In ricordo di don Enrico la comunità parrocchiale S. Andrea Pioltello - Novembre 2003
Don Enrico Civilini Parroco di Pioltello Laorca 25 Luglio 1906 Pioltello 12 Giugno 2003 “Attraverso la folla avanzavo tra i primi fino alla casa di Dio in mezzo ai canti di gioia di una moltitudine in festa” (Salmo 42,5)
1906 25 luglio – Enrico nasce a Laorca, frazione di Lecco, da Clemente Civilini e Maria Bonacina. È il quinto di otto fratelli. 1921 Entra nel seminario di S. Pietro a Seveso. 1928 È prefetto e chierico-studente nel collegio S. Giuseppe a Monza. 1930 Entra nel nuovo seminario di Venegono per l’ultimo anno di teologia. 1931 30 maggio – Ordinazione sacerdotale in Duomo dalle mani del beato cardinale Schuster. Il giorno dopo prima Santa Messa a Laorca. 1931 Settembre – È coadiutore a Cusano Milanino dove vi resterà quindici anni. 1946 15 Dicembre – Nomina a parroco di Pioltello. 1947 21 Settembre – Solenne festa del Reduce: voto espresso dal predecessore don Carrera per il ritorno dei soldati dalla guerra. 1947 Dicembre – Muore papà Clemente. 1948 Inaugurazione colonia a Culmine-Vedeseta. 1950 Visita pastorale del beato cardinale Schuster. 1955 Solenne Giubileo venticinquennale della Madonna del Rosario. 1955 Inaugurazione colonia Pasturo in Valsassina. 1956 Completata la costruzione dei condomini Sacra famiglia, S. Andrea e S. Giuseppe, voluti da don Enrico in via Donizetti e via Tripoli. 1957 Visita pastorale del cardinale Giovanni Battista Montini futuro Papa Paolo VI. 1959 Benedizione prima pietra della chiesa nuova. Presente ancora il cardinale Montini. 1961 Estate – Inaugurazione nuovo padiglione Pavesio dell’Asilo Gorra. 1962 1° giugno – Consacrazione nuova chiesa di Maria Regina. 1969 26 aprile – Visita pastorale del cardinale Giovanni Colombo. 1969 Agosto – Divisione della parrocchia: Maria Regina si stacca da S. Andrea. 1972 Ripristino della chiesina dell’Immacolata in piazza della Repubblica. 1974 Inaugurazione dell’oratorio in via Cirene. 1978 Viaggio missionario in Brasile dove incontra padre Giannino Cariati. 1980 Solenne anno mariano giubilare della Madonna del Rosario. Saranno presenti padre Turoldo, monsignor Nicora futuro vescovo di Verona e il neo arcivescovo monsignor Martini. 1981 50° di ordinazione. Celebra la sua Messa d’Oro 1982 Dimissioni per raggiunti limiti di età dalla carica di parroco. Gli subentra don Nino Massironi. 1984 Viaggio missionario in India dove incontra suor Rosetta. 1985 Viaggio missionario in Africa: Costa d’Avorio e Togo. 1990 Settembre – Intitolazione a suo nome del nuovo centro parrocchiale. 1991 60° di ordinazione. Celebra la messa a Roma con Giovanni Paolo II. 1992 Viaggio in Albania per visitare un compagno di studi in seminario: don Michele Kolingi, imprigionato sotto il regime comunista, liberato dopo quarant’anni e recentemente nominato cardinale. 1995 9 Dicembre – Nomina a Monsignore. 1996 65° di ordinazione sacerdotale. Festeggia anche 50 anni di servizio pastorale nella comunità pioltellese. 2001 70° di ordinazione. Un grande avvenimento festeggiato con la presenza del Cardinale Martini e del Vescovo Citterio suo compagno di messa. 2003 12 giugno – Don Enrico dopo 97 anni spesi al servizio di Dio e della comunità cristiana ritorna alla casa del Padre. Biografia 2
Carissimi fedeli, partecipo con viva commozione al cordoglio per la morte di Monsignor Enrico Civilini e desidero unirmi a voi nella preghiera di suffragio cristiana. Il Signore, nel suo disegno di amore infinito, ha chiamato a Sé questo nostro fratello dopo una lunga e operosa vita sacerdotale – era, infatti, il decano dei preti ambrosiani - e noi vogliamo rendere grazie a Dio per i tanti doni che ci ha elargito attraverso il suo zelante ministero. Penso, in particolare, al molto bene che don Enrico ha fatto nella vostra parrocchia di S. Andrea in Pioltello e alla testimonianza di carità pastorale offerta nei trentasei anni in cui è stato vostro parroco attento e premuroso. E quando, nel 1982, ha rimesso il mandato, ha scelto di rimanere nella vostra comunità da lui molto amata, accompagnandovi nel cammino della fede con la preghiera e con l’offerta del santo sacrificio della Messa. Don Enrico ha vissuto con gioia ed entusiasmo il suo essere prete e ha suscitato numerose vocazioni sacerdotali e religiose. Anche nel mio recente incontro con lui ho avuto modo di conoscere il suo carattere tenace, la sua umanità ricca, tenerissima e arguta, la sua passione per la testimonianza missionaria e l’annuncio evangelico. Ci proponiamo, perciò, di fare tesoro dei suoi esempi e dei suoi insegnamenti, mentre lo affidiamo all’abbraccio misericordioso del Padre celeste, nella certezza che già contempla il volto splendente di Cristo e gli chiediamo di continuare a vegliare sul nostro cammino di Chiesa per ottenerci la grazia della perseveranza finale. Con affetto, invoco su ciascuno di voi la benedizione del Signore. Dionigi card. Tettamanzi Arcivescovo di Milano 3 Sacerdote pieno di gioia
Carissimi, siamo ai funerali di un grande prete, di un vero parroco; siamo ai funerali di don Enrico Civilini, uomo dal cuore d’oro, di una dedizione inimitabile, mai stanco, mai rinunciante ai suoi impegni di ieri, ed era comprensibile, ma pure di oggi, e questo è meno comprensibile e perchè gli anni sono diventati tanti sulle sue spalle, e perchè le responsabilità pastorali erano passate ad altri sacerdoti; ma Lui, don Enrico non conobbe mai la parola “basta”. Conosceva e viveva la parola “ancora”; l’aveva imparata negli anni della sua preparazione al sacerdozio, nei seminari di un tempo; l’aveva imparata da prete giovane, quando fu destinato come coadiutore sia a Cusano, sia a Seveso; e l’aveva messa in pratica ed in maniera eccellente quando nel 1946 fu inviato a Pioltello, S.Andrea, allora un paese agricolo, allora di pochi abitanti; ma quando poi Pioltello conobbe un aumento forte di abitanti, e per diversi motivi, non ultimo la immigrazione di persone che entravano nella comunità per un posto di lavoro, per dare così dignità e serietà al proprio domani, allora don Enrico non dubitò di immergersi dentro un’avventura, aiutato dal suo collaboratore di allora, don Ercole, di pensare, attuare, iniziare una nuova parrocchia, la comunità parrocchiale di Pioltello, Maria Regina. Godè sempre della stima dei suoi parrocchiani, godè sempre della stima dei suoi superiori, capì che dentro tale clima gli era possibile esercitare il suo ministero in maniera non solo serena, ma sempre più impegnata e si rimboccò le maniche e si diede al lavoro pastorale; nel quale si distingueva sempre non già per l’adattabilità alla modernità, quanto per la tenacia, la costanza delle linee pastorali: erano quelle del suo tempo giovanile, lo erano pure quando gli anni erano diventati molti, la verità era quella del Vangelo, la dedizione era quella del suo cuore, pertanto, carissimi, tirate voi stessi le conseguenze; se vi ha voluto bene allora, vi ha voluto bene pure adesso; pure fino a qualche giorno fa, vi vorrà bene ancora di più da ora in poi, quando libero dai suoi acciacchi, ora dinanzi al Signore vede come non mai la verità che vi ha annunciato e comunicato; vede come il suo cuore vi abbia amato e al di là di ogni preferenza; l’unica motivazione era ed è questa sola: siete stati i suoi parrocchiani. Ora qualche pensiero dalle letture che la liturgia ambrosiana fa proclamare ai funerali di un prete, quasi associando la vita ed il morire di un prete, alla vita ed al morire del Signore Gesù. Si diventa preti, si diceva una volta, per dire messa; uno è prete quando può dire messa; don Enrico fu prete dal 1931: sono settantadue gli anni del suo essere prete...quante messe, e fino all’ultimo, magari con le ultime difficoltà dello stare in piedi, del muoversi. Ma la messa no, non la poteva tralasciare, era diventato prete Pastore per la sua gente 4
per quello; e nella messa viveva il Giovedì Santo del Signore Gesù, questo è il mio corpo dato per voi, questo è il mio sangue versato per voi e si sentiva dire dal Signore che voi siete tra coloro che avete perseverato con me oltre le tribolazioni, al di là delle prove; siete stati sempre con me! La vita di don Enrico conobbe sofferenza, conobbe dolore, conobbe le prove, non solo non si tirò indietro, non era il suo stile, non era il suo modo, anche questi ultimi tempi furono tempi di dolore, di sofferenza, di ospedale, pure in questi momenti don Enrico si sentì unito al suo Signore e nell’avvertire la morsa del dolore, il peso della immobilità, l’impazienza della difficoltà, ma si unì al suo Signore, quando fu capace di intravedere che la chiamata era arrivata, la chiamata definitiva, quella del capolinea, la chiamata che lo invitava a entrare nel Regno, per condividere con il Signore Gesù il premio delle fatiche, la gioia della pace e della serena condivisione di quanto il Signore ha preparato per coloro che sono rimasti in Lui, con Lui; dentro il suo impegno, condividendo peso e responsabilità. Altro pensiero che ci accompagna in questa Messa nella quale vogliamo ringraziare il Signore per averci donato don Enrico, ci viene suggerito dall’ultima lettura: è la pagina della Pasqua, nella quale il Risorto è tra i suoi donando e pace, e missione e Spirito Santo. E’ ancora tra noi il Risorto; ci doni la pace del cuore, soprattutto a coloro che erano molto uniti a don Enrico: don Ercole, i suoi parenti, i suoi collaboratori, coloro che con sacrificio ogni giorno lo aiutavano nella celebrazione eucaristica, il Risorto faccia risuonare ancora oggi ai cuori di qualcuno: come il Padre ha mandato me, io mando voi; se dentro a tale frase del Signore Gesù, noi possiamo intravedere la storia vocazionale di don Enrico, qualcuno degli attuali ascoltatori, possa intrave5 dere l’inizio della propria missione, della sua personale vocazione. E su tutti noi scenda come dono lo Spirito Consolatore, lo Spirito Santo che sia davvero Spirito Paraclito, di conforto e di consolazione. Mons. Angelo Mascheroni Vescovo Ausiliario di Milano
Nato a Laorca di Lecco, all’ombra del Resegone, nel giorno di S.Giacomo apostolo, il 25 luglio 1906, ordinato sacerdote il 30 maggio 1931 dal Beato Card. Schuster, è stato vicario parrocchiale per 15 anni a Cusano Milanino operando da vero maestro fra la gioventù locale fino alla nomina a Parroco di S. Andrea in Pioltello, dove ha fatto l’ingresso solenne il 15 dicembre 1946, succedendo a don Giuseppe Carrera. L’intera parrocchia fa tesoro del suo ministero zelante di pastore e della sua lunga presenza, saggia e amorevole: per 36 anni Parrocco e poi per altri 21 residente, sentendosi sempre amata e da lui benedetta. È stato suscitatore di numerose vocazioni sacerdotali e religiose, con un attaccamento e un’attenzione particolari per le missioni, come benefattore e visitatore dei missionari pioltellesi. I valori più grandi che ha saputo testimoniare sono quelli della fedeltà: alla Messa, al breviario, alla preghiera, soprattutto del rosario; e la perseveranza nella fede: è stato un “patriarca” innamorato del suo Signore. Un autentico prete ambrosiano, esigente fino a sembrare burbero, ma dal cuore grande e magnanimo, con le virtù che il buon pastore deve avere nel cuore verso la sua comunità. Uomo dallo spirito gagliardo, scherzoso e autoironico, con una ricca umanità, tenerissima e arguta, attento ai bisogni della gente, testardo e battagliero, atletico e dalla pellaccia dura. È stato anche costruttore spavaldo e intraprendente: merito suo sono le case popolari, la Chiesa di Maria Regina, l’Oratorio, la casa di Pasturo. Il Signore l’ha chiamato a sé il 12 giugno per un blocco renale, mentre era ricoverato all’ospedale di Cernusco dopo una banale caduta che gli aveva provocato la frattura del femore. I funerali con il concorso di tutta la comunità, di numerosi sacerdoti e alla presenza di S. Ecc. Mons. Mascheroni, si sono svolti sotto un caldo torrido, durante la messa vigiliare della solennità della Trinità. Per Pioltello, un personaggio, un formatore di ben tre generazioni, la cui memoria rimarrà viva come i suoi proverbiali auguri pronunciati di persona ai primi di maggio anche al suo ottavo Cardinale: “una vita lunga e sana come la sua, e di una vita santa più della sua”. Con un cuore pieno di riconoscenza lo ricordiamo nella preghiera e lo affidiamo alla misericordia di Dio, abbraccio trinitario di vita e di amore: nel nome del Padre che lo ha creato, del Figlio che lo redento e dello Spirito che lo ha santificato. Don Gianni Nava Lecco 14 Giugno 2003 Carissimo don Gianni, nel rinnovarle il nostro più vivo ringraziamento per tutto quanto ha fatto per il nostro indimenticabile zio don Enrico, ci uniamo con le nostre opere e preghiere a suffragio. Rina, Giovanni e nipoti tutti 57 anni donati a Pioltello 6
Sono compaesano di don Enrico. I ricordi risalgono alla mia adolescenza quando don Enrico, rarissimamente in verità, presenziava alla festa del paese: la terza domenica di luglio, festa della Madonna del Carmine. Sembrava venisse da molto lontano (da Cusano e poi da Pioltello). Per me, che non ero mai uscito dal paese, sembrava una realtà ai confini del mondo. Io lo guardavo come si guarda a un esploratore che da un piccolo paese (Laorca) era partito per l’avventura di servire il Vangelo in terre lontane. Era per me un missionario. Poi vennero gli anni della mia gioventù quando, a vent’anni, decisi la scelta sacerdotale. Gli incontri estivi cominciarono ad assumere un rapporto confidenziale. Divenni prete e lentamente scoprii sempre più chiaramente la sua personalità sacerdotale. Ma una conoscenza approfondita l’ebbi quando iniziai a frequentarlo come Vicario episcopale. Fu per me una conoscenza accompagnata sempre da stupore e da grande ammirazione. Vorrei soprattutto ricordare alcuni aspetti. Ho conosciuto un sacerdote di grande passione, di totale dedizione alla sua comunità. Mi accorgevo che amava le persone singole, le conosceva personalmente e nutriva un profondo legame con tutta la comunità parrocchiale. Mi ha colpito recentemente una scritta che ho letto sulla porta d’entrate di una comunità: “… è proibito amare senza amore”. A volte siamo presenti dappertutto, anche con impegno e dedizione, ma senza amore. Don Enrico aveva amore per tutti e per ciascuno. Questo amore caratterizzava la sua presenza sacerdotale in spirito di umiltà. Molte erano le virtù che arricchivano la personalità sacerdotale di don Enrico, ma una era particolarmente e segretamente affascinante: l’umiltà. Io ho avvertito il fascino di un uomo e sacerdote umile. Un secondo aspetto lo individuerei nell’affetto con cui la comunità parrocchiale ha circondato la sua vecchiaia: un’attenzione e un affetto che egli respirava durante la preghiera liturgica; lungo la strada, dove incontrava le persone sempre attente al suo passaggio; nella sua casa, dove una persona assiduamente lo accudiva con amore e altre persone lo aiutavano ad evitare la solitudine. Era avvertito da tutti come un papà anziano, cui si porta attenzione e affetto senza alcuna forzatura. La sua vecchiaia vissuta con fede e serenità, circondata dall’amore filiale dei parrocchiani, potremmo indicarla come esemplare ai sacerdoti che, raggiunti i limiti di età, lasciano l’attività pastorale per un meritato riposo e per un’esperienza di preghiera e di affetto. Mons. Antonio Barone Vicario Episcopale 7 Ricco di umiltà
8 Don Enrico Civilini è passato, ci ha lasciati ma è sempre con noi, presente non solo nel ricordo, ma particolarmente con la sua persona caratteristica e originale, indimenticabile ed esemplare. Soprattutto lo si ricorderà seduto sui gradini della chiesa con in mano il “Breviario” o la corona del Rosario, vigilante a disposizione di tutto o di tutti. Per me è stata la persona più cara, sempre ammirata, mai dimenticata, presente in ogni circostanza anche nella distanza, un padre vero per un figlio che si è sentito sempre riconoscente perché costantemente amato. In pratica il sottoscritto ha vissuto direttamente con lui per 18 anni, ma poi ha continuato a stargli vicino. Posso dire che insieme siamo vissuti per 50 anni, non solo perché residenti nello stesso paese, ma perché uniti profondamente dall’affetto sincero, paterno da parte sua, filiale da parte mia. Che cosa non abbiamo fatto insieme?! Non sono l’unico prete che ha collaborato con lui, ma certamente il prediletto, mai dimenticato, sempre ricordato, desiderato e chiamato in ogni situazione, viaggi, soggiorni al mare, gite anche frequenti, sempre in compagnia con attenzione e suggerimenti da parte mia perché si trovasse sempre bene. Senza presunzione alcuna, oso dichiarare di essere stata la persona preferita e mai dimenticata da lui. Del resto chi gli è stato vicino anche ultimamente, può assicurare e garantire ogni pioltellese, che don Ercole costantemente era da lui ricordato, invocato, desiderato e molto spesso anche ultimamente telefonicamente chiamato. All’ombra delle sue ali
9 Necrologie pubblicate sul quotidiano “Avvenire” Talmente ci siamo voluti bene che ero diventato uno dei suoi familiari e parenti e questi si interessavano di lui mediante il sottoscritto per poter meglio e con sicurezza conoscere il suo stato. È per questo che sento ancora il rammarico e la delusione che la mancanza di un mio scritto in occasione della celebrazione del suo 65° di sacerdozio, non mi sia stato richiesto dai responsabili del bollettino parrocchiale. Sono cose che capitano per pura dimenticanza, ma che possono e non devono far dimenticare la realtà di un affetto profondo, reciprocamente vissuto con tutta sincerità: posso dire che mi sono sentito sempre il preferito da questo grande personaggio, semplice arguto, povero e nello stesso tempo ricco di amore per tutti. Non posso che ringranziare il Signore per avere incontrato, conosciuto e vissuto, posso quasi dire all’ombra, di questa persona che mi ha voluto tanto bene ed aiutato a crescere come sacerdote. Carissimo don Enrico con te mi sono sentito sempre presente, mai dimenticato, stimato e amato. In pensione sto godendo anch’io la libertà e tante consolazioni come te, una persona felice, riconoscente al Signore che mi ha concesso l’aiuto di questa grande amicizia con te. Non posso dimenticare i tuoi esempi, ricordandoti al Signore che ti ha certamente accolto tra i suoi servi fedeli. Vorrei anch’io come te mantenermi fedele e crescere nell’amore al Signore per il bene dei nostri fedeli parrocchiani. A tutti sei stato d’esempio, non ti possiamo dimenticare. Con affetto don Ercole
Lo ricordo con affetto come uomo previdente. Si è subito reso conto che Pioltello scoppiava per l’immigrazione e non ha esitato a creare, subito, la nuova Parrocchia con la chiesa definitiva e a procurare il terreno abbondante per gli ulteriori sviluppi. Non tutti i parroci in quel momento ebbero come lui l’occhio avanti! Don Enrico è stato un uomo obbediente. A 75 anni diede subito le dimissioni, benché avesse ancora freschezza di energie. Continuò a rimanere a Pioltello, con un rapporto nuovo non più di padre con i figli ma di fratello, di amico, e perché no di nonno coi nipoti, collaborando umilmente coi due parroci successori. Don Enrico è stato un uomo brillante. Omelie vivacissime, interventi brevi e acuti alle riunioni di decanato, articoli sapidi sul bollettino parrocchiale, telefonate scherzose ma sempre rispettose. Non so come siano stati i suoi ultimi anni, avendolo perso di vista. Preferisco ricordarlo negli anni d’oro. Soprattutto è stato un vero credente. È stato testimone della fede per la comunità. Non si è mai perso nelle cose secondarie; ha sempre mirato all’essenziale. È stato testimone della fede della comunità, di fronte ai superiori. Un uomo contento di essere cristiano, di essere prete e parroco, capace di comunicare i valori di cui era convinto. Per Pioltello è stato un grande dono. Lo è stato anche per me negli anni i cui svolsi il servizio di Vicario Episcopale nella zona. Lo considero ancora oggi un maestro di vita. Mons. Claudio Livetti Prevosto di Busto Arsizio Maestro di vita 10
11 Non voglio scrivere un necrologio. Mi pare più consono lasciare al mistero di Dio la morte di ognuna delle sue creature. Chi veramente “conosce”? Invece è più doveroso confrontarci con chi ci è stato padre: e nessuno se lo sceglie. Quando passo in rassegna, per le stradine del cimitero, i nomi e i volti di “quelli che ci hanno preceduto col segno della fede”, prevale in me un senso interrogativo. Chi era veramente in confronto a quello che si vedeva? Ha cantato la sua canzone: a me è piaciuta? E a Dio? Ho imparato? Ho condiviso? “Quando avrò dalla mia cella salutato gli amici e il sole e si alzerà la notte, finalmente saldato il conto, campane suonate a distesa: la porta è da tempo segnata dal sangue pronte le erbe amare e il pane azimo: allora andremo leggeri nel vento”. E’ una delle “ultime poesie” di Padre Turoldo, che andavamo a trovare da giovani a S. Egidio di Sotto il Monte: esprime la bellezza di andare nel vento dello Spirito di Dio per l’Esodo definitivo verso la Terra Promessa. Questo nostro Padre don Enrico ha celebrato la sua Pasqua e vive nella terra promessa dei giusti che hanno creduto. Non mi pare bello scandagliare la vita di un padre. Va accolto e rispettato per quello che era e che ha fatto e anche per quello che non si è capito, nè apprezzato. Troppo comodo, adesso, tirare conclusioni. E anche abbastanza inutile, se non conosci le intenzioni. “ No, credere a Pasqua non è giusta fede: troppo bello sei a Pasqua! Fede vera è il Venerdì Santo quando TU non c’eri lassù! Quando non una eco risponde al suo alto grido e a stento il Nulla dà forma alla tua assenza.” Ancora il poeta Turoldo cerca il criterio di verità e autenticità. A Pasqua non vale, troppo facile. La storia si è alterata per il segno di Dio e l’unica cosa bella è la riflessione e il silenzio. Di chi vuole imparare. Don Giorgio Ci è stato padre
12 Dopo la morte, è facile cadere nella tentazione di far diventare “santi” anche chi, vivendo sulla terra, santo non lo è mai stato. La morte porta con sé molte sensazioni ed emozioni che “assolvono” un po’ tutto, cancellando la realtà dei limiti ed elevando a traguardi ideali. Per don Enrico, questo rischio non si corre, perché per lui potremmo usare quella famosa frase: “La storia gli renderà giustizia”. Quante cose don Enrico ci ha detto con la sua vita, e quante cose ancora, lui ci dirà. Da lui, forse lo ripeto, ho imparato molto, i 15 anni vissuti accanto a lui mi hanno arricchito, di una ricchezza che ho ancora viva nel cuore. Per esempio la sincerità dei rapporti umani, anche quando questi costavano… parecchio. Ricordo il primo incontro con lui nel cortile dell’Arcivescovado. Era l’aprile del 1982. C’era presente, l’allora vicario episcopale Mons. Livetti. Come possiamo immaginare, non è stato… tra i più belli. Mi scrutava con occhi che nascondevano tristezza, diffidenza, paura… tutta naturale! Qualche istante s’incrociavano con i miei, che nascondevano timore riverenziale, incertezza, ansie, invocazione d’aiuto… L’ho accompagnato a casa dopo aver ascoltato le proposte del vicario. Non ricordo bene, so che il clima era un po’ freddo, eravamo un po’ taciturni… un po’ tesi, desiderosi di separarci… Ricordo che quando siamo stati a Segrate e da lì, si poteva vedere il campanile della Chiesa S. Andrea, mi disse: “Ecco, quello è il campanile della sua parrocchia!”. Ho percepito quanto gli costasse quest’affermazione, mi sono sentito triste. Allora non ci conoscevamo. Non mi sono fermato a pranzo, nonostante l’invito: ero troppo emozionato. Sono ritornato alla mia parrocchia dei 4 Evangelisti e non mi sono fatto più sentire. Fu lui a rompere il silenzio, dopo quattro o cinque giorni, mi telefonò con la scusa di aver bisogno di qualche Messa. Si ruppe così il “ghiaccio”. Poi costretto dalla vita, dall’ubbidienza, ma più ancora dall’amore che il Signore nutre per ciascuno di noi, conoscendoci sempre di più, è nato un rapporto di stima e d’affetto che ora, con il passar del tempo, diventa sempre più profondo e illuminante. “La storia rende giustizia ai grandi”, appunto! Ancora una volta ringrazio il Signore che mi ha fatto incontrare sulla strada del mio sacerdozio, un uomo così, dal quale ho imparato molto, quante volte, ho sentito che il sacerdote è, innanzi tutto, “uomo di preghiera”. L’ho sentito in seminario, l’ho sentito durante gli Esercizi Spirituali, l’ho letto nelle meditazioni. Ma l’ho vista vissuta, questa virtù, nella vita di don Enrico. È vedendo lui che ho visto dal vivo che il “sacerdote è uomo di Uomo di preghiera
13 preghiera”! Che bello, usando un po’ la memoria visiva, vederlo tutti i pomeriggi fare visita al SS. Sacramento, in chiesa. Con il freddo o con il caldo, lui era sempre presente. Qualche volta durante la visita al SS. smistava un po’ le candele accese, distribuendole in eguale misura, ai vari altari laterali, ma sporcando con abbondanza il pavimento. Era un po’ la rabbia delle signore che pulivano il pavimento. Ai miei “rimbrotti” rispondeva: “Non le ho neanche viste quelle candele! Non ho toccato proprio niente…” e c’erano le mani sporche di cera e la veste imbrattata di gocce di cera. C’era da ridere, perché era un po’ simile ad un bambino che si scopriva con le mani nella marmellata. La partecipazione alla S. Messa delle 7 la celebrazione nel suo “duomo” della S. Messa delle 16,30, l’Adorazione Eucaristica settimanale; quanti rosari mi faceva recitare durante le “visite pastorali” che facevamo in macchina d’estate. Uomo di preghiera e quindi uomo di grande fede. Ha preso sul serio e coerenza la Parola di Dio. Sì, don Enrico è stato capace nella sua vita di fare quel “salto di qualità”, ponendosi su un gradino che gli ha permesso di avere con il Signore un rapporto tutto particolare. Non è facile per nessuno, anche perché dobbiamo liberarci da tutte quelle nostre “sicurezze” che ci legano a questo mondo. Se qualche piccolo passo ho potuto fare in questa direzione, diventando un po’ più uomo di preghiera, questo è certamente merito di don Enrico. Ho imparato da lui una pastorale semplice e immediata, ma importante. Le sue osservazioni che sembravano “infantili” e che invece erano e sono utilissime. Come si faceva la genuflessione: piegare il ginocchio fino in fondo, testimoniando un’adorazione anche con il proprio corpo davanti al SS. Sacramento. Il non sedersi subito sulla sedia o sulla panca, ma rimanere in ginocchio o in piedi per salutare Gesù presente nel Tabernacolo. La cura del segno di Croce, fatto con devozione e attenzione. Una catechesi semplice ma efficace. Espressioni semplici ma che facevano pensare. Ad una signora che entrava in chiesa ebbe a dire con sorriso sulle labbra: “Mi sembra una vetrina d’oreficeria, vedremo quanto sarà generosa con i poveri”. Lui lo poteva dire, era don Enrico, uno che sul suo conto corrente aveva poco o niente. Ho annoiato, mi fermo qui! Solo per ripetere un’altra volta: grazie don Enrico di tutto. Don Nino Abramo e l’Angelo Abramo, ormai vecchissimo, era seduto su una stuoia nella sua tenda di capotribù, quando vide sulla pista del deserto un angelo venirgli incontro. Ma quando l’angelo gli si fu avvicinato, Abramo ebbe un sussulto: non era l’angelo della vita, era l’angelo della morte. Appena gli fu di fronte Abramo si fece coraggio e gli disse: “Angelo della morte, ho una domanda da farti: io sono amico di Dio, hai mai visto un amico desiderare la morte dell’amico?” L’angelo rispose: “Sono io a farti una domanda: hai mai visto un innamorato rifiutare l’incontro con la persona amata?” Allora Abramo disse: “Angelo della morte, prendimi.” Don Mirko Bellora
14 Tornare a far memoria di una persona cara è sempre un esercizio che, svolto nel segreto del proprio cuore, riporta alla luce tante parole, situazioni, espressioni, atteggiamenti che per certi aspetti si vorrebbero tenere per sé come un tesoro prezioso, non accessibile a tutti. È poi vero che se si cerca di comunicare per iscritto la bellezza e la ricchezza di incontri e chiacchierate, la parola risulta uno strumento troppo inadeguato, incapace di consegnare a chiunque legga o ascolti, l’abbondanza di ciò che si vorrebbe comunicare. Non nascondo quindi la fatica di questo momento! Quale esperienza di Dio ha vissuto don Enrico nell’arco della sua lunga esistenza? È la domanda che mi ha accompagnato per parecchi giorni, dopo aver appreso la notizia della sua scomparsa. Don Enrico è stato indubbiamente un grande uomo, di grande sensibilità con un cuore e uno sguardo capace di raggiungere tutti, appassionato della sua gente e delle missioni al tempo stesso, con parole consolanti verso i malati e i sofferenti (i suoi prediletti!) e dure verso i benpensanti e benestanti poco attenti ai più poveri, uomo capace di intuire i bisogni e le necessità della sua gente …., ma soprattutto l’intera esistenza di don Enrico è stata una chiara testimonianza di un uomo appassionato di Dio. Neppure gli anni hanno potuto spegnere il desiderio forte di appartenere sempre più a Lui non a parole, ma con la vita. Evidentemente non ho la pretesa e neppure le capacità per rispondere a una domanda del genere, con molta semplicità ed umiltà constato che tutta la sua vita è stata un’instancabile stare alla presenza di Dio, per servirLo e amarLo giorno dopo giorno, anno dopo anno: “Bene, servo buono e fedele, sei stato fedele nel poco ti darò autorità su molto; prendi parte alla gioia del tuo padrone.” (Mt 25, 21) La familiarità e la ricerca assidua del Signore, la perla preziosa della sua vita, hanno reso don Enrico un uomo libero. Libero dalle cose; libero nei confronti delle persone, libero per il Signore. Don Roberto Libero per servire il Signore
15 È una frase entrata nel nostro vocabolario, anche di credenti praticanti, alla morte di gente conosciuta. Ricordo di aver visto la salma del parroco don Carrera, nel suo studio allestito a camera ardente, quando avevo solo quattro anni d’età, ma, per decenni, ho udito i bisnonni d’oggi ripetere il suo nome o fare riferimento ai suoi insegnamenti, nei fatti più diversi e impensati della vita. “Se n’è andato”? O è stato più presente e nominato dopo la sua morte? Sono sicuro che anche per don Enrico “è così” chi ha appreso da lui a convivere in pace con i propri limiti e difetti ma ad impegnare con grinta e fedeltà i propri doni, per produrre servizio all’altro o per onorare responsabilità coscientemente assunte, sentirà sempre la sua presenza saggia e stimolante, in ogni sosta silenziosa della vita quotidiana. Tutti l’hanno conosciuto come uomo forte e coraggioso, estremamente coerente con i suoi principi e forse per questo, alcuni hanno anche sofferto per la sua maniera diretta di dire ciò che pensava o credeva, specialmente durante i lunghi anni di parroco di Sant’Andrea; sotto l’apparenza granitica del montanaro, c’era però un uomo saggio, sensibile, aperto ai cambiamenti, rispettoso, capace di solidarietà concreta e delicatezze incredibili, un amico vero, franco e fedele. È sempre stato appassionato della sua vocazione e l’ha vissuta fino alla fine come “buon pastore” partecipando cordialmente alle vicende allegre e dolorose del suo gregge e non lasciando nulla d’intentato per aiutarlo a capire, con gli occhi della fede, il senso e la bontà del piano misterioso di Dio che è però sempre “papà”. Personalmente, ringrazio il Signore di averlo messo sulla mia strada come guida, confessore e confidente: con lui ho vissuto momenti indimenticabili in casa mia e in casa sua, in chiesa, a Roma dal Papa, a Pasturo, in chiesina di piazza della Repubblica e nella sua ultima residenza in via Roma. Nell’ultimo saluto quasi un anno fa partendo per il Brasile, dopo aver parlato di ricordi comuni ed aver mostrato per l’ennesima volta il suo grande amore per le missioni, mi chiese: “Giovanni ci vedremo ancora”? Nessuno parlò più, ma l’abbraccio che ci siamo dati fu più eloquente di qualsiasi discorso e quell’accenno del dito puntato verso il Cielo, mi dice chiaro, ora, che tu, don Enrico, non te ne sei andato, ma sei qui e molto più presente di prima!! Irmao e amigo Joao barbuto Giovanni Gadda Don Enrico se n’è andato
16 Sono partito come missionario, per l’Amazzonia Legale nello stato del Parà- Brasile, il 29 luglio del 1968, con la mia partenza don Enrico volle che i pioltellesi, oltre alla Giornata Missionaria per tutte le Missioni, celebrassero una Giornata Missionaria per i Missionari pioltellesi. Nel 1978 don Enrico fece il suo primo viaggio missionario venendomi a visitare in Amazzonia. Ero all’aeroporto di Belém aspettando il suo arrivo. Scesero dall’aereo i passeggeri e don Enrico non scese. Fui a parlare con i responsabili del volo sull’aereo. È stata una grazia perché l’aereo stava per ripartire per Manaus e don Enrico stava dormendo. Lo svegliarono e incontrandoci cominciò la festa. Ci dirigemmo alla Basilica della Madonna di Nazareth. Una delle chiese più belle del Brasile. Lo impressionarono il numero dei confessionali. Disse: “Quando sarò più anziano, questo sarà il mio posto per dedicarmi alle confessioni”. Nel frattempo una signora domandò di confessarsi. Don Enrico dopo averla confessata mi disse: “Mai verrò qui a fare il confessore, perché le donne si confessano poco vestite e per me non va bene”. Don Enrico rimase con me un mese e volle vedere le Chiese delle sei parrocchie dove ero stato parroco. Un viaggio di circa 2000 chilometri. Iniziando il viaggio mi disse: “Tu cerca di guidare bene e io pregherò perché il Signore ci benedica”. Raggiungemmo Carolina, città dello stato del Maragnao dove era Vescovo un ex alunno del suo oratorio di Cusano Milanino, quando era coadiutore e si chiamava Mons. Marcellino Bicego. Don Enrico da Belém fu a Macapà. Gli raccomandai di non attraversare prati con erba. Egli pensò che fosse una cosa detta dai missionari per farsi importanti. Quando tornò mi accorsi che si grattava le gambe. Erano piene di “mucuim”, insetti come zanzare ed erano violacee. Con frizioni d’alcool risolvemmo il caso. Durante il viaggio passammo accanto ad un fiumiciattolo con contadini che lavoravano la malva. Disse: “Che lavoraccio!” Domandò a quei contadini un paio di mutandoni ed entrò anche lui a lavorare dicendo: “Se quel lavoro lo fanno loro, lo posso fare anch’io”. Quando visitammo la parrocchia di S. Domingos do Capim, si meravigliò. L’area della parrocchia era di 22.000 km quadrati ed assistevo 96 paesi con Cappella. Tutti i paesi li raggiungevo percorrendo il fiume e ci mettevo circa due mesi. Ho approfittato per presentare a don Enrico una domanda: mi sarebbe utile un motore per una canoa lunga 20 metri e larga 6 metri. Don Enrico rientrò in Italia e dopo quattro mesi mi arrivava il motore. Così in soli 30 giorni potevo visitare tutte le comunità. Che grazia. Dovetti denunciare alla Capitaneria del porto di Belém l’imSempre attento alle missioni
far colazione non andava a casa dei poveri ma di amici che stavano bene, come Marta, Maria e Lazzaro”. E si terminò con un bel sorriso. Padre Giannino Cariati 17 barcazione e le fu dato il nome di: “GRAZIE PIOLTELLO”. La gente dell’Amazzonia Legale, o Parà, si entusiasmò della bontà e semplicità di don Enrico e tutti, come là si usa, lo volevano abbracciare e baciare. Durante una S. Messa in una comunità di Belém, ci fu data la notizia della morte del Papa Paolo VI. Tutti venivano a presentarci i loro “pesames”, o condoglianze perché noi preti eravamo considerati della famiglia del Papa e quindi in lutto. Don Enrico a tutti ripeteva una delle poche parole che aveva imparato: “gostei”, che vuol dire “sono contento”, meravigliando tutti, finché lo raggiunsi e gli dissi di rispondere: “estou sofrendo, obrigado!”. Un giorno in Italia m’incontrai con lui e gli domandai: “Don Enrico perché quando andiamo a benedire le famiglie a Natale, l’ultimo è sempre un fittabile o uno che sta bene, con soldi”? Mi rispose: “Per imitare Gesù che disse "Beati i poveri perché di essi è il Regno dei cieli". Lui però a
18 Ci sono alcuni brani di musica classica che hanno per titolo: “in morte di…”, scritti e composti e dedicati alla memoria di qualcuno, defunto. Ciò che qui voglio dire vorrebbe essere un cantico, una suonata per coro e strumenti di tutti i tipi, a celebrazione di un amante della vita che ha fatto di questa vita terrena una preparazione degna della Vita che ora gode in pienezza nella comunione col Padre. La persona e la presenza di don Enrico tra noi – essenzialmente – è stato un solenne cantico di questo mistero dell’esistenza terrena umana, vista nel disegno del Creatore su ognuno di noi, che ha inizio già nell’amore di Dio prima di ogni respiro; continua dal nostro venire alla luce fino allo scadere dell’ultimo giorno, per poi tornare in piena conoscenza e coscienza a quella pienezza d’Amore che ci ha scelti, amati, eletti, per stare eternamente nella Sua Luce, Dio! È l’esperienza di Geremia, del salmista, Sal. 138, del Servo di Jahvè, in Isaia, pienamente compiuta e realizzata da Cristo Gesù e, in Lui, offerta a tutti noi che in Lui poniamo la nostra fede. È la sintesi, che è risposta al senso della nostra esistenza, alla domanda per troppi divenuta oggi angosciante: “Perché vivere?”. Don Enrico ha saputo vivere gioiosamente questa sintesi e, parafrasando il Sal. 33 (34) che così recita: “Guardate a Lui e sarete raggianti, non saranno confusi i vostri volti”. Vorrei indicarlo come possibilità per l’uomo d’oggi di trovare questa risposta. Il termine che penso più gli si addica e che per noi vuol essere binario per raggiungere lo stesso traguardo, percorrendo ognuno il proprio cammino, è “fedeltà”, e cioè l’uomo fedele al disegno di Dio su di lui. Fondato sulla solida fede nella Parola di Dio, Vangelo di Gesù Cristo per l’uomo nuovo del Regno, la sua fedeltà nell’ascolto lo ha portato ad essere fedele nel ministero, nella carità, nella preghiera, nel servizio, tutti valori che attraversano il tempo e la storia senza lasciarsi travolgere dagli avvenimenti, dai cambiamenti di mentalità e struttura che hanno marcato in modo particolare il secolo scorso. Così il don Enrico del 1931, del 1946, degli anni 60-80, del 2003 è lo stesso servo fedele che accompagna con occhi di fede e amore di padre/fratello il cammino generazionale di due Comunità Parrocchiali, nella fedeltà nonostante i cambiamenti, le incoerenze sue e di noi tutti, le debolezze, gli insuccessi, le consolazioni e le gioie che anche i figli più svogliatelli sanno dare ai genitori riconoscendo l’amore che essi hanno per loro! E la piena umanità di don Enrico siamo qui tutti a riconoscere. Ricordo di don Enrico? Come si fa a parlare di ricordo quando tutta la tua vita è imbevuta della sua presenza – insegnamento – amicizia – fraternità, condivisione e fede! Lo sento parte di Fedeltà al disegno di Dio
19 me come io sono stato parte delle sue preoccupazioni pastorali, vocazionali, oggetto cioè della sua risposta a Dio che qui, a S. Andrea, lo ha voluto com’espressione del Suo amore. Allora il ricordo più bello di lui è il rendermi conto che tra noi, nella mia vita e di tantissimi altri, è passato il segno tangibile della presenza di Dio, dell’amore del Padre, della Verità che è Cristo, della Sapienza dello Spirito, incarnati nella figura di quest’uomo essenziale, semplice, vero, povero e fedele, che ci ha fatto scoprire la gioia di vivere dimenticando noi stessi per il bene dell’altro, e questa è gioia vera, è pace nel cuore. Grande don Enrico, uomo di Dio! E suo testimone dell’amore di chi dà la sua vita per l’altro. È proprio guardando queste persone che scopriamo il senso della nostra esistenza oggi. Gli avvenimenti, i piccoli episodi e aneddoti su di lui (sarebbero moltissimi) appartengono al passato e si dimenticano pure, ma questi valori rimangono e rassicurano la nostra fede e speranza. Chiudo ringraziando Dio per questo dono grande che ha fatto alla nostra Comunità Parrocchiale, a Pioltello, alla Chiesa intera, e applico a lui un’antifona che cantiamo qui a Camaldoli, al Magnificat, soprattutto nelle feste e solennità di Maria che poi sono le parole di Elisabetta rivolte a Maria, nel Vangelo di Luca: “Beata sei tu che hai creduto, in te si compiranno le promesse fatte ad Abramo, nostro padre. Alleluia”! Per questo è appropriato il titolo di patriarca che attribuiamo al carissimo fratello don Enrico: hai creduto, grandi cose ha fatto in te l’Onnipotente, aiutaci a vivere la fedeltà nella fede, vivi nella gioia eterna che il Padre ora ti dona! Nella certezza di saperti in Paradiso. Don Emilio
20 “El nost Curat l’è un sant”. Quante volte ho sentito la mia mamma fare quest’affermazione, in casa e con persone che ci facevano visita e facevano apprezzamenti, a volte poco benevoli, per certe libertà che don Enrico a volte si prendeva! Perché, si sa, anche i santi hanno i loro difetti e stranezze, e non sarebbero tali se ne fossero privi: sarebbero troppo distanti da noi e quindi inimitabili. E’ da quando ho cominciato ad essere cosciente, i miei primi ricordi risalgono a quando avevo due anni e mezzo, che don Enrico è diventato parte della mia vita, assimilandolo in me stesso come si fa con il cibo per il corpo. È impossibile esprimere attraverso concetti un’esperienza che è tutta interiore e personale, differente da quanto altri hanno sperimentato, perché differente è la risonanza che fatti, parole e rapporti producono nella vicenda umana e spirituale con quelle stesse persone con cui si viene in contatto. Sto stendendo queste riflessioni mentre in Vaticano il Papa sta beatificando Madre Teresa di Calcutta. Non mi interessa curiosare alla televisione quanto sta avvenendo per convincermi della santità di Madre Teresa. Io credo nella santità della Chiesa, che produce santi nella misura che, coscientemente, ognuno assume e realizza fedelmente il suo impegno di seguire Cristo, conformemente ai doni ricevuti da Dio. Nella Chiesa ognuno può trovare l’ambiente propizio per crescere, maturare, amare, vivere e morire per la gloria di Dio. Ecco perché non c’è un santo più grande dell’altro, ma, tutti insieme, i santi diventano il riflesso della presenza di Gesù, che in mezzo a noi risplende attraverso la loro preghiera, carità, scienza, sofferenza, apostolato, misericordia, generosità e laboriosità. Ci si accorge allora che non si è soli e che è vero quello che Gesù ci ha detto: “Non vi lascerò orfani. Vi manderò lo Spirito Consolatore. Sarò con voi fino alla fine dei tempi”. Ammirando allora i nostri Santi, ci sentiamo toccati intimamente e, se li abbiamo conosciuti personalmente, ci sentiamo spinti a cambiare e a vivere con più generosità il nostro Battesimo. Parafrasando una famosa affermazione di Madre Teresa di Calcutta, don Enrico avrebbe potuto dire: “Per nascita sono di Laorca, per cittadinanza sono Pioltellese, per fede sono prete cattolico. Appartengo al mondo e per quanto riguarda il mio cuore, io appartengo totalmente al Cuore di Cristo”. Tutti quelli che l’hanno conosciuto possono affermare che questa è la sua fotografia. Allora, che differenza c’è tra la santità di Madre Teresa e quella di don Enrico: tutti e due sono un riflesso della santità per eccellenza, Gesù. Ho scoperto in don Enrico l’ardore di Pietro, la costanza di Paolo, il candore di Giovanni, la povertà di Francesco, lo spirito di preghiera e di mortificazione del Curato d’Ars, l’entusiasmo di Francesco Saverio, lo spirito apostolico del Borromeo, l’allegria burlona di Filippo Neri, l’intraprendenza di don Bosco, la carità del Riflesso dell’amore divino
21 Cottolengo e la fiducia nella Provvidenza di don Guanella. È bello vedere come tutti i santi si rassomiglino. Io ringrazio il Signore per avermi dato un santo come compagno e guida per tutto l’arco della mia vita, che si sta avviando verso il pomeriggio inoltrato, con tutte le sfumature dei colori che sono il riassunto di quello che si è vissuto lungo il giorno: il don Enrico del catechismo, della Cresima, della Prima Comunione, delle Confessioni con i pizzicotti e calcetti sulle caviglie. Ha suggerito poi ai miei genitori di mandarmi a scuola dai Salesiani. Il giorno della mia Prima Messa ha detto pubblicamente che lo ha fatto perché pensava di inviarmi poi in Seminario. Però io sono entrato dai Guanelliani e lui è stato contento, perché una sua cugina era morta suora di don Guanella. Nella mia vita sacerdotale e missionaria ho imparato tanto da lui: mi ha sempre accompagnato con il suo ricordo, la sua preghiera, le sue lettere, il suo aiuto. Era contento di vedermi quelle poche volte che ritornavo al paese: si commoveva e gli scappava qualche lacrima quando ripartivo. L’ultima volta, due anni fa, mi ha chiesto d’inviargli una mia foto per ricordarsi di me ogni giorno. Anche se non gliel’ ho mandata, sono sicuro che mi ricordava. Posso affermare che mi voleva bene e mi era vicino. C’era un legame spirituale che ci univa. C’è stato un fatto nella mia vita, che non dimenticherò mai, avvenuto negli anni ’80, quando ero ancora in Paraguay, in un momento di difficoltà spirituale. Ho ancora chiari e vivi nella mente i colori, la luce, gli oggetti che mi stavano attorno in quel momento quando, mentre ero a letto nella mia stanzetta, don Enrico è entrato e si è seduto sulla mia sedia vicino al mio letto. Gli ho chiesto: “Ma come ha fatto ad arrivare fin qui?”. Non mi ha risposto e, sorridendo, è rimasto seduto per alcuni istanti. Mi sono svegliato ed era notte fonda. Dopo alcuni giorni ricevevo una lettera, di cui ricordo il formato, la scrittura in biro azzurra con notizie telegrafiche nel suo stile proprio. In fondo alla lettera diceva: “Non fare le stranezze dei Santi. Non sei ancora alla loro altezza e rischieresti di cadere”. Grande lezione per la mia presunzione. Come aveva fatto a sapere che stavo facendo alcune delle “stranezze” dei santi, se non attraverso il rapporto spirituale e d’affetto che c’era tra noi? Lui era santo e quindi poteva fare cose che gli altri considerano stranezze. Si potrebbe scrivere un libro sulle stranezze di don Enrico che, nel linguaggio di Dio, erano espressioni di santità. Forse non arriveremo mai ad invocarlo: “San Enrico Civilini, prega per noi!”, ma senza dubbio, ogni giorno ci è dato di ripetere con fede e affetto: “O don Enrico, intercedi per noi”. P. Paolo Oggioni
22 … la preghiera “…ma io gioirò nel Signore: esulterò in Dio, mio Salvatore. È il Signore la mia forza. Egli rende i miei piedi come quelli delle cerve e sulle alture mi fa camminare… Fammi capire e imparerò i tuoi comandi: i tuoi fedeli, nel vedermi, avranno gioie perché ho sperato nella tua parola”. Quante volte, nella penombra della Chiesa, raggomitolato su un banco (e spesso, d’estate, sui gradini all’esterno) don Enrico si è fatto forte di queste parole unendo la sua voce a quella del Salmista. Aveva imparato a parlare con Dio così: mentre camminava sui suoi monti, in mezzo ai suoi boschi respirando libertà. “Ecco sto davanti al Signore: busso alla tua porta, vorrei parlarti di tutti”. La preghiera è un ininterrotto appuntamento con Dio: “Tu sei per me rifugio: all’ombra delle tue ali troverò riparo… giorno per giorno” (Salmo 60). È appuntamento con se stesso per riempirsi del sole di Dio. Rabindranath Tagore, poeta indiano, lucido interprete dell’uomo, scriveva: “L’acqua che esce dal ghiacciaio, tenuta ferma per anni sulle cime dei monti, sotto l’occhio delle stelle, si scioglie poi sotto i raggi del sole, e porta in ogni direzione un canto di felicità senza fine”. La preghiera è appuntamento con il prossimo. E ancora Tagore: “Non fermare nel Tempio l’adorazione. Adoratore: trasforma l’amore del Dio che adori con il tuo interesse per l’uomo”. …umorismo “Appendi la tua vita ad una stella: la notte non ti potrà mai fare del male”. È un detto che corre fra i beduini nel deserto. E aggiungono una ricetta: “Bevi ogni giorno un sorso dell’elisir composto da: confidenza in Dio… certezza che quanto Dio vuole succederà… profonda riconoscenza al Signore… sopportazione… consapevolezza che c’è sempre qualcosa di peggio… attesa, perché anche la notte più profonda eromperà in splendente aurora”… Penso che don Enrico bevesse di questo cocktail: che da queste sorsate nascesse il suo umorismo: vissuto, raccontato, elargito con un sorriso disarmante. Nel libro “La felicità è per te” Phil Bosmans, sacerdote cattolico belga, dice: “L’umorismo aiuta a ridimensionare le cose. Se entra in una casa vi porta un pezzetto di sole… è sinonimo di gioia… si siede a tutti i deschi… e anche se, dentro, è triste… sa sorriderti”. …generosità “Signore tu apri la mano e sazi ogni vivente” (Salmo 340). Il Sacerdote nella preghiera accosta Dio alle grandi povertà dell’uomo, mendicanti e sapienti: in tutti vede Dio. Lo vede in modo spontaneo e diretto nel povero che cammina, spesso silenzioso e schivo, confuso con la polvere delle strade. K. Gibran, testimone di una cultura cristiana universale, nato nel Libano, vissuto nella cultura dell’occidente, diceva: “Ci sono persone che hanno poco, ma danno tutto. Dio agisce con le loro mani, e con il loro cuore ricostruisce le esistenze”. Da pochi anni a Pioltello, don Enrico sognava di costruire una Tenda nuova per il Signore. Erano i difficili anni del dopo guerra, e tanti giovani sognavano una casa, un nido per affrontare il futuro. Non ebbe tentennamenti il giovane Parroco e fece le sue scelte: i deboli devono stare al centro degli sforzi umani… non ai margini, non nella rete sociale. Ricordo le ultime righe di una novella di Mohammad ‘Oufy, musulmano: “Quando l’imperatore venne a morire, esclamò: "Forse ho amato i poveri più di Dio stesso, ma spero che Dio non se la sia presa con me". Dopo averlo ascoltato il Principe dei credenti commentò: "Invero i buoni reAcquarelli
23 gnanti sono la mano destra di Allah, che benefica i poveri"”. …il tramonto Mi è capitato più volte di passare nella sua casa. Pochi metri quadrati intrisi di pace, di serenità, di sorriso. Seduto dietro la scrivania, circondato dalle sue cose, un Crocifisso, il Breviario, la Corona del Rosario, i suoi santini, l’Avvenire. Braccia che si spalancavano in un sorriso pieno. “Oh il professore… lo scrittore…”: l’umorismo non lo lasciava mai. Avrei voluto fotocopiargli una pagina de “Il vento del deserto racconta”. “Ecco cosa dice l’Altissimo: quando il gufo striderà il suo lamento funebre, e le ali della morte volteggeranno sul tuo capo per cancellare i tuoi giorni in un calmo tramonto, vano è fuggire. Lascia serenamente che il tuo burchiello sciolga la vela per approdare all’altra sponda ove ti aspetta un’altra aurora”. …le consegne Con gesto silenzioso e sacerdotale don Gianni mi porge l’aspersorio. È l’ultimo, estremo atto della liturgia prima che don Enrico scenda nella terra da cui è venuto e a cui ritorna… “là dimorerò per sempre nella tua Tenda… all’ombra delle tue ali” (Salmo 260). Un sussulto: con quello stesso asperges il nuovo Parroco di Pioltello, nel 1949, mi accoglieva e mi benediceva all’ingresso della Chiesa per la mia prima Messa: festa di S. Pietro e Paolo. E così, tra la commozione di tutti, saluto don Enrico. È ancora un poeta Daniel Varujian, un armeno vittima del primo grande genocidio della storia, a dettarmi le parole: “Bisogna che adesso tu riposi, e che noi prendiamo il tuo posto: Padre! Stendi sulla nostra testa la tua mano, lascia che dalle tue dita goccioli giù la preghiera che sgorga dal fulgido altare della tua anima: è l’ora finale: lasciaci la tua benedizione”. …epigrafe Ho lasciato la parola a salmisti, poeti, scrittori e cantori le cui intuizioni e le cui immagini rispondono alla figura che di don Enrico ho nel cuore. Ma l’ultimo momento spetta a Lui…. Che ancora vive: ed anche Lui esprime il suo testamento spirituale con la voce di Gibran. Versi che sembrano un’epigrafe: “Soltanto quando berrete al fiume del Silenzio canterete veramente. Soltanto quando avrete raggiunto la vetta della Montagna comincerete a salire. Soltanto quando la terra reclamerà le vostre membra allora invero danzerete”. P. Gianni Sampò
24 Don Enrico amava la vita consacrata e l’ha dimostrato nei suoi fecondi e lunghi anni di ministero. È questo aspetto che mi piace mettere in luce, un dato che probabilmente rende ragione delle molte vocazioni di speciale consacrazione al Signore nate nella nostra parrocchia, consacrazioni femminili e maschili. Non so quante di queste abbiano alla base don Enrico, perché ogni vocazione nasce come dono di Dio attraverso un incontro con persone concrete, ma penso che buona parte delle vocazioni di speciale consacrazione abbiano attinto dalla fede e dall’esempio di don Enrico. Il suo essere parroco che prega e fa pregare, la sua disponibilità al sacramento della riconciliazione, il suo modo di vivere la missione sacerdotale e la sua consacrazione al Signore sono state un singolare esempio per molti che hanno approfondito la chiamata battesimale nella consacrazione al Signore. Tratti dalla figura sacerdotale e umana di don Enrico ben si specchiano nella vita consacrata; pensiamo al suo rapporto con il denaro o con l’autorità religiosa, pensiamo alla dedizione pastorale, quasi coniugale, con la sua parrocchia: tratti di una fedeltà al Signore e agli altri, coniugazione dei voti di povertà, obbedienza e castità tipici della consacrazione. Don Enrico si è preoccupato dell’uomo nella sua integrità, non lasciando in secondo piano nessuno degli aspetti della vita, pronto a intuire i disegni del Signore nelle situazioni che gli si ponevano di fronte. Ecco l’attenzione per le strutture parrocchiali ma anche le attenzioni allo sviluppo di Pioltello. Costruzioni e strutture che sono solo la parte esterna, e non sappiamo neanche se quella maggiormente visibile, del suo apostolato. Si dedicò con passione e competenza alla costruzione delle anime, o meglio di uomini e donne veramente e profondamente cristiani, curandosi sia della consacrazione religiosa sia di quella matrimoniale, non dimenticando nulla della vita dei suoi parrocchiani. Ognuno può ricordare almeno un aneddoto e per i più don Enrico è semplicemente sempre stato presente: una certezza, un punto di riferimento, un onesto generoso uomo di Dio con cui era possibile anche discutere o dissentire ma di cui si sentiva la calda presenza. Durante la mia permanenza a Roma don Enrico ogni tanto si faceva vivo con i suoi scritti e dietro ad una foto (ormai molto nota) che lo ritraeva sui gradini della chiesa così scriveva: “Don Enrico fa apostolato spiccio non sapendo far altro. Ogni mattina si mette sulla porta, anzi sui gradini della chiesa per la recita del breviario, per ricordare chi passa che devono anche loro dire le preghiere del mattino. Sperando che qualcuno... caschi nella rete”. In poche righe rivedo don Enrico con la sua saggezza, la sua ansia pastorale e la sua ironia. Infine, non posso dimenticare una vicinanza spirituale particolare: don Enrico nel 1984, nella cattedrale di Pavia, mentre i Barnabiti dell’Italia del nord ricevevano dal Superiore Generale le nuove costituzioni, è stato affiliato all’Ordine dei Barnabiti. Una fratellanza spirituale che don Enrico ha assunto con gioia non facendo mancare le sue visite annuali alla Curia generalizia di Roma, il suo aiuto e la sua preghiera per le missioni e per la Congregazione, e una preghiera particolare per quei suoi parrocchiani figli di S. Antonio M. Zaccaria. P. Stefano Gorla Esempio per le vocazioni Fratello spirituale Carissimo don Gianni, ho appreso con dispiacere della morte di don Enrico. Lo ricordo al Signore con riconoscenza e venerazione per il suo profondo spirito sacerdotale e per il sincero attaccamento alla nostra famiglia religiosa. Certamente ora la parrocchia, e spero anche la nostra Congregazione, hanno un amico e intercessore in più presso il Signore. A te un fraterno saluto e auguri di ogni bene per il tuo ministero. P. Giovanni Villa Generale dei Barnabiti
25 Per noi, Suore Pioltellesi di Maria Consolatrice, il Parroco don Enrico è stato la testimonianza concreta di un santo sacerdote, ricco di umanità e animato da vero zelo apostolico. Rievocando la nostra fanciullezza, lo ricordiamo pieno di vitalità, intraprendente nell’affrontare ogni difficoltà, con la sua innata predisposizione allo scherzo e al dispettuccio. La sua attenzione e preoccupazione per i giovani l’abbiamo sperimentata in diverse occasioni; ricordiamo in particolare il suo intervento a favore delle ragazze che lavoravano in turno alla Filatura Lanar di Cernusco s/Naviglio; non ha mancato di presentarsi ai proprietari chiedendo orari, di inizio e fine turno, più consoni alle ragazze. Con coraggio azzardato si è fatto committente di tre case popolari per offrire alloggi alle giovani coppie che dovevano sposarsi, anticipando ogni iniziativa dell’amministrazione pubblica. Con lui abbiamo condiviso le preoccupazioni che tale iniziativa gli ha procurato. Era un pastore perspicace, ma quando si trovava all’altare la sua persona assumeva un altro aspetto. Il suo raccoglimento rivelava un rapporto particolare con il Signore. Ci esortava a fare di Gesù il nostro amico, con fede ci chiedeva di amarlo intensamente, di offrirgli piccoli sacrifici, vedendolo assorto davanti al SS. Sacramento durante le Adorazioni eucaristiche, le celebrazioni liturgiche, le solenni processioni, ci inculcava l’amore all’Eucaristia. Il suo trasporto ci coinvolgeva in un’atmosfera di fede e di amore e possiamo ben dire di aver attinto la devozione al SS. Sacramento da questa sua testimonianza. Curava molto le celebrazioni liturgiche e nei primi anni della sua presenza in Pioltello ha insegnato il canto gregoriano. Con noi giovani che aspiravamo alla vita religiosa era particolarmente esigente. Senza particolari pressioni ci voleva esemplari, disponibili ad ogni esigenza apostolica. Ci voleva catechiste, animatrici di ogni attività pastorale; zelatrici delle iniziative missionarie, pioniere nella diffusione della “buona stampa” nelle cascine più lontane; durante il mese di maggio ci spediva nelle cascine ad animare la recita del S. Rosario e così per ogni emergenza della Parrocchia. Don Civilini non trascurava ovviamente la nostra formazione attraverso la direzione spirituale individuale, incontri settimanali in oratorio e in ogni altra occasione. La sua paterna presenza non è mancata neppure dopo il nostro ingresso in congregazione. Soprattutto nei primi anni della vita religiosa si presentava nelle ore più impensate all’Istituto. Si interessava del nostro impegno spirituale, dello stato di salute, degli orari di riposo e degli impegni apostolici esigendo chiarimenti e spiegazioni da parte delle Superiore ogni qualvolta non riusciva a capire qualche cosa del nostro ordinamento. Noi lo accoglievamo con tanta gioia e riconoscenza e ci affidavamo alla sua preghiera. Non mancava di intraprendere viaggi per andare a trovare qualcuna di noi se la sapeva ammalata o in situazione di difficoltà. Per concludere noi conserviamo un carissimo ricordo di don Civilini, ne sentiamo la protezione e, sapendolo nella pienezza della gioia eterna, ci affidiamo con fiducia a lui perché ci aiuti ad essere generose nel quotidiano servizio, come lui ci ha insegnato. Le Suore Pioltellesi di Maria Consolatrice Testimone di vita consacrata
26 Rendiamo grazie a Dio, con sincerità e verità, per aver avuto don Enrico Civilini a Pioltello, per tanti anni. Io ho avuto la fortuna e la grazia di essere aiutata e guidata spiritualmente da lui. Non esistevano orari; personalmente, non ho mai trovato difficoltà a chiedere consiglio o aiuto: era quasi sempre la domenica sera. Mi riceveva nel suo studio e si colloquiava, inginocchiata su un inginocchiatoio, alla fine pregavamo lo Spirito Santo insieme. Sapeva intuire, guidare e seguire ogni vocazione. Si alzava alle 5 del mattino per dare la S. Comunione a noi ragazze che facevamo i turni in fabbrica, facendoci gustare la validità e la bellezza di questo Sacramento. Per me era veramente un “Santo curato d’Ars”. Da adolescente bazzicavo in casa sua, da lui ho imparato la povertà e la sensibilità umana. La sua casa era sempre aperta a tutti, quello che aveva era tutta grazia. Se sapeva che c’era un malato o una persona bisognosa prendeva la sua bici e via di corsa, non guardava in faccia a nessuno: “Era una persona bisognosa”. Pregava moltissimo, lo si trovava spesso in Chiesa: a leggere il Breviario, al suo posto (primo banco sotto il pulpito), o a passeggiare tra l’altare e la cappella della Madonna recitando il Rosario. In casa nostra veniva sempre volentieri soprattutto dopo cena, quando si pregava il Rosario e noi bambini recitavamo i misteri a memoria, con tanto fervore e a volte cantando anche di gusto. Era veramente un pastore, un padre e perché no, un amico e un fratello. A Milano veniva con frequenza, appena poteva veniva a farmi visita. Mi piace qui ricordare un particolare che mi colpì molto riguardo il suo amore concreto per le Missioni. Era in attesa del tram vicino al palazzo di giustizia: gli si avvicina una signora e gli dà un’offerta di 50.000 lire chiedendo preghiere; lui arrivato da me incontrò una suora che veniva dal Bangladesh; tirò fuori le 50.000 lire e le diede a lei per le sue missioni. Non teneva niente per sé. Non parlo poi di tutte le opere strutturali che ha fatto e che tutti sappiamo. A noi rimane il compito di pregarlo e chiedere al Signore la grazia d’imitarlo. Con questa occasione oso chiedere alla mia comunità Parrocchiale, di pregare sempre per i Sacerdoti perché se avremo Sacerdoti santi, avremo anche la popolazione santa. Aperto ai bisogni del prossimo Una grande anima Ringrazio tanto il Signore di aver conosciuto durante la mia vita consacrata, l’anima grande di mons. Enrico Civilini, dico “grande” perché era di grande umanità, spiritualità e santità. Tutto di Dio con una spiccata sensibilità umana, pur nella sua vivacità tanto scherzosa, arrivava di lasciar nel profondo dell’animo di chi avvicinava, un incoraggiamento, pace e speranza. Quante volte ha bussato alla porta della nostra scuola per chiedere un piatto caldo alle suore, ma per noi non era solo fare un piacere a lui, ma lo era lui per noi perché per noi aveva sempre una parola buona, un sorriso, una benedizione. Ho avuto la fortuna di trovarmi nella regione lombarda nel tempo in cui è deceduto, così ho partecipato al suo funerale, toccando e sostando presso la bara con il mio affetto e con la mia preghiera. Grazie don Enrico perché mi hai fatto tanto del bene e mi hai dato tanto della tua umanità. Dal cielo benedicimi e benedici la nostra congregazione. Suor Rosa Enrica Suor Enrica Gadda Suora di Maria Bambina
27 Carissimo don Enrico, le scrivo, come ho fatto altre volte, perché la sento ancora tanto vicino e forse più vicino di prima ora che è col Signore e quindi con ciascuno di noi. Sicuramente anche lei sta ringraziando il Signore come stiamo facendo noi, suoi parrocchiani e “figli”. Gli stiamo dicendo grazie per la sua lunga vita, per averla chiamata ad essere suo Sacerdote, per averla custodita nella fedeltà al suo servizio, aiutando tante generazioni a camminare nella vita, a conoscerLo e a scoprire la propria vocazione per seguirlo. Ciascuno, però, ha un motivo speciale per cui rendere lode al Signore e ringraziare lei; anch’io conservo nel cuore ricordi chiari e indelebili, cose care da custodire con gratitudine come eredità preziose per la vita. Quando ero alla ricerca della mia vocazione lei mi conduceva con pazienza perché imparassi ciò che è essenziale, cioè il rapporto col Signore nella preghiera incessante: mi esortava ad approfittare di tutti i momenti per pregare, ad esempio nel viaggio in pullman per recarmi al lavoro; e poi mi diceva di pensare al Signore e di salutarlo quando, nel viaggio, vedevo un campanile. Una preghiera, dunque, itinerante… una preghiera tipicamente missionaria. In missione non è facile vedere campanili!!! Il suo suggerimento allora, mi ha spinto a cercare altri ‘campanili’, altri segni della presenza del Signore, per ricordarmi di lui, cercando di pregare sempre, in ogni situazione, in ogni luogo, tra razze diverse, perché il Signore è presente ovunque. Di lei mi ha sempre colpito una cosa, una sua dote particolare: il non preoccuparsi di cosa pensasse la gente dei suoi comportamenti originali, simpaticamente ‘dispettosi’; la sua vita semplice e umile ci ha spiegato il senso di questo modo di fare, frutto di un animo ‘da bambino’ che viveva appoggiato al Signore e in intimità con lui, desideroso di comunicare gioia a chi la incontrava anche con piccoli gesti. Don Enrico, continui ad accompagnarci con le sue ‘sorprese’ dal cielo; chieda al Signore che anche noi sappiamo spendere con gioia la nostra vita, nella fedeltà alla Sua volontà giorno per giorno e fino alla fine. Grazie per tutto il bene che ci ha voluto e arrivederci. Suor Fausta Gadda Pregare incessantemente Forte nella fede Mi è difficile scrivere qualcosa riguardo a don Enrico… fisicamente lontana da Pioltello da 24 anni, i ricordi che conservo nella memoria non sono molto “freschi”! Ho un ricordo legato alla Storia, ad un periodo storico in cui i preti e le suore non entravano nel “cortile della Cooperativa”… e don Enrico fu molto meravigliato quando, a 17 anni, mi ha rivisto in Chiesa, attiva in molti gruppi parrocchiali, non nascondendomi il suo stupore che “qualcosa di buono” poteva uscire anche da lì! Il giorno prima della partenza per entrare dalle “piccole Sorelle”, dopo la messa mi portò in casa sua, mi fece inginocchiare e mi diede la benedizione, come un padre, dicendomi: “Il Signore sarà sempre con te, ma ci sarà anche il diavolo… prega…”. Gli altri ricordi che ho di don Enrico sono dei “flash” legati ai miei ritorni a casa: lo trovavo ogni volta diminuito fisicamente, ma sempre “forte nella fede”. Lo trovavo anche più “paterno”, dolce anche nelle sue espressioni: come “intenerito dall’età”; voleva sempre sapere cosa facevo, dov’ero, ma negli ultimi anni ogni volta che mi scriveva o mi vedeva, gli “elogi” erano per la mia mamma, che lo aiutava in “chiesetta”, a prepararsi per l’Eucaristia. Una delle ultime volte mi ha detto: “Hai una mamma bravissima, sempre col sorriso… tale madre, tale figlia…”. … speriamo… Nadia Piccole Sorelle
28 Consigli formato lettera Cosa potrei dire di don Enrico che altri, che l’hanno avuto per guida, confessore, parroco, padre non possano scrivere e raccontare di lui? Per questo vorrei semplicemente condividere con voi un piccolo “tesoro”: i consigli, le emozioni , le riflessioni che in questo anno mi ha scritto nelle sue frequenti lettere. Quando partii per il monastero volle che andassi a salutarlo. Mi aspettava sulla sua sedia all’ingresso di casa, mi disse tutta la sua gioia per questo cammino che iniziava, mi confessò il suo amore per la vita tra la gente poi mi fece inginocchiare accanto a lui e mi benedisse e mi assicurò la sua cura e la sua preghiera. Don Enrico era uomo di parola e ha mantenuto la promessa. Ogni mese (o anche più spesso) in questi due anni mi ha scritto per farmi sentire tutto il suo affetto, come un nonno che si prende cura di una nipotina tanto cara. Le lettere di don Enrico erano sempre una gioia grande e anche una fatica perché bisognava proprio interpretarle e lui lo sapeva, così scriveva il 28 nov. 2002 : “riesci a leggere quello che scrivo! È la scrittura di uno che ha 96 anni compiuti sono troppi! ma non ho fretta di morire, sto bene qui, al pensiero che presto morirò mi sento venire i brividi”. Sì, della morte don Enrico mi parlava spesso quasi in ogni lettera : “la fine non può essere lontana e mi rincresce la vita è tanto bella anche se è chiamata valle di lacrime (7 ott. 2002); don Enrico è ancora lucido di mente ma è alla fine dei suoi giorni la morte verrà a chiamarlo: è pronto! (20 gen. 2003); morirò presto spero che il Signore abbia misericordia del suo servo (ottobre 2001). E così con tanta semplicità parlava della sua malattia: “don Enrico è malato soffre spesso e molto di osteoporosi, mi e’ difficile camminare; sono sempre accompagnato per ordine della dottoressa Milena. ha un po’ la testa fra le nuvole, e non ho sempre coscienza della realtà che vivo: colpa dell’età (28 nov. 2002); sono cieco, sordo, in clausura forzata (2001). E sì la clausura! Qualcosa che tanto contrastava con la sua indole, così scriveva il 15 ottobre S. Teresa d’Avila: “ti scrivo pensando che ti sei reclusa come Teresa vivendo una vita tutta del Signore. sono tra le mura della mia casa mi par d’essere a S.Vittore non viene nessuno a trovarmi sono giornate solitarie senza incontrare persona, non è il mio forte perchè sono un chiacchierone, amo più la strada che la casa, la clausura; telefono a don Ercole: vieni a trovarmi! così lo incontro. Grande è la tua vocazione” Così don Enrico amava la sua vocazione di sacerdote e mi spronava a vivere la mia di claustrale che amava e custodiva anche se non faceva per lui. Dopo la vestizione così mi educava: “lode, pace e onore al
Signore per il dono della vestizione, ho seguito la funzione e la festa tanto bella e con te dico grazie al Signore datore di ogni bene. partecipo alla tua gioia perchè ti sei consacrata e donata al Signore” (7 ott. 2002); vedo il lavoro che lui compie in te, ti lasci lavorare con generosità per lui.” Ecco don Enrico sapeva gioire e si rallegrava nel vedere l’opera del Signore e mi spronava a rendere grazie e a essere docile a Lui e per Lui; quale grande insegnamento racchiudono queste sue poche parole! Ma le lettere di don Enrico erano piene anche di tanta dolcezza, in tutti i modi mi esprimeva il suo affetto sincero, la sua cura, la sua vicinanza: “cara, carissima sr. Felicita, non mi par vero di chiamarti col tuo nuovo nome: Felicita, bellissimo degno di essere ricordato con amore ” “mi sei vicino sempre nel cuore e nella preghiera” (20 gen. 2003); “tengo sulla scrivania la foto col tuo fac - cione e la guardo mentre prego” (nov. 2001) Una vicinanza che si faceva piena nella preghiera: “con il breviario sono unito a te e dico forse in questo momento sr. Felicita sta dicendo lodi, ora media, o vespro, Gesù riempie il mio cuore sono più contento e meno distratto, ti sento vicinissima, non puoi rispondermi e questo mi rincresce. Sono contento e mi basta, vivo la mia giornata con lei, sono in buona compagnia è tutto quello che posso desiderare (7 gen 2003); so che non puoi rispondere ma sono contento di trovarmi con te col cuore, il pensiero e la mente (15 ott. 2002); per ora un abbraccio affettuoso e un ba - cio affezionatissimo d. Enrico arrivederci lassù (20 gen. 2003); se avessi l’auto ti verrei a trovare…..invece (7 ott. 2002)” Ancora di più quale sacerdote il bene di don Enrico si esprimeva nel donarmi ogni volta la sua benedizione così concludeva ogni lettera: “la benedizione di Dio onnipotente, Padre, Figlio e Spirito Santo sopra sr. Felicita e le sue consorelle amen. ” E in modo particolare il 25 mar. 2002 così scriveva: “don Enrico ha quasi 100 anni e presto morirà, dal Paradiso dove spero di andare, ti arriverà la benedizione divina”. Donare a tutti quel Signore che tanto amava, perché tutti potessero amarlo, questo era l’anelito del cuore di don Enrico, vero pastore vero missionario: “in Paradiso non ci sono telefoni, ma don Enrico da là invocherà dal Signore il dono di anime consacrate e sante per la sua gloria e per il bene delle anime, tu dalla terra e io dal Paradiso invocheremo venga il tuo regno”. Questo desiderio di santità per tutti, questo desiderio che il Signore fosse conosciuto da tutti era quello che lo muoveva 29
30 nelle sue azioni: missione, animazione vocazionale, buona stampa, essere parroco, essere sacerdote ecc. Quello che più mi ha commosso sono state queste due espressioni: “prega per la mia conversione” 15 ott. 2002; e nell’ultima lettera del 12 apr. 2003 :”don Enrico compie 97 anni è presso la fine, si raccomanda tanto alle tue preghiere, mi ricordo sempre di te e mi piacerebbe rivederti ma sarà solo in Paradiso e sarà grande festa. quanto mi ricordo di sr. Frin Frin.” Quanta umiltà, quanto abbandono in quest’uomo dal quale io avevo tanto da imparare, quanta pace a due mesi dalla morte: “sarà una grande festa ritrovarci nel Signore.” Caro don Enrico grazie per quanto mi ha insegnato, in lei le parole forza, coraggio, servizio, umiltà, cura, abbandono, semplicità sono divenute esperienza di vita. Quando ero piccola ricordo che ci raccontava sempre la vita dei santi, perché diceva: “erano Vangelo vissuto”… anche la sua vita è stata per me Vangelo vissuto, opera meravigliosa della grazia e della misericordia del Signore e lei dal Paradiso non dimentichi la promessa, continui a pregare con me e per me e chieda al Signore benedizioni per sr. Frin Frin e per tutta la comunità di S. Andrea che ha amato e servito per la gloria di Dio. Due piccole spiegazioni: - le sottolineature nei testi delle lettere sono di don Enrico, sempre sottolineava le parole più importanti. - Frin frin era la chitarra che io suonavo durante la Messa. A dire il vero non amava molto questo strumento ma aveva trasformato questo in un affettuoso nomignolo col quale iniziava ogni lettera prima della vestizione. Suor Felicita Guaragni
31 Sono arrivata a Pioltello con un po’ di timore perché non mi sentivo all’altezza di sostituire Suor Rosa, soprattutto nel servizio alla parrocchia. La prima domenica, prima di andare in chiesa, Suor Cecilia mi disse di prepararmi perché il parroco mi avrebbe fatto recitare le preghiere del mattino dall’ambone. Il cuore cominciò a battere forte prima ancora di uscire da casa al pensiero di affrontare il pubblico dall’altare. Arrivate in chiesa don Enrico mi accolse dicendo a voce alta “Ecco la nuova suora, alta e tanto smilza che si può farla volare”, una frase detta con tono tanto faceto che mi ha subito tranquillizzato. E per quel giorno, come poi è stato in seguito le preghiere del mattino dall’altare le ha sempre dette lui. Da quel momento ho avuto modo di conoscere da vicino don Enrico. Lo ricordo quando veniva all’oratorio femminile (allora l’oratorio era separato dal maschile) a fare il sermoncino alle bambine, a dare consigli che erano il programma per la settimana, consigli che ritenevo buoni anche per me. Quando è venuto a mancare il sacrestano lo incontravo ogni giorno in sacrestia ed era sempre lui il primo a rivolgermi la parola, e, quando mi vedeva seria o un po’ stanca, trovava sempre parole d’incoraggiamento e spesso mi diceva: “Adesso vai a casa a riposarti un poco”. Veniva volentieri alla Scuola Materna e se ci trovava in classe entrava e con il suo fare seriamente scherzoso metteva in subbuglio tutta la classe slegando i lacci delle scarpe, pestando i piedi ai bambini o nascondendo quanto gli capitava tra mano; un giorno dopo che se n’era andato mi sono trovata chiusa in classe con tutti i bambini. Se veniva all’ora di pranzo era il finimondo, alcuni bambini mangiavano in fretta la minestra, anche se non piaceva, per non essere imboccati da lui, altri invece si divertivano perché non solo li imboccava, ma impiastricciava loro la faccia con pastasciutta o minestra, cosa che faceva spesso anche con noi maestre, provocando risate e ilarità generale, poi se n’andava lasciando a noi la fatica di riportare ordine. A parte questi episodi che tutti a Pioltello hanno avuto occasione di sperimentare, don Enrico è stato un sacerdote dal cuore di padre e di profondo spirito di preghiera. Amo ricordarlo in chiesa, accanto all’altare della Madonna pregare il Breviario o a recitare il rosario senza la corona, lui pregava senza guardare l’orologio, rimaneva delle mezze giornate in chiesa anche al freddo durante l’inverno ad aspettare i penitenti. Non ho mai sentito un lamento uscire dalla sua bocca o fare una critica, sempre trovava motivo per scusare tutti. Aveva un’attenzione particolare per i malati e gli anziani, di tutti conosceva il nome e la storia personale; spesso mi diceva: “Sei andata a trovare la Maria”? A volte mi dava del voi – siete andata a portare la comunione al signor…? oppure “sai che l’Angelinona è stata male? Andate a vederla”. Era umile e semplice, tutti ne sapevano più di lui, accettava volentieri il parere degli altri e lasciava sempre libertà d’azione. Per me più che parroco è stato un padre che sotto modi a volte rudi nascondeva un cuore buono, comprensivo e generoso. Non ho mai avuto difficoltà a trattare con lui e ora lo penso in cielo a godere la compagnia del suo Dio e della Vergine santa che tanto ha amato sulla terra e forse anche a scherzare ancora con tutte quelle persone ormai passate ad altra vita, alle quali suonando il campanello di casa si presentava come il postino, il medico, il sindaco e altri ancora.... Suor Fiorelisa Un uragano chiamato don Enrico
32 realizzazione e alla distribuzione de “La Lampada”. Il suo amore alla stampa cattolica rimane un esempio in più delle sue numerose qualità di sacerdote e pastore. Attraverso il segno leggero di un redattore del “Bollettino” vogliamo partecipare al ricordo del nostro direttore. Don Enrico è sempre stato vicino alle persone che collaboravano alla Il direttore è in Paradiso
33 Pioltello, 12 – 14 giugno 2003 Caro don Enrico, e così ci ha fatto uno dei suoi soliti scherzetti. Se ne è andato proprio quando pensavamo di rivederla a casa. Perché? D’accordo: da sempre era pronto per l’incontro col Padre, ma non diceva di volerlo aspettare ancora un po’? E’ proprio un bel tipo, sa? Dice una cosa e ne fa un’altra! Ora, mi tolga una curiosità: quando ha suonato il campanello della porta del Paradiso che cosa ha detto a San Pietro? “Sono il sindaco…” “Sono l’onorevole… sono venuto per l’ispezione” E una volta entrato gli ha offerto la solita caramella nascondendola poi velocemente sotto il palmo, quando lui ha steso la mano per prenderla? Ha schiacciato il piede a qualche angioletto che passava e poi gli ha sciolto il fiocco dei capelli? Perché, vero don Enrico che anche lì, in Paradiso, continua ad essere il solito bel tipo? Lo era anche qui in terra, anzi, un tipo unico, spesso un po’ burbero e rude, non sempre col giusto tatto nell’avvicinare le persone, siano stati alti prelati, autorità o semplici parrocchiani; sempre in giro per il paese o per il mondo, con le tasche vuote per i suoi bisogni e piene per quelli degli altri. Ha fatto disperare abbastanza le sue vecchie perpetue:” Ha la veste lisa con fuori i gomiti, ma guai a dirgli di comprarne una nuova, manda sempre i soldi ai missionari; preparo da mangiare e lui non arriva” e così continuando, naturalmente in dialetto. Ma ogni medaglia ha un rovescio e un dritto e quello della sua dovrebbe essere grande almeno quanto piazza del Duomo, per recare incise tutte le opere buone e il bene da lei compiuto! So che non le piaceva essere lodato e se le si diceva qualcosa in merito, col suo “Ma va là, merlino!” e il suo allontanarsi voltando le spalle ci metteva a tacere. Perciò penso che si sarà un po’ agitato quando in chiesa durante il funerale don Gianni ha letto le manifestazioni d’affetto e di riconoscenza giunte da ogni parte del mondo, quando il Sindaco, pur non avendola conosciuta molto, ha tratteggiato così bene la sua figura, ma tant’è: la verità bisogna pur dirla e questa volta non ha potuto girare i tacchi e ha dovuto ascoltarla. Ci perdona? E ha visto, don Enrico, quanti parrocchiani sono venuti a trovarla nel suo Duomo, che funerali di lusso con tanto di guanti bianchi che l’impresa funebre ha spontaneamente e gratuitamente organizzato per lei, quale folla ha partecipato alla celebrazione eucaristica, l’ha accompagnata al cimitero e si è fermata fino all’ultimo, quasi non volesse lasciarla sola? Ma, anche se tutti abbiamo visto la sua bara venir ricoperta dalla terra, Lei è rimasto con noi, lei c’è, è qui, è vivo perché “la morte non conta, la vita che abbiamo vissuto così bene insieme è intatta. Se ne è solo andato di là, e ci sta aspettando”. Arrivederci, allora, don Enrico! Un bacione Gianna P.S. Volevo anch’io rivolgermi a lei in modo confidenziale, ma proprio non ci sono riuscita. Nella mia mente sono impresse da sempre le parole che mi disse quand’ero bambina una maestra, collega della nonna:” Quando per noi una persona è GRANDE, pur volendole un mondo di bene, non possiamo non darle del Lei” (Erano ancora i tempi in cui ci si rivolgeva con deferenza anche ai propri genitori). È ancora qui
34 Era un sabato pomeriggio invernale, la nostra compagnia di ragazzi, allora frequentavamo le scuole elementari, si ritrovava all’edicola, sull’angolo davanti alla chiesa, per comprare le bustine delle figurine dei calciatori. Avevamo sentito le campane suonare appositamente per chiamarci alle confessioni ed avevamo interrotto i compiti per uscire. Ci scambiavamo le figurine doppie mentre attraversavamo via Adua per entrare in chiesa. Entrandoci, notavamo subito, là in fondo sotto al pulpito, il parroco seduto, di spalle e sotto una lampada appoggiata al muro. Avanzavamo nella navata della chiesa semibuia di quel tardo pomeriggio e c’infilavamo nelle panche a destra, dopo la genuflessione, spingendoci e facendo un po’ di rumore. Don Enrico era seduto sulla panca, proteso in avanti con una mano appoggiata sotto il mento e il gomito sopra il ginocchio, con gli occhiali abbassati e davanti a lui, sui corrimani della panca, teneva aperto il suo grosso breviario. Don Enrico pareva non sentire la nostra presenza: nel silenzio della chiesa si poteva sentire solo il suo bisbiglio latino, modulato su note e spazi che pareva cantasse. Certo a noi bambini quella preghiera incuriosiva ma non la capivamo. Vedevamo solo, nella penombra, il ritratto del papa Paolo VI che sovrastava don Enrico quasi a controllare la preghiera di quel suo sacerdote. Il rumore che facevamo entrando, speravamo che lo distraesse ma egli ci lasciava il tempo di salutare il Signore e dopo ancora un po’ di tempo, necessario per dimenticare il rumore di fuori (ma soprattutto per prepararci all’esame di coscienza) si accorgeva di noi e ci mandava, uno per volta, in ginocchio presso la balaustra. Il sacrestano, con indosso una vestaglia nera, iniziava a stendere la tovaglia pulita sulla balaustra: lo faceva con cura, pareggiando gli orli e stirandola con le mani. Com’era sistemata bene: l’indomani non lo sarebbe stata più dopo la messa. Chi si appoggiava alla balaustra e si tirava la tovaglia quando faceva la comunione, l’avrebbe lasciata tutta da una parte mentre alcune donne più anziane, ancora con il velo in testa, pensavano, per un decoro all’altare, a sistemarla come meglio potevano. Don Enrico alzava gli occhi e la mente dal breviario e chiamava all’inginocchiatoio: si sedeva su una sedia e si metteva di lato per ascoltare meglio e ogni tanto, per sottolineare una sua parola o una raccomandazione, si voltava e ci guardava in faccia. Poi, dopo la confessione qualche volta ci domandava se mangiavamo la minestra o se lucidavamo le scarpe, altrimenti, se gli rispondevamo di no, poIl breviario di don Enrico
35 teva capitarci di dover fare una penitenza di questo tipo... oppure bastavano tre Ave Maria che correvamo a dire all’altare della Madonna del Rosario. Ogni tanto scappavamo fuori subito dalla chiesa, tante altre volte davamo anche noi bambini una mano al sacrista a sistemare le sedie per le messe domenicali. Le andavamo a prendere nell’ingresso della cappella “dalla parte degli uomini” e le portavamo a due a due, a quattro per volta nella navata, dove il sacrestano le sistemava, con don Enrico, allineate e coperte ad una giusta distanza come i soldati durante una parata. Una volta sistemate ce ne andavamo dalla porta laterale: c’era una specie di grossa anticamera con le pareti occupate dagli armadi in cui erano riposti tutti i paramenti, le croci per le processioni, i cilostri e i quadri che non venivano appesi. Ci fermavamo spesso a chiacchierare li dentro prima di uscire al freddo, fino a quando il sacrista non ci veniva a zittire sibilandoci col dito sulla bocca. Solo quando arrivava la primavera e le giornate erano un po’ più calde, don Enrico usciva sui gradini del sagrato e si sedeva lì a pregare col suo breviario. Lo salutavano mentalmente tutti quelli che lo vedevano passando a piedi, in macchina oppure sul pullman, lui continuava a salutare Dio e, tramite Lui, tutti i suoi parrocchiani. Lì intento a pregare non si lasciava distrarre da nessuno: lo faceva solo se qualcuno lo salutava col “Sia lodato Gesù Cristo” a cui seguiva il suo “Sempre sia lodato”. Capitava così anche quando lo s’incontrava per la strada: giusto il tempo di dire “Sia lodato” e lui rispondeva “Sempre!” e accompagnava la risposta col gesto del dito rivolto verso l’alto. Andrea Chiodi
36 Ti rivedo, don Enrico, seduto sui gradini della chiesa S. Andrea col breviario tra le mani. Come angelo custode tu vegliavi e pregavi alle volte a voce alta per te stesso e i parrocchiani che passando, un po’ stupiti, neanche osavan salutare. Ti rivedo, don Enrico, in piedi sui gradini dell’antica sacrestia, con la stola sulle spalle facevi spola fiducioso tra i fedeli giunti a messa e il tuo confessionale. Pastore pio e premuroso ci volevi più frequenti più assidui ai sacramenti. Ti rivedo celebrante sui gradini dell’altare, sacerdote degno e vero di Gesù nostro Signore: ne annunciavi la parola ne offrivi il corpo e il sangue a Dio Padre Creatore per la chiesa e il mondo intero. Poi finivi le funzioni con puntuali esortazioni. Ti rivedo sui gradini della grande chiesa nuova. È il primo tuo miracolo! L’ hai voluta, l’ hai dotata di canonica e campane, di asilo, di un oratorio spazioso, provvidenziale. A Maria l’ hai dedicata e poi, sereno, l’ hai donata come i santi sanno fare. Or ti penso in paradiso, implorante sui gradini del trono dell’Altissimo che, tra gli angeli e i santi, ascolta con un sorriso le tue argute petizioni, sempre umili e cortesi, di grazie e benedizioni per tutti, per tutti quanti i tuoi cari pioltellesi. Un tuo parrocchiano Sui gradini Monsignor don Enrico Civilini attraverso il suo esempio con le parole e il suo comportamento veramente gioviale, ha contribuito alla formazione di un’intera generazione di parrocchiani. Fra i tanti insegnamenti che ho ricevuto da don Enrico, uno in particolare non l’ ho potuto dimenticare, perché è diventato parte integrante del mio modo di essere. Ricordo quando don Enrico con calligrafia inconfondibile segnava ogni risposta esatta del catechismo che dovevo sapere come preparazione alla prima Comunione e non sapendone a memoria le ultime, don Enrico mi disse: “Ripassale e se l’impari bene potrai vincere la medaglia del terzo premio! Ricordati se vuoi puoi farcela”. Io, bambina ingenua e distolta dal suo modo comico di dire la cosa, non presi sul serio la situazione e andando al posto, seduta sulla panchina, mi misi a chiacchierare con le compagne. Interrogata non risposi esattamente, don Enrico diventando improvvisamente serio in viso mi disse: “Questo ti serva da lezione per la vita, le parole vanno sempre prese sul serio”. Io, incredula, non riuscii ad immaginarmi una vita seria, legata com’ero ai suoi scherzi, come schiacciarmi i piedi, slegarmi le stringhe delle scarpe e legare le mie trecce a quelle di mia sorella, come faceva sempre lui. Quella medaglia non la vinsi, ma l’eco di quella voce! “Se prenderai la vita seriamente, ce la farai sempre a superare le prove”, la sento ancora adesso. Grazie don Enrico da tutti noi e nel profondo del cuore rimarrò sempre una sua parrocchiana. Bettinali Maria Cristina Prendere la vita seriamente
37 Sia lodato Gesù Cristo, amato don Enrico, donato alla nostra comunità dalla bontà del Signore. Ho tra le mani l’immagine ricordo del tuo ingresso a Pioltello. Ero bambina, allora, ma il significato dell’implorazione che hai voluto scrivere sul retro è rimasta indelebile nel mio cuore: “Il sacerdote Enrico Civilini nel giorno del suo ingresso parrocchiale in Pioltello implora da Gesù Buon Pastore di divenire egli pure il Pastore buono che conosce tutte le sue pecorelle, le precede con la luce del buon esempio ed è pronto a dare per esse la sua vita”. Caro don Enrico, tu, con l’aiuto che avevi allora chiesto al Signore, hai reso concreta tra noi la tua preghiera: ti sei preso cura di noi, piccoli e grandi, poveri e ricchi, praticanti e non: per te eravamo tutti tue pecorelle. Il tuo esempio ha illuminato la vita di tantissimi di noi e ha guidato i passi incerti di moltissime anime. La tua semplicità e francescana letizia traspariva in ogni situazione. La tua umiltà, generosità e il tuo spirito di preghiera sono stati un faro che ci ha spinti a cercare di seguire il tuo esempio. Tante delle tue pecorelle si sono spostate dalla parrocchia di S. Andrea, ma credo che nessuna ti possa aver dimenticato. Penso che il Signore, destinandoti a Pioltello, ogni giorno per tutta la tua lunga vita ti abbia dato la possibilità di donare la vita per il tuo gregge, anche se in modo non cruento, fino alla fine. Sono certa, caro don Enrico, che lassù ci sarà stata festa grande: una folla di pioltellesi saranno stati ad attenderti (spero anche i miei cari), e Gesù ti avrà preso per mano e ti avrà detto: “Vieni, servo buono e fedele, vieni nel luogo della gioia e della pace, dove c’è il posto che ti sei meritato, perché i talenti che ti ho dato li hai moltiplicati, e ti hanno arricchito di meriti”. Ora, dal regno dei beati, ricordati di ognuno di noi, pecorelle del tuo gregge, che per tanti anni hai conosciuto una per una, le pecorelle che hai amato, a cui hai donato la tua vita. Savina, ex bambina del ‘38 Conosce le sue pecorelle Grazie don Enrico Un grande Parroco per tutti noi: tenace nella Fede e grande per la sua Carità. Caro don Enrico, lei che fondò il nostro gruppo parrocchiale, non ha mai voluto applausi, ma noi la ringraziamo per tutti questi anni di grande insegnamento, e se Dio vorrà ci ritroveremo nella Sua grande casa in Paradiso. La III Età Guarda le nostre famiglie Nel 1975, don Enrico costituisce il Gruppo Familiare. Nella sua lungimiranza aveva capito che la famiglia aveva bisogno di essere sostenuta. Affidò il gruppo a Padre Gaetano Barbieri. Abbiamo percorso un lungo cammino di preghiera, di catechesi, di confronto sui problemi familiari e abbiamo capito che solo la Parola di Dio poteva dare risposta ai tanti interrogativi che la vita di coppia e di famiglia ci presentava. Don Enrico ci è sempre stato vicino, sostenendoci nelle varie iniziative. Grazie, don Enrico. Siamo certi che questo rapporto non si è interrotto, perché sicuramente dal cielo veglierai e pregherai ancora per tutte le famiglie della nostra Comunità, specialmente per quelle in difficoltà. La preghiera ci unirà. Coniugi Gorla
39 Parola del parroco SCRITTI DI DON ENRICO
40 con certa impazienza, dilettissimi figli, che io aspetto il giorno dell’incontro con voi che la Provvidenza mi ha affidato come Padre, e che già sento di amare sinceramente ed operosamente. Ma è pure con timore e trepidazione che vedo avvicinarsi tal giorno, perché so di essere ben lontano dalla virtù luminosa che il mio Venerato antecessore Don Giuseppe Carrera diffuse intorno a sé. So di raccogliere un’eredità preziosa: un gregge santificato da un lavoro indefesso ed intelligente durato quarant’anni. Son io degno di entrare in tale vigna benedetta? Mi conforta la notizia della vostra bontà di cui ho già avuto prova, della vostra fede viva e ricca di opere, del vostro desiderio di avermi tra voi, padre delle anime vostre, delle vostre Associazioni di Azione Cattolica operose e fiorenti. Mi conforta la presenza del vostro e mio carissimo don Mario, che già benemerito della Parrocchia per dieci anni di apostolato tra voi, rimarrà accanto a me come fratello, che mi ricorderà gli esempi del mio Predecessore, e le buone opere che assieme hanno compiuto; e finalmente mi confortano le vostre orazioni affettuose e continue. A voi tutti dunque, il mio arrivederci paterno. Ai poveri, agli ammalati, ai bambini in modo particolare. Alle Autorità il mio rispettoso ossequio. Continuando a mettervi nel Calice della mia S. Messa di ogni mattino, con particolare ricordo vi benedico. Il vostro nuovo Parroco. arissimi figli, sono tra voi da circa un mese e mi ci trovo con una gioia piena e affettuosa. Non che non senta il distacco dai miei Cusanesi, che mi amavano come un fratello e un figliuolo loro, ma il nostro incontro è stato reciprocamente così aperto e cordiale, così unanime e così spontaneo che ho benedetto Iddio. Io vi ringrazio ancora: avete fatto tanto e bene; avete ancora nell’occasione del Natale e del Capo d’anno rinnovato in mille maniere filiali e generose il vostro attaccamento al nuovo Parroco, ed io ve ne sono grato, e cercherò di non tradire le vostre legittime speranze. Mi protegga e mi aiuti dal cielo il mio venerato antecessore, Sant’Andrea Patrono benedica il pastore che è venuto nella vigna a Lui consacrata, mi accompagnino sempre le vostre preghiere; sorreggano sempre la vostra obbedienza e la vostra confidenza il Pastore che è venuto a voi portato solo dalla Provvidenza. Non ho novità da portare, né riforme da introdurre. La parrocchia è stata (ed è tutt’ora) bene lavorata dalla fatica intelligente e incessante di Don Carrera, è difesa bene dalle organizzazioni di Azione Cattolica obbedienti e pronte all’azione. Desidero solo che tutti siano operosi e disciplinati, che compiano bene i doveri della loro associazione, che tutti i miei figli sentano il dovere di far parte a qualcuna delle associazioni parrocchiali. Un cristiano che egoisticamente vuol tenersi slegato da ogni vincolo di Associazione, non lo comprendo più … è un egoista e un mediocre cristiano. Gesù, nostro Re, vuol soldati e non “polentine”. Figli miei, siate con me desiderosi e operosi di bene. Io vi amo e vi metto ogni giorno nel mio Calice. Vi benedico. Aff. Vostro Parroco Dicembre 1946 E’ il saluto che don Enrico, il novello parroco, rivolge alla nostra comunità tramite il bollettino. Gennaio 1947 Inizia il nuovo anno. Don Enrico, parroco da un mese, ringrazia i pioltellesi dell’affettuosa accoglienza ricevuta e, nel lodare la struttura e l’organizzazione della vita parrocchiale lasciata dal suo “venerato antecessore” don Carrera, esorta tutti a parteciparvi operosamente. E’ C
41 Febbraio 1949 Riflettendo sul significato della presenza del sacerdote accanto agli ammalati, agli infermi, ai morenti, don Enrico sottolinea il senso cristiano della sofferenza. uante volte capita a noi preti, stando presso un infermo o presso un morente, di udire i gemiti, i lamenti, i rantoli ... suoi, associarsi col grido sguaiato della strada, dove compagnie allegre passano cantando sulle lucide biciclette, o dove un uomo che non trova più equilibrio ... e a zig zag fa la sua strada, commenta a modo suo i fatti del giorno. Allora il malato fa le sue riflessioni più serie, s'accorge della incostanza delle amicizie umane, delle vanità delle cose del mondo, dell'isolamento nel suo dolore, della preziosità della salute... A conforto c'è il prete, quel benedetto prete cattolico sempre dileggiato e pure sempre chiamato di corsa, l'insostituibile al letto d'un povero malato, che non si vuol lasciare finire come un cane o come un barbone che muore nella sua tana. E il prete con quale amore sincero e premuroso sale le scale abbandonate dagli amici, e resta a far da sentinella di Cristo attorno all'ammalato che ha bisogno di luce, di forza, di conforto nelle ore grigie, pesanti, eterne, dolorose della malattia. Che dice il prete all'ammalato per essere tanto desiderato, aspettato, gradito? Parole di fede... quelle che sono di lassù e non hanno il sapore dell'imbroglio umano, del complimento piatto e banale giornaliero, parole che scendono nel cuore a una a una a diffondervi serenità, pace, speranze eterne e che portano nella mente la luce più viva e benefica su quello che siamo e che dobbiamo essere. Così, preparata la via, “viene Gesù”. Sì, all'ammalato tanto facilmente viene portata la Comunione. Egli è già preparato con l'anima monda, come tutta la candida biancheria che è nel letto attorno a lui. Silenzioso e inosservato arriva il prete, leva il soprabito: è in cotta e stola con appeso al collo la Teca contenente la S. Eucarestia, come quando è all'altare, in quella stanza che si è fatto santuario tranquillo e sereno. “Viene Gesù” l’Amico, il Consolatore, il Medico dell'anima e pure spesso del corpo, perché non sono pochi i malati, che, ricevuta la Comunione si sentono meglio, si placano i loro dolori, si rasserena il loro spirito, si fa tranquillo il loro cuore. Sono le silenziose, preziose vittorie di Gesù. In qualche cuore egli entra dopo anni di assenza: entra benedetto, creduto, amato... Lo spirito ribelle di prima s'è fatto semplice e buono. La fede prende posto e si fa viva nella mente, la grazia rinasce nell'anima, nel cuore torna un'invidiabile pace; la croce perde la sua oscurità penosa e insopportabile, s'illumina di una bellezza non sospettata. E voi, Pioltellesi, nutrirete ancora incertezQ
lo si avverte di altre pecorelle che penano all'ospedale!... Quante volte lo viene a sapere dal malato stesso che, tornato a casa, si lamenta col prete che non lo è venuto a trovare. “Ma questo volentieri, se i tuoi ci avessero avvertiti... o se tu avessi manifestato ai tuoi il desiderio di una nostra visita...” Chi o che cosa può interessare a noi più dei malati? Essi sono la parte più delicata e bisognosa della parrocchia: sono le anime più care e più buone: sono le anime che espiano i propri o gli altrui peccati: sono anime che meritano assai presso Dio col loro patire e che forse presto, nella gloria eterna, potranno pregare per noi e impetrarci grazie. E voi, cari nostri malati, in questo mese che ci separa dalla grande grazia delle Missioni nella nostra Parrocchia, offrite le vostre preghiere, le vostre preziose sofferenze, le vostre lunghe notti insonni, il vostro quotidiano languire per i tre Padri Missionari Francescani che verranno fra noi, perché Dio li illumini e li aiuti a penetrare negli animi e a toccare i cuori: per i fratelli nei quali è spento il lume della fede, perché la parola di Gesù con la sua grazia, diradi le loro tenebre e guarisca la loro mente: per i poveri peccatori perché sentano e assecondino il richiamo alla casa del Padre: per i fedeli timidi, tiepidi o incerti, perché riprendano con risoluta fortezza la vita cristiana, per i buoni cristiani, perché si accresca in essi il fervore della pietà e la generosa operosità della carità di Cristo. Anche per mezzo vostro Dio risusciti in tutti i cuori con la sua luce, con la sua grazia, col suo divino amore, e si ristabilisca più saldo in mezzo a noi il suo regno di giustizia, di carità, di pace. E per quanto farete e soffrirete e offrirete siate fin da oggi benedetti, o cari nostri malati. 42 ze nel chiamare il prete accanto ai vostri malati? Chiamarlo a tempo, perché tanto più santificata sarà la malattia, tanto più sarà meritoria. Quanto più spesso il malato farà le sue devozioni, altrettanto più si alleggerirà la sua pena, si ravviverà la sua speranza, si farà un malato “trat- tabile”. E quelli che sono all'ospedale? Il prete non se lo fa dire, quando si tratta di alcuni dei suoi associati, la cui assenza è subito notata. Ma quante volte rimane mortificato perché non
43 lielo diciamo in ginocchio col cuore pieno di riconoscenza e di commozione. Tutto è fatto! La grande opera porta ora il crisma della divina benedizione e della consacrazione da parte del nostro Cardinale Arcivescovo. Tutta l'opera profuma di sacro e di divino. Non è solo il Tempio maestoso o la statua di Maria Regina che ispira il rispetto e il senso del divino, ma è pure tutto il complesso ricreativo che lo circonda, che splende di bellezza divina e come un alone di mistero avvolge tutto. Chi ha fatto e come si è arrivati a far tanto? Qui è da dire subito: grazie e gloria a Dio, datore di ogni bene. Il povero sottoscritto non ha fatto altro che il questuante esagerato e anche azzardato davanti agli uomini, ma fiducioso in Dio e nella Sua Madre provvidente. È il Signore che costruisce, così alla chetichella, le opere Sue più grandi, senza annunci radiofonici o televisivi, senza capitali o fondi segreti. Si sceglie un povero prete, gli infonde un po' di pazzia religiosa, lo veste di cambiali e di tratte mensili, lo nutre di debiti e lo addormenta ogni sera con sogni di nuove spese. Però lo aiuta, fra mille peripezie, gli fa trovare appoggio e comprensione dove non credeva, gli fa trovare delusioni dove sperava aiuti. Un giorno gli mette nelle mani cento lire al posto di mille, ma il giorno successivo gliene fa trovare 10.000 dove appena sperava mille. Scherzi della Provvidenza! Sono anni che si ripetono e sarà sempre così! Intanto con infinita compiacenza vediamo la vita del Santuario diventare benefica, feconda, sentita. Difatti quasi ogni mattina vi si celebra la Messa e vi partecipa un buon gruppo di fedeli. Ogni domenica la Messa del mattino e ancor più quella della sera è frequentatissima, anche se purtroppo sembra una Messa “protestante” cioè senza Comunioni. L'Oratorio è pieno di ragazzi e di giovani strappati alla strada e ai pericoli. Visitatori ve ne sono ogni giorno e si sentono commenti d'ogni colore. I posteri giudicheranno. A parte l'arte, che pure dovrebbe regnare sovrana a gloria di Dio e ad elevazione dei fedeli, il Santuario c'è, grande, aperto, dove Gesù con la Sua divina Madre attende tutti, per tutti portare a santità di vita e certezza di salvezza. Giugno 1962 La chiesa di S. Maria Regina è terminata ed è stata consacrata dall'Arcivescovo Mons. Montini. Don Enrico guarda all'indietro il cammino compiuto leggendovi il sostegno della Provvidenza ed esprime auspici per la vita futura del nuovo Santuario. G
44 o mi sento un uomo, una creatura e un prete felice! Lo sono sempre stato ma ancora di più oggi. E non perché dopo la divisione della parrocchia essendo diventato pastore non più di 15.000 o più anime ma solo di 5.000, sento minore responsabilità davanti a Dio e quindi minore inquietudine! E neppure perché ho molto meno lavoro di prima. Quando la parrocchia non era divisa, la porta di casa si apriva ogni momento per i fedeli che venivano per mille svariate pratiche. Lo squillo continuo del telefono faceva spazientire la perpetua. I registri dei battesimi, matrimoni e dei morti non avevano mai il loro posto, ma erano sempre a portata di mano: un lavoro ossessionante! Ora mi pare di essere un pensionato, un disoccupato o un sottoccupato, ma ripeto che sono felice perché, più vado avanti nell'età, e più sento la gioia di essere prete, associato all'opera salvatrice di Cristo Gesù. Sento il privilegio di una grande vocazione, vivo contento la missione divinamente bella dell'apostolato per i fratelli. Godo l'inesprimibile consolazione di salire ogni mattina l'altare, pregando il Signore per me e il mio popolo. Quanto sinceramente dico ogni mattina e ogni sera: ti ringrazio Signore di avermi creato, fatto cristiano e fatto prete! E sì che fare il prete oggi non è cosa facile e, men che meno, fare il parroco. Lavoriamo in un clima di sfiducia, fra gente che non desidera e non apprezza il prete. Spesso sospettosi e diffidenti guardano al prete come a un intruso tutt'altro che disposti ad accettare un rimprovero, un consiglio, un'esortazione, una osservazione. Il nostro celibato, tanto benefico e glorioso, non è più apprezzato e forse neppure creduto. La nostra predica se è di stampo antico, è quella di un matusa che non capisce la mentalità moderna; se è di nuovo conio fa dire a molti: questi preti di adesso lasciano passare tutto, non è peccato più niente, permettono e chiudono un occhio su troppe cose, ecc. Se si sconsiglia un matrimonio fra minorenni, si corre a sposarsi civilmente in comune, se si cerca di mettere pace e perdono, non si viene ascoltati, si preferisce andare dai carabinieri. E così si lavora tra tante altre difficoltà che sarebbero anche interessanti se non fossero dolorose. Ciò nonostante io mi trovo sempre contento, e mi sento prezioso per il mio prossimo. Il mondo difatti ha bisogno del prete, tanto più se non sente questo bisogno; ha bisogno di fede e di grazia, di chi si dedichi con disinteresse e con amore un po' per tutti. Per tutto questo ringrazio Dio di essere prete e di dare con gioia tutto me stesso al ministero che Dio mi ha affidato. Novembre 1969 Una gioiosa confidenza - don Enrico è un prete felice - diventa occasione per una testimonianza di fedeltà alla vocazione tanto schietta quanto diretta ed efficace. I
45 Maggio 1981 Don Enrico celebra il cinquantesimo di ordinazione. Racconta qui la storia della sua vocazione e del suo cammino sacerdotale. i ritengo un uomo fortunato nella vita e non solo perché sono arrivato alla data sospirata della Messa d'Oro, ma anche per tante altre fortune avute dalla Provvidenza. La prima è di appartenere a una famiglia numerosa. Eravamo in 8 tra fratelli e sorelle, ora siamo ancora in quattro, una di 83 anni, uno di 80, il sottoscritto di 75 e l'ultimo di 7O! Tanti anni assieme felici e... onorati, io sono il quinto arrivato. Mio padre “stradino provinciale” uomo fortunato anche lui perché il lavoro non lo strapazzava, il suo primo mensile era di L. 30; inoltre gli dava la possibilità di fare spesso una scappatina all'osteria per riposarsi, malattia degli stradini. Mia madre un po' meno fortunata ma felice, carica di figli e di lavoro. Pensate: con 8 figli per salvare la “bilancia dei pagamenti” era costretta a fare i servizi in paese nella casa Falk allora ai primi passi dell'ascesa industriale a Sesto S. Giovanni. Io presi il nome di Enrico proprio da un Enrico in casa Falk. La seconda fortuna, è che “l'ho scampata” dalla notissima e infausta “spagnola” del 1919. Eravamo tutti a letto, c'era pericolo che qualcuno partisse, come in tante famiglie. Ma mia madre ci curò con le caldissime polentine di senape e con altri impiastri, così risparmiò le spese del farmacista e fece a meno della scienza medica. E la terza fortuna la Vocazione; forse come premio che il Signore dà alle famiglie numerose. Mamma, dissi un giorno, io voglio andare in Seminario per farmi prete. Ma non ci credette molto alle mie parole, perché la disciplina non era il mio forte; pensò: è fuoco di paglia che presto passerà; ad ogni modo per mettermi alla prova mi fece fare la 6a elementare, poi mi fece fare il garzone presso un falegname, e visto che il “fuoco di paglia” non era ancora spento, mi mandò a Lecco a fare le tre medie: doveva essere il collaudo di una vocazione. E lì avvenne un fattaccio: un bel giorno scappai dal collegio, insofferente della disciplina; conclusione: cacciato dal collegio. Non vi so dire la filippica sdegnata di mia madre. Conclusione: “Adesso come la mettiamo? Se non sai stare in collegio come puoi andare in Seminario?”. Ebbi la fortuna di un prete che prese le mie difese, fui ripreso in collegio. Ma finito l'anno scolastico c'era da prendere la decisione: andare o no in Seminario? Mia madre si aggrappò con tutta la sua fede a un'ultima prova; un mattino forse verso le 4, mi condusse a piedi - una decina di chilometri - fino al santuario di S. Gerolamo nei pressi di Vercurago; là fece celebrare la Messa, ricevemmo la S. Comunione poi lei appoggiò la testa alla tomba del Santo e pregò a lungo, silenziosamente: che cosa disse al Santo e che le disse il Santo? Fatto è che tornando subito a casa, M
46 sempre a piedi, mi diede il permesso di entrare in Seminario. E così vi entrai alla fine del 1919: lettore c'eri allora? E là il Signore mi aggiustò, con la severa disciplina e lo studio serio del Seminario. Ma a mia madre quanto son costato di sacrifici e di lavoro; dovette provvedere per un materasso nuovo, lenzuola, coperte, corredo personale ecc... Sua ricompensa era di sapermi promosso ogni anno. Per aiutarmi, il Seminario per tre anni mi concesse lo “sconto” sulla retta di L. 200 annue; somma che coscienziosamente e doverosamente ho restituito appena ho potuto, con un milione, data l'inflazione! Perdonate queste confidenze, mi pare di rivivere e ricordare volentieri esperienze passate. Ad esempio ricordo gli esami di maturità classica al termine del liceo. Gli esami allora erano gravosi, severi, bisognava portare il programma di tutte le materie di tutti e tre gli anni. Una faticaccia che solo l'obbedienza ai superiori mi fece fare. E qui è andata male! Sono stato promosso a esami di riparazione e tutto per un professore pignolo. Fra le altre domande mi chiese: “Mi sa dire quale poeta resse per tre mesi la nuova Repubblica francese?” Cercai nella memoria; buio fitto. “Non lo so” risposi, e lui “Io la boccio!” “Per solo questo?” gli chiesi. “Sì perché gli esami di Stato si devono preparare non sui testi scolastici ma in biblioteca”. Pensate! Avrei dovuto rispondere: “Era il poeta Lamartine”. E così con un 8 in greco, un sette in matematica, un sette in latino e diversi sei, è piovuto un bel cinque in storia. Cinque che è diventato un 6 a settembre. Ho portato a casa il mio diploma, ma a quel professore non gli perdono...l'unica bocciatura. Entrato in teologia per alleggerire il peso della retta alla famiglia e al Seminario e anche perché i superiori ebbero fiducia nella mia conversione disciplinare, passai tre anni come prefetto, cioè assistente agli studenti nel collegio S. Giuseppe di Monza; e fra i ragazzi che misi in riga c'erano anche alcuni pioltellesi che mi riconobbero quando venni a Pioltello e mi ricordarono gli anni belli del collegio. II quarto anno di teologia, l'ultimo, l'ho passato nel nuovissimo Seminario di Venegono che proprio in quell'anno 1930 accoglieva i seminaristi, e lì mi son preparato all'ordinazione sacerdotale avvenuta in Duomo la mattina del 30 maggio 1931 per le mani del venerabile card. Schuster. Per assistere alla mia consacrazione venne solo il papà. Ma arrivando tardi col treno trovò il Duomo pieno di gente e non riuscì a vedere un bel niente. Attese paziente la fine e mi portò all'albergo Commercio, appena fuori Duomo e non avendo soldi né io né lui ci accontentammo del solo risotto con un bicchiere di vino, per riprendere subito il ritorno. A casa mia mamma stava in attesa. “E allora t'hanno consacrato?” “Sì mamma!”. Finalmente s'era coronato il suo sogno e il mio. Commossa mi
47 baciò il palmo delle mani ancora fresche del Crisma della Consacrazione. Ricordo le sue lacrime: erano sicuramente le più dolci della sua vita! La festa della Prima Messa il giorno dopo, 31 maggio, fu molto modesta ma sentita, allora non c'era usanza di confetti, di inviti, di regali e fotografie. Una Messa cantata con tutta la popolazione; a memoria d'uomo non c'era stato un prete nativo. Io facevo dunque bella figura. In casa del parroco, pranzo con una dozzina di persone. La solenne processione in programma nel pomeriggio non la si poté fare perché in quei giorni Mussolini aveva sciolto tutte le Associazioni Cattoliche, e il Cardinale per protesta proibì tutte le processioni. Dopo due mesi di vacanza fui “spedito” come coadiutore a Cusano Milanino dove rimasi 15 anni “guardato a vista” per la mia rinata vivacità, dal vecchio parroco, santo e severo, presso a poco come il parroco don Carrera che molti ricorderanno e invece “tollerato” dal nuovo parroco che vedeva le mie “azioni” in rialzo in confronto delle sue. Là sono ancora ricordato dopo 35 anni come un don Camillo per certe mie trovate e le mie amicizie con tutti, Peppone compreso. Feci del mio meglio per fare un po' di bene. A quarant'anni nasce la vocazione “per una sposa”, voglio dire sposarsi una “parrocchia”. Feci concorso scritto, promosso! Disposto ad andare ovunque il Vescovo mi avesse indicato; e fui mandato a Pioltello! Non sapevo che qui il parroco don Carrera era un “campione”, bravo in tutto: musicista, predicatore, organizzatore, altrimenti non avrei accettato di succedere a tanto predecessore. Ma la Provvidenza gioca spesso, e son finito qui tra voi che mi avete fatto una gran festa al mio ingresso: festa che commosse e meravigliò i tantissimi cusanesi venuti ad accompagnarmi nonostante un viaggio fatto in tram e con un tempo piuttosto avaro, era il 15 dicembre 1946. E così son qui tra voi da 35 anni vicino ai 75 di età e in attesa di un gran giorno, quello della mia Messa d'Oro. Dovevamo essere una quarantina a godere di questo gran giorno. Ma il Signore ne ha già chiamati una metà con sé. Eran buoni mille volte più di me, avevano salute, eran preziosi per la Diocesi; invece ha lasciato me non certo perché meritevole, ma perché avessi più tempo per convertirmi, per prepararmi alla chiamata. È stato davvero un mezzo miracolo se ci sono ancora, con l'incidente motociclistico di 12 anni fa. Il dottore assicurava che io ero proprio spacciato, s'è ricreduto quando ha sentito le mie sortite umoristiche. “Quest'uomo, disse, scherza anche con la morte addosso?” L'ho scampata due anni fa quando il cuore dava colpi e sembrava fermarsi da un mo-
48 mento all'altro, invece ha ripreso bene anche perché mi guardo bene dal fare tutto quello che prescrivono, non voglio intossicarmi di pastiglie, ho torto? Forse sì! Ora faccio i conti alla rovescia, come se fossi in viaggio per chissà dove; mancano 7 giorni, poi verrà il 31. Contento direte, d'esser stato a Pioltello? Io sì, non so voi. Se siete contenti di me, è segno che avete un gran cuore, capace di sopportare, compatire, comprendere, perdonare; son convintissimo e sincero nel dire che, se non eravate così comprensivi, non mi avreste perdonato tante imprudenze, insufficienze e una certa varietà nelle decisioni, e mancanza di fortezza d'animo; se è vero quello che scrisse S. Carlo, chi non sa comandare non prenda un posto di responsabilità, allora avrei dovuto lasciare al primo trimestre fra voi il mio posto. Ma voi mi avete obbedito senza comandarvi e mi sento un po' tranquillizzato nella coscienza. Certo si vorrebbe tornare indietro nella vita e scrivere in bella copia tante pagine di vita, invece scritte con tanti errori. Ancora mi devo sinceramente rimproverare di aver costruito più “muri” che “coscienze” cristiane, aver fabbricato più strutture, che preparato le anime a animarle. Mi date l'assoluzione? Ve lo chiedo davvero: a Dio l'ho chiesta tante volte, spero che Lui “ricco di misericordia” me l'abbia data. Il mio avvenire? Non mi preoccupo più del giusto; il Signore c'è pure per me e Lui penserà. Questa è la mia storia passata e presente, se vi è piaciuta dirò col Manzoni, son contento, se non vi è piaciuta perdonatemi, non l'ho fatto apposta.
49 Diario di don Enrico
50 Se ero riuscito a fare la scalata a Montecitorio, pensai che potevo tentare anche quella più difficile: arrivare alla casa del Papa, curiosarvi un po’, incontrarlo per parlargli personalmente, dirgli tutta la gioia che provavo. E ci sono riuscito, anche se sospetterete che sia stato solo uno dei “sogni”a cui spesso vado soggetto. Dunque per andare a Roma meglio in prima classe in treno , mi son procurato una macchina da 200 all’ ora con tanto d’autista – l’uno e l’altra gratuiti – e via deciso per la Città eterna. E arrivato, subito alla Basilica vaticana per procurarmi S. Pietro come protettore. “San Pietro fa il bravo, devi aiutarmi, voglio incontrarmi con il tuo successore Paolo VI. So che ti chiedo una cosa un po’ azzardata, ma tu sai o dovresti sapere che io sono anche suo amico: quante volte ci siamo visti e parlati a Pioltello, a Milano e perfino a Roma”. Conclusi la mia preghiera “Caro S. Pietro, con tutte queste spiegazioni son sicuro con la tua assistenza di riuscirci e ti dico subito grazie”. Mi presentai al gran “portone” del Palazzo Vaticano col mio autista e con un sorriso sornione dissi: “Posso entrare?”. Le guardie svizzere ci osservarono sospettose… “Devo parlare col segretario del Santo Padre...è mio parente!”. La vita del Papa non era in pericolo come oggi e i controlli allora eran gli sguardi indagatori delle guardie. E’- bastato guardarmi, non ero una faccia sospetta, al più potevo essere individuato come un “martul de…”, ed il primo lasciapassare fu dato ! Ed eccoci al secondo controllo: un monsignore vero, serio e asciutto, mi chiede: “Desidera?”.”Voglio vedere il Papa, ho da parlargli!”. Risposta secca: “Ma lei scherza? Non si può, era ieri il giorno dell’udienza, ha sbagliato giorno, mi rincresce. Non insista e se ne vada in pace!”. Al sentire: “Se ne vada”,dissi fra me “Qui ci vuole ancora una piccola bugia, fra le tante che dico non sarà un gran male”. Tutto compunto e rispettoso: “Se è troppo vedere il Papa, vorrei almeno salutare don Bruno, il segretario del Papa, è mio cugino; non mi faccia avere compiuto un viaggio tanto costoso e faticoso –altra bugia – fino a Roma senza almeno dare un saluto al cugino”. “Be’”, rispose, “forse fin qui la posso accontentare. Telefono subito negli appartamenti pontifici”. “Don Bruno, c’è qui suo cugino don Civilini che la vuol salutare!”Risposta: “Ma io non ho nessun parente prete, meno che meno un cugino!” “Lei mi vuole ingannare!”mi disse indignato il monsignore. “Ha sentito la risposta? Se ne vada in pace…” La battaglia era quasi perduta; sparai le ultime cartucce: “Monsignore, mi passi per favore il telefono”. “Oh, Cosa fai qui Pioltello? Febbraio 1984