I sogni di
I sogni di
Disegni di Fausto Fasser
Io non sogno o secondo il pensiero di qualcun altro sogno ma non me
li ricordo che tanto il risultato è uguale. Anzi meglio ancora proprio come
predetto dalla zia di Josè quando ho dormito di pomeriggio nel capanno
sulla laguna blu, e questo non è un sogno, ho sognato e me lo sono anche
ricordato, il problema è che non posso raccontarlo, l’unico.
Senza archivio di sogni miei ho sempre goduto molto dei sogni
raccontati dagli altri, un po’ invidioso e un po’ terrorizzato da questo
mondo parallelo. Non mi interessano molto i significati paralleli e le
interpretazioni mi piacciono proprio come storie, è un po’ come avere
un libro segreto dal quale attingere senza fine, una mamma dalla
immaginazione illimitata.
Ma cosa succede quando si raccontano i sogni? Si spengono due volte
o diventano una cosa più grande?
I racconti e le descrizioni che siano di esperienze personali o di cose
viste diventano sempre un’altra cosa dall’oggetto a cui si riferiscono,
acquistano la potenza evocativa del racconto e nei casi migliori non importa
quanto sia vero o di fantasia, anzi credo che i migliori a raccontare siano
un po’ bugiardi, bugiardi buoni che per diletto proprio e altrui rendono la
realtà possibile migliore.
Ma a volte note e commenti non servono, è sufficiente guardare e
basta, come guardare i quadri in un museo, senza conoscerne l’autore,
senza saperne la data, senza aver letto i libri e le descrizioni della critica.
Ogni quadro è così il proprio quadro personale visto con uno sguardo
limitato, ampio e bellissimo.
Dei disegni di Fausto non voglio spiegazioni e non vorrei ordine, mi
basta perdermi fra i segni sicuri della china nera. Mi piace la leggerezza
con la quale Achille vive nel suo mondo fatto di eventi dolci e tristi e mi
piace quando un po’ di matita colorata diventa una palla da gioco o un
grembiule di droghiere.
Mi piace la maglia a righe rosse di Achille e la sua salopette, questo
mondo-fanciullo sospeso fra il rigore dell’essere disegnato e la dolce follia
dell’esser pensato.
A guardarli vien voglia di mettersi a disegnare che a sua volta è un
modo di sognare.
Oggi nessuno mi ha raccontato un sogno ma ne ho visti sedici ed erano
tutti bellissimi come sono i sogni, qualcuno mi fa paura, qualcuno mi fa
sorridere e altri mi sono incomprensibili ma con la leggerezza bella delle
cose che non si capiscono ma che rimarresti per ore a guardare.
È bello avere in mano questi sogni che possiamo prendere in prestito
e che possiamo guardare tutti i giorni e tutte le sere anche prima di
addormentarci e sognare, forse.
Felici sogni e buonanotte.
Antonio Gardoni
Brescia, dicembre 2008
primo sogno *
secondo sogno *
terzo sogno *
quarto sogno *
quinto sogno *
sesto sogno *
settimo sogno *
ottavo sogno *
nono sogno *
decimo sogno *
undicesimo sogno *
dodicesimo sogno *
tredicesimo sogno *
quattordicesimo sogno *
quindicesimo sogno *
sedicesimo sogno *
Dicono che sogniamo tutti e sogniamo sempre, nel sonno. Oggi esiste
un’arte per recuperarli, quando sono perduti. Fausto li ha proiettati su carta,
con tratto gentile e invitante. La prima volta inducono a sorriso: delicato,
ma evidente un tratto onirico ed ironico. Achille non racconta una storia,
piuttosto è raccontato da chi lo disegna, improvvisando ogni volta, proprio
come nel sogno.
C’è filo che unisce i frammenti dei sogni? Va cercato nel profondo di
noi. Nella Bibbia i sogni sono possibili parole divine: l’arte di leggerle è
solo di qualcuno. Giuseppe, il figlio di Giacobbe e in questi giorni natalizi
un Giuseppe ancora: lo sposo di Maria. Sognano: uno diventerà il viceré
d’Egitto, l’altro il padre del Messia.
Fausto è stato uomo di sorpresa e di stupore: la sua passione incarnata
in un volto indimenticabile, come gli occhi e il sorriso, l’ho vista nascere da
lì. I sogni che ci lascia ci dicono di candido stupore e di quotidiana sorpresa.
La stessa levità del tratto suggerisce l’accenno di un’idea, di una parola:
qualcosa di indicibile, non perché non vi siano parole, ma perché quelle che
vi sono non bastano. I miei incontri con lui sono segnati da questo indicibile:
la percezione che ciò che condividevamo non poteva essere detto, ma solo
intuito, con una chiarezza più forte che se fosse stato declamato.
Ho condiviso con lui passione per l’uomo nella sua carne, passione per la
famiglia nella sua bellezza e nella sua delicatezza, passione per la Chiesa. Ho
imparato da lui passione per la Chiesa: la radicalità evangelica di Fausto l’ho
raccolta come provocazione ad una fede che si fa storia, che si fa vita, che si
fa comunità. Intelligenza delle cose, lucida ma non amara. E infine speranza:
l’Achille disarmato dei sogni è parabola dell’uomo irriducibile a ciò che gli
succede, preludio a scelte che non appartengono più al mondo dei sogni, ma
diventano quotidiano esercizio di fedeltà all’umano e dunque di responsabilità.
Parole per ricordare un amico, caro, guardando il suo sorriso.
+ Francesco Beschi
Brescia, dicembre 2008
I’ve a dream: era un sogno davvero, quarant’anni fa, quello di Martin
Luther King, o l’artificio retorico di un visionario? Fatto reale, o pura invenzione,
oggi il grande successo di Barack Obama ha il sapore di un avverarsi che
accredita i sogni anche più strani con tacito ma imperioso invito a discernerne
il significato ed a leggervi i cartelli segnaletici delle strade... strade da seguire
o da evitare; dà cittadinanza non soltanto a quel sogno, ma al sognare in sé, al
sognare che cambiare si può, così diffuso a tutte le latitudini, non soltanto tra i
fedeli di S. Gennaro, quasi a controbilanciare il non meno diffuso scetticismo
di chi si ostina a piangere sul non c’è nulla da fare.
I nipotini di Pitagora quando sognano si svegliano di soprassalto giusto
in tempo per tradurre i loro sogni in cinque numeri tondi tondi, preziosi certo
per i pochissimi fortunati venuti al mondo con la camicia; la fretta è, tuttavia,
cattiva consigliera, e l’inevitabile approssimazione dei numeri trascritti li
accumula sul bilancino del Ministro Tremonti, irrisorio ma consolatorio
contrappeso alle distrazioni della fortuna ed agli errori della finanziaria.
A giudicare dal numero dei giocatori del lotto, il compianto Pitagora
deve aver incassato a suo tempo una quantità davvero cospicua di bonus
bebè, perché i suoi discendenti sono numerosissimi, non soltanto a Napoli,
ma purtroppo (o per maggior consolazione del bilancio statale) in sala parto
arrivano pochi pallottolieri, e per lo più arrugginiti.
Se l’esercito dei nipotini di Pitagora viene al mondo col pallottoliere in
mano, o quanto meno con la famosa smorfia per la traduzione dei sogni,
c’è, in sala parto, un generoso armadio di strumenti ed attrezzi per i figli
d’arte: così le cronache ci dicono che le scuderie del Quirinale si aprono in
questi giorni per la mostra del Giambellino a tutti i Bellini-Mantegna, nati
col pennello in mano, come in casa Vecellio: non tutti saranno Tiziano, ma
pur sempre Vecellio sono; in casa Bach intere generazioni hanno trovato il
pentagramma sulla camiciola; si dice che in certe città siciliane il sindaco
consegni alle puerpere con il certificato di nascita dei neonati la chiamata
in cattedra universitaria.
La tradizione svizzera è notoriamente aliena da questa costumanza di
grandeur: una famiglia oriunda da Müstair (dove pur si possono ammirare
affreschi longobardi portatori di una generosa eredità pittorica) si limita ad
affidare ai neonati una matita, o tutt’al più un graffiante pennino.
Per quel che è dato veder, fedeltà all’ordinata tradizione svizzera o al
precetto evangelico (dopo la moltiplicazione dei pani, Gesù ha raccomandato:
colligite fragmenta, nulla vada disperso, raccogliete tutto), in pochi anni
abbiamo potuto ammirare un risultato straordinario per quel che mi è dato
capire, certo singolare, qualitativamente ma proprio anche per l’attitudine a
collezionare e collazionare una considerevole quantità di testimonianze.
Ecco così allinearsi il diario di un secolo, fedelmente disegnato da Giovanni
Fasser con minuziosa precisione senza perdere all’Arnaldo o in caserma il filo
della lezione, o dei tempi di lavoro alla Tempini, o più avanti con gli anni, delle
sedute dei consigli d’amministrazione alla Breda o all’ASM; poi Gigi, l’architetto
degli urba, lo stanco e un po’ sfiduciato poltronista, per passare, tra l’ironia e il
disincanto, ad una fase di vera e propria professione della pittura.
Oggi questi disegni di Fausto, coscienziosamente datati, numerati, e
classificati: la categoria dei sogni inizia in un dicembre piovoso del ’97,
prosegue nel ’98, con un’appendice nella primavera 2000: quindici sogni di
ansia e paura, in qualche caso veri e propri incubi, perfusi magari da tenero
rispetto, come quando il protagonista sulla porta di una trattoria s’innamora
di una zingara bellissima e perplessa.
La matita garantisce un servizio inappuntabile, a volte si direbbe quasi
maneggiata con la stessa diligente disinvoltura con la quale ottant’anni
prima il ragazzo del ’99 l’alternava col moschetto ’91: ma appunto, come
per il moschetto, qual è il bersaglio?
Un vecchio professore di storia dell’arte, di rigorosa formazione tomista,
amava distinguere l’arte per mestiere, l’arte per la fede, l’arte per l’arte: che
dire di questi disegni, se volessimo indulgere a questo modo di guardare?
È soltanto il sommesso canto della carta nell’incontro con la matita, o la
penna che titola e numera i sogni vuol dire qualcosa?
Ricordo che a fine seduta sul tavolo della Giunta si trovavano talora
mezze dozzine di foglietti accuratamente disegnati – ritratti o caricature –
con i quali un ottimo assessore rimediava alla noia di argomenti per lui di
troppo scarso rilievo: ma in quel caso, lo strumento pur buono non si muoveva
per il mercato o per la fede, ma... soltanto per ammazzare il tempo.
*
Non a caso sono partito dal grande sogno americano di M.L.K. Il solo parlare
di sogni, e preoccuparsi di concatenarli in una serie definita deve pur avere un
significato. Ma anzitutto, sono davvero sogni, o trascrizione di incubi?
Non per questo vien meno la ricerca di un significato, anzi: leggiamo
nella storia dei Magi che dopo l’adorazione del Bimbo, avvertiti in sogno
tornarono ai loro paesi cambiando strada, per aliam viam; in sogno un
angelo disse a Giuseppe di prendere il Bimbo, sua Madre, e fuggire.
Non saranno dunque, questi sogni, più o meno consapevoli avvertimenti?
A chi?
Protagonista sembra Achille, un ragazzo: non saranno piuttosto i sogni
altrettante pagine del manuale di un buon genitore, avvertito di non umiliare
i figli per i loro limiti, di comprenderne le ansie, di rispettarne le scelte?
Forse dobbiamo collegare le idee nascoste nei disegni con la pagina
autobiografica scritta da Fausto per i suoi scout, pagine ove sembra tentato
di porre la matita (forse anche grazie alla quale “fin da bambino ha coltivato
un’ammirazione esagerata per i genitori”) in mano al Creatore, parlando
appunto di un “disegno di Dio”, speciale e particolare per ciascuno di noi,
un disegno che “siamo abituati a chiamare vocazione”.
Vocazione professionale – non medico, non leguleio, ma progettista,
costruttore, quindi ingegnere – ma soprattutto Fausto confessa di essersi
sempre sentito chiamato a costruire una famiglia “al godimento di fare
l’educatore”.
Forse per questo, costruita ormai, con l’altra metà del cielo, una bella
famiglia, nell’ultimo sogno si disegna nel robusto abete verso il quale Achille
– in rappresentanza dei suoi figli e dei suoi scout – butta fuori tutte le ansie
e le paure, per sentirsi finalmente uomo, libero.
Cesare Trebeschi
Brescia, dicembre 2008