In uscita il 28/7/2023 ( euro) Versione ebook in uscita tra fine luglio e inizio agosto 2023 (ffiffi euro) AVVISO Questa è un’anteprima che propone la prima parte dell’opera (circa il 20% del totale) in lettura gratuita. La conversione automatica di ISUU a volte altera l’impaginazione originale del testo, quindi vi preghiamo di considerare eventuali irregolarità come standard in relazione alla pubblicazione dell’anteprima su questo portale. La versione ufficiale sarà priva di queste anomalie.
RENATO DELFIOL DA GERUSALEMME A LEGNANO UNA FAMIGLIA NEL MEDIOEVO ZeroUnoUndici Edizioni
ZeroUnoUndici Edizioni WWW.0111edizioni.com www.quellidized.it www.facebook.com/groups/quellidized/ DA GERUSALEMME A LEGNANO, UNA FAMIGLIA NEL MEDIOEVO Copyright © 2023 Zerounoundici Edizioni ISBN: 978-88-9370-619-3 Copertina: Immagine Shutterstock.com Prima edizione Luglio 2023
CAPITOLO 1 – L’ANNUNCIO Anni prima che io venissi al mondo, nel 1095, Papa Urbano aveva proclamato la necessità di una guerra per liberare la Terrasanta dai turchi, succeduti ad altri infedeli più accomodanti con i pellegrini cristiani. La spedizione era iniziata l’anno successivo, con la partenza di molti principi, tra cui Raimondo di Tolosa, Goffredo di Buglione, Roberto di Normandia, Stefano di Blois e Tancredi d’Altavilla. Quattro anni dopo era stata espugnata Gerusalemme, ed erano stati fondati diversi principati nella Terrasanta. Ma dopo il ritorno di alcuni capi, rimanevano in Palestina pochi armati. Allo scopo di fornire rinforzi, era partita due anni dopo una nuova spedizione, cui avevano preso parte anche Lombardi, guidati dai conti di Biandrate. Come mi aveva raccontato mio padre, questo contingente era stato tuttavia sconfitto e molti, sia cavalieri sia pellegrini, armati erano periti. *** Una sera d’inverno del 1145, ero di ritorno dalla bottega del cognato, a Milano, dove avevo preso visione di alcune pezze di lana per il nostro commercio. Mentre arrivavo di galoppo al castello, sentivo il cuore battermi forte per le notizie che avevo sentito, e che avrei voluto dare per primo alla famiglia. Scesi rapido da cavallo e, affidandone la briglia al servo subito accorso, entrai nell’atrio della nostra dimora; mi liberai in fretta, lasciandoli a terra, del mantello bagnato e dei mezzi guanti, tanto qualcuno li avrebbe raccolti e messi ad asciugare. Mi precipitai su per la scala fino alla sala grande, dove trovai mio padre e mia madre che, ai due estremi del lungo tavolo, stavano terminando una cena frugale. Assaporavo il piacere del luogo confortevole e della luce che emanava, oltre che da due lucerne appoggiate su una mensola, dagli sprazzi delle
fiamme del camino, al quale subito mi accostai, volgendo la schiena al fuoco che infondeva un gradito tepore nelle membra. Sfregando le mani intirizzite, raccontai ciò che avevo sentito in città. «Genitori, c’è una grande notizia! Oggi non si parla d’altro. Gli infedeli hanno espugnato, alla fine dell’anno scorso, la città di Edessa, in Terrasanta, e si dice che verrà organizzata una nuova spedizione per riconquistarla. È una grande occasione per tutti noi!» Ero convinto che anche mio padre ne sarebbe stato entusiasta, e mi avrebbe chiesto ulteriori particolari. Tuttavia, notai con delusione che rispondeva con tono disincantato. Aveva compreso, ma non sentivo in lui quel tumultuare di pensieri che invece erano in me: pensavo che fosse giunto il momento di riscattare la nostra vita un po’ usuale e aderire a un’impresa gloriosa, nella quale mi era naturale associare anche l’immagine di mio padre, che certo, per la sua età, non sarebbe stato in grado di partire, ma confidavo nel suo sostegno. «Eh, sì Uberto, sarà una nuova occasione per la cristianità» commentò lui. «Speriamo… Sai, anche quando ci fu la conquista della Terrasanta, tanti anni fa, ci fu grande entusiasmo: quella vittoria avrebbe dovuto apportare benefici a tutto il mondo cristiano: sarebbe diminuita la minaccia maomettana verso i nostri paesi, a tutto vantaggio dei viaggi e dei commerci; i pellegrini avrebbero potuto visitare i luoghi santi in totale libertà, l’unione tra regni diversi nell’impresa avrebbe apportato la pace anche tra noi. E con quella sarebbe venuta per tutti la prosperità. Ora vedi tu se per noi è arrivata…» Ero francamente deluso dal suo atteggiamento. In passato aveva combattuto con valore, come poteva adesso non sentire più il richiamo dell’onore e della gloria, ma solo l’interesse per il nostro decoro? «Be’, padre, non puoi misurare tutto sulla nostra condizione, poi bisogna guardare al futuro con fiducia.» Ma mio padre non seguiva il mio entusiasmo e anzi sembrava cercare di rintuzzarlo. «Già, ma la vita è continuata nel solito modo e con i medesimi problemi. Ci siamo ingannati, abbiamo creduto che bastasse una vittoria guerresca, anche se importante e giusta, a portare a tutto il mondo gioia e giustizia. Invece abbiamo continuato a trattarci come nemici, a farci la guerra, a insultarci, a defraudarci.»
«Ma padre» protestai «un po’ di violenza c’è sempre stata, sei tu che m’insegni che la vita è complicata. Tu stesso hai combattuto tante volte.» «Sì, però non dico solo i singoli ma anche le città, che sempre si affrontano per ottenere il predominio. Vedi tu Milano che prosegue le sue guerre per imporsi. Ha distrutto Como e ora lotta contro Cremona e Pavia. Purtroppo l’unica autorità che la può frenare è l’Imperatore, ma sembra che questi si disinteressi delle vicende italiane.» Le sue parole mi arrivavano ovattate. Ero distratto e continuavo a pensare alla portata di quella notizia, e alla risonanza che suscitava in me. Cercai di riscuotermi e ripresi: «Be’, vedremo. Forse anche l’arcivescovo, o il Papa, diranno qualcosa. Mi hai raccontato che per la prima spedizione hanno fatto un appello.» Annuì. «Sì, certo. Ma per noi, figlio, cambia poco. Tu conosci bene la nostra condizione. Da nobili che vivevamo della rendita, abbiamo dovuto trasformarci in commercianti, e questo non ci dà lustro, e le cose, come sai bene, vanno anche male.» Volse lo sguardo alle pareti di pietra annerite dal fumo, scuotendo la testa e osservando – sperai con rimpianto – le armi appese, il suo scudo e le bandiere da battaglia. Poi riprese: «Eh sì… i tempi sono mutati, lo sai… d’altronde sei stato tu che hai accompagnato tua sorella Anna al monastero di Monza, a monacarsi, su un asinello…» «Come nostro Signore…» interloquì mia madre. «Altro che asinello!» continuò mio padre «la povera Anna è stata cresciuta nell’aspettativa del matrimonio e ha dovuto rinunciare allo sposo che già sembrava sicuro, tra l’altro un’ottima parentela per noi, Ugo di Monterotondo, primo scudiero del conte di Biandrate, bello, biondo e ricco.» «Ma, Gerardo» commentò mia madre «è stato un sacrificio per lei, ma le sue preghiere ricadranno su tutti noi… ora comunque non è più Anna, chiamala suor Eustochio. Lei non ci dimentica, e con la sua preghiera ci proteggerà sempre.» «È vero» confermai, mio malgrado, le parole di mio padre. «Ricordo che le abbiamo dato una dote ben misera, due tuniche di lana, un mantello e un miserabile gruzzoletto. Comunque con Carola è andata meglio…» «Sì» rispose annuendo. «Mi avete esautorato per Carola, me lo ricordo bene. Fu quando quei contadini, che si erano arricchiti con le loro
economie, pretendevano di andarsene dai poderi prima della scadenza dei censi e dietro pagamento di un riscatto. Io li volevo scacciare a scudisciate, ma vi metteste in mezzo e mi faceste accettare quei patti disonorevoli. Certo che così potemmo dare Carola con una buona dote ad Ambrogio, che poi ci è venuto comodo per il commercio.» «Sì, Uberto ha fatto bene a convincervi, Gerardo» disse mia madre. «È un negoziante, ma è un uomo pio e gli sembra di aver toccato il cielo per aver sposato la figlia di un nobile; e poi Carola è contenta con lui e gli sta dando figli, che Dio li abbia cari!» «Ma l’altro figlio dov’è?» si chiese mio padre, volgendosi intorno. «Sarà certo con qualche donzella di dubbio contegno, se non in qualche taverna. Anche i servi lo sanno, li ho sentiti, e ne ridono… ah, che sciagura Azzone!» Mia madre cercava di difenderlo: «È giovane, con il tempo migliorerà, capirà quali sono i suoi doveri, verso la famiglia, ma anche verso la Chiesa.» «Figuratevi, Elinor, dovrebbe un poco istruirsi anche nelle cose religiose. Per ora è solo un ostiario, ma prima o poi dovrà cominciare a fare l’ecclesiastico. Se al convento di Sant’Ambrogio al Nemus, dove è consacrato, sapranno che razza di arnese è, altro che diventare abate, un giorno! Quando andrà, lo metteranno a spazzare le stalle!» Rimasi in silenzio. Spesso avevo cercato d’indurre mio fratello minore ad apprezzare almeno un poco le scritture sacre e anche magari quelle profane, perché un religioso non può essere un indotto. Ogni volta che affrontavo l’argomento sghignazzava e mi derideva, dicendomi che non aveva alcuna inclinazione per la vita ecclesiastica e anzi, secondo lui, ero io che avrei dovuto diventare religioso, che ero così morigerato. Che si dedicasse molto e con fervore alle armi, partecipando con entusiasmo alle scorrerie guidate dal nostro signore, non era un problema. Tanti vescovi, e perfino papi, portano le armi e guidano milizie e sono lo stesso uomini santi. Il guaio era che si abbandonava spesso a peccaminose avventure nelle osterie, dimentico sia della convenienza del suo grado, sia di ogni giudiziosa opportunità. Morigerato… sì, un poco lo ero, nel senso che obbedivo ai genitori e m’industriavo nelle attività di famiglia, però anch’io avevo peccato con donne di poca moralità. Solo che lo avevo fatto senza dare troppo nell’occhio.
Una volta ero andato a Novara, spinto dalla curiosità di visitare la città che ci era così vicina, e che non frequentavamo, dato che i nostri interessi erano a Milano. Tenendo a briglia il cavallo, procedevo per le vie vicino alle mura; tra l’andirivieni delle persone, notai una giovane popolana che camminava davanti a me, con lunghi capelli biondi sulle spalle e in mano due fagotti, assai grandi, che reggeva con difficoltà. La superai e mi offrii di aiutarla. Mi ringraziò con un cortese sorriso, dicendomi che andava a consegnare della merce a una bottega. Il negoziante, un uomo abbastanza anziano, la ringraziò e poi le disse che sarebbe passato da lei la sera. Tornandone, le chiesi se fosse suo marito. «Non ho marito» mi rispose, scuotendo il capo con una punta d’imbarazzo, e poi con un sorriso disse: «Venite da me, volete? Siete stato molto gentile, di solito i cavalieri non aiutano le ragazze del popolo.» Nella sua casetta appoggiata alle mura, piccola, buia e fredda ma illuminata dalla sua grazia, era cominciata una consuetudine. Non era del tutto incolta e, oltre al soddisfare i bisogni del corpo, rimanevamo a parlare, ed era bello quando ero presso di lei. Poi mi pentivo, e per un po’ non ci tornavo. Con il passare del tempo rievocavo il suo volto sorridente, che illuminava il tugurio in cui abitava, e allora… Ero però contento che in quella città nessuno potesse riconoscermi. Azzone, invece, non si nascondeva e i nostri pari – ma anche i borghigiani – sapevano delle sue intemperanze e gli raccomandavo di tener nascosti a nostro padre i suoi discorsi empi circa le Scritture e la vita casta e onorata. Ma ogni giorno lo vedevo sempre di più allontanarsi e perdersi. I denari che pretendeva, per i quali adduceva elemosine, e che finivano poi in gioco e bevute, se non a pagare meretrici; le spese che sostenevano il suo smodato desiderio di lusso, di tuniche e di mantelli, di spezie per la cucina, di finimenti per i cavalli, venivano sottratti alla traballante economia familiare. I nostri genitori si rendevano conto che neppure l’abbandonare la vita degli avi e il darsi alle commende, sacrificando lustro e onore, serviva a qualcosa: il guadagno era sempre incerto e affidato alle alternanze della fortuna. Infatti era già andata perduta, l’anno prima, una partita di merci, diretta al porto di Genova, rapinata da una banda di briganti di montagna, al passare dell’Appennino. E per poco non ci erano andati di mezzo i
nostri villani che guidavano il carro. Avevamo quindi dovuto dare alcune terre in pegno all’Abbazia di Morimondo per avere dei prestiti e ritentare la fortuna, facendo altre spese per assicurarci guardie armate. Cominciava a diffondersi tra i pari, e perfino tra gli abitanti dell’avito castello di Castano, l’opinione che il nostro casato si stesse avviando alla rovina. Così erano sfumati i fidanzamenti per le mie sorelle. Tuttavia, come osservava mio padre, il cognato Ambrogio ci era utile, e senza dubbio amava molto la moglie. Una volta che ero andato da lui, nella sua bella casa milanese sovrastante la bottega, e che era fuori, Carola mi raccontò di come si sforzasse sempre di compiacerla. «Uberto, fratello mio, tu sai che noi siamo stati cresciuti con frugalità, avevamo quello che ci serviva, ma non molto di più, anche quando la situazione della famiglia era migliore. Ambrogio, come sai, fa buoni affari, ha denaro ballante e, se io volessi, mi riempirebbe di gioie, vesti e mantelli. Ma mi piace vivere modestamente, come deve fare una buona moglie. «E poi per me ha un grande rispetto. Ti dico solo questo, che proprio l’altro giorno mi sono trovata a passare accanto alla stanza dove era riunito con i suoi amici e mi ha chiamata per presentarmi e non ha detto “Questa è mia moglie”, come avrebbe fatto chiunque, ma: “Vi presento la mia amatissima sposa, donna Carola da Castano”. Io quasi mi vergognavo, e loro, che sono tutti mercanti ma educati, si sono alzati e sono venuti a baciarmi la mano. A nostro figlio dice sempre: “In alto c’è Dio, in basso tua madre e io…” e talvolta aggiunge: “ricordati che sei figlio di una nobile”.» Non entrai più nell’argomento della Crociata con mio padre, per non indurlo in discussioni nelle quali sarebbe magari arrivato a negarmi il permesso di partire, ma cercavo di mantenermi sempre informato. L’anno, tuttavia, passò abbastanza tranquillo. Se ne parlava ma non c’erano pronunciamenti particolarmente chiari. Il primo dicembre, Papa Eugenio emanò la bolla Praedecessores indirizzata al Re di Francia Luigi. Io non lessi il testo, ma ne sentii parlare a partire dal gennaio dell’anno successivo. Si diceva che al Re francese e ai sudditi che avessero partecipato al Passaggio, il Papa assicurava il perdono di tutti i peccati confessati, come pure la protezione ecclesiastica alle loro famiglie e ai loro beni. Inoltre, tutti
coloro che fossero morti in battaglia avrebbero ottenuto l’indulgenza plenaria. La bolla suscitò interesse da noi, ma non più di tanto. Non ci furono adesioni a quella che sembrava dovesse essere una spedizione francese. Pare invece che in Francia avesse molto seguito, anche perché il Re già per conto suo aveva deciso di fare qualcosa in merito, anche prima dell’invito papale. Si diceva che da tempo avrebbe voluto partire in pellegrinaggio, sia a nome del defunto fratello, sia in espiazione della colpa di aver ucciso dei cristiani innocenti i cui signori gli si erano opposti. Si parlava di una chiesa incendiata, nella quale erano morte moltissime persone. Tuttavia il primo marzo dell’anno successivo il Papa emanò un’altra bolla, intitolata Divini Dispensatione in cui si rivolgeva a tutto il mondo cristiano e indicava come nemici da combattere gli infedeli, in qualsiasi luogo si trovassero, in Spagna come in Palestina o in altri luoghi. Aggiunse altri privilegi per chi partiva con la Croce, come la sospensione dei processi e dei debiti. La crociata fu predicata dall’abate Bernardo di Clervò. Fu riferito che tanta era la fama che circondava il predicatore, e tanta era la gente accorsa, che non poteva predicare in una chiesa e allora fu scelto uno spazio aperto nella campagna, con lui al centro e gli altri intorno. Anche se ovviamente non ero presente, potevo immaginarmi la scena: un pulpito di legno improvvisato in campagna, forse arricchito con drappi liturgici e sopra Bernardo con la sua tunica bianca che, con la croce in mano, chiamava a gran voce alla sacra impresa. Attorno a lui i nobili e i cavalieri, dietro i mercanti e il popolo accorso. Dopo averlo ascoltato, molti nobili francesi s’inginocchiarono e lo pregarono di ottenere dalle sue mani la croce di stoffa da cucire sull’abito. E pare anche che, finite le croci che aveva preparato, Bernardo avesse dovuto tagliare il suo mantello per farne altre, tanto era l’entusiasmo. Secondo le voci che giungevano dalla Francia, anche la sposa del re, Eleonora d’Aquitania, avrebbe partecipato e avrebbe condotto alla crociata un gruppo di donne armate. L’abate andò poi in Germania, e anche lì molti nobili aderirono all’impresa, tra cui Corrado, nostro re, suo nipote Federico, che sarebbe poi diventato Imperatore, e molti altri feudatari. Si parlava anche di quanto aveva riferito al Papa Ugo, vescovo di Gibello, appena tornato dalla Palestina: forse sarebbe intervenuto nella
guerra un sovrano orientale cristiano di cui non si era mai sentito parlare, e cui davano il nome di Presbitero Giovanni. I più informati affermavano che era discendente dei Re Magi, che non era cattolico, però intenzionato a istruirsi nella fede romana; che aveva enormi ricchezze sia d’oro che d’argento e di pietre preziose; che il suo regno, posto in Oriente al termine del mondo, confinava con i reami maomettani e che quindi egli voleva sconfiggerli una volta per tutte. Alla crociata dedicò le omelie di preparazione al Natale l’arcivescovo di Milano, ottenendo subito molti consensi di partecipazione e finanziamento. Di fronte alla situazione della famiglia, la mia partenza non era certo indicata, se si parlava in puri termini terreni; ma decisi di andare, senza dare ascolto alle raccomandazioni sulla nostra situazione. Avrei seguito la mia coscienza e il richiamo della cavalleria e della fede. Così non avvertii mio padre e mi preparai di nascosto, non senza aver informato il conte del mio desiderio di seguirlo, per l’onore suo e della mia famiglia. Non misi in dubbio che anch’egli sarebbe partito, sapevo che suo padre Alberto aveva partecipato alla precedente spedizione, finita tanto male. Tentai quasi impossibili risparmi e rinnovai il camaglio e i guantoni; feci anche dipingere una piccola croce rossa sul mio scudo. Cominciai inoltre a preparare il resto dell’equipaggiamento e a pensare al seguito. Avrei condotto il mio cavallo preferito, e sarebbe stato bene averne anche un altro buono, ma solo quello di mio fratello era conveniente e non c’era nemmeno da chiederglielo, certo non me lo avrebbe dato. Sceglievo anche due somieri per i bagagli, e pensavo a condurre come scudiero Giovanni, servo già anziano ma pio e forte che, si può dire, mi aveva visto nascere e che più di una volta mi aveva salvato dal pericolo, sia che avesse affrontato con me un lupo notturno o che mi avesse aiutato a guadare un torrente pericoloso. Nonostante il mio entusiasmo, in fondo alla mia anima c’era comunque una vaga incertezza. Chissà cosa mi avrebbe riservato l’impresa, ne sarei stato all’altezza? Avrei avuto il coraggio necessario in battaglia? Sì sapevo maneggiare le armi, conoscevo bene i colpi per pararmi e per attaccare, ma non mi ero quasi mai misurato in combattimenti reali, e gli esercizi con mio padre e talvolta con mio fratello, non bastavano a darmi la sicurezza di essere in grado di affrontare un nemico. Non
avevo mai ucciso nessuno e invece Azzone, pur più giovane di me, era assai più esperto, essendosi già trovato in azioni cruente e, c’era da giurarlo, chissà quanti ne aveva infilzati. Fu per acquisire più coraggio e determinazione che apersi la mia intenzione a nostra madre, sotto suggello del segreto e aggiunsi che sarei partito in ogni modo. Piangendo essa mi parlò: «Uberto, figlio mio, io sono contenta nonostante tutto, perché è una decisione eroica. Con certezza Dio ti consolerà e la sua grazia pioverà per il tuo gesto sulla nostra famiglia. Tu parti da cavaliere per un’impresa sacra e dai onore a tutti noi, anche se tuo padre ora non lo capisce e certo non ti biasimo perché ti sottrai al commercio.» Nelle sue lacrime mi pareva di cogliere anche un segreto rimprovero verso mio padre che a lei, che era di nobiltà più antica della sua, sembrava – con la sua attività commerciale – avere tralignato dai costumi antichi. Cominciò anche a decorare una tunica bianca per la mia partenza. Credo che Dio mi perdonerà di non averne parlato subito a mio padre: ciò non avrebbe portato che difficoltà. Venne comunque il messo del conte Guido, che invitava alla sacra impresa sia me che Azzone. Trovai incomprensibile che chiamasse anche mio fratello, dato che credevo conoscesse la sua fama. D’altra parte, il nostro tributo militare comportava un solo cavaliere, l’altro era stato da tempo sostituito da beni in natura. Mio padre rimase annichilito e, ritenendo che fosse una sua personale iniziativa, ebbe l’idea di scongiurare il signore ad accettare un ulteriore tributo al posto della partecipazione di entrambi. Ne parlò alla famiglia dopo la cena. Io però mi opposi, e affermai il mio desiderio di prendere comunque parte al Passaggio al seguito del nostro feudatario. «Padre mio, voi sapete che io vi ho sempre obbedito» iniziai «ma questa volta voglio decidere da solo. Di fronte all’invito del capo della Chiesa, bisogna tralasciare le preoccupazioni familiari e seguire la croce di Cristo. Non ha detto nostro Signore: “Tu vieni e seguimi”? Ecco, io voglio seguirlo. E poi, hai sentito, le famiglie dei militi della Croce e i loro beni avranno protezione dalla Chiesa.» «Uberto, io capisco la tua decisione anche se non l’approvo. La carità comincia dalla propria famiglia. Nostro Signore ha detto quelle parole a
un giovane che era ricco. Tu sai che mi sei necessario, ma se questo è il tuo intendimento, vai. Ma tuo fratello no, rimarrà. Non mi aiuterà altrettanto, ma dovrà darsi da fare e alla fine ci riuscirà. Noi dobbiamo al conte un solo cavaliere, lo sai.» Seguì una scena tremenda, della quale mi vergognai, pur non essendone io il colpevole: piansi e mi dolsi a lungo anche in seguito. Intervenne infatti mio fratello, dichiarando che lui sarebbe partito comunque, senza ascoltare quel che diceva; metteva in ridicolo la sua riluttanza, chiamandolo codardo, debole, e, via via in crescendo e alzando la voce, più attaccato al denaro che all’onore, buono a nulla, tanto che alla fine mio padre perse il lume della ragione, gli scagliò contro un piatto e urlò: «Io ti maledico, Azzone! Ti maledico, rinnegato, figlio del demonio! Vattene, che non ti veda più alla mia presenza, vattene all’inferno!» Azzone non se ne andò, e anzi continuò con imprecazioni e addirittura con bestemmie, quasi che fosse diventato un vero diavolo. Nostra madre era atterrita dalle sue parole, che di certo udivano anche i servitori. Perduto ogni ritegno, si comportava come un bettoliere. Non faceva mistero di essere miscredente: diceva chiaro e tondo che non gli importava per niente che fosse un’impresa sacra, gli interessava solo l’avventura guerresca. A me, che lo sgridavo, faceva le fiche e ribatteva che sicuramente il Biandrate voleva lui e non me, perché lo stimava migliore armigero e perché a me difettava il coraggio e inoltre ero timorato come un predicatore, buono per il commercio e non per la guerra. Alla fine, mio padre s’inchinò all’obbligo feudale, prevedendo però sventure sul nostro capo e comprendendo anche me nel suo giudizio negativo. Dopo la lite fui preso da un acuto desiderio di riconciliarmi con lui, di rinunciare all’impresa e di ricercare un accordo con il Biandrate. Più volte mi avvicinai per parlargli, ma arrivato davanti a lui sempre mi trattenevo e non andavo oltre, perché mi ero impegnato, e l’onore sta anche nella parola data. Era doloroso per me sfuggirlo con un pretesto, pensavo che egli forse sentiva che volevo ritornare sulla mia decisione e ogni volta ne era deluso. Ero però scontento dall’atteggiamento del signore che non sceglieva certo i più retti tra i suoi compagni, dando prova di voler partecipare
all’impresa solo come a una scorribanda terrena, una delle tante che compiva contro principi e città. L’invito era di raggiungere il conte una domenica mattina a Milano, dove era capitano delle milizie cittadine. L’arcivescovo Oberto avrebbe benedetto la spedizione. Dopo la consacrazione, la messa e un banchetto, ci saremmo messi in viaggio all’alba del lunedì. Partimmo non senza aspri litigi in merito al diritto di guidare il drappello, che infine risolvemmo cavalcando affiancati. Ci seguivano Giovanni e un altro servo con il bagaglio e le armi. Nostra madre pregava il marito di ritirare le sue maledizioni verso Azzone e di benedirci. Con le lacrime agli occhi per lo sforzo di superare il suo sdegno, nostro padre ci disse a bassa voce: «Figli miei, andate. Ambedue avete da pentirvi della vostra decisione, ma possa Iddio condurvi e ispirarvi. Ricordatevi che se anche siete armati, questo è un pellegrinaggio, che vada in sconto dei vostri peccati.» Nostra madre tracciò su di noi il segno di benedizione. Il cappellano già aveva asperso le nostre armature di acqua benedetta. Tentando di ricacciare indietro le lacrime, mi congedai da loro con le parole più tenere che seppi trovare, promettendo che avrei vegliato su Azzone. Mi si stringeva il cuore mentre, voltando indietro la testa, li vedevo soli, mentre ce ne andavamo. Ero angosciato ma mi tenni diritto e, mentre passavamo tra le casupole del nostro borgo, salutai con cenni del capo e con viso che cercavo di rendere lieto, i lavoratori che facevano ala al nostro passaggio: dovevamo sembrare fieri nelle nostre cotte lucide, portando sotto il braccio gli elmi smaglianti che rendevano ancora più luminose le bianche sopravvesti adornate dalla piccola croce sanguigna sulla spalla. Cingevamo la spada. Mio fratello aveva portato anche una grossa ascia che usava in combattimento, in modo disdicevole, secondo me, perché preferiva il ferro vile all’arma consacrata della cavalleria, effigie della croce di Cristo. I servi portavano le lance e gli scudi che recavano gli smalti dei nostri colori.
Era piacevole sentire il tenue tepore del sole d’inizio primavera che ci infondeva un senso di forza e baldanza. Il cielo quasi terso con piccoli sfilacciamenti di nubi sembrava benedire la nostra partenza. Mio fratello mi canzonava di continuo, e derideva il mio fervore religioso mentre sognava ad alta voce facili conquiste femminili, serate di bevuta e ricompense munifiche dopo feroci battaglie. Anch’io lavoravo d’immaginazione, ma in un altro modo: mi vedevo contornato da altri cavalieri e accanto ad Azzone mentre caricavamo il nemico, uccidevamo gli infedeli e ritornavamo vittoriosi e carichi di gloria: allora sì che nostro padre sarebbe stato contento della nostra partenza! Mi rendevo conto che erano fantasie, e chissà cosa ci avrebbe riservato l’impresa. «Oh, ecco i nostri vassalli!» ci salutò con voce gioiosa il conte Guido, con gli occhi scintillanti sopra il suo nasone. «Non manca nessuno, abbiamo anche un valente e saggio mercante.» Con tutta evidenza scherniva me; mio fratello proruppe in una fragorosa risata e, inchinandosi, fece un servile complimento allo spirito del signore. A stento trattenevo lo sdegno e la delusione: il nostro feudatario non si rendeva conto della lotta segreta della mia famiglia per tenere alto il comune decoro. Egli ci scherniva, mentre gli davamo come tributo una parte del ricavato dei nostri terreni. Si era però subito ricomposto, e presto dovetti pentirmi di averlo mal giudicato, era solo una battuta e imparai più tardi che era solito scherzare anche sulle cose serie. In seguito mi resi conto che era animato da autentico zelo religioso, e con sincerità intenzionato ad aiutare Gerusalemme. Ci abbracciò appena scesi da cavallo, e lodò il valore di nostro padre con altri cavalieri che erano presenti. «Hai un bellissimo cavallo, Uberto, e sarai anche un mercante ma sai stare ben saldo in sella. Sei come tuo padre… sapete gente, l’ho visto combattere all’assedio di Como, quando ero solo un bambino, ed era mia madre che guidava i nostri armati, e so quello che dico. Vieni che ti presento all’arcivescovo.» Poi, sottovoce, come se fossi un incolto, aggiunse: «Mi raccomando, inginocchiati e baciagli l’anello.»
L’arcivescovo di Milano mi parve un prelato molto degno e convinto della causa: finalmente era giunta l’ora della riscossa contro i pagani, e confidava nel nostro valore. «Voi sapete che combattendo si deve uccidere» ci disse. «Non vi dispiaccia di farlo, perché uccidere gli infedeli non è come uccidere un cristiano, che è cosa abominevole, anche se spesso, purtroppo, si vede. L’infedele è sì un uomo, ma incarna il male. È il male, quindi, che voi combatterete e ucciderete.» Partimmo il giorno stabilito. I saluti dei milanesi, nobili e popolani, si erano protratti sino a tarda notte. Ricordo soprattutto il banchetto nel palazzo vescovile, cui per la benevolenza del conte eravamo stati ammessi, assieme ad altri seguaci e a molti nobili milanesi, ai curiali e ai più ricchi e costumati tra i popolani. Ci furono molti discorsi saggi e molta cortesia che mitigarono quella sotterranea tristezza che tenta sempre chi sta per partire. Imparavo ad apprezzare i seguaci del Biandrate, cavalieri che avevano dimora nel suo borgo e altri, infeudati di altre zone dei suoi domini: Gualtieri da Romagnano, Guido da Carpano, Alberto da Trezzo, e altri. Ci trattammo subito amichevolmente, e compresi che sul loro aiuto e consiglio avrei potuto contare nella gloriosa avventura. Qualcuno invero superava la convenienza nella libertà dei modi e del linguaggio, e più di una volta mi dovetti vergognare per mio fratello che metteva in luce desideri inopportuni di ricchezze e felicità mondane. Anche l’arcivescovo, a momenti, ne fu urtato, ma il conte lo difendeva e attribuiva quel comportamento a giovanile intemperanza, che sarebbe stata poi frenata e indirizzata nel corso della spedizione. Solo in un caso anche il Biandrate redarguì mio fratello, quando questi cominciò ad ammiccare con sfrontatezza a una giovane, e i parenti se ne risentirono. Dopo uno scambio di battute con il conte, Azzone dovette chiedere scusa. Chiuso l’incidente uscì irato per la vergogna patita; seppi poi che aveva passato il resto della notte in detestabili compagnie. Nemmeno noi dormimmo molto. Eravamo stati sistemati alcuni nel palazzo vescovile, altri nella cattedrale di Santa Maria Maggiore, stesi a terra nelle navate; avevamo dormito avvolti nei mantelli e nelle coperte da viaggio, mentre i militi e i servi si erano accontentati dei portici della basilica.
Al risveglio, mentre eravamo tutti indolenziti dal contatto con la dura pietra, venne il conte che sorridendo ci disse: «Questo è un primo assaggio della spedizione. Non crediate che sarà una passeggiata, dormiremo spesso all’addiaccio, perché non avremo tempo di alzare le tende. E ricordate che siamo pellegrini, oltre che soldati, e tutto andrà a beneficio delle nostre anime.» All’alba assistemmo alla messa celebrata dall’arcivescovo davanti al suo palazzo, contornati da molti pii artigiani milanesi. La spedizione guidata dal Biandrate era formata oltre che da altri nobili e da vari suoi cavalieri, anche da persone di più bassa condizione, ma tutti armati a loro spese. A quel proposito, Guido chiarì: «Non ho voluto marmaglia con me. Già mio padre e mio zio si sono lamentati di aver raccolto malviventi e gente senza né arte né parte, che poi si sono messi a saccheggiare qua e là, addirittura nel palazzo dell’Imperatore di Bisanzio, rendendoli tutti invisi e che, con il loro comportamento sconsiderato, sono anche stati la cagione della loro sconfitta.» Si unirono anche uomini di altri feudi. Non chi partecipava alla spedizione di Re Corrado, che seguiva un altro itinerario, e che già si era messo in cammino per raggiungerlo, né a quella Francese, che sarebbe partita dopo un po’ di tempo e cui si sarebbero uniti, probabilmente, Guglielmo di Monferrato, cognato del Biandrate, oltre al conte di Savoia. I vari corpi di spedizione si dovevano riunire solo a Costantinopoli. Partivamo accompagnati dai migliori presagi: era marzo inoltrato, e nel cielo quasi sereno c’erano solo quelle nubi chiare che non portano pioggia; attorno a noi tutta la terra si risvegliava nella primavera: le gemme degli alberi si stavano schiudendo in verdi foglioline, e i campi erano coperti da una bassa pelugine che presagiva il futuro raccolto del grano; i lunghi filari a lato dei fiumi stavano passando dal loro grigio colore invernale a un verde leggero. Procedevamo al passo o piccolo trotto, e la colonna era preceduta da uno stendardo bianco crociato di rosso, retto dal portacroce della chiesa di San Colombano, la cappella del castello di Biandrate, seguito da due sacerdoti sulle loro mule. Dietro i cavalieri venivano i militi appiedati, e poi i carri con i servi e l’equipaggiamento.
Incuriositi e felici, gli abitanti delle campagne ci guardavano, si avvicinavano, ci ammiravano; c’era anche chi chiedeva di unirsi. Ogni tanto veniva accettato qualche cavaliere o ricco mercante, che fosse in grado di procurarsi una cavalcatura e delle armi, mentre si rimandavano indietro i popolani che erano chiamati a svolgere lì la loro battaglia. Qualche volta venivamo affiancati da brigate con dame e cavalieri che ci accompagnavano per un tratto, anche per una giornata; era per essi un modo di partecipare al pellegrinaggio armato, e in tal modo beneficiavano di qualche indulgenza. Qualche giorno dopo la partenza, incontrammo un gruppo di cavalieri toscani. Uno di questi era ammalato per una febbre che lo aveva colpito durante il viaggio e dovette trattenersi a Verona. Fummo presi da ammirazione: aveva quasi sessant’anni, eppure rimpiangeva di non poter seguire la spedizione in Terrasanta. Pur febbricitante si teneva dritto sulla cavalcatura, e volle salutare tutti i cavalieri, uno per uno, benedicendoci. Dimostrò per me una particolare benevolenza; mi disse che gli ricordavo il suo primogenito, morto di pestilenza l’anno prima. Volle regalarmi un suo giubbetto, con il colletto di vaio e ricamata la sua arme, sopra rossa con sotto tre cagnolini rampanti su smalto d’argento, colori che richiamavano i nostri. Si chiamava Vieri di Diotisalvi, aveva dimora a Castiglione vicino a Fiorenza. Rimase a Verona con dei servi e due compagni; gli altri vennero con noi, guidati da Cacciaguida degli Elisei. Piasenza, Cremona, Mantua, Verona, Vincenzia: seguivamo ora il corso del Po ora le colline, sulla via romana; sfuggivamo il più possibile le zone paludose e il fango che mettevano a dura prova l’avanzare dei cavalli e dei carri, per non parlare poi di coloro che procedevano a piedi. Anche noi, a tratti, dovevamo scendere per far riposare gli animali o per offrili in cambio al nostro signore e agli altri maggiori della spedizione. Occorreva talvolta chiedere aiuto agli abitatori dei luoghi per smuovere i carri, e purtroppo sorgevano contrasti; qualche volta i contadini non ne volevano sapere e rifiutavano di abbandonare i loro lavori per porgerci aiuto. C’era anche chi ci guardava in modo ostile, oppure chi, forse briganti travestiti da villani, cercava di derubare i nostri servi. Dovevamo fare continua guardia e non distaccarci mai molto tra di noi.
Qualche piccolo feudatario poi, in spregio di ogni legge divina, pretendeva i pedaggi usuali ai ponti e alle strade, ai pozzi e ai trapeli. Sorgevano questioni e bisognava tenere a freno i più animosi che volevano sfoderare le armi. A stento il Biandrate e gli ecclesiastici riuscivano a trattenere i più iracondi. Mio fratello era tra di essi, e qualche volta arrivò a spargere il sangue d’inermi, colpevoli solo di eseguire gli ordini del loro signore, che ubbidiva a principi di utilità privata, senza tener conto che andavamo a combattere per la comune fede. Qualche altra lite nasceva quando ci trovavamo a corto di cibo: noi ci consideravamo pellegrini che si nutrono della carità altrui e, a parte le fiasche con l’acqua e un poco di pane, non portavamo cibarie. Qualcuno arrivava a derubare i lavoratori e gli abitanti dei borghi; ma in genere i rettori delle parrocchie provvedevano con liberalità, e al nostro arrivo nei vari luoghi trovavamo oneste persone pronte a ricevere capi e scudieri e a rifocillare come meglio potevano gli altri. Una contesa più grossa si ebbe quando da un villaggio appena lasciato venne un gruppo di abitanti assieme al loro parroco, chiedendo giustizia e riparazione per delle violenze fatte a una giovane donna. Non si riuscì ad appurare la verità, ma molti sospetti si appuntarono su mio fratello. Dopo lungo parlamentare, furono offerti ai genitori e alla parrocchia trecento denari milanesi e potemmo proseguire. Io mi vergognavo per il comportamento di Azzone e tenevo gli occhi bassi, ma il conte mi venne vicino e mi parlò: «Uberto, non ti crucciare troppo: vedo che tu sei un uomo gentile, ma quando dei soldati si muovono, capitano sempre di queste cose. Tuo fratello è così, impulsivo e dissoluto, ma verrà il momento in cui si calmerà e questa impresa è proprio quello che gli ci vuole. Non piace neanche a me la violenza sugli inermi e sulle donne, ma cambierà, te lo assicuro.» I miei occhi e la mia mente non cessavano di stupirsi, era per me come nascere ogni giorno, tante cose nuove mi riservava l’impresa; più di una volta dovetti amaramente constatare di quanto il nostro giudizio sia limitato, in quanto si basa su una conoscenza troppo ristretta delle cose. Fino ad allora ero rimasto ancorato a una vita ordinaria: la maggior parte delle mie giornate trascorreva in affari comuni, un poco di esercizio nelle armi, qualche battuta di caccia nei boschi, le commissioni a Milano, un po’ di tempo dedicato allo studio, perché mio
padre affermava che un nobile deve essere colto, qualche volta una partita a scacchi; insomma un trascorrere di giorni abbastanza uguali. Solo talvolta uscivo dai nostri possedimenti e visitavo qualche città. Di più Milano, raramente Novara. Eppure nelle città, nei mercati, si apprende moltissimo sulla vita. Ora avevo occasioni di vedere, anche se con soste limitate, altre terre e ogni luogo accresceva la mia esperienza, anche solo al vedere la diversa forma delle case, delle mura, delle chiese, i colori delle vesti, ad ascoltare le inflessioni del parlare.
CAPITOLO 2 – TENTAZIONI Ci dirigemmo infine verso Vinegia e il suo territorio, ultima tappa d’Italia, prima d’immergerci in terre dove a quanto si diceva non si capiva il nostro linguaggio. Lingua umana non può descrivere, a chi non l’abbia visitata, lo splendore di quella singolarissima città. La nostra fu una deviazione non del tutto necessaria, tra paludi sconfinate, con grave pericolo per la nostra salute corporale, ma ci attirava la fama dei famosi santuari di quella città. Eravamo spinti certo dalla curiosità di vedere cose che ci riferivano meravigliose, più che dal desiderio della perfezione e della penitenza. Ed era con tristezza che me ne rendevo conto, quasi che accanto a ogni pensiero elevato ce ne fosse uno ingannevole e terreno ad accompagnarlo, tanto da sovrastarlo e condizionarlo, così che ogni idea santa doveva esprimersi attraverso di esso. Anche ora, che sono assai più maturo, non posso fare a meno di sentire sul volto la brezza di quel mattino quando, dalla prora del battello che traghettava il nostro gruppo, vidi uscire dalle nebbie l’isola di Rialto, con la splendida basilica di San Marco dalla cupola dorata. Mi trovavo avanti a tutti in quel momento; il Biandrate, un po’ indisposto, era rimasto al centro del barcone insieme ad Azzone e altri. Fu con viva commozione che sentii dal pescatore il nome di quella splendida città: «Rialto, Vinegia!» Accompagnava le sue parole con un gesto della mano ampio e sicuro, quasi che fosse un nobiluomo che enumera i suoi castelli. Nei suoi occhi non brillava l’invidia che tante volte avevo visto possedere i nostri popolani, ma una dignità infinita, legata alla fierezza di appartenere a così gran città, potente allora e molto di più ora mentre scrivo. Per un attimo gioii con lui e lo invidiai per quella patria che sembrava sorgere dal mare, con i suoi campanili rossi, le case toccate dal sole in lontananza.
Gli feci eco forte: «Rialto, Vinegia!» come se fosse stata la terra per cui andavamo a combattere, e davvero vi fu più d’uno tra i compagni subito accorsi che non poté credere ai suoi occhi e che si domandò se non fossimo già giunti al termine del nostro viaggio, alla divina Gerusalemme. Approdammo su un largo spiazzo molto frequentato sia da marinai sia da cittadini a fianco della chiesa di San Marco, famosa per l’ampiezza delle sue volte e delle cupole, per la ricchezza delle pitture, la potenza delle reliquie, prima fra tutte il corpo di S. Marco l’Evangelista, miracolosamente approdato a quei lidi duecento e più anni fa. Prendemmo terra e presto ci accorgemmo che non solo nessuno ci guardava come persone di rango onorevole, ma addirittura nessuno ci notava. Tanta gente era raccolta in quell’immensa piazza, tante lingue parlava, tante fogge vestiva: c’erano uomini alti e tutti neri di pelle come diavoli, portavano anelli alle orecchie e al naso. C’erano anche uomini piccoli, un po’ meno scuri, forse marinai e mercanti delle terre del Sud. Vedevamo turchi con i loro turbanti e ci domandavamo come mai costoro, i cui fratelli osteggiavano la nostra fede, avessero libero passo in quella città. E anche uomini del Nord, cavalieri rudi con i capelli biondi e omoni dalla pelle chiarissima, con gli occhi piegati all’insù; e ancora ometti piccoli di carnato giallastro che portavano i capelli legati sulla nuca in una piccola treccia e parlavano un idioma simile al cinguettare degli uccelli. E abiti di ogni forma e colore: tuniche, grembiuli, corazze con ricche decorazioni, stivali e copricapi variopinti. Qualcuno aveva fasce intorno alla vita e qualcun altro attorno alle gambe. C’erano donne bellissime, alcune di pelle chiara e altre quasi nere. Avanzarono in corteo dei capitani dei vinegiani, tutti uomini di gran contegno avvolti in morbidissime vesti bordate di pelliccia: noi e lo stesso Biandrate sembravamo dei mendicanti al loro cospetto. A questo punto del mio racconto devo narrare la storia dei miei peccati, della mia iniquità e accetto di farlo solo perché possa servire da ammaestramento soprattutto ai giovani, ai miei eredi, quando si metteranno sulla via della cavalleria, perché imparino che non basta l’intenzione di comportarsi rettamente, ma occorre anche la volontà di opporsi alle lusinghe.
Eravamo stati accolti nella dimora di un ricco Vinegiano, che aveva sentito del nostro arrivo e che si era offerto, con grande liberalità, di ospitarci. Era armatore di diverse navi, e già suo padre aveva aiutato la Crociata nella prima spedizione. Fece approntare delle stanze per il conte e per i suoi scudieri e seguaci, e dette disposizioni perché anche i militi e i servi fossero ricoverati in qualche modo. Fui stupito, insieme agli altri, della magnificenza della sua casa, le cui porte immettevano in un cortile assai vasto al cui centro erano due pozzi. Il cortile era circondato da grandi corpi di fabbrica con loggiati al piano terreno. Il lato di fondo dava accesso a magazzini per le mercanzie. Le stanze del piano superiore aprivano le loro finestre su una balconata coperta, che correva tutt’intorno. Cornicioni di pietra bianca traforata come un merletto decoravano il palazzo. Le finestre erano chiuse da vetri lucidi colorati in più tinte, retti da inferriate esili e luccicanti quasi fossero tessute nel metallo. Non avevo mai visto niente del genere in un’abitazione privata, ma solo nelle chiese. Attorno alle pareti delle stanze erano collocate torce e addobbi che il nostro ospite faceva disporre in nostro onore. Sulle panche trovammo panni assai ricchi, cuscini di raso, pellicce. Al piano superiore c’era anche una grande sala nella quale potei vedere i preparativi per un banchetto: una moltitudine di servi allineava tavoli e disponeva arredi, candelieri d’argento e cesti di fiori. Fummo lasciati un po’ a riposarci nelle stanze che ci erano state assegnate. il Biandrate ci congedò non senza averci scherzosamente ammonito a non lasciarci travolgere troppo dai piaceri mondani. Ed era davvero una grande tentazione anche il solo abbandonarsi alla vista di tutta quell’abbondanza che sembrava schernire la nostra vita povera e faticosa. Mi prendevano anche dei sospetti: come poteva essere così ricca quella terra? Che cosa facevano i suoi abitanti, era vero che – come avevo sentito – si dedicavano anche al commercio degli schiavi? E non era forse con arti diaboliche che erano riusciti a edificare quella stranissima città, con i suoi ponti arditi tra le isole e tra un palazzo e l’altro? Ma no, che dicevo, pazzo, era la città più ricca di reliquie e di chiese, che aveva dato grande sostegno alla Crociata di cinquant’anni prima. Di certo le ricchezze erano un premio celeste alla mutua concordia, così diversa dall’odio reciproco e dalle vessazioni continue che regnavano sulle nostre terre.
Ora, mentre scrivo, so bene quale sia il pregio di Vinegia. Tra pensieri di tal fatta si agitava il mio animo, così che non potevo dare riposo al mio corpo, anche se era sfinito. Scesi pertanto nel cortile, mescolandomi a quell’operosa confusione che vi regnava, tra i servi che correvano: chi portava bagagli; chi scaricava carri, chi accendeva fiaccole, maestri di casa che davano ordini, donne che preparavano addobbi. Nel cortile sostavano anche persone che sembravano estranee alla conduzione della casa, forse semplici curiosi che avevano sentito del banchetto che si andava apparecchiando, e che pensavano di poter avere l’occasione di conoscere personaggi importanti. I miei occhi erano incantati, e non riuscivo a fissare lo sguardo su niente di specifico, perché da tutto era stancato e come abbacinato, finché d’un tratto apparve una figura. Era una bellissima donna dalla carnagione scura, quasi mora, che mi sembrava di aver già scontrato al mattino, camminando per strada. Ero catturato dall’abisso di quegli occhi, grandi e profondissimi, ancora più scuri del volto; era adornata di gioielli splendenti e portava in testa una fascia a mo’ di turbante. Cercai di distogliere lo sguardo, ma ero attratto da lei come da una forza irresistibile. Tornai a osservarla, stavolta indugiando sulla forma del corpo, seminascosta da abiti assai eleganti, tempestati com’erano di pietre e di ricami. Sorrideva, e fu per me un’esperienza sconvolgente: nessuna dama che avessi visto alle riunioni comitali poteva starle a pari. Mostrava le labbra tumide e i denti bianchissimi, che la illuminavano come un gioiello. Ne rimasi annientato: desideravo fuggirla e insieme guardarla, farmi avanti, parlarle. Rimanevo fermo, bruciato da una specie di fuoco interno. D’un tratto ella si voltò e scomparve. Fui preso dall’impeto di seguirla, non so che idea o proposito mi passasse per la mente, ma scorsi solo il suo vestito scivolare rapido tra le persone. Stavo per inseguirla con decisione quando mio fratello, comparso in quel momento, mi afferrò per un braccio con un pretesto banale e così la persi. Lì per lì mi distrassi, ma a poco a poco mi riprese la curiosità di sapere chi fosse, come un pensiero morboso, che cercava una risposta ma che era sempre una domanda. Stentavo a riconoscermi: io che partivo per la
fede, mi sentivo così attratto da una donna, che magari era persino un’infedele… forse un incanto del Maligno. Tali pensieri mi stremavano: barcollante ed esausto entrai nella sala del banchetto, quando fu dato il segnale, e rimasi a guardare con occhio inebetito tutte le meraviglie che il nostro ospite aveva apparecchiato per noi. La vasta sala era illuminata da fiaccole e candele, mentre agli angoli entro grandi bacili di rame bruciavano essenze profumate. Le panche erano coperte da cuscini, e la tavola da drappi di vario colore. Mi stupirono i piatti e i vassoi di metallo lucente, e qualche forchettone che era incastonato con pietre rare. Al nostro ingresso fummo accolti da una musica allegra e giocosa, suonata da due distinti gruppi di musici, l’uno dei quali suonava pifferi e liuti e l’altro flauti e nacchere. Apparvero dei danzatori, uomini e donne, che in pochi attimi riempirono la sala con lo svolazzare dei loro abiti vaporosi e variopinti. Era uno spettacolo meraviglioso, dal quale eravamo tutti conquistati, come bambini. Il nostro ospite ci invitò a sedere e fummo fatti accomodare a un’unica lunghissima tavolata, secondo il nostro grado: al conte Guido spettò il capotavola come ospite d’onore, mentre il veneziano gli si sedette accanto. A me toccò prendere posto tra due fanciulle non meno gentili che belle, parenti del padrone di casa, l’una bionda e l’altra bruna; vestivano mirabili tuniche e portavano i capelli raccolti in alto da pettini e spille d’oro luccicante. Ero distratto da un altro pensiero e non riuscivo a mostrarmi né cordiale né interessato. Il conte notò il mio comportamento e disse ad alta voce, sorridendo: «Uberto, te ne stai lì tutto zitto, tra quelle belle donzelle. Ah, ecco! Pensi che le vinegiane non siano altrettanto belle delle milanesi! Ecco spiegato…» Azzone colse l’occasione per una battuta di rincalzo: «Avrà certo in mente qualche sua bella, e non vuole tradire il suo amore facendo gentilezze ad altre!» Tutti commentavano tra loro e ridevano, e anche le ragazze sembravano assai divertite. Io, pur rosso per la vergogna, non riuscivo a rispondere a tono, né a far rimbalzare gli scherzi su qualcun altro, perché un’invincibile melanconia mi serrava la gola.
L’avevo persa per sempre, mi sentivo uno sciocco. Ero senza forze e assistevo nella mia mente al contrapporsi di pensieri diversi. Mi prendevano a tratti il rimorso e la vergogna, poi uno smarrimento dolce al ricordo di quell’apparizione. Avevo sempre disprezzato le passioni d’amore, poiché le sentivo indegne di un cavaliere: vile trascinamento dell’intelletto; perversione dello spirito che ci fa misconoscere i più alti intendimenti; sciocchezza comune che parifica in un desiderio disordinato uomini e bestie, villani e cavalieri. Non riuscivo, altresì, a comprendere i mezzi con i quali gli innamorati cercano di raggiungere l’oggetto dei loro desideri, perdendo di vista le degne occupazioni e passando giorno e notte a pensare come incontrare l’amato. Ridicole pose davanti a case e palazzi, patrimoni rovinati da doni sontuosi, famiglie spezzate nelle faide alla vista di concubine trattate come dame di rango e spose legittime umiliate; cavalieri che si vendicavano sul sangue degli scudieri delle offese all’onore; mogli un tempo ritenute degne di stima travolte da accuse riprovevoli; cavalieri e signori che, privi di ogni ritegno, si sforzavano di ottenere l’oggetto del desiderio con la forza, violando case, con uccisioni e rapimenti. Uomini di chiesa – sì purtroppo anche questo era stato dato di vedere – che corrompevano donzelle affidate alle loro cure, che si facevano intermediari di tresche innominabili, che arrivavano all’omicidio nascosto e al concubinaggio palese. Racconti su questi costumi dei religiosi mi erano stati fatti dal mio genitore, perché non ne avevo sentito parlare da quando i saggi regni dei papi Gregorio e Urbano avevano riportato ordine e decoro nella Chiesa e nelle pievanìe. Eventi del genere mi passavano ora davanti agli occhi della mente senza il consueto giudizio morale, quasi che fossero tutti comportamenti leciti e naturali che l’uomo intelligente sceglie tra i tanti possibili per raggiungere lo scopo. La mia coscienza, o almeno quanto ne restava in quel momento, riusciva solo a registrare, impotente, ciò che trascorreva il resto della mente. Non vergogna, al massimo stupore. Non mi venne in mente di cercare un orecchio comprensivo, un cappellano, un sacerdote, di cui diversi erano presenti, per aprire il mio animo angosciato e combattuto. Continuavo a mantenermi in uno stato
di sospensione e distacco, che doveva apparire all’esterno solo come goffaggine. Mi riscossi quasi con sofferenza, accettando di far entrare una nuova sensazione in quell’immobilismo: una fantesca mi tirava per l’orlo della veste. Mi voltai verso di lei e mi fece scivolare in mano un bigliettino. Avvampando compresi tutto, ma non potevo leggerlo perché ero osservato. Rimasi al mio posto, soffrendo, finché con un pretesto mi allontanai un attimo. Il biglietto diceva, con parole che mi rimarranno impresse tutta la vita: “Gentile uomo, il tuo sogno ti aspetta sotto l’arco di San Simone, tre stradine a destra. Vieni subito o sarò priva di vita”. Era scritto con tratto elegante, ma non da uno scrivano, e recava a suggello l’impronta di un’arme che non seppi interpretare, c’era comunque una falce di luna. Chiamai un servo e gli ordinai di scusarmi presso il padrone di casa e il conte: ero stato colto da un disturbo forse a causa della stanchezza, o di una febbre improvvisa. Sarei salito in camera a riposare. Lì mi provvidi di un mantello pesante e di un pugnale. Scesi senza essere visto e fui presto in strada. Chiesi dell’arco di San Simone e mi fu indicato un imbarcadero poco distante. Mi accorsi che nella concitazione non avevo preso denaro con me, ma sperai che la donna – non dubitavo che fosse lei – avesse provveduto con signorilità. Così fu. Sotto l’arco scorsi nel buio una sottile imbarcazione con un servo che mi fece salire a poppa, e senza parlare si mise al remo. La barca fu spinta nella corrente e filammo senza rumore in mezzo al canale. Svoltammo più volte in vie d’acqua sempre più strette, appena da passarci e l’uomo, che in piedi, con una lunga pertica, governava la barca, si chinava sotto i ponticelli. In breve non riuscii più a capire in che direzione ci stessimo muovendo. La mia mente era ora un coacervo d’immagini e impressioni, ma tra tutte sovrastava la donna; non avevo più paura, ero tutto teso verso di lei. Costeggiammo vari stradelli percorsi da gente affaccendata, data l’ora, in affari non del tutto pii. Assistetti anche a un agguato: un uomo fu circondato da altri tre sbucati da vicoli traversi, colpito con un’arma e
gettato nel canale. Ciò mi riscosse e balzai in piedi con un grido, mettendo istintivamente mano al pugnale, come per soccorrerlo: i tre si voltarono verso di noi, per un attimo interdetti, poi fuggirono da dove erano venuti. Il rematore mi guardò in modo terribile, si pose l’indice sulla bocca e m’impose il silenzio. Intanto la barca scivolava via sull’acqua nera, e fummo subito lontani. «Di notte non si vede, né si sente» mi ammonì. Accostammo a un’alta muraglia nella quale si apriva una porticina a pelo d’acqua. Attraccò e mi fece scendere. La porta si aprì e subito sentii sotto i piedi un tappeto morbido, mentre avanzavo guidato da un servitore con una candela. Il cuore mi tumultuava sia per l’agguato sia per il desiderio. Dopo alcuni passi, il servitore accese una torcia e mi guidò prima su per una lunga scala, poi per corridoi sempre più larghi, fino a un’anticamera e poi a una sala di eccezionale bellezza: le pareti erano tutte coperte da morbidi tessuti e da tendaggi variopinti ricamati in oro; molte candele diffondevano una luce viva; mazzi di fiori spargevano il loro profumo e c’erano certo anche essenze che promanavano da luoghi nascosti, perché tutta l’aria era impregnata di una fragranza dolce che m’intontiva un po’. Nessun luogo che io avessi visto, neppure la Basilica di Milano – Dio mi perdoni – poteva stare a pari di quell’ambiente così magnifico e vasto, che avrebbe potuto quasi contenere, per la sua ampiezza, una nave con la sua vela maestra. Il pavimento era di legno intarsiato, in parte coperto da tappeti e da pelli distese di animali maculati. In fondo, dietro una specie di velario, un letto immenso con un ricco baldacchino, sopra una pedana con più gradini. Davanti a esso vari scranni e mobili che mi sembravano di valore. A terra bacili di lucido rame e cristallo stracolmi di frutta matura e confetture. Giungeva da dietro il letto un soave suono, una musica strana che poi avrei imparato a conoscere come orientale. Ma la stanza svanì quando si mostrò colei che avevo visto al mattino, e per la quale mi apparecchiavo a sacrificare l’anima mia. Mi appariva ancora più bella, ora: la sua capigliatura era spartita da ricchi cordoncini intessuti di perle e gemme splendenti; il vestito era consono a tanta bellezza ma non lo posso descrivere perché ero abbagliato dalla persona che conteneva.
Era contornata da varie donzelle avvolte solo da veli trasparenti che ne lasciavano intravedere le forme: una un velo verde, un’altra uno azzurro; ogni donzella un colore, quasi che tutto l’arcobaleno vi avesse preso dimora. Con loro entrarono anche dei servi neri, quasi nudi, che presero a dare il tempo per una danza, l’uno con un tamburello e l’altro schioccando una frusta. Ero del tutto preso dalla contemplazione della dama che, avvicinatasi a me, mi offrì il braccio e mi condusse verso un tavolino. Non potevo quasi guardarla, tanto i suoi occhi mi penetravano e la sua bellezza m’intimoriva. Sorrideva enigmatica. Mi offrì dei confetti e lei stessa me ne introdusse qualcuno in bocca, con gesto assai vezzoso e ridendo: di nuovi vidi i suoi denti bianchissimi. Riuscii infine ad apostrofarla: «Madonna, buon dì.» Sorrideva ancora, quasi non mi capisse, poi mi zittì con un dito sulle labbra, mi sorrise ancora e con voce dolce disse: «Nobile cavaliere, valoroso.» Mi era chiaro che non parlava la nostra lingua, se non per poche parole. Ma quanto le dissi, dando finalmente sfogo al mio desiderio, era per il suo impeto comprensibile in ogni idioma: «Madonna, vi amo.» Sorrise ancora e con la mano cominciò a carezzarmi il viso e i capelli, ma ancora si trattenne. Mi zittì di nuovo e m’indicò le ancelle che avevano preso a ballare. Dopo una breve danza, una di esse si stese su un grande cuscino, alzandosi il velo a scoprire quasi tutto il dorso e, seguendo la cadenza della musica, un servo cominciò a frustarla. Sì, dico frustarla, senza alcun motivo apparente. Guardai incredulo la donna, cercando di scoprire i segni di un rancore segreto. Nulla, con vera voluttà essa sembrava seguire quella scena atroce, anche se a ogni colpo aveva un leggero sussulto come se la frusta colpisse le sue spalle e non quelle della ragazza. Questa si torceva nella punizione, ma quasi senza emettere lamenti. La donna mi sorrise. «Docile… come me.» La pregai che facesse smettere quel tormento, ma essa non diceva nulla, se ne disinteressava, poi ammiccò a me dicendo: «Dopo di lei… io… tu mi punirai.» «Io? No, mai.» Ero inorridito da quella richiesta, pure ero conquistato dalla passione che quella donna mi dimostrava.
La abbracciai. Ancora un attimo parve respingermi, poi si alzò e mi condusse al letto. Mentre saliva i gradini della pedana prese a spogliarsi, senza farsi aiutare. In camicia vi prese posto, poi con un gesto fece smettere la tortura e congedò tutti. Non so se si spense anche la musica, ormai ero tutto perso con lei e in lei. La mia mente non ricorda più – o forse non vuole ricordare – quei momenti di voluttà e peccato, durante i quali persi ogni volontà e tutto mi affidai. La sua bellezza, che mi aveva bloccato e quasi impietrito quando l’avevo vista, e solo fino a poco prima, ora mi trascinava a dimostrarle il mio amore con ogni mia disponibilità e passione. Non so quanto rimasi tra le sue braccia, per me fu un tempo infinito, quasi rubato alla beatitudine, quasi un presagio di eternità. Ma le mie parole sono blasfeme, designano momenti di peccato con parole celesti. Ricordo solo qualcosa a tratti, come momenti di un sogno: è vero che mi chiese di prometterle amore eterno? Così mi pare di rammentare. Che mi offrì ospitalità nella sua casa, cercando di convincermi ad abbandonare l’impresa e gli amici? E che io giurai di rimanere con lei? Questo lo ricordo, è vero. Promise di ristorarmi della perdita dei miei averi, dei miei cavalli, delle mie armi, dei miei amici. Disse di essere ricca e potente; ma invero essa sembrava ripagarmi già appieno e mi sembrava di non aver più bisogno di nulla, se avevo lei. Ancora adesso, ripensandoci, non so capire come potessi essere così soggiogato, usava forse arti diaboliche? E poi come aveva potuto dirmi quelle cose, dato che parlava a stento la nostra lingua? Ricordo anche momenti più materiali, il suo corpo tenero e arcano e il dolce profumo delle sue labbra e delle sue parti più intime. Soddisfaceva tutti i miei sensi insieme: gli occhi erano rapiti dalle immagini più belle che potessi desiderare, ed erano sempre i suoi denti, la sua bocca semischiusa, i suoi capelli corvini; l’odorato percepiva la dolce fragranza della sua pelle; l’orecchio era continuamente sedotto da parole d’amore che, se erano poche per la sua scarsa conoscenza della lingua, balzavano però diritte al cuore spinte com’erano dalla forza della passione e dagli spasimi degli abbracci… ma non voglio tentare chi mi leggerà, perché furono tutte astuzie del Maligno. Arrivai, lo confesso, alle cose più abominevoli: in quel piacevole stato di sospensione che si prova dopo l’abbandono amoroso, giunsi a condividere la sua gioia per il dolore delle ancelle battute senza motivo,
a scambiare con lei commenti osceni e cattivi; arrivai a proclamarmi disinteressato all’impresa per la quale ero partito. Ridevo quando mi raccontava, con parole stentate, le sue miscredenze anticristiane, poiché era maomettana. Negandomi le sue labbra e facendomi impazzire per il desiderio, arrivò a farmi bestemmiare Dio e i Santi. Sì, arrivai a questo. È vero, oppure faceva parte di un sogno che, svanita la notte, lascia solo fumo dietro di sé? O forse mi stavo immaginando tutto, e non pronunziavo davvero quelle parole. Ma Dio volle e seppe farmi uscire da quello stato disperato e mi offrì un’ultima possibilità, prima che mi lasciassi trascinare nel gorgo infame dei rinnegati. Fu un improvviso ritorno alla realtà, quasi un risveglio da una specie di torpore a cui mi stavo abbandonando. Si udì un gran fragore nella notte, il cuore balzava in gola a me e certo anche a lei, rumore di ferri e di grida, tumulto. Parole gridate in una lingua incomprensibile, via vai, fuggi fuggi, tutto sentivamo attraverso la porta. Lei era balzata a sedere sul letto, e si torceva in preda al terrore, cercando qualcosa per coprirsi e temendo un’irruzione improvvisa. Io balzai giù, trascinando in una rovina la pesante cortina e il tendone, cercando di afferrare la mia giubba con l’arma; caddero molte candele e si spensero. Quasi nudo raggiunsi una finestra, chiusa da una grata di legno. Afferratala con la forza della disperazione, questa cedette. Invitai la donna a fuggire con me, a gettarsi nel canale che indovinavo al di sotto, nel buio. Essa mi raggiunse. In quel momento fu spalancata la porta e comparve, con in mano una torcia, un uomo enorme, di carnagione scura, vestito di indumenti preziosi. Urlando, si slanciò su di noi con una scimitarra sguainata e sfregiò la donna al petto, ma immaginai che volesse infilzarla. Alla vista dello schizzo di sangue, recuperai tutto il mio coraggio e, raccolto uno sgabello, mi precipitai contro l’uomo. Fu una lotta impari, perché quello era di forza spaventosa e a ogni suo fendente volava via un pezzo di legno.
Mentre indietreggiavo, la donna mi porse un pugnale; brandendolo mi slanciai su di lui e la mia agilità ebbe la meglio, riuscii a configgerglielo in petto, e sentii sotto la mano gli strappi della lama che penetrava la carne. L’uomo rotolò a terra e pensai di averlo ucciso. Tornato in me, mi resi conto solo in quel momento di quanto fosse successo. Le scene della mia lussuria e della bestemmia mi tornarono in mente tutte insieme, e fui preso da una tremenda angoscia. Non ero più degno di combattere per la fede, avevo ucciso un uomo che forse era un amante legittimo, o un marito e stavo difendendo, oltre a me, una musulmana peccatrice, forse un’etèra. Quanto avevo abbassato l’ideale della cavalleria! Ben più di quanto non avesse fatto mio fratello. Stavano entrando altre persone, altri armati. La donna si slanciò nel canale, nuda, e io la imitai. Fu tremendo rendersi conto, mentre cadevo, che il palazzo era ora illuminato da decine di fiaccole, mentre due barche sostavano nel canale e molte persone guardavano in alto. Riuscii tuttavia a nascondermi, non visto, in un anfratto sotto la riva e attesi. La donna invece fu subito ripescata, semi assiderata dal freddo e mezza morta di vergogna. Quegli armigeri le gettarono uno straccio addosso e la spintonarono dentro il palazzo. Sentii le sue grida e immaginai inorridito quali castighi le avrebbero somministrato, se pur sarebbe stata lasciata viva. Non potevo far nulla, c’erano decine di servi. Essi mi cercavano ancora, percorrevano con fiaccole un ponte poco distante e battevano le rive. Per fortuna passò un gruppo di guardie della città, e chi mi cercava si disperse abbandonando il luogo. I clamori cessarono e le luci si spensero. Non volli farmi riconoscere da quegli armati e attesi ancora. Non so come riuscii a raggiungere l’abitazione del nostro ospite, alle prime luci dell’alba, mezzo nudo e tremante, né chi mi portò nella mia camera. So che dormii un giorno intero e un’altra notte, spossato com’ero per le molte emozioni e fatiche di quel giorno. Ma che dico dormii: fu un lungo torpore scosso da incubi, terrori improvvisi, tremiti, una specie di febbre. Dovetti fingere di essere ammalato e forse lo ero.
Fui visitato da medici e bevvi delle pozioni. I miei compagni pensavano che fossi caduto per sbaglio in un canale, che fossi stato derubato o che avessi preso una febbre. Nessuno mi domandò cosa mi era successo e perché avessi abbandonato la casa. Quando mi svegliai, alla fine, rimasi in preda a un grande rimorso e a un gran desiderio di partire. Feci di tutto perché riprendessimo presto il viaggio. Compii il giro delle maggiori chiese per visitare le sante reliquie e trovare un sacerdote cui aprirmi e dal quale ricevere l’assoluzione o, almeno, la comprensione. Diversi tra essi non vollero credermi e pensarono ad allucinazioni o a sottili artifizi del demonio; alla fine un frate cistercense, che era appena tornato da un pellegrinaggio pieno di tristi vicissitudini, mi ascoltò e mi riempì di pace e di serenità; assicurò che i miei peccati sarebbero stati perdonati quando avessi combattuto per la fede. Credeva nelle mie parole perché conosceva le lusinghe di quella città; anch’egli consigliava di abbandonarla e di riprendere subito il viaggio. Fine anteprima. Continua…
INDICE CAPITOLO 1 – L’ANNUNCIO ........................................................... 3 CAPITOLO 2 – TENTAZIONI .......................................................... 20 CAPITOLO 3 – PERICOLI E SOLUZIONI ...... ERRORE. IL SEGNALIBRO NON È DEFINITO. CAPITOLO 4 – SCONFITTE E VITTORIE ..... ERRORE. IL SEGNALIBRO NON È DEFINITO. CAPITOLO 5 – L’ITALIA ............... ERRORE. IL SEGNALIBRO NON È DEFINITO. CAPITOLO 6 – BIANCA ERRORE. IL SEGNALIBRO NON È DEFINITO. CAPITOLO 7 – BEATRICE .............. ERRORE. IL SEGNALIBRO NON È DEFINITO. CAPITOLO 8 – IL BARBAROSSA .... ERRORE. IL SEGNALIBRO NON È DEFINITO. CAPITOLO 9 – MILANO ATTERRATA ERRORE. IL SEGNALIBRO NON È DEFINITO. CAPITOLO 10 – VITTORIE E SPERANZE .... ERRORE. IL SEGNALIBRO NON È DEFINITO. NOTA DELL’AUTORE ...ERRORE. IL SEGNALIBRO NON È DEFINITO.
GLOSSARIO .................ERRORE. IL SEGNALIBRO NON È DEFINITO.
AVVISO NUOVI PREMI LETTERARI La 0111edizioni organizza la Prima edizione del Premio ”1 Romanzo x 1.000” per tutti i generi, a partecipazione gratuita e con premio finale in denaro (scadenza 31/12/2023) www.0111edizioni.com Ai primi 3 classificati verrà assegnato un premio in denaro pari a un totale di 1.000,00 euro. Tutti i romanzi finalisti verranno pubblicati dalla ZeroUnoUndici Edizioni senza alcuna richiesta di contributo, come consuetudine della Casa Editrice.