XIX
IL SOLE
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IL SOLE
di Fabio Innamorati
Era una bellissima giornata e il Sole come
sempre aveva preso il suo posto, come un soldato
sull’attenti pronto ad ammirare le meraviglie del
mondo.
All’improvviso disse: “Ora basta! Mi sono stufato.
Tutti vanno in ferie e io non ho mai un giorno libero di
riposo. Voglio andare in vacanza”. Appena se ne andò,
calò l’oscurità.
Tutti andarono nel panico ed ebbero paura tranne
la luna che cercò di fare un po’ di luce anche con l’aiuto
delle stelle. Ma cosa succede? Il Sole dov’è?
Affacciandosi alla finestra si poteva vedere in cielo un
cartello enorme con scritto:
“Sono stufo di non fare ferie! Basta sciopero!”, firmato il
Sole.
Fu un caos: nessuno si svegliava per andare al
lavoro o a scuola, il gallo non cantava, i fiori non si
aprivano e incominciò a fare freddino… Tutta la terrà si
riunì per cercare di convincere il sole a tornare ma era
irremovibile.
Ad un tratto un tartarughina uscì dalla sabbia,
attirò l’attenzione del Sole e disse: “Le mie sorelle e i
miei fratelli sono soli nelle uova sotto la sabbia e non
potranno mai nascere senza il tuo calore. Noi
tartarughine abbiamo bisogno di te, tutte le creature
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hanno bisogno di te, perché altrimenti noi tutti non
esisteremmo”.
Il Sole sentendo queste parole si commosse e
decise di terminare lo sciopero e di tornare a sorridere,
riscaldando e illuminando la terra.
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XX
IL GIUDIZIO
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IL GIUDIZIO
di Lucia Brambilla
Non si sa dove. Non si sa l'ora. Non si sa quando.
Non si sa neanche se sia vero, se sia successo
realmente. Molti dicono di no, molti dicono che è una
leggenda, molti altri ancora non ne sono neanche a
conoscenza.
Ma io sì. E sono sicura (anzi lo so) che è tutto
vero. Per far sì che tutti sappiano di che cosa sto
parlando ho deciso di scriverlo qui. Forse non lo
leggerà mai nessuno, forse invece lo leggeranno in
tanti, non lo posso sapere io. Neanche io mi ricordo
dove o quando.
Gli abitanti di un villaggio abbastanza strano e,
per quanto ne so, abbastanza sperduto, erano strani
perché avevano delle usanze particolari tra cui quella di
chiedere: “Come sto?” al posto di “Come stai?”.
Questa usanza in particolare c'entra con questa
storia, i cui i protagonisti sono: il giudizio come lo
conosciamo tutti e il Giudizio inteso come loro Dio. Un
dio esattamente come lo intendiamo noi. (Come dei
avevano degli elementi strani).
Più che una credenza era una paura suscitata dal
giudizio come lo conosciamo tutti, semplicemente
perché in quel posto l'aspetto contava molto: secondo
la loro tradizione se non piacevano agli dei, non
andavano in paradiso.
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E proprio in paradiso si trovava il dio del giudizio:
Giudizio.
Un giorno accadde che il dio Giudizio essendo
bambino (o almeno così mi ricordo e così lo
raffigurano, forse perché si pensa che i bambini
giudichino di più perché non pensano di ferire e perché
hanno meno esperienza e sono meno saggi, ma io non
ci credo), decise di giocare con le persone perché,
secondo i suoi gusti, non si giudicavano abbastanza.
Così fece in modo che si insultassero e che si
giudicassero a vicenda, creando odio tra tutti anche tra
amici e parenti. Ormai tutti erano solo amici di se
stessi. Nessuno parlava più con nessuno e nessuno si
voleva più bene. La cosa andò avanti giorni e giorni,
ovviamente senza il consenso di alcuni dei e dee tra cui
le dee Gioia, Pace e gli dei Apprezzamento e Affetto ma
soprattutto il dio Rispetto che però non potevano fare
niente pur essendo adulti o comunque più grandi di
Giudizio perché erano tutti sullo stesso gradino di
importanza e dovevano mantenere rispetto per lui e
per le sue scelte e azioni.
Però le persone che morivano non piacevano a
Giudizio e andarono tutti all'inferno per un paio d'anni.
Finché un giorno Giudizio decise, per pietà degli altri
dei, che le persone che si giudicavano di più, potevano
andare in paradiso. Quelle persone diventarono
sempre di più e finì che tutte le persone andarono in
paradiso e forse un paio in purgatorio.
Gli dei si ribellarono, ma non servì a niente.
Giudizio era spietato, nulla lo fermava. Un giorno si
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mise in testa di dover eliminare tutte le parole che non
fossero insulti e le persone per un po' di tempo si
parlarono solo così, a insulti.
Giudizio iniziò ad accorgersi che le persone ormai
non avevano il senso di insulto perché tutto era un
insulto, anche i complimenti: era tutto normale
nessuno si arrabbiava per una frase per loro “normale
e tranquilla” che per noi sarebbe veramente una frase
“orribile”.
Giudizio dovette dare ragione agli altri dei, che
però non gli diedero pace e lo mandarono all' inferno; il
primo dio all' inferno di tutta la storia. Era una cosa
assurda che gli altri dei lo avessero fatto, anche perché
non erano superiori a lui, ma avevano dovuto subire
come preghiere insulti.
Per quanto il piccolo ma importante dio li
supplicasse, non riuscì a convincere gli dei, che non
vollero accettare le scuse e lo lasciarono all'inferno.
All'inferno Giudizio dovette, come pena scelta
dagli dei, METTERE ENTRAMBE LE MANI IN UNA
ENORME BROCCA PIENA D'ACQUA BOLLENTE.
Lui fu costretto a farlo e per circa due mesi e mezzo
visse con le mani completamente bruciate, provando
dolore ogni volta che le muoveva o che toccava
qualcosa.
Quando le mani tornarono a posto lui continuò a
vivere all'inferno, demoralizzato dal fatto di essere il
primo dio lì e che lo avessero lasciato completamente
da solo, isolato dagli altri abitanti dell'inferno se non il
diavolo.
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Gli dei ancora arrabbiati dopo tanto tempo che
Giudizio li pregava decisero di non farlo stare più in
quel brutto inferno, ma decisero di “conservarlo”
“incastonato” nel disegno di una grande e brutta
vetrata. Lo misero lì con in mano una scatola e una
specie di flauto/corno.
La scatola che aveva in mano conteneva delle
mani bruciate che rappresentano le sue vecchie mani,
quelle rovinate. Il corno invece simboleggiava il fatto
che Giudizio aspirava tutto il giudizio che rimane sul
pianeta.
Quella vetrata divenne bellissima con il dio sopra
e gli altri dei riuscirono a perdonarlo ma lo lasciarono lì
nella vetrata per bellezza e per paura che facesse come
prima anche se ormai era “cresciuto” di età ma non di
aspetto perché gli dei non cambiano mai aspetto.
La gente, guardandolo mentre passava davanti
alla vetrata, si ricordò di lui e ogni tanto si misero a
giudicare come faceva lui; alcuni però giudicarono
proprio lui per ricordarsi cos'era il giudizio.
La maggior parte delle persone invece ricordava
il giudizio e basta senza giudicare per non rivivere
quello che avevano già vissuto, o almeno ci provavano
perché in realtà capita che anche quando non vuoi
giudicare delle persone la prendono come un giudizio,
anche alcune cose di cui non ci si rende conto possono
essere giudizi.
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XXII
IL MATTO
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IL MATTO
di Vincenzo Placido
All’epoca dei Carolingi, ai tempi di Carlo Magno,
viveva un personaggio strano che girava di villaggio in
villaggio, lo chiamavano il matto.
Il matto era davvero strambo infatti si vestiva
con abbigliamenti lunghi di vario colore, ma sporchi, le
scarpe che indossava erano sempre bucate.
Quando viaggiava raccoglieva in un barattolo
tutti i grilli e i ranocchi che trovava per strada. Mentre
camminava metteva nel suo sacco dei rifiuti e gli
avanzi di formaggio, carne e pesce.
Quando il matto arrivava nei villaggi, i cani e i
gatti randagi gli saltavano addosso attratti dagli
avanzi; il matto, pensando che ce l’avevano con lui, si
metteva a girare intorno al pozzo principale del
villaggio gridando: “AIUTOOO” e tutti vedendolo
inseguito da molti cani e gatti cominciavano a deriderlo
e a prenderlo in giro.
Quando, impaurito, per correre più in fretta si
liberò del sacco buttandolo per terra, la sua corsa
sfrenata poté cessare perché gli animali non si
preoccupavano più di lui, ma degli avanzi del sacco.
La scena si ripeteva in ogni villaggio perché il
matto non capiva e continuava a raccogliere i rifiuti e
gli animali ad inseguirlo.
Quando alcuni abitanti lo accoglievano
pietosamente, si comportava in maniera ancora più
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strana: con la polenta prima si faceva una maschera
sul viso dicendo che così si riscaldava poi l’arrotolava e
se la mangiava ricca del suo sudore e dei piccoli insetti
che si attaccavano sulla polenta stessa. Quando poi
arrivava alla frutta, se erano ciliegie, se li metteva
sull’orecchio come orecchini che teneva per tutto il
giorno, se erano mele o pere invece buttava il frutto e
mangiava la buccia.
Durante la veglia, il matto raccontava storie
strampalate; diceva che nella battaglia di Poitiers,
aveva ucciso dieci Mori, armati fino ai denti, mentre lui
aveva solo una spada di legno; raccontava poi che era
stato sulla luna.
Quando poi arrivava l’ora di dormire, il matto
rifiutava il giaciglio che gli avevano offerto e se ne
andava a dormire all’aperto sull’uscio di casa.
Il giorno della partenza, prima di mettersi in
cammino, si metteva di nuovo a correre intorno al
pozzo del villaggio gridando: “LIBEROO, LIBEROO,
LIBEROO”.
Questa volta i cani e i gatti non lo inseguivano
più abbaiando e miagolando, ma si facevano sentire
grilli e rospi, frinendo e gracidando nel barattolo.
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DECRETO 28 agosto 2018, n. 129 Regolamento recante
istruzioni generali sulla gestione amministrativo-
contabile delle istituzioni scolastiche, ai sensi
dell’articolo 1, comma 143, della legge 13 luglio 2015,
n. 107.
Dall’art. 37:
1. Il diritto d’autore sulle opere dell’ingegno di carattere
creativo prodotte nello svolgimento delle attività scolastiche,
curricolari e non curricolari , rientranti nelle finalità
formative istituzionali spetta all’istituzione scolastica, che lo
esercita secondo quanto stabilito dalla normativa vigente in
materia.
2. È sempre riconosciuto agli autori il diritto morale alla
paternità dell’opera, nei limiti previsti dalla normativa di
settore vigente.
(…)
Lavoro a cura della classe 1^D della scuola media
“Teresa Confalonieri” di Monza – Anno scolastico
2019/20. Gli autori e le autrici di testi e immagini sono
citati nei rispettivi capitoli.
Professori supervisori: William Pioltelli (testi) e Linda
De Giuseppe (immagini). Pro manuscripto.
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