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Introduzione Salute e sicurezza dei lavoratori

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Published by Editoriale Delfino, 2021-02-24 05:24:52

Introduzione Salute e sicurezza dei lavoratori

Introduzione Salute e sicurezza dei lavoratori

Antonio De Maria

SALUTE E SICUREZZA DEI LAVORATORI

Dalla industrializzazione al lavoro da remoto

2 Editoriale Delfino

A mia moglie senza la cui attiva collaborazione
il presente lavoro non avrebbe potuto vedere la luce

Salute e sicurezza dei lavoratori 3

© 2021 Editoriale Delfino Srl
Via Aurelio Saffi 9 - 20123 Milano
Tel. 02-9578.4238
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Prima edizione febbraio 2021
I diritti di traduzione, di memorizzazione elettronica, di riproduzione e di adattamento
totale o parziale, con qualsiasi mezzo (microfi lm, copie fotostatiche compresi), sono
riservati per tutti i Paesi. Nessuna parte di questo libro può essere riprodotta con sistemi
elettronici, meccanici o altro senza l’autorizzazione scritta dell’Editore.

Direttore editoriale: Onelio Onofrio Francioso
Comitato scientifi co: Maria Luisa Betri - Marco Cuzzi – Giuseppe De Luca - Vincenzo Fran-
ceschelli - Stefano Bruno Galli - Ada Gigli Marchetti - Leonida Miglio - Giuliano Urbani
Fotocomposizione: Nicoletta Pipitone - Milano
Stampa: Mediagraf SpA - Noventa Padovana (PD)

Finito di stampare nel mese di febbraio 2021

Prodotto interamente realizzato in Italia
Editoriale Delf ino: da sempre sostenitrice del Made in Italy
Codice ISBN: 978-88-31221-41-2
Codice SSL

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4 Editoriale Delf ino

INDICE

Premessa 7
Capitolo 1 - Dalla industrializzazione al primo regolamento 8
di sicurezza sul lavoro 11
1.1 - Le assenze dal lavoro: un pericolo per la produzione 12
1.2 - L’importanza delle Società di Mutuo Soccorso (SMS) 13
1.3 - Il primo approccio prevenzionistico 15
1.4 - Le prime organizzazioni sulla prevenzione degli 18
infortuni e delle malattie da lavoro 20
1.5 - L’orario e le condizioni di lavoro 25
1.6 - Il primo regolamento di sicurezza sul lavoro: 28
la legge 17 marzo 1898 n. 80 38
1.7 - L’assicurazione contro gli infortuni sul lavoro 42
Capitolo 2 - I regolamenti di sicurezza e igiene del lavoro 46
Capitolo 3 - La prevenzione tecnologica e il sistema di vigilanza 54
Capitolo 4 - L’Ingerenza dello Stato nell’organizzazione aziendale 66
Capitolo 5 - L’approccio prevenzionale comunitario 70
Capitolo 6 - I lavoratori come soggetti attivi 76
Capitolo 7 - Il lavoratore autonomo 82
Capitolo 8 - Il nuovo ruolo del datore di lavoro 86
Capitolo 9 - Datore di lavoro: delega di funzioni 92
Capitolo 10 - Il ruolo del dirigente 96
Capitolo 11 - Il preposto ed il ruolo di garanzia 100
Capitolo 12 - Preposto: nomina o delega? 110
Capitolo 13 - Il preposto di fatto 114
Capitolo 14 - Il Responsabile del servizio di prevenzione 118
e protezione (RSPP) 122
Capitolo 15 - Il medico competente 130
Capitolo 16 - Il rappresentante dei lavoratori per la sicurezza (RLS) 136
16.1 - Il ruolo del rappresentante dei lavoratori 140
per la sicurezza aziendale e/o territoriale (RLS/RLST) 148
Capitolo 17 - La valutazione dei rischi
Capitolo 18 - Le procedure di sicurezza
Capitolo 19 - Infortuni, infortuni lievi e mancati infortuni
Capitolo 20 - L’informazione e la formazione dei lavoratori
Capitolo 21 - Come approntare il programma della formazione

Salute e sicurezza dei lavoratori 5

Capitolo 22 - Come svolgere la formazione dei lavoratori 152
Capitolo 23 - Come dimostrare l’utilità dell’attività formativa 156
Capitolo 24 - Come individuare i docenti dell’attività formativa 160
Capitolo 25 - Modelli di organizzazione e di gestione aziendale 164
Capitolo 26 - I contenuti e le articolazioni di un 174
Modello ex D.lgs 231/2001, utilizzabili
nell’ambito del D.lgs 81/2008 smi 175
26.1 - Politica per la salute e la sicurezza e l’ambiente 176
26.2 - Pianificazione 176
26.3 - Attuazione 176
26.4 - Verifica 176
26.5 - Riesame da parte della Direzione 177
a) Pianificazione 177
b) Formazione, informazione e addestramento 177
c) Manutenzione 177
d) Valutazione dei rischi (VDR) 177
e) Comunicazione/coinvolgimento 177
f) Monitoraggio 177
g) Infortuni e malattie professionali 178
H) Emergenze 178
I) Incidenti 178
l) Non conformità e azioni correttive 178
m) Riesame 180
Capitolo 27 - La manutenzione ordinaria 186
Capitolo 28 - Procedure standardizzate per la valutazione dei rischi 194
Capitolo 29 - Il lavoro in tempi di epidemia 195
29.1 - Il lavoro dipendente da remoto 207
29.2 - Il telelavoro 210
29.3 - Lo smart working 217
29.4 - Lo smart working e la tutela della sicurezza 220
e salute dei lavoratori
29.5 - Lavoro da remoto come welfare

6 Editoriale Delfino

PREMESSA

La produzione legislativa in materia di tutela della salute e della sicurezza
dei lavoratori sul posto di lavoro ha attraversato diverse fasi evolutive che non
possono essere comprese pienamente se non vengono contestualizzate all’in-
terno degli ambiti sociali interessati.
Sostanzialmente si possono distinguere, per grandi capitoli, almeno tre fasi di
sviluppo normativo: quella assicurativa che sosteneva la necessità di ricono-
scere il danno subito da parte del lavoratore, monetizzandolo di conseguenza;
quella prevenzionale, che teorizzava l’indispensabilità di eliminare o conte-
nere il rischio e quella della responsabilità gestionale, tutt’ora vigente, che
individua ruoli e soggetti deputati alla tutela della salute e della sicurezza dei
lavoratori.
In questo breve lavoro si è inteso illustrare gli eventi che hanno determina-
to l’evoluzione normativa, compresa la dinamica dei rapporti all’interno della
realtà produttiva durante la fase di industrializzazione che, come è noto, ha
avuto inizio e si è sviluppata a partire dall’unificazione del nostro Paese.
Si è cercato di fornire, quindi, un’analisi, dettagliata, della più recente norma-
tiva prevenzionale, in particolar modo di quella riguardante la nuova filosofia
determinata dalla produzione comunitaria. All’interno di questa analisi si è
cercato, inoltre, di comprendere le modifiche organizzative apportate dalle
ultime disposizioni, inclusa la nuova impostazione che coinvolge, nell’inter-
vento prevenzionale, le varie figure presenti sul luogo di lavoro.
Consapevole che il contributo che può emergere da tale analisi non possa
rappresentare che un granellino di sabbia di una intera spiaggia, mi auguro
che, in ogni caso, il presente lavoro possa trovare l’interesse tra gli addetti ai
lavori e di quanti intendano avvicinarsi a questa mai completamente risolta
problematica.
Scopo di questo lavoro, quindi, non è quello di indicare nuove vie per l’at-
tuazione della tutela della salute dei lavoratori all’interno dell’iter produttivo,
bensì quello di porre all’attenzione del lettore alcune questioni che a tutt’oggi
non sembrano ancora risolte.

Salute e sicurezza dei lavoratori 7

t CAPITOLO 1

Dalla industrializzazione al primo regolamento
di sicurezza sul lavoro

8 Editoriale Delfino

Fino al 1861, anno dell’unità d’Italia, le famiglie vivevano dei proventi de-
rivanti, prevalentemente, dall’attività agricola.
Negli anni successivi, anche se in netto ritardo rispetto ad altri paesi euro-
pei come il Regno Unito, la Germania e la Francia, iniziava, anche per il no-
stro Paese, un graduale ma costante inserimento all’interno di molti processi
produttivi che fino ad allora erano svolti direttamente dalla mano dell’uomo,
della macchina operatrice. Questa nuova situazione fu motivo di notevoli
sconvolgimenti nell’organizzazione lavorativa e sociale. Tale fenomeno, parte
importante di un più vasto ordinamento sociale, meglio noto come “rivolu-
zione industriale” determinò, negli anni, una sostanziale modifica degli equi-
libri propri di una struttura sociale impostata soprattutto sulla produzione
agricola. L’inserimento della macchina nell’ambito dei processi lavorativi, che
indubbiamente modificò sostanzialmente l’organizzazione del lavoro, non
può rappresentare, tuttavia, l’essenza del passaggio da una società agricola
a società industriale. La cosiddetta rivoluzione industriale, infatti, deve essere
rappresentata come un processo multifattoriale caratterizzato da un insieme
di interventi, fra cui l’inserimento nel processo produttivo di una forza lavoro
alternativa a quella umana e, soprattutto, l’impiego di innovazioni tecnologi-
che applicate alla produzione quali, ad esempio, l’utilizzo di fonti energetiche
inanimate. L’insieme di tali circostanze ha determinato, sul piano sociale, una
trasformazione dell’ordinamento che, fino a quel momento, aveva garantito lo
svolgersi delle relazioni e degli equilibri all’interno di una società prevalente-
mente agricola.
Si è trattato, quindi di un processo all’interno del quale il sistema agricolo
fu soppiantato da quello industriale dando così origine a tutta una serie di
sconvolgimenti rispetto alla situazione previgente. L’aumento della capacità
produttiva del comparto industriale, ad esempio, ovvia conseguenza dell’im-
piego di macchine operatrici e di un modello adeguato di organizzazione del
lavoro, richiamò un numero sempre maggiore di lavoratori nella nuova realtà
che si andava profilando e che aveva come punto di riferimento la fabbrica.
Le ragioni che hanno motivato questi massicci spostamenti di lavoratori e
delle rispettive famiglie dal mondo agricolo a quello industriale si concretiz-
zavano nelle aspettative di migliorare sia le condizioni di lavoro che quelle
del proprio nucleo famigliare. Il lavoro agricolo, oggettivamene più impe-
gnativo e soprattutto senza garanzia di continuità perché legato alle condi-
zioni climatiche, non costituiva certamente una forte attrazione, in particolar
modo per i lavoratori più giovani. Il lavoro in fabbrica, viceversa, offriva la
possibilità di progettare il proprio futuro in quanto connesso alla continuità
di un reddito certo.
La “fabbrica” richiedeva che i propri lavoratori risiedessero nelle immedia-
te vicinanze al fine di ridurre i tempi di percorrenza ed avere quindi a disposi-
zione mano d’opera meno stressata da lunghi viaggi per raggiungere il posto
di lavoro.

Salute e sicurezza dei lavoratori 9

D’altra parte l’orario di lavoro, che come vedremo si articolava su 16-18 ore,
occupava buona parte dell’intera giornata non poteva contemplare anche lun-
ghe percorrenze. Oltre alla fatica fisica connessa a pesanti trasferimenti veniva
meno la condizione prevalente richiesta dal lavoro in fabbrica che era la totale
disponibilità del lavoratore.
La “fabbrica” in questo contesto si configurava sempre più come un polo
di forte attrazione e, conseguentemente, il centro del nuovo modello sia eco-
nomico che di organizzazione territoriale per garantire il soddisfacimento
delle primarie esigenze di vita in relazione al massiccio numero di persone
richiedenti.
Nel 1876, ad esempio, risultavano occupati circa 600.000 lavoratori nell’in-
dustria, nel 1890 il loro numero salì a 2.600.000 e si dimostrò in costante
crescita.
Le nascenti comunità dovevano disporre di tutta una serie di servizi quali:
uffici pubblici, scuole per i figli, strutture sanitarie ecc. e, in un tempo relativa-
mente breve, le comunità crebbero ampliando gli esistenti nuclei di abitanti
dando così vita a città che rappresentavano, in tal senso, la naturale conse-
guenza di questo sconvolgimento insediativo.
La consistente urbanizzazione, realizzatasi in un ristretto spazio temporale,
evidenziò notevoli problemi di organizzazione sociale che le nascenti struttu-
re amministrative dovettero affrontare e risolvere. Ed è proprio di quegli anni
la realizzazione della topografia dei centri urbani che, per molti aspetti, ritro-
viamo ancora oggi nelle città moderne. Nacquero infatti i quartieri popolari
alla periferia delle città in grado di soddisfare la massiccia richiesta abitativa,
scuole (oltre l’85% della popolazione risultava essere analfabeta) ed ospedali
con le relative opere di urbanizzazione (rete fognaria, strade di collegamento,
trasporti ecc.).
L’impegnativa ricerca di un nuovo modello di organizzazione sociale, con-
seguente alla massiccia richiesta di urbanizzazione, rifletteva le proprie diffi-
coltà anche all’interno delle fabbriche.
Le condizioni generali dell’apparato produttivo, oltre al già accennato orario
di lavoro, denunciavano le situazioni di disagio in cui erano costretti i lavora-
tori: la luminosità dei locali risultava alquanto scarsa, l’umidità era rilevante,
il rumore insopportabile e dovuto principalmente alla presenza di sistemi
aerei di trasmissione dell’energia da una unica centrale energetica alle sin-
gole macchine operatrici non essendo, le stesse, dotate di energia localizzata,
mediante cinghie, posizionate appena sopra la testa dei lavoratori e prive di
qualsiasi protezione. Il riscaldamento nella stagione invernale era assoluta-
mente insufficiente se non addirittura assente.
L’assenza di una specifica legislazione di sicurezza e di igiene del lavoro per
la tutela della sicurezza e della salute dei lavoratori costringeva gli stessi ad
esporsi a notevoli rischi, sia per la totale assenza di protezioni alle macchine,
sia per l’orario di lavoro che si articolava su 16-18 ore al giorno, sia per la po-
10 Editoriale Delfino

stura viziata che i lavoratori dovevano assumere avendo la necessità di mante-
nere la posizione eretta accanto alla macchina per tutta la giornata lavorativa.
La mancanza altresì di una seppur minima contrattualistica collettiva im-
poneva rapporti di lavoro soltanto sul piano individuale e ciò determinava so-
stanziali squilibri tra le parti contraenti. L’orario di lavoro, nel 1894, prevedeva
la presenza dei lavoratori dalle 7 fino alle 19, la mano d’opera era costituita,
in larga misura, da personale femminile e, notevole, era la presenza di ragazzi
che percepivano salari ridotti rispetto agli uomini. Nel 1873 il salario medio
per gli uomini, ad esempio, era di 2,5 lire mentre per le donne era di 1 lira. Il
pane costava 64 centesimi al Kg, la pasta 80 e la polenta 33.
Chi protestava veniva minacciato di licenziamento.
Dalle pagine di un giornale della provincia di Genova (1884) “Era Nuova”
leggiamo: all’interno di una fabbrica molte giovani sono addette alle macchi-
ne. Il loro orario Di lavoro è il seguente: dalle 6 del mattino fino alle 10,30
della sera. Molte volte le stesse giovani, unitamente ad altri operai, alla fine
del loro turno di lavoro dovevano attendere l’apertura della porta dello stabili-
mento che, per ordine del datore di lavoro, doveva avvenire alle ore 24.
1.1 - Le assenze dal lavoro: un pericolo per la produzione
La conseguenza della situazione appena descritta fu, inevitabilmente, che
molti lavoratori o rimanessero vittime di infortunio o contrassero malattie
connesse all’attività lavorativa. Si andava, così determinando una drammatica
condizione di pericolosità e di precarie condizioni di salute. Le relative assen-
ze ammontavano, nel periodo invernale in cui le condizioni meteorologiche
erano particolarmente avverse a causa di basse temperature o di presenza di
neve o di precipitazioni piovose notevoli, anche al 45-50% dell’intera forza
lavoro. Nel 1898 le statistiche indicavano un decesso a causa d’infortunio sul
lavoro ogni 1.000 lavoratori.
Tale fenomeno risultava ancora più evidente se confrontato con quello esi-
stente nella fase storica precedente, caratterizzata dal lavoro corporativo ed
artigianale, anche se il confronto di dati risulta, in realtà, poco dimostrativo
per la quasi totale assenza di elementi probatori.
Gli oneri per le assenze per infortunio sul lavoro o per malattia connessa al
rischio lavorativo erano completamente a carico del lavoratore che, per tutto il
periodo di assenza dal lavoro non percepiva alcun salario né alcuna assistenza
economica da parte di organizzazioni esterne all’opificio, neppure in ordine
all’assistenza sanitaria necessaria per il recupero della propria salute. Questa
impostazione derivava dal convincimento che l’infortunio (mancata fortuna)
o la malattia da lavoro dipendessero esclusivamente dalla malasorte che gra-
vava sul singolo lavoratore e non da cause esterne, meno che mai dipendenti
dall’attività lavorativa. Il datore di lavoro era tenuto al risarcimento del danno
unicamente se riconosciuto colpevole, fatto assai improbabile dal momento
che l’onere della prova di colpevolezza era posta a carico del lavoratore. Come

Salute e sicurezza dei lavoratori 11

poteva, infatti, il singolo lavoratore che non aveva la possibilità di giovarsi
neppure dell’assistenza di organizzazioni in grado di rappresentarlo, che si
dibatteva in una situazione economica complessiva deficitaria, ma soprattutto
che non era neppure in grado di conoscere i propri diritti, procedere per la
condanna del proprio datore di lavoro?
Come poteva il lavoratore trascinare in un giudizio lungo e costoso il “padro-
ne” che gli assicurava i mezzi di sostentamento proprio e della sua famiglia?
Nei fatti i costi connessi all’ infortunio o alla malattia contratta per causa di
lavoro erano assorbiti dallo stesso lavoratore salvo quei casi immediatamen-
te evidenti di responsabilità del datore di lavoro. Se l’infortunio o la malattia
determinava la morte del lavoratore la sua famiglia viveva un vero e proprio
dramma perché, oltre alla sofferenza correlata alla perdita del congiunto, ve-
niva a mancare qualsiasi mezzo di sussistenza.
Le assenze dal lavoro per infortunio o per malattia non soltanto produceva-
no dolore e difficoltà economiche per le famiglie, ma determinavano anche
gravissime conseguenze alle aziende a causa della mancata produzione: un
fenomeno così numericamente importante non poteva essere assorbito da
qualsiasi organizzazione produttiva. I datori di lavoro non erano nella condi-
zione di programmare la propria attività in funzione degli impegni assunti
verso la clientela. Le scadenze pattuite non potevano essere rispettate o veni-
vano procrastinate al punto che tale situazione rischiava di compromettere la
stessa realtà produttiva, soprattutto per la concorrenza estera che, viceversa,
dimostrava una maggiore capacità organizzativa in grado di soddisfare le ne-
cessità del mercato.
1.2 - L’importanza delle Società di Mutuo Soccorso (SMS)
La Società di Mutuo Soccorso (SMS) nasce, in Europa, verso la fine del di-
ciottesimo secolo. La sua principale finalità è quella, in assenza di altre forme
organizzative, di promuovere il miglioramento della condizione dei lavoratori,
sia sotto il profilo economico che morale.
In Italia la Società di Mutuo Soccorso ha origine nella seconda metà del
1800, viene regolata con la legge n. 3818 del 15 aprile 1886 e raggiunge in
poco tempo un notevole sviluppo, soprattutto a causa della trasformazione
della società come conseguenza diretta dell’urbanizzazione attorno ai centri
produttivi, in particolare nel nord ovest, ma ancora in assenza totale dello
stato sociale. Tale organizzazione, che si basava sull’esperienza dell’associa-
zionismo, si è andata progressivamente costituita soprattutto dopo l’ondata
rivoluzionaria del 1848 che ha stabilito la libertà di associazione, in passato
fortemente limitata ed ostacolata dal pregresso ordinamento giuridico.
I lavoratori potevano liberamente aderirvi condividendo il presupposto fon-
damentale della solidarietà. La Società di Mutuo Soccorso ha rappresentato
per lungo tempo una delle prime organizzazioni il cui presupposto era basato
sulla reciproca mutualità dei propri iscritti.

12 Editoriale Delfino

In caso di assenza dal lavoro per infortunio o per malattia interveniva la So-
cietà di Mutuo Soccorso elargendo un contributo economico per sopperire al
completo abbandono da parte delle nascenti organizzazioni statali. Per il lavo-
ratore che, per tali ragioni, doveva necessariamente assentarsi dal lavoro non
era prevista infatti nessuna assistenza e doveva, con i propri mezzi, far fronte
a tutte le spese necessarie per la guarigione. Nel periodo di assenza, inoltre,
il lavoratore non percepiva neppure il salario perché l’azienda non si ritene-
va in alcun modo responsabile dell’accaduto. Le spese sanitarie, quelle per il
pagamento della pigione e di quant’altro necessitasse al nucleo famigliare
dovevano essere prelevate dagli eventuali risparmi. Si comprende, pertanto,
l’estrema importanza del ruolo delle Società di Mutuo Soccorso che poteva
contribuire a quanto sopra tramite la cosiddetta “banca della solidarietà” che
si andava costituendo al loro interno con il versamento di una quota mensile,
o come in certi casi, settimanale, dei già miseri salari degli stessi soci.
La Società di Mutuo Soccorso non limitava la propria attività all’elargizione
del contributo economico in caso di necessità, ma tra i propri obiettivi com-
prendeva, come già detto, il miglioramento della condizione operaia e dei
membri della famiglia. Ad esempio la Società Operaia di Oneglia istituì un
centro di lettura ed una scuola di disegno per i figli dei propri iscritti; ad Asti si
realizzarono scuole domenicali e serali per contribuire a limitare il fenomeno
dell’analfabetismo.
Ancora, tra gli obiettivi della Società di Mutuo Soccorso troviamo l’appronta-
mento delle statistiche riguardanti non soltanto gli infortuni e le malattie cau-
sate dall’attività produttiva, ma anche quelle che si verificavano con maggiore
frequenza nella propria zona di competenza.
1.3 - Il primo approccio prevenzionistico
Come già affermato, la questione delle assenze per infortuni e malattie
contratte durante il lavoro, inficiava l’efficacia del cronoprogramma produttivo
con il concreto pericolo di disattendere la richiesta del mercato. La realtà del
potenziale produttivo risentiva fortemente della situazione generale del Pae-
se: la quasi totale mancanza di strumenti e mezzi comunicativi isolava le sin-
gole aziende. Tale condizione si riferiva e conseguentemente si accentuava,
anche per l’assenza di una associazione imprenditoriale in grado di pilotare
una qualsivoglia azione migliorativa all’interno delle aziende. La fabbrica era
ritenuta di esclusiva proprietà del datore di lavoro e neppure lo Stato con i
propri organi poteva averne accesso.
La questione venne affrontata da un gruppo di datori di lavoro, cosiddetti
“illuminati” che approntarono una “carta degli intenti”, volta ad impegnare,
volontariamente, i firmatari della stessa per il miglioramento della situazio-
ne lavorativa al fine di diminuire il numero degli infortuni e delle malattie
contratte durante il lavoro agendo sia sulla sicurezza degli impianti che sulla
salubrità degli ambienti.

Salute e sicurezza dei lavoratori 13

Fu questo il primo tentativo per arginare la gravità della situazione con-
nessa, in molti casi, alla stessa sopravvivenza delle aziende. Ancora oggi il
rapporto con la clientela si qualifica anche per la capacità aziendale di man-
tenere gli impegni assunti. La questione non poteva semplicemente essere
risolta con la sostituzione della mano d’opera assente perché, pur in presenza
di mansioni per le quali non era richiesta una specifica qualificazione, tuttavia
il rapporto con le macchine, in molti casi anche di sola assistenza, necessitava
di esperienza maturata con la costante presenza sul posto di lavoro. Inoltre la
sostituzione dei lavoratori assenti per infortunio o per malattia poteva creare
tra gli altri lavoratori una sorta di malcontento che si sarebbe tramutato in un
ulteriore peggioramento delle condizioni lavorative.
Gli imprenditori illuminati compresero la situazione e, soprattutto, furono
coscienti che il fenomeno infortunistico, complessivamente inteso, doveva
necessariamente essere connesso alla situazione lavorativa. Era prevalente, in
quegli anni, il convincimento che la malasorte che distingueva il lavoratore vit-
tima di infortunio o malattia semplificasse l’eventuale pensiero prevenzionale.
Ma a fronte del crescente numero di casi, specie durante la stagione in-
vernale, diventava sempre più difficile sostenere la tesi della malasorte in-
dividuale. Il fenomeno, quindi, doveva essere affrontato alla sua radice se si
intendeva ottenere significativi risultati. La carta degli intenti, che rappresen-
tava, con tutti i suoi limiti, un’ipotesi di lavoro percorribile, rimase in vigore
fino alla metà del decennio 1880-1890. Essa, pur nella sua incapacità di de-
terminare un cambiamento radicale, assumeva, tuttavia, grande valenza se
contestualizzata alla realtà che non prevedeva neppure il diritto di accesso, da
parte di terzi, all’interno delle aziende, che non era soggetta a nessuna legge
improntata al contenimento del fenomeno analizzato e che risultava priva di
organizzazioni a difesa della salute dei lavoratori.
Il modello culturale vigente traeva la sua forza dal convincimento che sia
l’infortunio che la malattia contratta sul lavoro non dipendevano, in nessun
modo, dall’organizzazione del lavoro e dalle condizioni di vita all’interno della
realtà produttiva. Lo stesso termine, infortunio, non fortuna, stava ad indicare
uno stretto rapporto tra gli eventi infortunistici e la propensione dei singoli la-
voratori ad esporsi ad essi. Su questo versante la carta degli intenti rappresen-
tava un’inversione di pensiero poiché ammetteva una indiscutibile relazione
tra il lavoro e l’infortunio, e ciò rappresentava per i datori di lavoro la necessità
di assumersi le responsabilità e gli oneri conseguenti.
La carta degli intenti, come già affermato, non stabiliva nessun obbligo per
gli imprenditori, in quanto predisposta esclusivamente su base volontaria in
totale assenza di una specifica legislazione. La sua emanazione originò non po-
chi dissensi da parte dei datori di lavoro non aderenti alla stessa. Il problema
era rappresentato proprio dal fatto che i datori di lavoro illuminati, che avevano
dato origine alla carta degli intenti, interrompevano non soltanto un tradizio-
nale pensiero, ma ancora più grave, ponevano a carico delle aziende notevoli
14 Editoriale Delfino

carichi economici non per tutti sopportabili. Il requisito della volontarietà non
era in grado di contrastare la nuova concezione del rapporto tra fenomeno in-
fortunistico e realtà organizzativa aziendale. Anzi, in un certo qual senso, la vo-
lontarietà rappresentava un elemento di forte disaggregazione che fino a quel
momento, almeno in ordine alla salute dei lavoratori si era dimostrata granitica.
Ma al di là delle considerazioni appena accennate, l’emanazione della carta
degli intenti, da sola, non poteva certo rappresentare la soluzione del proble-
ma legato alle assenze per infortunio e malattie contratte durante il lavoro
per almeno due motivi: il primo, lo ribadisco, era rappresentato dalla volonta-
rietà delle misure di sicurezza elencate nella carta degli intenti e, soprattutto,
dall’impossibilità di prevedere controlli atti a verificare l’effettiva realizzazione
del programma di miglioramento, non solo da parte dello Stato ma, dal mo-
mento che la fabbrica era considerata dalla vigente normativa come proprietà
privata non accessibile da parte dei terzi, neppure da parte di persone even-
tualmente indicate come soggetti assegnati a tale funzione, dalla stessa carta.
1.4 - Le prime organizzazioni sulla prevenzione degli infortuni e

delle malattie da lavoro
Nonostante la riconosciuta debolezza della carta degli intenti, la persisten-
za di un notevole numero di lavoratori malati o infortunati, che mettevano
costantemente a rischio il programma della produzione, i datori di lavoro,
in numero decisamente maggiore rispetto ai firmatari della carta, decisero
di riconoscere il legame esistente tra il fenomeno delle assenze e l’organiz-
zazione delle attività lavorative realizzando, di conseguenza, un programma
di prevenzione. La nuova impostazione del pensiero prevenzionale trova le
sue motivazioni nell’ambito dell’evoluzione culturale che ha caratterizzato il
periodo considerato. Oltre alle ragioni più marcatamente aziendali, un note-
vole contributo venne dal Papa Leone XIII che, nel 1891 promulgò l’enciclica
“Rerum novarum” che sottolineava i diritti dei lavoratori:
“Se con il lavoro eccessivi o non conveniente al sesso e all’età, si reca
danno alla sanità dei lavoratori; in questi casi si deve adoperare, entro
i debiti confini, la forza e l’autorità delle leggi” (Rerum Novarum, 29)
“Certe specie di lavoro non si addicono alle donne, fatte da natura per
í lavori domestici, í quali grandemente proteggono l’onestà del sesso
debole, e hanno naturale corrispondenza con l’educazione dei figli e il
benessere della casa.” (Rerum Novarum, 33).
Una siffatta impostazione, che si inseriva chiaramente nel contesto pro-
duttivo, mettendo in risalto la negatività dell’impiego di mano d’opera senza
alcun intervento prevenzionale, costituì un esplicito invito al riconoscimento
dei diritti dei lavoratori anche mediante la promulgazione di specifiche leggi.
Sotto l’influenza sia del contesto sociale sia dell’impatto morale prodotto
dalla enciclica Rerum novarum, nel 1894 gli industriali lombardi diedero vita
all’API - Associazione Prevenzione Infortuni - sulla base di quanto già realiz-

Salute e sicurezza dei lavoratori 15

zato dagli imprenditori di altri Paesi europei. L’associazione privatistica aveva
oltre allo scopo primario di convincere il maggior numero possibile di datori
di lavoro ad aderirvi, anche il compito di approntare piani strategici nel tenta-
tivo di contrarre il fenomeno relativo alle assenze per infortunio o malattia.
L’associazione ripropose come intervento prevenzionale, almeno nei pri-
mi anni di attività, il programma della carta degli intenti. Ebbe comunque il
notevole merito, se si considera la contestualizzazione di tale programma, di
promuovere un’iniziativa legislativa che riconoscesse la possibilità di accede-
re nei luoghi di lavoro anche da parte di terzi. I datori di lavoro che da sempre
ritenevano che la loro fabbrica fosse inviolabile, dovettero invece consentire
“agli estranei” di entrare per verificare l’effettiva attuazione del programma
prevenzionale approntato, per la prima volta, dalla stessa associazione. La li-
bera imprenditorialità, in tal modo, conobbe il proprio limite per l’esigenza di
garantire la continuità produttiva.
Se già la carta degli intenti aveva posto sommessamente il problema ine-
rente l’assunzione, da parte del datore di lavoro, della responsabilità degli
accadimenti lesivi verificatisi all’interno del proprio iter produttivo fu l’asso-
ciazione API ad affermare, senza nessun indugio, un principio che avrebbe
plasmato la legislazione prevenzionale degli anni futuri. Si sosteneva, infatti,
che il datore di lavoro non fosse soltanto debitore del salario dovuto per l’e-
spletata attività lavorativa, ma che dovesse espandere la propria responsabili-
tà anche nei confronti della salute dei propri lavoratori.
La possibilità di accesso da parte di terzi ed il riconoscimento dello stato di
debitore di sicurezza e di salute verso i propri dipendenti costituirono la chia-
ve di volta di un effettivo mutamento dell’azione prevenzionale fino ad allora
affidato alla sola sensibilità e volontà del datore di lavoro.
Il principio affermato dall’API secondo cui al datore di lavoro competeva
un’organizzazione dell’attività produttiva che non esponesse i lavoratori al ri-
schio di infortunio o di malattia, trovò larga adesione tra gli stessi datori di
lavoro, ottenne il consenso dell’opinione pubblica e fu recepito anche dal po-
tere legislativo. Nel 1928, infatti, l’API fu trasformata in ANPI - Associazione
Nazionale per la Prevenzione degli Infortuni sul lavoro - che veniva controllata
direttamente dal Ministero dell’economia nazionale. Di tale associazione do-
vevano farne parte, per legge, tutte le aziende agricole ed industriali tenute
ad assicurare i loro lavoratori contro gli infortuni sul lavoro.
L’attività dell’ANPI, sostenuta anche economicamente al Governo, com-
prendeva lo sviluppo dei principi prevenzionali e la propaganda degli stes-
si, il perfezionamento e lo studio di tali norme inclusa la modalità di utilizzo
dei dispositivi di protezione. Ma soprattutto l’ANPI sottolineò l’importanza e
l’urgenza di realizzare una capillare attività di vigilanza sull’attuazione delle
misure di sicurezza anche in considerazione che il numero degli infortuni si
attestava su livelli preoccupanti. Veniva, in tal modo, superata l’impossibilità
di entrare nelle aziende da parte di terzi. Fu infatti stabilito che, per la salva-
16 Editoriale Delfino


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