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Published by lapazienzadiercolino, 2017-06-30 09:33:35

La Baita Un Racconto Horror

LaBaitaUnRaccontoHorror

Venerdì (Giulia)

“…guardaguardaguarda il ca che me ne frega
tutututuututuutututuu aspetta che ti mostro il ca
che me ne frega…”

Mi sembra ieri di rivedere noi otto in quella
casa …
-Hai preso il caricabatteria?-
- Sai che non lo so …
Intanto arrivò il bus …
- Controllo? Ci metto un attimo
-Va beh ce lo avranno gli altri … Partiamo!
Ricontrollammo la nostra prenotazione come
facevano sempre i nostri genitori, e ci
confrontammo su come pensavamo che fosse la
casa. Il bus si fermò e noi ci accorgemmo che la
casa era alla nostra destra.
mi ricordo ancora le facce deluse dei nostri
compagni …
-Ma che … che diavolo è sta roba!?-
- Giulia ma cosa è sta baracca?– mi chiesero
all’unisono.
-Aspettate che cerco sul cellulare – se ci ripenso
mi fa ridere il telefono avevo allora – il sito

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parla di una baita a 4 stelle ma, non saprei
adesso …
-Magari cinquant’anni fa! – tutti risero a quella
battuta, quanto vorrei risentire quelle risate
adesso.
-Sta iniziando a piovere, entriamo in casa
-Non potrebbe andare peggio di così!
Entrammo in casa …
-Oh si che potrebbe andare peggio!
Appena entrati sulla destra vi erano dei mobili
vecchi e impolverati coperti da teli bianchi,
messi in disordine per la stanza, ad un lato
trovammo pure una libreria mal messa. La
cucina era situata alla sinistra dell’ingresso,
opposta al soggiorno con i mobili impolverati,
era spaziosa con un ampio e vecchio tavolo al
centro, poi su quel tavolo ci dividemmo le
stanze.
Gli alloggi per la notte erano disposti uno di
fianco all’altro separati da un lungo e stretto
corridoio. La prima stanza a destra la prese
Steve, un ampio spazio con un letto cigolante e
un vecchio armadio in legno di quercia. Aveva
un balcone come nelle altre stanze ma affacciato

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su un precipizio, e per la paura dell’altezza che
lo tormentava, teneva sempre la finestra serrata.
Nella parte di sinistra, gli alloggi furono
occupati dalle ragazze e quelli a destra dai
ragazzi. Io mi sistemai nell’ultima porta del
corridoio.
Buttai a terra le valigie e notai che la camera era
molto contenuta, si trovava in mansarda, aveva
il soffitto pendente e il letto nella parte
inclinata. Era l’unica a non avere il balcone ma
aveva una finestra stretta, per niente adatta a
me.
-Sicura di voler dormire qua Giulia ?- mi
chiesero con premura le altre ragazze.
-Si si tranquille … anche perché c’è la presa per
il mio telefono - lo dissi per scherzare e gli altri
risero, ma non ero sicura della mia scelta.
Sistemai i vestiti nell’ armadio impolverato, nel
riordinarli trovai un lenzuolo e delle coperte e
preparai il letto per la notte.
DRIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIN………..
Scendemmo al suono della campanella.
Trovammo Steve in sala da pranzo e pensando
fosse stato lui nessuno si insospettì.

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Chiacchierammo durante tutta la cena e poi fu
il momento di andare a letto tranne per me che
dovetti sistemare la cucina, pulii i piatti con dei
vecchi detersivi probabilmente scaduti. Finita la
cucina passai dal bancone e trovai dei coltelli
rovinati e graffiati sulla lama che non avevamo
usato. Questo mi inquietò ma feci finta di niente
e tornai in camera mia.
Nel corridoio c’era un silenzio assordante, lo
scricchiolio dei miei passi rimbombava, entrati
in camera mia mi misi il pigiama, mi coricai.
Passarono delle ore e io ero ancora sveglia, non
riuscivo a prendere sonno, provai a ragionare
sui motivi della mia insonnia: poteva essere per
quei coltelli, ma non ci volevo pensare troppo
decisi allora di dare la colpa alla camera stretta,
un grande problema per me che sono
claustrofobica.
La mattina mi alzai senza problemi anche
perché dormì in totale un ora durante quella
lunghissima notte immersa in quel vortice di
pensieri inquietanti. Mi recai in cucina, lì trovai
già tutti impegnati a cucinare e ad
apparecchiare, cominciai a sclerare …

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-Dove sono i coltelli!!!-urlai , tutti quanti mi
guardarono con delle facce scandalizzate.
- Giulia quali coltelli?- mi chiese Isabell.
- Secondo me stai impazzendo-, mi disse Sara.
-Ma no, non ha semplicemente dormito, ha
bisogno di una boccata d’aria, tutto qui. –
sdrammatizzò Hanna.
-Perché oggi non andiamo a fare una
passeggiata nel bosco?- buttò lì Steve
- Bellissima idea .- esclamammo tutti quanti.
All’aria aperta mi sentì subito meglio,
dimenticai quasi totalmente dell’accaduto
successo la sera prima, dei coltelli apparsi e
scomparsi magicamente ieri sera, era solo una
illusione ottica, non era vero non ci volevo
credere non ci dovevo credere.
Proprio quando smisi di preoccuparmi e di
godermi la natura. Steve tornò correndo dalla
casa, come se qualcuno lo stesse inseguendo,
non mi ero nemmeno accorta della sua
assenza,prese a litigare con Jack , sembrava
arrabbiato , non riuscivo a capirne il senso, poi
improvvisamente, forse distrattamente o forse
intenzionalmente sentì pronunciare più di una

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volta la parola coltelli lì mi percorse un brivido
lungo la schiena.
Tornati a casa Steve ci fece vedere il luogo dove
aveva avvistato i coltelli. Non c’erano più, lui
era scioccobassito, nessuno gli credette tanto
meno Jack , io ero l’unica a credergli anche
perché, ero l’unica, la sera prima, ad aver visto
gli stessi coltelli della sua descrizione.
-Ragazzi torniamo a casa se nessuno vuole stare
qui- affermò Sara, ma nessuno diede risposta. I
minuti passavano e tutti si guardavano i piedi,
spostavano gli sguardi sulle pareti come se così
avessimo trovato la soluzione.
- Io … io non voglio rovinarvi la vacanza. – si
decise a parlare Steve.
-Steve non è colpa tua, anche perché penso che
tutti se ne vogliano andare da qui. – dissi io
- Dai ragazzi, domani mattina torniamo a casa.
Tanto la vacanza non potrebbe andare peggio
di così– , disse Jack
- Sono stanca di stare qui. – ribatte Hanna
Decidemmo quindi di andare a letto per
riposarci e per schiarirci le idee.

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Non lo avevo detto ma io volevo solo
andarmene, ma solo se qualcuno lo avesse
voluto con me.
Nella notte volevo alzarmi, dire ai miei amici
che non riuscivo a dormire e che questa casa mi
dava un senso di ribrezzo e terrore. Ma forse
sarei sembrata troppo una bambina, una piccola
bambina piagnucolona che non riusciva a
prendere sonno, che voleva la mamma; ma loro
non avevano capito la storia dei coltelli e la
prendevano come una mia fantasia. Cavolo era
già la seconda volta che non riuscivo ad
addormentarmi, sentivo che quelle pareti mi
osservavano, avevano vita propria e che appena
avessi socchiuso gli occhi per entrare nel
mondo dei sogni, mi avrebbero aggredito.
Me lo sentivo ma nessuno mi avrebbe creduto,
come tutte le volte d’altronde. Era la noiosa
Giulia che cercava sempre una soluzione logica
a tutto ma quella volta non la trovavo.
I pensieri mi offuscavano la mente tanto da
farmi cadere in un sonno profondo in cui sarei
stata troppo vulnerabile. In quei giorni cercavo
disperatamente qualcuno, i miei compagni

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erano spariti tutti la mattina dopo che avevamo
deciso di andarcene. Come se qualcuno ci
avesse ascoltato o in qualche modo ce lo
impedisse …
Questa mattina decisi di cercare nuovi spazi
nella casa dove si potevano trovare, pensavo di
cercarli pure nel cortile esterno ma le porte
erano bloccate e le finestre pure.
Iniziai a girare per la casa che mi sembrava
sempre più diversa e spaventosa dalla prima
volta i cui la vedemmo, fino a trovarmi in uno
stretto e basso corridoio che pareva infinito. In
fondo ad esso si trovava una piccola porta di
legno che sembrava però sempre lontana e
irraggiungibile. Decisi di tornare indietro ma
l’inizio era ancora più lontano della fine, forse
dovevo continuare a percorrerlo soprattutto per
l’attrazione che mi provocava. Sembrava che la
casa volesse attrarmi verso il suo centro e non
farmi più uscire; sapevo però che i miei amici
non potevano che essere lì e io ero l’unica
rimasta per salvarli.
Era terribile per me attraversare quel corridoio
per la mia paura degli spazi stretti, ma l’idea

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che i miei compagni si trovassero lì non so per
quale motivo, mi spingeva a camminare sempre
più veloce. Dopo un tempo che mi sembrò
infinito, quelle porta me la ritrovai davanti. Ci
ragionai un po’ su, ma inconsapevolmente,
come se qualcuno mi avesse spinto da dietro,
entrai e la porta si richiuse alle mie spalle. Non
provai nemmeno a riaprirla perché mi trovai
incantata. Ipnotizzata da quello spazio vuoto
dai mobili e così stretto per una sola persona.
Rimasi in piedi a osservare le pareti cercando
un perché di quello spazio scuro e stretto. Il mal
di testa, il disorientamento che mi provocavano,
sembravano farle muovere e stringere verso il
centro. Sapevo che non era vero. Non era vero.
Non era vero. Lo sapevo. Ma ne ero veramente
convinta? Si. Non era vero.
Non riuscivo più a tenermi in piedi, le mie
gambe cedettero e io mi trovai accovacciata a
terra. Le mie mani tenevano la testa che
sembrava non appartenermi più e le mie gambe
si rannicchiarono al petto. Mi volevo difendere
da tutto ciò che mi circondava. NO!. Non era
vero. Le pareti non si stavano stringendo.

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Mi arresi. Non credevo più neanche a me stessa.
Era vero. Si muovevano. Questa casa si moveva.
Aveva una vita propria. Era viva. E voleva me.
Voleva la mia morte.
Adesso tutto aveva un senso. I coltelli sul
tavolo, il nome della casa, il nome della casa,
MURDER HOUSE (nei racconti dei giovani
vacanzieri). COME AVEVO FATTO A ESSERE
COSÍ STUPIDA. Tutto riconduceva a quello, la
casa era viva. Voleva la mia morte. E gli altri?
Che fine hanno fatto? I corpi? Davvero non li ho
trovati? Ho perlustrato ogni centimetro? Cosa
se ne faceva LEI dei morti? Tutto era così
inquietante. Non avevo più tempo. Alzai la
testa sempre protetta dalle mie mani e mi trovai
le pareti addosso. Sempre più vicine. Vicine.
Vicine a schiacciarmi. Vicine per uccidermi.
Perché la casa voleva la mia morte.
E io cedetti. Gliela diedi.

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Sabato (Steve)

Stavo tornando di corsa dal bosco per
recuperare il mio telefono che avevo
dimenticato in camera.
Arrivato presi le chiavi e aprii velocemente,
lasciando la porta socchiusa, salii le scale in
modo fugace per restare in quella casa, che mi
terrificava dal primo giorno, il minor tempo
possibile.
Imboccai il corridoio con le nostre stanze e
trovai sette coltelli con le lame graffiate e molto
rovinate, posti davanti a ogni porta, con le
punte rivolte verso l'entrata.
Iniziai a indietreggiare spaventato da quella
situazione, anche se l'unica ragione plausibile
era uno scherzo di Jack e Alberto, soliti
deficienti.
Mi dimenticai del telefono e corsi di sotto per
scappare da quella situazione. Aprii il portone
principale con difficoltà, visto che era vecchio e
cigolava e lo sbattei.

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Attraversai il bosco e mi trovai di nuovo tra i
miei amici, lontano dalla baita. Mi diressi verso
Jack e lo presi per il collo della maglietta:
-Non è divertente! -
- Cosa ho fatto questa volta? Sempre a far la
vittima tu. Bambino! - Mi parlò con un’aria
strafottente e io non potei fare altro che
spiegargli tutto anche se doveva saperlo bene…
- Coltelli davanti alle porte? Davvero? A volte
sei così patetico. Non ho detto niente quando
mi hai buttato l’acqua addosso in pullman,
niente quando mi hai messo una cavalletta nel
letto ma questo mi sembra davvero troppo! –
Ero così arrabbiato, perchè non voleva
ammetterlo.
- Va bene scusami. Comunque non so neanche
cosa intendi per coltelli davanti alle porte
quindi… - sembrava sincero… ma non gli
credevo.
- Dicevi così anche per gli altri scherzi,
eppure… -
- Va bene! Mostrami questi coltelli! - accentuò
coltelli mettendo le virgolette.
- NO! NON CI TORNO IN QUELLA CASA! -

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L’ultima cosa che volevo era rivedere quelle
lame rivolte verso le nostre porte come per
segnare la nostra fine.
- Invece ci torni caro mio! - Mi strattonò per un
braccio e mi portò per quella stradina che avevo
percorso di corsa poco prima.
Arrivammo davanti al portone e mi ricordai che
lo avevo lasciato socchiuso e mentre ero andato
a prendere il telefono ed ero tornato, si era
chiuso.
-Tu non eri al bosco… tu mi hai seguito! Mi hai
chiuso il portone alle spalle per farmi
spaventare ancora di più; tanto adesso i coltelli
ci saranno ancora… visto che ti ho battuto sul
tempo. -
Sicuro di me lo portai nel fatidico corridoio.
-NO! NO GIURO C’ERANO DEI COLTELLI.
GUARDATE CHE C’ERANO. -
- Visto, ve l’ho detto che sei un bambino… - mi
rispose jack.
- Sta zitto. Nessuno mi assicura che eri davvero
col gruppo - ribattè Steve.

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Tutti si guardarono un po’ sconvolti dalla
situazione e Giulia, la classica pacifista, si decise
a parlare.
-In verità… Jack, è sempre stato con noi. Noi
siamo sempre stati tutti insieme.-
- Come ? E allora chi ha messo quei coltelli?-,
chiese stupito Steve.
- Io.. io ti credo..anche perchè...- prese le mie
difese Giulia, (quanto era dolce).
-Ecco, te pareva la pazza strana prende le difese
del piagnone, che scenetta patetica-, disse
Alberto che fino ad ora era rimasto zitto, in
attesa di insultare qualcuno come al suo solito.
-Torniamo a casa se nessuno vuole stare qui-
affermò Sara, ma nessuno diede risposta.
I minuti passavano, e tutti si guardavano i piedi
un po’ imbarazati per quanto detto da Alberto;
io soprattutto. Era un emozione negativa, ma
pur sempre un emozione. Quanto darei adesso
per provare delle emozioni!
- Io.. io..non voglio rovinarvi la vacanza-, mi
sforzai di dire.

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- Steve, non è colpa tua, anche perchè penso che
anche gli altri se ne vogliano andare da qui!-, mi
consolò Giulia .
- Dai ragazzi domani mattina ce ne torniamo a
casa, tanto non potrebbe andare peggio di così -
disse Jack.
-Sono stanca di stare qui !-, commentò Hanna.
Nessuno rispose... ma eravamo tutti d’accordo:
questa casa ci inquietava, questo ambiente ci
inquietava,questa vacanza era un incubo da cui
volevo svegliarmi ma non ci riuscivo….
Tutto sembrava irreale, come fuori dal tempo e
da ogni sua logica.
Un detto dei vecchi di queste parti invita a
pregare per i morti, perché spesso non sanno di
esserlo.
Andammo a dormire, ma non riuscivo a
prendere sonno ed era già la seconda sera.
Volevo pensare di non essere il solo, ma sapevo
che ero l’unico bambino piagnone.
Volevo una boccata d’aria, volevo respirare e
far volare via i tormenti; ma non volevo l’aria
che conteneva la casa, volevo un’aria fresca,
pulita, che mi sollevasse dai pensieri.

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Contro i miei timori e le mie paure aprii la
finestra.
Come se mi chiamasse. Era lì a dirmi “aprimi,
esci, respira”, ma io avevo paura di lei.
Non di lei, ma di ciò da cui mi proteggeva:
l’altezza simile all’infinito.
Uno strapiombo roccioso e ripido. Anche lui mi
chiamava, ma non per il mio bene. Non trovavo
la forza di oppormi a quel desiderio di
freschezza sulla pelle, lontano dalla pazzia.
Mi tolsi le lenzuola e, ancora in pigiama,
camminai lentamente con lunghi passi, come se
stessi per affrontare la mia morte. Adagiai le
mani sul parapetto freddo. La nebbia copriva il
vuoto e lo rendeva ancora più indeterminato.
Indietreggiai con la stessa andatura di prima,
rimanendo con lo sguardo fisso.
Tornato in camera, richiusi la finestra,
frastornato dagli scricchiolii che provenivano
dalla maniglia. Mi sentivo meglio… veramente
c’erano quei coltelli? O me li ero immaginati?
Forse erano stati frutto della mia fantasia, ma
come faceva anche Giulia ad averli visti? Perchè
mi credeva? Li aveva messi lei? Forse sì… forse

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no… la realtà non sarebbe saltata fuori con
sciocche ipotesi ma sapevo che la mattina avrei
dovuto parlarle.
L’aria mi aveva confuso ancora di più i pensieri.
Tornai a letto e, stanco da tutte quelle domande
irrisolvibili, mi addormentai velocemente.
La mattina successiva fui svegliato dalla luce
del sole, che proveniva da quella finestra che
non volevo più aprire. Ma cosa avevo avuto in
mente la sera prima? Volevo morire?! Forse non
ero cosciente ma ero stanco dei forse.
Stavo impazzendo! Avevo una voglia pazza di
sfondare la porta e correre via. Ma la mia
natura, pacificamente codarda e rassegnata, me
lo impediva.
Mi avvicinai lento e cauto, come se dietro quella
porta, ci fosse stato un clown pronto a
spaventarmi o ancora peggio: un precipizio
senza fine.
Girai la manopola verso sinistra ma niente, non
si apriva. La casa era vecchia, forse dovevo
girare con più forza. Ma niente.
Girai a destra.
Con forza.

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NIENTE!
Di nuovo a sinistra.
Con forza.
NIENTE!
Ero bloccato.
Mi inginocchiai a terra e iniziai a piangere; un
pianto insensato, silenzioso, soffocato.
Riaprii la finestra, l’unica che mi poteva isolare
da quella situazione.
Volevo scappare, ma l’unica via di scampo era
un grande burrone. Un burrone che conteneva
le mie più grandi paure fin da piccolo, quando
mio padre…
I miei piedi scalzi poggiarono sul pavimento
gelido del terrazzo e le mie mani ebbero la
stessa sensazione quando toccarono il
parapetto.
Le porte si chiusero alle mie spalle e io neanche
me ne accorsi.
Mi pareva essere chiamato da qualcuno, forse
Giulia, forse quel maledetto burrone. BASTA!
BASTA AVERE PAURE. Basta indecisioni. Mi
sembrava di essere arrivato al limite della
pazzia.

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Spinsi la ringhiera con forza verso il basso,
come se avessi voluto gettarla nel fosso.
Non fu difficile, era vecchia e arrugginita e si
spezzò, lasciò le mie mani libere. Libere di poter
fare qualcosa. Libere per opporsi.
Ma i miei passi erano curiosi, curiosi di sapere
cosa conteneva quel vuoto. Solo toccando il
fondo si riusciva a tornare a galla. Non era così
che diceva il detto? Peccato che per me non
funzionò, il vuoto mi portò con sè e non mi fece
più tornare.

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Domenica (Sara)

Sara non corrispondeva all'ideale della classica
ragazza che ti lasciava a bocca aperta.
Timida e riservata non era una tipa da
discoteca, preferiva piuttosto sdraiarsi sul
divano con un libro e una tazza di tè.
I suoi capelli rossi arrivavano fino alle spalle e
la sua pelle bianca e candida era coperta di
lentiggini.
Aveva un sorriso di quelli che ti fanno sognare,
uno di quelli che ti può rallegrare la giornata,
uno di quei sorrisi che faresti di tutto per non
spegnere.
Molti la ammiravano per i suoi occhi verde
speranza, dentro quei occhi ci si perdeva. Era
una ragazza calma e tranquilla, non si
arrabbiava per nulla, era indifferente a molte
persone ma non era scorbutica o acida.
Amava i suoi amici, li amava davvero con tutto
il cuore, erano gli unici per cui avrebbe dato la
vita, gli unici.
La sua passione era sempre stata la fotografia.
Le piaceva stampare i suoi migliori scatti e
realizzarne un album.

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La camera di Sara era situata tra quella di Isabel
e Steve, al terzo piano. Non era nè grande nè
piccola, ma abbastanza capiente per ospitare un
adolescente della sua età.
Sara entrò. Due imponenti finestre occupavano
gran parte della parete di fronte all’ingresso. Il
vetro era lucido e pulito, un po’ estraneo
all’ambiente circostante, polveroso, logoro ed
incanutito. La luce proiettata dalle finestre
illuminava il centro della stanza, dove vi era
collocato un ampio letto da una piazza e mezza.
Le lenzuola ingiallite e cupe, che lo
avvolgevano, creavano contrasto con la felpa
lilla della ragazza. Sara, stranita e indispettita,
quasi spaventata dall’insolita posizione di quel
letto al centro della camera, lo spostò, decisa,
contro un'altra parete dove non poté non notare
una ventina di foto al quanto suggestive ed
inquietanti: venti occhi grandi, profondi e
penetranti erano puntati su di lei.
Movimenti, espressioni e gesta erano tenute
tutte sotto stretto controllo.
A Sara venne l’impulso di scaraventare a terra,
ridurli in frantumi, disintegrarli se necessario…

70

ma non lo fece; si limito solo a lanciargli
qualche occhiata sinistra e controllare che, per
qualche strano motivo, non si movessero.
Improvvisamente entrò Hanna nella stanza per
avvertila che il pranzo era pronto e avrebbe
dovuto raggiungerli nella sala da pranzo pochi
minuti dopo. Sara sistemò i suoi album sulla
mensola vicino all’armadio, ripose la valigia sul
letto e uscì dalla stanza. Raggiunse gli altri in
sala da pranzo che la stavano aspettando da
dieci minuti. La sala era piccola, in legno di un
colore scuro e consumato.
Le panche stavano a fianco ai tavoli coperti da
tovaglie a quadri rossi. Per pranzo Isabel ed
Edoardo cucinarono la pasta al sugo, insipida e
cruda. Sara si sforzò di buttare giù cinque
bocconi, ma il suo stomaco ne accettò solo tre.
Gli altri se ne accorsero e la guardarono male.
Finito il pranzo, si radunarono in salotto. Era
una stanza poco luminosa e polverosa. Due
poltrone erano disposte ai lati della parete a
destra rispetto all’ingresso. Sara si sedette nel
posto che le sembrava meno polveroso: una

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graziosa seggiola situata vicino all’angolo della
stanza.
Giocarono ad obbligo o verità e quando capitò
il turno di Sara scelse obbligo. L’obbligo
consisteva nel girare per tutta la baita al buio,
completamente sola. Inizialmente a Sara
l’obbligo non sembrò tanto orrendo, ma quando
attraversò il corridoio, il sangue le si raggelò
nelle vene.
Il corridoio dell’albergo era la parte, secondo
Sara, più spaventosa… Aveva una assai scarsa
illuminazione, che non permetteva di vedere
dove esso finisse. Le pareti erano scure, di un
color verdognolo, e l’intonaco presentava
macchie dovute all’umidità dell’ambiente, oltre
che del muro.
Era molto stretto (non superava il metro e
mezzo di larghezza) e l’aria sembrava mancare.
Inoltre perdeva acqua da un buco nel soffitto
che per quanto il corridoio fosse buio, sembrava
sangue.
Con il cuore in gola decise di attraversarlo.
Sentiva il cigolio del parquet sotto le sue all star
gialle.

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Passò accanto alla camera di Steve e
ripensandolo provò subito una sensazione di
sollievo, ma quando affiancò la stanza di Isabel
provò un profondo disprezzo ed odio (inoltre
fu proprio lei a suggerire l’obbligo ad Edoardo).
L’itinerario finì e raggiunse di nuovo i suoi
compagni nel salotto. Obbligo qui ed obbligo là,
la giornata terminò e tutti si appartarono nelle
proprie stanze.
Sara sistemò le coperte, aggiunse il piumone
alle lenzuola e vi s’infilò dentro. Nonostante gli
strati che sovrastavano il suo corpo, tremava
dal freddo. Non riuscì a chiudere occhio per
tutta la notte.
Quella notte, Sara, non riuscì a chiudere occhio,
neanche per un solo secondo. Pensava e
ripensava a quelle fotografie che come soggetto
avevano degli occhi che la fissavano.
I minuti le sembravano infiniti, il tempo
sembrava essersi fermato, e pian piano cresceva
in Sara la voglia di distruggere quelle foto. Ad
ogni minuto che passava Sara diventava
sempre più irrequieta… Per cercare di calmarsi

73

iniziò a leggere un libro, ma neanche quello
riuscì a placare la sua ira verso quelle foto.
Decise allora di uscire a prendere un po’ d’aria
e a fare una bella passeggiata nelle vicinanze
dell’albergo. Il tempo passò in fretta e ben
presto si fece l’alba.
Spuntò la prima alba lungo le cime dei monti.
Sara si vestì si lavò e si diresse in sala da
pranzo, dove avrebbe fatto colazione.
Erano tutti intenti ad apparecchiare ed a
impiattare biscotti e brioche appena sfornate.
Sara si domandava come facevano i suoi amici
ad essere così pimpanti ed attivi , dal momento
che lei si reggeva a malapena in piedi. Quella
notte insonne l’aveva distrutta.
Quando tutto fu pronto e sistemato, Sara si
sedette a tavola con Hanna, Steve ed Edoardo.
Buttò giù una tazza di latte e qualche biscotto al
cioccolato. Osservò il piatto di Hanna e si stupì
di quanto cibo aveva preso.
Finita la colazione salirono in camera per
lavarsi i denti e coprirsi meglio per affrontare la
gelida temperatura dell’esterno. Prese un paio
di doposci dal suo armadietto, la giacca vento

74

arancione dalla cassettiera e lo scalda collo dalla
valigia blu. Pronta e ben coperta raggiunse i
suoi compagni fuori dalla baita.
Si avviarono per un sentiero. Il sentiero era
molto disconnesso e non era praticabile, se non
a piedi. Tuttavia si poteva godere della vista di
una vastissima foresta del colore bianco
candido della neve, che ricopriva l’intera
montagna come un’ immensa coperta… Gli
alberi a lato del sentiero erano betulle dal
tronco chiaro, che si confondeva quasi con il
colore della neve. Il cielo era limpido e le
nuvole erano di un bianco pulito. Tutto
sembrava in armonia, persino Sara ed Isabel
sembravano in pace l’una con l’altra.
Sul sentiero venne attratta da una meravigliosa
stella alpina. Dapprima notò le sfere gialle di
polline che le ricordavano le decorazioni
natalizie con cui decorava il suo albero di
Natale e poi quei candidi petali bianchi simili a
cotone, che le ricordavano fiocchi di neve.
Rimase lì impalata a guardarla per molto tempo
perché, tra tutti i fiori che aveva fotografato

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nella sua vita, non aveva mai visto nulla di
simile.
Una pigna caduta dal pino sovrastante le fece
distogliere lo sguardo e ritornò nella
dimensione della realtà rendendosi conto di
essere rimasta da sola. Disperata estrasse il
cellulare dalla tasca della giacca a vento e tentò
di contattare Hanna, ma invano: non c’era
campo.
Rimase lì immobile con il terrore marchiato in
viso.
Dopo dieci minuti di piena solitudine decise di
ritornare da sola alla baita … ma qual era la
strada da percorrere?
Cercò di ricordare il percorso fatto all’andata e
subito ricordò quella meravigliosa stella alpina.
Dopo due lunghe ore era giunta davanti alla
porta della baita.
Senza pensarci due volte entrò; all’esterno si
congelava.
Appena varcata la soglia della porta, si diresse
in salotto, dove accese il caminetto e si mise a
sfogliare le pagine del suo album preferito. Il
fuoco che ardeva la legna le donò conforto. Per

76

riporre la giacca e lo scalda collo salì al terzo
piano ed entrò nella sua stanza.
Notò immediatamente che gli occhi avevano
cambiato posizione. Il viso le si sbianco e
divenne d’un colore cadaverico. Sentiva un
calore pazzesco salirle lungo la schiena, voleva
scappare, ma nono poteva: aveva i piedi
bloccati a terra come dal cemento secco.
Improvvisamente sul muro si distinsero
sagome umane che emergevano dalle pareti.
Ogni occhio aveva una propria sagoma. Venti
alte, orrende sagome nere l’accerchiarono. Sara
non sapeva che fare, che dire, che pensare,
ormai era in preda al panico, ormai era giunta
la sua ora.
Con le mani si protesse il viso come per evitare
di assistere alla sua stessa fine. Quando una
sagoma le trafisse il petto, cessò di respirare.
A lavoro completo le sagome rientrarono nelle
pareti unificandosi nuovamente con il muro.
Ora sul pavimento, collocato al centro della
stanza, rimaneva solo un’agghiacciante carcassa
informe immersa in un lago di sangue.

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Un invadente ospite della baita era ormai
sistemato …... chi sarebbe stato il prossimo?

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Lunedì (Edoardo)

Sono Edoardo un ragazzo dai capelli biondo
cenere . Ho un taglio alla moda: i capelli rasati
più sui fianchi e un po' più lunghi sopra.
Ho gli occhi castani , e indosso spesso dei
Rayban a goccia.
Ho un naso aquilino, con una piccola gobbetta .
Sotto il naso, prima della bocca, c'è un
piccolissimo neo marrone.
Poi c'è la bocca . Il labbro superiore non è molto
carnoso e quello inferiore più piccolo. La bocca
è proporzionata.
Quando sorrido, gli altri possono scorgere i
bianchissimi denti.
Una mascella robusta, che mi conferisce un'aria
ancor più sicura di me.
Le spalle , anch' esse robuste sorreggono due
braccia palestrate al punto giusto, che si
poggiano a loro volta su un corpo perfetto , il
mio. Muscoloso.
Sono un tipo sportivo. Il mio sport preferito è il
basket, ci gioco sempre dopo la scuola, il
martedì e il giovedì. Mi reco spesso in palestra

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con mio padre e gli amici. Amo prendermi cura
di se stesso per apparire sempre al meglio.
Ho una cotta pazza per Sara, che tengo nascosta
per non deludere tutte le mie fan a scuola.
Non sopporto Steve perché spesso si trova con
Sara mentre adoro Alberto: il suo migliore
amico.
Sono molto estroverso e mi viene meglio di fare
amicizia con persone solari ed allegre. Mi vesto
sempre alla moda; le mie scarpe preferito sono
le Adidas rosse che indosso quasi sempre.
La mia più grande paura è di perdere per
sempre il mio fascino inimitabile.
La mia camera si trova a lato di quella di Isabel.
Non è affatto accogliente, infatti, presenta pareti
con l’intonaco pieno di crepe. Alcuni pezzi si
erano staccati completamente, cadendo così per
terra.
Appesi al muro c'erano dei quadri che
raffiguravano dei volti pieni di rughe, volti di
anziani che mi facevano inorridire, talmente
sembravano brutti e sofferenti.
Le finestre sono di un legno ormai marcio per il
passare degli anni ed il davanzale è pieno di

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polvere, segno di nessuna pulizia effettuata
recentemente... Sembrava quasi che i
proprietari volessero mettermi a disagio ma mi
rendo conto che questo è un pensiero folle e
fuori posto.
Il letto si trova in un angolo della stanza, dove
dal soffitto c'era una perdita d'acqua che aveva
bagnato per metà il cuscino, ora comunque
sembra tutto asciutto e nel piccolo armadio ci
sono altri due cuscini, apparentemente puliti,
anche se l’armadio consumato dai tarli, sembra
dover cedere da un momento all'altro.
Il pavimento è umido e freddo; ciò è dovuto alle
perdite provenienti dal piano superiore.
Il lampadario penzola in modo non rassicurante
dal soffitto e la lampadina è mezza fulminata.
Ripongo ordinatamente il mio vestiario
nell'armadio, poi metto la valigia sotto il letto e
mi sdraiò- Mi addormeno.
All'improvviso la porta della stanza si apre e
sulla soglia compare Steve. Mi guarda per un
attimo un po' stranito poi mi comunica che il
pranzo è quasi pronto.

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Sistemo le ultime cose in camera e raggiungo i
miei compagni in sala da pranzo.
Appena tutti sono nella sala da pranzo tolgo
dalla borsa il pranzo al sacco che avevo portato
da casa mentre Isabel e Sara preparano
un'insalata mista.
Gli altri, intanto, apparecchiano su un piccolo
tavolino, in parte polveroso;
Noto le grandi pareti con tende orribili e molto
vecchie nella fatura e nello stile, veri e propri
pezzi di antiquariato, forse risalenti al periodo
della Grande Guerra. La sala da pranzo è
probabilmente la più squallida tra tutte le
stanze della baita, piena di mobili antichi e
polverosi, e le mura con non poche ragnatele.
Dopo aver pranzato andiamo in salotto, che ha
lo stesso stile del resto della baita, con mobilia
antica e divani in pelle anni 80' del secolo
precedente. C’è anche un caminetto in pietra
alto fino al soffitto. Le pareti sono addobbate
con carta da parete rosa e blu (un aggiunta
recente e un pessimo assortimento secondo
Edoardo). Non ci sono finestre e l'ambiente è

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illuminato da un grande lampadario posto al
centro del soffitto.
Il parquet è di legno di ciliegio; quest'ultimo è
vecchio, mal ridotto e cigolante. Tra i divani ci
sono dei tavolini con sopra delle riviste
piuttosto vecchie All'angolo del salotto c'è un
piedistallo con un televisore in bianco e nero a
tubo catodico. Lì accanto un vecchio lettore di
cassette a nastro.
Alla sera verso le 22:00 propongo di giocare a
“Obbligo o Verità”.
Comincio io.
Steve mi chiede: “obbligo o verità?”, scelgo
obbligo.
L’obbligo consiste nel fare due giri intorno alla
baita, da solo e senza neanche una luce.
Inizio a camminare, dopo qualche secondo la
paura mi prende quindi inizio a correre.
Ad un tratto cado e in quel preciso istante sento
un fortissimo rumore inquietante come l’ululato
di un lupo ma molto più potente e bestiale.
Continuo a correre e senza accorgermene
completo i due giri intorno alla baita.

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Impaurito e infreddolito rientro nella baita,
dove i suoi compagni ma soprattutto Steve mi
stanno aspettando.
Tutti mi domandano: ”Ma dov’eri finito!”, e io
con ancora terrorizzato rispondo: “Mi sono
perso, per questo ci ho messo tanto”.
Dopo svariate domande interviene Isabel,
dicendo di smetterla con l'interrogatorio e di
continuare a giocare.
Andiamo avanti tutta la serata, per ancora
almeno due ore; vengono scelti tutti e qualcuno
anche due o tre volte, poi andiamo nelle
rispettive stanze a dormire.
Tentenno poiché so che la notte non passerà in
fretta e poi noto con dispiacere e disappunto
che la stanza è come imbruttita, senza un
minimo di fascino e di carattere.
Il lampadario, le finestre, il letto … tutto è
trasandato e molto inospitale.
La osservo meglio. Noto molti quadri con il
vetro rotto e il tappeto strappato, ma ciò che mi
colpisce di più è lo specchio frantumato.
E’ uno specchio integrale e a inquadrarmi
interamente, dalla testa ai piedi.

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Mentre si sto specchiando, noto una figura
dietro di me. Rimango paralizzato dalla paura.
Il terrore mi attanaglia e non riesco a girarmi;
ad un certo punto prendo il coraggio a due
mani e mi volto.
La figura misteriosa e agghiacciante è
scomparsa.
Decido di non pormi troppe domande e, visto
che si è fatto tardi, spengo la luce fioca del
lampadario e si metto a letto.
Faccio un sogno, anzi, un vero e proprio incubo,
simile o meglio identico all’episodio dello
specchio avvenuto poco prima con l’unica
differenza che la misteriosa figura rimaneva lì
anche dopo che mi si ero girato: non si
muoveva, era inespressiva, brutta, malconcia e
trasandata con uno smoking tutto distrutto
quasi come se fosse stata aggredita, o come se
fosse invecchiata senza sendersene conto.
Ad un certo punto i suoi occhi sono fissi verso
di me, e subito dopo la sua mano fredda e
pallida mi prese il braccio e me lo stringe.
Non faccio in tempo a muovermi; rimango
paralizzato quando … mi sveglio di soprassalto

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tutto sudato e impaurito. Controllo l’ora sul
telefono: sono le 3:51, mi giro quindi dall’altro
lato, sollevato dalla certezza che si è trattato
solo di un brutto sogno. Finalmente mi
addormento.
Alla mattina presto verso le 7:00 Jack si sveglia.
Essendo il primo ad essersi svegliato, e
svegliatosi di buona lena si reca giù in paese per
comprare brioches e biscotti per la colazione.
Nel frattempo si svegliano i ragazzi ed iniziano
ad aprire le finestre della baita; preparano il
tavolo per la colazione prendono la legna per il
camino.
Verso le 10:30 si svegliano le ragazze e ci
raggiungono per colazione.
Quando le ragazze scendono in cucina Jack
entra dalla porta con la colazione.
Finita la colazione vado in camera. Mii lavo per
bene i denti, poi si vesto con un paio di
pantaloni all'ultima moda e una t-shirt
dell'Hollister, comprata il pomeriggio prima
della partenza; sopra la t-shirt indosso una felpa
rosso carminio.

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Ai piedi infilo un paio di calzettoni blu elettrico
e i suoi scarponi neri ed azzurri, perfettamente
in tinta con i calzettoni ovviamente .
Infine prendo dal cassettone un bomber grigio
scuro decorato con il muso di un lupo sul retro,
poi la felpa, i guanti e il cappello e me li sistemo
accuratamente: in particolare faccio attenzione
che la sciarpa ingombrante non copra l'aquila
del bomber .
Mi guardo allo specchio e passo alla
preparazione dello zaino da montagna.
Dall'anta a destra dell'armadio estraggo un pile
indaco e una borraccia della Quechua rossa. Poi
dal cassetto del comodino prendo un piccolo
ombrellino e un K-way bordeaux. Con tutto
nello zaino esco dalla stanza e raggiungo i iei
amici fuori , vicino all'ingresso della baita.
L'aria che mi si schianta contro è frizzante e
pungente, il cielo è chiaro e nuvoloso come
avvolto da un lenzuolo bianco. La neve bianca e
candida mi sfiora il polpaccio, coprendo i suoi
bellissimi scarponi neri e azzurri e inumidendo
i calzettoni.

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Appena imbocchiamo il sentiero percepisco
subito un odore di muschio e pino. La stradina
stretta ed angusta è affiancata da pini ed abeti
secolari.
L'erba è coperta dalla neve candida, ma,
vedendo spuntare qualche filetto verde, la
immagino in Primavera... ;vido me stesso
camminare a piedi nudi sull'erba fresca di
rugiada con lo sfondo azzurro del cielo
illuminato da sfolgoranti raggi solari; mi
immagino come un angelo sceso dal cielo e
arrivato sulla terra per sfoggiare la mia
bellezza impeccabile.
Questa magnifica visione viene interrotta da
una folata d'aria fredda e pungente. Scorgo sul
viso dei miei compagni, terrore e
preoccupazione: Sara è sparita. Mi rendo conto
della situazione e sbianco.
In montagna, un luogo così freddo e
inesplorato, si è smarrita la mia amata Sara.
Prendo il cellulare dalla tasca superiore del
giubbotto, tentando di chiamarla, ma sullo
schermo appare solo un segnale rosso... c'era
campo.

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Disperato, si metto a correre senza sapere
precisamente dove andare, ma convinto di
ritrovare Sara. Improvvisamente mi blocco,
come se il demone frenetico che possedeva il
mio corpo fosse uscito abbandonadomi solo e
infreddolito.
Prese il cellulare con il quale ho scattato un po'
di foto durante il sentiero dell'andata.
Do un'occhiata veloce e riconosco il tronco
reciso di un albero. Torno indietro e subito
ritrovo il sentiero.
Mi metto a correre lungo la stradina, e
riconoscendo tutti gli elementi incontrati
precedentemente, sfreccio via come una saetta
finché non mi trovo dinanzi la porta della baita.
Senza indugio alcuno l'apro ed entro. Con
grande sorpresa trovo il fuocherello nel camino
già acceso. Mi chiedo chi mai l’abbia acceso. Mi
reco al piano superiore per vedere se qualcuno
è già rientrato .
Le porte delle camere sono tutte chiuse a chiave
eccetto una .... quella di Sara.
Faccio per aprirla, ma mi blocco: "E se Sara si
sta cambiando? E se sta dormendo e poi la

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sveglio? E se sta scrivendo al suo diario
segreto? E se ha veramente un diario segreto? E
se.....".
Sono tutte domande che invadono la mia
mente, ma dopo alcuni secondi di esitazione, mi
decido ad aprire la porta.
L'orrore che provo è indescrivibile... mai tanta
ripugnanza ed orrore mi hanno mai colmato
prima.
Conati di vomito sono pronti ad uscire dal mio
corpo perfetto..
Un urlo di ribellione mi sale su per lo stomaco,
ma si ferma alla gola giusto in tempo per non
esplodere, lordando con il vomito tutto e tutti.
Una carcassa informe è posta al centro della
stanza circondata da un lago di sangue. Non
sapeva di chi si tratti .... non riesco a capire
perché la carcassa è davvero molto informe.
Ad un tratto sento scricchiolare il pavimento
del corridoio.
Il sangue mi si raggela nelle vene. E’ lei , è
scura, è malandata, è trasandata, è orribile!!!
Lo smoking grigio scuro è proprio come me lo
ricordavo dalla prima volta che l’ho vista.

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Dopo quella notte ho sperato di non rivederla
mai più , ma eccola lì , davanti a me al centro di
quel terribile corridoio.
Nella mano destra stringe un pugnale di ferro
arrugginito macchiato di rosso (è evidente che
con quel pugnale ha già ammazzato qualcuno).
Con passo impercettibile avanza verso di me.
Giuntami alla distanza di un centimetro, solleva
il braccio e con uno scatto veloce mi trafigge il
cranio.
Cado a terra con il cranio grondante di sangue.
La figura oscura osserva con espressione
compiaciuta il lavoro svolto e poi scompare nel
nulla in attesa che un nuovo ragazzo si
addormenti, preda dei suoi fantasmi vuoti,
nella sua camera .

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Dopo

“Poveri ragazzi. Si pensava che la miniera avesse
esaurito da tempo i suoi filoni minerari e relativi gas
tossici, e invece…
Probabilmente sono morti nel sonno o in preda alle
allucinazioni”.
“Non è il primo incidente”, chiese il giovane
agente “Vero?”
“No, ma il più recente risale a molto tempo fa. Io ero
un ragazzino”. Disse il capitano. “Anche allora
capitò a un gruppo di giovani.
Il medico ha solo potuto costatarne il decesso. Pare
che solo uno si sia salvato. E’ in coma, ma secondo i
soccorritori non sarebbe in pericolo di vita. Certo che
è un fatto curioso. Non è stato possibile risalire
all’ora dell’incidente…”.
“Perché?”
“Perché pare che i corpi fossero mummificati.
Sembrava fossero lì da almeno trentanni, ma è
evidentemente impossibile. Pare sia un effetto
collaterale delle esalazioni”.
“Guarda. Stanno portando fuori il giovane. É
incosciente ma ha come un sorriso. Continua a
ripetere: “sono arrivato…sono arrivato…”.

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“Certamente,…impossibile…”, disse il giovane
agente. “Impossibile”.
Lei ascoltava. Lei attendeva. Lei scrutava,
giorno e notte, l’unica via che permetteva di
raggiungerla.
La Baita, decadente, se ne stava lì, racchiudendo
dentro di sé l'oscurità ed il male; era rimasta
ferma per trentanni anni e avrebbe potuto
restare così per altrettanti; per lei il tempo non
era un problema.
Dentro sembrava che tutto si fosse fermato: le
pareti portanti in legno erano ancora solide, i
pochi mattoni ben connessi fra loro, i pavimenti
solidi. Silenzio e solitudine gravavano su di
essa come una cappa di nebbia e chiunque vi ci
arrivasse, piombava senza rimedio nella sua
voragine.

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Pronti per andare? Bene. […].
Non è affatto una danza di morte, no davvero. Esiste un
terzo livello, non lo dimentichiamo. È una danza dei sogni,
in fondo. È un modo di risvegliare il bambino che è in noi,
quel bambino che non muore mai, dorme soltanto sempre
più profondamente. Se la storia dell’orrore è la nostra
prova generale per la morte, allora la sua severa moralità è
anche una riaffermazione della vita, della buona volontà e
dell’immaginazione ingenua: solo un ponte in più verso
l’infinito.

(Stephen King , Danse macabre)

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