zio» di poeta, davanti alla nostra Fortezza Vecchia fu preso a zoccolate da una turba di donne inferocite. Un altro giorno se ne andava verso Ardenza e soffermatosi ad ammirare l'azzurrissimo mare estivo si sentì a un tratto rivoltare la giacchetta da dietro. «L'hai visto, eh?». «Che cosa?», rispose placido il Campana. «Il sottomarino... Cane d'uno spione vieni con me». E al solito: fermo, interrogatorio, riconoscimento e rilascio. Fu dopo codesta avventura del «sottomarino» che il Campana scrisse una correttissima lettera al Direttore del giornale «Il Telegrafo». Nel pubblicarla si rispose con un pezzo scritto di sottogamba, sprezzatamente. Ma come ci si sbagliò! Quel cittadino che protestava non era un seccatore qualunque da mettersi a posto colle solite quattro parole «liquidatrici», era un ottimo italiano e un nobile artista, ed era un uomo che aveva ragione. Sebbene non ancora universalmente riconosciuto già sul Campana erano apparsi articoli entusiasti di Papini, di Soffici e d'altre profetiche penne, su quotidiani e su riviste importanti. Non si doveva ignorarlo. Una curiosità: nel misero eppure prezioso volumetto degli smaglianti «Canti Orfici» pubblicato a Marradi nel 1914 mancano le prime quattro pagine. In origine c'era stampato una dedica all'Imperatore di Germania. 251 zio» di poeta, davanti alla nostra Fortezza Vecchia fu preso a zoccolate da una turba di donne inferocite. Un altro giorno se ne andava verso Ardenza e soffermatosi ad ammirare l'azzurrissimo mare estivo si sentì a un tratto rivoltare la giacchetta da dietro. «L'hai visto, eh?». «Che cosa?», rispose placido il Campana. «Il sottomarino... Cane d'uno spione vieni con me». E al solito: fermo, interrogatorio, riconoscimento e rilascio. Fu dopo codesta avventura del «sottomarino» che il Campana scrisse una correttissima lettera al Direttore del giornale «Il Telegrafo». Nel pubblicarla si rispose con un pezzo scritto di sottogamba, sprezzatamente. Ma come ci si sbagliò! Quel cittadino che protestava non era un seccatore qualunque da mettersi a posto colle solite quattro parole «liquidatrici», era un ottimo italiano e un nobile artista, ed era un uomo che aveva ragione. Sebbene non ancora universalmente riconosciuto già sul Campana erano apparsi articoli entusiasti di Papini, di Soffici e d'altre profetiche penne, su quotidiani e su riviste importanti. Non si doveva ignorarlo. Una curiosità: nel misero eppure prezioso volumetto degli smaglianti «Canti Orfici» pubblicato a Marradi nel 1914 mancano le prime quattro pagine. In origine c'era stampato una dedica all'Imperatore di Germania. 251
VITA DEL PITTORE MARIO PUCCINI – Ad opera del «romanzato» a qualcuno fece comodo presentare un Puccini rozzo e istintivo. Bisogna rettificare dicendo che invece Puccini fu una persona bene educata e che sapeva benissimo quello che faceva in arte. Non si dimentichi che veniva da famiglia assai benestante, e che aveva seguito tutto il corso regolare dell'Accademia B. A. di Firenze conseguendo la nomina a Professore. – Effettivamente Puccini, nel delirio della febbre e mentre si avviava alla Stazione per andare a morire a Firenze, tirò fuori la borsa che teneva sempre sul petto e buttò via il denaro tanto gelosamente custoditovi che, raccattato dai presenti, gli fu restituito. Dopo morto non gli fu trovato addosso che spicciolame. E i denari, che dovevano essere qualche migliaio di lire, dove finirono? Puccini non volle mai saperne di depositarli alle Banche, e li teneva sempre addosso. – La modella «salaccona» era una ragazza galante, un tipo venuto, sembra, da buona famiglia, ma grossolana, gonfia e arrossata sempre, vestita sgargiante come un pappagallo. Puccini usò codesta specie di virago come modella e la ritrasse vestita e nuda; ma, specialmente nei nudi, piccoli studii, senza successo: parevano davvero, con quelle carni roseo acceso, dei polpi cotti. Codesta «salaccona» pare abbia visitato Puccini morente e, 252 VITA DEL PITTORE MARIO PUCCINI – Ad opera del «romanzato» a qualcuno fece comodo presentare un Puccini rozzo e istintivo. Bisogna rettificare dicendo che invece Puccini fu una persona bene educata e che sapeva benissimo quello che faceva in arte. Non si dimentichi che veniva da famiglia assai benestante, e che aveva seguito tutto il corso regolare dell'Accademia B. A. di Firenze conseguendo la nomina a Professore. – Effettivamente Puccini, nel delirio della febbre e mentre si avviava alla Stazione per andare a morire a Firenze, tirò fuori la borsa che teneva sempre sul petto e buttò via il denaro tanto gelosamente custoditovi che, raccattato dai presenti, gli fu restituito. Dopo morto non gli fu trovato addosso che spicciolame. E i denari, che dovevano essere qualche migliaio di lire, dove finirono? Puccini non volle mai saperne di depositarli alle Banche, e li teneva sempre addosso. – La modella «salaccona» era una ragazza galante, un tipo venuto, sembra, da buona famiglia, ma grossolana, gonfia e arrossata sempre, vestita sgargiante come un pappagallo. Puccini usò codesta specie di virago come modella e la ritrasse vestita e nuda; ma, specialmente nei nudi, piccoli studii, senza successo: parevano davvero, con quelle carni roseo acceso, dei polpi cotti. Codesta «salaccona» pare abbia visitato Puccini morente e, 252
conoscendo il segreto del denaro, glielo abbia carpito. È una delle ipotesi. – «Torpedine», «testa di moro», come pure: «amabile» e «sottozzucchero» sono diversi tipi di ponce alla livornese, così chiamati a seconda della loro gradazione alcoolica che è sempre assai elevata. Il «poncino livornese» è o, meglio, era – perché oramai è in decadenza impressionante – composto di «conserva» (rumme, pepe di Cajenna e altre droghe, segreto d'ogni specialista), di caffè, più o meno zucchero e una scorza di limone. Appena portato fragrante e bollente, il vero ponciaiolo tappava subito il bicchiere col piattino perché non svanisse l'aroma, e poi se lo sorseggiava con infinito diletto, fumando la pipa o il toscano e, magari, mangiando lupini, seme, zighe e datteri cotti. Una volta, specialmente di sera, intere famiglie erano intorno ai tavolini di certi famosi Caffè, e tutti, uomini, donne, bambini, col «poncino» davanti. Si passavano delle ore, e i piattini si accumulavano uno su l'altro. Tanti piattini tanti ponci serviti. Anche se qualche piattino spariva, alla resa dei conti erano sempre troppi. Ma ora, come s'è detto, è finita. Il vecchio ponciaiolo langue, e deve anche vedere la sua famiglia che ciuccia coni di gelato... 253 conoscendo il segreto del denaro, glielo abbia carpito. È una delle ipotesi. – «Torpedine», «testa di moro», come pure: «amabile» e «sottozzucchero» sono diversi tipi di ponce alla livornese, così chiamati a seconda della loro gradazione alcoolica che è sempre assai elevata. Il «poncino livornese» è o, meglio, era – perché oramai è in decadenza impressionante – composto di «conserva» (rumme, pepe di Cajenna e altre droghe, segreto d'ogni specialista), di caffè, più o meno zucchero e una scorza di limone. Appena portato fragrante e bollente, il vero ponciaiolo tappava subito il bicchiere col piattino perché non svanisse l'aroma, e poi se lo sorseggiava con infinito diletto, fumando la pipa o il toscano e, magari, mangiando lupini, seme, zighe e datteri cotti. Una volta, specialmente di sera, intere famiglie erano intorno ai tavolini di certi famosi Caffè, e tutti, uomini, donne, bambini, col «poncino» davanti. Si passavano delle ore, e i piattini si accumulavano uno su l'altro. Tanti piattini tanti ponci serviti. Anche se qualche piattino spariva, alla resa dei conti erano sempre troppi. Ma ora, come s'è detto, è finita. Il vecchio ponciaiolo langue, e deve anche vedere la sua famiglia che ciuccia coni di gelato... 253
FATTORI A MONTENERO – Nel breve dialogo è rilevato l'urto d'idee fra la decadente Accademia classica e il sorgente rinnovamento pittorico ad opera di Fattori e dei «Macchiaioli». Pollastrini parla secondo i canoni della tradizione accademica rimasti sempre quelli, ma tutto è immaginato; Fattori, invece, esprime pensieri che furono veramente suoi, e in corsivo sono, anzi, riprodotte precise parole da lui scritte in lettere al pittore Micheli e riportate col gentile consenso della figlia del pittore stesso. – L'allusione di Fattori al «cavallo di pelle e d'ossa» è originata dal «si dice» che Pollastrini pregasse Fattori di fargli il cavallo nel suo quadro «Gli esuli di Siena». E Fattori glielo fece, ma così vero che il povero Pollastrini lo rifece da sé come si vede, proprio ripieno di stoppa. – Il «rinnegamento» della maniera Fattoriana per la pittura «gialla ovo» consisté in questo: diversi giovani che frequentavano più o meno assiduamente la «Scuola libera» rimasero abbacinati dalla novità del «luminismo» alla Monet e alla Pissarro, portata da Parigi dal Müller. Così, per correr dietro alla nuova pittura, abbandonarono il vecchio Maestro al quale scrissero dichiarando la loro buona fede perché erano sicuri di quello che avevano fatto. Fattori rispose a quelli ingrati con una lettera piena di bontà e di buon senso, nella quale, mentre riaffermava la consistenza incrollabile del suo 254 FATTORI A MONTENERO – Nel breve dialogo è rilevato l'urto d'idee fra la decadente Accademia classica e il sorgente rinnovamento pittorico ad opera di Fattori e dei «Macchiaioli». Pollastrini parla secondo i canoni della tradizione accademica rimasti sempre quelli, ma tutto è immaginato; Fattori, invece, esprime pensieri che furono veramente suoi, e in corsivo sono, anzi, riprodotte precise parole da lui scritte in lettere al pittore Micheli e riportate col gentile consenso della figlia del pittore stesso. – L'allusione di Fattori al «cavallo di pelle e d'ossa» è originata dal «si dice» che Pollastrini pregasse Fattori di fargli il cavallo nel suo quadro «Gli esuli di Siena». E Fattori glielo fece, ma così vero che il povero Pollastrini lo rifece da sé come si vede, proprio ripieno di stoppa. – Il «rinnegamento» della maniera Fattoriana per la pittura «gialla ovo» consisté in questo: diversi giovani che frequentavano più o meno assiduamente la «Scuola libera» rimasero abbacinati dalla novità del «luminismo» alla Monet e alla Pissarro, portata da Parigi dal Müller. Così, per correr dietro alla nuova pittura, abbandonarono il vecchio Maestro al quale scrissero dichiarando la loro buona fede perché erano sicuri di quello che avevano fatto. Fattori rispose a quelli ingrati con una lettera piena di bontà e di buon senso, nella quale, mentre riaffermava la consistenza incrollabile del suo 254
insegnamento, dimostrava loro che nulla v'era di nuovo e che tutte quelle sedicenti novità erano in sostanza già state sperimentate in Italia, aggiungendo che, pur avendo dato «una pedata» a lui «povero diavolo» che tanto amore aveva per l'arte e per loro, non si sarebbero riconosciuti più uno dall'altro tanto quella nuova accademia li faceva uguali. Così infatti avvenne, e quasi tutti quelli inconsiderati tornarono pentiti al glorioso Maestro che li accolse con grande benignità. – In fine Fattori, secondo il suo carattere schivo e semplice, ironizza sulla sua postuma glorificazione: sia per l'alto valore, del resto meritato, oggi raggiunto dalle sue piccole meravigliose tavolette, sia per l'avvicinamento, altrettanto giusto, che il Ghiglia fece dell'arte Fattoriana con quella dell'Angelico, in una famosa magnifica monografia su Fattori. Quindi accenna al monumento di Gemignani, inaugurato appunto in quel giorno. Naturalmente se la piglia anche con me. CIELO FATTORIANO – In merito al problema degli autentici allievi di Fattori, ecco quanto mi scrive Plinio Nomellini: «Mezza Italia crede essere scolara di Fattori. E dire che, tra i tanti, vi son molti che lo avversarono. Scolari di Fattori, quelli che frequentavano la sua scuola: io, Puccini, Guerrieri, Pichi, Micheli, Salmoni. Molti 255 insegnamento, dimostrava loro che nulla v'era di nuovo e che tutte quelle sedicenti novità erano in sostanza già state sperimentate in Italia, aggiungendo che, pur avendo dato «una pedata» a lui «povero diavolo» che tanto amore aveva per l'arte e per loro, non si sarebbero riconosciuti più uno dall'altro tanto quella nuova accademia li faceva uguali. Così infatti avvenne, e quasi tutti quelli inconsiderati tornarono pentiti al glorioso Maestro che li accolse con grande benignità. – In fine Fattori, secondo il suo carattere schivo e semplice, ironizza sulla sua postuma glorificazione: sia per l'alto valore, del resto meritato, oggi raggiunto dalle sue piccole meravigliose tavolette, sia per l'avvicinamento, altrettanto giusto, che il Ghiglia fece dell'arte Fattoriana con quella dell'Angelico, in una famosa magnifica monografia su Fattori. Quindi accenna al monumento di Gemignani, inaugurato appunto in quel giorno. Naturalmente se la piglia anche con me. CIELO FATTORIANO – In merito al problema degli autentici allievi di Fattori, ecco quanto mi scrive Plinio Nomellini: «Mezza Italia crede essere scolara di Fattori. E dire che, tra i tanti, vi son molti che lo avversarono. Scolari di Fattori, quelli che frequentavano la sua scuola: io, Puccini, Guerrieri, Pichi, Micheli, Salmoni. Molti 255
avranno avuto qualche consiglio, e basta». – Mentre chiudo queste ultime Note apprendo la morte del pittore Raffaello Gambogi. Tristissima fine, nel reparto «cronici» allo Spedale. Come Puccini, come Modigliani, come Bartolena, anche Gambogi muore solo e disperato, mentre il valore della sua arte si accrescerà da oggi per tanta sventura. Disgraziato amico, da un pezzo egli non era che un povero uomo che si trascina a passettini alla ricerca ansiosa d'una bevuta che mai sazia. Non gli era rimasto che la sua bella virile testa d'artista; ma ora anche i suoi lunghi capelli ricciuti, il suo pizzo, i suoi baffi glieli avevano tagliati, ed egli giace morto irriconoscibile senza vestito addosso... E così malamente finisce la vita di un altro nobile pittore del sereno Cielo Fattoriano. 256 avranno avuto qualche consiglio, e basta». – Mentre chiudo queste ultime Note apprendo la morte del pittore Raffaello Gambogi. Tristissima fine, nel reparto «cronici» allo Spedale. Come Puccini, come Modigliani, come Bartolena, anche Gambogi muore solo e disperato, mentre il valore della sua arte si accrescerà da oggi per tanta sventura. Disgraziato amico, da un pezzo egli non era che un povero uomo che si trascina a passettini alla ricerca ansiosa d'una bevuta che mai sazia. Non gli era rimasto che la sua bella virile testa d'artista; ma ora anche i suoi lunghi capelli ricciuti, il suo pizzo, i suoi baffi glieli avevano tagliati, ed egli giace morto irriconoscibile senza vestito addosso... E così malamente finisce la vita di un altro nobile pittore del sereno Cielo Fattoriano. 256