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Published by radiaz66, 2016-03-05 04:49:16

libro

libro

Alla scoperta dell’altro.
Amore come relazione

Mi sono chiesta: che cos’è l’amore? Può esistere a
prescindere da una relazione? Un singolo essere, stac-
cato da ogni relazione materiale, ideale o magari fan-
tastica può amare? Penso a Robinson Crusoe sull’iso-
la deserta, poteva amare? Sì, se si fosse riferito ad esse-
ri o a cose lasciate nel passato, oppure presenti nel
momento preso in considerazione o sognate e sperate
nel futuro.

Si possono amare le cose? Non penso che si possa
parlare di amore nel pieno senso della parola a meno
che queste siano testimoni e ricordi di relazioni con
altri esseri che abbiamo amato e diventino quindi un
ponte, un tramite mentale ed emotivo per riallacciar-
ci al rapporto che ci rammentano. Non suscitano
sentimenti per se stesse, ma perché rimandano ad al-
tro.

Forse possono essere amate per se stesse solo
quando sono dotate di particolare armonia e bellezza
perché allora «risuonano» in noi.

Mi sembra che nella conquista dell’amore, e in-
tendo ogni gamma di questo sentimento, si passi at-

52 Egli conta il numero delle stelle e chiama ciascuna per nome

traverso una crescita e una elaborazione sempre più
complessa del rapporto.

Il più semplice, per così dire, il più primitivo e
istintuale, è un rapporto di possesso che può svilup-
parsi nei riguardi di cose, di esseri viventi, di esseri
umani e di esseri spirituali. Esso dovrebbe invece es-
sere indirizzato unicamente ai beni materiali, almeno
in età adulta. Ho parlato di rapporto primitivo di
possesso indirizzato ad esseri e a cose perché mi sem-
bra che sia quello che sviluppiamo nella prima infan-
zia per adattarci alla vita e che poi, se tutto procede
bene, crescendo ridimensioniamo sempre più per ri-
servarlo solo agli oggetti materiali.

Questo rapporto prevede più che la conoscenza
dell’oggetto in se stesso, il riconoscimento di alcune
sue caratteristiche che ci attraggono e ci soddisfano o
che lo rendono pericoloso. Naturalmente quando le
caratteristiche rilevate risultano a noi sfavorevoli e
spiacevoli, invece del desiderio di possesso, scatta il
bisogno di allontamento, il rifiuto. Se il nostro rap-
porto con le cose si mantiene a questo livello, poco
male, esse non ne soffrono, e neanche noi se il nostro
esame critico è obiettivo e non le sopravvaluta o le
sottovaluta.

Diventa però già insoddisfacente, quando si
mantiene allo stato egoico puro, se rivolto agli esseri
vegetali; perché oltre alle domande: è buono, non è
buono, è utile, non è utile, è bello, non è bello, biso-
gna anche cominciare a notare l’altro polo del rap-
porto.

Se mi riferisco ad una pianta, bisogna che comin-

Alla scoperta dell’altro. Amore come relazione 53

ci a prendere in considerazione le sue necessità di
luce, calore, umidità, ecc. perché possa vivere e maga-
ri prosperare.

Tener conto delle caratteristiche, delle necessità,
dei desideri dell’altro polo del rapporto assume sem-
pre maggiore importanza man mano che la relazione
si stabilisce fra uomo e animali, fra persone e persone
e fra uomo e Dio (anche se in questo caso non si può
parlare di necessità di quest’ultimo).

Anche gli animali superiori sono in grado di ama-
re secondo lo schema: è vantaggioso, non è vantag-
gioso, con in più tratti di amore-dono nella maternità
e paternità (es. uccelli che difendono i nati dai preda-
tori), nei vincoli di amicizia, di solidarietà che si pos-
sono cogliere fra individui della stessa specie e non.

Si deve conoscere l’altro, osservarlo, ascoltarlo,
capirlo per relazionarsi non secondo un semplice rap-
porto di possesso o di vantaggio personale, ma di
scambio in cui ognuno dà e riceve, si fa dono e, allo
stesso tempo, è colui a cui è donato. Questo è l’amore
maturo e, a livelli altissimi, è l’amore divino.

Siamo al: «Amerai il Signore Dio tuo con tutto il
cuore, con tutta la tua anima e con tutta la tua men-
te» perché così sei amato da lui. «Amerai il prossimo
tuo come te stesso» (Mt 22, 37-39) perché così vorre-
sti essere amato.

E` questo il motivo per cui sembra razionalmente
giusto anche se non concettualmente spiegabile con
categorie umane che in Dio coesistano unità e plura-
lità: due opposti che si conciliano nello scambio di

54 Egli conta il numero delle stelle e chiama ciascuna per nome

amore che unifica le tre persone della Santissima Tri-
nità.

Penso infatti che se Dio fosse una sola persona
conchiusa in se stessa non potrebbe essere Amore
perché mancherebbe la relazione.

Dal nostro punto di vista di anni, mesi, giorni
che si sgranano uno dopo l’altro, si può dire che Dio
ci sta portando pian piano, attraverso il tempo, ad
una effettiva presa di coscienza della realtà dell’altro,
quindi anche della sua.

– Altro-natura, formata da cose inanimate e da
esseri viventi materiali, diversi dall’uomo. Essa va os-
servata, studiata, capita, rispettata, usata con sapien-
za, goduta per la sua bellezza, amata, non saccheggia-
ta, stravolta, distrutta.

– Altro-essere umano, che va visto e rispettato
nella sua vera realtà specifica e non come nostro ri-
flesso o come strumento; persona che dobbiamo
«guardare negli occhi» su un piano di parità e di cui
dobbiamo rispettare le caratteristiche e le scelte.

– Altro-Dio, non idolo costruito a nostra imma-
gine e somiglianza e per nostra utilità, ma Persone
Divine che ci amano e ci rispettano lasciandoci liberi,
che mettono in comune con noi tutto ciò che hanno
(Lc 15, 31) senza riserve, senza ricatti affettivi, in piena
gratuità libera e gioiosa.

L’Eden, in germe, è fra noi

Il centro della piena comprensione dell’altro,
l’uomo lo trova in Gesù.

Egli ci manifesta chi è l’altro-Dio, di conseguenza
anche chi è l’altro-uomo nella sua più vera, intima
realtà.

In Gesù noi ci possiamo rispecchiare e confronta-
re. In Lui e con Lui, l’uomo acquista la sua dimensio-
ne peculiare, quella rispondente al progetto del Crea-
tore; isolato da Cristo egli appare nella sua nudità esi-
stenziale, circoscritto in se stesso, nel suo limite, nella
sua incapacità e provvisorietà, escluso da quel Giardi-
no di Eden dove vi è armonia e comprensione piena
fra tutti gli esseri viventi e comunione con Dio, l’al-
tro per eccellenza.

A pensarci bene, se sappiamo vedere, l’Eden è
sempre tra noi.

La complessa realtà materiale con le sue meravi-
glie e le sue tragedie, con il bene e con il male, grano
e zizzania, può rivelarsi Eden ogni volta che riuscia-
mo ad integrarci con lei in semplicità, dimostrando
rispetto e apertura di cuore.

Le tante creature che la popolano non sono solo
soggette alla legge del più forte, ma sono pure predi-

56 Egli conta il numero delle stelle e chiama ciascuna per nome

sposte, almeno le più evolute, a cogliere le attenzioni
e le dimostrazioni di affetto e a corrispondervi come
meglio possono con un linguaggio fatto prevalente-
mente di segni corporei, decifrabili da chi ha interes-
se a capirli.

L’uomo, quando è in pace con se stesso e con il
prossimo fa parte di questa realtà ritrovata.

Allora può passeggiare nel giardino alla brezza
della sera colloquiando con Dio, se è disponibile a
cercarlo e ad incontrarlo.

Solo che l’Eden è ancora, finché viviamo, come
un grande mosaico dalle tessere scompigliate.

Ognuno di noi, finché vive, con fatica e rischio,
può cercare di comporre il suo lacerto di scena. Esso
sarà parte minima dell’intera opera che potremo co-
gliere e ammirare nella sua complessità solo quando,
usciti da questa condizione precaria, saremo ammessi
alla piena comunione di un Eden ritrovato.





Concetto di nulla; creazione;
evoluzione materiale e spirituale.

Il lungo viaggio dell’uomo

Se noi contempliamo tutta la creazione da quel
cilindro con cinque piccoli fori di cui si parlava all’i-
nizio per esemplificare la nostra condizione di esseri
umani provvisti di un corpo dotato di cinque sensi,
possiamo dire che prima c’era il nulla; concetto di per
sé inspiegabile in profondità dato che il nulla non è
un oggetto, né una condizione, perché sarebbe una
condizione inesistente essendo assenza di essere.

L’idea del nulla è simile a quella di tenebra che
non ha consistenza in se stessa, ma è mancanza di ra-
diazione luminosa, e a quella di silenzio assoluto che
è assenza di rumori e di suoni.

Dicevo dunque, che secondo noi umani, prima
c’era il nulla e poi, se le teorie scientifiche più accre-
ditate attualmente corrispondono a verità, vi è stato
il Big-Bang (12-14 miliardi di anni fa) 1, quindi ma-
teria rarefatta composta di idrogeno e di elio che si è
aggregata secondo leggi racchiuse in lei che gover-
nano il suo modo di strutturarsi e l’interagire fra i

1 Richard B. Larson-Walter Bromm, Le Prime Stelle
dell’Universo, Le Scienze, Le Scienze Spa, n. 401, pp. 74-76, gen-
naio 2002.

60 Egli conta il numero delle stelle e chiama ciascuna per nome

suoi vari componenti. E, per processi che conduco-
no ad una sempre maggiore complessità pur nella
loro semplicità elegante, la materia cosmica ha for-
mato, forma, formerà, il creato che noi sperimentia-
mo.

Dicevamo: prima c’era il nulla, ma per non corre-
re il rischio di pensarlo come un qualcosa chiamato
nulla, è meglio dire: non esisteva nessuna cosa; poi,
dopo il Big-Bang (sempre che il Big-Bang sia proprio
un inizio), materia dispersa, poi materia aggregata se-
condo certe leggi, (emerse per caso? A me sembra im-
probabile. Mi chiedo anche: come mai se sono frutto
di casualità soltanto, sono decodificabili dal nostro
cervello che ne comprende le strutture? E perché il no-
stro cervello comprende le strutture?). Già dopo il
Big-Bang tracce, allo stato primordiale, di particelle
che si sarebbero aggregate miliardi di anni più tardi
formando il nostro corpo durante questa vita, viaggia-
vano negli spazi siderali. Elementi che ci sono stati
dati come in prestito perché quando, dopo la morte, il
nostro fisico si disgregherà, entreranno prima o poi a
far parte di altri esseri organizzandosi in modo diverso
o resteranno dispersi.

Si aggregavano i primi elementi negli abissi del
tempo quando le stupefacenti catene di DNA (ap-
parse, sembra, 3,5 miliardi di anni fa) che si sarebbero
replicate da creatura a creatura non si erano ancora
organizzate, ma esistevano già tutti i costituenti pri-
mordiali di ciò che avrebbe poi concorso a formare il
nostro essere.

Quei costituenti primitivi per giungere a noi

Concetto di nulla; creazione; evoluzione materiale 61

avrebbero dovuto affrontare un viaggio fantastico ed
affascinante attraverso le ere, i millenni, i secoli, at-
traverso i tanti anelli della catena evolutiva.

Noi, prima di essere uomini, siamo stati «polvere
di stelle» e poi esseri unicellulari; abbiamo popolato in-
consapevoli gli abissi marini, colonizzato la terra; ab-
biamo nuotato, strisciato, corso, lottato; abbiamo
sbranato e siamo stati sbranati; siamo proceduti a
quattro zampe e ci siamo rialzati; abbiamo sibilato,
grugnito, gridato, parlato, cantato.

Come bambini egoisti o come gli animali da cui
ci siamo evoluti, abbiamo usato ciò che ci stava intor-
no pensando che fosse cosa nostra, possesso di cui
potevamo disporre senza preoccuparci se ciò che ci
attraeva era un «qualcosa» con regole da rispettare,
con esigenze proprie.

Noi siamo stati, e in gran parte siamo ancora, bam-
bini predoni che arraffano senza troppi rimorsi ciò che
è loro utile. Però, accanto alla materialità nuda e cruda,
col passare del tempo è spuntato, al soffio dello Spirito,
il germoglio di un sentimento che si chiama altruismo.
Che questo germoglio sia stato simboleggiato nell’«al-
bero della vita» posto in un certo giardino? Vita non da
prendere, ma da donare.

E su quale albero fu donata gratuitamente la vita
in abbondanza a tutto il cosmo e agli uomini in parti-
colare? Sull’albero della Croce.

E` questo l’albero della vita? Posto al centro di
tutta la creazione, come l’albero della vita in Eden era
al centro del giardino? (Gen 2,9). L’uomo, di per sé,
aveva poco da donare; nel migliore dei casi, solo par-

62 Egli conta il numero delle stelle e chiama ciascuna per nome

ticelle di esistenza o una vita precaria, perché non
possiede la sua ragion d’essere in se stesso.

Il dono totale ha potuto farlo solo il Signore Ge-
sù che non solo possiede la vita, ma che è la vita.

Se consideriamo con attenzione la storia umana
notiamo che, ai suoi albori, assieme alla violenza e al-
l’egoismo abbastanza utili nella lotta per la vita, si è
subito manifestata anche una forma arcaica di gene-
rosità e di altruismo, prevalentemente rivolta ai com-
ponenti della tribù o del clan di appartenenza 2.

In effetti, in molti casi, senza una certa solidarietà
fra i membri sarebbe stata pregiudicata la stessa so-
pravvivenza del gruppo e, di conseguenza, di ogni
singolo individuo.

Una certa generosità istintiva, naturale, ristretta
agli immediati vicini ha quindi operato insieme ad al-
tre, come caratteristica favorevole all’evoluzione. Essa
era però ancora molto affine all’amore primitivo
egoico.

2 Alessandro Saragosa, Neandertal sdentato. Una scoperta
che retrodata di molto la nascita della solidarietà sociale, Le Scienze,
n. 399, p. 19, novembre 2001.

«Allora il Signore Dio

plasmò l’uomo con polvere

delsuoloesoffiònellesuenarici

un alito di vita»
(Gen 2, 7)

Se consideriamo la vita dal punto di vista umano,
cioè come un flusso avente un prima, un ora e un poi,
vediamo che già dai primordi, nella «polvere di stelle»
spersa nell’universo c’erano dei componenti partico-
lari che attraversando le ere, i millenni, i secoli, gli
anni, i giorni, avrebbero percorso una strada speciale
fino a giungere a formare il corpo di Gesù, l’Emma-
nuele, Dio con noi.

Quindi, fin da principio le «mani» di Dio, Padre
e Figlio, per la potenza dello Spirito Santo, erano ben
affondate nella materia-terra per plasmare l’uomo a
immagine e somiglianza della Trinità.

Lo Spirito intanto preparava la strada al Messia
attraverso le varie vicende umane. In particolare ope-
rando nella storia del Popolo Ebraico che doveva es-
sere il testimone di Dio fra gli uomini.

Quindi, in un certo senso, Dio, dai primordi
viaggiava anche materialmente con noi ponendo le
premesse della sua incarnazione e della sua nascita in
un corredo genetico e in degli elementi chimici che
attraverso vicissitudini complesse sarebbero venuti a
far parte della sua persona.

64 Egli conta il numero delle stelle e chiama ciascuna per nome

Questa è la nostra prospettiva. Ora mi piacerebbe
tentare di prendere in considerazione la visuale di
Dio per cui le ere, i millenni, i secoli, sono tutti pre-
senti in un enorme, completo «adesso».

Tutto il tempo dell’esistente è come una im-
mensa, incommensurabile vallata che si stende sotto
i suoi occhi in ogni dimensione di uno spazio-tempo
pieno di vibrazioni, di modulazioni, (che sono avve-
nimenti, cose, esseri) e di quanto per noi, ancorati
all’esperienza terrena, è inaccessibile, ineffabile, in-
dicibile.

Per cui, dal punto di vista di Dio, in quel suo in-
finito «ora-adesso», tutto l’esistente ora è chiamato
all’esistenza, ora, si evolve nel suo esistere, non solo
materialmente ma anche spiritualmente; e la meta di
questa evoluzione è l’unione con Dio di tutto il
creato.

Gesù Dio è la vite e noi i suoi tralci e «terre nuove
e cieli nuovi» perché nella sua Resurrezione cade il li-
mite creaturale.

Gesù, come Dio, con il Padre e con lo Spirito
ora ci parla, ora ci salva, ora ci giudica nel giudizio
finale in cui appariamo (dal nostro punto di vista ap-
pariremo), nella nostra nudità, cioè nella nostra effet-
tiva realtà senza possibilità di infingimenti verso noi
stessi e verso gli altri. Saremo ciò che in risposta alla
sua Grazia abbiamo voluto e saputo essere. Non solo
appariamo-appariremo nella nostra realtà effettiva,
ma nella loro effettiva realtà appariranno tutte le no-
stre azioni con tutte le loro cause e le loro conse-
guenze.

Allora il Signore Dio plasmò l’uomo con polvere del suolo 65

Durante la nostra esistenza terrena noi siamo
come il pulcino che si abbozza nell’uovo. Solo quan-
do moriremo il guscio si romperà e il nostro essere,
corpo e spirito, sarà completo. Allora vedremo «ol-
tre». Siamo però pulcini un po’ particolari: la forma
definitiva del nostro essere sarà ottenuta non solo con
il contributo di Dio, ma anche con il nostro.

C’è una domanda che può essere fatta: perché

gesù ha voluto e dovuto calarsi nel limite

creaturale per portarci a salvamento?
Un fatto di cronaca trasmesso dalla tv in questi

giorni mi ha offerto una risposta.
Una bambina cinese di un anno e mezzo è caduta

in un profondo pozzo contenente del fango e poca
acqua che hanno attutito la caduta. Nonostante fosse
illesa, la piccola rischiava di annegare perché emerge-
va appena con la testa. La sua situazione era disperata
dato che non aveva nessuna capacità di trarsi fuori da
sola da quello stato. Per sua fortuna è stata avvistata
in tempo. Un pompiere coraggioso si è fatto calare a
testa in giù nel pozzo, è riuscito ad afferrarla e ad im-
bragarla; quindi, entrambi, sono stati tratti in salvo.

Ripensando a questo fatto conclusosi felicemente
mi è sembrato di poter paragonare la piccola ad ogni
uomo imprigionato nel profondo del proprio limite
creaturale.

Facendo assegnamento solo sulle sue deboli for-
ze, la piccola non avrebbe avuto nessuna speranza di
sopravvivere, ma qualcuno più forte di lei ha preso a
cuore la sua situazione. Ha rischiato con lei e per lei e
l’ha tratta alla superficie.

66 Egli conta il numero delle stelle e chiama ciascuna per nome

Così Gesù ha fatto e fa con noi: afferra le nostre
braccia protese e ci conduce verso la salvezza se lo ac-
cettiamo.

Dio è voluto entrare nella storia, in una situazio-
ne di limite, ha voluto esserci, mettendosi a livello
delle sue creature, per redimere dall’interno, lascian-
dole libere, la loro precaria condizione e portare ogni
essere a condividere con lui e in lui la sua pienezza di
vita.

Il viaggio di Dio nella storia.
La grande quercia

La presenza di Dio in questa nostra realtà, una
presenza spirituale e fisica, può essere paragonata ad
una grande quercia.

La pianta ha salde, lunghe, ramificate radici ben
affondate nel terreno. Quando le radici incontrano
un ostacolo o dell’aridità cambiano percorso, ma non
cessano di crescere supportando lo sviluppo dell’inte-
ro albero. Così la presenza di Gesù è stata preceduta
da una lunga preparazione sia fisica che spirituale.

Come sottili radici, gli elementi che hanno com-
posto e compongono il suo corpo, hanno affrontato
il grande viaggio attraverso le ere, i millenni, i secoli, i
giorni, come quelli di ogni essere vivente. Il corredo
genetico gli è stato trasmesso da una lunga teoria di
antenati.

La cultura di cui Gesù era imbevuto, come
uomo, era la cultura che il suo popolo, attraverso i se-
coli e le vicissitudini storiche aveva elaborato.

Anche la parola di Dio era stata tramandata di ge-
nerazione in generazione per bocca dei profeti, degli
umili, dei semplici, dei sapienti, per preparare la sua
venuta costituendo categorie mentali e credenziali che
permettessero di comprenderlo e di riconoscerlo.

68 Egli conta il numero delle stelle e chiama ciascuna per nome

La parola era passata anche attraverso fatti e vi-
cende storiche che si strutturavano come profezie.

Gesù è venuto, ha operato, è risorto. Ha fondato
la Chiesa, così la grande quercia ha avuto il suo tron-
co possente in Cristo e i suoi rami.

Ogni battezzato è un suo ramo. Ci sono le picco-
le fronde e i rami importanti, ma ognuno è premessa
e sostegno di quelli che germineranno da lui. Se una
fronda avvizzisce, non avvizzisce singolarmente, ma,
con la sua morte, si perde tutto ciò che da lei avrebbe
potuto aver luogo.

La quercia però non muore perché nel suo insie-
me, in ogni singola parte, scorre la linfa di Cristo.

I Sacramenti. Missionarietà

La quercia-Chiesa estende l’incarnazione di Cri-
sto nella storia.

Per mezzo dei sacramenti Dio afferma e attualiz-
za la sua presenza nel mondo e, con la sua presenza,
dà efficacia ai Sacramenti.

Inoltre ogni battezzato in stato di grazia diventa
«sacramento» di Cristo. I battezzati, nelle loro diverse
funzioni, nel loro tempo, nel loro spazio, nelle loro
relazioni e vicissitudini, diventano parola di Dio,
mani di Dio, piedi di Dio. Efficacemente, concreta-
mente, nei loro diversi campi e con i loro diversi cari-
smi, se in amicizia con lui, diventano parte di quel
Dio che opera per la salvezza di tutti.

Chi ha il dono del sacerdozio ministeriale rende
addirittura presente Cristo in questo mondo con la
sua carne e con tutta la sua umanità, nell’Eucarestia.

Quindi alla domanda: perché essere missionari,
perché essere testimoni, perché appartenere alla
Chiesa se la salvezza viene offerta ad ogni persona an-
che non battezzata, sempre che la accetti vivendo con
giustizia, a me sembra che ci sia una sola risposta pos-
sibile. Farsi apostoli è sommente necessario perché
Dio, con Gesù, si è incarnato in questa parte di real-

70 Egli conta il numero delle stelle e chiama ciascuna per nome

tà, che sola possiamo conoscere finché viviamo, per
non abbandonarci nel viaggio verso la completezza
dell’essere, per sostenerci e sostenere tutto il creato
sulla Via della Vita, che poi è Lui stesso.

Gesù-Dio non si è incarnato solo per i brevi anni
della sua esistenza terrena ma, come ho già detto, fin
dall’inizio le «radici» della persona di Gesù-uomo
viaggiavano nella storia del cosmo ed anche ora Ge-
sù-uomo è fisicamente nostro compagno di strada in
questo mondo attraverso l’Eucarestia.

Come potrebbe continuare a condividere il no-
stro cammino se non ci fosse più chi trasmette il suo
Vangelo e chi celebra la Messa?

Se, per ipotesi, ad un dato momento, nel futuro
sviluppo storico dell’umanità, venissero a mancare i
testimoni e gli Apostoli, nel volgere di qualche gene-
razione ci si troverebbe privi della Parola e dell’Euca-
restia. L’«incarnazione» di Gesù (intesa in senso lato)
che si estende dai primordi fino ai nostri giorni e che
tende al futuro, cesserebbe su questa terra. La pre-
senza di Dio si ritirerebbe dal tempio costituito da
tutto l’esistente, e non voglio pensare a che ne sareb-
be del «tempio» rimasto vuoto della sua presenza.

Questa eventualità però non è da temersi per-
ché Gesù stesso ha impegnato la sua parola dicendo
che le porte dell’inferno non prevarranno contro la
sua Chiesa custode della Parola e dell’Eucarestia
(Mt 16, 18).

Ha dunque garantito la sua presenza fra noi du-
rante tutto lo sviluppo della storia umana. Da Buon
Pastore ci sta conducendo verso la completezza

I Sacramenti. Missionarietà 71

dell’essere, alla comunione piena con lui e, attraver-
so di lui, con il Padre e con lo Spirito Santo.

E che noi si dorma o si vegli, il grande progetto di
Dio sul creato si realizza indefettibilmente poiché
Egli attua e porta sempre a compimento ciò che vuo-
le e la sua opera è perfetta.



I non battezzati
sono figli di Dio?

Proprio in questi giorni mi è capitato di ascoltare
una catechesi sul Battesimo. Il sacerdote che trattava
il tema ad un certo punto ha fatto una affermazione
abbastanza comune: «...il battesimo ci rende figli di
Dio». In quel momento queste parole mi hanno col-
pito ed anche un po’ sconcertata. Subito mi è balzata
alle labbra una domanda, che poi per ragioni di tem-
po e di opportunità, non ho potuto porre: «E gli al-
tri? E i non battezzati non sono figli di Dio? Di chi
sono figli? Noi battezzati chi siamo, forse una casta
privilegiata?».

Le domande hanno continuato a lungo a ronzar-
mi in testa e allora ho cercato di trovare delle risposte
almeno parziali. Mi sono detta: certo anche i non
battezzati sono figli di Dio perché dalla sua volontà e
per la sua potenza sono stati chiamati alla vita, ma
sono figli di Dio a livello di natura in quanto tutto il
loro essere: corpo e spirito, è sbocciato da Dio se-
guendo le leggi che governano l’esistente in questa
nostra realtà parziale. Però sono figli poveri, esseri fi-
niti a cui manca la realtà più grande di Figlio non es-
sendo innestati in Cristo («Io sono la vite e voi i tral-
ci», Gv 15-5).

74 Egli conta il numero delle stelle e chiama ciascuna per nome

Chi col battesimo è unito a Cristo, è figlio in
modo più profondo e completo ed ha una responsa-
bilità grandissima perché condivide una realtà di Fi-
glio non soggetta al limite, che è propria di Cristo.
Partecipa al suo sacerdozio, alla sua regalità, alla sua
profezia, non per farsi grande, ma per «lavare i piedi»
ai figli più poveri che siedono sulla soglia della casa e
aspettano che qualcuno li inviti ad entrare e a parteci-
pare alla mensa.

Se siamo figli al modo di Cristo e con Cristo, non
porgeremo certamente ai fratelli meno fortunati gli
avanzi, ma anzi, li inviteremo al banchetto annun-
ziando che il Regno di Dio è fra noi e condivideremo
il pane e il vino della carità, della Parola e, nei casi in
cui è possibile, alla fine, dell’Eucarestia. Intercedere-
mo in loro favore alzando al Padre mani pure e pre-
ghiere.

In Cristo e con Cristo laveremo e fasceremo le
piaghe materiali e spirituali dei fratelli e con Gesù in
croce offriremo al Padre le vite, le gioie, le sofferenze
nostre e di ogni uomo. Chi ha il Ministero Sacerdo-
tale Straordinario nella celebrazione eucaristica; chi
ha quello ordinario, come fratello che vede le necessi-
tà dell’altro, le comprende, le condivide e intercede
per lui presso il Padre.

Offriremo nella Messa il bene e il male nostro e
dei fratelli. E, per l’offerta che avviene in Cristo, per
Cristo e con Cristo, anche il bene di chi è al di là del-
la soglia e non può partecipare al banchetto viene
santificato e il peccato, se riconosciuto e rimpianto,
redento. Cosicché anche i figli al mondo di natura,

I non battezzati sono figli di Dio? 75

che cioè non hanno ricevuto il battesimo, senza ma-
gari esserne consapevoli diventano tralci della grande
vite.

Il battezzato, in definitiva, non è che un piccolo,
povero granello di lievito che ha il compito, con Cri-
sto e attraverso Cristo, di contribuire a far fermentare
tutto l’impasto che la massaia della parabola sta pre-
parando (Mt 13, 33).

I non battezzati, adombrati dalle tre misure di fa-
rina, quando diventeranno pasta lievitata, potranno
cooperare per la loro parte.



Linguaggio efficace
e pluripotente

Quando parla, il Signore usa un linguaggio pluri-
potente ed efficace infatti, gli uomini di ogni epoca
scoprono nella sua Parola orizzonti nuovi e profondi-
tà impensate. Sentono la Parola capace di significato
secondo la cultura del loro tempo. Essa è rivolta a
tutti i popoli della terra e a ciascun individuo in par-
ticolare. Ogni persona può cogliervi valori e sfumatu-
re di senso personali; ogni comunità può riceverla
come rivolta a sé e rispondente ai suoi bisogni. Que-
sto non vuol dire che ciascuno può interpretarla
come crede, improvvisando.

La Parola scorre come un fiume ricco di acque
dentro argini sicuri che sono rappresentati dal Magi-
stero della Chiesa. Ciascun individuo o tutti, posso-
no abbeverarsi, se vogliono; l’acqua non finirà. In-
somma si ripete continuamente nel tempo il miraco-
lo di Pentecoste quando, per opera dello Spirito San-
to, uomini di etnie diverse udivano nella propria lin-
gua la Parola predicata dagli Apostoli e si sentivano
personalmente interpellati.

Quindi la pentecoste ha un valore sincroni-
co (è stata cioè sperimentata da tutte le persone coin-
volte nel primo evento) e diacronico (in quanto

78 Egli conta il numero delle stelle e chiama ciascuna per nome

tante genti che si succedono nel tempo ne hanno fat-
ta e ne fanno ancora esperienza).

La stessa cosa avviene per l’eucarestia che da
quell’Ultima Cena si propaga nel tempo e nello spa-
zio simile ai cerchi che si formano sull’acqua. L’Euca-
restia infatti riempie di sè ogni mensa eucaristica, an-
che le presenti e le future.

Vorrei qui precisare che cosa intendo quando
dico che la parola del Signore è efficace e pluripo-
tente.

efficace, significa che realizza sicuramente ciò
che dice (Is.55, 10-11).

pluripotente, il vocabolario Garzanti spiega:
«agg. (biol.) in embriologia, si dice di tessuto indeter-
minato o plastico, cioè aperto ad una serie di diversi
possibili destini».

parola di dio pluripotente, per me, signifi-
ca: capace di essere valida e di avere una forza genera-
trice in situazioni sempre più complesse, di avere si-
gnificati sempre più profondi e allargati a cominciare
dagli eventi storici in cui per la prima volta si è mani-
festata, per passare al vivere di ogni singolo compo-
nente del Popolo Ebraico, quindi dell’intero Popolo
Eletto, poi di ogni Cristiano, dell’intera Chiesa, di
ogni persona del mondo, dell’intera umanità inserita
nel creato lungo tutto il suo sviluppo.

Per esempio, la liberazione del Popolo Ebraico
dalla schiavitù egiziana diventa la Pasqua Ebraica che
profetizza la Pasqua Cristiana che è la libertà dal limi-
te e dal peccato offerta a tutti gli uomini.

Linguaggio efficace e pluripotente 79

Io resto interdetta e ammirata da questa capacità
di «lievitare» della Parola di Dio, di crescere in pro-
fondità e in ampiezza con l’uomo, e penso che questa
singolare caratteristica sia una prova interna alla stes-
sa Parola che ci permette di capire che la sua origine
non è umana.



L’essere e il nulla.
La seconda morte

Mi sembra che il cosmo, così come può essere
percepito dall’uomo, direttamente o attraverso l’uso
di tecnologie avanzate, sia una realtà in fieri, una real-
tà magmatica che, dal nostro punto di vista, Dio sta
facendo emergere pian piano dal nulla.

Ai nostri occhi, nel creato, la vita non esiste per
ora in pienezza. Il degrado, la malattia, l’imperfezio-
ne, la vecchiaia degli esseri, la lotta per la vita (con il
mors tua, vita mea), l’egoismo, ogni caratteristica ne-
gativa fisica e spirituale, compresa la stessa morte (a
cominciare da quella delle creature più semplici nella
scala evolutiva, per arrivare all’uomo) sembra abbia
attinenza col nulla, cioè con l’incompletezza, la fini-
tezza dell’essere, col tempo parcellare e non assoluto
di vite racchiuse fra due estremi, con la tendenza a
tornare al non essere.

Nullificazione impossibile e contraddittoria per
ogni cosa esistente perché, se consideriamo il creato
dal punto di vista di Dio, ciò che è stato da lui voluto
sta sempre davanti a Lui, nel suo eterno incommen-
surabile presente, quindi non può più essere nullifi-
cato.

82 Egli conta il numero delle stelle e chiama ciascuna per nome

E questa, penso sia la tragedia delle creature in
grado di scegliere che hanno consapevolmente optato
per il male.

Scegliere il male in modo definitivo non significa
tornare al nulla, ma rinchiudersi nella vacuità del
proprio io, dove non alligna briciolo di bene perché
Dio (che è ogni forma di bene) è stato, per così dire,
chiuso fuori dai confini dell’essere. Quindi, chi è in
questa condizione, si trova in una situazione estrema-
mente contraddittoria, in uno stato di male puro, in
un paradosso, cioè nell’esistere collassato in se stesso,
racchiuso nel suo segmento temporale e nel suo orgo-
glio per sempre, insieme a tutti gli altri esseri capaci
di una scelta morale che hanno in odio Dio ed hanno
eletto se stessi, creature finite, a bene supremo e asso-
luto.

Probabilmente, il fatto più terrificante per chi si
trova in una tale condizione è, che non vi è la possibi-
lità di tornare a non esistere. La parcella di tempo che
è stata data non viene tolta, ma diventa il ghetto del-
l’essere. Si soffre e non si può sperare di morire, di
scomparire.

Credo che questo sia uno degli aspetti più orribili
dell’inferno e la vera morte. (La seconda morte
come l’ha chiamata San Francesco.)

Questa, a mio parere, è la morte conseguente al
peccato, all’inimicizia con Dio di cui parla la Gene-
si: «Tu potrai mangiare di tutti gli alberi del giardi-
no, ma dell’albero della conoscenza del bene e del
male non devi mangiare, perché, quando tu ne

L’essere e il nulla. La seconda morte 83

mangiassi, certamente moriresti» (Gen 2, 16).
Essa è il fallimento totale della creatura e di tutte le
sue potenzialità, l’essere vivente che diviene carcere
a se stesso.



Amore-creazione.
Odio-distruzione

Il male spirituale (egoismo, indifferenza, orgo-
glio, odio) segnala un limite e porta in sé un seme di
morte, di distruzione, di caos, tanto che se prende il
sopravvento a questo conduce.

E` un po’ la vertigine del nulla che ci riattira.
Se ci guardiamo intorno, nella realtà di cui abbia-
mo esperienza, pur così precaria e limitata, ci accor-
giamo facilmente che l’amore è creativo mentre l’o-
dio distrugge portando alla morte.
A volte, può sembrare che l’odio e la violenza ga-
rantiscano maggiori probabilità di sopravvivere, ma
in tempi più o meno lunghi ciò che l’uomo costruisce
su una base di malvagità e di egoismo, come la storia
insegna, implode.
Qualche indizio di un rapporto positivo fra amo-
re e vita o negativo fra odio e distruzione, lo si ha già
nel mondo animale dove, in alcune specie, la solida-
rietà e la collaborazione di gruppo agevolano e con-
sentono più facilmente la vita.
Questo rapporto appare molto più chiaro nel-
l’uomo.
Quando vengono a mancare l’attenzione all’altro,
il rispetto reciproco, la giustizia, sia le società che gli

86 Egli conta il numero delle stelle e chiama ciascuna per nome

individui, anche se apparentemente fortunati e pro-
speri, hanno già in sé dei germi di disgregazione.

Penso che dal fatto di essere puro amore, tutto
l’amore, derivi a Dio la stabilità nell’essere, la capaci-
tà di trarre dal nulla il creato e di mantenerlo in esi-
stenza e a noi, se siamo uniti a Lui nel Figlio, la possi-
bilità di superare la legge del più forte che, pur essen-
do un meccanismo utile alla sopravvivenza, è anche la
pre-condizione del peccato umano.

Il peccato

Infatti, da dove ha origine il peccato?
Riflettendo ho capito che le sue origini remote
sono nell’incompletezza, nella scarsità di essere, quin-
di nella necessità per le creature di questo mondo di
mantenersi in vita sottraendo esistenza ad altre crea-
ture: mangiare od essere mangiati.
Anche noi umani per vivere dobbiamo uccidere e
mangiare vegetali e animali. In qualche modo siamo
legati, costretti al «mors tua, vita mea». Se ci guardia-
mo intorno, in mare, in terra, in cielo, si lotta per la
sopravvivenza.
In un bosco le piante gareggiano per la luce, per
l’aria, per la terra; gli erbivori si nutrono di piante, i
carnivori mangiano gli erbivori.
L’uomo sottrae la vita alle piante e agli animali
per vivere, per vestirsi, per adornarsi.
Sottrae la vita ad altri uomini per il territorio, per
il denaro, per il potere. Toglie a volte la libertà in for-
ma esplicita imponendo la schiavitù o implicita stabi-
lendo un predominio, sopraffacendo. Si appropria
della fama dell’altro, dei suoi affetti, dei suoi averi.
Ogni essere sulla terra, per sostenere la sua esi-
stenza precaria, è un «mangiatore di vita».

88 Egli conta il numero delle stelle e chiama ciascuna per nome

Questa è la nostra condizione soggetta, in un cer-
to senso, alla legge del più forte.

E noi che colpa ne abbiamo?
Quando inizia la colpa? il grande peccato
proprio degli uomini?
Penso, non appena scatta una possibile alternati-
va; quando questi, ad un certo punto del loro svilup-
po storico, sono stati in grado di capire che potevano
fare a meno di appropriarsi di ciò che non era neces-
sario, ma che solo li attraeva; quando non si sono dati
e non si danno la pena di vedere l’altra creatura, spe-
cie se umana, nella sua realtà peculiare, quando la ri-
ducono ad oggetto di cui si impossessano.
E` questa una condotta che avendo al suo stesso
interno un seme di vacuità, prima o poi si ritorce
contro chi la adotta, sotto forma di dolore, di miseria
spirituale, di prezzo da pagare.

Dalla legge del più forte
al libero dono

A ben considerare, fin dalle origini dei primi esse-
ri viventi, si rilevano lungo la catena evolutiva come
due tracce: una che porta al peccato e una che condu-
ce all’unione delle volontà umane con quella divina e
a condividere la vita del Creatore.

La prima traccia è quella rappresentata dal man-
giare, dall’essere «mangiatori di vita», intesa in senso
molto esteso, a cominciare dal nutrirsi per sopravvi-
vere fino ad arrivare ad appropriarsi, per motivi egoi-
stici e gratuiti, di beni materiali e spirituali del pros-
simo.

Nel nutrirsi di altri esseri viventi per necessità
non vi è alcun male morale, vi è invece se li si uccide
per crudeltà gratuita.

Il male morale inizia quando ci si appropria, ci si
«nutre» dell’altro solo per egoismo senza alcuna reale
necessità. Quando non si vuole vedere le altre creatu-
re, umane o no, come esseri, ma le si riduce ad ogget-
ti da usare a proprio piacimento, prive di qualsiasi
diritto.

Vi è anche una seconda traccia nella storia del
creato che comincia senza alcuna connotazione mo-

90 Egli conta il numero delle stelle e chiama ciascuna per nome

rale, come non ha valenza morale la necessità di man-
giare per sopravvivere.

Essa inizia da tragedie piccole o grandi ed è il tro-
varsi dalla parte di chi è mangiato, di chi viene espro-
priato della vita.

L’essere mangiato, nella successione dei viventi
(parlo di animali) non ha per lunghissimo tempo al-
cuna connotazione morale. E` sfortuna, inferiorità
fisica, a volte sbadataggine, debolezza costituziona-
le, ecc.

Nell’uomo però, ad un certo punto, l’«essere
mangiato» acquisisce un’accezione più ampia, meta-
forica e connota la vittima, colui che subisce ingiu-
stizia.

Ad un certo livello di comprensione, nella catena
storica umana (a certi livelli vi è come un prologo fra
gli animali, ad esempio quando proteggono o accudi-
scono la prole o quando si prendono cura di altri in
difficoltà), scatta una possibilità nuova: quella di «la-
sciarsi mangiare»; intendendo quella di cedere volon-
tariamente e gratuitamente qualcosa di sé in favore
dell’altro che ne ha realmente bisogno.

Può essere qualcosa di materiale: cibo, territorio,
beni vari, o no; per esempio: attenzione, ascolto,
tempo, lavoro, pazienza, onori, cure, ecc. Si affaccia-
no allora alla nostra mente le parole: «Chi ama la sua
vita la perde e chi odia la sua vita in questo mondo la
conserverà per la vita eterna» (Gv 12, 25).

Seguendo l’esempio del Signore Gesù che si è fat-
to mangiare in senso metaforico donando completa-
mente a noi la sua vita, e in senso quanto mai concre-

Dalla legge del più forte al libero dono 91

to nell’Eucarestia (Gv 6, 48-58), possiamo prestare
ascolto alla sua parola e metterla in pratica. Ci inse-
riamo così in Lui perché ogni atomo di bene gli ap-
partiene e diventiamo parte di Lui.

Superiamo per mezzo suo la legge del più forte,
ribaltiamo completamente il senso della frase: «mors
tua, vita mea».

La morte di Gesù, in effetti è stata veramente la
nostra vita perché Egli si è calato, con l’amore, la po-
tenza, la forza di Dio nel pozzo oscuro della massima
debolezza creaturale rappresentato dalla morte fisica.

Essa è stata annullata, assieme al peccato, nella
resurrezione che è il culmine dell’opera creativa
di Dio.

Così anche le nostre «morti» metaforiche, cioè il
nostro donarci agli altri a piccoli e a grandi livelli, in
comunione con Dio, diventano: «mors mea, vita
tua» ed entrano nel grande cerchio della Resurrezio-
ne totale dell’esistente che, per quanto ci riguarda,
dal nostro punto di vista, avverrà negli ultimi tempi,
ma che nella visione di Dio, è già attuata e completa
per l’uomo e per tutto il creato.



Quando il peccato

Mi sono chiesta: perché solo nell’uomo compare
il peccato, perché non negli animali?

So che le facoltà intellettive e le capacità di amare
emergono e si precisano sempre di più negli esseri
man mano che aumenta la complessità del loro siste-
ma nervoso.

Diciamo, spesso meccanicamente, senza preoccu-
parci di verificarlo, che gli animali sono guidati dal
solo istinto.

Ho sempre avuto vicino a me delle bestiole e mi
sono potuta accorgere che la cosa è molto più com-
plessa; se non altro per quelle abbastanza in alto nella
scala evolutiva. (Credo che gli studi degli etologi at-
tuali non siano in contrasto con quanto ho potuto
osservare.)

Questi animali, oltre che dall’istinto di sopravvi-
venza sono guidati, un po’ come noi umani, da una
pluralità di impulsi che li spingono non solo a so-
pravvivere, ma anche ad affermare se stessi, a cercare
quanto è piacevole.

Desiderano l’affetto, manifestano piacere e rico-
noscenza quando viene loro dato e competono per
ottenerlo. Sanno anche dimostrare amore secondo le

94 Egli conta il numero delle stelle e chiama ciascuna per nome

loro possibilità espressive. Sono in grado di fare pic-
coli ragionamenti per soddisfare i loro bisogni.

Per esempio, alcuni sanno come aprire una porta,
come «rubare» un boccone senza incappare in un
guaio.

Ho visto una gattina spingere giù da un tavolo un
barattolo di vetro contenente del cibo, nell’intento di
romperlo. Per adottare una simile condotta, un pic-
colo ragionamento aveva pur dovuto farlo.

L’animale però, vive l’altro legato alla realtà del
momento che sta sperimentando, lo vive quasi come
un prolungamento di sé, come strettamente rappor-
tato al proprio essere.

Questo modo di sentire è comune pure agli uo-
mini, almeno ad un primo livello di maturità affetti-
va: bambini ed adulti narcisisti.

Nell’uomo poi avviene un salto di qualità. L’altra
persona può essere colta come simile e allo stesso
tempo come diversa da sé, con una sua essenza, una
personalità, una sensibilità peculiare; con affettività,
volontà, capacità intellettive, bisogni e desideri diver-
si, con una storia personale e con dei diritti che van-
no rispettati.

A questo punto è possibile tener conto di questa
situazione od ignorarla volutamente perché non con-
viene al proprio benessere.

In più nell’uomo c’è un’ulteriore capacità: quella
di riflettere sulla sua realtà interiore e su quella ester-
na, sul suo operato e su quello altrui.

Io penso che la possibilità di peccare, nell’uomo
sia scattata quando nel corso della sua evoluzione, per

Quando il peccato 95

la prima volta, egli è stato in grado di dominare gli
impulsi immediati e di prendere atto o meno, della
realtà dell’altro, quando ha cominciato a riflettere,
anche se in modo estremamente rudimentale sul pro-
prio agire.

Anche oggi la scelta morale dell’uomo, seppure a
ben altri livelli, si effettua considerando queste possi-
bilità: cerco solo il mio bene o tengo conto anche di
quello altrui? Quali motivazioni sottendono il mio
agire?

Questo distaccarsi mentalmente dalla propria
azione per considerarla in maniera oggettiva ed ope-
rare in base ad una valutazione dell’atto in se stesso,
negli animali non è possibile, quindi il loro compor-
tamento non ha una valenza morale anche se, a volte,
è buono e dettato dall’affetto (es. Cane che salva il
padrone; gatto che cede il boccone al più debole). Mi
sembra che la creazione materiale, arrivata all’uomo,
faccia un salto di qualità.

Con l’uomo si presenta in essa un fatto nuovo:
cioè la possibilità di una riflessione su ciò che esiste
nel mondo esterno e nell’interiorità di ogni persona e
su come l’interazione fra queste due realtà vada attua-
ta perché non diventi distruttiva.

Solo nell’uomo vi è la possibilità di operare un
bene grande in armonia con le esigenze del creato e la
possibilità di realizzare un male altrettanto grande.

Questo male è completamente diverso da quello
che può fare una pianta che soffoca la vicina per ave-
re più luce o il leoncello che sbrana la preda per sfa-
marsi.

96 Egli conta il numero delle stelle e chiama ciascuna per nome

In queste azioni non vi è malvagità, ma solo ne-
cessità.

Nell’uomo il male sbanda e può diventare asso-
luto quando, con coscienza, gruppi o singoli indivi-
dui si determinano ad operare malvagiamente perché
fa loro comodo o per il semplice gusto di farlo, igno-
rando e cancellando l’altro. Allora si rinchiudono nel
loro limite distaccandosi dall’unico, vero bene, cioè
da Dio. In un delirio di orgoglio perdono di vista
la propria condizione di creature soggette spesso ad
errare nel valutare tanto la propria realtà interiore che
quella esterna. In particolare si rifiutano di prendere
atto della realtà dell’altro per eccellenza che, nel
creato «opera delle sue dita» (Sal 8, 4), uomo com-
preso, ha impresso criteri e regole di sviluppo che
non possono essere disattese, pena l’autocondanna al
fallimento e al dolore.

Dio, in Gesù, come un buon pastore, salva l’uo-
mo da se stesso, guidandolo fuori dal recinto del pro-
prio io, dalle lusinghe di ciò che gli appare a prima
vista desiderabile, a prescindere da ogni altra consi-
derazione.

Per ogni uomo valgono le parole dette ad Abra-
mo: «...Vattene dal tuo paese, dalla tua patria e dalla
casa di tuo padre, verso il paese che io ti indicherò»
(Gen 12, 1).

Queste parole Dio le ha dette agli uomini in mil-
le modi ed in un unico grande modo, usando un lin-
guaggio profetico fatto di realtà carnali oltre che di
parole.

Come pastore ci ha aperto la strada verso un livel-

Quando il peccato 97

lo di vita privo del limite e dell’egoismo creaturale
donando tutto se stesso durante la sua vita e in parti-
colare nella sua morte. «In verità, in verità vi dico: io
sono la porta delle pecore... se uno entra attraverso di
me, sarà salvo» (Gv 10, 7, 9).

Chi non si fida di Gesù e non lascia la sua «terra»,
cioè un livello più basso di esistenza limitato al pro-
prio io per seguirlo sulla strada che ci ha aperto verso
la Vita piena che passa attraverso la presa di coscienza
dell’altro, resta ingabbiato in se stesso ed è prigionie-
ro del peccato, del grande peccato.

La storia di Abramo si presta, come tanti altri
passi biblici a più livelli di lettura. A me sembra che
uno possa essere anche questo.

Ed ha perfettamente ragione il salmo 50,7 quan-
do dice: «nel peccato mi ha generato mia madre».

Noi nasciamo in una condizione di peccato per-
ché possediamo una vita limitata tanto che per so-
stenerla dobbiamo mutuarla da altri, perché abbia-
mo, oltre ad una visione e a una comprensione par-
ziale, una volontà che con difficoltà controlla ed or-
dina gli impulsi, perché il Bene e la Vita non sono a
noi propri.

Solo il Signore Gesù può essere per noi Via, Veri-
tà e Vita e il Buon Pastore che ci aiuta ad uscire dal
nostro io precario ed arrogante, soggetto alla legge
del più forte.

Per far questo si è incarnato in un corpo fragile
e limitato come il nostro, si è fatto uno di noi e, dal
di dentro di questa condizione di debolezza, con la

98 Egli conta il numero delle stelle e chiama ciascuna per nome

sua morte (che è per ogni creatura il vertice della
debolezza) ha, in modo folgorante, portato tutto
l’esistente, alla pienezza di vita, alla gloria della Re-
surrezione attraverso l’unione con lui, sempre che la
si accetti.

In espiazione dei nostri peccati

«Allora Giuda, il traditore, vedendo che Gesù era
stato condannato, si pentì e riportò le trenta monete
d’argento ai sommi sacerdoti e agli anziani di-
cendo: “Ho peccato perché ho tradito sangue innocen-
te”. Ma quelli dissero: “Che ci riguarda? Veditela
tu!”. Ed egli, gettate le monete d’argento nel tempio,
si allontanò ed andò ad impiccarsi» (Mt 27, 3-5).

In questi giorni in cui sto meditando sul signifi-
cato della frase: «Gesù è morto in espiazione dei no-
stri peccati», i versetti 1-5 del cap. 27 di Matteo che
sono stati letti nella domenica precedente alla Pa-
squa, mi hanno molto colpito. Ho sentito che lì era
racchiusa una risposta al mio cercare.

Vorrei, prima di entrare nel vivo dell’argomento,
soffermarmi su alcune analogie e rimandi ad altri bra-
ni (Lc 15, 11-23) (Gen 4, 9) che mi sembra emergano
nel testo.

Cominciamo da: «Allora Giuda... si pentì e ripor-
tò le trenta monete d’argento ai sommi sacerdoti e
agli anziani dicendo: “Ho peccato...”».

Giuda come il figliol prodigo. Ad un certo punto
vede. I suoi occhi ottenebrati si aprono e vedono altra
tenebra, vedono il suo peccato. Grande, enorme...

100 Egli conta il numero delle stelle e chiama ciascuna per nome

irreparabile? Sente che è irreparabile. La condanna di
Gesù è stata pronunciata e ormai nulla si può fare per
salvarlo. Tuttavia, un filo di speranza nel tremendo
rimorso che lo schiaccia forse permane, forse qualcu-
no può comprenderlo, forse può aprirgli uno spira-
glio di luce. Va al tempio perché gli è stato insegnato
da sempre che Dio lì abita, quel Dio in cui probabil-
mente non crede più. Vuole restituire i trenta denari
che ora gli ispirano repulsione, vuole cancellare il de-
litto commesso. Lui che ha assistito a tanti miracoli
forse spera ancora in un miracolo: che il tempo possa
rifluire all’indietro.

Ma, arrivato al tempio, non gli si fa incontro il
padre amoroso del figliol prodigo. Trova uomini-fra-
telli freddi, lontani, indifferenti, pronti al giudizio.
Stranamente sulle loro labbra fioriscono parole che
gli suonano note. Sembrano omologhe a quelle di
caino: «Sono forse io il guardiano di mio fratello?...».
«Che ci riguarda? Veditela tu...». Ora le tenebre, per
Giuda, sono complete. Nessuna mano si è tesa per
trarlo fuori dalla voragine del proprio rimorso. Attra-
verso gli occhi indifferenti dei sommi sacerdoti Giu-
da si vede giudicato: indegno, miserabile, perduto.
Allora, disperato, diventa implacabile accusatore e
giudice di se stesso. La condanna, senza appello è pre-
sto emessa. Si allontana dal tempio dove non ha in-
contrato Dio perché non ha incontrato uomini, e va
ad impiccarsi.

Ecco, questa vicenda è emblematica e potrebbe
essere presa come paradigma di tutte le vicende di
peccato umano.


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