LA BAITA
LA BAITA
Un racconto horror
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Introduzione
Curioso. Passi un intero quadrimestre a
proporre brani del genere horror classico, a
parlare ai tuoi studenti dei tre romanzi che
hanno determinato gli archetipi di quello
contemporaneo. Cerchi di far capire loro il
linguaggio nuovo e necessario nato dopo
l’esperienza dei genocidi del Novecento e in
particolare di quelli perpetrati dal Nazismo.
Racconti ai tuoi studenti storie di vampiri,
licantropi. Ne cerchi le evoluzioni non solo
nella letteratura anche per ragazzi, ma nei
fumetti, nei manga, nei film, su Youtube. Ti
prodighi per trasmettere l’idea che la letteratura
horror era ed è assolutamente necessaria per la
sua funzione pedagogica e catarchica.
E quello che accade è che il più delle volte ti
guardano come a volerti dire: “ma prof…ma
che…”, e ripulendola scriviamo eccetera.
Poi un bel giorno accade che una delle tue
studenti, che durante le tue lezioni sembrava
perplessa, quando non impegnata altrimenti a
parlare con il (rigorosamente più bel)
compagno di banco, alzi la mano e ti dica: “Ma
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prof! Lei ha dimenicato una quarta figura molto
importante! Quella del clown!”.
E tu, professore, deliziato, stupito, ma anche,
diciamocelo, assolutamente spiazzato, non puoi
che costatatare l’assoluta ragionevolezza di una
così fiera obiezione.
E dopo la prima, la piccola crepa
repentinamente si allarga ed è un fiorire, da
parte di molti, di ipotesi, osservazioni,
collegamenti. E vieni travolto dal grande fiume
della Letteratura contemporanea, vista dal
punto di vista dei giovanissimi.
Chi vede nell’intreccio de Il gatto nero di Poe la
struttura (in termini di topica freudiana) della
mente fosse del protagonista (perfetto!), chi
ravvisa nel libro Psyco la schizofrenia di Norma
come unico motore narrativo, chi capisce
assolutamente perché appena dopo la morte di
It, la cittadina di Derry venga distrutta da una
terribile tempesta, e gli esempi potrebbero
continuare.
Allora nell’euforia per la mistica
dell’insegnamento, nel gongolarti perché vedi il
tanto predicato fiorire di competenze, proponi
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un laboratorio di scrittura creativa. Spieghi le
varie tecniche come quella del calendario o
dell’elenco (utilizzata in questo lavoro),
suggerisci la necessità di caratterizzare i
personaggi, di descrivere gli spazi e gli
ambienti, condividi diverse tecniche per
l’incipit. I tuoi studenti scelgono (ma
potrebbero altrimenti?) di lavorare sul genere
che tanto li ha coinvolti. Ti senti un piccolo prof
assoluto padrone del destino didattico dei tuoi
studenti. Ma poi accade l’incredibile. I “tuoi
studenti”, forse non del tutto consapevolmente,
sviluppano quell’intuizione sul clown, quello
che uno specialista chiamarebbe una
perversione1 delle categorie antropologiche. E
tutti i contenuti dell’horror, quello classico,
come quello contemporaneo, espressi in tutto
ciò che rappresentano, transitano nella forma di
1 In antropologia questo termine indica l’inversione delle
categorie della normalità o della frequenza di significati,
tendenze, o cose simili, in un gruppo sociale o in una società
e non ha nulla a che fare, almeno non in modo univoco con
l’etica o la morale, siano esse, come non potrebbero non
essere, un’etnoetica o un’etnomorale,
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nuove paure, di nuovi terrori. Le nuove paure,
almeno quelle degli adolescenti, sembrano
essere quelle di avere un padre pedofilo e/o
violento/violentatore, una madre assolutamente
assente (se ci pensate per il neonato rappresenta
la paura più devastante), di perdere l’unica
caratteristica che in qualche modo dà una
parvenza di identità, il bell’aspetto e il ben
vestire, di essere bullizzati e cyber bullizzati, di
diventare come gli adulti. Nuove paure, vecchi
demoni, nuove immagini letterarie che li
incarnano. Spiazzante e allo stesso tempo
interressante per la sua funzione speculare, che
inevitabilente porta a porsi delle domande,
anche come docenti. Inquietante.
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L’inizio
I vecchi la chiamavano la Baita. Era ciò che
rimaneva di una piccola industria mineraria,
che dopo la dismissione, i proprietari avevano
adibito ad uso privato prima, e a casa vacanze
in un secondo tempo.
Se ne stava sullo sfondo delle rocce prive di
ogni vegetazione, seminascosta da un piccolo
bosco di querce.
La Baita (o anche la Casa nelle storie dei più
giovani) aveva assistito impassibile allo scorrere
del tempo, riproducendo se stessa nei racconti
buoni da essere sussurrati nel profondo delle
notti estive, quando i destini sembrano sospesi,
ma gli intrecci degli eventi settembrini già si
affacciano tra le ombre dell’inconscio.
Chi era del posto ed era ormai prossimo alla
morte però sapeva ciò che sarebbe stato bene
non dimenticare: che la casa aveva assistito a
numerose morti, violenze, nella miniera prima
per più di un secolo, durante l’invasione
tedesca nella seconda guerra mondiale poi.
Né la polizia, né gli storici avevano mai aperto
un fascicolo o avviato un ricerca al riguardo.
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Ma qualcuno aveva intutito tutto e ne aveva
lasciato testimonianza nella piccola bibiloteca
del paesino, raccogliendo anno dopo anno, e
tramandando questa incombenza alla
generazione successiva, gli articoli e le
stranezze, le dicerie, le testimonianze, anche
bizzarre, sulla baita. Si vociferava di fantasmi,
visioni di giovani sanguinanti e terribilmente
disperati, di soldati…
Essa osservava impassibile, ma negli anni,
numerosi come le violenze a cui aveva assistito,
forse per la paura di essere dimenticata, aveva
cominciato ad assorbire, goccia dopo goccia,
quel male, quel flusso di negatività che
inevitabilmente la aveva attraversata. Si diceva
(leggende metropolitane dicevano i più, non ci
sono prove dicevano gli specialisti, alcuni, i
meno, semplicemente stavano in silenzio), che
fosse stata la sede di un laboratorio, culminato
con una strage di massa. Voci, diceva la gente.
Ma le voci erano davvero inquietanti e
parlavano di esperimenti, abusi, privazioni,
mutilazioni…
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Lei ascoltava. Lei attendeva. Lei scrutava,
giorno e notte, l’unica via che permetteva di
raggiungerla.
La Baita, decadente, se ne stava lì, racchiudendo
dentro di sé l'oscurità ed il male; era rimasta
ferma per trentanni e avrebbe potuto restare
così per altrettanti; per lei il tempo non era un
problema.
Dentro sembrava che tutto si fosse fermato: le
pareti portanti in legno erano ancora solide, i
pochi mattoni ben connessi fra loro, i pavimenti
solidi. Silenzio e solitudine gravavano su di
essa come una cappa di nebbia e qualunque
essere vi ci arrivasse, piombava senza rimedio
nella sua voragine.
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Preludio
“Verso la metà del mese le nevicate si trasformano in
scrosci di pioggia e qualcosa di sorprendente
accade…”
Albert si svegliò, se mai si era addormentato, e
commento tra sé la frase del romanzo di King
che per tutta la notte aveva vagato nella sua
mente: “Qualcosa di sorprendente…ma siamo a
dicembre…decisamente in anticipo!”
- Forse dovrebbe scrivere così: “Verso la metà del
mese gli scrosci di pioggia si trasformano in nevicate
e qualcosa d’inquietante accade…” -
Comunque fosse, ormai gli pareva di essere
abbastanza sveglio. La vacanza con gli amici si
avvicinava.
Guardò l’ora. Le due e trentuno.
La luce diffusa nella stanza, il silenzio assoluto
e il riverbero della sveglia che rimbalzava dal
comodino al soffitto con scatti vacui e
intermittenti, lo fecero scivolare ancora in uno
stato alterato della coscienza, molto simile a
quello che i più chiamano sonno, senza che lui
se ne accorgesse.
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Lo sorprese però l’assenza del solito rumore di
fondo, che sin da piccolo gli faceva compagnia,
non di rado lo consolava.
“Vieni”, gli parve di udire.
Un muro bianco, vuoto, impenetrabile.
“Vieni. È tempo, figlio”.
Questa volta non ebbe dubbi. Gli pareva che dal
muro uscisse una voce difficilmente
classificabile.
“Vieni. Figlio. Ti aspetto.”
Furono le ultime parole che gli parve di udire,
mentre gli sembrava di mettere a fuoco il muro
innevato di una baita di montagna, e una
macchia molto simile a un gatto nero.
Poi precipitò nell’abisso della coscienza, del
sonno più profondo che avesse mai
sperimentato.
Lo svegliò il messaggino di suo cugino.
“Sono le cinque. È ora di prepararsi”.
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Lunedì, ancora! (Alberto)
Erano le cinque del mattino quando la sveglia
suonò. Maledissi tutti e tutto ma poi mi ricordai
del viaggio e mi alzai di scatto. Presi lo zaino,
vi infilai il walkman per non dimenticarlo, mi
vestii, presi una barretta energetica dal cassetto
e corsi fuori. Pensai che saremmo andati con un
pulmino per dieci persone, che mi sarei seduto
vicino al mio migliore amico Steve; ero
consapevole che probabilmente non ci saremmo
parlati per tutto il viaggio ma piuttosto che
sedermi vicino a Sara e provare un profondo
imbarazzo, preferivo stare con lui.
Il viaggio fu molto tranquillo, ognuno si faceva
i fatti propri e ascoltava la musica preferita con i
propri auricolari tranne Sara che leggeva un
libro. Mi accorsi che Steve la stava osservando
di nascosto. Probabilmente si stava chiedendo
come facesse a non vomitare.
Ad un tratto la strada che stavamo
percorrendo venne attraversata da un animale.
Fu un guizzo nero e in parte indefinito che non
ci permise di riconoscerne la specie, né le
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fattezze. Fu probabilmente un gatto o un
capriolo.
L’autista frenò di colpo facendo cadere la
maggior parte dei bagagli e sobbalzare tutti noi;
Steve con il suo solito coraggio, si alzò e ci
domandò se tutti stessimo bene. La risposta fu
goliardicamente affermativa ma ebbe l’effetto di
riportare il buon umore. Tutti si
tranquillizzarono…..quasi tutti… tranne io che
dentro di me avevo ancora le immagini dello
strano sogno fatto nella notte precedente; (o
forse era un incubo mascherato?).
Mancava ancora un’ora all’arrivo. La luce era
abbastanza bigia a causa dei grandi nuvoloni
carichi di neve. Il silenzio, l’assenza di una
luminosità allegra e decisa, la musica
monotamente a palla nelle orecchie
esercitavano diversamente su ciascuno di noi
un’influenza ipnotica o soporifera; quasi tutte le
ragazze dormivano e anche Edoardo e Jack
mentre altri erano in uno stato di semi-veglia;
tutti tranne Steve, già inquieto per natura, ma in
quell’occasione stranamente immerso in un
flusso indefinito di presentimenti.
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E quando l’autista diede un colpo di clacson, ci
svegliammo di colpo. Indossammo i pesanti
giacconi ammassati sui sedili posteriori del
pulmino, preso a nolo come anche l’autista, e
poi ci preparammo per scendere. Eravamo
arrivati! Finalmente!
Ci congedammo e proseguimmo a piedi con
una cartina poiché il segnale dei cellulari era
debole e intermittente.
Per arrivare alla baita bisogna attraversare un
bosco e superare un piazzale e poi un bosco.
Di fianco alla baita c’è un burrone profondo e
ripido ma anche a tratti cupo, a causa delle
macchie rossastre “schiazzate” qua e là sulla
parete, particolarmente scarna di vegetazione.
Sapevamo che da qualche parte sul fondo c’era
un accesso secondario ad una miniera di ferro,
in disuso dalla fine della grande guerra. Questo
almeno, se non stuzzicava la nostra curiosità,
dava soddisfazione ai nostri interrogativi,
perlopiù inespressi, riguardo il colore insolito e
insolitamente distribuito sulle rocce e alla loro
vaga forma di volti. Ossido di ferro, pensai.
L’indomani mi sarei divertito a somministrare
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alle ragazze quell’insolito test di Rochard,
anche se probabilmente avrei dovuto passare
un abbondante quarto d’ora a spiegare di cosa
si tratta. Ma non mi dispiacevano né l’una, né
l’altra cosa da bravo e futuro studente di
psicologia.
La baita ha due piani con molte finestre
polverose e due terrazzi ottimamente spaziosi.
All’interno è abbastanza malmessa e triste. Ci
sono un sacco di ragnatele, poiché pare non
fosse abitata o affittatata da parecchio tempo.
Al primo piano un corridoio molto stretto.
Interminabile. Vi affacciano diverse camere di
grandezze e metrature differenti.
Al piano terra un’ampia cucina con mobili grigi
e qualche ornamento scarlatto di antico gusto.
Nella parte più interna due bagni decisamente
sgradevoli, mentre vicino all’anticamera c’è
una piccola saletta di ritrovo con un grosso
tappeto di color panna ovviamente molto
polveroso. Di fronte alla porta c’è un unico
mobiletto di legno intarsiato a mano non solo
dall’abilità del falegname ma anche dal lavorio
incessante di generazioni di tarli del legno.
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Tra le tante camere del piano terra ce n’è una
completamente vuota dove la proprietaria ha
posizionato un piccolo televisore; pur avendo
una piccola antenna, è solo in grado di
trasmettere rumore bianco e neve.
Al secondo ed ultimo piano c’è una mansarda
usata principalmente come solaio. In questo
luogo estremamente buio, perché non sono
presenti finestre ma solo lucernari, ci sono
molti scatoloni pieni di oggetti, alcuni dei quali
ancora nella confezione e mai utilizzati.
Io sono Alberto e ho 16 anni, quasi 17. Sono un
ragazzo alto magro, ho le lentigini e porto gli
occhiali. Di me dicono che sono riservato; gli
amici mi definiscono studioso quando sono
buoni, ma basta una birretta o peggio perché il
loro vocabolario si ampli. Non sono molto
popolare tra le ragazze e so che anche i miei
amici mi prendono in giro perché ho un
carattere debole e sono, dicono, influenzabile.
Ma non sono proprio solo, sopratttutto quando
verifiche o interrogazioni si avvicinano.
L’altruismo è la mia vera condanna. Solo Steve
sembra tollerarmi, quasi volentieri. Non siamo
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entrambi e neanche tra di noi di grandi parole,
ma inquietudine e silenzio ci accomunano e
finiscono spesso per darci l’illusione o la
consapevolezza di essere amici. Lui ha bisogno
di proteggermi e io di essere protetto. Forse.
Dicevo che le ragazze mi rimbalzano perché
sono vegetariano. Non lo sono sempre stato ma
Chuki mori tra le mie braccia quando avevo
solo sette anni e mio padre ebbe la pessima idea
di portarmi in sala operatoria dove assistetti al
suo sventramento. Quel bastardo voleva
completare la sua opera. Distruggere ogni suo
legame. Chuki era morto tra atroci spasmi e
guaiti per avere ingerito una dose massiccia di
ketamina lasciata incustodita da mio padre.
Probabilmente sperava fosse l’altro cucciolo a
ingerirla accidentalmente. Mi diceva spesso che
io ero stato il suo errore più grande. Lo shock
comunque ebbe su di me un effetto
permanente. Avete capito che mio padre è uno
schifoso tossico di merda ma a suo modo è
raffinato. Mai un capello fuori posto, un
maglione sgualcito, una giacca non abbinata.
Mai scarpe sporche. Lui dice che l’apparenza è
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tutto. E se lo può permettere poiché ha ereditato
da suo padre una grande fortuna.
Come dicevo il silenzio fa parte di me. Anzi uno
psichiatra, uno di quelli buoni, direbbe di me
che io sono silenzio, direbbe che ciò che mi
riempie è il vuoto, un totale e devastante vuoto,
ma sotto l’apparenza gentile di un ragazzo alto
e magro, con occhiali da sfigato e il viso esploso
di lentiggini. Sono inoltre un buon osservatore.
Non per dote. Diciamo che lo sono diventato
per allenamento forzato e precoce. Quando
ancora non andavo a scuola (non ho frequenato
la materna solo perché i miei genitori non
avevano avuto il tempo di porsi la questione)
dovetti imparare a cogliere ogni segnale. Ogni
segnale per svuotarmi, non sentire il male, non
percepire nessuna parte della mia sofferenza di
bambino. Nel buio del mio letto sentivo subito
in lontananza quell’odore misto di muschio e
acido fenico. Più ne cresceva l’intensità più il
mio respiro si faceva rado a attento. Almeno le
prime volte. Solo le prime volte. La seconda
cosa che ho imparato è stato di riconoscere il
calore della sua mano, della sua pelle. Poi il suo
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peso. Infine dopo molti anni il vuoto, cercato,
voluto come una salvezza, come un’abitudine
per difendersi dal dolore. Infine il rumore
indifferente dell’acqua che scorreva, quasi come
un rito di purificazione, nel bagno accanto alla
mia stanza.
Bimbo, preadolescente, adolescente ma nulla
cambiava. Sempre odore e muschio, pelle,
dolore e vuoto e infine acqua e indifferenza.
Forse Steve intuiva, forse aveva condiviso
qualcosa di simile. Forse. Comunque ormai mio
padre ad un certo punto dei miei sedici anni era
semplicemente scomparso e questa era la prima
vacanza dopo quei fatti.
La stanza mia stanza è situata nella parte ovest
dell’albergo e per questo è anche la più buia. È
così polverosa da mettere i brividi alla schiena.
Comunque è abbastanza spaziosa anche se
sulle pareti del lato destro della stanza ci sono
delle crepe inquietanti.
Le finestre rimangono sempre chiuse perché
hanno la maniglia difettosa. Le tende
presentano degli strappi insoliti, simili ai graffi
lasciati da un gatto o da un piccolo felino. “…un
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guizzo nero indefinito, forse un gatto…”, fu la
prima e più spontanea associazione mentale.
Ma non vi ho parlato del resto della mia
famiglia. Oltre a me e a mio padre ci sono mia
madre e Viktoria, mia sorella maggiore.
Mia madre e’ una donna in carriera forte all’
apparenza ma di carattere estremamente
debole. Viktoria, mia sorella maggiore e’
piuttosto volgare ed è piena di ossessioni per il
suo aspetto fisico, eccessivamente ostentato.
L’unico luogo in cui mi trovo davvero bene è la
scuola insieme ai miei amici, per questo la
proposta di Steve di una vacanza di otto giorni
mi ha galvanizzato! Via da casa con Steve! Con i
miei amici!
Il dopocena è filato via liscio. Verso sera, forse
per la neve che nel frattempo aveva cominciato
a cadere copiosa, la corrente era saltata via. Per
un po’ di tempo riuscimmo comunque ad
animare la serata grazie a torce, candele e
cellulari, poi verso le undici decisi di salire in
stanza. Ma ad un certo punto del tragitto non
sentii più le voci della sala al piano terra. Il
silenzio continuò a crescere finchè non divenne
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una barriera impenetrabile e irreversibile.
Sprofondai lentamente e inconsciamente nella
paura più irrazionale.
Buio, silenzio, panico questo è tutto ciò
percepivo in quel momento; mi misi a gridare
ma le mie parole sembravano venire inghiottite
da un nulla improvvisamente materializzatosi.
Nessuno mi rispose. Caddi
nel buio; lì era troppo buio; mi ricordai di
quella volta in cui mi ero svegliato in piena
notte sudato e solo, anche lì era buio, anche in
quel momento nessuno aveva risposto alle mie
grida; mi sentivo solo al mondo e
probabilmente era vero. Ma una persona sola
non è nessuno, è un essere umano inutile e
inutile - pensavo aggrappandomi all’unica idea
che avevo in quel momento sentimento che mi
dava consapevolezza di esserci- è continuare
quella sua non esistenza. Pensavo mentre
ancora cercavo di annullarmi.
Di colpo nel buio scorsi una figura; dalla statura
capii che era un ragazzo, ma chi era? Forse
Steve? Anche lui si era annoiato durante la
serata? Forse voleva parlare? Giocare a carte?
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Mi alzai di scatto, pensando che forse non ero
solo come credevo; feci qualche passo verso di
lui ma anch’egli venne verso di me; allungai la
mano; toccai qualcosa. Freddo… era freddo e
liscio. Guardai ancora poi feci per voltarmi
quando il riflesso cambiò forma. Ora non c’era
con me più un ragazzo dai tratti indefiniti.
C’era un uomo sulla quarantina. Dalle fattezze
capivo chiaramente come fosse solo, stanco,
distrutto dalla solitudine e dalle sostanze di cui
faceva da tempo uso.
L’immagine era immobile, percepibile a tratti
ma non capivo come potevo percepire quei
particolari, in quel buio così profondo;
“Annullati, Albert, sta arrivando”. La sua voce
interiore zittì.
Di colpo fu tutto chiaro: quell’uomo era lui o
meglio sarebbe stato lui; lui sarebbe diventato
come quell’uomo terribile che chiamava, o
avrebbe dovuto chiamare per convenzione
sociale, papà. Si annullò come era capace di
fare.
Ancora una volta l’immagine riflessa cambiò:
c’era una bara di legno scadente senza nome,
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una di quelle che il Comune passa a chi non ha
parenti che si preoccupino della sepoltura. Ma
era chiaro. Quella cassa di solitudine era la sua.
Profezia? Destino? Maledizione? Come mai uno
specchio sembrava conoscerlo meglio della sua
stessa famiglia? Forse era l’effetto dell’alcol?
Una strana muffa allucinogena? Ma era
davvero importante? Era quella la questione?
Valeva davvero la pena di attendere il puntuale
svolgersi degli eventi di una vita come quella
vita, piena di disprezzo e solitudine?;
NOoOoO!!! Aveva deciso quella non sarebbe
stata la sua vita; lui si sarebbe impegnato per
una vita migliore, sarebbe cresciuto e avrebbe
protetto sua madre e sua sorella dal padre;
quella stessa sorella che donava il suo corpo
come caramelle e quella stessa madre
interessata solo alla carriera? Ma lui era una
non persona, un non ragazzo. E poi perché
avrebbe dovuto farlo? Perché seguire il copione
che altri, già immaginavano per lui? NOoOoO,
non ne valeva la pena. Un guizzo di coscienza
urlò dentro di lui, (“Alberto tira fuori le palle!, Sii
uomo per una volta!”), urlò dentro di me!
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Di colpò compresi che avevo la mia grande
occasione, l’unica. Decidere da me e per me.
Affermarmi, liberarmi. Era meglio finirla lì
senza soffrire, forse sua madre si sarebbe presa
un giorno di ferie per piangerlo; forse Viktoria
avrebbe indossato un abito lungo per il suo
funerale e forse suo padre avrebbe avuto un
motivo per farsi di droghe; ma chi voleva
prendere in giro?!?! Nessuno avrebbe pianto
per lui, nessuno piange per qualcuno che non
era mai realmente esistito, la scelta migliore era
quella di morire lì senza soffrire ulteriormente.
Senza trasformarsi nei mostri che lo avevano
reso una non persona. Ecco il sangue comincia a
colare caldo dal collo. Il piccolo dolore della
lametta è già scomparso. Il calore avvolge il
mio corpo, il buio, la notte…Steve…papà…
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Martedì (Isabel)
Edoardo quella sera uscì poco prima delle nove,
prese la sua amatissima macchina, e si recò a
casa di Kevin; avrebbe dormito da lui in modo
da non doversi alzare troppo presto per la
partenza. Una volta arrivato salutò i suoi amici
e prese la bottiglia di birra che aveva comprato
al supermercato. Cominciarono a parlare del
piu e del meno, compresi donne e sesso; a un
certo punto saltò fuori il nome di Isabel. Edo
impallidì. Che cosa centrava sua cugina? Ma
l’argomento si esaurì senza un preciso motivo e
lui si guardò bene dal porre domande.
Isabel era figlia unica, sua madre entròin
depressione dopo averla partorita e lei si
sentiva tremendamente in colpa. Il padre è
sempre stato assente e quando sua madre aveva
bisogno di aiuto, lui non c’era mai.
Isabel era sempre vissuta dalla nonna assieme i
suoi cinque cugini maschi e per questo il suo
carattere ne fu probabilmente influenzato.
Infatti, Isabel aveva un carattere simile a quello
di un maschio, se così si può dire.
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Ma questa sua caratteristica non era stata
plasmata solo da quello.
Era una bella giornata di sole. Isabel stava
tornando da scuola. Frequentava le medie,
aveva tredici anni, viveva in una casa con tre
dei suoi cugini; due erano gemelli di diciassette
anni e uno di venti.
Il giorno prima Edoardo, il maggiore, le aveva
promesso che sarebbe venuto a prenderla in
macchina con il suo amico Kevin; non vedeva
l'ora, lei adorava suo cugino e aveva una stretta
simpatia per il suo amico, tuttavia, in molti
avevano notato che il suo interesse non andava
oltre e mai si era avventurato nelle terre
inesplorate degli adolescenti.
Non era la classica ragazza che ti lasciava a
bocca aperta, ma aveva comunque qualcosa
d’interessante che ti spingeva a conoscerla
meglio. Era una tipa da discoteca, odiava
sdraiarsi sul divano con un libro e con una
tazza di tè perché lo trovava noioso. I suoi
capelli neri arrivavano fino alle spalle e la sua
pelle bianca e candida era coperta di lentiggini.
Aveva un sorriso di quelli che ti fanno sognare,
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uno di quelli che ti può rallegrare la giornata,
uno di quei sorrisi che faresti di tutto per non
spegnere.
Il viso dai tratti fini era di carnagione bianca,
che metteva in risalto i suoi occhi, verdi come le
foglie colpite dal sole. Una cascata di lucenti
capelli color pece le incorniciava quel viso così
delicato, eppure quelle labbra perfette, piene e
rosee, raramente s’incurvavano in un sorriso
quando incontravano uno specchio.
Molti la ammiravano per i suoi occhi verde
speranza; dentro quegli occhi ci si perdeva. Era
una ragazza bizzarra ed esuberante, ma si
arrabbiava spesso; era indifferente a molte
persone ma non era né scorbutica, né acida.
Amava le sue amiche, nel vero senso della
parola, le amava davvero con tutto il cuore,
erano le uniche per cui avrebbe sacrificato la
vita, le uniche.
Isabel era lesbica ma non tutti lo sapevano.
Questo era il suo segreto. La sua passione era
sempre stata il calcio, passava intere giornate a
giocarci, ma nessuno lo sapeva.
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A Isabel toccò in sorte la stanza rossa, così
chiamata perché in passato qualcuno, forse nel
tentativo di dare un po’ di vita alla baita, ne
aveva dipinto lo stipite di rosso. O forse era un
preciso segnale, ne indicava uno scopo. Non era
dato saperlo, né capirlo. Quello che rimaneva
era uno stipite ampiamente scheggiato, con
brandelli difformemente distribuiti di vernice
rossa laccata, di quelle con la mescola in
piombo, fuori commercio da molto tempo.
Vi entrò. Non aveva nulla che non ricordasse la
semplice stanza di una baita di montagna. La
luce era buona perché le finestre erano ben
posizionate. L’unica stranezza riguardava delle
macchie di tinta più chiara sulle pareti, segno
evidente che qualcuno aveva voluto rimuovere
dei quadri.
Isabel, forse vinta dallo spirito riposante del
contesto, prese il suo quaderno-diario e decise
di scrivere quanto le era accaduto e ciò che da
un po’ di tempo la turbava, rendendola triste e
silenziosa.
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“A mezzo giorno uscita da scuola andai a sedermi
sulla panchina sotto due alberi aspettando il Range
Rover nero con finestrini oscurati. Arrivati!!!!!
entrai in macchina e mi ritrovai proprio di fianco a
Kevin, la macchina era piena di amici di Edo infatti
ero un po' a disagio.
Ad un certo punto Edoardo accostò davanti ad un
supermercato, disse che scendeva a prendere la cena
per lei e i fratelli, rimasi in macchina con gli amici di
mio cugino e dopo un primo momento di silenzio mi
sentì osservata e cominciarono a chiedermi cose
strane che non capivo, poi iniziarono ad avvicinarsi
a me, sghignazzavano e si prendevano gioco di me;
per fortuna in quel momento entrò Edoardo e tutti
tornarono al loro posto. Pensavo di aver passato il
momento più brutto della mia vita ma non era vero,
il peggiore doveva ancora arrivare.”
Il flusso di coscienza fu interrotto dal miagolio
di un grosso gatto nero che si era sdraiato sul
davanzale della finesta, fissando Isabel come se
si aspettasse di ricevere qualcosa”. Il suo
movimento rapido e spaventato fu però
sufficiente a farlo scappare via.
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“Edo quella sera tornò tardi e appena rientrato mi
chiese se fosse successo qualcosa in macchina quel
pomeriggio, gli risposi di no e gli dissi che erano
stati tutti molti gentili. Non volevo farlo
preoccupare; quello che disse dopo mi sconvolse
diceva di stare attenta ai suoi amici non erano
esattamente dei bravi ragazzi in particolare Kevin.
La sera dopo ricevetti una chiamata da un numero
sconosciuto. Risposi. La voce che mi parlò era
inconfondibile. Era Kevin.
- Ti va di venire a casa mia stasera? -
- Non saprei devo chiederlo a Edo -
- Tranquilla glielo ho già chiesto io -
- Perché dovrei venire a casa tu? -
- Edo stasera tornerà tardi e i gemelli non ci sono ,
Edo non voleva lasciarti a casa da sola -
- Ok ma cosa faremo? -
- Niente di che… il tempo di una partita a Monopoli
e Edo sarà già venuto a prenderti -
- Ma non so dove abiti -
- Tranquilla affacciati dalla finestra! -
Mi affacciai e come aveva detto poco prima lo vidi in
tutto il suo splendore; capelli biondi al vento
penetranti occhi azzurri che mi fissavano e
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improvvisamente mi spuntò un sorriso, non potevo
dirgli di no.
- Scendo -
Durante il viaggio ero leggermente imbarazzata ma
molto felice. Arrivammo a casa sua in un lampo ma
da aspettarci non c’era una partita a monopoli ma
tutti i suoi amici con un ghigno soddisfatto.
- Adesso vedremo se sei veramente una ragazza…-,
disse Kevin.”
Isabel si sentì improvvisamente sola ma anche
un po’ sollevata. Una notifica su Whatsapp la
invitava ad andare nella stanza di Sara a
passare la serata e così fece.
Verso la una di notte tornò nella sua camera.
Tutto era buio e non si vedeva nulla. Senti
qualcosa di freddo sotto la mano era una
maniglia. Aprì la porta e una luce rossa e
abbagliante la accecò. La sua voce interiore si
rianimò.
Appena riebbe la vista vide una lunga serie di
foto appena stampate stese ad asciugare come
panni appena lavati. Le osservò meglio. C’era
lei in quelle foto. L’ansia la pervase all’istante
erano passati diversi anni da quando erano
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state scattate; erano le foto del momento in cui
aveva perso la “verginità” con gli “amici” di
Edo.
Chi aveva scoperto il suo segreto? Chi aveva
scattato quelle foto? Trovò una sedia di legno
accanto a lei e ci si sedette. Stava per svenire.
Non le sembrava possibile. Non era possibile.
Aveva il cuore che batteva all’ impazzata.
Sembrava un treno in corsa. Chi aveva scoperto
il suo segreto? Era frustrata, arrabiata, delusa
da se stessa. Ma perché poi? Era lei la vittima di
quella violenza, o forse era la giusta punizione
per il suo modo d’essere? Non si ricordava
nulla di quella sera, tranne le rivelazioni che le
aveva fatto suo cugino. Con lui dopo quella
sera non ne aveva più parlato; era andata a
vivere con la sua ragazza.
Si alzò di scatto, prese tutte quelle foto, il
simbolo della sua adolescenza distrutta. Decise
che dovevano essere distrutte. Mentre bruciava
quelle foto con l’accendino, notò un biglietto
con scritto: “Benvenuta all’inferno”, e sotto con
scrittura tremolante c’era segnata una sola
lettera K, ma la cosa che la sconvolse di più è
31
che quella lettera era stata scritta con il sangue,
probabilmente il suo, un sangue ormai ossidato
ma ancora terribilmente vivo!
La stanza fu riempita da una luce rossa, molto
simile a quella della camera oscura…ma oggi le
foto non sono digitali? Arrivano
ovunque,…ovunque,…ovunque…sono
indistruttibili, Isabel si prese la testa…
Ma il fuoco brucia. Il fuoco purifica. Il fuoco
distrugge le foto macchiate d’infamia…il fuoco
purifica l’infamia,…sì il fuoco
brucia,…brucia…purifica…purifica tutto…aaa
aaaaAAAAAAAAAAAAAAA AAAAAAAAA.
Sarah udì un tonfo sordo nel dormiveglia, non
sufficiente a svegliarla. Sembrava che la neve
avesse attutito la caduta di un grosso ramo. Le
sembrò di intravvedere un bagliore. Si
riaddormentò.
Il fuoco purifica. Il fuoco distrugge le foto
macchiate d’infamia…il fuoco purifica
l’infamia,…sì il fuoco
brucia,…brucia…purifica… purifica tutto,
brucia, brucia, brucia, brucia, purifica, purifica,
purifica, purificca, pu…
32
Mercoledì (Hanna)
“Mi è capitata la numero tre” dice Hanna
“Ragazzi io sono stanca, vado a dormire,
buonanotte” annuncia.
“Buonanotte” rispondono gli altri.
Entro nella mia stanza e mi chiudo la porta alle
spalle.
La prima cosa che faccio è togliermi le scarpe e
dirigermi verso il bagno.
Devo struccarmi.
Appena ho finito butto le cinque salviette
struccanti che uso per togliermi i quintali di
trucco che mi metto ogni giorno.
Mi guardo i polsi; le cicatrici di molti anni fa
stanno pian piano scomparendo del tutto.
Tra gli oggetti che ci sono sulla mensola bianca
c’è la lama del temperino che mi si è rotto
durante il viaggio.
Mi si chiudono le palpebre per la stanchezza.
Sto per infilarmi nel letto quando mi ricordo
che devo lavarmi i denti.
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Torno in bagno e mi guardo allo specchio, delle
occhiaie profonde mi cerchiano gli occhi, mi
chino sul lavandino e mi sciacquo la faccia.
Alzo la testa e dietro di me vedo una persona
che non mi sarei mai aspettata di rincontrare.
Appena incrocio il suo sguardo tutti quei
terribili ricordi su di lui riaffiorano.
Cosa ci fa qua?
Non può essere qua!
Lui è morto, morto e sepolto, ho visto il suo
corpo nella tomba!
“Papà” dico sottovoce.
“Tesoro mio” mi risponde con un tono
amorevole, un tono che non mi ha mai rivolto.
Abbasso il viso e faccio un grande respiro, deve
essere la stanchezza.
Lo rialzo, mi guardo allo specchio e mi rivedo
qualche tempo fa.
Sono mora, senza trucco e con la pelle candida
e bianca.
I rapporti con mio padre non sono mai stati dei
migliori: mi picchiava e pretendeva da me cose
che io non potevo dargli.
Un flashback mi riappare davanti.
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Sono io che torno da scuola, entro in casa e c’è
solo lui.
Percorre con lo sguardo tutto il mio piccolo
corpo e subito dopo sento le sue mani che mi
toccano dappertutto e cercano di strapparmi i
vestiti.
Faccio un grande respiro e cerco di togliermi
questa orribile immagine dalla testa.
Mio padre continua a parlarmi e io lo guardo
dal riflesso dello specchio.
“Sei diventata così bella amore mio, sei
cresciuta”
Continua a farmi complimenti, quell’uomo
orribile, e io non so cosa rispondere.
Prendo la lametta del temperino e corro verso la
camera.
Mentre sto correndo giro la testa per vedere se
mi sta seguendo.
Non vedo i vestiti che ho buttato per terra, ci
inciampo e la lametta mi scorre sul polso.
Urlo di dolore, ma nello stesso tempo un senso
di piacere maniacale mi pervade il corpo.
Mi giro un’ultima volta e mi accorgo che
quell’essere orribile è sparito.
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Faccio un sospiro di sollievo, finalmente posso
entrare in camera mia e per sicurezza chiudo a
chiave la porta.
Intanto molto sangue mi cola dal polso e cerco
di reprimere la voglia di sentire quella
superficie metallica lacerarmi la pelle.
Cerco un cerotto nella borsa, per fortuna ne ho
sempre con me. Mi curo quella ferita e mi metto
a dormire.
Sussurro: ”E’ solo un sogno, e per questo
domani tutto finirà”.
Provo a riposare ma non ci riesco, la mia mente
è troppo spaventata.
Ci vuole un sonnifero!
“Dov'è la borsa?”
Mi alzo dal materasso e vado a frugarci dentro.
E' troppo buio, non riesco a vedere niente.
Toccando il pavimento sento qualcosa di freddo
e appiccicoso, prendendolo mi accorgo che è
una lametta insanguinata, vorrei tirare un urlo
ma qualcosa mi blocca.
D'istinto mi guardo i polsi e noto un grosso
taglio circondato da sangue seccato.
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Mi sfioro la ferita e un grande bruciore mi sale
fino al gomito.
Decido di lasciar perdere e me ne torno sotto le
lenzuola.
Sposto il piumone e un grido mi muore in gola.
Trovando mio padre sotto le coperte tutti i miei
peggiori incubi si avverano.
“Vieni qui con me tesoro, come ai vecchi tempi”
“Ma cosa ci fai qui, smettila di tormentarmi
brutto mostro!”
“Calmati amore mio, va tutto bene” mi dice con
una voce ambigua.
“Papà devi andartene, non esisti più!”
“Shhhh, tranquilla, non parlare e seguimi...ti
ricordi quando eri piccola? Stavamo così bene
insieme, tu che dormivi fra le mie braccia e io
che ti coccolavo”.
“No papà, tu sei morto, io ti ho visto!” dico tra
le lacrime.
“Vieni via con me e potremo essere felici
insieme”
A me manca. Mi manca tanto, troppo.
Devo andare con lui.
Dobbiamo stare insieme.
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Prendo di nuovo la lametta e la conficco nella
carne morbida del polso.
Quella sensazione famigliare mi assale,
continuo a ferirmi, un taglio dopo l'altro.
Il sangue che sgorga e il suo odore ferroso.
Come ai vecchi tempi, sì, come ai vecchi tempi.
Sto ferma a fissarmi le braccia e a osservare le
coperte che si sporcano pian piano.
Guardo la sveglia sul comodino di fianco a me:
sono le quattro di mattina.
Mi appoggio al cuscino e guardo fuori dalla
finestra aspettando che sorga il Sole.
Ripenso al mio passato, a tutto ciò che ho
vissuto, a mio padre, a mia madre, ai miei
amici, alla scuola...penso ai momenti felici e
tristi che hanno segnato la mia esistenza.
Inizio a piangere e a disperarmi, non meritavo
tutto questo, non lo meritavo.
Tutti i demoni che abitano il mio corpo si
stanno pian piano dissolvendo, come la mia
vita.
Mi guardo di nuovo i polsi, ormai questa
agonia è quasi finita.
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Uno spiraglio di luce mi illumina il viso
bagnato dalle lacrime.
Faccio un leggero sorriso: è arrivata la mia ora.
Posso lasciarmi andare.
Papà, arrivo!
39
Giovedì (Jack)
I ragazzi prendono il blocchetto e dividono i
fogli in otto parti; e con la matita scrivono i
numeri delle camere. Quale stanza mi toccherà?
Giulia pesca il numero sette e così tutti gli altri
il numero destinato a loro dalla sorte. Io , Jack
ho pescato la quattro e Alberto la otto.
La stanza quattro però ha la serratura difettosa,
spesso si blocca. E poi è una stanza abbastanza
isolata. Il cellulare non prende. E se succede
qualcosa? E se rimango chiuso dentro? Beh,
sono comunque vicino ad Alberto…ma lui è un
tipo strano, a volte sembra assomigliare più a
una statua che a una persona. Ma non posso
dire che ho paura…direbbero che sono un
bimbetto dell’asilo, mi prenderebbero in giro.
Ecco salgo. Non succederà niente. Domani
scenderò a fare colazione con gli altri.
Click, crack la chiave gira e chiude la porta.
Bene. Ma ora è rigida e bloccata! Ho voluto
sfidare la sorte e ora la pago. Aprite, ragazzi
aprite, RAGAZZI, ALBERTO, APRITE,
APRITE,…, aprite…
40
Deve essere un sogno, una specie di incubo, per
questo la porta non si apre…Mi manca l’aria,
aiuto, AIUTO…
Ecco ! Ora mi sveglio. Mi devo svegliare.
Questo è sicuramente un sogno: non può essere
vero!
Io sono io, cioè anche questo sono io , ma io
sono l’altro io, quello vero ! Quello di tutti i
giorni , quello adulto , quello forte, cattivo e
temuto.
Questo no...non può essere!
Perchè sto scappando? Da chi sto scappando?
E’ già successo! Ma ...anni fa...ero un bambino.
Non lo sono più.
Mi sono chiuso in questa stanza per prendere
fiato. Per nascondermi ai miei
inseguitori...sempre loro, i tre della 5^ F; loro mi
picchiano, ci picchiano, picchiano tutti, mi
buttano per terra, mi rubano le cose, mi
prendono in giro: “Palla di grasso Jack !”,
“Bombolo Jack !”, “Jack the Pig!”
Tutti i giorni, sempre le stesse frasi, le stese
battute e gli stessi scherzi. Sono stanco, sono
stufo ma ho paura di loro e scappo.
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Ma questa stanza cos’è ? Dov’è ? Come ci sono
arrivato?
Forza, respira e pensa.
Ricorda...provaci...calmati.
Ecco ! La stanza: mi ricordo ! Sono in una baita,
sono in viaggio con i miei amici, siamo arrivati
in questa casa, ieri sera, doveva essere ieri sera
ora è notte, è buio, e sto sognando. No, è buio
perchè ho spento la luce, ma fuori dalla finestra
c’è luce, ci sono rumori.
Sono loro! Che arrivano! Se mi trovano mi
picchiano ancora. Ho paura, ho sempre paura.
Non voglio più andare a scuola, lo dico sempre
alla mamma, ma mi dice di stare tranquillo. Lei
pensa che io abbia paura dei compiti e delle
interrogazioni. Io ho paura di loro! Ma non
posso raccontarle tutto: non potrei più vivere,
non mi lascerebbero mai in pace, tutti mi
prenderebbero in giro, anche gli amici.
Io ho pochi amici.
Come posso averne di più? Tutti i giorni a
scuola mi faccio dei nuovi nemici. Ecco, io non
vado più alle elementari. Vedi? Sei grande
ormai: hai imparato a combattere nella vita. Mi
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sono scoperto bravo a tormentare la gente, io
scopro le loro paure ed i loro segreti e poi mi
faccio pagare per non rivelarli, per non
rovinarli.
Sono loro a dovermi temere!
Sì, adesso sono qui perchè avevamo deciso di
prenderci una vacanza, i miei amici ed io: siamo
venuti qui in montagna dove nessuno può
disturbarci e dove possiamo stare in pace.
Adesso esco da questa stanza, la numero
quattro. Avevamo tirato a sorte e a me è toccata
la quattro.
GRASSO ! Tutti i giorni me lo dicono, i
picchiatori, i cattivi....e tutti i giorni mi
inseguono e mi tirano sberle, i capelli e mi
danno i pizzicotti.
Ora mi sono nascosto bene e non mi trovano.
Ma devo tornare a casa, la mamma mi aspetta
per il pranzo, si preoccuperà. Non posso uscire,
non posso fare rumore.
Se entrano cosa faccio? C’è il letto, un armadio,
non ci sono nascondigli.
Posso prendere qualcosa per difendermi. Si, ora
rompo la sedia e mi armo con un bastone.
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Ho paura, io non so difendermi. Nessuno mi
difende, non ho amici.
Non ho bisogno di amici, ho il potere della
cattiveria. Sono cattivo e temuto.
Un rumore !!! Mamma!
Sto impazzendo: io sono grande, non un
bambino. Non sono più piccolo.
C’è uno specchio, così mi rendo conto che sto
solo sognando.
Al buio è difficile capire, ma sono sicuro di
avere diciotto anni, non dieci.
NOOOOOOOO! Ma chi sei tu? Non sono io !!
Non sono più io ! Non voglio più essere quello .
Io sono alto, bello, robusto, muscoloso. Vai via!
Non sono grasso. Non sono più grasso.
Domani mi metto a dieta, domani inizio uno
sport. Lo prometto.
Voglio uscire di qui, voglio andare a casa.
Dove sono ? Non mi ricordo dove sono. Se esco
dove vado ? Se esco mi trovano.
Il Rosso è quello più stupido, ride sempre e
intanto picchia, fa male.
Il Bue è quello grosso, quando ti prende ti
schiaccia! Si diverte sempre a sedersi su di me
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mentre gli altri mi rubano le scarpe, i guanti, il
cappello, la sciarpa e poi mi rompono sempre
tutti i bottoni.
Ma chi fa veramente paura è lo Scuro, è lui che
comanda, è lui che decide le punizioni, è lui che
decide chi va preso in giro e come. Se ti prende
di mira hai finito di vivere, diventi la sua
vittima preferita e si diverte: è sadico, è cattivo
e malvagio.
Io non lo sapevo, non volevo inciampare,
cascargli addosso e rompergli gli occhiali.
Mi hanno fatto inciampare, gliel’ho detto. Ma
lui dice che devo stare zitto, che sono grasso,
che devo pentirmi.
Io sono pentito, io sto zitto: LASCIAMI IN
PACE !!!!
Andate via! Ve la farò pagare.
Ve l’ho fatta pagare! Non ve lo aspettavate
vero? Io invece ci ho pensato tanto, l’ho
studiato per tanto.
So dove vi trovate, nel garage del Rosso. La
banda si riunisce li, per decidere chi picchiare il
giorno dopo, chi tormentare, chi umiliare.
45
Basta della benzina, la rubo alla macchina della
mamma. Poi ne faccio una piccola bomba e la
butto nel garage mentre siete dentro e chiudo la
porta con una sbarra e...sarò libero. Sono libero!
L’ho fatto veramente! Mi ricordo. Nessuno ha
pensato a me. Troppo piccolo, troppo pauroso,
troppo grasso per qualsiasi cosa.
Perchè siete qui allora ? Non ci siete più, non
dovete esserci più.
Ma vi sento. Siete fuori della porta. Mi avete
trovato!
Dove vado?
Non volevo, non ce la facevo più!
Ma come fate ad essere qui? Mi avevano detto
che vi avevano trovato nel garage, soffocati
dalle fiamme, che non eravate riusciti ad uscire.
Avevo chiuso tutto!
Cos’è questo odore? Benzina ?
NOOOOOOOOOOOOOOOOO.
Devo uscire! Non bruciatemi, non volevo. Cioè
si, non ce la facevo più, ma era finita! Come fate
ad essere qui?
Rosso ? Sei tu ? Bue, per favore....voi siete
buoni, lo so. Vi prego, non ascoltate Scuro.
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Vi pago, ora posso. Ho i soldi, li rubo agli altri.
Sono grande, ora esco.
Aspetta, guarda prima dalla serratura, non
aprire la porta.
Fatti furbo. Non sapevano, non l’hanno mai
saputo, ma io sono furbo. Non mi hanno mai
trovato, chi si preoccupa di “Jack the Pig”?
Ah ! Ah ! Ah!
Adesso invece avete tutti paura di me.
Adesso sono io comandare, mi avete insegnato
voi la cattiveria! E ora sono più cattivo di voi.
Andate via!
Non voglio essere bambino, voglio essere
grande. Voglio tornare grande, forte.
Non voglio più avere paura.
Invece ho tanta paura.
Lo so che mi farete male, ancora una volta e
ancora e ancora.
Ma io mi sono vendicato. Sapete quanti ragazzi
ho distrutto ? Sapete quanta gente ho fatto
piangere?
Sei tu, Rosso, che mi hai insegnato a ridere
mentre mi imploravano di lasciarli in pace, che
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non potevano pagare, che non volevano essere
presi in giro.
E tu Bue sei stato un maestro nell’arte di
soffocarli, di impedirgli di scappare mentre gli
portavo via tutto.
Ma nessuno è stato più bravo di te, Scuro: il
genio della sofferenza e della crudeltà. Da te ho
imparato il gusto di colpire un po’ alla volta,
ripetutamente e lentamente, per prolungare
l’agonia. Tu mi hai mostrato cosa significa il
piacere nel vedere gli altri implorare pietà,
nell’umiliarsi pur di sottrarsi al dolore.
Quanto mi diverto a vederli nelle mie mani
imploranti, quanto mi sono divertito a sentirvi
urlare nel garage in fiamme.
No, non è vero. Sto mentendo. Non sono stato
io.
Io sono un bambino grasso. Faccio quello che
volete, mi faccio picchiare dopo.
Ma adesso andate via.
Non aprite la porta !
Via! Basta!
Sento caldo. Sta bruciando qualcosa.
Sto soffocando, devo correre alla finestra.
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Ma sono nella stanza quattro, le finestre sono
piccole, non ci passo, sono grasso!
La porta, devo aprire la porta!
E’ chiusa ! Chi l’ha chiusa?
Aprite! Rosso? Bue ? Scuro ?
Aprite, per favore!
Sto male, non respiro.
Mamma, sto male.
Aiuto!
Qualcuno ...mi aiuti
Vi prego...
Ho solo dieci anni....
...ma ora mi sveglio......mi sveglio...
...per favore…aprite…aprite…apr…
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