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In ricordo di Don Enrico la comunità parrocchiale di S. Andrea Pioltello

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Published by centenariolalampada, 2023-03-15 09:50:42

Speciale Don Enrico (1906-2003)

In ricordo di Don Enrico la comunità parrocchiale di S. Andrea Pioltello

51 don Bruno è vero che non sono suo cugino, ma non si ricorda di me? Quest’ estate a Morterone, quando stanco di ritorno dal Resegone lei mi ha ospitato nella sua casa di villeggiatura e mi ha dato perfino un cicchettino? E non è poi tanto pretendere da parte mia di vedere il Papa. E’ mio amico da tanti anni, se lei parla a lui di me, vedrà che mi farà salire e ricevere con gli onori di un ambasciatore!” A tanta presentazione chi poteva resistere? Ordine: “Monsignore, lo lasci salire”. Seccato di aver perduto la causa tentò di prendere la rivincita: “Questo signore” riferendosi all’autista, “non è un prete: non sarà anche lui un parente o conoscente! Lui aspetta qui!. “Ma se è per questo - risposi un po’ sfacciato - gli presto il mio soprabito da prete e almeno apparentemente lo diventa!”. Non l’avessi mai detto! Si fece serio e ripetè : “Lui si fermi qui!” “Eh no! S’immagini la sua pena: dopo avermi portato gratis fin qui, ora non può fare una salitina in ascensore. O tutti o nessuno!”. Fremente: “Salga anche lui!”. Che vittoria! Arrivato agli appartamenti del Papa, don Bruno mi venne incontro: “Che faccia tosta! Però sei stato fortunato, non lascian passare personaggi, senza offenderti, più importanti”. “Ma io sono il parroco di Pioltello e come me ce n’è uno solo al mondo”. “Mi accorgo” rispose. “E adesso vuole andare nello studio del Papa?”. “Oh no, mi verrebbe un infarto per l’emozione, mi basterà vederlo quando passerà…”. E il Papa, pochi minuti dopo uscendo dal suo studio mi vede e sorridendo: “Cosa fai qui, Pioltello?”. Mi commosse essere riconosciuto e mi incoraggiò; mi inginocchiai e osai: “Sono felice di rivederla vestito di bianco, si ricorda che glielo avevo predetto?”. Sorrise e aggiunse: “Ora puoi venire a seguito dei Padri”. Infatti c’era un’udienza privata riservatissima ai Padri generali degli ordini religiosi dedicati all’educazione della gioventù. Tenne un discorso lungo e se non era per rispetto per il Papa mi sarei addormentato ancora. Poi venne il turno d’andare al trono per il bacio della mano. Quando gli fui davanti mi chiese: “Come mai sei qui?”. “Morivo dalla voglia di rivederla come Papa, chiederle la sua benedizione per me e per i pioltellesi”. E osai aggiungere: “Santità, quando è venuto a consacrare la nostra chiesa di Pioltello ci ha portato un calice, ma era “della corsa” e non mi è piaciuto, ora vorrei un ricordo più bello: un piviale, un ostensorio, oppure una pianeta, ma bella, con su il suo stemma: resterà un prezioso ricordo per tutti noi della sua visita!”. Mi rispose: “Fai la domanda, ti accontenterò”. “L’ho già in tasca, ma ormai è tutta sciupata, e non oso”. “Ricopiala e falla avere”. “Grazie, Santità”. Ed il resto del colloquio è qui dentro, non lo dico a nessuno, è proprietà privata. Chi era dietro di me si meravigliava della mia confidenza col Papa e più tardi mi disse: “Come mai si è presa tanta libertà?”. Risposta: “Ho voluto imitare S. Teresina. Quando fu davanti al Papa Leone XIII si inginocchiò e osò chiedere il permesso di entrare in convento a 14 anni. Anch’io avevo qualcosa da dirgli e da domandargli. Poi deve sapere che io sono un amico intimo del Papa”. Mi guardò come dicesse: “Questo dà i numeri o è un infiltrato”. Così tornai a casa doppiamente felice; nessuno dei miei lettori ha mai avuto o mai avrà un privilegio come il mio e poi c’era anche la promessa di un dono pontificio. E’ arrivata la pianeta con su lo stemma: non era come la volevo io, ma da educato gli mandai un ringraziamento tanto lungo quanto poco convinto.


52 Correva l’anno 1930 (siamo quasi nella preistoria) e s’avvicinava l’Avvento. Com’era costume allora nei seminari, i futuri preti novelli dovevano dar prova di saper salire su un pulpito ed elettrizzare, commuovere, illuminare i fedeli in ascolto per la predica domenicale. Eravamo stati preparati dal professore di Eloquenza, che quando insegnava diceva 100 volte in un minuto “era, era”, infatti noi gli avevamo affibbiato il nomignolo “professore Era”. Avevamo tanta voglia di sentir lui in predica, verificare se anche lassù sul “pergamo” così allora pomposamente era chiamato il pulpito, ripetesse “era, era …”. Ma non potemmo fare l’esperienza. Per farla breve a me era toccato di iniziare la serie delle prediche festive. Era la prima domenica d’Avvento, tema: “Gesù predica la fine tragica della città di Gerusalemme”, prefigurazione di quello che avverrà alla fine del mondo, col relativo giudizio finale per tutti … Mi misi al lavoro con grande lena consultando commentatori, esegeti e perfino Papini nella sua “Vita di Cristo”, e stesi il mio lavoro con diligenza: introduzione, svolgimento e conclusione finale. Lo studiai a memoria e consegnai il testo ad un amico fidato. Si era alle prime armi, c’era il pericolo di inciampare o di perdere il filo della predica, perciò si dava il testo ad un suggeritore che, nascosto nel pulpito, era pronto all’occasione a ridare il filo, se per commozione o paura o dimenticanza ci si fermasse. Ero fiero di iniziare per primo l’esperimento, dicevo: “Adesso col mio discorso e la mia sicurezza sbaraglio tutti quelli che verranno dopo di me, si sentiranno scoraggiati, mai potrebbero pareggiarmi”. Ma il diavolo fa solo le pentole, e si sa invece che il Signore umilia i saputelli … e ora state a sentire, o meglio a leggere, quello che mi è capitato. A un certo punto del discorso dovevo dire: “Erode il sanguinario fece buttar giù dal pinnacolo del Tempio l’apostolo Giacomo”. Qualche giorno prima avevo letto nella storia della Chiesa che Napoleone aveva occupato coi suoi sgherri il palazzo del Papa e nel cuore della notte aveva fatto buttar giù dal letto il Papa Pio VI e impacchettato lo aveva portato esule prigioniero in Francia. Questo episodio mi aveva fatto tanta impressione che il nome “Napoleone il prepotente, il sacrilego” mi restò fatalmente impresso. Al posto di Erode, provando la predica col suggeritore, mi usciva: “Napoleone fece buttar giù dal pinnacolo del tempio …”. Il suggeritore mi avvertì: “Sta attento a non sbagliare, lo scambio di nome è madornale!”. Risposi: “E’ vero, starò ben attento”. Ma lui, il maligno, sicuro che avrei sbagliato ancora, si fece premura di Dal pulpito alla polvere Dicembre 1985


53 avvertire alcuni amici sotto promes- Febbraio 1994 sa di silenzio; essi fecero sapere a tutti i seminaristi che sarebbero stati presenti alla predica: “Attenti amici, a un certo momento della predica salterà fuori a dire: “ Napoleone fece buttar giù ecc.” e così avvenne. Iniziai sicuro, con voce da tribuno, il mio discorso, tutto filava liscio, ma gli uditori sembravano fin troppo attenti, quasi impazienti. E “Napoleone” saltò fuori preciso e puntuale. Il suggeritore uscì dal suo nascondiglio e sbirciò maliziosamente gli uditori come a dire: “Ve l’avevo promesso o no ?” Ma io non me ne accorsi, tutto immerso nel discorso superlativo. Finita la Messa, era mezzodì, tutti per il pranzo in refettorio: fatta la preghiera di rito, un grande applauso, un urlo da arrivare alle stelle: “Viva Napoleone, viva Napoleone”. “Ahimé” dissi “quel Napoleone è uscito come al lotto! Ora tutti ridono di me, ben mi sta per il mio orgoglio, volevo innalzarmi e Domine Iddio mi caccia giù agli inferi, per la confusione”. Poi ho fatto buona cera a cattivo gioco e mi son messo a batter le mani con loro come fosse per un altro. E la mia avventura non era ancora finita, fui chiamato a rapporto: “Cos’è che mi hai combinato stamattina?”, mi disse il Rettore tutto severo. “Tu hai fatto apposta, vero? per far divertire tutti! Ogni tanto ne combini una, ma questo è troppo, proprio in Chiesa hai voluto divertire come sei solito i tuoi amici…” “Oh, no! Rettore caro” risposi “son sì capace di molte birichinate ma questa me l’ha combinata “Quello lassù” per castigarmi della mia presunzione”. “Posso crederti?” Mi guardava ancora diffidente! “Può credermi, lo domandi al mio suggeritore che invece di aiutarmi mi ha tradito…”. L’avventura finì lì, ma io passai e passo ancora presso i miei amici come “il predicatore di Napoleone”. Don Enrico si sente fortunato perché pur avviandosi verso gli 88 anni, è ancora in forma. Ma non ne va orgoglioso perché questa longevità non è merito suo ma è dono di Dio. Data l’età però può far da maestro. Raccomanda a chi è ( o si crede) intelligente di non fare il borioso, di non credersi il primo della classe, non guardi compassionandoli quelli che non sono alla pari con lui. Che merito ne ha? Poteva nascere tarato ed essere confinato in un ospizio! Chi invece ha pochi numeri come don Enrico, che colpa ne ha? Non si senta umiliato, stia in pace senza invidiare nessuno. Il regno di Dio si compie soprattutto negli ultimi, sui poveri… Ora don Enrico coi suoi 10 confratelli fa il gruppo dei “giovani e forti” tutti della sua età e tutti ancora attivi, alcuni in cattedra. Gli altri umili e modesti! Don Enrico allontana il pensiero di rassomigliare ad uno stoppino che, quando manda gli ultimi guizzi invece di luce continua è segno che volge alla fine. Non è stoppino finito il suo, anche se potrebbe spegnersi improvvisamente. I preti sono pochi, è bene che lui rimanga a vivere! Dio gli perdoni questo suo parlare. 10 confratelli giovani e forti


54 Don Enrico una mattina ha una brutta sorpresa, non ci vede bene, “la vista fa battista”, che succede? ero già un po’ sordo, se poi divento orbo … non mi resta che il ricovero. Corro dall’oculista, in via Sauro, subisco l’esame, ecco l’esito: “Don Enrico, lei ha la cataratta a tutti e due gli occhi, cataratte già mature per essere operate. Se ha fretta tiri fuori 3 milioni e in qualche giorno è guarito, se no si mette in lista e aspetta qualche mese …”. “Eh no”, rispondo, “li avrei 3 milioni ma hanno già altra destinazione. Posso aspettare”. I giorni passano e viene pure quello desiderato. Al San Raffaele c’è un posto! Grazia ricevuta! Qualche giorno di attesa e di preparazione, m’hanno operato l’occhio sinistro, l’altro può aspettare godendosi la sua cataratta. Mi han messo il cristallino, senza pagamento, e mi hanno spedito a casa, raccomandandomi di non leggere e scrivere, il che non mi ha persuaso, infatti sto scrivendo se pure con fatica perché gli appassionati lettori aspettano la mia chiacchierata stavolta breve e perdonata. Sordo... ma non cieco Settembre 1993


55 Ogni anno noi preti siamo invitati ai Agosto 1988 SS. Esercizi spirituali, e se non siamo fedeli ogni tre anni vi siamo costretti dall’obbedienza. Don Nino che ha un fervore vasto come l’oceano ci va puntuale ogni anno. Don Enrico che ha un fervore pari al laghetto di Redecesio, ci va ogni tre anni, e più per obbedienza che per amore. Quest’anno ha dovuto andarci, li ha vissuti a Somasca presso Lecco, nella casa dei Padri Somaschi. La prima mattina è arrivato in ritardo, il predicatore aveva già iniziato la sua predica. “Ma guarda” dissi, “predica con la camiciola a mezza manica, e sì che mi si dice che è il Padre generale degli agostiniani”. Viene da Roma, ci predica due volte al giorno; il resto della giornata è da passare nel silenzio, nella riflessione sulla predica, nella preghiera. Se è vero che peccato confessato è mezzo perdonato, mi confesso a Dio e a voi lettori, che ho osservato poco il silenzio, con l’inutile scusante di altri confratelli che non lo osservavano molto, e siamo arrivati persino a curiosare il giornale. Confesso che ho detto strani Rosari, voi sapete che non so usare la corona, e mi affido alla memoria; quando ho detto tante Ave Maria, dico il Gloria. E ultimo, confesso che non mi piacevano le prediche e perciò non ci pensavo su molto. Durante i SS. Esercizi i preti scrivono i loro propositi per il rinnovamento della loro vita; quelli che sono avanti in età e si sentono vicini a sorella morte, stendono un doppio testamento, uno spirituale, cioè un saluto ai parrocchiani con le raccomandazioni di esser fedeli agli insegnamenti loro dati in vita, l’altro economico per sistemare l’eredità: ne destinano parte alla parrocchia, alle Missioni, al Seminario ecc… Don Enrico di propositi ne ha fatti due, uno segreto, l’altro è questo: esser meno frettoloso nelle preghiere, e più paziente con la gente. Don Enrico non ha fatto testamento spirituale, non si sente un maestro; ha fatto testamento economico, tre righe su un bigliettino. Non l’ha messo al sicuro, tanto don Nino sa il suo patrimonio e anche l’Angelina lo potrebbe scovare senza fatica, ma non lo fa, tanto sa che per lei non c’è eredita né liquidazione, non val la pena di curiosare. Pronto a partire per lassù? No, spera e chiede di campare ancora per creare in lui “l’uomo nuovo” del Vangelo e presentarsi meno timoroso all’incontro col Signore. Don Enrico non migliora


56 Grigia e fredda la mattina di domenica 15 dicembre 1946. Il tram alla strada Padana scaricava un centinaio di cusanesi che a piedi si incamminavano verso Pioltello: volevano partecipare all’ingresso solenne dell loro don Enrico come nuovo parroco di Pioltello. Don Enrico privilegiato arrivava in macchina ma era più mogio che festante. Ma perché non c’era in quel giorno un bel sole a partecipare alla festa? Una vocina gli dava la spiegazione: “Vedi Enrico, anche il cielo è triste: a un parroco eccezionale come don Carrera, pastore zelantissimo, musico, predicatore, eccetera… succedi tu giovane, quarantenne, purtroppo anche inesperto!” Continuava la vocina: “Sono le vicende della vita. Non tutte le stagioni sono fortunate: come a una stagione ricca di frutta, di castagne, di funghi, ecc, ne succede un’altra povera… povera, così a un parroco di serie A un altro di serie C e anche più giù. A farlo apposta è assai sano fisicamente e magari resisterà per molti anni”. Però non avevo colpa per questo, non avevo trafficato per ottenere la parrocchia, non ho fatto regalie o dato bustarelle, a Pioltello son venuto perché mandato, perciò se anche potevo essere classificato “insufficiente” meritavo l’assoluzione “con formula piena” per non aver commesso reato. Con questa sentenza liberatrice mi son sentito incoraggiato perché ho avuto la grazia di ottimi consiglieri. Poi tre coaudiutori fedeli, generosi e, “dulcis in fundo”, due perpetue: l’Antonietta e ora l’Angelina che meritano pur esse un “grazie” dalla parrocchia. I primi mesi sono stato assieme al carissimo don Mario Pirovano e che mi ha fatto premurosamente conoscere gente e usanze parrocchiali. Per cinque anni lo sostituì don Peppino Sacchi, un pretino intraprendente ma desideroso di indipendenza, voleva “mettersi in proprio” come si usa dire, e come Barnaba lasciò Paolo, per essere solo e libero, così fece Peppino: prese il volo per fare il parroco a Mezzate; aveva imparato abbastanza per reggere una parrocchia. Il suo posto lo prese subito don Ercole, e qualche anno dopo, dato lo sviluppo grande della Parrocchia e di una Chiesa nuova, don Giorgio. Confesso d’aver imparato molto da loro, aggiornati e attivi: fecero fiorire gli oratori, sorsero per opera loro gruppi giovanili di buona formazione cristiana, una rete di catechisti preparati e volenterosi. Oltre a questo lavoro di formazione cristiana quanto lavoro Una stagione ricca di frutti Dicembre 1986


57 per finire le strutture oratoriane, le sedi per gli incontri, la formazione cristiana dei gruppi sportivi! Ancora un “grazie” e un augurio per la loro missione! Ultimo un grazie e proprio grandissimo è l’aver come parroco del mio rimanere a Pioltello, don Nino. Più paterno, cordiale, premuroso e paziente di così con me, non potrebbe esserlo. Un accordo sincero vicendevole, anche se la mia cooperazione non può essere che quella di un 80enne legato a usi, tradizioni sorpassate. E’ sempre a mia disposizione la sua auto per qualunque destinazione; assieme alle gite, assieme a mensa anche se qui c’è molta distanza… tra me e lui: la indovinate! Sovente devo incoraggiarlo quando è un po’ giù di corda ricordandogli di quanto amore e stima gode in parrocchia. Devo ripetergli ancora grazie per quello che ha fatto per il mio ottantesimo di età e il quarantesimo di parrocchia. Grazie, don Nino. Con lei ci sto bene, e se questo le comporta pazienza e comprensione, si consoli: ho già ottant’anni e mezzo e… Mi si da merito delle tre case costruite in condomio; ma non ne sarei stato in grado se non avessi avuto la consulenza tecnica e legale del ragionier Crippa e l’aiuto di Giacomo Prini e di esperti collaboratori. Mi si da merito per le due colonie, maschile a Vedeseta e femminile a Culmine, ma sono state iniziative del dottor De Gaspari. Ha molto brigato per trovarle e ottenerle e nel seguirne lo sviluppo. Mi si da merito della Chiesa nuova, ma quanto ancora il dottor De Gaspari s’è adoperato per trovare il costruttore e il benefattore Silvio Sardi, e lui un bel giorno ha scoperto che nel campanile nuovo non s’era fatta una porticina d’ingresso. Una figuraccia dell’ingegnere costruttore e una leggerezza di tutti noi che in tante volte non ce ne eravamo accorti; s’è dovuto rimediare facendone una piccola piccola che salvasse però la stabilità. Riferisco tutto questo non per autolesionismo, ma per amore di verità e di giustizia. Amici ne ho avuti tanti, ma voglio ricordare due che la morte ho pianto: l’Angelo Galbiati dell’Annetta per tanti lavori in chiesa, in colonia, in casa, negli oratori e Peppino Ceriani, silenzioso ma generoso collaboratore. Ma in 35 anni come pastore cosa ha fatto questo don Enrico? Ha fatto le sue giornate tutte in brutta copia; potesse ritornare a rifarle in bella copia! Come si vorrebbe ritornare all’inizio per riparare errori, chiedere scusa a chi è stato “scottato”, a rifare metodo di apostolato. Non c’è che riconoscere sinceramente i propri errori. Infatti che cosa resterà più vivo del ricordo di don Enrico se non i suoi continui dispetti ai piccoli e ai grandi? In casa, sulla strada e perfino in chiesa? Era la pena e il rimprovero di mamma Marietta nei suoi brevi periodi passati a Pioltello, “Don Enrico - diceva - devi essere più serio, più dignitoso, sei un parroco; devi meritare stima e rispetto per la tua carica, come possono confidarti le cose, se ti vedono giocare come un bambino?”. A questi richiami pare non ho dato molto ascolto, è una malattia congenita: l’- ho forse ereditata dal papà che era su per giù come me. Avete ragione cento volte e lo confesso per ottenere, data la mia età, un benevolo sopportare. Ma in fin fine non ho proprio nessuna virtù? Sinceramente io non ne trovo! Forse salterà fuori qualcosa alla mia morte. Si sa che gli uomini son tutti buoni quando muoiono, così chissà se riusciranno a scoprire che sotto sotto tanto grigiore umano ci sia qualche puntino “luminoso”; me l’auguro la scoperta, per non essere stato qui tanti anni senza aver lasciato un qualche buon ricordo, almeno il richiamo continuo al destino ultimo e vero dell’uomo.


dato prova di essere buon Pastore che da la vita per la sua gente. Ora don Enrico non presiede più la nostra liturgia terrena – egli infatti fa parte della liturgia celeste, dove Dio è contemplato non più attraverso i segni, ma faccia a faccia -, ma sentiamo che, come tante volte, egli è ancora presente in mezzo a noi con il suo spirito, e ancora parlante. Egli ancora ci rivolge la sua fraterna esortazione al bene. Noi dunque gli esprimiamo la nostra riconoscenza decidendo in cuor nostro di far tesoro degli insegnamenti che egli ci ha trasmesso attraverso il suo ministero tra noi. Abbiamo un’eredità da custodire, abbiamo una figliolanza spirituale cui far onore nei giorni a venire, abbiamo una testimonianza da far fruttificare e trasmettere, abbiamo un impegno da mantenere: cha tanta pastorale dedizione, tanti doni di parola, di grazia, di carità, di servizio, di esortazione, di fraterna amicizia di cui don Enrico ci ha fatto segno nel suo apostolato in mezzo a noi, non cadano invano, per la nostra negligenza o scarsa corrispondenza. Davanti alla figura di questo Pastore buono e sollecito che ci ha parlato e guidato nel nome di Gesù noi prendiamo l’impegno della fedeltà, della consapevole risposta all’iniziativa di Dio di cui il sacerdote don Enrico è stato tramite. L’intera Parrocchia fa tesoro del suo ministero zelante di Pastore e della sua lunga presenza, saggia e amorevole, sentendosi ancora amata e benedetta. Con cuore pieno di riconoscenza lo ricordiamo nella preghiera e lo affidiamo alla misericordia di Dio, abbraccio trinitario di vita e d’amore: nel nome del Padre che lo ha creato, nel Figlio che lo ha redento e nello Spirito che lo ha santificato. Noi testimoniamo che il nostro don Enrico ha anche lui combattuto la buona battaglia, ha portato a termine con onore la sua corsa in mezzo a mille difficoltà e veloci trasformazioni, ma sostenuto dalla grazia ha 58 Eredità da custodire


E poi preghiamo. Preghiamo per lui, perché sia accolto tra i santi pastori della nostra diocesi ambrosiana (di cui don Enrico era il decano). Anche questa è riconoscenza, e solo così possiamo riuscire a sdebitarci di tutto il bene che disinteressatamente abbiamo ricevuto. Preghiamo per noi. Abbiamo bisogno di fortezza e di costanza per progredire nella strada che ci è stata segnata, per corrispondere ai doni di grazia ricevuti. E preghiamo infine perché altri prendano il posto che don Enrico ha lasciato vuoto con la sua scomparsa. La morte di un sacerdote presenta anche questo aspetto, che oggi soprattutto è rilevante: un posto vacante in più nella vigna del Signore, dove invece il lavoro è tanto e gli operai sono sempre pochi. Anche in questo vogliamo che dalla morte di don Enrico, nascano per noi altre generose vocazioni sacerdotali e religiose che ne continuino l’opera instancabile per la salvezza delle anime. Grazie, don Enrico! Don Gianni 59


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