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Published by radiaz66, 2016-03-05 04:49:16

libro

libro

Graziella Maschio

EGLI CONTA
IL NUMERO DELLE STELLE
E CHIAMA CIASCUNA PER NOME

(Sal 147, 4)
Meditazioni Teologiche

Argalìa Editore

Le riflessioni contenute in questo volume sono scaturite dal
bisogno dell’autrice di chiarire a se stessa tematiche particolar-
mente complesse, dal suo desiderio di raccordare la vita di fede
alle conoscenze acquisite in altri campi di studio e dalla necessi-
tà di cercare risposte soddisfacenti alle domande e alle osserva-
zioni poste dalle persone che frequentano i gruppi di catechesi.

L’autrice ringrazia vivamente quanti l’hanno aiutata nel la-
voro: sacerdoti e laici; ad essi e ai vari partecipanti agli incontri
di catechesi, ai tanti bambini a cui ha parlato di Dio, dedica
questo libro.

ISBN 978-88-89731-15-4
I disegni contenuti nel testo sono di Graziella Maschio.
Copyright © 2008 Edizioni Argalìa Editore, Urbino.
Diritti di traduzione, riproduzione e adattamento totale o parziale e con
qualsiasi mezzo, riservati per tutti i paesi.

Indice

Premessa p. 7

Una realtà più grande di noi 9
15
Tempo umano e tempo divino 19
In Dio alcuni concetti contrari si compongono 21
Come lucertoline nel bosco 25
Smarriti nel bosco
Labili tracce-indelebili tracce. Un gigantesco si- 27

stema 33
Alla mensa di Dio si concretizzano i vincoli fa- 35
39
miliari
Dio è libero? 41
Storia della Croce 45
Visione d’insieme e visione settoriale; due simili- 49
51
tudini 55
Come le onde
Come bolle di sapone 59
Alla scoperta dell’altro. Amore come relazione
L’Eden, in germe, è fra noi 63
Concetto di nulla; creazione; evoluzione mate-

riale e spirituale. Il lungo viaggio dell’uomo
«Allora il Signore Dio plasmò l’uomo con polvere

del suolo e soffiò nelle sue narici un alito di vita»

6 Egli conta il numero delle stelle e chiama ciascuna per nome

Il viaggio di Dio nella storia. La grande quercia 67
I Sacramenti. Missionarietà 69
I non battezzati sono figli di Dio? 73
Linguaggio efficace e pluripotente 77
L’essere e il nulla. La seconda morte 81
Amore-creazione. Odio-distruzione 85
Il peccato 87
Dalla legge del più forte al libero dono 89
Quando il peccato 93
In espiazione dei nostri peccati 99
Dalla morte è tratta la vita. Creare attraverso il
105
limite 109
Il grande Fiat della Genesi
Il peccato originale come mistificazione del pro- 111
117
prio status 123
Morte fisica e morte totale 127
Gli angeli
Piena di Grazia. Immacolata Concezione 131

Bibliografia

Premessa

Ho voluto raccogliere questi pensieri che da anni
sono venuta meditando per chiarirli meglio a me
stessa organizzandoli e per condividerli con altri se
sono corretti ed utili.

Li affido a Maria perché li deponga ai piedi della
Croce. Lì restino se possono creare confusione ed er-
rore o da lì germoglino se in essi vi è qualche luce che
può essere di aiuto ad altri.

Ho posto domande, ho cercato risposte. Ogni ri-
sposta ha generato nuove domande ed ho toccato con
mano ciò che afferma Isaia (55, 8-9):

Perché i miei pensieri non sono i vostri pensieri,
le vostre vie non sono le mie vie – oracolo del Si-
gnore.
Quanto il cielo sovrasta la terra,
tanto le mie vie sovrastano le vostre vie,
i miei pensieri sovrastano i vostri pensieri.

e il Sal 139, 17-18:

Quanto profondi per me i tuoi pensieri
quanto grande il loro numero, o Dio,

8 Egli conta il numero delle stelle e chiama ciascuna per nome

se li conto sono più della sabbia,
se li credo finiti, con te sono ancora.

Molte volte mi è stato difficile trovare le parole
adatte per spiegare, a rigor di logica, quanto intuivo;
così mi sono avvalsa spesso di paragoni, immagini e
metafore che spero riescano a trasmettere con suffi-
ciente chiarezza quanto volevo dire.

Il meditare mi ha portato a sentire con certezza
che la vita, grande e misteriosa com’è, è anche cosa
molto buona.

Gesù è il Signore, sia benedetto nei secoli.

Graziella Maschio

Una realtà più grande di noi

Nei Vangeli Gesù, nel suo agire e nel suo parlare,
rivela l’esperienza di una realtà che travalica di tanto
la nostra possibilità di comprensione. Essa resterebbe
preclusa a noi, limitati e condizionati dalla carne, se
Egli non ce la comunicasse, utilizzando per quanto è
possibile concetti e categorie umane.

Mi sono chiesta:
– Ci sono due realtà distinte, una spirituale in
cui Dio è presente e sperimentabile in qualche modo
da chi è spirito, e una materiale preclusa all’esperien-
za diretta di Dio?
– C’è un diaframma che separa queste due even-
tuali realtà?
– Che cosa è poi lo spirito e cosa la materia?

Per qualche tempo sono stata propensa a credere
che esistano due mondi separati che in qualche modo
mi rappresentavo così: vi è una creatura marina, sim-
boleggiante l’uomo vivente, che abita sempre sotto il
pelo dell’acqua dove non può avere esperienza di
quanto avviene in superficie. Ad un certo momento
le capita di emergere (uomo non vivente) e di non
fare più parte dell’ambiente subacqueo, improvvisa-

10 Egli conta il numero delle stelle e chiama ciascuna per nome

mente si trova ad affrontare una situazione del tutto
nuova. Ma poi ho pensato: mentre era immersa (cioè
vivente) avrebbe potuto cogliere indizi, per esempio
avrebbe potuto intravvedere i riflessi di luce, le ombre
dei gabbiani che sorvolano le onde, l’alternarsi del
giorno e della notte e sospettare l’esistenza di una
realtà più grande di quel suo mondo sommerso. Non
si sarebbe trattato di due realtà separate, ma di una si-
tuazione molto più complessa di quanto in quella sua
prima condizione era in grado di sperimentare.

In effetti anche nella nostra vita, a tratti, trapela-
no tracce di una realtà che ci trascende; per esempio i
miracoli, le grandi opere artistiche che ci aprono a di-
mensioni nuove dello spirito, i gesti disinteressati di
bontà e di altruismo. In fondo, anche la sola parte
materiale del creato, in molti casi supera le nostre ca-
pacità di conoscenza.

Abbiamo esperienze limitate, condizionate dallo
spazio: se sono qui, non posso essere lì, e dal tempo:
se vivo nell’anno 2006 d.C. non posso essere nell’an-
no 450 a.C.; limitate anche dalle nostre capacità sen-
soriali. Secondo Aristotele abbiamo cinque sensi, altri
oggi ritengono che siano molti di più, qualcuno pro-
pende per quarantaquattro 1, il numero preciso co-
munque non conta per ciò che voglio dire.

E` attraverso questi sensi che percepiamo una real-
tà materiale limitata e settoriale organizzata secondo
determinati schemi.

1 Amelia Beltramini, I ×5 44 Sensi, Focus Gruner + Jahr,

Mondadori Spa, n. 167, p. 30, sett. 2006.

Una realtà più grande di noi 11

Non so bene come dire, ma i cinque sensi (mi at-
tengo al numero classico per non complicare) sono
strutturati secondo le leggi fisiche che governano la
materia e filtrano la realtà attraverso questa organiz-
zazione.

Possiamo utilizzare dei supporti per allargare il
nostro campo esperienziale (macchine, dispositivi,
ecc.) ma tutti funzionano sulla base di tali leggi,
perciò la mappa della realtà che ne deriviamo è, in
un certo modo, obbligata.

Ripeto: già per quel che riguarda la conoscenza
del mondo materiale ci troviamo limitati da tutte
le parti.

Gli animali hanno una sensorialità diversa dalla
nostra.

Ho letto che gli uccelli percepiscono un mon-
do molto più colorato di quanto noi possiamo spe-
rimentare perché i loro occhi possiedono quattro
tipi di coni invece di tre come i primati e l’uomo.
Sono perciò in grado di vedere anche i colori di
una regione dello spettro a noi preclusa: l’ultravio-
letto (UV) vicino.

Molti rettili, le api e le formiche, hanno, come
gli uccelli, questa possibilità 2; al contrario il cane e
il gatto, che hanno solo due tipi di coni discrimi-
nano pochi colori: il gatto tre: verde, blu e giallo 3,

2 Timothy Goldsmith, Come vedono gli uccelli, Le Scienze,
Le Scienze Spa, n. 460, p. 76, dicembre 2006.

3 Nicoletta Magno, Il linguaggio del Gatto – Conoscerlo,
capirlo, interpretarlo, De Vecchi editore, p. 28, 2002.

12 Egli conta il numero delle stelle e chiama ciascuna per nome

il cane forse vede addirittura il mondo in bianco e
nero 4. In compenso entrambi, a differenza dell’uo-
mo, sono in grado di udire gli ultrasuoni (uomo
massimo 20 KHz, gatto 65 KHz 5, cane 35 KHz) 6.

Si è scoperto anche che i serpenti possono cat-
turare le prede rintracciando le tracce caloriche che
queste lasciano al loro passaggio.

Non so se tali informazioni siano tutte esatte,
ma basta pensare alla percezione del mondo di un
rapace, di un lombrico o di un uomo per capire
che anche la parte del creato di cui abbiamo espe-
rienza viene selezionata e letta in modo diverso.

Così mi sono detta: e se questo nostro corpo
invece di aprirci a tutta la realtà ce ne filtrasse at-
traverso i sensi solo un frammento, precludendoci
quella che non risponde alle leggi fisiche che ci
governano?

Mi voglio spiegare meglio.
Immaginiamo una persona che cerca di esplo-
rare il suo ambiente chiusa in un cilindro con cin-
que piccoli fori: i sensi. Avrebbe una visione molto
parziale del tutto.
Posso pensare anche ad un televisore capace di
ricevere solo cinque canali mentre ci sarebbe la

4 Encyclopedia Americana, by Americana Corporation, vol. 9,
p. 234, 1975.

5 Bruce Fogle, Il Gatto, razze, comportamenti, salute, Fabbri
ed., 2002.

6 Encyclopedia Americana, by Americana Corporation, vol. 9,
p. 234, 1975.

Una realtà più grande di noi 13

possibilità di captarne tanti di più se l’apparecchio
fosse più sofisticato.

Questo discorso per spiegare che sono propensa
a credere che finché viviamo la vita terrena, non
siamo in una realtà separata rispetto a quella di
Dio, ma che siamo piuttosto abilitati a recepire
solo una parte infinitesima di tutto l’esistente.

A questo punto potrei forse tentare una rispo-
sta alla domanda: «Che cosa è lo spirito e che cosa
è la materia?» dicendo che si potrebbe ritenere ap-
partenente al mondo spirituale tutta quella parte di
realtà (anima compresa) che non è percepibile at-
traverso i nostri sensi o captabile con dispositivi
che funzionano in base a leggi fisiche da noi co-
noscibili.



Tempo umano e tempo divino

Mi sono accorta che se voglio spingere un po’ più
in là il mio sguardo sulla realtà di cui facciamo parte
devo considerare in parallelo due punti di vista:

– la prospettiva parcellare umana,
– la prospettiva totalizzante, infinita di Dio.
Questa doppia visuale va, secondo me, tenuta
sempre presente anche quando si legge un testo sacro.
Non solo riferendosi al tempo, ma anche per esem-
pio, al dominio della moltiplicità delle variabili e del-
le cause quando si esamina un fatto.
Così, se considero il tempo da un punto di vista
umano, lo posso raffigurare con una freccia che parte
da un punto per arrivare ad una meta.
Posso così rappresentare l’evolversi dell’umanità
o della vita di ogni singola creatura o di un fatto
qualunque.
C’è un passato, un presente, un futuro.
Però le cose si complicano subito quando cerco
di definire meglio questi tre momenti.
La cosa più semplice sembra sia chiarire cosa è il
presente per l’uomo. A prima vista lo si direbbe il
momento più concreto, in quanto il passato è ciò che
è stato e apparentemente non è più, e futuro, ciò che

16 Egli conta il numero delle stelle e chiama ciascuna per nome

ancora deve essere e quindi apparentemente ancora
non è.

Ma cosa posso considerare presente?, perché
questa parola ha in sé una dimensione molto variabi-
le dipendente da un nostro comportamento mentale
cioè dipende dall’estensione dell’evento che intendia-
mo considerare. Mi spiego con degli esempi.

Posso dire: «Siamo in inverno, quindi adesso è
freddo», riferendomi alla durata dell’inverno. L’ades-
so ha un valore temporale di tre mesi.

Posso anche affermare: «Prima eravamo in quare-
sima, adesso siamo nel periodo pasquale», oppure:
«Prima ho vangato, adesso mi riposo», «Ho preso
freddo, adesso sternuto».

Il valore temporale della parola «adesso» rappre-
sentativa del presente cambia a seconda dell’evento
considerato, può contrarsi sempre più finché comin-
ciamo a dubitare dell’esistenza di un effettivo presen-
te, perché nel lasso di tempo che impieghiamo nel
dirci «ora», quell’attimo di presa di coscienza, per
quanto rapido, si sviluppa, seppure brevissimamente
in passato-presente-futuro.

Questo fatto lo si può un po’ paragonare alla ret-
ta e al punto.

Il punto non ha dimensioni, ma infiniti punti
formano una retta che ha una dimensione: la lun-
ghezza.

Il punto-presente esiste o non esiste? Non ha di-
mensione temporale, ma infiniti «presenti» formano
una retta-vita o degli eventi che hanno una estensio-
ne temporale.

Tempo umano e tempo divino 17

E se l’«adesso» comprendesse per noi un fatto
così lungo che si snoda per tutto l’esistente ci sareb-
be solo presente senza passato e senza futuro. que-
sto può essere il punto di vista di «io sono»
(Jahweh).

Ma il presente c’è o non c’è per noi?
Tutti i «presenti» che sono passati direttamente
(vita) o indirettamente (storia) sotto la nostra espe-
rienza, formano ai nostri occhi il passato. E il futuro?
Ancora non esiste o siamo noi che non siamo in gra-
do di farne esperienza? Ho il sospetto che la seconda
ipotesi sia quella valida e che ogni realtà abbia anche
una dimensione temporale, oltre alle spaziali, che noi
non riusciamo a cogliere se non in modo segmenta-
rio. Faccio un esempio:
Entriamo in una stanza completamente buia,
muniti di una piccola pila. Dirigiamo il raggio di
luce in un percorso lineare che va da sinistra a destra
prendendo coscienza dei vari oggetti appesi ad una
parete.
E` chiaro che se possedessimo una forte lampada
capace di illuminare tutto l’ambiente simultanea-
mente non diremmo: era-è-sarà, espressioni che rap-
portate alla nostra esistenza equivalgono a: ero-sono-
sarò.
In che lasso di tempo possiamo dire in maniera
pertinente: «io sono»? – io sono – questa afferma-
zione la può fare solo chi possiede una luce talmente
grande da aver presente, contemporaneamente, tutto
l’esistente, se stesso compreso.
io sono è l’affermazione di dio. Di Dio, che a

18 Egli conta il numero delle stelle e chiama ciascuna per nome

ben pensare, crea tutto l’esistente in un unico grande
attimo-giorno, che si modula, nella nostra com-
prensione, in giorni e notti, mesi, anni, millenni.

E, a questo punto, ci si trova davanti ad un abisso.
Dio è immobile e tutto l’esistente sviluppato in
passato-presente-futuro è immobile, come cristalliz-
zato in Dio o si sviluppa in «mutevolezze», in «vibra-
zioni», in «pieghe» sempre nuove?
Non penso che Dio sia statico in un eterno pre-
sente cristallizzato perché, a ben considerare, di vera-
mente e assolutamente statico, c’è la non esistenza.
Solo il nulla, non esistendo, non ha cambiamenti
nel non essere.
Dio ama, entra in rapporto nella comunione tri-
nitaria e con gli esseri che crea, quindi accanto alla
immobile, infinita permanenza nell’essere, vi è in Lui
un continuo fluire di azioni e di movimenti dettati
dall’amore. Ma il cambiamento, il movimento, il
fluire, determinano il tempo. Un tempo che per l’in-
finita grandezza e perfezione di Dio assume un valore
non lineare, di freccia, ma di cerchio infinito che tut-
to comprende e in cui tutto vibra e risuona.

In Dio alcuni concetti
contrari si compongono

A questo punto mi viene spontaneo pensare che
in Dio alcuni contrari, alcuni concetti che secondo la
nostra logica umana dovrebbero escludersi a vicenda,
si compongono.

Per quel che riguarda il tempo:
l’immobilità nella totalità e completezza dell’esse-
re e il cambiamento del fluire dei rapporti personali.
Per quel che riguarda la realtà intrinseca:
l’essere tre persone uguali e distinte (quindi plu-
ralità) nell’unicità della sostanza, nella comunione
trinitaria così profonda nell’amore, da risultare unità
assoluta e completa.
Anche l’Eucarestia è ugualmente straordinaria
per noi: un solo corpo nella totalità della sostanza,
nella molteplicità delle particole di ogni tempo.
Pure nell’umanità e direi, in tutta la creazione, il
Signore ha un po’ trasfuso queste sue caratteristiche
sconcertanti.
Ogni uomo è un singolo individuo, è una perso-
na precisa, ma è anche una arteria, o magari un capil-
lare, del grande corpo-sistema dell’umanità, tanto
che in misura diretta o indiretta è influenzato e in-
fluisce sul resto.

20 Egli conta il numero delle stelle e chiama ciascuna per nome

E Dio, attraverso la sua parola, nel Vecchio e nel
Nuovo Testamento, dimostra sempre una duplice at-
tenzione: al singolo e all’umanità nel suo complesso
e, con ogni fatto e con ogni parola, interpella tanto il
singolo quanto l’intera famiglia umana.

Tutta l’umanità è come un grande organismo in
cui circola la vita di Cristo. Se un capillare, se un’ar-
teria non permettono al sangue pompato dal Cuore
di Cristo di circolare, portano marciume e morte in-
torno a loro.

Come lucertoline nel bosco

Spesso si sente parlare di destino: «E` nato fortu-
nato, gli è toccato un destino felice», oppure «...come
sono disgraziato, capitano tutte a me, è un avverso
destino!».

Abbiamo un fato?
In un certo senso no e in un certo senso sì, penso.
Cerco di spiegarmi.
L’uomo può essere paragonato ad una lucertolina
che si sta arrampicando su un albero cresciuto nel
mezzo di un fitto bosco.
Ogni pianta della selva è abitata da un essere vi-
vente (lucertole od altro). Ogni albero rappresenta
una vita particolare con tutte le sue varie possibilità.
La lucertola-uomo che lo abita non può lasciare
l’albero o retrocedere, ma può, salendo dal tronco
scegliere il suo percorso di vita fino alla estremità di
un qualsiasi ramo. Ad ogni biforcazione piccola o
grande dovrà operare una scelta e la scelta sarà sua e
solo sua. Essa dovrà avvenire solo su quell’albero per-
ché non ci sono due vite.
Saranno scelte fondamentali o decisioni apparen-
temente ininfluenti, ma dovrà continuare il percorso
fino alla fine di un ultimo ramo.



Come lucertoline nel bosco 23

Nel cammino sfiorerà esseri che abitano le piante
vicine e il suo comportamento li influenzerà e ne sarà
influenzato.

Le scelte possono essere importanti: mi iscrivo al-
l’università o vado a lavorare appena preso un diplo-
ma di scuola secondaria?

Mi sposo con Francesco, non mi sposo o sposo
Giovanni?, o banali: bevo del latte o una birra, resto
seduta, mi alzo in piedi o mi metto in ginocchio?

A volte una scelta banale può rivelarsi decisiva.
Esco di casa, svolto a sinistra o a destra?, e a destra in-
contro Francesco. A sinistra invece... continuate voi
il gioco che a dire il vero è piuttosto complesso per-
ché anche muovere un dito o non muoverlo è una
scelta.

Allora il destino?
Penso che, per ogni creatura, il Signore abbia
preventivato un grandissimo numero, una rete, di
opzioni possibili escludendone altre.
Se vivo sul pianeta Terra non posso essere una
marziana; se sono nata l’8 marzo 1999, non posso vi-
vere nel 1712.
In un certo senso si tratta di creazione dell’essere
a quattro mani, perché Dio ci ha posti al centro di un
reticolo di possibilità. Sta poi a noi fare delle scelte fra
le possibili e quindi strutturarci in un certo modo.
Si deve anche tener conto che le nostre decisioni
influenzano degli esseri che con le loro, a loro volta ci
influenzano.
Alcune lucertoline, Dio, o per decisione di altri
che intersecano il loro percorso o per eventi determi-

24 Egli conta il numero delle stelle e chiama ciascuna per nome

nati da leggi fisiche, le pone, per ragioni sue, non alla
base di un grande albero, ma a quella di un tenue ger-
moglio ed «...è subito sera» 1 prima che ogni scelta sia
fatta.

Anche il loro breve percorso però non è inin-
fluente perché qualche traccia di sé queste creature
hanno pur lasciato in chi ha in un modo qualunque
sfiorato la loro breve esistenza. Se non altro nei geni-
tori sia che le abbiano desiderate o no.

1 Salvatore Quasimodo, Tutte le poesie, Oscar Mondado-
ri, 1970, «Ed è subito sera».

Smarriti nel bosco

In questa nostra esistenza noi siamo nella con-
dizione di persone smarrite, di notte, in un freddo
bosco.

A ciascuna è stata affidata una piccola torcia acce-
sa: la vita. Essa non scalda e non illumina molto, né
per molto.

Alcuni individui, presi dal panico, se la strappano
l’un l’altro scottandosi, per aver maggior luce. Essa, a
volte, così potenziata, dura un po’ più a lungo. In
certi casi, nella lotta, si spegne addirittura prima.

Altri la stringono tanto disperatamente da soffo-
carla.

In mezzo ad una radura del bosco freddo e nero
arde un immenso rogo che non si spegne mai. Dal
grande roveto ardente escono parole: «Avvicina-
tevi uomini, avvicinate a me il vostro lume, gettatelo
in me, diverrà calore splendente; non si consumerà
poiché io non mi consumo, io sono, perché possie-
do tutta la vita, io sono la vita ed ho il potere di il-
luminare tutto il bosco. Non abbiate paura!».

La nostra scelta di fondo è dunque tra il chiuder-
ci in noi stessi confidando nella nostra precaria scin-

26 Egli conta il numero delle stelle e chiama ciascuna per nome

tilla di vita e il fidarci del Creatore mettendo nelle sue
mani il nostro fuscello acceso, guardando a Lui per
capire come condurci.

L’esserci stata affidata qui, in questa realtà, una
scintilla di vita che si estende per un certo lasso di
tempo, ci permette di essere persone, cioè esseri liberi
capaci di esprimere la nostra opzione. Non siamo sta-
ti posti d’ufficio in una condizione di beatitudine
eterna, dobbiamo decidere noi se andare verso la
Luce o allontanarci nel buio col nostro precario ra-
metto acceso.

Per noi uomini, almeno per la nostra coscienza,
la scelta si effettua e si precisa negli anni ed è rivedibi-
le fino all’ultimo momento di vita.

Sotto la spinta delle varie opzioni personali posi-
tive o negative, pure l’umanità nel suo complesso
compie un cammino; cosicché accade all’intero insie-
me, ciò che accade ad ogni lucertolina-uomo sul suo
albero.

Strie di luce o canaloni d’ombra l’attraversano
lungo tutto il suo tempo, ma il fuoco a cui attingere
non viene e non verrà mai meno, perché al centro del
bosco arde il grande roveto ardente – dio con
noi: l’emmanuele.

Labili tracce - indelebili tracce.
Un gigantesco sistema

Da qualche tempo vado ogni settimana a visi-
tare i miei morti al Cimitero. Non penso che ab-
biano bisogno di questa mia assiduità perché li cre-
do in armonia con Dio come con noi qui sulla ter-
ra. Credo però che rechi loro gioia il fatto che li
penso sempre con amore e ritengo che anche una
semplice visita possa costituire un ponte per supe-
rare con lo spirito la barriera che apparentemente
ci separa, soprattutto se durante il percorso mi rac-
colgo in preghiera in favore di tutti: dei morti co-
nosciuti e degli sconosciuti, dei vicini e dei lonta-
ni.

Da ogni visita ricavo pace e consolazione e so
che questo è frutto della loro preghiera.

Ricavo inoltre la possibilità di relativizzare que-
sto tempo della mia vita sulla terra e tutto ciò che
vi è connesso; sono anche stimolata ad andare oltre
e più in profondità col pensiero.

Mi interessa guardare le foto sulle lapidi. Ho
come l’impressione di gettare uno sguardo di stra-
foro in altre vite.

I tanti visi, le loro espressioni, gli abbigliamenti
che definiscono le epoche e le classi sociali mi atti-

28 Egli conta il numero delle stelle e chiama ciascuna per nome

rano e penso: «...non so nulla di loro, ma il Si-
gnore li conosce dall’alfa all’omega, conosce il loro
intimo, li ama e, se hanno voluto, li ha accolti nel-
le sue braccia». E quelli che visito non sono che
un’infinitesima parte di un numero sterminato di
defunti che popolano altri cimiteri o che sono di-
spersi in terra o in mare. Di quelli che vado a tro-
vare ancora persiste qualche traccia. Nelle tombe vi
sono alcuni elementi chimici che appartennero al
loro corpo. Le lapidi riportano nomi, date e foto,
nelle case probabilmente vengono conservati degli
oggetti che appartennero loro. I più intraprendenti,
i più colti, i più creativi, forse hanno lasciato opere
materiali o letterarie o scientifiche che ancora uti-
lizziamo. Ma tutto ciò pian piano sarà sgretolato
dal tempo. Anche le opere dei geni sommi, pur
opponendo più resistenza delle altre all’annienta-
mento, saranno spazzate via.

Ineluttabilmente avverrà, anche se più a lungo
rimane nel ricordo collettivo la memoria di chi ha
raggiunto i vertici dell’arte.

Allora? Le tracce del nostro passaggio in questa
terra sono più labili della polvere dispersa dal ven-
to? Non resta più niente, qui fra noi, a distanza di
due o trecento anni se non, per chi ha avuto figli,
un corredo genetico che in qualche modo collega i
nuovi nati ai progenitori? E chi non è stato padre
o madre sparisce anche più totalmente e pian pia-
no è riassorbito dal tempo? Di lui non resta più
nulla se non pochi elementi che continuano ad ag-

Labili tracce - indelebili tracce. Un gigantesco sistema 29

gregarsi e a disgregarsi passando di vita in vita o
che restano dispersi nell’ambiente?

Le nostre sono quindi labili tracce, anzi, rap-
portate alle ere cosmiche, labilissime tracce.

Ma se guardiamo più in profondità ci accorgia-
mo che solo superficialmente le nostre tracce sono
labili, soggette a dispersione.

Torniamo col pensiero alla lucertolina-uomo
che si arrampica sul suo albero-vita scegliendo un
suo percorso. Le scelte effettuate la porteranno a
sfiorare altri piccoli abitanti degli alberi vicini.
(Supponiamo che ogni albero del bosco sia abitato
da un solo animale e che le varie piante siano mol-
to vicine le une alle altre).

Intanto bisogna tener presente che la lucertola-
uomo non si trova su quel determinato albero-vita
per caso. La sua collocazione in quel tempo e in
quello spazio dipende da scelte che sono avvenute
a monte, cioè che sono state fatte da tutta la lun-
ghissima catena dei suoi antenati.

Il suo stesso vivere ha quindi una dimensione
diacronica che dal passato si proietta nel futuro e
una sincronica.

Sincronica perché ogni comportamento rilevan-
te o irrilevante della lucertola-uomo in qualche
modo influenza quelli dei suoi vicini che a loro
volta reagiscono e influiscono su di lei. Nello stesso
tempo modificano anche il modo di vivere di ani-
mali lontani dalla lucertolina, ma non da loro.

E tutte queste creature, in una complessissima
rete di feed back, sono state influenzate e a loro

30 Egli conta il numero delle stelle e chiama ciascuna per nome

volta influiranno su bestiole-uomini futuri, sicché
tutto il bosco-terra-cosmo acquista ai nostri occhi
stupiti una pluralità di dimensioni insospettate,
dove ogni nostra azione utile o dannosa dal punto
di vista vitale, buona o cattiva da quello morale,
non resta racchiusa nel cerchio della nostra esisten-
za, ma risuona e si ripercuote nel futuro e nello
spazio così come hanno fatto le azioni di quelli che
ci hanno preceduto.

Ogni nostro comportamento ha le caratteristi-
che di un’onda che si propaga. Fin dove? Ci è im-
possibile immaginarlo.

Riflettendo su questo mi viene fatto di pensare
che l’umanità distribuita nel tempo è sì, una som-
ma di individui, ma anche un gigantesco sistema
dove ogni membro influisce sugli altri ed è a sua
volta influenzato 1. Anzi questo discorso non vale
solo per gli uomini, ma per ogni creatura vivente
del pianeta, anzi per ogni cosa esistente nel co-
smo.

Se si spegne una stella qualcosa succede che si
ripercuote su un altro fatto che ne influenzerà un
altro e così pure se muore una formica o si di-
schiude una gemma.

Allora penso: ecco le indelebili tracce e il valo-
re grande di ogni atto buono moralmente e il dan-

1 Paul Watzlawick, Janet Helmick Beavin, Don D.
Jackson, Pragmatica della comunicazione umana, Ed. Astrolabio,
1971, p. 23 Roma. Calvin S. Hall, Gardner Lindzey, Teorie
della personalità, Ed. Boringhieri, p. 303 e seguito, Torino 1982.

Labili tracce - indelebili tracce. Un gigantesco sistema 31

no di ogni atto cattivo. I loro effetti non restano
confinati in noi, ma si allargano, si allargano... fin
dove? Fa quasi paura pensarlo e queste idee mi
danno un senso di vertigine. Forse è per questo
continuo fluire di relazioni tra uomini di ogni
continente e di ogni tempo che Dio, che può do-
minarle tutte, si interessa continuamente ad ogni
singolo individuo, a tutta l’umanità e a tutto il
creato.

E` , insomma, il buon padre di famiglia che ha a
cuore la vita di ogni suo figlio e l’andamento di
tutta la famiglia nel complesso. Egli vuole coinvol-
gere ogni suo membro nell’aiuto reciproco in
modo tale che tutto l’insieme non abbia solo la sua
impronta, ma sia frutto di uno sforzo comune. Mi
vien fatto di pensare inoltre: la lucertolina-Gesù
posta sul suo albero della vita in mezzo al giardino
della storia quante e quali indelebili tracce ha la-
sciato e lascia? Fin dove, nel tempo e nello speazio
si propagano le onde del suo parlare e del suo
agire?

Da quell’albero il sangue fluisce nelle vene del-
l’umanità che può vivere la sua pienezza man
mano che Adamo si sveglia dal suo sonno di terra
e afferra la mano protesa del suo Signore.



Alla mensa di Dio
si concretizzano

i vincoli familiari

Come un padre seduto a tavola assieme alla sua
numerosa famiglia passa il pane al figlio che gli siede
accanto e dice: «Porgilo a tuo fratello», così fa Dio
con noi.

Nel gesto del fratello che allunga il pane al vicino
sorridendo, scorre e si concretizza la fratellanza. In
questo condividere attraverso piccoli gesti quotidiani
si attualizza un legame affettivo che si fa carne, che
non resta virtuale. Ecco perché Dio sceglie e vuole la
nostra collaborazione, perché non si rivela chiara-
mente e subito a tutti gli uomini di tutti i tempi.

Gesù nel passare con la forza dello Spirito Santo,
il Pane Eucaristico e la Parola ai suoi immediati vici-
ni: i Dodici Apostoli, ordina loro di trasmettere il de-
posito ad altri, rendendo così effettiva ed efficace, in
virtù dello Spirito Santo, la paternità del Padre verso
di noi e la sua stessa fratellanza con gli uomini.

Davvero o Signore hai compiuto meraviglie, che
tu sia benedetto nei secoli. Amen.

Si stabilisce in questo modo un rapporto di amore
e sollecitudine fra due condizioni: quella di chi ha e di
chi non ha, fra il vuoto e il pieno.

Il vuoto, una volta ricolmo, deve andare e distri-

34 Egli conta il numero delle stelle e chiama ciascuna per nome

buire fiduciosamente quanto ha ricevuto perché cer-
tamente la farina nella giara non terminerà. (Elia e la
vedova di Zerepta, I Re 17, 14).

Dio è libero?

Dio è amore, è perfezione infinita, ma è libero? E`
obbligato dalla sua stessa natura perfetta ad essere
buono? Dalla sua stessa natura costituita da abissi in-
sondabili di amore, a creare?

Credo che nelle sue scelte di bontà non sia vinco-
lato dalla sua natura, ma penso che piuttosto la perfe-
zione della sua natura, gli dia un quadro lucido e
chiaro di ogni realtà, compresa quella del suo stesso
essere, mettendolo in grado di scegliere consapevol-
mente e liberamente il meglio, il bene.

In un certo senso vi è però in lui come una im-
possibilità a peccare perché il peccato è in relazione
con la mancanza di essere; per così dire è reso possibi-
le da una vita parziale e limitata.

Gesù sulla croce dice: «Padre perdona loro perché
non sanno quello che fanno», e porta al Padre come
spiegazione e come giustificazione per noi quel «non
sanno» (Lc 23, 34).

E` la vita parziale che possediamo e, di conseguen-
za, la visione e l’esperienza parziale della realtà che ci
inducono ad ingannarci su ciò che è veramente bene.
E siamo responsabili non per ciò che non vediamo,

36 Egli conta il numero delle stelle e chiama ciascuna per nome

ma per quel tanto che vediamo e di cui non vogliamo
tener conto.

(Gesù rispose loro: «Se foste ciechi, non avreste
alcun peccato; ma siccome dite: “Noi vediamo”, il
vostro peccato rimane». Gv 9, 41).

Nessuno fa scelte di male per il male in se stesso,
è solo che non vediamo con chiarezza; spesso scam-
biamo per bene ciò che ne ha solo qualche apparenza
in quanto consideriamo la provvisoria egoistica quali-
tà che ci attrae a prescindere dal tutto e dagli altri.

Penso ad una persona dalla vista incerta che cam-
mina sulla spiaggia. Ad un dato momento vede lucci-
care qualcosa sulla sabbia: «È forse un anello?». Al-
lunga di scatto una mano e lo afferra; forse è un anel-
lo, o forse è un ciottolo bagnato, o forse un vetro che
la ferisce. Dio non si sarebbe ferito perché avrebbe vi-
sto con chiarezza l’oggetto, il fatto con tutti gli ad-
dentellati possibili, con le implicazioni e le conse-
guenze, avrebbe tenuto conto di tutte le variabili, del-
le cause e degli effetti; avrebbe quindi liberamente
scelto l’anello, se anello, e ripudiato il vetro tagliente.

Allora forse conviene chiedergli spesso: «O tu,
che vedi così bene, dammi aiuto, che cos’è? Conviene
che io lo prenda?».

E Dio per darci aiuto ha fatto una cosa straordi-
naria che solo la sua infinita sapienza poteva suggerir-
gli: si è dotato di occhi umani in Gesù che nel mo-
mento della tentazione nel deserto ha coniugato la vi-
sta breve dell’uomo con la chiarezza, l’ampiezza, la
profondità della vista di dio.

In tutta la sua vita e, infine sulla croce, ha poi de-

Dio è libero? 37

finitivamente connotato nella loro essenza non con-
fondibile il male (che ha partorito la stessa croce,
frutto avvelenato della malvagità umana che ha potu-
to concepirla insieme a tanti altri strumenti di morte)
e il bene che dona la vita per dare la vita.

E` la Resurrezione di Gesù, principio e causa della
resurrezione di ogni essere vivente, che ci fa fede che
la via che Egli ci ha tracciato con le opere, con le pa-
role, con tutta la vita, è la strada giusta da seguire per
avere con Lui e in Lui, la vita in pienezza.



Storia della Croce

Se si pensa alla croce come strumento di morte,
risalendo indietro nella storia, si resta sconcertati dal-
la incoscienza, dalla vacuità, dalla malvagità umana.
Parlo della croce di Cristo, ma il discorso può valere
per qualsiasi croce.

In principio (quando? quale principio?) in fondo
alla voragine di miliardi di anni che sono occorsi al
cosmo per evolversi, già esistevano gli elementi pri-
mordiali che aggregandosi tanto più oltre nel tempo,
avrebbero prodotto su un piccolo disperso pianeta
del sistema solare i primi abbozzi di esseri vegetali
unicellulari e poi vegetali sempre più complessi in
una stupefacente catena di vita.

Ad un certo punto ci furono le piante che si pro-
pagavano per spore, poi per seme o per talea. Di spo-
ra in spora, di seme in seme, di talea in talea crebbero
alberi vari per forma, per colore, per capacità ripro-
duttiva, per bellezza.

Come ondate di un oceano immenso le foreste si
riproducevano. In quel brulicare di vita vegetale una
catena vivente, di seme in seme, di pianta in pianta
ha condotto ad un albero. Stormiva nel vento, sus-
surravano le sue foglie alla brezza della sera, i suoi

40 Egli conta il numero delle stelle e chiama ciascuna per nome

rami si piegavano forti e cedevoli nella tempesta; era
rifugio di uccelli, oasi ombrosa, era bello a vedersi,
una presenza grande e amica.

Un giorno vennero gli uomini, lo guardarono
con apprezzamento e dissero: «Questo è adatto, an-
che questo e quello», poi diedero mano alle asce e alle
seghe e ne fecero croci, e questo fu l’esito per mano
d’uomo di una lunga meravigliosa catena di vita.

Anche questo fu un aspetto del grande peccato.

Visione d’insieme
e visione settoriale;

due similitudini

La magliaia

Posso paragonare Dio ad una magliaia che ha una
certa quantità di lana da lavorare. Confeziona una
giacca, la guasta e con la stessa lana crea poi un ma-
glione che alla fine disfa per fare delle sciarpe, dei
guanti, un’altra giacca di foggia diversa.

Ogni volta distrugge il lavoro ultimato per prepa-
rarne un altro con lo stesso filato e così via.

Se si trattasse di una magliaia terrena sarebbe ab-
bastanza stravagante. Ma trattandosi di Dio, centro
di una realtà che ci supera di tanto, c’è da tener pre-
sente che in lui, «ogni capo di vestiario» disfatto per-
mane, perché in Dio vi è tutto il tempo e tutto il
reale, perciò la complessità e la successione delle
cose create sono tutte presenti in lui anche se ai nostri
occhi materiali esse sembrano annullarsi.

Noi percepiamo, nella nostra vita, un solo foto-
gramma alla volta dell’intero film, un solo segmento
dell’essere, dio crea e mantiene in esistenza,
con la sua vita e con la sua forza, l’intero
esistente.

Torniamo ad osservare la stravagante magliaia.

42 Egli conta il numero delle stelle e chiama ciascuna per nome

Ogni volta che «ferma il filo» alla fine di un capo (di
una esistenza) vi è la morte fisica di una creatura. In
effetti è il «prendere in consegna», da parte di Dio di
un’opera compiuta. compiuta a quattro mani
però perché, quando Dio lavora a maglia permette
al suo stesso lavoro di operare scelte fra varie possibi-
lità. Il modello è suscettibile di modifiche su decisio-
ni dello stesso capo di abbigliamento.

Così, per l’uomo, non al momento della nascita,
ma al momento della morte il suo essere è completo.
Ogni fotogramma della sua vita, ogni suo atto, ogni
scelta, ogni decisione, ogni reazione ai vari avveni-
menti vissuti faranno parte del suo essere.

E se alla fine, sarà un tralcio della Vite-Gesù, in
lui non vi potrà essere ombra di male fisico e spiritua-
le perché in Dio è ogni bene e vita in pienezza.

Lo scultore

Mi sembra, per quel che riguarda la creazione che
Dio-Trinità si possa paragonare anche ad un artista
che modella un grandissimo blocco di creta. Ricava
migliaia di figurine che poi guasta e con la stessa ter-
ra ne plasma altre che poi «distrugge» per ricavare
una nuova serie di personaggi.

Ma la parola «distrugge» nel caso di Dio non è
appropriata perché egli nulla «distrugge» di ciò che
crea infatti da vero artista ama svisceratamente l’ope-
ra delle sue mani. In essa mette il suo cuore e la sua
intelligenza. Allora, poiché il tempo in lui è un eterno
presente pieno di «vibrazioni, modulazioni, onde»

Visione d’insieme e visione settoriale; due similitudini 43

che si susseguono come quelle del mare, ogni «creatu-
ra-onda» in lui, la precedente e la successiva, è con-
temporaneamente presente. Quindi egli non solo ha
la visione delle varie figurine di creta una dopo l’altra,
ma ha una visione diacronica e sincronica in-
sieme, una visione totalizzante, pluridimensionale.

Tutte stanno alla sua presenza, quelle di ogni spa-
zio e di ogni tempo e cantano, con il loro esistere,
una lode cosmica alla sua bontà, sapienza e potenza.



Come le onde

Il nostro corpo, situato nel tempo (come del resto
quello di ogni altra creatura vivente) nel suo sviluppo
descrive un arco: nasce, cresce, raggiunge un apice,
poi, quando i processi catabolici cominciano a preva-
lere sugli anabolici, va incontro ad un decadimento
progressivo che termina con la morte.

La vita materiale di un uomo è simile ad un’onda
che arriva con forza sulla battigia, poi, raggiunto il
punto più lontano concessole dalla sua potenza, co-
mincia a ritrarsi, finché scompare.

Apparentemente, per noi che sperimentiamo una
realtà frammentata, quell’onda-persona non esiste
più, si è annullata come il suo corpo materiale che si
disgrega.

Il ritrarsi dell’onda-persona dal punto più lonta-
no raggiunto sulla battigia può essere un simbolo del-
la malattia, della menomazione, della vecchiaia. L’es-
sere riassorbita dal mare, può adombrare la morte.

Noi non possiamo tenere sotto controllo con-
temporaneamente l’onda nella sua intera esistenza:
quando si è formata, quando si è spinta in avanti,
quando è retrocessa ed è scomparsa. Ai nostri occhi

46 Egli conta il numero delle stelle e chiama ciascuna per nome

finisce davvero. Prima non c’era, poi è stata, ora non
è più.

Non scompare però agli occhi di Chi ha tutto
presente: ogni singola onda, tutta la successione delle
onde nel loro dispiegarsi nel tempo, il loro insieme in
tutti i tempi.

Ora il ritrarsi, segna per noi dal punto di vista
materiale, il prologo del tornare al nulla qui sulla ter-
ra, nella sola realtà a noi percepibile. Questa tendenza
inesorabile alla nullificazione materiale dipende dal
fatto che, come esseri, possediamo solo parzialmente
la vita, la possediamo come di riflesso, poiché essa
non scaturisce direttamente da noi che possiamo, al
massimo, trasmetterla ai figli, non donarla.

Possiamo toglierla alle piante, agli animali, alle
persone, perché la morte ci appartiene, come ci è pro-
prio il limite, ma non possiamo ridare la vita a chi è
morto.

L’unico che ha il potere di dare la vita, o di ri-
chiamare in vita, è colui che la possiede in pienezza
per se stesso: dio.

E Dio-Gesù è venuto nella carne, si è calato nella
fragilita, precarietà e provvisorietà della nostra esi-
stenza riempiendola del suo Spirito, in unione di vo-
lontà col Padre ed ha trasformato in «materiale da co-
struzione» la fragilità di ogni creatura umana che ade-
risce a Lui.

Così, rimesso nelle sue mani, ogni prodotto del
limite come il decadimento, la vecchiaia, la malattia,
il dolore materiale e spirituale, lo stesso peccato (se ri-
conosciuto e rimpianto da chi l’ha commesso), di-

Come le onde 47

venta positivo strumento di Grazia, come la stessa
Croce è diventata strumento e preludio di Risurre-
zione.

E tutto questo fa parte dell’opera creativa: trarre
dal «vuoto» dell’essere, dalla sua incompletezza, una
pienezza di vita.



Come bolle di sapone

Mi sono spesso chiesta: quando saremo nell’eter-
nità che età avremo?

L’aldilà è prevalentemente costituito di vecchi?,
di adulti?, di bambini? Ed io chi sarò?, la bimba di
cinque anni che mi sorride dalla foto?, o la giovinet-
ta?, o la donna ormai matura?

Credo che sarò questo e quello, che ogni particel-
la della mia esistenza sarà presente davanti a Dio. Il
mio essere oltre alla dimensione spaziale ne avrà una
anche temporale. Del resto ad alcuni santi, mi pare a
S. Antonio da Padova e alla beata Umiliana de Cer-
chi, Gesù non è apparso nella sua realtà fisica di bam-
bino? Si trattava di una magia? Di un fenomeno di il-
lusionismo? Dalla lettura dei Vangeli non mi sembra
che Gesù sia il tipo che ama dedicarsi a tali svaghi.

Come tutto questo che ipotizzo (cioè che l’essere
dell’uomo nell’aldilà comprenda tutte le fasi della sua
vita, depurate dalle scorie della mancanza di comple-
tezza) possa avvenire, per noi che ancora viviamo
un’esistenza limitata, è impossibile da immaginare.

Durante la vita il nostro corpo è sempre in via di
trasformazione, come del resto anche il nostro spiri-

50 Egli conta il numero delle stelle e chiama ciascuna per nome

to; il materiale che lo costituisce cambia con il passare
degli anni ed ogni giorno disperdiamo e ricostruiamo
un po’ di noi stessi. (Ogni volta, per esempio, che mi
taglio i capelli una piccola porzione di me viene ri-
messa nel ciclo vitale della terra.) Alla nostra morte
gli ultimi elementi chimici che hanno costituito la
parte di essere che riusciamo a percepire attraverso i
nostri sensi si separeranno e prima o poi saranno uti-
lizzati da altre creature in un ciclo che a noi pare in-
finito.

Questo ci deve rendere consapevoli che se, una
volta completato, il nostro essere non si riallaccia a
Dio, esistenza piena, la nostra persona è havel, neb-
bia, bolla di sapone.

C’è qualcosa che mi affascina e mi incuriosisce
mentre seguo questi pensieri.

Come è possibile che cellule materiali come i
neuroni cerebrali, attraverso una meravigliosa rete di
connessioni percorsa da impulsi elettrici, possano
produrre questi pensieri? Come un’attività elettrica
rilevabile in un encefalogramma può essere pensiero?
Non credo che la scienza sappia ancora rispondere a
questa domanda.


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