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Published by , 2018-09-25 12:42:37

Dal papiro al lbro a stampa

Dal papiro al lbro a stampa

DAL PAPIRO AL LIBRO A STAMPA:

L’evoLuzione deLLa scrittura neLLa produzione
dei padri verginiani di montevergine
Guida alla mostra permanente

Mercogliano
2018

La Biblioteca di Montevergine è una delle 10 biblioteche pubbliche statali an-
nesse ai Monumenti nazionali. Dipende dal Ministero per i Beni e le Attività
Culturali, di cui fa parte il personale in servizio presso questi istituti culturali
che, nella maggior parte dei casi, sono depositari e custodi di un patrimonio do-
cumentario e librario di grandissima importanza.
Sotto questo aspetto la Biblioteca di Montevergine rappresenta senz'altro un
punto di riferimento per quanti (studenti, studiosi, curiosi) intendano approfon-
dire argomenti di interesse religioso; essa è infatti specializzata in questa mate-
ria, ed anche i nuovi acquisti vengono annualmente effettuati (compatibilmente
con i sempre più esigui finanziamenti erogati dal Ministero) incrementando i
fondi già esistenti: questo è il modo per non tradire l'origine stessa della biblio-
teca (istituita dai monaci di Montevergine per la loro attività di studio e ricerca)
ma anche, al tempo stesso, di aderire ad una sempre più specialistica e settoriale
richiesta dell'utenza, per cui le biblioteche presenti in un ambito territoriale piut-
tosto ristretto devono coordinarsi tra loro affinché ciascuna si specializzi nella
materia di cui già possiede un gran numero di testi.
La Biblioteca di Montevergine è ospitata all'interno del prestigioso palazzo ab-
baziale di Loreto di Mercogliano, un piccolo gioiello dell'architettura barocca
napoletana, ed anche per questo è meta continua di visitatori non necessaria-
mente interessati soltanto a consultare i cataloghi della biblioteca.
È dunque evidente che essa svolge una funzione tutto sommato “anomala", per-
ché oltre ad essere biblioteca, è luogo di interesse turistico, nonché centro cultu-
rale in cui vengono organizzate mostre bibliografiche e documentarie, oppure
hanno luogo convegni di diversa natura.
Soprattutto per far fronte a questa pluralità di funzioni, il personale tecnico
scientifico della biblioteca ha allestito la mostra permanente Dal papiro al libro
a stampa, in cui è illustrato l’iter di evoluzione della scrittura, con particolare
riguardo alla illustre produzione dello Scrittorio Verginiano, che risulta di gran-
de interesse soprattutto per gli studenti delle scuole elementari e medie e che per
questo ha volutamente uno scopo didattico ed un`impostazione divulgativa.

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A mo’ di incipit, poniamo questa bella incisione in cui è rappresentato il Santuario di
Montevergine; sulla sinistra di chi guarda si distingue il golfo di Napoli e il Vesuvio e,
sullo sfondo, l’isola di Ischia. In basso, sullo stesso lato, il vecchio palazzo di Loreto,
poi distrutto dal terremoto del 29 novembre 1732.
Datata 1702, fu probabilmente eseguita da Jacques Thouvenot, autore della calcografia
che si trova sul frontespizio delle Croniche di Monte V ergine di G. G. Giordano del
1649.
All’esemplare delle Croniche della Biblioteca di Montevergine questa tavola del 1649
manca, ma la si può riscontare nella copia digitale del volume posseduto dalla Bibliote-
ca Nazionale Centrale di Roma consultabile in rete.
Nell’incisione qui esposta sono citati gli abati di Montevergine del periodo: Matteo Gal-
dieri (3 ottobre 1694-20 aprile 1698) e Albenzio Cortone (17 aprile 1701-15 dicembre
1703).

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DAL PAPIRO AL LIBRO A STAMPA

L'EVOLUZIONE DELLA SCRITTURA NELLA PRODUZIONE
DEI PADRI VERGINIANI DI MONTEVERGINE

La storia della Biblioteca Statale di Montevergine è strettamente legata a quella
del Santuario mariano sorto nel XII secolo per opera di un pellegrino venuto dal
nord, Guglielmo da Vercelli, che nei primi decenni del 1100 ascese al monte
detto Vergine e diede avvio alla famiglia religiosa conosciuta come Congrega-
zione Monastica Verginiana di Montevergine.
Poiché la rigidità del clima non consentiva ai seguaci del santo di osservare la
regola benedettina dell'ora, lege et labora, questi si recò a Bari, dove oltre ai
paramenti sacri acquistò vari codici liturgici: insieme con i suoi confratelli si
dedicò dunque, al riparo dalle intemperie, alla preziosissima attività di copia dei
manoscritti latini e greci dando così avvio allo Scriptorium, dove monaci, mae-
stri, copisti, correttori, rubricisti, miniatori e rilegatori diedero un valido contri-
buto alla diffusione della cultura classica e della storia locale. Questo primo
gruppo di codici pose le basi per la futura biblioteca che, dopo la costruzione
della casa abbaziale di Loreto di Mercogliano (edificata dai monaci per poter
disporre di una casa collocata in un luogo dove il clima fosse più mite e soprat-
tutto da destinare ad infermeria), opera dell'architetto napoletano Domenico
Antonio Vaccaro e dell'ingegnere Michelangelo Di Blasio, nel 1750 fu trasferita
nell’attuale sede e si è andata sempre più ampliando e qualificando. In seguito
alle leggi di soppressione delle corporazioni religiose (legge del 13 febbraio
1807 e legge del 28 giugno 1866), il patrimonio archivistico e librario diventò
patrimonio dello Stato italiano.

Nel 1868, anche per iniziativa dell'abate Guglielmo De Cesare, il Santuario di
Montevergine venne dichiarato Monumento Nazionale ed il patrimonio affidato
per la custodia ai religiosi, i quali però consideravano lo Stato italiano un
“ingiusto detentore di questi beni”. Il concordato tra la Santa Sede e il governo
italiano del 1929 risolse molte controversie, legalizzò la soppressione degli or-
dini religiosi, consentì ai monaci di prendere coscienza del nuovo assetto giuri-
dico della biblioteca e, in base al Regolamento per le biblioteche pubbliche go-
vernative, approvato nel 1907, questa venne inserita tra le 11 biblioteche pubbli-
che statali annesse ai monumenti nazionali (nel corso degli ultimi anni divenute
10 con il passaggio diretto allo Stato italiano della Biblioteca dei Girolamini di
Napoli).

Nel dare inizio a questo viaggio storico-iconografico sul materiale scrittorio e
sull'evoluzione della scrittura con riferimento alla produzione dei Padri Vergi-
niani bisogna dire che l'uomo fin dai tempi antichissimi ha avvertito la necessità
di tramandare testimonianze che attestassero la sua vita e la sua attività traccian-
do segni primitivi di scrittura, i geroglifici, sulle pareti delle caverne. Segni che,

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parallelamente all’evoluzione dell'uomo e della sua cultura, si sono andati
trasformando fino all'attuale scrittura.
Nei diversi secoli vario è stato il materiale scrittorio utilizzato: tavole di pie-
tra, cocci, tavolette cerate, tavolette di argilla, tavolette di legno, foglie di pal-
ma, papiro. La scrittura, presso i popoli antichi, serve solo ed unicamente per
assicurare la conservazione di documenti necessari alla vita pubblica e priva-
ta: poche sono le opere letterarie scritte su materiali così pesanti che ne rendo-
no impossibile la circolazione tra le persone, basti pensare ai poemi di Esiodo
(IX secolo a. C.) scritte su tavole di piombo.
I documenti esposti in bacheca rappresentano due materie scrittorie forse tra
le più facili da utilizzare e più leggere per la diffusione del documento.
Il primo è un manoscritto su foglie di palma (figura 1) r isalente al XVIII
secolo, anche se dell'uso di scrivere su tale materia parla già Plinio nei suoi
libri; fa parte del patrimonio della Biblioteca di Montevergine, ma non è al
momento ancora disponibile su di esso uno studio sistematico.
Il papiro (figura 2, da Minerva, nuova enciclopedia universale) risale al III
secolo a. C.; la foglia di papiro trasformata in carta diviene la materia più usa-
ta per la scrittura in Grecia e in Roma. I fogli di papiro sono di varia grandez-
za e si ottengono dal fusto della pianta fiorente lungo le rive del Nilo, tagliato
in strisce sottilissime in senso longitudinale, accostate le une alle altre, bagna-
te nel fiume, incollate trasversalmente con colla ottenuta mescolando fior di
farina in acqua bollente ed aceto. Il foglio, così ottenuto, fatto essiccare al sole
e spalmato con olio di cedro, per far aderire meglio la scrittura, è pronto per
l'uso. I fogli di papiro, incollati tra loro unendo il margine destro di ciascun
foglio con quello sinistro del seguente, e arrotolati, sono la prima forma di
libro antico detto dai greci tomos o cilindros e dai latini volumen o rotulus.
Risale al II secolo a. C. in Pergamo, nell'Asia Minore, l'uso della pelle di ani-
male per la scrittura. A detta di Plinio il Vecchio, citato da Varrone, essendo i
sapienti di Pergamo venuti in rivalità con quelli di Alessandria, questi ultimi
impedirono che fosse spedito a Pergamo del papiro, la cui fabbricazione si
faceva principalmente nella loro città; sicché gli artigiani di Pergamo furono
costretti a cercare una nuova materia per scrivere, di qui l'invenzione di prepa-
rare pelli di animale.
Questa è naturalmente solo una tradizione, perché l'uso delle pelli per la scrit-
tura rimonta nell'Asia Minore ad una più alta antichità; infatti il cuoio era già
usato dagli Egizi, dagli Ebrei, dagli Assiri, dai Persiani, dai Greci. È possibile,
però, che si sia trovato effettivamente a Pergamo, sotto Eumene II Sotere (re
di Pergamo dal 197 al 160\159 a. C.) un sistema per migliorarne la prepara-
zione, altrimenti non si potrebbe spiegare come gli antichi abbiano dato a que-
sta materia il nome di pergamena o parcimino, che significa appunto membra-
na di Pergamo.
Si utilizza, in generale, pelle di montone, bue o capra che, ben raschiata, im-

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mersa in acqua calda per sgrassarla, messa ad asciugare, strofinata con creta in
polvere, è infine pulita con pietra pomice. Questa materia così ottenuta è atta a
ricevere la scrittura, ha una superficie liscia, solida e può essere adoperata da
tutte e due le parti. Si conserva meglio del papiro, reagisce bene all'influenza di
agenti esterni e a differenza del papiro sopporta la cancellazione; infatti si trova-
no fra i manoscritti su pergamena, specie nel Medioevo, numerosi palinsesti,
manoscritti su cui la primitiva scrittura è stata raschiata per riscrivere un nuovo
testo.
L'Archivio annesso alla Biblioteca di Montevergine è ricco di oltre 7.000 perga-
mene conser vate in apposite cassettier e metalliche, tutte inventar iate nei 7
volumi del Regesto delle pergamene curato da padre Giovanni Mongelli
(monaco di Montevergine, archivista e studioso verginiano, morto nel 1995) e
in parte anche trascritte nei 13 volumi del Codice Diplomatico Verginiano, ad
opera dell'indimenticato direttore della Biblioteca, padre Placido Mario Tropea-
no, studioso di paleografia latina medioevale, scomparso nel 2008.
La pergamena esposta in mostra (figura 3) risale al 1238: si tratta di una copia
eseguita dal notaio Simone di Maddaloni dall'originale del 1126, Privilegio de
Giovanni vescovo di Avellino a S. Guglielmo. Nella pergamena si legge che il
vescovo di Avellino, Giovanni, concede, su richiesta di un religioso di nome
Guglielmo che ha costruito un ospizio, una chiesa ed un monastero sul monte
detto Vergine, l'esenzione dalla giurisdizione episcopale.
Il codice è un libro scritto o copiato a mano dall'amanuense che gli conferisce
un autentico valore artistico abbellendolo con miniature. La Biblioteca conserva
ben 24 codici dei quali risulta difficile dire quale sia uscito dallo Scrittorio Ver-
giniano. Di certo questo Scrittorio è stato tra i più importanti del Mezzogiorno
dopo quello di Montecassino e qui eremiti e cenobiti del Partenio hanno dato
lustro alla scrittura beneventana, gotica, umanistica.
Non poteva non possedere questa Biblioteca il manoscritto della vita e delle
opere di san Guglielmo, fondatore di Montevergine. La riproduzione fotografica
esposta è tratta dal preziosissimo codice Legenda de vita et obitu sancti Guiliel-
mi confessoris et heremite, ulteriormente impreziosito da una bella legatura in
marocchino rosso bruno con fregi in oro.
Numerose sono state le edizioni del manoscritto nel corso dei secoli, da quella
cinquecentesca di Felice Renda (1581), a quella di Paolo Regio del 1584, a
quella più famosa curata dall'abate Giovanni Giacomo Giordano nel 1643, per
finire a quella, più accurata e rigorosa, del padre Giovanni Mongelli del 1979.
La Legenda (preferiamo la grafia latina, anziché quella corrispondente italiana,
perché indica più esattamente il ristretto della vita di un santo e in particolare le
lezioni del suo ufficio) è frutto dell'opera di più d'un biografo, tutti comunque
vicini al santo e sicuramente suoi discepoli; tra questi, il più venerato da san
Guglielmo, Amato da Nusco, ha ispirato quasi certamente la seconda parte della
Legenda (figura 4).

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La data di composizione di questo manoscritto della vita di san Guglielmo viene
tradizionalmente collocata tra il primo e il secondo decennio del 1200 e la se-
conda metà del secolo, ma recenti studi condotti da Marco Palma, coordinatore
del progetto Manoscritti Datati d’Italia, ne posticipano la data di circa un seco-
lo, collocandola tra il XIV e il XV. Risale invece al XV secolo lo Psalterium
Davidis, contenente i primi 146 salmi del re David. La bella legatura in pelle
rossa, con fregi in oro, è del XIX secolo. È questo uno splendido esemplare in
scrittura umanistica con miniatura rinascimentale di scuola napoletana. Le ri-
produzioni fotografiche esposte (figure 5 e 6) danno risalto alla fine e artistica
opera dei miniatori. Sono fogli miniati a piena pagina e raffigurano l'albero ge-
nealogico di Jesse e di re David che suona il salterio ai piedi di un cedro, nelle
due fasce laterali sono inseriti due medaglioni con le armi della famiglia d'Ayer-
bo che forse ne fu il committente. Le lettere iniziali dei singoli salmi sono trac-
ciate in oro zecchino con decorazioni in rosso.

Solo nel XII secolo la carta, portata dalla Cina in Europa, comincia a sostituire
la pergamena e diviene d'uso corrente e generale, mentre bisogna attendere la
seconda metà del XV secolo per l'invenzione della stampa. È il tedesco Giovan-
ni Gensfleich detto Gutenberg a realizzare un sistema meccanico per l'impres-
sione dei caratteri su carta. Nascono così gli incunabula, termine che deriva dal-
la locuzione latina in cuna, usato nel '700 dai bibliofili per indicare i primi pro-
dotti dell'arte tipografica appena nata, cioè ancora in culla.

Gli incunaboli, come gli antichi manoscritti, presentano diverse caratteristiche
quali l’assenza del frontespizio e della numerazione delle pagine; la stampa vie-
ne effettuata su carta robusta e ruvida e a volte anche su pergamena. Assicelle di
legno ricoperte di pelle, fissate con cordicelle o strisce di cuoio costituiscono la
rilegatura detta anche rilegatura monastica. La Biblioteca di Montevergine pos-
siede 35 pregiate edizioni del XV secolo che rivestono particolare interesse bi-
bliografico, sia per la loro rarità, sia per il loro stato di conservazione, comples-
sivamente buono. Nel 2017 è stato dato alle stampe il catalogo Gli incunaboli
della Biblioteca di Montevergine (Atripalda, Mephite); una versione on line di
questo catalogo è consultabile nella sezione Cataloghi speciali del sito web della
Biblioteca.

La prima pagina del Libro d'ore del 1498 presenta la marca dell’editore parigino
Philippe Pigouchet (figura 7): un uomo e una donna selvaggi reggono uno scu-
do appeso ad un albero; nello scudo, in luogo delle iniziali “PP” che compaiono
in altri esemplari dello stesso editore, c’è uno stemma nobiliare non identificato,

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l’esame del quale potrebbe far vagamente supporre che l’incunabolo possa esse-
re un dono di nozze. Nel volume si contano 20 illustrazioni a piena pagina, 2
illustrazioni nel solo riquadro centrale e 29 piccole miniature nel testo.

Le decorazioni negli incunaboli riguardano soprattutto le iniziali, le illustrazioni
e le marche tipografiche. Le prime sono a volte lasciate in un rettangolo in bian-
co perché poi vengono decorate dall'amanuense; tuttavia, si riscontrano molti
casi di volumi in cui gli spazi capitali sono rimasti vuoti, anche perché il lavoro
del miniaturista era molto costoso. Ciò si evidenzia nell'esemplare della Bibbia
stampata a Vicenza nel 1476 presso Leonardo Achates, dove la lettera iniziale
di ogni capoverso è miniata. Sono presenti anche numerose postille e disegni
marginali relativi al contenuto: in particolare, nelle figure 8 e 9 sono rispettiva-
mente rappresentati san Girolamo e il re David.
Il Cinquecento si può considerare il secolo d'oro della stampa, si creano nuovi
caratteri, si modificano formati, generi di legature e di decorazioni. La stampa
ha un grande sviluppo e l'Italia ne acquista un vero e proprio primato. Questo
progresso è favorito anche dal rigoglio degli studi sia nel campo letterario che in
quello scientifico. Umanesimo e Rinascimento alimentano il bisogno di ripro-
durre antichi testi e i nuovi movimenti religiosi ed intellettuali se ne servono
come mezzo di diffusione della cultura rinascimentale. Il libro acquista requisiti
di bellezza, perfezione tecnica ed armonia di caratteri e di illustrazioni. Alcune
città italiane, come Venezia e Firenze, favorite dal benessere economico, diven-
gono i più importanti centri librari italiani.
La Biblioteca di Montevergine possiede 1029 edizioni del Cinquecento, pubbli-
cate nel volume a stampa Le cinquecentine della Biblioteca di Montevergine
(Atripalda, Mephite, 2015) e partecipa al censimento delle edizioni del XVI
secolo delle Biblioteche pubbliche statali, Edit16, curato dall’Istituto Centrale
per il Catalogo Unico delle Biblioteche italiane. L'esemplare esposto in mostra è
pubblicato da Lucantonio Giunta, della famosa famiglia di tipografi originari di
Firenze; sul frontespizio (figura 10) si evidenzia la loro marca tipografica, il
giglio fiorentino e nel colophon (figura 11), dove c’è anche il registrum
(sistema di numerazione delle pagine usato dal legatore per ricomporre il libro
in foli, quaterni, quinterni, a seconda della piegatura del foglio).
Il Seicento è un secolo di decadenza anche per l'arte tipografica. Alla bellezza e
all'armonia dei caratteri, tipiche dei secoli precedenti, si sostituisce una preziosi-
tà esteriore che consiste nel sovraccaricare di fregi e di rifiniture gli esemplari e
nel dare ai frontespizi un artificioso complesso di motivi e allegorie. Queste
caratteristiche si evidenziano particolarmente nel frontespizio delle Croniche di
Monte Vergine dell'abate Giovanni Giacomo Giordano, stampate presso l’edi-
tore Camillo Cavallo nel 1649. Il frontespizio tipografico (figura 12) è precedu-
to da un frontespizio (figura 13) inciso da Jacques Thouvenot raffigurante la
Madonna di Montevergine, gli abati da san Guglielmo in poi, lo stemma di

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Montevergine. Fu probabilmente lo stesso Thouvenot l’autore della bella inci-
sione raffigurante Montevergine, in riproduzione fotografica a pagina 2 di que-
sto opuscolo.
Moltissime sono le edizioni del XVII secolo conservate in biblioteca, alcune di
particolare interesse locale, come quelle dell'editore Camillo Cavallo di Napoli
che, nel periodo della peste (fine '600), trasferì la sua tipografia a Mercogliano,
in locali dell'abbazia di Loreto offertigli dai monaci.
La ripresa dei valori umani nel XVIII secolo promuove anche la ripresa tipogra-
fica. In Italia letterati e tipografi a un tempo si impegnano nell'apportare un mi-
glioramento tecnico ed estetico del libro, molte tipografie stampano testi di cul-
tura classica e moderna di grande pregio. Ai centri italiani della produzione ti-
pografica, già attivi e famosi, si aggiungono anche altre città, come Firenze -
dove Domenico Maria Manni stampa i sei volumi del V ocabolario degli accade-
mici della Crusca (1729-1738) - Roma, Lucca – dove Ottaviano Diodati ristam-
pa in seconda edizione la famosa Encyclopédie di Diderot e d'Alembert.
Giambattista Bodoni, compositore nella stamperia della Congregazione per la
Propagazione della Fede, disegna i nuovi caratteri (tondo chiaro, corsivo chiaro,
tondo neretto, corsivo neretto, tondo nero, corsivo nero) ancor oggi usati.
Diventano sempre più raffinate le legature e le illustrazioni, ad opera di maestri
incisori e disegnatori e nel 1796 è inventata l'arte della litografia a Monaco da
Aloys Senefelder.
Nel 1800 l'industria del libro raggiunge la sua perfezione grazie alla precisione
delle tecniche e ai nuovi mezzi. La stampa non è solo vista come arte ma è un
mezzo per divulgare le nuove ideologie di libertà, di solidarietà e serve per fini
politico-sociali: siamo nel periodo dei grandi tumulti storici quando letterati e
politici coraggiosi si servono della stampa per ridestare negli uomini il valore di
ideali nazionalistici. È l'età in cui fioriscono iniziative editoriali già iniziate nel
secolo precedente, si dedica attenzione ai periodici di larga diffusione e si avvia
una fiorente editoria musicale; nascono, insieme a case editrici specialistiche e
tutt'oggi importanti, i primi librari di antiquariato.
Nel Mezzogiorno d'Italia si afferma Laterza a Bari e Pierro a Napoli. L'attività
socio-culturale dei Verginiani è influenzata in questi secoli dal rinnovamento e
dal fermento politico, sociale, economico. Proliferano opere manoscritte e si
stampano opuscoli di interesse per la vita della diocesi. Tra gli oltre 300 mano-
scritti che costituiscono la pr oduzione inedita dei monaci di Montever gine
dalla fine del '600 a tutto il '700, meritano particolare attenzione i due grossi
volumi di platee con disegni acquarellati dall'agrimensore Bartolomeo Cocchi
che alle singole particelle aggiunge il compasso per precisare l'unità di misura
usata e lo stemma dell'abbazia per indicarne le proprietà: un mirabile esempio
ne è la foto tratta dalla cosiddetta Platea Maggiore (figura 14), in cui è r itr atto
il dettaglio del vecchio palazzo abbaziale di Loreto, che mostra l’esatta ubica-
zione dei vari locali.

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Di particolare importanza il manoscritto del 1734 del monaco verginiano Paoli-
no Sandulli (figura 15) che risponde alla polemica scatenata da Francesco di
Noja sulla vita di sant’Amato da Nusco. Il XX secolo è il periodo delle grandi
conquiste nel settore tecnologico e la stampa diventa il mezzo più popolare di
comunicazione. I sopravvissuti strumenti meccanici, la rotativa, la linotipe, l'in-
cisione fotochimica, la fotolito, la tricromia conferiscono al libro forme, caratte-
re, bellezza, arte diversa.
La velocità di stampa e la maggior quantità di tiratura dello stesso volume ne
fanno diminuire il costo e rendono il libro un bene di facile consumo e accessi-
bile a tutti. Oltre ad edizioni rare e di pregio si immettono sul mercato librario
edizioni commerciali come i tascabili. Si può affermare che oggi con le nuove
tecniche l'editoria soddisfa tutte le esigenze dei lettori.
In questo contesto l'attività dei monaci si rivolge ad altri settori, particolarmente
alla storia locale.
Religiosi, quali padre Giovanni Mongelli (†1995) e padre Placido Mario Tro-
peano (†2008), si dedicano allo studio delle carte d'archivio e, sulla base di
questi documenti conservati nella loro casa madre, ricostruiscono la storia loca-
le e provinciale, evidenziando il ruolo importante che la Congregazione mona-
stica Verginiana di Montevergine ha rivestito nel corso dei secoli in un ambito
territoriale ben più esteso della provincia di Avellino e della Campania.
I loro lavori vengono stampati sia da tipografi locali, come Pergola, sia da edito-
ri napoletani fino agli anni '70, quando iniziano le edizioni dei Padri Benedetti-
ni.
L'allora direttore della Biblioteca di Montevergine, padre Tropeano, fu l’artefi-
ce, nella provincia di Avellino, del Sevizio Nazionale di Lettura, istituito nel
1951 dal Ministero della Pubblica Istruzione e l'istituzione del Centro Rete, glo-
riose e benemerite attività di promozione della lettura rimaste purtroppo senza
seguito.
I testi esposti in mostra rappresentano solo in parte la produzione recente dei
Padri Verginiani.
Il primo, Montevergine nella storia e nell'arte (nella figura 16 una riproduzione
del quadro della Madonna di Montevergine, la Mamma Schiavona cara a tanti
fedeli non solo campani), è il terzo volume della collezione Civiltà del Partenio,
opera in cui padre Tropeano ha voluto tracciare un’esauriente storia del Santua-
rio e della casa abbaziale di Loreto, evidenziando l'importante ruolo svolto dalla
Biblioteca di Montevergine nell'ambito culturale del Mezzogiorno d'Italia.
Il Codice Diplomatico V erginiano, curato dall’infaticabile padre Tropeano che
vi si è dedicato fino a poco prima della morte (2008), si compone di 13 volumi;
è un lavoro imponente di trascrizione e descrizione delle pergamene conservate
nel piccolo archivio annesso alla Biblioteca, cronologicamente fermo al 1210
(nella figura 17 è riprodotta la pergamena n. 1).

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Le edizioni Padri benedettini di Montevergine hanno cessato da qualche anno le
publicazioni. I più recenti volumi della Biblioteca di Montevergine sono stati
dati alle stampe grazie a occasionali contributi erogati dalla Giunta Regionale
della Campania. Gli ultimi in odine di tempo sono i cataloghi delle edizioni del
XVI secolo (Le cinquecentine della Biblioteca di Montevergine, 2015) e degli
incunaboli (Gli incunaboli della Biblioteca di Montevergine, 2017); nel mese di
luglio 2018 è stato infine pubblicato il catalogo Il fondo Imbimbo della Biblio-
teca Statale di Montevergine, una raccolta di quasi 800 spartiti musicali che
fanno parte della donazione Gino Imbimbo, un maestro di musica avellinese
alla cui morte la moglie, Esther Magno, decise di donare alla Biblioteca di Mon-
tevergine la ricca raccolta di spartiti musicali appartenuti al marito. Questo cata-
logo ha visto la luce grazie ad un generoso contributo erogato dal Comune di
Mercogliano.

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FIGURA 1

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FIGURA 2

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FIGURA 6

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FIGURA 7

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FIGURA 8

FIGURA 9

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FIGURE 10 E 11

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FIGURA 12

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FIGURA 13

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FIGURA 14

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FIGURA 15

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FIGURA 16

FIGURA 17

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Biblioteca Statale di Montevergine
Palazzo abbaziale di Loreto - Via Domenico Antonio Vaccaro, 1

83013 Mercogliano
Tel. 0825 787191 - 789933
Email: [email protected]
www.bibliotecastataledimontevergine.beniculturali.it

Opuscolo prodotto in proprio. A cura di Domenico D. De Falco, Sabrina Tirri,
Gennaro Vipraio Tiberi. Ha collaborato Emily Camerlingo, tirocinante presso
la Biblioteca di Montevergine nel periodo marzo-maggio 2018


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