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Memorie duna ragazza perbene (Simone de Beauvoir) (z-lib.org)

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Published by goroiamanuci, 2022-11-19 07:35:04

Memorie d'una ragazza perbene

Memorie duna ragazza perbene (Simone de Beauvoir) (z-lib.org)

Ma prima che questa potesse prendere la sua forma definitiva dovevo
mettere in chiaro i miei rapporti con Jacques.

Che cosa avrei provato, ritrovandomi faccia a faccia col mio passato? Me
lo chiedevo ansiosamente quando, di ritorno da Meyrignac, alla metà di
settembre, suonai alla porta di casa Laiguillon. Jacques uscì dagli uffici al
pianterreno, mi strinse la mano, mi sorrise, e mi fece salire nell'appartamento.
Seduta sul divano rosso, lo ascoltai parlare del suo servizio militare,
dell'Africa, della sua noia; ero contenta, ma nient'affatto emozionata. - Com'è
stato facile ritrovarci! - gli dissi. Lui si passò la mano tra i capelli. - È
naturale! - Riconoscevo la penombra della galleria, riconoscevo i suoi gesti,
la sua voce: Io riconoscevo troppo. La sera, scrissi sul mio quaderno: « Non
lo sposerò mai. Non l'amo più ». Tutto sommato questa brutale liquidazione
non mi sorprese: « È troppo evidente che anche nei momenti in cui l'amavo
di più c'era sempre tra noi un disaccordo profondo che superavo soltanto
rinunciando a me stessa; oppure mi ribellavo all'amore ». Avevo mentito a
me stessa fingendo di attendere questo confronto prima d'impegnare il mio
avvenire: la mia decisione era stata presa già da settimane.

Parigi era ancora vuota, e lo rividi spesso. Mi raccontò la sua storia con
Magda in chiave romanzesca. Da parte mia, gli parlai delle mie nuove
amicizie, ch'egli non parve apprezzare. Gli dispiacevano? Che cosa ero io per
lui? che cosa si aspettava da me? Mi era tanto più difficile indovinarlo in
quanto quasi sempre, a casa sua o allo Stryx, eravamo con altri; uscivamo
con Riquet, con Olga. Mi tormentavo un po'. A distanza l'avevo colmato del
mio amore, e se ora me l'avesse chiesto, m'avrebbe trovata a mani vuote. Non
mi chiedeva nulla, ma a volte parlava del suo avvenire in un tono vagamente
fatale.

Una sera lo invitai con Riquet, Olga, e mia sorella, a inaugurare il mio
nuovo domicilio. Papà mi aveva finanziata, e la mia stanza mi piaceva molto.
Poupette mi aiutò a disporre su un tavolo le bottiglie di cognac e di vermut, i
bicchieri, i piatti, i pasticcini. Olga arrivò un po' in ritardo, e sola, il che ci
deluse molto. Tuttavia, dopo due o tre bicchieri, la conversazione si animò; ci
mettemmo a parlare di Jacques e del suo avvenire. - Tutto dipenderà da sua
moglie, - disse Olga, e sospirò: - Purtroppo, non credo che sia fatta per lui. -
Chi? - domandai. - Odile Riaucourt. Non lo sapevate che sposa la sorella di
Lucien? - No, - dissi con stupore. Mi diede cortesemente i particolari. Al suo
ritorno dall'Algeria Jacques aveva trascorso tre settimane nella tenuta dei
Riaucourt; la piccola s'era incapricciata di lui, e aveva imperiosamente

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dichiarato ai genitori che lo voleva per marito. Jacques, consultato da Lucien,
aveva acconsentito. La conosceva appena, e, a parte una cospicua dote, la
ragazza non aveva, secondo Olga, nessuna virtù particolare. Adesso capii
perché Jacques non voleva mai stare con me a quattr'occhi, non osava né
tacere né parlarmi; e questa sera m'aveva piantata in asso per lasciare a Olga
la briga di mettermi al corrente. Feci del mio meglio per mostrarmi
indifferente. Ma appena restammo sole, Poupette ed io, la nostra
costernazione esplose. Girovagammo a lungo per Parigi, afflitte al pensiero
che l'eroe della nostra giovinezza si fosse trasformato in un borghese
calcolatore.

Quando tornai a trovarlo, m'intrattenne con un certo imbarazzo sulla sua
fidanzata, e con importanza sulle sue nuove responsabilità. Una sera mi
mandò una lettera enigmatica: era lui che mi aveva aperta la strada, mi
diceva, e adesso restava indietro, ad arrancare nel vento, senza potermi
seguire: « aggiungi che il vento, unito alla fatica, fa sempre un po' piangere ».
Mi commossi; ma non risposi; non c'era nulla da rispondere. In ogni caso era
una storia finita.

Che cosa aveva significato per Jacques? E lui stesso, chi era? M'ingannavo
quando credetti che il suo matrimonio mi rivelava il suo vero essere, e che
dopo una crisi di romanticismo giovanile sarebbe tranquillamente diventato il
borghese che era. Lo vidi qualche volta con sua moglie: i loro rapporti erano
agrodolci. Perdemmo ben presto i contatti, ma in seguito lo vidi abbastanza
spesso nei caffè di Montparnasse, solitario, il viso gonfio, gli occhi lacrimosi,
visibilmente impregnato d'alcool. Procreò cinque o sei figli e si gettò in una
rischiosa speculazione: trasferì i suoi impianti nello stabilimento di un
collega, e fece demolire la vecchia fabbrica Laiguillon per sostituirla con una
grande casa di reddito; sfortunatamente, una volta abbattuto il vecchio
edificio, non riuscì a raccogliere i capitali necessari per la costruzione del
nuovo; ci si mangiò fino all'ultimo soldo e dovette ipotecare e poi vendere i
suoi impianti. Lavorò per alcuni mesi nell'azienda del collega, ma si fece ben
presto licenziare.

Anche se avesse agito con prudenza e l'affare gli fosse riuscito, ci sarebbe
da domandarsi perché Jacques volle liquidare la sua ditta; non è certo
trascurabile il fatto che in essa si fabbricassero non già delle chincaglierie ma
vetrate artistiche. Negli anni che seguirono l'esposizione del 1925 le arti
decorative presero un grande impulso; Jacques si entusiasmò all'estetica
moderna, e pensò che le vetrate offrivano immense possibilità; in astratto

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questo era vero, ma in pratica le cose andavano diversamente. Nel campo
dell'arredamento, del vasellame, dei tessuti, delle tappezzerie, si poteva, anzi,
si doveva inventare, poiché la clientela borghese era avida di novità; ma
Jacques aveva a che fare con dei piccoli parroci di campagna dai gusti
arretrati; o si rovinava, oppure doveva perpetuare nei suoi laboratori la
tradizionale bruttezza delle vetrate Laiguillori; e la bruttezza lo disgustava.
Preferì buttarsi in affari che non avevano nulla a che vedere con l'arte.

Senza denaro, senza lavoro, Jacques visse per qualche tempo alle spalle
della moglie, che riceveva un assegno da suo padre; fannullone, prodigo,
libertino, sbornione, bugiardo - e non dico altro - Jacques era senz'alcun
dubbio un marito detestabile. Odile finì per chiedere la separazione e per
scacciarlo. Erano vent'anni che non lo vedevo quando lo incontrai per caso
sul boulevard Saint-Germain. A quarantacinque anni, ne dimostrava più di
sessanta. I capelli completamente bianchi, gli occhi iniettati di sangue, l'abuso
dell'alcool l'aveva reso mezzo cieco; non aveva più sguardo, più sorriso, era
magro al punto che il suo volto, ridotto alla sola ossatura, somigliava in tutto
e per tutto a quello di suo nonno Flandin. Guadagnava venticinquemila
franchi al mese facendo vaghe registrazioni in un ufficio daziario in riva alla
Senna: sulle carte che mi mostrò risultava equiparato a un cantoniere. Vestiva
come un barbone, dormiva nelle locande, mangiava quasi niente e beveva il
più possibile. Poco tempo dopo perse l'impiego, e si ritrovò completamente
privo di risorse. Sua madre, suo fratello, quando andava a chieder loro di che
mangiare, gli rimproveravano la sua mancanza di dignità; soltanto la sorella e
qualche amico vennero in suo soccorso. Ma non era facile aiutarlo; non
alzava un dito per aiutarsi da sé, era logoro fino all'osso. Morì a quarantasei
anni, di inanizione.

- Ah, perché non ti ho sposata! - mi disse, stringendomi le mani con
effusione, il giorno in cui ci ritrovammo. - Che peccato! Ma mia madre mi
ripeteva continuamente che i matrimoni tra cugini son maledetti! - Dunque
aveva pensato di sposarmi! E quando aveva cambiato opinione? E perché,
esattamente? E perché invece di continuare a rimanere scapolo s'era
precipitato, così giovane, in un matrimonio assurdamente ragionevole? Non
riuscii a saperlo, e forse non lo sapeva più nemmeno lui, tanto gli s'era
annebbiato il cervello; né tentai d'interrogarlo sulla storia della sua decadenza,
poiché la sua prima preoccupazione era di farmela dimenticare; i giorni in cui
portava una camicia pulita e in cui aveva mangiato a sufficienza mi ricordava
volentieri il glorioso passato della famiglia Laiguillon e parlava da cospicuo

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borghese; mi veniva fatto di pensare che se fosse riuscito non sarebbe stato
gran che migliore di un altro, ma era una severità ingiusta la mia; non per
caso era fallito in modo così spettacolare. Non s'era accontentato d'una caduta
mediocre; gli si son potute rimproverare molte cose, ma in ogni caso non fu
mai meschino; era rotolato talmente in basso che quella « follia distruttiva »
che avevo imputata alla sua gioventù, in realtà doveva averlo interamente
posseduto. Si sposò evidentemente per zavorrarsi di responsabilità; credette
che sacrificando i suoi piaceri e la sua libertà avrebbe fatto nascere in sé un
uomo nuovo, solidamente convinto dei suoi doveri e dei suoi diritti, adattato
ai suoi uffici e alla sua famiglia; ma il volontarismo non rende; rimase lo
stesso, incapace sia d'infilarsi nella pelle di un borghese, sia di evadere. Se ne
andava per i caffè per fuggire il suo personaggio di marito e di padre di
famiglia; nel tempo stesso cercava di elevarsi nella scala dei valori borghesi,
ma non col lavoro paziente: d'un solo balzo, e lo rischiò con tanta
imprudenza, quasi col segreto desiderio, si direbbe, di spezzarsi le reni. Senza
dubbio questo destino s'era annidato nel cuore del ragazzino derelitto e
spaventato che a sette anni si aggirava da padrone tra le glorie e la polvere
della fabbrica Laiguillon; e se nella sua giovinezza ci aveva esortati così
spesso a « vivere come tutti » è perché lui stesso dubitava di riuscirvi mai.

Mentre s'andava decidendo il mio avvenire, Zazà, dal canto suo, lottava per
la sua felicità. La sua prima lettera sfavillava di speranza. La successiva era
meno ottimista. Dopo essersi rallegrata per la mia riuscita al concorso, mi
scriveva: « Esser lontana da voi, in questo momento, mi è particolarmente
penoso. Avrei tanto bisogno di parlarvi così come viene, senza nulla di
preciso né di molto pensato, di ciò che da tre settimane costituisce tutta la mia
esistenza. Con qualche momento di gioia, fino a venerdì scorso ho provato
soprattutto una terribile inquietudine e molte difficoltà. Venerdì ho ricevuto
da Pradelle una lettera piuttosto lunga, e le cose e le parole che in essa mi
dice costituiscono prove irrefutabili cui posso aggrapparmi per lottare contro
un dubbio di cui non riesco a sbarazzarmi del tutto. Accetto relativamente
senza pena delle difficoltà abbastanza grevi, l'impossibilità di parlare di tutto
questo alla mamma, per il momento, la prospettiva di veder passare molto
tempo prima che i miei rapporti con P. si precisino (anche se questo non ha
alcuna importanza, tanto il presente mi appaga e mi basta). La cosa peggiore
sono questi dubbi, queste alternative, questi vuoti così completi che a volte
mi domando se tutto ciò che è avvenuto non sia che un sogno. E quando la
gioia ritorna nella sua pienezza, provo una gran vergogna di aver avuto la
viltà di non più credervi. Peraltro, mi è difficile conciliare il P. di ora con

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quello di tre settimane fa, non riesco a conciliare le sue lettere con certi
incontri relativamente recenti in cui eravamo ancora così distanti, così
misteriosi l'uno all'altro; a volte mi sembra che tutto questo non sia che un
gioco, che tutto stia per ricadere d'un tratto nel reale, nel silenzio di tre
settimane fa. Come riuscirò a reprimere la tentazione di fuggire, quando lo
rivedrò? questo ragazzo al quale ho scritto tante cose, e così facilmente, e
davanti al quale adesso non oserei aprir bocca, tanto sento che la sua
presenza m'intimidirebbe. Ah, Simone, come vi parlo male di tutto questo!
Una cosa soltanto vale la pena che io vi dica. Ed è che vi sono momenti
meravigliosi in cui tutti questi dubbi e queste difficoltà svaniscono come cose
prive di senso, momenti in cui sento soltanto la gioia inalterabile e profonda
che al di sopra di tutte queste miserie permane in me e mi penetra tutta. In
questi momenti il pensiero che egli esiste basta a commuovermi fino alle
lacrime, e quando penso che egli esiste un poco per me, sento il mio cuore
arrestarsi quasi dolorosamente sotto il peso d'una felicità troppo grande.
Ecco, Simone, ciò che mi succede. Della vita che conduco non ho il coraggio
di parlarvi, questa sera. La grande gioia che s'irradia dentro di me, in questi
giorni, dà a volte molto valore a ben piccole cose. Però, sono stanca d'esser
costretta a continuare, nonostante un'intensa vita interiore e un immenso
bisogno di solitudine, le gite nei dintorni, il tennis, le merende, i
trattenimenti. La posta è il solo momento importante della mia giornata... non
vi ho mai voluto tanto bene, mia cara Simone, e vi sono vicina con tutto il
mio cuore ».

Le risposi con una lunga lettera, cercando di confortarla, e la settimana
successiva lei mi scrisse: « Comincio ad essere tranquillamente felice, mia
cara, carissima Simone, e com'è bello! Adesso ho una certezza che nulla
potrà più togliermi, una certezza meravigliosamente dolce, che ha trionfato di
tutte le alternative e di tutte le mie rivolte. Quando ricevetti la vostra lettera...
non ero ancora uscita dall'inquietudine. Non avevo abbastanza fiducia per
saper leggere bene le lettere molto dolci, ma anche molto ermetiche, che
Pradelle mi scriveva, e, cedendo a un irragionevole moto di pessimismo, gli
avevo appena scritto una lettera che lui ha potuto poi definire, senza
esagerare, " un po' feroce ". La vostra mi restituì alla vita... da allora, son
rimasta silenziosamente con voi; con voi ho letta quella di Pradelle, ricevuta
sabato, e che è venuta a completare la mia gioia, e a renderla così leggera,
così giovane, che ad essa, dopo tre giorni, si aggiunge un'allegria da bambina
di otto anni. Temevo che la mia lettera ingiusta offuscasse di nuovo
l'orizzonte; lui mi ha risposto in modo così intelligente che, al contrario, tutto

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è ridivenuto facile e meraviglioso. Non credo si possa rimproverare una
persona in modo più delizioso, farle il processo, assolverla, e persuaderla che
tutto è semplice e bello, con più gaiezza e gentilezza di quanto lui abbia fatto
».

Ma ben presto sorsero altre e più temibili difficoltà. Alla fine di agosto
ricevetti una lettera che mi desolò: « Non siate arrabbiata con me per questo
lungo silenzio... voi sapete com'è la vita a Laubardon. Abbiamo dovuto
vedere mucchi di gente, siamo dovute andare a Lourdes per cinque giorni.
Siamo tornate domenica, e domani Bébelle ed io partiamo di nuovo per
raggiungere i Bréville nell'Ariège. Potete ben immaginare quanto volentieri
farei a meno di queste distrazioni; è così opprimente divertirsi quando non se
ne ha affatto voglia. E tanto più ho bisogno di tranquillità in quanto la vita,
senza cessare d'essere " meravigliosa ", si annuncia per qualche tempo ben
difficile. La mia gioia era a tal punto avvelenata dagli scrupoli che mi son
decisa a parlare alla mamma, che col suo atteggiamento interrogativo,
inquieto, addirittura diffidente, mi faceva soffrire troppo. Ma poiché non
potevo dirle che una mezza verità, il risultato della mia confessione è che non
posso più scrivere a Pradelle, e la mamma esige che fino a nuovo ordine io
non lo riveda più. È duro; è addirittura atroce. Quando penso a che cos'erano
per me quelle lettere cui sono costretta a rinunciare, quando penso a questo
lungo anno dal quale mi aspettavo tanto, e che sarà diminuito di quegli
incontri che sarebbero stati meravigliosi, un'angoscia soffocante mi serra la
gola, e il cuore mi si stringe fino a farmi male. Bisognerà vivere
completamente separati - che orrore! per me, mi ci rassegno, ma per lui mi è
molto più difficile. L'idea che egli debba soffrire per causa mia mi rivolta; io
sono ormai da molto tempo abituata alla sofferenza, e per me la trovo quasi
naturale. Ma accettarla per lui che non l'ha minimamente meritata, per lui che
mi piace tanto veder illuminato di gioia, come quel giorno sul lago del Bois
de Boulogne, tra voi e me, ah, quanto mi è amaro! Pure, mi vergognerei di
lamentarmi. Quando si è avuta questa grande cosa che sento in me,
inalterabile, si può sopportare tutto il resto. L'essenza della mia gioia non è
alla mercè delle circostanze esterne, per raggiungerla occorrerebbe una
difficoltà proveniente direttamente da lui o da me stessa. E questo non è più
da temere; l'accordo tra noi è così profondo e completo che è ancora lui che
parla quando mi ascolta, e sono ancora io che parlo quando ascolto lui, e
nonostante le separazioni apparenti, ormai non possiamo più essere
realmente disuniti. E la mia allegria, dominando i pensieri più crudeli,
s'innalza ancora e si diffonde sopra tutte le cose... Ieri, dopo aver scritto a

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Pradelle la lettera che tanto m'appenava scrivergli, ho ricevuto da lui poche
parole tutte traboccanti di quel bell'amore della vita che finora in lui era meno
evidente che in voi. Soltanto che non era il canto pagano della cara dama
amorale. A proposito del fidanzamento di sua sorella mi diceva tutto ciò che
l'espressione Coeli enarrant gloriam Dei faceva zampillare di entusiasmo per
" la limpida glorificazione dell'universo " e per " una vita riconciliata con tutta
la dolcezza delle cose terrene Ah! come è duro rinunciare volontariamente a
ricevere delle pagine come quelle di ieri, Simone! bisogna davvero credere
nel valore della sofferenza, e desiderare di portare la Croce con il Cristo, per
accettare una cosa simile senza lamentarsi, ché naturalmente io non ne sarei
capace. Ma non parliamo di questo. Nonostante tutto la vita è splendida, e
sarei terribilmente ingrata se in questo momento non mi sentissi traboccante
di riconoscenza. Quanti sono coloro che hanno ciò che voi ed io abbiamo, e
che mai conosceranno nulla che vi si avvicini? E sarebbe pagarlo forse un
prezzo troppo alto, dover sopportare qualunque cosa per questo bene
prezioso, tutto ciò che sarà necessario, e per tutto il tempo che ci vorrà? Lilì e
suo marito sono qui, in questo momento: credo che da tre settimane tra loro
non vi sia stato altro argomento di conversazione che la questione del loro
appartamento, e di quanto verrà a costare la loro sistemazione. Sono molto
buoni e non gli rimprovero nulla. Ma che sollievo aver adesso la certezza che
tra la mia vita e la loro non vi sarà nulla di comune, di sentire che pur non
possedendo nulla esteriormente, io sono mille volte più ricca di loro, e che di
fronte a tutta questa gente che, per certi lati almeno, mi è più estranea dei
sassi della strada, io non sarò mai più sola! »

Suggerii una soluzione che mi pareva evidente: se la signora Mabille era
preoccupata per i rapporti vaghi di Zazà con Pradelle, lui non aveva che
chiederle la mano di sua figlia, nel modo più formale. Ricevetti in risposta la
seguente lettera: « Ieri, tornando dall'Ariège dove ho trascorso dieci giorni
estenuanti sotto tutti i punti di vista, ho trovato la vostra lettera, che
aspettavo. Da quando l'ho letta, non ho fatto che rispondervi, che parlare
sottovoce con voi, nonostante le occupazioni, la stanchezza, nonostante tutto
ciò che mi circonda. Ciò che mi circonda è terribile. Per tutti i dieci giorni
trascorsi dai Bréville, dovendo condividere la mia stanza con Bébelle, non
sono stata sola neanche un minuto. Ero così incapace di sopportare lo
sguardo di qualcuno mentre scrivevo certe lettere, che per farlo dovevo
aspettare che lei fosse addormentata, e allora mi alzavo, tra le due e le cinque
o le sei del mattino. Durante la giornata bisognava fare grandi gite, e
rispondere, senza mai aver l'aria assente, alle attenzioni e alle amabili

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spiritosaggini della gente che ci ospitava. Le ultime pagine ch'egli ha ricevuto
da me risentivano terribilmente della mia stanchezza: ho letto la sua ultima
lettera in un tale stato di spossatezza che, me ne accorgo adesso, ne ho
compresi abbastanza male certi passi. La risposta che gli ho mandato forse
l'avrà fatto soffrire, non ho saputo dirgli tutto ciò che volevo, tutto ciò che
bisognava dire. Tutto questo mi affligge; e seppure non mi riconoscessi
finora il minimo merito, sento di accumularne molto in questi giorni, tanta
volontà mi occorre per resistere al desiderio di scrivergli tutto ciò che penso,
tutte le cose eloquenti e persuasive con le quali protesto dal fondo del mio
cuore contro le accuse ch'egli insiste a rivolgere contro se stesso, contro le
richieste di perdono che egli ha l'incoscienza d'indirizzarmi. Non vorrei
scrivere a P. attraverso di voi, Simone; ai miei occhi, sarebbe un'ipocrisia
peggiore d'un'infrazione alle decisioni che non devo più discutere. Ma mi
tornano in mente certi passi delle sue ultime lettere cui non ho risposto in
maniera sufficiente, e che continuano a tormentarmi. " Sarete rimasta delusa
da alcune mie lettere ". " La sincerità con la quale vi ho parlato, vi avrà
suscitato una certa tristezza ", e altre frasi ancora, che mi hanno dato una
stretta al cuore. Voi, Simone, che sapete la gioia di cui sono debitrice a P., che
ogni parola che egli mi ha detto e scritto, lungi dal deludermi, non ha fatto
che aumentare e consolidare l'ammirazione e l'amore che ho per lui, voi che
vedete ciò che ero e ciò che sono, ciò che mi mancava e ciò che egli mi ha
dato con cosi meravigliosa pienezza, oh! cercate di fargli comprendere che a
lui debbo tutta la bellezza di cui trabocca in questo momento la mia vita, che
in lui non v'è nulla che per me non sia prezioso, che è una follia da parte sua
scusarsi di ciò che dice o delle lettere di cui comprendo sempre meglio la
bellezza e la dolcezza profonda ogni volta che le rileggo. Ditegli, Simone, voi
che mi conoscete tutt'intera e che avete seguito così bene, quest'anno, tutti i
palpiti del mio cuore, ditegli che non vi è un essere al mondo che mi abbia
dato e che possa mai darmi la felicità senza riserve, la gioia totale che mi
viene da lui, e di cui non potrò mai, anche se smetto di dirglielo, che
ritenermi indegnissima.

« Simone, se il passo di cui parlate si potesse fare, il prossimo inverno tutto
sarebbe più semplice. Per non farlo, Pradelle ha delle ragioni che per me
sono valide non meno che per lui. In queste condizioni, la mamma, senza
chiedermi una rottura totale, mi ha fatto prevedere tante difficoltà e restrizioni
nei nostri rapporti, che, spaventata da una lotta che non avrebbe tregua, ho
finito per preferire il peggio. La sua risposta alla triste lettera che ho dovuto
scrivergli mi ha fatto sentire troppo a fondo che cosa sarebbe per lui questo

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sacrificio. Ora non ho più il coraggio di desiderarlo. Cercherò di accomodare
le cose, di ottenere, a forza di sottomissione e di pazienza, che la mamma mi
faccia, ci faccia, un po' di credito, e che rinunci all'idea che le è venuta, di
mandarmi all'estero. Tutto ciò, Simone, non è semplice, e me ne affliggo per
lui. Per due volte mi ha parlato di fatalismo. Comprendo ciò che mi vuol dire
in questo modo indiretto, e per amor suo farò tutto ciò che è in mio potere
per migliorare la nostra situazione. Ma sopporterò con ardore tutto ciò che
sarà necessario; proverò una sorta di gioia nel soffrire a causa di lui; e
soprattutto saprò che qualunque sia il prezzo che dovrò pagare non sarà mai
troppo caro per la felicità nella quale già sono entrata, la gioia contro la quale
nessuna circostanza accidentale potrà mai nulla... Son tornata qui, morta dal
bisogno di star sola. Vi ho trovato, oltre a mio cognato, cinque suoi fratelli e
sorelle; io dormo con la maggiore e le gemelle in quella stanza in cui ero stata
così bene con voi e Stépha. Vi ho scritto questa lettera in meno di tre quarti
d'ora, prima di andare ad accompagnare i miei al mercato del villaggio;
domani tutti i Du Moulin passano la giornata qui, dopodomani arriva
Geneviève de Bréville, e bisognerà andare a ballare dai Mulot. Ma io resto
libera senza che nessuno se l'immagini. Tutte queste cose, per me son come
non esistessero. La mia vita è di sorridere di nascosto alla voce che non cessa
di farsi udire in me, è di rifugiarmi con lui, definitivamente... »

M'irritai contro Pradelle: perché respingeva la soluzione che io avevo
proposta? Gli scrissi. Sua sorella, mi rispose, s'era appena fidanzata; il fratello
maggiore - sposato da molti anni, e di cui egli non parlava mai - era in
procinto di partire per il Togo; comunicando a sua madre che anche lui
meditava di lasciarla, le avrebbe dato un colpo fatale. E Zazà? gli domandai
quando tornò a Parigi, alla fine di settembre. Non si rendeva conto che
queste lotte la estenuavano? mi rispose che lei approvava la sua decisione, ed
ebbi un bell'insistere, non si smosse.

Zazà mi parve molto abbattuta; era dimagrita e aveva perduto il colorito;
aveva frequenti malditesta. La signora Mabille l'aveva provvisoriamente
autorizzata a rivedere Pradelle, ma in dicembre sarebbe partita per Berlino,
dove avrebbe trascorso tutto l'anno.

Pensava a quest'esilio con terrore. Diedi un altro suggerimento: che
Pradelle, all'insaputa di sua madre, si spiegasse con la signora Mabille. Zazà
scosse la testa. La signora Mabille non avrebbe accettato le sue ragioni; le
conosceva già, e le considerava soltanto una scappatoia. Secondo lei,
Pradelle non era affatto deciso a sposare Zazà; altrimenti si sarebbe indotto a

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fare un passo ufficiale; una madre non ha il cuore spezzato se suo figlio si
fidanza, questa storia non si reggeva in piedi! Su questo punto ero d'accordo
con lei; il matrimonio non si sarebbe fatto in ogni modo prima di due anni, il
caso della signora Pradelle non mi sembrava tragico: - Non voglio ch'ella
soffra per causa mia, - mi diceva Zazà. La sua grandezza d'animo mi
esasperava. Ella comprendeva la mia collera, comprendeva gli scrupoli di
Pradelle e la prudenza della signora Mabille; comprendeva tutta quella gente
che non si comprendeva a vicenda, e i cui malintesi ricadevano su di lei.

- Un anno non è poi l'eternità, - diceva Pradelle seccato. Questa saggezza,
lungi dal confortare Zazà, metteva a dura prova la sua fiducia; per accettare
senza troppa angoscia una lunga separazione ella avrebbe avuto bisogno di
possedere quella certezza che aveva spesso invocata nelle sue lettere ma che
in realtà le faceva crudelmente difetto. La mia previsione era confermata:
Pradelle non era facile da amare, soprattutto per un cuore così violento come
quello di Zazà. Con una sincerità assai simile al narcisismo, si lamentava con
lei di mancare di passione, e lei non poteva far a meno di concludere ch'egli
l'amava con mollezza. Il suo comportamento non la rassicurava; egli aveva
per la sua famiglia delicatezze esagerate e non sembrava affatto preoccuparsi
che lei ne patisse.

S'erano rivisti, finora, soltanto di sfuggita, lei aspettava con impazienza il
pomeriggio che avevano deciso di passare insieme, quando al mattino
ricevette un pneumatico; egli aveva perduto uno zio e trovava che questo
lutto non era compatibile con la gioia che si riprometteva dal loro incontro: si
disimpegnava. Il giorno dopo, lei venne a bere un bicchiere da me, con mia
sorella e Stépha, e non riuscì a strapparsi un sorriso. La sera mi mandò un
biglietto: « Non scrivo per scusarmi d'esser stata sinistra nonostante il vermut
e la vostra cara accoglienza. Avrete compreso che ero ancora annientata dal
pneumatico del giorno prima. È arrivato assai inopportuno. Se Pradelle
avesse potuto immaginare con quale sentimento aspettavo quest'incontro
penso che non l'avrebbe rimandato. Ma è assai meglio che non l'abbia
immaginato, e preferisco molto che abbia fatto ciò che ha fatto; non è stato
un male che io abbia visto fin dove può arrivare il mio scoraggiamento
quando resto assolutamente sola a resistere alle mie amare riflessioni e ai
lugubri avvertimenti che la mamma crede necessario darmi. La cosa più triste
è di non poter comunicare con lui: non ho osato mandargli una lettera a casa.
Se voi foste stata sola, gli avrei scritto poche righe, con sulla busta la vostra
scrittura illeggibile. Sarete molto cara se gl'invierete subito un pnéu per dirgli

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ciò che spero egli sappia già, che gli sono vicinissima nella pena come nella
gioia, ma soprattutto che può scrivermi a casa quando vuole. Farà bene a non
astenersene poiché se non è possibile che lo veda assai presto, avrei
terribilmente bisogno almeno d'una parola da lui. D'altronde, in questo
momento non ha da temere la mia allegria. Se gli parlassi, anche di noi stessi,
lo farei abbastanza seriamente. Anche se la sua presenza mi solleva,
rimangono abbastanza cose tristi, nell'esistenza, di cui si può parlare quando
si è in lutto. Pur se non fosse altro che Polvere1 Ho ripreso questo libro ieri
sera, e mi ha commossa come la prima volta. Sì, Judy è magnifica e
interessante; ciononostante, rimane incompiuta, e quanto infelice! Che il suo
amore per la propria vita e per le cose create la salvi dalla durezza
dell'esistenza, lo ammetto. Ma la sua gioia non terrebbe di fronte alla morte, e
vivere come se in definitiva questa non vi fosse, non è una soluzione
sufficiente. Lasciandola, mi sono vergognata di essermi per un momento
lamentata, io, che al di sopra di tutte le difficoltà e le tristezze che qualche
volta possono dissimularla, sento una gioia, difficile da gustare e troppo
spesso inaccessibile alla mia debolezza, ma alla quale per lo meno nessun
essere al mondo è necessario, e che non dipende neanche completamente da
me. Nulla diminuisce questa gioia. Quelli che io amo non devono
preoccuparsi, non evado da essi. E in questo momento mi sento attaccata alla
terra e alla mia vita come non lo ero mai stata ».

1 Allusione al noto romanzo della Lehman [N.d.T.].

Nonostante questa conclusione ottimista, nonostante il corrucciato
consenso ch'ella accordava alla decisione di Pradelle, Zazà lasciava
intravvedere la sua amarezza; per opporre alle « cose create » la gioia
soprannaturale « alla quale per lo meno nessun essere al mondo è necessario
», bisognava che in questo mondo ella non sperasse più di potersi
definitivamente riposare su nessuno. Inviai un pnéu a Pradelle, che le scrisse
subito; lei mi ringraziò: « Grazie a voi sabato sono stata liberata dei fantasmi
che mi tormentavano ». Ma i fantasmi non la lasciarono in pace a lungo, e di
fronte ad essi ella era proprio sola. Il fatto stesso ch'io prendessi tanto a cuore
la sua felicità ci allontanava l'una dall'altra, poiché io me la prendevo con
Pradelle, e lei mi accusava di misconoscerlo; aveva scelto la rinuncia, e
s'irrigidiva quando la esortavo a difendersi. Inoltre, sua madre mi aveva
proibito l'accesso in casa loro, e faceva di tutto per trattenervi Zazà.
Comunque, avemmo una lunga conversazione da me, e le parlai della mia
vita; il giorno dopo lei mi mandò una lettera per dirmi con effusione quanto

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ne fosse stata felice. Ma, aggiungeva, « per ragioni di famiglia che sarebbe
troppo lungo spiegarvi, non potrò rivedervi per qualche tempo. Aspettate un
poco ».

Pradelle, dal canto suo, l'aveva avvertita che suo fratello s'era imbarcato, e
che per una settimana il compito di consolare sua madre l'avrebbe occupato
interamente. Anche questa volta ella finse di trovare naturale ch'egli non
esitasse a sacrificarla; ma ero certa che nuovi dubbi la rodevano; e deplorai
che per otto giorni nessuna voce avrebbe fatto da contrappeso ai « lugubri
avvertimenti » prodigati dalla signora Mabille.

Dieci giorni dopo la incontrai per caso al caffè Poccardi; ero andata a
leggere alla Nazionale, e lei faceva delle commissioni nel quartiere;
l'accompagnai. Con mio grande stupore, traboccava d'allegria. Aveva
riflettuto molto, durante quella settimana di solitudine, e a poco a poco tutto
s'era messo in ordine nella sua testa e nel suo cuore; perfino la sua partenza
per Berlino non la spaventava più. Avrebbe avuto del tempo libero, avrebbe
provato a scrivere il romanzo cui pensava da tanto tempo, avrebbe letto
molto: mai aveva avuto una tal sete di letture. Aveva appena riscoperto
Stendhal e ne era piena d'ammirazione. La sua famiglia lo odiava in modo
così deciso che fino allora ella non era riuscita a superare completamente
questa prevenzione; ma rileggendolo in questi ultimi giorni l'aveva finalmente
compreso e amato senza riserve. Sentiva il bisogno di rivedere molti suoi
giudizi: aveva l'impressione che in lei si fosse d'un tratto scatenata
un'importante evoluzione. Mi parlò con un calore e un'esuberanza quasi
insoliti; c'era qualcosa di forsennato nel suo ottimismo. Pure, me ne rallegrai:
aveva ritrovato forze nuove e mi pareva fosse in procinto di avvicinarsi di
molto a me. La salutai con il cuore pieno di speranza.

Quattro giorni dopo ricevetti un biglietto dalla signora Mabille: Zazà stava
molto male; aveva una gran febbre e terribili malditesta. Il medico l'aveva
fatta trasportare in una clinica di Saint-Cloud; doveva star sola e in calma
assoluta; non poteva ricevere alcuna visita: se la febbre non cadeva, era
perduta.

Vidi Pradelle. Mi raccontò ciò che sapeva. Due giorni dopo il mio incontro
con Zazà, la signora Pradelle era sola in casa; suonarono alla porta, ella aprì e
si trovò davanti una ragazza ben vestita, ma senza cappello, cosa, a
quell'epoca, molto scorretta. - Voi siete la madre di Jean Pradelle? -
domandò. - Posso parlarvi? - Si presentò, e la signora Pradelle la fece
entrare. Zazà si guardò attorno; aveva la faccia terrea, i pomelli infiammati. -

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Jean non c'è? perché? è già in cielo? - La signora Pradelle spaventata, le disse
che egli stava per rientrare. - Voi non mi potete vedere, signora? - domandò
Zazà. L'altra protestò. - Allora, perché non volete che ci sposiamo? - La
signora Pradelle fece del suo meglio per calmarla; quando, un po' più tardi,
Pradelle tornò a casa, era tranquilla, ma aveva la fronte e le mani ardenti. - Vi
riaccompagno, - disse lui. Presero un taxi, e durante il tragitto verso la rue de
Berri, lei gli disse in tono di rimprovero: - Non volete baciarmi? Perché non
mi avete mai baciata? - Lui la baciò.

La signora Mabille la mise a letto e chiamò il medico; venne a una
spiegazione con Pradelle: non voleva l'infelicità di sua figlia, non si
opponeva a questo matrimonio. Nemmeno la signora Pradelle vi si
opponeva: non voleva l'infelicità di nessuno. Tutto si sarebbe messo a posto.
Ma Zazà aveva quaranta di febbre e delirava.

Per quattro giorni, nella clinica di Saint-Cloud, ella reclamò: « Il mio
violino, Pradelle, Simone, e champagne ». La febbre non diminuì. Sua
madre fu autorizzata a passare l'ultima notte vicino a lei. Zazà la riconobbe e
capì che stava morendo. - Non vi addolorate, mamma cara, - disse. - In tutte
le famiglie c'è qualcuno da buttar via.

Quando la rividi, nella cappella della clinica, giaceva in mezzo a un'aiuola
di ceri e di fiori. Portava una lunga camicia da notte di tela ruvida. I capelli le
erano cresciuti e le ricadevano in dure ciocche intorno al viso giallo e così
magro ch'ebbi difficoltà a ritrovarvi i suoi lineamenti. Le mani dalle lunghe
dita pallide, incrociate sul crocefisso, apparivano fragili come quelle d'una
vecchissima mummia. La signora Mabille singhiozzava. - Noi non siamo stati
che strumenti nelle mani di Dio, - le disse il signor Mabille.

I medici parlarono di meningite, di encefalite, non si seppe niente di
preciso. Si trattava di una malattia contagiosa, d'un fatto accidentale? O Zazà
era stata vittima d'un eccesso di stanchezza e d'angoscia? Spesso, la notte mi è
apparsa, tutta gialla sotto una cappellina rosa, e mi guardava con rimprovero.
Insieme avevamo lottato contro il destino melmoso che ci aspettava al varco,
e per molto tempo ho pensato che avevo pagato la mia libertà con la sua
morte.

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