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Published by goroiamanuci, 2022-10-13 05:59:24

Paolo Pontari IN SUPREME DIGNITATIS

Paolo Pontari IN SUPREME DIGNITATIS

Gabriella Albanese

teoria platonico-aristotelica della ‘città sul monte’ relativamente al problema della
valutazione in positivo e in negativo delle «civitates marittimae».

Sia in Bruni che in Lippi questo excursus teorico, seppure svolto con argo­
mentazioni di segno opposto, occupa uno spazio assai rilevante, in relazione alle
rispettive estensioni dell’intero testo. Nel testo di Bruni la tesi della perfezione
del sito geografico di Firenze imponeva un’apologià delle città dell’entroterra,
finalizzata a smontare i vantaggi della posizione sul mare di cui Firenze era pri­
va, con l’appoggio alla teoria della ‘città sul monte’ esposta da Platone (Leggi IV
704-707) e da Aristotele (Politica 1330a). L’argomentazione si concludeva con
una chiara allusione al confronto-scontro con la rivale Pisa, la città di mare per
eccellenza della Toscana, non esplicitamente nominata ma evocata dall’allusio­
ne al porto. L’apparente difetto geografico di Firenze veniva abilmente ribaltato
da Bruni in un pregio: la vicinanza ai porti della Toscana permetteva a Firenze
di fruirne tutti i vantaggi senza sopportarne gli svantaggi.

Proprio questo elemento ritorna, con una sorta di oppositio in imitando, nella
laudatio Pisanae urbis di Lippi. Introdotta da una sententia, «omnes civitates
marittimae nullam rerum penuriam perpeti possunt», la sezione dedicata al
tema della posizione sul mare (Lippi, Oratio II 12-18), ovviamente da giocare
per Pisa in termini opposti a quelli necessari per Firenze, assume subito i toni
di una fisionomia urbanistica ideale. La dimostrazione della tesi della positività
della posizione sul mare è infatti affidata da Lippi all’aneddoto dell’architetto
Dinocrate e della sua offerta ad Alessandro Magno di un modello di città ideale,
rappresentato dal monte Athos, scolpito in forma di statua virile con le sem­
bianze di Alessandro, con a fianco il centro urbano situato appunto tra il monte,
il fiume e il mare. L’aneddoto è registrato in varie forme, e con varianti diverse
del nome, nella grecità, da Plutarco a Strabone a Luciano21, ma la forma in cui
Lippi lo racconta riconduce da vicino a una fonte latina assai significativa in
questo contesto, il De architectura di Vitruvio, in cui l’episodio è funzionale
alla dimostrazione dell’importanza del territorio per la fondazione delle città,
con una teoria urbanistica ripresa dall’oratore nella istituzione di un peculiare
parallelo tra Pisa e la fondazione di Alessandria d’Egitto ad opera dell’architet­
to Dinocrate: una città ideale che conciliasse posizione sul mare, con un porto
sicuro, ed entroterra agricolo arricchito da un grande fiume22. A questi elementi

21 Cfr. Plii . Alex. 72, 5-8; De Alex, fortuna 2,335 C-E; Strabo Geogr. XIV 23 (C 641); Lucian. Hist.
conscr. 25, 12 (e Pro imag. 9).

22 V1TR. De arch. II, praef, 1-4: l’aneddoto funziona come raccordo tra I e II libro, in quanto
ricopre un ruolo di sostegno della teoria urbanistica esposta nella parte finale del I libro (I, 4-7), basata
sulla precettistica relativa alla fondazione delle città in relazione ai requisiti del situs geografico. Per la
peculiare ripresa della fonte vitruviana da parte di Lippi e la trattazione completa delle fonti classiche di

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Lorenzo il Magnifico e la riapertura dello Studio di Pisa (1473): l’orazione inaugurale di Lorenzo Lippi

aveva già fatto riferimento Lippi basandosi sul testo della bolla trecentesca
fondativa dell’Università riconoscendo in Pisa quella «fertilitas soli» e quella
«copia et abundantia rerum» che unite al suo porto strategico e al grande fiume
Arno che ne attraversava il territorio venivano ora a configurare anche, proprio
in virtù dell’antico aneddoto di Dinocrate introdotto, quella caratteristica di
‘città felice’ che diverrà cifra della letteratura utopica cinquecentesca: «qua­
propter tum mari tum terra felicissimam et beatissimam Musarum alumnam
indicabimus»23.

La contingenza politica in cui Lippi scriveva, su committenza di Lorenzo
e in qualità di strumento della sua politica filopisana, aveva ormai cancellato
ogni rivalità tra Pisa e Firenze. Nulla di strano, allora, che nella memoria let­
teraria di un umanista fiorentino di stretta osservanza come Lippi il modello
operativo fosse proprio quel testo bramano che aveva fondato l’immagine più
perfetta della città ideale dell’umanesimo. Modello che riconduce al nocciolo
del progetto politico-culturale del Magnifico: un recupero di Pisa non in quanto
entità cittadina autonoma, bensì come una sorta di dependance funzionale a
Firenze, la cui vicinanza permetteva di tentarne una sorta di conurbazione a
maggior gloria della città principe della Toscana (e dell’Umanesimo) e a com­
pletamento della sua perfezione. Nei particolari: il sito geografico e soprattutto
il prezioso porto di Pisa permettevano di colmare una lacuna presente nella
altrimenti imperfetta urbs Fiorentina-, il decentramento dello Studio fiorentino
nella sede pisana permetteva di concentrare le energie economiche a sostegno
di un’unica Università, con il vantaggio di situarla fuori dal centro della Si­
gnoria, come già da tempo avevano intuito e realizzato Milano e Venezia, con i
rispettivi Studi di Pavia e Padova. Inglobata a Firenze, Pisa poteva figurare, nei
quadri del programma politico del Magnifico, come una «ville fiorentine», non
più soltanto come «sujette de Florence»24.

La Oratio in principio studii di Lorenzo Lippi si configura, dunque, per le
valenze ideologiche e la committenza del testo, come un documento assai signi­
ficativo di quella fase di transizione dell’Università dal vecchio modello della
corporazione autonoma o comunale alla nuova forma della istituzione del prin­
cipe, e successivamente dello stato. Una istituzione che nasce e prospera grazie

questa teoria e dell’aneddoto di Dinocrate rinvio alla più ampia discussione critica di Albanese, «Et Pisas
brevi novas Athenasfuturas», cit., part. pp. 26-29.

23 Cfr. LlPPl, Oratio II 17.
24 La definizione è di R. Mousnier, Le prince, in Florence au temps de Laurent le Magnifique, Paris
1965, pp. 50-95, da leggersi in filigrana con le osservazioni di Petralia, Pisa laurenziana, cit., che legge
la trasformazione di Pisa in età laurenziana da «città soggetta» a «città fiorentina» come un abile tentativo
di compierne «la vera, piena e definitiva conquista» (p. 980).

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Gabriella Albanese

al favore accordato agli studi dal Signore e diviene elemento di prestigio per lo
‘Stato’, e, in quanto tale, uno degli impegni politici primari del principe, che se
ne sobbarca il finanziamento attingendo alle risorse provenienti dall’intero ter­
ritorio del dominio. E un caso che illustra bene l’avvio di quel proceso di ‘stata­
lizzazione’ degli Studi generali, che interessò alla fine del ’400 parallelamente
gli Studi di Pisa, Padova e Pavia, nel contesto di una generale tendenza verso la
‘regionalizzazione’ delle istituzioni pubbliche, sia politico-amministrative che
giudiziarie ed economico-finanziarie, in corrispondenza con lo sviluppo dei mo­
derni stati territoriali25.

25 Una analisi storica di questo processo, focalizzato sui tre casi paralleli degli Studi di Pisa,
Padova e Pavia, in G. SILVANO, Stato, territorio e istituzioni: lo ‘Studio generale’ a Padova, Pavia e Pisa al
tempo di Lorenzo il Magnifico, in La Toscana al tempo di Lorenzo, cit., Ili, pp. 981-994.

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Lorenzo Lippi
ORATIO IN PRINCIPIO STUDII

Nota al testo

Oratio in principio Studii di Lorenzo Lippi è tramandata da un solo mano­
scritto, degli anni Ottanta del XV secolo (post 1481), oggi conservato presso
la Biblioteca Corsiniana di Roma (C): una significativa silloge di testi letterari
fiorentini allestita e vergata di propria mano dal poeta e copista laurenziano,
Tommaso Baldinotti.

C Roma, Biblioteca Corsiniana e dell’Accademia Nazionale dei Lincei, ms.
45 C 17 (olim 582)26

Cart., mise., della seconda metà del XV sec. (post 1481), mm 212x142, ff. V+136+I,
num. antica sul mg. sup. dx. da 1 a 135, a causa del salto di numerazione di un fo­
glio dopo il f. 59 (numerato modernamente a matita 59 bis). Fascicolazione: 1-138,
1410, 15-168, 176, con parola di richiamo verticale sul mg. inf. dx. Vergato in una
elegante ed equilibrata umanistica corsiva da Tommaso Baldinotti e rimasto nella
sua biblioteca. A f. Ir, in corrispondenza del primo testo della miscellanea, capita­
le iniziale A azzurra filigranata in rosso con fregio sul bordo sinistro della pagina;
in inchiostro rosso e vergati dallo stesso Baldinotti i titoli dei singoli pezzi, le capi­
tali iniziali di ogni testo, nonché alcune rare rubriche marginali, quasi sempre re­
lative a nomi propri del testo. Appartenuto alla biblioteca di Fabio Baldinotti; nel
sec. XVIII (ante 1738) passato alla collezione libraria di Lorenzo Corsini, poi papa
Clemente XII. Legatura settecentesca in pergamena (con la quale furono aggiunti
i 5 ff. di guardia), recante sul dorso il titolo «Orationes Epistolae et Carmina»,
vergato nella forma completa sul f. Ilr, sotto la segnatura «Cod. 582»: «Oratio­
nes Epistolae et Carmina selecta variorum illustrium virorum, quorum elenchum
versa pagina exhibet». E infatti a f. Illr, di mano settecentesca, è stato vergato un
«Catalogus illustrium virorum, quorum orationes, epistolae et carmina in hoc tomo
contineritur». Sul contropiatto ant. della legatura è stata vergata la segnatura «Cod.
45 C 17».

Contiene:

(ff. 46v-52r) Oratio Laurentii Lippii Collensis recitata in principio Studii.

26 Cfr. Albanese, «Et Pisas brevi novas Athenas futuras», cit., pp. 14-16, cui si rinvia per una più
ampia descrizione storico-critica del codice, del suo contesto di produzione e dei suoi contenuti; appro­
fondimenti in merito anche in G. Albanese, Un nuovo codice di Tommaso Baldinotti, in «Interpres», 18
(1999), pp. 244-258.

57

Gabriella Albanese

Contiene inoltre:

una silloge di 17 carmi latini di Poliziano, ai ff. 2v, 9r-14v, 16rv, 73v-76r (editi da
un apografo settecentesco di questo codice, esemplato dal padre scolopio Alessandro
Politi, da I. Del Lungo, Prose volgari inedite e poesie latine e greche edite e inedite
di Angelo Ambrogini Poliziano, Firenze, Barbèra, 1867, pp. 145-147, 231-232): 7
elegie, tre delle quali (II, III, Vili) assenti dall’edizione aldina, 8 epigrammi, sei dei
quali in morte di Altiera degli Albizzi (LXV-LXX), e una elegia in lode dello stes­
so Tommaso Baldinotti, anch’essa assente dall’edizione aldina (ed. princeps curata
da questo codice da Fabio Baldinotti nel Saggio delle Rime toscane di M. Tommaso
Baldinotti di Pistoia estratto da i manuscritti del detto autore, Pisa, Francesco Bindi,
1702, pp. XI-XII); una collezione di carmi e prose in morte di Albiera degli Albizzi
di vari autori, tra cui Naldo Naldi, Bartolomeo Scala, Ugolino Verino, oltre ai suddetti
sei epigrammi e una elegia di Poliziano, raccolte in un nucleo unitario ai ff. 9v-28r, ad
eccezione dei carmi di Ugolino Verino (f. 73v): il corpus include tre epistole consolato­
rie a Sigismondo della Stufa, di Francesco da Castiglione (datata 1 novembre 1473: ff.
22v-26v), di Marsilio Ficino (f. 26v) e di Carlo Marsuppini il giovane (ff. 26v-27r); la
Nencia di Bartolomeo Scala (ff. 59v-62r), con due lettere latine di dedica a Sigismon­
do della Stufa e a Lorenzo de’ Medici, quest’ultima della stessa Nencia (ed. F. Patetta,
La «Nencia da Barberino» in alcuni componimenti latini di Bartolomeo Scala, «Ren­
diconti dell’Accademia Nazionale dei Lincei», Classe di Scienze morali, storiche e
filologiche, s. VI, XII, 1936, pp. 153-194); una consolatio di Francesco da Castiglione
(f. 128r) al milanese Pietro Maria Maletta per la morte del fratello Girolamo (per la
quale cfr. F. Bausi, Francesco da Castiglione fra umanesimo e teologia, «Interpres»,
XI, 1991, pp. 112-180); un’elegia di Niccolò Tommasoli celebrativa della nomina di
Bartolomeo Fonzio a professore nello Studio fiorentino, in sostituzione di Francesco
Filelfo, del 1481 (f. 127r); quattro componimenti per la morte di Simonetta Cattaneo
(26 aprile 1476), di Francesco Bargellini (f. 135r), di Pietro Dovizi (ff. 80v-81v), dello
stesso Tommaso Baldinotti (f. 81v), oltre ad uno adespoto (f. 81v); una serie di carmi,
in ordine sparso, dedicati a Tommaso Baldinotti, oltre al suddetto di Poliziano, di Pie­
tro Dovizi (ff. 65v-66r), di Alessandro Braccesi (f. 121r); Petrarca, Epystole metrice, I
12, III 9, III 8, III 34, III 28, III 24 (ff. 105r-120v).

Bibliografia: E. Narducci, I codici petrarcheschi delle biblioteche governative del
Regno, Roma, Tipografia romana, 1874, p. 34 n° 69; G. ZANNONI, Un elegia di Ange­
lo Poliziano, «Rendiconti dell’Accademia Nazionale dei Lincei», Classe di Scienze
morali, storiche e filologiche, s. V, 2 (1893), pp. 151-162; Id., Una sposa del Quat­
trocento, Roma, Accademia dei Lincei, 1893; F. Paletta, Una raccolta manoscritta
di versi e prose in morte d’Albiera degli Albizzi, «Atti della R. Accademia delle
Scienze di Torino», 53 (1917-18), pp. 290-294, 310-328; P.O. Kristeller, Supple­
mentum Ficinianum, I, Florentiae, Olschki, 1937, p. XLVI; A. Perosa, Alexandri
Braccii Carmina, Firenze, Bibliopolis, 1943; Mostra del Poliziano nella Biblioteca
Medicea Laurenziana, a cura di A. Perosa, Firenze, Sansoni, 1955, p. 94 n° 97; A.
Petrucci, Alcuni codici corsiniani di mano di Tommaso e Antonio Baldinotti, «Ren­
diconti dell’Accademia Nazionale dei Lincei», Classe di Scienze morali,.storiche
e filologiche, s. Vili, 11 (1956), pp. 252-263 (con la recensione di C. Ciociola in
«Annali della Scuola Normale Superiore di Pisa», Classe di Lettere e Filosofia, s.

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Lorenzo il Magnifico e la riapertura dello Studio di Pisa (1473): rotazione inaugurale di Lorenzo Lippi

III, IX, 4, 1979, pp. 1942-1945); Io., Baldinotti Tommaso, in DBI, N, 1963, pp.
493-495; A. Perosa, Studi sulla tradizione delle poesie latine del Poliziano, in Studi
in onore di Ugo Enrico Paoli, Firenze, Le Monnier, 1956, pp. 539-562, e in part.
543-544; P.O. Kristeller, Studies in Renaissance Thought and Letters, I, Roma, Ed.
di Storia e. letteratura, 1956, pp. 388, 394, 420; I. MaI'er, Les manuscrits d’Ange Po­
litici!, Genève, Droz, 1965, pp. 298-299; A.C. de la Mare, New Research on Huma-
nistic Scribes in Florence, in Miniatura fiorentina del Rinascimento, 1440-1525: un
primo censimento, a c. di A. Garzelli, Firenze, La Nuova Italia, 1985, pp. 539-540
n° 31; A. Petrucci, Inventario dei manoscritti Corsiniani, Catalogo manoscritto, I, p.
75; P.O. Kristeller, Iter italicum, II, London-Leiden, J. Brill, 1977, pp. 109-110;
VI, 1992, p. 166; Marsilio Ficino, Lettere. I, a c. di S. Gentile, Firenze, Olschki,
1990, p. CLIV; L. Badioli-F. Dami, Per una nuova biografia di Tommaso Baldinot­
ti, «Interpres», s. II, 16 (1997), pp. 126-130; G. Albanese, «Et Pisas brevi novas
Athenas futuras»: una ‘laudatio Pisanae urbis’ per l’inaugurazione dell’università
(1473), in Studi per Umberto Carpi: un saluto da allievi e colleghi pisani, a cura dì
M. Santagata e A. Stessi, Pisa, ETS, 2000, pp. 3-41 (pp. 14-19); G. Albanese, Un
nuovo codice di Tommaso Baldinotti, in «Interpres», 18 (1999), pp. 244-258 (p.
253); Il trionfo sul tempo. Manoscritti illustrati dell’Accademia Nazionale dei Lincei,
Catalogo della mostra (Roma, Palazzo Fontana di Trevi, 27 novembre 2002-26 gen­
naio 2003), a cura di A. Cadei, Modena, Panini, 2002, pp. 143-144 n° 45 (scheda a
cura di Laura Forgione).

Il testo deìVOratio del Lippi è stato pubblicato nelle seguenti tre edizioni:

Mullner K. Mullner, Laurentii Lippii Collensis opuscolo tria, in Programm des K.K. Staa-
ts-Ober-Gymnasium zu Wiener-Neustadt am Schlusse des Schuljahres 1900-1901,
Wiener-Neustadt, Selbstverlag 1901.

Giustiniani V.R. Giustiniani, L’orazione di Lorenzo Lippi per l’apertura dell’università di Pisa,
«Rinascimento», s. II, 4 (1964), pp. 265-284.

Albanese G. Albanese, «Et Pisas brevi novas Athenas futuras»: una ‘laudatio Pisanae urbis’
per l’inaugurazione dell’università (1473), in Studi per Umberto Carpi. Un saluto
da allievi e colleghi pisani, a c. di M. Santagata e A. Stessi, Pisa, ETS, 2000, pp.
3-41.

Criteri editoriali

DOratio in principio Studii di Lorenzo Lippi è qui pubblicata secondo il testo
critico stabilito in Albanese, basato sulla lezione di C e corredato di traduzione
italiana. È stata introdotta la punteggiatura e l’uso delle maiuscole secondo cri­
teri moderni, ed è stata stabilita la commatizzazione, riportata parallelamente
nella traduzione italiana. Per il resto, è stata fedelmente rispettata la veste gra­
fica del manoscritto, che rispecchia gli usi, vigili e meditati, del copista e poeta
Tommaso Baldinotti, generalmente conformi alle tendenze del circolo fiorentino
a cui Lippi apparteneva. L’ortografia attestata da C, per lo più riformata in senso

59

Gabriella Albanese

classico, coincide, infatti, in larga misura, con le caratteristiche testimoniate
dagli autografi conosciuti di Lorenzo Lippi.

Si registrano in apparato critico le correzioni necessarie a sanare il testo,
che si accolgono in parte dai precedenti editori Mullner e GIUSTINIANI, ma
è stata restituita la lezione tràdita nei casi in cui essa è stata erroneamen­
te letta o trascritta da Giustiniani. Ad es. nel caso della data, per la quale
C attesta chiaramente, e in scriptio piena, l’accusativo kalendas novembrias
(nonostante sia probabile un errore meccanico da contesto per la desinenza
del secondo termine, che comunque conferma l’accusativo del primo termine,
con la conseguente correzione novembris, ma si hanno attestazioni medieva­
li anche della forma aggettivale novembrius), laddove l’edizione GIUSTINIANI
leggeva erroneamente kalendis novembribus: l’accusativo obbliga a ipotizzare
la caduta, prima del termine kalendas, del numero di giorni precedenti il I
novembre che designavano la data effettiva, sottintendendo la preposizione
ante secondo l’uso classico consueto allo stesso Lippi (come dimostra il siste­
ma di datazione delle tante sue lettere conosciute: cfr. in particolare la lettera
agli Ufficiali dello Studio datata «decimo nono kalendas aprilis, Pisis»). E
verisimile pensare al 18 ottobre, la festività di San Luca che tradizionalmente
segnava Yincoatio Studii in molte Università, quali Bologna, Perugia, Roma,
Ferrara, fra Tre e Quattrocento, e anche nello Studio generale di Pisa, fin
dalla sua fase trecentesca (cfr. S.M. FABRUCCI, De nonnullis quae constitutae
recens Pisanae Universitati sinistra contigerunt vel incommoda, s.i.t., pp. XI-
XIII; Del GRATTA, L’età della dominazione fiorentina, cit., pp. 44-45, 61, il
quale specifica che «le lezioni dovevano iniziare il 19 ottobre e terminavano
il 31 luglio»), e della stessa Firenze, tanto più che dal luglio 1473 allo Studio
pisano fu imposto globalmente in tutte le sue parti lo statuto dello Studio ge­
nerale fiorentino del 1387, il quale restò in vigore fino alla riforma del 1478
(Fabroni, Historia Academiae Pisanae, cit., I, pp. 414 e 85; Gherardi, Statuti,
I, pp. XLI, LV, 55; Verde, Lo Studio fiorentino, cit., IV 1, pp. 3, 7-8, 19-21,
che, probabilmente anche sulla base della lettura inesatta kalendis novembri-
bus registrata nell’edizione Giustiniani per la data dell’orazione inaugurale
di Lippi, scriveva: «l’inizio di ogni anno scolastico, per regolamento, sarebbe
dovuto coincidere con la festa liturgica di San Luca evangelista, 18 ottobre; di
fatto esso coincideva con uno dei giorni immediatamente seguenti la festività
di Tutti i Santi, 1 nov.»). Si restituisce inoltre la lezione tràdita da C in tutti i
casi in cui essa appaia difendibile in base agli usi del latino umanistico e non
giustifichi una correzione congetturale: in particolare, a II, 20 si preferisce
non correggere il testo con la forma classica panegyricum, che è correzione
proposta da Giustiniani, facendo osservare che la variante formale panage-

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Lorenzo il Magnifico e la riapertura dello Studio di Pisa (1473): l’orazione inaugurale di Lorenzo Lippi

ricum, tràdita da C, risulta attestata nell’uso comune del latino medievale,
anche se non è escluso che possa rimontare al copista o a chi aveva raccolto
il testo dell’orazione.

Infine, una seconda fascia di apparato registra le fonti più significative sotte­
se alla prosa latina di Lippi o che hanno costituito un modello e una base docu­
mentaria per la trattazione della storia dello Studium, come la bolla clementina
di fondazione.

61

Oratio Laurentii Lippii Collensis recitata in principio Studii
Pisis, < > kalendas novembri[a]s <1473>

I. [1] In hoc celeberrimo Gymnasio, reverendissime antistes, ornatissime rec­
tor, in tam generoso civium adulescentium coetu, in tanta doctorum et clarissi­
morum virorum frequentia, tanti Gymnasii principium auspicaturus, nihil anti­
quius mihi duxi quam ut laudes et originem omnium scientiarum, brevius quam
tanta res dici posset, complectar, si prius, ut par est, de Medice familia et de
Laurentio, qui hoc Gymnasium constituit, pauca praelibaverim.

[2] Si enim multum debemus illis qui aliquo praeclaro monumento humano
generi profuerunt, si alios ad caelum laudibus nitimur efferre qui artes paene
demortuas et extinctas in lucem revocarunt, quibus laudibus Medicen familiam
tollemus? Quo honore prosequemur? Quibus beneficiis tot merita compensabi­
mus? [3] Ab hac familia tot augusta templa aedificata, tot instaurata, tot egregia
virtutis monumenta cum maxime in nostra civitate, tum in toto orbe terrarum re­
licta. [4] Sed haec omnia, quia multorum poetarum et scriptorum libris illustrata
sunt, silentio involvenda esse duxi. Id in praesentia moliar, eo tendam, ut osten­
dam quemadmodum bonae artes et disciplinae, quae iam longo tempore horridae,
squalidae, rubigine, situ, carie, pallore obsoletae atque absumptae, per hanc fa­
miliam nitidae, lucidae, clarae, fulgorem et splendorem quendam prae se ferunt.

[5] Sed, ut a Cosmo, avo nostri Laurentii, incipiam, nullus ante eum per
multa tempora virum non solum eruditum sed ne quidem litteris leviter tinctum
audivit. Cosmus primus bibliothecas Florentiae publicavit, praeceptores tam
graecos quam latinos Florentiae conduxit, praemia viris doctis proposuit, am­
pla et magnifica munera in viros studiosos contulit; tum plerique adolescentes,
praemiis et honoribus compulsi, inflammati et incensi amore litterarum, ardore
quodam et fervore animi, quadam generosa contentione et aemulatione adhi­
bita, studiis invigilarunt et clari evaserunt. Multa volumina latine facta, multa
poemata scripta et suo nomine dedicata argumento esse possunt.

[6] Successit huic Petrus, qui, patrios mores et disciplinas imitatus, non a
curriculo veteris et generosae familiae exorbitavit. Adiumento etiam ipse viris
eruditis fuit, in poetas beneficentissimus, sacros Musarum cultores muneribus
honestavit et litteras, iam in urbe nostra claras, clarissimas reddidit.

[7] Post hos Laurentius, patritas et avitas virtutes secutus, hoc celeberrimum
Gymnasium, hanc novam Academiam constituit.

Tit. kalendas novembri[a]s] ante kalendas lacunam statui (fortasse XV: cf. Nota al testo),
novernbnsforsitan corrigendum, kalendas novembrias C, kalendis novembribus Giustiniani 1.
quam ut] quam et C, quam ut GIUSTINIANI corr. ut par] et par C, ut par GIUSTINIANI corr. 4.
obsoletae] absolitae C, obsoletae MuiINER corr. quendam] in interi, add. interscr. C

62

Orazione di Lorenzo Lippi di Colle Val d’Elsa
pronunziata in occasione dell’apertura dello Studio

Pisa, <18> ottobre <1473>

I. [1] In questa celeberrima Università, reverendo vescovo, illustre rettore, in così
nobile consesso di giovani cittadini, in così grande concorso di dotti e illustri per­
sonalità, dovendo inaugurare uno Studio così importante, ho ritenuto opportuno ce­
lebrare tutte le discipline ed esporre la loro origine, certo, in questa sede, più bre­
vemente di quanto un argomento così ampio meriterebbe; non senza prima essermi
soffermato, come è giusto, e sia pure a volo d’uccello, sulla famiglia dei Medici e
particolarmente su Lorenzo, al quale si deve l’istituzione di questa Università.

[2] Se, infatti, dobbiamo molto a tutti coloro che hanno giovato al genere uma­
no con qualche illustre fondazione, se ci impegniamo a portare alle stelle coloro
che hanno resuscitato le arti, ormai quasi estinte, quanto grandi elogi dovremo
tributare alla famiglia dei Medici? Quanto dovremo onorarla? Come potremo
sdebitarci per così grandi meriti? [3] A questa famiglia, infatti, dobbiamo la
costruzione e il restauro di tante splendide chiese, e il dono di tanti monumenti
lasciati a perpetua memoria della virtù sia nella nostra città che in tutto il mon­
do. [4] Ma di tutto questo taccio: tanto è stato già decantato da poeti e scrittori.
Ritengo invece che al momento debba ancora essere celebrato adeguatamente il
patrocinio che questa famiglia ha offerto alle arti liberali e alle discipline tutte,
che già da lungo tempo giacevano trascurate e in abbandono, invecchiate e cor­
rose dalla ruggine, dalla putredine, dai tarli, dalla muffa, e che ora finalmente,
grazie al favore dei Medici, tornate brillanti e nitide, sprizzano luce e splendore.

[5] E voglio cominciare da Cosimo, l’avo del nostro Lorenzo: non era esistito per
molto tempo, prima di lui, un signore non dico erudito, com’egli fu, ma neanche do­
tato di una sia pur minima infarinatura di cultura letteraria. È stato Cosimo ad aprire
biblioteche pubbliche a Firenze, a portarvi maestri latini e greci, in lui i dotti hanno
trovato un mecenate magnifico e generoso e un illuminato promotore degli studi; è
stato allora, e per suo merito, che molti giovani, sollecitati da onori e premi, infiam­
mati dall’amore per le lettere, si sono dati anima e corpo agli studi, con fervore di in­
telligenza, in una nobile gara che li ha portati ad affermarsi e conquistare notorietà.
Ne sono prova eloquente le molte traduzioni latine e i molti poemi dedicati a lui.

[6] A Cosimo successe Piero, il quale, ricalcando le orme di tanto padre, non
si è allontanato dalla tradizione della sua antica e nobile famiglia. Anch’egli,
infatti, ha patrocinato i dotti e i poeti, ha ricoperto di doni i vati sacri alle Muse
e ha segnato un ulteriore progresso delle lettere, già fiorenti nella nostra città.

[7] Dopo di loro Lorenzo, seguendo le gloriose orme del padre e del nonno, ha
dato nuovo impulso a questo famoso Studio e ha fondato questa nuova Accademia.

63

Oratio Laurentii Lippii

II. [8] Et Pisas brevi novas Athenas futuras haudquaquam dubitemus. Hic enim
tanquam in gremio Palladis fovebuntur studia, alentur disciplinae. In posterum
enim Pisae tot viros doctos emittent, quot strenuissimi milites ex equo Troiano
in bellum prodierunt.

[9] Tandem recognoscetis Pisas et a Pisa, graeca Peloponesi civitate, origi­
nem duxisse, et ab iis, qui e Peloponeso cum Nestore adversus Ilium militarunt,
aedificatas fuisse, cum post decursa multa tempora tanquam antiquae originis
memores vetera studia repetant, et Nestoream illam facundiam, de qua Home­
rus meminit, prae se ferant et suos auctores imitentur.

[10] Quae enim civitas salubritate caeli, soli fertilitate, copia et abundantia
rerum, oportunitate loci cum hac certare poterit?

[11] Ex continenti omnes opulentissimae Etruriae et totius Italiae civitates
finitimae, ex altera parte patet mare Tyrrhenum. Quot externae nationes cum
commeatu, cum supellectile, cum sarcinis huc se transferre poterunt! Sicilia,
insulae Aeoliae, Sardinia, Cyrnos, insulae Baleares, Hispania citerior, Hispa­
nia superior, quae Lusitania a lusu Liberi patris appellata, usque ad Gades,
Britania, Ibernia, usque ad mare Oceanum, quanta facilitate Pisas navigabunt!
Non potest dici quanta commoditas ex hoc mari proveniat.

[12] Omnes civitates marittimae nullam rerum penuriam perpeti possunt:
quod unico Dinocratis exemplo facile percipi potest.

[13] Dinocrates, Macedonicus architectus, cum ingenium et artificium eius
Alexandro Magno notum esse desideraret, et aditum in dies multo difficiliorem
inveniret, nec videret quo pacto tanti regis benivolentiam sibi conciliaret, nu­
davit corpus, meile illinivit, plumis implicuit et ante tentorium Alexandri sal­
tavit. Alexander rei novitate hominem introduci iussit; interrogavit quis esset.
[14] Cui Dinocrates: «Architectus ego sum. Pulcherrimum opus ingenii mei
ad te defero». Habebat in manibus montem Athon, ex cuius sinistra innumera
profluebant flumina; in dextra erat civitas.

[15] Ad quem Alexander: «Quomodo istam tuam civitatem alere poteris,
cum agros non habeat? ».

[16] Cui Dinocrates: «Omnia abunde per mare suppeditant».

8. dubitemus] dubitemus C, dubitamus Giustiniani corr. 9. aedificatas] aedificatam C,
aedificatas GIUSTINIANI corr. 15. habeat] -at in ras., corr. interscr. ex habes C

9. Pisas ... aedificatas fuisse: cf. Strabo Geogr. V 2, 5 (A 340); Serv. ad Aen. X 249 de
qua Homerus meminit: II. A 249 10-11. quae ... proveniat: cf. Bulla 3 Lusitania ...
appellata: Plin. Nat. III 3, 8 («lusum enim Liberi patris aut lyssam cum eo bacchantium
nomen dedisse Lusitaniae») 13-16. Dinocrates ... suppeditant: cf. Vitr. II 1-4

64

Orazione di Lorenzo Lippi

II. [8] E non dobbiamo in alcun modo dubitare che Pisa disponga ora, con l’a­
pertura della nuova Università, di tutti i requisiti che ne potranno fare in futuro
la nuova Atene. Qui infatti saranno favoriti gli studi e coltivate le discipline
come nel grembo stesso di Pallade, e col tempo l’Università di Pisa donerà al
mondo tanti uomini dotti quanti valorosi guerrieri uscirono dal cavallo di Troia.

[9] Allora apparirà manifesta l’origine di Pisa dall’antica omonima città gre­
ca del Peloponneso e la sua prima costruzione ad opera dei Greci del Pelopon­
neso che, al seguito di Nestore, combatterono contro Troia: ora, passati tanti e
tanti secoli, memori delle loro remote origini, i Pisani risuscitano la tradizione
degli antichi studi e il ricordo di quella limpida eloquenza di Nestore celebrata
da Omero, e si sforzano di imitare i classici antichi che l’hanno consacrata.

[10] Quale città, infatti, potrà mai competere con Pisa per la salubrità del
clima, per la fertilità della terra, per la ricchezza e l’abbondanza delle vettova­
glie, per la posizione favorevole sotto ogni rispetto?

[11] Dalla parte della terraferma, è vicina a tutte le più ricche e potenti città
della Toscana e dell’intera Italia, dall’altra parte si apre il Mar Tirreno. Quante
nazioni straniere potranno con agio raggiungere Pisa con carichi di varia na­
tura, derrate alimentari, masserizie, rifornimenti militari! La Sicilia e le isole
Eolie, la Sardegna, la Corsica, le isole Baleari, la Spagna orientale e la Spagna
settentrionale, quella che è chiamata Lusitania da ‘lusus’, la scherzosa allegria
indotta dall’ebbrezza del padre Bacco, fino a Gades, la Britannia e ITrlanda,
fino al mare Oceano, con quanta facilità navigheranno alla volta di Pisa! Non si
può dire quanta comodità provenga a Pisa da questo mare.

[12] Tutte le città di mare per definizione non possono soffrire di alcuna penuria
di approvvigionamento. E basta citare solo l’esempio di Dinocrate per dimostrarlo.

[13] L’architetto macedone Dinocrate desiderava ardentemente far conoscere
ad Alessandro Magno il suo talento e la sua opera, ma di giorno in giorno vedeva
farsi sempre più difficile la possibilità di una udienza né riusciva ad escogitare
un modo per conquistarsi il favore di un re così potente; ragione per cui infine
decise di denudarsi, di cospargere il suo corpo di miele e incollarvi sopra delle
piume, e, così conciato, saltò davanti al padiglione di Alessandro. Colpito dalla
singolarità della scena, Alessandro diede ordine di farlo entrare e gli chiese chi
fosse. [14] E Dinocrate rispose: «Sono un architetto, e ti porto uno splendido
frutto del mio talento». Teneva fra le mani il monte Athos personificato, dalla cui
sinistra scorrevano molti fiumi, mentre nella destra stava una città.

[15] E Alessandro gli chiese: «Ma in che modo potrai approvvigionare que­
sta tua città, dal momento che non ha una campagna? ».

[16] Dinocrate rispose: «Tutto quanto serve potrà arrivare con abbondanza
per via di mare».

65

Oratio Laurentii Lippii

[17] Quapropter tum mari tum terra felicissimam et beatissimam Musarum
alumnam iudicabimus. [18] Est praeterea ex toto orbe terrarum optio lectissi­
morum virorum facta, ad quos multitudines discentium tanquam ad oraculum
Apollinis et sacrarium Musarum concurrent, et domicilium Musarum consti­
tuent.

[19] Haec hactenus. Ne videar panagericum scribere, laudes huius civitatis
in aliud tempus differemus.

17. tum mari] tum mari C, cum mari Giustiniani corr. 18. multitudines] multitudinem
C, multitudines Giustiniani corr. sacrarium] sacrarium C, sacrarum Giustiniani 19.
panagericum] panagericum C, panegyricum Giustiniani corr.
17-18. quapropter ... constituent: cf. Bulla 3-4

66

Orazione di Lorenzo Lippi

[17] Di conseguenza si può giudicare Pisa, per le caratteristiche della sua
posizione tanto dal lato della terraferma che del mare, una città felice sotto ogni
profilo e alunna delle Muse. [18] Inoltre adesso l’Università pisana ha selezio­
nato e cooptato i migliori professori del mondo, la cui fama richiamerà nume­
rosissimi studenti, che accorreranno qui come all’oracolo di Apollo e al tempio
delle Muse: e a Pisa si stabilirà così il domicilio stesso delle Muse.

[19] Ma su questo argomento faccio ora veramente punto. Per non uscire dai
confini del mio discorso inaugurale, rimando ad altra occasione un adeguato e
completo panegirico della città di Pisa.

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Il ‘ritorno’ di Lorenzo il Magnifico a Pisa
nel nuovo millennio:

la riscoperta di un arazzo mediceo

Marina Riccucci

La Fig. 6 riproduce una foto fornita dalla Soprintendenza per i Beni Ambien­
tali Architettonici Artistici e Storici delle Province di Pisa e Livorno. Che cosa
rappresenti quell’immagine dirò nelle pagine che compongono questo mio in­
tervento. Anticipo soltanto che essa molto ha a che fare con Pisa, con Lorenzo
de’ Medici e con il contesto culturale che i saggi di Paolo Pontari e Gabriella
Albanese hanno ampiamente illustrato.

La storia che ha visto la nascita di questo volume risale a diversi anni fa, per
la precisione al 2014: a volte ci vogliono anni perché le ricerche trovino il loro
spazio dedicato e precipuo, perché si configurino nessi e occasioni dai quali,
poi, prendano il via collaborazioni, sinergie, indagini. È stato grazie a un’amica
dei tempi deU’Università (a Pisa), che ho conosciuto il notaio Angelo Caccetta:
il quale, in quel 2014, mi contattò perché quell’amica gli aveva parlato di me
come di studiosa della letteratura italiana antica.

Caccetta aveva appena acquistato sul mercato antiquario il documento da­
tato 1559 intorno al quale questo volume ruota: lo conservava nel suo studio
ed è in quello studio che me lo affidò, mettendolo letteralmente nelle mie
mani, facendo nei miei confronti un atto di fiducia e di stima del quale non
posso che essergli grata. Che lo custodissi per lui, mi disse, in attesa di tro­
vare la via per dare una voce a quelle parole latine. Oggi questo suo auspicio
si è fatto realtà.

Leggendo la pagina che Caccetta ha dedicato a raccontare il suo “incontro”
con il documento del 1559, mi sono definitivamente convinta di quanto già,
per esperienza personale, avevo più volte verificato: che è stato il documento
a trovare il notaio, e non il contrario. Come se quel manoscritto fosse rimasto
sconosciuto per secoli perché proprio doveva essere Caccetta — e non altri - a
trovarlo: Caccetta che, quando si è imbattuto, come dice nella sua narrazione,
nel documento, stava gestendo pratiche notarili attinenti proprio a Pisa e al suo

69

Marina Riccucci

Fi#. 6. Lorenzo dell’Accademia delli scultori e pittori. Arazzo mediceo tessuto nella bottega di Benedetto di

Michele Squilli su cartone di Giovanni Stradano (Firenze 1571). Pisa, Museo Nazionale di Palazzo Reale.

Ospedale1. C'è un verbo, in greco antico, che dice tutto questo: è il verbo tyn-
kàno. Caccetta traduce il concetto quando dice che «nulla avviene per caso».

Stessa cosa posso dire per quanto riguarda me e il notaio: ho incontrato
Caccetta sulla mia strada per lo stesso principio dinamico, cioè in nome della
“legge” non scritta che a trovare noi è esattamente quello che si cerca e che
sostanzialmente già sappiamo che esiste, da qualche parte, in attesa.*

Cfr. la Prefazione di Caccetta a questo volume, pp. 15-16.
70

Il 'ritorno' di Lorenzo il Magnifico a. Pisa nel nuovo millennio: la riscoperta di un arazzo mediceo

Passarono, rapidissimamente, due anni. Nel 2016 proposi a due colleghi del
mio Dipartimento, alla Prof, ssa Gabriella Albanese e al Prof. Paolo Pontari, ai
quali sono legata da anni di interessi scientifici comuni e da amicizia ormai più
che ventennale, di lavorare sul documento che Caccetta mi aveva affidato: loro,
nella veste che li rappresenta, di filologi specialisti di letteratura latina del Medio­
evo e del Rinascimento, nonché di esperti di paleografia e di ricerche d’archivio.
Gabriella Albanese ha attivato il canale con il Rotary Club Pisa Galilei, di cui è
socia e che festeggia in questo 2020 il suo Quarantesimo anniversario; Paolo Pon­
tari ha lavorato a lungo conducendo la ricognizione storico documentaria, e giorno
dopo giorno siamo andati rendendoci conto che quel documento ci diceva molto,
moltissimo anzi, di un aspetto peculiare della storia culturale di Pisa, e non solo
dell’ospedale e dell’Università, che di Pisa sono le istituzioni principi: quello del­
la presenza di Lorenzo il Magnifico in città. Il “documento Cuccetta” (mi permetto
di chiamarlo così) ha cominciato a configurarsi, da un lato, come lo specchio su
cui si rifletteva la storia della secolare presenza a Pisa di un uomo come Lorenzo
de’ Medici e, dall’altro, il mezzo per arrivare a narrarla, quella storia, anche oltre i
confini temporali entro i quali, materialmente, il documento la inscrive.

Perché quel documento non solo invita a guardare dentro la cronologia che il
suo essere testimone composito include e incorpora, ma induce anche a proiettare
lo sguardo, oltre, dentro e fuori il secolo che lo ha visto nascere. Paolo Pontari
ha disvelato il contesto tutto mediceo e tutto laurenziano di quel testo notarile,
Gabriella Albanese ha letto quel testo e quel contesto dando rilievo al ruolo di
protagonista di Lorenzo il Magnifico nella riapertura dello Studium di Pisa nel
1473: i due contributi illustrano e raccontano circa un secolo di storia all’insegna
degli interessi di Lorenzo per la città e il territorio di Pisa (1476-1559).

A me è stato riservato il compito di connettere quella storia laurenziana a un epi­
sodio, se si vuole sui generis, della presenza di Lorenzo a Pisa. Perché, come proverò
a dire tra poco, il documento che il notaio Caccetta mise nelle mie mani ha una sua
appendice e una sua propaggine in un’opera che a Pisa si trova da molti anni e che
possiamo qualificare, anche, come il “volto di Lorenzo”. Essa nasce in un momento
vicinissimo a quello della stesura del documento ratificato e sottoscritto a Pisa dal
notaio Mariano Dal Campo. Un’opera che fa di Pisa la città in cui si può dire che Lo­
renzo è tornato in pieno nuovo millennio. L’opera in causa è quella che la Fig. 6 ri­
produce e a cui anni prima dell’incontro con il “documento Caccetta” avevo lavorato.

Firenze, 26 aprile 1557. In questa data il pittore fiammingo Jan Van der
Straet - più noto con il nome di Giovanni Stradano2 - viene nominato per pro­

Sul quale cfr., almeno, la monografia di Alessandra Baroni Vannucci, Jan Van der Straet detto
Giovanni Stradano flandruspictor et inventor. Milano-Roma, Jandi Sapi Editori. 1997.

71

Marina Riccucci

durre i disegni preparatori di una serie di arazzi: tra questi, sette, che compon­
gono una serie e che sono dedicati alle Storie di Lorenzo il Magnifico. Dietro
tutta l’operazione c’è Giorgio Vasari: il committente è Cosimo I de’ Medici. A
essere incaricata dell’esecuzione è la bottega di Benedetto di Michele Squilli,
arazziere di fiducia dei Medici. Oggi, di quei sette panni, ne rimangono sei:
quattro conservati a Firenze e due a Pisa. La Fig. 6 riproduce il terzo arazzo
della serie, il quale porta il titolo di Uno panno del detto Lorenzo dell’Accademia
delli scultori e pittori e fu tessuto tra il febbraio e il maggio 1571. Si tratta di un
grande arazzo in filo di lana, largo e lungo oltre quattro metri (cm 455x425).
Una cosa sola, ora, mi preme precisare e sottolineare: quel panno è uno dei due
della serie che si trovano conservati a Pisa3 e la sua presenza in città (voluta-
mente non dico ancora dove, adesso) è il motivo per cui se ne parla in questa
sede. Della presenza a Pisa dell’uno e dell’altro si è occupata Matilde Stefanini
Sorrentino: ai suoi lavori4*e a conversazioni private che ho avuto con la studiosa
sul tema specifico le pagine che seguono devono moltissimo.

Nel 2004 Lorenzo dell'Accademia delli scultori e pittori parte per Memphis per
essere esposto in una mostra sui Medici3. Quando ritorna, Pisa non lo espone, ma
lo rimette nei Depositi di Palazzo Reale: è lì che giace dai primi anni Novanta,
dopo essere stato conservato e periodicamente esposto, a partire dal 1949, pres­
so il Museo Nazionale di San Matteo6. Prima di Memphis, era uscito da Pisa solo
per un lavaggio (che Stefanini non esita a definire “discutibile”) eseguito a Ge­
nova (nel laboratorio di Stefano Filippi), in quello stesso anno, e per un viaggio a
Budapest, in occasione di un’altra mostra, nel medesimo 1979. Nella parte finale
di questo mio contributo dirò qualcosa sulla storia degli spostamenti del panno
dal Seicento al momento della sua collocazione in San Matteo.

E stata una tesi di laurea che ho seguito nell’a.a. 2004-2005 a mettermi sulle
tracce di quell’arazzo. Sostenuta dall’intraprendenza di un gruppo di amici, tra
cui anche Paolo Pontari, mi misi in cerca del panno. Lo trovammo, autorizzati
a ispezionare i Depositi di Palazzo Reale dall’allora Direttrice Dott.ssa Maria
Giulia Burresi, chiuso dentro una grande cassa polverosissima, laddove l’in­

3 Dell’altro dirò tra poco: cfr. qui. oltre, n. 12.
4 Cfr. Matii.de Stefanini Sorrentino, Arazzi Medicei a Pisa, Firenze, Università Internazionale
dell’Arle di Firenze. 1993; Lorenzo deU’Accademia dellipittori e scultori, «Critica d’Arte», VI serie. 11/12.
pp. 50-53; Tesori intestali: arazzi e dinastie in Pisa unite nelle arti. Un profilo di città, a cura di S. Bruni.
Firenze, Polistampa, 2011, pp. 174-175 e Pieler Coecke van Aelsl un arazzo pisano e l'eredità della Gran-
duchessa Vittoria, Pisa ETS. 2019. capitolo primo.

Mostra di cui esiste anche il catalogo: cfr. Matters of Florence. Glory anf Genius at thè Court oj
thè Medici, a cura di Annamaria Giusti, Memphis. Wonders, 2004. A p. 79 del volume si legge la scheda
catalografica relativa all’arazzo.

6 Cfr. Stefanini Sorrentino. Arazzi Medicei a Pisa. cit.. pp. 60-62.

72

Il 'ritorno' di Lorenzo il Magnifico a Pisa nel nuovo millennio: la riscoperta di un arazzo mediceo

ventano diceva che era, e dimenticato - posso ben dirlo - sotto una cospicua
massa di altri materiali. Abbiamo letteralmente preso l’arazzo e lo abbiamo
“srotolato” e poi abbiamo cominciato a studiarlo. I risultati di quella ricerca,
che per tanti motivi merita ora un supplemento di istruttoria, sono stati esposti
in un saggio del 2006'. Nel 2010 l’arazzo è stato restaurato dentro le pareti
del Centro di Restauri Tessili di Pisa diretto dalla dott. ssa Moira Brunori ed
esposto a Palazzo Reale insieme a un arazzo fiammingo dal titolo Le storie di
Annibaie8: questo fino al 2016, anno in cui è stato rimesso in una cassa di con­
servazione, riavvolto su supporto idoneo e messo in deposito, al fine di tutelarne
ordito e tessitura9. Nei successivi tre anni, fino al 2019, hanno preso il suo posto
altri due panni medicei - due cacce, per l’esattezza -, anch’esse disegnate dallo
Stradano: la collezione, come ha fatto rilevare il Direttore di Palazzo Reale,
Fabrizio Vallelonga, nella sua Prefazione10, è espressione di un importante pro­
getto che ambisce a fare di Pisa la “Città degli Arazzi” e che ha già al suo attivo
il restauro di dieci panni*11.

Lo studio del 2006 ha dimostrato che l’arazzo rappresenta il “volto di Lo­
renzo” che il mondo conosce e che i saggi di Pontari e Albanese hanno con­
tribuito a definire: quello di un mecenate illuminato, motore e promotore di
una politica culturale che lo ha fatto passare alla storia con l’appellativo di
Magnifico. L’arazzo Lorenzo delVAccademia detti scultori e pittori ci presenta un

D. Cara, P. Pomari. L. Regali, M. Ricevaci. Trame letterarie e artistiche: un arazzo mediceo da
rileggere, «Nuova Rivista di Letteratura italiana». 9, 2 (2006), pp. 25-52.

Cfr. l’articolo Prezioso arazzo del '500 in mostra a Pisa appareso sul quotidiano «Il Tirreno»,
Cronaca di Pisa, il 25 settembre 2010. L’importanza della ‘riscoperta’ di questo panno è stata adeguata­
mente rilevata in un altro articolo, a firma di M. Barabotti, L’arazzo del ’500 portato alla ribalta da due
italianisti, apparso tre giorni dopo sul medesimo quotidiano.

Si consideri che non è possibile tenere gli arazzi appesi per lungo se non si vuole compromet­
terne la conservazione: questi panni hanno subito nei secoli moltissimi danni e proprio dalle precedenti
e inidonee lunghe esposizioni. Si tenga conto del fatto che gli arazzi nascono per essere utilizzati solo
temporaneamente, in specifiche, determinate ricorrenze e occasioni: dopo le quali necessitano di venire
riposti.

Cfr. qui, pp. 11-13.
11 Non è invece mai ancora stato esposto a Pisa l’altro arazzo del ciclo Storie di Lorenzo che a Pisa
con panno di cui sto parlando è conservato. Esso reca il titolo Uno panno quando il duca di Calavria vi­
sitò Lorenzo Vechio e si trova anch’esso a Palazzo Reale: rimasto sempre in deposito, fu inviato alle grandi
mostre medicee del 1980 a Firenze. Stefanini Sorrentino ha appurato che l’arazzo in questione si riferisce
«ad anni posteriori alla congiura dei Pazzi, quando, dopo il 1479, il papa Sisto IV scomunicò Firenze, si
alleò con il re Ferrante d’Aragona di Napoli e mosse guerra alla città. Firenze vide accamparsi le truppe
di Alfonso Duca di Calabria, figlio del re Ferrante per predisporsi all’assedio. Lorenzo con un’abile mossa
politica riuscì a strappare il re di Napoli all’alleanza previo però un riscatto in denaro per la rinuncia
all’assedio, riscatto della città che egli pagò attingendo dal suo tesoro personale. In secondo piano nell’a­
razzo si nota sotto una loggia dell’edificio che fa sta sfondo il gruppetto di persone intente a contare il
denaro del riscatto» (Stefanini Sorrentino, Arazzi Medicei a Pisa, cit., pp. 63-64).

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Marina Riccucci

ambiente (ideale, probabilmente, ma alla definizione del quale contribuiscono
dettagli inconfondibili proprio di due luoghi particolarmente cari al Magnifico:
il Giardino di San Marco e la villa di Poggio a Caiano)12 nel quale ferve il moto
artistico e nel quale sono rappresentati all’opera scultori e pittori. Presenzia la
scena un Lorenzo seduto su una sedia patronale, con indosso una tunica leg­
gera di lino bianco, il capo chino e la mano destra tesa a giudicare un prodotto
artistico (Fig. 6).

Lo circondano quattro personaggi. La loro identità può considerarsi certa: il
primo alla destra di Lorenzo, colto nell’atto di mostrare al Magnifico un cartone
su cui è disegnata una figura femminile è Sandro Botticelli; l’uomo che gli sta
accanto, mentre regge una statua, è Bertoldo di Giovanni, il famoso scultore
arbiter del gusto artistico laurenziano e maestro di Michelangelo; il personaggio
accanto a Bertoldo è l’architetto Giuliano da San Gallo; alla sua sinistra sta, in­
fine, Angelo Poliziano, che tiene tra le mani un cartiglio, emblema della propria
ars, la filologia e la letteratura13.

Impossibile non collegare questo gruppo a quello, tutto pisano, dell’affresco di
Benozzo Gozzoli, in Camposanto, della Costruzione della Torre di Babele (Fig. 7).

Nell’affresco di Gozzoli si vedono Cosimo il Vecchio, suo figlio Piero il Got­
toso, i nipoti Lorenzo il Magnifico e Giuliano, ma anche Angelo Poliziano, non­
ché l’Arcivescovo Filippo de’ Medici di cui ci ha detto Pontari nel suo saggio14
e, seppure in absentia, anche Bertoldo di Giovanni, l’artista che su una delle
due facce di una medaglia rappresentò proprio Filippo de’ Medici (come ha
ricostruito Michele Luzzati nel suo studio del 2002)15 e che forgiò anche la me­
daglia commemorativa della delittuosa congiura pazziana ricordata ancora da
Pontari16. Il gruppo dell’affresco, insomma, ci mette di fronte a un’iconografia
laurenziana che sarà replicata, mutati i tempi e gli uomini, nell’arazzo di oltre
un secolo dopo. Non solo: ci riporta al contesto di cui il documento notarile del
1559 e l’orazione per la riapertura dello Studium sono la testimonianza, quello
nel quale Lorenzo il Magnifico promuove arti e cultura.

Concludo aprendo (rapidamente) a due possibili, ulteriori vie di ricerca e a
due potenziali nuovi canali di indagine.

Possiamo essere sicuri che alla riapertura dello Studium pisano nel 1473,
evento illustrato dall’orazione inaugurale del Lippi qui pubblicata da Gabriella
Albanese, Lorenzo fu presente. Pei' quell’occasione avrà sicuramente alloggiato

Cfr. Cara-Pontari-Recali-Riccucci, Trame, letterarie e artistiche, cit.. pp. 35-51.
Ibid., pp. 35-51.
Cfr. qui. p. 40.
Cfr. Luzzati. Su due ritratti di Filippo de’ Medici, cit.
Cfr. qui, p. 44.

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Il 'ritorno di Lorenzo il Magnifico a Pisa nel nuovo millennio: la riscoperta di un arazzo mediceo

Fig. 7. Benozzo Cozzali, Costruzione della Torre di Babele. Particolare con gli esponenti della famiglia
Medici. Pisa, Camposanto monumentale.

- cosa che aveva già fatto e che più volte nel tempo tornerà a fare, accompagna­
to da Angelo Poliziano - nel Palazzo che era già stato della famiglia Appiani,
e che suo padre, Piero il Gottoso, aveva acquistato nel 1446: di fatto, l’edificio,
che ora ospita i locali della Prefettura, costituisce la prima abitazione medicea
di cui si abbia notizia a Pisa.

Non è questa la sede per censire tutti i soggiorni pisani del Magnifico po­
steriori a quello del 14731'. Ma possiamo dire che in qualche modo Lorenzo
“abitò” di nuovo Pisa con suo figlio, il cardinale Giovanni, futuro papa Leone
X, che era nato nel 1475: e quando dico che Lorenzo “abitò con suo figlio”
intendo nel senso di “tramite” suo figlio. La qual cosa ci riporta, da un lato, al
“documento Caccetta”, dall’altro al panno e alla serie di sette arazzi della quale
quel panno fa parte.11

11 Sul merito, mi limito a rimandare a M. Dei. Piazzo, Protocolli del carteggio di Lorenzo il Magni­
fico per gli anni 1473-74, 1477-92, Firenze, Istituto Poligrafico e Zecca dello Stato. 1956.

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Marina Riccucci

Il 1489 è, accanto al 1476 e al 1559, uno degli anni del “documento Cuc­
cetta”: ma è anche l’anno in cui arriva a Pisa, sedicenne, Giovanni de’ Medici.
Nel febbraio il giovane rampollo di casa Medici aveva preso gli ordini di sud-
diacono e di diacono e conseguito una laurea in diritto canonico: ma la sua era
una formazione fittizia, che richiedeva compiutezza e concretezza, tenuto conto
che il 9 marzo Giovanni fu incluso nella lista degli eletti cardinali (anche se la
nomina fu rimandata perché il candidato era troppo giovane). Giovanni, insom­
ma, doveva studiare. Fu dunque a Pisa che suo padre lo mandò: “iscrivendolo”
presso quello Studium di cui sedici anni prima aveva voluto e sostenuto la ria­
pertura. Giovanni restò a Pisa fino al febbraio 1492 frequentando le lezioni di
Filippo Decio e di Bartolomeo Sozzini, come anche quelle di diritto canonico di
Antonio Cocchi Donati, così come quelle di teologia, quest’ultime, tutte, in San
Michele in Borgo, nei locali della Chiesa che tanto spazio abbiamo visto avere
nella storia del “documento Cuccetta”.

E qui viene spontaneo, anche se i dati non danno ragione, fare entrare in gio­
co un altro dei sette panni della serie Storie di Lorenzo, nello specifico l’arazzo
del ciclo - oggi conservato a Firenze (Dep. Sopr. Beni Art. e Amb., Inv. Arazzi
1915-25, n. 178) - che porta il titolo Uno panno quando il detto Lorenzo andò
a rincontrare il cardinale suofigliuolo chefu poi Leone X.mo. Se non sapessimo
che quando Giovanni tornò a Firenze, dopo gli anni della formazione pisana,
suo padre si trovava, indisposto, nella dimora di Via Larga, e quindi impossibi­
litato ad andare incontro al proprio figlio che ritorna a casa, da Pisa, appunto,
saremmo tentati di vedere nella scena del panno un Giovanni ormai adeguata-
mente formato nello Studium pisano che viene accolto da un padre oramai certo
della dignitas del rampollo.

Non mi resta, adesso, che fare il nome di Oreste Orsolini. Se oggi abbiamo
la possibilità di ammirare l’arazzo di Palazzo Reale, lo dobbiamo, infatti, all’a­
zione disinteressata e appassionata di un custode pisano.

Come e quando l’arazzo Lorenzo dell’Accademia delti scultori e pittori arrivò
a Pisa è impossibile dire con certezza18: alcune congetture sono però legittime.
Stefanini Sorrentino ha dimostrato che almeno una volta Pisa vide esposti tutti
i sette panni del ciclo di Lorenzo: per l’esattezza nel 1683, in occasione della
traslazione delle spoglie di santo Stefano papa e martire in Borgo Stretto e in
Via Ulisse Dini (già via del Monte)19. Ora, però, c’è un fatto.

13 Bisogna tenere conto che degli arazzi, nati per essere media mobili, spesso non venivano, an­
notati gli spostamenti. Cfr. G. Gaeta Bertela, Fortuna e sfortuna degli arazzi medicei, in Aa.Vv.. Le arti
del principato mediceo, Firenze. S.P.E.S. - Studio per Edizioni Scelte. 1980. pp. 117-140 e Stefanini
SORRENTINO. Lorenzo dett'Accademia delti pittori e scultori, cit., p. 53. nota 4.

19 Cfr. Stefanini Sorrentino. Arazzi medicei, p. 60.

76

Il ‘ritorno’ di Lorenzo il Magnifico a Pisa nel nuovo millennio: la riscoperta di un arazzo mediceo

Tra il 1654 e il 1657 Pietro Févère e Giovanni Pollastri sottoposero a rites­
situra, nella loro bottega di Firenze, sei dei sette pezzi delle Storie di Lorenzo e
Funico a non conoscere questo trattamento fu proprio il nostro Lorenzo dell’Ac­
cademia delti scultori e pittori20. Viene allora da pensare che il panno in que­
stione non si trovasse a Firenze, insieme agli altri “confratelli”, e a ipotizzare
che nel 1683 fosse già a Pisa.

Se si considera che quello che ora è Palazzo Reale, fu anche, a partire dal
1583, il secondo Palazzo Medici in città (a costruirlo fu in quell’anno, per Fran­
cesco I, Bernardo Buontalenti), è possibile che proprio lì, nel 1683, l’arazzo
Lorenzo dell’Accademia delli scultori e pittori si trovasse: forse precedentemente
arrivato da Firenze (prima cioè degli altri sei) o forse giunto a Pisa da altrove.
La seconda ipotesi non è del tutto peregrina.

Se infatti si tiene conto, come dimostrano i dati esposti nel saggio del 2006
a cui prima ho fatto riferimento, che il panno ha un rapporto strettissimo con
la villa di Poggio a Caiano - questa è un’altra storia ancora, alla quale qui non
posso che semplicemente accennare - allora non me la sento di escludere a pri­
ori che Lorenzo dellAccademia delli scultori e pittori sia arrivato a Pisa e nello
specifico a Palazzo Medici proprio da quella residenza medicea, tanto amata da
Lorenzo e tanto frequentata dal suo entourage21.

Del resto, è esattamente in quel secondo Palazzo Medici, il quale nel frat­
tempo era diventato prima Reale Imperiale Palazzo Lorena, quindi Palazzo
Reale Savoia, che, alla fine dell’Ottocento, il pittore e patriota fiorentino Ales­
sandro Lanfredini (1826-1900) avrebbe ritrovato il nostro panno. Lanfredini fu
Direttore dell’Accademia di Belle Arti dal 1865 al 1876 e in quella sua veste,
frugando nelle soffitte di Palazzo Reale, riscoprì, insieme al nostro, altri arazzi
e molti dipinti relativi ai Medici22 (parte integrante della collezione del Rev.
Zucchetti23: anche questa è una storia affascinante che meriterebbe di essere
dettagliatamente raccontata).

Lanfredini fece in modo che tutti questi beni venissero, prima, immagazzi­
nati presso l’intendenza di Finanza, poi fatti confluire nella Pinacoteca Civica
Pisana, e tra il 1888 e il 1889 ne redasse il primo catalogo. Nel 1892 il Con­
servatore della Pinacoteca Iginio Benvenuto Supino, avallando le istanze dei

2 Cfr. L. Meoni, Gli arazzi nei museifiorentini. La collezione medicea. Catalogo completo. III. La mani­
fattura all'epoca di Ferdinando II de' Medici. La direzione di Pietro Févere e Giovanni Pollastri e la produzione di
Pietro e Bernardino van Asseti (1630-1672). Livorno 2018, pp. 705-713 e M. Stefanini Sorrentino, Pieter Coecke
vanAelst. Un arazzo pisano e l’eredità della Granduchessa Vittoria., Pisa 2019. pp. 11-16 e 58-71.

21 Cfr. Cara-Pontari-Regai.I-Riccucci, Trame letterarie e artistiche, cit., passim.
-■ Cfr. Stefanini Sorrentino, Arazzi medicei, cit., p. 62.
23 Cfr. Stefanini Sorrentino. Lorenzo dell'Acrademia delli pittori e scultori, cit., p. 53, nota 4.

77

Marina Riccucci

predecessori (anche quelle dello stesso Lanfredini) e dei contemporanei, fautori
della creazione di un vero Museo Civico che riunisse, rendendole visibili alla
cittadinanza e ai forestieri, tutte le opere, pittoriche, scultoree, di antichità e
di arti applicate, fece trasferire tutta la collezione, quella di arazzi compresa,
presso il convento di San Francesco. Il Museo Civico apre i battenti nel 1893 e
l’anno dopo Supino ne allestisce, ne cura e ne pubblica il catalogo2*241.

Nel 1896 Supino abbandona la direzione: gli subentra Luigi Simoneschi,
che terrà la carica fino alla morte, avvenuta nel 1904, anno in cui gli succede
Augusto Bellini Pietri, il quale, nel 1906, dà alle stampe una nuova edizione
del catalogo, preziosa anche perché, per la prima volta, vengono indicati i nomi
dei donatori delle singole opere d’arte25: La copia di questa edizione del catalo­
go conservata presso la Biblioteca di Storia delle Arti di Pisa si caratterizza per
essere fittamente postillata con marginalia manoscritti.

Le mani nitidamente riconoscibili sono tre e non contemporanee tra loro:
non una sola, come invece parrebbe di dover ricavare dalla scheda catalogra­
fica. La prima, in inchiostro scuro, è quasi sicuramente del Bellini Pietri: evi­
dentemente, il Direttore corresse la nuova stampa su quella copia di lavoro. La
seconda e la terza, entrambe a matita (lapis) e presenti solo nelle pagine della
Prefazione, sembrerebbero essere posteriori di almeno trenta-quarant’anni. Al
momento è impossibile dire a chi esse appartengano.

Alla terza mano appartiene questa postilla, che qui di seguito trascrivo:

[...] piace di ricordare una figura modesta di uomo di vecchio stampo, il custode capo
Orsolini Oreste veterano nelle patrie campagne dal 1859 al 67 che troviamo fra i primi
a dedicarsi alla collezione con amore e intelligenza e al quale si deve ascrivere il merito
di avere salvati e conservati preziosi arazzi usciti dall’Arazzerla Medicea fondata da
Cosimo I in Firenze nel 1546.

Insomma: in questa storia plurisecolare tanti sono i nomi e i volti, celebri e
non celebri, che si intrecciano, a Pisa, sulle due ripe d’Arno, da quello, magni­
fico, di Lorenzo de’ Medici, a quello, a cui essere grati, di un custode appassio­
nato. A indicarci altre strade, anch’esse tutte pisane, da percorrere, da scoprire,
da studiare.

21 Cfr. l.B. SUPINO, Museo Civico di Pisa, Roma, per cura del Ministero della Istruzione Pubblica,
Tip. delTCnione Cooperativa Editrice, 1896.

2,1 Cfr. Catalogo del Museo Civico di Pisa, con Prefazione di A. Bellini Pietri, Pisa, Tipografia
municipale 1906.

78

Edizione dei documenti

a cura di Paolo Pontari

La bolla di fondazione
dell’Università di Pisa

Nota al testo

Le testimonianze manoscritte

La bolla In supreme dignitatis di papa Clemente VI per la fondazione dello Stu­
dium generale di Pisa del 3 settembre 1343 è tramandata dalla pergamena ori­
ginale confezionata presso la cancelleria papale di Avignone e conservata oggi
nell’Archivio di Stato di Pisa (0) e da due copie coeve, esemplate a Pisa e ivi
conservate oggi nello stesso Archivio di Stato (A) e nell’Archivio Arcivescovile
(B). Secondo la consuetudine della cancelleria papale dell’epoca, il testo della
bolla spedita in pergamena originale da Avignone a Pisa venne parallelamente
trascritto, per la sua registrazione e inventariazione presso la sede pontificia,
prima in forma di minuta in un volume cartaceo, e quindi accuratamente rico­
piato in un volume pergamenaceo: entrambe le copie di cancelleria della bolla
In supreme dignitatis si leggono infatti oggi all’interno dei cosiddetti Registra
Avenionensia (RA) e Registra Vaticana (RV) conservati presso l’Archivio Apo­
stolico Vaticano1.

Il testimoniale manoscritto è pertanto composto dai seguenti 5 esemplari
trecenteschi:

0 Pisa, Archivio di Stato, Diplomatico, Atti Pubblici, 3 settembre 1343.
A Pisa. Archivio di Stato. Comune, Divisione A, reg. 29, ff. 93v-94v.
B Pisa, Archivio Arcivescovile, Dottorati, 1, ff. llr-12r n.n., 126r-127r v.n.
RA Città del Vaticano. Archivio Apostolico Vaticano, Registra Avenionensia, 76, ff. 65r-66r.
RV Città del Vaticano, Archivio Apostolico Vaticano, Registra Vaticana, 159, ff. 227v-228r.

Per tradizione indiretta, il testo della bolla è altresì tramandato dalla bolla di
Urbano V indirizzata il 10 novembre 1364 al doge, agli Anziani, al Consiglio e
al Comune di Pisa (U), che sanzionava il privilegio dementino riportandone al
suo interno il testo completo21.

1 Sulla consuetudine della cancelleria pontificia di ‘registrare' le bolle e le lettere in appositi
volumi e sulle vicende che hanno portato all'attuale composizione dei Registra Avenionensia e dei
Registra Vaticana si veda soprattutto M. Giusti, Sludi sui registri di bolle papali. Città del Vaticano.
Archivio Vaticano, 1968. In particolare, sui Registra Vaticana si veda In., / registri vaticani e le loro
provenienze originarie, in Miscellanea archivistica Angelo Mercati. Città del Vaticano, Biblioteca Apo­
stolica Vaticana, 1952. pp. 384-459: In.. I registri vaticani e la loro continuazione, in «La Bibliofilia»,
60 (1958). pp. 131-140.

2 II testo completo della bolla di Urbano V del 10 novembre 1364 è stalo edito da Fkdkli. 1 docu­
menti pontifici, cit., doc. V, pp. 99-102.

83

Paolo Pontari

Le edizioni a stampa

Il testo della bolla In supreme dignitatis è stato stampato cinque volte nelle
seguenti edizioni:

Fabrucci Stefano Maria Fabrucci, Excursio historica, per subsequens vicennium, ah eo primum
tempore, quo certior Pisanae Universitatis epocha constitutafuit, in Raccolta d’opusco­
Fabronius li scientifici efilologici, opusc. XXIII, In Venezia, appresso Simone Occhi, 1741, cap.
Tronci I. De prima dote Pisani Publici Gymnasii, eiusdemque Privilegiis, pp. 6-11.
Fedeli Angeli Fabronii Historia. Academiae Pisanae. I, Pisis 1791, pp. 404-406.
SUP Paolo Tronci, Annali. Pisani, III, Lucca, Giusti, 1829, pp. 179-181.
Carlo Fedeli, I documenti pontifici riguardanti l’Università di. Pisa, Pisa, F. Ma-
riotti, 1908, pp. 85-88.
Storia dell’università di Pisa, voi. I, a cura della Commissione rettorale per la
storia dell’università di Pisa, Pisa, Edizioni Plus, 20002 (prima ed. Pisa, Pacini,
1993), pp. 691-692 (ripubblica il testo dell’edizione Fedeli).

Descrizione dei testimoni manoscritti

0 Pisa, Archivio di Stato, Diplomatico, Atti Pubblici, 3 settembre 13433

Pergamena originale della bolla In supreme dignitatis di Clemente VI (Villeneuve-lès-Avi-
gnon, 3 settembre 1343. cfr. la datatio: «Datum apud Villamnovam Avinionensis dioce-
sis iii Nonas Septembris»), mm 499x621. 28 linee di testo, la prima delle quali, con le
formule di intitulatio e di perpetuatio, è trascritta, secondo la consuetudine delle litterae
sollemnes, in litterae elongatae e con iniziale C del nome del pontefice in carattere
onciale, di altezza doppia rispetto alle altre litterae elongatae e ornata (fessa nell’ar­
co e negli elementi terminali ingrossati con lo stesso inchiostro del testo; sobriamente
filigranata nelle estremità con pallini e filetti: il filetto sup. è allungato sopra l’intero
nome del pontefice); le altre lettere del nome del pontefice e l’iniziale A della formula
di perpetuatio (inchiostrata, come prescritto dalle regole di cancelleria: repleta encausti)
sono in maiuscola gotica; così anche l’iniziale I dell'incipit dell’arenga, l’iniziale N della
formula di prohibitio («Nulli ergo omnino hominum...») e l’iniziale S della seguente
formula di comminatio («Siquis autem... »); il resto del testo è scritto in una bella minu­
scola gotica rotunda con poche abbreviazioni4, alcuni svolazzi e la tipica legatura estesa
delle litterae cum filo serico ‘a ponte’ per i nessi -et- e st; l’ultima riga, contenente la

1 Eccetto alcune scarne informazioni sulle vicende relative alla storia della sua conservazione pre­
senti in Fedeli, pp. 65-66. la pergamena originale della bolla In supreme dignitatis di Clemente VI non è mai
stata descritta in precedenza, sicché se ne offre qui per la prima volta una descrizione analitica e completa.

1 L’uso morigerato di abbreviazioni nella stesura dei documenti papali è un precetto particolare del­
le Regulae della cancelleria. Si veda a questo proposito la restrizione dell’uso di abbreviazioni a pochissimi
e particolari casi indicata da Walter Mumer di Strasburgo, scriptor della Penitenzieria e autore di una serie di
precetti per la formalizzazione delle lettere ufficiali, composti intomo al 1382: cfr. Walter de Argentin a. Ro­
tabilia de modo scribendi, litteras Penitentiarie. in E. GoLLER, Die papstliche Ponitentiarie non ihrem Ursprung
bis c.u ihrer Umgestaltung unter Pius V, Roma. Loescher, 1907. voi. I. 2. pp. 79-80: «Item in medio et in orniti

84

La bolla difondazione dell Università di Pisa

datatio, è appositamente spaziata per il rispetto dello specchio di scrittura, secondo le
norme stabilite dalla cancelleria pontificia-. Sotto la plica, a sin., il nome del taxator,
preceduto, in colonna, dall’indicazione della tassa: «.9 [nota tironiana per computantur
o computavi] / C [scil. 100 grossi turonensi] / m. [scil. mattheus] paschalis»6. Nella plica
si osservano i quattro fori attraverso i quali passava il filo a cui era appeso il perduto
sigillo plumbeo di Clemente VI, sicuramente un filo di seta intrecciato di colore rosso
e giallo (è ancora visibile sulla plica un leggero alone di colore rosso lasciato dal filo
che attraversava iforamina a contatto con la pergamena), come era d’uso per i privilegi
solenni e come è confermato dalla descrizione delle bolle papali ricopiate dal copista di
B (cfr. infra), il quale descrive appunto tre privilegi di Clemente VI per lo Studium di
Pisa, due con filo di canapa, corrispondenti alle bolle del 2 dicembre 1343 (una delle
quali ancora oggi infatti conserva il piombo dementino e il filo di canapa) e uno «cum
bulla plumbea in filis serici more Romane curie bullata». Sulla plica, a dx., è trascritto
il nome del copista, «P[etrus] de Vigono», ossia il magister Pietro Ponzili! da Vigone,
già canonico di Novara e della cattedrale metropolitana di Torino, divenuto scrittore
apostolico della Curia avignonese nel 1310, estensore di molte bolle e lettere pontificie
sotto Giovanni XXII e anche tassatore sotto i pontificati di Benedetto XII e Clemente
VI'. Sul verso, di mano antica: «Concessione di studio generale / in pisa»; nel mg. sup.
sin. del verso è disegnato a penna uno stemma, uno scudo gotico in campo bandato;
nello stesso mg. sup. del verso, al centro, nota registrationis senza numero («R»); sul
verso si legge anche «N° 67» e la data del documento secondo lo stile pisano («1344»),
Vecchie segnature: in inchiostro rosso e in cifre romane nel mg. sup. sin. del recto
(«XXXVI»); essa è ripetuta a numeri arabi («N. 36») sul verso, dove si leggono anche,
sul mg. dx. e in verticale, l’indicazione del fondo («Atti pubblici») e la data moderna del
documento («1343 settembre 3»). Tagliandino moderno legato con filo alla pergamena

parte dictionis vitande sunt abreviationes nisi in certis dictionibus que non debent extense scribi, sicut sunt
‘subscripta’ et plura alia, que non recolo pro presenti: ‘Ilius’, ‘Xpus’, ‘Scs’, ‘Spus’, ‘pp.’, ‘eps.’, ‘dioc.’».

Una norma molto chiaramente illustrata anche per le lettere della Penitenzieria nei Notabilia de
modo scribendi di Walter di Strasburgo, cfr. ed. Goller, I, 2, p. 81: «Quotitas seu numerum kalendarum,
nonarum et yduum [...] et ipse kalende, none et ydus ac mensis debent esse in eadem linea [...], item in
ultima linea ad minus debent esse quatuor dictiones et die proportionabiliter et equaliter collocari debent
in dieta linea [...] et prima ipsarum dictionum ponatur in principio eiusdem linee et ultima concludant
lineam, sic quod sint inter lineas collaterales».

" Secondo l’uso specifico raccomandato nelle regole della cancelleria. Ancora una volta molto
chiara è l’indicazione che ne dà Walter di Strasburgo per la stessa consuetudine che vi era nelle lettere
della Penitenzieria. cfr. ed. Goller, I, 2, p. 85: «Distributor litterarum maioris officii debet taxare litteras
[...] et in litteris apertis scribere taxam subtus plicam a parte sinistra intra lineam collateralem ad distan­
tiam grassitudinis unius digiti vel duorum aut circa a scriptura littere». L’incarico di distributor-taxator
era affidato dalla cancelleria per la durata di un solo mese a uno degli scriptores, appositamente eletto dai
colleglli per ricoprire questo ruolo.

' Cfr. B. Barbiche, Les 'scriptores' de la chancellerie apostolique sous le pontificai de Boniface Vili
(1295-1303), in «Bibliothèque de l’École des chartes», 128 (1970). pp. 115-187, alle pp. 165-166; Jean
XXII (1316-1334). Lettres communes analysées d’après les registres dits d'Avignon et du Vatican par G.
Mollat, voi. VII. Paris. E. de Boccard. 1919.passim. Nel 1343 Pietro da Vigone fu procuratore alla corte
papale di Giacomo di Savoia, principe di Acaia. in una controversia con il marchese del Monferrato: cfr. C.
Cipolla, Clemente VI e Casa Savoia. Documenti vaticani trascritti da F. Cerasoli e pubblicati da C. Cipolla.
Appendice, in «Miscellanea di Storia italiana», s. III. 5 (1900), doc. XlIIfiis. pp. 163-168.

85

Paolo Puntali

nel mg. inf. sin. con indicazione a penna della data e del fondo («1343 / settembre 3
/ Atti pubblici»); al filo di questo tagliandino è stato di recente incollato l’adesivo del
SIAS con indicazione del numero di inventario («SIAS / N° 4454»). Secondo il Tronci,
p. 179, e secondo il Fedeli, p. 66, la pergamena originale fu custodita durante il prin­
cipato mediceo nell’Archivio delle Riformagioni di Firenze; venne poi riportata a Pisa
sotto i Lorena per poi tornare ancora una volta a Firenze; solo nel 1865 venne definiti­
vamente restituita alla città di Pisa e conservata nell’Archivio di Stato.

A Pisa, Archivio di Stato, Comune, Divisione A, reg. 29

Codice pergamenaceo, della seconda metà del XIV-inizi del XV sec. (cfr. a f. 171v l’ultimo
atto copiato con data 9 agosto 1399), mm 290x445, ff. II, 172,1’ (cartacee le guardie; bian­
chi i ff. 23rv, 36v, 38rv, 42v, 50v, 58v, 60, 152v, 155v, 159v, 167v). La numerazione, antica
e apposta nel mg. sup. dx. del recto, conta 171 ff., ma salta per errore dopo il f. 92 un foglio,
che è stato numerato modernamente a lapis come f. 92bis. Vergato da diverse mani: la pri­
ma, una cancelleresca della metà del XIV sec., copia i ff. lr-67r, con particolare accuratezza
grafica e decorazioni delle iniziali in inchiostro rosso e blu (cfr. infra)', la seconda, simile alla
prima, copia i ff. 67v-79v, dove sono trascritti instrumenta relativi ai rapporti tra Pisa e Ge­
nova, alternandosi forse ancora con la prima mano, che potrebbe aver copiato i seguenti ff.
80r-81v; una terza, più simile alla seconda, copia i ff. 82r-93r; una quarta copia i ff. 93v-96v,
ossia la bolla In supreme dignitatis e i due successivi privilegi di Clemente VI; una quinta
copia i ff. 97r-112v; seguono varie mani, della seconda metà del XIV sec., che si alternano
con maggiore evidenza nei seguenti intervalli: ff. 113r-120r; ff. 120v-128v; ff. 129r-130v; ff.
131r-138r; ff. 138v-151v; un’altra mano, infine, degli inizi del XV sec., copia i ff. 153r-171v.
Iniziali filigranate e rubricate in inchiostro rosso e blu, titoli e notabilia rubricati da f. Ir a
f. 63r; iniziali fesse, filigranate o semplicemente ingrossate in inchiostro nero a partire dal
f. 63v. Coperta originale (mm 310x550): assi in legno semirivestite in cuoio, con fìbbie in
cuoio e metallo: sul piatto post. «XV». Il codice si trova attualmente in restauro.

Contiene:

(ff. 93v-94v) Privilegium Studii concessum Comuni Pisanorum, (copia della bolla In su­
preme dignitatis di Clemente VI per la fondazione dello Studio generale di Pisa).

Contiene inoltre:

Instrumenta, vari del Comune di Pisa, relativi soprattutto a trattative di pace, tregua, com­
promesso e alleanza databili tra il 1316 e il 1399 (ff. lr-8v: Pax cum. rege Roberto del 12
agosto 1316; ff. 9r-13r: Pax cum Comunibus Tuscie; f. 13rv: Pax cum Comuni Vulterrarum.;
ff. 13v-14r: Pax cum Comuni Masse Maritime.', ff. 14v-15v: Pax cum Comuni Sancti Miniatis'.
f. 16rv: Pax cum castris vallis Ami; ff. 16v-18r: Pax inter Comunem Lucanum ex una parte et
extrinsecos de Luca ex altera', ff. 18v-19r: Pax cum Comuni. Pistorii; f. 19v: Pax cum Comuni
Prati; f. 20r: Pax cum Comuni. Sancti Geminiani; f. 20v: Pax cum Comuni Collis Vallis Else;
ff. 21r-22v: Pax cum Pannocchieschis; ff. 24r-33v: Pax inter plures facta in Castro Montis
Tepori: f. 34r: Pax cum Comuni Vulterrarum: ff. 34r-35r: Pax cum Comuni Masse; ff. 35r-36r:

86

La bolla difondazione dell'llniversità di Pisa

Pax cum Comuni Pistorii; f. 37rv: Treugua cum rege Roberto; fi. 39r-42r: Pax inter Comunem
Pisanum et regem Aragonum; ff. 43r-48v: Treugua cum Comuni lamie; ff. 49r-50r: Absolutio
domini pape; ff. 51r-52v: Pax confirmata cum domino rege Roberto; ff. 53r-55v: Pax nova cum
Comuni Senarum; ff. 56r-58r: Societasfacta inter Comunem Pisanum et Comunem Masse Ma­
ritime; f. 59rv: tregua con il Comune e il distretto di Lerici; ff. 61r-63v: Compromissum inter
Comunem Pisanum et Comunem Senarum; ff. 63v-67r: Paxfacta inter Comunem Pisanum et
Comunem Senarum; ff. 67v-68r: instrumentum di tregua con i Genovesi; f. 68v: instrumentum
del notaio Corrado di Credenza, cancelliere del Comune di Genova; f. 69r: instrumentum del
notaio Bonifacio da Camogli, cancelliere del Comune di Genova; ff. 69v-70v: instrumentum
del notaio Bonifacio da Camogli relativo agli armamenti navali di Genova e di Pisa per la
difesa comune dei mari e dei litorali8; ff. 75r-79v: tregua tra i Comuni di Genova e di Pisa; f.
80rv: Lega cum Luchino Vicecomiti; f. 81rv: lega con Luigi Gonzaga; ff. 82r-93r: trattato di pace
tra Pisa, Firenze e Lucca del 13439;1*f1f. 97r-103r: Pax inter Pisanos et Lucenses; ff. 103v-108v:
Paxfacta inter dominum Luchinum et dominum Galeaz et Comunem Pisanum; ff. 109r-112v:
Pax inter Comunem Pisarum et Luce; f. 113r: Pax inter dominos Anthianos prò Comuni Pisano
et Alioctum quondam lohannecti de Modino, procuratorem nobilis viri Neri de Montecarullio
[Neri da Montegarullo, vicario di Barga per Firenze]; ff. 113r-116v: instrumenta di Giorgio
di Odoardo da Chiavali, cancelliere del doge di Genova Simone Boccanegra; ff. 117r-119r:
Renovatio lige, societatis, unionis etfraternitatis inter Comunem Pisanum et Comunem Luca­
num pro viginti annis; ff. 119v-120r: Paxfacta inter Comunem Pisarum et Luce ex una parte et
Cortefiam de Montegarulleo ex altera; ff. 120v-127v: Paxfacta inter Comunem Pisarum et Co­
munem Florent,ie; ff. 128rv: instrumentum degli Anziani di Lucca sulla pace con il Comune di
Pisa; ff. 129rv: trattative di pace tra Giovanni dell’Agnello doge di Pisa e il Comune di Firenze;
ff. 130r-138r: Instrumentum concordie inter Karolum Quartum imperatorem et Comunem Pi­
sarum, copie di lettere ufficiali e instrumenta di pagamenti: ff. 138v-151v: Instrumentum con­
cordie, convenzioni e patti tra il Comune di Firenze e il Comune di Pisa, rogati dal notaio ser
Bonaccorso di Benvenuto di Ciampolo da Pisa; ff. 153r-155r: patto di amicizia tra il Comune
di Pisa e il Comune di Siena; ff. 156r-159r: Pax inter regem Tunithii et Comunem Pisarumw;
ff. 160r-163v: Tregua decennalis inter ducem Mediolani et suos et ducem Venetiarum et suos
colligatos; ff. 164r-165r: Ratificatio diete treguefacta per Comunem Pisanum; ff. 165v-171r:
concessioni e disposizioni del duca Gian Galeazzo Visconti per il Comune di Pisa).

Bolle pontifìcie (ff. 71r-74v: bolla di papa Bonifacio Vili Super reges et regna del 4 aprile
1297 per l’investitura di Giacomo II d’Aragona a re di Sardegna e di Corsica; ff. 94v-95r:
bolla di Clemente VI Attendentes provvide ai dottori, ai maestri e agli scolari dello Studio
di Pisa del 2 dicembre 1343"; ff. 95v-96v: bolla di Clemente VI Attendentes provvide agli
abati di San Paolo a Ripa d’Arno e di San Michele in Borgo del 2 dicembre 134312).

" 0. Ban'I’I, I Irailati tra Genova e Pisa dopo la Meloriafino alla metà del secolo XIV, in II)., Scritti di
stona, diplomatica ed epigrafia, a cura di S.P.P. Scaffali, Pisa. Pacini, 1995, pp. 351 -364. p. 362 e nota 28.

Edizione in F. BaldasserONI, La pace tra Pisa, Firenze e Lucca nel 1343 (per le nozze Schiapa-
relli-Vitelli), Firenze, Tipografia Galileiana, 1904.

1,1 Gir. 0. Banti, I trattati tra Pisa e Tunisi dal XII al XIVsecolo, in Lìtalia ed, t Paesi Mediterranei,
Pisa, Nistri-Lischi e Pacini editori. 1988, pp. 43-74. a p. 73.

11 Gir. supra P. Pontari, La bolla In supreme dignitatis di papa Clemente VI per la fondazione dello
Studium generale di Pisa, nota 15.

12 Cfr. ibid.

87

Paolo Politali

B Pisa, Archivio Arcivescovile, Dottorati, 1

Codice cartaceo, composito, mm 228x291, ff. IV, 11+2, IV’, con un fase, interno, rifilato,
della metà del XIV sec. (post 15 maggio 1344: cfr. la datazione del primo atto al f. num.
modem. 8r; bianchi i primi tre ff. di questo fase, e il f. lOv num. modem.), un ottavo più
tardo, del terzo quarto del XV sec., utilizzato per comporre le guardie ant. e post, lasciate
bianche (cfr. infra la filigrana rilevata per le guardie), e una pergamena originale cin­
quecentesca (datata 15 dicembre 1504) di papa Giulio II, piegata a metà e cucita tra la
fine del fase, trecentesco e le guardie post. Numerazione moderna, nel mg. sup. dx. del
recto, a lapis, che considera i fogli nei quali si succedono i testi e procede da f. 8 a f. 15,
numerando anche di seguito come f. 16 la metà del verso del privilegio di papa Giulio II
piegato e rilegato prima delle quattro guardie post.; numerazione antica, in cifre arabe,
nello stesso mg. sup. dx. del recto, che numera i ff. 1 e 6-10 rispettivamente come ff. 122
e 126-130. Fascicolazione: l8 (a formare le guardie), 216'5 (fase, interno rifilato: tagliata la
metà ant. del primo bifolio e le metà ant. dei bifoli dal terzo al sesto che componevano un
originario sedicesimo; al centro del fase, il filo si scorge all’interno di lembi superstiti di
un ulteriore bifolio), 32 (pergamena piegata e cucita per formare un bifolio). Filigrane: la
prima, rilevabile nell’ottavo che compone le guardie, monts dans un cercle del tipo Briquet
11931 (Pisa, 1479); la seconda, rilevabile nel fase, interno, téte de boeuf del tipo Bri­
quet 14119 (Pisa, 1343); la terza, ancora rilevabile nel fascicolo interno, deux clefs poseés
parallèlement del tipo Briquet 3813 (varie provenienze, 1340-60). Scrittura di tre mani
diverse: a) cancelleresca di piccolo modulo, che verga i ff. num. modem, da 8r a lOr con
inchiostro marrone chiaro; b) altra cancelleresca che verga i ff. num. modem, da llr a 15v
con inchiostro scuro; c) corsiva cinquecentesca minuta ed elegante, che verga la pergame­
na piegata e cucita tra la fine del fase, interno e le guardie post. La prima mano (a) è del
notaio Leopardo Orlandi, che si sottoscrive («Leopardus filius Orlandi Ursi») con il suo
signum tabellionatus ai ff. 8v e 9v; la seconda mano (b) è del notaio pisano Giovanni del
fu Martino da Covinaia, che si sottoscrive a f. 15r con il suo signum tabellionatus (seguito
a f. 15v dalle convalide di altri due notai, Francesco di ser Iacopo di Simone dal Borgo e
Francesco di ser Guidone di Cavalca da Vicopisano, entrambe accompagnate dai rispetti­
va signa tabellionatus') e annota a f. 1 Ir in testa alla copia esemplata della bolla In supreme
dignitatis e con riferimento a tutti e tre i privilegi clementini per il Comune di Pisa da lui
copiati le seguenti parole: «In eterni Dei nomine amen. Hoc est exemplum quorundam
litterarum apostolicarum <concessarum Communi Pisanorum add. in interi.>, una vero
[cum sigillo pendente del.] cum bulla plumbea in filis serici more Romane curie bullata,
altera cum bulla plumbea in fìlis serici etiam more Romane curie bullata et altera vero
cum bulla plumbea in cordulis canapis more eiusdem curie bullata. Cuius quidem prime
tenor de verbo ad verbum sequitur et est talis». Coperta in cartoncino rivestito in pergame­
na, sul recto della quale si legge «Privilegia vniversitatis pisarvm», di mano antica, e sotto,
aggiunto a penna da mano moderna, «6 Febbraio 1882. / Questo Libro dei Privilegi dello
Studio di Pisa / è entrato o rientrato nell'Arch<ivio> della Curia / il soprascritto giorno
per cura del prof<essor> / P. Paganini / (Da tenersi unito ai Registri dei Dottorati)»; sulla
stessa coperta, in basso, due tasselli cartacei incollati: il primo della Curia arcivescovile di
Pisa, con l'attuale segnatura e la datazione dei contenuti (Dottorati / N. 1 / 1343-1504); il
secondo dell'Archivio Diocesano di Pisa (2001). che ripete il numero «1» corrispondente
all’attuale segnatura, ma colloca anche il documento nella «Attività degli arcivescovi /
48». Il volumetto fa parte del fondo "Dottorati” dell’Archivio Arcivescovile di Pisa, che

88

La bolla difondazione dell Università di Pisa

conserva la documentazione universitaria di pertinenza dell’arcivescovo pisano, al quale
sin dalla istituzione dello Studio, per volontà dello stesso Clemente VI, spettava il diritto
esclusivo di conferire le insegne dottorali ai laureati.

Contiene:

(ff. llr-12r num. moderna, ff. 126r-127r num. ant.): Copia della bolla In supreme digni­
tatis di Clemente VI per la fondazione dello Studio di Pisa.

Contiene inoltre (secondo num. moderna):

(ff. 8r-10r) Privilegi relativi allo Studio di Pisa copiati per volontà del rettore Gugliel­
mo Marzi il 15 maggio 1344; (ff. 12v-15v) Privilegi pontifìci di Clemente VI in favore
dello Studio di Pisa, ossia le due bolle Attendentes provvide del 2 dicembre 1343: (ff.
16v-[17rJ) Privilegio emesso da papa Giulio II il 15 dicembre 1504 in favore della Stu­
dio pisano e indirizzato all’arcivescovo di Pisa.

Bibliografia:

L. Carratori, Inventario dell’Archivio Arcivescovile di Pisa, voi. I. Secoli VIII-XVI, Pisa,
Pacini, 1986, p. 62.

RA Città del Vaticano, Archivio Apostolico Vaticano, Registra Avenionensia,
voi. 76

Codice cartaceo, della metà del XIV sec., facente parte della serie dei Registri Avigno­
nesi, che contengono le originali minute, bozze e copie di lettere spedite dalla cancelle­
ria avignonese: si tratta di 349 registri completi e 4 registri ricostruiti unendo materiale
sparso. I registri avignonesi sono stati compilati dalla Cancelleria papale di Avignone
tra il 1316 e il 1378 e da parte del papato scismatico tra il 1379 e il 1418. Nonostante
non contengano tutte le copie delle lettere ricevute o inviate, la Cancelleria le conside­
rava registrazioni effettive e da questi quaderni si ricavavano le copie in pergamena che
oggi costituiscono la serie dei Registra Vaticana (cfr. infra, RV). Essendo andati perduti
alcuni dei Registri Avignonesi, le due serie sono complementari, sebbene non tutte le
registrazioni siano in realtà approdate alla copia pergamenacea nei Registri Vaticani.

Contiene:

(ff. 65r-66r) Minuta del testo della bolla In supreme dignitatis di Clemente VI eseguita
presso la cancelleria papale di Avignone.

Bibliografia:

A AV, Indici 642-669. inventario analitico dei Registri Avignonesi intrapreso per volontà
di papa Clemente XI e stilato nel 1711 ad Avignone da Joseph de Martin.

89

Paolo Pontari

RVCittà del Vaticano, Archivio Apostolico Vaticano, Registra Vaticana, voi.
159

Codice pergamenaceo, della metà del XIV sec., facente parte della serie dei Registri
Vaticani, che contengono il nucleo più consistente e completo di testimonianze di registri
di lettere papali, le più antiche delle quali risalgono al V secolo, al pontificato di Leone I.
Ad oggi la più antica e rilevante testimonianza è la serie di 314 lettere di Giovanni Vili
(872-82), conservate nella copia redatta a Montecassino nell'XI secolo. Il primo registro
originale di lettere papali è invece quello di Gregorio VII (1073-85), anche se la serie
continua di registri inizia col pontificato di Innocenzo III nel 1198. Nonostante si ritenga
che ogni lettera importante emanata dalla cancelleria papale fosse redatta in due copie,
una per essere spedita ed una per essere conservata, in realtà di molte lettere inviate
non esiste l’equivalente copia nei registri. L’ordinamento attuale dei Registri Vaticani
riflette quello originario di inizio XVII sec. quando, alla formazione dell’Archivio Segreto
Vaticano, questi registri vennero riuniti insieme indipendentemente dall’ufficio di pro­
venienza (Cancelleria o Camera). Limitatamente al periodo avignonese, nella serie dei
Registra Vaticana si ritrova spesso la trascrizione in pulito delle minute copiate nei Regi­
stra Avenionensia. La bolla In supreme dignitatis è registrata con il numero M.C.XXX.II.

Contiene:

(ff. 227v-228r): Copia in pulito della minuta eseguita presso la cancelleria papale (cfr.
supra, RA).

Bibliografia:

M. Giusti, Inventario dei registri Vaticani, Città del Vaticano, Archivio Vaticano, 1981
(Collectanea Archivi Vaticani, 8); G. Battelli, Schedario Baumgarten. Descrizione di­
plomatica di Bolle e Brevi originali da Innocenzo III a Pio IX, Città del Vaticano, Archi­
vio Segreto Vaticano, 1965-66.

Criteri editoriali dell’edizione diplomatica e dell’edizione critica

Nell’edizione diplomatica della bolla clementina In supreme dignitatis, che
pubblica il testo della pergamena originale conservata presso l’Archivio di Sta­
to di Pisa, le 28 righe del testo sono state numerate in ordine progressivo e in
cifre arabe, indicate a inizio di ogni riga tra parentesi quadre; la trascrizione
riproduce gli elementi della scripta leggibili per esteso e, tra parentesi tonde,
gli scioglimenti delle abbreviazioni usate dal copista. In conformità alla pras­
si delle edizioni diplomatiche, nel testo non è stata introdotta alcuna punteg­
giatura moderna e si è cercato di riprodurre il sistema interpuntivo originale,
che si presenta piuttosto scarno, con la canonica distinctio tra comma, colon
e periodos, rispettivamente resi dal copista con una verghetta (/), un punctus
planus (.) e un punto molteplice, ossia tre punti allineati in verticale al termine

90

La bolla difondazione dell Università di Pisa

delle litterae elongatae del primo rigo ( • ) e il più comune triplice punto con
svolazzo verso il basso al termine dell’ultimo rigo (:,); si sono inoltre mantenuti
l’omografia u per u e v, la forma allungata di i (j), la scriptio continua di alcune
parole e l’uso delle maiuscole secondo la precisa volontà del copista. Una barra
verticale ( I ) segnala gli a capo del manoscritto.

Nell’edizione critica, il testo della bolla In supreme dignitatis di Clemente
VI è offerto sulla base della lezione tràdita dalla pergamena originale conser­
vata presso l’Archivio di Stato di Pisa (□), collazionata con quella offerta dalle
copie coeve. In una fascia di apparato critico negativo sono state dunque regi­
strate tutte le varianti (escluse quelle puramente grafiche) e le correzioni inter
scribendum della minuta e della copia in pulito eseguite presso la cancelleria
papale rispettivamente nei Registri avignonesi e vaticani (RA e RV) e delle
due copie trecentesche prodotte a Pisa (A e B), nonché le varianti di tradizione
indiretta di U e gli errori di lettura dei precedenti editori (FABRUCCI, Fabronius,
Tronci, Fedeli).

Rispetto all’edizione primonovecentesca del Fedeli, ritenuta non a torto ‘la
migliore’ tra quelle eseguite in passato e per tale ragione ripubblicata nel 1993
e nel 2000 in Appendice ai volumi della Storia dell’Università di Pisa (SUP), è
stato necessario restaurare il testo sulla base della lezione tràdita dall’originale
in quattro casi: si è innanzitutto reintrodotta nella intitulatio la formula diperpe-
tuatio «Adperpetuam rei memoriam», omessa dal Fedeli e invece chiaramente
leggibile nella pergamena, formula che risulta presente anche nelle due copie
dei registri della cancelleria papale (RA e RV), nelle copie trecentesche pisane
A e B e nelle edizioni del Fabrucci, del Fabronius e del Tronci; si è restaura­
ta al § 2 la lezione originale «quas», erroneamente trascritta come «quam»
dal Fedeli, lezione confermata dal testo ricopiato nei registri della cancelleria
papale (R4 e RV) e dalle copie trecentesche A e B, e correttamente trascritta
dai precedenti editori Fabrucci, Fabronius e Tronci; si è recuperata al § 7 la
lezione originale «fuerit», omessa già prima del Fedeli anche dal Fabrucci e dal
Fabronius; e si è infine restaurata la lezione originale «consciendas» in luogo
della lettura erronea «coscientiam» del Fedeli.

Per quanto riguarda la veste grafica adottata nell’edizione critica, in consi­
derazione della sopravvivenza del testo originale della bolla (0), rispetto alle
precedenti edizioni nelle quali era stata prediletta una veste classicistica nor­
malizzata, si è ritenuto ora adeguare Portografia ai criteri conservativi in uso per
le edizioni dei testi mediolatini, mantenendo nel testo critico i tratti distintivi
della grafia mediolatina dello scriptor della cancelleria avignonese Pietro da
Vigone: oltre a rispettare la totale e caratteristica assenza dei dittonghi, si sono
conservati a testo il nesso -ci- in luogo di -ti- (e.g. § 1: intendo-, §§ 1 e 3: scien-

91

Paolo Ponlari

ciarum; §§ 6 e 7: licenciam-, § 7: consciendas), l’assenza o l’erroneo posiziona­
mento dell’/z (e.g. § 3: auriant in luogo di hauriant; § 4: scolaribus in luogo di
scholaribus e hanelantes in luogo di anhelantes), l’uso peculiare di y in luogo di
i (e.g. §§ 5 e 7: ydonei, ydoneo e ydoneos) e la cosiddetta Regola di Prisciano
e di Giovanni da Genova («ante c, d, t, q, f non est scribenda m sed n»). Non è
invece stato mantenuto il raddoppiamento consonantico dell’aggettivo suppreme
nella formula incipitaria dell’arenga (§ 1) che dà il nome alla stessa bolla13. In
ossequio a criteri di leggibilità e interpretazione, nel testo critico si è applicata
la divisione tra parole che figurano nell’originale in scriptio continua (e.g. § 4:
non solum rispetto all’originale nonsolum; § 4: de cetero in luogo dell’originale
decelero; § 9: si quis anziché siquis dell’originale), è stata introdotta coerente­
mente la distinzione moderna tra u e v e si è uniformata con i la distinzione tra
i e j. Anche l’interpunzione e l’impiego delle maiuscole rispondono nel testo
critico a criteri logici e interpretativi moderni.

Richiamato con note esponenziali al testo, è altresì offerto in questa edi­
zione un essenziale commento esegetico e illustrativo, in cui sono decifrati
e corredati di eventuale bibliografia specifica gli elementi storici, politici e
culturali nonché i tratti formulari e stilistico-linguistici più interessanti del
testo della bolla.

L’edizione della bolla In supreme dignitatis è infine arricchita dalla prima
traduzione italiana del testo, che schiude finalmente a un pubblico di lettori più
ampio, e non più confinato ai soli specialisti e studiosi del Medioevo, l’accesso
al documento più importante della gloriosa storia dell’Università di Pisa.

13 Questo raddoppiamento non si ritrova nella minuta (7'1) e nella trascrizione in pulito (/»' I) del
testo della bolla eseguite presso la cancelleria apostolica, e si configura come un peculiare influsso foneti­
co nella grafia dello scriptor Pietro da Vigono (che è stato rispettato anche nelle copie trecentesche pisane
della bolla, A e B). Il fenomeno della geminazione della labiale sorda davanti alla liquida è un tratto fone­
tico caratteristico già del latino imperiale (cfr. M. L1NDSAY, Die lateinische Sprache, Leipzig, Hirzel. 1897,
p. 129), rimasto particolarmente vivo nel latino merovingico e carolingio, e trasferitosi, a livello grafico,
nei testi latini medievali: cfr. ad es. J. PlRSON, Le latin iles formides mérovingiennes et carolingiennes, in
«Romanische Forschungen». 26 (1909), pp. 837-944. a p. 929.

92

| Edizione diplomatica

[i] Clemens ep(iscopu)s seruus seruorum dei Ad perpetuam rei memoriam ; |

[2] In suppreme dignitatis specula superni dispositione consilij constituti
ad uniuersas fidelium regiones n(ost)re uigilantie creditas / tanquam
pastor uniuersalis gregis dominici aciem ap(osto)lice |

[3] considerationis extendimus / ad ear(um) profectum quantum nobis ex
alto permittitur intendentes / sed ad id precipue n(ost)ra uersatur in-
tencio et affectus aspirat ut ubicunq(ue) |

[4] terraifum) ip(s)or(um) fidelium scienciar(um) fructus continuum auctore do­
mino suscipiat incrementum. Igitur considerantes fidei puritatem et deuotio-
nem eximiam quas Ciuitas Pisan(a) ad nos et ap(osto)licam sedem gerere |

[5] noscitur et q(uo)d illas ad sacrosanctam Roman(am) eccl(es)iam ma­
trem cunctor(um) fidelium et mag(ist)ram eo amplius debeat augmen­
tare quo per nos et sedem ip(s)am se prospexerit gratijs ap(osto)licis
specialius honorari / |

[6] pensantes quoq(ue) quietem et pacem uictualium / et hospiciorum in­
signium fertilitatem / et alias co(m)moditates plurimas quas Ciuitas
ip(s)a tam per mare qua(m) per terram studentibus oportunas habere |

[7] dinoscitur / feruenti non i(m)merito desiderio ducimur q(uo)d ip(s)a
Ciuitas / quam diuina bonitas tot gratiar(um) dotibus insigniuit / scien­
darum) etiam fiat fecunda muneribus / ut uiros producat consilij matu |

[8] ritate conspicuos / uirtutum redimitos ornatibus ac diuersar(um) facul­
tatum dogmatibus eruditos / sitq(ue) ibi fons scienciar(um) irriguus de
cuius plenitudine auriant uniuersi litteralibus cupientes imbui |

[9] documentis. Ad hunc itaq(ue) uniuersalem profectum nonsolum inco­
larum) Ciuitatis ip(s)ius et circumposite regionis sed etiam alior(um)
qui preter hos de diuersis mundi partibus confluent ad |

[10] eandem studio paterne solicitudinis hanelantes / et dilector(um) fi­
liorum) Co(m)munis et populi dicte Ciuitatis deuotis in hac parte sup­
plicationibus inclinati / auctoritate ap(osto)lica presentium |

[11] tenore statuimus et etiam ordinamus ut in Ciuitate ip(s)a decelero sit
Studium generale / illudq(ue) perpetuis futuris temporibus in ea uige-
at / in sacra pagina / iure canonico et ciuili / |

[12] et in medicina et qualibet alia licita facultate / ac docentes et studen­
tes ibidem omnibus priuilegijs libertatibus et immunitatibus conces­
sis doctoribus legentibus et scolaribus in Studijs ge |

[13] neralibus co(m)morantibus gaudeant et utantur. Uolumus tamen q(uo)d
ad docendum et regendum in ip(s)o Studio / doctores qui in Bononien(si)
nel Parisien(si) aut alijs famosis generalibus |

95

Paolo Pontari

[14] Studijs honorem doctoratus nel mag(ist)ratus receperint et alias exper­
ti et ydonei in nouitate huiusmodi Studij assumantur / ita q(uo)d Ciui-
tas ip(s)a tanto insignita honore dotibus fulgeat |

[15] honori correspondentibus memorato. Insuper Ciuitatem et Studium
prefata / ob profectus publicos quos exinde prouenire speramus am­
plioribus honoribus prosequi intendentes / auctori |

[16] tate ordinamus eadem / ut siqui processu temporis in eodem Studio
fuerint qui sciencie facultatis in qua studuerint brauium assecuti sibi
docendi licendam ut alios erudire ualeant |

[17] petierint impertiri / possint examinari diligenter ibidem et in eisdem
facultatibus titulo doctoratus seu magisteri] decorari. Auctoritate
ap(osto)lica statuentes ut quotiens aliqui in aliqua uel |

[18] aliquibus facultatum ip(s)ar(um) in eodem Studio fuerint doctorandi
/ presententur Archiep(iscop)o Pisan(o) qui pro tempore fuerit uel ei
sufficienti tamen et ydoneo quem ad hoc idem Archiep(iscopu)s |

[19] duxerit deputandum uel eccl(es)ia pisan(a) Pastore carente I Uicario
dilector(um) hlior(um) Capituli ip(s)ius eccl(es)ie qui erit pro tempore
/ qui omnibus doctoribus seu mag(ist)ris facultatis seu |

[20] facultatum in qua uel quibus examinatio fuerit facienda / in Studio
ip(s)o actu regentibus presentibus / conuocatis eos gratis pure et libere
ac omni dolo fraude et difficultate cessa(n)tibus |

[21] de scienda facundia / modo legendi et alijs que in promonendis ad
doctoratus seu mag(ist)ratus honorem et officium requiruntur exami­
nare studeant diligenter et illos quos ydoneos reppererit |

[22] petito secrete pure et bona fide eor(un)dem doctor(um) et mag(ist)
ror(um) consilio / quod utique consilium in ip(s)or(um) consulentium
dispendium uel iacturam sub debito iuramenti super hoc prestandi tam |

[23] ab Archiep(iscop)o et deputando ab eo ac Uicario et singulis doctori­
bus et mag(ist)ris huiusmodi reuelari quomodolibet districtius prohi­
bemus / approbet et admittat / eisq(ue) petitam licendam largiatur |

[24] alios minus ydoneos / postpositis gratia odio uel fauore nullatenus ad­
mittendo super quibus Archiep(iscop)i et deputandi ab eo ut premitti-
tur / ac Uicarij predictor(um) consciendas oneramus. Uolentes |

[25] ut illi qui in prefato Studio doctorati seu mag(ist)rati fuerint / in eo
et alijs generalibus Studijs regendi et docendi absq(ue) approbatione
alia liberam habeant facultatem. |

[26] Nulli ergo omnino hominum liceat hanc paginam n(ost)ror(um) Sta-
tutor(um) ordinationum uoluntatum et prohibitionis infringere uel ei
ausu temerario contraire. Siquis autem hoc attemptare |

96

La bolla difondazione dell’Università di Pisa

[27] presumpserit indignationem omnipotentis dei et beator(um) Petri et
Pauli Ap(osto)lor(um) eius se nouerit incursurum. Dat(um) apud Uil-
lamnouam Auinionen(sis) dioc(esis) iij Non(as) Septembr(is) |

[28] Pontificatus n(ost)ri Anno Secundo:, |

97

Edizione critica

Clemens episcopus, servus servorum Dei.
Ad perpetuam rei memoriam1

[1] In supreme dignitatis specula superni dispositione consilii constituti2, ad
universas fidelium regiones nostre vigilantie creditas, tanquam pastor univer­
salis gregis dominici, aciem apostolice considerationis extendimus, ad earum

Intit. ad ... memoriam] Ad P.R.M. Fabrucci Fabronius om. Fedeli SUP 1. constituti]
instituti U creditas] creditur Tronci earum] eorum Tronci

' Uintitulatio, con il nome del papa, tradizionalmente privo del numerale relativo alla sequenza
dei nomi pontificali e accompagnato dall’epiteto di episcopus, cioè di vescovo della città di Roma e vescovo
supremo di tutta la Chiesa, e con la definizione di “servo dei servi di Dio”, è formulare sin dai tempi di
Gregorio I. come rilevava anche Tangheroni, Pelò della Repubblica, cit., p. 9. In particolare, la formula
servus servorum Dei, è un’espressione di umiltà mutuata dal linguaggio biblico in riferimento alla parabola
evangelica dei figli di Zebedeo, Giacomo e Giovanni (Mt. 20.27: «Qui voluerit inter vos primus esse, erit
vester servus» e Me. 10.44: «Qui voluerit in vobis primus esse, erit omnium servus») e più in generale in
riferimento al celebre motto di Cristo “gli ultimi saranno i primi e i primi saranno gli ultimi” (Mt. 19.30;
20.16; Le. 13.30). Accanto a alla formula deìVintitulatio, altrettanto tipica è l'espressione Ad perpetuam rei
memoriam, che nell’edizione Fedeli era stata omessa per errore e che invece appare chiaramente leggibile
nella pergamena originale del notaio Pietro da Vigone (O) così come in tutti gli altri testimoni manoscritti:
si tratta della tipica formula di perpe.tuatio dell’alto pontificio (una variante della quale è l’espressione ad
futuram rei memoriam), fissata nella tradizione dei documenti di fondazione delle Università sin dalla
bolla di Pamiers del 1295. Il protocollo iniziale delle cosiddette litterae sollemnes, così come stabilito
dalle Regulae cancellariae apostolicae sin dal pontificato di Alessandro IV (1254-1261), prevedeva di
norma sia la formula di intitulalio sia quella di perpetuatio.

Ha inizio qui la cosiddetta arenga, con Yincipit che convenzionalmente dà il nome alla
stessa bolla: In supreme dignitatis. Il medesimo incipit era stato usato da Bonifacio Vili nella bolla
di fondazione dello Studium Urbis il 6 giugno 1303 e divenne poi formulare per i testi fondativi delle
Università: lo si ritrova infatti ad esempio nella bolla per la fondazione dello Studio di Perugia (1308)
e nella bolla dello stesso Clemente VI del 31 maggio 1349 per la fondazione dello Studio fiorentino,
ma anche per le fondazioni degli Studia di Valladolid (1346) e di Praga (1347), continuando a figurare
poi in bolle trecentesche di fondazione più tarde, come ad esempio in quella dello Studium di Pavia
(1389) e di Ferrara (1391) e ancora in molte bolle del XV secolo. Nella tradizione formulare dei
privilegi papali la nomina a pontefice e il potere che ne deriva vengono simbolicamente raffigurati
come una ‘elevazione alla specola della suprema dignità’ (in supreme dignitatis specula ... constituti,
formula altrove variata come in eminentis dignitatis specula ... constituti oppure come in suppreme
preheminentia dignitatis ... constituti nella bolla di fondazione dello Studium Urbis): il punto più alto
della gerarchia ecclesiastica (la ‘specola’, appunto, chiamata anche Petri specula), che si conquista
per effetto di una volontà divina (superni dispositione consilii, anch’essa espressione formulare,
altrove ricorrente anche come disponente Domino), permette di esercitare ex allo il potere della
Chiesa sul popolo dei fedeli. Nella bolla di fondazione dello Studium di Pisa è assente l’espressione
licet immeriti, tipico topos humilitatis ricorrente nella formulazione dell’elevazione al pontificalo delle
arenghe, suggerita nel Liber cancellarie apostolice di Tommaso di Capua del 1380 (cfr. ed. M. Tancl.
Die papstlichen Kanzleiordnungen von 1200-1500, Innsbruck, Wagner, 1894, Formulae, pp. 2.34.
250).

101

Paolo Ponlari

profectum, quantum nobis ex alto permittitur, intendentes3; sed ad id precipue
nostra versatur intendo et affectus aspirat, ut ubicunque terrarum ipsorum fide­
lium sciendarum fructus continuum auctore Domino suscipiat incrementum4*.

[2] Igitur, considerantes fidei puritatem et devotionem eximiam quas civitas
Pisana ad nos et apostolicam sedem gerere noscitur et quod illas ad Sacrosan­
ctam Romanam Ecclesiam, matrem cunctorum fidelium et magistram, eo amplius
debeat augmentare quo per nos et sedem ipsam se prospexerit gratiis apostolicis
specialius honorari3; [3] pensantes quoque quietem et pacem, victualium et hos-
piciorum insignium fertilitatem et alias commoditates plurimas quas civitas ipsa
tam per mare quam per terram studentibus opportunas habere dinoscitur6, fer­
venti non immerito desiderio ducimur quod ipsa civitas, quam divina bonitas tot
gratiarum dotibus insignivit, sciendarum etiam fiat fecunda muneribus, ut viros

incrementum] incrementum post corr. interscr. B 2. quas civitas] quam civitas Fabrucci
Fabronius Fedeli SUP per nos] om. Fabrucci Fabronius Tronci augmentare]
augumentare TRONCI prospexerit] prospexit RV 3. victualium] victualium abundantiam
Fabrucci Fabronius Tronci insignium] insignem Fabrucci Fabronius Tronci terram]
terram post corr. RA dinoscitur] dignoscitur edd.

11 segmento formulare ricorre in maniera esattamente identica nella bolla di fondazione dello
Studium Urbis. Uacies apostolice considerationis che il papa è in grado di estendere a tutte le terre dei fedeli
affidate alla sua vigilantia costituisce il campo d’azione della legge apostolica della Chiesa romana: si tratta
di un concetto politico e giuridico, che determina il potere esecutivo sovranazionale del papa in lutti i
domìni territoriali in cui la Chiesa agisce localmente per regolamentare le Istituzioni sottoposte direttamente
o indirettamente al governo e ai benefici ecclesiastici. 11 pontefice è infatti pastore di tutto il gregge di Dio
(pastor universalis gregis dominici), e in quanto tale detiene il potere di guida suprema del popolo cristiano.

11 fine primario dell’azione papale è favorire Yincrementum del frutto delle scienze nelle terre dei
fedeli: incrementum è espressione idiomatica tipica dell’arenga e introduce concettualmente all’oggetto
della petitio (§§ 2-3).

Ha qui inizio la petitio, con la dichiarazione dell’oggetto specifico della bolla, favorire cioè
la fecondità dello Studio di Pisa, con motivazioni qui apertamente dichiarate, introdotte dai participi
considerantes e pensantes, di tradizione formulare nella tipologia delle bolle di fondazione delle Università: il
privilegio di istituzione di uno Studio generale a Pisa viene infatti concesso come premio alla purezza della
fede e alla devozione singolare (devotio eximia è espressione formulare ricorrente anche nel formulario del
Liber cancellarie apostolice: cfr. ed. Tamil, cit., p. 341) che la città toscana ha sempre mostrato nei confronti
della Sede apostolica e in prospettiva di una crescente gratitudine verso la Chiesa.

Il topos del locus amoenus et aptus, tipico nella tradizione delle bolle di istituzione degli Studi, trova
qui specifica applicazione per la città di Pisa, di cui è elogiato lo stato di pace e di tranquillità e Fabbondanza di
vettovaglie, di alloggi e di varie altre comodità, legate sopprattutto alla sua posizione naturale strategica, facilmente
raggiungibile sia per mare sia per terra. La medesima descrizione della qualità del sito sarà ripresa due secoli più
tardi, quando Lorenzo Lippi, umanista della corte laurenziana. pronuncerà nel 1473 l’orazione per la riapertura dello
Studium di Pisa, paragonata per la sua centralità nel mondo accademico a urrà nuova Alene’: cfr. qui il saggio di G.
Albanese. Lorenzo il Magnifico e la riapertura dello Studio di Pisa (1473): l'orazione inaugurale di Lorenzo Lippi, con
ed. critica, traduzione e commento dell’orazione del Lippi. Sulla topica dell'adeguatezza delle città e Fabbondanza di
vitto e alloggi per gli studenti cfr. M. Bellomo, Studenti e "Popolus* nelle città universitarie italiane dal secolo .XII al
XI]'. in Università e società nei secoli XII e A 1'7, Pistoia. Centro Italiano di studi di storia e d'atte, 1982, pp. 61 -78.

102

La bolla di fondazione deU’Università di Pisa

producat consilii maturitate conspicuos, virtutum redimitos ornatibus ac diver­
sarum Facultatum dogmatibus eruditos, sitque ibi fons scienciarum irriguus,
de cuius plenitudine auriant universi litteralibus cupientes imbui documentis7.

[4] Ad hunc itaque universalem profectum non solum incolarum civitatis
ipsius et circumposite regionis, sed etiam aliorum qui, preter hos, de diversis
mundi partibus confluent ad eandem, studio paterne solicitudinis hanelantes
et dilectorum filiorum Communis et Populi dicte civitatis devotis in hac parte
supplicationibus inclinati, auctoritate apostolica presentium tenore statuimus
et etiam ordinamus ut in civitate ipsa de cetero sit Studium generale illudque
perpetuis futuris temporibus in ea vigeat in Sacra pagina, lure canonico et civili
et in Medicina et qualibet alia licita Facultate, ac docentes et studentes ibidem
omnibus privilegiis libertatibus et immunitatibus, concessis doctoribus legen­
tibus et scolaribus in Studiis generalibus commorantibus, gaudeant et utantur8.

maturitate conspicuos] maturitate pro conspicuos ante corr. sed postea pro del. B Facultatum
dogmatibus] facultatum corr. in mg. RA dogmatibus facultatum U facultatum dignitatibus
Fabrucci Fabronius sitque] fitque Fabrucci Fabronius Trono auriant] haurirent Fabrucci
Fabronius Tronci universi] universa Fabrucci Fabronius litteralibus] liberaliter Fabrucci
Fabronius Tronci imbui] imber Tronci 4. et circumposite] et tam circumposite ante
corr. sed postea tam del. RV hanelantes] athelantes Tronci et populi] ac Populi Fabrucci
Fabronius Tronci et etiam] ac etiam Fabrucci Fabronius Tronci futuris] futurisque Fabrucci
Fabronius Tronci iure] in jure Fabrucci Fabronius et studentes] ac studentes Tronci et
immunitatibus] et om. Fabrucci Fabronius Tronci scolaribus] secularibus Fabrucci

Il passaggio testuale risulta identico a quello della bolla di istituzione dello Studium Urbis
ed è dunque parte del formulario della cancelleria apostolica utilizzato per la stesura di questo tipo
di documenti. In particolare, l’espressione fons scientiarum, esemplata sulla scorta del fons sapientiae
di matrice scritturale (Eccl. 1.5 e Proverò. 18.4), diventa formulare in tutte le bolle di istituzione delle
Università fino agli esordi del XV secolo: con ogni probabilità il formulario mutuava questa espressione e
l’aggettivo irriguus da Is. 58.11: «Erit quasi hortus irriguus, et sicut fons aquarum». L'origine dell’immagine
dei cupientes che attingono alla plenitudo dei fons irriguus può essere individuata ancora una volta nella
tradizione biblica: cfr. Gn. 24.25 e Is. 12.3. Obiettivo primario della fondazione di uno Studium è che
gii studenti possano diventale viros consilii maturitate conspicuos, capaci cioè di maturità di giudizio,
formula ripresa con qualche piccola variante in molte bolle di fondazione: in particolare, la bolla di Pisa
ricalca esattamente le capacità e le virtù auspicate per gli allievi dello Studium descritte nella bolla di
Roma, archetipo formulare di una lunga tradizione, con l’accostamento delle due espressioni virtutum
redimitos ornatibus e diversarum Facultatum dogmatibus eruditos. Quest’ultima espressione introduce
alla dispositio e anticipa la concessione di uno Studium generale articolato in tre Facoltà. Teologia. Diritto
e Medicina, e la possibilità di aprirne anche altre (et qualibet alia licita Facultate).

Il testo della bolla procede con la dispositio, nucleo giuridico del documento con cui viene stabilita e
ordinata con autorità la fondazione di uno Studium generale (auctoritate apostolica presentium tenore statuimus
et etiam ordinamus). I privilegi, i diritti e le immunità di cui i docenti e gli studenti dello Studium di Pisa
dovranno godere sono elencati secondo una rigida e formulare espressione giuridica che si ritrova in moltissime
bolle di fondazione, a partire da quella dello Studium Urbis fino alle bolle di inizi Quattrocento (privilegiis,
libertatibus et immunitatibus ... gaudeant et utantur).

103

Paolo Pomari

[5] Volumus tamen quod ad docendum et regendum in ipso Studio doctores qui
in Bononiensi vel Parisiensi aut aliis famosis generalibus Studiis honorem docto-
ratus vel magistratus receperint et alias experti et ydonei in novitate huiusmodi
Studii assumantur, ita quod civitas ipsa tanto insignita honore dotibus fulgeat
honori correspondentibus memorato9.

[6] Insuper civitatem et Studium prefata ob profectus publicos quos exinde
provenire speramus amplioribus honoribus prosequi intendentes, auctoritate
ordinamus eadem ut, si qui processu temporis in eodem Studio fuerint qui,
sciencie Facultatis in qua studuerint bravium assecuti, sibi docendi licenciam
ut alios erudire valeant petierint impertiri, possint examinari diligenter ibidem
et in eisdem Facultatibus titulo doctoratus seu magisterii decorari10i. l

[7] Auctoritate apostolica statuentes ut, quotiens aliqui in aliqua vel aliquibus
Facultatum ipsarum in eodem Studio fuerint doctorandi, presententur archiepi­
scopo pisano qui pro tempore fuerit vel ei sufficienti tamen et ydoneo quem ad
hoc idem archiepiscopus duxerit deputandum vel, Ecclesia Pisana pastore caren­
te, vicario dilectorum filiorum Capituli ipsius Ecclesie qui erit pro tempore, qui,
omnibus doctoribus seu magistris Facultatis seu Facultatum in qua vel quibus

5. tamen] autem F.ABRUCCI Fabronius Tronci Fedeli regendum] gerendum ante corr.
sed postea gerendum del. et regendum suprascr. B legendum F.ABRUCCI Fabronius
Tronci huiusmodi] huius Fabrucci Fabronius correspondentibus] comspondentibus
Tronci 6. prefata] prefatus ante coit, sed postea -us del. et -a suprascr. ex ras. RA praefatum
Fabrucci Fabronius prefatae Tronci exinde] inde Fabrucci Fabronius eadem] eodem
Tronci si qui] si om. Fabrucci Fabronius Tronci fuerint... facultatis] quique scientiae
et facultatis Fabrucci Fabronius Tronci studuerint] studuerit Fabrucci Fabronius
Tronci licenciam] licentia Tronci impertiri... examinari] ut impertiri possit examinati
Fabrucci Fabronius Tronci magisterii decorari] Magistratus decorati Fabrucci Fabronius
Tronci 7. statuentes] statuimus Fabrucci Fabronius Tronci quotiens] quostiens
RA quosciens RV quoties Fabrucci Fabronius Tronci aliquibus] in aliquibus
Fabrucci Fabronius presententur] praetendeatur Fabrucci Fabronius Tronci quem]
quam Fabrucci Fabronius archiepiscopus] om. Fabrucci Fabronius Tronci

9 La condicio sine qua non per 1’istituzione di uno Studium generale a Pisa è che a reggere e
a insegnare presso questo Studio siano chiamati coloro che abbiano conseguito il titolo di dottore o di
magister e la licentia ubique docendi presso gli Studi di Bologna, di Parigi e di altri famosi Studi generali,
per garantire l’alta qualità sia della gestione amministrativa sia dell’offerta didattica. La medesima
condicio verrà fissata set anni più tardi anche per lo Studium generale di Firenze.

10 Le disposizioni giuridiche relative alla licentia ubique docendi sono qui illustrate per le modalità
di acquisizione del titolo attraverso un esame che potrà essere sostenuto a Pisa da parte di coloro che
avranno ottenuto il bravium (dal lai. tardoant. e bibi, brabeum, e a sua volta dal gr. |3pa[3sìov, che indicava
il premio destinato ai vincitori dei giochi pubblici: cfr. ad es. Pulii. Ilspì OT£(p. 5. 538: Tert. Adv. Marc.
3: Bibl. Veti;. 1 Cor. 9, 24), ossia il diploma di laurea, in una delle Facoltà dello Studium. La medesima
disposizione si ritrova nella bolla fiorentina.

104

La bolla di fondazione dell’università di Pisa

examinatio fuerit facienda in Studio ipso actu regentibus presentibus convocatis, eos,
gratis pure et libere ac ornili dolo fraude et difficultate cessantibus, de sciencia, facun­
dia, modo legendi et aliis, que in promovendis ad doctoratus seu magistratus honorem
et officium requirantur, examinare studeant diligenteri1*1.

Et illos quos ydoneos reppererit, petito secrete pure et bona fide eorundem
doctorum et magistrorum consilio - quod utique consilium in ipsorum con­
sulentium dispendium vel iacturam sub debito iuramenti super hoc prestandi
tam ab archiepiscopo et deputando ab eo ac vicario et singulis doctoribus et
magistris huiusmodi revelari quomodolibet districtius prohibemus —, approbet
et admittat eisque petitam licenciam largiatur, alios minus ydoneos, postpositis
gratia odio vel favore, nullatenus admittendo; super quibus archiepiscopi et
deputandi ab eo ut premittitur ac vicarii predictorum consciencias oneramus12.

fuerit facienda] fuerit om. Fabrucci Fabronius Fedeli SUP regentibus] legentibus Fabrucci
Fabronius et libere] ac libere Fabrucci Fabronius dolo fraude] fraude dolo Fabrucci
FABRONIUS Trono legendi] elegendi ante corr. sed postea e- del. B requiruntur] requirantur
Fabrucci Fabronius studeant] studeat A reppererit] corr. in mg. RA respexerint Fabrucci
Fabronius petito secrete] partito secreto Fabrucci Fabronius Trono quomodolibet]
quomolibet B prohibemus] prohibentur Fabrucci Fabronius Trono licenciam largiatur]
scientiam largiantur Fabrucci Fabronius Trono consciencias] conscientiam Fedeli SUP

11 Gli aspiranti candidati all’acquisizione del titolo di dottore, una volta superato l’esame con
i docenti, dovranno presentarsi al cospetto dell’arcivescovo pisano (oppure di un suo delegato oppure
ancora del vicario capitolare in caso di vacanza dell’autorità pastorale nella Chiesa pisana), affinché
possano ricevere ufficialmente il titolo di dottore o di magister e di conseguenza la licentia ubique docendi.
Questa parte dispositiva della bolla definisce con esattezza le modalità della prova finale da parte dei
dottorandi: è infatti precisalo che l’arcivescovo (o in alternativa un suo delegato o il vicario del Capitolo),
sentito il parere dei docenti, promuova i candidati reputati idonei in modo assolutamente imparziale. Il
potere del conferimento del titolo è derogato totalmente alla coscienza dell’arcivescovo, il quale agirà in
piena fede, obbiettività e trasparenza; allo stesso modo, i docenti ai quali è richiesto un giudizio finale
sui candidati dovranno esprimersi in modo disinteressato, giurando di tenere segreto il loro parere. Le
medesime disposizioni in materia di conferimento del titolo saranno enunciate anche nella bolla pei' la
fondazione dello Studium generale di Firenze.

12 Nel testo si osserva una costruzione anacolutica: al soggetto qui e al verbo studeant della
proposizione precedente, riferiti a tulli i potenziali soggetti (l'arcivescovo, un suo delegato o il vicario
del Capitolo), seguono qui i verbi coniugati alla terza persona singolare reppererit. approbet e admittat,
concordati ad sensum con un soggetto ‘unico’ tra quelli prima espressi. Sebbene la lezione studeat di A
(cfr. l’apparato critico) risolva l’anacoluto conformando tutti i verbi alla terza persona (non crea difficoltà
il pronome qui, che può esprimere anche un soggetto singolare), tuttavia il sospetto di una emendatio o
della caduta di un compendio nasale (studeant > studeat) inducono a rifiutare questa lectio singularis,
che si oppone a tutta la tradizione, ivi inclusi l’esemplare originale della bolla e le autorevoli copie di
cancelleria. Nelle bolle di conferma degli Studia di Roma e di Perugia (ed. Panzanelli Fratoni, cit., pp.
62-69) il teslo formulare risulta identico, sebbene più articolato: la proposizione «et illos quos ydoneos
reppererit [...] approbet et admittat [...]» ricorre infatti più in basso, preceduta da alcune disposizioni
particolari, assenti sia nella bolla pisana sia in quella fiorentina, che furono dunque sunteggiate senza
badare alla durezza sintattica che l’accostamento delle due proposizioni produceva.

105

Paolo Pontari

[8] Volentes ut illi qui in prefato Studio declorati seu magistrati fuerint in eo
et aliis generalibus Studiis regendi et docendi absque approbatione alia libe­
ram habeant facultatem13.

[9] Nulli ergo omnino hominum liceat hanc paginam nostrorum statutorum,
ordinationum, voluntatum et prohibitionis infringere vel ei ausu temerario con­
traire. Si quis autem hoc attemptare presumpserit, indignationem omnipotentis
Dei et Beatorum Petri et Pauli Apostolorum eius se noverit incursurum141. 5

[10] Datum apud Villamnovam Avinionensis diocesis, III Nonas Septembris,
pontificatus nostri anno secundo13.

8. et aliis] et in aliis Fabrucci Fabronius regendi] legendi Fabrucci Fabronius
Tronci habeant] habeant post corr. interscr. B 9. omnino] om. Fabrucci Fabronius
Tronci omnino ... paginam] del. RA om. RV voluntatum] voluntatis Fabrucci
Fabronius Tronci vel ... incursurum] del. RA om. RV attemptare] aptemptare ante
corr. sed postea aptem- del. et attem- suprascr. B 10. datum] datum Avinionensis ante
corr. sed postea Avinionensis del. B diocesis] om. Fabrucci Fabronius Tronci III]
tertio A B Septembris] Sempt. Fabrucci

13 La conclusione della dispositio è affidata a un'ultima formulazione relativa alla validità del titolo
acquisito presso lo Studium generale di Pisa: è precisato infatti che i laureati possano avere libera facoltà
di reggere e insegnare presso altri Studi generali absque approbatione alia. Si tratta di un’importante
puntualizzazione, che convalida in modo universale il titolo conferito presso lo Studium di Pisa e prospetta
dunque la licentia ubique regendi et docendi, senza alcuna necessità di altra conferma giuridica o esame
supplementare.

14 Nella consuetudine della scrittura giuridica della cancelleria papale ogni bolla si conclude
con la prohibitio, una formula consolidata facente parte delle cosiddette sanctiones che ogni delibera
pontificia prevedeva nel caso di contravvenzione alla dispositio. La bolla è consideratapaginam nostrorum
statutorum, ordinationum, voluntatum et prohibitionis, sostantivi corrispondenti ai verbi ‘dispositivi’ che si
trovano all’interno del testo (par. 4: statuimus et etiam ordinamus', par. 5: volumus; par. 6: ordinamus; par. 7:
statuentes,prohibemus; par. 8: volentes), con cui il pontefice stabilisce quindi la precisa volontà, attraverso
un atto legale universale, di fondare lo Studium generale di Pisa. Alla prohibitio segue, come di consueto
nelle litterae sollemnes, la comminatio o clausula comminativa, nella quale la sanctio morale prevista per
coloro che intenderanno infrangere Ia dispositio papale è l’indignazione di Dio e degli Apostoli Pietro e
Paolo. Sia la prohibitio sia la comminatio saranno riprese in modo identico nella formulazione della bolla
per la fondazione dello Studium generale di Firenze. Nella copia dei Registra Avenionensia parte della
formula di prohibitio e tutta la clausula comminativa sono state depennate e per questo mancano anche
nella copia che fu tratta nei Registra Vaticana (cfr. apparalo): si tratta evidentemente di una prassi dei
Registra Avenionensia, come sembrerebbe confermare il documento trascritto subito prima della boba
In supreme dignitatis nel voi. 76. che nella formula conclusiva depenna allo stesso modo parte della
prohibitio e tutta la comminatio (cfr. f. 65r).

15 La datatio della bolla clementina per la fondazione dello Studium generale di Pisa segue la
consuetudine delle litterae sollemnes, con indicazione del luogo, del giorno (espresso rigorosamente
secondo il sistema del calendario romano) e dell'anno pontificale. La precisazione della località di
Villeneuve nella diocesi di Avignone e la data del 3 settembre confermano la consuetudine dei pontefici
avignonesi di trasferirsi, nel periodo estivo, nel palazzo papale edificato sulla sponda opposta del Rodano.

106

| Traduzione italiana

Clemente vescovo, servo dei servi di Dio.
A memoria perpetua del fatto

[1] Elevati alla specola della suprema dignità per disposizione della volontà
divina, in veste di pastore universale del gregge di Dio, estendiamo il campo
d’azione della legge apostolica a tutte le regioni dei fedeli affidate alla nostra
custodia, mirando al loro progresso, per quanto a noi sia concesso dall’alto dei
cieli; ma a questo soprattutto è rivolto il nostro intento e aspira la nostra vo­
lontà, che ovunque nelle terre dei nostri fedeli, per mano di Dio, possa sempre
germogliare il frutto delle scienze.

[2] Pertanto, considerando la purezza della fede e l’esimia devozione che,
come è noto, la città di Pisa ha mostrato verso noi e la Sede apostolica e che
dovrà ancor di più accrescere nei confronti della Sacrosanta Chiesa Romana,
madre di tutti i fedeli e maestra, per procurare di essere onorata in maniera spe­
ciale da noi e dalla stessa Sede con grazie apostoliche; [3] e pensando inoltre
alla quiete e alla pace, alla ricchezza di vettovaglie, di ottimi alloggi e di molte
altre comodità adeguate ad accogliere studenti che la stessa città notoriamente
possiede per mare e per terra, siamo a buon diritto animati da un fervido de­
siderio che questa città, che la bontà divina ha voluto insignire di così tante
qualità, possa divenire anche terreno fecondo dei doni delle scienze, affinché
possa formare uomini dotati di maturità di giudizio, incoronati dell’ornamento
delle virtù ed esperti nelle dottrine delle diverse Facoltà, e affinché vi sia in
essa una fonte che diffonde la conoscenza, al cui flusso abbondante possano
attingere tutti coloro che bramano di essere istruiti sui libri.

[4] Per questo universale profitto, dunque, non solo degli abitanti di que­
sta stessa città e della regione circostante, ma oltre a essi anche di altri che
da diverse parti del mondo vi confluiranno, desiderosi di venire a studiare su
sollecitazione dei loro padri ed esortati con inviti rivolti loro dai diletti figli del
Comune e del popolo della suddetta città, decretiamo con autorità apostolica
ai sensi della presente bolla e di conseguenza ordiniamo che nella stessa città
sia fondato uno Studio generale e che questo Studio ivi rimanga attivo sempre
nei tempi futuri in Teologia, Diritto canonico e civile. Medicina e in qualunque
altra Facoltà riconosciuta, e che docenti e studenti fruiscano e si avvalgano di
tutti i privilegi, diritti e dispense concessi ai dottori, ai lettori e agli scolari de­
gli altri Studi generali. [5] Vogliamo tuttavia che a insegnare e a reggere siano
assunti in questo Studio, nel suo primo avvio, coloro i quali abbiano ottenuto il
titolo di dottore o di maestro a Bologna, a Parigi o in altri famosi Studi generali
e altresì esperti e idonei, cosicché la stessa città, insignita di un così grande
onore, risplenda di adeguate eccellenze.

109

Paolo Pontari

[6] Inoltre, intenzionati a conferire onori ancora più ampi alla città e allo
Studio suddetti per i profitti pubblici che speriamo ne provengano, con la stessa
autorità ordiniamo che, se con l’avanzare del tempo nello stesso Studio vi saran­
no alcuni che, dopo aver conseguito il titolo della Facoltà scientifica nella quale
avranno studiato, chiederanno venga loro concessa la licenza di insegnare per
poter istruire altri, costoro possano essere diligentemente esaminati lì stesso
ed essere insigniti nelle stesse Facoltà del titolo di dottore o di maestro. [7]
E decretiamo con autorità apostolica che coloro i quali dovranno addottorarsi
in una o più Facoltà nello stesso Studio si presentino al cospetto dell’arcive­
scovo di Pisa che sarà in carica in quel momento o al cospetto di chi lo stesso
arcivescovo riterrà pari a sé o quantomeno idoneo a essere designato in sua
vece oppure, nel caso in cui la Chiesa pisana fosse vacante del suo pastore,
si presentino al vicario dei diletti figli del Capitolo della stessa Chiesa a quel
tempo in carica, i quali, convocati nello Studio con uno stesso atto i reggenti in
carica, tutti i dottori o i maestri della Facoltà o delle Facoltà nella quale o nelle
quali dovrà essere fatto l’esame, si impegnino, a titolo gratuito, in modo puro e
libero e desistendo da ogni dolo, frode e difficoltà, a esaminarli diligentemente
sulla scienza, sulla eloquenza, sul modo di leggere e su tutte le altre cose che
sono richieste per essere promossi all’onore e all’onere del titolo di dottore o di
maestro; e quelli che avrà trovato idonei, dopo aver richiesto in modo segreto,
incondizionato e con buona fede il parere degli stessi dottori e maestri — parere
che in ogni caso sotto obbligo di giuramento da prestare su questo tema proibia­
mo rigorosamente che venga rivelato in qualsivoglia maniera, a scapito e danno
degli stessi consiglieri, tanto dall’arcivescovo e dal delegato da lui designabile
e dal vicario, quanto dai singoli dottori e maestri — li approvi e li ammetta, e a
essi sia elargita la licenza richiesta, rinunciando fermamente ad ammettere altri
meno idonei, tralasciato ogni debito di riconoscenza e ogni odio o favore; e di
tutto questo facciamo carico di responsabilità alle coscienze dell’arcivescovo,
del suo delegato e del vicario dei predetti. [8] E vogliamo che coloro i quali nel
suddetto Studio saranno insigniti del titolo di dottore o di maestro abbiano libe­
ra facoltà di reggere e insegnare in questo e in altri Studi generali senza bisogno
di alcuna altra approvazione.

[9] A nessun uomo sia permesso di infrangere o contraddire in alcun modo
con temeraria iniziativa questa pagina dei nostri statuti, ordinamenti, volontà e
proibizione. E se qualcuno avrà l’ardire di provarci, sappia che andrà incontro
all’indignazione di Dio onnipotente e dei Santi apostoli Pietro e Paolo.

[10] Villanova, diocesi di Avignone, il giorno 3 settembre, nel secondo anno
del nostro pontificato.

ito


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