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Nel 1927 il romanziere francese André Gide rispondeva ai lettori che gli scrive vano di non capire come mai si interes- sasse così tanto alla cronaca. Non la ri--
tenevano una buona base per creare opere di qualità e criticavano la scelta di dargli così tanto spazio
nella sua rubrica sulla Nouvelle Revue Française.
Gide ammetteva che pur di fare presa sul pubblico,
spesso giornalisti e scrittori se ne occupavano lasciando prevalere l’enfasi e “informazioni malcontrollate”. Ma la cronaca non era solo il regno “del
pittoresco, del macabro, del sensazionale”, spiegava. “Il fatto di cronaca che mi interessa è quello che
mette in crisi certe nozioni accettate troppo facilmente e ci costringe a riflettere”.
Chi fa giornalismo usando il linguaggio del fumetto di solito ha proprio la capacità di scovare
questo genere di fatti; di guardare quello che gli
succede intorno senza farsi guidare da “nozioni accettate troppo facilmente”; di meravigliarsi di fronte ai dettagli di una storia; di incuriosire il pubblico
raccontando la realtà attraverso prospettive inattese. Autrici e autori di fumetti conservano una libertà e una curiosità che gli consentono di trovare la
voce e le storie degli altri in modi stimolanti e nuovi. Le pagine del secondo numero di Scoop sono
ricche di questo tipo di incontri e sorprese.
L’autore francese Hippolyte fa i conti con gli
ostacoli che impediscono alle navi umanitarie di
soccorrere i migranti nel Mediterraneo. Quando
finalmente riesce a imbarcarsi sull’Ocean Viking
gli succede qualcosa di così imprevisto da spingerlo
a rinunciare ai filtri della macchina fotografica e del
taccuino, e a invitare chi legge a meravigliarsi con
lui. Seth Tobocman torna a raccontare la discriminazione razziale negli Stati Uniti realizzando la seconda puntata di Iconoclastia, la storia uscita sul
primo numero di Scoop. Le parole di un attivista gli
permettono di incontrare la voce di chi ogni giorno
lotta contro le violenze della polizia e il retaggio
culturale che celebra un passato razzista e segregazionista.
La fumettista Madeline Miyun dice: “Scrivo storie sulle vite incasinate delle persone, e vorrei continuare a farlo il più a lungo possibile”. L’estratto
che pubblichiamo è la testimonianza di un altro
incontro, quello che vira di più verso la finzione, ma
che grazie ai toni e ai colori delle fiabe riesce a raccontare in modo originale un percorso di cambiamento e transizione.
Valentina Principe raccoglie le voci degli abitanti dell’antico villaggio di Gurnah, in Egitto, cacciati
perché intralciavano lo sviluppo del turismo di
massa. Marcello Quintanilha quelle di chi viveva a
Cabeço, in Brasile, e ha dovuto abbandonare la propria casa perché secondo le autorità la sua vita valeva meno di una diga.
Poco, se non nulla, valgono le vite dei lavoratori
migranti che dal Vietnam partono per Taiwan, nella speranza di mettere da parte dei soldi e aiutare le
famiglie. Il fumettista taiwanese Tseng Yao-Ching
ci chiede di ascoltarli in pagine drammatiche, ma
prive di qualunque sensazionalismo. Leila Marzocchi riesce a fare un’operazione simile: raccontare
una delle vicende più dolorose del novecento con
un bianco e nero indimenticabile, mai enfatico. È
uno dei compiti dell’arte, ricorda Sarah Glidden in
visita nei musei di Madrid: confrontarsi con la violenza, costruire ponti tra passato e presente.
In tutte queste storie “certe nozioni accettate
troppo facilmente” entrano in crisi, spingendoci a
riflettere in modi nuovi sul mondo che ci circonda.

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Published by scuccia, 2019-11-21 13:34:45

Internazionale Extra N.16 - Autunno 2021

Nel 1927 il romanziere francese André Gide rispondeva ai lettori che gli scrive vano di non capire come mai si interes- sasse così tanto alla cronaca. Non la ri--
tenevano una buona base per creare opere di qualità e criticavano la scelta di dargli così tanto spazio
nella sua rubrica sulla Nouvelle Revue Française.
Gide ammetteva che pur di fare presa sul pubblico,
spesso giornalisti e scrittori se ne occupavano lasciando prevalere l’enfasi e “informazioni malcontrollate”. Ma la cronaca non era solo il regno “del
pittoresco, del macabro, del sensazionale”, spiegava. “Il fatto di cronaca che mi interessa è quello che
mette in crisi certe nozioni accettate troppo facilmente e ci costringe a riflettere”.
Chi fa giornalismo usando il linguaggio del fumetto di solito ha proprio la capacità di scovare
questo genere di fatti; di guardare quello che gli
succede intorno senza farsi guidare da “nozioni accettate troppo facilmente”; di meravigliarsi di fronte ai dettagli di una storia; di incuriosire il pubblico
raccontando la realtà attraverso prospettive inattese. Autrici e autori di fumetti conservano una libertà e una curiosità che gli consentono di trovare la
voce e le storie degli altri in modi stimolanti e nuovi. Le pagine del secondo numero di Scoop sono
ricche di questo tipo di incontri e sorprese.
L’autore francese Hippolyte fa i conti con gli
ostacoli che impediscono alle navi umanitarie di
soccorrere i migranti nel Mediterraneo. Quando
finalmente riesce a imbarcarsi sull’Ocean Viking
gli succede qualcosa di così imprevisto da spingerlo
a rinunciare ai filtri della macchina fotografica e del
taccuino, e a invitare chi legge a meravigliarsi con
lui. Seth Tobocman torna a raccontare la discriminazione razziale negli Stati Uniti realizzando la seconda puntata di Iconoclastia, la storia uscita sul
primo numero di Scoop. Le parole di un attivista gli
permettono di incontrare la voce di chi ogni giorno
lotta contro le violenze della polizia e il retaggio
culturale che celebra un passato razzista e segregazionista.
La fumettista Madeline Miyun dice: “Scrivo storie sulle vite incasinate delle persone, e vorrei continuare a farlo il più a lungo possibile”. L’estratto
che pubblichiamo è la testimonianza di un altro
incontro, quello che vira di più verso la finzione, ma
che grazie ai toni e ai colori delle fiabe riesce a raccontare in modo originale un percorso di cambiamento e transizione.
Valentina Principe raccoglie le voci degli abitanti dell’antico villaggio di Gurnah, in Egitto, cacciati
perché intralciavano lo sviluppo del turismo di
massa. Marcello Quintanilha quelle di chi viveva a
Cabeço, in Brasile, e ha dovuto abbandonare la propria casa perché secondo le autorità la sua vita valeva meno di una diga.
Poco, se non nulla, valgono le vite dei lavoratori
migranti che dal Vietnam partono per Taiwan, nella speranza di mettere da parte dei soldi e aiutare le
famiglie. Il fumettista taiwanese Tseng Yao-Ching
ci chiede di ascoltarli in pagine drammatiche, ma
prive di qualunque sensazionalismo. Leila Marzocchi riesce a fare un’operazione simile: raccontare
una delle vicende più dolorose del novecento con
un bianco e nero indimenticabile, mai enfatico. È
uno dei compiti dell’arte, ricorda Sarah Glidden in
visita nei musei di Madrid: confrontarsi con la violenza, costruire ponti tra passato e presente.
In tutte queste storie “certe nozioni accettate
troppo facilmente” entrano in crisi, spingendoci a
riflettere in modi nuovi sul mondo che ci circonda.

Germania
La memoria di Bergen-Belsen

LEILA MARZOCCHI Leila Marzocchi è un’illustratrice
e fumettista italiana. Nata a
Il 15 aprile 1945 l’esercito britannico libera il Bologna nel 1959, collabora con
campo di Bergen-Belsen, in Germania, dove i riviste e quotidiani italiani e
nazisti hanno tenuto prigioniere e fatto morire stranieri. I suoi libri sono stati
decine di migliaia di persone. Ai militari britan- tradotti in Francia, Spagna,
nici il ministero dell’informazione ha anche as- Portogallo, Giappone e Stati Uniti.
segnato il compito di girare delle immagini per Nel 2007 ha vinto il premio Lo
realizzare un documentario sulla violenza nazi- Straniero. Nel 2018 è uscita
sta. A curarne la regia chiamano Sidney Bern- l’edizione integrale di Niger
stein, che però si rende conto della difficoltà (Coconino Press/Fandango),
dell’operazione e chiede aiuto all’amico Alfred premio speciale Gran Guinigi al
Hitchcock. Insieme si mettono al lavoro, ma il festival Lucca Comics 2017.
progetto si arena presto: i nuovi equilibri mon-
diali spingono il governo del Regno Unito ad ac-
cantonarlo per evitare che le sue immagini crude
e l’intento propagandistico incrinino un equili-
brio già delicato. Il film finisce negli archivi
dell’Imperial war museum e ci resta per decenni,
fino a che un ricercatore lo ritira fuori. Leila Mar-
zocchi costruisce la sua storia a partire da queste
immagini. L’orrore che videro i militari britanni-
ci traspare nei grigi e nei neri delle sue tavole. So-
no otto, e non si fanno dimenticare.

Internazionale extra | Scoop! | autunno 2021 51

Queste furono le immagini che videro i soldati alleati entrando, sconvolti e inorriditi,
nei campi di concentramento nazisti alla fine della seconda guerra mondiale.

Cataste di salme scheletriche ammucchiate ovunque...

... prigionieri sopravvissuti, allo stremo delle forze.

Queste immagini sono tratte dal documentario Memory of the camps montato da
Alfred Hitchcock nel 1945, alla fine della guerra.
Vennero girate in presa diretta dagli stessi soldati alleati, via via che l’orrore si mo-
strava ai loro occhi.
Questo era il campo di Bergen-Belsen, nella Bassa Sassonia, liberato dall’esercito bri-
tannico il 15 aprile 1945.

Dal commento del documentario:

“Questa è una fossa dove i prigionieri, per avere un po’ di cibo, dovevano trascinare i
cadaveri dei loro compagni, ma erano troppo deboli per tenere il ritmo dei decessi, e
così la fossa è rimasta vuota per metà”.

Si noti che Bergen-Belsen NON ERA un campo di sterminio.
Campi di sterminio furono Chelmno, Belzec, Sobibór, Treblinka, Auschwitz-Birkenau e Majdanek.
I nazisti li avevano allestiti nella parte di Polonia che avevano occupato per annientare, nel loro
folle disegno, quelle che consideravano le “razze inferiori”: principalmente ebrei, rom e slavi.

A Bergen-Belsen non esistevano camere a gas e non vi furono programmate esecuzioni
di massa. Ciò nonostante i morti nel campo furono più di 70mila.

I soldati delle Ss che gestivano il campo e che vennero arrestati, apparivano sicuri di
sé, ben nutriti, ben vestiti e sorridenti. Sulle divise avevano il simbolo del teschio.

L’esercito britannico ordinò alle Ss di sotterrare i 30mila morti che giacevano ammuc-
chiati nel campo. Di fare il lavoro che i deportati avevano dovuto fare per anni.

ESBERRICTITAONNICO
I sopravvissuti assistettero alla se-
poltura dei cadaveri fatta dai loro
aguzzini.

L’esercito alleato gestì le operazioni di smantellamento del campo.

Dal commento del documentario:

“Gli uomini delle Ss non erano più così freschi e puliti:
sette giorni passati a ricevere gli insulti e le maledizioni dei prigionieri superstiti e a
trascinare centinaia di cadaveri cominciavano a farsi sentire”.

Alfred Hitchcock, dopo aver visionato le immagini del filmato che doveva montare, fu
talmente colpito e traumatizzato da doversi assentare per una settimana dal lavoro
allo studio di montaggio.

Memory of the camps non fu mai mostrato al pubblico integralmente nel
dopoguerra. Fu presto messo da parte per considerazioni di tipo politico. Si era alla vi-
gilia della guerra fredda: le potenze occidentali volevano favorire la pacificazione e
contenere il senso di colpa del popolo tedesco.
Memory of the camps fu recuperato parzialmente nel 1980 da un ricercatore sta-
tunitense che lo trovò in un magazzino dell’Imperial war museum di Londra.
Fu proposto, in una versione incompleta, al festival di Berlino nel 1984.

Spagna
L’arte della guerra

SARAH GLIDDEN Sarah Glidden è una fumettista
statunitense nata nel 1980. Nel
Quando il quotidiano spagnolo El País invia la 2008 ha vinto il premio Ignatz per
fumettista statunitense Sarah Glidden al museo le autrici e gli autori emergenti con
del Prado, a Madrid, per commentare due famo- una storia autopubblicata su un suo
si quadri di Francisco Goya (1746-1828) lei non è viaggio in Israele. Due anni dopo
convintissima di quell’incarico. È piena di dubbi: quella storia è diventata Capire
è difficile confrontarsi con opere tanto famose e
così antiche, ed è facile cadere nei luoghi comuni Israele in 60 giorni (e anche meno)
e dire banalità. Quando però si trova davanti alle (Rizzoli/Lizard 2011). Il suo ultimo
tele Il 2 maggio 1808 e Il 3 maggio 1808, si accorge fumetto uscito in Italia è Voci dal
che la pittura storica di Goya le parla eccome. La
paura negli occhi dei personaggi, soprattutto in buio. Reportage da Siria, Iraq e
quelli del condannato a morte del 3 maggio, la Turchia (Rizzoli/Lizard 2017).
spinge a chiedersi come un artista può parlare
della guerra, al di là della propaganda e degli ste-
reotipi. Glidden analizza, riflette e si emoziona.
Il suo lavoro la porta infine al museo Reina Sofia,
dove Guernica di Picasso, nella grande sala gre-
mita di turisti, le permette di concludere che l’ar-
te, di qualsiasi epoca, offre un insostituibile stru-
mento di dialogo tra passato e presente.

60 Internazionale extra | Scoop! | autunno 2021

Spesso gli amici sembrano sorpresi Posso elencare una serie di motivi Ma la verità è che ho paura che
se dico che non mi piace visitare i per la mia scelta non sarò abbastanza colpita dalle
grandi musei quando mi trovo in una opere d’arte, e questo dimostrerà
nuova città. Dato che sono un’artista Più tempo in
immaginano che un pellegrinaggio in un edificio significa che ho perso contatto con
questi luoghi sacri debba essere la l’umanità.
meno tempo per
mia priorità. conoscere la città e la Goya, Goya,
dove sei?
sua gente.

Il museo è un’istituzione
problematica che rafforza
un’egemonia razzista, classista

e sessista.

L’arte fuori
dal contesto perde
gran parte del suo

significato.

È davvero possibile sentirsi In piedi davanti al
colpiti da un’opera d’arte dipinto sono sul punto
quando nel giro di poche di scoppiare in lacrime.
ore te ne trovi davanti Non mi aspettavo
migliaia? Sarebbe come questa reazione emotiva.
andare al ristorante e Forse non sono una
cercare di mangiare tutti persona
i piatti del menù. irrimediabilmente
Oggi è diverso. El País mi perduta. Cosa
ha chiesto di concentrarmi mi ha colpito così
su due opere. La prima tanto in questo
è Il 3 maggio 1808 di capolavoro di Goya?
Francisco Goya, esposta
al Prado.

Forse sono le facce dei condannati, la loro paura
e la loro tristezza l’attimo prima di essere giustiziati
dalle forze napoleoniche.
Questa paura è così realistica che
viene voglia di avvicinarsi e salvarli.
Soprattutto l’uomo vestito
di bianco.
Altre rappresentazioni
del martirio sono eroiche,
trascendenti.
Qui c’è solo terrore.

Internazionale extra | Scoop! | autunno 2021 61

La paura Paura negli Quando chiese la committenza a re Ferdinando,
è presente anche occhi dei appena tornato sul trono, Goya disse che voleva
mamelucchi.
nel quadro Il 2 “ricordare attraverso il pennello le più
maggio 1808. memorabili ed eroiche scene della nostra
gloriosa insurrezione contro il tiranno d’Europa”.

Paura negli occhi
dei cavalli.

Paura negli occhi
degli assalitori che
difendono la loro città.

Ma nei due dipinti sembra voler dire che la violenza nasce dalla paura, e che la guerra è tutt’altro che eroica. Forse
è per questo che entrambe le opere sono state conservate nei magazzini reali per decenni, lontani dagli sguardi.

Non esistono molte informazioni attendibili sugli obiettivi artistici di Goya in questi due dipinti.
Voleva ricordare al re l’umanità degli uomini comuni che erano morti per lui,
paragonandoli a Cristo sulla croce?

Oppure si è trattato di una catarsi per il senso Questo è un famosissimo
di colpa provato dall’artista per essere stato dipinto di Francisco Goya.
inizialmente ottimista sull’invasione
napoleonica e aver promesso fedeltà
a Giuseppe Bonaparte?

Lo sapevate? Oggi la storia secondo Ma forse non ha
Goya vide questa scena cui Goya sarebbe stato importanza, così come
tutti i miei interrogativi
con i suoi occhi. testimone di questa sul contesto dei dipinti.
scena è dibattuta.

62 Internazionale extra | Scoop! | autunno 2021

Forse l’unica cosa importante è Direi che mi È successo,
il modo in cui reagiamo ai dipinti. fa sentire triste. e succederà

Ho cominciato a chiedere ai L’espressione ancora?
visitatori come si sentivano di sui loro volti...

fronte al quadro.

Americano Francese

coCno“scaominteenmdiifa È molto scuro... Be’, ho studiato arte,
sentire?”. ma la luce al centro mi fa quindi osservo la tecnica.
Ma guardo anche la sua postura
Osservo la tecnica. È molto credere che ci sia una e credo che si stia lasciando
interessante, molto moderna. speranza, forse.
Potrebbe sembrare andare.
stupido, ma mi ricorda la
guerra civile americana.

Italiano Americane Francese

E quando pensi che Alla fine chiedo a un dipendente La prima volta che
cose simili stanno accadendo del museo cosa prova stando l’ho visto mi sono commosso.
in questo momento, da qualche ogni giorno in piedi vicino Ora è diverso, perché guardo
parte, mentre noi ci troviamo in al dipinto.
questo museo… Fa riflettere. È un soprattutto le persone.
privilegio Ma è
passare così davvero
tanto tempo potente.
con un
capolavoro
simile.

Internazionale extra | Scoop! | autunno 2021 63

Vedi mai persone A volte. Alcuni passano All’improvviso mi accorgo che il
che piangono? Non tutti i giorni, davanti al quadro senza mio tempo sta per finire. Ho poco
nemmeno guardarlo. Per più di un’ora e mezza prima che il
ma capita. loro è solo un’altra opera mio treno parta da Madrid.

d’arte famosa. Merda.

Faccio i miei omaggi
a Velázquez.

Ti voglio E poi mi precipito al Reina Sofia
bene! per vedere l’altro dipinto...
un Picasso. Sono vent’anni
Arrivederci. che voglio vederlo.

Questa mostra speciale offre ... Studi dei curatori sul suo E finalmente...
tutto il contesto che si possa significato storico...

desiderare.
Foto della sua creazione...

64 Internazionale extra | Scoop! | autunno 2021

Non sento niente. Forse è perché ho letto troppo su questo quadro
Forse sono davvero prima di vederlo. Ho esaurito le mie emozioni
senza speranza. sugli schizzi preparatori, grezzi e incantevoli.

Uh, è grande.

Non ho tempo Forse è perché ho pensato troppo a cosa significa
di chiedere a qualcuno osservare il dolore delle persone da quella distanza.
quali sono le sue emozioni
Ma penso molto al quadro e mi rendo conto
davanti al quadro. che non so quasi nulla di quello che dovrei
Mi sembra di aver fallito sapere sulla guerra civile spagnola, su
come il mio paese l’abbia quasi del tutto
la mia missione. ignorata e abbia permesso atrocità
come il bombardamento di Guernica.

Qui le cicatrici della guerra
e dell’epoca franchista sono

ancora fresche. Per non
parlare dei traumi più recenti.

Cosa possiamo imparare
dalla storia noi turisti in visita

nelle città spagnole?

Internazionale extra | Scoop! | autunno 2021 65

Dopo aver lasciato Madrid ho parlato dei Uno di loro ha detto che forse la cosa
due quadri con i miei amici. Cosa significa interessante di opere come quelle è che
provare qualcosa davanti a un’opera d’arte abbiamo deciso collettivamente che sono

famosa? O non provare nulla? importanti, meritevoli di protezione
e attenzione. Sono d’accordo.

Il dipinto non è solo un oggetto. Questa relazione cambia a seconda di chi sei
È una conversazione tra l’artista e la persona e cosa ti porti dietro. Forse da questo incontro

che lo osserva, una conversazione che va scaturirà un’emozione, o forse un pensiero
avanti fino a quando l’opera è rilevante. e la curiosità di saperne di più. La nostra

È una cosa viva, una relazione. reazione individuale non è l’elemento cruciale.

L’elemento cruciale è che abbiamo Finché la violenza continuerà,
creato questo spazio: avremo bisogno di questi spazi

uno spazio per sentire qualcosa per ricordarci chi siamo.
da cui di solito fuggiamo,
per pensare alla guerra
e alla sofferenza che gli esseri umani
s’infliggono tra loro,
o magari solo alla storia
e al ruolo degli artisti
nella storia.
Non abbiamo molti spazi dove fare tutto questo
contemporaneamente.

66 Internazionale extra | Scoop! | autunno 2021

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Taiwan
Il fuggitivo

TSENG YAO-CHING Tseng Yao-Ching è un fumettista
Nella ricca e industrializzata isola di Taiwan so- e illustratore taiwanese nato nel
no tanti gli emigrati vietnamiti: da soli sono il 21 1989. Ha esordito nel 2012 con
per cento dei lavoratori stranieri nel paese e qua- Future good days. Nel 2018 ha
si tutti trovano lavoro come operai o addetti alle rappresentato Taiwan al festival
pulizie. Dal 2005 il governo di Taipei ha dato una internazionale del fumetto di
stretta all’immigrazione e molti vietnamiti sono Angoulême, in Francia.
costretti a entrare nel paese affidandosi ai traffi-
canti. Il fumettista taiwanese Tseng Yao-Ching
racconta, con un tratto espressionista e onirico
allo stesso tempo, la storia di uno di loro, costret-
to a riconoscere il corpo del padre affogato pro-
prio mentre cercava di raggiungere l’isola. Del
suo lavoro Yao-Ching dice: “Attraverso tecniche
e mezzi diversi aspiro a una dimensione sempre
più libera dell’arte del fumetto”.
Questa storia è stata pubblicata in mandarino e
in inglese nell’antologia Monsoon volume 3
(Slowork Publishing 2019).

68 Internazionale extra | Scoop! | autunno 2021











































Egitto
Cacciati in nome del turismo

VALENTINA PRINCIPE Valentina Principe è
un’illustratrice e fumettista italiana
La necropoli di Gurnah, vicina a Luxor, nel sud nata a Roma nel 1979. Dal 2009
dell’Egitto, è un luogo di grande importanza ar- vive e lavora tra l’Italia e la Francia,
cheologica che attira tanti turisti. La fumettista dove collabora con la galleria Art
romana Valentina Principe invece di rivolgersi image di Angoulême. Il suo primo
alle storie dei dignitari del Nuovo Regno sepolti libro a fumetti è Eveil en pleine mer
lì, ha deciso di raccontare la vita degli abitanti di (Editions Félès 2020), realizzato in
Old Gurnah, costretti a lasciare le loro case nel collaborazione con Paolo Piccirillo
vecchio villaggio vicino alla zona archeologica e Vittorio Principe.
perché intralciavano lo sfruttamento turistico.
Intere famiglie sono state trasferite a New Gur-
nah, una baraccopoli discretamente nascosta
agli sguardi stranieri. Principe ha realizzato que-
sta storia durante una residenza artistica orga-
nizzata dall’autore francese Golo in collabora-
zione con l’Institut français d’Egypte proprio in
questa zona dell’Egitto meridionale.

90 Internazionale extra | Scoop! | autunno 2021















98 Internazionale extra | Scoop! | autunno 2021

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Libano
Discesa agli inferi

BARRACK RIMA Barrack Rima è nata nel 1972 a
Tripoli, in Libano, e vive a
In molte tavole di questo fumetto si vede Barrack Bruxelles, in Belgio. Fumettista e
Rima mentre ne disegna i personaggi, i paesag- regista, fa parte del collettivo
gi, le scene. È il modo trovato dall’artista queer artistico libanese Samandal. Nel
libanese per rispondere ad alcune delle doman- 2017 è uscita in Italia la Trilogia di
de che si pone all’inizio: “Come posso lavorare Beirut (Mesogea), che raccoglie tre
su questa storia senza metterci dentro cose per- opere dedicate alla capitale del
sonali e intime, i miei ricordi d’infanzia, le mie Libano, realizzate nel 1995, nel
frustrazioni da adulto? Come descrivere in venti 2015 e nel 2017.
pagine la discesa agli inferi di un paese che ho
abbandonato e che disegno da trent’anni?”. Il Paula Galindo è la creatrice
paese di cui parla è il Libano e le vicende che rac- della font di questo fumetto.
conta sono alcune tra le più dolorose della sua
storia recente: la guerra civile e l’instabilità poli-
tica, l’emergenza rifiuti del 2015, la crisi econo-
mica del 2019, la pandemia, l’esplosione nel por-
to di Beirut il 4 agosto 2020. Lo stile documenta-
rio permette a Rima di procedere in maniera ser-
rata, di alternare il racconto di destini personali e
collettivi. In alcune tavole è il colore nero a pre-
dominare, come se lo sconforto e la cupezza
avessero la meglio. In questa “discesa agli infe-
ri” però c’è sempre posto per la speranza, testi-
moniata dalle visionarie tavole finali.

100 Internazionale extra | Scoop! | inverno 2020


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