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Published by associazione chiekete, 2021-03-22 07:17:27

celesia-SavignoneeValdiScrivia

celesia-SavignoneeValdiScrivia

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vere, non gli avesse spinti di buone gambe alla
fuga .....

Ella , o Signore, ha già compreso ogni cosa. Il
romito di S. Rocco altro infin de conti non era che
il giovinetto Gonzaga , il quale avea seguito la Fo
sca in queste montagne, dove per meglio celarsi
alle vendette del principe e torre ogni sospelto dei
loro amori , assunse abito e contegno di pellegrino.
Senonchè essendo loro interdetto da qualche tempo

il vedersi , stante la presenza in que' luoghi d' uomini
ignoti che credeansi sicarj spediti sulle orme loro ,
avean divisato, d'abboccarsi notturnamente nel modo
che dianzi fu detto. E durava da alcuni giorni la
tresca , quando gli scherani del principé, al cui vi
gile occhio nulla sfuggiva di quanto avvenia nel
castello, ripendo pur essi sulle traccie del giovane
per gli aspri sfaldamenti di que' balzi ronchiosi , lo
attesero al varco. L'infelice passò in un attimo dagli
amplessi al sepolcro. Imperocchè mentre egli era
intento ad assicurare la corda , ond' era munito , ad
un sporgente macigno per agevolarsi la scesa, i due
sgherri gli furono sopra , gli posero un bavaglio alla
bocca per impedire che le sue grida giungessero
fino al torriere , che stava a guardia sul mastio
della fortezza, e dall'alto del precipizio lo trabboc
carono in fondo.

54

Da quel di il masso che ci sovrasta ebbe nome
di Salto dell uomo. Si disse che la Fosca , furente

di vendetta e di sangue, fingendo riconciliarsi col
principe, l'abbia poi concio pel di delle feste : ma
le son baje coteste che trovansi ne' scartafacci, e di
cui non è ricordo fra noi.

Io non so perchè le leggende e le tradizioni del
popolo debbano interamente sbandirsi dalla colta
società, e rilegarsi tra le veglie delle feminette e del
volgo ; ecco perchè, dice Collin , non abbiamo poe
sia nel senso semplice e originale della parola, e
perchè non ne avrem forse più mai. lo consento
che i pregiudizi e gli errori , frutto della ignoranza ,
debbano del tuttó estirparsi : ma il raccoglierli e
mostrarne l'assurdo, parmi appunto la via più con
ducevole al fine proposto. Nè tutte le leggende sono
un tessuto d'errori : alcune creò la paura , altre ci
mostrano l' invoglia di miti che l ' ala del tempo
spazzava : alcune son figlie di fenomeni fisici e na
turali: altre, e in maggior numero, racchiudono fram
menti di storia che l'immaginazione de' volghi al
terava. Tale appunto si è quella che il buon con
tadino mi venia snocciolando intorno la Fosca . Trovo
infatti che Isabella figliuola di Carlo Fiesco , fratello
dl Papa Adriano , ed uno de' più potenti baroni del
secolo XIV, andò sposa a Luchino Visconti , signor

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di Milano . Bellissima fra tutte le donne dell ' età
sua , venia detta la Fosca , non so se per corru
zione del nome suo gentilizio, o se pei rotti costumi ,
che ne infoscaron la fama. Narrano le cronache
milanesi ch' ella strappasse al inarito l' assenso di
recarsi a Venezia ad ammirare lo spettacolo delle
giostre navali , che nella festività dell’Ascensione vi
si celebravano ( 1347 ). Magnifici apparecchiamenti
fecersi in Lodi per il viaggio della duchessa , la
quale volle a corteggio il fiore delle donzelle e
cavalieri lombardi. Fu scritto che ogni dama traesse
seco il suo amadore. Accolla in Mantova a grande
onore da Ugolino Gonzaga , lo fe' lieto de' suoi ab
bracciamenti , e giunta in Venezia, lasciossi ire agli
amori del doge Francesco Dandolo e de' gentiluo
mini più avvenenti e cortesi ; e dietro a lei , come
suole , le dame del suo corteggio non serbarono
più ritegno nè modo . La fama di tante enormezze
pervenne a Milano , ove per giunta al ritorno tutte
a vicenda scopersero i propri errori . Luchino ne
fu su tutti atrocemente ferito, e divisò vendicarsene
col cavare di vita la Fosca . Fin qui la storia : la
tradizione v' aggiunge che a sfuggire i biechi dise
gni dell'offeso consorte , Isabella si ricovrasse ne'
paterni castelli e forse in questo di Savignone,
Luchino ebbe modo di spegnere il cavalier manio

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vano ch' ivi l' aveva raggiunta . Che cosa in ciò
v' ha di vero ? Difficile il dire. Certo è però, per
gravissime testimonianze di scrittori , che la Geno
vese, reduce nella sua reggia, propinava al marito
un veleno che in breve lo spense.

Or la fantasia popolare crede scorgere nelle fiam
melle del Salto dell'uomo le anime dei due amanti : e

il serpe che s'aggruppa talor sul dirupo accenna
senza alcun fallo a Luchino Visconti ch' avea per
impresa il biscione.

57

S 8.

11 Monastero di S. Salvatore .

Non più lontano di un trar di balestra dal piaz
zale di Savignone ergevasi sovra largo rialto un
cenobio di Benedettini , nomato di S. Salvatore, di
cui veggonsi ancor le ruine. Esiste tuttavia la chiesa
benchè volta ad uso di rustiche abitazioni : il cam
panile fu scapezzato nel secolo scorso da un fulmine ,
e la campana traslocata nella torre della chiesa
parrocchiale. Alle spalle del chiostro era il cimitero,
e la marra del contadino urta sovente contro i
sepolcreti e le urne formate di grossi tegoli di
terra cotta , dentro le quali stanno deposti i cada
veri di que' cenobiti . A lato del cimitero correva la
via che metteva al castello .

Fondatore del chiostro, sacro dapprima a S. Pie
tro, fu re Luitiprando ( 1 ) : il pontefice Martino II

(1 ) Liutiprandi regis cænobia S. Petri Savinionis et
Principiani , quæ ambo loca haud longe inter se distantia,
faucibus Apennini Diæcesis Dertonensis , adhuc nomina ser.
vant. Trist. Calco , Ist. Patr. Lib. 5. apud Græv. Tom . 5.

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concedealo nell' 883 a Geraldo vescovo di Lodi ( 1 ),
avvegnachè posto nei limiti della diocesi di Tortona.
N'era allora al governo un abate Adelberto . Fieris
sime contensioni scoppiarono fra i vescovi di Lodi
e quei di Tortona per la possessione di questo mo
nastero e di quello di Precipiano . Il Muratori ci
conservava memoria di un placito o giudizio con
gregato a Milano nel 1125 innanzi l' arcivescovo
Olrico e gran numero di vescovi e di cardinali ,
per istatuire intorno a tal possessione, che fu da
sezzo stanziata ad Arderico vescovo di Lodi .

Nárra la tradizione che un conte della prosapia
de' Fieschi ito alla caccia in un giorno festivo, pre
gasse il rettore del chiostro a dilazionare fino al di
lui ritorno la messa ; senonchè avendo il di lui in- ,
dugio costretto il priore a consumare il divin sacri
ficio , il conte montato in furore, cacciò i monaci ,
distrusse il cenobio e fe' una nuova chiesa mu
rare sulla piazza della borgata. Leggenda non gran
fatto dissimile corre in Genova tra i Fieschi ed i

Sauli per l' erezione della Basilica di Carignano.

(1 ) Murat. Antiq. Med. Æv . Dissert. 71. ,

59

S 9.

Re Luitiprando .

Ma il monastero di S. Salvatore s'illustra di ben
altre memorie : scelgo fra tutte quella che ne ri
corda le origini e la traslazione delle ceneri di
S. Agostino . Seguirò in tal racconto il Baronio e
Pietro Oldrado arcivescovo di Milano , che in una
sua lettera a Carlo Magno ( 1 ) così narra il memo
rabile avvenimento.

Volgea l’anno 7-22 0 725, secondo altre computa
zioni: regnava in Roma Gregorio II; quando avendo i
Saraceni occupata l'isola di Sardegna , ponendovi
tutto a ferro ed a fuoco , massime i sacri tempii ,,
il pio re Laitiprando , che ardea di riscattare dalle
mani degli inſedeli le gloriose spoglie di S. Ago
stino , mandò alcuni suoi messaggi nell'isola , for
nendoli a tal uopo di molto denaro . Tornò a questi
assai facile l ' assunta impresa , e ricchi del prezioso
tesoro , sciolsero le vele , e nel solo spazio di un

( 1 ) Non ignoro che alcuni l'han per apocrifica.

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di e d'una notte , mirabile a dirsi , posero in Ge
nova. Ove del pari era giunto re Luitiprando , ac
compagnato da tutti i vescovi del suo reame , dai
principi , dai magnati e da una immensa tratta di
fedeli , accorsi a rendere omaggio alle sante reli
quie e scortarle trionfalmente a Pavia . Messisi in
via e pervenuti al villaggio di Savignone , costretti
dalla notte a far sosta , si strinsero intorno al sacro
corpo , e il re stesso spese la notte in continue
orazioni. Al primo romper dell'alba dovendosi ri
pigliare il viaggio, si accinsero i gestatori a sollevare
il corpo da terra : senonchè , nonostante gli sforzi
riunili di molti , non venne lor fatto di smuoverlo
e continuare l'impreso cammino. Assorto in dispe
rato dolore , il re , strappandosi le chiome e percuo
tendosi il viso, si dibatteva sul suolo, uscito, com'era,
da ogni speranza di potere condur seco le venerate
.
reliquie. I vescovi , i proceri , il popolo tulto , me
ravigliando il gran caso , tentavano invano chiarire
i voleri del cielo. Era fra questi Graziano vescovo
di Novara, personaggio d' integri costumi e in ogni
ragione di scienze dottissimo: il quale fattosi innanzi
al re , apertamente ammonialo , doversi la divina

misericordia non con sole preghiere od atti di
esterna pietà , ma con opere e con voti implorare.
Il che udilo , re Luiliprando fe a Dio solenne im

61

promessa , che ove gli venisse fatto di recare a

Pavia le sacre ossa , avrebbe donato in perpetuo
alla Chiesa di S. Pietro in caelo aureo , nella quale

divisava riporre le ceneri del vescovo d'Ipona , il
villaggio di Savignone ( 1 ). Parve al cielo accetta l'of
ferta : imperciocchè , pronunciato appena tal voto, il fe

retro ridivenne maneggevole e leggiero per guisa , che
due soli uomini bastarono a sollevarlo da terra (2) .

Che il corpo del Santo approdasse veramente a'

(1) Il Baronio riporta l'atto di donazione.
(2) . ... pervenerunt ad fines agri Dertonensis, ad prae
dium quod appellant Savinariense , ubi rex Luithprandus ,
cum universo episcoporum et procerum comitatu pernoctantes,
et debitum tanto Patri officium digne peragantes , rex ipse
tamquam unus de plebe prope sanctissimi corporis reliquias
nimio devotionis zelo ardens pernoctavit.
Cum autem aurora sequentis diei illucesceret, ad pera
gendum iter ad urbem Ticinensem sistantes , nullo modo
sanctum corpus movere potuerunt. Cum igitur plures ad
feretrum accederent , nec quidquam proficerent, rex Lui
thprandus scissis vertibus et deformata facie in terra de
volutabatur : quippe qui immenso desiderio tanti Patris tran
sferendi reliquias ad urbem Ticinum aestuabat nimis : at
tuin omnino ab omni spe ceciderat posse amoveri sanctum
corpus. Quo miraculo omnės episcopi et proceres stupebant,
cogitantes intra se , quidnam Deus omnipotens indicare vellet
de reliquiis tam gloriosi Doctoris. Aderat inter cetum epi
scoporum sanctae memoriae Gratianus Novarensis ecclesiae
praesul , vir multa doctrina praeditus , et omni scientiarum

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lidi di Genova , c' è reso noto da parecchi autori
del tempo , e ne fanno altresì fede le lezioni che
recitavansi ex vetere breviario Romae ; anzi ivi è
narrato , che il corpo venne deposto in ecclesia S. Pe
tri de Arena, ove operò di molti prodigi . Anche l'arci
vescovo Varagine nella sua Cronaca afferma essere

approdato in Genova il sacro deposito , e avervi in
questa città re Luitiprando eretto una chiesa. Quale
sia questa, ei dice non essere a sua cognizione: al

cuni tengono , così egli prosegue , essere quella di
S. Tommaso, altri quella di S. Teodoro di recente

distrulta , altri infine la pongono nel palazzo arcive
scovile presso S. Silvestro , ove il re prese stanza . Le
stesse cose leggonsi a un dipresso in Giorgio Stella.

genere illustris et vere Dei sacerdos, qui accessit confidenter
ad Luithprandum regem , affirmans Dei misericordiam non
verbis et actibus externis , sed magis votis et operibus im
plorandam . Quae rex libentissime monita audiens , facto voto,
deliberavit , si Dominus Deus omnipotens corpus beati Au
gustini Ticinum deferri permitteret, quod supra nominatum
praedium Savinariense Deo et ecclesiae beati Petri , ad quam
ipsum sanctum corpus deferre volebat , perpetuo habendum
tribueret. Factum , est igitur , ut cum votum persolvisset,
accederet ad feretrum : qui cum corpus de terra levere ten
taret , ite levissimum invenit ,ut nullo ulterius onere impe
diente , corpus beatissimum , quod prius nec moveri poterat
a pluribus , modo non prohiberetur ferri a duabus.

Acta Sanctorum. Tom . VI , pag . 367 .

63

Paolo Pansa per I opposto ci narra , che il tempio

eretto dal re Longobardo , fu quello di S. Agostino
nei pressi di S. Silvestro , ossia del Castello , mutato
appresso in palazzo arcivescovile; ma chi non sa
che la chiesa di S. Agostino s' ebbe dapprima il
titolo di Santa Tecla ?

Egli è pur credibile che le sacre reliquie fossero
condotte da Genova a S. Pierdarena , dacchè pa
recchie memorie lo mettono in sodo , e ricordano
una chiesa in onore del Santo eretta da Luitiprando
nelle vicinanze di Genova : e fu senza fallo quella
che appresso venne congiunta al monastero di S.
Maria Della Cella , già stanza de ' Religiosi della
Congregazione riformata detta di Lombardia , del
l'ordine eremitano di S. Agostino.

La via tenuta dalla sterminata falange che scor
tava le sacre ceneri , fu quella che dalla Secca
mette a Voiré , detto allor primamente per la presenza
del re Vicus Regius, nel comune di Serra, ove vennero
durante la notte depositate nella Chiesa di S. Martino,
ed ove tuttavia si celebra annualmente il loro passaggio.
Da Serra si prese il monte che allor diceasi Sama
rius e oggidi della Vittoria , da dove per la via
che appresso si nomò Strada de' Conti, scesero a
S. Bartolomeo di Vallecalda ed a Savignone.

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S 10.

Precipiano .

Non è questa la sola memoria che val di Scrivia
conservi del pio re longobardo. Al quale deesi al
tresì la fondazione del monastero di Precipiano ( 1 ),
posto al confluente del Borbera nello Scrivia, presso
i ruderi dell'antica Libarna . Lo ebbero in origine
i monaci Benedettini, i quali cercando a sede de'
loro eremi , luoghi incolti e selvaggi, vi condussero
colonie di servi , da' quali fecero diboscare , e dis
sodare i terreni ; ond' è che a questi monaci in gran
parte andiam debitori della cultura de' nostri Apen
nini . Resisi in breve signori delle terre vicine e
arricchiti dalle larghezze de' principi longobardi , de'
Carolingi e dei re d'Italia , i quali abbisognavano
del favor della Chiesa per accrescere il numero de’
lor partigiani , levaronşi a tal di potenza , che i loro
Abati divennero primati del regno d'Italia . Allor co
marmi tolti alle ruine della memorata città di

(1 ) Precipianum , Principianum : Piano del principe ?

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Libarna abbellirono e cinsero di salde bastite il
loro cenobio , tramutato in un vero baluardo , e

crebbe la popolazione all intorno , governata da
Anziani e da un Podestà , soltoposti per altro agli

Abati , come conti ch'erano di Precipiano e di tutte
le terre e castella finitime.

Volgendo il 972 passò il monastero a mani del
vescovo di Lodi , e pochi anni appresso nel dominio
di quel di Tortona. I · Benedettini cessero il luogo
ai monaci di S. Vittore di Milano , e quindi per
concessione di Federico I , di Federico II e d'En

rico VII , l' ebbero in lor possessioue i Consoli di
Tortona . Raso dai Genovesi nel 1229 , risorse ancor

formidabile dalle proprie ruine ; senonchè nuove e
acerbe distrette ebbe a patir nelle guerre fra i
Tortonesi e i marchesi di Monferrato , finchè l'ot

tennero gli Olivetani, a ' cui Abati, spogli dell'antica
possanza , più non altro rimase che il nudo titolo
di conti di Varinella .

Or del maestoso edificio non restano che scarse
reliquie : la popolazione disparve e fin la faccia de

luoghi è mutata . Il tempio sotterraneo , che nel se
colo scorso ancor esisteva , prezioso monumento del
l'arte e della pietà longobarda , fu anch'esso at
terrato , e le sue colonne, i suoi fregi e i suoi

musaici involati e dispersi . 5
E. CELESIA . Passeggiate Apennine

66

S 11 .

Una città sepolta .

E poichè ci aggiriamo fra le ruine , non vi gravi ,
o discreti lettori , trar meco sull'opposta riva del
fiume a visitarvi la Pompei della nostra Liguria.

In quel tratto della Postumia che corre tra Ar
quata e Serravalle , siedeva a pie degli Apennini
sur una piana di sei miglia a un dipressó , una
cillà che Plinio annoverò fra le più nobili di questa
regione , e i cui mirabili avanzi fan tuttavia fede
dell'antico splendore. Era dessa la città di Libarna ,
che caduta , dopo tremende guerre esercitate contro
i Romani , in loro balia , fu decorata del titolo di
Municipio e ascritta alla tribù Mecia , una delle
rustiche. Errerebbe a partito chi dal vedere regi
strata una città in qualche tribù rustica arguisse ,
che questa fosse da meno di quelle che collocavansi
fra le urbane; chè anzi era l'opposto : imperocchè
tribù rustica significasse tribù composta di posses-
sori fondiari, ossia di nobili viventi , come già i
feudatari ne' tempi di mezzo , nei loro poderi , i

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quali traevano in Roma soltanto nelle nundine e
ne' civili negozi della repubblica. Libarna illustra
vasi di tutte le dignità più cospicue e perfino di
un collegio d'Augustali , di cui fu pontefice un
Q. Attio Prisco , valoroso guerriero a' tempi di Nerva ,
e che per giunta fu edile , diumviro e flamine delle
stessa città .

Lo Scrivia , correndo da sirocco a maestrale , ne
lambiva le mura , e il suo alveo profondo di circa
otto metri e le sue rive di calcare siliceo e a strati
pressochè verticali , le serviano di munimento e di
schermo. Il suo ampio acquedotto che movea da Pietra
Bissara , il Teatro ed il Circo, situato presso le sponde
del fiume ( cavalcato da un ponte maestoso che
univa la città a Precipiano ), oggidi più non offrono
che uno sfasciume d'informi ruine , e quanto ivi
cavossi di peregrino , passò a' villaggi e alle bor
gate d'intorno ; Serravalle , Arquata , Varinellá, Vi
gnola a fin le distrutte castella di Gatorba e Giu
gniano furono edificate di marmi e pietre tolte a
Libarna ; ond' è che può dirsi a ragione , ch ' essa
ancora riviva nelle terre che la circondano.

Gli scavi che di recente s'impresero, chiariran
di vantaggio la floridezza di questa città , il cui ter
ritorio allargavasi olire Trebbia alle sorgenti del
Nura . La Tavola di Velleja registra tre pagi che

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le apparteneano ; il pago Eboreo , che a manca del
Trebbia , lasciò il suo nome al torrente Borrcca e
forse anche a monte Ebore ; il pago Marzio , a destra
del fiume istesso , che movendo dal rivo Curiasca
estendevasi fino al torrente Auto ; e il pago Murimate,
che vuolsi ravvisare nel luogo detto oggi Muninghi.

Ma qual fu , parmi udire , la tremenda catastrofe
che la sovverse dalle sue fondamenta ? Un buio
funesto l'avvolge nella sua noite , e solo dalla pro
digiosa quantità di monete, idoli , bronzi , frammenti
di statue ed altre preziosità di tal fatta ch' ivi ster
raronsi , c' è dato argomentare , che il di lei eccidio
fu oggetto di una improvvisa percossa. E siccome
niuna moneta ed altra anticaglia mai venne ivi alla
luce , che appartenesse ai successori di Onorio , di
Valentiniano e a' re italo-goti e longobardi , così
avremo in questo fatto un indizio che ci sarà guida
a fermar l' epoca della sua distruzione, l' epoca ,
cioè , delle prime irruzioni de' barbari e forse de'
Goti , che Stilicone poi ruppe fra l’Olba e Pollenza
e che disertarono la Liguria Mediterranea .

Caduta Libarna , potè liberamente Tortona avvan
taggiarsi delle sue spoglie, estendere il suo impero
sull'agro della distrutta città , risalire i monti , do
minar Gavi , Savignone e parecchie altre castella de'
nostri Apennini .

69

S 12.

Carlo Emanuele I.

Se le sacre leggende intorno ai monasteri eretti
da Luitiprando non son da porsi in non cale ,
di ben maggiori insegnamenti ci sarà feconda la sto
ria civile .

Correva il 1624 , e il volgo solito a riferire gli
effetti del caso a' pubbliche disaventure , non senza
un feral turbamento vedeva in Genova , percossa da
un fulmine , ruinar l'antenna della torre ducale, e
la Croce diveltane , penetrar nell' aula de' Padri ,
ove fatto in polvere il trono del Doge e il libro
d'oro e l'urna degli scrutini dispersa , non arre
stava il micidiale suo corso , che nella pubblica
Armeria , la quale n'andò tutta a soqquadro. Simil
mente a soprannaturale presagio attribuivasi la com
parsa sui lidi di S. Pierdarena di un mostro marino,
non mai più visto nè udito. E non minore sgomento
sparsero nell' universale alcune comete e travi di
fuoco , che si videro per più notti rosseggiare nel
cielo : il mare ghiacciato nel porto , il nascimento

70

di un fanciullo con capo e faccia di capra , ed altri
di questa fatta prodigi .

In tali distrette versavano gli animi , quando il
duca di Savoia Carlo Emanuele , desioso di volgere
a suo pro le armi francesi in Italia, ordi l'impresa
di Genova , cui venne spinto da cupidità di con
quista , anzichè da un oltraggio , chè tale ei ravvi
sava la compera del feudo di Zuccarello. Importa
chiarire un tal fatto .

Molto acconcio ai disegni del Duca porgeasi il
picciolo e alpestre villaggio di Zuccarello, posto in
quella parte dell ' occidentale costiera , in cui la
pianura d'Albenga più si appressa agli Apennini ;
imperciocchè egli avrebbe avuta aperta una facile
via per discendere nel cuore della Liguria . Gover
navalo allora il marchese Scipione Del Carretto, il
quale , con assentimento di Cesare , avea tolto a
censo dalla repubblica undici mila scudi d'oro, col
patto di prelazione di questa , ove fra lo spazio di venti
anni si dovesse alienare quel feudo. Infatti, essendone
stato il marchese spodestato da Cesare , la signoria
genovese ne fermava la compra , per il pattuito
prezzo di cento oltanta mila talleri . Avutope il duca

sentore, scrisse lettere risentite al Senato , le quali
per altro non impedirono , che questi vi ponesse
sopra le mani.

71

.
Non altro restava più al Duca che trar vendetta

del fatto : il perchè valendosi della lega già stretta
con Luigi XIII e con la repubblica di Venezia , co
minciò a rappresentar loro il vantaggio, anzi il bi
sogno di muover guerra a Genova , e vulnerare in
Ligaria il cuore stesso della monarchia spagnuola .
Facile d'altronde , ei diceva , l'impresa : Genova da
lunga pace infiacchita , usa ai traffici anzichè al
l'armi , senza presidio alcuno di terra e in parteg
giare divisa . Senonchè il veneto senato , conoscendo
essere mosso il Duca da privati rancori e da smo
data ambizione , e troppo lornar disdicevole che
Genova cadesse in balia di forastiero signore , ricusò
di prender parte a una guerra , il cui intento 'era
quello di consegnare tanta parte d'Italia alla Francia.
Ciò nonostante il Savoiardo , fidando nelle sue forze
e ne' soccorrimenti stranieri, indettatosi in Susa coi
ministri di Francia , deliberò la guerra di Genova ,
alle condizioni ch' e' farebbe sua l' occidentale ri
viera , lasciando il resto a mani del Cristianissimo .

Avuto di ciò contezza il Senato , si de' tosto a
far procaccio d'armi e d'armati: mise in punto le
galee , munì i golfi di Rapallo e di Savona , levò
sei mila fanti dalla riviera orientale , prese al suo
soldo seicento lucchesi, trasse alle sue bandiere al
cune compagnie corse e due mila fanti tedeschi, e

72

pose mano ad altri apprestamenti di guerra . L'erario
era al verde e si trovò modo a rifornirlo : gl' istessi
privati cittadini offersero denari e soldati . I liguri
annali ricordano il nome del principe Doria che
offri quattrocento archibusieri vettovagliati del suo
fino a guerra finita : ducento ne trasse in campo
Francesco Serra : cento Pier Maria Gentile : altri in

altre guise largheggiarono di offerte alla repubblica .
Questi provvedimenti per altro non furono i soli:

imperocchè si munirono per ben otto miglia all'in
torno le creste delle montagne che stanno a ridosso
della città: si affidò il comando dell'armi a Girolamo
Doria e quindi a Tommaso Caracciolo : nuove cerne
levaronsi , e si provvide alla Corsica in " cui serpeg
giavano umori di sedizione.

Intanto l'oste francese , forie di quattordici mila
fanti e mille cinquecento cavalli , superate le Alpi ,
alla condotta del Ledighiere , avea fatto capo grosso
in Asti , per congiungersi al Duca , che traendo seco
un egual numero di fanti e un nerbo maggiore di
cavalli, recò a sue mani il comando di quel fiori
tissimo esercito . Occupate da prima Ovada e Rossi
glione, si volse sopra Gavi e Voltaggio , che ne?
basși tempi dicevasi Ottaggio , per indi investir la
Boechetta e calar sopra Genova . Con questo disegno
attendossi sul Lemo presso Carosio , dopo essersi i

73

Francesi resi signori di Novi . Anche Voltaggio, ove
sedea commissario della repubblica Giorgio Maria
Lercari , cadde non senza fiera tenzone in balia de
collegati , rimanendovi prigione il fiore delle geno
vesi milizie. Gavi , fortissimo propugnacolo di guerra ,
fu reso al terzo dì dall'inetto Alessandro Giustiniani ,
che la Signoria fe' di subito incarcerare. Avve
gnacchè tutto finora arridesse al nemico , non per
tanto il Ledighiere, che savio capitano era , non
ardi avventurarsi più innanzi ; chè dalla difesa di
Voltaggio , luogo debole e aperto e che pur era
costalo parecchie centinaia di vite agli assalitori ,
argomentava quale sarebbe stata quella di Genova ,
città munitissima e piena di un popolo avverso ai
collegati e di sua libertà gelosissima custoditrice.

Inoltre e' ben vedea , che valicati appena gli A
pennini , il governator di Milano sarebbesi dichiara

lamente scoperto quale avversario alla lega , ed
avrebbe occupato i Giovi , vietando ogni transito di
vettovaglie: cosa d' alto momento, dovendo i collegati
esercitare la guerra in regione sterile e montuosa,
e senza speranza d'aver soccorsi dall' armata di
Francia, per essere il mare corso da' legni geno
vesi, i quali già aveano fatta captiva fin l ' istessa
capitana del Duca , e. mortovi il suo sopracomito
Marco Antonio Lascari.

74

Queste ragioni non persuasero punto Carlo Ema
nuele, il quale inviò il principe Vittorio Amedeo suo
figliuolo ad insignorirsi della occidentale costiera ,
che, secondo gli accordi di Susa , dovea restare a
sue mani ; il che tanto più stavagli a cuore, quanto
più i Genovesi , rifatti dalle prime sbattute, proce
deano animosi nei loro conquisti , come quelli che
già aveano occupate parecchie terre del Duca , e
l' istessa città d' Oneglia ridotta in loro potere. Se
nonchè brevi troppo furono questi vantaggi : impe
rocchè Villorio Amedeo accampatosi intorno la Pieve,
dopo ostinato conflitto , l' ebbe in sua forza, facen
dovi prigioni il generale Gerolamo Doria e i patrizi
Carlo Salvago , Pier Maria Gentile , Pantaleo Monza
ed altri non pochi . Seguitando il corso di sue vit
torie , tutta occupò la riviera insino al finale, mentre
il di lui genitore accingeasi ad investir la Bocchetta
e aprirsi la via in val di Polcevera.

A conseguire tale intento il Duca mandò il suo
bastardo Don Carlo Felice ad assalir Savignone, il cui
acquisto gli fu reso agevole dai molti banditi dello

stato di Genova , che s' erano raccolti in quel luogo.
Ma la Signoria veggendo appressar l'invasore , che
allor stava ad osle fra Gavi e Voltaggio , mandò a tri
bolarlo le bande paesane e in ispecie i valligiani della
Polcevera , i quali , cacciatisi arditamente fra gli

75

stessi accampamenti nemici , ne menarono di buone
prede, fra cui molte carra di vettovaglie e cinque
cento buoi , che condussero trionfalmente in città .

Di ciò non paghi , a maggiori imprese alzarono gli
animi , e raggroppatisi a Nicolò Chiesa , ch' era
commissario dell' armi in val di Bisagno , calarono
su Savignone, che diedero interamente alle fiamme,
costringendo Carlo Felice a trincerarsi nel castello ,
e a cessare dalle sue correrie nelle terre finitime.

Chiusi d'ogni parte gli sbocchi , già aveano ridotta
la rocca a termini tali , che ogni più lunga resi
stenza diveniva impossibile : quando Carlo Emanuele,
reso consapevole del pericolo in cui si travagliava
il figliuolo , con un arditissimo colpo volò a libe
rarlo. Imperocchè presi seco cinquecento uomini de’
più arrischiati e gagliardi , per montagne aspre e
quasi inacesse piombo sul castello allor mal guar
dato dalle liguri bande , gli appiccò il fuoco , e
pria ch'essi di nulla s' addassero , trasse incolume
il figlio ne' suoi accampamenti .

76

S 13.

Il Santuario della Vittoria.

Non era il Duca tal uomo da desistere , per osta
coli che gli si parassero innanzi , da quanto avea
fermo nell'animo; anzi volendo spedire d'un colpo
l'impresa, venne col maggior nerbo delle sue forze
al luogo detto il Pertuso , determinato di scendere
in val di Polcevera. Senonchè Stefano Spinola signor
di Mongiardino e commissario della valle avea sif
fattamente munito quel passo , che fu mestieri al
Duca tentare altra via. Scelse quella che ancor si
noma Del Lupo, sui dossi che corrono da S. Bar
tolomeo di Vallecalda a Busalla .

Val di Polcevera è chiusa dal lato degli Apen
nini da una giogaia, fra cui spicca eminente il monte

Fué, dalle cui velte spazia lo sguardo sui lontani
baluardi di Genova, e scorge i sinuosi meandri
dello Scrivia , le borgate della Casella e i villaggi
disseminati sui fianchi di quelle montagne , che da
Croce Fieschi corrono al Piacentino. Non molto di
scosto, ma più elevato d' assai sorge il monte Ma

77

glietto, per varietà di prospetti del pari ammirando.
Sul bel mezzo di questi due Giovi , vedi il monte
nomato allora di S. Andrea di Ceranesi, ove la
pietà de' fedeli aveva eretto un pilastro , con so
pravi effigiata l'immagine di Maria col divin par
golo in braccio.

Ivi il Duca Carlo Emanuele condusse il suo eser

cito , e non guari discoste attendavano le liguri
bande , alcune asserragliate ne' loro ripari , altre
immacchiate ne' cespugli e pronte a rintuzzarne
l' assalto . Lo Spinola aveva ivi raccolte le milizie
di Brosino Torassa , di Battistino di.Orero , di An
drea Levrero , non che le compagnie franche di
Giacomo Ghiglione e di Marco Antonio Montaldo ,
ch'erano a guardia dei valichi della Bocchetta , e altri
valligiani in numero di circa due mila . Tremendo
fu l'urto nemico , ma respinto da' nostri con non
minore prodezza . Imperocchè balzati fuori dai loro
steccati , e fatti animosi dalla voce e dall' esempio
di un Malteo Bottaro , che di gran tratto li prece
deva , si scagliarono con tal impeto sulle piemontesi
schiere, che queste , rotti gli ordini e sorde ai co
mandamenti de' capitani, volser le spalle; incalzate
a tergo da Genovesi , che dall'alto di que'dirupi , a
lor noti , le fulminavano, togliendo ai fuggenti ogni
via di salute. Il conte Michele Crotti di Costigliuole,

78

carissimo al Duca , cadeva estinto a ' suoi fianchi, e

poco andò che il Duca stesso non fossevi morto ,
avendogli una palla fracassalo il pomo della sella

su cui cavalcava . Era il 10 maggio 1625. I Ge
novesi riconoscendo dal favor di Maria il riportato
trionfo, oltennero che nel luogo istesso ove sorgeva il

meinoralo pilastro , il Senato murasse una chiesa e

innalzasse una marmorea statua alla Vergine col
titolo di N. S. della Vittoria .

Questo santuario di troppo angusto alle turbe in
numerevoli ch' ivi d'ogni parte traevano a devoti
pellegrinaggi, venne di molto allargato nel 1725 :
e quando le masnade tedesche , dopo averlo depre
dato , nel 1746 lo arsero e smantellarono dalle sue

fondamenta , un povero contadino di nome Gaetano
Pedemonte consumò pressochè l'intiera sua vita ad
accattare e a raccogliere le oblazioni dei fedeli, colle

quali venne eretto un nuovo tempio a ricordanza

perpetua della memoranda giornata .
Corre fra que’ villici la leggenda , che giunto il Pe

demonte allo stremo di sua vita nello Spedale di
Genova , le campane del santuario, non tocche da

mano mortale , suonassero l'ora suprema della sua

dipartita ! •

79

S 14 .

Le Terme .

In qual anno i Fieschi abbandonassero l'alpestre
lor covo , tramutandosi nel palagio per essi eretlo
in Savignone, non c' è dato accertare. La struttura
del sontuoso edificio ascende al secolo XV : e le
prigioni , le ſeritoje , la bertesche e i trabbocchetti
che i vecchi del paese ricordano avervi veduti e
di cui trovansi ancor le vestigia , non altro accusano
che segreti di sangue , muti alla storia e noti a
Dio solo.

Questo palagio fin dal 1856 fu tramutato in un
Stabilimento idroterapico, ( 1 ), le cui acque di mi
rabile efficacia in molte generazioni di morbi , gli
assicurano le più floride condizioni di vita. Nasce
quest' acqua pura, freddissima e di una temperatura

( 1 ) Presiede a questo Stabilimento, come eziandio a quel
di Voltaggio, il chiar. cav. Dottor G. B. Romanengo : però
la direzione de' Bagni di Savignone è più specialmente affi
data al dottor Cesare Ferrarini , le cui virtù della mente
han degno riscontro nelle squisite doti del cuore.

80

invariabile in prossimità del palagio , e spiccia da
una roccia di scisto argilloso , che forma i fianchi
della soprastante montagna. S'apre a tergo dello
Stabilimento un vasto giardino , che i zampilli
delle acque, l' olezzo de' fiori, la frescura de' grandi
alberi che insertano le loro frondi e ti son cortesi
d'ombre anche nel più ardente meriggio, fan gra
dito riccetto a chi rotto nella salute o spossato dai
cittadini tumulti , trae a chiedere alle najadi di
queste fonti nuovi presidii di vita , ovvero ad esta
siare il suo spirito all'aspetto della schietta natura .
Imperocché messo appena il piè fuor della cinta che
attornia il giardino , ti trovi di colta balzato tra
maestose boscaglie di castagni , fra strozzatoje di
rupi, macchie e burroni , se pur meglio non ami
salendo per l'opposta parte alle Gabbie, tra rusti
cani abituri che ti richiamano alla mente le miserie

feudali di parecchi secoli addietro , rallegrarti in
sull ' erta (non più collina e non ancora montagna),
in una incantevole scena , da cui erra il tuo sguardo
su creste interminate di gioghi, e dalle borgate di
Busolla e Salizzola che ti giacciono a' piedi , per
lontane fughe d'alpi e di piani , si slancia ai vali
chi della Bocchetta e aile mura di Genova .

81

S 15 .
Borghi e villaggi .

Non poche terre e borgate di questi Apennini

chieggono d' essere da noi visitate, perocchè ciascuna

d'esse chiude inesplorati tesori di storiche ramme

moranze . Seguitemi adunque. Io trarovvi di qui per

ameni diporti , dove vi sarà dalo serenare l'intene
brata anima al bello della svariata campagna : toc

cherò casi e vicende mal note finora, che vi apri

ranno la via a nuovi studi e ricerche: pago di

esclamar col poeld a messo t ho innanzi : omai per
te ti ciba . »

Da Savignone a S. Bartolomeo di Vallecalda è

agevole e breve la scesa, e giova recarvisi ad ammi
rarne . la linda chiesa , le ricche paramenta, le statue
del Sansovino e dello Schiaffino, e, meraviglia mag

giore, un giojello di parroco, qual è il cav. Berga

mino, che tutta spese l' onorata sua vita a digros

sare e avviare a civili propositi i rozzi suoi valligiani .

Due passi ancora e sull' opposta ripa del fiume

vi si farà innanzi la gentile Casella. Siede questa

E. CELESI A. Passeggiate Apennine 6

82

borgata sopra un' aprica pianura nel punto in cui
il Brevenna compie collo Scrivia le sue liquide
nozze . Nel 1200 il vescovo di Tortona, Ottone, da
vala in feudo a Giulio Cesare Calvino , i cui ante
nati fin dal secolo IX recavansi dalla Navarra ad

abitare quella città. Passò appresso con diverse vi
cissitudini in balia de' Genovesi e quindi de' Fieschi ,
i quali vi eressero un imbertescato palagio , che fa
di se tuttavia bella mostra.

Salite , se ben vi dice la lena , salite l ' erta co
stiera che fa capo a Croce Fieschi, la cui fondazione
si pone al secolo XIII , ma di cui trovo il nome in
un privilegio di papa Adriano del 1157 , con cui
rafferma alla chiesa diTortona i suoi possedimenti ( 1 ) .
Sorge il villaggio a borea sul dorso d'un monte ,
sulle cui bricche esistono tuttavia le vestigia d'un
antico maniero , seggio primitivo de' feudalari, e
muta testimonianza di tempi , che non lasciarono
di se traccia veruna . Spicca a oriente la giogaja di
Clavarezza , che mette all'Antola per vie malagevoli .
Nella borgata un vecchio edificio, forte per robuste
mura ed irto di feritoje e battifredi, l'annuncia
che in secoli manco remoti fu questa la dimora
de' Conti ; un ampio palagio contiguo e corti e log

(1 ) Ughelli , Ep. Dert. et Summar. Iur. Eccles. Dert.

83

giati e giardini ne rendeano ameno il soggiorno.
Due altre case di leggiadra fattura aveano i Conti
ivi presso costrutte , e ammiransi ancora di росо
mutate dalla primitiva lor forma. La sede de' Fieschi
fu arsa e disertati i giardini ne' furori del 1800
dagli stessi terrazzani dapprima , e poi dai Francesi ,
i quali guidati da Antonio Deferrari per le paurose
asperità del Repasso , ( rio passo) calarono notturni
sulla borgata, ove sorpresero gli Austriaci e le bande
paesane , che sotto il comando di un Decavero,
mugnajo di Bolzaneto, v' erano a guardia , e pe' fe
cero aspro governo nel luogo delto la Braja ( 1 ) .

Da Casella a Montobbio , varcato lo Scrivia che
non sempre consente il guado, privo com'è ancora
di ponte , è breve e dilettoso il traggitto. Le ruine
del maestoso castello che sta a cavaliere della bor

gata, aprono l'anima a' sensi di pietà e di dolore.
È una storia di feroce vendelta ch' io mi fo a rac
contare .

( 1) Questa voce che suona luogo aperto ed alberato in
cui convengono i cittadini , è comune in tutti i nostri villaggi.
Dal latino Brolium si fecero Brolo, Broletto, Braida, . Braja ,
Abrara , Brea etc.

84

S. 16.

Montobbio .

Il castello di Montobbio bello e valido arnese a
dieci miglia da Genova , torreggiava sul ciglione di
un monte, a sopracapo d' una vallonata profonda e
chiusa intorno dal groppo degli Apennini. Le acque
dello Scrivia che ne bagnano da mezzogiorno le falde
boscate, le rupinose balze e i burrati che d' ogni
altra banda lo cerchiano, rendeanlo non solo molto
fortissimo, ma inespugnabile, non essendovi su que’
dossi ronchiosi niun luogo acconcio a disporre le
batterie per fulminarlo.

Ivi con lo stuolo de' suoi , dopo il miserando caso
del Conte Gianluigi Fieschi, riparava il di lui fratello
Gerolamo , il quale tosto diede opera a porsi in tale
assetto da tener lontani i nemici ; munì i luoghi più
deboli della fortezza, ristorò le cortine e le piom
batoje , rifè le ventiere de' merli scamiciate dal
tempo, e quanto all' esterne difese, piantò nuove ba
stite, aggiunse serragli in acconcie posture, difficoltà
gli accessi e levò numerose milizie da paesi finitimi.

85

Intanto Agostino Spinola ebbe dalla repubblica la
commissione di far la massa e di stringer d'assedio
Montobbio. Erano i primi d' aprile 1547 , e sebbene
i sentieri e le vie fossero sopramodo strarupate e
dirotte, potè lo Spinola condurvi un ragionevole eser
cito e molte artiglierie , al governo delle quali pre
pose Filippo Doria , già chiaro per imprese navali .
Vennero queste disposte sopra un rialto detto oggidi
la Costa Rolta presso Granara , villaggio a tramon
tana del castello : e benchè per ben quaranta giorni
lo tempestassero, non venne fatto allo Spinola d'avan
zar d'un sol passo ; chè anzi sotto la scaglia della
fortezza cadde il fiore de' suoi soldati : e ogni di
lo scoppio di qualche bombarda o smeriglio, cagio
nato dalle troppe ripetute cariche , mieteva non poche
vite de' suoi bombardieri .

Già dieci mila palle d'assedio erano briccolate
dentro il castello, e il Fieschi , l'Assereto, il Ver
rina e i lor prodi seguaci , saldi nei loro steccati ,
prendeano a scherno gli assalitori. Arroge che tutti

gli uomini de1 ' luoghi vicini parteggiavano a viso
aperto per gli assediati , introducendo nella rocca
bestiame e viveri di ogni ragione ; di che forte si
querelavano i commissari della repubblica , accusando

i terrazzani di Bargagli , Stroppa ed altri villaggi
non tanto per non aver .mai portato al campo nep

86

pure un sol uovo , quanto per aver dato favore e
ricetto ai vassalli de' loro nemici . Per le quali cose
lo Spinola omai disperando di poter riuscire a buon
fine, pregò la Signoria ad aprir qualche pratica
d'amichevole accordo.

E vi consentiva il Senalo : senonchè vi si oppose

con irate parole Andrea Doria , il quale, dimostrando
l'impossibilità in cui versava il conte Gerolamo
d' essere soccorso da Francia, volle si durasse tut
tavia nell'assedio. La Signoria mandò allora rinfre
scamenti di nuove milizie allo Spinola : il Doria
sollecitò dal duca di Firenze nuovi bombardieri,
salmerie e munizioni di che avea mancamento :
ebbe da lui altresì buon nerbo di fanli , e due inse
gne di quattrocento archibugieri ottenne da Ferrante
Gonzaga. Quindi Filippo Doria, per espresso coman
damento d' Andrea , meglio squadrata la disposizione
de' luoghi , postò le artiglierie sovra un dosso men
rilevato, che oggidì dicesi Olmeto, e ripigliò con
nuova lena l'assalto .

Questi sforzi sarebbero forse anch'essi iti a vuoto,
se i mercenarj che il Fiesco avea racimolati dalle
terre vicine , veggendo non poter toccare i pattuiti
stipendi, non avessero cominciato a suscitar turba
zioni e ricusato di cimentarsi a nuovi pericoli non
solo, ma perfin ceduto agli assalitori un torrione che

87

aveva fino allora resistito ad ogni urto ņemico.
Laonde fu mestieri patteggiar con lo Spinola e of
frirgli di ceder la rocca , salvi gli averi e le vite.
Sperando il conte dovesse la repubblica alle fatte
proposte piegarsi , nonostante le ripulse del Doria ,
consegnò il castello allo Spinola , il quale agli 11
di giugno sull'alba v entrò a bandiere spiegate .

Fedele esecutore de comandamenti d' Andrea , cui
pareva ogni ora mille d'avere il conte a sue mani ,
lo Spinola , appena occupata la rocca, facea da' suoi
Côrsi scannare Vincenzo Calcagno, Gerolamo Manara
e parecchi altri partigiani del conte, come sospetti
d'aver avuto mano nell' uccisione di Giannettino.
Tutti gli altri , dai mercenarj in fuori , s' ebbero
come prigioni .

Il 23 luglio fu il dì del supplizio . Primo ad
ascendere il palco fu Desiderio Cangialanza , e gli
tennero dietro alcuni altri , i cui nomi non raccolse
l'istoria , solo intenta a piaggiare la fazione doriesca
e a sfatare i caduti. Al conte Fieschi , al Verrina
e all' Assereto , come patrizi , fu mozzo il capo
presso la capella di S. Rocco alle falde della for
tezza . La sentenza di morte fu estesa anche ad
Ottobuono e a Cornelio Fieschi , e ciò ch'è più
iniquo , s' avvolse nella stessa condannagione anche
il giovinetto Scipione ; e si vietò ai suoi discendenti

88

di rientrare in patria prima della quinta genera
zione .

Come il palazzo di Vialata in città , così la rocca
di Montobbio venne rasa dalle sue fondamenta. Il

principe Doria si tolse il carico di un tale atterra
mento, ma a tutte spese della repubblica. Nel 10
agosto Paolo della Mirandola avea già condotte tre
mine sotto il castello : una verso levante che s'in
ternava settantasei palmi con amplissimi fornelli ai
dưe lali : l'altra da mezzogiorno dalla banda del
fiume correva da venti palmi ; quella a tramontana ,
ov'era la batteria principale, profondavasi da dieci
palmi : di che non pago il minatore scriveva « voler
entrare per tutta quella rocca , ancorchè fosse , di
acciaio » . E v' entrò di tal fatta che lo scoppio di
quelle mine tremende rinversavanla al piano con
ispaventosa ruina.

Or l'aspetto de' luoghi nulla più serba dell'antica
gajezza : pullula il cardo e l'ortica in quelle falde
del colle cui fioriano i verzieri; soltanto il narciso
domestico che olezza tuttavia su que' greppi , fa fede
della sua antica coltura ; invan ricerchi i ! bel lago
che stendeasi appiè del castello ; la tradizione lo
pone in quel luogo che ancora addimandasi il lago
della Signora.

89

S 17.

Bozzetti alpestri .

Belle e profonde le Confessioni che di se dettava
il savio d ' Ipona ; io mai non ne svolgo le pagine
senza sentirmi fatto migliore. Ma perchè tanto or
rore contro le vette più eccelse e le sublimi maestà
della selvaggia natura ? ( 1 ) Quanto meglio giova
esclamare con Heine « io vo' salir le montagne, ove
sorgono modesti abituri , ove tira un ' aria più libera ,
ove il pelto respira più franco. lo vo ' salir le mon
tagne , ove vigoreggiano i foschi abeti, e i torrenti
s'avvallano e cantan gli uccelli , e cupamente s'acca
valcan le nubi . Addio , sale lisciate, giovani e donne
azzimate, addio ! Io vo' salir le montagne e il vo
stro formicajo lasciar laggiù sotto i piedi » ( 2). In
allo adunque, più in alto . Fortifichiamo ne' monti
le membra , e n'avrem per giunta fortificati i no
stri caratteri.

( 1 ) Le Confessioni di S. Agostino. Lib. X.
( 2) Reisebilder.

90

A Fauno e a Silvano, deità agresti e alle turbe
dei Sileni e de' Satiri affidavano Greci e Romani la
custodia delle foresle : ma il sentimento della na
tura fu loro pressochè ignoto. Questa informò, se
vuolsi , i loro intelletti , ma non iscosse i lor euori .
L'amor della natura , onde abbracciasi il mondo
esteriore nella molteplice varietà delle sue forme e
si rannoda il, visibile all'invisibile : la contempla
zione poetica e ideale del creato , onde l'infinito a
noi si rivela , e atlingesi vigor novo a combattere
la triste realtà delle cose, non traspira dalle immor
tali lor pagine . A noi soltanto queste voluttà dello
spirito : a noi queste creazioni fantastiche , che
pur ritraggono quanto v'ha di buono, di vero e di
sacro ne' penetrali dell'anima !

Ma e che ci frutta cotesto ? odo dirmi .
Che ci frutta ? Eh ! già , nulla ; come nulla ci
frutta la contemplazione d'un mesto tramonto, nulla
l' estasi che ci rapisce dinnanzi a un capolavoro
dell'arte, nulla l'amare e il soffrire, nulla la vita
istessa, in cui due sole grandi cose compendiansi :
l' amore e il dolore ..... !!

Siedo sulla poppa d ' un poggerello che prospetta
la valle, in cui s'apre la via rumoreggiando il Ca

91 .

miasca ; ho a ridosso le boscaglie di monte Maggio :
mi si mostrano a dritta le ruine del castello e la
torre che campata in alto ancor disfida l'urto dei
secoli . Il mio occhio segue a mancina una vena
d' acqua limpidissima , che nutre a' suoi margini
rigogliose famiglie di avellane, di cornioli e di felci,
e balza con gioja quasi infantile fra massi di pu
dinga coperti di muschio, facendo sprazzi , cascatelle
e volteggiamenti diversi . Sul ciglio del burrone
che mi si spalanca dinnanzi , contemplo una varietà
immensa d'arbusti e di' fiori: il corbezzolo delle
foglie lucenti, il tasso severo, l'ontano , il nocciuolo
ed il carpine , grato cibo agli armenti : ed una
tribù sterminata di clematidi , di lecci , d'eriche, di
ginestre , di mughe, di rododendri , di genziane ,
d'astri , di verbene e di timi . La lor vista diffonde
ne' miei pensieri una mite armonia : dall'osserva
zione la mente trae sentimenti ed affetti. Amo e
penso !

Per chi si è librato al pari di me nei vasti
ghiacciaj del monte Rosa , e tra versato la Baranca ed
il Turlo , le vette di monte Maggio e dell' Antola
son trastulli da muovere il riso . E nondimeno

quando da questi picchi montani io contemplo il

92

sorgere del grande pianeta e biondeggiare ai primi
raggi le velte, e riposarsi la valle in ombrosi vapori,
e dal fondo percuotemi il suon delle squille che
par salutino il giorno che nasce, l'anima mia tra
sumanata s'innalza in aeree regioni , e si sente ca
pace ad abbracciar l'infinito, che l'uom mai non
comprende, se non quando trovasi solo di fronte
alla sublime natura. Chi componea queste ' roccie ,
chi plasmò questi massi granitici, accavallati gli uni
sugli altri ? Donde questa tremenda forza di costru
zione ? È dessa l'opera di un calore latente o di
altra cagione tuttora nascosta alle nostre curte ve
dute ? Confessiamolo aperto : il vel del mistero
tuttavia ne circonda.

Il suon della squilla che dall ' alpestre chiesuola
si spande nel fondo della foresta , disvia il corso
degli alati pensieri . È il meriggio : ora solenne,
fantastica, in cui natura tramuta interamente il suo
aspetlo. Regna il silenzio all' intorno : gli augelli
tra le frondi s' appiatano ; le capre brucano i cesti
dell'erba distese al rezzo degli alberi : cessa il
grillo il nojoso suo metro: men querulo il torrente
lambe la sponda . lo ritraea ne' versi seguenti la
scena che mi si svolgeva dinanzi .

93 1

Il bue . rumando sotto l' erta balza
Scorneggia e sferza con la coda l' anca :
Scorrazza il cane' , ed ai stallaggi incalza
Qual della greggia più s'inselva e sbranca.

Sdraja il pastore ove più fitti innalza
Suoi rami il cerro la persona stanca ,
E il fiasco imbocca , e sbircia in un la scalza
Spigolatrice che i covoni abbranca.

Gitta il villano il suo badil ; l'intera
Natura tace , ed odi sol talora
Presso il rio pispillar la capinera.

Ognun stringesi intorno alla massaja :
Ognun già con ingordi occhi divora
La polenta che fuma in mezzo all ' aja.

Ma questa è poesia letterata , a cui marca il
soffio della spontaneità e della natura . Udite ora
queste strofe e canzoni , che io con parecchie altre
raccolsi dalla viva voce del popolo in diverse bor
gate de ' nostri Apennini : canzoni non punto dam
meno in bellezza a qualsivoglia de' più lodati ri
spetti della Toscana. Mentre i volghi della città
non cantano che inezie od infamie , effetto d'arte
corrotta , giova offrir loro l'esempio d ' un'arte
affatto creatrice , serena : vera ispirazione di popolo .

Giovanettina dalli cento amanti ,
Amatene uno e non ne amate dui :
Amatene uno e non ne amate tanti ,
1

94

Amate solo quel che fa per vui :
Amatene uno e non ne amate tanti ,
Giovanettina dalli cento amanti .

Sette bellesse a deve avëi una figgia
Prima che bella se possa chiamare :
Deve esse tutta galantina e striggia ,
Graziosa negli atti e nell' andare :
Larga di petlo , giusta di statura ,
Quella si chiama bella di natura :
E gli occhi neri colle bionde tresse ,
Queste si chiaman le sette beilesse.

Son fioletta e quindici anni ho appena :
Vo' maridarmi e piú non vo' aspettare .
- Non ti stringer , figliuola , alla catena ,
Ch ' io non ho dota da poterti dare .

Cosa m' importa non aver di dota :
Son giovinotta e mi me la farò.
Un giardinetto di quattro cantoni ,
Rose e limoni e la dote l' avrò !

Se fitte selve coprono gran parte de monti di
Savignone, in troppi altri luoghi del nostro Apennino
la scure del boscajuolo, la marra del contadino e
il dente del greggie esercitano tranquillamente una
azione distruggitrice : poichè l' acque precipitando
pei denudati fianchi trascinano seco gli strati argil

95

losi , onde il letto de torrenti s'innalza , determinando
una doppia rovina : quella del monte corroso fin
nelle vive sue viscere , e quella delle valli che le
piene vanno allagando . La distruzione delle foreste
portò gravissimi mutamenti all' equilibrio del clima,
alla distribuzione del calore, all'umidore dell'aria ,
alla direzione dei venti . Le brusche variazioni del
l'atmosfera, i tremendi rovaj , le stemperate pioggie,
le siccità estreme, tutto ha la sua origine nel dibo
scamento delle montagne . Il quale costringe altresì
le immense generazioni degli insetti e de' bruchi
ad allargarsi sui campi coltivati dall'uomo. E quali
armi egli possiede per far argine alle loro aggres
sioni ? Il gelo invernale non ha forza d' ucciderli ,
poichè e' s' abbicano nell'interno del suolo , ove
stanno al riparo dalla inclemenza della stagione.
La quasi favolosa riproduzione dei fitofagi e la vo
racità stragrande onde sono dotati , ridurrebbe in

poco d'ora i colti in altrettante grillaje, se la prov
vida natura non avesse demandato agli uccelli l'uf
ficio di sterminarli . Eppur con la nostra mania vena
toria noi moviam loro gucrra spielata. Dovunque
roccoli e paretaj, mude e tramagli , coperchiatoj e
reti , brescianelle e lancialoje, che fan pieno stermi
nio di questi nostri ausigliarj, che la lor mala ven
tura sbalestra su queste inospitali contrade. La caccia

96

è per fermo una pubblica calamità , cui si dovrebbe
omai porre efficace riparo. Non parlo di quel nobile
esercizio che si fa col fucile e co' bracchi , e che
tanto giova ad allenare le membra e addestrarci
all'uso d'un arme , che potrebbe un giorno imbran
dirsi a tutela della libertà della patria ; parlo bensì
di quella caccia brutale che si fa co' trabbocchelli
d' ogni genere e forma, e di quella barbarie a cui
s' abbandonano i nostri monelli , distruggendo le
nidiate e sterminando i pennuti con mille insidie
diverse. Presso le civili nazioni i piccoli uccelletti ,
rondini , pettirossi , lodole, passeri , cardellini , frin
guelli , cingallegre, ussignuoli , vivono incolumi sotto
lo schermo della pietà popolare : qui per contro si
uccidono inesorabilmente a milioni. La patria del
canto e delle armonie non ha più alati cantori nelle
foreste e ne' piani .

Si pone ogni studio ad istruire le plebi : nulla si
ſe' ancora per educarle. E intanto si distruggono i
pesci , si distruggon gli uccelli , si distruggono i
boschi, si distruggono col furto a man salva i pro
dotti de' campi .... Bella civiltà invero la nostra ,
che le più preziose ricchezze della nalura sperpera
e manomette ! ( 1 )

( 1 ) Vedi l'Appendice in fine.

97

Perchè dar dell'accetta in queste giovani
piante, che fra pochi anni saran l'orgoglio del bo
sco e la vostra ricchezza ?

Tanto è ; il padrone ci ha intimato lo sfratto
per S. Michele, e coll'annata che corre , ventre mio
fatti capanna ; e c'è mestieri a questi lumi di luna
buscare almen la moneta che ci traghetti con questi
bertuccioni ( e accennava a' suoi tre figliuoli ) in
America . E ' non c' è cristi : qui si casca di fame.

- Già con voi altri la non s'impatta : ma pur

queste tagliate mandano in conquasso la selva ....
Vero, lustrissimo ; ma e il padrone non gitto

noi sulla strada ?
Moralità campagnola !

Son sette villanelle che scalze, emaciate, con un
fardelletto sul capo, tornano dal Vercellese , ove han
lavorato alle risaie di valle ( 1 ) . Eran ben quindici
alla loro partenza , e tutte rigogliose di giovinezza e
di vita .

Oh , dite : e le vostre compagne ?

( 1 ) Cosi chiamano i Lombardi quelle risaje, che trovandosi

in fondo basso, non hanno sufficiente scolo per farvi succe
dere le coltivazioni asciutte.

E. CELESIA. Passeggiate Apennine 7

98

- Per esse la spulatura è anzi tempo finita. Al
cune caddero dai primi giorni infermiccie, e furono di
curto spacciate : requie all' anime loro ! Altre entra
rono allo spedale , o s'acconciarono come fanti e .
bambinaje in ciltà . Quelle buone lane di Teresa e
di Rita ....

Or ben , che n'avvenne ?
Oh ! non sa Ella ? Spiccarono il volo le tor
torelle per far la bella vita in Milano ....
E ciangottando fra loro basse ed ambigue parole,
presero l'erta del colle.
lo pensava : potrà forse l'aura delle native mon
tagne ridonare alle vostre guancie le rose : ma chi
vi ridarà l'innocenza e il perduto candore ?

La montagna m'ha pieno di se . Io levo il guardo
a que' giganti di pietra , che ritti su fondamenta
incrollabili sfidano con la fulminata fronte la ter
ribile sferza delle bufere, e mi sento rapito da un
misto di terrore , d' entusiasmo e di audacia , che
man mano tramutasi in un senso di gioja ineffabile,
arcana. lo vi comprendo , o primi altari de' popoli:
io vi comprendo, ó piramidi di granito , o cortine
di roccie, o baratri sottostanti ; e quella poesia ro
busta e selvaggia che da voi esce, tale un fascino

99
prepotente esercita sull'anima mia, ch' io mi sento
di me maggiore , e son costretto ad esclamare con
Goethe :

Immer höber muss ich steigen ,
Immer weiter muss ich schauen . ( 1 )

Anzi ch' io torni a impaludar la mia vita fra le
gore de' cittadini recinti , anzi che agli occhi miei
sien rapite le maestose armonie dell ' ampio creato,
venite, o gioje della santa natura, a irradiare l'anima
stanca , e a riempierla tutta di voi .

Il verde tappeto de' campi , il folto orror della
selva , le acque tremolanti a dardi del sole, gli al
beri , l' inarcamento de' seni , il risaltamento de' pro
montorj, il gialleggiar delle biade in seno alla valle,
il lontano ondeggiare de' monti, tutto m' ispira una
voluttà senza nome. Oh come più gagliarda qui la
natura, più vergine il cuore, più franco l'ingegno !
Oh potessi fra le libere aure de' monti , sotto il
vivo occhio del sole , fra le couserte ombre d'un
salice, riposare in pace le faticate ossa mie !

(1 ) Fausto - Vo' più in alto ognor levarmi ,
Vo' più longe ognor guardar.

100

Ma voi , giovani , cui son commesse le sorti del.
l' avvenire, udite le voci della natura, che vi chiama
a contemplar le sue meraviglie. Recate ai monti i
beneficii dell'arte: tra questa e la natura scoprirele
per fermo insperate armonie . I diletti dell' una, un
savio già il disse, con quelli dell' altra innestandosi ,
si fan di tanto maggiori: s'educa quasi il criterio
del sentire, il gusto del cuore . Correte a ' monti : ivi

le classi rusticane si tapinano ancora in una feroce
ignoranza , e attendono che loro s'aprano i pascoli
della carità intelligen !e e dell'amore operoso ; cor
rete a' monti , e piantate in essi la bandiera della
civiltà e della scienza , su cui sta scritto a cifre
indelebili : Excelsior.

APPENDICE


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