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Published by Francesco Guarneri, 2024-03-21 07:05:08

La terapia psichedelica

Tesi di laurea magistrale

Keywords: psychology psychotherapy psychedelics

Università degli Studi di Enna “Kore” Facoltà di Scienze dell’Uomo e della Società Corso di Laurea in Psicologia Clinica TESI DI LAUREA La terapia psichedelica Allievo: Francesco Guarneri Relatore: Ch.mo Prof. Adriano Schimmenti ANNO ACCADEMICO 2022 - 2023


1 Università degli Studi di Enna “Kore” Facoltà di Scienze dell’Uomo e della Società Corso di Laurea in Psicologia Clinica TESI DI LAUREA La terapia psichedelica Allievo: Francesco Guarneri Relatore: Ch.mo Prof. Adriano Schimmenti ANNO ACCADEMICO 2022 - 2023


2 RINGRAZIAMENTI Ringrazio il mio relatore, la mia famiglia e i miei amici. Sono consapevole che il tema trattato in questa tesi sia innovativo ma anche controverso, ed è proprio per questa ragione che ho scelto di produrre un elaborato che consenta a chiunque sia interessato di formare, consolidare o cambiare la propria opinione in merito. In questo periodo storico, formarsi una propria opinione può persino essere percepito come rischioso. I tragici eventi che stanno avvenendo in sempre più parti del mondo ci polarizzano, ci schierano, portandoci talvolta a fidarci ciecamente della persona, fazione o prospettiva in cui maggiormente rivediamo la nostra ideologia, in alcuni casi persino a discapito dei dati oggettivi. Nonostante io stesso mi rendo conto di farmi trasportare con entusiasmo dalle ideologie, ho imparato anche attraverso il mio percorso di studi l’importanza di non ignorare mai la logica o i dati di fatto. Per questo, un ulteriore ringraziamento sento di inviarlo a chiunque riesca ancora a mettersi in dubbio: studiare, informarsi, conoscere è l’unico modo per costruire conoscenza reale sugli argomenti. Oltre ad essere un buon esercizio, che stimola la continua crescita della propria persona, è una delle proprietà fondamentali della salute mentale, che ci protegge dal rimanere succubi di convinzioni che, alla lunga, possono danneggiarci sia sul piano pratico che emotivo.


3 “Mi lasci dire. Oreste sentirebbe ancora gl’impulsi della vendetta, vorrebbe seguirli con smaniosa passione, ma gli occhi, sul punto, gli andrebbero lì, a quello strappo, donde ora ogni sorta di mali influssi penetrerebbero nella scena, e si sentirebbe cader le braccia. Oreste, insomma, diventerebbe Amleto. Tutta la differenza, signor Meis, fra la tragedia antica e la moderna consiste in ciò, creda pure: in un buco nel cielo di carta.” Luigi Pirandello, Il fu Mattia Pascal (1904)


4 INDICE Introduzione Pag. 7 CAPITOLO I Comprendere le basi I.1 Contesto storico Pag. 8 I.2 Psichedelici ed esperienza mistica Pag. 9 I.3 Cosa si prova? Pag. 12 I.4 Esperienze mistiche o psicosi? Pag. 17 I.5 I “bad trip” e gli effetti duraturi degli psichedelici Pag. 21 CAPITOLO II Terapia e scienza II.1. Rischi, sicurezza e progresso Pag. 25 II.2. Le norme terapeutiche Pag. 30 II.3. Come si misura l’esperienza mistica? Pag. 34 II.4. Cambiamenti duraturi, personalità e neuroscienze Pag. 39 II.5. Psicologia del cambiamento Pag. 42 CAPITOLO III “Hard problems” III.1. La sbadata concezione di coscienza Pag. 49 III.2. Superare le idealizzazioni e la disinformazione Pag. 51 III.3. Riflessioni conclusive Pag. 53 Bibliografia Pag. 58


5 Abstract in lingua italiana La tesi ha l’obiettivo di affrontare le tematiche legate all’uso di sostanze psichedeliche nei contesti di cura, partendo dalla loro prima popolarizzazione in campo medico degli anni Sessanta dello scorso secolo e raggiungendo il “rinascimento” che stiamo vivendo oggigiorno. La ricerca con studi clinici pubblicati nell’ultimo decennio sembra infatti il segnale di un’imminente approvazione degli psichedelici come terapia di svolta nel campo psicoterapeutico e psichiatrico. Oltre agli avanzamenti in campo neurofarmacologico e alla comprensione dei meccanismi d’azione, si discuterà della terapia assistita da psichedelici, descrivendone sia le forme più antiche, ovvero quelle implicate nella terapia psicolitica e nella terapia psichedelica di picco, sia quelle più recenti caratterizzate da norme di sicurezza, adeguatezza di setting e procedure necessarie ad una seduta psicologica dalle ampie potenzialità. L’efficacia della terapia assistita da psichedelici è evidente in numerosi studi riguardanti le diverse aree problematiche dell’essere umano, come dipendenza, depressione, ansia, disturbo da stress post-traumatico, fase di fine-vita e disturbi di personalità. Tra gli aspetti positivi della terapia assistita da psichedelici troviamo l’assenza di rischio di dipendenza o tossicità legati alla sostanza, la permanenza dei risvolti positivi e l’alta percentuale di successo anche con singole dosi. Verranno affrontati, tuttavia, anche i potenziali risvolti psicologici negativi, quali l’associazione con la schizotipia, le psicosi e l’emergere di false credenze. Infine, verranno esaminate la filosofia ed alcune teorie che tentano di spiegare come il meccanismo d’azione neurofarmacologico degli psichedelici agisca sulla psiche umana, trattando anche la misurazione psicometrica degli aspetti complessi dell’esperienza psichedelica, quali gli stati mentali cruciali, le esperienze d’interconnessione e le intuizioni introspettive.


6 Abstract in lingua inglese This thesis aims to address the use of psychedelic substances in treatment settings, starting from their first popularization in the medical field in the 1960s and reaching the "renaissance" we are experiencing nowadays. Indeed, research with clinical trials published in the last decade seems to signal the imminent endorsement of psychedelics as a breakthrough therapy in the psychotherapeutic and psychiatric fields. In addition to advances in the field of neuropharmacology and the understanding of mechanisms of action, psychedelic assisted therapy will be discussed, describing both its older forms, such as those involved in psycholytic and peak psychedelic therapy, and newer forms characterized by safety standards, appropriateness of settings and procedures necessary for a fruitful psychological session. The effectiveness of psychedelic assisted therapy is evident in numerous studies concerning various sensitive topics of mental health, such as addiction, depression, anxiety, post-traumatic stress disorder, end-of-life phase, and personality disorders. Positive aspects of psychedelic assisted therapy include the absence of risk of substance-related addiction or toxicity, the permanence of positive outcomes, and the high success rate even with single doses. However, potential negative psychological implications will also be addressed, such as the association with schizotypy, psychosis, and the emergence of false beliefs. Finally, a number of theories and philosophies that attempt to explain how the neuropharmacological mechanism of action of psychedelics acts on the human psyche will be examined, also addressing the psychometric measurement of complex aspects of psychedelic experience, such as pivotal mental states, connectedness and insights.


7 Introduzione Le sostanze psichedeliche, famose soprattutto per il loro uso ricreativo e spesso associate al periodo della rivoluzione culturale del Sessantotto, possiedono in realtà un grande potenziale per la cura della mente umana, come illustrato anche dalla loro antica storia. Solo recentemente, dopo quasi 30 anni di stalli legali, la comunità scientifica si riaffaccia allo studio di questi potenti strumenti naturali. I passi avanti della ricerca psicofarmacologica hanno permesso di raggiungere importanti risultati nello studio di terapie alternative ai classici psicofarmaci, la cui azione si limita prevalentemente ad estinguere il sintomo attraverso la loro somministrazione a lungo termine. La terapia approfondita dalla presente tesi sembra avere la capacità, se utilizzata nei modi appropriati, di portare ad esiti duraturi senza il bisogno di somministrazioni ripetute nel tempo per il mantenimento dei risvolti terapeutici positivi, soprattutto perché propone un’esperienza così carica di significato da portare il paziente in uno stato ipersensibile al proprio mondo interno, affrontando eventuali emozioni preoccupanti in compagnia di terapeuti specializzati in un ambiente sicuro e senza rischio di danni legati all’uso della sostanza. È durante quest’ultimi vent’anni che psicologi, medici e filosofi si sono avvicinati alla comprensione della questione psichedelica in tutte le sue sfaccettature, comprendendo meglio la loro origine e ruolo nella cultura umana, la loro forte connessione con la religione e spiritualità, la loro applicazione ai paradigmi psicologici odierni e al meccanismo d’azione neurofisiologico. Negli ambienti social, e spesso anche scientifici, si fa riferimento al presente periodo con l’espressione “rinascimento psichedelico”, visti la veloce crescita d’interesse verso la Psychedelic Assisted Therapy (PAT), ovvero, terapia assistita da psichedelici, e i suoi risvolti positivi ottenuti in varie sperimentazioni cliniche che ne hanno permesso l’utilizzo terapeutico in stati come il Canada, Australia e Stati Uniti. Nonostante i numerosi risultati, le esperienze aneddotiche positive e l’assenza di rischio di assuefazione o di tossicità bisogna essere consapevoli della pericolosità che risiede in un uso irresponsabile o incompatibile con le caratteristiche del soggetto che ne vorrebbe fare uso; il numero di ospedalizzazioni ed eventi psicotici, anche detti “bad trip” gravi, associati agli psichedelici è per la stragrande maggioranza dovuto all’uso ricreativo e non controllato di sostanze vendute illegalmente da spacciatori, spesso fornitori di “designer drugs”, ovvero, composti prodotti in laboratori illegali dagli effetti più intensi e pericolosità molto più alta. È possibile prevenire i danni e massimizzare i risvolti positivi solo se vengono rispettate le procedure di sicurezza per lo svolgimento della sessione psichedelica oppure partecipando ai rituali svolti dagli sciamani di alcune religioni il cui utilizzo di intrugli psichedelici fa parte della cultura. La demonizzazione delle sostanze psicotrope in generale non ha fatto altro che portare confusione e pregiudizi su un tema già molto complicato, creando disinformazione, leggende e stereotipi ormai sedimentati nella nostra cultura, rendendo l’argomento un tabù anche tra gli scienziati. La tesi ha perciò l’obiettivo di informare in maniera comprensiva sulla ricerca scientifica sull’uso terapetico delle sostanze psichedeliche, inquadrandone gli aspetti fondamentali e cercando di spiegare come l’esperienza psichedelica possa essere positivamente utilizzata a fini trattamentali. Un approccio aperto alla comprensione dell’esperienza individuale, senza pregiudizi che tentano di inquadrare le persone o le cose in schemi troppo semplicistici, consente di avere successo sia nel lavoro del singolo psicoterapeuta sia nel campo della ricerca scientifica, rivelandosi un’efficace strategia per l’ideazione di nuovi metodi di cura dei disturbi mentali.


8 CAPITOLO I. Comprendere le basi I.1 Contesto storico Il nome “psichedelico” è stato coniato da Humphrey Osmond, descrivendo sostanze dalla capacità di manifestare la mente, rivelandone proprietà utili o benefiche (Osmond, 1957). “Psichedelico” è un neologismo che unisce le parole psychē (ψυχή, "anima") e dēloun (δηλοῦν, "rendere visibile, rivelare"). Avveniva in un’era in cui gli scienziati erano molto restii all’idea di considerare composti come la dietilammide dell'acido lisergico, cioè, l’LSD e i funghi allucinogeni come benefici. Gli psichedelici che interagiscono principalmente come agonisti del recettore 5-HT2A ed altri sottotipi serotoninergici, come 5HT1A, 5HT2B, 5HT2C, 5HT6 e 5HT7 vengono definiti “psichedelici classici” (Wacker et al., 2017; Rickli et al., 2015, 2016) e si sono rivelati efficaci nel trattamento della depressione (Meltzer, 1990), l’ansia (Charney et al., 1990) e deficit cognitivi (Meltzer et al., 2011). Hoffer (1967) suggeriva invece che lo stato psichedelico fosse uno stato mentale alterato da interpretare come modello di riferimento per la psicosi e altri disturbi dell’interpretazione della realtà. Tuttavia, lo studio sugli psichedelici condotto durante la metà del ventesimo secolo ha portato a grandi avanzamenti sia sul lato psicoterapeutico che neurofisiologico. R.A. Sandison (1963) descrive ad esempio come l’uso di LSD durante le sedute individuali con i pazienti potesse facilitare l’allentamento dei meccanismi difensivi, la regressione, la liberazione di emozioni associate agli stati infantili e l’approfondimento delle svolte introspettive, elaborando il tutto in modo psicoanalitico. Abramson (1956) approfondiva come l’LSD potesse favorire la relazione tra terapeuta e paziente, facilitando i fenomeni di transfert e controtransfert. Questo tipo di terapia, che prende piede principalmente in Europa, viene chiamata “terapia psicolitica”, che significa “sciogliere la mente” (Sandison, 1963). Negli Stati Uniti diventa popolare un’altra forma di terapia psichedelica, ovvero la “terapia psichedelica di picco”, usata principalmente per trattare le dipendenze da alcol, droghe e ansia di fine-vita. Oltre ad utilizzare dosi di LSD molto più elevate rispetto alla terapia psicolitica, veniva seguita una procedura standardizzata che comprendeva 3 fasi (Blewett e Chwelos, 1959; MacLean et al., 1961; Sherwood et al., 1962): 1. Preparazione; 2. Sessione; 3. Lavoro di integrazione dell'esperienza. Molte delle procedure di sicurezza e di preparazione dell’ambiente fisico descritte dagli autori vengono utilizzate anche oggigiorno, come, ad esempio, l’ascolto di musica durante la sessione, l’uso di maschere da notte per focalizzare l’attenzione verso l’interno, la presenza di almeno due terapeuti presenti per tutta la seduta e l’importanza del lavoro di integrazione successivo alla sessione (Johnson et al., 2008). Una meta-analisi di 19 studi sugli psichedelici per i disturbi dell'umore pubblicati tra il 1949 e il 1973 ha rilevato che il 79% dei pazienti ha mostrato un miglioramento clinicamente rilevante dopo il trattamento (Rucker et al, 2016). L'assenza, in questi precedenti studi, di tecniche diagnostiche statisticamente validate, di misure della gravità dei sintomi e delle procedure di controllo moderne deve essere tenuta in considerazione, ma bisogna comunque riconoscere la presenza di risultati positivi. Per quanto riguarda gli avanzamenti neurofisiologici, non bisogna sottovalutare che dopo l’accidentale scoperta dell'LSD nel 1943 (Hofmann, 1979a) seguì, nel 1953, l'individuazione della serotonina nel cervello dei mammiferi (Twarog e Page, 1953). La presenza della frazione triptaminica nell'LSD è stata rapidamente considerata come l'impalcatura della struttura chimica della serotonina. Questo riconoscimento portò alla proposta di Woolley e Shaw (1954) per cui "[…] i disturbi mentali causati dalla dietilammide dell'acido lisergico devono essere attribuiti a un'interferenza con l'azione della serotonina nel cervello". Tuttavia, il boom incontrollato che gli psichedelici ricevono negli anni ’60 attira molta attenzione e provoca sia numerosi casi di psicosi e tentativi di suicidio tra giovani


9 che ne facevano un uso irresponsabile sia leggende metropolitane su presunti danni cromosomici (Cohen et al., 1967). Lo scompiglio politico interno generato dalla guerra del Vietnam e dalla rivoluzione del Sessantotto ha portato all’approvazione del Controlled Substances Act del 1970, secondo cui l’LSD e gli altri psichedelici venivano inseriti nella categoria delle droghe più pericolose e illegali, la Schedule 1, rendendo la ricerca scientifica impossibile da condurre per quasi trent’anni. L’impronta degli psichedelici sul genere umano era comunque presente già ben prima del ventesimo secolo; essi potrebbero infatti essere la più antica classe di agenti psicofarmacologici conosciuta dall'uomo. Esempi importanti di ciò includono una sostanza usata nell'antica India, nota come Soma, che era molto venerata ed è frequentemente menzionata nel Rigveda, con numerosi inni vedici scritti in lode del Soma (Wasson e Ingalls, 1971). I funghi psilocibinici, allucinogeni, o più comunemente detti “funghetti magici”, erano utilizzati dagli sciamani aztechi per la guarigione e in una varietà di rituali religiosi e divinatori. Questi funghi erano conosciuti come teonanacatl, che significa "carne del dio" (Ott e Bigwood, 1978; Schultes e Hofmann, 1979). L'uso di vari materiali e sostanze vegetali psicoattive era comune nelle società mesoamericane precolombiane, tra cui le culture olmeche, zapoteche, maya e azteche (Carod-Artal, 2015). Nell'arte rupestre di Bradshaw, nella regione di Kimberly in Australia, e nell'arte rupestre di Sandawe, nella regione di Kolo in Tanzania orientale, si trovano immagini uniche e condivise, come la "testa di fungo", simbolo dell'uso di psilocibina, il che suggerisce che le due culture fossero collegate e che avessero pratiche sciamaniche che prevedessero l’uso di funghi psicoattivi (Pettigrew, 2011). L'ayahuasca, nota anche come yagé o hoasca, ha una lunga storia di utilizzo da parte dei nativi della valle amazzonica del Sud America (Dobkin de Rios, 1971; Schultes e Hofmann, 1979). L'ayahuasca è un decotto preparato da una miscela di due piante: la corteccia pestata della vite Banisteriopsis caapi e le foglie della Psychotria viridis. Quest'ultima contiene l'allucinogeno DMT, una sostanza controllata nella Schedule 1 della legge statunitense, e si ritiene generalmente che gli effetti psicoattivi dell'ayahuasca siano da attribuire al suo contenuto di DMT. Sebbene la DMT non sia attiva per via orale, la B. caapi contiene alcaloidi b-carbolinici che inibiscono la monoamino ossidasi del fegato, che normalmente scompone la DMT; pertanto, l'ayahuasca viene assunta per via orale come "tè". Il suo uso è stato incorporato come sacramento nelle pratiche religiose di due chiese sincretiche brasiliane [União do Vegetal (UDV) e Santo Daime] che hanno filiali negli Stati Uniti; la Corte Suprema degli Stati Uniti ha emesso una decisione nel 2006 per consentire l'uso dell'ayahuasca da parte dell'UDV in base al Religious Freedom Restoration Act. L’uso terapeutico di sostanze psicotrope è molto diffuso in svariate culture del passato (Schultes, 1969; Lowy, 1971; Schultes et al., 2001) e attuali. Non esistevano pratiche di validazione statistica, test affidabili e scienziati con moderni strumenti statistici nei primi anni venti, né tantomeno tra le popolazioni indigene. Il loro potenziale è stato purtroppo perso di vista per parecchio tempo, ma i recenti studi dimostrano come, seguendo specifiche procedure terapeutiche e di sicurezza, sia possibile ottenere i risultati auspicati con buona replicabilità e alta validità statistica. I.2 Psichedelici ed esperienza mistica Come abbiamo visto, l’uso religioso e terapeutico degli psichedelici in contesti cerimoniali è una pratica diffusa in culture anche molto distanti e diverse tra loro, suggerendo che esista effettivamente un potenziale trasversalmente riconosciuto. Questo ha spinto i ricercatori a trovare metodi affidabili per l’applicazione degli psichedelici nei contesti di cura moderni, con il principale obiettivo di limitarne il più possibile il rischio e di stabilire una base teorica che ne spieghi l’efficacia. Ciò che i mistici e gli sciamani cercano di raggiungere tramite l’utilizzo di queste sostanze è


10 l’esperienza mistica, definita da Watts (1970) come “[…] peculiari stati di coscienza in cui l’individuo scopre di far parte di un unico processo continuo con Dio, con l’Universo […]”. Questo è rilevante perché i risultati positivi associati alle esperienze mistiche sono stati dimostrati empiricamente (Griffiths et al 2006, 2008, 2011; Bogenschutz et al 2015; Garcia-Romeu et al 2015). Tuttavia, come spiegato da Barrett e Griffiths (2018) l’esperienza mistica tipicamente descritta sotto effetto di psichedelici non è per niente esclusiva all’uso di sostanze. Le esperienze mistiche si possono verificare nel corso di pratiche strutturate di stampo spirituale o religioso, così come in casi in cui non c'è l'intenzione diretta di ottenere un'esperienza del genere. Sebbene esistano molti resoconti di profonde esperienze spirituali e mistiche avvenute in assenza di sostanze psicoattive, ci sono anche numerose prove storiche sul ruolo di quest’ultime in contesti cerimoniali come facilitatori (Schultes, Hofmann, & Rätsch, 2001). Inoltre, le descrizioni di esperienze mistiche che si verificano in natura (Stace, 1960b) sono sorprendentemente simili alle profonde esperienze spirituali provocate dalle sostanze psichedeliche (Roberts, 2001). Le esperienze mistiche non sono limitate ad un particolare percorso, dogma o procedura, poiché esse sono state riscontrate anche in contesti al di fuori di qualsiasi pratica o interpretazione religiosa e spirituale/tradizionale (Hood, Morris, & Watson, 1990). Le esperienze che rientrano nel quadro di riferimento di tipo mistico hanno origine in pratiche come la meditazione e la preghiera, la privazione sensoriale/isolamento, l'ascolto di musica da parte di "ascoltatori profondi", il lavoro di respirazione, il digiuno, l’autolesionismo a scopo religioso e l'ingestione di psichedelici classici come i funghi psilocibinici (Josipovic, 2014; Hood et al., 1990; Gabrielsson, 2010; Grof e Grof, 2010; Camporesi, 1988; Griffiths et al., 2011). Sebbene alcuni esempi di esperienza mistica possano essere accompagnati da eventi piuttosto drammatici e apparentemente paranormali (ad esempio, alcune delle esperienze descritte dai profeti nell'Antico Testamento), si trattano di eccezioni piuttosto che di esempi di esperienze di tipo mistico. Le esperienze mistiche non sono simili agli stati alterati di coscienza associati alle droghe psicoattive comuni, come l'alcol o gli oppiacei (Aaronson & Osmond, 1970). Le esperienze mistiche non sono nemmeno necessariamente associate ad esperienze religiose come il parlare in lingue ignote (Newberg et al., 2006). Le esperienze mistiche possono essere accompagnate da intuizioni spirituali, ma l'esperienza mistica non è, di per sé, semplicemente un'esperienza di intuizione religiosa o spirituale. Le esperienze mistiche non sono nemmeno semplici esperienze estetiche, euforiche, archetipiche o di natura psicodinamica/intellettuale (Richards, 2014). Le esperienze mistiche sono definite come un'esperienza di unità, accompagnata dalle dimensioni aggiuntive descritte nel dettagliato trattato filosofico sulle esperienze mistiche di Stace (1960a). Egli ha identificato, raccolto e distillato descrizioni di esperienze mistiche da una varietà di fonti. A partire da questa letteratura, egli sostenne che le esperienze mistiche abbiano un "nucleo comune" di caratteristiche. La sua tesi è che la grande variabilità riferita nei resoconti dipenda principalmente dall’interpretazione soggettiva da parte delle persone che hanno avuto l’esperienza mistica. Questo sarebbe dovuto al fatto che i mistici e gli individui facenti parti di religioni diverse vivano un immaginario molto legato a ciò che si conosce, generando descrizioni molto diverse in base alla cultura di appartenenza. L'idea di un "nucleo comune" di esperienza mistica è coerente con la nozione di "filosofia perenne", in cui un sottofondo "immemorabile e universale" sarebbe alla base di tutte le religioni e di tutti i percorsi spirituali, e si rifletterebbe in "ogni tradizione religiosa e in tutte le principali lingue dell'Asia e dell'Europa" (Huxley, 1947). Una caratteristica cruciale dell'esperienza mistica è il senso di unità, o la sensazione di diventare uno con tutto ciò che esiste. Stace distingue tra un tipo di unità estroversa, descritta come la percezione di sentire il proprio Sé connesso al mondo esterno, ed un’unità introversa, che, al contrario, riguarda l’esperienza di dissoluzione del Sé, la perdita della nozione dell’“Io” e la perdita


11 di ogni confine che delimita il Sé e il mondo esterno. L'esperienza mistica introversa comporta un'esperienza di unità percettivamente priva di contenuto, talvolta definita come “il vuoto/void”. Mentre entrambi i tipi, estroverso e introverso, sono considerate esperienze di unità mistica, Stace considerava l'unità estroversa come un "tipo di esperienza incompleta che trova il suo completamento e la sua realizzazione nell'esperienza introversa" (Stace, 1960a). È importante riconoscere che l'interpretazione più estrema dell'ipotesi del nucleo comune implica che l’esperienza di unità introversa sia un incontro diretto con il divino e ciò potrebbe non essere una strategia produttiva per avanzare una base scientifica che propone di esplorare le cause e le conseguenze immediate di tali esperienze (Hood, 2003). Le esperienze mistiche sono state un'area di indagine attiva nella letteratura della psicologia sperimentale, in particolare nell'ambito della psicologia della religione (Hood, 2009). I dettagli riguardo alla ricerca di strumenti psicometrici in grado di misurare le proprietà dell’esperienza mistica saranno trattati nel secondo capitolo. Un’altra caratteristica fondamentale dell’esperienza psichedelica, che verrà definita dai ricercatori come “Connectedness”, è l’interconnessione (Watts et al., 2022), una sensazione spesso descritta dai resoconti dei pazienti come un maggiore senso di connessione con i propri sensi, il proprio corpo e le proprie emozioni; con gli amici, la famiglia e la comunità; con la natura, il mondo vivente, l'umanità globale, lo scopo e il significato. Watts e colleghi danno una definizione di interconnessione come "uno stato in cui ci si sente connessi a sé stessi, agli altri e al mondo in generale" (Watts et al., 2022). L'esperienza di sentirsi connessi con sé stessi, con gli altri e con il mondo è condivisa uniformemente dai consumatori di psichedelici sia che ne facciano uso in contesti cerimoniali (Kettner et al. 2021), festival (Forstmann et al., 2020), "rave" (Newson et al. 2021) sia in contesti terapeutici (Noorani et al. 2018; Swift et al. 2017). Gli autori propongono che il costrutto dell’interconnessione sia costituito a sua volta da più dimensioni co-occorrenti più che da sottotipi indipendenti, ovvero, le dimensioni del Sé, Altri e Mondo. L’idea è stata ispirata dall'analisi qualitativa delle interviste post-trattamento dei partecipanti a uno studio clinico sulla terapia con psilocibina sulla depressione resistente al trattamento (Watts et al. 2017), in cui il percepito aumento di connessione verso sé stessi, le persone ed il mondo era particolarmente elevato. Molti partecipanti che hanno sperimentato questa sensazione di interconnessione dopo la psilocibina hanno descritto un effetto diverso rispetto agli antidepressivi che avevano provato in precedenza, i quali, secondo molti, avrebbero in realtà aumentato il senso di disconnessione da sé, dagli altri e dal mondo, come in un appiattimento emotivo (Price et al. 2009). Questa osservazione implica che, nonostante l’abbassamento dei sintomi depressivi, il senso di interconnessione non facesse parte degli effetti benefici della cura. Dopo la psilocibina solo poche persone hanno riferito di essersi sentite più connesse in un singolo ambito, mentre la maggior parte ha fatto riferimento ad un elevato senso di connessione generalizzato. Il costrutto di "interconnessione" si è sviluppato nel tempo fino ad assumere applicazioni e significati diversi (Townsend e McWhirter 2005). Molte vecchie concettualizzazioni hanno descritto l’interconnessione come una forma di relazione interpersonale (Townsend and McWhirter 2005), alcune hanno enfatizzato la natura dipendente dal contesto del sé in relazione agli altri (Hawkley et al. 2005), mentre altre hanno favorito interpretazioni più internamente focalizzate sull'esperienza e sulle emozioni (Lee e Robbins, 1995). La scala dell’interconnessione di Watts e colleghi, che verrà ulteriormente approfondita nel secondo capitolo, contiene anche voci relative alla connessione con una fonte di amore universale e alla connessione con un principio spirituale. Questi temi sono molto comuni nell’esperienza psichedelica e, ancora una volta, si ricollegano alle spiritualità indigene basate su un senso di connessione e di rispetto per "la terra, gli antenati, famiglia ed esistenza pacifica" (Christakis e Harris 2004), "una connessione interna con l'universo" (Department of Economic and Social Affairs, UN


12 2009) e un "senso intrinseco, autonomo e soggettivo di connessione con una dimensione sacra della realtà che fornisce significato, scopo, connessione ed equilibrio" (Valentine et al., 2017). Se lo studio scientifico dell’interconnessione dovesse confermare che la sensazione di unione con la natura sia associata al benessere e ai comportamenti pro-ambientali, sarà importante riconoscere la provenienza originale e di lunga data di questa conoscenza, includendo le prospettive indigene nello studio dell’interconnessione. Ad esempio, l'Università di Auckland include la Watts Connectedness Scale in uno studio sulla connessione e il disagio esistenziale in persone Māori e non Māori con una malattia che limita la vita. L’inclusione di elementi spirituali all’interno di uno strumento per la valutazione psicologica potrebbe sembrare fuori luogo per la scientificità che gli studiosi tentano di raggiungere, ma in questo caso risulta impossibile non considerare l’emergere di questi temi all’interno delle cure psichedeliche, confermata dalle testimonianze dei pazienti, dai consumatori ricreativi, dalle popolazioni indigene e dalle culture del passato. L'importanza delle esperienze mistiche come predittrici di esiti positivi (Roseman et al. 2018; Yaden e Griffiths 2020) ci impone di indagare ulteriormente sulla relazione tra interconnessione e spiritualità. L’idea che alla base dell’esperienza mistica esista uno stato mentale comune, o un “nucleo comune” (Stace, 1960a), si ricollega a ciò che Watts et al. (2022) dicono riguardo all’esistenza di uno stato fondamentale di interconnessione comune e generalizzata in ogni essere umano. Si nota infatti come l’esperienza di unità estroversa descritta da Stace corrisponda alla descrizione di Watts et al. di interconnessione col mondo circostante. La terapia psichedelica è fortemente dipendente dal contesto (Hartogsohn 2020) e potrebbe contribuire a spostare il modello di salute mentale biomedico dominante in un modello "biopsicosociale" (Engel 1980; Winkelman 2010), o addirittura in un modello "biopsicosociale-ambientale-spirituale", in cui la sofferenza mentale ed emotiva non è considerata semplicemente una caratteristica della patologia individuale, ma è legata a fattori sociali, ambientali e spirituali molto più ampi. È interessante notare che questo modello di salute si rifà alla concezione Shipibo (una popolazione indigena amazzonica) della salute, che comprende la connessione con sé stessi, con la comunità e con il mondo (Weiss et al. 2021) e al modello già consolidato di salute Māori, Te Whare Tapa Wha (Rochford 2004), che comprende la connessione spirituale, mentale, fisica e familiare. I.3 Cosa si prova? Per comprendere meglio il motivo della diffusione degli psichedelici in ambito terapeutico, sia passato che attuale, è necessario avere un’idea riguardo alla qualità della vera e propria esperienza psichedelica. Descrivere in modo oggettivo uno stato talmente dipendente dalla soggettività può risultare difficile, ma attraverso l’analisi di esperienze individuali e l’utilizzo di strumenti di misurazione psicometrici si può riuscire ad almeno distinguerne le proprietà fondamentali. Breeksema et al. (2016) hanno raccolto ed analizzato 178 esperienze psichedeliche riportate dai pazienti di 15 articoli di ricerca diversi, con l’obiettivo di fornire una panoramica dei temi salienti emersi durante tipiche sedute di psicoterapia psichedelica moderna. Il loro lavoro di ricerca si basa sull’approccio qualitativo, ovvero, sull’analisi ed elaborazione di dati altamente individuali e soggettivi come le sensazioni, associazioni tematiche ed eventi nella relazione paziente-terapeuta. Tra le sostanze indagate vi sono la psilocibina, la dietilamide dell'acido lisergico (LSD), l'ibogaina, l'ayahuasca, la ketamina e la 3,4-metilendiossimetanfetamina (MDMA). La scelta di includere la ketamina, un anestetico dissociativo che agisce sul sistema glutammatergico (Workman et al., 2018), e l’MDMA, un enactogeno derivato dall’anfetamina (Nichols, 1986) che rilascia principalmente livelli sovrafisiologici di serotonina, dopamina e norepinefrina attraverso i loro trasportatori della


13 ricaptazione (SERT, DAT e NET) (Rothman e Baumann, 2002; Green et al., 2003; Gudelsky e Yamamoto, 2008), è giustificata dal fatto che la prima si è rivelata efficace per la depressione resistente al trattamento (Dore et al., 2019; Price et al., 2009, 2014) e la seconda è considerata una terapia di svolta per il disturbo da stress post-traumatico (Young et al., 2015, 2017; Hake et al., 2019). I disturbi dei pazienti esaminati in questa ricerca comprendono infatti ansia, depressione, disturbi alimentari, disturbo da stress post-traumatico e disturbi da uso di sostanze. Sebbene i composti inclusi fossero eterogenei per farmacologia e contesti di trattamento, i pazienti hanno riferito esperienze in gran parte comparabili tra loro nonostante la varietà di disturbi, comprendendo effetti fenomenologici, prospettive sull'intervento, processi terapeutici e risultati del trattamento simili. Si ritiene che la sicurezza e i benefici clinici di questi interventi dipendano fondamentalmente da un ambiente di supporto (Roseman, et al., 2018; Carhart-Harris et al., 2018c), in cui il "set" e il "setting" svolgono un ruolo cruciale (Rucker et al., 2016; dos Santos et al., 2016). Il "set" comprende variabili psicologiche interne come la personalità, le aspettative, la suggestionabilità, la preparazione, le intenzioni, l'umore e la psicopatologia, mentre per "setting" si intende l'ambiente esterno nel quale avvengono le esperienze, compresi i contesti fisici, interpersonali, sociali e culturali più ampi (Hartogsohn, 2016). L'uso terapeutico degli psichedelici avviene solitamente in presenza di uno o due terapeuti, e spesso prevede l'uso della musica per facilitare un'esperienza introspettiva. È stato suggerito che l'influenza di queste variabili extrafarmacologiche contribuisca in modo significativo alle qualità terapeutiche delle sostanze (Hartogsohn, 2016), come evidenziato dall'elevata variabilità delle esperienze individuali. Gli studi hanno anche sottolineato l'importanza dell'esperienza soggettiva (Roseman et al., 2018) e quanto i risultati terapeutici possano differire su diversi temi, ad esempio, nei cambiamenti sostenuti riguardo all'apertura ai sentimenti prosociali (Erritzoe et al., 2018; CarhartHarris et al., 2015), aumento della suggestionabilità (Carhart-Harris, et al, 2014), creazione di significato (Hartogsohn, 2018), autoefficacia (Bogenschutz et al., 2012) e nell’interconnessione o “Connectedness” (Watts et al., 2022; Carhart-Harris et al., 2018b). Sono anche state citate la flessibilità psicologica (Watts, et al. 2020), le svolte emotive (Roseman et al., 2019), le intuizioni psicologiche, o insight (Bogenschutz et al., 2012), la perdita del senso di sé, o dissoluzione dell'ego, a volte derivante da esperienze mistiche o di picco (Griffiths et al., 2011) e le esperienze di stupore (Hendricks et al., 2018). Dalla rassegna di Breeksema e collaboratori (2016) è emerso anche che gli intervistati hanno spesso fatto riferimento all'ineffabilità dell'esperienza, ovvero, all’impossibilità di descrivere a parole quanto vissuto (Belser et al., 2017), portando alcuni a dire che fosse più facile descrivere l’impatto emotivo dell’esperienza più che il contenuto specifico (Swift et al., 2017). Le descrizioni più comuni riferiscono comunque un passaggio del tempo alterato (van Schalkwyk et al., 2017), suoni simili a ronzii (Belser et al., 2017) e sensazione di scuotimento neurologico accompagnato da “scosse” (Watts et al., 2017). Il modo in cui è stato vissuto il trattamento stesso si è rivelato un aspetto importante per molti degli intervistati. La fiducia e un buon legame con il personale, i terapeuti e i leader cerimoniali sono stati esplicitamente citati come aspetti terapeutici importanti. Molti intervistati hanno anche sottolineato l'importanza delle sessioni preparatorie, ad esempio per prepararsi alle possibili esperienze difficili (Watts et al., 2017; Noorani et al., 2018). "Non sono solo le sedute di psilocibina [ma] è il legame umano e il sostegno che ne deriva che alla fine porta al successo." (Noorani et al., 2018) [psilocibina, cessazione del fumo]. Due altri importanti fattori citati frequentemente riguardano l’importanza attribuita alle sessioni preparatorie, in cui i pazienti venivano informati sui possibili rischi e procedure di emergenza in caso di esperienze difficili, e alle sessioni di integrazione successive alle sedute (Watts et al., 2017; Noorani et al., 2018). "Oltre all'ayahuasca in sé, oltre alla


14 qualità curativa di ciò che l'ayahuasca può fare dal punto di vista chimico, direi che (gli elementi terapeutici più importanti) sono stati la fiducia, la fiducia terapeutica nei medici e il follow-up [sessione di integrazione]. Il follow-up psicoterapeutico è stato fondamentale. E prima e dopo (la cerimonia) direi. Non so se consiglierei mai una cerimonia di ayahuasca senza quel follow-up terapeutico, almeno la prima, senza quel follow-up terapeutico". [Lafrance et al., 2017] [ayahuasca, disturbo alimentare]. La musica è stata utilizzata in tutti gli studi con psilocibina, MDMA e LSD, nonché nelle cerimonie di ayahuasca. Solo i pazienti di vari studi sulla psilocibina (per l'ansia di fine vita, la depressione e la cessazione del fumo) hanno riflettuto sul ruolo e sulla funzione della musica, affermando che sia servita da tramite, permettendo loro di sperimentare e abbandonarsi a emozioni o ricordi dolorosi. "La musica è stata davvero il modo in cui tutto mi è stato trasmesso, tutto è avvenuto attraverso la musica... come se tutto ciò che ho sperimentato non avvenisse realmente in lingua inglese, ma in un certo senso attraverso la musica, come se la musica fosse il tramite per l’avvenire di questa esperienza." [Belser et al., 2017] [psilocibina, ansia da fine vita]. Indipendentemente dal disturbo o dalla sostanza, gli intervistati hanno riflettuto sui diversi elementi dell'intervento, confrontandoli con i trattamenti convenzionali sperimentati in precedenza. Molti hanno anche riflettuto sulle precedenti strategie per affrontare il loro disturbo e su come queste siano state adottate, spesso in modo meno efficace, nei trattamenti precedenti (Watts et al., 2017; Swift et al., 2017). Gli intervistati, con diversi disturbi, hanno messo a confronto le terapie psichedeliche con quelle convenzionali, definendo le prime più efficaci (Renelli et al., 2020), meno normative (Talin et al., 2017) o più rapide (Schenberg et al., 2017), concentrate sui processi interiori piuttosto che sul colloquio col terapeuta (Gasser et al., 2015), e che li abbiano portati ad una guarigione superiore rispetto ai trattamenti convenzionali (Barone et al., 2019). I pazienti hanno anche preferito la maggiore durata delle sedute e l'attenzione che hanno ricevuto (Watts et al., 2017). Molti intervistati hanno riflettuto sull'efficacia dell'intervento per il disturbo specifico con cui stavano lottando (Schenberg et al., 2017; Barone et al., 2019; Renelli et al., 2020). Nella citazione che segue, un paziente con disturbo da stress post traumatico (PTSD) menziona diversi elementi cruciali che gli hanno permesso di affrontare il suo trauma legato alla guerra: "Credo che l'MDMA mi abbia dato la possibilità di sentirmi capace e sicuro di affrontare i problemi. Mentre prima temevo quei pensieri e cercavo di evitarli in ogni momento, e di evitare le cose che mi ricordavano quei pensieri, credo che mi abbia permesso di sentirmi al sicuro nel mio spazio. Di essere in grado di combattere. Sentivo di avere la capacità e gli strumenti, mentre prima ero disarmato, senza protezione e non avevo alcun supporto. In questo tipo di ambiente, con [i terapeuti], il farmaco catalizzatore e tutto il resto, mi sembrava di avere un sostegno. Ora era sicuro e avevo i miei strumenti e le mie armi per poter affrontare gli ostacoli che non avevo mai avuto prima" (Barone et al., 2019) [MDMA, PTSD]. Diversi pazienti che si sono sottoposti a cerimonie con l'ayahuasca per trattare i disturbi alimentari hanno fornito suggerimenti per integrarli con i trattamenti convenzionali per i disturbi alimentari (Renelli et al., 2020). Gli intervistati di uno studio, quando sono stati interpellati, hanno effettivamente dichiarato di essere diventati più aperti verso le future terapie convenzionali, nonostante si fossero sottoposti a più terapie senza successo (Barone et al., 2019). Infine si notano 5 meccanismi d’azione psicologici riferiti dai pazienti nelle sedute, che ricorrono in tutti gli studi inclusi nella rassegna; spesso non c’era una distinzione netta tra i diversi meccanismi terapeutici ed i rispettivi elementi si mescolavano con gli altri. 1. Insight: uno dei temi più frequentemente citati è stato il raggiungimento di insight introspettivi, alternativamente chiamati miglioramento dell'autoconsapevolezza o svolte introspettive. Anche


15 questo aspetto è stato spesso citato come risultato dell'intervento. Indipendentemente dai disturbi o dalle sostanze psichedeliche usate, i pazienti hanno riferito di aver migliorato la conoscenza del proprio disturbo, delle sue cause profonde e dei comportamenti correlati (Barone et al., 2019; Noorani et al, 2018; Loizaga-Velder et al., 2014). Gli insight hanno portato ad una migliore comprensione dei disturbi sottostanti, delle cause psicologiche di base (Lafrance et al., 2017), ad una migliore comprensione delle cause di dipendenza (Loizaga-Velder et al., 2014) e, più specificamente per i pazienti con disturbi alimentari, ad insight somatici (Lafrance et al., 2017). Gli intervistati hanno anche acquisito conoscenze cruciali sul loro comportamento nei confronti degli altri per quanto riguarda le relazioni con amici, familiari o partner (Schenberg et al., 2017; Belser et al., 2017). Esempi specifici di questi meccanismi sono stati le visioni di natura autobiografica (Schenberg et al., 2017), una nuova comprensione della morte e i cambiamenti di prospettiva (Swift et al., 2017), quest’ultimi definiti anche "de-schematizzazioni" (Gasser et al., 2015). In uno studio, i pazienti descrivono come le intuizioni continuassero ad evolversi tra una seduta di psilocibina e l'altra (Noorani et al., 2018). “Ricordo di aver assistito a una cerimonia in cui mi sono reso conto che in quel momento abbuffarsi, spurgarsi e limitarsi erano in realtà meccanismi di coping adattivi; in quel momento era l’unico modo che sapevo per affrontare le difficoltà che stavo vivendo, per le quali non avevo parole e che nessuno mi chiedeva.” [Lafrance et al., 2017] [ayahuasca, disturbo alimentare]. Le implicazioni epistemologiche ed una possibile spiegazione psicologica degli insight verranno approfondite nel secondo capitolo. 2. Alterazioni dell'esperienza di sé: il cambiamento della percezione e della prospettiva di sé sono stati descritti come un aumento dell'autoefficacia (Schenberg et al., 2017), diminuzione dell'autocritica (Camlin et al., 2018) facilitata da una riduzione dei meccanismi di difesa psicologica (Watts et al., 2017) e come un aumento della consapevolezza di sé (Schenberg et al., 2017; Barone et al., 2019; Lafrance et al., 2017). Sono strettamente correlate le esperienze di maggiore amore di sé, cura di sé, fiducia in sé stessi, accettazione di sé, consapevolezza di sé, autostima, autocontrollo, autocompassione e perdono di sé. A ciò sono collegate esperienze di dissoluzione o allentamento del senso di sé, che spesso lasciano il posto ad una prospettiva più ampia, legata ad esperienze trascendentali. "L'Ayahuasca mi ha aiutato a connettermi profondamente con me stesso, in modo che l'amore per sé stessi sia stata la priorità prevalente rispetto all'autocritica, [...] l'amore per sé stessi è diventato più importante e più prevalente. E questo per me è l'antidoto per un disturbo alimentare". [Lafrance et al., 2017] [ayahuasca, disturbo alimentare]. 3. Connectedness: l'aumento dell’interconnessione è stato un tema centrale in uno studio sul trattamento con psilocibina per la depressione (Watts et al., 2017). In altri studi con la psilocibina, così come con l'ibogaina e l'ayahuasca, gli intervistati descrivono anche la connessione a diversi livelli: internamente (con le emozioni, i sensi, le parti di sé e la propria identità), così come esternamente (con gli altri, cioè partner, familiari, amici (Watts et al., 2017, Schenberg et al., 2017; Noorani et al., 2018; Renelli et al., 2020), e anche con la natura e il mondo in generale (Watts et al., 2017; Belser et al., 2017). "(Durante la dose) ero tutti, l'unità, una vita con 6 miliardi di facce, ero quello che chiedeva amore e dava amore, nuotavo nel mare e il mare era me." [Watts et al., 2017] [psilocibina, depressione]. 4. Esperienze trascendentali: gli aspetti mistici, religiosi o spirituali della guarigione sono stati ampiamente riportati nelle esperienze di guarigione dei pazienti in trattamento con ayahuasca (Loizaga-Velder et al., 2014), ibogaina (Camlin et al., 2018) e psilocibina (Watts et al., 2017; Swift et al., 2017) così come per diversi disturbi mentali. Queste esperienze erano legate a esperienze transpersonali, a sentimenti di stupore e trascendenza, alla dissoluzione del sé, alla connessione con forze più grandi, all'interconnessione con tutta la vita e all'unità col tutto. “Era


16 come essere all'interno della natura e sarei potuto rimanere lì per sempre: era meraviglioso. C’erano anche altri tipi di cose, come la sensazione di essere connessi a tutto, voglio dire, a tutto nella natura. Tutto, anche i sassolini, le gocce d'acqua nel mare... era come una magia. È stato meraviglioso, e non è stato come parlarne, che lo rende un'idea, ma è stato, come dire, esperienziale. Era come essere dentro una goccia d'acqua, essere dentro... un'ala di farfalla. Ed essere dentro gli occhi di un ghepardo". [Belser et al., 2017] [psilocibina, ansia di fine-vita]. 5. Ampliamento dello spettro emotivo: tra tutte le sostanze e i disturbi, gli intervistati condividono l’esperienza di un’elevata portata emotiva, l’accesso ad una gamma di emozioni più ampia e l'importanza del contenuto emotivo delle loro esperienze. Nella maggior parte degli articoli sono state riportate emozioni che vanno dalla beatitudine, la gioia, la pace e l'amore fino all’altro estremo dello spettro, ovvero la rabbia, l'ansia, il terrore, la disforia e la paranoia. "Emotivamente è stato un giro sulle montagne russe... La prima volta è stato molto brutale, doloroso, almeno emotivamente molto doloroso. Non saprei nemmeno dire in quale direzione: mi ha fatto male, come un dolore al cuore, come una delusione, come tutto ciò che una volta avevi vissuto come una sensazione negativa... È stato un dolore puro. ... Era dolore puro. Il dolore dei ricordi, beh, o il ricordo del dolore. ... È stato piuttosto duro. La seconda volta è stato sublime. Davvero. Amore, espansione, supporto, sapevo che a volte succede, i partecipanti parlavano di esperienze spirituali. Pensavo che intendessero solo questa dissoluzione di sé stessi - tutto va bene, tutto è fantastico. È stata un'esperienza molto importante per me. Molto, molto importante" (Gasser et al., 2015) [LSD, ansia fine-vita]. A volte un cambiamento di umore rispetto allo stato emotivo abituale era considerato di per sé terapeutico. "Quel posto era sereno e tranquillo e mi ha tolto un peso. Ed è stato rinfrescante provare qualcosa che era un tale cambiamento rispetto a ciò che provo normalmente." (van Schalkwyk et al., 2017) [ketamina, depressione]. Oltre a provare emozioni precedentemente inaccessibili, alcuni intervistati descrivono anche una migliore capacità di elaborare le emozioni irrisolte (Lafrance et al., 2017; Renelli et al., 2020). I partecipanti hanno regolarmente menzionato che le sessioni esperienziali potevano essere impegnative o dolorose. Queste esperienze emotivamente difficili sono state spesso considerate utili dal punto di vista terapeutico, soprattutto quando i partecipanti sono riusciti a trasformare le emozioni negative in positive, spesso portandoli ad un impatto duraturo (Watts et al., 2017; Schenberg et al., 2017; Belser et al., 2017; Renelli et al., 2020). Risulta strettamente correlata l'importanza terapeutica della catarsi emotiva, ovvero, la liberazione di emozioni o ricordi spesso dolorosi (Watts et al., 2017; Schenberg et al., 2017; Belser et al., 2017). Questo aspetto è legato alla capacità dei partecipanti di accettare e abbandonarsi alle emozioni difficili che provavano (Watts et al., 2017; Belser et al., 2017; Renelli et al., 2020): "Escursioni nel lutto, nella solitudine e nella rabbia, nell'abbandono. Una volta che mi sono addentrato nella rabbia, questa ha fatto 'pouf' ed è evaporata. Ho imparato che devi andare nel seminterrato che fa paura, e che una volta che ci sei entrato non c'è più un seminterrato che fa paura in cui andare." (Watts et al., 2017) [psilocibina, depressione]. Oltre all'accettazione di stati emotivi impegnativi, l'accettazione della propria situazione, o più specificamente del proprio corpo e della propria malattia soprattutto se di fronte all'imminente morte, sembra svolgere un ruolo importante per i pazienti con una diagnosi terminale (Swift et al., 2017; Belser et al., 2017; Gasser et al., 2015). "Ho accettato il mio corpo per quello che è, e penso che fino a quel momento ho resistito... Ho visto questo corpo per quello che vale. L'ho scelto, è mio. È più evidente: questo è ciò che è. Penso che l'accettazione sia stata liberatoria". (Swift et al., 2017) [psilocibina, ansia da fine vita]. I resoconti raccolti hanno permesso di delineare solo alcune delle caratteristiche fondamentali dell’esperienza psichedelica. Gli esiti del trattamento, che includono fattori come la deschematizzazione, l’ampliamento dello spettro emotivo e le conseguenti trasformazioni durature nella


17 personalità, verranno approfonditi successivamente in dettaglio, poiché sono requisiti fondamentali per la guarigione e la crescita in situazioni psicologicamente critiche. I.4 Esperienze mistiche o psicosi? Come già discusso in precedenza e come confermato dai resoconti personali dei pazienti, è molto difficile descrivere a parole cosa si prova mentre si ha a che fare con l’esperienza psichedelica. Tuttavia, i processi mentali che possono portare alla trasformazione psicologica non sono assolutamente esclusivi delle persone che osano avventurarsi in rituali sciamanici oltremare oppure in improvvisate sessioni ricreative con amici e musica. Il meccanismo psicologico e fisiologico dietro gli effetti di queste sostanze ha necessariamente già fatto parte delle nostre vite nei momenti cruciali della crescita. I momenti di svolta, di realizzazione filosofica, di puro terrore o di beatitudine sono passi inevitabili che determineranno un momento cardine, un momento che potrebbe decidere la traiettoria della nostra personalità e dei nostri valori rendendoli stabili e duraturi. Nell’articolo “Pivotal mental states” di Brouwer A. e Robin Lester Carhart-Harris (2020) viene introdotto un nuovo costrutto, lo “stato mentale cruciale” (abbreviato dall’inglese in PiMS, pivotal mental states), definito come uno stato iper-plastico che favorisce l'apprendimento rapido e profondo che può mediare la trasformazione psicologica. In inglese “pivot” è definito come un punto centrale dal quale un meccanismo gira o oscilla (Oxford English Dictionary, pivot, def. 1., n.d.) e l’aggettivo “pivotal” è definito come “qualcosa di cruciale importanza in relazione allo sviluppo di qualcos’altro”. L’alta plasticità neuronale presente durante i PiMS intensifica l’impatto delle associazioni percepite durante lo stato mentale cruciale, generando nuove credenze e prospettive sulla base delle emozioni provate durante lo stato di stress. In altre parole, l’emozione che si prova mentre si vive un momento intenso determinerebbe il modo in cui interpreteremo tutto ciò che sarà legato ad esso. L’immenso potenziale dei momenti cruciali risiede nella loro capacità di rimodulare i pregiudizi, le percezioni distorte, i traumi irrisolti e le emozioni inaccettabili attraverso un’esperienza terapeutica controllata. L’impegno dei ricercatori è stato quello di trovare il nesso tra l’interazione degli psichedelici classici sul recettore 2A della serotonina e l’attivazione di un intenso stato di stress che si verifica naturalmente in ognuno di noi quando le pressioni ambientali, reali o percepite lo richiedono per scopi di adattamento e sopravvivenza. Sarebbe questa la spiegazione psicofisiologica agli esiti duraturi e di svolta riportati dai mistici e pazienti, tutti con riferimenti all’intensità, importanza e significatività personale dell’esperienza psichedelica. L’intenso stato che favorisce la trasformazione psicologica può però avere esiti divergenti che dipendono, oltre che dalle caratteristiche soggettive dell’individuo, anche dal contesto ambientale in cui avviene tale esperienza. Brouwer e Carhart-Harris propongono che, allo stesso modo in cui le esperienze traumatiche possono scatenare il disturbo da stress post traumatico oppure una crescita post traumatica (Tedeschi, 1999), intensi periodi di stress psicologico riescano a dare spazio alle condizioni per generare grandi e durature trasformazioni psicologiche orientabili verso il disagio oppure il benessere. È da sottolineare con estrema enfasi la biforcazione degli esiti implicata negli stati mentali cruciali (PiMS), e quanto le variabili soggettive e ambientali, del set e del setting (Rucker et al., 2016; dos Santos et al., 2016), influiscano sull’esito positivo o negativo. La generale definizione dei PiMS li descrive come stati mentali trascendentali, iperplastici e intensi, con un grande potenziale di mediazione nella trasformazione psicologica. La definizione diventa più dettagliata se si aggiungono 3 criteri chiave: 1. Plasticità corticale elevata, 2. Aumentato


18 volume di apprendimento associativo, 3. Distintiva capacità di mediare la trasformazione psicologica. Per risolvere il paradosso tra benessere e disagio è fondamentale tener conto del contesto in cui avvengono i PiMS, poiché è il fattore che determina la qualità e l’influenza del cambiamento. Il contesto fa riferimento sia alle predisposizioni biologiche sia all’ambiente immediatamente circostante all’individuo. Risulta quindi importante trattare con particolare attenzione i fattori contestuali all’emergere di un PiMS (Carhart-Harris et al., 2018c; Hartogsohn, 2016; Hayes, 2019; Johnson et al., 2008; Leary et al., 1963). C’è il bisogno di riconoscere che certi PiMS, inclusi gli stati psicotici nei quali si perde contatto con la realtà, possono essere particolarmente difficili da gestire attraverso la sola manipolazione del contesto ambientale, per questo non è possibile consigliare quest’ultima come una strategia funzionante in tutti i casi. Per spiegare la neurofisiologia dei PiMS è fondamentale considerare il sistema serotoninergico ed il suo sottotipo di recettore 2A (5-HT2A), implicato nell’interazione tra biologia e ambiente (Chang et al., 2017; Dressler et al., 2016; Fiocco et al., 2007; Jiang et al., 2016; Jokela et al., 2007; Lebe et al., 2013; Mellman et al., 2009; Parade et al., 2017; Salo et al., 2011). La serotonina è una monoamina endogena presente in tutto l'organismo, in particolare nel sistema gastrointestinale (Gershon, 2013), nei polmoni (Castro et al., 2017) e, in misura minore, nel sistema nervoso centrale. Nonostante la sua prevalenza più modesta nel cervello, è noto che la neurotrasmissione della serotonina svolga un importante ruolo di modulazione in diversi aspetti chiave della mente e del comportamento, tra cui lo sviluppo cerebrale (Azmitia, 2001), l'umore (Garcia-Garcia et al., 2017), la cognizione (Meneses, 1999) e il sonno (Jouvet, 1999). Gli induttori più affidabili del rilascio di 5- HT sembrano essere lo stress (Fujino et al., 2002), il dolore e l'incertezza (Miyazaki et al., 2018). È stato quindi proposto che gli effetti calmanti della serotonina (Olivier and Mos, 1990), in particolare attraverso i recettori non 5-HT2A (come i recettori postsinaptici 5-HT1A nei circuiti dello stress), possano essere percepiti come una risposta adattiva alle avversità, ad esempio favorendo un tipo di resilienza che potremmo definire "forza d'animo", "coping passivo" o una maggiore capacità di sopportare le avversità e quindi di "cavarsela" (Carhart-Harris and Nutt, 2017). Il rilascio serotoninergico può essere indotto da vari stressors, e diversi tipi di stressors sembrano regolare l’attività del 5-HT2A: privazione del sonno, infiammazioni, dolore tonico, shock ripetuti, somministrazione di ormoni dello stress, stimolazione dell’amigdala, stress tempo-correlato, stress della novità, separazione materna, isolamento e arrendevolezza sociale. L’agonismo diretto, ovvero la capacità di mimare e sostituirsi ad un neurotrasmettitore, delle sostanze psichedeliche è capace di indurre stati mentali che riproducono i fenomeni visti in casi di intenso stress psicologico, ad esempio, l’aumentata abilità di apprendimento associativo e potenziale di trasformazione psicologica, spesso presenti a seguito di eventi traumatici (Briere et al., 2015; Hefferon et al., 2009; Joëls et al., 2006). Gli psichedelici hanno anche la capacità di incrementare il rilascio di ormoni dello stress (Alper, 1990; Calogero et al., 1989; dos Santos et al., 2012; Hasler et al., 2004; Owens et al., 1991; Schmid et al., 2015; Strajhar et al., 2016; vedi Schindler et al., 2018 per una rassegna). Si evidenzia anche la possibilità di manipolare volontariamente gli induttori naturali già precedentemente citati come privazione del sonno, digiuno, esercizi di respirazione, isolamento sociale e dolore autoindotto per motivi legati allo sviluppo personale e/o spirituale, presumibilmente inducendo stati psichedelici endogeni come descritto da svariati esempi transculturali e contesti religiosi (Camporesi, 1988; Farré-i-Barril, 2012; Grof and Grof, 2010; Janssen et al., 2016; Macmillan, 2013; Naor e Mayseless, 2017). Considerando ognuna delle condizioni fisiologiche per cui il cervello riconosce il bisogno di rilasciare serotonina, si potrebbe dire che essa svolga un ruolo fondamentale di autoconservazione e adattamento. Diversi studi dimostrano che l'attivazione del 5- HT2A ha effetti neuroprotettivi e antinfiammatori (Billac and Nichols, 2019; Fanibunda et al., 2019;


19 Flanagan et al., 2019a, 2019b; Flanagan and Nichols, 2018; Nau et al., 2013; Yu et al., 2008) e che l'infiammazione sia una caratteristica comune dei disturbi legati allo stress (Liu et al., 2017), compresa la psicosi (Fraguas et al., 2019). Le funzioni neuroprotettive e antinfiammatorie generali del 5-HT2A possono spiegare perché questo recettore sia sovraregolato, ovvero che viene stimolato, da tutti questi fattori di stress, mediandone le risposte e dimostrandosi un ottimo bersaglio terapeutico da raggiungere (Flanagan e Nichols, 2018). Come già accennato, lo stress può anche essere provocato dal disagio cognitivo dovuto a svariati disturbi in maniera transdiagnostica (McEvoy e Mahoney, 2011) e dal disagio che ha origine nella socialità, come nella cosiddetta “sconfitta sociale” (Jones et al., 1993; Reininghaus et al., 2008) e nell’isolamento. La percezione di disconnessione sociale, l'isolamento e il ritiro sociale predicono con affidabilità le esperienze psicotiche o spirituali(Mishlove e Chapman, 1985; Seeman, 2017), mentre la reclusione in isolamento, concepita inizialmente come metodo di riabilitazione spirituale (Haney, 2018), spesso porta a distorsioni percettive, allucinazioni, deficit cognitivi e paranoia. Vale la pena sottolineare che gli psichedelici classici, agonisti del 5- HT2A, inducono in modo abbastanza riproducibile esperienze di vivida presenza percepita (Timmermann et al., 2019) e, più in generale, di pensiero magico (Carhart-Harris et al., 2014; Kraehenmann et al., 2017). Ricapitolando, abbiamo visto come le situazioni di disagio fisiologico, psicologico e sociale portino all’attivazione del recettore serotoninergico 5-HT2A come risposta adattiva dell’organismo. Risulta coerente una definizione dello stress che lo descrive come "la risposta multisistemica dell'organismo a qualsiasi sfida che travolge, o che si ritenga possa travolgere, i meccanismi selettivi di risposta omeostatica" (Day, 2005). Questa definizione di stress è utile, in quanto riconosce come lo stress possa innescare meccanismi di adattamento come l'aumento della plasticità, cioè la qualità di essere più plasmabile. Lo stress è tipicamente interpretato e percepito come un fenomeno avversivo e riconoscerlo può aiutarci a capire perché i PiMS che sorgono naturalmente spesso portino a risultati negativi. Ad esempio, se un PiMS non è atteso e l'esperienza si protrae nel tempo, è probabile che l'effetto sia angosciante (Rekhi et al., 2019; van der Steen et al., 2017). Le condizioni avverse sono, quasi per definizione, stressanti, ed esempi classici come l'isolamento sociale involontario, lo stress legato all'ambiente urbano, lo status socioeconomico povero e le avversità infantili sono probabilmente in grado di mediare e/o potenziare i PiMS, rendendo possibile l’emergere di disturbi psicotici (Selten e Cantor-Graae, 2005, 2007; Selten et al., 2013, 2016). Al contrario, le esperienze mistiche sembrano essere più probabili in contesti ambientali positivi come la natura (Anderson et al., 2018). Nelle psicosi gravi e durature la frammentazione del sé è spesso percepita come invasiva e tormentosa, mentre le sensazioni di "unione mistica" o "interconnessione" (Carhart-Harris et al., 2018b) sembrano essere al centro delle esperienze positive di dissoluzione dell'ego nelle esperienze mistiche naturali e in quelle indotte da psichedelici. Nasce qui una classica controversia in psicologia e psichiatria, ovvero, il rapporto tra esperienze mistiche e psicosi. Da tempo si è notato che alcune esperienze mistiche e psicosi precoci e acute presentano caratteristiche simili, come l'esperienza anomala in sé, il pensiero magico e le aberrazioni percettive (Baldacchino, 2016; Buckley, 1981; Cangas et al., 2008; Crespi et al., 2019; Grof and Grof, 1989; Hunt, 2000, 2007; Jackson, 1997; Jaynes, 1976; Luhrmann, 2017; Lukoff, 1985, 2007, 2018; Murray et al., 2012; Parnas and Henriksen, 2016; Perry, 1977; Polimeni, 2018; Powers and Corlett, 2018; Ross and McKay, 2018; Willard and Norenzayan, 2017). Tutti e tre i fenomeni sono indotti in modo riproducibile dagli psichedelici agonisti del 5-HT2A (Carhart-Harris, 2007; Carhart-Harris and Friston, 2010; Kraehenmann et al., 2017; Letheby, 2016; Millière, 2017; Nour et al., 2016), il che implica la loro relazione con uno stato più fondamentale, il PiMS mediato dal 5- HT2A. Per questo motivo i PiMS vengono definiti “cruciali”, poiché è durante il processo mentale di


20 stress intenso che avviene la biforcazione degli esiti; un PiMS può risolversi con un’epifania/risveglio spirituale oppure nell’acquisizione di convinzioni psicotiche. Le emozioni provate durante alcuni eventi cardine della vita determineranno i nostri valori, pregiudizi e convinzioni su tutto ciò che sarà associato ad essi. Se il tono affettivo di un PiMS è positivo e intenso si può raggiungere una "deponderazione", o un rilassamento di una convinzione negativa. Ad esempio, il pregiudizio negativo (cognitivo) che caratterizza il disturbo depressivo (Disner et al., 2011) verrebbe percepito con minore sicurezza in quanto l’esperienza positiva provata durante il PiMS andrebbe in contrasto col pregiudizio negativo. Tuttavia, se il tono affettivo che accompagna un PiMS è intenso, negativo e irrisolto si rischia di instillare e/o rafforzare le credenze negative, aggiungendo precisione alla credenza negativa (Roseman et al., 2019). L'intensità, la durata, la preparazione psicologica e il grado di risolutezza possono contribuire alla natura e all'influenza delle emozioni sulla qualità e sull'impatto di un PiMS (Haijen et al., 2018). Gli affetti negativi predominano nelle psicosi schizofreniche e sono associati a deliri di persecuzione (Paolini et al., 2016) e a una generale disorganizzazione cognitiva (Carrigan e Barkus, 2017). Al contrario, gli affetti positivi predominano nelle concezioni occidentali dell'esperienza spirituale (DeHoff, 2015; Hardy, 1979) e nelle esperienze con le sostanze psichedeliche (Liechti et al., 2017). Questo però non implica che un intenso stato emotivo percepito positivamente sia automaticamente predittore di esiti positivi duraturi, cosa che vale precisamente per episodi maniacali, ipomaniacali o illusioni religiose del disturbo bipolare e schizofrenia (Cardno e Owen, 2014). Gli episodi psicotici e le esperienze spirituali sono entrambi comunemente preceduti da un'insoddisfazione nei confronti della realtà e del proprio posto all'interno di essa (Miller and C’de Baca, 2001). Nella fase prodromica della psicosi, cioè un periodo pre-psicotico che precede un episodio psicotico acuto, l’individuo può infatti assomigliare al fenotipo depressivo (DeVylder et al., 2014). Occorre tenere presente che l’evoluzione in un episodio psicotico oppure in un’esperienza mistica può essere interpretata come una "difesa maniacale" (Winnicott, 1935), cioè una fuga dalla realtà. Negli stati prodromici più lunghi la perdita di interesse per le attività, ad esempio l'istruzione, le passioni e i piaceri può coesistere con un interesse emergente per il soprannaturale, la religione e i rituali (Møller e Husby, 2003). I pensieri possono iniziare a sembrare estranei al sé ed emotivamente distanti. Gli individui possono trovarsi ad esaminare i propri pensieri e comportamenti da una prospettiva in terza persona, come soggetti consapevoli ma dissociati (Parnas e Handest, 2003). L’induzione volontaria di un PiMS, come nelle esperienze mistiche ritualistiche discusse nei paragrafi precedenti, sembra essere una tecnica molto efficace che riesce a procurare dei cambiamenti significativi negli stati mentali. La combinazione di più pratiche ascetiche come la meditazione, la preghiera o il rituale possono creare, forse inavvertitamente, le condizioni sinergiche ideali per la naturale stimolazione del 5-HT2A (Alfaro-Rodríguez et al., 2006) e, quindi, l'emergere di un PiMS. Una distinzione cruciale tra le pratiche ascetiche e le controparti non intenzionali, come l'esclusione sociale o il celibato involontario, è che l'asceta mantiene un senso di controllo sui fattori di stress. Se la condizione di disagio è autoindotta a scopo religioso o trasformativo, il contesto emotivo associato alla pratica sarà sicuramente più positivo, caratterizzato dalla volontà di raggiungere un esito buono, a differenza delle situazioni in cui il disagio è imposto da fattori esterni o da una volontà negativa interna. Ci sono quindi buone ragioni per ipotizzare che, in un determinato periodo del nostro sviluppo evolutivo, tra gli esseri umani sia nata l'intuizione, forse universale, che la manipolazione fisiologica possa indurre stati mentali e cerebrali iperplastici; una consapevolezza che da allora è stata sfruttata nel corso dei secoli per scopi di autosviluppo e crescita spirituale o religiosa (Kotler e Wheal, 2017). Si noti a questo proposito che le religioni dispongono di eccellenti risorse narrative e infrastrutturali per affrontare la "rinascita psicologica" (Rambo, 1993). Nei moderni ambienti secolari manca la stessa qualità di supporto integrato, valori condivisi e visione unificata (A. Brouwer & R.L. CarhartHarris, 2020), ovvero i fattori contestuali capaci di veicolare l’emozione dell’esperienza mistica verso


21 emozioni positive e di fiducia verso un bene superiore. Sebbene i PiMS, per definizione, rappresentino un'opportunità di cambiamento importante, esso non è assicurato, e nemmeno i risultati "positivi" sono necessariamente più probabili di quelli negativi. In linea con il cosiddetto "paradosso del plastico" (Doidge, 2007), allo stesso modo in cui gli stati di iperplasticità possono favorire lo sblocco dell'apprendimento al servizio di nuove prospettive e comportamenti, possono anche servire a rafforzare vecchie credenze e pregiudizi se ce ne sono le condizioni. I.5. I “bad trip” e gli effetti duraturi degli psichedelici Sebbene gli psichedelici abbiano una tossicità fisiologica molto bassa e non siano associati alla ricerca compulsiva di droga, a volte producono reazioni psicologiche avverse acute e, più raramente, persistenti (Johnson et al., 2008). Ad esempio, gli effetti avversi dei funghi psilocibinici, il cui principio attivo è la psilocina, sono documentati in molti contesti al di fuori della ricerca, tra cui l’insorgenza di sintomi psicologici angoscianti a breve termine come la paura (van Amsterdam et al., 2011), il mettersi a rischio di danni fisici (Allen et al., 1991; van Amsterdam et al., 2011) l’atto di richiedere supporto medico (Allen et al., 1991) e la persistenza di problemi psicologici o psichiatrici negativi (Allen et al., 1991). Tuttavia, il rischio percepito è risultato molto basso quando valutato da esperti di droghe (Nutt et al., 2010) e dai consumatori con esperienza (Carhart-Harris e Nutt, 2013), mentre la psilocibina è stata classificata come moderatamente benefica dai consumatori esperti (Carhart-Harris e Nutt, 2013). Nonostante l’associazione tra l’uso di psilocibina e le ospedalizzazioni (DAWN, 2013; Mowry et al., 2014), la sua tossicità è relativamente molto bassa rispetto a quella legata ad altre sostanze (DAWN, 2013). Lo studio che viene analizzato di seguito è stato intrapreso per caratterizzare le esperienze difficili causate dalla psilocibina e le conseguenze di tali esperienze (Carbonaro et al., 2016). I dati sono stati raccolti tramite un questionario autovalutativo proposto ad un ampio campione internazionale di persone che hanno subìto un'esperienza difficile o impegnativa con la psilocibina. Sono state poste domande dettagliate sul singolo peggior "bad trip" di un individuo. Un bad trip è definito come un’esperienza psichedelica caratterizzata dal sentimento di perdita di controllo e dalla sensazione di impazzire (Gashi et al. 2021). Le domande dello studio si riferivano ai dati demografici, le condizioni del set e del setting in cui la psilocibina è stata ingerita, nonché a tutte le conseguenze psicologiche ed emotive negative e positive, acute e durature, della difficile esperienza con la psilocibina. I partecipanti sono stati reclutati principalmente attraverso il Web ed inviti via e-mail, mentre le informazioni sul sondaggio si sono diffuse attraverso i social network. Sono stati selezionati individui maggiorenni che hanno attraversato un bad trip caratterizzato da angoscia o paura significative in un contesto non ufficiale, quindi, durante sessioni ricreative. I partecipanti hanno risposto a domande sul verificarsi, durata e gravità delle esperienze psicologiche o emotive di paura, paranoia, ansia, depressione e "altro" che potrebbero aver sperimentato in qualsiasi momento prima dell'esperienza impegnativa. I partecipanti hanno anche risposto a una serie di domande simili sulle esperienze negative verificatesi dopo il bad trip e se sono state attribuite all'esperienza con la psilocibina. La revisione indipendente delle risposte testuali aperte ha fornito prove sia di un aumento della suicidalità (cinque casi) sia di una diminuzione della suicidalità (sei casi). Sono stati inoltre documentati tre casi in cui l'esperienza impegnativa con la psilocibina è stata associata all'insorgenza di sintomi psicotici duraturi e compromettenti. Tutti e tre erano maschi bianchi di età compresa tra i 18 e i 21 anni al momento dell'esperienza, avvenuta da 3 a 20 anni prima dell'indagine. Nessuno dei tre ha riferito di aver avuto sintomi psicotici prima dell'esperienza. Il primo individuo ha descritto


22 allucinazioni uditive (sentire voci) e paranoia. Il secondo ha descritto una grave depersonalizzazione, allucinazioni visive molto inquietanti ed estrema confusione. In seguito ha iniziato ad assumere farmaci antipsicotici non specificati e ha ricevuto una diagnosi di schizofrenia. Il terzo individuo ha riferito paranoia, agorafobia, grave ritiro sociale, confusione mentale e ha riferito di aver ricevuto diagnosi di disturbo bipolare e disturbo da stress post-traumatico. Questa indagine di quasi 2000 partecipanti documenta che le esperienze psicologicamente difficili dopo l'assunzione di funghi psilocibinici possono essere associate a effetti negativi acuti e a problemi psicologici duraturi, oltre che a benefici duraturi. Di questi intervistati, il 39% ha classificato l'esperienza tra le prime cinque (inclusa la prima) più impegnative della propria vita, l'11% ha riferito di aver messo sé stesso o altri a rischio di danni fisici, il 2,6% ha riferito di essersi comportato in modo fisicamente aggressivo o violento e il 2,7% ha riferito di aver richiesto assistenza medica durante l'occasione. Tra coloro che hanno avuto una seduta psicoterapeutica almeno un anno prima, il 7,6% ha riferito di aver chiesto un supporto specializzato per uno o più sintomi psicologici attribuiti all'esperienza impegnativa con la psilocibina. Tre casi sono stati associati all'insorgenza di sintomi psicotici duraturi e compromettenti e tre casi a tentativi di suicidio. Nonostante queste difficoltà, è da notare che l'84% degli intervistati ha dichiarato di aver tratto beneficio dall'esperienza, con il 76% che ha riferito un aumento del benessere o della soddisfazione di vita attribuito all'esperienza. Circa il 60% degli intervistati ha considerato la propria esperienza tra le 10 esperienze psicologicamente più significative della propria vita, mentre il 34% e il 31% l'ha inserita tra le prime cinque esperienze più significative dal punto di vista personale e spirituale, rispettivamente. Le distribuzioni del grado di difficoltà e del grado di significatività personale percepite erano sorprendentemente simili. Inoltre, le analisi di correlazione e regressione multipla hanno mostrato che il grado di difficoltà dell'esperienza era positivamente e significativamente correlato all'attribuzione di un significato personale duraturo, di un significato spirituale e di una maggiore soddisfazione di vita. Questi risultati controintuitivi sono coerenti con le osservazioni cliniche degli psicoterapeuti psichedelici, i quali hanno riferito che, durante una seduta psichedelica, la risoluzione di esperienze psicologicamente impegnative può portare all'attribuzione di un forte significato spirituale e di una maggiore soddisfazione di vita, talvolta descritta come catarsi (Richards, 2015), anche se le esperienze impegnative non sono necessarie per ottenere risultati terapeutici positivi. La durata dell'esperienza impegnativa è risultata positivamente correlata al grado di difficoltà ma negativamente correlata al significato personale, spirituale e benessere duraturo. Questo risultato suggerisce che gli interventi terapeutici durante un'esperienza impegnativa dovrebbero essere preferibilmente mirati a ridurre la durata piuttosto che tentare di smorzare il picco d’intensità psichedelica, proprio come riportato già negli anni ’60 dalla terapia psichedelica di picco, in cui gli effetti di dosi elevate di LSD venivano sfruttati per indurre un’intensa esperienza mistica che facilitasse l’alleanza terapeutica, l’immersione nelle tematiche personali e l’allentamento delle difese del paziente (Blewett e Chwelos, 1959; MacLean et al., 1961; Sherwood et al., 1962). Per quanto riguarda le norme di sicurezza da seguire durante la somministrazione di psichedelici in contesti terapeutici bisogna far riferimento alle linee guida di Johnson et al. (2008) descritte nel capitolo successivo. Sarebbe questo il motivo per cui i tassi e la gravità dei problemi, sia acuti che duraturi evidenziati nel sondaggio, sono notevolmente superiori a quelli osservati in studi di ricerca con pazienti ben preparati e strettamente monitorati. (Griffiths et al., 2006, 2008, 2011; Johnson et al., 2014; Studerus et al., 2010). Tra i partecipanti al sondaggio, oltre alla probabile assenza di diagnosi e preparazione psicologica, solo il 2,1% ha riferito di aver assunto la psilocibina in condizioni che di solito si realizzano in laboratorio, cioè in uno stato emotivo favorevole prima della somministrazione, nel comfort e in sicurezza fisica, col sostegno sociale, con la fiducia negli altri e


23 in presenza di una guida sobria e fidata esperta nel sostenere le esperienze psichedeliche. Circa il 36% degli intervistati ha dichiarato di aver assunto una dose di psilocibina superiore al normale e il 53% ha riferito di aver fatto uso di cannabis prima o durante la sessione. L'uso di cannabis prima o durante la sessione era leggermente correlato negativamente con la difficoltà dell'esperienza, ma non aveva alcun effetto sulla durata o sulla probabilità di mettere sé stessi o altri a rischio di danni fisici. Il 26% dei partecipanti hanno cercato di ridurre la difficoltà percepita facendo uso di cannabis e, di questi, il 50% ha riferito che l'ha aiutato in modo sostanziale. È degno di nota, tuttavia, che nelle risposte testuali aperte diversi volontari hanno commentato spontaneamente che l'uso di cannabis abbia in realtà esacerbato la difficoltà. Esistono alcune limitazioni legate alla conduzione di uno studio sulle piattaforme online, ovvero, che è impossibile sapere se gli intervistati siano stati sinceri nel compilarlo. Inoltre, il tasso di non completamento è stato elevato. L'83% degli intervistati ha volontariamente dedicato il tempo per scrivere commenti facoltativi sulla loro esperienza impegnativa alla fine del sondaggio e molti hanno espresso il loro interesse e la loro gratitudine per aver avuto l'opportunità di partecipare allo studio. Un'altra limitazione è che la popolazione dei rispondenti non era diversificata: Il 78% era di sesso maschile, l'89% era bianco e l'87% aveva almeno una certa istruzione universitaria. In secondo luogo, poiché i soggetti sono stati selezionati tramite dei media Internet incentrati sulle sostanze psichedeliche, è probabile che il campione dei partecipanti abbia avuto tendenze più positive verso il tema. È possibile che l'indagine abbia sottovalutato la gravità degli effetti negativi, perché è meno probabile che i soggetti afflitti da effetti negativi gravi siano venuti a conoscenza dell'indagine (Carbonaro et al., 2016). In conclusione, questa indagine su quasi 2000 persone ha dimostrato che le esperienze psicologicamente difficili dopo l'assunzione di funghi psilocibinici possono includere disagio psicologico acuto, comportamenti pericolosi e problemi psicologici duraturi. I fattori che contribuiscono all'aumento della probabilità di mettere sé stessi o altri a rischio di danni fisici includono l'entità della dose stimata di psilocibina, il grado di difficoltà dell'esperienza, la durata dell'esperienza difficile, l'assenza di conforto fisico e di supporto sociale durante l'esperienza. I dati epidemiologici indicano che i tassi di effetti avversi dopo la psilocibina sono molto bassi rispetto agli effetti avversi di altre droghe psicoattive. Tuttavia, i risultati di questa indagine confermano le preoccupazioni relative all'assunzione di psilocibina in ambienti non controllati. Con l'aumento delle ricerche che esplorano i possibili usi terapeutici della psilocibina (Grob et al., 2011, 2013; Johnson et al., 2014), è importante notare che i rischi di comportamenti pericolosi o di problemi psicologici duraturi sono estremamente bassi negli studi di laboratorio sulla psilocibina con partecipanti accuratamente selezionati, ben preparati e supportati durante e dopo la somministrazione della psilocibina. Per quanto riguarda i casi di psicosi prolungata a seguito di esperienze psichedeliche traumatiche sembrerebbe che i soggetti fossero già affetti da una forma premorbosa di malattia mentale prima dell’assunzione della sostanza. Tuttavia, non è noto se la precipitazione della psicosi in questi soggetti suscettibili rappresenti una reazione psicotica che non si sarebbe mai verificata in assenza dell'uso di allucinogeni o se sia un esordio anticipato di una crisi psicotica che si sarebbe verificata comunque (Grinspoon e Bakalar, 1979; Strassman, 1984). A differenza del disagio psicologico acuto, questi casi sono estremamente rari in partecipanti ben selezionati e ben preparati. In un'indagine condotta sulla somministrazione di LSD o mescalina, Sidney Cohen (1960) ha riferito che in 1200 partecipanti alla ricerca sperimentale (non pazienti) si è verificato un solo caso di reazione psicotica di durata superiore alle 48 ore (un tasso dello 0,8 per 1000). In particolare, l'individuo era il gemello omozigote di un paziente schizofrenico e quindi avrebbe dovuto essere escluso in base ai criteri di selezione proposti. McGlothin e Arnold (1971) hanno riportato un caso su 247 tra individui


24 che hanno ricevuto LSD in studi sperimentali o psicoterapeutici in cui si è verificata una reazione psicotica legata all'LSD della durata di oltre 48 ore. Questo singolo caso si riferiva ad un paziente che aveva ricevuto ripetute somministrazioni di LSD in un contesto psicoterapeutico. Alcune osservazioni cliniche suggeriscono che il materiale psicologico inconscio possa essere attivato durante le sedute di psichedelici, e che tale materiale, se non adeguatamente elaborato e integrato psicologicamente, possa portare a difficoltà psicologiche di natura non psicotica come emozioni negative e sintomi psicosomatici che si protraggono oltre la seduta (ad esempio, McCabe, 1977; Grof, 1980). Sebbene queste osservazioni non siano state esaminate sperimentalmente, meritano di essere prese in considerazione. Il forte supporto interpersonale da parte dei moderatori prima, durante e dopo le sessioni ridurrà al minimo qualsiasi effetto psicologico negativo duraturo.


25 CAPITOLO II. Terapia e scienza II.1. Rischi, sicurezza e progresso L’intensità ed il potenziale dell’esperienza psichedelica non possono e non devono in nessun modo essere sminuiti. Come vediamo dalle testimonianze dei pazienti, lo stato a cui si fa accesso rende l’individuo vulnerabile, estremamente suscettibile ai pensieri interni e al contesto esterno. Come sottolineato da Brouwer e Carhart-Harris, la biforcazione degli esiti dello stato mentale cruciale implica la possibilità di raggiungere la condizione desiderata di trasformazione psicologica oppure l’insorgenza di attacchi di panico, traumi o psicosi. Nell'era moderna del "rinascimento psichedelico" stiamo assistendo a un'intensificazione della ricerca neuroscientifica e clinica di base su queste sostanze, che mostra risultati promettenti, anche se preliminari, sia per varie condizioni psichiatriche (Carhart-Harris et al., 2016; Grob et al., 2011; Palhano-Fontes et al., 2018) e sia per il benessere generale e la soddisfazione della vita in persone sane (Griffiths et al., 2018). Al contrario, la ricerca sui loro effetti potenzialmente dannosi rimane limitata. Oltre a questo rinnovato interesse scientifico e terapeutico per le sostanze psichedeliche, l'uso ricreativo di queste sostanze è aumentato in modo sostanziale ed è oggi comune quasi quanto negli anni Sessanta. Nonostante gli psichedelici siano considerati fisiologicamente sicuri (Nichols, 2016; Johnson, Richards e Griffiths 2008), gli effetti psicologici negativi sono possibili e possono essere considerevoli. Una questione particolarmente dibattuta è il legame tra l'uso di psichedelici e i disturbi dello spettro psicologico. In particolare, da tempo si teme che gli psichedelici possano innescare lo sviluppo di reazioni psicotiche prolungate (Bowers, 1977). Alla luce di ciò, vale la pena ricordare che, nonostante i primi studi abbiano trovato un legame tra l'uso di psichedelici e sintomi simili alla psicosi (Kuzenko et al., 2011), studi più ampi non sono riusciti a confermarlo (Krebs e Johansen, 2013), né l'uso di queste droghe è stato associato ad altri problemi di salute mentale (Johansen e Krebs, 2015). Una delle possibili spiegazioni delle discrepanze tra questi studi potrebbe essere l'utilizzo di strategie diverse per la valutazione della psicopatologia. Infatti, le valutazioni orientate alla diagnosi, potrebbero non essere ideali per rilevare le manifestazioni subcliniche delle caratteristiche psicopatologiche, compresi i tratti schizotipici non clinici, i bias cognitivi1 tipici dello spettro schizofrenico, come il Bias Against Disconfirmatory Evidence, o bias contro informazioni contrastanti (BADE) (Buchy, Woodward e Liotti, 2007; Woodward, Buchy, Moritz e Liotti, 2007) e le anomalie nell'apprendimento (Kosmidis, Breier e Fantie, 1999; Clifton, 2017). Lo studio di Lebedev et al. (2021) si è proposto di colmare questa lacuna conoscitiva indagando se l'uso pregresso di psichedelici in una popolazione giovane e sana sia associato ad anomalie nella cognizione di ordine superiore, simili a quelle mostrate dagli individui dello spettro schizofrenico, in particolare nel BADE e compromissioni nell'apprendimento reversibile. Nel tentativo di ovviare ad alcune limitazioni dei disegni trasversali e di individuare potenziali nessi causali, è stata effettuata anche una valutazione estesa sul consumo ricreativo di droghe dei soggetti in un'indagine successiva di follow-up, raccogliendo informazioni sull'esposizione totale a diverse droghe, ponendo domande sulla frequenza e attualità del consumo. È stata presentata l'ipotesi che l'uso di droghe psichedeliche sia associato a sintomi di schizofrenia e a bias cognitivi tipici dei disturbi dello spettro schizofrenico e che l'esposizione totale a queste droghe abbia effetti significativi sui 1 I bias cognitivi, noti anche come "euristiche", sono scorciatoie cognitive utilizzate per velocizzare il nostro processo decisionale. Un'euristica può essere considerata come una "regola empirica" o una linea guida cognitiva che si applica inconsciamente a una situazione complessa per rendere il processo decisionale più facile ed efficiente (O’Sullivan e Schofield, 2018).


26 suddetti esiti. Il reclutamento del campione è avvenuto tramite annunci sul web, su servizi di social media e forum che includono la popolazione target (gruppi Facebook e Reddit che discutono dell'uso scientifico e ricreativo di droghe psichedeliche, della politica sulle droghe, di problemi e disturbi legati alle sostanze), nonché piattaforme generali progettate per reclutare soggetti di ricerca. Per indagare la relazione tra psichedelici e sintomi correlati alla psicosi in giovani adulti è stato necessario escludere le persone con diagnosi psichiatriche o storia di trauma cranico. È stata poi valutata la presenza di sintomi schizofrenici in un campione totale di 1032 persone, di cui 701 avevano un'età compresa tra i 18 e i 35 anni. In un modello di regressione lineare multipla che teneva conto dell'uso concomitante di droghe, l'associazione tra schizotipia e uso di psichedelici non era significativa. Ciò è stato vero sia per l'intero campione sia per la popolazione di giovani adulti senza disturbi neurologici e psichiatrici. In linea con ciò, non è stato riscontrato alcun legame significativo tra l'esposizione totale agli psichedelici in termini di frequenza d’utilizzo e punteggi elevati di schizotipia nel gruppo che si era sottoposto all’indagine sul consumo di stupefacenti. Al contrario, l'uso di stimolanti (cocaina, anfetamine, efedrina) ha predetto con forza e coerenza punteggi più elevati di schizotipia, mentre l'uso di alcol è stato associato a punteggi più bassi. I risultati non supportano quindi la presenza di un legame sostanziale tra l'uso di psichedelici e le manifestazioni subcliniche delle caratteristiche psicopatologiche indagate in soggetti altrimenti sani. (Lebedev et al., 2021). Lo studio ha rilevato però che i consumatori di psichedelici hanno ottenuto un punteggio significativamente più alto nella schizofrenia rispetto al gruppo di non consumatori. Tuttavia, la correlazione era notevolmente bassa e quando si escludono tutti i partecipanti con una storia di diagnosi psichiatrica questa differenza non è più significativa. Questo è in linea con un ampio studio di popolazione che non ha dimostrato la suddetta associazione (Krebs e Johansen, 2013), ma contraddice uno studio più vecchio di Kuzenko et al. che avrebbe individuato un'associazione tra l'uso di queste sostanze e i sintomi psicotici (Kuzenko et al., 2011). Tuttavia, vale la pena notare che nello studio di Kuzenko et al. gli effetti significativi identificati nell'uso di psichedelici non hanno considerato la possibile influenza dell'uso di stimolanti, nonostante quest'ultimo fosse fortemente associato ai sintomi psicotici, come dimostrato dallo studio attuale. Lo studio di Lebedev e colleghi non ha trovato prove di effetti dannosi di queste sostanze sul benessere. Al contrario, i consumatori di psichedelici hanno ottenuto punteggi più bassi nella sfaccettatura "disturbo" del Peters Delusion Inventory (Peters et al., 2004). Considerando solo questi dati non è però possibile escludere completamente la possibilità di effetti potenzialmente dannosi dell'uso di psichedelici su altre dimensioni psichiatriche e di benessere. Contrariamente all'ipotesi presentata, l'esposizione agli psichedelici è stata associata a una migliore integrazione delle informazioni contrastanti nel compito BADE (Mason e Claridge, 2006; Mason et al., 2005), indicando una maggiore disponibilità degli utilizzatori di psichedelici a riconsiderare i pregiudizi iniziali quando si trovavano di fronte a prove contrarie, un dato che accenna alla capacità degli psichedelici di allentare il controllo gerarchico dell’assestamento delle informazioni approfondita nel paragrafo del modello REBUS (Carhart-Harris e Frinston 2019). Insieme, questi risultati supportano la possibilità di applicare la terapia assistita da psichedelici per le condizioni psichiatriche non psicotiche caratterizzate da stili cognitivi eccessivamente rigidi, come ad esempio la depressione (CarhartHarris, 2016; Palhano-Fontes et al., 2018; Holtzheimer e Mayberg, 2011). Al contrario, è stato riscontrato che l'esposizione agli stimolanti era significativamente associata a una peggiore integrazione delle prove, rispecchiando la sua associazione con la schizotipia identificata nel presente studio e in quelli precedenti (McKetin et al., 2013), così come in un campione non clinico di soggetti che avevano ottenuto un punteggio elevato nella predisposizione al delirio (Buchy et al., 2007). I consumatori di psichedelici hanno anche mostrato una maggiore sensibilità alle istruzioni da seguire nel compito di apprendimento della paura. In particolare, gli effetti delle istruzioni erano associati


27 positivamente al livello complessivo di esposizione agli psichedelici, vale a dire che un'assunzione più recente e frequente di psichedelici era associata a un'influenza ancora maggiore delle istruzioni sulle risposte alla paura. Questo suggerisce che gli psichedelici possono aumentare l'apprendimento cognitivo della paura in modo duraturo, il che, a sua volta, può spiegare la loro particolare efficacia nel trattamento dell'ansia e dei disturbi psichiatrici legati ai traumi (Griffiths et al., 2016; Mithoefer et al., 2019). Una spiegazione alternativa, tuttavia, potrebbe trovarsi nell'esistenza di un terzo fattore che associa la tendenza dell’individuo a provare gli psichedelici alla sua flessibilità mentale nell’apprendimento di istruzioni legate alla paura. La tendenza in questione potrebbe essere ad esempio il tratto di personalità dell'Apertura che in precedenza ha dimostrato di essere generalmente più alto tra i consumatori di droghe psichedeliche (Erritzoe et al., 2019) e di essere influenzato dalle esperienze psichedeliche in contesti sperimentali (MacLean et al., 2011; Lebedev et al., 2016). Il tema della personalità in relazione all’uso di psichedelici verrà affrontato in un successivo paragrafo. Per quanto riguarda la sicurezza fisiologica degli psichedelici classici, ovvero quelli che agiscono principalmente sul sistema serotoninergico, possiamo dire che queste sostanze non provocano assuefazione o dipendenza e non sono considerate rinforzanti (O'Brien, 2001). Ciò è comprensibile quando ci si rende conto che gli psichedelici serotoninergici non hanno effetti diretti sui sistemi dopaminergici cerebrali, una farmacologia che sembra essere essenziale per quasi tutte le droghe che possono creare dipendenza. I tentativi di addestrare gli animali all'autosomministrazione di allucinogeni, un modello animale in grado di prevedere correttamente l'abuso, sono stati generalmente infruttuosi (Freedman and Boggan, 1974; Wallach et al., 1974; Trulson et al., 1977). Diversi studi hanno dimostrato che la rapida tolleranza agli psichedelici è correlata alla sottoregolazione dei recettori 5-HT2A, ovvero, ad una loro riduzione. Ad esempio, la somministrazione giornaliera di LSD ha ridotto selettivamente la densità dei recettori 5-HT2A nel cervello di ratto (Buckholtz et al., 1985, 1990). Gli psichedelici hanno in genere una tossicità fisiologica relativamente bassa e non hanno dimostrato di provocare danni agli organi o deficit neuropsicologici (Strassman, 1984; Gable, 1993, 2004; Halpern e Pope, 1999; Hasler et al., 2004; Nichols, 2004; Halpern et al., 2005). Studi sugli animali hanno dimostrato che l'MDMA, strutturalmente simile ad alcuni psichedelici classici ma con un meccanismo d'azione farmacologico sostanzialmente diverso, ha effetti neurotossici ad alte dosi, anche se l'MDMA è stata giudicata sicura per la somministrazione sull'uomo nel contesto di diversi studi terapeutici e di ricerca umana di base. Al contrario, non ci sono prove di tali potenziali effetti neurotossici con gli psichedelici classici prototipici, ovvero LSD, mescalina e psilocibina. Durante la loro azione possono verificarsi alcuni sintomi fisiologici, come vertigini, debolezza, tremori, nausea, sonnolenza, parestesia, visione offuscata, pupille dilatate e aumento dei riflessi tendinei (Isbell, 1959; Hollister, 1961; Nichols, 2004). Inoltre, gli psichedelici possono aumentare moderatamente le pulsazioni e la pressione sanguigna sia sistolica che diastolica (Isbell, 1959; Wolbach et al., 1962; Strassman e Qualls, 1994; Gouzoulis-Mayfrank et al., 1999; Passie et al., 2002; Griffiths et al., 2006). Tuttavia, questi effetti somatici variano e sono relativamente insignificanti anche a dosi che producono potenti effetti psicologici di tipo percettivo, cognitivo e affettivo (Metzner et al., 1965; Passie et al., 2002; Metzner, 2004). Sebbene gli psichedelici classici non siano stati direttamente responsabili di causare la morte, la capacità di giudizio dei consumatori è certamente compromessa quando sono sotto l'effetto di queste droghe. Questo aspetto è particolarmente preoccupante quando gli allucinogeni vengono utilizzati in ambienti non sorvegliati. I consumatori possono credere di essere invincibili o di possedere superpoteri e possono compiere azioni che normalmente non prenderebbero in considerazione, come credere di poter volare (Reynolds e Jindrich, 1985), saltare dagli edifici (Keeler e Reifler, 1967) o subire gravi danni oculari fissando a lungo il sole (Schatz e Mendelblatt, 1973; Fuller, 1976).


28 In uno studio più recente di Hendricks et al. (2015), gli autori hanno valutato l'eventuale relazione tra l'uso di uno psichedelico classico e il disagio psicologico e la suicidalità tra più di 190.000 intervistati statunitensi provenienti dal NSDUH nel periodo 2008-2012. L'uso di uno psichedelico nel corso della vita è stato associato a probabilità significativamente ridotte di disagio psicologico rispetto al mese precedente all’utilizzo, di pensiero suicida nell'anno precedente, di pianificazione suicida nell'anno precedente o di tentativo di suicidio nell'anno precedente. Al contrario, l'uso di altre droghe illecite nel corso della vita è stato associato a una maggiore probabilità di questi esiti. Gli autori suggeriscono infatti che gli psichedelici classici possano essere promettenti nella prevenzione del suicidio. Questi risultati sono coerenti con le indagini di Krebs e Johansen (2013) e Johansen e Krebs (2015); in questi studi gli autori suggeriscono che i loro dati non sono compatibili con lo status legale altamente limitato degli psichedelici e che sono necessarie ricerche cliniche più approfondite. L'uso di dosi elevate di psichedelici può però portare a problemi vascolari perché il recettore 5-HT2A è associato alla contrazione della muscolatura liscia vascolare, all'aggregazione piastrinica, alla formazione di trombi e agli spasmi delle arterie coronarie (Nagatomo et al., 2004). Bernhard e Ulrich (2009) hanno riportato un caso di cecità corticale in una ragazza di 15 anni; la ragazza ha avuto mal di testa e nausea 5 giorni dopo aver assunto LSD e improvvisamente ha sviluppato una cecità completa in entrambi gli occhi. La cecità è persistita per 48 ore. Nei 3 mesi successivi, il soggetto ha avuto altri tre episodi di cecità completa della durata di 12-36 ore, senza disturbi visivi tra un episodio e l'altro. Gli autori hanno suggerito che la cecità temporanea potrebbe avere correlazioni con i "flashback" causati dall'LSD. La tossicità è stata riscontrata anche per diverse delle cosiddette "designer drugs", ovvero sostanze personalizzate create in laboratori illegali e non controllati. Come riportato da Andreasen et al. (2009), una di queste è il composto 1-(8- bromobenzo[1,2-b; 4,5-b9]difuran-4-yl)- 2-aminopropane, detto “Bromo-Dragonfly”. Una donna di 18 anni è stata trovata morta dopo aver ingerito 1 ml di un "liquido allucinogeno", ovvero, BromoDragonfly. I risultati dell'autopsia 3 giorni dopo la sua morte comprendevano edema dei polmoni, leggero edema del cervello, ingrossamento della milza, irritazione della mucosa dello stomaco e alterazioni ischemiche dei reni. ischemica dei reni. In base alla concentrazione della soluzione e alla quantità di soluzione consumata, si è stimato che la donna avesse ingerito circa 700μg. Nonostante sembri una dose relativamente piccola, non sono state trovate altre droghe nel suo organismo, compresa l'assenza di etanolo. I dati del 2005-2006 dei Centri antiveleni del Texas sono stati esaminati per le esposizioni a diverse specie di funghi allucinogeni (Barbee et al., 2009). Le esposizioni sono state in totale 742, tutte acute e intenzionali. Di queste, 59 persone sono state ricoverate in ospedale, e 17 hanno richiesto il ricovero in un'unità di cura critica. Tuttavia, solo in 10 dei ricoveri c’entrava la psilocibina, la sostanza proposta per le terapie. Tra tutti i ricoveri, le reazioni tossiche gravi sono state rare e non sono stati segnalati decessi. Un ultimo fattore da considerare tra i rischi è il disturbo persistente della percezione da allucinogeno (HPPD). È un effetto particolarmente associato all'uso di LSD ed ha sostituito quello precedente, più aspecifico, di "flashback", che consisteva nel rivivere uno o più effetti percettivi indotti da un allucinogeno in un momento successivo, dopo che gli effetti acuti della droga fossero svaniti. L'HPPD è composto da immagini residue, percezione di movimento nei campi visivi periferici, offuscamento di piccoli disegni, effetti alone e macro- e micropsia per molto tempo dopo l'uso della droga. Il Manuale diagnostico e statistico dei disturbi mentali (DSM-IV) elenca i seguenti tre criteri per l'HPPD: A) la riprova, dopo l'uso di un allucinogeno, di uno o più dei sintomi percettivi sperimentati durante l'intossicazione con l'allucinogeno; B) i sintomi del criterio A causano un disagio clinicamente significativo o una compromissione del funzionamento sociale, lavorativo o di altre aree importanti; C) i sintomi non sono dovuti a una condizione medica generale e non sono meglio spiegati da un altro disturbo mentale. Dagli studi è stato osservato che quando l'LSD è utilizzata in ambito


29 terapeutico o di ricerca, l'HPPD compare meno frequentemente rispetto all'uso ricreativo dell'LSD (Baggott et al., 2011; Halpern and Pope, 2003). Gli autori hanno tuttavia concluso che alcuni individui, in particolare i consumatori di LSD, possono sperimentare una sindrome HPPD di lunga durata con sintomi di "anomalie percettive persistenti che ricordano l'intossicazione acuta". Tuttavia, l'incidenza della sindrome HPPD è molto bassa se si considerano le decine di milioni di persone che hanno assunto LSD, il più delle volte in ambito ricreativo. Litjens et al. (2014) hanno fornito una recente revisione completa sul tema dell'HPPD. L'incidenza effettiva della HPPD non è nota e dipende dalla prevalenza dell'uso nei diversi Paesi, ma le informazioni epidemiologiche sono scarse. Tutti questi fattori non sono che la conferma del fatto che le sostanze psichedeliche debbano essere pensate come dei potenti strumenti al servizio della cura mentale, mentre l’uso irresponsabile e non controllato può essere un grande rischio per la salute fisica e psicologica dell’individuo. Considerando i più recenti sviluppi scientifici e clinici sulla comprensione degli psichedelici, un'affermazione fatta nel 1980 dal dottor Stanislav Grof sembra oggi particolarmente pertinente: "Non sembra esagerato dire che gli psichedelici, usati responsabilmente e con la dovuta cautela, sarebbero per la psichiatria ciò che il microscopio è per la biologia e la medicina o il telescopio per l'astronomia. Questi strumenti permettono di studiare processi importanti che in circostanze normali non sono disponibili per l'osservazione diretta" (Grof, 1980). L’attuale situazione legale di questi composti ha reso difficile il progresso nel campo terapeutico, ma non mancano spiragli di speranza da varie parti del mondo in cui l’uso degli psichedelici e altre sostanze psicotrope a scopo terapeutico è stato reso legale oppure in fase avanzata di ricerca. La Food and Drug Administration (FDA) statunitense ha garantito all’MDMA lo stato di “Breakthrough Therapy”, ovvero lo stato di terapia di svolta nella cura del disturbo depressivo maggiore e del disturbo da stress post-traumatico (Food and Drug Administration Silver Spring MD 20993 IND 63384). L’Australian Therapeutic Goods Administration (TGA) ha riconosciuto l’MDMA e la psilocibina come medicine. Dal primo luglio 2023 gli psichiatri autorizzati hanno il permesso di prescrivere medicine contenenti MDMA per il trattamento del PTSD, mentre possono prescrivere la psilocibina per la cura del disturbo depressivo resistente al trattamento, entrambe esclusivamente in presenza del personale in una struttura specializzata. L’associazione multidisciplinare degli studi psichedelici, o MAPS, ha recentemente completato due studi clinici di fase 3 sulla terapia assistita da MDMA nel trattamento del PTSD (EAMP1 Protocol A4 V1 19NOV2019), mentre dal febbraio 2023, l’Agenzia Europea della Medicina (EMA) riferisce che esistono 11 studi clinici in corso con la psilocibina, l’MDMA e l’LSD (European Medicines Agency EMA/41105/2023). Infine, il Canadian Drugs and Substances Strategies (CDSS) sta finanziando l’istituto CIHR di neuroscienze per il supporto nella ricerca di studi clinici di fase 1 e fase 2 sulla psilocibina come terapia per il disturbo da abuso di sostanze, disturbo depressivo maggiore e ansia da fine-vita. Le sperimentazioni cliniche in corso consistono in studi sull’uomo che testano nuovi farmaci con l’obiettivo di comprenderne meccanismo d’azione ed effetti. Gli studi di fase 1 vengono compiuti su un numero molto ristretto (inferiore a 100) di volontari sani, che devono precedentemente firmare una dichiarazione di “consenso informato”. In questo stadio della sperimentazione si utilizzano dosi molto basse, aumentandole gradualmente. L’obiettivo è determinare il meccanismo d’azione e le vie di metabolizzazione ed eliminazione dall’organismo (farmacocinetica), e se il preparato sia ben tollerato. A questo livello si tratta di studi aventi scopi conoscitivi e non terapeutici. Negli studi di fase 2 si indagano le potenzialità terapeutiche del farmaco su pazienti malati volontari con l’obiettivo di ottenere i risultati auspicati utilizzando le tecniche del singolo e doppio cieco, ovvero, senza che i pazienti e/o il medico rispettivamente siano a conoscenza degli effetti previsti, evitando così che le aspettative influenzino i risultati. Si procede poi alla suddivisione dei volontari in un gruppo di controllo, ai quali viene somministrato il placebo per misurare i valori di base, e un gruppo sperimentale, i quali testeranno il vero farmaco per verificarne


30 gli effetti e le differenze col gruppo di controllo. Gli studi di fase 3 consistono nel passo successivo, ovvero, la determinazione dell’efficacia del farmaco e dei suoi vantaggi rispetto ad altri già presenti in commercio. Per gli studi di fase 3 il numero di soggetti, selezionato tramite tecniche di casualità dette di “randomizzazione”, raggiunge le centinaia o le migliaia, con lo scopo di ottenere risultati statisticamente significativi. Infine, la fase 4 include gli studi sperimentali e osservazionali postmarketing, ovvero, successive all’immissione in commercio del farmaco o della terapia. È in questa fase che avviene la Farmacovigilanza con la segnalazione di reazioni indesiderate ed impreviste. Continuare la sorveglianza dopo l'autorizzazione all'impiego clinico è un punto fondamentale per la tutela di chi si sottopone al nuovo trattamento. II.2 Le norme terapeutiche Sebbene gli psichedelici siano relativamente sicuri dal punto di vista fisiologico e non siano considerati assuefacenti, la loro somministrazione comporta rischi psicologici unici. Il rischio più probabile è un'angoscia incontenibile durante il picco d’esperienza, il "bad trip", che potrebbe portare a comportamenti potenzialmente pericolosi e, più raramente, a psicosi prolungate. Le reazioni avverse e persistenti sono rare quando la ricerca è condotta secondo le linee guida descritte in questo paragrafo. Una ricerca incauta può mettere a rischio la sicurezza dei partecipanti e le ricerche future, mentre una ricerca condotta con attenzione può fornire informazioni sul trattamento dei disturbi psichiatrici e può portare a progressi scientifici. Il lavoro di Johnson et al. (2008) fornisce una guida per la somministrazione sicura di dosi elevate di psichedelici (ad esempio, ≥ 25 mg di psilocibina o 200 µg di LSD). Alcuni aspetti di queste raccomandazioni possono essere applicati anche a studi che impiegano dosi più basse, anche se, come per altre classi di sostanze, il rischio aumenta in relazione alla dose. Le linee guida saranno suddivise in 6 aree principali: 1. Selezione: il primo passo per accertarsi della sicurezza del procedimento terapeutico è verificare che il paziente volontario rispetti i seguenti criteri. Vengono esaminati la condizione di salute generale, anamnesi medica, esame fisico, l’elettrocardiogramma a 12 derivazioni, il quale permette di registrare l’attività cardiaca del cuore, visita ematologica e delle urine. La terapia psichedelica è esclusa in caso di gravidanza, pressione alta, 140 sistolica e 90 diastolica mm/Hg (Isbell, 1959; Wolbach et al., 1962; Strassman and Qualls, 1994; Gouzoulis-Mayfrank et al., 1999; Passie et al., 2002; Griffiths et al., 2006), uso di farmaci antidepressivi triciclici e litio (Bonson and Murphy, 1996), di inibitori selettivi della ricaptazione di serotonina (Fiorella et al., 1996) o antipsicotici (Vollenweider et al., 1998) per via della loro azione sul sistema serotoninergico e l’influenza sugli effetti psichedelici. La diagnosi psichiatrica è il fondamentale passo successivo per minimizzare il rischio d’insorgenza di episodi psicotici durante la sessione. Basandosi sul manuale diagnostico statistico dei disturbi mentali (DSM-IV) è necessario escludere i soggetti con condizioni passate, o attuali, corrispondenti alla schizofrenia o altri disturbi psicotici, al disturbo bipolare I o II e i pazienti con familiari di primo o secondo grado affetti da quest’ultime. Esistono infatti molte prove del fatto che la genetica sia molto rilevante nell’insorgenza di disturbi schizofrenici (Buchanan and Carpenter, 2005). 2. Il personale: l’importanza del personale e dell’atmosfera che si crea nello studio è in assoluto l’aspetto che influenza maggiormente l’andamento dell’esperienza psichedelica. Johnson e colleghi utilizzano il termine “monitor” per indicare i membri del personale che saranno presenti col paziente durante il corso di tutta la sessione. I monitor devono avere grandi capacità nelle relazioni umane ed empatiche, conoscenze riguardo allo stato alterato di coscienza, esperienza nel campo della meditazione e degli esercizi di respirazione. Ritengono anche che per svolgere il


31 compito del monitor sia più importante avere sensibilità, empatia e rispetto piuttosto che i titoli di studio formali. Si consiglia la presenza di almeno due monitor, possibilmente di entrambi i sessi(Grof and Halifax, 1977; Grof, 1980; Kurland, 1985), durante la sessione, così che il paziente non si trovi mai da solo nella stanza nel caso uno dei due dovesse assentarsi temporaneamente. Tra i due collaboratori c’è il monitor primario e l’assistente, il cui coinvolgimento è meno incisivo. È importantissimo considerare che il rapporto che si crea tra il paziente e l’intero staff prima della sessione influenzi moltissimo l’atmosfera e le aspettative che si creeranno durante l’esperienza. Per questo bisogna assicurarsi che tutto il personale sia istruito all’Amicalità (Costa e McCrae, 1992), sia caloroso, consapevole dell’umore del paziente e che ne abbia molto rispetto. Tutto questo serve a creare un setting favorevole all’esperienza psichedelica, limitando enormemente i possibili risvolti negativi. 3. Ambiente fisico: è necessario tener conto del tipo di alterazione mentale che il paziente attraverserà preparando lo studio ad ogni evenienza. Innanzitutto bisogna creare un ambiente psicologicamente sicuro e accogliente, per questo è sconsigliata l’estetica da laboratorio asettico. Si consiglia invece uno studio che assomigli più ad un soggiorno dagli arredamenti rilassanti, senza oggetti possibilmente pericolosi come spigoli o vetro. È vietata la presenza dei cellulari poiché uno stimolo così inaspettato potrebbe influenzare l’esperienza in modo irreparabile. 4. Preparazione dei pazienti: le sessioni preparatorie servono non solo ad assicurarsi che il paziente sia nelle piene facoltà di decidere se proseguire con la terapia o meno, ma anche ad informarlo sull’entità dell’esperienza ed i suoi effetti, la sicurezza e i rischi, il progresso della ricerca odierna e le procedure successive alla sessione. Dopo il consenso informato si procede ad una serie di incontri tra i monitor ed il paziente per instaurare l’alleanza terapeutica, fattore che dovrebbe essere presente entro la prima sessione psichedelica (Masters and Houston, 1966). Negli incontri preparatori si discuterà apertamente della vita del paziente, dalle gioie ai dolori, le cose di cui si è fieri ma anche ciò che imbarazza di più, formando un rapporto di fiducia in grado di far sentire il paziente a suo agio nel condividere le proprie vulnerabilità. Se il monitor primario ritiene di non aver raggiunto una vicinanza sufficiente è consigliabile prolungare le sessioni preparatorie oppure cancellare la sessione. La somministrazione di alte dosi di psichedelici in assenza di buona alleanza terapeutica potrebbe essere pericolosa per la salute mentale del paziente, per questo è sempre meglio non proseguire con la terapia se si è in dubbio. Il paziente deve inoltre essere istruito riguardo alle tecniche di gestione delle emozioni come la respirazione controllata, l’osservazione passiva dei pensieri e la capacità di arrendersi totalmente all’esperienza (Blewett and Chwelos, 1959; Masters and Houston, 1966; McCabe, 1977). Lo stesso si applica alle sensazioni corporee di disagio, come la nausea, la cui origine durante la sessione potrebbe essere psicosomatica (Blewett and Chwelos, 1959; Masters and Houston, 1966). Data l’alta suggestionabilità dello stato psichedelico è stato proposto di sfruttare questo meccanismo con lo scopo di potenziare l’effetto terapeutico (Dobkin de Rios et al., 2002; Barbosa et al., 2005) proponendo ai pazienti di approfondire una letteratura spirituale e mistica. Johnson e colleghi non applicano questo principio, poiché ritengono che questo formerebbe potenti aspettative nei pazienti che potrebbero non avverarsi e, quindi, limitare il potenziale soggettivo presente in ogni paziente. 5. Svolgimento della sessione psichedelica: le possibili reazioni avverse alla somministrazione psichedelica possono essere minimizzate con la presenza di un medico nella struttura con a disposizione dei farmaci per trattare una possibile ipertensione acuta. Grazie al supporto interpersonale verso il paziente è possibile limitare gli effetti negativi delle reazioni avverse (Blewett and Chwelos, 1959; Chwelos et al., 1959; Pahnke, 1969; Masters and Houston, 1966). I monitor devono stare attenti agli eventuali segni di sconforto del paziente, accompagnandolo nei


32 compiti da svolgere, nell’andare in bagno e generalmente nel muoversi all’interno dello studio. I monitor sono, inoltre, le uniche persone con cui il paziente dovrebbe relazionarsi dopo la somministrazione, visto che l’interazione con persone all’infuori del rapporto di fiducia potrebbe introdurre pensieri paranoici o di paura. Il paziente non deve mai essere lasciato da solo; la porta per accedere ai servizi non dovrebbe avere un blocco, ma nel caso l’avesse, il personale deve avere accesso alle chiavi per sbloccarlo in caso di emergenza. Cohen (1960) ha riportato un caso in cui un paziente depresso a cui era stato somministrato l’LSD si era barricato in una stanza per tentare il suicidio. Durante le sessioni, il volontario deve essere scortato fino alla toilette ed il monitor attende appena fuori per essere disponibile nel caso che il volontario dovesse incontrare qualche difficoltà. Inoltre, l'attesa in quest'area fuori dalla toilette consente ai monitor di assicurarsi che il volontario non esca dal sito di ricerca. Qualsiasi tentativo da parte di un volontario disorientato di lasciare l'area della sessione dovrebbe essere accolto con la compassionevole ma ferma indicazione di tornare nella sala della sessione. Occorre prestare molta attenzione alla possibilità che i volontari cerchino di lasciare il luogo dello studio sotto l'effetto di uno psichedelico. Lo studio di Walter Pahnke (1963), l’"Esperimento del Venerdì Santo", ha esaminato la capacità di una dose elevata di psilocibina di provocare esperienze mistiche, somministrando casualmente psilocibina o placebo a studenti di seminario in una piccola cappella seminterrata in cui veniva trasmessa una funzione del Venerdì Santo dal santuario principale. Un'indagine retrospettiva condotta oltre 25 anni dopo l'esperimento originale ha rivelato che due volontari hanno lasciato la cappella sotto l'effetto della psilocibina (Doblin, 1991). Uno di questi volontari ha riferito di sentirsi imprigionato nella cappella e l'ha lasciata durante una parte dell'esperimento. L'altro volontario ha lasciato bruscamente la cappella credendo che Dio lo avesse scelto per annunciare immediatamente al mondo l'alba di un'era di pace (Roberts e Jesse, 1997; Smith, 2000). Questo volontario è stato fermato dal personale di ricerca e gli è stato somministrato l'agente antipsicotico clorpromazina dopo che i tentativi di calmarlo non hanno avuto successo (Doblin, 1991; Roberts e Jesse, 1997; Smith, 2000). Strassman (2001) ha anche riferito di un incidente in cui un partecipante che stava sperimentando tutti gli effetti di una dose elevata di psilocibina ha eluso il personale di ricerca e ha lasciato il sito di ricerca. Fortunatamente, grazie al coniuge del partecipante, nessuno è rimasto ferito. I rischi del permettere a un volontario di ricerca che sperimenta gli effetti degli psichedelici di lasciare il sito di studio sono significativi. Per esempio, in uno stato di smarrimento o di delirio, la persona potrebbe camminare in mezzo al traffico o tentare di guidare. Sebbene molti consumatori di psichedelici mantengano un ragionevole controllo mentre sono in stato alterato, in rare circostanze le reazioni di panico o deliranti hanno portato a conseguenze tragiche, come il salto dalla finestra (Keeler e Reifler, 1967; Reynolds e Jindrich, 1985; Reitman e Vasilakis, 2004; O'Brien, 2006). È interessante notare che il volontario che è fuggito dal sito di studio di Strassman (2001) sulla psilocibina era un consumatore di LSD esperto e accuratamente controllato. Pertanto, per motivi di sicurezza, è indispensabile che l'ambiente del sito di studio, le procedure delle sessioni e la preparazione dei partecipanti riducano al minimo la possibilità che un volontario abbandoni il sito di studio. Occorre considerare le strategie per gestire gli scenari imprevisti. Ad esempio, come devono reagire i monitor e il volontario in caso di allarme antincendio? Nell'unica occasione in cui alla Johns Hopkins University è suonato un allarme antincendio durante la sessione, i due monitor hanno scortato il volontario all'esterno, assicurandosi di ridurre al minimo il contatto con altre persone. I tre si sono recati in un'area vicina e tranquilla con un paesaggio stimolante e ne hanno apprezzato la bellezza fino a quando il volontario e i monitor non sono potuti rientrare nell'edificio. I monitor hanno incoraggiato il partecipante a considerare l'occasione come un'opportunità di godere del mondo naturale all'aperto, cosa normalmente non disponibile durante


33 le sessioni, piuttosto che come un impedimento al successo della sessione. Se si verificano eventi imprevisti, i monitor devono mantenere il contatto con il paziente per tutta la durata della sessione. Se il paziente diventa ansioso durante la sessione bisogna ricordarsi dell’ormai ampiamente riconosciuta nozione che la prima risposta appropriata sia quella di fornire un forte sostegno personale e di rassicurazione (O’Brien, 2006). Se il paziente si comporta in modo ansioso e la reazione psicologica negativa sembra intensificarsi, i monitor devono trasmettere un solido senso di sicurezza e di calma, pur empatizzando con quella che può essere un'esperienza incredibilmente intensa e spiacevole. I tentativi di "tranquillizzare" il partecipante, cioè l'uso di tecniche di definizione della realtà per distrarre o attenuare lo stato di coscienza alterato, possono essere controproducenti e aggravare una reazione difficile (McCabe, 1977). Al contrario, si dovrebbe ricordare ai partecipanti di abbandonarsi all'esperienza. Questo dato è confermato dallo studio di Carbonaro et al. (2016) in cui risulta preferibile lasciar raggiungere il picco d’intensità piuttosto che tamponarlo e dilungare la sessione. Forme appropriate di rassicurazione possono includere un tocco di sostegno al braccio o alla spalla e un richiamo verbale al fatto che il partecipante si trova in uno studio di ricerca, che ha assunto l'allucinogeno e che tornerà alla coscienza normale in "qualche minuto" o "qualche ora", o qualunque sia la stima appropriata, a seconda del farmaco somministrato e dell’corrente fase temporale della sessione. Durante un'esperienza intensa di allucinogeni, considerato che le interazioni verbali possono essere di scarso aiuto, una potente forma di rassicurazione, a volte chiamata "grounding interpersonale", è semplicemente tenere la mano del partecipante (McCabe, 1977). Molti volontari riferiscono che, durante queste esperienze, una mano rassicurante fornisce un incredibile senso di stabilità e connessione. I monitor dovrebbero mostrare questa pratica durante la preparazione per normalizzare l’atto di tenersi la mano durante le sessioni. L’intervento farmacologico è da considerare solo come ultima risorsa e dovrebbe essere raramente, se non mai, necessario. Tuttavia, il trattamento con un ansiolitico benzodiazepinico dovrebbe essere prontamente disponibile all'uso in caso di disagio psicologico acuto non sufficientemente gestito con la sola rassicurazione (Abraham e Aldridge, 1993; Frecska e Luna, 2006; O'Brien, 2006). La decisione di somministrare farmaci dipenderà dal fatto che i monitor e il medico responsabile ritengano di essere o non in grado di mantenere la sicurezza del volontario e degli altri senza un intervento medico. Come per gli studi che indagano i potenziali effetti terapeutici o la fenomenologia delle esperienze con gli psichedelici, l'uso della maschera per gli occhi e le cuffie, attraverso cui viene riprodotta musica di supporto, può contribuire alla sicurezza riducendo le distrazioni degli stimoli ambientali e la pressione sociale a interagire verbalmente con il personale. Questo può essere particolarmente importante per i volontari che sperimentano per la prima volta gli effetti di uno psichedelico. Nelle ultime ore della sessione si trascorre un po' di tempo con il volontario seduto sul divano, interagendo senza maschera e cuffie, anche se la musica può essere ancora riprodotta attraverso gli altoparlanti per fornire una struttura di sottofondo e una continuità non verbale. Nel complesso, è consigliato ai pazienti di "raccogliere esperienze" da approfondire in seguito, scoraggiando i tentativi di analisi del materiale mentre sono ancora presenti gli effetti finali della sostanza. Dopo che gli effetti dello psichedelico si sono esauriti, il paziente deve essere affidato alle cure di un amico o di un familiare, oppure deve rimanere per la notte nel sito di ricerca per essere monitorato. Se il paziente viene rilasciato dal sito dopo la sessione, deve essere istruito a non guidare l'automobile o a non intraprendere altre attività potenzialmente pericolose per il resto della giornata. Alla Johns Hopkins, i volontari vengono affidati a un amico o a un familiare che è stato opportunamente orientato dal personale nell’essere disponibile a sostenere emotivamente il partecipante, anche per fornire spazio nel caso il paziente sentisse il bisogno di stare da solo. Viene anche dato al


34 paziente il numero del monitor primario da chiamare nel caso sentisse il bisogno di un supporto la stessa sera. 6. Follow-up: dopo la sessione bisogna comunque continuare il monitoraggio del paziente sotto la forma di una o più sessioni di integrazione, dette follow-up. Come per qualsiasi esperienza emotiva positiva o negativa intensa, i pazienti sentono spesso il bisogno di un tempo supplementare per riflettere sui nuovi pensieri e sentimenti che possono essere emersi durante la sessione. Data la natura psicologica potenzialmente intensa e insolita degli effetti psichedelici, il volontario potrebbe avere difficoltà a parlare dell'esperienza con i propri cari. Poiché i monitor erano presenti durante la seduta e conoscono un'ampia gamma di fenomeni riferiti durante le sessioni, il volontario potrebbe sentirsi più a suo agio nel parlare delle sue esperienze con i monitor piuttosto che con altri. Questo contatto successivo consente anche di valutare eventuali effetti avversi potenzialmente persistenti, comprese le anomalie percettive. Può essere necessario più di un incontro di follow-up se il paziente dovesse presentare difficoltà psicologiche relative a pensieri e sentimenti incontrati durante la sessione. Se il monitor primario non dovesse possedere una formazione clinica è prudente che i gruppi di ricerca abbiano a disposizione uno psicologo o uno psichiatra con formazione clinica, che abbia familiarità con gli stati alterati di coscienza e che possa lavorare con i pazienti che sembrano aver sviluppato difficoltà psicologiche derivanti dalla somministrazione di psichedelici. II.3 Come si misura l’esperienza mistica? Per riuscire a dare validità statistica ai costrutti psicologici menzionati finora, come la flessibilità mentale, la personalità, l’interconnessione o altre proprietà dello stato mentale psichedelico è necessario rendere misurabili e quanto più oggettive possibili le variabili psicologiche coinvolte nella nostra analisi. Occorre cioè standardizzare strumenti di misurazione che consentano di stimare in modo valido e attendibile questi costrutti. Standardizzare, secondo l’istituto Treccani, è il “Conformare a uno standard, a un tipo o modello considerato normale e generalmente valido”. Tramite questo processo è possibile estrapolare, anche dal singolo esperimento soggettivo, dei dati oggettivi e confrontabili con i dati standardizzati di altri esperimenti. Come accennato nel primo capitolo, la ricerca in questo ambito ha utilizzato spesso la scala del misticismo, uno strumento psicometrico che codifica la definizione descrittiva dell’esperienza mistica fornita da Stace (Hood, 1975; Hood et al., 2001). Barrett e Griffiths (2018) propongono che la descrizione empirica e l’analisi delle esperienze mistiche sia stata ampiamente studiata e che abbia raggiunto una buonissima replicabilità e generabilità e di seguito sono presentati alcuni esempi. Nel 1962, Walter Pahnke condusse il noto esperimento del Venerdì Santo, somministrando 30 mg di psilocibina, ovvero il composto presente nei “funghetti magici”, al gruppo sperimentale e 200 mg di acido nicotinico al gruppo di controllo con l'intento di studiare l'incidenza e il carattere delle esperienze mistiche indotte dalla psilocibina (Pahnke, 1963). Nel tentativo di massimizzare gli effetti, Pahnke ha condotto lo studio con studenti di seminario in una cappella privata nel giorno del Venerdì Santo, durante la trasmissione della tradizionale funzione religiosa. Dopo l'esperienza e dopo un follow-up a 6 mesi, i partecipanti hanno compilato un questionario che valutava otto dimensioni dell'esperienza mistica descritte dal Mystical Experience Questionnaire (Pahnke, 1963,1969), basate sul modello di esperienza mistica sviluppato da Stace (Stace, 1960a): unità introversa, unità estroversa, trascendenza del tempo e dello spazio, stato d'animo profondamente positivo, sacralità, sensazione di consapevolezza infinita (qualità noetica), ineffabilità (impossibilità di descrivere a parole) e paradossalità. Inoltre, è stata valutata la transitorietà dell'esperienza per un totale di nove


35 dimensioni dell'esperienza mistica. Sulla base del criterio imposto da Pahnke, il quale considerava solo le valutazioni che raggiungessero almeno il 60% del punteggio totale possibile per ciascuna delle 9 categorie (Pahnke, 1969), il 30-40% dei partecipanti al test con psilocibina aveva raggiunto lo stato di esperienza mistica completa, mentre nessuno dei partecipanti al gruppo dell’acido nicotinico aveva raggiunto tale stato (Pahnke 1967). Pur essendo innovativo, l'esperimento del Venerdì Santo presentava limitazioni significative, tra cui: la scarsa generabilità dovuta ai dati demografici altamente selettivi dei partecipanti, ovvero studenti di seminario; la conduzione dello studio in un contesto di gruppo che consentiva interazioni tra i partecipanti e dunque di influenzarsi tra loro; le istruzioni esplicite ai partecipanti che alcuni avrebbero ricevuto la psilocibina e altri no, creando potenti effetti di aspettativa; il fatto che metà dei ricercatori presenti durante lo studio ricevessero anch'essi la psilocibina, il che ha probabilmente contribuito alle differenze valutate tra i gruppi (Doblin, 1991; Wulff, 1991; Smith, 2000). In una replica ed estensione dell'esperimento del Venerdì Santo, Griffiths e colleghi hanno condotto uno studio farmacologico comparativo in doppio cieco (sia pazienti che medici all’oscuro riguardo all’assegnazione dei gruppi), su psilocibina e metilfenidato, che sono stati somministrati in sessioni separate a ciascuno dei 36 partecipanti individualmente, con almeno due mesi di intervallo tra le sessioni (Griffiths et al., 2006; Griffiths et al., 2008). Infine, oltre ad utilizzare una versione rivista e aggiornata del questionario sull'esperienza mistica usato nell'esperimento del Venerdì Santo, Griffiths e colleghi hanno utilizzato due questionari convalidati psicometricamente che valutavano gli effetti mistici e spirituali, la Hood Mysticism Scale e la Spiritual Transcendence Scale, nonché le valutazioni sui cambiamenti dei partecipanti da parte degli osservatori della comunità (familiari e amici dei partecipanti). In questo studio, Griffiths e colleghi hanno dimostrato una frequenza abbastanza elevata di "esperienze mistiche complete" durante le sessioni di psilocibina (61% dei partecipanti), ma non durante le sessioni di metilfenidato (11% dei partecipanti). Il criterio per un'esperienza mistica completa era un punteggio pari al 60% del punteggio totale possibile su ogni dimensione della scala dell’esperienza mistica. Due mesi dopo la seduta, la maggior parte dei partecipanti ha valutato la seduta di psilocibina come una delle cinque esperienze spiritualmente più significative della propria vita (71%) o come la singola più significativa (33%), rispetto all'8% dei partecipanti che ha valutato l'esperienza con il metilfenidato come una delle cinque esperienze spiritualmente più significative della propria vita, mentre nessun partecipante l'ha valutata come la singola più significativa. Le valutazioni degli atteggiamenti positivi nei confronti della vita e di sé stessi, dell'umore positivo, dei comportamenti positivi e degli effetti sociali positivi due mesi dopo le sessioni di psilocibina erano significativamente maggiori di quelle fornite due mesi dopo le sessioni di metilfenidato. Le valutazioni negative di queste stesse dimensioni erano basse e non differivano tra le condizioni di psilocibina e metilfenidato. Inoltre, gli osservatori della comunità hanno valutato piccoli ma significativi cambiamenti negli atteggiamenti e nei comportamenti positivi dei partecipanti due mesi dopo le sessioni di psilocibina, mentre non sono stati riscontrati cambiamenti due mesi dopo le sessioni di metilfenidato. In un rapporto di follow-up dopo 14 mesi, il 67% dei partecipanti ha classificato la sessione di psilocibina tra le prime cinque esperienze spiritualmente più significative della propria vita e il 58% dei partecipanti ha classificato la sessione di psilocibina tra le prime cinque esperienze personalmente più significative della propria vita (Griffiths et al., 2008). Le valutazioni dei comportamenti positivi, dell'umore, dell'atteggiamento e dei cambiamenti sociali associati alla sessione di psilocibina al follow-up di 14 mesi non erano significativamente diverse da quelle fornite due mesi dopo la sessione (Griffiths et al. 2008). Un ulteriore studio condotto da Griffiths e colleghi (2011) su una linea molto simile al precedente introduce una versione psicometricamente convalidata del questionario dell’esperienza mistica con 4 fattori e 30 item (MEQ30, MacLean et al., 2012). Il tasso complessivo di esperienze mistiche complete raggiunto in questi studi supera quello raggiunto da Pahnke nell'Esperimento del Venerdì Santo originale (30-40%; Pahnke, 1967). A questa differenza


36 hanno probabilmente contribuito diversi fattori; il più importante dei quali è la maggiore preparazione ed il supporto dei volontari forniti negli studi più recenti. Questi studi dimostrano che, in condizioni di doppio cieco e con controlli significativi per diminuire l’effetto aspettativa, la psilocibina può provocare esperienze mistiche complete nella maggior parte delle persone testate. Questi effetti sono dose-dipendenti, specifici per la psilocibina rispetto a una sostanza psicoattiva di controllo (metilfenidato) e hanno un impatto duraturo sugli stati d'animo, sugli atteggiamenti e sui comportamenti dei partecipanti, come valutato dai partecipanti stessi e dalle valutazioni degli osservatori della comunità. Dopo aver confermato statisticamente che le sostanze psichedeliche permettono con una buona affidabilità l’accesso allo stato psichedelico, processo che avviene principalmente sui recettori serotoninergici (Passie et al., 2008), è necessario standardizzare anche le sensazioni percepite dai pazienti nei resoconti. Lo strumento psicometrico utilizzato nello studio di Griffiths et al. (2011) è il Mystical Experience Questionnaire, la cui forma originale prevedeva 40 item lungo le 7 dimensioni descritte da Stace (1960), ma, dopo una recente analisi fattoriale basata sui resoconti di soggetti che hanno fatto uso di psilocibina (MacLean et al., 2012), è stato ottimizzato in un sottoinsieme di 30 item suddivisi in 4 fattori e prende la denominazione di MEQ30. I quattro fattori sono: misticismo (compresi gli item dei fattori unità interna, unità esterna, qualità noetica e sacralità precedentemente proposti); umore positivo; trascendenza del tempo e dello spazio; ineffabilità. Il MEQ30 è stato anche sottoposto alla validazione psicometrica utilizzando i dati raccolti dopo la somministrazione di psilocibina in uno studio in laboratorio presso la Johns Hopkins University (Barrett et al., 2015). La validità di una variabile, o in questo caso di uno strumento, si riferisce alla capacità di quest’ultimi di rispecchiare con precisione l’entità che si intende misurare. Più è alta la validità di uno strumento più saranno affidabili le sue misurazioni. L'analisi ha confermato la validità interna del MEQ30, dimostrando un adattamento accettabile della struttura a quattro fattori. Questa analisi ha anche dimostrato la validità esterna dello strumento, mostrando che i risultati del MEQ30 predicevano e rispecchiavano in modo significativo le valutazioni effettuate sui soggetti dopo le sessioni di psilocibina riguardo alla significatività spirituale e personale, al benessere e al cambiamento positivo (Barrett et al., 2015). Il MEQ30, convalidato psicometricamente e sperimentalmente, può servire come strumento utile per facilitare l'indagine delle precondizioni e delle conseguenze dell'esperienza mistica, includendo un'ampia varietà di misure comportamentali, farmacologiche, neurofisiologiche, genetiche, di personalità, psicologiche e terapeutiche. Un’altra delle proprietà che caratterizzano l’esperienza mistica nella sua forma più completa, ovvero l’esperienza di unità introversa, è la dissoluzione del Sé, la perdita della nozione dell’“Io” e la perdita di ogni confine che delimita il Sé e il mondo esterno (Stace 1960a). Per la misurazione di ciò è stato realizzato l'Ego-Dissolution Inventory (EDI), anche a causa dell’alta correlazione con un numero di item del MEQ che valutano l'unità (Nour et al., 2016). Tuttavia, questa scala non misura l'affetto positivo, l'ineffabilità o la trascendenza del tempo e dello spazio, né valuta altri aspetti dell'esperienza mistica che sono invece considerati dagli item del MEQ30. È possibile, ad esempio, che una persona riferisca di aver sperimentato la dissoluzione dell'ego anche sotto l'effetto di anestetici, ma questa esperienza non includerebbe le altre dimensioni dell'esperienza mistica descritte da Stace incluse nel MEQ30 o nella Hood Mysticism Scale. Inoltre, alcune esperienze psichedeliche di dissoluzione dell'ego sono psicologicamente impegnative, prive di effetti positivi e possono avere effetti psicologici negativi duraturi (Carbonaro et al., 2016). Per questo motivo l’EDI non differenzierà tali esperienze da quelle di tipo mistico. Mentre altri inventari sono stati utilizzati per misurare e quantificare aspetti importanti della soggettività degli psichedelici, come le esperienze di unità e di dissoluzione dell'ego, nessuno, oltre al MEQ30, contiene una serie di item e di sottoscale che valutano adeguatamente il costrutto di un'esperienza mistica completa in relazione alle esperienze psichedeliche.


37 Infine, come accennato precedentemente, anche la “Connectedness”, o interconnessione si è rivelata una variabile psicometrica dall’alto potenziale predittivo degli esiti positivi legati alla percezione di connessione con sé, gli altri e il mondo (Watts et al. 2017; 2022). Lo stato di connessione generalizzata si correla positivamente alla riduzione dei sintomi depressivi (CarhartHarris et al., 2018b), facendo nascere l’ipotesi che la depressione possa essere legata a un senso fondamentale, multidimensionale e generalizzato di disconnessione e che la terapia psichedelica possa invece ripristinarne la connessione (Carhart-Harris et al., 2018b; Watts et al., 2017). Watts e colleghi (2022) deducono che il senso di interconnessione abbia una rilevanza transdiagnostica sia in relazione alla terapia psichedelica nello specifico (Kočárová et al. 2021) sia al di là di essa (Carhart Harris et al., 2018), in modo simile ad altri fattori transdiagnostici come la flessibilità psicologica. Si propone che la flessibilità psicologica (Hayes et al., 2011; Kashdan e Rottenberg, 2010) e la connettività si sovrappongano (Watts e Luoma, 2020). La flessibilità psicologica comprende l'accesso ad un sé "più grande", che sarebbe guidato dai propri valori più profondi piuttosto che da modelli di pensiero rigidi e non utili. Pertanto, la flessibilità psicologica si concentra tipicamente sull'esperienza dell'individuo e si relaziona più strettamente con l’interconnessione col sé. L’interconnessione include la "connessione con sé stessi", ma enfatizza maggiormente la connessione con gli altri e con il mondo, essendo questi molto influenti sul benessere individuale. Alcuni questionari che misurano l'esperienza psichedelica acuta includono gli aspetti emotivi, sociali e spirituali dell’interconnessione descritta da Watts, ma non esistono misure per catturare l’interconnessione multidimensionale che può essere avvertita nelle settimane successive a un'esperienza psichedelica e, quindi, non esistono strumenti per misurare quando questo stato inizia a svanire. Per verificare l'ipotesi che l'aumento della connessione con sé, gli altri e il mondo sia un fattore chiave che spiega i miglioramenti terapeutici dopo la terapia psichedelica, Watts e colleghi hanno ideato una nuova scala di autovalutazione, la Watts Connectedness Scale, WCS, basata sui risultati di un'analisi qualitativa dei resoconti dei partecipanti alla terapia psichedelica (Watts et al., 2017) e applicata in tre studi indipendenti. È suddivisa in 3 fattori: connectedness to self (CTS), o interconnessione con sé stessi; connectedness to others (CTO), o interconnessione con gli altri; connectedness to world (CTW), o interconnessione col mondo. Si tratta della prima scala emersa dalla ricerca delle terapie psichedeliche che non misura l'esperienza acuta, ma i cambiamenti che avvengono dopo l'esperienza. Il primo studio ha analizzato i dati di un questionario autovalutativo compilato da soggetti che hanno avuto un’esperienza psichedelica di propria iniziativa oppure in un contesto cerimoniale (Kettner et al. 2021). La capacità di strumenti come il MEQ30 di predire cambiamenti positivi duraturi in precedenti studi naturalistici (Haijen et al. 2018;) e clinici (Griffiths et al. 2016; Roseman et al. 2017) è risultata valida anche nell'attuale studio dei cambiamenti a lungo termine nella WCS. Ciò significa che le componenti emotive, sociali e spirituali dell'esperienza psichedelica acuta hanno un impatto sul senso di connessione per un periodo prolungato dopo che lo psichedelico è stato metabolizzato. Questo risultato si aggiunge a un'ampia serie di risultati che dimostrano come gli effetti soggettivi acuti indotti dagli psichedelici siano fondamentali per l'efficacia della terapia (MacLean et al. 2011; Roseman et al. 2017; Schenberg 2018; Yaden e Griffiths 2020). Il secondo studio si è invece occupato di validare le tre categorie della WCS e di confermare la loro appartenenza ad un unico costrutto di connessione generalizzata. La WCS, e tutte le sue sottoscale di connessione al sé, con gli altri e col mondo (CTS, CTO, CTW), hanno mostrato un aumento significativo fino a 6 mesi dopo un'esperienza psichedelica in tre studi indipendenti. Sono emerse tre dimensioni che hanno previsto i cambiamenti a lungo termine della WCS, ovvero quella emotiva, spirituale e sociale. Infine, in uno studio randomizzato e controllato in doppio cieco che ha confrontato la terapia assistita con psilocibina e la terapia assistita con un antidepressivo comune, escitalopram, la WCS ha evidenziato solidi cambiamenti post-trattamento con la terapia assistita con psilocibina, con cambiamenti


38 significativamente maggiori rispetto alla terapia assistita con escitalopram. Questi risultati confermano l'ipotesi sviluppata nella ricerca qualitativa di Watts et al. (2017), la quale propone che il meccanismo terapeutico della terapia assistita da psichedelici sia diverso da quello degli antidepressivi convenzionali, poiché sarebbe caratterizzata da un aumento del senso di connessione con sé stessi, gli altri e il mondo. Nella WCS, la scala della connessione col sé, o CTS, è valutata attraverso item molto viscerali ed emotivi che incarnano la relazione con sé stessi ed il proprio corpo, ad esempio “Mi sento connesso al mio corpo” oppure “Mi sono sentito connesso ad una varietà di emozioni”. La scala della connessione con gli altri, CTO, è strettamente collegata sia al concetto ben studiato di connessione sociale descritto da Lee e Robbins (1995) sia alla visione di sé in relazione agli altri o come una "struttura cognitiva che rappresenta le regolarità nei modelli di relazione interpersonale" (Baldwin 1992, p. 461). La sua struttura si basa sull’analisi fattoriale del modello della solitudine UCLA Loneliness Scale (UCLA LS-R). La solitudine è stata definita come l'inverso della connessione umana (Hawkley et al. 2005; Newcomb 1990; Van Bel et al. 2009). L'UCLA LSR ha un modello a tre fattori: isolamento, connessione relazionale e connessione collettiva (Hawkley et al. 2005). La connessione relazionale si riferisce alle reti sociali effettive, mentre l'isolamento si riferisce alle rappresentazioni mentali di un individuo su quanto sia connesso o disconnesso socialmente. La CTO tenta di catturare questi aspetti attraverso item come “Mi sento di non far parte di nulla” e “Mi sento disconnesso dagli altri”. La WCS include tutti e tre i fattori dell'UCLA LS-R: la CTO copre l'isolamento e la connessione relazionale, mentre la connessione collettiva è inclusa nella connessione col mondo, CTW. Gli item di quest’ultima rappresentano invece uno stato di trascendenza dell'io "transpersonale" che può essere un aspetto fondamentale del processo terapeutico assistito da psichedelici (Pahnke et al. 1970; Roseman et al. 2017; Yaden e Griffiths 2020). Tutti gli item della CTW si riferiscono alla connessione con il mondo al di là di ogni individuo, descritta perfettamente dall'item "Mi sono sentito connesso ad uno scopo nella vita". Questo item era stato originariamente ipotizzato come appartenente scala CTS, ma le analisi hanno rilevato che si applicava alla CTW, suggerendo che lo "scopo" non sia legato al bene dell'individuo stesso, ma al bene del mondo. È qui che i temi spirituali fanno da protagonisti, con item ampiamente convalidati che si riferiscono all’interconnessione con la natura e l’universo. La WCS può anche essere utilizzata per monitorare i cambiamenti longitudinali dei soggetti che si sono sottoposti a terapia psichedelica e di come le loro valutazioni sull’interconnessione si modificano nel corso dei mesi. Come consigliato da Johnson et al. (2008) le sessioni follow-up di integrazione psicologica sono fondamentali per ridurre eventuali sensazioni di confusione e sopraffazione. La valutazione delle tre sotto-scale può aiutare il terapeuta a tenere conto di eventuali squilibri nelle emozioni del paziente. Ad esempio, un eccesso di interconnessione al mondo (CTW) senza una solida base di connessione a sé stessi (CTS) potrebbe indicare la necessità di un'integrazione psicoterapeutica e di affermazione di sé stessi piuttosto che di ulteriori sedute psichedeliche. Alcuni esempi di un'eccessiva connessione alla CTW senza una forte CTS potrebbero configurarsi in uno "shock ontologico" (Davis et al. 2020; Timmermann et al. 2021), in cui le supposizioni su cosa significhi esistere sul pianeta Terra vengono profondamente messe in discussione, provocando possibili reazioni ipomaniacali o maniacali (Hendin e Penn 2021), un "bypass spirituale" (Masters, 2010) o "narcisismo spirituale" (Lasch 1979/2018; 1987). Un altro rischio presente nel periodo di integrazione della terapia psichedelica è l'esperienza di un'intensa delusione, vera soprattutto per gli individui che si sono sentiti disconnessi per gran parte della loro vita e per cui un'improvvisa esplosione di connessione che dura per alcuni mesi e poi si attenua può essere un fattore di rischio per l'autolesionismo o il suicidio. Pertanto, misurare la connessione di un individuo con sé stesso, gli altri e il mondo nei mesi successivi a una seduta psichedelica può essere importante per la sicurezza.


39 II.4 Cambiamenti duraturi, personalità e neuroscienze Uno dei vantaggi più importanti della terapia psichedelica consiste nel fatto che i suoi effetti siano “transdiagnostici”, cioè con potenziali risvolti di qualità positiva che prescindono sia dallo specifico farmaco psichedelico utilizzato sia dal disturbo che si intende curare. Come anticipato nella rassegna di Breeksema et al. (2020) i meccanismi psicologici in azione riportati dai pazienti spesso si sovrappongono fra loro, rendendo difficile la distinzione tra le esperienze acute della sostanza e i risvolti positivi della terapia. I pazienti hanno riferito una serie di intuizioni, o insight, cambiamenti di prospettiva e una maggiore comprensione di sé e delle cause profonde del loro disturbo. Le intuizioni e l'alterazione della percezione di sé sono state correlate a risultati quali l'aumento dell'amore di sé, dell'autostima e dell'autocompassione. Anche in questo caso, i risultati sono stati descritti indipendentemente da un disturbo o da una sostanza specifica. Alcuni partecipanti hanno riportato esperienze di dissoluzione dell'ego, spesso collegate a sentimenti di connessione con entità più ampie. Anche questi aspetti spirituali o mistici della guarigione sono stati citati indipendentemente dalla sostanza e dal disturbo. Le esperienze di interconnessione sono emerse in tutti gli studi sulla psilocibina, motivo per cui è stato realizzato lo strumento di misurazione apposito, la Watts Connectedness Scale (Watts et al., 2022). Se includiamo anche i cambiamenti legati alla resilienza (Close et al., 2020; Davis et al., 2019) sarebbe possibile ipotizzare che la terapia psichedelica possa essere utilizzata come intervento preventivo, ad esempio, promuovendo l'adattabilità alle avversità (Close et al., 2020; Davis et al., 2029; Murphy Beiner and Soar, 2020). Un altro aspetto interessante è che l'effetto del trattamento in questi studi sembra durare per diversi mesi, molto più a lungo della presenza farmacologica della sostanza nel sistema dei pazienti (Brown et al., 2017, Dolder et al., 2017). In genere, la terapia assistita da psichedelici prevede solo una o due sessioni in cui viene somministrata una dose moderata o elevata di un composto psichedelico in un ambiente di supporto (Kaelen et al., 2018, Johnson et al., 2008) con l'intento di evocare esperienze di "picco" (Maslow, 1964) o di "tipo mistico" (Griffiths et al., 2006, Stace, 1960a), caratterizzate dalla disintegrazione dei confini dell'ego e da un senso di connessione (Carhart-Harris et al., 2018b, Watts et al., 2017), unicità o unità (Grof, 2008). Questo paradigma di trattamento differisce dall'approccio di intervento farmacologico quotidiano a lungo termine associato ai farmaci antidepressivi convenzionali. Una delle possibili spiegazioni di questi effetti transdiagnostici e duraturi risiede nei cambiamenti di personalità; infatti, una caratteristica che viene consistentemente modificata dopo l’utilizzo di psichedelici classici è il tratto di personalità dell’Apertura del modello NEO-PI-R (Costa e McCrae, 1992). Il NEO Personality Inventory è uno dei modelli più importanti per la valutazione della personalità che, basandosi sulla teoria dei Big Five (John et al., 1991), prevede la presenza di 5 fattori principali che declinerebbero le sfaccettature della personalità umana. Prendendo come esempio la depressione maggiore, è stato dimostrato che un trattamento efficace con psichedelici non solo aumenta i punteggi dell’Apertura, ma influisce anche significativamente su tre dei restanti quattro domini di personalità del NEO-PI-R: diminuisce il Nevroticismo, aumenta l'Estroversione e la Coscienziosità, mentre l'Amicalità rimane invariata (Costa et al., 2005). Lo studio di Erritzoe et al. (2018) ha lo scopo di trovare quali correlazioni ci siano tra i risvolti positivi duraturi evidenziati precedentemente e i cambiamenti di personalità in pazienti affetti da depressione resistente al trattamento (TRD) che si sono sottoposti alla terapia assistita da psilocibina. Sono stati selezionati 20 pazienti affetti da depressione maggiore unipolare, con gravità almeno moderata, usando la scala Hamilton Depression Rating Scale, o HAM-D (Hamilton, 1960) senza storia personale o familiare di disturbi psicotici. Sono poi state valutate le loro personalità utilizzando il NEO-PI-R (Costa e McCrae, 1992) che comprende 5 domini: Nevroticismo (ansia e instabilità), Estroversione (socievolezza e loquacità), Apertura all'esperienza


40 (curiosità e creatività), Coscienziosità (volontà e ambizione) e Amicalità (disponibilità e cooperatività). Per la somministrazione sono state seguite le norme di sicurezza di Johnson et al. (2008) descritte in precedenza. Dall’analisi dei risultati emerge che il miglioramento clinico dei pazienti è stato accompagnato da cambiamenti significativi nelle misure di personalità: il Nevroticismo è diminuito in modo significativo, i punteggi di Estroversione e Apertura sono aumentati in modo significativo, la Coscienziosità ha mostrato un aumento graduale e non sono stati osservati cambiamenti nell'Amicalità. L'Apertura è passata da un livello di base già superiore alla media a un livello ancora più alto 3 mesi dopo il trattamento. Al contrario, gli altri tratti sono cambiati tutti nella direzione dei dati normativi, ad esempio il Nevroticismo è diminuito rispetto a un livello particolarmente alto al basale, mentre la Coscienziosità e l'Estroversione sono entrambe aumentate rispetto a un livello anormalmente basso al basale, dunque, verso i valori di individui sani non depressi (Hansen e Mortensen, 2004). Questi risultati combaciano con i cambiamenti di personalità rilevati dallo studio sui pazienti sottoposti alla terapia farmacologica con SSRI (Costa et al., 2005), con la differenza che nello studio attuale sono stati rilevati dei cambiamenti sostanziali anche nelle sottoscale dei fattori principali. Un’altra interessante correlazione è stata individuata tra l’aumento dell’insight, dell'Estroversione e diminuzioni del Nevroticismo dopo 3 mesi. L'osservazione che l'impatto duraturo delle terapie psichedeliche, in questo caso sulle misure di Estroversione e Nevroticismo, possa dipendere dalla loro capacità di provocare insight profondi ed esperienze di "picco" (Maslow, 1964) o di tipo mistico (Pahnke e Richards 1966) è supportata da una serie di studi clinici moderni, in cui l'entità di tali esperienze di picco o mistiche è spesso predittiva di un esito clinico positivo (Bogenschutz et al., 2015; Griffiths et al., 2016; Ross et al., 2016; Garcia-Romeu et al., 2015; Roseman et al., 2018). L'osservazione del fatto che una singola esperienza psichedelica profonda riesca a portare a cambiamenti duraturi della personalità è intrigante, soprattutto se si considera la relativa stabilità della personalità una volta raggiunta l'età adulta. Studi longitudinali hanno dimostrato che i cambiamenti della personalità dopo i 30 anni sono tipicamente lievi e graduali con un sottile calo dei punteggi di Apertura ed Estroversione e un leggero aumento dell'Amicalità in età avanzata (Terracciano et al., 2005). Tuttavia, poiché gli studi longitudinali sulla personalità sono tipicamente condotti con intervalli molto lunghi tra una valutazione della personalità e l’altra, la letteratura a riguardo fornisce prove limitate sulla rapidità o lentezza in cui dovrebbe verificarsi il cambiamento dei tratti di personalità (Roberts et al., 2017). L’osservazione di cambiamenti relativamente rapidi e marcati fatta nel presente studio sfida l'ipotesi che la personalità possa cambiare solo lentamente, gradualmente e in modo lieve. Una revisione sistematica di oltre 200 studi ha concluso che i cambiamenti duraturi e ampi nella personalità sono ottenibili attraverso una serie di interventi terapeutici (Roberts et al., 2017), ma non in modo così rapido o marcato come con gli psichedelici. Il fenomeno del "cambiamento quantico" psicologico può essere rilevante a questo proposito (Miller, 2004), ovvero dei cambiamenti profondi nelle prospettive e nel comportamento dell’individuo, come nel caso di improvvise esperienze di conversione religiosa. È però possibile inscrivere l’esperienza di rivoluzione interiore in spiegazioni neuroscientifiche? Esistono abilità e processi psicologici, come la percezione e la cognizione, che possono essere studiati sul livello neurologico (Gazzaniga et al., 2014), ma la natura dell’esperienza mistica e l’altissimo valore soggettivo associato ad essa sono considerati più come proprietà fondamentali della coscienza che come processi individualmente analizzabili (Chalmers, 1995b), anche se questa posizione non è universalmente accettata (Dennet, 1996). Alcuni processi psicologici, come l'esperienza di uno stato d'animo positivo o le alterazioni nella percezione del tempo e dello spazio, sono elementi delle esperienze mistiche che possono essere probabilmente associati a processi


41 neurali primari. Tuttavia, allo stesso modo in cui i ricordi o le percezioni visive non costituiscono l’interezza della coscienza ma che ne siano piuttosto delle proprietà, i singoli elementi neurali dell'esperienza mistica potrebbero non fornire un resoconto completo di un'esperienza mistica. L’indagine sui processi neurali dietro le esperienze mistiche può però rivelare informazioni preziose sul funzionamento del cervello. Gli studi preclinici suggeriscono che gli psichedelici classici si leghino in modo potente a molti neurorecettori, tra cui 5-HT2A, 5-HT2C, 5-HT1A, D2 e altri recettori (Marona-Lewicka et al., 2002; Passie et al., 2008). Gli allucinogeni classici sono un gruppo strutturalmente diverso di composti che si legano ai recettori serotoninergici 5-HT2A e producono un profilo unico di cambiamenti nei pensieri, nelle emozioni e nelle percezioni, che spesso includono profonde alterazioni della percezione della realtà, raramente sperimentate se non nei sogni, nelle esperienze mistiche naturali e nelle psicosi acute (Barrett e Griffiths, 2018). Come spiegato nel primo capitolo da Brouwer e Carhart-Harris (2021), il recettore che si attiva in situazioni di stress è il 5- HT2A, con effetti neuroprotettivi e antinfiammatori. Tuttavia è stato dimostrato nella maggior parte degli studi che lo stress cronico favorisca il legame e l'espressione del 5-HT2A (Dwivedi et al., 2005; Fernandes et al., 1997; Ossowska et al., 2001; Takao et al., 1995; vedi Xu et al., 2016), che è implicato nelle risposte fisiologiche e comportamentali allo stress cronico nell'uomo (Chang et al., 2017; Fiocco et al., 2007; Parade et al., 2017) e negli animali (Jaggar et al., 2017). Diversi studi mostrano inoltre un’attivazione dell'espressione genetica e proteica del 5-HT2AR nel nevroticismo (Frokjaer et al., 2008) e nella depressione (Amidfar et al., 2017), in particolare in relazione agli atteggiamenti disfunzionali (Baeken et al., 2014) e al suicidio (Anisman et al., 2008). L'infiammazione cerebrale e l'eccitotossicità presenti nello stato di stress estremo sono possibili fattori di rischio per la psicosi e probabilmente contribuiscono alle anomalie del neurosviluppo nella schizofrenia (Plitman et al., 2016; Watkins e Andrews, 2016; Zhang et al., 2016). Considerando che il meccanismo d’azione degli psichedelici classici avvenga grazie all’agonismo del recettore 5-HT2A risulta possibile descrivere il loro effetto come “psicotomimetico”, ovvero, capace di assomigliare allo stato psicotico presente nelle schizofrenie (Carhart-Harris et al., 2016a). Ciò che avviene neurobiologicamente, come descritto da studi di neuroimmagine funzionale condotti con somministrazione di psichedelici classici, consiste in una diminuzione di un'ampia gamma di moduli funzionali, tra cui reti associative di alto livello come il Default Mode Network e la rete fronto-parietale (Carhart-Harris et al., 2016b; Lebedev et al., 2015). Lo studio di Preller et al. (2018) dimostra che l'LSD induce un'iperconnettività delle aree sensoriali e somatomotorie, mentre provoca un'ipoconnettività nelle aree corticali legate alle reti associative e in tutte le aree sottocorticali, ad eccezione dell'amigdala e del talamo sensoriale. Questo modello di iper- e ipoconnettività potrebbe stare alla base dello stato psichedelico, suggerendo un aumento dell'elaborazione delle informazioni sensoriali che non sarebbe controbilanciato dall'integrità della rete associativa. Di conseguenza, questo può portare ad uno stato di coscienza alterato in cui le elaborazioni sensoriali, interne ed esterne, non sarebbero integrate e filtrate, provocando i sintomi psichedelici. Nel complesso, questi dati ampliano gli studi precedenti rivelando che il modello di bassa connettività a livello cerebrale può essere direttamente attribuibile alla stimolazione del recettore 5-HT2A. In particolare, l'effetto può essere caratterizzato dall'integrazione delle reti sensoriali e dalla disintegrazione delle reti associative. Un’altra conferma del fatto che lo stato indotto dagli agonisti psichedelici del recettore 5-HT2A sia neurobiologicamente simile alla psicosi è presente nell’influenza del sistema somatomotorio sulla schizofrenia (Anticevic et al., 2014a), un disturbo caratterizzato da deliri e alterazioni del senso di sé potenzialmente derivanti da deficit nel meccanismo inferenziale che dovrebbe permettere di distinguere se un evento sensoriale sia stato autoprodotto o meno, portando a distorsioni di elaborazione sensomotoria (Synofzik et al., 2010).


42 L’idea di Brouwer e Carhart-Harris (2021) di introdurre il concetto degli stati mentali cruciali, o PiMS, si riferisce al potenziale che questo delicato processo neurobiologico dimostra nel modificare permanentemente delle convinzioni eccessivamente rigide e dei pattern relazionali disadattivi. La loro supposizione è che i PiMS si siano evoluti per consentire a chi li sperimenta un "nuovo inizio" psicologico (Brodersen e Glock, 2016; White, 2004), simile ad una "rinascita" psicologica o ad una ricalibrazione allostatica (Ellis and Del Giudice, 2019). Piuttosto che subire situazioni di stress cronico, caratterizzate da una massiccia espressione di 5-HT2A prolungata nel tempo come risposta allo stress e legate ad alti livelli di nevroticismo, depressione e insorgenza di sintomi psicotici, il modello PiMS intende richiamare l'idea che tale risposta adattiva possa essere radicale, rapida e discreta, piuttosto che moderata, lenta e continua. Queste idee sono almeno in parte coerenti con la nozione di allostasi (McEwen, 2019; Sterling and Eyer, 1988) e con il modello di calibrazione adattiva della risposta allo stress (Ellis and Del Giudice, 2019) che, come il modello PiMS, rifiuta di caratterizzare le risposte adattive allo stress come necessariamente "tossiche" o patologiche. Quindi, secondo il modello PiMS, l'esito di un processo di ricalibrazione allostatica può essere "positivo", ad esempio in termini di svolta terapeutica o spirituale, ma gli stessi meccanismi potrebbero altrettanto facilmente sfociare in una strategia disadattiva nuova o rafforzata, forse meglio esemplificata da una "fuga dalla realtà" psicotica (Broome et al., 2007; Freeman et al., 2014; Lyon et al., 1994) o dal progressivo rafforzamento di altri meccanismi di difesa psicologica disadattivi. È durante questo momento di grande intensità e plasticità che il contesto, le intenzioni, l’alleanza terapeutica ed il terapeuta possono influenzare maggiormente l’esito dell’esperienza verso una strada favorevole per il paziente. II.5 Psicologia del cambiamento Il più grande vantaggio delle cure psichedeliche potrebbe risiedere nel fatto che anche una singola sessione terapeutica sia capace di procurare importanti e duraturi cambiamenti nella salute mentale del paziente, indipendentemente dal disturbo o dalla specifica sostanza (Kuypers et al., 2017; Naor e Mayseless, 2017; Barrett et al., 2020). Il lavoro di Carhart-Harris e Friston (2019) propone una base teorica del cambiamento descritta dal modello unificato di allentamento delle credenze o princìpi indotto da psichedelici, il REBUS, “RElaxed Beliefs Under pSychedelics”. Sulla base del meccanismo descritto precedentemente, ovvero l’iperconnettività della rete somatomotoria e l’ipoconnettività della rete associativa durante l’attività del recettore 5-HT2A (Preller et al., 2018), il REBUS propone che durante lo stato psichedelico si allenti il peso dei princìpi di alto livello, ovvero, dei modelli predittivi interni gestiti dal Default Mode Network, o DMN (Friston, 2018; Friston et al., 2018), consentendo così alle informazioni non filtrate di risalire più liberamente la gerarchia funzionale del cervello per imprimersi nelle cortecce di alto livello ed entrare nella consapevolezza. Ad esempio, esistono prove del fatto che il DMN contestualizzi e filtri anche l’elaborazione dei dati visivi (Huang and Sereno, 2013; Griffiths et al., 2017), portando all’ipotesi che la disintegrazione della rete associativa abbia effetti sull’interezza del sistema d’interpretazione della realtà. Si propone che questo processo sia necessario per una revisione efficace dei princìpi o delle credenze disadattive (Carhart-Harris e Friston, 2019). Attraverso la rinuncia al controllo dall’alto al basso effettuato dai processi associativi di alto livello (Carhart-Harris e Friston, 2019), gli psichedelici possono liberare emozioni e ricordi soppressi in modo che possano scorrere più facilmente nella consapevolezza (Alamia et al., 2020; Carhart-Harris et al., 2014), anche se tali emozioni e ricordi possono essere percepiti come emotivamente impegnativi (Barrett et al., 2016). I sentimenti di ansia sono comuni durante e dopo le esperienze psichedeliche (Barrett et al., 2016; Belser et al., 2017;


43 Carbonaro et al., 2016; Eisner e Cohen, 1958; Gasser et al., 2015; Roseman et al., 2018, 2019) così come i temi simbolici e archetipici (Hill, 2013; Malone et al., 2018). Temi personali e transpersonali intensi possono apparire cristallini alla coscienza (Belser et al., 2017), mentre i valori possono essere "ricordati" (Belser et al., 2017) e le convinzioni cariche di affetti che in precedenza sembravano astratte, come ad esempio "l'amore è tutto", possono diventare profondamente sentite (Belser et al., 2017; Pollan, 2018). Il rilascio catartico che avviene attraverso l’uso di psichedelici (Roseman et al., 2018, 2019) può favorire una rivalutazione emotiva di prospettive cognitive (Lyons and CarhartHarris, 2018b) e filosofiche (Lyons and Carhart-Harris, 2018a) precedentemente bloccate dalla patologia. Se gestite in modo appropriato, le esperienze psichedeliche possono portare a una maggiore disponibilità e capacità di affrontare materiale psicologico emotivamente difficile (Roseman et al., 2018; Watts et al., 2017). In contesti terapeutici, questa esperienza è generalmente positiva ed è associata ad un maggiore senso di empatia emotiva (Dolder et al., 2016; Pokorny et al., 2017) e a sentimenti e comportamenti prosociali (Griffiths et al., 2018). È bene precisare, tuttavia, che durante le esperienze psichedeliche possono insorgere anche affetti negativi estremi, tra cui ideazione paranoica e occasionali comportamenti lesivi (Carbonaro et al., 2016; Coid et al., 2016; Honings et al., 2016; Strassman, 1984), soprattutto se la cornice contestuale in cui si verifica l'esperienza non è sufficientemente controllata e supportiva. Il ruolo della serotonina (Matias et al., 2017), e più specificamente del recettore 5-HT2A (Boulougouris et al., 2008) nella flessibilità cognitiva, è stato comprovato da numerosi studi sugli animali e sull’uomo; per una rassegna, si veda Carhart-Harris e Nutt (2017). È stato riscontrato che gli psichedelici promuovano il pensiero laterale (Kuypers et al., 2016), componente chiave del pensiero creativo, e un'espansione dell'elaborazione associativa (Spitzer et al., 1996), mentre provocherebbero temporanee compromissioni della cognizione convenzionale (Bayne e Carter, 2018), inclusa la cognizione convergente e discriminatoria (Kuypers et al., 2016). Lavori recenti (Berthoux et al., 2018; Ly et al., 2018) e meno recenti (Vaidya et al, 1997) forniscono prove convincenti del fatto che l’attivazione del 5-HT2A possa migliorare la plasticità neurale, così come l'apprendimento a basso livello e l'apprendimento per estinzione (Carhart-Harris e Nutt, 2017), suggerendo che gli psichedelici promuovano una plasticità generalizzata attraverso il loro agonismo del 5-HT2A (Carhart-Harris et al., 2016b; Carhart-Harris e Nutt, 2017). Nel loro insieme, questi studi parlano dell'idea che il cervello entri in uno stato entropico grazie agli psichedelici, nel quale l'efficacia sinaptica e la plasticità aumentano (Ly et al., 2018). Il risultato di questo momento di grandissima plasticità può essere quello di lasciare impressi dei cambiamenti potenzialmente duraturi di tipo funzionale e, forse, anche anatomico (Ly et al., 2018). Quando gli effetti acuti della sostanza iniziano a diminuire, il cervello si stabilizza di nuovo nel suo funzionamento predefinito di minimizzazione dell'energia libera e adesione ai princìpi di alto livello, percepite come un senso soggettivo di familiarità e sicurezza, ma potrebbe non tornare completamente come prima. Recenti lavori di imaging funzionale con gli psichedelici suggeriscono che le reti cerebrali come il Default Mode Network si reintegrino dopo un'esperienza psichedelica (Carhart-Harris et al., 2016b), ma è necessaria ulteriore ricerca per confermarne possibili modifiche. Come anticipato dalla rassegna di Breeksema et al. (2016) sui temi salienti che emergono durante le sedute psichedeliche, l’insight è considerato uno degli aspetti fondamentali della cura mentale, per questo ricopre un ruolo importante anche nel modello REBUS. Precedenti lavori hanno cercato di esaminare l'idea che gli psichedelici facilitino l'emergere di materiale inconscio nella coscienza utilizzando un approccio principalmente qualitativo, integrato da dati neurobiologici (Carhart-Harris, 2007). È stato riscontrato che le esperienze acute di insight predicono successivi miglioramenti clinici a lungo termine (Carhart-Harris et al., 2018a) e cambiamenti nella personalità


44 (Erritzoe et al., 2018) in individui trattati con psilocibina per depressione resistente al trattamento. Inoltre, gli stessi individui sono diventati più precisi nel prevedere gli eventi della propria vita dopo il trattamento, il che significa che erano meno pessimisti e quindi più lucidi (Lyons e Carhart-Harris, 2018b). Separatamente, in uno studio in doppio cieco con un comparatore attivo (destrometorfano), è stata riportata una maggiore capacità di insight psicologico con la psilocibina rispetto al composto di controllo (Carbonaro et al., 2018). È possibile descrivere l’insight inteso da Carhart-Harris e Friston (2019) attraverso le seguenti caratteristiche: 1. Let go: una fase iniziale di esplorazione in cui vengono allentate le certezze su cosa si conosce già e ci si apre all’apprendimento di nuove informazioni. Questa strategia per la promozione dell'insight è in sintonia con quelle utilizzate dai terapeuti che lavorano con gli psichedelici; ad esempio, un mantra popolare detto ai pazienti in vista di imminenti somministrazioni di psilocibina è il seguente: "fidati, lasciati andare, sii aperto" (Richards, 2015). Inoltre è stato recentemente dimostrato che approcciarsi ad una seduta psichedelica con un chiaro obiettivo terapeutico favorisca conseguenti risultati positivi in termini di salute mentale (Haijen et al., 2018). A ciò è probabilmente correlato il fatto che punteggi alti nel tratto dell'assorbimento e punteggi bassi nella testardaggine predicono risultati positivi (Haijen et al., 2018). Secondo Carhart-Harris e Friston questi risultati evidenziano una componente comune della fase iniziale dell'insight in cui l'allentamento delle proprie presupposizioni, o princìpi di alto livello, sia che avvenga volontariamente o con l'aiuto di uno psichedelico, aumenti l'apertura e la ricettività di un individuo verso nuove prospettive. Questo significherebbe che l'allentamento dei princìpi di alto livello favorisca l'insight, suggerendo che i processi legati ad esso operino in modo implicito, cioè senza consapevolezza, e possono essere resi più efficaci se la funzione esecutiva venisse sospesa. Secondo questa logica, per favorire il momento “eureka” durante una sessione di terapia psichedelica, è preferibile istruire il paziente a lasciarsi andare ad uno stile di pensiero più passivo che analitico, il mindwandering, o vagare della mente. Per comprendere più approfonditamente i vantaggi dell’insight è rilevante la nozione del “fact-free learning” (Aragones et al., 2004; Friston et al., 2017). 2. Raffinamento dei modelli: per comprendere l’importanza della fase iniziale di esplorazione senza preconcetti è necessario introdurre il meccanismo dell’inferenza bayesiana, secondo cui il cervello cercherebbe di assestare le origini delle informazioni sensoriali usando i modelli di conoscenza della realtà di cui si è a disposizione, aggiornandoli in caso di nuovi dati. Se, ad esempio, siamo sotto ad un albero e sentiamo il fruscìo delle foglie sopra di noi potremmo inferire alcuni scenari sulla base di ciò che conosciamo: i due più probabili spiegherebbero l’origine del rumore attraverso il movimento di qualche animale oppure con l’imminente arrivo del vento. Questo processo si chiama inferenza bayesiana, e può essere descritto matematicamente usando le probabilità (Griffiths et al., 2012). Il processo di aggiornamento delle credenze di riferimento corrisponde all’ipotizzato meccanismo attraverso il quale i modelli di alto livello verrebbero semplificati e ridotti della loro ridondanza, in modo da rivelare soluzioni più semplici e raffinate. Tornando all’esempio di prima, se fossimo molto abituati alla vita all’aperto potremmo inferire l’origine del rumore grazie ad una veloce analisi delle possibilità che tenga conto della stagione, dell’ora del giorno, dell’intensità del rumore e di tante altre informazioni che potrebbero farci capire, con quasi assoluta certezza, lo specifico animale in questione, essendo invece sicuri che il rumore non sia dovuto al vento. In questo contesto, è possibile affinare modelli o narrazioni di alto livello per renderli più


45 semplici, rimuovendo i parametri ridondanti e rivelando così le strutture e i fattori fondamentali sottostanti. Questo meccanismo di semplificazione può avvenire senza bisogno di nuovi dati, appunto, fact-free learning, essendo questo un processo che si basa sulla semplice riorganizzazione dei dati che si conoscono già. Alcuni ritengono che sia questo lo scopo del sonno e dell'omeostasi sinaptica che lo accompagna (Hobson et al., 2014). Quando il processo di semplificazione dei modelli di alto livello riesce a compiersi, eliminando le informazioni ridondanti e collegando i concetti simili in nuclei comuni più generali, avverrebbe il cosiddetto momento “eureka”; un’esperienza spontanea che viene “fuori dal nulla” e caratterizzata da realizzazioni semplici ed eleganti. Le simulazioni computazionali hanno recentemente dato sostegno a questa concezione di insight (Friston et al., 2017). 3. Lo “stato caldo”: Carhart-Harris e Friston (2019) propongono che lo "stato caldo" indotto dagli psichedelici sia il prerequisito per l’insight. Durante questo stato è possibile allentare l’eccessiva fiducia nei princìpi potenzialmente troppo rigidi che guiderebbero l’assestamento delle informazioni, in modo che le informazioni precedentemente filtrate o nascoste possano invece emergere, consentendo così di considerare nuove prospettive. Tornando all’esempio dell’albero, quest’ultima condizione potrebbe essere analoga allo scenario in cui siamo invece stati tratti in inganno dalla nostra eccessiva fiducia nelle presupposizioni, concentrandoci troppo nel riconoscimento della specie dell’animale sulla base delle informazioni che noi ritenevamo importanti, ignorando completamente l’alternativa che l’origine del rumore sia in realtà una mela in caduta libera sulla nostra testa! In temi che prendono in causa la psicologia, si potrebbe fare un discorso simile per la teoria dell’impotenza appresa (Maier e Seligman, 1976), secondo cui il comportamento passivo di un soggetto di fronte agli stimoli dannosi sarebbe dovuto all’accettazione della propria impotenza nata dalla convinzione, ormai rigida e pessimisticamente sicura, che ogni evento negativo sia fuori dal proprio controllo e, quindi, inevitabile. In condizioni di allentamento dei princìpi di alto livello le informazioni possono invece risalire la gerarchia ed imprimersi nella coscienza come se fossero nuove. In questo modo si può avere una nuova opportunità di modificare il normale processo di inferenza dei dati imposto dai precedenti rigidi princìpi. È così che l'esploratore consapevole può scoprire novità che prima erano nascoste in piena vista. Inoltre, potrebbe riferire di essere in grado di vedere le cose da lontano, come nell'effetto di visione d'insieme originariamente descritto dagli astronauti (White, 1987). L'effetto di visione d'insieme è coerente con l’affinamento dei modelli ad alto livello e con la riduzione delle informazioni ridondanti che, assieme, permettono di vedere il quadro generale. Realizzazioni di questo tipo sono spesso percepite come magnifiche e trascendenti nella loro semplicità e profondità, ma sono state anche contestate come lapalissiane. "L'amore è tutto... una ovvietà così profondamente sentita è ancora solo un’ovvietà? No, ho deciso. Un’ovvietà è proprio ciò che rimane di una verità dopo che è stata svuotata di ogni emozione. Far rinvigorire quella buccia secca con il sentimento significa vederla di nuovo per quello che è: la più bella e radicata delle verità, nascosta in bella vista. Un'intuizione spirituale? Forse sì" (Pollan, 2018). Di seguito vengono riportati ulteriori esempi nel tentativo di comunicare l’entità dell’esperienza di insight. "Mi venivano ricordate cose che già sapevo" (Watts et al., 2017); "Stavo imparando senza che mi venisse insegnato" (Watts et al, 2017); "C'era stata, sentivo, un'apertura del cuore" (Pollan, 2018); "Patrick ha descritto un'epifania che aveva a che fare con la semplicità: '... ero convinto in quel momento di aver capito tutto... Era proprio lì davanti a me... l'amore... l'unica cosa che contava'" (Pollan, 2018); "Come Google Earth; avevo fatto uno zoom" (Watts et al, 2017); "Nel finestrino della mia cabina di pilotaggio, ogni due minuti: la terra, la luna, il sole e l'intero panorama dei cieli... E all'improvviso mi resi conto che le molecole del mio corpo, la navicella spaziale, il corpo


46 dei miei compagni, erano tutti prodotti in qualche antica generazione di stelle. Provai un senso travolgente di unicità, o di connessione... - un'intuizione, un'epifania" (Pollan, 2018). Per approfondire meglio le basi teoriche del modello REBUS nella sua interezza, che includono temi come l’entropia cerebrale, l’energia libera e gli stati di criticità, si consiglia di consultare l’apposito articolo (Carhart-Harris e Friston, 2019). Essenzialmente si ipotizza che lo stato mentale di ordine e smistamento delle informazioni sensoriali messo in atto dal Default Mode Network, o dai modelli di riferimento ad alto livello, sia un meccanismo di autopreservazione che ordina gerarchicamente i dati e ci protegge dall’essere inondati da un’enorme quantità di informazioni sensoriali percepite sempre come nuove ed imprevedibili (Carhart-Harris et al., 2014; Carhart-Harris, 2018a). Sfruttare al meglio i momenti di allentamento dei princìpi di alto livello durante la sessione psichedelica è l’obiettivo terapeutico del modello REBUS. Gli autori basano la loro tecnica sulla posizione secondo cui la maggior parte, se non tutte le espressioni della malattia mentale possano essere ricondotte ad aberrazioni nel processo della codifica predittiva gerarchica, in particolare nel peso attribuito alla precisione dei princìpi di alto livello e nell'errore di predizione. Propongono inoltre che, se ben somministrata (Carhart-Harris et al., 2018c), la terapia psichedelica risulterebbe utile per un'ampia gamma di disturbi proprio perché gli psichedelici agirebbero farmacologicamente e neurofisiologicamente per svincolare il soggetto dalla verifica di precisione dei princìpi di alto livello imposti dalle reti cognitive e associative, in modo da farli diventare più sensibili al contesto, cioè influenzabili dalle informazioni sensoriali e più suscettibili al cambiamento (Carhart-Harris, 2018b). Coerentemente con il modello REBUS, i princìpi di alto livello eccessivamente rigidi possono essere onnipresenti, esercitando la loro influenza in tutta la gerarchia della mente e del cervello; i bias cognitivi negativi nella depressione ne sono un buon esempio (Beck, 1972), così come i deliri fissi nelle psicosi (Sterzer et al., 2018). L’azione de-schematizzante degli psichedelici risulta essere il meccanismo più veloce ed efficace verso l’allentamento della forza rigidamente predittiva dei princìpi che sembrano costringere l’adesione a queste verifiche. L'effetto ideale di questo processo di revisione delle credenze sarebbe quello di far risuonare in modo più armonioso i princìpi aggiornati con le informazioni precedentemente nascoste o soppresse. Se mediato correttamente, questo processo di ricalibrazione delle convinzioni può avere conseguenze positive a lungo termine per la salute mentale, risultando in una psicoterapia psichedelica di successo (Haijen et al., 2018; Lyons e Carhart-Harris, 2018b). Gli autori (Carhart-Harris e Friston, 2019) toccano anche il controverso tema della veridicità degli insight o realizzazioni che avvengono sotto effetto di psichedelici, come ad esempio il riemergere di dolorose memorie represse. La soluzione che propongono a proposito di questo dubbio è quella di accettare tali esperienze come psicologicamente reali, come se fossero interpretazioni e percezioni che servono a colmare una lacuna di significato. In questo senso, le credenze o le interpretazioni magiche, religiose e deliranti potrebbero essere considerate psicologicamente reali. Il fatto che le credenze magiche siano comuni nelle situazioni di incertezza (Bersabe e Arias, 2000) dimostra che la credenza nella magia può avere una funzione psicologica. Questa preferenza per il riempimento delle lacune e l’affrettarsi in conclusioni incerte (Friston et al., 2017) sono princìpi presenti anche nei contesti terapeutici dei pazienti con psicosi dove, ad esempio, i clinici si astengono dal tentare di correggere le credenze deliranti perché riconoscono che farlo potrebbe essere destabilizzante per il paziente. Questa situazione potrebbe essere un problema nei casi di consumo di psichedelici in assenza delle giuste sessioni preparatorie o di follow-up, provocando un possibile scuotimento ontologico che porta l’individuo ad abbandonare i precedenti modelli razionali di significato in favore di nuovi modelli e princìpi di alto livello, che spaziano dalla conversione religiosa alla creazione di convinzioni deliranti persistenti nel tentativo di spiegare l’esperienza


47 appena vissuta. Risulta quindi rilevante il fenomeno della sostituzione spirituale, ovvero un'ontologia in cui gli individui ricevono tante informazioni non filtrate, rapidamente e senza avere il tempo sufficiente per integrarle o assimilarle adeguatamente (Masters, 2010). Un recente articolo in pre-stampa di McGovern et al. (2023) discute il potenziale degli psichedelici di indurre in credenze false o disadattive, tema che in passato è stato poco considerato. Gli autori esaminano il lavoro sperimentale sulle false intuizioni e sui falsi ricordi e lo collegano alle intuizioni e alla formazione di credenze sotto psichedelici, utilizzando l'inferenza attiva approfondita dal modello REBUS. Propongono che la plasticità acuta associata agli psichedelici aumenti la quantità e la precisione percepita delle intuizioni, portando a nuove convinzioni, comprese quelle false. Gli autori propongono che l’allentamento dei princìpi di alto livello che si verifica con gli psichedelici possa portare a un eccessivo affidamento sulle informazioni sensoriali non filtrate e a una ridotta capacità di distinguere tra insight veri e falsi. Questo potrebbe aumentare il rischio di sviluppare false credenze e potenzialmente portare a risultati negativi. Nell'esperienza di un tale sovraccarico di informazioni senza modelli di riferimento di alto livello l’individuo potrebbe ricorrere a credenze bizzarre o a luoghi comuni poco comprensibili nel tentativo di spiegare la sua sensazione di incertezza, in modo simile a quanto può accadere nella fase iniziale di un disturbo psicotico. La sostituzione spirituale può essere intesa come una difesa evasiva travestita da risveglio spirituale. Secondo Carhart-Harris e Friston (2019), combinare la terapia psichedelica con un insegnamento di saggezza secolare, come si può trovare ad esempio nel buddismo non religioso (Batchelor, 1998; Hanh, 2017) e nella psicologia del profondo (Freud, 1934, 1949; Jung, 1960, 1969), può portare al rafforzamento della medicina e della psicologia, lasciando fuori le dottrine religiose. Letheby (2020) sostiene che queste esperienze, piuttosto che essere nuove verità metafisiche, siano invece il meccanismo d’azione principale della terapia psichedelica. Letheby ed il collega filosofo Gerrans (2017) hanno anche sostenuto che gli psichedelici non provochino effetti terapeutici portando gli individui a credere in una coscienza divina o cosmica. Piuttosto, migliorerebbero la salute mentale smantellando i modelli di sé disadattivi e mostrandoci quali altri tipi di modelli di sé sono possibili. Letheby, vista la sua posizione naturalista, rifiuta l'idea che gli psichedelici forniscano vere intuizioni su posizioni metafisiche come la "coscienza cosmica" o la "realtà divina". Tuttavia, è molto facile percepire come vere queste entità metafisiche mentre si è sotto effetto di psichedelici, come si nota nella somiglianza tra le esperienze condivise dai consumatori. La veridicità di qualsiasi tipo di intuizione mistica è difficile da stabilire, ma ciò che risulta più rilevante per la vita quotidiana e il benessere delle persone potrebbe non essere l'idea di una super-mente cosmica. Letheby sostiene infatti che per il benessere siano più rilevanti gli insight, le prospettive relative all'interconnessione, l’aspirazione a scopi più grandi, le domande sul significato e sullo scopo della nostra vita e sul nostro senso di sé. Si potrebbero anche associare tra loro il modello REBUS, l'applicazione terapeutica degli psichedelici (Watts et al, 2017; Watts e Luoma, 2019) e il modello psicoterapeutico dell'Acceptance and Commitment Therapy (ACT) (Walsh e Thiessen, 2018), dove l'approccio ACT cerca di promuovere la "flessibilità psicologica", cioè l'accettazione e l'integrazione flessibile di ricordi ed emozioni emotivamente impegnativi, e cerca di farlo attraverso tecniche come la "de-fusione cognitiva", che sono esercizi volti a promuovere una posizione aperta, tollerante, curiosa e accettante della sofferenza psicologica e delle sue cause. La possibile combinazione dell'ACT, o di tecniche correlate basate sulla mindfulness, con la terapia psichedelica è stata discussa in recenti articoli di revisione (Sloshower et al., 2020; Walsh e Thiessen, 2018; Watts e Luoma, 2019) ed è ora supportata da risultati empirici (Close et al., 2020; Davis et al., 2019). L’aspetto della flessibilità psicologica,


48 che sia indotta da psichedelici o meno, sembra essere l’elemento principale di tutto, essendo essa correlata universalmente ad uno stato di salute mentale ottimale (Hayes, 2019).


49 CAPITOLO III - “Hard Problems” III.1 La sbadata concezione di coscienza I precedenti capitoli hanno illustrato gli aspetti che permettono alla terapia psichedelica di essere considerata una valida alternativa ai comuni psicofarmaci nel trattamento della maggior parte dei disturbi mentali, soprattutto se si tiene conto della sua trasversale influenza nei processi legati alla flessibilità mentale, apertura e de-schematizzazione. Dalla discussione nel merito della filosofia della scienza emergono però importanti dubbi che non possono essere risolti con vaghe approssimazioni sul funzionamento della coscienza; gli psichedelici hanno il potenziale di rivoluzionare l’ambito della psicoterapia, per questo rischiano di diventare un tema saliente del dibattito pubblico viste le loro implicazioni su una questione tanto complicata quanto la coscienza. Lo studio sugli psichedelici, a differenza di altri ambiti della cura mentale, tocca inevitabilmente la religione, la spiritualità e la società, considerandole come entità attivamente partecipi nella salute dell’individuo e, quindi, capaci di influenzare enormemente la traiettoria di sviluppo di ognuno. Sono questi i temi attualmente meno approfonditi dalle contemporanee ricerche sulla psicoterapia assistita da psichedelici, essendo questi degli argomenti che, oltre ad essere distanti dalla consueta pratica di cura psicologica, sono molto divisivi e senza nozioni oggettivamente certe. Johnson (2021) descrive nel suo articolo le principali problematiche e punti deboli dell’attuale ricerca psichedelica, precisando innanzitutto come poter riferirsi al termine “coscienza” evitando di usarlo come termine ombrello che include le altrimenti distinte proprietà della cognizione. Propone infatti che sia importante utilizzare ulteriori termini chiarificatori, spesso tratti dalla filosofia, quando ci si riferisce ai concetti associati alla coscienza (Chalmers, 1995a; Van Gulick, 2014). Questi concetti, fra tanti, includono la “senzienza” (capacità di percepire e rispondere all'ambiente), lo stato di veglia, l'autoconsapevolezza (capacità di riferirsi a sé stessi), la metacognizione (capacità di descrivere gli stati mentali), la discriminazione e alla reazione agli stimoli, la coscienza di accesso (il processo che rende disponibili gli stati interni), il flusso di coscienza (capacità d’espressione libera dei pensieri), l'integrazione delle informazioni e il controllo del comportamento. Un altro concetto è la coscienza fenomenica, che rappresenta l'esperienza stessa o "com'è" essere qualcosa. Si tratterebbe dei “qualia”, o esperienze sensoriali grezze (Lewis, 1929). Analizzare il modo in cui questi processi si modificano, sia grazie all’uso di sostanze psicotrope oppure durante particolari stati mentali di intensità psichica, è una questione che rientra nei cosiddetti “easy problems” della coscienza (Chalmers, 1995a), ovvero i problemi la cui spiegazione può essere raggiunta tramite la ricerca scientifica. A proposito di ciò, Johnson ritiene che gli psichedelici possano essere un nuovo potente strumento alservizio della scienza per la spiegazione degli “easy problems”, come lo sono stati per gli studi che si sono occupati di analizzare il Default Mode Network nei processi dell’autoconsapevolezza e dell’integrazione delle informazioni sotto effetto di psichedelici classici (Preller, 2018). Tuttavia, non ritiene possibile considerare gli psichedelici come la chiave verso la soluzione degli “hard problems”, ovvero le domande difficili sulla coscienza che cercano una spiegazione sull’origine dell’esperienza cosciente stessa. Dare una risposta a questa domanda è probabilmente impossibile; non sappiamo come fornire una descrizione oggettiva della coscienza visto che solo chi ne possiede una è capace di darne una spiegazione che sarà però necessariamente soggettiva dato che proverrà da un osservatore non esterno alla coscienza. Per approfondire il tema si veda “il problema delle altre menti” (Blackburn, 1994). Le evidenze suggeriscono che l’uso di psichedelici possa aver influenzato le idee sulla coscienza sviluppate dai filosofi, come ad esempio Platone (Muraresku, 2020). È stato anche sostenuto che l’autosomministrazione di queste sostanze da parte dei ricercatori potrebbe essere un


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