica.
Ricordo che quando ero bambino m’ impressionava e mi
affascinava il muro di confine della casa popolare dove
viveva mia nonna; esso delimitava, in esterno al caseggiato,
un prato dove venivano stesi i panni (il lavatoio).

Per accedere al prato era necessario uscire
dall’enorme cortile attraversandone i vialetti alberati; il
muro era quindi il limite del mondo esterno possibile,
socialmente concepito e concepibile, perché lì, noi bambini,
era meglio che non andassimo, dicevano gli adulti. Era
insomma lo spazio dell’immaginazione, una sorta di
antesignana (per un bimbo) siepe leopardiana.

Crescendo ho maturato il piacere dei “secondi” spazi,
cioè di quegli squarci visibili in ogni rappresentazione
artistica o fotografica che spesso sono inclusi nell’opera
quasi casualmente ma che rivelano la natura autentica del
luogo dove pittori, fotografi, operatori vivevano e vivono in
modo autentico e immediato, senza la costruzione dettata
dalle molte regole convenzionali, fossero o siano esse
pubblicitarie, economiche, immerse in e intrise di ogni
necessità, regola, prassi consolidatasi nello stillo della storia
grande e piccola all’interno della quale nasciamo.

I mangaka giapponesi, i pittori europei e l’elenco
potrebbe continuare, utilizzano sfondi quotidiani dove
ambientare eventi anche fondamentali per la narrazione
collettiva.

In antropologia lo spazio è delimitato da un confine
inamovibile, insuperabile perché per quanto lo si sposti in

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avanti, esso viene incluso e quindi trasformato, etichettato e
fruito come “dentro il muro” e non più “fuori”, “oltre”, come
a dire che l’oltre-il-confine è un’esperienza collettiva
impraticabile.

Ma lo spazio (individuale) non colonizzato è
necessario allo sviluppo dell’identità personale,
all’esperienza primordiale dell’esserci, perché in esso, nel
magma caotico, nel buio squarciato dalla luce, nello
smarrimento come di un naufrago in un mare calmissimo e
nero, il caos diventa la nuova esperienza possibile del
singolo chiamato poi a far parte di una comunità di scopo (la
classe) e di destino (la comunità).

L’oltre-il-confine dà la possibilità metaforicamente alla
vite di crescere con le sue “storture” , con i suoi tratti grafici
unici, i colori originali e le parole a comporre storie mai
scritte e udite.

In questo lavoro diamo quindi, con questo significato,
spazio all’autoralità scritta e visuale, intendendola come
necessaria e fondamentale (nel senso delle fondamenta) per
una crescita serena nel contributo che pertiene alla scuola,
prima vera comunità altra cioè al di là di quel muro del
lavatoio, di quell’oltre il confine-soglia che estende
l’esperienza della vita e del suo desiderio.

Parafrasando Massimo Recalcati, è il segno storto, la
parola inaspettata (i prof di lettere ne leggono tante!), che
dice la singolarità della vita, cioè il punto di deviazione, “in
cui la mia vita non è come quella degli altri, ma diventa vita
propria, vita con un’attitudine”.

Essere educatori capaci di amare la stortura come
manifestazione di una vita originale, è l’augurio che ci
facciamo, leggendo queste storie, in questo senso, arcane.
Buona lettura e visione!

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I
IL MAGO

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IL MAGO DELLE FARFALLE

di Sebastiano Carnelli

Tanto tempo fa, in un villaggio in mezzo ai
boschi, arrivò sopra a un carretto un giovane ragazzo
di nome Tarcisio che portava con sé una grossa cassa
di legno. Andò ad abitare in una capanna abbandonata
da tempo. Era tutta rotta con le pareti di legno rovinate
dal tempo e il tetto pieno di buchi. Nessuno lo aveva
mai visto da quelle parti. Si vestiva in un modo
strambo, con degli abiti in uno stile un po’ antico, le
scarpe a punta come il suo cappello e una strana
bacchetta infilata bella cintura.

Tutte le persone del villaggio, quando lo
incontravano per strada, lo guardavano in un modo
strano perché era una persona molto particolare. Era
molto cortese con tutti e non diceva mai una parola
sgarbata, eppure gli abitanti del villaggio non lo
vedevano di buon occhio.

Tutta quella felicità non li convinceva affatto,
tanto da non volerlo chiamare con il suo nome, ma solo
con la parola “Il mago". Non era molto chiaro il motivo
per cui si vestisse in quel modo e neppure perché
avesse una bacchetta…

Forse era magica? Nessuno lo aveva mai visto
fare magie, eppure quando arrivava la notte e tutti gli
abitanti si rinchiudevano nelle loro casette di legno, si
vedevano degli strani bagliori da dietro le tendine della
casa di Tarcisio ma nessuno aveva mai avuto il
coraggio di andare a sbirciare. Si sentivano degli strani

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rumori e scoppi provenire da dentro la casa e risatine
di felicità. Una notte incuriositi da tutto quel baccano,
qualcuno si avvicinò alla finestra del mago per vedere
cosa stesse combinando.

Quello che videro li lasciò senza parole. Da uno
strano marchingegno dentro a una cassa, uscivano
farfalle. Uscivano piccole e più salivano e più
diventavano della grandezza giusta. La casa ne era
piena e alcune uscivano dai buchi del tetto e volavano
via verso il cielo e diventavano stelline.

Tutta la gente del villaggio si radunò per vedere
quello spettacolo meraviglioso e da allora tutti
iniziarono ad amare quel mago che fabbricava farfalle
spaziali.

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II
LA SACERDOTESSA

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LA SACERDOTESSA

di Anita Donelli

In una piccola cittadella viveva una bambina di
nome Bibi; tutti pensavano che fosse una strega, ma in
realtà era la figlia della sciamana. La sciamana era
una donna che ti sapeva leggere nella mente,
scoprendo le tue paure.

Bibi aveva ereditato questi suoi poteri dalla
madre: lo spirito aveva scelto lei in una notte
tempestosa. Durante un sogno lo spirito le era apparso
e l’aveva chiamata per nome. Per giorni Bibi era stata
in trance e in preda a febbri altissime.

Al risveglio era stata in grado di comunicare con
tutti gli spiriti che da quel momento in poi l’avrebbero
guidata e protetta.

Bibi faceva paura a tutti, perché le persone si
terrorizzavano e non volevano entrare in contatto con
gli aspetti più profondi di sé, ma sua madre le diceva di
non vergognarsi mai del suo potere, ma di non usarlo
per problemi personali; solo in caso di emergenze. Bibi
però un giorno, mentre stava passeggiando, incontrò
Sissi, la ragazza antipatica, riccona, maleducata che,
inoltre, non la faceva mai giocare.

Bibi andò avanti a testa bassa e la ignorò ma lei
la spinse e le disse: “Ciao, strega dove vai ?”. Bibi
continuò a non ascoltarla, ma Sissi si mise a prenderla
in giro, le diceva cose brutte davvero brutte come:
“Non mi ascolti neanche? Hai perso forse la lingua o te
l’ha tagliata tuo padre? Non capisci che, per tuo padre,

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voi sciamane siete un intralcio? Bibi, tu non sei come
noi! Tu sei una strega! Non te ne rendi conto?”

Bibi non seppe resistere alle ultime parole, la
prese per la maglia e con la sua voce ipnotizzante le
disse: “Guardami negli occhi, guardami, ti pentirai di
averlo fatto. La tua vita, da questo momento in poi,
cambierà. Ora vattene con la tua famiglia da questa
città”. Le amiche di Sissi scapparono a gambe levate,
sapevano infatti che Bibi le aveva fatto qualcosa, ma
non sapevano che cosa.

Dopo il trasferimento di Sissi, tutti erano amici di
Bibi, allora, forse quella sbagliata era Sissi non lei.

Gli anni trascorsero tranquilli. All’età di ventuno anni, il
volere dello Spirito doveva compiersi e far diventare
Bibi la SCIAMANA del paese come i suoi antenati, cioè
una guida spirituale per il suo popolo.

Fu il migliore momento della sua vita; diede una
grande festa; vennero tutte le persone del paese e
anche Sissi e la sua famiglia.

Sissi era cambiata tanto: ora aiutava tutti,
compresa Bibi, e aveva imparato a volerle bene. Tutto
andava a meraviglia, quando arrivò alla festa Icaro.

Tutti in quell’ istante furono terrorizzati. Bibi ora
aveva un altro nemico a cui pensare: Icaro, lo stregone
delle tenebre. Allora pensò che sarebbe stato un
grande bene per il popolo sconfiggere la malvagità di
Icaro, perché era da anni che costringeva gli abitanti
ad essere sottomessi alla forza del male.

Nonostante la forza e la magia di Icaro fossero
superiori all’energia positiva di Bibi, grazie alla sua

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capacità di vedere nel buio dei cuori e penetrare nei
segreti più profondi, Bibi riuscì a recuperare parti
dell’anima di Icaro rimaste buone.

Da quel momento tutta la comunità visse in un
equilibro armonioso tra natura e spirito.

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III
L’IMPERATRICE

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L’IMPERATRICE DELLE STELLE

di Eleonora Del Prete

Molti anni orsono, l’imperatrice delle stelle
previde che le galassie sarebbero sprofondate in un
caos estremo. Così convocò una riunione, invitando
tutti i guardiani dei pianeti: Mercury, Venus, Mars,
Jupiter, Saturn, Uranus, Neptune, Pluto e i suoi fratelli
Luna e Sole.

Giunsero alla conclusione che, per salvare i propri
pianeti, bisognasse preservare la loro essenza in delle
gemme così da poterle analizzare in futuro e riuscire a
ricostruire i pianeti. Luna, Sole e tutti gli altri
assecondarono la decisione presa e lasciarono le
gemme in mano ai guardiani dei pianeti.

Ma Jupiter voleva rubare le gemme per avere il
dominio sull’intero universo, così rapì e rinchiuse i
guardiani e prese tutte le gemme.

L'imperatrice delle stelle aveva ancora la gemma
della Terra, ma era ormai anziana, così mandò la sua
consigliera più fidata a consultare le stelle per trovare
la discendente del suo potere. La guardiana della
gemma della terra, dopo secoli di accurata
osservazione, capì che la vera discendente era
finalmente nata. Scese sul nostro pianeta ai giorni
nostri per affidare la gemma alla ragazza prescelta.

Intanto sulla Terra…

Laira era una ragazza come tante altre, in una
normale città dove viveva la sua vita uguale a quella di

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sempre. Ad ogni compleanno della madre, morta
quando aveva cinque anni, andava a guardare le stelle.
Le raccontava sempre che erano bellissime e che
l’avrebbe per sempre vegliata con tanto amore dal
cielo. Così si metteva su un'alta collina in campagna,
dove non c'era smog e immaginava il suo volto nelle
costellazioni.

Quando arrivò il compleanno di sua madre anche
quell'anno Laira andò sulla collina a vedere le stelle con
suo padre, ma quella volta ebbe una strana
sensazione: sentì di essere osservata.

Qualcosa si catapultò dal cielo. Sembrava venire
verso di lei. Piombò proprio a qualche metro di
distanza da dove si trovava. Un’anziana signora la
osservava; le si avvicinò molto impacciata e affaticata:
“Laura ascolta ho poco tempo …tu ...sei la prescelta”.

“Signora ma si sente bene?”.

“Mai stata meglio, ma ora ascoltami devo dirti una cosa
veramente importante. Sei in pericolo lui ti sta
cercando forse è anche già qui”.

Laira Continuava a non capire…

La signora anziana farfuglio qualcosa tra sé e sé,
ragionando: “Ma sì sì la profezia è vera …l'imperatrice
…la discendente …le stelle non mentono”.

“Ora vai, è tardi. Domani ti spiegherò tutto”. Queste
furono le ultime parole della signora prima di sparire
nel buio. Facendo finta di niente, Laira e suo padre
tornarono a casa.

Il mattino seguente Laira sentì qualcosa di strano
ma non ne era certa. Alle 10:00 sentì suonare il

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campanello. Aprì Laura si guardò intorno ma non vide
niente. Abbassò lo sguardo e vide Newton, un gatto
nero con una luna disegnata sulla fronte. Il gatto le
parlò: “Ciao sei tu Laira ?”

Gli sbatte la porta in faccia. Era così… confusa.
Sbiancò; si sentiva svenire, ma prese coraggio e disse:
“Papà, ti sembrerà strano ma credo di avere appena
parlato con un gatto”.
“Ehm… sicura tesoro?”.
Riaprì la porta. Il gatto era sempre lì.
“Cosa ci fai qua e soprattutto perché parli?”.
“Sono venuto per la profezia. La mia padrona non te
l'ha detto?”.
“In verità no. Spiegami un po' meglio questa cosa …”.
Dopò dieci minuti di completo silenzio, Laira disse:
“Quindi io sarei…”
“Eh sì!”, sospiro il gatto.
Ora tutti gli eventi degli ultimi giorni acquistavano
senso.
“E infine”, disse il gatto: “Ti lascio questo”. Le lasciò
una piccola scatola. Dentro c'era un anello.”
“Prova l’anello”, disse il gatto, “ma non qui; in un posto
più appartato”.
“Ok! Dai vieni. Sali su. Ti porto in camera mia, poi mi
spiegherai tutto meglio”.

Arrivati in camera, lei gli fece un sacco di
domande ma la più importante fu a che cosa servisse
l'anello.
“Mettilo e poi pronuncia: “Potere della luna!”.

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Laira indossa l'anello e pronuncia la frase magica.
Ed ecco che un fascio di luce l’avvolse e si ritrovò
vestita in modo diverso: con un abito abbastanza
corto, rosso con delle sfumature blu. Era bellissima;
sembrava una guerriera e allo stesso tempo era molto
elegante.
“Sei proprio uguale a tua madre!”.
“Perché la conoscevi?”.
“Certo! Io accompagno le imperatrici da più di 1000
anni “.
“Vuoi dire che anche mia madre era …”.
“Sì”.
“Papà, tu ne sapevi qualcosa?”
“Ehm… io vado”.
“Qual è la mia missione?”
“La prima è fare pratica visto che per te è tutto nuovo
e poi devi cercare di non farti vedere da Jupiter. Dovrai
sempre tenere a mente di proteggere la gemma”.
“Capisco...”.
“Mi raccomando questa è l'ultima gemma di stella. Se
Jupiter la trova, siamo finiti!”.

Cominciarono a esercitarsi e esercitarsi e
esercitarsi, finché il gatto decise che fu pronta e come
in ogni storia arrivarono allo scontro finale Jupiter.

Scese sulla terra in cerca dell'ultima pietra;
questa era la prima battaglia per Laira e probabilmente
anche la più importante. Laira era molto agitata per
questo combatté con tutte le sue forze ma non c'era
niente da fare!

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Ormai Jupiter aveva preso il sopravvento era
troppo potente con tutte le gemme. Laira in un gesto
disperato invoco il potere di tutti i guardiani e con un
loro piccolo aiuto riuscì a sconfiggere Jupiter; riprese
tutte le gemme e ristabilì l'ordine tra i pianeti.

Tutto tornò alla normalità ma Laira aveva ancora
tante battaglie da affrontare. Il suo gatto divenne il suo
migliore amico e ormai l'eroina della galassia era
diventata famosa ma nessuno conosceva la sua vera
identità.

Ancora oggi si festeggia la celebre eroina della
galassia.

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IV
L’IMPERATORE

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L’IMPERATORE

di Daniele Consiglio

L’imperatore dell’Isola del Fiore stava preparando
una spedizione per sconfiggere l’Arzof, un mostro con
la lingua viola, la bava che gli gocciolava dalla bocca
dritta sul piede gonfio, molliccio e umido.

Molti re e imperatori avevano cercato di
sconfiggerlo, ma solo pochi erano tornati a casa, e
senza gloria. L’imperatore dell’Isola però era sicuro che
ce l’avrebbe fatta e voleva assolutamente il tesoro
dell’Arzof. Perché sì, il mostro possedeva anche un
tesoro: una piccola pietra magica in grado di
materializzare qualsiasi cosa, da cibo pregiato a navi
da guerra.

Tutti i soldati del regno vennero adunati
dall’imperatore per partire in spedizione. L’imperatore
però prima di partire, parlò con il Fiore della Saggezza,
che gli consigliò di indossare l’Armatura del Giorno e
della Notte. Questa armatura magica avrebbe respinto
qualsiasi attacco da parte di quel terribile mostro.

L’imperatore partì sicuro di sé, con tutti i
cavalieri e con tutto l’esercito, ma non sapeva cosa
sarebbe accaduto dopo. Appena sbarcati sulla
terraferma il cielo si oscurò e iniziò a diluviare e arrivò
uno tsunami dal mare, che trascinò via parecchi
soldati.

L’esercito rimanente si rifugiò dentro alcune
grotte. Solo i soldati più coraggiosi uscirono dalle

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grotte, per prendere dei pezzi delle navi e per salvare i
compagni che erano stati trascinati via dalle onde.

L’imperatore a quel punto usò la sua intelligenza
per costruire assieme al suo esercito delle cabine di
legno, che si muovevano grazie a dei pedali situati al
loro interno; queste li avrebbero fatti avanzare e allo
stesso tempo protetti dalla tempesta.

Quando giunsero alla tana del mostro Arzof, il
temporale era ormai finito, ma al suo posto una puzza
fetida aveva inondato l’aria. Da una grande caverna
buia l’Arzof si mise a grugnire, pestando i piedi e
schiacciando senza pietà decine di soldati.

L’imperatore saltò sopra un piede del mostro e lo
squartò con la sua spada, facendo uscire la carne
melmosa. Il mostro cadde all’indietro e l’imperatore finì
per terra, rotolando. Riuscì a rialzarsi ma l’Arzof cercò
di schiacciarlo con un pugno. Come aveva previsto il
Fiore, il colpo fu rimbalzato indietro, colpì il mostro
stesso e lo uccise.

L’imperatore entrò nella grotta e ne uscì con la
pietra magica, alla quale chiese di far apparire un
grande castello collegato direttamente all’Isola dei Fiori
tramite un ponte.

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V
IL PAPA

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IL PAPA

di Massimo Sardi

Era una bella giornata e il Preside decise che
sarebbe andato a fare una passeggiata nel parco: la
scuola era chiusa da diversi giorni per l'emergenza
corona virus e tutti, professori e genitori, lo avevano
cercato preoccupati per la situazione. Spesso, però,
aveva dovuto ammettere di non avere una risposta alle
loro mille domande e ciò lo aveva demoralizzato.

Aveva pensato che una camminata nel verde lo
avrebbe rilassato e invece si ritrovò dopo due ore
seduto su una panchina stanchissimo e con in testa
ancora i problemi della sua scuola.

Stava per riprendere la via verso casa quando un
vento improvviso fece rotolare accanto ai suoi piedi un
foglietto bianco. Lo guardò pensando che fosse una
cartaccia abbandonata e invece vide che era un tarocco
con l'immagine del Papa.

Non conosceva il significato di quella carta ma
sicuramente quella figura dava grande tranquillità e
pace.

Cominciò a chiedersi come poteva essere arrivata
fino a lì, chi poteva averla dimenticata, come mai il
vento l'aveva portata proprio ai suoi piedi...che strano.

Allora gli venne in mente che quella carta poteva
essere un messaggio per lui: come il Papa era una
guida sicura per i fedeli così anche lui doveva essere
una guida per tutta la scuola, soprattutto in un
momento di difficoltà.

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Questo pensiero gli portò un'improvvisa fiducia
perché aveva capito cosa doveva fare: avrebbe scritto
una lettera e l'avrebbe pubblicata sul sito della scuola.

Non sapeva nulla del corona virus ma poteva
aiutare i suoi alunni a non sprecare questo periodo di
tempo.

Fece proprio così e la sua lettera fu talmente
bella che il Preside fu intervistato da molti giornalisti e
venne invitato a molte trasmissioni televisive. Divenne
famoso in tutto il Paese ma a nessuno rivelò chi gli
avesse dato quella brillante idea.

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VI
L’AMANTE

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IL ROBOT

di Riccardo Consonni

C’era una volta in un tempo remoto un re di un
paese lontano lontano, che governava nel suo regno.
Un giorno andò a caccia nel bosco con la sua
compagnia. Mentre stava per catturare un grosso
cinghiale, il suo cavallo iniziò a comportarsi in modo
molto strano: girava su sé stesso, nitriva fortissimo e
girava la testa. Poi si calmò, ma non per molto: iniziò a
correre all’impazzata e poi si lanciò in un burrone. Nel
frattempo la compagnia reale era andata a catturare
un altro cinghiale. Però il principe ed il cavallo non
morirono: vennero salvati da un braccio robotico (una
cosa mai vista all’epoca!).

Vennero trasportati all’interno di un aggeggio che
volava; sembrava quasi piatta e aveva tanti “cosi” che
sbrilluccicavano. Questa era la descrizione del principe,
dato che non era mai stato su una navicella spaziale! Ai
due venne fatto un controllo di sicurezza; finito il
controllo, il cavallo venne messo in una gabbia, mentre
il re venne fatto sedere su una sedia. Quella sedia non
era come quelle a palazzo, di legno, tutte scomode, ma
era fatta di un materiale che si adattava alla forma del
corpo e faceva il massaggio. Il re se ne innamorò.

Dopo circa dieci minuti arrivò un signore, o
meglio, signore tuttofare pieno di viti ovunque! Quel
signore gli chiese con voce robotica: “Buongiorno,
desidera qualcosa?” e il re rispose: “Gradirei un tè,
grazie”. Ma il re non sapeva come facevano il tè e il

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signore con voce robotica disse: “Tè sotto forma di
iniezione in arrivo, signore”. Il re si spaventò già alle
parole “sotto forma” ma appena sentì quella parola,
iniezione, si spaventò a morte: lui aveva paura delle
punture! Quando vedeva un ago, anche per cucire,
scappava subito! Quindi appena quel signore con voce
robotica tornò, iniziò a scappare. Ma appena si alzò
tutte le porte si chiusero a chiave. Allora il re disse al
signore pieno di viti e con voce robotica: “Perché vuoi
darmi del tè fatto in quella maniera?!”. L’altro rispose:
“Perché io vengo dal futuro e lì il tè si beve così”. Il re
si chiese da che anno venisse e il signore pieno di viti e
con voce robotica rispose circa dal 2147.

Infine il re si chiese perché non lo lasciassero
libero. Il signore pieno di viti e con voce robotica gli
rispose che gli serviva un favore: “Se vuoi ti liberiamo,
ma ad una condizione: noi nel futuro siamo una
popolazione ridotta alla schiavitù; un nostro antico re
doveva scegliere una regina ma era indeciso tra due
donne: una ricca e benestante mentre un’altra povera
e senza una vera casa. Lui ovviamente scelse quella
ricca, ma non fece una grande scelta. La regina scelta
diede al re un muffin stregato per poterlo comandare a
bacchetta e creare un impero come voleva lei!
Dovresti aiutarmi ad impedirlo!”.

Dopo questa lunga storia il re gli chiese soltanto
una cosa: “Come si chiamava questo re?” e il robot
rispose: “Credo… A… Sì… Ecco… Si chiamava Giorgio
IV”. Il re rimase sbalordito. Era lui Giorgio IV! Allora
deciso gli disse: “In realtà… Sono io Giorgio IV e

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stasera il mio maggiordomo ha pianificato un incontro
con tutte le donne del regno così troverò una regina…”.

Il robot non credette alle sue orecchie: “Cosa?!
Tu sei Giorgio IV?!”. Al re venne in mente un piano: “E
se mi aiutasse a decidere un cavallo?”.

Il robot si chiese in che senso ma lo fece
continuare. “Voi avrete di sicuro un qualche aggeggio
che trasformi un cavallo in uomo, o meglio,
maggiordomo! Trasformiamo il mio cavallo in
maggiordomo così lo sostituiamo con quello vero e lui
mi aiuterà a scegliere quale donna sposare. Se ho
scelto quella sbagliata nel passato lo farò anche nel
presente. Non ti sembra una buona idea?”. Il robot
annuì. Mentre loro parlavano la compagnia reale si
chiese dove fosse finito il re. Allora lo cercarono.

Il robot portò Giorgio IV e il nuovo maggiordomo
al palazzo reale. Lì, sostituirono il maggiordomo con il
cavallo. Iniziò la selezione. Passarono donne di tutti i
tipi: ricche e povere, bionde e castane, alte e basse,
magre e cicciottelle, ma alla fine il maggiordomo
consigliò (o meglio disse) al re di scegliere la candidata
#6487 e la candidata #3652.

Il maggiordomo, tra le due, consiglio la #3652,
che era quella povera. Ma qualcosa andò storto: il
principe si innamorò della donna sbagliata. Era così
bella e affascinante, nessuno poteva resistere.

Il maggiordomo corse subito dal robot a dirgli ciò
che era accaduto. Il robot pensò ad un altro piano: “Mi
è venuto in mente che forse possiamo rubare il muffin
alla regina (o meglio strega); ne facciamo una copia in
modo da averne due; uno lo darai tu alla regina e le

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comanderai di abbandonare il re e di andare in un
paese lontano, mentre l’altro lo darai al re e gli
ordinerai di sposarsi con la #3652. Farai firmare infine
un trattato che certificherà che se egli lascerà la regina
sarà deposto e ucciso. Così romperai l’incantesimo.
Giusto o no?”.

Il maggiordomo non fece altro che continuare a
dire di sì: come poteva venirgli in mente un piano
come questo in tre secondi?

Il maggiordomo corse a palazzo e rubò il muffin
dalla borsa della regina. Poi lo riportò alla navicella
dove il robot lo duplicò. Ritornò a palazzo e, cenato,
disse: “Per i nuovi sposi ho cucinato un pensierino: vi
ho portato dei muffin!”. Ma la regina intervenne subito:
“Amore, non ti riempire troppo perché per dopo ho
portato anch’io una sorpresa per te!”. I due
mangiarono i muffin. Il maggiordomo ordinò alla regina
di andare in un’altra stanza. Lui la seguì. Le disse di
abbandonare immediatamente il re e di scappare verso
un regno lontano. Poi chiamò il re e gli disse: “Vai a
chiamare la #3652 e digli che la vuoi sposare, poi
portala qui”. Il re eseguì gli ordini. Nel poco tempo che
avanzava, il maggiordomo organizzò il matrimonio
spargendone la voce.

Una volta in chiesa, il maggiordomo portò al re e
alla regina un trattato da firmare che diceva
esplicitamente:

“Chiunque cerchi di spezzare

il matrimonio tra re Giorgio IV
e regina Lady Julia Del Borgo,

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verrà ucciso”.

Entrambi lo firmarono e si sposarono. Il giorno
dopo il maggiordomo accompagnò il re in una stanza e
spezzò l’incantesimo. Il re si chiese subito chi fosse
quella donna orrenda e dov’era la sua regina. Ma il
maggiordomo fece subito vedere il trattato al re e lui
preferì rimanere in vita con quella donna, che poi in
fondo non era così male. Si recò dal robot e si fece
ritrasformare in cavallo.

Alla fine il re e la regina misero su una famiglia
molto grande con quattordici figli, tredici maschi ed
una femmina, chiamati, per ordine di grandezza,
Giorgio V, Alberto II, Luigi I, Giovanni XII, Vittorio III,
Antonio XIV, Cesare II, Giulio III, Emanuele IV, Giorgio
VI, Paolo III, Massimo IV, Filippo I e Giovanna Julia I.

Nel frattempo la vita nel futuro era migliorata!
Quello non era più un regno ma era una Repubblica
Parlamentare, chiamata (in onore del suo vecchio re)
Stato Di Giorgio IV. Quindi non c’era il re ma la
democrazia!

E vissero tutti felici e contenti, sia nel passato
che nel futuro!

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VII
IL CARRO

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43

IL CARRO

di Anibal Adriano Succla Quispe

ll re sta lasciando la sua città su un carro che ha
la base con due leoni simbolo di forza e sopra la testa
ha un telo pieno di stelle che sembra il cielo; ha
un’armatura e ha in testa la corona e in mano lo
scettro del potere. Egli sta lasciando la città per
combattere un drago perché aveva paura che
distruggesse la sua città.

L'esercito del re è pronto per la battaglia. Il re e
l'esercito pensano a un piano in modo da tenere il
drago lontano. Preparano tante catapulte e tante
pietre, si armano di frecce e si sistemano su una
piccola montagna vicino alla città.

Riescono a colpire il drago che cade ferito.
Spaventati si avvicinano ma hanno tanta paura. Arriva
un mago che fa un incantesimo e fa addormentare il
drago.

L'esercito a questo punto lega il drago e Io fa
prigioniero. Però hanno paura che si svegli e con tanti
carri lo trascinano in una caverna lontana e la chiudono
con tante pietre.

Il re e l'esercito sono contenti di averlo catturato
e fanno una festa prima di tornare in città. Ma il mago
gli dice di stare attenti perché dopo 100 giorni il drago
si sarebbe svegliato.

Allora pensano a un piano per farsi amico il drago
al suo risveglio.

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VIII
LA GIUSTIZIA

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46

LA GIUSTIZIA

di Mattia Gallotti

C'era un'imperatrice che si chiamava Clara; Era
una sovrana intelligente ma sempre triste e scontenta,
infatti voleva conquistare sempre nuovi territori, ma ciò
non la rendeva mai felice. Passava quasi tutto il suo
tempo da sola, non era sposata e non aveva amici.

La sua famiglia era nobile e, da quando era
piccola, i suoi genitori non le avevano permesso di
giocare con gli altri bambini e nemmeno di frequentarli.
I suoi genitori non volevano che lei, figlia nobile
com'era, passasse del tempo con altri ragazzi che
consideravano "meno ricchi" e "meno virtuosi".

Il risultato fu che Clara doveva restare chiusa nel
suo castello, non poteva andare a scuola come gli altri,
ma venivano degli insegnanti presso la sua dimora.
Insomma, una vera noia!! Si capisce quindi la
motivazione per la quale non aveva mai avuto degli
amici.

Un giorno si alzò presto perché si doveva con il
suo popolo per una tremenda battaglia tra i due imperi
più forti. Si vestì, impugnò la spada, si mise l'elmo e
scese a parlare con il comandante dell'esercito per
vedere se erano pronti per marciare verso il campo di
battaglia; dopo poco tempo s'incamminarono verso il
terreno dove si sarebbe svolta la battaglia. Dopo un
lungo e faticoso viaggio arrivarono sfiniti alla meta e si
accamparono poco lontano dalla distesa.

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Mangiarono e bevvero in abbondanza e andarono
a riposarsi, dato che il giorno dopo avrebbero vissuto
una giornata intensa e sfiancante.

La mattina si svegliarono e si sentirono dei suoni
di tromba che indicavano l'inizio della guerra. Già dopo
poco tempo la battaglia sembrava volgere a favore
dell'esercito di Clara.

Ad un certo punto Clara e Ugo, il capo
dell'esercito nemico, si ritrovarono faccia a faccia:
Clara sembrò avere la meglio e disarmò ma accade
che, nel tanto che gli cadeva l'elmo, Clara se ne
innamorò e dichiarò una pace duratura.

Al momento della partenza dei due eserciti, Ugo,
innamoratosi di Clara, le chiede di sposarlo. Clara
accetta emozionata. Dopo il matrimonio i due regni si
unirono e Clara si sistemò nel palazzo reale di Ugo.

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IX
L’EREMITA

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